di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 18 Febbraio 2026
La strategia e i tempi. Dove potrebbe nascondersi l’ayatollah Alì Khamenei
Un’azione coordinata Usa-Israele contro l’Iran sferrata in pieno giorno e con i negoziati ancora in corso. Gli israeliani l’hanno ribattezzata «Ruggito del Leone» mentre gli americani la chiamano Epic Fury. Teheran, invece, ha definito la sua rappresaglia «Vera Promessa 4».
La mossa
L’ordine d’attacco sembrava imminente ma si riteneva che ci fosse ancora spazio per la trattativa. Invece la Casa Bianca, insieme a Tel Aviv, ha bruciato i tempi. È la seconda volta che accade nel confronto con l’avversario.
I target
I raid hanno colpito diverse località in tutto il paese. Nella capitale sono stati presi di mira sedi istituzionali e militari. Tra questi la sede dell’intelligence, Beit E Rahbari (centro di comando e controllo), caserme, gli uffici del Consiglio di Sicurezza. Diversi alti ufficiali sono stati sorpresi nel corso di riunioni in un nuovo tentativo di decapitazione. Il regime, su questo aspetto, ha adottato contromisure su più livelli ma non è bastato. Mancano notizie precise sulla sorte dell’ayatollah Khamenei che, stando ad una versione, era stato trasferito in un luogo sicuro. A Tel Aviv non escludono che sia stato ucciso, ma non vi sono conferme ed è noto che il governo ha adottato un sistema con la designazione di tre figure importanti che deve assicurare una successione temporanea. Stessa cosa è stata studiata per i vertici di guardiani e forze armate. Secondo le fonti locali il presidente Massud Pezeshkian sarebbe illeso mentre ci sono notizie sulla morte del comandante dei pasdaran, Mohammed Pakpour, e del ministro della Difesa Amir Nasizardeh. «Abbiamo perso uno o due generali ma non è un problema», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Pesante poi il bilancio a Minab dove è stata distrutta una scuola. Oltre 50 le vittime.
Gli strike hanno poi coinvolto la rete missilistica, i bunker, gli apparati radar, gli aeroporti e le basi della Marina. Segnalate esplosioni nella città santa di Qom, a Isfahan, Karaj, Kermanshah, Khorramabad, Chabahar. Tutte località che accolgono installazioni strategiche. Non ci sono ancora notizie sui siti nucleari, già danneggiati dai bombardamenti nella guerra di giugno. Da tempo gli ingegneri hanno cercato di rinforzare le protezioni all’ingresso dei tunnel. Molti di questi laboratori sono nel sottosuolo o all’interno di montagne, bersagli per i quali sono necessari ordigni potenti. Secondo l’esperto di Axios, Barak Ravid, in questa prima fase c’è stata una divisione di compiti: gli israeliani hanno dato la caccia ai rappresentanti della gerarchia sorprendendo alcuni durante riunioni mentre gli americani si sono occupati della distruzione di missili e lanciatori. L’IDF, poi, ha dedicato molta attenzione agli equipaggiamenti antiaerei, la loro neutralizzazione è necessaria per favorire corridoi di attacco. Infatti, funzionari statunitensi citati dalla CNN, prevedono una serie di ondate alternate a pause per verificare gli esiti.
Azioni parallele
Internet paralizzato, incursioni hacker contro media iraniani mentre l’account in farsi attribuito al Mossad ha lanciato un appello a diffondere immagini e notizie. Insieme all’iniziativa bellica c’è quella propagandistica per seminare confusione, alimentare incertezza, enfatizzare le perdite. Non è da escludere che, come in passato, abbiano agito agenti reclutati da israeliani e americani, membri dell’opposizione armata in grado di condurre missioni coperte.
I tempi
Washington e Tel Aviv hanno precisato che sarà un’offensiva prolungata, non limitata nel tempo. I messaggi pubblici diffusi dallo stesso Trump e dagli israeliani esprimono la volontà di un cambio drastico, auspicano il rovesciamento del regime, delineano la distruzione dell’arsenale della Repubblica islamica, sperano in fratture in un sistema di potere composito, invitano alla resa, offrono «perdono» a chi cambia campo. Sono parole che danno l’idea di qualcosa di più ampio di uno strike.
La risposta
Intanto i pasdaran hanno annunciato le prime rappresaglie con i missili terra-terra, una reazione piuttosto rapida rispetto al precedente round: i militari hanno lanciato entro due ore dopo il primo attacco. È scattato l’allarme da Israele fino alle sponde del Golfo Persico. In Bahrein è stato centrato il comando della V flotta statunitense (pare sia stata centrata). Esplosioni in Qatar, altro tassello rilevante dello schieramento americano con la base di al Udeid, ad Al Dhafra (Abu Dhabi), nella capitale saudita Riad e nella regione orientale, e in Kuwait (sede sicurezza nazionale) dove sono state attivate le batterie antiaeree. I giordani, a loro volta, hanno comunicato di aver neutralizzato due ordigni in arrivo.
