"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Febbraio 2026 Pagina 1 di 33

🔴LIVE🔴 DESIDERIO DI DIO – PUNTATA 27: Maria nel cammino di conversione – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


Le ultime notizie in diretta | Attacco Usa-Israele all’Iran, i media israeliani: «Khamenei è morto, recuperato il corpo». Missili di Teheran su Israele, Dubai e basi Usa nel Golfo

di Andrea Nicastro – Corriere della Sera 28 Febbraio 2026

Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco su larga scala contro l’Iran: «Non possono avere la bomba atomica», ha detto Trump, chiedendo agli iraniani di «riprendere in mano il proprio destino». Media iraniani: «Colpita una scuola, almeno 50 morti»

  • Dopo settimane di tensione, Stati Uniti e Israele hanno lanciato oggi l’attacco sull’Iran avendolo «pianificato per mesi». L’azione è definita «preventiva»: l’intento dichiarato è quello di «impedire che Teheran abbia armi atomiche»
  • Secondo Israele, Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, sarebbe stato ucciso durante un attacco israeliano. Le agenzie di stampa iraniane – legate al regime – smentiscono: «È risoluto e fermo al comando»
  • Nelle scorse settimane, i negoziatori di Iran e Stati Uniti si erano incontrati a Ginevra per cercare un accordo sul nucleare. L’ultimo summit, giovedì, aveva dato risultati di cui Trump si era ieri detto «deluso»
  • Da settimane gli Usa accumulavano nell’area mezzi militari. Nella zona si trovano ora due portaerei e centinaia di caccia statunitensi, oltre a mezzi di supporto
  • L’Onu si è detto contrario agli attacchi, chiedendo che le parti tornino al tavolo dei negoziati. La Francia ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Condanna di Mosca e Pechino:  «Aggressione immotivata.


Trump: «Khamenei è morto»
22:40 | 28 Febbraio

Il presidente Usa ha dichiarato che Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è morto. 

«Era una delle persone più malvagie della storia. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali», ha scritto il presidente su Truth.

Trump: «Morta la maggior parte della gente che prende decisioni in Iran»

«La maggior parte delle persone che prendono decisioni in Iran non ci sono più»: lo ha dichiarato il presidente americano, Donald Trump, che ha anche ribadito che gli Usa reputano «corretta» la notizia della morte di Khamenei.

21:27 | 28 Febbraio

Le agenzie di stampa iraniane smentiscono la morte di Khamenei

Le agenzie di stampa iraniane Tasnim e Mehr riportano che Khamenei – al contrario di quanto sostenuto da Israele e Usa – è «risoluto e fermo nel comandare il campo di battaglia».

​«Dobbiamo tutti essere vigili contro la guerra psicologica del nemico», ha dichiarato l’ufficio della Guida Suprema iraniana in una nota. 

21:24 | 28 Febbraio

Anche Usa certi che Khamenei sia morto. Con lui sarebbero stati uccisi altri 5-10 leader iraniani 

Secondo quanto riferito da Axios, Israele avrebbe informato Donald Trump dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei. Un alto funzionario Usa ha poi confermato a Fox che gli Usa ritengono che Khamenei e 5-10 alti leader iraniani siano stati uccisi.

Media riportano che Khamenei è morto, a Teheran applausi alle finestre

Media indipendenti come Iran International, che è una testata basata a Londra, riportano che Ali Khamenei è stato ucciso durante l’attacco di Stati Uniti e Israele oggi: a Teheran, riportano alcune testimonianze, la gente sta applaudendo alle finestre per celebrare l’evento.

21:08 | 28 Febbraio

Foto del cadavere di Khamenei mostrate a Trump e Netanyahu

Una foto del cadavere della Guida suprema iraniano, Ali Khamenei, è stata «mostrata» al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al presidente americano, Donald Trump. Lo riportano due emittenti israeliane.

Il leader iraniano sarebbe stato ucciso nel raid israeliano sul suo compound, condotto questa mattina.

​Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaei Baghaei, ha dichiarato di non avere nulla da dire al riguardo. 

21:01 | 28 Febbraio

Secondo un alto funzionario Usa, Trump «non aveva scelta»: i motivi dietro l’attacco 

Trump, secondo un alto funzionario dell’amministrazione Usa citato dall’agenzia Reuters, «non aveva scelta»: l’attacco all’Iran era necessario. Prima di tutto perché non c’era «alcuna serietà» da parte iraniana nelle trattative. «I negoziatori statunitensi», spiega, «hanno stabilito che era chiaro che l’Iran volesse conservare la capacità di arricchimento per poter realizzare in seguito un programma di armi. Gli Usa hanno offerto loro di fornire gratuitamente combustibile nucleare per sempre, ma l’Iran ha insistito sulla capacità di arricchimento». «Gli Stati Uniti», aggiunge, «hanno offerto all’Iran molti modi per avere un programma nucleare civile e pacifico, ma queste proposte è stato accolto con giochi e trucchi».

Oltre che sull’arricchimento dell’uranio, secondo gli Usa, l’Iran si era rifiutato di trattare sui missili balistici, ma anche sulò suo supporto a «forze terze». L’amministrazione, inoltre, aveva accesso a informazioni dei servizi segreti secondo cui, prosegue la fonte, «l’Iran stava ricostruendo tutto ciò che era stato distrutto negli attacchi dello scorso giugno». 

20:49 | 28 Febbraio

Iran: «Daremo lezione indimenticabile a sionisti e Usa»

«Faremo pentire i criminali sionisti e gli americani privi di qualità. I valorosi soldati e la grande nazione iraniana daranno una lezione indimenticabile agli oppressori infernali internazionali». Lo scrive su X Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran. 

20:41 | 28 Febbraio

Un funzionario israeliano: «Khamenei morto, recuperato il corpo»

Un funzionario israeliano – citato sia da Channel 12 che da Sky News Arabia – conferma l’uccisione di Khamenei e il recupero del suo corpo da sotto le macerie del suo compound a Teheran. L’emittente israeliana Channel 12 riferisce che immagini del corpo della Guida suprema sono state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.

