Mese: Gennaio 2025 Pagina 1 di 24
“Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato”. – Galati, 6,
Carissimo Padre Livio,
sono felice di aver letto sul Blog che la sua voce si sta fortificando. Non vedo l’ora di sentire le sue dirette che per me sono come l’aria che respiro. Spero che non dobbiamo attendere molto.
Per noi Lei i è un punto di riferimento irrinunciabile nel caos attuale e, soprattutto per quanto riguarda Medjugorje, le sue parole sono un faro di luce che illumina il presente e il futuro.
La mia impressione è che , nonostante il Nulla Osta, Medjugorje si stia marginalizzando, ridotta com’è a un luogo ove la gente prega, si confessa e fa l’adorazione, come se tutto ciò non ci fosse in tante altre parrocchie. Purtroppo è assente quella prospettiva profetica che apre il cuore alla speranza e che noi avvertiamo quando lei ne parla.
Come ha detto la Madonna, stiamo vagando qua e là senza una direzione, ignari del futuro che ci aspetta e sono pochi i Sacerdoti che ci richiamano alla grazia immensa di Maria che è presente con le sue apparizioni e i suoi messaggi che danno forza e luce al cammino quotidiano.
Non voglio farle fretta, ma prego perché possa venire presto ai microfoni per la nostra gioia quotidiana.
Con affetto
Adelaide di Cremona
Cara Adelaide,
purtroppo c’è stato un ritardo di qualche settimana per fare l’operazione a causa dell’affollamento negli ospedali in questo periodo, diversamente a quest’ora sarei già ai microfoni.
Fra una settimana avrò la visita di controllo e spero che i medici mi diano la possibilità di incominciare a parlare in Radio, sia pure a piccoli sorsi.
Detto questo, proprio in questo periodo di pausa mi rende conto sempre di più che la grazia immensa della presenza di Maria, in questo passaggio storico dagli esiti inimmaginabili, è accolta relativamente da poche persone, per cui il grosso della gente cammina al buio e cerca salvezze ingannatrici.
In questi giorni mi sto chiedendo come possa accadere che la Madonna sia presente da oltre quarant’ anni, con apparizioni quotidiane di cui si sono resi conto milioni di persone, con il dono di inestimabile di messaggi che la stessa Chiesa ritiene inattaccabili, e che alla fine di tutto questo il risultato sia piuttosto modesto, come la Madonna stessa ha riconosciuto.
In ogni caso c’è una incredulità diffusa e, peggio ancora, un disinteresse sprezzante, che riguarda soprattutto i Segreti che sono il cuore del piano di Salvezza della Gospa.
La mia impressione è che la Madonna dia fastidio con la sua presenza, con i suoi messaggi e, ancora di più, con i suoi Segreti. Questa è il virus malefico del modernismo che ormai ha attaccato tutti e che pretende che sia l’uomo ad avere tutto in mano, senza interferenze dall’Alto, come se fossero una ingerenza indebita.
Questa supponenza è una sfida che ferisce il Cuore di Maria e presto ne pagheremo le conseguenze, visto che oltre quattro decenni di apparizioni quotidiane vengono disinvoltamente ignorati o addirittura cancellati.
Questo è il motivo per cui, dopo l’ammorbidimento del settimo Segreto, tutti gli altri dovranno accadere così come sono scritti nel Rotolo, perché gli uomini si convertano e il mondo possa finalmente cambiare.
Prima di tutto dovrà essere Medjugorje a ravvedersi, visto che i primi due Segreti la riguardano direttamente, e non saranno una bazzecola se Mirjana, a cui la Madonna ha mostrato la scena, ha parlato di “disastro” che provoca “sofferenza”, ma che, nel medesimo tempo, affinerà lo sguardo interiore.
Dopo il segno sulla collina delle apparizioni, “bellissimo, indistruttibile, durevole, che viene dal Signore” la gente si convertirà e tornerà a Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo?
Se lo facesse, non ci sarebbe la sequenza dei sette flagelli, come è ovvio. Invece non si convertirà come ha già anticipa la Madonna: “Anche quando sulla collina lascerò il segno che vi ho promesso, molti non crederanno. Verranno sulla collina, si inginocchieranno, ma non crederanno. È ora il tempo di convertirsi e di fare penitenza” (19 Luglio 1981).
