"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Così i terroristi dello Stato Islamico hanno raso al suolo una chiesa in Mozambico

di Luca Foschi – Avvenire – 3 Maggio 2026

L’assalto giovedì scorso nella provincia di Capo Delgado. La testimonianza delle suore e del vescovo. La comunità cristiana è sotto choc

2 maggio 2026

«Hanno bruciato la chiesa, la casa dei padri scolopi, l’asilo…», racconta ad Avvenire da Nacala suor Laura Malnati, provinciale delle suore missionarie comboniane del Mozambico. Giovedì pomeriggio i miliziani di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, gruppo locale affiliato alla galassia fondamentalista dello Stato islamico, hanno assaltato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, provincia settentrionale di Cabo Delgado. «Hanno dato alle fiamme le strutture del villaggio. Per fortuna i padri sono stati avvisati per tempo, e sono riusciti ad abbandonare Meza prima che arrivassero i terroristi», aggiunge suor Laura. I miliziani, ha spiegato monsignor António Juliasse, vescovo di Pemba, capoluogo di Cabo Delgado, sono arrivati intorno alle 16 e sono entrati nella parrocchia di São Luís de Monfort, simbolo, dal 1946, della presenza cattolica nella regione. «Tutto è stato ridotto in macerie. Durante l’attacco i civili sono stati catturati e utilizzati come uditorio per messaggi d’odio. I missionari sono al sicuro, ma la comunità è sotto choc», anche se, ha poi affermato monsignor Juliasse, «la fede di questo popolo non sarà mai distrutta».

In dicembre, in occasione della visita del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il vescovo di Pemba aveva tracciato un bilancio della violenza jihadista subita dal territorio: «Più di 300 cattolici sono stati uccisi, la maggior parte per decapitazione», tra catechisti, animatori parrocchiali e fedeli. Dall’inizio degli attacchi terroristici, nel 2017, sono state distrutte 117 chiese e cappelle, di cui 23 solo nel corso del 2025. Dopo il rallentamento registrato negli ultimi mesi, dovuto principalmente alla stagione delle piogge, che rendono le incursioni più difficoltose, gli Shaabab hanno ripreso a colpire la provincia di Cabo Delgado, roccaforte storica nel nord del Mozambico. Il 23 aprile i miliziani hanno preso d’assalto il villaggio di Mitope, nel distretto di Mocìmboa da Praia, uccidendo sette soldati mozambicani e dando alle fiamme la caserma dopo aver sottratto armi e munizioni. L’avamposto militare era stato recentemente costruito per garantire il ritorno delle persone che avevano abbandonato l’area a causa di precedenti attacchi.

Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a nasce intorno al 2007 nella città costiera di Mocìmboa da Praia, setta ribelle sulla quale influiscono predicatori, guerriglieri e mezzi provenienti dal Kenya e dalla confinante Tanzania. Condannati dagli altri gruppi musulmani, repressi dalle forze di sicurezza statali, passano al jihad armato nel 2017, conquistando vaste aree di Cabo Delgado. L’insurrezione viene soffocata nel 2021 grazie alla missione Samim, composta da truppe di Sud Africa, Botswana, Angola e Tanzania, e all’intervento fondamentale dell’esercito ruandese, che ancora supporta quello mozambicano con il dispiegamento di oltre 4.000 uomini. La guerra, che ancora dura, è costata al Mozambico più di 6.000 morti e almeno un milione di sfollati. I miliziani, fortemente ridotti nel numero (si parla oggi di poche centinaia), hanno trovato riparo nelle foreste e cambiato strategia, dedicandosi a rapide, diffuse e imprevedibili incursioni condotte da piccoli drappelli.

All’aggressione di Meza e Mitope devono nell’ultimo mese aggiungersi, secondo l’ultimo report di ACLED, sito di monitoraggio internazionale dei conflitti, altri 10 attacchi, durante i quali sono state uccise nove persone. Nella notte fra il 6 e il 7 settembre 2022, nel corso di un raid sul villaggio di Chipene, i miliziani di Ahlu al-Sunna uccisero suor Maria De Coppi, italiana di 84 anni, che operava in Mozambico da 60. A metà marzo il governo ruandese ha reso noto di essere pronto a ritirare i suoi soldati se la missione di contenimento non riceverà risorse finanziarie sufficienti. Il contributo dell’Unione Europea è stato fino a oggi di 23 milioni di dollari, un decimo, sostiene Kigali, di quanto necessario.

Cabo Delgado è la provincia più arretrata del Mozambico, a sua volta descritto dall’ultimo report della Banca Mondiale come il secondo Paese più povero al mondo. I territori del nord, tuttavia, sono ricchi di minerali e gas naturale. L’Eni opera dal 2017 nei giacimenti offshore chiamati “Coral South”, e si appresta ad avviare l’estrazione nel sito gemello “Coral north”, distante appena dieci chilometri. In gennaio la compagnia francese Total ha annunciato la ripresa dei lavori di costruzione legati al proprio progetto estrattivo, interrotti nel 2017 a causa dell’insurrezione degli Shaabab. Si prevede un investimento di 20 miliardi di dollari. 

Il presidente della Camera Fontana “vicino” ai missionari

«Prego e sono vicino ai padri scolopi, ai missionari e a tutta la comunità locale colpita dal grave attacco nel villaggio di Meza, in Mozambico. Simili fatti sono ancora una volta il segno di un odio insensato e gratuito nei confronti dei cristiani, che deve essere fermamente condannato e contrastato. Rinnovo il mio più sentito auspicio affinché il tema dei cristiani perseguitati sia posto al centro delle priorità della comunità internazionale e affinché si tenga alta l’attenzione su questi drammatici episodi»; così il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana.

Rubio incontrerà papa Leone a Roma il 7 maggio: la mossa del segretario di Stato Usa per ricucire con il Vaticano

di Ester Palma – Corriere della Sera – 3 Maggio 2026

La visita in Italia del cattolico Rubio giovedì e venerdì prossimi: previsto anche un incontro con Parolin

Alla fine lo strappo fra Stati Uniti, o meglio il presidente Trump, e il Vaticano di papa Leone XIV potrebbe ricucirsi, in tempi persino più brevi di quanto si potesse prevedere: nella sua visita ufficiale a Roma di giovedì e venerdì prossimi – anticipata oggi dal Corriere –  il segretario di Stato degli Stati Uniti, il cattolico Marco Rubio, incontrerà, il 7 maggio, il Papa

Sarà l’occasione per «sciogliere» i nodi delle pesanti dichiarazioni di Trump delle scorse settimane, quando il presidente accusò il pontefice di «non capire la situazione in Iran» e di essere «debole contro la criminalità» e «terribile in politica estera».

Ma ora anche il Vaticano tiene a chiudere la vicenda, anche per evitare divisioni fra i cattolici americani: dopo le uscite del presidente ( e soprattutto dopo l’immagine creata con l’AI e diffusa da Trump che lo mostrava nei panni di Gesù, intento persino a imporre le mani su un malat0, immagine poi rimossa dallo stesso Trump, che ne ha anche negato il risvolto «cristologico») la maggior parte si è schierata senza esitazioni col Papa, ma c’è stato anche chi ha difeso il presidente. Negli ultimi mesi comunque si registrano molte conversioni al cattolicesimo, soprattutto fra i giovani, attratti spesso dalle celebrazioni più tradizionaliste.

Per Rubio è la terza visita in Italia, dopo quella dello scorso maggio a Villa Madama e la presenza all’inaugurazione delle olimpiadi invernali, con J.D. Vance, a febbraio. Avvocato, 55 anni, già senatore della «sua»  Florida, Rubio è il primo latinoamericano (la sua famiglia proviene da Cuba, ma è nato a Miami) a diventare segretario di Stato Usa.

Col vice presidente Vance condivide la fede cattolica, che ha raccontato di avere abbandonato in gioventù per passare ad altre confessioni cristiane, incluso quella mormone, e poi tornare alla Chiesa Cattolica. 

Già previsto anche un incontro col Segretario di stato della Santa Sede Pietro Parolin

INTERVISTA A PADRE LIVIO

DI DON FERDINANDO COLOMBO – VIVERE – MAGGIO 2026

  1. Padre Livio, ci parli anzitutto delle sue radici personali. Da che luoghi, da che famiglia viene, come ha passato infanzia e giovinezza, quali erano – e magari sono ancora – le cose che l’appassionavano?

Sono un bergamasco a tutti gli effetti e la mia lingua materna è il diletto bergamasco. Sono nato da famiglia operaia a Dalmine, famosa per le sue acciaierie, che durante la guerra venivano bombardate dagli aerei americani. Ricordo ancora le notti in cui correvo con mia madre e mia sorellina  a rifugiarmi sotto i ponti dei fossi per trovare un riparo. Una volta mio padre rimase sepolto sotto le macerie dello stabilimento e mi risuona ancora nelle orecchie  la sirena della croce rossa che lo portava a casa, annerito ma ancora vivo. Sono il primo di sei fratelli, che sono venuto uno dopo l’altro negli anni quaranta  del secolo scorso. Ricordo la povertà, la fame e il freddo di quei tempi, ma anche l’allegria di una famiglia numerosa, la bellezza della fede e della preghiera e  l’eroismo di due genitori meravigliosi, Maria e Pasquale, che si sacrificavano giorno e notte per il sostentamento della famiglia. Ricordo anche il mio parroco, Don Giacomo Piazzoli, il fondatore della Parrocchia di Brembo, una frazione del Comune di Dalmine, col quale costruimmo la Chiesa andando a raccogliere dei sassi particolari nel letto del fiume Brembo. La mia infanzia è stata segnata profondamente dalla fede, grazie agli esempi che ho avuto in casa, in Parrocchia e a scuola. Allora il mondo in cui un ragazzo cresceva era molto diverso da quello di oggi e la religione aveva un influsso formativo determinante.

