"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Papa Leone XIV: “Il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania”

di Veronica Giacometti

Castel Gandolfo, Domenica, 19 luglio, 2026 12:15 (ACI Stampa)

Continua la recita della preghiera dell’Angelus da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo. Il Papa si unisce ai fedeli e ai pellegrini convenuti davanti al Palazzo Apostolico delle Ville Pontificie per la preghiera mariana. Papa Leone XIV resterà nel paesino laziale fino al 27 luglio per un periodo di vacanza e riposo. “Dopo la parabola del seminatore, Gesù continua a parlare alle folle attraverso alcune immagini: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina”, dice subito il Pontefice prima della preghiera.

“Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro. Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania, che agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore.”, continua il Pontefice nella sua meditazione.

“Fratelli e sorelle, con queste parabole Gesù ci dice qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia. A volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa.

Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito; viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi”, ne è sicuro Papa Leone XIV.

“Preghiamo Maria Santissima, che ha saputo accogliere il seme della Parola nella piccolezza, perché ci sostenga nel cammino e interceda per noi”, chiede il Papa da Castel Gandolfo prima dell’Angelus.

Subito dopo il Papa passa ai consueti saluti e appelli. “Mentre trascorro qualche giorno di riposo rinnovo la mia gratitudine a tutti voi abitanti di Castel Gandolfo e accolgo con gioia i pellegrini. Continuiamo a seguire con apprensione ciò che accade in diversi paesi lacerati da guerra e violenza, non dimentichiamo di chi soffre e muore a causa dei conflitti”, dice il Papa che chiede anche di unire la preghiera di tutti per la pace. Il Papa saluta anche alcuni presenti in lingua inglese e augura a tutti una serena domenica. Il Pontefice si ferma in piazza per salutare i fedeli come la scorsa domenica e compie un giro in golfcar.

La fantascienza lo aveva previsto: guerre senza più soldati

Dietro le macchine che combattono al posto degli uomini ci sono giganti privati e un nuovo potere con un rischio: modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine 

di Maurizio Stefanini

IL FOGLIO – 18 LUG 26

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire”, è il famoso monologo che Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty fa in “Blade Runner”, ricordando la sua esperienza come androide soldato nelle colonie extramondo dello Spazio. “Accidenti, Valentina, hai fatto un macello! Tutti tagliati a pezzi… Non ti credevo capace di…” “…di tanta spietatezza, vuoi dire? Ma io non ucciso nessuno! Hai visto cosa c’è dentro queste corazze? Niente! Sono vuote! Non sapevi che adesso sulla Terra i soldati sono stati sostituiti dai robot?”, spiega Valentina dopo che sul suo cavallo Potëmkin ha fatto strage di gendarmi giovesani che sono poi armature vuote animate da robot, in quel “Valentina pirata” che è la ventitreesima storia a fumetti del celebre personaggio creato da Guido Crepax. Roy Batty è un androide di natura biologica: “Più umano dell’umano” secondo lo slogan di quella Tyrell Corporation che lo ha prodotto con avanzate tecniche di ingegneria genetica, anche se è programmato per vivere solo quattro anni. Immaginato in un film del 1982, muore in una Los Angeles distopica del 2019. Pubblicato nel 1976 come sequel di un’altra storia del 1967, “Valentina pirata” è immaginato in un anno 2570 con costumi però curiosamente richiamanti il XVI secolo, anche se in realtà è un sogno; e mostra robot meccanici.

“Non sapevi che adesso sulla Terra i soldati sono stati sostituiti dai robot?” spiega Valentina, celebre personaggio dei fumetti creato da Guido Crepax

Una via di mezzo tra i due, un po’ meccanico e un po’ biologico, è il Terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger, e che torna indietro dal 2029 al 1984 di uscita del film apposta per completare una rivolta delle intelligenze artificiali all’umanità parallela a quella di “Blade Runner”: anche se non proprio uguale, e se poi nei sequel cambia fronte. Non tutta la fantascienza è in realtà così. In “Fanteria dello spazio”, celebre romanzo di Robert Anson Heinlein del 1960 e altrettanto celebre trasposizione cinematografica del 1997, proprio il fatto che la guerra tra terrestri e extraterrestri è tecnologica al massimo richiede l’indispensabile complemento di un elemento umano altamente specializzato, incentivato dall’essere il servizio militare un indispensabile presupposto per godere dei diritti politici. Se vogliamo, era sembrata un po’ questa la logica evoluzione del processo di industrializzazione della guerra iniziato nel 1914. Prima, le masse di operai della morte, schierati grazie alla tecnologizzazione della mobilitazione e degli approvvigionamenti della Prima guerra mondiale. Poi, l’approfondimento di ulteriori elementi tecnologici per superare lo stallo della guerra di trincea, che dagli aerei ai carri armati iniziano nel 1914-18, ma culminano poi con la Seconda guerra mondiale, fino alla bomba atomica. Dopo ancora, una ulteriore tecnologizzazione, fino al passaggio generale dalla leva agli eserciti professionali: ma, anche qui, con una particolare enfasi sul necessario elemento di complemento umano delle Forze Speciali. La Fanteria dello Spazio del XXI secolo.

Ma poi è venuta la guerra in Ucraina. Da una parte, è stato come un grande ritorno al 1914-18, con le masse umane lanciate all’attacco delle trincee e i combattimenti corpo a corpo in cui i colpi di pala riprendono ad essere un’arma più affidabile di baionette che possono restare incastrate nel corpo infilzato: come testimoniava già Erich Maria Remarque in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Ma, di nuovo come nel 1914-18, da ciò è derivata una ulteriore spinta alla tecnologizzazione della guerra, che arriva alla profezia di “Valentina pirata” con cinque secoli di anticipo: una “guerra senza soldati” che è soprattutto l’Ucraina a perseguire, trovandosi in inferiorità demografica; e che suscita già interrogativi tra chi si è messo a studiare il fenomeno, anche se per ora il timore non è tanto quello di una rivolta di robot stile “Terminator” o “Matrix”, ma piuttosto una privatizzazione della guerra che potrebbe riportare per certi versi alle compagnie di ventura di fine Medioevo; per altri alle Compagnie delle Indie del XVII secolo; per altri ancora a qualcosa che non si è in realtà ancora mai vista.

In realtà, una spinta era già venuta innanzitutto da quelle che, essendo le due prime superpotenze militari, hanno anche la spinta massima a rimanere all’avanguardia della tecnologia bellica. Negli Stati Uniti, in particolare, sulla Costa Pacifica la startup di San Francisco Foundation Robotics, nata nel 2024 con un nome che sembra un omaggio a Isaac Asimov attraverso la saldatura delle sue due serie sui Robot e sulla Fondazione, ha creato Phantom MK-1: il primo vero umanoide progettato per la difesa ad essere testato in scenari reali, come le retrovie in Ucraina. Alto 1,75 metri per 80 chili, cinque dita per mano e una telecamera al posto degli occhi, viene impiegato per compiti logistici, trasporto munizioni e ricognizione in aree ad alto rischio. Dopo i primi 40 esemplari operativi giù nel 2025, i piani ne hanno previsti altri 10 mila entro fine 2026 e 50 mila per il 2027, Non venduti ma offerti in leasing, a circa 100 mila dollari l’anno. Sulla Costa Atlantica sta invece Boston Dynamics, che con il finanziamento pubblico della Defence Advanced Research Projects Agency presentò fin dal 2013 l’androide bipede Atlas, inizialmente pensato per vari compiti di ricerca e salvataggio. Dal 2024 è stato sviluppato in una versione elettrica che è adatta alla catena di montaggio dell’industria automobilistica, e gli è stato perfino insegnato a giocare a calcio. Ma può sostituire i soldati con compiti di trasporto e esplorazione in aree pericolose, o anche solo disagiate.

