"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Novembre 2025 Pagina 1 di 31

🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio Puntata 82 – Falsi mistici e falsi veggenti

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PENSIERO QUOTIDIANO

49. La vita umana vista dall’eternità

Ci sono due modi di guardare alla vita fra loro radicalmente diversi. Potremmo dire che l’umanità, oggi in particolare, si divide in base a queste due prospettive fra loro inconciliabili.

La prima visione della vita è quella di chi non ha la fede, intesa come luce divina che illumina l’anima e la rende capace di uno sguardo che va oltre l’ambito della finitezza e del tempo che scorre.

Chi cammino lungo questa via si rende conto che ogni giorno il tempo a disposizione si riduce inesorabilmente e in nessun modo si può fermare o tornare indietro.

In questa prospettiva il vivere diviene un correre verso la morte, cioè la scomparsa radicale di sé stessi, invano mitigata dalle tracce labili che il tempo impietoso si incarica di dissolvere nel nulla.

Oggi questa è la visione della vita imposta dalla pseudo-scienza che nega la presenza nell’uomo di un’anima spirituale e immortale irriducibile al divenire della materia.

Da questo modo di guardare a sé stessi e al proprio destino, proviene quel veleno sottile che offusca le menti e inquina i cuori di innumerevoli persone, spingendole inesorabilmente lungo il barato dell’auto-perdizione.

La seconda visione della vita è quella di chi ha la luce della fede, o almeno quella della retta ragione, grazie alla quale lo sguardo si eleva oltre i confini del tempo e spazia nell’immensità dell’eterno.

L’anima che ha acquisito “la vista spirituale” vede sé stessa nel suo rapporto con Dio, che l’ha chiamata ad esistere traendola dal nulla e che la sorregge ed accompagna nel suo cammino fino all’abbraccio dell’eternità.

La vita non è più uno correre inesorabile verso il vuoto, ma un’ascesa verso la pienezza e la gioia di un incontro che asciugherà ogni lacrima.

La prima via è il cammino dell’inganno e della tenebra, la seconda è quello della verità e della luce. La prima è ampia e in discesa e molti corrono per essa. La seconda è stretta ed erta e sono pochi quelli che la percorrono.

LIVE: 🕯 SANTA MESSA – BENEDIZIONE DI P.LIVIO – prima Domenica di Avvento

Il piano di pace di Trump per l’Ucraina assist per ‘l’alleato’ Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 29 Novembre 2025

Il 2025 non segna la fine delle guerre, ma la divisione tra le dittature d’Oriente e Occidente. Il nuovo Dizionario della lingua russo rilancia visioni di democrazia e autocrazia dell’ideologia ufficiale. La specialità di Witkoff e Dmitriev, artefici del “progetto” di tregua, è contare i soldi dividendosi la posta. Lo scontro sulla lingua e il tema della convivenza fra Chiese ortodosse. 

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova della stretta amicizia tra i due imperatori Donald Trump e Vladimir Putin, dopo aver strapazzato Volodymyr Zelenskyj a febbraio e aver inscenato una passeggiata amorevole in Alaska a Ferragosto, ecco il “piano di pace” presentato a novembre, giusto dopo aver screditato il leader ucraino con lo scandalo dei water d’oro orchestrato dall’Fbi su commissione del Cremlino. L’esito delle vicende globali del 2025 non sarà la fine delle guerre in Europa e in Medio Oriente, ma la divisione del mondo tra le dittature d’Oriente e d’Occidente.

Proprio in questi giorni è stato pubblicato in Russia il nuovo Dizionario della lingua di Stato, che obbliga a interpretare i termini secondo gli standard decisi dall’ideologia ufficiale del “sovranismo ortodosso”. La democrazia viene quindi definita “il sistema di governo che realizza gli interessi delle persone più influenti”, mentre l’autocrazia è “il più efficace sistema di adempimento delle attese della popolazione”, la sintesi della politica di Putin e Trump, e di molti altri dittatori e “padri della patria” del tempo in cui viviamo. Gli autori del Dizionario sono oscuri funzionari del Cremlino, ma dietro i loro nomi si leggono chiaramente i veri ispiratori, come l’americano Steve Bannon e il russo Aleksandr Dugin, gli ideologi dell’impero contemporaneo.