  1. Qual è stato il momento decisivo del suo incontro personale con Cristo? C’è un episodio che ha segnato la sua vita spirituale? Perché la scelta dei Padri scolopi?

L’episodio più importante della mia infanzia  è stato senza dubbio la prima comunione. Da quel giorno io mi sono sempre intrattenuto a lungo a parlare con Gesù, anche quando la Messa era già finita e la Suora che ci assisteva  ci invitava ad uscire dalla Chiesa. Questo fatto suscitava un po’ di meraviglia  anche nel mio Parroco, perché  ero un ragazzo vivacissimo che dava del filo da torcere ai proprio educatori. Un altro fatto importante che ha caratterizzato la mia infanzia è l’evento straordinario della apparizione della Madonna a Ghiaie di Bonate, una località al di là dal fiume Brembo, non molta lontano da casa mia.  Mia madre mi condusse ad una di queste apparizioni che erano per me qualcosa di straordinario, per il fatto che una bambina, che si chiamava Adelaide, vedeva la Madonna e poteva parlare con Lei in dialetto bergamasco. Questa esperienza mi ha molto rafforzato nella fede e nella mia devozione alla Madonna. La svolta della mia vita è avvenuta a quattordici anni quando, terminato il triennio delle Scuole commerciali, i miei insegnanti mi chiesero che cosa volevo fare nella vita. Fu in quel momento che io dissi ciò che da tempo coltivavo nel cuore: Voglio fare il Missionario” dissi, lasciandoli sbigottiti. Infatti il mio parroco aveva un fratello missionario in Cina. Si chiamava Don Pietro ed era del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Una volta l’avevo incontrato in una sua visita alla mia parrocchia, e suscitò in me il desiderio di fare il missionario. Tuttavia alla fine la scelta si orientò verso i Padri Scolopi, un Ordine religioso  dedito alla educazione della gioventù, dove si trovava già un mio cugino. Vi andai dopo che fui assicurato che anche  lì potevo realizzare la mia vocazione missionaria, come poi è avvenuto.

  1. Come è maturata la sua vocazione sacerdotale? Quali persone o circostanze l’hanno accompagnata in questo cammino?

La mia vocazione sacerdotale è maturata nell’incontro con molti bravi sacerdoti in tutto il corso della mia infanzia e della mia giovinezza. Prima in Parrocchia, poi nella Casa dello Studente di Bergamo quando frequentavo le tre Commerciali, poi a Finale Ligure dove c’era il piccolo seminario dei Padri Scolopi. Nel 1957 andai a Roma, nel nostro Studentato, dove feci l’anno di noviziato, il Liceo classico, i due anni di filosofia e i quattro di teologia all’Università Gregoriana di Roma. Sono stati dieci anni fondamentali per la mia formazione spirituale e teologica, fortificati dall’incontro con personalità  di grande prestigio, convenute a Roma per il Concilio Ecumenico Vaticano II. In quegli anni si respirava davvero la cattolicità della Chiesa, riunita a Roma da ogni parte del mondo. Per me fu una apertura della mente e del cuore che mi ha accompagnato per il resto della vita, in particolare nella diffusione di Radio Maria in ogni parte del mondo.

  1. Che ruolo ha avuto nella sua formazione spirituale la devozione al Sacro Cuore di Gesù? Ha rappresentato un punto di riferimento, e in che modo?

La devozione ai Sacri Cuori di Gesù  di Maria è una componente della pietà popolare che io ho appreso in modo particolare da mia nonna Lucia, che ne era molto devota. Tuttavia ho avuto la grazia di incrementare  questa devozione facendo un pellegrinaggio nella località francese di Paray le Monial dove, alla fine del XVII secolo, hanno avuto luogo le tre apparizioni del Sacro Cuore di Gesù a Santa Margherita Mia Alcoque. Vi ero andato nel mese di Agosto e questa graziosa cittadina era diventata come una immensa Chiesa dove i fedeli camminavano a frotte,  pregando, cantando e tenendo i bambini in braccio o per mano. Non avrei mai immaginato che il Sacro Cuore fosse così popolare. Eppure è la laica Francia che avrebbe costruito il grandioso tempio del Sacré coer su una collina di Parigi, che io non ho mancato di visitare.

  1. E che ruolo ha avuto invece nel suo percorso di fede la figura di Maria Santissima? È come è cresciuto nel tempo il suo rapporto con la Vergine Maria?

La risposta a questa domanda riempirebbe un libro, perché la presenza di Maria nella mia vita ha avuto un ruolo  determinante  in tutte le mie decisioni più importanti. Incomincio col dire che la devozione mariana mi è stata instillata nel cuore da mia madre Maria e che è andata crescendo in tutto  il mio cammino sacerdotale, tanto da poter dire che parlo con la Madonna giorno e notte. A volte mi chiedo se Gesù non ne sia un po’ geloso, ma poi mi rassicuro velocemente. Vivo il mio Sacerdozio al servizio di Gesù facendomi tenere per mano da Maria. Le sono infinitamente grato per come mi ha sempre guidato proteggendomi dalle insidie del maligno e chiamandomi al suo servizio nella straordinaria mariofania di Medjugorje. Da quando ho avuto la grazia di andare in pellegrinaggio in questo paesino dell’Erzegovina, ho stretto con la Madonna un patto di fede e di amore che mi ha accompagnato per il resto della mia vita.

  1. Quando ha capito che la sua missione sarebbe passata attraverso la radio? Cosa ha percepito come chiamata specifica all’evangelizzazione mediatica?

E’ stato il mio pellegrinaggio a Medjugorje nel marzo 1985 che mi ha fatto incontrare Radio Maria, un’emittente parrocchiale di Erba (CO), che trasmetteva i Messaggi della Regina della pace, che allora venivano dati ogni Giovedì. Fu per me un’occasione per fare alcune trasmissioni di spiritualità e  di rendermi conto quale capacità abbia la Radio di intercettare le persone in casa, in macchina e ovunque si trovino, anche negli ospedali e nelle carceri. Successivamente, nel Gennaio 1987,  si è formata l’Associazione Radio Maria, con un gruppo di persone devote della Regina della pace, che ha rilevato la Radio Parrocchiale con il pensiero di farne un’emittente mariana. Il Presidente dell’Associazione Radio Maria, Emanuele Ferrario un imprenditore di Varese,  venne a parlarmi nella mia Parrocchia di San Giuseppe Calasanzio a Milano, invitandomi a partecipare all’impresa che aveva in mente. La proposta aveva il suo fascino ma anche le sue difficoltà. Io sentivo che la Madonna mi chiamava e alla fine ottenni il permesso dei miei Superiori, prima per un anno e poi rinnovato a tempo indeterminato,  ad entrare nell’Associazione come Direttore della radio  e come membro del Direttivo. Ci mettemmo subito al lavoro, il presidente Ferraio per il settore tecnico-amministrativo, il sottoscritto per la elaborazione dei programmi e la ricerca dei conduttori, una giovanissima Roberta come tutto fare in Regia e un gruppo di volontari che crescevano ogni giorno fino a riempire le 24 ore di trasmissione. In poco tempo abbiamo costruito un’emittente originale che stupiva e piaceva, fino a diventare un radio nazionale fra le più ascoltate. I pilastri del palinsesto erano già quelli di adesso: otto ore su 24 di preghiera – evangelizzazione – cultura cristiana- promozione umana. Radio Maria si è subito distinta nel panorama radiofonico per la sua identità cattolica, il carattere popolare, la partecipazione del pubblico ai programmi e le dirette di preghiera  con  le parrocchie, i monasteri, le carceri ed altre realtà, mediante la folta rete degli studi mobili. Tuttavia ciò che la distingueva dalle altre emittenti del mondo cattolico era il suo rapporto con Medjugorje e la diffusione dei Messaggi della Regina della pace. Un tema questo al quale io mi sono molto applicato. Infine, un caratteristica che rende unica Radio Maria nel panorama del mass media, è il suo rifiuto della pubblicità per non disturbare la programmazione e l’ascolto, affidandosi alla generosità del pubblico  per quanto riguarda il sostegno delle spese.

  1. Come descriverebbe oggi la missione originaria di Radio Maria e come è cambiata nel tempo fino a diventare una realtà mondiale?

Radio Maria è nata dalle apparizioni  e dai messaggi della Regina della pace a Medjugorje. Il gruppo di che ha formato l’Associazione  fin dal principio erano pellegrini di Medjugorje e la struttura del palinsesto riflette questa fonte originaria. Radio Maria è uno strumento della Regina della pace per realizzare il suo piano di salvezza da Fatima a Medjugorje e per il trionfo finale del suo Cuore Immacolato. Per questo la Madonna ci ha aiutato a diffondere Radio Maria nei cinque continenti con 130 sedi trasmissione in 83 lingue, 730 milioni di persone e 1023 Diocesi raggiunte dal segnale di radiofrequenza di Radio Maria in tutto il mondo. Questa impostazione corrisponde al carisma originario di Radio Maria e che concretamente si estende a tutte le Radio Maria del mondo nell’impegno di trasmettere i Messaggi della Regina della pace ai propri ascoltatori. Nonostante questa straordinaria estensione e le caratteristiche di ogni popolo e nazione, tutte le Radio Maria del mondo sono molto unite, grazie a una organizzazione capillare, che consente quotidiani scambi di idee e di proposte e che fa capo alla “Famiglia mondiale di Radio Maria”, un’ associazione con sede operativa a Erba e legale a Roma,  che unisce tutte le Radio Maria del mondo e attualmente guidata dal Presidente Vittorio Viccardi.