In Cina è poi l’azienda Ubtech di Shenzhen, fondata nel 2012, che sta cercando di produrre in massa il Walker S2: un robot umanoide industriale che è alto circa 1,76 m, pesa 70 kg, può sollevare fino a 15 kg e ha un’autonomia che gli permette di sostituire da solo la propria batteria. Il tutto, a un costo tra i 68.000 e i 100.000 dollari a esemplare. E’ stato concepito soprattutto per lavorare nelle catene di montaggio in fabbrica, ma l’Esercito Popolare di Liberazione lo sta sperimentando anche per pattugliare i confini e affiancare le forze dell’ordine. In teoria, in omaggio a quelle Leggi della Robotica che inventò appunto Asimov e che impediscono a un robot di recare danno a un essere umano, per ora questi aggeggi non vengono pensati per sostituire i soldati d’assalto, ma per compiti ad alto rischio logistico e operativo: portare zaini, munizioni e rifornimenti in territori in cui i veicoli ruotati o cingolati non possono accedere; attraversare campi minati; ispezionare ambienti contaminati da agenti chimici, biologici o radiologici; esplorare e sgomberare edifici o stanze chiuse dove il rischio di imboscate per i soldati umani è massimo; evacuare feriti in aree sotto il fuoco nemico.

I Laws, Lethal Autonomous Weapons Systems in grado di decidere di uccidere senza il diretto controllo umano, sono però dietro l’angolo. Aziende come Foundation Robotics mantengono per ora una linea precisa: la navigazione è autonoma, ma qualsiasi decisione legata all’uso della forza o al puntamento resta strettamente vincolata al controllo remoto di un operatore umano. Però, guidati da un essere umano i robot possono già uccidere. E poi, più ancora dei robot, in guerra sono ormai importanti i droni. La Francia, in particolare, ha dal 2025 un Progetto Pendragon per realizzare sia stormi di droni aerei legati a veicoli di terra autonomi in grado di mappare e colpire obiettivi in tempo reale, riducendo al minimo la presenza umana sul campo; sia droni sottomarini pesanti, capaci di pattugliare i fondali autonomamente per mesi a costi ridotti; sia un’unità robotica da combattimento che dal 2027 sarà in grado di svolgere parte dei compiti di una compagnia di fanteria o di uno squadrone di cavalleria, sotto il controllo a distanza di 15 militari.

Ma questi sono tutti programmi in via di sviluppo. E’ stato invece in particolare nel dicembre del 2024 che la 13ª Brigata Khartiya della Guardia Nazionale ucraina ha condotto un assalto combinato terrestre e aereo vicino alla città di Lyptsi, senza che un solo soldato ucraino mettesse piede sul campo di battaglia. Veicoli terrestri senza pilota con torrette mitragliatrici, droni aerei equipaggiati con granate e fucili d’assalto, e munizioni kamikaze convenzionali hanno occupato posizioni russe, sminato e stabilito un perimetro difensivo. Palladium Magazine, rivista di San Francisco espressione di quella American Governance Foundation che è nota per la sua enfasi sulla teoria delle élite e sulla dinamica istituzionale, fa di questo episodio il punto di partenza di un’analisi a firma Juan Severini: dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Georgetown e co-direttore dell’Iniziativa per l’Intelligenza Artificiale e la Cittadinanza Democratica presso la stessa università. Si tratta infatti di una delle più sorprendenti dimostrazioni di un nuovo paradigma bellico in cui la guerra robotica si sta affermando come risposta diretta alla carenza di manodopera umana e ai costi politici delle perdite in combattimento. Il crescente utilizzo di sistemi autonomi, vi si spiega. Non è solo un’innovazione tattica, ma una trasformazione strutturale del potere politico. All’opposto dello schema di “Fanteria dello spazio”, che spostava poi su un piano fantascientifico l’antica sintesi del cittadino-soldato del mondo greco-romano, con la sostituzione dei soldati da parte dei robot il controllo della guerra si sposta infatti dalle istituzioni pubbliche alle aziende private che progettano, programmano e gestiscono queste macchine.

Nel dicembre 2024 la 13ª Brigata Khartiya ha condotto un assalto vicino alla città di Lyptsi, senza che un solo soldato ucraino mettesse piede sul campo

Il saggio analizza in dettaglio la situazione demografica particolarmente avversa in cui si trova l’Ucraina, le cui risorse umane stanno venendo prosciugate da emigrazione di massa, invecchiamento della popolazione e perdite in combattimento. In questo contesto, anche i soldati robotici meno efficienti rappresentano un investimento redditizio. se consentono di preservare la forza lavoro e le reclute. Con una maggiore propensione a mobilitare ingenti riserve e un accesso limitato alla microelettronica avanzata, la Russia opera invece secondo una logica opposta: più capitale umano, meno tecnologia all’avanguardia. Ma questa differenza illustra una tensione più ampia nella strategia militare contemporanea: l’equilibrio tra capitale e lavoro. Gli stati con carenza di manodopera tendono infatti a robotizzare più rapidamente; quelli con un’abbondanza di reclute possono permettersi di posticipare questa transizione. Anche una visione della politica estera “America First” sostiene che la riduzione del personale statunitense all’estero potrebbe essere ampiamente compensata da un maggiore utilizzo di munizioni senza pilota, con conseguente riduzione dei costi e rientro a casa dei soldati senza indebolire la deterrenza. L’analisi avverte però che, man mano che la piena autonomia diventerà tecnicamente fattibile, l’assenza di esseri umani sul campo di battaglia diventerà la norma, riducendo i costi politici derivanti dall’inizio o dal prolungamento dei conflitti. Insomma, il mondo di Valentina pirata.

Il modo in cui questa nuova dipendenza funziona è esemplificato da Palantir, con il suo Ceo Alex Karp che ha fatto visita al presidente ucraino Volodymyr Zelensky poco dopo l’invasione russa del 2022. Così, gli algoritmi di visione artificiale dell’azienda hanno aiutato le forze ucraine a tracciare le posizioni nemiche in tempo reale durante la controffensiva del 2023. Quello che era iniziato come un contratto da 70 milioni di dollari per il Progetto Maven, originariamente sviluppato con Google e successivamente ampliato con Anthropic, è cresciuto fino a 1,5 miliardi di dollari, di cui quasi 800 milioni sono stati eseguiti da Palantir. Ma la stessa dipendenza tecnologica riguarda ormai anche le grandi potenze. Durante il recente conflitto con l’Iran, SpaceX e il Pentagono hanno negoziato un “livello di abbonamento” per il controllo delle munizioni senza pilota, che di fatto ha raddoppiato il costo di ogni drone nel pieno delle ostilità. Ma l’episodio mette in luce un paradosso: il risparmio di manodopera promesso dalla guerra robotica viene annullato se l’ecosistema privato che la sostiene fissa i propri prezzi in tempo di guerra. L’influenza di Elon Musk sull’accesso alla rete Starlink – contesa sia dall’Ucraina che dalla Russia – è un altro esempio citato da Severini per mostrare fino a che punto la politica estera di un ceo possa plasmare il corso di un conflitto armato. Le aziende private, senza le restrizioni salariali o la burocrazia delle assunzioni del settore pubblico, godono di un vantaggio competitivo per i talenti specializzati richiesti da queste tecnologie, e questo vantaggio si traduce in potere negoziale con gli stati.