L’ideologia dell’autocrazia sovranista può essere riassunta nello slogan eufonico russo tipico dei tempi sovietici: Miru – Mir, “Pace al Mondo”, ma anche “Il Mondo alla Pace”, inteso come una riduzione del mondo intero al proprio modo di intendere la pace (Mir significa sia Pace che Mondo). E la pace dei 28 punti, che diventano sempre di meno man mano che avanzano le “trattative” in ogni angolo del mondo, è un’efficace espressione di questa “idea russa” a cui gli americani oggi si adeguano, che si risolve nelle due parole dello slogan sovietico. Lo si può esprimere in forma ancora più esplicita ed efficace: Borba za Mir, “Lotta per la Pace” o anche “Guerra per il Mondo”.

I 28 punti di Trump, da accettare “entro una settimana” salvo poi procrastinarli per sei mesi, secondo la tempistica abituale dell’attuale capo della Casa Bianca, sono diventati 19 dopo gli incontri a Ginevra e ad Abu Dhabi, coinvolgendo delegazioni e rappresentanti di ogni tipo, anche se gli autori fondamentali rimangono sempre i soliti due, Steve Witkoff e Kirill Dmitriev (entrambi consiglieri di Putin, come si è visto dalle registrazioni diffuse), la cui specialità non è la politica o la diplomazia, e neppure i piani militari o le specificazioni giuridiche, ma soltanto la capacità di contare i soldi dividendosi la posta sul piatto.

Dei tanti argomenti nella lista, uno su tutti dimostra la nuova visione del mondo russo-americana, e riguarda il blocco dell’espansione della Nato, in cui il divieto all’ingresso dell’Ucraina è semplicemente un dettaglio secondario. Sarebbe più logico parlare esplicitamente di “fine della Nato”, intesa come alleanza militare tra America ed Europa nei confronti delle minacce orientali di Russia, Cina e altri nemici asiatici e non. La Russia non vuole la Nato almeno quanto oggi gli Stati Uniti vogliono tirarsene fuori, abbandonando gli europei al proprio destino, a cominciare proprio dagli ucraini. Del resto il 4° punto definisce bene questo nuovo assetto, auspicando “il dialogo tra Russia e Nato per assicurare la sicurezza globale e aumentare la possibilità di cooperazione per un futuro sviluppo economico”.

Ecco allora le conseguenze di questo “dialogo”, esplicitato ai punti 13-14, con il ritiro delle sanzioni alla Russia e il suo rientro nel G8, dividendosi le spese per le ricostruzioni in Ucraina con 100 miliardi pagati dagli europei, e il 50% di eventuali profitti da assegnare agli Usa. All’Ucraina verrà concesso l’ingresso nella Ue, con un accesso preferenziale al mercato europeo a breve termine, sempre sotto la gestione economica americana grazie al programma di finanziamento speciale elaborato dalla Banca Mondiale, controllando soprattutto la ripresa dell’estrazione di minerali e risorse naturali, l’argomento preferito dei colloqui diretti tra Trump e Zelenskyj, come quelli che si rinnovano in questi giorni. Ovviamente è prevista anche “la conclusione di un accordo di cooperazione economica a lungo termine” tra la Russia e gli Stati Uniti, grazie all’istituzione di “un gruppo di lavoro congiunto americano-russo”. Anche la centrale nucleare di Zaporižja (punto 19) sarà messa in funzione sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), e l’elettricità prodotta sarà distribuita in parti uguali tra Russia e Ucraina al 50%.

Il punto meno elaborato dei 28 presentati da Trump è il n. 20 sulla “Tolleranza”, chiaramente ispirato dai russi per indicare il ripristino della lingua russa in Ucraina, espresso nei termini generici per cui “i due Paesi si impegnano ad attuare programmi educativi nelle scuole e nella società volti a promuovere la comprensione e la tolleranza reciproca”. La motivazione linguistica è una delle principali cause del conflitto fin dal 2014, con la “de-russificazione” in atto in Ucraina anche nei confronti della letteratura e della cultura russa in generale, non solo mettendo al bando la “lingua dell’invasore”, che peraltro tutti gli ucraini parlano in privato, ma fingono di non conoscere in pubblico. E ancora di più la questione riguarda la convivenza delle due Chiese ortodosse tra loro identiche in ogni aspetto linguistico e ritualistico, quella autocefala nazionalista e quella patriarcale filo-russa, dove l’unica differenza sta nel nome del primate invocato nelle litanie liturgiche.