20:37 | 28 Febbraio

Trump: «Iraniani erano vicini ad accordo con noi, poi si sono ritirati»

All’Iran «serviranno anni per riprendersi da questo attacco». Lo ha detto il presidente americano, Donald Trump, ad Axios. Gli iraniani, ha spiegato, erano giunti a un passo da un’intesa con gli Usa, ma poi si sono tirati indietro: «Lì ho capito che non volevano davvero un accordo». Il presidente Usa ha poi aggiunto che sceglierà «se prolungare un attacco o se concluderlo in pochi giorni». 

20:25 | 28 Febbraio

Idf: «Iran ha lanciato bombe a grappolo su area civile in Israele»

«L’Iran ha lanciato intenzionalmente missili contenenti sub-munizioni a grappolo contro un’area civile densamente popolata in Israele. Le armi a grappolo sono progettate per disperdersi su un’ampia superficie e massimizzare le probabilità di colpire, aumentando il rischio di danni estesi»: lo riferisce l’esercito israeliano in una nota. 

«L’Iran ha agito con l’intento di massimizzare i danni ai civili israeliani. Dirigere attacchi contro civili costituisce un crimine di guerra. Continueremo a operare per proteggere Israele in conformità con il diritto internazionale», aggiunge l’Idf.

20:06 | 28 Febbraio

Netanyahu: «Ci sono segnali che Khamenei sia morto». Poi si rivolge agli iraniani: «Invadete le strade e finite il lavoro»

Secondo il premier israeliano Netanyahu, ci sono «segnali» che Khamenei sia morto. Nel suo videomessaggio, il leader israeliano spiega che l’Iran «non può avere armi che ci minacciano», ringrazia Trump per l’operazione militare coordinata e si dice certo che «questa guerra porterà a una vera pace». «I prossimi giorni», aggiunge, «vedranno l’attacco a migliaia di obiettivi in Iran».
Poi si rivolge ai cittadini e alle cittadine dell’Iran: «Scendete in piazza e finite il lavoro

🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 86 – LA VIOLAZIONE DELLA VERITA’


Guerra in Iran, l’ordine d’attacco, gli obiettivi dei raid, la risposta di Teheran: cosa sta succedendo nel Golfo

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 18 Febbraio 2026

La strategia e i tempi. Dove potrebbe nascondersi l’ayatollah Alì Khamenei

Un’azione coordinata Usa-Israele contro l’Iran sferrata in pieno giorno e con i negoziati ancora in corso. Gli israeliani l’hanno ribattezzata «Ruggito del Leone» mentre gli americani la chiamano Epic Fury. Teheran, invece, ha definito la sua rappresaglia «Vera Promessa 4».

La mossa

L’ordine d’attacco sembrava imminente ma si riteneva che ci fosse ancora spazio per la trattativa. Invece la Casa Bianca, insieme a Tel Aviv, ha bruciato i tempi. È la seconda volta che accade nel confronto con l’avversario.

I target

I raid hanno colpito diverse località in tutto il paese. Nella capitale sono stati presi di mira sedi istituzionali e militari. Tra questi la sede dell’intelligence, Beit E Rahbari (centro di comando e controllo), caserme, gli uffici del Consiglio di Sicurezza. Diversi alti ufficiali sono stati sorpresi nel corso di riunioni in un nuovo tentativo di decapitazione. Il regime, su questo aspetto, ha adottato contromisure su più livelli ma non è bastato. Mancano notizie precise sulla sorte dell’ayatollah Khamenei che, stando ad una versione, era stato trasferito in un luogo sicuro. A Tel Aviv non escludono che sia stato ucciso, ma non vi sono conferme ed è noto che il governo ha adottato un sistema con la designazione di tre figure importanti che deve assicurare una successione temporanea. Stessa cosa è stata studiata per i vertici di guardiani e forze armate. Secondo le fonti locali il presidente Massud Pezeshkian sarebbe illeso mentre ci sono notizie sulla morte del comandante dei pasdaran, Mohammed Pakpour, e del ministro della Difesa Amir Nasizardeh. «Abbiamo perso uno o due generali ma non è un problema», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Pesante poi il bilancio a Minab dove è stata distrutta una scuola. Oltre 50 le vittime.

Gli strike hanno poi coinvolto la rete missilistica, i bunker, gli apparati radar, gli aeroporti e le basi della Marina. Segnalate esplosioni nella città santa di Qom, a Isfahan, Karaj, Kermanshah, Khorramabad, Chabahar. Tutte località che accolgono installazioni strategiche. Non ci sono ancora notizie sui siti nucleari, già danneggiati dai bombardamenti nella guerra di giugno. Da tempo gli ingegneri hanno cercato di rinforzare le protezioni all’ingresso dei tunnel. Molti di questi laboratori sono nel sottosuolo o all’interno di montagne, bersagli per i quali sono necessari ordigni potenti. Secondo l’esperto di Axios, Barak Ravid, in questa prima fase c’è stata una divisione di compiti: gli israeliani hanno dato la caccia ai rappresentanti della gerarchia sorprendendo alcuni durante riunioni mentre gli americani si sono occupati della distruzione di missili e lanciatori. L’IDF, poi, ha dedicato molta attenzione agli equipaggiamenti antiaerei, la loro neutralizzazione è necessaria per favorire corridoi di attacco. Infatti, funzionari statunitensi citati dalla CNN, prevedono una serie di ondate alternate a pause per verificare gli esiti.

Azioni parallele

Internet paralizzato, incursioni hacker contro media iraniani mentre l’account in farsi attribuito al Mossad ha lanciato un appello a diffondere immagini e notizie. Insieme all’iniziativa bellica c’è quella propagandistica per seminare confusione, alimentare incertezza, enfatizzare le perdite. Non è da escludere che, come in passato, abbiano agito agenti reclutati da israeliani e americani, membri dell’opposizione armata in grado di condurre missioni coperte.