Le aziende private, senza le restrizioni salariali o la burocrazia delle assunzioni, godono di un vantaggio che si traduce in potere negoziale con gli stati

Si torna a quelle compagnie di ventura che tra XIII e XVI secolo vennero incontro al bisogno degli staterelli italiani di concentrarsi su fare affari, al costo di un tipo di guerra in cui un condottiero poteva cambiare padrone da un momento all’altro a seconda di chi offriva di più, come potrebbe fare oggi un allenatore o un giocatore di calcio; e in più capitava pure che per ammortizzare i danni le compagnie ingaggiate da avversari sul campo di battaglia si incontravano per mettersi d’accordo a tavolino, stimando chi avrebbe vinto sulla base della stima dei rispettivi potenziali. Risposta a una cavalleria feudale legata a un mondo che tramontava e a milizie comunali troppo dispendiose, le compagnie di ventura furono a loro volta esautorate con la creazione degli stati moderni attraverso le monarchia assolute. Ma a quel punto fu l’espansione coloniale dell’occidente a essere delegata a un universo variegato di conquistadores, corsari e compagnie delle Indie, alcune delle quali durarono fino a Ottocento inoltrato.

Meno soldati, meno morti. Ma si rischia così di modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine

A parte ciò, Severini osserva che “a prima vista, questa tendenza sembra umana” “meno soldati, meno morti”. Ma rischia così di modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine. Così, “le guerre infinite emergono da questa discrepanza tra sforzo militare e conseguenze politiche”.

Code per la benzina: l’eterno ritorno della vita sovietica

La coda è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena.

di Stefano Caprio

Asia News – 18 luglio 2026

Vladimir Putin aveva promesso di riportare i russi alla grandezza dell’Urss, ed ecco che le code alla stazione di servizio, provocate dai martellamenti dei droni ucraini sugli impianti petroliferi, sono tornate di attualità: centinaia di auto si mettono in fila in tutta la Russia, raggiungendo proporzioni epiche nella regione siberiana del Transbajkal, dove gli automobilisti restano in coda per 15-17 ore, a volte anche più di un giorno, intrattenendosi con litigi e risse. In alcuni luoghi, la polizia e la Guardia nazionale mantengono l’ordine con indolenza e condiscendenza, in altri ci sono i cosacchi con le fruste, che conferiscono un sapore etnico e folcloristico alla drammatica situazione.

Lo stress accumulato viene sfogato in video con monologhi ironici o depressivi degli automobilisti in coda, che invadono i social media, un modo davvero infallibile per incanalare in ogni senso il malcontento sociale. Nel complesso la popolazione sta reagendo alla nuova penuria con una sana dose di fatalismo e stoicismo, allo slogan “i nostri antenati sono rimasti saldi, e lo saremo anche noi!”. Come afferma Sergej Medvedev, storico e giornalista, conduttore della serie di programmi “Archeologia” di Radio Svoboda, i corrispondenti delle due capitali di Mosca e San Pietroburgo confermano che la gente si sta dimostrando comprensiva riguardo alle code ai distributori di benzina, definendole con ottimismo “difficoltà temporanee”.

Stanno tornando i metodi classici dei tempi sovietici per far fronte alla penuria: alcuni cercano conoscenze, un agente di sicurezza fidato o un impiegato del municipio con accesso prioritario a una pompa, altri girano per la città di notte alla ricerca di un distributore aperto, e altri ancora installano protezioni aggiuntive sui tappi dei serbatoi, perché cittadini intraprendenti rubano benzina dalle auto parcheggiate nei cortili di notte, un altro nostalgico saluto dall’Urss. Le taniche da venti litri sono tornate sui balconi e la spia del motore si accende sempre più spesso sui cruscotti, segno che il carburante viene spudoratamente adulterato. Alcuni hanno provato i mezzi pubblici che non usavano da trent’anni, e sono rimasti piacevolmente sorpresi di constatare quanto siano migliorati gli autobus elettrici e i treni della metropolitana sotto la guida del “sindaco eterno” di Mosca, Sergej Sobjanin. La questione dell’origine di queste code, delle sue cosiddette “cause profonde”, viene completamente ignorata, così come viene evitata la stessa parola “guerra”: la carenza di benzina è percepita come una “calamità naturale”, un fatto da accettare periodicamente.

Medvedev ricorda la sua giovinezza, la Mosca dei primi anni Novanta, “la mia fiammante Lada, le inebrianti notti d’estate profumate di pioppi e lillà, le lunghe code di due o tre ore al distributore di benzina di via Minskaja a Mosca, le pause sigaretta con i vicini, le conversazioni sulla vita e il senso di cameratismo che nasceva in questo organismo sociale unito da un obiettivo comune, con una finestra sul paradiso tanto ambita: lo sportello del benzinaio con il cartello Niente benzina”. Si ricordano anche le code del tardo autunno del 1991, quando nell’impasse della perestrojka gorbacioviana si verificò il cosiddetto blocco alimentare di Mosca e il pane era difficile da trovare, ma un panificio cooperativo georgiano aprì all’ingresso di un grande edificio dell’epoca staliniana in piazza Majakovskij, ora piazza Triumfalnaja, dove si trova l’Hotel Pekin. Per comprare un paio di lavaš, la gustosa focaccia georgiana, bisognava mettersi in fila presto la sera, i clienti arrivavano in auto da quartieri lontani, a piedi dai quartieri di Tišinka e dai Patriaršye Prudi di memoria del “Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, e si mettevano in fila silenziosamente sotto un alto portone pieno di spifferi.

Medvedev era in fila con loro, avvolto in una sciarpa, ripensando ai racconti della madre sulle file per il pane durante la guerra, nel freddo buio prima dell’alba, quando la gente si stringeva l’una all’altra e si dondolava per scaldarsi “e anche noi eravamo lì, in piedi sotto un portone pieno di spifferi, nel vento gelido della storia russa, la cui bellezza sta nel fatto che ti offre sempre un termine di paragone per le tue sofferenze e difficoltà attuali, per rassicurarti che oggi non è poi così male”. Verso l’alba, il profumo del pane appena sfornato cominciava a diffondersi da sotto la porta, e mezz’ora dopo si poteva tenere tra le mani tre lavaš caldi e croccanti, staccandoli a pezzetti e cominciando a mangiarli mentre si tornava a casa.

