Chiesa cattolica | CR 1948

29 Aprile 2026 

Il testo che riportiamo è la seconda parte di quello pubblicato la settimana scorsa dedicato a Maria Mediatrice del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti, tratto dalla sua opera La Madonna secondo la fede e la teologia, vol. II: La singolare missione di Maria SS. (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953).

4. I protestanti e la mediazione mariana

Secondo i Protestanti, l’unica mediazione concepibile è quella di Cristo, ed è limitata alla persona di Lui, secondo l’affermazione di S. Paolo: «V’è un solo Dio ed un solo mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, il quale diede se stesso quale prezzo di riscatto per tutti» (1 Tim., 2, 5). Ciò posto, né Maria, né la Chiesa, né il sacerdozio possono partecipare all’azione mediatrice, essendo tutti valori estrinseci al mistero della mediazione, poiché non hanno altra funzione che di puri segni, atti a far conoscere e a gettar luce sull’unica mediazione di Cristo. Tale è la posizione del celebre teologo calvinista Carlo Barth (Die kirchliche Dogmatik, t. I, 3: Die Lehre vom Wort Gottes, ed. 3, Zollikon-Zurich, 1945, p. 160).

Anche il pastore protestante Max Thurian rimprovera alla mariologia cattolica di compromettere l’unicità della mediazione di Cristo. Il mariologo cattolico, secondo lui, si sente costretto a creare nuove mediazioni accanto a quella di Cristo perché questa non è stata da lui sufficientemente presa in seria considerazione. La Chiesa cattolica – egli dice – allontanandosi dalla cristologia del Concilio di Calcedonia, e spinta da un movimento irresistibile verso il docetismo [!..], sarebbe andata attenuando sempre più l’affermazione dell’umanità di Cristo. «Ella si arroga la parte che deve fare l’umanità di Cristo per la nostra salvezza»… «Gesù Cristo è troppo Dio, la sua umanità è troppo divinizzata per avere ancora qualche rapporto reale con la nostra. La dottrina della mediazione di Cristo riceve lì un grave colpo». Questo dogma – egli dice – non è certo abbandonato, ma è profondamente modificato; la mediazione – secondo la Chiesa cattolica – si opera per Cristo ma in Maria. Una mediazione più autentica viene ad aggiungersi – egli dice – ad una mediazione indebolita… e la cristologia diventa una «mario-cristologia». Una tale deformazione sarebbe dovuta al fatto che il cattolicesimo «sia in Oriente che in Occidente non ha mai potuto estirpare dalla sua teologia un fondamento monofisita eretico dell’Oriente cristiano» [!..]. Questa evoluzione continuerebbe anche oggi… (cfr. Le dogme de l’Assomption, in “Verbum Caro”, t. 5, a. 1951, p. 29-31 e 36).

Ciò non ostante, Max Thurian non limita affatto la mediazione alla sola persona di Cristo. Egli ritiene che la teologia cristiana è una dottrina della mediazione che si esercita sulla terra per mezzo del corpo di Cristo che è la Chiesa, col ministero della parola, dei sacramenti; mediazione dei fedeli con la testimonianza e l’intercessione, «mediazione di Maria, perciò, e dei santi nel Cristo, in tanto che hanno testimoniato e pregato». E conclude: «La negazione di qualsiasi altra mediazione all’infuori di quella di Cristo, anche una mediazione per mezzo di Lui ed in Lui, conduce… alla negazione della mediazione reale del Cristo-Dio». Non vi è dunque – secondo Thurian – una mediazione autentica senza il prolungamento di Cristo nello spazio e nel tempo. Thurian, come si vede, si allontana non poco dalla posizione di Barth e si avvicina non poco alla posizione cattolica.