Il punto più direttamente relativo alle questioni militari riguarda ovviamente i territori occupati e “annessi” dalla Russia, che secondo la proposta trump-putiniana devono essere attribuiti a Mosca integralmente per quanto riguarda le quattro regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporižja, mentre nelle possibili modifiche delle altre trattative in corso si vorrebbero “congelare” lungo la linea attuale del fronte, senza obbligare l’Ucraina a riconoscerne la sovranità alla Russia. È evidente che su questo aspetto non ci sono molte possibilità di accordo tra i due contendenti, sia per l’orgoglio ucraino che non intende riconoscere alla Russia neppure la Crimea, sia per le mire della Russia che sta preparando una grande campagna militare per il 2026, con l’intenzione di raggiungere anche Odessa e privare l’Ucraina di ogni accesso al mar Nero, uno degli obiettivi militari più esplicitie irrinunciabili per Mosca non solo nella guerra attuale, ma fin dai conflitti medievali di Ivan il Terribile. Putin ha infatti dichiarato che tutti i punti verranno discussi “solo dopo il ritiro delle truppe ucraine”. 

Il piano “obbligatorio” e poi rimandato prevede anche l’organizzazione delle elezioni in Ucraina “entro 100 giorni” dalla firma del trattato di pace, mentre la contro-proposta europea propone un approccio meno rigido alla questione, senza bisogno di fissare una scadenza ferrea. Gli europei sono del resto gli ultimi cultori della tanto disprezzata “democrazia”, e l’idea di imporre scelte radicali e “autocratiche” come vorrebbero russi e americani, magari sull’onda degli scandali orchestrati ad arte, è forse l’aspetto che più distingue le diverse visioni del mondo che oggi si confrontano. Gli ucraini hanno certamente bisogno di ritrovare la via per una ricostruzione che unisca le diverse forze in campo nella politica nazionale, ma non sarà facile sottrarsi alle influenze dirette di Mosca e Washington, che attualmente convergono sostanzialmente su un punto: l’allontanamento di Zelenskyj, uno degli obiettivi primari dell’invasione russa del 2022.

Rimane ovviamente in bilico la questione della limitazione delle forze armate ucraine, quella delle possibili forze di pace sul territorio e delle garanzie di sicurezza rispetto a eventuali riprese del conflitto, dove l’incertezza evidente degli accordi rivela la loro fondamentale inconsistenza, che rende assai poco probabile una conclusione entro la fine dell’anno in corso, e forse anche del successivo. A Trump del resto interessa poco della vera soluzione della guerra, al di là della gloria personale in vista di nuove candidature al Nobel per il Miru-Mir, e a Putin interessa veramente la vittoria ideologica sull’Occidente ormai ristretto ai territori europei, dopo avere di fatto già conquistato l’America. I due sistemi si basano sugli affari, proiettandosi sullo sfondo del vero conflitto mondiale tra Washington e Pechino, di cui Mosca vuole essere l’arbitro e il grande ispiratore di entrambe le superpotenze. Lo stesso Putin ha del resto dichiarato in Kirghizistan che “non ha senso firmare documenti con la dirigenza ucraina, che ha perso la sua legittimità rifiutando di andare alle elezioni, come diceva Stalin: non è importante chi vota, importante è chi conta i voti”.

L’ispirazione fondamentale è il rilancio della triade zarista di metà Ottocento, Samoderžavie – Pravoslavie – Narodnost, “Autocrazia – Ortodossia – Populismo”, che duecento anni dopo il “gendarme d’Europa”, lo zar Nicola I salito al trono a dicembre del 1825, si reincarna oggi nello zar Putin I. Allora si cercava di convincere i regni d’Europa, compreso quello romano della Chiesa, a non cedere alle tentazioni del liberalismo e del socialismo, e per affermare questa visione del mondo i russi invasero la Crimea, sperando di conquistare l’Europa e le terre del mar Nero fino alla Turchia e alla Terra Santa. Il viaggio a ritroso nella storia continua, con il sostegno dell’America, non più vessillo della democrazia per il mondo intero, e tanto meno per la derelitta Ucraina, il centro geografico e politico dell’Europa.

Con la Santa famiglia di Nazareth camminiamo verso Betlemme

🌺🕯BUONA PRIMA DOMENICA D’AVVENTO

MARIA SANTISSIMA, PORTA DELL’AVVENTO
PREGA PER NOI! 🕯

Maria , tu porta dell’Avvento ,
Signora del silenzio , sei chiara come aurora ,
in cuore hai la Parola .

        Beata, Tu hai creduto!

Maria tu strada del Signore,
maestra nel pregare, fanciulla dell’ attesa, il Verbo in te riposa.