Lo stesso approccio retrospettivo e ottimista alla situazione delle code viene adottato oggi anche dai propagandisti interni: “A proposito, tutto questo è già successo, amici, e va bene così, siamo sopravvissuti”, ammonisce la famosa giornalista Ksenia Sobčak sul suo canale. “Niente benzina? Ricordo ancora quando il cibo era razionato”, rimprovera la conduttrice Margarita Simonyan ai suoi concittadini, abbandonandosi a nostalgici ricordi di quando portava secchi d’acqua a Krasnodar (“e non Coca-Cola!”), e il “corrispondente di guerra” Dmitry Stejšin descrive la situazione della benzina come “le convulsioni della psicosi consumistica”.

La coda in generale è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Secondo il sociologo Simon Kordonskij, il Paese è governato da uno “Stato delle risorse”, il cui compito principale è la distribuzione delle risorse, in cui l’accesso ai beni è determinato dalla posizione dell’individuo nel sistema di potere. In Russia, le risorse sono monopolizzate dallo Stato e la società è divisa tra coloro che vi hanno accesso privilegiato, le “autorità”, e coloro il cui accesso è limitato, “il popolo”, in possessori e richiedenti. La scarsità crea immediatamente delle gerarchie: al vertice della piramide della benzina c’è l’esercito, i cui bisogni vengono soddisfatti prima di tutto, gli alti funzionari e le forze di sicurezza; dietro di loro vengono i deputati, le principali società statali, i servizi comunali e di emergenza, e ognuno ha la propria quota da inserire nel gasdotto. Alla base della piramide ci sono gli aventi diritto alla benzina in via residuale; il loro destino sono le lamentele, principalmente sotto forma di video sui social network, e le code alle stazioni di servizio.

Resta un divario tra le autorità e il popolo, una zona grigia in cui compaiono vari “schemi” di intermediari, rivenditori, buoni benzina (un altro saluto dal passato sovietico) e nasce un vasto e convulso mercato nero. La principale via di accesso alla risorsa, e strumento di controllo sociale, resta comunque la coda, dove le persone scambiano il tempo della propria vita con un bene scarseggiante. Il cittadino sovietico medio trascorreva fino a due ore in fila ogni giorno, per un totale di circa 15 ore a settimana; circa il 25% di tutto il tempo libero è stato trascorso in fila, e per i pensionati questa cifra raggiungeva il 40%.

Alla fine del socialismo, lo scrittore Vladimir Sorokin ha scritto la sua storia d’esordio intitolata proprio La Coda, in cui tutta l’azione si svolge in una fila di più giorni per una carenza di materiale sconosciuto, che si estende attraverso diversi cortili di Mosca, nella quale i personaggi si incontrano, parlano, discutono, mangiano, flirtano, fanno l’amore. La coda si trasforma in un corpo collettivo, l’attesa è più importante della meta di cui neanche si sa l’effettiva natura, ed è difficile trovare una metafora più precisa della vita sovietica. In realtà non si tratta solo di quella sovietica: la coda è un vincolo della natura della Russia, un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena. “Più lunga è la coda, più forte è la Russia!”, assicura Medvedev.

Nell’era dell’apertura all’economia di mercato, anche le persone post-sovietiche si mettevano in fila alla prima occasione. Si ricordano la coda epica per un concerto del cantante russo Aleksej Serov, in cui la folla alla fine ha sfondato le porte della Galleria Tretjakov, la coda per una mostra del pittore ottocentesco Ivan Aivazovskij, la coda di devozione per la “cintura della Vergine” e per le reliquie di san Nicola Taumaturgo nella Cattedrale di Cristo Salvatore; recentemente c’è stata perfino una coda per Boris Nadeždin, candidato alternativo a Vladimir Putin, durante la raccolta delle firme per le elezioni presidenziali all’inizio del 2024, e lunghe ore di fila per votare presso i consolati russi nel marzo dello stesso anno. Putin ha poi ottenuto il 72% dei voti dei russi all’estero, quindi in sostanza si è trattato di una “coda per Putin”.

Ora questa è una coda tutta russa per la benzina, una situazione in cui si trovano tutte le regioni federali. Nelle ultime settimane, commenta Medvedev, “i miei amici e colleghi occidentali si sono spesso chiesti per quanto tempo i russi sopporteranno queste code, quando inizierà la rivolta dei contenitori vuoti? Uno mi ha chiesto direttamente: per quanto tempo? Al che ho risposto: fino ad allora”. È in altri Paesi che i deficit creano instabilità sociale e politica, mentre il russo, di fronte all’imperfezione dell’esistenza, non protesta, ma obbedientemente si mette in fila, senza chiedersi quale sia la causa principale.

Colpire acqua ed energia è l’atto secondo della guerra Usa in Iran: ecco cosa si sta preparando

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme

Si rafforza nella regione la macchina logistica americana che sta organizzando una nuova fase delle operazioni belliche: Washington starebbe valutando raid mirati contro infrastrutture strategiche civili nei pressi di Hormuz. Intanto diversi aerei cisterna statunitensi affollano l’aeroporto Ben Gurion in Israele

Avvenire – 18 luglio 2026

Esercitazioni militari nel Golfo da parte degli Stati Uniti nei giorni scorsi

È un’illusione il silenzio del sabato che, dal tramonto di ogni venerdì, desertifica strade e piazze delle città israeliane. Dall’Iran arriva il bollettino di uno scontro che promette di peggiorare. E Washington ha chiesto a Israele di fare posto a decine di altri aerei cisterna, oltre ai circa sessanta già dislocati tra l’aeroporto Ben Gurion e la base di Ramon per rifornire in volo i caccia americani.

Il giorno di Shabbat non spegne i passaparola di “radio guerra”. Donald Trump valuta piani che includono la distruzione di centrali elettriche iraniane, nuove incursioni contro gli impianti nucleari e il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain. Non ha ancora deciso, ma l’ordine potrebbe arrivare da un momento all’altro. Intanto assicura agli americani che «stiamo vincendo alla grande in Iran» e che i risultati si vedranno «molto, molto presto».

Il salto di scala è già visibile. 

Gli Stati Uniti hanno colpito ponti, ferrovie e nodi logistici intorno a Bandar Abbas, piattaforma delle operazioni dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz. A Chabahar, sul Golfo dell’Oman, un’incursione ha fatto crollare la torre di sorveglianza del porto. Per Teheran serviva a controllare il traffico commerciale. Secondo il Comando Usa era invece parte della rete impiegata dai Pasdaran per «seguire e prendere di mira» le navi nello Stretto.

Teheran denuncia incursioni anche contro aeroporti e infrastrutture elettriche e ha risposto colpendo i Paesi che ospitano basi americane. In Kuwait è stata bersagliata una centrale collegata a un impianto di desalinizzazione, con incendi, danni e interruzioni nella produzione di energia. I Pasdaran promettono attacchi «più devastanti». Il comandante delle forze aerospaziali, Majid Mousavi, avverte che le operazioni «continueranno fino a quando non sarà ristabilita la pace sulla costa meridionale e nello Stretto di Hormuz».

Colpire acqua ed energia significa portare la guerra dai comandi militari ai rubinetti, agli ospedali, alla vita quotidiana. Nello Stretto quasi paralizzato, i marines americani hanno abbordato una petroliera per imporre il blocco dei porti iraniani. Washington spinge il traffico verso la rotta omanita. Teheran pretende il controllo del corridoio vicino alle proprie coste. Resta l’ipotesi di attaccare Kharg, principale terminale petrolifero iraniano.