In altre parole se la gente si convertisse, come ha fatto Ninive alla predicazione di Giona, gli eventi dei Segreti sarebbero cancellati. Ma siccome, dopo oltre quarant’ anni di appelli alla conversione, i cuori sono rimasti induriti, ecco che, per salvare il mondo Dio dovrà lasciare che gli uomini tocchino con mano la loro miseria.
Siamo alla vigilia di eventi inimmaginabili che sconvolgeranno e cambieranno il mondo perché le moltitudini si convertiranno, ma chi ha lasciato indurire il suo cuore in questo tempo di grazia si renderà conto che “Deus non irridetur” (Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. – Galati, 6,7)

SEDE DI RADIO MARIA A GOMA – PER IL MOMENTO LE TRASMISSIONI SONO SOSPESE PER MANCANZA DI CORRENTE ELETTRICA – LA MACCHINA CHE SOSTA ALL’ESTERNO E’ ANDATA DISTRUTTA
Di Rodolfo Casadei – Tempi, 31/01/2025
Cosa c’è dietro la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 e forze armate ruandesi. Il remake di un conflitto per lo sfruttamento di oro, cobalto e coltan
Gli eventi di Goma di questa fine di gennaio sono il calcio di avvio della ripetizione degli eventi della fine degli anni Novanta, passati alla storia come la Prima e la Seconda guerra del Congo, ma anche come la Prima Guerra mondiale africana.
Oggi come allora, l’instabilità della regione nord-orientale (in particolare del Nord Kivu) della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è all’origine delle interferenze di paesi confinanti che si appoggiano a gruppi armati e ad esponenti politici locali per imporre i propri interessi, e per fare questo mirano a far cadere il governo nazionale congolese, lontano dall’area della crisi 2.500 chilometri privi di vie di comunicazione.
La Prima Guerra del Congo (1996-97)
La Prima guerra del Congo (1996-97) nacque dall’esigenza del nuovo regime ruandese dell’Fpr che si era insediato al potere all’indomani del genocidio del 1994 di prevenire la riorganizzazione degli estremisti hutu che erano riparati in territorio congolese e avevano creato il Fronte democratico di liberazione del Ruanda (Fdlr, ancora oggi esistente) per riprendere la lotta contro l’Fpr a parti invertite: nei primi anni Novanta a fare la guerriglia erano i fuoriusciti tutsi dell’Fpr che avevano le loro basi in Uganda, e a governare a Kigali erano gli hutu di Juvenal Habyarimana, ora profughi con le mani sporche di sangue del genocidio e desiderosi di rivincita.
Per sventare la loro minaccia Paul Kagame e Yoweri Museveni, gli uomini forti di Ruanda e Uganda, favorirono e supportarono in ogni modo una coalizione di ribelli congolesi che a partire dal Kivu marciarono su Kinshasa e deposero il dittatore Mobutu, che aveva sostenuto il regime di Habyarimana e ora permetteva al Fdlr di operare. Issarono al potere Laurent-Desiré Kabila, che però li deluse profondamente. Allora nel 1998 favorirono una nuova insurrezione nel Kivu, quella dei banyamulenge (gruppo etnico affine ai tutsi del Ruanda), con gli stessi obiettivi di due anni prima: abbattere il governo di Kinshasa e installare uomini leali a Kigali e a Kampala.
La regione più instabile della Rdc
Già allora non si trattava più soltanto di contenere l’Fdlr, sopravvissuto alla guerra di due anni prima, ma di assicurarsi il controllo delle enormi risorse minerarie della regione, che il governo di Kinshasa non appariva in grado di sfruttare. Stavolta l’operazione non andò in porto perché alcuni paesi africani (Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad) si schierarono dalla parte di Kabila e inviarono truppe sul posto.
