"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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San Giovanni Paolo II

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Nome: San Giovanni Paolo II

Titolo: Papa

Nome di battesimo: Karol Wojtyla

Nascita: 18 maggio 1920, Wadowice, Polonia

Morte: 2 aprile 2005, Vaticano

Ricorrenza: 22 ottobre

Tipologia: Memoria liturgica

Patrono di:
Rivignano Teor, Valvarrone, Terre del Reno, Borgo Mantovano, Trecastelli

Protettore:
delle giornate mondiali della gioventù, delle famiglie

Beatificazione:
1 maggio 2011, Roma, papa Benedetto XVI

Canonizzazione:
27 aprile 2014, Roma, papa Francesco

Luogo reliquie:Chiesa di San Pietro della IencaBasilica di San Pietro in Vaticano

Fa parte di:Santi del Lazio, Santi dell’Abruzzo

Di solito, perché uno sia ufficialmente dichiarato santo, ne deve passare di acqua sotto i ponti del Tevere, con il rischio che il suo ricordo si disciolga nel vischioso amalgama del tempo. Poche le eccezioni. Una ha riguardato papa Giovanni Paolo II, scomparso nel 2005. Con lui la burocrazia vaticana ha bruciato i tempi, accogliendo l’appello lanciato a gran voce dalle centinaia di migliaia di persone accorse a Roma a rendergli l’estremo riconoscente: «Subito santo!».

Il ricordo del papa venuto dall’Est è ancora vivissimo nel cuore e nella memoria di moltissimi. Chi ha qualche anno di più lo ricorda affacciato al balcone di San Pietro, sconosciuto cardinale di Cracovia, rivolgere con voce robusta ben impostata e in un italiano un po’ acerbo, il primo saluto ai fedeli romani, dopo la sua elezione a sommo pontefice. Queste le parole con cui ha inaugurato il suo pontificato, il 22 ottobre 1978: « Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa! ».

Il suo è stato un pontificato lunghissimo, intenso e soprattutto missionario. Tantissimi i viaggi da lui intrapresi per incontrare lì dove vivono i cristiani di tutto il mondo e irrobustirli nella fede e sostenerli con la vicinanza nella carità.

Aperto al dialogo con tutti, in particolare con le altre religioni, i cui rappresentanti egli ha voluto incontrare ad Assisi, nel 1986, per pregare insieme per la pace nel mondo.

Attento ai giovani, che ricambiavano le sue attenzioni accompagnandolo e sostenendolo con il loro tonificante entusiasmo, specie nell’ultima fase della sua vita, debilitato dall’età e dalla malattia. A volte deciso, come nella Valle dei Templi ad Agrigento, quando, rivolgendosi ai mafiosi con inattesa durezza, ha invocato su di loro l’ira di Dio, se non si fossero convertiti. O quando ha puntato il dito minaccioso contro Augusto Cardenal, il mite monaco e poeta venezuelano, esponente della teologia della liberazione per lui, uomo vissuto sotto il regime comunista, pericolosamente imbevuta di marxismo rivoluzionario.

Autorevole e decisivo sullo scacchiere mondiale, tanto che gli viene riconosciuto un ruolo importante nella caduta del regime comunista in Polonia, sua patria, e poi nel resto della galassia sovietica.

BIOGRAFIA

Karol Wojtyla nacque a Wadowice, in Polonia, il 18 maggio 1920, ultimo di tre figli. Visse un’infanzia tranquilla in un paese mai tranquillissimo. A tempo debito, ricevette i sacramenti dell’iniziazione  cristiana e si iscrisse alle scuole fino all’università Jagellonica di Cracovia, nel 1938. L’anno seguente la Polonia fu occupata dalle truppe del Terzo Reich: mise fine alla libertà e ad ogni attività culturale. Le università chiusero i battenti e Wojtyla si dovette mettere da parte i libri e cercarsi un lavoro, che trova prima in una cava e poi nella fabbrica chimica Solvay. Così si guadagnò da vivere evitando così la deportazione in Germania.

Continuò nella clandestinità coltivando interessi culturali, come la passione per il teatro. Gli piaceva calcare le scene e nel 1939 recitava nell’opera fiabesca Il cavaliere al chiaro di luna, messa in scena da una compagnia sperimentale, il Teatro Rapsodico. Intraprese anche lo studio delle lingue. Un’altra vocazione nel frattempo faceva breccia nel suo cuore, la vocazione sacerdotale, cui diede seguito iscrivendosi nel 1942 ai corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia.

La vocazione ebbe origine da un incidente occorsogli nel febbraio 1944. Stava rincasando dal lavoro quando un camion tedesco lo investì. Uscì malconcio dall’incidente: trauma cranico acuto ed escoriazioni varie, una ferita alla spalla curata in due settimane d’ospedale. Vide nell’essersela cavata un segno della chiamata del Signore.

Visse la tragedia del suo popolo. Nell’agosto 1944, durante la rivolta di Varsavia, fuggì alla deportazione. Quando la Gestapo perquisì la città di Cracovia, casa per casa, alla caccia di polacchi maschi, Karol riuscì a nascondersi in arcivescovado, dove rimase fino a guerra finita.

La notte del 17 gennaio 1945 i soldati tedeschi abbandonarono la città. Nella Polonia e nell’Europa, finalmente liberate dall’incubo nazista, la vita rinacque. Anche il seminario riaprì i battenti e Wojtyla riprendendo gli studi, iscrivendosi alla facoltà di teologia dell’università Jagellonica e l’1 novembre 1946 venne ordinato sacerdote.

Giovane prete di eccellenti promesse, fu mandato a Roma a coronare con la laurea un profittevole corso di studi. Due anni dopo, nel 1948, con il relatore padre Garrigou-Lagrange, conseguì il dottorato in teologia discutendo una tesi sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Ritornato in patria, alternava l’attività pastorale in alcune parrocchie con l’assistenza spirituale agli universitari. Nel 1951 riprense gli studi all’Università cattolica di Lublino, dove si laureò nuovamente con una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico del filosofo Max Scheler. Dopodiché, si dedicò all’insegnamento della teologia morale e dell’etica nel seminario di Cracovia e nella facoltà di teologia di Lublino.

