"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Le consacrazioni di Écône del 1° luglio: chronos e kairos di un evento

Chiesa cattolica | CR 1957

 1 Luglio 2026 ore 14:26

di Roberto de Mattei

Habetis mandatum apostolicum?” (Avete il mandato apostolico?). Con questa formula tradizionale, in cui si accerta che i candidati abbiano l’approvazione pontificia, è iniziato  il 1° luglio a Écône, il rito dell’ordinazione episcopale. Un sacerdote, ha risposto leggendo un breve testo, privo di valore canonico, redatto da don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità San Pio X: “Le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la Santa Tradizione e il Magistero costante della Chiesa”, perciò “riteniamo che sia necessario procedere alla consacrazione di vescovi pienamente fedeli alla Tradizione” e di avere “il gravissimo dovere di trasmettere la grazia dell’episcopato a questi sacerdoti”.

Inginocchiati davanti al consacrante principale, mons. Alfonso de Galarreta, i quattro nuovi vescovi hanno quindi espresso uno ad uno il loro giuramento, che secondo il Pontificale Romano inizia con queste parole: “Io…. da ora e per sempre sarò fedele e obbediente al Beato Apostolo Pietro, alla Santa Chiesa Romana, al Santo Padre Leone XIV e ai suoi successori legittimamente designati…”.

La storia si ripete, in circostanze diverse. Il 30 giugno 1988, a Écône, in Svizzera, mons. Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato pontificio. Trentotto anni dopo, il 1° luglio 2026, due dei quattro vescovi allora consacrati, mons. Bernard Fellay e mons. Alfonso de Galarreta, hanno a loro volta conferito l’episcopato a quattro sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Pascal Schreiber (Svizzera), Michael Goldade (Stati Uniti), Michel Poinsinet de Sivry (Francia), Marc Hanappier (Francia), ancora una volta contro la volontà del Romano Pontefice.

Alla vigilia delle consacrazioni odierne, il 29 giugno, Papa Leone XIV ha rivolto un accorato appello al Superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli di soprassedere alle consacrazioni. «Considerate attentamente il bene spirituale dei fedeli – ha scritto il Pontefice – perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e, in taluni casi, persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». Nella parte conclusiva della lettera, il Papa afferma la disponibilità della Santa Sede a «un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo»;«Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio».

Poche ore dopo don Davide Pagliarani ha risposto a Papa Leone XIV con un messaggio dal tono rispettoso e altrettanto accorato, in cui ribadisce che la Fraternità San Pio X non intende separarsi dalla Chiesa, ma servirla in una situazione che giudica eccezionale. Il superiore della Fraternità non considera le consacrazioni come un gesto scismatico, sostenendo che esse mirano, al contrario, a «ricucire la tunica di Cristo» lacerata dalla crisi della Chiesa. Don Pagliarani invita quindi il Papa a prendersi il tempo necessario per un discernimento, ricordando che la Fraternità fu già accusata di scisma nel 1988, senza che ciò impedisse il successivo dialogo con la Santa Sede. La lettera si conclude con un appello al «cuore paterno di pastore universale» di Leone XIV, nella convinzione che «un giorno tutte le difficoltà tra la Santa Sede e la Fraternità si risolveranno».

Il Papa non poteva sottrarsi al dovere di richiamare i consacranti alla gravità del loro gesto. Ma era altrettanto prevedibile che la Fraternità San Pio X confermasse una decisione coerente con la scelta del suo Fondatore. Le consacrazioni del 2026 affondano infatti le loro radici negli avvenimenti del 1988 e possono essere comprese soltanto ricostruendo la vicenda che le ha precedute.

I Greci distinguevano fra chronos kairos. Il chronos è il tempo quantitativo, la successione misurabile degli avvenimenti. Il kairos indica invece il tempo qualitativo: il momento decisivo, nel quale una scelta modifica il corso degli eventi. I Padri della Chiesa e i teologi medievali ripresero questa distinzione attribuendole un significato soprannaturale. Il chronos è il tempo nel quale l’uomo vive e opera; il kairos è il momento nel quale Dio interpella l’uomo, e lo pone di fronte a una scelta che, secondo la sua corrispondenza o il suo rifiuto della grazia, è destinata a orientarne il futuro.