Finita quella guerra nel 2003 con un nulla di fatto se non la successione di Kabila figlio a Kabila padre e la perdita di tre milioni di vite umane, il nord-est è rimasto la regione più instabile dell’intera Rdc (che ha una superficie pari a otto volte quella dell’Italia), con la presenza di 120 gruppi armati fra Nord e Sud Kivu, Ituri e Tanganyka. Dietro le pretenziose rivendicazioni politiche di queste fazioni si nasconde in realtà la volontà di approfittare delle enormi ricchezze minerarie dell’area, che vengono contrabbandate in ogni modo: cobalto, oro, diamanti, stagno, tantalio, tungsteno, litio.
In guerra per le risorse del Nord-Kivu
La Terza guerra del Congo che va profilandosi è tutta centrata sullo sfruttamento di queste risorse minerarie, essendo l’Fdlr hutu ancora presente e attivo, ma non più minaccioso (pare essere ridotto a 1.500 elementi, mentre l’esercito ruandese conta 33 mila militari bene armati e addestrati).
Lo scenario è quello di un piccolo paese più organizzato ed efficiente della media dei paesi africani, con un potere fortemente centralizzato, esercito e servizi segreti pienamente operativi e buona rete di infrastrutture, che approfitta della cronica disorganizzazione, della diffusa corruzione, delle rivalità tribali e della precarietà dei collegamenti fra la capitale e le province del paese confinante, ricchissimo di risorse minerarie, per impadronirsi di queste ultime. Come giustificazione, il primo paese afferma che nel secondo i diritti delle minoranze etniche che le frontiere dell’epoca coloniale hanno separato dalla madrepatria non sono rispettati. Il primo paese è il Ruanda, il secondo è la Repubblica Democratica del Congo.
Uomini d’affari e gruppi armati
Nell’attuale remake della guerra di un quarto di secolo fa gli attori sono in parte cambiati, ma i ruoli sono gli stessi: al posto dei banyamulenge c’è l’M23, una fazione che già in passato aveva occupato Goma e che periodicamente riemerge dopo periodi di latenza; al posto di Laurent-Desiré Kabila, vecchio arnese anticolonialista che aveva combattuto insieme a Che Guevara, che di lui aveva una pessima opinione, e della sua Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, c’è l’ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo e ricco uomo d’affari Corneille Nangaa e l’Alliance Fleuve Congo (AfC), che riunisce 17 partiti politici e 10 gruppi armati.
Al posto dei Kabila padre e figlio c’è Felix Tshisekedi, presidente della Rdc al secondo mandato dopo le controverse elezioni presidenziali del dicembre 2023. Unico attore protagonista del vecchio film confermato nel nuovo è il presidente del Ruanda Paul Kagame, l’uomo che condusse alla vittoria la guerriglia dell’Fpr nel 1994 e che ricopre incontrastato la carica presidenziale dal marzo del 2000.
Il rapporto Onu sui ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda
Il governo ruandese ha sempre negato il suo coinvolgimento con l’M23 e con gli altri gruppi armati congolesi antigovernativi, ma decine di rapporti delle Nazioni Unite l’hanno smentito e le immagini circolate in tutto il mondo delle truppe ruandesi a Goma di questi giorni cancellano qualunque dubbio. Se l’M23 e i suoi alleati oggi controllano 10 mila kmq di territorio congolese a cavallo fra il Nord Kivu e l’Ituri (un’area grande come l’Abruzzo), ciò è dovuto al fatto, informa l’ultimo rapporto targato Onu del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (che risale al 27 dicembre scorso), che i ribelli sono affiancati da 3-4 mila soldati delle forze armate ruandesi, ai quali fanno riferimento tutte le unità di combattimento del M23: «Ogni unità dell’M23 era supervisionata e supportata da forze speciali delle Forze di difesa del Ruanda (Rdf, l’esercito ruandese). Il comando di operazioni mirate e la gestione di armamenti altamente tecnologici da parte delle Rdf sono stati fondamentali per la conquista di nuovi territori».
Attualmente i due fronti in lotta vedono da una parte l’M23, l’AfC coi 10 gruppi armati che ha confederato e le Rdf, dall’altra lo scoordinato esercito congolese (Fardc) che si avvale del supporto di milizie locali note come gruppi Wazalendo, di alcune milizie tribali mai-mai e dei ruandesi hutu dell’Fdlr, oltre che di mercenari dell’Europa dell’Est che si sono in gran parte arresi dopo la presa di Goma. Se il conflitto dovesse estendersi, è sicuro che alcuni stati africani entrerebbero in gioco da una parte e dall’altra, come nel 1998.