Altrettanto, anzi, più ancora, ha fatto, sempre di recente, il teologo luterano Hans Asmussen, in un libro che sta facendo molto chiasso in Germania (Maria, die Mutter Gottes, ed. 2, Stuttgart, 1951, p. 5, 46, 50, 51). Egli dichiara di voler prendere sul serio il titolo di «Madre di Dio». Orbene, prendere sul serio la maternità divina significa prendere sul serio la «grazia». A torto – egli dice – il Protestantesimo si immagina a volte che nell’opera della mediazione la semplice antinomia di Dio-Uomo basti a spiegar tutto. I testi neotestamentari che trattano della grazia – osserva Asmussen – presentano un aspetto del tutto diverso delle cose (II Petr., 1, 4; I Giov., 1, 7; 2, 2). Se la grazia è, innanzitutto, la benevolenza divina, poi un dono di Dio, essa è finalmente nelle mani degli uomini, amministrata dagli apostoli. È qui che si constata l’insufficienza della suddetta antinomia. Nella sua funzione ecclesiastica l’uomo può trovarsi dal lato di Dio di fronte ad altri uomini. Nella scala del valore del regno di Dio, gli uomini non sono tutti uguali. Visti dal mondo, Dio e i suoi santi formano una certa unità. Quest’ordine voluto da Dio è una realtà che noi dobbiamo riconoscere nei santi, nella Chiesa, in Maria. La Chiesa come tale non può essere posta fra le categorie del profano e del puro umano. Dio l’ha posta in un lato particolare del suo piano provvidenziale, le ha confidato il compito di amministrare la grazia. La Chiesa deve agire con la piena coscienza di questo fatto. Appartiene egualmente alla Chiesa di riconoscere la parte e il luogo di Maria nel suo seno. Maria, ai nostri occhi, è unicamente un oggetto, o saremo noi autorizzati a vedervi un soggetto, un essere che, dall’alto dei cieli, guarderebbe il mondo ed esporrebbe il suo pensiero dinanzi al trono di Dio? Asmussen ammette che Maria è mediatrice, pur respingendo nettamente la posizione attribuita, su tale questione, alla teologia cattolica, poiché tutto ciò che compromette la mediazione di Cristo è intollerabile.

Ma il rifiuto di questa mediazione che pone un altro mediatore tra Cristo e noi non implica il rifiuto di qualsiasi mediazione. Ogni vita cristiana, secondo la Scrittura, comporta un elemento sacerdotale; ed ogni sacerdozio comporta l’idea di mediazione. «Colui che è sacerdote e mediatore non può essere posto puramente e semplicemente dal lato di Dio o dal lato degli uomini. Egli, al contrario, rappresenta Dio dinanzi agli uomini e rappresenta gli uomini dinanzi a Dio». Se ciò si verifica per qualsiasi cristiano, non si verificherà, con maggior ragione, per Maria? Ma ciò suppone, ben inteso, la possibilità di una mediazione in Cristo con l’esclusione di ogni mediazione al fianco dell’unico mediatore (ossia, collaterale a quella di Cristo). Questa mediazione in Cristo ci rivela specialmente che l’opera redentrice non è rimasta senza frutto. È perciò in qualità di eminente discepola di Cristo che la Madre di Dio partecipa alla mediazione di Lui. Dio è potente nei suoi santi. È evidente, in Asmussen, l’allontanamento dalla posizione dei vecchi Protestanti che si riflette in modo così vivo in Carlo Barth, e l’avvicinamento alla posizione cattolica. Da rilevare che Asmussen è seguito in ciò da Guglielmo Staehlin, vescovo luterano di Oldenburg (Fren dich, Begnadete, Cassel, 1950) e da non pochi altri.

5. In qual senso si dà a Maria SS. il titolo di «Mediatrice»

La mediazione che noi si attribuisce alla Vergine SS. non è e non può essere una mediazione principale, indipendente, per sé stessa sufficientemente ed assolutamente necessaria, qual è quella di Cristo; ma è una mediazione secondaria, subordinata, per sé stessa insufficiente e soltanto ipoteticamente necessaria (ossia, necessaria in seguito alla libera disposizione di Dio). Siamo quindi lontani mille miglia dall’attribuire alla Vergine SS. il titolo di Mediatrice nel senso stesso in cui si attribuisce il titolo di Mediatore a Cristo (come suppone il Widenfend); e tanto meno dal sostituire Maria Mediatrice a Cristo Mediatore (come suppongono gli Anglicani). Maria è Mediatrice con Cristo; ma mentre Cristo è Mediatore principale, Maria è Mediatrice dipendente da Cristo, subordinata a Cristo; mentre Cristo è Mediatore per sé stesso sufficiente, Maria è Mediatrice per sé stessa insufficiente; mentre Cristo è il Mediatore (nell’ordine presente) assolutamente necessario, Maria è la Mediatrice ipoteticamente necessaria, ossia in seguito alla libera disposizione divina. Esiste dunque una distanza enorme tra Cristo Mediatore e Maria Mediatrice, distanza che va rispettata e in nessun modo va accorciata o, peggio ancora, semplicemente bruciata, come fanno i nostri avversari allorché osano rimproverare ai cattolici il titolo di Mediatrice dato da loro alla Vergine SS.ma.

Ciò premesso, veniamo alle prove, tratte dal magistero ecclesiastico, dalla S. Scrittura, dalla Tradizione e dalla Ragione.