Per mons. Marcel Lefebvre il proprio kairos giunse nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1988, in cui egli maturò la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua vita e la storia della Fraternità San Pio X: ritirare la firma apposta poche ore prima al protocollo d’intesa con la Santa Sede e procedere comunque alle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. 

Per comprendere quella decisione, che rappresentò uno spartiacque storico, occorre tornare ai mesi precedenti. Nel novembre 1987, Giovanni Paolo II aveva inviato a Écône il cardinale Édouard Gagnon come Visitatore apostolico. La visita si concluse con una relazione di circa trenta cartelle consegnata al Papa nel gennaio 1988, nella quale il porporato canadese formulava un giudizio sostanzialmente positivo sulla situazione della Fraternità e suggeriva una soluzione canonica capace di favorirne la piena riconciliazione con Roma.

Nel frattempo, tuttavia, mons. Lefebvre aveva annunciato pubblicamente la propria intenzione di consacrare almeno tre vescovi entro il 30 giugno 1988, anche in assenza dell’autorizzazione pontificia. Giovanni Paolo II non rinunciò alla via del dialogo. Furono organizzati incontri tra rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità il 12 e il 15 aprile 1988, ai quali parteciparono teologi e canonisti delle due parti. L’esito favorevole di queste conversazioni rese possibile un nuovo incontro, il 5 maggio, tra il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e mons. Lefebvre.

L’incontro si concluse con la firma di un protocollo d’intesa destinato a rimanere uno dei documenti più importanti della recente storia ecclesiastica. Nella prima parte, di carattere dottrinale, mons. Lefebvre, a nome proprio e della Fraternità, dichiarava di professare la fedeltà alla Chiesa cattolica e al Romano Pontefice; accettava la dottrina contenuta nel n. 25 della costituzione Lumen gentium circa il Magistero ecclesiastico e l’assenso ad esso dovuto; si impegnava a mantenere un atteggiamento di studio e di dialogo con la Santa Sede, evitando polemiche sui punti controversi del Concilio Vaticano II e delle riforme successive; riconosceva la validità della Messa e dei sacramenti celebrati secondo i libri liturgici promulgati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II; prometteva infine di rispettare la disciplina generale della Chiesa, salva la speciale disciplina canonica che sarebbe stata riconosciuta alla Fraternità.

In cambio, la Santa Sede offriva una soluzione canonica di ampia portata. La Fraternità sarebbe stata eretta in Società di vita apostolica di diritto pontificio, dotata di una significativa autonomia rispetto ai vescovi diocesani per quanto riguardava il culto, la formazione e l’apostolato. Le sarebbe stato riconosciuto il diritto di continuare a utilizzare i libri liturgici del 1962. Sarebbe stata costituita una commissione mista, composta da rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità, incaricata di risolvere le eventuali controversie. Era inoltre prevista la revoca della suspensio a divinis inflitta a mons. Lefebvre, la sanazione degli atti eventualmente compiuti senza le necessarie facoltà e il riconoscimento giuridico delle case e delle opere della Fraternità. Soprattutto, il protocollo riconosceva l’opportunità di conferire l’episcopato a un membro della Fraternità, scelto da una terna proposta da mons. Lefebvre. La questione del vescovo, che costituiva la preoccupazione principale del fondatore, sembrava dunque aver trovato una soluzione. Il testo integrale dell’accordo fu pubblicato nei giorni successivi dal Bollettino della Santa Sede, dal quotidiano “Présent” e dalla stessa Fraternità San Pio X.

  Meno di ventiquattro ore dopo la firma, tutto cambiò. Il 6 maggio mons. Lefebvre indirizzò al cardinale Ratzinger una lettera nella quale dichiarava di non ritenere sufficienti le garanzie ricevute. Chiedeva che la consacrazione del futuro vescovo fosse fissata entro il 30 giugno, aggiungendo che, in mancanza di una risposta positiva, si sarebbe considerato moralmente obbligato a procedere egli stesso alle consacrazioni episcopali.