E se l’Iran ordinasse agli Houthi di minacciare Bab el-Mandeb, l’altra strozzatura marittima che precede Hormuz, i due canali degli idrocarburi entrerebbero simultaneamente nella guerra, innescando una crisi globale dagli effetti incalcolabili. In Libano Hezbollah continua a confrontarsi con le forze israeliane schierate nel territorio meridionale occupato, ma per ora evita attacchi oltre confine tali da provocare la riapertura del fronte generale. Almeno fino a quando da Teheran non venisse decisa una tenaglia su Israele, con gli Houthi da Sud e i guerriglieri libanesi da Nord. A quel punto Netanyahu avrebbe gioco facile nell’interrompere qualsiasi ipotesi di ritiro dal Libano.

Proprio mentre le autorità siriane affermano di avere intercettato al confine iracheno missili, armi anticarro e droni destinati al movimento sciita libanese, Hezbollah nega che il carico fosse diretto alle proprie forze.

Mentre gli Stati Uniti accumulano in Israele mezzi e infrastrutture per una possibile offensiva, Netanyahu non riesce a ottenere ciò che fino a pochi mesi fa sembrava automatico: un incontro con Trump. La visita prevista per domani è stata rinviata, ufficialmente dopo lo spostamento dei funerali del senatore Lindsey Graham. Secondo fonti citate dalla stampa americana, senza un colloquio con Trump e la fotografia nello Studio Ovale Netanyahu non avrebbe avuto interesse a compiere una visita puramente cerimoniale. Alla Casa Bianca pesano le divergenze espresse dalla leadership israeliana sulla vendita degli F-35 alla Turchia, sulla Siria e sul Libano, oltre al sospetto che Netanyahu abbia fornito valutazioni troppo ottimistiche sull’andamento del conflitto e sulle conseguenze di una nuova offensiva contro l’Iran.

In Nigeria la caccia è ai cristiani

Uccisi 4,4 volte in più dei musulmani dal 2019 a oggi. Lo dice uno studio dell’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa)

di

Redazione -Il Foglio

18 LUG 26

Saranno pure guerre per l’accaparramento di verdi pascoli per le mandrie e senza alcuna motivazione religiosa, sta di fatto che in Nigeria i cristiani vengono uccisi con una frequenza 4,4 volte superiore ai musulmani. A metterlo nero su bianco in uno studio appena pubblicato è l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa), che studiando quanto accaduto nel grande paese subsahariano tra il 2019 e il settembre del 2025 ha dedotto che le milizie islamiche dei pastori Fulani sono responsabili “di un numero di morti civili quattro volte superiore a quello causato complessivamente dalle due principali organizzazioni terroristiche islamiche, Boko Haram e la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico”. 

Non solo: la violenza dei Fulani è il principale fattore responsabile dell’elevato numero di vittime in Nigeria. Di tutte le vittime contate (79.323, una media di trentasei al giorno), ai Fulani è addebitabile il 44 per cento di queste.

Una situazione molto chiara – e non da oggi – che però aveva portato diversi esperti di Africa, anche con un discreto seguito vaticano e mediatico, a sentenziare che non vi era alcuna matrice religiosa, e guai solo a pensarlo. E’ colpa del clima impazzito: siccome in quelle aride terre manca l’acqua e l’erba per le mandrie, si va a prenderla dove c’è, rubandola agli altri, che per puro caso sono in maggioranza cristiani. Vittime collaterali, insomma.

 Alla narrazione dominante facevano difetto però i raid dentro le chiese – sovente date alle fiamme – con decapitazioni e rapimenti. Un po’ troppo, forse, solo per prendere acqua e terra. La situazione nell’Africa subsahariana sta precipitando: non solo in Nigeria e Burkina Faso, ma anche più a sud, in Mozambico, dove la conta dei raid islamisti, dei morti e dei sequestrati s’ingrossa ogni giorno di più. Nel più totale silenzio dell’occidente distratto.

Beata Vergine Maria del Monte Carmelo


Nome: Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Titolo: Apparizione

Altri nomi: Madonna del Carmine

Ricorrenza: 16 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Il Monte Carmelo, situato nell’odierno territorio israeliano, fu celebre fin dall’antichità come luogo di ritiro per uomini di santa vita, i quali vi si ritiravano per onorare la Vergine Madre di Dio ancora prima della sua nascita. Il monte fu santificato anche dalla presenza prolungata del profeta Elia.

Nel corso dei secoli, molti pii solitari continuarono a rifugiarsi sul Monte Carmelo. Tuttavia, con la conquista musulmana della Palestina, questi eremiti furono costretti a nascondersi nelle grotte per salvarsi. 

Parchie giardini regionali

Origine dell’Ordine Carmelitano

Verso l’XI secolo, un pio sacerdote calabrese costruì una chiesetta in onore della Vergine sui resti di una cappella antica. Radunò intorno a sé alcuni compagni e ricevette dal patriarca di Gerusalemme una regola di vita. Così nacque l’Ordine dei Carmelitani, che fu poi approvato dai papi Onorio II e Gregorio IX.

San Simone Stock e lo Scapolare

La festa della Madonna del Carmine è legata strettamente a San Simone Stock, un santo inglese di profonda devozione mariana. Visse in austera penitenza, rinnovando le mortificazioni degli antichi eremiti. Quando l’Ordine Carmelitano giunse in Inghilterra all’inizio del XIII secolo, Simone vi entrò attratto dall’amore che i frati nutrivano per Maria.

Desideroso di conoscere il Monte Carmelo, vi si recò a piedi nudi, visitando i luoghi sacri della Palestina e trattenendovisi per sei anni. In una notte silenziosa di preghiera, gli apparve la Vergine Maria, che gli consegnò lo scapolare dicendo con dolcezza: «Figlio, prendi il segnale del mio amore».

Il dono dello scapolare

Maria stessa ne spiegò il significato con queste parole latine: «Protego nunc, in morte juvo, post funera salvo!» — «Proteggo in vita, aiuto in morte, salvo dopo la morte». Lo scapolare divenne così segno della protezione della Madonna in vita, in morte e nell’eternità.

San Simone si adoperò con zelo per diffondere la devozione allo scapolare, che si propagò rapidamente. Anche i Papi si considerarono onorati di far parte della “milizia di Maria” e concessero numerose indulgenze agli affiliati.

Il privilegio sabatino

Ai devoti dello scapolare del Carmelo fu concesso il Privilegio sabatino: per intercessione di Maria, coloro che morissero indossandolo sarebbero liberati dal Purgatorio il primo sabato dopo la morte.

Festa della Madonna del Carmine

La solennità della Beata Vergine del Carmelo si celebra il 16 luglio, in ricordo dell’apparizione a San Simone Stock e della consegna dello scapolare

“Macchine sacre” e processioni digitali: la nuova religione avanza

15 Luglio 2026  – di Cristina Siccardi

Chiesa cattolica | CR 1959

Anche le religioni si sottomettono alla robotica e all’intelligenza artificiale, che poi non è intelligenza, bensì un acceleratore di calcolo, che nel linguaggio informatico va sotto l’espressione «stochastic parrot», ovvero «pappagallo stocastico», in quanto questi sistemi non elaborano pensieri e concetti, ma generano risposte assemblando parole basandosi su calcoli probabilistici e schemi statistici appresi dai dati che gli uomini hanno inserito con la loro intelligenza.