I tempi

Washington e Tel Aviv hanno precisato che sarà un’offensiva prolungata, non limitata nel tempo. I messaggi pubblici diffusi dallo stesso Trump e dagli israeliani esprimono la volontà di un cambio drastico, auspicano il rovesciamento del regime, delineano la distruzione dell’arsenale della Repubblica islamica, sperano in fratture in un sistema di potere composito, invitano alla resa, offrono «perdono» a chi cambia campo. Sono parole che danno l’idea di qualcosa di più ampio di uno strike.

La risposta

Intanto i pasdaran hanno annunciato le prime rappresaglie con i missili terra-terra, una reazione piuttosto rapida rispetto al precedente round: i militari hanno lanciato entro due ore dopo il primo attacco. È scattato l’allarme da Israele fino alle sponde del Golfo Persico. In Bahrein è stato centrato il comando della V flotta statunitense (pare sia stata centrata). Esplosioni in Qatar, altro tassello rilevante dello schieramento americano con la base di al Udeid, ad Al Dhafra (Abu Dhabi), nella capitale saudita Riad e nella regione orientale, e in Kuwait (sede sicurezza nazionale) dove sono state attivate le batterie antiaeree. I giordani, a loro volta, hanno comunicato di aver neutralizzato due ordigni in arrivo.

Le ultime stime sostengono che gli iraniani hanno a disposizione almeno 2 mila vettori con i quali attaccare le molte basi Usa nel Medio Oriente e obiettivi nello Stato ebraico. Armi ai quali si aggiungono le ondate di droni-kamikaze. Pronte ad agire anche le milizie amiche: un primo segnale in questo senso è arrivato dagli Houthi nello Yemen e sono dunque prevedibili incursioni contro il traffico navale in Mar Rosso. Gli ayatollah, se messi con le spalle al muro, giocheranno la carta dell’allargamento del conflitto, un modo per sottolineare che ci sono conseguenze per tutti. Sul piano economico, in termini di stabilità e sicurezza.

Report ufficiosi indicano raid da parte statunitense sulla caserma di Kataeb Hezbollah alla periferia di Bagdad, una fazione sciita irachena alleata dei mullah. La continuazione di quanto fatto, nelle ultime settimane, dagli israeliani nel sud del Libano sulle posizioni dell’Hezbollah. Un martellamento preventivo per ridurre le capacità di ritorsione.

Il futuro

I pericoli sono tanti come lo sono i dubbi. Del resto, alla vigilia dell’operazione, persino il Pentagono ha fatto trapelare obiezioni di ordine tecnico ma anche politico. Le scorte di munizioni, i costi della mobilitazione, le perdite di vite umane, i danni materiale. Indiscrezioni che, da un lato, hanno rappresentato un diversivo ma, dall’altro, hanno recepito le analisi inquiete sul «dopo». Nessuno ha certezze e il Medio Oriente, con le infinite diramazioni, è una trappola di sorprese.


Voci da Teheran sotto le bombe: «Questa è la nostra battaglia finale». E dopo il panico la città precipita nel silenzio

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

C’è chi festeggia i raid con balli e slogan contro la Repubblica islamica, e c’è già chi piange i figli morti

Amina ha litigato con il figlio Ashkan, che ha 14 anni, perché voleva correre sul tetto di casa per riprendere con il cellulare il fumo delle bombe salire verso il cielo. «Non capisce quanto sia pericoloso», ci scrive. Abitano a Niavaran un quartiere a nord di Teheran e da oggi sono in guerra. «Ce lo aspettavamo, non abbiamo mai creduto ai negoziati.  Sono settimane che non riesco a dormire», racconta la donna che è una fotografa. A volte i messaggi arrivano, altre volte rimangono appesi. Segno che Internet sta per spegnersi. In molti cercano di lasciare la capitale. Ghazaleh invia una lista di informazioni: «La gente è in coda per la benzina alle stazioni di servizio. I supermercati sono presi d’assalto. Si compra pane e generi alimentari, ci sono lunghe file ovunque. In alcune parti della città non ci si muove». Ci domanda, prima di scomparire: «Dicono che hanno bombardato la casa di Ahmadinejad e il compound di Khamenei. Sono morti?». 

Le sirene non suonano, a Teheran. Nemmeno a Shiraz o Tabriz. Girano video di ragazzini delle scuole medie che applaudono mentre le bombe fumano. Video di una donna che urla al cielo «grazie, zio Trump», di altre signore che ballano in mezzo alla strada. Ci scrive Niloofar che va a scuola: «Eravamo in classe quando abbiamo sentito degli enormi boati. Siamo molto spaventati, c’è chi è svenuto e chi è andato in panico. La gente sembra felice, per le strade suonano il clacson e gridano slogan contro il regime. Ho fatto dei filmati ma non riesco mandare niente perché internet praticamente non funziona». Niloofar ha solo 17 anni e dice: «Questa è la nostra battaglia finale».

Lo abbiamo imparato dalle proteste di gennaio, quelle in cui il popolo è sceso nelle strade per chiedere la fine della dittatura. Quelle in cui gli ayatollah hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, segnando la pagina più sanguinosa della Repubblica islamica. A differenza del passato, molti iraniani pensano che solo un aiuto esterno li libererà dalla morsa del regime che piega vite, sogni e portafogli. Ce lo confermano coi filmati di ragazze che ridono e festeggiano mentre Teheran viene bombardata. Sono scene difficili da comprendere se non si mette in conto l’effetto che hanno 47 anni di divieti e ingiustizie perpetrati da una delle dittature più sanguinarie al mondo.