Aveva tutte le carte in regola per una promettente carriera ecclesiastica. Il primo passo glielo fece compiere Pio XII nel 1958 nominandolo vescovo ausiliare di Cracovia. Prosegue Paolo VI, facendolo arcivescovo, nel 1964, della stessa città e nominandolo, tre anni dopo, cardinale. Nel frattempo partecipava al concilio Vaticano II (1962-1965) dando un contributo importante nell’elaborazione delle costituzioni Gaudium et spes e Dignitatis humanae.

A Cracovia l’arcivescovo Wojtyla doveva fare i conti con il duro regime comunista, ma non era tipo da subirne i soprusi senza battere ciglio. Si contrappose a esso con fierezza e coraggio, fino a sfidarne i burocrati pubblicando a puntate nel giornale diocesano libri colpiti dalla censura, come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci.

IL PONTIFICATO

Dopo la morte di Paolo VI, nell’agosto 1978, partecipò al conclave, che elesse a Albino Luciani, patriarca di Venezia, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Trentatré giorni dopo, la Cappella Sistina accoglie i cardinali per un nuovo conclave. Luciani è prematuramente scomparso, stroncato da un infarto nel cuor della notte.

Il 16 ottobre 1978 fumata bianca. I cardinali hanno eletto il giovane (ha solo cinquantotto anni) arcivescovo di Varsavia, cardinale Karol Wojtyla. Con il nome di Giovanni Paolo II, egli inizia il 22 ottobre successivo il suo pontificato, destinato a essere uno dei più lunghi della storia della chiesa: ventisette anni, ricchi anche di sorprese, come quella di vederlo sciare sui monti innevati del Terminillo, della Marmolada e dell’Adamello.



Carissimi fratelli e sorelle,

siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione  cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù  Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.


Tra i primi passi del suo ministero, il pellegrinaggio alla tomba dei due patroni d’Italia: andò ad Assisi a rendere omaggio a san Francesco e poi si recò nella basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma a venerare Caterina da Siena.

I viaggi missionari furono un tratto caratteristico del pontificato di Giovanni Paolo II: ne fece ben 104, nel corso dei quali incontrò milioni di fedeli in tutto il mondo; 146 sono le visite pastorali in Italia; come vescovo di Roma; poi, visitò 317 parrocchie. Innumerevoli anche le udienze generali del mercoledì e le udienze speciali riservate a personalità del mondo della politica, della cultura e della scienza.



Per i giovani avviò nel 1985 le Giornate mondiali della gioventù. E fu presente a ben diciannove di esse in varie parti del mondo, con la partecipazione di milioni di giovani entusiasti e affascinati dalla parola di Dio che egli annunciava senza sconti.

Un episodio lo segna a fondo nel corpo e nello spirito, l’attentato di cui fu vittima il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. A colpirlo è un giovane killer turco, Mehmet Ali Agca. Su chi abbia armato la sua mano non è mai stata fatta completa luce: i servizi segreti di paesi del blocco sovietico, irritati per il suo apporto dato alla caduta del comunismo? Forse.

Il pontefice ferito fu sottoposto a un difficile intervento chirurgico. Si salvò e lui attribuì la salvezza all’intervento della Madonna, apparsa a Fatima, appunto, un 13 di maggio. L’anno successivo, ristabilitosi, si recò in Portogallo a ringraziarla e fa incastonare il bossolo del proiettile nella corona che cinge la testa della Vergine.

Nel Natale del 1983 volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione non fu mai rilevata. Il Papa disse poi dell’incontro: «Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui».

La vicenda ebbe un seguito. Interrogandosi sul senso di quanto accadutogli e su alcune coincidenze e conoscendo il contenuto dell’ultimo dei segreti confidati dalla Madonna ai pastorelli di Fatima e non ancora svelato, intravide se stesso nei tratti del vescovo vestito di bianco colpito a morte, descritto nel segreto, e collegò il tutto a quanto successogli quel 13 maggio.

Convertitevi: il grido di Giovanni Paolo II contro la mafia

Le parole di Giovanni Paolo II contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”, vennero spontanee dal cuore. Nella Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, il Papa santo si lasciò ispirare da quella folla che in Lui vedeva speranza perché riflesso della luce di Dio. Aggrappato al Crocifisso, unico balsamo per sanare le ferite di vite spezzate dalla mafia, Wojtyla tuonò contro i trafficanti di morte.

Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!


GLI ULTIMI ANNI

Nonostante l’evidente progredire inesorabile del parkinson, probabilmente diagnosticato intorno all’anno 90 e insieme a vari infortuni e interventi, visse con intensità e slancio la preparazione al terzo millennio e poi la celebrazione del giubileo del 2000, promuovendo grandi celebrazioni e iniziative, dalle quali si attese un profondo rinnovamento spirituale della chiesa. Rilanciò in seguito proclamando l’anno mariano e l’anno dell’eucaristia.

L’evangelizzazione di chi non ebbe ancora subito il fascino del Vangelo di  Cristo, e la rievangelizzazione di chi a quel fascino si era poi sottratto erano la nota dominante del suo pontificato e dei suoi interventi: sinodi (14), lettere encicliche ed esortazioni apostoliche (15), libri (5), Catechismo della chiesa cattolica…

Il tutto, naturalmente, accompagnato da una profonda fede personale, da una filiale devozione alla Madre del Signore e da un grande amore per il prossimo, soprattutto per i più deboli, bambini, anziani e malati, nelle cui file passò lui stesso l’ultimo tratto di vita, offrendo un umanissimo e luminoso esempio di sopportazione e di coraggio nel cercare un senso al dolore che accompagnava la vita di ciascuno.



Giovanni Paolo II morì in Vaticano il 2 aprile 2005. Davanti alla sua bara, esposta in San Pietro, sfilarono più di tre milioni di pellegrini. Benedetto XVI lo proclamò beato maggio 2011 e venne canonizzato il 27 aprile 2014 da Papa Francesco.

PRATICA O nostro amatissimo padre Giovanni Paolo II aiutaci ad amare la Chiesa con la stessa gioia e intensità con cui tu l’amasti in vita.

PREGHIERA O Trinità Santa, ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa il Beato Giovanni Paolo II e per aver fatto risplendere in lui la tenerezza della tua paternità, la gloria della Croce di Cristo e lo splendore dello Spirito d’amore.