La posta in gioco della Terza guerra del Congo
La posta in gioco dal punto di vista delle ricchezze minerarie che i vincitori si accaparrerebbero è molto alta. Come si può desumere da alcuni passi dell’ultimo rapporto del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo, nei quali si commenta la conquista delle miniere di coltan di Rubaya, le più grandi della regione dei Grandi Laghi, alla fine dell’aprile scorso: «L’alleanza Afc/M23 ha posto sotto il suo controllo i centri commerciali di Rubaya e Mushaki, nonché le vie di trasporto dei minerali da Rubaya al Ruanda, dove i minerali di Rubaya vengono mescolati con la produzione ruandese. Ciò costituisce la contaminazione più significativa delle catene di approvvigionamento di minerali “3T” (tantalio, tungsteno e stagno, che in inglese si chiama “tin”, ndt) con prodotti non certificati registrata nella regione dei Grandi Laghi negli ultimi dieci anni. L’Afc/M23 si è assicurato il monopolio dell’esportazione di coltan da Rubaya al Ruanda, ha dato la priorità al commercio di alti volumi di minerale e ha riscosso una gran quantità di denaro attraverso imposte di produzione. L’estrazione, il commercio e l’esportazione fraudolenti in Ruanda dei minerali di Rubaya hanno quindi avvantaggiato sia l’Afc/M23 che l’economia ruandese».
Di Rodolfo Casadei – Tempi, 31/01/2025
Cosa c’è dietro la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 e forze armate ruandesi. Il remake di un conflitto per lo sfruttamento di oro, cobalto e coltan
Gli eventi di Goma di questa fine di gennaio sono il calcio di avvio della ripetizione degli eventi della fine degli anni Novanta, passati alla storia come la Prima e la Seconda guerra del Congo, ma anche come la Prima Guerra mondiale africana.
Oggi come allora, l’instabilità della regione nord-orientale (in particolare del Nord Kivu) della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è all’origine delle interferenze di paesi confinanti che si appoggiano a gruppi armati e ad esponenti politici locali per imporre i propri interessi, e per fare questo mirano a far cadere il governo nazionale congolese, lontano dall’area della crisi 2.500 chilometri privi di vie di comunicazione.
La Prima Guerra del Congo (1996-97)
La Prima guerra del Congo (1996-97) nacque dall’esigenza del nuovo regime ruandese dell’Fpr che si era insediato al potere all’indomani del genocidio del 1994 di prevenire la riorganizzazione degli estremisti hutu che erano riparati in territorio congolese e avevano creato il Fronte democratico di liberazione del Ruanda (Fdlr, ancora oggi esistente) per riprendere la lotta contro l’Fpr a parti invertite: nei primi anni Novanta a fare la guerriglia erano i fuoriusciti tutsi dell’Fpr che avevano le loro basi in Uganda, e a governare a Kigali erano gli hutu di Juvenal Habyarimana, ora profughi con le mani sporche di sangue del genocidio e desiderosi di rivincita.
Per sventare la loro minaccia Paul Kagame e Yoweri Museveni, gli uomini forti di Ruanda e Uganda, favorirono e supportarono in ogni modo una coalizione di ribelli congolesi che a partire dal Kivu marciarono su Kinshasa e deposero il dittatore Mobutu, che aveva sostenuto il regime di Habyarimana e ora permetteva al Fdlr di operare. Issarono al potere Laurent-Desiré Kabila, che però li deluse profondamente. Allora nel 1998 favorirono una nuova insurrezione nel Kivu, quella dei banyamulenge (gruppo etnico affine ai tutsi del Ruanda), con gli stessi obiettivi di due anni prima: abbattere il governo di Kinshasa e installare uomini leali a Kigali e a Kampala.