 Ma la speranza della fine degli ayatollah – presi di mira dai raid israeliani e americani – non protegge dai morti, perché alla fine la guerra si assomiglia sempre. Quando accade, poi, ha a che fare più con i corpi che con le ideologie. Ci arrivano video di persone che scappano nella nebbia del fumo delle bombe. Che piangono, che si disperano. Sarebbe salito a 53 il numero delle bambine uccise nell’attacco contro una scuola elementare femminile nel distretto di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, riportano i media iraniani. «Non posso pensare a quei genitori, e se domani fossi una di quelle madri? Abbiamo paura che sia una guerra lunga. Non so se ho la forza per reggere ancora così tanto dolore», scrive Mina che ci racconta anche delle strade vuote all’improvviso, e di uno strano silenzio piombato su Teheran. Negli ospedali i pazienti più gravi vengono spostati in altri luoghi più sicuri. Ci ricordano: a Teheran non ci sono bunker. 

Papa Leone XIV “pellegrino” fra l’Europa e l’Africa: tre viaggi nel segno del dialogo

di Giacomo Gambassi, Roma

A fine marzo la visita lampo nel principato di Monaco. Dal 13 al 23 aprile il grande viaggio in quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale. A giugno in Spagna per sette giorni: inaugurerà la Sagrada Familia. La tappa in Algeria sui passi di Agostino e dei monaci di Tibhirine e il vescovo Claverie uccisi 30 anni fa

25 febbraio 2026

Papa Leone XIV durante il suo primo viaggio apostolico internazionale in Turchia e Libano / Ansa

Due viaggi in Europa. E poi quello in Africa. Leone XIV abbraccia due continenti nelle prossime tre visite apostoliche internazionali che da fine marzo a giugno lo porteranno nel principato di Monaco, in quattro Paesi africani che il Papa “incontrerà” in un unico viaggio lungo undici giorni, e poi in Spagna dove resterà sette giorni all’inizio di giugno: prima a Madrid e Barcellona dove inaugurerà anche la Basilica della Sagrada Familia; e poi nell’arcipelago delle Canarie nell’Oceano Atlantico. Ad annunciare il calendario è stato il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, che ha comunicato date e Stati dei viaggi, ma non i programmi dettagliati che «saranno resi noti a suo tempo», ha chiarito.

Visita lampo nel principato di Monaco

Leone XIV sarà nel principato di Monaco sabato 28 marzo, alla vigilia dall’inizio della Settimana Santa, per quello che è il suo secondo viaggio internazionale dopo le sei giornate in Turchia e Libano, fra fine novembre e inizio dicembre. Visita lampo, di una manciata di ore, nel piccolo Stato lungo la Costa Azzurra. Bruni ha sottolineato che tutto è nato dall’«invito del capo di Stato e dell’arcivescovo del principato di Monaco». Il principato rappresenta una realtà europea in cui il cattolicesimo è la religione ufficiale e in cui il dialogo tra le istituzioni civili e la Chiesa mantiene una sua concreta importanza. Significativo è anche l’impegno per la pace del principato che accoglierà per la prima volta un Papa nell’era moderna.

In Africa messaggero di pace per dare voce ai poveri e ai perseguitati

Di fronte ai movimenti popolari, Leone XIV aveva spiegato che c’è bisogno di «vedere le “cose nuove” dalla periferia». Era lo scorso novembre. Adesso il Papa delle “rerum novarum” del ventunesimo secolo sceglie le periferie del pianeta per guardare alle questioni sociali che scuotono il mondo contemporaneo: le periferie dell’Africa, il continente che visiterà dal 13 al 23 aprile. Undici giorni fra Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale per toccare con mano alcune dimensioni care al suo magistero e alla sua storia personale: la spiritualità del “suo” santo, Agostino; le violenze contro i cristiani più volte denunciate dal Pontefice; il dialogo fra le fedi, in particolare con il mondo musulmano; il dramma migranti; la crisi ecologica; lo sfruttamento dei Paesi del sud del mondo che ha visto il Papa già alzare la voce contro «coloro che vogliono fare della ricchezza uno strumento di dominio» e intendono «comprare con denaro gli indigenti sfruttandone la povertà».

Dopo Pasqua il Papa tornerà ad attraversare il Mediterraneo per la sua visita in Africa, prima della tappa che il 4 luglio lo porterà a Lampedusa: Papa americano che celebrerà i 250 anni della Dichiarazione dell’indipendenza del suo Paese fra gli ultimi. Il viaggio che comincerà dopo la domenica in Albis sarà di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il Pontefice abbraccerà. Leone XIV aveva già confidato il desiderio di essere in un continente che ben conosce e che ha visitato più volte da priore generale degli agostiniani. Lo aveva fatto nel volo papale di rientro da Beirut: «Spero di realizzare un viaggio in Africa e di andare in Algeria per visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, ma anche per continuare il dialogo con il mondo musulmano». Dialogo che era stato uno dei cardini della visita in Turchia e Libano e che in Algeria guarderà a sant’Agostino che «aiuta molto perché nel suo Paese è rispettato e considerato un figlio della patria», aveva sottolineato. Poco più di due le giornate nel Paese del Maghreb, dal 13 al 15 aprile, che vedrà il Papa essere fra Algeri e Annaba, l’antica città di Ippona dove era stato vescovo il “Dottore della grazia” nato proprio nell’odierna Algeria, a Tagaste.

La visita cade nel trentennale del martirio dei monaci di Tibhirine e del vescovo di Orano, Pierre Claverie, uccisi negli anni “neri” della guerra civile e dell’estremismo che sono stati profeti di fraternità e incontro con l’islam e che la Chiesa ha proclamato beati nel 2018. «Disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco», aveva ribadito il Papa dal Libano. E aveva aggiunto: «Paura, sfiducia e pregiudizio non hanno qui l’ultima parola, mentre l’unità, la riconciliazione e la pace sono sempre possibili». Poi ai rappresentanti delle diverse fedi aveva chiesto di essere insieme «vigilanti contro l’abuso del nome di Dio». Pace sarà una delle parole-chiave in un continente ferito da conflitti, scontri etnici e “tribalismo” da cui Leone XIV vuole rilanciare i suoi appelli alla concordia. È l’ecumenismo del sangue quello che Leone XIV incontrerà nel continente. Continente segnato dalla persecuzione dei cristiani che «rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi» e che nell’ultimo anno si è aggravata «a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso», ha spiegato a gennaio di fronte al corpo diplomatico. 