Maria, tu madre del Messia
per noi dimora sua, sei arca dell’Alleanza, in te Dio è presenza!


🕯Nella 1ª domenica di Avvento accendiamo la prima candela🕯La Speranza

In un mondo segnato dall’incertezza, la speranza è quella forza che ci spinge a credere che Dio è all’opera, anche quando tutto sembra spento. Questa prima candela accesa squarcia le tenebre: è l’immagine di Cristo che viene a illuminare le nostre vite.

Dal Vangelo -Matteo 25,13: «Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora»

Questo passo ci ricorda la necessità di essere vigili, di non cadere nella routine o nella disperazione, ma di aspettare attivamente, con il cuore rivolto a Colui che viene.

-Vivere la speranza cristiana significa scegliere la fiducia nonostante le difficoltà. Questa domenica, prendiamoci il tempo per identificare le nostre aspettative più profonde: cosa speriamo? Per noi stessi, per la nostra famiglia, per il mondo? Offriamole al Signore con fede:

🙏Signore, in questa prima domenica di Avvento, accendi in me la fiamma della speranza. Che questa luce scacci le mie paure e i miei dubbi. Dammi la forza di credere che anche nella notte tu vieni a visitarmi. Aiutami a rimanere sveglio e fiducioso, nell’attesa della tua venuta. Amen.

Puoi scrivere un’intenzione su un bigliettino, poi mettilo sotto la tua corona dell’Avvento. Questo gesto simboleggia l’offerta della tua speranza al Signore.

Bello anche confidare questa intenzione alla tua famiglia durante un momento di preghiera.

⭐⭐⭐PREMIAZIONE DI P.LIVIO FANZAGA DIRETTORE DI RADIO MARIA, DA PARTE DELL’ACCADEMIA DELLE CULTURE E DELLE SCIENZE INTERNAZIONALI: “LA COLOMBA DELLA PACE DEDICATA A PAPA FRANCESCO”

Riconoscimento istituito per celebrare l’impegno per la pace, la fraternità e la giustizia sociale, in piena armonia con gli insegnamenti del Santo Padre e l’Enciclica Fratelli Tutti.

“Premio internazionale La Colomba della Pace dedicato a Papa Francesco” conferito questa mattina al nostro Direttore PADRE LIVIO FANZAGA PER LA SUA OPERA DI PACE E FRATELLANZA TRA I POPOLI.

La solenne cerimonia si è tenuta oggi Sabato 29 Novembre presso il Piccolo Museo della Pace ad Assisi a Santa Maria degli Angeli a pochi passi dalla Porziuncola, luogo simbolo della spiritualità francescana.

L’evento ha visto la partecipazione di eminenti figure religiose, istituzionali e della società civile.

I Rappresentanti Accademici:

S.E. Cardinale Jose’ Saraiva Martins
Presidente Dott. Massimo Maria Civale
Il Cancelliere Massimo Guerritore

Assisi (Perugia)

27 Novembre 2025

🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio Puntata 81 – Vengono a voi in veste di pecore

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Padre Pugliese spiega la realtà della Chiesa in Turchia. L’importanza del viaggio di papa Leone XIV

A colloquio con padre Paolo Pugliese, Paolo Pugliese, cappuccino, che vive da più di dieci anni in Turchia. Oggi è delegato dei frati minori cappuccini nel Paese

Di Antonio Tarallo

Roma, venerdì 28 novembre 2025, 14:00 (ACI Stampa).

Per conoscere meglio la realtà della Chiesa in Turchia, e per parlare del primo viaggio apostolico di papa Leone XIV, AciStampa ha intervistato padre Paolo Pugliese, cappuccino, che vive da più di dieci anni in Turchia. Oggi è delegato dei frati minori cappuccini nel Paese.

Turchia, terra che parla al nostro oggi. E tanto. Voi, frati cappuccini, è da tempo che siete presenti in questa terra. Dove svolgete il vostro servizio?