Che cosa accadde in quella notte insonne tra il giovedì 5 e il venerdì 6 maggio, che mons. Lefebvre trascorse nel priorato della Fraternità di Albano in via Trilussa, assieme ad alcuni tra i più stretti collaboratori? Di certo, fu la decisione del 6 maggio 1988 a segnare il punto di non ritorno. Da quel momento il dialogo si trasformò progressivamente in una corsa contro il tempo. Il 24 maggio si svolse un ultimo incontro tra le parti, nel quale il cardinale Ratzinger, a nome di Giovanni Paolo II, prospettò la possibilità di procedere alla nomina episcopale entro il 15 agosto, subordinandola al ristabilimento di un clima di fiducia e di riconciliazione con la Santa Sede sulla base del protocollo già firmato. Mons. Lefebvre, con una lettera del 2 giugno, respinse tale proposta, insistendo sulla data del 30 giugno e sulla nomina di tre vescovi per garantire la vita e le attività della Fraternità. In un’ultima lettera del 9 giugno, Giovanni Paolo II supplicò mons. Lefebvre di riflettere sulla gravità delle conseguenze del gesto che si accingeva a compiere, invitandolo a ritornare «nell’umiltà alla piena obbedienza al Vicario di Cristo».

Il 30 giugno 1988, assistito da mons. Antônio de Castro Mayer, Mons. Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta. Giovanni Paolo II reagì con il motu proprio Ecclesia Dei adflicta, del 2 luglio, qualificando l’atto come «scismatico» e dichiarando che i consacranti e i consacrati erano incorsi nella scomunica latae sententiae prevista dal diritto canonico.

Il chronos ha fatto il suo corso: sono trascorsi da allora trentotto anni. Ma il kairos del 1988, l’ora in cui la Provvidenza concentrò nelle mani di mons. Lefebvre il peso di una decisione storica, continua a proiettare la propria ombra sul presente. Il 1° luglio 2026 rappresenta uno dei momenti più significativi nella storia dei rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X: non perché apra una crisi nuova, ma perché rende evidente che la crisi del 1988 non è mai stata veramente superata. Essa entra ora in una fase diversa, nella quale il problema non è più soltanto la legittimità di quattro consacrazioni episcopali, ma l’esistenza di un problema dottrinale e la permanenza nel tempo di una successione di vescovi destinata a perpetuarsi indipendentemente dall’autorità del Romano Pontefice

🟢LIVE P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – DA MEDJUGORJE DALLA SEDE DI RADIO MARIA ai microfoni con P. LIVIO, SUA EMINENZA IL CARDINALE ERNEST SIMONI anche IN RADIOVISIONE SU DIGITALE TERRESTRE al CANALE 789 ~ 22/06/2026

Il cammino di Sant’Agostino passa da Radio Maria

Un festoso incontro questa mattina con un numeroso gruppo di partecipanti al Cammino di Sant’Agostino nei Santuari della Brianza

«Accanto al Papa, in Spagna, ho visto rinascere il mio Paese»

di Marina Lomunno -Avvenire

Parla il cardinale Ángel Fernández Artime, spagnolo, già rettor maggiore dei Salesiani, arrivato in Italia con l’aereo che re Felipe ha offerto a Leone. «La folla che ha abbracciato il Pontefice cerca testimoni di gioia»

14 giugno 2026

Artime durante l’incontro nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino

«Sono stato con il Santo Padre a incontrare i migranti nelle Isole Canarie. Mentre aspettavamo che arrivasse il Papa ho voluto raggiungere quei ragazzi venuti dall’Africa sui barconi. Sono stati i 20 minuti più preziosi di tutto il viaggio così come lo sono state le parole ferme del Papa ai trafficanti di uomini e donne: “Fermatevi, convertitevi”. Non sappiamo se lo faranno ma il grido che il Santo Padre ha lanciato a nome dell’umanità e della Chiesa non lo dimenticheremo mai».