  1. Che valore ecclesiale ritiene che abbia Radio Maria e la sua significatività come presenza cristiana nel mondo della comunicazione?

Radio Maria ha come suo valore specifico uno stretto rapporto con la Chiesa cattolica e il Papa. Fin dall’inizio abbiamo istituito una Sede a Roma, proprio nei pressi di Piazza San Pietro, per avere un rapporto Diretto con la Santa Sede.  Il Presidente Ferrario ed io siamo stati ricevuti più volte in Udienza dai vari Papi e una volta tutte le delegazioni di Radio Maria hanno incontrato in una Udienza particolare nella sala Clementina Papa Fancesco, che ci ha rivolto un bellissimo discorso. Tuttavia la presenza della Chiesa in Radio Maria è assicurata dal Direttore di ogni sede, che deve essere un Sacerdote proposto dal suo Vescovo o Superiore religioso. Questo punto del nostro regolamento crea uno stretto rapporto con la Chiesa gerarchica, che in pratica fa di Radio Maria un  servizio ecclesiale, benché tutto il peso della organizzazione tecnica e amministrativa sia sulle spalle delle varie associazioni. Il nostro slogan fin dal principio è stato quello di andare ovunque la Chiesa ci chiami. Nel mondo della comunicazione Radio Maria rappresenta una novità positiva e ovunque bene accolta. Alla fine siamo presenti dappertutto, anche nei luoghi più impossibili, perché il nome di Maria e i programmi della sua Radio portano pace e serenità.

  1. Il volontariato è da sempre una colonna portante di Radio Maria. Che cosa rappresenta per lei questa scelta e che testimonianza offre alla comunità cristiana?

I volontari che supportano Radio Maria nel mondo sono cica 30 mila, un vero esercito che si è formato ovunque,  anche  dove il volontariato è sconosciuto. La molla che motiva il servizio volontario  a Radio Maria è l’amore per la Madonna e la consapevolezza che il nostro impegno è necessario per realizzare il suo piano di salvezza. La Regina della pace infatti in più occasioni ci ha rivolto questo bellissimo invito: “Aiutatemi ad aiutarvi”. Come non ascoltarla? I volontari sono operativi in diversi settori, ma in modo particolare in quello delle trasmissioni e negli studi mobili. Questa mobilitazione del volontariato è una possibilità straordinaria per la Chiesa, in vista di una nuova evangelizzazione di cui il mondo di oggi ha bisogno

  1. Perché la Vergine Maria è indispensabile per la vita della Chiesa sempre, ma in particolare oggi? Aver dedicato la Radio a lei immagino sia una scelta che affonda le sue ragioni in una lettura di fede: quale?

Una lettura alla luce della fede del momento storico attuale  riguarda la grande profezia mariana che va da Fatima a Medjugorje  e che illumina il secolo scorso e l’inizio del Nuovo Millennio. Questo squarcio di tempo, come ha ben compreso Giovanni Paolo II,  riflette il capitolo XII dell’Apocalisse, con l’attacco del drago alla Chiesa e all’opera della creazione e della redenzione. Infatti ciò che c’è in discussione  oggi è la stessa fede cristiana e il futuro di un mondo a rischio di autodistruzione. La Regina della pace, incoronata di Dodici stelle come la Donna dell’Apocalisse, è intervenuta in soccorso della Chiesa e la guiderà fino al trionfo del suo Cuore Immacolato. E’ fondamentale comprendere la missione di Maria in questo passaggio storico, che la vede direttamente impegnata, come inviata da suo Figlio, contro “Satana sciolto dalle catene”, che tenta di distruggere l’opera della creazione e della redenzione. Questa visione è perfettamente in linea con la concezione cristiana della Storia della salvezza che prevede, nella sua fase finale, il tentativo delle “Porte dell’inferno” di prevalere e di dar scacco a Dio e all’opera mirabile della sua misericordia. La Madonna ha il compito di guidare la Chiesa in questo primo combattimento degli “Ultimi tempi”,  che porterà il mondo a un tempo di pace e di prosperità, come afferma la stessa Regina della pace. Non siamo quindi nella prospettiva della fine del mondo, ma in quella del primo grande combattimento escatologico dell’Apocalisse, illuminato dalla Donna vestita di sole e incoronata di dodici stelle, come è appunto Colei che appare a Medjugorje.

  1. A Medjugorje la Madonna richiama ai pilastri fondamentali della vita cristiana. Quali sono, secondo lei, quelli che sarebbe più urgente diffondere nel tempo che viviamo?

La Regina della pace ha detto che il suo più importante messaggio a Medjugorje è quello della conversione. Si tratta infatti di riportare a Cristo i paesi di antica cristianità che, come Lei dice,  hanno rifiutato la fede e la Croce. Non vi è dubbio però  che il messaggio sul quale la Madonna ha insistito di più è quello  della preghiera. A questo riguardo noi abbiamo nella Parrocchia di Medjugorje un modello al quale tutte le Parrocchie  dovrebbero ispirarsi. Si tratta di una preghiera continua che riempie il giorno e la notte e che dalla chiesa parrocchiale  si estende nella grande piana circondata da colline sassose, dove la gente si arrampica con la corona in mano e non di rado a piedi scalzi. La preghiera a Medjugorje è unica al mondo ed è ciò che la Madonna vuole per tutta la Chiesa.  Per questo motivo la preghiera occupa un terzo dei programmi di Radio Maria. La gente prega volentieri perché la preghiera alimenta la fede, rasserena il cuore e fortifica nei momenti difficili.

  1. I “segreti” di Medjugorje alimentano speranze ma anche interrogativi. Come aiutare i fedeli a viverli nella fede e non nella paura? E che dire a coloro che, anche se credenti, li guardano con malcelato scetticismo?

I Segreti di Medjugorje sono il fine ultimo di queste lunghe apparizioni, che sono anche le ultime, come ha detto la Madonna. Attraverso di essi infatti trionferà il suo Cuore Immacolato e il mondo avrà un tempo di pace. La loro peculiarità è che gli eventi dei dieci Segreti verranno resi noti ognuno tre giorni prima.  La Madonna al riguardo esorta alla speranza con parole che non lasciano dubbi. “ Non temete il futuro e non abbiate paura”. La Madonna esorta alla conversione prima che i Segreti accadano. Personalmente  ho dedicato molti libri e altrettanti trasmissioni in radio al tema dei Segreti perché rischiano di essere visti come  “punizioni” per i peccati del mondo che degli eventi di grande misericordia da parte di Dio. E’ vero che i Segreti, eccetto il terzo, sono eventi catastrofici provocati o dall’uomo ( guerre e persecuzioni alla Chiesa) o dalla natura ma, il fatto di essere rivelati tre giorni prima, danno la possibilità a chi crede di mettersi in salvo. Infatti di ogni segreto viene rivelato che cosa accade, dove accade, il momento in cui accade e quanto dura il fenomeno. In definitiva Dio, mediante i segreti, provoca una selezione fra chi crede e chi non crede, facendo dei segreti una prova della fede. Per questo la Madonna esorta a prepararsi prima ai segreti, mediante un cammino di fede, di preghiera e di conversione continua.

  1. Se un tempo forse le manifestazioni soprannaturali hanno permeato la vita della Chiesa in modo molto pervasivo, in questo tempo si percepisce su questi argomenti una forte prudenza. La ritiene una giusta precauzione o c’è il rischio di una cautela perfino eccessiva? Anche l’esperienza di fede di Medjugorje ha dovuto scontare resistenze e scetticismi anche interne alla Chiesa.

Anche dopo il “Nulla Osta” di Papa Francesco molti nella Chiesa sono rimasti scettici. La Madonna ha dato l’appuntamento al terzo Segreto, un Segno bellissimo, indistruttibile, durevole, che viene dal Signore e che comparirà sulla collina delle prime apparizioni. E’ in quel momento che la Chiesa dovrà pronunciarsi sulla soprannaturalità di questo mirabile piano di salvezza di Maria. La Madonna conosce benissimo la situazione spirituale del nostro tempo,  nel quale regna una chiusura preconcetta riguardo  alle manifestazioni soprannaturali”. E’ la conseguenza dell’ideologia modernista, già bollata con parole di fuoco da Pio X, nella quale il santo Papa aveva visto la negazione della totalità della fede. Possiamo dire che il Modernismo oggi ha vinto la sua battaglia portando al “rifiuto della fede della Croce” gran parte dei paesi di antica cristianità, come ha detto la Madonna. E’ impressionante come la Regina della pace abbia dato i suoi Messaggi più severi proprio contro il Modernismo,  col quale “satana vi devia e vi mette sulla sua via”. Negli insegnamenti della Madonna è questo il nemico più insidioso per la fede, perché  esclude le realtà soprannaturali  in via di principio. Questo tipo di mentalità ha pian piano permeato anche i credenti,  rendendoli diffidenti ai miracoli e alle apparizioni e quindi corrodendo la fede fin dalle fondamenta. Per questo la Madonna ha promesso un segno sulla collina delle prima apparizioni che non è manufatto, che non viene dalla natura, ma che viene dal Signore. Eppure, ha ammonito, “molti verranno, si inginocchieranno, ma non crederanno”. La Chiesa però dovrà pronunciarsi sulla soprannaturalità di questo segno del terzo segreto, che precede i sette flagelli dell’Apocalisse.