La regione più instabile della Rdc
Già allora non si trattava più soltanto di contenere l’Fdlr, sopravvissuto alla guerra di due anni prima, ma di assicurarsi il controllo delle enormi risorse minerarie della regione, che il governo di Kinshasa non appariva in grado di sfruttare. Stavolta l’operazione non andò in porto perché alcuni paesi africani (Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad) si schierarono dalla parte di Kabila e inviarono truppe sul posto.
Finita quella guerra nel 2003 con un nulla di fatto se non la successione di Kabila figlio a Kabila padre e la perdita di tre milioni di vite umane, il nord-est è rimasto la regione più instabile dell’intera Rdc (che ha una superficie pari a otto volte quella dell’Italia), con la presenza di 120 gruppi armati fra Nord e Sud Kivu, Ituri e Tanganyka. Dietro le pretenziose rivendicazioni politiche di queste fazioni si nasconde in realtà la volontà di approfittare delle enormi ricchezze minerarie dell’area, che vengono contrabbandate in ogni modo: cobalto, oro, diamanti, stagno, tantalio, tungsteno, litio.
In guerra per le risorse del Nord-Kivu
La Terza guerra del Congo che va profilandosi è tutta centrata sullo sfruttamento di queste risorse minerarie, essendo l’Fdlr hutu ancora presente e attivo, ma non più minaccioso (pare essere ridotto a 1.500 elementi, mentre l’esercito ruandese conta 33 mila militari bene armati e addestrati).
Lo scenario è quello di un piccolo paese più organizzato ed efficiente della media dei paesi africani, con un potere fortemente centralizzato, esercito e servizi segreti pienamente operativi e buona rete di infrastrutture, che approfitta della cronica disorganizzazione, della diffusa corruzione, delle rivalità tribali e della precarietà dei collegamenti fra la capitale e le province del paese confinante, ricchissimo di risorse minerarie, per impadronirsi di queste ultime. Come giustificazione, il primo paese afferma che nel secondo i diritti delle minoranze etniche che le frontiere dell’epoca coloniale hanno separato dalla madrepatria non sono rispettati. Il primo paese è il Ruanda, il secondo è la Repubblica Democratica del Congo.
Uomini d’affari e gruppi armati
Nell’attuale remake della guerra di un quarto di secolo fa gli attori sono in parte cambiati, ma i ruoli sono gli stessi: al posto dei banyamulenge c’è l’M23, una fazione che già in passato aveva occupato Goma e che periodicamente riemerge dopo periodi di latenza; al posto di Laurent-Desiré Kabila, vecchio arnese anticolonialista che aveva combattuto insieme a Che Guevara, che di lui aveva una pessima opinione, e della sua Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, c’è l’ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo e ricco uomo d’affari Corneille Nangaa e l’Alliance Fleuve Congo (AfC), che riunisce 17 partiti politici e 10 gruppi armati.
Al posto dei Kabila padre e figlio c’è Felix Tshisekedi, presidente della Rdc al secondo mandato dopo le controverse elezioni presidenziali del dicembre 2023. Unico attore protagonista del vecchio film confermato nel nuovo è il presidente del Ruanda Paul Kagame, l’uomo che condusse alla vittoria la guerriglia dell’Fpr nel 1994 e che ricopre incontrastato la carica presidenziale dal marzo del 2000.
Il rapporto Onu sui ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda
Il governo ruandese ha sempre negato il suo coinvolgimento con l’M23 e con gli altri gruppi armati congolesi antigovernativi, ma decine di rapporti delle Nazioni Unite l’hanno smentito e le immagini circolate in tutto il mondo delle truppe ruandesi a Goma di questi giorni cancellano qualunque dubbio. Se l’M23 e i suoi alleati oggi controllano 10 mila kmq di territorio congolese a cavallo fra il Nord Kivu e l’Ituri (un’area grande come l’Abruzzo), ciò è dovuto al fatto, informa l’ultimo rapporto targato Onu del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (che risale al 27 dicembre scorso), che i ribelli sono affiancati da 3-4 mila soldati delle forze armate ruandesi, ai quali fanno riferimento tutte le unità di combattimento del M23: «Ogni unità dell’M23 era supervisionata e supportata da forze speciali delle Forze di difesa del Ruanda (Rdf, l’esercito ruandese). Il comando di operazioni mirate e la gestione di armamenti altamente tecnologici da parte delle Rdf sono stati fondamentali per la conquista di nuovi territori».