Sono parole del cardinale Ángel Fernández Artime che abbiamo incontrato sabato 13 giugno a Torino, appena tornato da Tenerife. Il guasto dell’aereo che venerdì sera ha fatto ritardare il ritorno di papa Leone dalle Canarie a Roma non ha sconvolto i suoi piani: il cardinale era atteso ieri mattina alle 11 nella Basilica di Maria Ausiliatrice per un convegno sul futuro della vita religiosa. Artime, originario delle Asturie, già Rettore dei Salesiani per due mandati, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, è stato invitato dal Papa a seguire il viaggio apostolico in Spagna ed è atterrato con il suo seguito più stretto a Fiumicino, dopo aver volato con il Falcon messo a disposizione da re Felipe. Un treno all’alba per Torino ed eccolo a Valdocco, nella Casa Madre dei Salesiani dove centinaia di persone, giovani, confratelli e religiose hanno accolto «il Rettore emerito» e sono stati i primi ad ascoltare le sue prime impressioni sul viaggio di papa Leone nel suo Paese.

Il cardinale è stato invitato nella Basilica di Maria Ausiliatrice, nel 158° anniversario della consacrazione per mano di don Bosco, a parlare del futuro della vita consacrata a partire dal suo libro-intervista con il confratello don Giuseppe Costa, “Un futuro senza numeri e senza mura: conversazione sulla vita consacrata” (San Paolo).

La sua riflessione ha preso molti spunti dal viaggio appena concluso. Come la necessità del nostro mondo, alla ricerca di senso, di testimoni autentici. «Come tutti, io in particolare che conosco bene la Spagna che soffre come tanti altri paesi gli effetti della secolarizzazione – riflette il cardinale – siamo rimasti molto colpiti dalle migliaia, milioni di persone che in questi giorni hanno seguito il Papa. Allo Stadio Bernabeu di Madrid c’era una moltitudine di persone moltissimi giovani… quello stadio si riempie così soltanto per la finale dei Mondiali di calcio. Questo significa che il mondo ha bisogno di testimoni.

Oggi parliamo di vita religiosa: ecco, la nostra gente, anche quella più lontana dalle nostre chiese, ha bisogno di trovare religiosi e religiose che nella loro semplicità vivono felici quello per cui hanno speso la loro vita. Se sei salesiano, per esempio, chi ti incontra nei cortili dell’oratorio, i giovani, devono avere la sensazione di incontrare un uomo che sia felice allora saremo contagiosi e la gente tornerà a cercare risposte di senso nella fede come è accaduto in questi giorni in Spagna».

Che messaggio lancia dalla Spagna Papa Leone all’Europa?

«Mi permetto di dire – è la risposta di Artime – che quello che il Papa ha detto in Spagna vale per tutta l’Europa. In particolare il richiamo alla comunione, all’ascolto, al mutuo rispetto, al ritorno a una società dei grandi valori messi in atto, a non avere paura delle nostre radici cristiane. Credo che l’Europa abbia una parola significativa da dire al mondo se si muove nella giustizia, nella solidarietà e nei grandi valori che l’hanno costruita. Perdere tutto questo significa fare soltanto accordi economici. E l’Europa non è stata fondata per questo».

Qual è stata la tappa del viaggio che più l’ha colpita?

«Sono stati tantissimi i momenti che mi hanno emozionato: come dicevo prima la folla per la Messa allo stadio di Madrid che mi ha dato l’impressione di una moltitudine che lancia un grido del bisogno di fede e di sete di Dio. E poi l’intervento del Santo Padre al Congresso dei Deputati, il Parlamento, un momento di una grande altezza intellettuale e umana. Come spagnolo ringrazio che abbiamo concesso questa opportunità al Papa di parlare come capo di stato, ma anche Vescovo di Roma e della Chiesa universale: i sette minuti di applausi sono stati persino più significativi dei discorsi. Ma soprattutto mi hanno colpito gli incontri con i migranti, con il mondo delle persone scartate, sofferenti, come la visita al carcere in Barcellona. Il Papa ascoltato il grido e il dolore dei più sofferenti del nostro mondo e li ha consolati».