  1. Papa Francesco ha parlato di una “guerra mondiale a pezzi”. Papa Leone XIV ha detto che la guerra è una tragedia che amplifica i problemi invece di risolverli. Eppure il mondo pare aver smarrito la tensione alla pace come bene primario. Come valorizzare di più il messaggio di pace di Medjugorje dentro questo scenario e come interpella la Chiesa come anima della società?

La Madonna ci invita a fare la pace con Dio, mediante la conversione, la fede e la preghiera. In questo la Chiesa può fare molto. Man mano che gli uomini ritornano al Dio della pace e dell’amore imparano a vivere in pace fra di loro. Tuttavia l’insegnamento che viene da Medjugorje è l’importanza irrinunciabile della preghiera per fermare le guerre. Al riguardo la Madonna ha dato messaggi indimenticabili , che noi cattolici dovremmo prendere più sul serio. Lei ha detto che con la preghiera e il digiuno si possono fermare le guerre per quanto violente esse siano”. Il motivo di questa affermazioni, alle quali il mondo di oggi non crede affatto, è da ricercare in chi c’è dietro la guerra. Al riguardo la Madonna ci indica l’azione di Satana che “vuole l’odio e vuole la guerra” e che a questo fine “scardina i cuori” uno ad uno. Ora satana lo si affronta come ha fatto Gesù nel deserto, col  digiuno e la preghiera. All’inizio  della sanguinosa guerra di Bosnia, con quattrocentomila morti su due milioni di abitanti, la Madonna aveva ammonito: “Quanto durerà questa guerra dipende dalla vostra preghiera.” Dopo due anni ribadiva lo stesso concetto: “ Questa guerra dura a lungo perché voi non pregate e vi siete allontanati dal mio cuore”.  All’inizio del quarto anno la Madonna ha preannunciato la fine della guerra con parole indimenticabili. ”Questa guerra sta per finire perché avete incominciato a pregare”. Questo è il messaggio di speranza che ci viene da Medjugorje mentre l’umanità sta scivolando stoltamente e irresponsabilmente verso un conflitto mondiale che potrebbe distruggerla.

Regno Unito e Galles, crescono le vocazioni

Non una svolta, ma comunque un momento di definizione, quello che vede il numero di vocazioni sacerdotali in Regno Unito e Galles in crescita

Di Andrea Gagliarducci

Londra , venerdì, 1. maggio, 2026 14:00 (ACI Stampa).

C’è una ripresa delle vocazioni sacerdotali in Inghilterra e Galles, sebbene non vi sia una svolta decisiva. E così l’arcivescovo Richard Moth, che da poco si è insediato a Westminster, ha inviato una lettera pastorale per il Mese di preghiera per le vocazioni, chiedendo a ogni parrocchia dedichi un momento speciale della Settimana per l’intenzione di avere nuovi sacerdoti, chiedendo – recita una preghiera preparata appositamente – di “scegliere tra i discepoli uomini disposti a servire generosamente la Chiesa come sacerdoti nella diocesi di Westminster”.

Lo stato delle ordinazioni in Inghilterra, come detto, è in ripresa. La diocesi di Southwark ha il numero più alto di seminaristi degli ultimi 12 anni, con nove uomini in formazione e altri sei che stanno valutando di entrare in seminario il prossimo anno.

Nel 2024, nelle diocesi di Inghilterra e Galles e nell’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham sono state registrate 22 ordinazioni sacerdotali, due in più rispetto all’anno precedente. Allo stesso tempo, in 10 delle 22 diocesi non si è registrata alcuna ordinazione nel 2024.

Secondo i dati dell’Ufficio Nazionale per le Vocazioni, nel 2024 sono entrati nel percorso di formazione al sacerdozio 25 nuovi candidati, il numero più alto dal 2020. L’età media di ingresso nel seminario diocesano era di 33,4 anni, mentre per l’anno propedeutico era di 29,1 anni.

Nel contesto delle vocazioni, gli ex membri del clero anglicano rappresentano un elemento cruciale. Un rapporto del Centro Benedetto XVI per la Religione, l’Etica e la Società indica che dal 1992 circa 700 tra ecclesiastici e religiosi anglicani sono stati accolti nella Chiesa cattolica, e gli ex anglicani hanno rappresentato quasi il 35% del totale delle ordinazioni diocesane e ordinariali in Inghilterra e Galles tra il 1992 e il 2024.

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta | Trump: «Probabile il ritiro delle truppe dall’Italia, non ci hanno aiutato. Sull’Iran tempesta ormai inevitabile»

di Redazione Online – Corriere della Sera – 1 Maggio 2026

Le notizie di venerdì 1 maggio sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, in diretta. Centcom, «bloccate 42 petroliere, per l’Iran perdita finanziaria di 6 miliardi di dollari»

  • Il 28 febbraio Usa e Israele hanno attaccato l’Iran. Uccisi Khamenei e decine di leader di governo. L’Iran ha risposto colpendo Israele, le basi Usa nel Golfo e i Paesi che le ospitano, bloccando il trasporto di petrolio nello Stretto di Hormuz e mobilitando Hezbollah in Libano
  • Il 23 aprile è stata annunciata una proroga al cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano iniziato il 17 aprile. La tregua potrebbe rappresentare un primo passo in avanti per un accordo tra Iran e Usa, ma i negoziati sono in stallo. Gli inviati Usa Witkoff e Kushner dovevano incontrare la delegazione iraniana a Islamabad, ma non sono partiti per il Pakistan: Trump li ha fermati
  • Dopo l’annuncio del cessate il fuoco Usa-Libano, l’Iran ha riaperto (e poi richiuso) lo Stretto di Hormuz. Trump ha precisato che il blocco navale Usa – in vigore dal 13 aprile e relativo solo a navi che navigano da/per porti iraniani – resta in vigore 
  • Il ministro iraniano Araghchi: «Valutiamo la richiesta di colloqui diretti con gli Usa». Putin lo riceve a San Pietroburgo. Rubio: «Non possiamo tollerare che Teheran gestisca Hormuz»

| 01 Maggio

Il punto della situazione, ad ora: Trump, la «tempesta inevitabile» e le parole sull’Italia

(Luca Angelini) «La tempesta è ormai inevitabile», tuona Donald Trump sul suo social Truth. Il posto degli americani è «in fondo al mare del Golfo Persico», si era premurato di far sapere, poco prima, Mojtaba Khamenei, l’invisibile Guida Suprema di un Iran la cui popolazione, racconta Greta Privitera, è sempre più allo stremo.

A Trump, i vertici del comando americano Centcom avrebbero presentato opzioni militari che includono piani per raid brevi, intensi e chirurgici, per piegare Teheran e costringerla a negoziare. Il regime si dice pronto a rispondere colpo su colpo, ma anche diversi esperti dubitano che questa strategia possa sbloccare lo stallo. L’ex generale americano Mark Kimmitt dice: «Credo che se ci aspettiamo che una breve serie di attacchi contro di loro li costringa a tornare ai negoziati alle nostre condizioni, dobbiamo ripensarci».

Commenta l’ambasciatore Giampiero Massolo: «Qui entra in gioco l’apoteosi della minaccia della forza, mista allo stupore che ad essa non corrisponda l’immediata resa della controparte iraniana. L’escalation verbale per evitare di far seguire i fatti (densi di rischi) alle parole. Inconcepibile per lui che non si ceda al più forte. In fondo, è la stessa logica applicata agli alleati europei: codardi da sanzionare, con sprezzo e ignoranza dei loro vincoli costituzionali e di bilancio. Sgrammaticature americane, certo. Ma è ancora la geopolitica a riproporsi. Il richiamo alla realtà. Davvero gli ayatollah credono di poter conservare a lungo il loro potere mentre l’Iran rischia la distruzione? E gli europei per quanto tempo ancora pensano di potersi estraniare da un conflitto che coinvolge la loro stabilità economica, energetica e sociale? La geopolitica ha le sue regole. Talvolta, fermarsi alle parole può far perdere il senso delle cose».

In ogni caso, anche ieri Trump ha trovato tempo e modo di attaccare pure i Paesi alleati, Italia inclusa. «Ha parlato della possibilità di ritirare alcuni soldati dalla Germania. Prenderebbe in considerazione di fare la stessa cosa con la Spagna e l’Italia?» – gli chiesto ieri sera una giornalista americana, durante una conferenza stampa-fiume di 50 minuti nello Studio Ovale. E Trump ha replicato: «Sì, probabilmente, perché non dovrei? L’Italia non è stata d’alcun aiuto. E la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile. Sapete, è la Nato». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, commenta: «Non capirei le ragioni di un ritiro».

Oggi dovrebbero scadere i 60 giorni dopo i quali il presidente dovrebbe chiedere l’autorizzazione al Congresso per continuare la guerra in base al War Powers Act; ma il capo del Pentagono Pete Hegseth ha sostenuto ieri al Senato che il conteggio dei 60 giorni si è interrotto per via del cessate il fuoco.

Ma è sul fronte libanese che la pressione si fa insostenibile: ieri, almeno 28 persone sarebbero state uccise nei raid aerei israeliani nel sud del Libano, segno che la guerra continua a correre. In un colloquio con Axios, Trump ha rivelato di aver chiesto a Benjamin Netanyahu di intraprendere solo azioni «chirurgiche», ammonendo: «Non abbattere edifici. Non può farlo. È terribile e fa fare brutta figura a Israele». Ma è lo stesso Trump che non perde occasione per richiedere al presidente israeliano, Isaac Herzog, di concedere a Netanyahu la grazia, definendolo un «eroe nazionale» ingiustamente perseguitato.

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1948

29 Aprile 2026 

Il testo che riportiamo è la seconda parte di quello pubblicato la settimana scorsa dedicato a Maria Mediatrice del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti, tratto dalla sua opera La Madonna secondo la fede e la teologia, vol. II: La singolare missione di Maria SS. (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953).