Crosetto: “I fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida”

Il ministro della Difesa: “I ragazzi subiscono una controeducazione sui social e l’Occidente non reagisce”. I servizi stanno monitorando gli account che commentano i video degli scontri

20 OTT 26 -IL FOGLIO

Le violenze del fine settimana a Milano e in altre città italiane sono “profondamente diverse da quelle vissute in altre epoche” e sono “il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenendo al Defense procurement forum in corso a Roma. Secondo il ministro, questa guerra viene condotta “nelle nostre Nazioni” con “strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”.

Crosetto ha poi parlato dei giovani che hanno partecipato alle manifestazioni: “Se tre ragazzi su dieci hanno partecipato a quelle manifestazioni non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione. Se sei su dieci le condividono è perché in questi anni hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola”. Una controeducazione, ha aggiunto, “che gli ha dato valori, ambizioni, una visione del mondo e dei punti di riferimento” in conflitto “con la società in cui viviamo e con le regole democratiche”.

Le parole del ministro arrivano dopo due giornate di disordini nel centro di Milano, il 17 e il 18 ottobre, cominciati al termine di un corteo contro il carovita convocato sui social. Le persone fermate sono state oltre 270, in maggioranza minorenni. Il governo ha disposto l’invio in città di 500 militari in più, decisione presa da Crosetto insieme al sottosegretario Matteo Perego. Nel pomeriggio è convocato un Consiglio dei ministri su nuove misure di ordine pubblico.

Sul tema è intervenuto anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Secondo il capo dello Stato “occorre un’analisi intelligente e approfondita” e serve “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze” che arrivano da “soggetti inediti”.

Come scrive oggi Carmelo Caruso sul Foglio, i servizi di intelligence stanno esaminando gli account che commentano i video degli scontri. Tra questi sono stati individuati profili automatici, come uno identificato dal nome .dima.1.3.1.2. e accompagnato da una bandiera russa. E il governo teme infiltrazioni di propaganda filorussa anche nei canali Telegram legati alle proteste. Non si tratta di prove ma di indizi. Però le parole di Crosetto confermano che dalle parti del ministero della Difesa c’è più di un sospetto. 

🟢LIVE<:::::::::::::>——+ 👼PREGHIERE DEI BAMBINI ~ CATECHISMO IN PILLOLE〽️ #ROSARIO PER LA #PACE 🕊️COI GIOVANI DI RADIO MARIA 🙏

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In queste parole trovi svelato il mistero del mondo e della vita.

“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,

per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,

predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo,

secondo il beneplacito della sua volontà.

E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto;

nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,

la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.

Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi

con ogni sapienza e intelligenza,

poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà,

secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito

per realizzarlo nella pienezza dei tempi:

il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,

quelle del cielo come quelle della terra.

( Efesini. 1, 3-10)

Monsignor Broglio: «È un uomo rassicurante. L’annuncio ai fedeli per evitare speculazioni»

di Massimo Franco- Corriere della Sera  -15 Ottobre 2026

Monsignor Broglio, dal 2022 al 2025 presidente della conferenza dei vescovi americani: dopo Francesco ha unito i vescovi Usa

«Quando ho incontrato papa Leone XIV lunedì, l’ho trovato molto sereno. Pensavo che annullasse l’udienza che mi aveva fissato. Invece non solo l’ha confermata ma mi ha ricevuto in anticipo. È un uomo rassicurante, e qui al Collegio abbiamo pregato per lui…». 

Monsignor Timothy Broglio abbozza un sorriso, in un salottino al pianterreno del Pontificio Collegio Nord-Americano, sotto ai ritratti di Pio XII e dei primi rettori: un’enorme e sconosciuta isola yankee piantata in cima al Gianicolo, con campo di calcio e, all’interno, perfino due piste di bowling, regalate da un originale benefattore americano al bergamasco Giovanni XXIII, che non trovò di meglio che regalarle al Collegio. È stato la fucina della classe ecclesiastica statunitense per quasi due secoli: anche monsignor Broglio studiò lì. La sede attuale fu costruita grazie a un’operazione finanziaria condotta dall’allora cardinale di New York, Francis Spellman, e dal sottosegretario di Alcide De Gasperi: un certo Giulio Andreotti, che fece sbloccare i fondi per la cinematografia congelati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Monsignor Broglio è l’ordinario militare delle forze armate statunitensi dal 2007. E dal 2022 al 2025 è stato presidente della conferenza dei vescovi americani. «Ho avuto notizia della malattia del santo Padre mentre mi trovavo in Germania», racconta. «E il fatto che l’abbia resa pubblica personalmente, più che sorprendermi mi ha rallegrato. È positivo che abbia scelto di parlare con i fedeli, evitando tutte le speculazioni e le congetture del passato». Di più non dice sulle condizioni di salute di Leone XIV. Ma parla del rapporto tra il primo pontefice statunitense e il suo Paese.

C’è orgoglio negli Stati Uniti e tra di voi per l’elezione di Robert Prevost?
«L’orgoglio è grande. Ma mi verrebbe da dire che è più da parte nostra che da parte del Papa».

In che senso?
«Lui è il pastore della Chiesa universale. Il fatto che sia nato negli Stati Uniti è piuttosto secondario. Direi che è un pontefice che viene dagli Stati Uniti più che un papa statunitense».

Com’è cambiato con lui il rapporto tra episcopato americano e Vaticano? Con Francesco ci sono state tensioni.
«Beh, papa Leone conosce molto bene gli Stati Uniti. L’idea che in Vaticano non ci capiscano oggi non ha più senso. Francesco aveva una visione degli Usa mediata e forse un po’ distorta dal punto di osservazione di Buenos Aires. Non aveva viaggiato molto, e non era mai stato nel nostro Paese. Oggi è tutto cambiato. Leone XIV ha viaggiato molto, ha vissuto a Roma, è stato alla guida degli Agostiniani. Ha uno sguardo davvero globale, e questo aiuta enormemente il dialogo».

Ha aiutato anche a superare le divisioni nell’episcopato, che negli ultimi anni sono apparse marcate?
«In realtà i vescovi da noi sono sempre stati molto uniti. Forse c’era un piccolo gruppo che cercava di marcare le differenze».