Le ultime stime sostengono che gli iraniani hanno a disposizione almeno 2 mila vettori con i quali attaccare le molte basi Usa nel Medio Oriente e obiettivi nello Stato ebraico. Armi ai quali si aggiungono le ondate di droni-kamikaze. Pronte ad agire anche le milizie amiche: un primo segnale in questo senso è arrivato dagli Houthi nello Yemen e sono dunque prevedibili incursioni contro il traffico navale in Mar Rosso. Gli ayatollah, se messi con le spalle al muro, giocheranno la carta dell’allargamento del conflitto, un modo per sottolineare che ci sono conseguenze per tutti. Sul piano economico, in termini di stabilità e sicurezza.
Report ufficiosi indicano raid da parte statunitense sulla caserma di Kataeb Hezbollah alla periferia di Bagdad, una fazione sciita irachena alleata dei mullah. La continuazione di quanto fatto, nelle ultime settimane, dagli israeliani nel sud del Libano sulle posizioni dell’Hezbollah. Un martellamento preventivo per ridurre le capacità di ritorsione.
Il futuro
I pericoli sono tanti come lo sono i dubbi. Del resto, alla vigilia dell’operazione, persino il Pentagono ha fatto trapelare obiezioni di ordine tecnico ma anche politico. Le scorte di munizioni, i costi della mobilitazione, le perdite di vite umane, i danni materiale. Indiscrezioni che, da un lato, hanno rappresentato un diversivo ma, dall’altro, hanno recepito le analisi inquiete sul «dopo». Nessuno ha certezze e il Medio Oriente, con le infinite diramazioni, è una trappola di sorprese.
Voci da Teheran sotto le bombe: «Questa è la nostra battaglia finale». E dopo il panico la città precipita nel silenzio
di Greta Privitera – Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026
C’è chi festeggia i raid con balli e slogan contro la Repubblica islamica, e c’è già chi piange i figli morti
Amina ha litigato con il figlio Ashkan, che ha 14 anni, perché voleva correre sul tetto di casa per riprendere con il cellulare il fumo delle bombe salire verso il cielo. «Non capisce quanto sia pericoloso», ci scrive. Abitano a Niavaran un quartiere a nord di Teheran e da oggi sono in guerra. «Ce lo aspettavamo, non abbiamo mai creduto ai negoziati. Sono settimane che non riesco a dormire», racconta la donna che è una fotografa. A volte i messaggi arrivano, altre volte rimangono appesi. Segno che Internet sta per spegnersi. In molti cercano di lasciare la capitale. Ghazaleh invia una lista di informazioni: «La gente è in coda per la benzina alle stazioni di servizio. I supermercati sono presi d’assalto. Si compra pane e generi alimentari, ci sono lunghe file ovunque. In alcune parti della città non ci si muove». Ci domanda, prima di scomparire: «Dicono che hanno bombardato la casa di Ahmadinejad e il compound di Khamenei. Sono morti?».
Le sirene non suonano, a Teheran. Nemmeno a Shiraz o Tabriz. Girano video di ragazzini delle scuole medie che applaudono mentre le bombe fumano. Video di una donna che urla al cielo «grazie, zio Trump», di altre signore che ballano in mezzo alla strada. Ci scrive Niloofar che va a scuola: «Eravamo in classe quando abbiamo sentito degli enormi boati. Siamo molto spaventati, c’è chi è svenuto e chi è andato in panico. La gente sembra felice, per le strade suonano il clacson e gridano slogan contro il regime. Ho fatto dei filmati ma non riesco mandare niente perché internet praticamente non funziona». Niloofar ha solo 17 anni e dice: «Questa è la nostra battaglia finale».
Lo abbiamo imparato dalle proteste di gennaio, quelle in cui il popolo è sceso nelle strade per chiedere la fine della dittatura. Quelle in cui gli ayatollah hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, segnando la pagina più sanguinosa della Repubblica islamica. A differenza del passato, molti iraniani pensano che solo un aiuto esterno li libererà dalla morsa del regime che piega vite, sogni e portafogli. Ce lo confermano coi filmati di ragazze che ridono e festeggiano mentre Teheran viene bombardata. Sono scene difficili da comprendere se non si mette in conto l’effetto che hanno 47 anni di divieti e ingiustizie perpetrati da una delle dittature più sanguinarie al mondo.
Ma la speranza della fine degli ayatollah – presi di mira dai raid israeliani e americani – non protegge dai morti, perché alla fine la guerra si assomiglia sempre. Quando accade, poi, ha a che fare più con i corpi che con le ideologie. Ci arrivano video di persone che scappano nella nebbia del fumo delle bombe. Che piangono, che si disperano. Sarebbe salito a 53 il numero delle bambine uccise nell’attacco contro una scuola elementare femminile nel distretto di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, riportano i media iraniani. «Non posso pensare a quei genitori, e se domani fossi una di quelle madri? Abbiamo paura che sia una guerra lunga. Non so se ho la forza per reggere ancora così tanto dolore», scrive Mina che ci racconta anche delle strade vuote all’improvviso, e di uno strano silenzio piombato su Teheran. Negli ospedali i pazienti più gravi vengono spostati in altri luoghi più sicuri. Ci ricordano: a Teheran non ci sono bunker.