4. I protestanti e la mediazione mariana

Secondo i Protestanti, l’unica mediazione concepibile è quella di Cristo, ed è limitata alla persona di Lui, secondo l’affermazione di S. Paolo: «V’è un solo Dio ed un solo mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, il quale diede se stesso quale prezzo di riscatto per tutti» (1 Tim., 2, 5). Ciò posto, né Maria, né la Chiesa, né il sacerdozio possono partecipare all’azione mediatrice, essendo tutti valori estrinseci al mistero della mediazione, poiché non hanno altra funzione che di puri segni, atti a far conoscere e a gettar luce sull’unica mediazione di Cristo. Tale è la posizione del celebre teologo calvinista Carlo Barth (Die kirchliche Dogmatik, t. I, 3: Die Lehre vom Wort Gottes, ed. 3, Zollikon-Zurich, 1945, p. 160).

Anche il pastore protestante Max Thurian rimprovera alla mariologia cattolica di compromettere l’unicità della mediazione di Cristo. Il mariologo cattolico, secondo lui, si sente costretto a creare nuove mediazioni accanto a quella di Cristo perché questa non è stata da lui sufficientemente presa in seria considerazione. La Chiesa cattolica – egli dice – allontanandosi dalla cristologia del Concilio di Calcedonia, e spinta da un movimento irresistibile verso il docetismo [!..], sarebbe andata attenuando sempre più l’affermazione dell’umanità di Cristo. «Ella si arroga la parte che deve fare l’umanità di Cristo per la nostra salvezza»… «Gesù Cristo è troppo Dio, la sua umanità è troppo divinizzata per avere ancora qualche rapporto reale con la nostra. La dottrina della mediazione di Cristo riceve lì un grave colpo». Questo dogma – egli dice – non è certo abbandonato, ma è profondamente modificato; la mediazione – secondo la Chiesa cattolica – si opera per Cristo ma in Maria. Una mediazione più autentica viene ad aggiungersi – egli dice – ad una mediazione indebolita… e la cristologia diventa una «mario-cristologia». Una tale deformazione sarebbe dovuta al fatto che il cattolicesimo «sia in Oriente che in Occidente non ha mai potuto estirpare dalla sua teologia un fondamento monofisita eretico dell’Oriente cristiano» [!..]. Questa evoluzione continuerebbe anche oggi… (cfr. Le dogme de l’Assomption, in “Verbum Caro”, t. 5, a. 1951, p. 29-31 e 36).

Ciò non ostante, Max Thurian non limita affatto la mediazione alla sola persona di Cristo. Egli ritiene che la teologia cristiana è una dottrina della mediazione che si esercita sulla terra per mezzo del corpo di Cristo che è la Chiesa, col ministero della parola, dei sacramenti; mediazione dei fedeli con la testimonianza e l’intercessione, «mediazione di Maria, perciò, e dei santi nel Cristo, in tanto che hanno testimoniato e pregato». E conclude: «La negazione di qualsiasi altra mediazione all’infuori di quella di Cristo, anche una mediazione per mezzo di Lui ed in Lui, conduce… alla negazione della mediazione reale del Cristo-Dio». Non vi è dunque – secondo Thurian – una mediazione autentica senza il prolungamento di Cristo nello spazio e nel tempo. Thurian, come si vede, si allontana non poco dalla posizione di Barth e si avvicina non poco alla posizione cattolica.

Altrettanto, anzi, più ancora, ha fatto, sempre di recente, il teologo luterano Hans Asmussen, in un libro che sta facendo molto chiasso in Germania (Maria, die Mutter Gottes, ed. 2, Stuttgart, 1951, p. 5, 46, 50, 51). Egli dichiara di voler prendere sul serio il titolo di «Madre di Dio». Orbene, prendere sul serio la maternità divina significa prendere sul serio la «grazia». A torto – egli dice – il Protestantesimo si immagina a volte che nell’opera della mediazione la semplice antinomia di Dio-Uomo basti a spiegar tutto. I testi neotestamentari che trattano della grazia – osserva Asmussen – presentano un aspetto del tutto diverso delle cose (II Petr., 1, 4; I Giov., 1, 7; 2, 2). Se la grazia è, innanzitutto, la benevolenza divina, poi un dono di Dio, essa è finalmente nelle mani degli uomini, amministrata dagli apostoli. È qui che si constata l’insufficienza della suddetta antinomia. Nella sua funzione ecclesiastica l’uomo può trovarsi dal lato di Dio di fronte ad altri uomini. Nella scala del valore del regno di Dio, gli uomini non sono tutti uguali. Visti dal mondo, Dio e i suoi santi formano una certa unità. Quest’ordine voluto da Dio è una realtà che noi dobbiamo riconoscere nei santi, nella Chiesa, in Maria. La Chiesa come tale non può essere posta fra le categorie del profano e del puro umano. Dio l’ha posta in un lato particolare del suo piano provvidenziale, le ha confidato il compito di amministrare la grazia. La Chiesa deve agire con la piena coscienza di questo fatto. Appartiene egualmente alla Chiesa di riconoscere la parte e il luogo di Maria nel suo seno. Maria, ai nostri occhi, è unicamente un oggetto, o saremo noi autorizzati a vedervi un soggetto, un essere che, dall’alto dei cieli, guarderebbe il mondo ed esporrebbe il suo pensiero dinanzi al trono di Dio? Asmussen ammette che Maria è mediatrice, pur respingendo nettamente la posizione attribuita, su tale questione, alla teologia cattolica, poiché tutto ciò che compromette la mediazione di Cristo è intollerabile.

Ma il rifiuto di questa mediazione che pone un altro mediatore tra Cristo e noi non implica il rifiuto di qualsiasi mediazione. Ogni vita cristiana, secondo la Scrittura, comporta un elemento sacerdotale; ed ogni sacerdozio comporta l’idea di mediazione. «Colui che è sacerdote e mediatore non può essere posto puramente e semplicemente dal lato di Dio o dal lato degli uomini. Egli, al contrario, rappresenta Dio dinanzi agli uomini e rappresenta gli uomini dinanzi a Dio». Se ciò si verifica per qualsiasi cristiano, non si verificherà, con maggior ragione, per Maria? Ma ciò suppone, ben inteso, la possibilità di una mediazione in Cristo con l’esclusione di ogni mediazione al fianco dell’unico mediatore (ossia, collaterale a quella di Cristo). Questa mediazione in Cristo ci rivela specialmente che l’opera redentrice non è rimasta senza frutto. È perciò in qualità di eminente discepola di Cristo che la Madre di Dio partecipa alla mediazione di Lui. Dio è potente nei suoi santi. È evidente, in Asmussen, l’allontanamento dalla posizione dei vecchi Protestanti che si riflette in modo così vivo in Carlo Barth, e l’avvicinamento alla posizione cattolica. Da rilevare che Asmussen è seguito in ciò da Guglielmo Staehlin, vescovo luterano di Oldenburg (Fren dich, Begnadete, Cassel, 1950) e da non pochi altri.

5. In qual senso si dà a Maria SS. il titolo di «Mediatrice»

La mediazione che noi si attribuisce alla Vergine SS. non è e non può essere una mediazione principale, indipendente, per sé stessa sufficientemente ed assolutamente necessaria, qual è quella di Cristo; ma è una mediazione secondaria, subordinata, per sé stessa insufficiente e soltanto ipoteticamente necessaria (ossia, necessaria in seguito alla libera disposizione di Dio). Siamo quindi lontani mille miglia dall’attribuire alla Vergine SS. il titolo di Mediatrice nel senso stesso in cui si attribuisce il titolo di Mediatore a Cristo (come suppone il Widenfend); e tanto meno dal sostituire Maria Mediatrice a Cristo Mediatore (come suppongono gli Anglicani). Maria è Mediatrice con Cristo; ma mentre Cristo è Mediatore principale, Maria è Mediatrice dipendente da Cristo, subordinata a Cristo; mentre Cristo è Mediatore per sé stesso sufficiente, Maria è Mediatrice per sé stessa insufficiente; mentre Cristo è il Mediatore (nell’ordine presente) assolutamente necessario, Maria è la Mediatrice ipoteticamente necessaria, ossia in seguito alla libera disposizione divina. Esiste dunque una distanza enorme tra Cristo Mediatore e Maria Mediatrice, distanza che va rispettata e in nessun modo va accorciata o, peggio ancora, semplicemente bruciata, come fanno i nostri avversari allorché osano rimproverare ai cattolici il titolo di Mediatrice dato da loro alla Vergine SS.ma.

Ciò premesso, veniamo alle prove, tratte dal magistero ecclesiastico, dalla S. Scrittura, dalla Tradizione e dalla Ragione.

6. Le prove

a) L’insegnamento del magistero ecclesiastico. In vari documenti, anche solenni, il magistero ordinario della Chiesa attribuisce alla Vergine SS. il titolo di Mediatrice, nel senso già da noi determinato. Così, per es., Leone XIII chiamava la Vergine SS. «degna ed accettissima Mediatrice presso il Mediatore» (Fidentem piumque, t. 5, p. 90); insegna che Iddio, con benignissima misericordia, ci ha provveduti della Mediatrice (Iucunda semper, t. 4, p. 132). Pio XI chiama la Vergine SS. «Dispensatrice e Mediatrice della grazia» (Miserentissimus Redemptor, AAS, 1928, p. 148).