Attualmente i due fronti in lotta vedono da una parte l’M23, l’AfC coi 10 gruppi armati che ha confederato e le Rdf, dall’altra lo scoordinato esercito congolese (Fardc) che si avvale del supporto di milizie locali note come gruppi Wazalendo, di alcune milizie tribali mai-mai e dei ruandesi hutu dell’Fdlr, oltre che di mercenari dell’Europa dell’Est che si sono in gran parte arresi dopo la presa di Goma. Se il conflitto dovesse estendersi, è sicuro che alcuni stati africani entrerebbero in gioco da una parte e dall’altra, come nel 1998.
La posta in gioco della Terza guerra del Congo
La posta in gioco dal punto di vista delle ricchezze minerarie che i vincitori si accaparrerebbero è molto alta. Come si può desumere da alcuni passi dell’ultimo rapporto del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo, nei quali si commenta la conquista delle miniere di coltan di Rubaya, le più grandi della regione dei Grandi Laghi, alla fine dell’aprile scorso: «L’alleanza Afc/M23 ha posto sotto il suo controllo i centri commerciali di Rubaya e Mushaki, nonché le vie di trasporto dei minerali da Rubaya al Ruanda, dove i minerali di Rubaya vengono mescolati con la produzione ruandese. Ciò costituisce la contaminazione più significativa delle catene di approvvigionamento di minerali “3T” (tantalio, tungsteno e stagno, che in inglese si chiama “tin”, ndt) con prodotti non certificati registrata nella regione dei Grandi Laghi negli ultimi dieci anni. L’Afc/M23 si è assicurato il monopolio dell’esportazione di coltan da Rubaya al Ruanda, ha dato la priorità al commercio di alti volumi di minerale e ha riscosso una gran quantità di denaro attraverso imposte di produzione. L’estrazione, il commercio e l’esportazione fraudolenti in Ruanda dei minerali di Rubaya hanno quindi avvantaggiato sia l’Afc/M23 che l’economia ruandese».
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Il racconto dell’amicizia fra il santo sacerdote piemontese e il suo discepolo Domenico Savio
Di Antonio Tarallo – ACI Stampa, 31/01/2025
Un’amicizia fra santi: stiamo parlando di San Giovanni Bosco e il suo allievo, il suo fedele discepolo, il giovane San Domenico Savio. Non è possibile parlare di loro come soltanto di un dialogo tra magister e discipulus. Vi è qualcosa di più profondo e grande: un’amicizia di anime, di sentimenti. Si tratta di una comunione profonda nata durante le ore di catechismo dell’oratorio di Valdocco, quel primo famoso centro creato per l’istruzione per gli ultimi dal sacerdote piemontese il 12 aprile del 1846.
Il giovane Domenico oltrepassa la soglia del famoso istituto a soli dodici anni. Don Bosco comprende, fin da subito, che Domenico non è un ragazzo come gli altri: Domenico diverrà catechista in poco tempo. Usando un termine dei giorni d’oggi si potrebbe affermare che il Savio fu – in un certo – l’enfant prodige di Gesù e Maria. Don Bosco stesso scrive nella sua “Vita del giovanetto Savio Domenico” – edita nel 1859, due anni dopo la morte – parole che farebbero già pensare, all’epoca, a una vera e propria positio per la canonizzazione di un santo: “Si scrisse alcuni ricordi che conservava gelosamente in un libro di devozione e che spesso leggeva. (…) Erano di questo tenore: “Ricordi fatti da me, Savio Domenico l’anno 1849 quando ho fatta la prima comunione essendo di 7 anni. 1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza. 2° Voglio santificare i giorni festivi. 3° I miei amici saranno Gesù e Maria. 4° La morte, ma non peccati”. Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni sino alla fine della vita”.