Il Papa ai trafficanti di vite umane: convertitevi! Verrà la giustizia divina

Leone XIV nell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti a Tenerife, lancia un monito a chi si approfitta della disperazione di tanti, a chi trasforma “la sofferenza altrui in un affare”. “Dovrete comparire davanti alla giustizia divina”: afferma il Pontefice che esorta a riparare al male provocato, a “spezzare le catene” di chi è sotto scacco “perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito”

Benedetta Capelli – Vatican News, 12/06/2026

Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui! Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro.

“Convertitevi”. Da Plaza del Cristo de La Laguna a Santa Cruz de Tenerife risuona quel grido che 33 anni fa scosse le coscienze di molti. Un anatema rivolto ai mafiosi, quello di San Giovanni Paolo II, che dalla Valle dei templi di Agrigento si levò come un vento impetuoso capace di agitare anche i cuori più duri. Il vescovo di allora, monsignor Carmelo Ferraro, raccontò che quelle parole arrivarono dopo i toccanti incontri del Papa con i famigliari di alcune vittime, tra queste il giudice Antonio Livatino, oggi beato perché martire in odium fidei.

Papa Leone fa suo quel grido, lo fa con forza accompagnato dagli applausi dei presenti, colpito probabilmente dalla violenza dei racconti ascoltati dalle voci dei migranti nei due giorni passati nelle Isole Canarie. Il racconto di un dolore pungente, costante che a volte è diventato lacrime, altre volte silenzio, isolamento, rabbia e che, grazie al lavoro di tanti “buon samaritani”, piano piano si è lenito. Nell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti di oggi 12 giugno, ultimo giorno di viaggio, il Pontefice in spagnolo indica nel potere del denaro una delle cause di tanto male e dice “una parola chiara”…

a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare.

La giustizia divina

Quel male è impresso sui volti delle persone che ascoltano il Papa e che si sono salvate.

Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina.

Riparare e restituire

Ai trafficanti di morte il Vescovo di Roma rivolge un accorato appello.

Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione.

Gli occhi di Gesù

La porta stretta di cui Gesù parla nel Vangelo è dunque per il Papa fatta di “verità, giustizia e conversione”. È una porta che diventa ogni giorno la scelta di vivere allontanando il peccato e percorrendo la via del perdono. L’invito di Papa Leone è di avere un nuovo sguardo – Alzar la mirada – guardare al fratello considerato “uno scarto”.

Fratelli e sorelle, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.

Integrazione come lettura nuova della realtà

Il Papa guarda a San Cristóbal de La Laguna, dove arriva facendo un giro sulla golf-cart per salutare i tanti presenti. “Una città senza mura, una città aperta, così viene definita, il Pontefice si sofferma sulle barriere difficili da superare, che non so di pietra ma quelle della paura e dell’indifferenza soprattutto dinanzi alle storie di dolore. Ma in “una città senza mura, – sottolinea – anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle”. Va imparato “il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole”.

L’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.

Ricostruire il futuro

Toccare la carne di Cristo riconosciuto “nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero” vuol dire riconoscere la dignità altrui che va al di là della “concessione riduttiva o semplice atto di filantropia” perché nasce “dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente”.

L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.

Un cammino reciproco

Integrare, sottolinea il Papa, non vuol dire cancellare il passato, né creare “mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente” ma è “un cammino reciproco”. Alla società spetta il compito di scoprire che “la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri”, si tratta – afferma Leone – di “una preziosa forma di misericordia”.

A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.

“La tua vita non è uno scarto”

“Parliamo, prima di tutto, – afferma il Pontefice – di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire”. Persone che hanno il diritto di ricominciare e “di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime”

Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato.

Lo straniero, il fratello di oggi

Da qui il ringraziamento del Papa per la Chiesa che si impegna a “camminare con quelli che camminano”, con chi si impegna a restituire quanto ha ricevuto. Fa riferimento ai migranti provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini.

Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano. Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.