Il magistero ordinario ecclesiastico, oltre ad usare il titolo di Mediatrice, afferma anche ed insegna esplicitamente l’alto ufficio da esso significato, ossia il principio di associazione di Maria SS. a Cristo in tutta l’opera della mediazione. Questo grande principio lo troviamo particolarmente inculcato nelle Encicliche di Leone XIII. Così, per es., la Vergine SS. viene chiamata consorte del Figlio (consors), ossia partecipe della medesima sorte o missione del Figlio, nella lettera Supremi Apostolatus (t. 2, p. 216), nella Costituzione Ubi primum (t. 5, p. 292) e nella Lettera Iucunda semper (t. 4, p. 122).

b) L’insegnamento della S. Scrittura. La S. Scrittura ci presenta costantemente la Vergine SS. come associata al Mediatore in tutta l’opera sua. Nell’oracolo genesiaco (Gen. 3, 15) – come viene dichiarato nella Bolla Ineffabilis – la Vergine SS. ci appare indissolubilmente congiunta a Cristo Mediatore nella lotta e nel trionfo sul serpente infernale. Possiamo dunque asserire che il principio di associazione della Mediatrice al Mediatore sia formalmente rivelato, quantunque in modo implicito, nel testo genesiaco del Protovangelo, e perciò possiamo dichiararlo prossimo alla fede.

L’opera mediatrice, quindi, va attribuita tutta, e non in parte soltanto, quantunque in modo diverso, a tre cause, non già coordinate, ma subordinate, di modo che la seconda di esse non agisca che per influsso della prima, e la terza per influsso delle altre due. Queste tre cause, nell’opera completa della mediazione, sono: Dio, Cristo e Maria: Dio causa prima; Cristo, Mediatore principale e perfetto; Maria, Mediatrice secondaria e subordinata. La mediazione, quindi, in tutta l’estensione del termine e sotto tutti i suoi aspetti, va attribuita tutta a Dio, causa prima, tutta a Cristo, Mediatore principale, e tutta a Maria, Mediatrice secondaria e subordinata, e non già parte a Dio, parte a Cristo e parte a Maria.

c) L’insegnamento della Tradizione. La Tradizione, intorno alla Vergine SS. associata come Mediatrice a Cristo Mediatore, è davvero lussureggiante. Sia in Oriente che in Occidente, ci imbattiamo in innumerevoli passi di Padri e di Scrittori ecclesiastici nei quali il titolo di Mediatrice vien dato alla Vergine SS. non solo in modo implicito ma anche in modo esplicito, nel senso già da noi dichiarato.

Tra gli Orientali, basti nominare sant’Efrem, sant’Epifanio, san Proclo, Basilio di Seleucia, Antipatro di Bostra, sant’Andrea di Creta, san Germano di Costantinopoli, san Giovanni Damasceno, san Tarasio, san Teodoro Studita, Giorgio di Nicomedia, Fozio, Costantino VII Porfirogenito, Giovanni Geometra, Giovanni Eucaitense, Giacomo Monaco, Neofito Monaco rinchiuso, Germano II di Costantinopoli, Isidoro di Tessalonica, Gregorio Palamas, Nicolò Cabasilas e Teofane Niceno.

Tra gli Occidentali ci limitiamo a nominare Paolo Warnefrido Diacono, san Pier Damiani, Rodolfo Ardente, Guiberto abate, sant’Anselmo di Canterbury, Eadmero, Ermanno abate, san Bernardo, Guerrico abate d’Igny, Goffredo d’Admont, Riccardo di S. Vittore, Adamo Scoto, Pietro di Celle, Filippo di Harveng, Enrico di Castro Marsiaco, Baldovino di Canterbury, Giovanni Algrino, Pietro di Blois, Assalonne Springkirch bacense, Adamo di Perseigne, Elinando da Monte Freddo, Guglielmo da Parigi, sant’Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura, Corrado da Sassonia, Giacomo da Varazze, Raimondo Giordano, Raimondo Lullo, Giovanni Gersone, Giovanni Rusbroch, Bernardino de Bustis, san Lorenzo Giustiniani, Tommaso da Kempis, sant’Antonino di Firenze e Dionisio Certosino.

Re Carlo, il testo dello storico discorso davanti al Congresso Usa: battute, storia, frecciate, ecco perché è un capolavoro

di Luigi Ippolito – Corriere della Sera – 29 Aprile 2026

Carlo si dimostra sempre più un re «politico»: in fondo, il vero ministro degli Esteri della Gran Bretagna. E le parole di questo suo storico discorso – in cui, tra una battuta e un riferimento storico, nulla risparmia a Trump – ne sono la prova

(Luigi Ippolito, corrispondente da Londra) Carlo è sempre stato un «animale politico»: e quanto accaduto ieri, durante la visita di Stato negli Usa, lo ha dimostrato ancora una volta. Dal discorso al Congresso alle battute alla cena, non ha saltato un tema: Nato, Ucraina, clima. C’era di tutto e di più. E soprattutto, una sfilata di richiami a Trump: che però non ha battuto ciglio, anzi. Il che dimostra che – in fondo – è Carlo il vero ministro degli Esteri del Regno Unito, il diplomatico in capo, l’uomo delle missioni impossibili. Il suo potrebbe essere un regno breve, ma sta dando una svolta: mai così prima la monarchia era stata l’arma (non) segreta di Londra. Con buona pace dei repubblicani. Ecco il testo integrale del discorso al Congresso.

Signor Vicepresidente, Signor Speaker, membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano di tutti gli Stati, territori, città e comunità,

vorrei cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore concessomi di rivolgermi a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in quest’anno che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.

Per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati strettamente intrecciati. Come disse Oscar Wilde, ormai abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua.

Ci incontriamo in tempi di grande incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si fa sentire in ogni ambiente, da un capo all’altro dei nostri Paesi.

Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di colpire la leadership della vostra nazione e di fomentare paura e discordia ancor più ampie. Permettetemi di ribadire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non avranno mai successo.

A prescindere dalle nostre differenze, a prescindere dai disaccordi, restiamo uniti nel nostro impegno nel difendere la democrazia, nel proteggere i nostri cittadini da ogni danno e nel rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la propria vita al servizio dei nostri Paesi.

Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i nostri popoli abbraccia non soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli.

È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella nostra linea di sovrani a studiare con quotidiana attenzione gli affari dell’America. Vengo quindi qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano, per promuovere la libertà e i più sacrosanti diritti.
Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe anch’essa questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi.

Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.

Re Carlo III al Congresso Usa: «Tempi di grande incertezza, sfide sono immense»

Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora una tradizione antichissima e prendiamo in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite piuttosto bene, al punto che spesso non desidera andarsene. Non so, Signor Speaker, se vi siano volontari per questo ruolo qui oggi.

Guardando indietro nei secoli, Signor Speaker, emergono alcuni schemi, alcune verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare sul fatto che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima istanza.

In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro Congresso, «nessuna tassazione senza rappresentanza», innescò un disaccordo fondamentale tra noi ma, al contempo, stabilì un valore democratico condiviso che avete ereditato da noi.

La nostra è una partnership nata dal dissenso, ma non per questo meno forte. Forse, con questo esempio, possiamo vedere che le nostre nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, prodotto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui ancora oggi affonda la nostra governance.

Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di collaborare. E perbacco, Signor Speaker, quando siamo andati di comune accordo, quali grandi cambiamenti ne sono derivati, non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.
È proprio questo, a mio avviso, l’ingrediente speciale del nostro rapporto. Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, il legame di parentela e identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile.

Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia ventesima visita negli Stati Uniti e la prima come Re e capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o ciò che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare «Una storia di due Giorgio»: il primo presidente, George Washington, e il mio bisnonno di quinta generazione, re Giorgio III. Re Giorgio, come sapete, non mise mai piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte di qualche astuto intervento di retroguardia.

I Padri Fondatori furono ribelli audaci e visionari, guidati da un ideale. Duecentocinquant’anni or sono o, come diciamo nel Regno Unito, appena l’altro giorno, dichiararono l’indipendenza, destreggiandosi tra forze contrastanti e infondendo vigore alla diversità. Unirono tredici colonie disparate per forgiare una nazione sull’ideale rivoluzionario di vita, libertà e ricerca della felicità. Portarono con sé e svilupparono la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come idee che risalivano ancora più indietro, al diritto comune inglese e alla Magna Carta.

Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.

La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu soltanto il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma anche lo spunto di molti dei principi ribaditi, spesso quasi parola per parola, nel Bill of Rights americano del 1791.

E queste radici affondano ancora più indietro nella storia. La U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri.

È per questo che a Runnymede, lungo il Tamigi, si trova una pietra nel luogo in cui la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.

Illustri membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, che rappresentano il mosaico vivente degli Stati Uniti in entrambi i nostri Paesi.

E sono proprio le nostre società, vivaci, diverse e libere, a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che oggi purtroppo travagliano entrambe le nostre realtà.

E inoltre, Signor Speaker, per molti qui presenti e per me stesso, la fede cristiana è un saldo punto di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte. Attraverso di essa, sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, e mio auspicio, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo fermare la trasformazione degli aratri in spade.

Siamo ancora nel tempo della Pasqua, la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza. Credo con tutto il cuore che l’essenza delle nostre due nazioni risiede nella generosità di spirito e nel dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna.

L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è davvero unica, e tale alleanza fa parte di ciò che Henry Kissinger descrisse come la visione ispirata di Kennedy: una partnership atlantica basata su due pilastri, Europa e America.

Quella partnership, Signor Speaker, è oggi più importante che mai, ne sono profondamente convinto.

Il primo sovrano britannico regnante a metter piede in America fu mio nonno, re Giorgio VI. Egli visitò il Paese nel 1939 insieme alla mia amata nonna Elisabetta, la Regina Madre. In Europa avanzavano le forze del fascismo e, poco tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.