Il primo incontro fra i due? “Era il primo lunedì d’ottobre di buon mattino [lunedì 2 ottobre 1854, ndr], allorché vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicinava per parlarmi. Il volto suo ilare, l’aria ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi. – Chi sei, gli dissi, onde vieni? – Io sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha parlato don Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio. Allora lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui. Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in così tenera età”, questo il racconto di san Giovanni Bosco sempre nel libro citato.
Un’amicizia costellata da infiniti doni di Dio, di episodi che hanno tutto il sapore del Paradiso. Fra i tanti: un giorno Savio entra di fretta nello studio di Don Bosco e lo invita a seguirlo: c’è “una bell’opera da fare”. Il sacerdote, allora, incuriosito, lo segue. Arrivano davanti a un caseggiato. Savio invita il sacerdote a salire al terzo piano: lì c’è una donna che lo prega di confessare suo marito gravemente malato. Quest’uomo voleva ritornare alla fede cattolica dopo aver abbracciato per un periodo il protestantesimo. Alcuni giorni dopo il fatto, Don Bosco chiese al giovane come potesse sapere la storia dell’ammalato. Domenico lo guardò, in silenzio, per poi scoppiare in un forte pianto. Il Signore gli aveva parlato e Savio non aveva fatto altro che ascoltarlo.
L’amicizia fra i due santi si alimentava di un’amicizia “in comune”, immensa, ancor più grande: quella con Dio.
L’EX VESCOVO DI MOSTAR, MONS RATKO PERIC, E’ STATO UNO DEI CRITICI PU’ SEVERI DELLE APPARIZIONI DI MEDJUGORJE. QUESTO NON HA IMPEDITO ALLA VEGGENTE VICKA DI ANDARLO A SALUTARE E A POSARE CON LUI PER UNA FOTO STORICA


Antonio Tarallo – La Nuova Bussola
San Giovanni Bosco raccomandava di diffondere buoni libri «per la gloria di Dio e la salute delle anime». Lui stesso, con enorme sacrificio, si dedicò a quest’opera – in mezzo a tante altre – scrivendo circa 150 tra libri e opuscoli.
Ecclesia 31_01_2025
Si sente ancora odore d’inchiostro nella vecchia tipografia salesiana a Torino, in via Maria Ausiliatrice, al numero 32. Se per un attimo si rimane in silenzio, ancora è possibile ascoltare (o almeno immaginare) il rimbombo delle macchine da stampa. Rulli, torni, lettere di piombo sparse: tutto ha sapore di stampa. L’approvazione per la tipografia, san Giovanni Bosco (16 agosto 1815 – 31 gennaio 1888), di cui oggi si celebra la memoria liturgica, la ebbe nel 1861. L’anno seguente, cominciò l’attività con piccoli macchinari per stampare i primi volumi di una proficua attività editoriale. Nel giro di pochi anni quel luogo divenne un tesoro dell’arte tipografica torinese.
Profeta e visionario, un uomo che camminava con i tempi, superandoli, don Bosco. A partire dal 1877, diede vita anche a un laboratorio chimico-fotografico, fino ad arrivare a ordinare persino una delle più innovative macchine dell’epoca per realizzare ampi fogli di carta. Dopo aver comprato una piccola cartiera a Mathi, un comune a 25-30 chilometri da Torino, si fece inviare da Zurigo, dalla ditta Escher-Wyss, una “macchina continua” che fu addirittura esposta all’Esposizione Generale di Torinonel 1884.
La sua attenzione per la stampa si legava dunque a un interesse particolare per gli stessi macchinari tipografici: pragmatismo e spiritualità in un connubio perfetto. Facile immaginare lui, san Giovanni Bosco, aggirarsi fra quei macchinari, attento che il tutto fosse ben stampato. Il sacerdote piemontese rappresenta davvero una santità “variopinta”: uomo e sacerdote vicino agli ultimi, a chi non poteva permettersi l’istruzione; fine intelletto; sacerdote di preghiera e di studio; instancabile pedagogo; uomo divenuto sacerdote grazie all’ausilio della Vergine Maria. Le sfaccettature della biografia di don Bosco sono molteplici, tutte preziose. Ma fra tutte queste attività, forse, la più innovativa rimane quella della stampa, dell’aver dato così grande importanza alla comunicazione.