La robotica-pappagallo è già entrata nel buddismo, in particolare in Corea del Sud e Giappone, dove i templi stanno introducendo i monaci-robot per assistere nei rituali, rispondere alle domande e rilanciare l’interesse per il buddismo nel Paese. Si chiama Gabi l’androide che il 6 maggio scorso è stato “ordinato” monaco a Seul, durante una cerimonia di recitazione dei mantra, dall’ordine Jogye, il più grande movimento buddista della Corea del Sud. Mentre Buddharoid è stato realizzato in Giappone: è un monaco-robot, progettato per offrire una guida spirituale, discutere i grandi quesiti esistenziali; mentre Xianer è un piccolo monaco-robot impiegato in Cina, in grado di cantare inni buddisti e rispondere a interattive questioni di religione.

Un gioco, una presa in giro, una pagliacciata o una pazzia degli umani?

Alcuni provano a utilizzare questi pappagalli anche in ambito cattolico. È successo l’8 luglio scorso a Bosco, frazione di San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno, durante il festival MicroCosmi, dove è andata in scena la «Machina Sacra», progetto del musicista Max Magaldi e di Matteo Mandelli. Si tratta della prima processione digitale realizzata in Italia: il “rito” si è aperto con un’incisione sull’immagine del display, “alla ricerca della luce”; poi un QR code ha collegato all’opera i telefoni dei partecipanti e un sistema di «pappagallo stocastico» li ha coordinati in una litania di suoni e voci sintetiche, con gli schermi nel ruolo dei “lumini”. Questa “genialata”, chiamata “opera”, è stata collocata nella Cappella del Carmine di Bosco, per rimanere fino al 12 luglio.

Chi guarda questa processione virtuale vive la processione per quello che è nel reale? Assolutamente no: è una fantasia digitalizzata, è un non essere per l’anima. Tuttavia, il quotidiano “Avvenire” dell’11 luglio, dal titolo Machina Sacra, cosa ci insegna la prima “processione digitale” guidata dall’IA?, afferma che è un’iniziativa istruttiva, perché la «tecnologia è entrata nella comunità dopo un ascolto reciproco: un piccolo esercizio di alleanza educativa sul campo». Prima dell’impresa, «gli artisti hanno abitato Casa Ortega (la casa del pittore spagnolo José Ortega, esule antifranchista nel borgo) e l’hanno aperta al confronto con il paese (parrocchia e Pro Loco comprese), per ragionare sul senso dell’opera e sul legame tra tecnica e spiritualità», tutto questo, dice ancora “Avvenire” è sulla stessa linea dell’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, che invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a «un patto rinnovato».

Ci sono strumenti e metodi che non possono essere messi al servizio della spiritualità, altrimenti è l’annientamento della spiritualità stessa e del Credo religioso. Occorre ristabilire ordine mentale, perché il liberalismo e il relativismo, mischiato al progressismo, scientismo e tecnologismo hanno dato alla testa.

Utilizzare strumenti che depistano la devozione normale-tradizionale significa svuotare, in questo caso, il significato di processione. Qui, invece, siamo di fronte ad una devozione altra, ovvero una devozione profana e fobica all’ IA, dove i protagonisti sono gli “artisti” di questo prodotto chiamato «Machina Sacra», che al posto delle effigi religiose c’è uno schermo e i “fedeli” hanno in mano non candele, ma smartphone illuminati, come accade ai concerti. 

Ancora una volta è la comunità – come accade anche nelle maggior parte delle celebrazioni eucaristiche, che non sono più Sante Messe in cui si celebra il Sacrificio di Gesù Cristo sull’Altare, ma riti dove è la collettività la protagonista – al centro dell’attenzione di questi “artisti”, né Cristo, né la Madonna, né i Santi.

Prendono i termini e li declinano a loro uso e consumo, dando significati soggettivi e antropocentrici, che non hanno nulla da spartire con il soprannaturale e la sacralità cattolica.

La verità, allora, va ricordata, altrimenti i trucchi mefistofelici la fanno scordare.

Nella devozione cattolica, la processione è un solenne corteo religioso di clero e fedeli che cammina in modo ordinato recitando preghiere, rosari, salmi, litanie e intonando canti, a seconda delle circostanze. Non si tratta di una parata, ma di un culto pubblico, di una testimonianza di fede al mondo, fuori dalle chiese e dalle case, al fine di dare Gloria a Dio, impetrare grazie, ringraziare il Cielo, espiare i peccati. Teologicamente parlando, la processione è considerata il simbolo visibile della Chiesa pellegrinante che, in questo esilio terreno, procede unita dietro ciò in cui ragionevolmente e spiritualmente crede, avendo per meta la Patria celeste. La processione è anche occasione per santificare il territorio in cui essa si svolge, a differenza di certe oscene e blasfeme manifestazioni che maledicono il territorio; eppure la maggior parte dei pastori di oggi non dice più queste cose, o le considera cose vetuste da ingenui o se ne vergogna, ma molti di loro neppure le sanno più. Ma bisogna pur dire la verità: in fatto di fede, l’ignoranza è grande amica del demonio.

Le processioni, a seconda dello scopo, si dividono in Supplicatorie (o penitenziali), al fine di allontanare calamità, epidemie, chiedere la pioggia, la fine di una guerra o la protezione divina; Trionfali (o di Gloria), che celebrano solennemente i misteri della fede, pensiamo al Corpus Domini oppure alle processioni mariane o quelle dedicate ai Santi; Funzionali, che fanno parte intrinseca di un rito, come accade, per esempio, prima di una solenne Santa Messa oppure quella con le candele nel giorno della Candelora.

Per concludere, il rito della processione è una realtà seria, condivisa da chi vuole partecipare ad un evento sacro, che porta i suoi frutti in ciascuna anima e talvolta, come è accaduto spesso nella storia della Chiesa, porta frutti collettivi e ne ricordiamo alcuni. Durante una devastante epidemia di peste a Cava de’ Tirreni (SA), nel 1656, la città fu benedetta con il Santissimo Sacramento dal Monte Castello e l’epidemia si arrestò miracolosamente. La popolazione a Monteroni di Lecce (1867) portò in processione il simulacro del Crocifisso per fermare la diffusione del colera e così avvenne.

Durante una violenta epidemia di peste a Torino nel 1613, il beato Sebastiano Valfrè con i suoi confratelli oratoriani organizzarono una solenne processione, portando in gloria il Santissimo Sacramento, da quel momento il contagio iniziò a retrocedere la sua virulenza e come non fare memoria della volontà di papa Gregorio Magno, durante la peste a Roma del 590, quando guidò una solenne processione con l’icona della Salus Populi Romani? L’epidemia sparì e apparve un angelo sul Mausoleo di Adriano, da qui il nome di Castel Sant’Angelo.

«Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Per adesso alle anime viene fornita troppa biada avariata

Chi era Santa Scorese, uccisa da uno stalker a 23 anni perché aveva scelto Dio

di Emilia Flocchini–  Avvenire 15 Luglio 2026

Una testimonianza che tocca le corde dell’attualità quella della giovane barese morta nel 1991, vittima di una violenza di genere. Oggi va verso gli altari «non per come è morta ma per come ha vissuto tutte le sue scelte»

La serva di Dio Santa Scorese

«Ho ventitré anni, non posso morire così!», mormora, rivolta al cognato e allo zio, Santa Scorese, aggredita pochi istanti prima, nel cortile di casa sua, da Giuseppe Di Mauro, dieci anni più grande di lei. È il 15 marzo 1991, ma da tre anni la segue dovunque vada e le lascia biglietti anonimi, per farle capire che dev’essere solo sua, altrimenti morirà. Così avviene, nel giro di poche ore da quell’agguato. 

Santa, nata il 6 febbraio 1968 a Bari, vive un percorso di giovane coinvolta in vari ambiti della vita ecclesiale e sociale, riuscendo a fare sintesi di tutte queste esperienze in modo personale. Secondo Carmencita Picaro, la Missionaria dell’Immacolata “Padre Kolbe”, che diventa la sua compagna di viaggio, «i suoi due desideri di fondo, ossia essere capace di vivere in pienezza la sua umanità ed essere se stessa alla luce di Gesù, hanno fatto di lei una esploratrice dei segreti di luce per la vita piena, che lei raccoglieva nel campo delle esperienze ecclesiali e che erano presenti, in scintille dello Spirito, in ogni realtà che frequentava». Santa dichiara il suo amore per Gesù in pagine di diario, intessute di riferimenti biblici, in lunghi tempi di adorazione, ma anche tra le lacrime, perché non sempre viene compresa nelle sue scelte. Un’altra costante della sua esperienza è il rapporto con la Vergine Maria, che ha scelto sia affidandosi alle sue cure sia cercando di imitarla come vera donna aperta a Dio e all’umanità.

Ama la cultura e la bellezza, s’incanta guardando il mare, pratica la pallacanestro e, con la sorella, ascolta le canzoni di Renato Zero. All’università sceglie inizialmente Medicina per poter essere più utile al prossimo, ma in seguito riconosce di essere più incline all’ascolto che alla cura dei corpi e passa, quindi, a Pedagogia. Continuando la frequentazione di Carmencita e delle Missionarie dell’Immacolata, pensa di poter condividere la loro vita più da vicino per «essere Maria nel mondo», secondo il loro carisma. Tuttavia, dopo un periodo di prova, chiede di non continuare la formazione, per ragioni personali e familiari, ma non abbandona il suo progetto di consacrazione.

Proprio in quel periodo, inizia per lei il tempo della persecuzione, che vive come se fosse il suo Getsemani: soffre nel sentirsi limitata nella propria libertà personale, ma sa di non essere abbandonata da Gesù. I comportamenti ossessivi mettono in guardia i familiari di Santa: suo padre è un agente di polizia, quindi cerca di ottenerle una scorta, mentre gli amici l’accompagnano agli incontri a cui sente di non dover mancare. È però sola, la sera del 15 marzo 1991, in cui Giuseppe l’attende nel cortile di casa per portare a termine quello che non era riuscito a compiere il 6 febbraio 1989, in una precedente aggressione; dopo averla ferita con un coltello, viene bloccato e trascorre i successivi dieci anni in un ospedale psichiatrico giudiziario.

«Credo che proprio la sua uccisione – aggiunge Picaro – sia stata il suo sigillo d’amore per Gesù e il luogo della sua missione, da dove grida ancora al mondo la bellezza di una vita forte e coerente, vissuta in pienezza, anche se giovane, e la forza che si sprigiona dall’Amore vero condiviso; quello che afferra e trasforma tutta la persona, e che scorre da una fonte che non si dissecca perché è da Dio stesso a cui ci si abbevera in ogni istante».

L’inchiesta su vita e presunto martirio di Santa si è svolta dal 5 aprile 1998 al 7 settembre 1999 nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto. Franca Maria Lorusso, avvocata ecclesiastica, che nel 2023 è stata nominata postulatrice della fase romana della causa dall’arcivescovo Giuseppe Satriano, dichiara: «A lui va riconosciuta la lungimiranza (e anche il coraggio pastorale) di non lasciare Santa confinata nella memoria familiare, nella devozione di pochi o in una dolorosa pagina di cronaca» che ha ispirato libri, film, spettacoli teatrali.

Pensando a un possibile parallelismo tra lei e altre giovani martiri, uccise da chi voleva violare la loro integrità fisica, aggiunge: «La sua morte non si lascia leggere soltanto come l’esito tragico di una violenza di genere, e nemmeno solo come martirio della purezza. Il cuore della causa è un altro: verificare se Santa sia stata uccisa in odium fidei . Se, cioè, l’avversione dell’aggressore si sia diretta non solo contro la donna che gli si negava, ma contro ciò che lei rappresentava e viveva: la sua fede, la sua scelta di Dio, quella libertà interiore che proprio dalla fede nasceva.

Dignità della donna e odium fidei , insomma, non stanno sullo stesso piano. La prima è il volto umano della vicenda, quello che tutti riconoscono al primo sguardo; il secondo, se la Chiesa lo riconoscerà, ne è il fondamento teologico. Santa ha certamente difeso la propria dignità. Ma lo ha fatto perché quella dignità, per lei, aveva un nome preciso: appartenenza a Cristo». La Positio super martyrio è in piena fase di elaborazione a opera di un piccolo gruppo di collaboratori e con la guida del relatore, il carmelitano padre Szczepan T. Praskiewicz. 

La memoria di Santa viene oggi custodita dall’Aps Amici di Santa , nata nel 2024. Sua sorella Rosa Maria ha percepito un cambio di sensibilità da parte di chi la ascolta per la prima volta raccontare l’esperienza di Santa: «Chiaramente le ragazze sono quelle più coinvolte, si appoggiano, chiedono conforto, ma negli ultimi anni è cambiato moltissimo anche l’atteggiamento dei ragazzi, che cominciano a dimostrare più attenzione su questi temi».

San Bonaventura


Autore: Francisco de Zurbarán anno: 1628 – 1629 titolo: San Bonaventura in preghiera luogo: Gemäldegalerie Alte Meister

Nome: San Bonaventura

Titolo: Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita: 1221, Bagnoregio, Lazio

Morte: 14 luglio 1274, Lióne, Francia

Ricorrenza: 15 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Canonizzazione:
14 aprile 1482, Roma , papa Sisto IV

Luogo reliquie: Concattedrale di San Nicola

Fa parte di: Santi del Lazio

Nell’anno 1221 nasceva in Bagnoregio (Lazio) San Bonaventura che al fonte battesimale fu chiamato Giovanni. Essendosi ammalato gravemente all’età di quattro anni, la mamma lo raccomandò a S. Francesco d’Assisi, colà di passaggio, promettendo di offrirlo al Signore nell’ordine dei Frati Minori, se avesse riacquistata la salute. S. Francesco pregò per lui e quando lo seppe risanato, esclamò: « O buona ventura » e da allora Giovanni fu chiamato Bonaventura.

Cresciuto negli anni, nel 1242 si associò ai seguaci del poverello d’Assisi, ove in breve fece mirabili progressi nella virtù e nella scienza.



Fatta la professione, venne mandato all’Università di Parigi, alla scuola del dottissimo Padre Ales. I progressi che fece negli studi furono tali che dopo solo sette anni venne eletto professore di filosofia e  teologia nella medesima Università.