Oggi viviamo in una nuova era, ma quei valori persistono. È un’epoca che, per molti aspetti, appare più instabile e più pericolosa del mondo al quale la mia defunta madre si rivolse in quest’aula nel 1991.

Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo scenario imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi sui successi del passato né dare per scontato che i principi fondamentali semplicemente perdurino nel tempo.

Come ha affermato il mio primo ministro il mese scorso, la nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni, ma occorre continuare a costruirvi sopra.
Il rinnovamento oggi inizia dalla sicurezza. 

Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. È per questo che il nostro Paese, per prepararsi al futuro, ha varato il più grande stanziamento di fondi per la difesa dai tempi della Guerra Fredda, durante parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il principe Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno re Giorgio VI, del mio prozio Lord Mountbatten e del mio bisnonno re Giorgio V.

Quest’anno, naturalmente, segna anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Quell’attentato segnò un momento decisivo per l’America, e il vostro dolore e il vostro shock furono avvertiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così tragica.

Siamo stati al vostro fianco allora, e lo siamo anche oggi, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.

Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo Cinque e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alzò la voce all’unanimità contro il terrorismo, abbiamo risposto insieme all’appello, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo, fianco a fianco, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e altri momenti che hanno segnato profondamente il nostro impegno condiviso per la sicurezza.

Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo valoroso. È necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura.

Dalle profondità dell’Atlantico alle calotte glaciali dell’Artico che si stanno drammaticamente sciogliendol’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al cuore della NATO: siamo tutti coinvolti nella difesa reciproca, nella protezione dei nostri cittadini e dei nostri interessi, nel mantenere in sicurezza gli americani e gli europei dagli avversari comuni.

I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza sono strettamente consolidati attraverso relazioni misurate non in anni, bensì in decenni.

Re Carlo III e la Regina Camilla alla Casa Bianca per la cena di stato con Donald e Melania Trump

Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il personale britannico serve con pari orgoglio in 30 Stati americani. Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il programma di sottomarini più ambizioso della storia, AUKUS. E lo facciamo in collaborazione con l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere sovrano.
Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per sentimentalismo, sia ben chiaro. Lo facciamo perché esse rafforzano la resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire.

Se i nostri ideali comuni sono stati cruciali per garantire libertà ed uguaglianza, essi rappresentano anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la risoluzione delle controversie e l’imparzialità della giustizia: queste caratteristiche hanno creato le condizioni che per secoli hanno favorito la crescita economica senza pari nei nostri due Paesi.

È per questo che i nostri governi stanno siglando nuovi accordi economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro. Le nostre nuove partnership nella fusione nucleare e nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di nuovi farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite umane.

Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi annuali in continua crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, a sostegno delle nostre economie.

Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le generazioni che verranno. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e negli scambi culturali rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi. La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e della cui associazione sono orgoglioso di essere patrono, è emblematica del legame tra i nostri due Paesi. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300 borse di studio, aprendo le porte ad americani di ogni estrazione per studiare nelle principali università del Regno Unito.

Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa per la tutela della natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.

Per millenni, molto prima che le nostre nazioni esistessero, prima che fosse tracciato qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano un’unica catena continua, forgiata nell’antica collisione dei continenti.

Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono un patrimonio davvero unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa vocazione. Leader indigeni, politici e civili, abitanti delle comunità rurali e delle città, hanno contribuito a proteggere e custodire ciò che il presidente Theodore Roosevelt definì la «gloriosa eredità» dello straordinario splendore naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua prosperità.

Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi naturali critici, che minaccia molto più dell’armonia e della diversità essenziale della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi naturali — in altre parole, l’economia della natura — costituiscono la base della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.

La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e partnership straordinaria. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più significative della storia umana.
Mi auguro con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo, e che respingiamo con determinazione gli appelli sempre più insistenti a ripiegarci su noi stessi.

Signor Speaker, Signor Vicepresidente, illustri signore e signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come fin dall’indipendenza. Ma le azioni di questa grande nazione contano ancora di più. Il presidente Lincoln lo espresse molto bene nelle riflessioni del suo straordinario Discorso di Gettysburg: il mondo potrà prestare poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.

E così rivolgo un appello agli Stati Uniti d’America, nel vostro 250° anniversario, affinchè i nostri due Paesi si dedichino nuovamente l’uno all’altro nel servizio disinteressato dei nostri popoli e di tutti i popoli del mondo.

Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.

(Traduzione di Rita Baldassarre)

Il Card. Simoni questa mattina del Papa

97 anni, perseguitato nel suo Paese durante il regime comunista, in udienza di questa mattina, 27 aprile, con Papa Leone. “Un’atmosfera tutta gioia, tutta speranza, guardando il volto del Santo Padre, che rappresenta il volto di Gesù, per proclamare a tutti gli uomini la novella del Cielo, della pace e della fraternità e dell’amore per tutti i popoli del mondo”, racconta il Cardinale Simoni.

Arrestato nel Natale del 1963, è stato condannato prima a morte e successivamente ai lavori forzati nelle fogne di Scutari, esercitando poi clandestinamente il suo ministero fino alla caduta del regime comunista. Papa Francesco aveva ascoltato la sua testimonianza nel viaggio in Albania del settembre 2014, commuovendosi visibilmente fino alle lacrime per le parole di questo sacerdote che ha sempre definito un “martire vivente”. Nel 2016 Francesco lo aveva creato cardinale e ringraziandolo per questa testimonianza “che fa bene alla Chiesa”.

“Certamente è stata una grazia speciale che mi ha dato lo Spirito Santo e anche il Santo Padre per proclamare insieme, per tutti i popoli del mondo, la pace che vien dal Cielo, dolcissima pace, la gioia spirituale e la gioia della resurrezione. E tutto è qui: la fede con la resurrezione avrà la felicità eterna che Gesù ha preparato versando tutto il suo sangue per tutti gli uomini del mondo e di tutti i secoli”.

Speciale il dono che il cardinale ha portato al Pontefice : “Arrivando dall’Albania in Italia, il pensiero è per i martiri”: “la croce e una reliquia dei martiri albanesi che hanno dato la vita per la fedeltà, per l’amore a Gesù, per la salvezza del popolo di Albania, per guardare tutti gli uomini il sorriso del Cielo”.

La cortina elettronica del XXI secolo fra ‘internet orientale e occidentale’

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Aprile 2026

Il filosofo russo Epstein parla di nuova “cortina di ferro” elettronica e digitale. Al crollo del sistema totalitario sovietico emerge un sistema virtuale immenso e avvolgente. Il muro odierno non è facilmente controllabile da un centro di potere assoluto. Si cerca di tappare i buchi e interrompere le connessioni. Lo sfidante di Putin non è più Naval’nyj, ma Durov, fondatore di Telegram.

Come commenta il filosofo e scrittore russo Mikhail Epstein su Radio Svoboda, nel passaggio di millennio siamo passati dalla sigla CCCP (o SSSR in lettere latine, la sigla dell’Urss) alla sigla WWW, quella dell’internet globale che ora si vuole dividere di nuovo in “internet orientale e occidentale”, la nuova “cortina di ferro” elettronica e digitale. Entrambe le abbreviature indicano specie diverse di unione di popoli e di concezioni del mondo, le S di Soyuz, Sotsializm, Sovety che indicano unione, condivisione e altre caratteristiche di comune generalizzazione, tipiche delle ideologie progressiste.

Quando il progetto SSS è crollato, è stato sostituito dal progetto WWW, World Wide Web, una ragnatela universale, Set na ves Sviet, “Rete per tutta la Terra”, come la interpreta Epstein, trasformando lo slogan socialista in “Coscienze di tutti i popoli e di tutti i tempi, unitevi!”. In questo senso non stupisce che la storia della nascita di internet coincida con quella della disgregazione dell’impero sovietico, diventandone in qualche modo la continuazione cronologica. Finisce un sistema totalitario, e al suo posto si installa un sistema virtuale, altrettanto immenso e avvolgente, che non richiede sacrifici di sangue e persecuzioni in cambio della fraternità universale, non dei corpi, ma delle menti, non della vita, ma del pensiero.

Basti ricordare le aride righe dell’Enciclopedia Britannica: “Lo sviluppo del WWW è iniziato nel 1989 per mano di Tim Berners-Lee e dei suoi colleghi del Cern… Il primo browser web basato su testo è stato rilasciato nel gennaio 1992. Il browser web Mosaic è stato rilasciato nel settembre 1993; Netscape Navigator nel dicembre 1994”. In questi momenti cruciali della storia, le ultime vestigia del totalitarismo si intrecciano con i primi fili del World Wide Web. Proprio in quell’anno, il 1989, quando caddero la Cortina di Ferro e il Muro di Berlino, quando l’Europa orientale si liberò dalla dittatura sovietica e il sistema socialista globale crollò, venne creato il protocollo di rete, il linguaggio di comando utilizzato per trasmettere messaggi tra computer. Il gennaio del 1992 segna non solo il primo mese nella storia degli “Stati indipendenti” dell’ex-Unione Sovietica, ma anche l’inizio della storia dei browser, che hanno reso il Web accessibile ai personal computer. La rete universale nacque nel momento storico in cui finiva il totalitarismo di orientamento sovietico.