Già nelle prime Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales (1875) troviamo ben spiegate le finalità della stampa per san Giovanni Bosco. Il santo auspica che i salesiani si impegnino «a diffondere buoni libri nel popolo usando tutti quei mezzi che la carità cristiana ispira». Il 19 marzo 1885, festa di san Giuseppe, in una lettera circolare inviata ai suoi confratelli scrive: «Fra questi (mezzi di apostolato) che io intendo caldamente raccomandarvi, per la gloria di Dio e la salute delle anime, vi è la diffusione dei buoni libri. Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell’uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina. Tocca adunque a noi imitare l’opera del Celeste Padre». Don Bosco definisce «Divino» il mezzo della stampa e scrive di «retta dottrina». Una buona stampa per la gloria di Dio e la salute delle anime: termini precisi che riescono a sintetizzare tutto il rapporto che il santo ebbe con la comunicazione cattolica.
Sempre nella stessa lettera circolare del 1885, scrive: «Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s’inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla». Vi è poi una frase che richiama fortemente l’attenzione: per il sacerdote piemontese è proprio la stampa a risultare «una tra le precipue imprese che mi affidò la Divina provvidenza». Dunque, lo scrivere e pubblicare opere cattoliche era per lui una missione da vivere alla stessa stregua di quella di sacerdote.
Una missione che ha visto una proliferazione di testi davvero impressionante. Sfogliando il catalogo delle pubblicazioni che sono state redatte per suo volere, si comprende bene la variegata tipologia della stampa prodotta. Cerchiamo, allora, di far un po’ d’ordine fra così copiose pagine. Abbiamo un primo filone di libri che rappresentano gli Scritti dello stesso don Bosco: memorie; storie; compendi e profili anche sociologici dell’epoca. Riguardo poi l’attività “giornalistica” di san Giovanni Bosco, vi sono gli articoli (attribuiti o attribuibili sempre allo stesso santo piemontese) redatti per il Bollettino Salesiano. Poi, ci sono libri di vario genere (diverse le tematiche affrontate: dottrina e storia della Chiesa, soprattutto) e opuscoli religiosi. A questi, si aggiungono le varie circolari all’interno della congregazione, i programmi, gli appelli.
Ma perché scrive così tanto san Giovanni Bosco? È necessario ricordare che per il sacerdote piemontese la scrittura è uno dei mezzi più importanti per formare soprattutto i giovani alla vita cattolica e sociale del Paese. Certamente impressiona la mole di questi scritti, pensando anche al poco tempo a disposizione tra viaggi, missioni, la sfida educativa di Valdocco e tanti altri impegni che possiamo solo immaginare. E poi, vi è un dato che va evidenziato: la chiarezza con la quale sono redatti. «Don Bosco, d’ingegno versatile, non pretese di essere un dotto o un letterato ma divenne uno scrittore apprezzato vincendo le difficoltà dell’italiano, limando la lingua in modo da renderla sempre più chiara, semplice e corretta. Compì quest’opera, tra le tante che lo assillavano, con immenso sacrificio personale, avendo solo di mira il bene delle anime» (don Natale Cerrato SDB, Don Bosco e il suo stile, Elledici, 2024, Torino).
Ma quali sono le opere redatte dal fondatore dei salesiani? Ci sono, prima di tutto, i libri biografici, scolastici o parascolastici: Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo (1844), Il sistema metrico decimale (1849), La Storia d’Italia (1855), Vita del giovanetto Savio Domenico (1859), Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele (1861), Il pastorello delle Alpi (1864), La casa della fortuna (1865), eccetera. Poi troviamo altri testi a supporto del catechismo dei ragazzi: Storia ecclesiastica ad uso delle scuole (1845), Il cattolico istruito nella sua religione (1853), Vita di S. Pietro (1856), Vita di S. Paolo apostolo (1857), Fondamenti della cattolica religione (1872). Questi sono solo alcuni dei titoli della sua vastissima produzione: se ne contano, in totale, circa 150. Tutte opere della “buona stampa” cattolica che, anche se sono trascorsi così tanti anni, conservano la freschezza di una fede semplice e diretta. Esemplare, soprattutto.