I suoi esempi rifulgevano davanti ai confratelli ed essi, nonostante la sua giovine età, lo elessero priore generale dell’ordine nel 1256.

Nella nuova carica era sempre così puntuale e preciso, che per stimolare i ritrosi ed animare i fervidi alla imitazione di S. Francesco, si serviva più del suo esempio che della sua autorità.

La sua fama si estese: tutti ormai stimavano il Padre Bonaventura uomo eccezionale, perciò il papa Clemente IV gli offrì l’arcivescovado di York (Inghilterra). Ma S. Bonaventura riuscì a indurre il Santo Padre a desistere dal suo progetto.

Però Gregorio X, successore di Clemente IV, vedendo i doni che Dio aveva elargito a questo religioso, e considerando il gran bene che avrebbe potuto fare alla Chiesa, lo elesse cardinale. S. Bonaventura non voleva e si era persino rifugiato in Francia; ma tutto fu inutile. Costretto dall’ubbidienza si portò a Roma dove il Papa, consacrandolo vescovo di Albano, lo nominò legato pontificio assieme a San ‘Tommaso d’Aquino per il concilio che si stava per aprire in Lione.

Ma S. Tommaso lungo il viaggio s’ammalò e morì, e S. Bonaventura per il troppo lavoro fu preso da atroce malore e da vomito continuo, onde in pochi giorni passò’ all’eternità. Era il 14 luglio del 1274.

Come si è già accennato, S. Bonaventura era dottissimo ed in mezzo alle sue molteplici occupazioni trovò modo di scrivere numerosi volumi che rivelano la profondità della sua dottrina e l’acutezza del suo ingegno. Ad una vecchietta che lo lodava per la sua scienza rispose: « Voi potete amar Dio più di qualsiasi sapiente ed è questo l’unico mezzo per essere a Lui accetti ».



Un fraticello laico perciò ripeteva: « Vecchierella, vecchierella, se tu amerai il Signore più di Padre Bonaventura, sarai più santa di Padre Bonaventura ».

Le reliquie di San Bonaventura si custodiscono principalmente a Bagnoregio, nella Concattedrale di San Nicola, dove si trova il celebre “Santo Braccio”, unico frammento autentico del suo corpo rimasto dopo la distruzione del sepolcro di Lione ad opera degli Ugonotti nel 1562. In effetti, durante una ricognizione del corpo avvenuta il 14 marzo 1490, fu estratto il suo braccio destro e nel maggio 1491 portato a Bagnoregio in un reliquiario d’argento, dove è tuttora venerato.

PRATICA. La perfezione cristiana non consiste in altro che nel conoscere, amare e servire fedelmente il Signore.

PREGHIERA. O Dio, che desti al tuo popolo il beato Bonaventura ministro di eterna salute, deh! fa’ che, come lo avemmo dottore sulla terra, meritiamo di averlo intercessore in cielo.

Caldo, attesi fino a 45 gradi in Sardegna: giovedì il picco in Italia. «In Europa 10 mila morti»

di Paolo Virtuani – Corriere della Sera – 14 Luglio 2026

I dati choc dell’istituto EuroMomo. Domani in Italia sette città con il bollino rosso. E arriva la polvere sahariana

Caldo, attesi fino a 45 gradi in Sardegna: giovedì il picco in Italia. «In Europa 10 mila morti»

Oggi quattro città in bollino rosso e undici in arancione, domani saranno rispettivamente sette (Torino, Brescia, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, Frosinone) e otto. La bolla di aria torrida di provenienza africana, in settimana farà raggiungere i massimi picchi di calore della terza ondata di calore stagionale. Inoltre è in arrivo una nube di polvere sahariana che, se da un lato schermerà i raggi del sole durante il giorno facendo – forse – diminuire leggermente le temperature, dall’altro farà da schermo durante la notte alla dispersione del calore dal terreno verso l’atmosfera.

 I meteorologi prevedono temperature che tra giovedì e venerdì potrebbe toccare i 45 gradi nelle zone interne della Sardegna (ieri la colonnina di mercurio è arrivata a 41,9°C a Orani, in provincia di Nuoro).

Le alte temperature e la prolungata siccità che ha reso secchi terreni e vegetazione in molte zone sono il mix ideale per lo sviluppo di incendi. Ieri pomeriggio ad Aglientu (Sardegna settentrionale) dove i gradi erano 37, i Vigili del fuoco hanno dovuto far rapidamente evacuare i turisti a causa delle fiamme che si sono sviluppate nella vicina pineta.

Sono intervenuti anche due Canadair ed elicotteri del servizio antincendio regionale.

In Campania un rogo è nato un’area di sterpaglie nelle vicinanze dell’Accademia dell’Aeronautica militare a Pozzuoli. Coinvolte due concessionarie d’auto, interessati oltre 40 veicoli. A scopo precauzionale sono state evacuate alcune abitazioni nelle vicinanze.

In Sicilia si registra anche una vittima: un 78enne è morto in un incendio divampato nel suo terreno a causa del forte vento mentre bruciava sterpaglie. Nel Catanese i Vigili del fuoco del comando provinciale ieri hanno effettuato 22 interventi per fiamme di sterpaglie e vegetazione. Intanto nelle ultime ore in Friuli-Venezia Giulia hanno ripreso vigore gli incendi in Carnia e Valcellina.

Il Corpo forestale regionale monitora l’area anche con droni dotati di termocamera.

In Piemonte rimangono attivi solo pochi focolai dei roghi che si sono sviluppati la scorso settimana e che hanno ridotto in cenere circa 700 mila alberi. Secondo Lorenzo Elia, vicario del direttore centrale per l’Emergenza e il soccorso tecnico dei Vigili del fuoco, su tutto il territorio nazionale finora nel 2026 c’è stato un aumento del 10-15% della superficie boschiva bruciata rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

In Francia il grande incendio, alimentato dal vento, che si è sviluppato domenica nella foresta di Fontainebleau, a una sessantina di chilometri a Sud-Est di Parigi, ha visto all’opera quasi 800 pompieri e due Canadair che, per la prima volta, hanno prelevato acqua dalla Senna: bruciati circa mille ettari di bosco. Due presunti piromani sono stati arrestati. «Sono stati trovati una decina di inneschi in un raggio di un chilometro», ha reso noto il ministro dell’Interno Laurent Nuñez. Nel tardo pomeriggio di ieri l’incendio appariva sotto controllo.

Le varie ondate di calore che in sequenza hanno colpito l’Europa occidentale hanno avuto pesanti conseguenze sulla salute, soprattutto tra gli anziani e i più fragili. Sono stati pubblicati vari studi sul numero di vittime dovute al caldo. EuroMomo, l’Ufficio europeo sulla mortalità, ha registrato 10 mila decessi in più rispetto alla media (70 mila solitamente nell’ultima settimana di giugno), di cui 9 mila oltre i 65 anni. «Difficile spiegare questi numeri con qualcosa d’altro che non sia il calore estremo», ha commentato Lasse Vestergaard, capo dello Statens Serum Institut, che ospita EuroMomo.
Inoltre, uno studio pubblicato ieri da ricercatori di Imperial College, Met Office e London School of Hygiene and Tropical Medicine, tra Inghilterra e Galles stima in 2.700 le vittime per le ondate di calore di maggio e giugno.

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