Al posto di SSSR venne istituita la SNG (Csi, Comunità degli Stati Indipendenti, in russo Soyuz Nezavisimykh Gosudarstv), che in realtà “si sciolse subito come neve al sole”, osserva Epstein, rimanendo un’istituzione fittizia che non ha prodotto alcuna forma di unione. In seguito si è provato a creare l’Unione Eurasiatica per iniziativa del presidente “eterno” del Kazakistan poi finito ai margini, Nursultan Nazarbaev, è stata istituita l’Unione Economica Eurasiatica Eaes, che tenta oggi di inserirsi nelle tante svolte dei mercati internazionali, fino all’Alleanza militare eurasiatica Csto, “Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva”, del tutto incapace di affrontare le sfide militari degli ultimi anni, rimanendo impotente anche di fronte ai conflitti locali come quello tra Armenia e Azerbaigian, per non parlare di quello tra Russia e Ucraina.

A dicembre del 1991 finiva l’Urss, e a gennaio del 1992 nacque il WWW, “come una farfalla di velluto, dall’SSSR, dalle sue molteplici e ingombrante strutture, si è sprigionata dal suo corpo la rete internet come un bruco d’acciaio”, afferma Epstein. Nel settembre-ottobre del 1993, quando l’intero esercito presidenziale assediò il parlamento e una sanguinosa guerra civile dilaniò il cuore di Mosca, Mosaic, la prima piattaforma di rete di massa americana, fece la sua comparsa sulla scena globale. Infine, nel dicembre del 1994, quando il panorama politico interno russo si fece visibilmente frammentato e iniziò la guerra in Cecenia, la rete globale di comunicazioni elettroniche si consolidò ulteriormente: venne rilasciato un nuovo programma migliorato, Netscape, dopo il quale internet iniziò a svilupparsi a un ritmo senza precedenti. In questo modo la fallita repubblica globale del lavoro è stata sostituita da una repubblica globale degli intelletti, che non necessitano più di mani e armi per realizzare le proprie idee, ma piuttosto gestiscono le proprie macchine e coltivano i propri campi nel puro spazio virtuale. A differenza della lotta per la proprietà materiale, della “espropriazione degli espropriatori”, internet non richiede violenza o sacrificio.

Epstein riporta alcune frasi di un suo dialogo pubblicato nel 1999 su Radio Svoboda con il poeta Aleksej Tsvetkov, in cui si riflette l’entusiasmo di quel periodo: “Cosa manca ai russi negli anni post-sovietici? Sembra che ci sia più di tutto rispetto a prima, e se non c’era, ce ne sarà di più: libri, programmi televisivi, vini, salsicce, feste, politici… ma manca l’Enorme. Ciò che c’era nella vita sovietica, nonostante o proprio a causa della sua dura e fredda quotidianità. C’era un’Idea che muoveva e ispirava questo mondo, persino uccidendolo, ispirata dal dolore e dalla fede, dalla disperazione e dalla dannazione. Mancava la Santità mondana e persino l’Ispirazione all’autodistruzione dell’anima, una sorta di correlazione finale di ogni piccola cosa dell’esistenza con la Storia del Mondo e il suo Significato Principale. Le religioni tradizionali sono scomparse dietro la soglia di templi appena ricostruiti, e nella vita secolare è rimasto solo il secolare, solo per il profitto del presente e per il compimento del suo piccolo obiettivo. L’Enorme ha abbandonato la vita: restano solo le “vecchie canzoni” ad esso dedicate, in cui esso stesso gioisce e piange per l’intero universo che ha abbandonato”.

Ora questa Enormità torna ad avvolgere il Mondo Russo, il WWW viene messo sotto chiave, e si alza la nuova cortina elettronica per proteggere il “lager digitale”, con nuove lettere belliche come la Z (Zapad, Occidente), la S di Sever, Settentrione e la V di Vostok, Oriente secondo le suddivisioni delle armate che devono conquistare il mondo intero, soprattutto la Z del grande nemico occidentale che coincide con Zapret, “Divieto” e Zanaves, “Cortina”, e anche con la Zonache indica il mondo dei lager, di nuovo popolato da vittime sacrificali del nuovo impero.

Non è più una “cortina di ferro” facilmente controllabile da un centro di potere assoluto, dove basta staccare la spina, e oggi ogni divieto e ogni muro viene aggirato in mille modi. Per questo si cerca continuamente di tappare i buchi, interrompere le connessioni, bloccare le finestre che si spalancano in modo imprevisto, per le correnti e i flussi della rete digitale. Non c’è uno scontro di ideologie e forze specifiche, sia dall’alto del Cremlino, che dagli spiragli della rete, si vaga nel nulla della “totalità senza utopia”, come la definisce Epstein. La cortina elettronica separa la Russia non soltanto dal mondo esterno, ma anche da sé stessa e dal suo futuro, in una lotta insensata tra WWW e ZZZ.

La contrapposizione politica della Russia di oggi non è più tra Vladimir Putin e l’eroe del dissenso Aleksej Naval’nyj, sprofondato nella “Zona”, e certo non contro i partitini minori come i comunisti, i liberal-nazionalisti e gli altri fiancheggiatori del regime che cercano di sfruttare i malumori per i blocchi di internet, in vista delle elezioni parlamentari di settembre. Le figure che si confrontano oggi sono quelle di Vladimir Putin e Pavel Durov, il fondatore del messenger Telegram, la cui chiusura simboleggia la fine del WWW e il passaggio definitivo allo ZZZ. Durov ha di recente accusato anche la Commissione europea di aver pianificato un’applicazione per la verifica dell’età degli utenti di internet, come strumento di spionaggio per i cittadini europei, estendendo la cortina elettronica all’interno del mondo virtuale, dove non esistono confini e latitudini.

Il fondatore di Telegram era stato arrestato ad agosto del 2024 nell’aeroporto di Parigi, proveniente dall’Azerbaigian dove si era parlato di un suo incontro con Putin, con la mediazione del presidente azero Ilham Aliev. In realtà non si sono mai visti in faccia, e lo zar del Cremlino si vanta perfino di “non usare internet”, lasciando smanettare i suoi sottoposti e ponendosi al di sopra di tutte le cortine. Durov era stato accusato allora di rifiutarsi di collaborare con le istituzioni statali sia d’oriente che d’occidente, permettendo ogni genere di transazione illegale sui canali del suo messenger, che ora la Russia sta cercando di chiudere per sempre, nonostante le istruzioni del fondatore sui possibili itinerari d’aggiramento, anche qui con la sigla magica VPN, la via di fuga dalla cortina digitale, senza sapere dove si andrà a finire.

Un uomo spara alla cena di Trump con i giornalisti, arrestato dal servizio di sicurezza. Presidente e first lady portati al sicuro

di Viviana Mazza, inviata a Washington – Corriere della Sera – 26 Aprile 2026

Nella sala sotterranea dell’Hilton Washington la cena dei corrispondenti della Casa Bianca era appena iniziata quando sono stati uditi 4 o 5 colpi subito fuori dal salone

DALLA NOSTRA INVIATA 
Nella grande sala sotterranea dell’Hilton Washington, lo stesso Hotel dell’attentato a Ronald Reagan del 1981 per mano di John Hinckley Jr., la cena dei corrispondenti della Casa Bianca era appena iniziata quando abbiamo sentito quattro o cinque colpi subito fuori dal salone.

Tutti nella sala si sono abbassati sotto i tavoli, una reazione automatica che scopri di avere solo quando succede qualcosa del genere, il sintomo di una stagione di violenza che ha lasciato il segno.

Il presidente Trump e la first lady Melania erano seduti sul palco e sono stati subito evacuati. Abbiamo potuto riprendere gli agenti dei servizi sul palco con i fucili spianati tra i piatti con le mozzarelle e la lattuga abbandonati.

I ministri sono stati evacuati uno dopo l’altro, il segretario del tesoro Scott Bessent e il nuovo ministro della Giustizia Todd Blanche visibilmente turbati, sono usciti dopo il capo del Pentagono Hegseth.

Evacuata anche Erika Kirk che ha perso il marito Charlie in un attentato lo scorso ottobre.

Poco dopo sul palco è apparsa la presidente dell’associazione dei giornalisti della Casa Bianca: «Abbiamo un annuncio da fare, il programma riprenderà».

«E tu pensavi che sarebbe stato noioso», si sente qualcuno sdrammatizzare tra i tavoli mentre le centinaia di giornalisti rimasti bloccati nella sala cercano solo di capire i dettagli della storia.

Comincia intanto a emergere il quadro di quello che è successo. L’aggressore che ha poi sparato ha superato di corsa un metal detector vicino all’ingresso principale con un’arma e ha esploso un colpo contro un agente del Secret Service. Gli agenti sono però riusciti a fermarlo prima che entrasse nella sala della cena dove era presente Donald Trump.

Il presidente Usa è caduto, appena dopo essere stato affiancato dai dagli agenti del Secret Service per essere portato fuori dalla sala. Le immagini trasmesse dalla Cnn dei primi momenti concitati, a seguito degli spari,
hanno mostrato il tycoon alzarsi dal tavolo d’onore per poi cadere dopo due passi. Trump è stato aiutato a rialzarsi ed è stato poi scortato via in sicurezza.

La cena è stata cancellata e verrà riprogrammata.

L’assalitore, riporta la Cnn, è stato identificato: è un uomo di 30 anni originario della California.

Alla Casa Bianca è intanto cominciata la conferenza stampa del presidente Usa. L’uomo che ha aperto il fuoco, ha detto Donald Trump, «aveva molte armi».

Il tycoon ha anche ringraziato la moglie Melania per il coraggio e la pazienza, e ha aggiunto che l’attentatore al gala dei corrispondenti «è stato fermato da alcuni coraggiosi membri del Secret Service, che hanno agito rapidamente.

«Non è la prima volta nell’ultimo paio di anni che i repubblicani vengono attaccati o uccisi – ha detto Trump -. Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Vale per i repubblicani, i
democratici, gli indipendenti, i progressisti». 

(notizia in aggiornamento)

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