6. Le prove

a) L’insegnamento del magistero ecclesiastico. In vari documenti, anche solenni, il magistero ordinario della Chiesa attribuisce alla Vergine SS. il titolo di Mediatrice, nel senso già da noi determinato. Così, per es., Leone XIII chiamava la Vergine SS. «degna ed accettissima Mediatrice presso il Mediatore» (Fidentem piumque, t. 5, p. 90); insegna che Iddio, con benignissima misericordia, ci ha provveduti della Mediatrice (Iucunda semper, t. 4, p. 132). Pio XI chiama la Vergine SS. «Dispensatrice e Mediatrice della grazia» (Miserentissimus Redemptor, AAS, 1928, p. 148).

Il magistero ordinario ecclesiastico, oltre ad usare il titolo di Mediatrice, afferma anche ed insegna esplicitamente l’alto ufficio da esso significato, ossia il principio di associazione di Maria SS. a Cristo in tutta l’opera della mediazione. Questo grande principio lo troviamo particolarmente inculcato nelle Encicliche di Leone XIII. Così, per es., la Vergine SS. viene chiamata consorte del Figlio (consors), ossia partecipe della medesima sorte o missione del Figlio, nella lettera Supremi Apostolatus (t. 2, p. 216), nella Costituzione Ubi primum (t. 5, p. 292) e nella Lettera Iucunda semper (t. 4, p. 122).

b) L’insegnamento della S. Scrittura. La S. Scrittura ci presenta costantemente la Vergine SS. come associata al Mediatore in tutta l’opera sua. Nell’oracolo genesiaco (Gen. 3, 15) – come viene dichiarato nella Bolla Ineffabilis – la Vergine SS. ci appare indissolubilmente congiunta a Cristo Mediatore nella lotta e nel trionfo sul serpente infernale. Possiamo dunque asserire che il principio di associazione della Mediatrice al Mediatore sia formalmente rivelato, quantunque in modo implicito, nel testo genesiaco del Protovangelo, e perciò possiamo dichiararlo prossimo alla fede.

L’opera mediatrice, quindi, va attribuita tutta, e non in parte soltanto, quantunque in modo diverso, a tre cause, non già coordinate, ma subordinate, di modo che la seconda di esse non agisca che per influsso della prima, e la terza per influsso delle altre due. Queste tre cause, nell’opera completa della mediazione, sono: Dio, Cristo e Maria: Dio causa prima; Cristo, Mediatore principale e perfetto; Maria, Mediatrice secondaria e subordinata. La mediazione, quindi, in tutta l’estensione del termine e sotto tutti i suoi aspetti, va attribuita tutta a Dio, causa prima, tutta a Cristo, Mediatore principale, e tutta a Maria, Mediatrice secondaria e subordinata, e non già parte a Dio, parte a Cristo e parte a Maria.

c) L’insegnamento della Tradizione. La Tradizione, intorno alla Vergine SS. associata come Mediatrice a Cristo Mediatore, è davvero lussureggiante. Sia in Oriente che in Occidente, ci imbattiamo in innumerevoli passi di Padri e di Scrittori ecclesiastici nei quali il titolo di Mediatrice vien dato alla Vergine SS. non solo in modo implicito ma anche in modo esplicito, nel senso già da noi dichiarato.

Tra gli Orientali, basti nominare sant’Efrem, sant’Epifanio, san Proclo, Basilio di Seleucia, Antipatro di Bostra, sant’Andrea di Creta, san Germano di Costantinopoli, san Giovanni Damasceno, san Tarasio, san Teodoro Studita, Giorgio di Nicomedia, Fozio, Costantino VII Porfirogenito, Giovanni Geometra, Giovanni Eucaitense, Giacomo Monaco, Neofito Monaco rinchiuso, Germano II di Costantinopoli, Isidoro di Tessalonica, Gregorio Palamas, Nicolò Cabasilas e Teofane Niceno.

Tra gli Occidentali ci limitiamo a nominare Paolo Warnefrido Diacono, san Pier Damiani, Rodolfo Ardente, Guiberto abate, sant’Anselmo di Canterbury, Eadmero, Ermanno abate, san Bernardo, Guerrico abate d’Igny, Goffredo d’Admont, Riccardo di S. Vittore, Adamo Scoto, Pietro di Celle, Filippo di Harveng, Enrico di Castro Marsiaco, Baldovino di Canterbury, Giovanni Algrino, Pietro di Blois, Assalonne Springkirch bacense, Adamo di Perseigne, Elinando da Monte Freddo, Guglielmo da Parigi, sant’Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura, Corrado da Sassonia, Giacomo da Varazze, Raimondo Giordano, Raimondo Lullo, Giovanni Gersone, Giovanni Rusbroch, Bernardino de Bustis, san Lorenzo Giustiniani, Tommaso da Kempis, sant’Antonino di Firenze e Dionisio Certosino.