Dal 15 al 18 aprile il Pontefice sarà in Camerun, fra la capitale Yaoundé, Douala e Bamenda, la regione anglofona del nord del Paese dove da dieci anni si combatte una guerra civile tra le forze armate regolari e gli indipendentisti e dove sono frequenti i rapimenti di preti e personale missionario; poi dal 18 al 21 aprile in Angola, fra la capitale Luanda, Muxima dove si trovano l’omonimo santuario mariano, e Saurimo; e dal 21 al 23 aprile in Guinea equatoriale fra l’ex capitale Malabo, Mongomo nella diocesi eretta da papa Francesco e Bata. Il Papa si immergerà fra «la miseria di interi popoli, piagati dalla guerra e dallo sfruttamento», come lui stesso ha detto durante il Giubileo dei catechisti durante il quale aveva denunciato: «Quanti Lazzaro muoiono davanti all’ingordigia che scorda la giustizia, al profitto che calpesta la carità, alla ricchezza cieca davanti al dolore dei miseri». Ai poveri il Papa ha dedicato il suo primo documento magisteriale: l’esortazione apostolica “Dilexi te”. E sarà a fianco delle vittime delle ingiustizie come «chi è in preda alla fame» o «chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo». Terra di emigrazione che chiama all’accoglienza: «Chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede». E terra in cui si fa i conti con il cambiamento climatico: di fronte a «inondazioni, siccità, tsunami, terremoti», si è domandato il Papa, «chi ne soffre di più? Sono sempre i più poveri».

Il viaggio in Africa coinciderà con l’anniversario della morte di papa Francesco, il 21 aprile, che quindi Leone XIV commemorerà durante la visita. La Chiesa che il Pontefice troverà sarà «viva, forte e dinamica», ha già spiegato in un suo messaggio all’episcopato africano. Chiesa che è in crescita: in un solo anno i cattolici africani sono passati da 272 milioni a 281 milioni. E Chiesa che è chiamata a promuovere «la riconciliazione e una vera comunione tra le diverse etnie». Perché, ha detto il Papa facendo riferimento al suo passato da missionario, «come vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una comunità ecclesiale che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è antidoto contro un’indifferenza strutturale che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati». Ora torna da Papa “missionario” in un angolo del mondo che ha necessità di opporre alla «globalizzazione dell’impotenza» una «cultura della riconciliazione e dell’impegno». 

In Spagna per l’inaugurazione della Sagrada Familia

Durerà una settimana la visita in Spagna, frutto dell’invito del re Filippo VI e della Chiesa locale, ha dichiarato Bruni. Il viaggio si terrà dal 6 al 12 giugno. Come anticipato da Vatican News, il Papa si fermerà a Madrid e poi Barcellona per “benedire” la nuova e più alta torre della Sagrada Familia, la monumentale Basilica voluta da Antoni Gaudí, l’“architetto di Dio” di cui si celebra il centenario della morte proprio il 10 giugno (data in cui Leone XIV entrerebbe nel nuovo tempio) e che nel 2025 è stato dichiarato venerabile Poi il Pontefice si sposterà nell’arcipelago delle Canarie per compiere un viaggio che era già nel cuore di Francesco, come ha sottolineato lo scorso gennaio il cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano. Le tappe saranno due: Tenerife e Gran Canaria.

Perché il viaggio di Leone XIV sui passi di Sant’Agostino è già storico

di Anna Pozzi – 26 Febbraio 2026 – Avvenire

Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona, dal 13 al 15 aprile

Papa Leone XIV / Filippo MONTEFORTE / AFP)

Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona. E Annaba – come viene chiamata oggi quest’antichissima città fondata dai fenici – sarà, insieme ad Algeri, una tappa fondamentale di questo storico viaggio che papa Leone XIV compirà in Algeria dal 13 al 15 aprile. Sant’Agostino, dunque, come filo conduttore di una visita che pone al centro il tema dell’incontro e della fraternità, e che avrà come motto le prime parole pronunciate dal Papa dalla loggia di San Pietro: «La pace sia con voi», tradotte nell’arabo Es-Salam Aleykum e nella lingua berbera amazigh.

«Viene per incontrare il popolo algerino e i suoi leader. Viene per incoraggiare la nostra Chiesa nella sua missione di presenza fraterna in mezzo a una popolazione a maggioranza musulmana. Viene per ricordarci la benedizione di avere un fratello maggiore comune nato in questa terra nella persona di sant’Agostino, la cui figura può guidare il nostro cammino comune», scrivono i quattro vescovi dell’Algeria: «Viene – aggiungono – come apostolo di pace», in un Paese dove la presenza cristiana si riduce a poche migliaia di persone in mezzo a una popolazione di circa 48 milioni di musulmani.

«L’Algeria si trova lungo una linea di frattura», soleva dire il vescovo di Orano Pierre Claverie, ucciso il primo agosto 1996: tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, fra mondo cristiano e mondo musulmano. «L’Algeria – dice oggi l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco – è anche al crocevia di tutte queste realtà. Così come lo è la nostra Chiesa, che è molto piccola, ma vi sono rappresentate una quarantina di nazionalità diverse». Una Chiesa che attende con gioia e speranza questa visita, «importante non solo per noi, ma per l’Algeria tutta.