Un gruppo di tradizionalisti o di liberal?
«Di liberal, che appariva più numeroso perché aveva sponde di peso in Vaticano durante il papato di Francesco. Oggi questa divisione non si nota più, anche perché Leone è un grande pacificatore».

Descriverebbe l’opinione pubblica cattolica statunitense preoccupata da quanto succede in questa fase?
«È preoccupante la spaccatura che ha rischiato di prodursi tra l’episcopato e l’opinione pubblica. Da presidente della Conferenza episcopale, negli ultimi undici mesi del 2025 mi ha sorpreso la facilità con la quale molti accettavano la tesi dell’Amministrazione: quella secondo la quale noi protestavamo per i tagli agli aiuti ai poveri di Us Aid solo per questioni di soldi. La verità è che si poneva un problema di giustizia e di fondi che di colpo venivano meno dopo che li avevamo spesi».

Secondo lei il 58 per cento dei cattolici che hanno votato per Trump nel 2024 lo rivoteranno?
«Non saprei dirlo. Ma molti sono delusi. Sa, da noi si vota molto con un occhio all’economia. E il fatto che oggi serva un patrimonio per fare il pieno di benzina colpisce. Vedremo».

Conta più quello che le guerre iniziate da Trump?
«Contano anche quelle. La dissonanza nei confronti del presidente Trump è cominciata con l’attacco all’Iran; molto meno con il blitz in Venezuela per catturare il dittatore Nicolàs Maduro. La gente non ne poteva più».

Lei è considerato tutt’altro che ostile ai Repubblicani. Eppure, ha fatto scalpore sostenendo che i soldati cattolici possono rifiutare di ubbidire a ordini che ritengano immorali. Lo conferma?
«Lo confermo. E ho detto ai nostri soldati cattolici che chiedano di essere esentati dal plotone di esecuzione di fronte alla fucilazione spettacolare che si prepara per l’ex maggiore Hasan».

Non teme di creare loro un problema?
«Forse, ma esiste anche la libertà di coscienza, negli Stati Uniti. E c’è un limite da non superare, per coerenza con la nostra dottrina».

L’ha colpita che il ministero della Difesa sia diventato ministero della Guerra?
«Certo non sono stato contento. È un ritorno preoccupante a prima della II Guerra Mondiale. L’ideale è difendere i diritti umani dagli oppressori. La parola “guerra” è negativa perché tradisce una volontà di aggressione. Non è il messaggio che vogliamo dare».

Che volete dare voi o gli Stati Uniti?
«La nostra America nel suo insieme. Non dobbiamo dimenticare le alleanze storiche. Non dobbiamo rinunciare a quella con i nostri alleati dell’Europa occidentale. E spero che non accada».

Come definirebbe i rapporti con la Casa Bianca e con i Democratici?
«Noi partiamo dai principi. Distinguiamo tra ciò che va d’accordo con i nostri valori morali, e quanto li contraddice. La difficoltà con i Democratici è che quasi sempre per essere eletti bisogna essere per l’aborto e l’eutanasia. E questo complica oggettivamente i rapporti. Dagli Anni Ottanta del secolo scorso, quando per i cattolici era naturale votare per i Democratici, oggi quel partito non è più un referente: anche se sull’ultima enciclica papale sull’intelligenza artificiale ho notato una consonanza positiva tra Democratici e Repubblicani».

Quale sarà la sfida più difficile per Leone XIV?
«Ricentrare la Chiesa su Cristo e il Vangelo. Una volta, da noi essere un buon cattolico e un buon cittadino coincideva. Ora non più: bisogna scegliere, uscendo da logiche politiche e concentrandosi sulla dimensione religiosa».

Non sembra un’operazione facile.
«Forse. Ma vedo che nella gioventù si cerca qualcosa di diverso dai falsi valori che circolano. E la Chiesa può dare loro una risposta. D’altronde, sta succedendo anche in Europa».

Il Papa operato al Gemelli, asportato lobo inferiore del polmone destro

Senza complicanze con un buon esito l’operazione chirurgica al Pontefice, durata circa 90 minuti e condotta con tecnica videoassistita. Il bollettino medico diffuso in serata fa sapere che “l’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori”. Leone si è svegliato regolarmente ed è rientrato in stanza “dopo un breve periodo di osservazione”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

In un intervento di circa 90 minuti, senza complicanze e conclusosi positivamente, a Papa Leone XIV è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro e l’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare. L’atteso bollettino medico contenenti le notizie sulla salute di Papa Leone è giunto in serata alle 21.53, poco più di due ore dopo l’intervento di oggi pomeriggio, 13 ottobre, al Policlinico Gemelli.

Una comunicazione via Telegram della Sala Stampa poco prima delle 20 già faceva sapere che l’intervento al Papa, condotto dalla équipe medica di chirurgia toracica guidata dal professor Stefano Margaritora, si è “concluso positivamente, nei modi e nei tempi previsti” e che il Papa è “rientrato nella sua stanza” al decimo piano del Policlinico, nel reparto adiacente all’appartamento papale – dove un anno e mezzo fa fu ricoverato Papa Francesco – attualmente in ristrutturazione.

Il Papa al Gemelli, intervento concluso positivamente

13/10/2026

Il Papa al Gemelli, intervento concluso positivamente

La Sala Stampa della Santa Sede fa sapere che si è conclusa “nei tempi e nei modi previsti” l’operazione a Leone XIV di rimozione di un nodulo al polmone: “Il Santo Padre è …

Il bollettino medico

Nel bollettino diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede, il dottor Luigi Carbone, direttore della Direzione di Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano, e il professor Margaritora comunicano che: “Nel pomeriggio di oggi il Santo Padre è stato sottoposto, come programmato, all’intervento di chirurgia toracica. Per rendere l’intervento radicale, è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro con tecnica videoassistita. L’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un’adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori”.

Operazione di circa tre ore

“Il Santo Padre – informa ancora la nota – è stato in sala operatoria per circa 3 ore, la durata dell’intervento è stata di circa 90 minuti. L’intervento è riuscito e non ci sono state complicanze”. Dopo l’intervento, Leone XIV “si è svegliato regolarmente ed è rientrato dopo un breve periodo di osservazione nella sua stanza al decimo piano”.