Una presenza, quella di noi frati cappuccini, che rimane ancora importante. Sì, rimane importante anche se piccolina. Qui a Istanbul, abbiamo il convento sulla parte europea, siamo l’ultima chiesa a ovest di Istanbul. Come cappuccini siamo presenti in luoghi importanti: vi è la casa di Maria ad Efeso, dove ci sono appunto dei frati che ricevono essenzialmente i pellegrini sia di fede musulmana che cristiana. E poi, Efeso è il luogo dove appunto Giovanni ha scritto il Vangelo, e vissuto fino alla morte. Noi stiamo in questo piccolo santuario, Meryem Ana Evi, da una sessantina d’anni, è un luogo in cui si sente molto il dialogo interreligioso. Poi abbiamo altre due presenze nel sud. Uno di questi due siti è a Mersin, grande città portuale, poco distante da Tarso, patria di Paolo, per intenderci. Qui, animiamo l’unica chiesa cattolica della città. Infine abbiamo un’altra presenza, ai confini della Turchia con la Siria, ad Antiochia. Città altrettanto importante per il Cristianesimo: Antiochia è il luogo dove per la prima volta i discepoli di Gesù sono stati chiamati “cristiani”. È posta a una cinquantina di chilometri al confine con la Siria.

Cosa rappresenta per la Chiesa in Turchia questo viaggio di papa Leone XIV?

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Aspettavamo il pontefice. Un viaggio importante per diversi motivi. Dobbiamo premere che la chiesa cattolica turca è un’area piccola piccola. Assai piccola. E non ha personalità giuridica. Una piccola chiesa che si potrebbe definire un fiorellino di campagna. Per questi motivi ricevere la visita del Papa significa sentirsi parte di qualcosa di molto più grande e rilevante, sia a livello diacronico (nel tempo) che sincronico (cioè nello spazio). La presenza del Pontefice dà un senso di appartenenza, un po’ di respiro. Non è certo facile quando si vive da minoranza. Questo viaggio è proprio questo: un respiro a questa piccola comunità di fedeli! Siamo pochi, ma ecco che in questi giorni il papà ci ascolta, ci guarda: è bellissimo tutto ciò! 

Una minoranza che accoglie il papa. Una minoranza a cui il pontefice presta attenzione. Come primo viaggio – seppur doveva essere papa Francesco a compierlo – Leone XIV sceglie proprio un piccolo popolo. In fondo, non pensa, che potrebbe essere anche un messaggio che va oltre ai luoghi di questo viaggio? Un messaggio a una cristianità che, vista l’Europa secolarizzata, è sempre più piccola?

È molto opportuna questa sua riflessione. In fondo, potrebbe anche essere così. E questo si allaccia a un pensiero che spesso mi si affaccia: la Chiesa della Turchia vive una condizione profetica rispetto alla Chiesa d’Europa. Mi spiego meglio: la crisi che la chiesa sta vivendo in Europa qui è stata vissuta secoli fa, e ora i fedeli sono pochi, così come i sacerdoti, i mezzi… Pochi, piccoli, ma chiese vive. Il fatto che il papa venga qui e che ponga il suo primo sguardo a una chiesa che è di minoranza, fa riflettere anche su ciò che sta accadendo in Europa, e offre nuovi orizzonti anche altrove. 


Nicea, 1700 anni dopo. Quale possibilità di dialogo dopo il viaggio di papa Leone XIV? Concretamente cosa potrebbe cambiare sia nella chiesa locale sia a livello internazionale?

Cominciamo col dire che sicuramente le due sfere si toccano. A livello ecumenico penso che papa Leone XIV il Papa sia stato molto accorto nel senso che è stato invitato da Bartolomeo ma ha messo nel programma delle visite sia al patriarcato armeno che alla Chiesa siriaca: queste sono le due realtà importantissime, due realtà di una grande storia dietro alle spalle. Due chiese antichissime: basterebbe pensare alla Chiesa siriaca, una chiesa che prega la sua liturgia, le sue preghiere, che celebra le sue funzioni in siriaco che sarebbe una variante dell’aramaico, la lingua parlata da Gesù. Quindi, è una Chiesa importantissima che però è stata tendenzialmente al di fuori dell’impero romano, dell’impero bizantino, e quindi non ha mai avuto un imperatore che la tutelasse, per intenderci. Poi, abbiamo la Chiesa armena che ha avuto al suo inizio un impero. L’Armenia nel 303 diventa tradizionalmente per la prima volta l’impero cristiano, prima ancora dell’impero romano: in sintesi, una Chiesa importantissima, orgogliosa di questo primato, anche se poi la sua storia è stata travagliata come sappiamo fino ad arrivare al ‘900. Ecco, queste due Chiese sono in realtà importantissime in Turchia, perché numericamente sono molto più grandi della Chiesa cattolica. Il fatto che il pontefice le vada a trovare credo che sia proprio un fatto importantissimo: una scelta molto intelligente, una cosa anche molto sentita. Una scelta chiara che spero porterà un cammino davvero assieme. E il pontefice mi sembra più che determinato in questa direzione. Lo ha ripetuto più volte: ha parlato al plurale. “Camminiamo insieme”. Ricorda molto quel “Noi crediamo” del Concilio di Nicea, appunto. 