 Un bel segno, perché sappiamo che il Santo Padre desidera davvero incontrare questo Paese. E un bell’incoraggiamento per noi che ci sentiamo inviati a questo popolo e che vogliamo essere una presenza che si inscrive in questa società», aggiunge il porporato, che aveva invitato il Papa il giorno stesso della sua elezione, quell’8 maggio in cui cade la memoria liturgica dei 19 martiri beati d’Algeria. Anche questo un segno di sorprendente e simbolica vicinanza.

Ne è seguito, nel giro di breve tempo, l’invito delle autorità algerine, come pure l’incontro cordiale con il presidente Abdelmadjid Tebboune, il 24 luglio 2025, in cui si sono volute sottolineare le buone relazioni bilaterali, il dialogo interreligioso e la collaborazione culturale, con particolare riguardo per la figura di sant’Agostino.

Prima di diventare Papa, Prevost era già stato due volte in questo Paese. La prima nel 2001, da priore generale dell’Ordine agostiniano per una conferenza sul santo, e nel 2013 in occasione dell’inaugurazione della Basilica di Sant’Agostino ad Annaba, ristrutturata anche con fondi dello Stato. «Ora ritorna da Papa non per un pellegrinaggio personale sulle tracce di Agostino, ma per incontrare il popolo algerino e per sostenere la nostra Chiesa – sottolinea il vescovo di Costantina-Ippona, Michel Guillaud –.

È importante sottolineare anche la dimensione universale di Agostino che era un “uomo-ponte” e continua a esserlo: tra passato e presente, tra cristiani e musulmani, tra culture differenti. C’è una dimensione di unificazione che emerge da questa figura: non l’uno contro l’altro, ma l’uno con l’altro». «Noi Chiesa cattolica d’Algeria – continua il vescovo – non siamo qui per convertire, ma per sostenere i cristiani e per vivere legami fraterni con i musulmani. È una presenza fatta innanzitutto di testimonianza che non si gioca più sulle opere come in passato, ma quasi esclusivamente nelle relazioni».

Dopo gli incontri con le autorità e con la piccola comunità cattolica ad Algeri, papa Leone XIV si trasferirà il 14 aprile ad Annaba, dove lo attendono per la celebrazione della Messa nella Basilica retta da una comunità di tre agostiniani di origine keniana, sud sudanese e nigeriana. Poi dovrebbe fare visita agli anziani della casa di riposo delle Piccole Sorelle dei poveri e recarsi tra le rovine di Ippona, di cui Agostino fu vescovo per oltre trent’anni, sino alla morte nel 430.

piccola Chiesa locale», fa notare il vescovo di Orano, Davide Carraro, missionario del Pime. «Lo sentiamo molto vicino. Nel suo primo discorso, come pure nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, ha riformulato una frase di Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine ucciso con altri sei monaci trappisti trent’anni fa, nel maggio 1996: “Disarmali e disarmaci”. Ne ha colto chiaramente l’ispirazione e il contenuto spirituale, trasformandola nell’espressione “una pace disarmata e disarmante”. Anche qui in Algeria, ci lasciamo guidare da queste parole e da questo spirito».

Attacco all’Iran: in cosa consiste l’operazione “Ruggito del leone” di Israele

di Maurizio Molinari – La Repubblica – 28-02- 2026

Sono previsti quattro giorni di incursioni. Obiettivi prescelti: leader politici e militari, basi missilistiche e caserme di pasdaran, oltre alla marina iraniana

28 Febbraio 2026Aggiornato alle 10:29 1 minuti di lettura

Israele e Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco aereo e missilistico contro l’Iran. L’obiettivo sono i centri militari e di comando della Repubblica Islamica, con l’intento di decapitarla. I raid israeliani sono iniziati intorno alle 7 del mattino, ora italiana, poco dopo che la grande portaerei americana “USS Ford” aveva attraccato al porto di Haifa, aumentando le difese aeree di Israele.

Il presidente Trump ha confermato l’attacco in corso parlando di “vasta operazione”, chiedendo ai Guardiani della Rivoluzione di “cedere le armi ed arrendersi” e preannunciando i piani: “Distruggeremo la Marina iraniana e colpiremo gli alleati che l’Iran ha creato in Medio Oriente”. Rivolgendosi direttamente agli iraniani Trump ha aggiunto: “Da anni chiedevate aiuto, nessun presidente Usa ha voluto fare ciò che io ho deciso, impiegando il potere degli Stati Uniti per ascoltarvi”.

Le forze aree e navali Usa in Medio Oriente sono le più ingenti schierate nella regione dall’invasione dell’Iraq nel 2003. La decisione di Trump di attaccare segue il fallimento venerdì dei negoziati a Ginevra, durante i quali Teheran aveva rifiutato le due condizioni poste da Washington: smantellamento totale dei siti nucleari e consegna di tutto l’uranio arricchito.

Fonti militari israeliane prevedono almeno quattro giorni di operazioni. Dalle prime informazioni disponibili l’offensiva militare investe le sedi del governo e dell’intelligence nelle maggiori città iraniane ed è stato accompagnato dal lancio di missili contro obiettivi prescelti: leader politici e militari, basi missilistiche e caserme di pasdaran.

Teheran preannuncia una imminente “devastante risposta” lasciando intendere di voler colpire Israele ed obiettivi militari Usa in Medio Oriente. Il Leader Supremo, Ali Khamenei, si trova in una località segreta ignota anche ai suoi più stretti collaboratori, consapevole di essere l’obiettivo principale dell’attacco. C’è anche un secondo fronte dell’operazione israeliana “Ruggito del Leone”: il Mossad ha aperto un canale Telegram per consentire agli oppositori del regime di comunicare dall’interno, diffondendo notizie e immagini su quanto sta avvenendo.

Negli ultimi cinque giorni si erano susseguite manifestazioni di protesta in più atenei, da Teheran a Mashad, ad oltre quaranta giorni di distanza dalla repressione dei moti di inizio gennaio che, secondo Washington, hanno causato 32 mila vittime. L’intervento di Stati Uniti ed Israele si propone di abbattere la teocrazia iraniana modificando la mappa geopolitica del Medio Oriente, creando le premesse per un riassetto con conseguenze globali.