Il Papa al Gemelli nell’abbraccio della gente: “Vinci questa battaglia!”

L’équipe medica

A coadiuvare il professor Margaritora erano la professoressa Elisa Meacci, la dottoressa Maria Teresa Congedo e il dottor Leonardo Petracca Ciaravella. L’équipe anestesiologica era composta dal professor Massimo Antonelli e dai dottori Giovanni Punzo e Giuseppe Bello.

Esami e degenza

Nei prossimi giorni seguiranno gli esami post-operatori e l’esame del materiale asportato. Dalle analisi pre-operatorie i medici sapevano già come e dove agire e il termine “radicalità” indica che non si è voluto lasciare nulla di quanto era stato individuato e che è stato fatto di tutto per rimuovere totalmente il tumore.

Per quanto riguarda la degenza, per il momento la tempistica è quella precedentemente annunciata e cioè di “circa una settimana”.

Già domani dalla Sala Stampa della Santa Sede giungeranno aggiornamenti su come Leone ha trascorso la notte e su eventuali prime risultanze degli esami post-operatori. Intanto il Papa è accompagnato da coloro che già lo assistono quotidianamente nell’appartamento pontificio. Al suo risveglio è apparso da subito vigile e orientato e, ha riferito ai giornalisti il portavoce vaticano Matteo Bruni, “quando è tornato nella stanza ha chiesto la cena”.

Ultimo aggiornamento alle ore 22.45 del 13 ottobre 2026

L’intelligenza artificiale negli eventi dei Segreti di Medjugorje? (che però saranno rivelati 3 giorni prima)

«Nel 2027 l’intelligenza artificiale causerà un incidente catastrofico»: le big dell’AI ne sono convinte e preparano piani di crisi

di Redazione Login – Corriere della Sera – 10 Ottobre 2026

Secondo Axios OpenAI, Anthropic e altre aziende di intelligenza artificiale si stanno preparando alla reazione di rabbia popolare dopo un disastro catastrofico

Un incidente catastrofico, impossibile da ignorare: conti correnti bloccati, collasso di internet, spegnimento delle centrali elettriche, interruzioni delle forniture di acqua.  Un evento che porterebbe i pericoli dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana, scatenando la rabbia della gente.

È lo scenario su cui, secondo uno scoop di Axios, stanno ragionando a porte chiuse i vertici di OpenAI, Anthropic e altre aziende del settore.

La minaccia ritenuta più probabile è un attacco informatico su larga scala. A provocarlo potrebbero essere sistemi autonomi sfuggiti al controllo durante i test oppure criminali capaci di usare i modelli disponibili in modi imprevisti. Il risultato sarebbe una crisi capace di travolgere insieme infrastrutture, fiducia nella tecnologia e credibilità delle aziende che la sviluppano.

Approfondimento

«Un pulsante per spegnere le AI fuori controllo»: la proposta dei legislatori Usa dopo il caso di OpenAI

Le esercitazioni sulle emergenze sono una pratica consolidata. Il dettaglio inquietante, scrive Axios, è che molti ricercatori e dirigenti considerano inevitabile un incidente grave. Diversi interlocutori della testata ritengono che un evento di questa portata possa verificarsi entro sei o dodici mesi. 

«OpenAI conduce esercitazioni di preparazione in cui i team discutono e affrontano una serie di potenziali scenari» ha dichiarato un portavoce dell’azienda. OpenAI precisa comunque che questi scenari non sono considerati inevitabili, ma servono a prepararsi per svariate circostanze.  Anthropic ha rifiutato di commentare.

La rabbia popolare per un evento del genere potrebbe investire Sam Altman, Dario Amodei e anche il presidente Donald Trump, considerata la sua riluttanza a regolamentare il settore. Secondo Axios, le aziende si preparano soprattutto al confronto con il Congresso: dopo una catastrofe, le richieste di fermare lo sviluppo dell’AI potrebbero diventare difficili da respingere.

Tra le proposte circolano la sospensione dei modelli avanzati e l’obbligo di un interruttore di spegnimento. Ma fermare sistemi già distribuiti, scaricabili e utilizzabili su computer diversi potrebbe rivelarsi impraticabile.

REGINA DEL SANTO ROSARIO

🌹<:::::::::::::>——+ Oh Regina del Rosario
Oh Vergine Immacolata
che spargi i tesori della Celeste Misericordia, difendici dal male, dall’orgoglio, e purifica i nostri affetti.
Col tuo materno aiuto e sotto la tua protezione, vogliamo vivere, o dolce Madre di misericordia,
Regina del Santo Rosario.
Amen🌹

Attacchi ibridi, il generale Masiello: «Sabotaggi e interferenze. Il rischio è concreto: scivolare per errore in un confronto aperto»

di Rinaldo Frignani- Corriere della Sera – 4 Ottobre 2026

Il capo di stato maggiore dell’Esercito italiano: «Siamo in guerra, ibrida ma sempre guerra». Sui rischi della disinformazione «stiamo per distribuire al nostro personale un manuale di autodifesa cognitiva»

L’esercitazione a Monte Romano dei giorni scorsi. Nel riquadro, il generale Carmine Masiello 

«Rinforzare l’informazione e la consapevolezza pubblica sulla guerra ibrida, a partire da chi indossa l’uniforme. Come capo di Stato maggiore dell’Esercito ne sento l’urgenza per le conseguenze che può avere sui miei soldati. Siamo in guerra. Ibrida, ma pur sempre guerra». Il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello non usa giri di parole. La minaccia è presente, proprio mentre guida la più profonda trasformazione dell’Esercito nell’era moderna.

Generale, cosa comporta la guerra ibrida?
«Chi la conduce logora l’avversario senza offrirgli il pretesto per reagire, saggiando di continuo fin dove ci si può spingere prima che scatti una risposta. Il rischio, però, è concreto: non solo subire, ma scivolare per errore in un confronto aperto. C’è un dato di contesto che aiuta a misurare il fenomeno. Gli attacchi cibernetici gravi sono cresciuti di quasi il 50% a livello globale e di oltre il 40% in Italia. Accanto al cyber c’è tutto il resto: sabotaggi a infrastrutture e a cavi sottomarini, disturbo dei segnali satellitari, violazioni sistematiche degli spazi aerei alleati, interferenze nelle campagne elettorali. C’è poi la disinformazione, che si insinua nei processi decisionali (non solo militari, ma politici, economici e sociali) inquinando alla radice le informazioni su cui una comunità fonda le proprie scelte».

A cosa si mira?
«L’obiettivo principale di queste attività è minare la coesione di un Paese e l’anello più esposto non è un sistema d’arma né un’infrastruttura: è la singola persona. Il vettore è lo smartphone che ciascuno di noi ha in tasca, con cui si informa e forma le proprie opinioni. È lì che si gioca la partita, ed è per questo che stiamo per distribuire a tutto il personale dell’Esercito un vademecum: un “manuale di autodifesa cognitiva”, costruito su pochi passaggi essenziali. Riconoscere le leve emotive che la disinformazione utilizza, perché prima ti emoziona e poi ti convince. Cogliere i campanelli d’allarme, perché la fretta è nemica della verifica. E applicare quattro regole pratiche: fermarsi, controllare, confrontare, e solo alla fine condividere. Ma non basta. Da tempo abbiamo conferito nuova forza e attenzione ai nostri valori fondamentali (Patria, disciplina, onore, cui si aggiungono lo spirito di sacrificio, l’obbedienza, il coraggio, la lealtà, il senso del dovere e di appartenenza) perché, a mio modo di vedere, rappresentano l’ultimo, vero baluardo contro ogni forma di attacco cognitivo. Detto questo, sarebbe un errore pensare che la risposta possa essere solo militare. Un attacco informatico, una campagna di disinformazione o il sabotaggio di un’infrastruttura critica non si contrastano con i soli strumenti della Difesa: la tenuta dipende dall’intero sistema Paese, ovvero dalla risposta integrata delle sue Istituzioni, imprese, mezzi di comunicazione e mondo dell’informazione, fino ai singoli cittadini. È una logica portata avanti anche dal ministro Crosetto nel non-paper sul contrasto alla minaccia ibrida: abbandonare una postura reattiva per un approccio predittivo e adattivo, capace di prevenire e assorbire gli attacchi prima che producano danni».

Cosa ci insegna la guerra in Ucraina?
«L’Ucraina è per noi un tragico laboratorio, dove si combattono contemporaneamente tre guerre: una convenzionale, fatta di carri, artiglierie e trincee; una tecnologica, fatta di droni, missili ipersonici, guerra elettronica e attacchi cibernetici; e una terza, cognitiva, che punta al morale dei combattenti e alle opinioni pubbliche, facendo della mente umana una porzione del campo di battaglia. Studiando questo conflitto, la prima lezione, e forse la più dura da accettare, riguarda noi stessi: per oltre vent’anni gli eserciti occidentali, il nostro compreso, si sono assuefatti all’illusione di una pace permanente, abituandosi a operazioni di supporto alla pace condotte con preavvisi lunghi, in teatri relativamente permissivi. Quel modello non regge più. Sul fianco est ci è stato chiesto di schierare, in tempi molto rapidi, unità capaci di esprimere una deterrenza reale: guidiamo il battlegroup multinazionale in Bulgaria, e siamo presenti in Lettonia e in  Ungheria. La logica, oggi, è rovesciata rispetto a quella a cui eravamo abituati: la guerra non chiede il permesso e il contingente, allo scoppio della crisi, deve essere già pronto a rispondere».

In che modo?
«In generale, le implicazioni sono molte e trasversali, ma una ‒ forse ‒ conta più delle altre: oggi, l’Esercito o è tecnologico o non è. L’innovazione tecnologica si muove a ritmi senza precedenti. Si tratta di una rivoluzione con impatti dirompenti sulle capacità di combattimento di un’Istituzione come la nostra: Intelligenza Artificiale, droni, satelliti, missili ipersonici, dominio cyber e guerra elettronica, disinformazione e attacchi ibridi. Il modo di fare la guerra è cambiato, e resistere a questo cambiamento significa soccombere. A partire da questa premessa, sono convinto che tra gli effetti più rilevanti di questo sviluppo tecnologico, che sta cambiando il nostro ‒ e non solo il nostro ‒ modo di combattere, vi sia la “trasparenza del campo di battaglia”. La densità e la diffusione dei sensori hanno reso la sorpresa quasi impossibile. Quella visibilità ‒ fisica ed elettromagnetica ‒ si traduce in vulnerabilità: in pochi minuti (a volte secondi), ciò che viene visto viene colpito, con una precisione che vent’anni fa era appannaggio di pochissimi. Ne discende che dobbiamo ripensare da capo il concetto di occultamento e di inganno: oggi nascondersi dal nemico è molto difficile, ma possiamo ancora impedirgli di capire, confondendolo, disorientandolo e costringendolo a fare continuamente i conti con nuovi dilemmi. Dobbiamo trovare soluzioni nuove, creative e fuori da ogni schema. Parallelamente – dice ancora il generale Masiello -, i conflitti in atto stanno prepotentemente riabilitando il peso decisivo della disponibilità di scorte di munizionamento di ogni tipo (in particolare artiglieria, missili contraerei, missili balistici), di mezzi e materiali, oltreché dell’efficienza di una logistica sempre più aderente alle esigenze del combattimento e, per questo, affidata in larga misura a strumenti tecnologici, tra cui droni e Intelligenza Artificiale.
Tutto questo è strettamente correlato ad un principio che per lungo tempo è sembrato superato, ma che sta nuovamente facendo sentire il proprio peso: la “rilevanza della massa” per sostenere lo sforzo nel tempo. Per anni abbiamo creduto che la qualità potesse compensare la quantità. Non è così: in guerra, le forze si logorano rapidamente e senza la capacità di generarle e rigenerarle velocemente, non si può sostenere un confronto prolungato. Questo vale per il personale, ma è altrettanto vero per i mezzi e i materiali. Le nostre procedure di acquisizione sono state concepite per un mondo che si muoveva lentamente, in cui i sistemi arrivavano dopo anni nelle caserme. Oggi, invece, la tecnologia cambia incessantemente, con una rapidità senza precedenti».

Discorso che vale anche per la dronizzazione del campo di battaglia?
«L’impiego massivo di sistemi robotici autonomi a basso costo è ormai un fatto. Nel solo 2025 la Russia ha lanciato sull’Ucraina cinquantamila droni Shahed: sciami di piattaforme economiche, prodotte in serie e considerate sacrificabili, che saturano i sensori avversari, ne consumano le munizioni di pregio e costringono a scelte continue su dove guardare e cosa colpire. È il principio dello steel before flesh: mandare avanti l’acciaio prima della carne, con piattaforme di consumo che aprono la strada e proteggono gli assetti pregiati e difficili da rigenerare, soprattutto il personale. Questo non deve però veicolare una convinzione che considero sbagliata. Si è detto e scritto di come i sistemi autonomi, in particolare i droni, abbiano decretato la fine delle capacità convenzionali come il carro armato, le artiglierie, gli elicotteri o i sistemi contraerei, ma è una conclusione affrettata: quei sistemi si sono trovati di fronte mezzi corazzati concepiti per scenari superati da decenni, incapaci di contrastare le minacce odierne, come quelle nello spettro elettromagnetico. A essere superato non è il mezzo o il sistema, ma quel particolare modo di concepirlo».

Quindi, in uno scenario come quello attuale, come cambierà l’assetto dell’Esercito?
«In guerra ‒ oggi come ieri ‒ non esistono soluzioni definitive, in grado di rispondere a ogni esigenza e annullare ogni minaccia. Le parti in campo si confrontano su ogni dominio e, a parità di condizioni, prevale chi detiene la tecnologia più avanzata e, al contempo, sa adattarsi più rapidamente. Come accennato, stiamo ripensando quelle capacità tradizionali a cui il conflitto ha restituito centralità: la componente blindo-corazzata, l’artiglieria di precisione e a lungo raggio, la difesa contraerei, le capacità di mobilità e contro-mobilità del genio, le operazioni in ambiente urbano e sotterraneo, e gli elicotteri da combattimento. Ma più che recuperare quelle capacità, come abbiamo detto, le stiamo reinterpretando secondo lo “spirito del nostro tempo”: un “sistema di sistemi” in cui ogni piattaforma è al tempo stesso sensore, effettore e nodo decisionale di una rete più ampia, in grado di condividere e interpretare i dati in tempo reale, determinando chi debba ingaggiare per primo un bersaglio a tutto vantaggio di velocità, protezione, efficacia e letalità».

Anche questa è una rivoluzione. 
«Sicuramente, la dronizzazione della forza armata è uno degli aspetti più innovativi e dirompenti. La sua realizzazione richiede però una revisione strutturale della nostra organizzazione, a partire dalla velocizzazione e dalla semplificazione delle procedure di acquisizione, valutando ogni soluzione per poter avere ciò di cui abbiamo bisogno nei tempi utili a generare l’effetto desiderato. Ma la procedura non basta, serve il risultato: per questo, occorre costruire un rapporto di squadra con l’industria, stabilendo un dialogo costante e diretto. A questo si affianca la dimensione culturale oltreché tecnico-professionale. I droni, e la tecnologia in generale, hanno bisogno di comandanti capaci di impiegarli, integrandoli efficacemente nella pianificazione e condotta di ogni operazione, a tutti i livelli. Parallelamente, il soldato deve considerarli parte del proprio equipaggiamento individuale, qualcosa che sta nello zaino come il fucile o la radio. Infine c’è l’autoproduzione, con la capacità di realizzare e modificare gli apparati direttamente nei reparti, attraverso la stampa tridimensionale e l’acquisizione in proprio dei materiali, proprio come abbiamo fatto durante la “Aegis 26”, a Monte Romano, alla quale ha assistito il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. C’è poi l’Intelligenza Artificiale, che applichiamo a supporto dei processi decisionali ‒ per alleggerire il carico cognitivo dei comandanti ‒ e alla logistica “predittiva”, dove sta dando risultati estremamente concreti».

Cosa avete testato in «Aegis 26»?
«Non è stata una semplice esercitazione. È stata piuttosto un’attività di verifica in cui ci siamo messi in gioco per capire se il processo di trasformazione che abbiamo avviato è idoneo a rispondere alle nuove sfide alla sicurezza. Abbiamo messo alla prova le nostre unità schierandole in uno scenario, costruito sui principali elementi che contraddistinguono gli attuali campi di battaglia: ambienti estremamente complessi, violenti e letali, dove operano piattaforme e sistemi ad elevato contenuto tecnologico. Sopra le teste dei soldati, si muovono contemporaneamente satelliti, velivoli ‒ ad ala fissa e ad ala rotante ‒ e droni di diversa tipologia (da ricognizione, da attacco e intercettori). A terra, nello stesso momento, si combatte in trincea e si aprono varchi nei campi minati. Passato e futuro convivono nello stesso metro quadrato. Su tre aspetti, in particolare, abbiamo voluto concentrare la nostra attenzione. Il primo è la protezione nello spettro elettromagnetico e nel dominio cibernetico, condotta in modo integrato con la manovra: oggi chi non è in grado di difendersi in quello spazio, semplicemente, non sopravvive. Il secondo è l’autoproduzione dei droni direttamente sul campo, con officine campali capaci di realizzare e modificare i sistemi accanto ai reparti che li impiegano: risponde a un problema di attualità, e cioè che la vita utile di questi apparati si conta in settimane, mentre i tempi di acquisizione richiedono anni. Il terzo riguarda ciò che nessuno racconta mai, ma che riveste un’importanza peculiare sul campo di battaglia: la capacità di soccorrere e sgomberare i feriti dalla linea del fuoco, anche attraverso i nuovi veicoli a pilotaggio remoto (UGV – Unmanned Ground Vehicle) che stiamo acquisendo. Sono tutti temi emersi dalle lezioni apprese dai conflitti a cui purtroppo assistiamo in Ucraina come in Medio Oriente: le osserviamo, le studiamo e le portiamo sul terreno, perché un’esercitazione serve esattamente a questo, a provare, sbagliare, correggere e verificare se quello che abbiamo compreso in teoria regge il test della pratica».

Linea di comando e utilizzo dell’IA. Quali sono i rischi?
«Nessuno dei programmi di cui ho parlato funziona se non si cambia il modo di pensare dell’organizzazione, e qui sta l’opportunità più grande che questa fase ci offre: la possibilità di rimettere in discussione abitudini consolidate e ormai superate. Per questo, insisto nel dare voce ai giovani, nell’innalzare la tolleranza al rischio e l’accettazione dell’errore: l’obiettivo più ambizioso è il cambiamento culturale. Il vero abilitante, allora, è la formazione, che abbiamo ripensato integralmente. Da un lato spingiamo sulle materie scientifiche e tecnologiche, dall’altro abbiamo voluto affiancarvi gli studi umanistici e filosofici. Le sfide che abbiamo davanti sono complesse, e affrontarle con una mentalità ristretta o focalizzata su un solo aspetto non aiuta: servono Ufficiali capaci di pensiero critico e laterale, in grado di individuare le domande giuste prima ancora delle risposte. Veniamo ai rischi. Il primo riguarda l’Intelligenza Artificiale, ed è duplice. Da un lato l’atrofia cognitiva, cioè arrivare a fidarsi ciecamente dell’algoritmo invece di ragionare, delegando alla macchina non l’elaborazione del dato, ma il giudizio. Dall’altro, il rischio più profondo della deresponsabilizzazione del comando. A titolo di esempio, l’esperienza dei sistemi di designazione degli obiettivi impiegati negli ultimi anni in Medio Oriente mostra con chiarezza che quando la macchina produce elenchi di bersagli a un ritmo che la verifica umana non riesce a reggere, il controllo dell’uomo rischia di ridursi a una ratifica formale.
Su questo, la mia posizione è netta: l’automazione non cancella i doveri di comando. Per questo abbiamo posto un paletto che non è negoziabile: sarà sempre un essere umano a decidere sulla vita e sulla morte. So che questo comporta un’asimmetria nei tempi di reazione, che può diventare uno svantaggio nei confronti di nemici che rispondono a sistemi etici diversi dal nostro. È un costo che accettiamo, perché rinunciare ai nostri valori significherebbe perdere esattamente ciò che difendiamo. Infine, esiste un altro rischio, interno: l’autoreferenzialità. Le organizzazioni gerarchiche complesse tendono a chiudersi, a cercare le risposte al proprio interno, a considerare le procedure esistenti come l’unico modo possibile di fare le cose. Tutto questo toglie ossigeno all’innovazione, e un Esercito che non sta al passo con i tempi diventa meno efficace, e quindi meno capace di proteggere il Paese». 

Ciclicamente si parla di ritorno del servizio militare. Più in concreto cosa si può fare per avvicinare la gente alle forze armate in questo momento?
«Il dibattito sulla leva è comprensibile, ma rischia di essere fuorviante: si discute dello strumento prima di aver messo a fuoco il problema. I conflitti in corso ci dicono che le forze si logorano e vanno rigenerate, e questo impone una riflessione seria su come affrontare questo problema. Ma la partita vera si gioca sul campo della consapevolezza. Solo un Paese che sa perché si difende trova gli strumenti per farlo. La questione, chiaramente, non riguarda solo l’Esercito, ma come capo di questa forza armata ritengo che negli ultimi vent’anni la difesa sia diventata, nella percezione comune, una “faccenda da specialisti”. La sospensione del servizio di leva ha fatto venire meno uno dei canali attraverso cui la società civile entrava in contatto diretto con quella militare e il risultato è che quel dovere di concorrere alla difesa della Patria che la Costituzione affida a tutti i cittadini è rimasto sullo sfondo. Il punto è che la guerra, qualunque forma assuma, non è mai qualcosa che resta confinato alle sole forze armate. Ecco perché parlo di cultura della difesa più che di leva, e i sondaggi ci danno una fotografia utile. Un’indagine del Censis ci dice che, tra i più giovani, poco più di uno su sei si dichiara disposto a difendere il proprio Paese. Un rapporto dell’Eurispes ci dice che poco più di quattro italiani su dieci considerano le risorse destinate alla Difesa un costo, mentre circa un terzo le considera un investimento: quest’ultima quota è cresciuta di otto punti in due anni. Sono numeri che fotografano una distanza, certo, ma anche una tendenza: quando si spiega, la percezione cambia. Per questo, fin dall’inizio del mio mandato, sto spingendo per realizzare sempre più momenti di contatto e confronto con il mondo civile: raccontarsi di più e meglio, aprendo le porte, andando nelle scuole e nelle università, spiegando cosa facciamo e perché. Lo scorso 19 e 20 settembre, a Tor di Quinto, abbiamo ospitato la “Drone Challenge”: i nostri piloti in gara accanto ai migliori specialisti civili italiani, in una tappa del campionato nazionale, assieme a un pubblico di appassionati e di famiglie, con la forza armata che per due giorni ha parlato la stessa lingua di chi quei sistemi li usa anche al di fuori del contesto militare. Ci tengo però a dire che per noi è stato soprattutto un momento di apprendimento: ho visto ragazzi di vent’anni fare cose che ‒ al nostro interno ‒ avremmo impiegato anni ad imparare. Il contatto con il mondo civile non serve solo a farci conoscere, serve a farci cambiare, perché un’istituzione che si confronta con l’esterno assorbe competenze, mentalità e velocità che le consentono di restare al passo con i tempi».

Un ultima domanda: l’altro ieri il Consiglio dei Ministri ha deciso di ridurre di 8 miliardi le spese extra della Difesa. Cosa ne pensa?
«Sul tema ha chiaramente risposto il Ministro Crosetto. Per quanto ci riguarda, resta chiaro il percorso per portare a termine o avviare tutti i programmi di rinnovamento necessari per disporre di un Esercito moderno, addestrato e tecnologicamente avanzato, con particolare attenzione anche ai settori del personale e dell’esercizio. Nei tempi in cui viviamo questo è quanto mai importante per poter assicurare le esigenze di sicurezza e difesa del Paese».

GESU’ PERDONA I CUORI UMILI E PENTITI

♡ Signore Gesù Cristo
Figlio di Dio
abbi pietà di me, peccatore ♡

( Preghiera tratta da “Racconti di un pellegrino russo”)

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