Il secondo naufragio silenzioso

Ai cattolici il Papa chiede che si offri a chi arriva una comunità capace di indicare percorsi per conoscere Cristo. “Una Chiesa che accoglie – sottolinea – è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri”. Non si può restare indifferenti di fronte ai cimiteri del mare.

Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.

Un luogo dove tutti si sentano fratelli

Concludendo il suo discorso, il Papa fa riferimento alla Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù, “modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità”.

Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli.

“Tutti fratelli e sorelle”

Al termine della Messa, dal balcone della casa vescovile, Papa Leone ha espresso il suo ringraziamento per la “splendida accoglienza” e per l’accoglienza riservata agli immigrati. “Tutti noi desideriamo essere riconosciuti nella dignità umana – ha affermato – che ci è stata donata al momento della nostra creazione. Siamo tutti fratelli e sorelle: alcuni peruviani, alcuni colombiani, alcuni venezuelani, alcuni di Tenerife. Siamo tutti un’unica famiglia”. Poi il Pontefice ha detto “grazie” a Dio perchè “ci ha dato la capacità di amare ed essere amati, ed è quando condividiamo con gli altri che scopriamo il vero senso delle nostre vite”. 

MOZAMBICO: 🙏VESCOVO CONDUTTORE DI RADIO MARIA UCCISO SABATO A QUELIMANE🙏

[09:49, 08/06/2026] 2 Red: Mons.Osório Citora Afonso, Vescovo di Quelimane,Amministratore Apostolico di Beira nostro conduttore ,è stato assassinato Sabato.
Amato conduttore di Radio Maria Mozambico, sottostazione di Quelimane,di un settimanale programma di catechesi.
Il mese scorso, ha partecipato alla nostra Mariatona. Preghiamo per il riposo della sua anima in Dio.
Mons.Osório Citora Afonso aveva lavorato al Vaticano prima di essere nominato vescovo in Mozambico.

Ecco il comunicato di Radio Maria Mozambico:

Nota de pesar

É com profundo pesar e espírito de fé na Ressurreição que comunicamos o falecimento de Sua Excelência Reverendíssima Dom Osório Citora Afonso, IMC.

Unidos na dor desta perda, elevamos as nossas preces a Deus, Senhor da vida, para que acolha o seu servo fiel na glória eterna e lhe conceda o descanso dos justos.

Dom Osório dedicou a sua vida ao serviço da Igreja, à evangelização do povo de Deus e à promoção da paz, da justiça e da esperança. O seu testemunho de fé, humildade e entrega permanecerá vivo na memória da Igreja e de todos aqueles que tiveram a graça de caminhar ao seu lado.

Neste momento de luto, manifestamos a nossa solidariedade à família, ao clero, aos religiosos e religiosas, bem como a todos os fiéis que partilham esta dolorosa despedida.

“Combati o bom combate, terminei a corrida, guardei a fé.” (2 Timóteo 4, 7)

Que a sua alma descanse em paz!
[09:50, 08/06/2026] 2 Red: “
È con profondo dolore e spirito di fede nella Resurrezione che annunciamo la scomparsa di Sua Eccellenza Reverendissima Don Osorio Citora Alfonso, IMC.

Uniti nel dolore di questa perdita, eleviamo le nostre preghiere a Dio, Signore della vita, affinché accolga il suo servo fedele nella gloria eterna e gli conceda il riposo dei giusti.

Don Osorio ha dedicato la sua vita al servizio della Chiesa, all’evangelizzazione del popolo di Dio e alla promozione della pace, della giustizia e della speranza. La tua testimonianza di fede, umiltà e consegna rimarrà viva nella memoria della Chiesa e di tutti coloro che hanno avuto la grazia di camminare al tuo fianco.

In questo momento di lutto esprimiamo la nostra solidarietà alla famiglia, al clero, ai religiosi e religiosi, nonché a tutti i credenti che condividono questo doloroso addio.

“Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. ” (2 Timoteo 4, 7)

Possa la sua anima riposare nella pace di Dio!

Radio Maria Mozambico

Pomeriggio insieme con Roberta: La fede insegnata ai figli

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La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” – n°32

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