Mosca non può permettersi di perdere Teheran

Giulio Meotti – 24 febbraio 2026 – IL FOGLIO

Putin corre in soccorso di Khamenei. La Russia non può permettersi un regime change in Iran, fonte di droni e munizioni, canale alternativo per aggirare le sanzioni e alleato che condivide l’odio per l’occidente. E poi c’è il nodo del petrolio

A gennaio è uscita la notizia, riportata da Bloomberg, che l’Iran ha venduto missili alla Russia per tre miliardi di dollari per supportare la guerra contro l’Ucraina, fra cui missili balistici a corto raggio Fath-360 e missili terra-aria. 


Ora è il Financial Times a rivelare che Teheran ha firmato con Mosca un accordo da cinquecento milioni di dollari per l’acquisto di migliaia di missili avanzati da spalla.

 
L’intesa prevede centinaia di Verba, tra i più moderni sistemi russi di difesa aerea, e di 2.500 missili 9M336. Un rafforzamento significativo delle capacità di difesa aerea iraniane in un momento in cui la Repubblica islamica è sotto pressione sul fronte militare e diplomatico.

E mentre Stati Uniti e Iran terranno giovedì un secondo round di negoziati a Ginevra, Mosca prova a salvare il suo alleato nella regione. L’Iran aveva acquistato un sistema di difesa aerea russo S-300 nel 2016, ma Israele e gli Stati Uniti lo avevano annichilito con gli strike dal 2024 e del 2025. A gennaio Ali Larijani, a capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano e considerato un successore di Ali Khamenei, il 31 gennaio è volato a Mosca da Putin.

E la scorsa settimana i russi si sono uniti agli iraniani per le esercitazioni nello Stretto di Hormuz. Senza contare che la Russia ha segretamente spedito miliardi in contanti all’Iran per sostenere il regime, mentre gli ayatollah garantivano a Mosca un flusso di droni Shahed-136 e missili balistici a corto raggio per la guerra in Ucraina. 

Una crisi strategica a Teheran (come le cadute di Assad in Siria e di Maduro in Venezuela) non deciderebbe da sola la guerra in Ucraina ma potrebbe alterarne l’equilibrio psicologico.

Senza l’Iran, la Russia perderebbe una fonte di droni e munizioni, un canale alternativo per aggirare le sanzioni tecnologiche occidentali e un alleato che condivide l’odio per l’occidente. Un cambio di regime in Iran farebbe poi cadere il prezzo del petrolio, vitale per il sostentamento della Russia. 

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

Perché Trump ha attaccato l’Iran ora? Le sei ragioni che lo hanno convinto

di Federico Rampini- Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

L’analisi di Rozenblat, ricercatore che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano: «Un cambio di regime ora», aveva scritto, «potrebbe essere più favorevole di un lungo processo diplomatico»

Perché Donald Trump ha ordinato l’attacco sull’Iran?

La decisione era da giorni nelle mani del presidente, che su Truth ha detto: «Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare». 

I preparativi erano di fatto in corso da settimane. E gli Stati Uniti avevano spostato «a distanza utile» una quantità di forze militari tale da permettere un intervento militare di lunga durata.

Il rafforzamento militare era proseguito nonostante proseguissero i colloqui tra le delegazioni di Washington e Teheran: molti funzionari americani erano rimasti per tutto questo tempo scettici sulla possibilità di un accordo. Trump pretendeva infatti la rinuncia completa al programma nucleare, incluso lo stop all’arricchimento dell’uranio; Israele spingeva perché venisse smantellato anche l’arsenale missilistico iraniano.

Israele si preparava da settimane a un possibile conflitto, a soli 8 mesi dalla guerra di 12 giorni in cui Stati Uniti e Israele avevano colpito siti militari e nucleari iraniani.

Il dispiegamento americano era imponente: decine di caccia e di aerei cisterna per rifornimento in volo, due gruppi d’attacco con portaerei (la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald Ford) con relative scorte di incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini

Fino a qualche settimana fa il Pentagono non si considerava del tutto pronto a sostenere le minacce di Trump: le forze americane nella regione, tra 30.000 e 40.000 uomini distribuiti in otto basi, disponevano di difese aeree insufficienti. Nell’ultimo mese però sono stati trasferiti sistemi Patriot e THAAD per intercettare i missili iraniani, insieme a numerosi caccia F-35, F-22 e F-16 e bombardieri strategici in stato di allerta. 

Ma quali sono i fattori che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti a ordinare l’attacco? Ad argomentare le sei «ottime ragioni»  per farlo è stato un autorevole esperto, che è una fonte di parte: Michael Rozenblat, ricercatore dell’Atlantic Council, che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano. Il fatto che sia classificabile come un «falco», tuttavia, non attenua l’interesse della sua analisi. 

Da un lato, Rozenblat è infatti in grado di veicolare per noi lo stesso tipo di argomenti che Benjamin Netanyahu ha presentato a Trump. D’altro lato, come si vede dall’approccio che usa, l’analista israeliano sa toccare i tasti nevralgici dal punto di vista dell’interesse strategico degli Stati Uniti. 

Decifrare o prevedere Trump è sempre complicato, nelle sue decisioni c’è una componente di intuizione e di impulsività. Ma questa analisi di Rozenblat mette a fuoco alcuni ingredienti sostanziali di quel processo decisionale. Ecco la sua analisi, che estraggo dal sito dell’Atlantic Council

«Una svolta strategica dai negoziati» restava «improbabile. L’Iran sostiene che il proprio programma di missili balistici e il sostegno fornito alla rete regionale di proxy (le milizie armate come Hamas, Hezbollah, Houthi, ndr) siano non negoziabili — proprio le aree in cui l’Amministrazione Trump chiede concessioni drastiche».