MARIA DOLCE MADRE

TROVI LE PRECEDENTI PUNTATE NELLA SEZIONE CATECHESI DI PADRE LIVIO

14. MARIA MADRE MITE

            Ciò che colpisce in Maria è la dolcezza del suo volto e la luce del suo sorriso, che attirano al suo Cuore i figli più lontani. La Madre di Dio armonizza mirabilmente la virtù della fortezza con quella della mitezza. Nell’umiltà della sua persona è tutt’altro che una canna sbattuta dal vento. La sua forza scaturisce dal suo intimo. La sua è la solidità di una casa costruita sulla roccia, contro la quale invano soffiano i venti e si abbattono le onde del mare. Accompagna il Figlio nella grande battaglia contro l’impero delle tenebre, senza mai vacillare e senza mai arretrare. Maria ritta ai piedi della Croce, mentre prega, soffre e offre, è l’icona della donna forte che combatte fino alla vittoria. Tuttavia questa forza divina è mirabilmente temperata da una calma serena che non viene mai meno. L’Ancella del Signore è la figura dei combattenti di Dio, di coloro a cui l’Onnipotente affida le imprese più ardue. In essi opera la potenza divina, ma come nascosta dietro la fragilità della carne. Essi combattono col sorriso sulle labbra. L’inflessibilità con la quale lottano contro il peccato è sempre accompagnata dalla compassione per il peccatore.

            La Vergine potente contro il male conosce la forza e la pericolosità del potere delle tenebre e lo combatte. Lei è la nuova Giuditta che affronta le orde infernali come un esercito schierato a battaglia. Non teme di scendere in campo contro il drago, per strappare dalle sue fauci i suoi figli. Nella lotta contro l’angelo impenitente, nemico di Dio e dell’umanità, la Madonna è implacabile. L’inimicizia è totale: “Porrò inimicizia fra te le la Donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa” (Gn 3, 15). Potrebbe la Madonna avere compassione verso colui che è la radice inesauribile dell’odio e della ribellione? Inesorabile e severa contro il peccato e il suo ispiratore, Maria trabocca di bontà e dolcezza per i peccatori. Che cosa farebbe una madre che vedesse il suo bambino che sta per essere sbranato da cani feroci? Non si batterebbe per sottrarlo ai loro morsi e poi, trepidante, non lo si stringerebbe al cuore e non si affretterebbe a curare le sue ferite?

            Maria è il rifugio dei peccatori. Gli uomini, lontani da Dio, nel loro subconscio ne hanno paura e temono i suoi castighi. Lo sguardo della Madre si posa su di loro non come quello del giudice sul reo, ma come quello del medico sul malato. Qualsiasi figlio sbandato che si è allontanato da casa, si aspetterebbe, com’è umanamente giusto, almeno il rimprovero, se non il castigo, da parte degli afflitti genitori. La Madonna non rimprovera, non castiga, non giudica. Lascia che a giudicare sia il Figlio, quando sarà giunto il momento.  Nel frattempo lei chiama, accoglie, risana. La Madre celeste conosce la vera natura del male. Lei sa quanto sia falsa l’opinione che i peccatori “si godono la vita”. È vero invece il contrario! Il male fa male. La giornata del peccatore è piena di inquietudini e la sua notte popolata da fantasmi. Lei sa che la divina giustizia è sempre preceduta dalla grazia della misericordia.

            Non solo la Madonna non ci infligge i castighi, per quando meritati, ma fa di tutto per evitarceli. Si tratta spesso di quei flagelli che Dio permette, ma che è la mano dell’uomo a costruire. Non è forse la guerra la più grande delle calamità? Quelle che hanno devastato il secolo scorso non sono state le più sanguinose della storia umana? Sono i frutti tossici maturati sull’albero avvelenato dell’orgoglio, della cupidigia, dell’incredulità e dell’empietà. Eppure la Madre non ha esitato a scendere dal Cielo per scongiurare l’inutile strage. Ci aveva rivolto il più semplice e il più logico degli inviti: “Cessate di offendere Dio che è già tanto offeso”. Non l’abbiamo ascoltata! Avrebbe potuto lasciarci percorre fino in fondo la china della perdizione. Non era forse questa la scelta delle moltitudini accecate? Eppure eccola di nuovo, umile, mite e sorridente chiamarci ancora una volta alla conversione.

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