Trump poteva propendere per «un attacco coercitivo limitato — cioè contro installazioni dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) e delle milizie Basij — mirato a far rispettare la «linea rossa» di Trump sull’uccisione dei manifestanti e costringere l’Iran a tornare al tavolo negoziale da una posizione di debolezza. Tuttavia, un simile attacco probabilmente avrebbe effetti limitati sul calcolo strategico del regime e non garantirebbe un confronto militare gestibile, poiché l’Iran ha dichiarato di prepararsi a misure di ritorsione in caso di attacco».

La seconda opzione era quella di «una campagna più ampia volta a ottenere cambiamenti fondamentali nel comportamento del regime — come l’accettazione di severe limitazioni ai missili balistici e alle attività dei proxy — o perfino a provocare un cambio di regime» con «una campagna militare prolungata e ben coordinata, sostenuta dagli alleati regionali, che costringa il regime a scegliere tra “bere il calice di veleno” per sopravvivere oppure affrontare un conflitto che minaccia la sua stessa esistenza».

La ricerca di un cambio di regime «comporta rischi significativi, tra cui la possibilità di frammentazione interna in fazioni armate o perfino una guerra civile su larga scala. Tuttavia, i benefici di cambiare radicalmente — o addirittura eliminare — la Repubblica Islamica potrebbero superare i rischi se l’alternativa è un Iran rafforzato e non dissuaso. Ecco sei ragioni strategiche per cui una campagna militare decisiva sarebbe la scelta giusta».

1. È un momento unico per ridisegnare il Medio Oriente: l’Iran si trova nel punto di massima debolezza dalla rivoluzione del 1979 dopo le recenti proteste, la guerra di dodici giorni di giugno con Israele e il drastico indebolimento della sua rete terroristica. La dottrina difensiva iraniana — composta da programma nucleare, potenza convenzionale e rete di proxy regionali — non è riuscita a dissuadere Israele e Stati Uniti dal colpirlo, esponendo di fatto il regime come una tigre di carta. Una campagna decisiva contro il regime potrebbe sbloccare iniziative regionali statunitensi oggi stagnanti, dall’integrazione regionale attraverso gli Accordi di Abramo fino all’avvicinamento all’Occidente di paesi sostenuti dall’Iran come Libano e Iraq.

2. L’imperativo morale: la brutale repressione dei manifestanti ha portato le tensioni al punto di ebollizione. I rapporti provenienti dall’Iran sono strazianti. Mentre le cifre ufficiali parlano di «soli» 3.117 morti, alcune stime sono molto più alte, da oltre 6.000 a più di 30.000 uccisi in due giorni». La promessa di Trump di “venire in soccorso” del popolo iraniano «non poteva llimitarsi alla retorica ma doveva diventare testimonianza della leadership morale americana».

3. Il dilemma della credibilità: rinunciare alla forza militare avrebbe potuto evitare un conflitto immediato ma rischiava paragoni con la «linea rossa» dell’allora presidente Barack Obama in Siria. Nel 2013 Obama non rispose militarmente dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad contro la popolazione, che aveva definito appunto una «linea rossa». Se Trump non reagisse, Teheran potrebbe concludere che Washington arretrerà sotto pressione purché l’Iran resti determinato nella resistenza.

4. Gli interessi economici. Un diverso regime iraniano potrebbe reintegrare le immense riserve energetiche del Paese — le seconde al mondo di gas e le terze di petrolio — nei mercati occidentali. Ciò coincide con la visione dell’amministrazione di ampliare l’accesso americano alle risorse energetiche come elemento chiave della politica estera. La combinazione tra la caduta di Nicolás Maduro in Venezuela e un cambio di regime in Iran potrebbe compromettere seriamente la sicurezza energetica cinese, poiché Pechino si riforniva da entrambi per fino al 30% delle sue importazioni petrolifere grazie ai prezzi scontati. Complicare i calcoli economici della Cina e deviarne l’attenzione potrebbe favorire altri obiettivi statunitensi nei confronti di Pechino, come prevenire un conflitto su larga scala nello Stretto di Taiwan.

5. Un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel futuro iraniano: i fallimenti sistemici interni causati dal regime — iperinflazione, scarsità d’acqua e corruzione diffusa — insieme alle recenti proteste suggeriscono un declino terminale. Tuttavia attendere passivamente il collasso non era una strategia sostenibile per promuovere gli interessi regionali americani. «Un approccio attivo, anche militare, permetterebbe a Washington di orientare la transizione assicurando uno scenario post-regime favorevole e negando a Russia e Cina la possibilità di sfruttare un vuoto di potere in Iran. Ciò non implica necessariamente una presenza permanente di truppe come in Iraq, ma un sostegno economico e diplomatico a gruppi di opposizione capaci di offrire un’alternativa e promuovere cambiamenti positivi.

6. La minaccia continua del programma nucleare iraniano: mentre gli attacchi statunitensi di giugno agli impianti nucleari erano necessari per ritardare un’immediata capacità iraniana di ottenere l’arma atomica, probabilmente hanno fatto arretrare il programma solo di pochi mesi. L’Iran aveva dichiarato la volontà di continuare e il rafforzamento delle strutture sotterranee indicava il rifiuto di abbandonare le ambizioni nucleari. Trump ha affermato ripetutamente che non avrebbe permesso all’Iran di dotarsi di armi nucleari: doveva agire.

«Proseguire i negoziati in questa fase» rischiava «di fornire al regime una vitale ancora politica ed economica proprio nel momento di massima vulnerabilità. Il divario tra le posizioni di Washington e Teheran rende necessario l’uso della forza per ristabilire la credibilità della deterrenza americana e costringere l’Iran a cambiamenti drastici o a mettere a rischio la sopravvivenza del regime».

Nell’attuale contesto, «uno sforzo decisivo guidato dagli Stati Uniti e volto al cambio di regime potrebbe offrire un risultato strategico più sostenibile rispetto a un lungo processo diplomatico».

Pagina 1 di 33

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy