🔴RICORDATE IL #CRISTO IN CROCE NELLA NOSTRA CAPPELLA OSCURATO DA #FACEBOOK DURANTE LA VIA CRUCIS DEL VENERDÌ SANTO IN VIDEO DIRETTA:VIRALE ? ⬇️🔴 https://amp.tgcom24.mediaset.it/tgcom24/article/79913059 ⬇️🔴 https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/31/facebook-blocca-la-diretta-di-radio-maria-sulla-via-crucis-per-immagini-di-nudo-la-replica-della-radio-fa-il-giro-del-web/7497363/amp/ ⬇️🔴 https://www.lapresse.it/cronaca/2024/03/30/via-crucis-meta-oscura-la-diretta-facebook-di-radio-maria-per-immagini-di-nudo/ https://www.lapresse.it/cronaca/2024/03/30/via-crucis-meta-oscura-la-diretta-facebook-di-radio-maria-per-immagini-di-nudo/amp/🔴⬇️ https://www.secoloditalia.it/2024/03/facebook-oscura-la-diretta-di-radio-maria-della-via-crucis-lassurda-motivazione-immagini-di-nudo-la-replica-a-meta-e-esilarante/🔴⬇️ https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/38909773/radio-maria-post-censurato-immagini-nudo-terribile-gaffe.html https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/38909773/radio-maria-post-censurato-immagini-nudo-terribile-gaffe.amp🔴⬇️ https://www.facebook.com/share/XbZh4CqLNQHwpyUf/?🔴⬇️ https://www.today.it/attualita/facebook-blocca-radio-maria-via-crucis-nudo-atti-sessuali.html https://amp.today.it/attualita/facebook-blocca-radio-maria-via-crucis-nudo-atti-sessuali.html🔴🤍https://www.nicolaporro.it/immagini-di-nudo-ma-e-gesu-facebook-censura-la-via-crucis/ https://www.nicolaporro.it/immagini-di-nudo-ma-e-gesu-facebook-censura-la-via-crucis/amp/🔴⬇️ https://www.corriereadriatico.it/attualita/radio_maria_censurata_facebook_via_crucis_gesu_nudo_oggi_31_3_2024-8028833.html https://www.corriereadriatico.it/AMP/attualita/radio_maria_censurata_facebook_via_crucis_gesu_nudo_oggi_31_3_2024-8028833.html🔴⬇️
Mese: Marzo 2024 Pagina 1 di 17
Carlo Bonini – Luca caraccolo -Mappe di i Laura Canali. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual
La repubblica – 4 Marzo 2024
In Ucraina si incrociano tre guerre. La calda tra Mosca e Kiev; quella per procura fra America più soci occidentali e Russia, controllata ma tendente al surriscaldamento; la Guerra Grande, ovvero il riflesso delle prime due sulla competizione globale fra Washington, Pechino e Mosca. Per gli amanti dei grandi schemi e della lunga durata, le ribattezziamo nell’ordine terzo tempo della prima guerra mondiale; secondo atto della seconda dopo l’interludio “freddo”; alba del nuovo disordine planetario, segnato dalla crisi dell’Occidente e del suo modello di capitalismo liberaldemocratico che si presumeva universale.
Esploriamo senso e incroci del triplice scontro richiamando i caratteri delle tre guerre.
La prima – russi contro ucraini – verte sul tentativo di una nazione in formazione di emanciparsi dal suo impero di origine. Collisione fra popoli dalle storie talmente intrecciate da averli resi per secoli quasi indistinguibili. Sotto questo profilo, è guerra civile postsovietica. Scatta la battaglia delle narrazioni. Gli ucraini si inventano un più che millenario passato nazionale. I russi agitano la tesi dell’unicità dei tre rami russo, ucraino e bielorusso quali variazioni sul tronco del medesimo popolo e della stessa civiltà – Mondo Russo – in ordine strettamente gerarchico. Manipolazioni strumentali della storia ad uso bellico.
Il conflitto russo-ucraino dura da più di cent’anni, fra lunghi intervalli e incendi catastrofici. Da quando nel 1917-18, durante la prima guerra mondiale, il nascente nazionalismo ucraino sfruttò crollo dello zarismo, interesse tedesco a installare un regime satellite a Kiev e progetto bolscevico di dare veste pseudofederale al proprio Stato per dotarsi di un fatuo abbozzo di sovranità all’ombra del Kaiser. Per finire inghiottito nell’Urss. Il movimento nazionale ucraino si riaccende con l’aggressione nazista all’Unione Sovietica, nel 1941. Una quota rilevante della popolazione ucraina si unisce ai tedeschi nella speranza presto repressa di guadagnarsi l’indipendenza nel contesto dell’Europa dominata dal Terzo Reich.
Al fronte ucraino
di Laura Canali
Fonte: Nato, lnstitute for the Study of War, Bbc, Le Monde, autori di Limes. (al 18 marzo 2024)
La mappa comprende una vasta area geografica. Questo per rendere l’insieme dello spazio interessato più direttamente dal conflitto, allargato dalla profondità con la quale i droni ucraini recentemente colpiscono dentro il territorio della Federazione Russa. Gli obiettivi principali sono le infrastrutture legate alla produzione di idrocarburi. Il 21 gennaio scorso i droni a lunga percorrenza hanno colpito il terminal di Ust’-Luga nella regione di Leningrado. Questo era il punto di partenza anche del secondo ramo del gasdotto Nord Stream. Il primo ramo partiva da Vyborg, dall’altra parte della baia. Il terminal di Ust’-Luga dispone di impianti per la condensazione del gas gestiti dall’azienda statale russa Novatek. Fra gli ultimi attacchi di droni ucraini quello alla raffineria di Slavneft-Yanos.
Scendendo verso la linea del fronte, nell’Ucraina orientale e meridionale, la novità più importante è la costruzione di fortificazioni ucraine che corrono parallelamente a quelle già erette dai russi per assorbire la fallita controffensiva di Kiev. Dopo l’annessione della Crimea, nel 2014, la Russia ha conquistato altri spazi ucraini e continua a premere lungo tutta la zona di contatto fra i due eserciti, profittando della scarsità di uomini, armi e munizioni a disposizione delle forze di Kiev. Nell’area del Mar Nero, alcuni alleati atlantici, come Romania, Bulgaria e Turchia, stanno sminando la parte di mare disegnata con righe bianche orizzontali. Le mine erano state posizionate dai russi tra la penisola della Crimea e l’Ucraina. Molte stanno andando alla deriva.
Nel 1991 il crollo dell’Urss eleva l’Ucraina comunista disegnata da Lenin, poi ritoccata nei suoi confini amministrativi da Stalin e Khruš?ëv, a repubblica indipendente per sottrazione dal cadavere sovietico. Ma non risolve la disputa fra impero russo residuo e residuata nazione ucraina.
A partire dai primi anni Duemila, la tensione fra ucraini filorussi appoggiati da Mosca e filoccidentali sostenuti da americani e britannici riaccende la miccia bellica. Putin tratta la possibile trasformazione del suo cuscinetto anti-Nato in avanguardia atlantica da intollerabile minaccia alla sicurezza imperiale. Sfida alla linea rossa stabilita dalla Russia zarista, sovietica e postsovietica, che impone di tenere Kiev nell’impero o almeno di impedirne l’aggancio all’Occidente. La guerra scoppia nel 2014, con la cacciata del presidente filorusso Janukovi? sull’onda del movimento di Euromaidan e dell’esibito supporto anglo-americano alla piazza contro la mediazione franco-polacco-tedesca (valga il “Fuck the EU!” di Victoria Nuland, avanguardia neocon a Kiev). Seguono ratto russo della Crimea e scoppio della guerra nel Donbas fra filorussi appoggiati da Mosca e resistenza ucraina alimentata da britannici e americani. Fino all’invasione del 24 febbraio 2022. La guerra fra i due massimi Stati postsovietici diventa teatro principale dello scontro indiretto fra Russia e America. Salto di scala dall’Europa orientale al teatro mondiale.
La seconda guerra, fra Mosca e Washington, è derivata strategica dello scontro russo-ucraino. Condizionata dall’impossibilità che una parte distrugga l’altra senza rischiare di distruggere il pianeta. Nel novembre 2021 il capo della Cia Burns si preoccupa di concordare al telefono con Putin i limiti della guerra che il Cremlino si appresta a scatenare contro Kiev e della reazione americana: entrambe sotto la soglia nucleare. Quanto al coinvolgimento atlantico, avverrà per interposti ucraini.
Quando la Russia invade l’Ucraina, l’America con i suoi alleati si trova così vincolata a due scopi strategici contraddittori. Primo: Mosca si deve ritirare dai territori occupati. Secondo: noi non facciamo né faremo la guerra ai russi. A meno di non contare sulla conversione alla pace di Putin sulla via di Kiev, il doppio obiettivo era e resta impossibile. Pur di non ammetterlo e quindi concedere a Mosca di tenersi la parte di Ucraina che riesce a conquistare oppure scatenare la guerra mondiale nucleare, ad americani e soci occidentali resta il classico conflitto per procura. Armiamo e finanziamo Kiev, che in cambio si impegna a una guerra solamente difensiva per evitare il rischio dell’olocausto atomico. Scontro di attrito, in cui di norma prevale chi ha più risorse da consumare: nel caso, la Russia. Disposto a tutto pur di guadagnarsi l’agognato accesso alla Nato, Zelensky accetta la sfida.
Ipotesi scenario caduta di Odessa
Direzione del probabile attacco russo
di Laura Canali
Gli ucraini combattono una guerra che non possono vincere a meno che la Russia non collassi dall’interno. Ma l’amministrazione Biden non vuole distruggere la seconda (forse prima) potenza nucleare del pianeta. Non solo perché ne teme la rappresaglia atomica. Negli apparati di Washington non si è persa la memoria del postulato segreto di Eisenhower, che nel 1953 considerava nefando l’annientamento dell’Urss perché avrebbe costretto gli Stati Uniti a occuparla, involvendo così da liberaldemocrazia a Stato caserma. Sicché Biden punta a indebolire la Federazione Russa non per eliminarla ma per colpire il nemico strategico cui la Russia si è malvolentieri associata proprio in seguito alla perdita di Kiev, la Cina. Il segretario Usa alla Difesa, Austin, è esplicito fin dai primi giorni dell’aggressione russa: l’obiettivo è che Putin ne esca talmente provato da rinunciare a qualsiasi speranza di invadere nuovamente un paese vicino. L’Ucraina funge da carta assorbente dell’imperialismo moscovita per la maggior sicurezza degli atlantici.
Paradossi incrociati: gli ucraini usano gli americani e viceversa per scopi strategici incompatibili; gli americani dissanguano gli ucraini prima e più di quanto infragiliscano i russi; senza sparare un colpo, i cinesi ne profittano per ergersi a promotori di pace mentre penetrano la sfera d’influenza della Russia in Asia centrale e premono sulla Siberia, mirando a controllare la rotta artica fra Estremo Oriente, Nord Europa e America, estrema risorsa di Mosca per restare potenza mondiale.
Eccoci alla terza dimensione del conflitto ucraino: la Guerra Grande, intesa parossistica competizione fra America, Russia e Cina sui più diversi scacchieri e con le più varie modalità, con attuale prevalenza della guerra economica.
Noi euroatlantici restiamo comprimari. Cerchiamo di orientarci in questa giungla, mentre la guerra batte alle porte di casa. Ci muoviamo in ordine rigorosamente sparso: le “avanguardie antirusse”, come Biden definisce i paesi dell’Est a ridosso del nemico – dagli scandinavi ai baltici, dai polacchi ai romeni – riarmano alla grande e virano verso economie di guerra, in stretto coordinamento con i britannici, vicari degli americani per il Nord Europa; francesi, tedeschi, spagnoli e italiani con gradi variabili di (dis)impegno e scarsa coerenza fra retorica e fatti; ungheresi e slovacchi ripiegano sulla neutralità di fatto, mentre i “neutrali” svizzeri si scoprono atlantici e gli “atlantici” turchi giocano in proprio, offrendosi (dis)onesti sensali a Mosca e a Kiev mentre perseguono i propri sogni neoimperiali.
Parola d’ordine di britannici e altri atlantici di punta: sosteniamo gli ucraini con tutte le risorse militari, economiche e politiche disponibili per tutto il tempo necessario. Salvo scoprire, dopo oltre due anni di guerra, che le nostre risorse e il nostro tempo sono quantità limitate. E che l’Ucraina non dispone dei mezzi sufficienti per riprendere e poi controllare le sue province conquistate dalla Russia. Il doppio obiettivo si svela doppio boomerang.
Di qui lo slittamento dal salvare l’integrità territoriale dell’Ucraina al salvare la faccia sulla pelle degli ucraini. Rischiando di perdere l’una e l’altra.
Ecco il rilievo del 24 febbraio, data simbolo nel calendario della storia. Ben più importante dell’11 settembre. Questo segnava l’attacco jihadista al territorio americano, presunto santuario inviolabile. Gli Stati Uniti si facevano trascinare nella “guerra al terrore”, ovvero alla galassia islamista. Duello per definizione invincibile, dato che intendeva liquidare non un nemico ma una modalità bellica. Poco si capisce della riluttanza americana a spedire proprie truppe a protezione dell’Ucraina senza considerare il trauma in quella sconfitta autoinflitta, culminata nell’ingloriosa fuga da Kabul. Il resto del mondo l’ha registrata e classificata sintomo rivelatore del ripido declino americano. Con il Numero Uno in affanno scatta il festival dei revisionismi.
Nella Guerra Grande l’Occidente si scopre minoritario rispetto al “Sud Globale”, l’ex Terzo Mondo della guerra fredda. Certo non un blocco, ma una galassia eterogenea da cui russi e cinesi, in sorda competizione, pescano risorse da impiegare per indebolire l’America e dividere gli occidentali. Mentre antiche e nuove potenze fino a ieri secondarie profittano per coltivare ambizioni forse sproporzionate alla rispettiva taglia: è il caso in Europa della Polonia, che nella guerra di Ucraina si guadagna il rango di riferimento continentale degli Stati Uniti e riscopre ambizioni imperiali, tra Baltico e Nero; in Asia dell’India e del Giappone; all’incrocio di Europa, Asia e Africa si fa largo la Turchia in vena neottomana e panislamista. Siamo in piena transizione egemonica. L’America non è più in grado di mettere ordine nel mondo. Ma non si vede chi possa prenderne il posto. Garanzia di caos prolungato.
Monito per noi italiani ed altri europei, attori sempre meno indiretti sul fronte ucraino e sempre meno influenti sulle altre due scale belliche. Costretti a convivere con le nostre differenze verniciandole di mediatico afflato unitario mentre ci muoviamo ciascuno per sé, al massimo per sottogruppi provvisori. Così subiamo gli effetti combinati delle tre guerre, che ci svelano comprimari destinati a soffrire le conseguenze di questa colossale partita senza davvero incidervi. Con ammirevole tendenza a rimuoverla, perché nel nostro piccolo universo ci era stato insegnato come la guerra fosse orrore del passato. Europa Felix, maestra di pace nel mondo invaso e dominato durante i secoli “nostri”. Lo iato tra ciò che credevamo di essere e ciò che siamo rende più doloroso l’impatto con la realtà, manda fuori giri la nostra retorica, produce qualche isteria. Proprio quando la sobria rilevazione dei fatti assurge a necessità esistenziale. Per non finire nella guerra totale. A che punto siamo?
L’Ucraina fra URSS e indipendenza
Primi Stati ucraini dopo la prima guerra mondiale
di Laura Canali
Se crolla l’Ucraina
“Sappiamo che non finiremo la guerra con una nostra parata della vittoria a Mosca. Ma Mosca non deve mai sperare in una sua parata della vittoria a Kiev”. Così lo scorso settembre Kyrylo Budanov, giovane ed estroverso generale a capo del servizio di intelligence militare ucraino, prefigurava l’esito non trionfale della guerra russo-ucraina. Lo stesso ufficiale che il 4 gennaio aveva festeggiato il trentasettesimo compleanno tagliando una torta che raffigurava la Federazione Russa spezzata in diverse porzioni. Tra cui la Siberia, affidata alla Cina. Paradosso dei paradossi: per il capo dei servizi di Kiev la frammentazione della Russia avrebbe dovuto assegnarne la parte più grande e più ricca in risorse minerarie alla Cina, avversario strategico dell’America, paese da cui il suo dipende.
Al di sotto del chiasso propagandistico, si delinea in teoria un asimmetrico “pareggio” da ciascuno spacciabile per (quasi) vittoria: la Russia perde l’Ucraina e l’Ucraina perde il Donbas insieme alla Crimea, ma continua a rivendicarle proprie, con la benedizione dell’Occidente tutto e di quasi tutti gli altri Stati, Cina inclusa. Si stabilisce una frontiera di fatto lungo l’attuale linea del fronte, via interposizione di contingenti internazionali a garanzia di una tregua illimitata. L’Unione Europea promette di accelerare l’integrazione dell’Ucraina. La Nato non accoglie Kiev ma lascia aperta la porta a questa prospettiva.
Non è la pace, solo il cessate-il-fuoco necessario a porne le premesse, sapendo che non sarà per domani né dopodomani. Sviluppando il doppio slogan di Budanov, Mosca e Kiev organizzeranno le rispettive sfilate celebrative – però ciascuna a casa propria. Mascherando da successo l’esito di uno scontro inconcluso. Guerra congelata in stile coreano, come suggeriscono da tempo alcuni apparati ed esperti americani.
Ipotesi realistica, ma non immediata né priva di alternative. Anche perché contraddetta dalla propaganda, pervasiva, urlata e soprattutto indifferente ai dati sul terreno. Strumento bellico irrinunciabile, tanto più nell’èra dei social media. Come ricordava il barone di Ponsonby nel classico Falsehood in Wartime (1928): “La falsità è un’arma di guerra riconosciuta ed estremamente utile. Ogni paese la usa deliberatamente per ingannare il proprio popolo, attrarre i neutrali e confondere il nemico”. L’importante è non confondere sé stessi. E valutare i fatti, se riusciamo a discernerli, per quel che sono e non per come vorremmo fossero. Anche perché tra i pochi insegnamenti della storia spicca la ricorrente vendetta dei fatti su chi li travisa o traveste. Specialmente nelle società relativamente aperte come le occidentali, dove capita che le verità vengano comunque a galla per chi vuole intenderle, mentre i regimi autocratici, non solo orientali, le coprono fino all’assurdo, al punto di suicidarsi pur di non ammettere la menzogna.
Che cosa ci dicono oggi i fatti nella mischia russo-ucraina, sul piano strettamente militare? In sintesi e per importanza.
Primo: l’Ucraina è uno Stato tecnicamente fallito, perché totalmente dipendente dall’aiuto occidentale, in specie americano. A meno di un miracolo, non pare in grado di riconquistare i territori perduti causa aggressione russa. Se poi perdesse anche Odessa, sarebbe ridotto a satellite di Mosca senza sbocco al mare, tagliato fuori dal resto del mondo. Inoltre, preso il porto sul Mar Nero i russi potrebbero risalire fino alla Transnistria, exclave strappata alla Moldova, per riconnetterla direttamente alla Federazione.
Secondo: la Russia non ha sfondato in profondità il fronte nemico. Dopo la fallita marcia su Kiev si è attestata su una linea ultraforticata che protegge quel 20% circa di territorio ucraino in suo controllo, non molto più di quello su cui aveva già indirettamente messo le mani prima del fatidico 24 febbraio. Anche dopo il fallimento della cosiddetta “controffensiva ucraina” – più propaganda che sostanza – Putin sembra preferire non prendere troppi rischi. Almeno fin quando dall’altra parte della barricata vi saranno uomini e risorse sufficienti a infliggere gravi perdite alle sue truppe. La rivolta di alcuni reparti russi che spinse Prigožin all’avventurosa marcia su Mosca gli è valsa da lezione. Ma un cedimento del fronte interno ucraino potrebbe rovesciare questa logica.
Terzo: per conseguenza dei primi due fattori, Zelensky ha ordinato di fortificare il fronte a poca distanza dalle avanguardie nemiche. Denti di drago, barriere, filo spinato. Esattamente come i trinceramenti russi. Le fotografie satellitari indicano questo parallelismo fra opposte linee difensive. Messaggio in codice: non vengo a cercarti oltre il mio pomerio e tu non provare a penetrare il mio. “Coree” pure.
A questo trittico conviene sommare un elemento trascurato ma dirimente: il fattore umano. Il fronte divide l’Ucraina fra la zona occupata dalle truppe di Mosca, a grande maggioranza abitata da russi o filorussi per vocazione od opportunismo, e il grosso del paese, ucraino o reso tale per reazione all’aggressione russa. Con punte ultranazionaliste nel Nord-Ovest, centrate su Leopoli e sulla Galizia, che i “falchi” russi volentieri assegnerebbero alla Polonia, così come lascerebbero esigui spazi ucraini a romeni e ungheresi. In omaggio al postulato di Putin per cui l’Ucraina non esiste dunque va smaltita fra i suoi vicini. Il recente rientro di parte degli sfollati ucraini nelle zone occupate da Mosca, Mariupol compresa, segnala che vi è chi preferisce vivere sotto i russi ma in casa propria piuttosto che altrove.
Quanto fragile sia il fronte interno ucraino lo conferma il continuo rinvio della molto annunciata legge che promette mezzo milione di coscritti per evitare il crollo del fronte. Sono decine di migliaia i giovani e meno giovani che sfuggono all’obbligo militare perché non vedono più il senso della guerra, certo non incoraggiati dai pronostici di autorevoli esponenti americani. Come il leader dei democratici al Congresso, Schumer, per cui “l’Ucraina potrà resistere ancora un paio di mesi”. Quanto a Macron, che ventila l’invio di soldati sul terreno sapendo che avrebbero munizioni per meno di una settimana, il suo bluff non illude nessuno. Ma spaventa molti in Occidente (meno in Russia). Se la comunicazione prevale sulla realtà, se ragioniamo sulle speranze invece che sui fatti, tutto diventa possibile. Anche perderci dentro una guerra che non vogliamo né possiamo combattere al fronte, mentre proclamiamo di doverla vincere.
Russia e rivoluzione
di Laura Canali
Fonte: Storia Contemporanea – Le Monier Università 2021, The Times Books London – Complete History of the World 2004 e autori di Limes
La mappa storica inquadra il contesto in cui si esprime per la prima volta il tentativo ucraino di emanciparsi dall’impero russo, ovvero quello della prima guerra mondiale (1914-18) e della conseguente guerra civile fra “rossi” bolscevichi e “bianchi” sostenuti da potenze straniere (1918-21). Al centro spiccano due simboli. Quello rotondo, presso Pietrogrado, capitale della Russia zarista, evidenzia il carattere di quel regime, mentre l’altro, con frecce che si dipanano a stella da Mosca, segnala la metropoli che sarà la capitale dell’Unione Sovietica, scelta perché più facile da proteggere.
Già verso l’estate del 1915 l’impero russo aveva perso molti territori, sicché lo zar Nicola II decise di assumere il comando delle Forze armate spostandosi nel quartier generale di Mogilëv, in Bielorussia. Mossa politicamente fatale perché lasciò allo sbando i vertici del governo rimasto a Pietrogrado. L’inadeguatezza dello zar nella gestione della guerra segnò la sua sorte e quella della dinastia Romanov. Il vuoto di potere aprì le porte alla rivoluzione bolscevica. Nella mappa si mette in rilievo le ribellioni in Ucraina. Il gruppo di insorti contadini guidato da Nestor Makhno oppose seria resistenza sia agli austro-tedeschi che ai russi bianchi e ai bolscevichi. Un primo embrione di Stato ucraino ebbe breve vita tra 1917 e 1918, sotto protezione tedesca. L’Armata Bianca, posizionata al Sud e all’Est era composta da controrivoluzionari e zaristi.
Vincere la pace
I manuali insegnano che le guerre si combattono per vincere la pace. Logica fuori moda, visto che i conflitti risultano spesso fini a sé stessi. Precetto però cogente per chi nel conflitto è coinvolto e vorrebbe uscirne vivo, in modo da considerare il prezzo pagato nello scontro quale investimento per un futuro migliore. In questo senso, chi nelle tre scale del conflitto sembra oggi in condizione di uscire vincente dalla cessazione delle ostilità? Visto il grado di logoramento imposto a tutte le potenze coinvolte, precisiamo: chi sta perdendo di meno?
Nella guerra russo-ucraina il provvisorio verdetto è chiaro: prevalgono i russi perché il fronte interno ucraino appare prossimo al collasso. La Russia ha pagato e continuerà a pagare un prezzo alto per l’aggressione del 24 febbraio, ma la sua esistenza non pare minacciata, almeno nel futuro visibile. L’Ucraina invece ha perso non solo territori importanti, che comunque aveva dimostrato di non poter gestire con profitto causa ostilità di buona parte della popolazione, ma soprattutto sostanza demografica. Al momento dell’indipendenza, 33 anni fa, si contavano 51 milioni di ucraini. Oggi le stime si aggirano attorno alla trentina, o meno. Effetto della fuga all’estero e del trasferimento sotto la Russia delle popolazioni di Crimea, Sebastopoli e province del Sud-Est. Sommando questi deflussi al crollo della natalità, se ne trae che nel 2033 abiteranno l’Ucraina al massimo 35 milioni di anime, al minimo 26 (stime dell’Istituto ucraino di demografia e ricerca sociale).
Quanto ai danni materiali sono tali da stimare la ricostruzione in almeno cinquecento miliardi di euro. E’ chiaro che senza il sostegno occidentale il futuro dell’Ucraina sarà amaro. Soprattutto, ogni giorno di guerra in più lo rende meno attraente. Considerando anche come il tempo giochi contro la disponibilità di americani ed europei a impegnare risorse per l’Ucraina.
Sulla scala russo-americana, il verdetto non è scritto ma oggi pende a favore di Mosca. Con qualche bemolle. L’obiettivo strategico di Washington era portare l’Ucraina a bandiere spiegate nella Nato. Prospettiva impossibile con i russi che ne controllano un quinto del territorio e tengono sotto schiaffo il resto. Nel frattempo però la Nato si è allargata a Svezia e Finlandia, sicché il Mar Baltico è ormai Lago Atlantico. E l’Alleanza, seppure divisa, sta spostando uomini, basi e armi a ridosso della frontiera russa. A far pendere la bilancia contro Washington sta un fattore immateriale ma rilevante: ancora una volta gli americani promettono molto più di quanto possano mantenere ai loro associati in pericolo. Salvo poi defilarsi. Dal Vietnam all’Afghanistan, questa è la regola. Le guerre per procura finiscono in sconfitte perché minano la credibilità del Numero Uno. Se poi l’avversario è un rivale storico come la Russia, l’effetto negativo è moltiplicato.
Nel contesto della Guerra Grande, quanto accade sul fronte ucraino gioca a favore della Cina. Se Washington usa Kiev contro Mosca, Pechino usa Mosca contro Washington. E a differenza dell’arcirivale a stelle e strisce lo fa con profitto. Contribuisce infatti a tenere in piedi la Russia senza impegnarsi al fronte, mentre ne infiltra la sfera d’influenza. Guerra per procura soft, molto più redditizia e meno rischiosa della versione hard praticata dagli americani tramite i combattenti ucraini. Russi e cinesi contribuiscono inoltre a suscitare gli umori anti-occidentali del cosiddetto “Sud Globale”, salvo disputarsene diverse aree strategiche, specie in Africa e in Asia.
Chi figura senza ombra di dubbio nella colonna dei perdenti siamo noi europei.
Come può vincere la pace chi pensava di averla acquisita per diritto naturale e si trova invece coinvolto fino al collo nella guerra combattuta nel proprio continente, con la partecipazione delle massime potenze mondiali? Scopriamo di dover dubitare della disponibilità americana a difenderci senza disporre di una deterrenza minimamente paragonabile a quella perduta in seguito al relativo disimpegno della superpotenza protettrice, orientata verso l’Indo-Pacifico. Intanto paghiamo la bolletta delle sanzioni anti-Putin, che ci colpiscono più radicalmente di quanto infieriscano sulla Russia. Con la Germania caso limite: senza gas russo e mentre perde quote del mercato cinese, quel motore economico in esaurimento si volge contro i suoi costruttori. E per conseguenza contro i partner europei, Italia in testa.
Noi italiani abbiamo un problema in più rispetto agli altri. Continuiamo a mettere la testa nella sabbia. Facciamo finta di non vedere che la triplice dimensione della guerra in Ucraina, sommata al surriscaldamento del fronte mediorientale e al rivoluzionamento delle gerarchie internazionali ci costringe alla radicale revisione del nostro modo di (non) stare al mondo. Riusciremo in extremis a raddrizzare la barca? Non sarebbe dolce naufragar in questo mare.

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 31 Marzo 2024
Il messaggio di Pasqua di Papa Francesco durante la benedizione urbi et orbi. «Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo»
CITTÀ DEL VATICANO — «Mentre invito al rispetto dei principi del diritto internazionale, auspico uno scambio generale di tutti i prigionieri tra Russia e Ucraina: tutti per tutti! Inoltre, faccio nuovamente appello a che sia garantita la possibilità di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, esortando nuovamente a un pronto rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre scorso e a un immediato cessate il fuoco nella Striscia». Francesco si affaccia alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro per il tradizionale messaggio planetario nel giorno di Pasqua prima della benedizione Urbi et Orbi. Come la sera della Veglia, si schiarisce la voce talvolta un po’ affannata e fioca, ma legge il testo fino alla fine, aggiunge considerazioni e braccio, una riflessione scandita dagli applausi dei fedeli. «Il mio pensiero va soprattutto alle vittime dei tanti conflitti che sono in corso nel mondo, a cominciare da quelli in Israele e Palestina, e in Ucraina», dice.
Il Papa ha celebrato la messa in piazza San Pietro, alla fine ha compiuto diversi giri sull’auto scoperta per salutare le oltre sessantamila persone che riempivano il Colonnato del Bernini e le strade intorno. Ed ora, nel suo messaggio, è inevitabile che il Papa cominci dal luogo dell’evento più importate per i cristiani: «Oggi volgiamo anzitutto lo sguardo verso la Città Santa di Gerusalemme, testimone del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù e a tutte le comunità cristiane della Terra Santa».
E da lì la preoccupazione di Francesco si rivolge alle sorti del Vecchio Continente e quindi del pianeta: «Non permettiamo che le ostilità in atto continuino ad avere gravi ripercussioni sulla popolazione civile, ormai stremata, e soprattutto sui bambini. Quanta sofferenza vediamo nei loro occhi. Hanno dimenticato di sorridere, i bambini, in quella terra di guerra. Con il loro sguardo ci chiedono: perché? Perché tanta morte? Perché tanta distruzione? La guerra è sempre un’assurdità e una sconfitta! Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo. Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo. La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori».
Nel giorno di Pasqua, come la sera della Veglia a San Pietro, Francesco parla di speranza, nonostante «le guerre che dilagano nel mondo» e i «crimini» del «terrorismo», nonostante le violenze e le miserie, nonostante tutto. Perché oggi «la Chiesa rivive lo stupore delle donne che andarono al sepolcro all’alba del primo giorno della settimana», il giorno della Risurrezione: «La tomba di Gesù era stata chiusa con una grossa pietra; e così anche oggi massi pesanti, troppo pesanti chiudono le speranze dell’umanità: il masso della guerra, il masso delle crisi umanitarie, il masso delle violazioni dei diritti umani, il masso della tratta di persone umane, e altri ancora. Anche noi, come le donne discepole di Gesù, ci chiediamo l’un l’altro: “Chi ci farà rotolare via queste pietre?”». Eppure «la pietra, quella pietra così grande, è stata già fatta rotolare, lo stupore delle donne è il nostro stupore: la tomba di Gesù è aperta ed è vuota!», esclama: «Da qui comincia tutto. Attraverso quel sepolcro vuoto passa la via nuova, quella che nessuno di noi ma solo Dio ha potuto aprire: la via della vita in mezzo alla morte, la via della pace in mezzo alla guerra, la via della riconciliazione in mezzo all’odio, la via della fraternità in mezzo all’inimicizia».
Come ogni anno, l’elenco dei dolori è lungo, a cominciare dai conflitti dimenticati. «Non dimentichiamoci della Siria, che da quattordici anni patisce le conseguenze di una guerra lunga e devastante. Tantissimi morti, persone scomparse, tanta povertà e distruzione aspettano risposte da parte di tutti, anche dalla comunità internazionale». E ancora «il mio sguardo va oggi in modo speciale al Libano, da tempo interessato da un blocco istituzionale e da una profonda crisi economica e sociale, aggravate ora dalle ostilità alla frontiera con Israele», considera: «Il Risorto conforti l’amato popolo libanese e sostenga tutto il Paese nella sua vocazione ad essere una terra di incontro, convivenza e pluralismo».
Francesco cita i Balcani Occidentali, «dove si stanno compiendo passi significativi verso l’integrazione nel progetto europeo», e raccomanda: «Le differenze etniche, culturali e confessionali non siano causa di divisione, ma diventino fonte di ricchezza per tutta l’Europa e per il mondo intero». Allo stesso modo, aggiunge, «incoraggio i colloqui tra l’Armenia e l’Azerbaigian, perché, con il sostegno della comunità internazionale, possano proseguire il dialogo, soccorrere gli sfollati, rispettare i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose e arrivare al più presto ad un accordo di pace definitivo».
Francesco prega per tutte le persone che nel mondo «patiscono violenze, conflitti, insicurezza alimentare, come pure gli effetti dei cambiamenti climatici» E perché «il Signore doni conforto alle vittime di ogni forma di terrorismo: preghiamo per quanti hanno perso la vita e imploriamo il pentimento e la conversione degli autori di tali crimini». Ricorda il popolo di Haiti e chiede «cessino quanto prima le violenze che lacerano e insanguinano il Paese ed esso possa progredire nel cammino della democrazia e della fraternità». E poi cita i Rohingya, «afflitti da una grave crisi umanitaria», il popolo perseguitato che incontrò nel 2017, e invoca «la riconciliazione in Myanmar, lacerato da anni di conflitti interni, affinché si abbandoni definitivamente ogni logica di violenza». E poi c’è l’Africa, la preghiera perché sia aprano vie di pace «specialmente per le popolazioni provate in Sudan e nell’intera regione del Sahel, nel Corno d’Africa, nella Regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo e nella Provincia di Capo Delgado in Mozambico» e cessi «la prolungata situazione di siccità che interessa vaste aree e provoca carestia e fame».
Infine, «il Risorto faccia risplendere la sua luce sui migranti e su coloro che stanno attraversando un periodo di difficoltà economica, offrendo loro conforto e speranza nel momento del bisogno», sospira Francesco: «Cristo guidi tutte le persone di buona volontà ad unirsi nella solidarietà, per affrontare insieme le molte sfide che incombono sulle famiglie più povere nella loro ricerca di una vita migliore e della felicità». Nel giorno in cui «celebriamo la vita che ci è donata nella risurrezione del Figlio», il Papa esorta a difendere «il prezioso dono della vita, tanto spesso disprezzato», si chiede: «Quanti bambini non possono nemmeno vedere la luce? Quanti muoiono di fame o sono privi di cure essenziali o sono vittime di abusi e violenze? Quante vite sono fatte oggetto di mercimonio per il crescente commercio di essere umani?». Ed esorta «quanti hanno responsabilità politiche» perché «non risparmino sforzi nel combattere il flagello della tratta di esseri umani, lavorando instancabilmente per smantellarne le reti di sfruttamento e portare libertà a coloro che ne sono vittime». Le ultime parole sono una preghiera universale: «Possa la luce della risurrezione illuminare le nostre menti e convertire i nostri cuori, rendendoci consapevoli del valore di ogni vita umana, che deve essere accolta, protetta e amata».

Chissà che segreto si nasconde?

MARCO BERSANELLI 30 MAR 2024 –Il Foglio
Fede e scienza, un antico dibattito segnato spesso da un errore metodologico di fondo. Un libro
Una volta tradotto in italiano il libro di Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies è balzato ai primi posti delle vendite anche nel nostro paese. Con un titolo che promette le prove scientifiche dell’esistenza di Dio c’era da aspettarselo: è una questione che interessa tutti, non solo gli accademici. Salvatore, il mio barbiere, sapendo che mi occupo di scienza e che sono credente, ogni volta mi riempie di domande, spesso tutt’altro che banali. Il libro raccoglie molti elementi utili per chi vuole approfondire questi temi, tuttavia a mio parere soffre di un errore metodologico. Fin dall’incipit, infatti, la “creazione” viene esplicitamente trattata come una “teoria scientifica”, e poi passo dopo passo viene messa in competizione con “altre” teorie e valutata secondo i canoni tipici delle scienze fisiche. Ma ogni metodo si presta a rispondere a certe domande, e non ad altre. Confondere i piani può condurre a errori con dolorose conseguenze, come mostrano la nota vicenda di Galileo e le meno note e più tragiche persecuzioni nell’Urss contro la nascente cosmologia evoluzionista, ben documentate in quel libro.
Dove sta il problema? Le due principali argomentazioni cosmologiche che vengono trattate non sono né nuove né banali. La prima è basata sull’evidenza, scientificamente solidissima, che l’universo è in espansione. Estrapolando lo spazio e il tempo nel passato secondo la teoria della relatività generale ci si avvicina a un punto di singolarità, databile a circa 13,8 miliardi di anni fa, dove la densità e la temperatura tendono all’infinito e il tempo giunge a un termine. Non possiamo osservare quell’istante iniziale, ma abbiamo una traccia diretta di una fase immediatamente successiva (su scala cosmica), quando l’età dell’universo era appena lo 0,003 per cento dell’età attuale. Ecco dunque la prima “prova teologica”: poiché la scienza ha dimostrato che il tempo ha avuto un inizio, si dice, essa ha anche provato che l’universo è stato creato da Dio, e ha persino stabilito la data della creazione.
Dal punto di vista di un credente però, così posto, l’argomento è scivoloso. Anzitutto, le nostre attuali conoscenze scientifiche non ci permettono di concludere definitivamente che il tempo cosmico abbia avuto un inizio assoluto. Non abbiamo infatti una comprensione sufficiente dell’universo nelle sue primissime frazioni di secondo, quando gli effetti quantistici, non inclusi nella relatività generale, giocavano un ruolo determinante. Non possiamo quindi escludere che in futuro l’indagine scientifica giunga a una visione più ampia, compatibile con tutto ciò che oggi sappiamo, in cui quell’inizio sia riconosciuto come parte di una realtà più vasta. Tutto ciò è ad oggi altamente ipotetico, ma mi dispiacerebbe se qualcuno, avendo appoggiato la sua fede in Dio su questo appiglio, un domani la perdesse a causa di una meravigliosa scoperta scientifica.
Ma c’è un motivo più profondo per cui quell’approccio è inadeguato. Anche ammettendo che la scienza arrivi a dimostrare che l’universo proviene da una singolarità unica e assoluta, identificare la “creazione” con quell’istante iniziale sarebbe riduttivo. Un episodio legato a uno dei padri della cosmologia contemporanea, Georges Lemaître, è illuminante a questo proposito. Lemaître fu il primo a interpretare le osservazioni di Slipher e Hubble come indice dell’espansione dell’universo e a proporre una prima versione di quella che oggi è nota come teoria del “big bang”. Lemaître era anche un sacerdote cattolico e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1951 papa Pio XII in un discorso all’Accademia identificò con entusiasmo il Fiat Lux del libro della Genesi con l’ipotesi scientifica dell’inizio incandescente dell’universo. Lemaître chiese subito udienza al Papa e lo convinse che quella sua uscita era stata quanto mai inopportuna. Il teologo-scienziato voleva salvaguardare la distinzione tra i diversi livelli del pensiero e della conoscenza. Come in seguito ebbe a dire: “Ho troppo rispetto per Dio per poterne fare un’ipotesi scientifica”.
Limitare l’atto creativo di Dio a un istante del lontano passato significa sminuirne la portata. Come disse Benedetto XVI, “Dio non è un’ipotesi distante, uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big Bang”. Se un Dio esiste, la sua azione creatrice non si esaurisce nel dare un “colpo iniziale” al mondo, ma permane nel “far essere” l’universo in ogni istante, nel colmare lo iato infinito tra il non-essere e l’essere di ogni cosa e di noi stessi. Se c’è stato un inizio del tempo, quel primo drammatico istante è creato tanto quanto lo è l’istante presente. Con le parole di Lemaître, il Creatore “sostiene ogni essere e ogni avvenimento”.
La seconda “prova teologica” parte da un altro fatto scientificamente consolidato, e cioè l’osservazione che le leggi fisiche che regolano l’universo appaiono finemente predisposte per produrre le condizioni necessarie alla comparsa della vita. In particolare certe costanti presenti fin dall’inizio della storia cosmica, come la carica e la massa delle particelle elementari, i parametri cosmologici, e così via, appaiono accuratamente sintonizzate: basterebbe modificare anche di pochissimo il valore di alcuni di quei parametri e l’universo sarebbe completamente privo di strutture e incapace di ospitare qualunque forma di vita. Questo “fine-tuning” potrebbe sembrare un’ovvietà: se una cosa esiste, ad esempio la farfallina che si è posata sulla pietra qui davanti a me, significa che nella storia dell’universo una combinazione di circostanze casuali e di leggi universali ha prodotto le condizioni necessarie perché quel piccolo insetto potesse esistere. Ma la cosa tutt’altro che ovvia è proprio l’esistenza della farfalla: in un ipotetico universo in cui le condizioni iniziali fossero state leggermente diverse, quell’animaletto sarebbe impossibile. A dire il vero quasi tutte le condizioni di “fine tuning” si applicherebbero anche per la pietra sulla quale la farfalla si è posata.
Perché allora sottolineiamo il nesso con la possibilità della vita? Forse perché noi stessi siamo esseri viventi, e non abbiamo ancora perso il vizio di metterci al centro di tutto? Non proprio. Esiste infatti un senso oggettivo, indipendente da noi, per cui la materia vivente è qualcosa di assolutamente “speciale” nel panorama cosmico: il suo vertiginoso grado di complessità. Una singola cellula vivente da questo punto di vista surclassa qualunque sistema fisico non-biologico: un pianeta (privo di vita…), una stella, una galassia. Se per assurdo la nostra coscienza non fosse legata ad alcun tessuto vivente, guardando l’universo noi continueremmo a stupirci di come mai esista un nesso così profondo e delicato tra le leggi fisiche universali e quegli straordinari oggetti – gli organismi biologici – di cui noi non siamo parte.
Che cosa ha fatto sì che le leggi fisiche assumessero la forma che hanno? Chi o che cosa ne ha fissato i parametri? E’ la prova scientifica che Dio esiste? Anche qui è bene non far confusione. Il “fine-tuning” non ha spiegazione nell’ambito della fisica nota, ma di nuovo esiste la possibilità che quello che conosciamo oggi sia troppo poco. In futuro potremmo scoprire, ad esempio, che l’universo è molto più grande e vario di quel che oggi riteniamo, e quelle che consideriamo costanti universali in realtà non lo sono, ma cambiano leggermente su scale oggi ignote; questo darebbe ragione del fatto che nella regione di universo che ci circonda quelle costanti sono accordate con la vita e con la nostra esistenza. Queste linee di pensiero – le varie forme di “multiverso” – vanno molto di moda, e va sottolineato che al momento si tratta di speculazioni più metafisiche che fisiche, non sottoponibili a verifiche sperimentali, a volte ideologicamente enfatizzate da una cattiva divulgazione. D’altra parte l’esistenza di Dio è certamente un’ipotesi di ordine metafisico, e lo sarà sempre: non si vede perché la si debba costringere a competere sul piano delle teorie scientifiche, attuali o eventualmente future.
La scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio semplicemente perché Dio non è il “tipo di cosa” che la scienza è in grado di indagare con i suoi metodi. Naturalmente vale anche il viceversa: quelle posizioni che pretendono di usare la scienza per escludere la fede in Dio sono del tutto fuori luogo.
Significa che domanda religiosa e indagine scientifica sono due mondi separati, tra i quali non esiste alcun nesso? Tutt’altro, a mio parere. Il contributo della scienza è portare alla luce visuali inedite su quello stesso universo che nell’ipotesi religiosa è creazione di Dio. In esso la presenza del Creatore non si impone attraverso le vie irrevocabili della prova scientifica, piuttosto provoca la nostra ragione e si offre alla nostra libertà con discrezione, “ri-velandosi” attraverso il segno della natura. In questo modo quella che viene chiamata in causa non è solamente la nostra razionalità scientifica, essenziale per dimostrare un teorema o per scoprire una legge fisica, ma la ragione umana in tutta la sua ampiezza. Così via via che il cammino della scienza fa emergere la varietà dei fenomeni e l’unità sottostante che li lega, ci troviamo immancabilmente davanti a nuovi tratti di una bellezza sorprendente, che si propone alla nostra contemplazione e ci invita a riflessioni di ordine diverso, quelli propri della filosofia e della teologia.
Consideriamo ad esempio i due aspetti ora menzionati. Il fatto che l’universo osservabile sia indiscutibilmente una realtà dinamica e mutevole, protagonista di una storia particolare, è quasi una pedagogia che ci aiuta a cogliere la radicale contingenza della realtà, abituando il pensiero all’evidenza che ogni cosa proviene da “Altro”, non solo in senso temporale, ma anche in senso ontologico. E il profondo radicamento della vita nella vastità nell’universo a noi accessibile allontana l’idea ottocentesca di una natura estranea alla nostra esistenza, riproponendo l’antica percezione di una misteriosa provvidenzialità dell’ordine cosmico. Da sempre sappiamo che il nostro piccolo pianeta ci offre ospitalità con il giorno e la notte, l’aria e la pioggia, l’avvicendarsi delle stagioni, e così via; oggi vediamo anche che la nostra “oasi cosmica” ci assiste con l’evoluzione stellare, l’espansione dell’universo, le leggi della fisica, le costanti universali, e molto altro; e ci regala un meraviglioso panorama cosmico che si estende per miliardi di anni luce. Oltre, non sappiamo. La scienza non dimostra Dio, ma ci mette davanti agli occhi un universo che è segno di un mistero che ci supera infinitamente. Questo credo che Salvatore, il mio amico barbiere, lo apprezzerebbe.

Cari amici di Radio Maria Buona Pasqua!
La Pasqua è la Domenica benedetta che ha dato origine a tutte le domeniche dell’anno. E’ il giorno nuovo che non perirà mai, perché illuminato dalla gloria del Risorto.
Apriamo i cuori alla gioia, perché è stata rimossa la pietra che rinchiudeva il sepolcro, la morte è stata vinta, e le porte del Cielo sono state aperte alla anime assetate.
La vittoria del Signore sulle potenze del male è definitiva e viene ribadita nel corso dei secoli fino al momento in cui tutta la creazione sarà avvolta dalla luce della Resurrezione.
Risorgiamo anche noi con Cristo a vita nuova, lasciando l’uomo vecchio e rivestendoci dell’uomo nuovo, con i pensieri, i sentimenti e le parole del Signore risorto.
Guardiamo al futuro con speranza perché anche questa volta l’impero delle tenebre verrà rovesciato nella polvere e l’umanità rinnovata godrà di un tempo di pace.
Cantiamo l’Allelujah dal profonde del cuore e viviamo nella gioia dei figli di Dio per i quali sono state aperte l porte del Paradiso
Vostro Padre Livio
BENEDETTO XVI
Domenica di Pasqua -23 marzo 2008
“Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia! – Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia!”. Cari fratelli e sorelle, Gesù crocifisso e risorto ci ripete oggi quest’annuncio di gioia: è l’annuncio pasquale. Accogliamolo con intimo stupore e gratitudine!
“Resurrexi et adhuc tecum sum – Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole, tratte da un’antica versione del Salmo 138 (v. 18b), risuonano all’inizio dell’odierna Santa Messa. In esse, al sorgere del sole di Pasqua, la Chiesa riconosce la voce stessa di Gesù che, risorgendo da morte, si rivolge al Padre colmo di felicità e d’amore ed esclama: Padre mio, eccomi! Sono risorto, sono ancora con te e lo sarò per sempre; il tuo Spirito non mi ha mai abbandonato. Possiamo così comprendere in modo nuovo anche altre espressioni del Salmo: “Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti. / … / Nemmeno le tenebre per te sono oscure, / e la notte è chiara come il giorno; / per te le tenebre sono come luce” (Sal 138, 8.12).
È vero: nella solenne veglia di Pasqua le tenebre diventano luce, la notte cede il passo al giorno che non conosce tramonto. La morte e risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile, è la vittoria dell’Amore che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Ha cambiato il corso della storia, infondendo un indelebile e rinnovato senso e valore alla vita dell’uomo.
“Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole ci invitano a contemplare Cristo risorto, facendone risuonare nel nostro cuore la voce. Con il suo sacrificio redentore Gesù di Nazareth ci ha resi figli adottivi di Dio, così che ora possiamo inserirci anche noi nel dialogo misterioso tra Lui e il Padre. Ritorna alla mente quanto un giorno Egli ebbe a dire ai suoi ascoltatori: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). In questa prospettiva, avvertiamo che l’affermazione rivolta oggi da Gesù risorto al Padre, – “Sono ancora e sempre con te” – riguarda come di riflesso anche noi, “figli di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria” (cfr Rm 8,17). Grazie alla morte e risurrezione di Cristo, pure noi quest’oggi risorgiamo a vita nuova, ed unendo la nostra alla sua voce proclamiamo di voler restare per sempre con Dio, Padre nostro infinitamente buono e misericordioso.
Entriamo così nella profondità del mistero pasquale. L’evento sorprendente della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento d’amore: amore del Padre che consegna il Figlio per la salvezza del mondo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti noi; amore dello Spirito che risuscita Gesù dai morti nel suo corpo trasfigurato. Ed ancora: amore del Padre che “riabbraccia” il Figlio avvolgendolo nella sua gloria; amore del Figlio che con la forza dello Spirito ritorna al Padre rivestito della nostra umanità trasfigurata. Dall’odierna solennità, che ci fa rivivere l’esperienza assoluta e singolare della risurrezione di Gesù, ci viene dunque un appello a convertirci all’Amore; ci viene un invito a vivere rifiutando l’odio e l’egoismo e a seguire docilmente le orme dell’Agnello immolato per la nostra salvezza, a imitare il Redentore “mite e umile di cuore”, che è “ristoro per le nostre anime” (cfr Mt 11,29).
Fratelli e sorelle cristiani di ogni parte del mondo, uomini e donne di animo sinceramente aperto alla verità! Che nessuno chiuda il cuore all’onnipotenza di questo amore che redime! Gesù Cristo è morto e risorto per tutti: Egli è la nostra speranza! Speranza vera per ogni essere umano. Oggi, come fece con i suoi discepoli in Galilea prima di tornare al Padre, Gesù risorto invia anche noi dappertutto come testimoni della sua speranza e ci rassicura: Io sono con voi sempre, tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20). Fissando lo sguardo dell’animo nelle piaghe gloriose del suo corpo trasfigurato, possiamo capire il senso e il valore della sofferenza, possiamo lenire le tante ferite che continuano ad insanguinare l’umanità anche ai nostri giorni.
Nelle sue piaghe gloriose riconosciamo i segni indelebili della misericordia infinita del Dio di cui parla il profeta: Egli è colui che risana le ferite dei cuori spezzati, che difende i deboli e proclama la libertà degli schiavi, che consola tutti gli afflitti e dispensa loro olio di letizia invece dell’abito da lutto, un canto di lode invece di un cuore mesto (cfr Is 61,1.2.3). Se con umile confidenza ci accostiamo a Lui, incontriamo nel suo sguardo la risposta all’anelito più profondo del nostro cuore: conoscere Dio e stringere con Lui una relazione vitale, che colmi del suo stesso amore la nostra esistenza e le nostre relazioni interpersonali e sociali. Per questo l’umanità ha bisogno di Cristo: in Lui, nostra speranza, “noi siamo stati salvati” (cfr Rm 8,24).
Quante volte le relazioni tra persona e persona, tra gruppo e gruppo, tra popolo e popolo, invece che dall’amore, sono segnate dall’egoismo, dall’ingiustizia, dall’odio, dalla violenza! Sono le piaghe dell’umanità, aperte e doloranti in ogni angolo del pianeta, anche se spesso ignorate e talvolta volutamente nascoste; piaghe che straziano anime e corpi di innumerevoli nostri fratelli e sorelle. Esse attendono di essere lenite e guarite dalle piaghe gloriose del Signore risorto (cfr 1 Pt 2,24-25) e dalla solidarietà di quanti, sulle sue orme e in suo nome, pongono gesti d’amore, si impegnano fattivamente per la giustizia e spargono intorno a sé segni luminosi di speranza nei luoghi insanguinati dai conflitti e dovunque la dignità della persona umana continua ad essere vilipesa e conculcata. L’auspicio è che proprio là si moltiplichino le testimonianze di mitezza e di perdono!
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci illuminare dalla luce sfolgorante di questo Giorno solenne; apriamoci con sincera fiducia a Cristo risorto, perché la forza rinnovatrice del mistero pasquale si manifesti in ciascuno di noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre città e nelle nostre nazioni. Si manifesti in ogni parte del mondo.
Invochiamo la pienezza dei doni pasquali, per intercessione di Maria che, dopo aver condiviso le sofferenze della passione e crocifissione del suo Figlio innocente, ha sperimentato anche la gioia inesprimibile della sua risurrezione. Associata alla gloria di Cristo, sia Lei a proteggerci e a guidarci sulla via della fraterna solidarietà e della pace. Sono questi i miei auguri pasquali, che rivolgo a voi qui presenti e agli uomini e alle donne di ogni nazione e continente a noi uniti attraverso la radio e la televisione. Buona Pasqua!
Vangelo
Egli doveva risuscitare dai morti.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Parola del Signore

Trascrizione dell’editoriale di P. Livio -27 Marzo 2024 – Indicare fonte
La follia umana sta sposando il piano di satana di portare il mondo alla guerra e quindi alla distruzione. Ovunque guardiamo c’è una corsa agli armamenti, è un dato di fatto innegabile. Se questa guerra dovesse dilagare in Europa diventerebbe una guerra mondiale e porterebbe il mondo all’autodistruzione. Satana ha accecato così tanto l’umanità che le immagini della guerra, ormai, non ci impressionano più. Il Santo Padre è instancabile negli appelli per la pace e nel descriverci la guerra come l’inferno sulla Terra.
La guerra è sempre stata una cosa terribile, ingiusta e insensata ma oggi è degenerata in una forma quanto mai aggressiva, distruttiva e cruenta che si accanisce sui civili, sulle famiglie, sui bambini, sulle donne; le infrastrutture vengono distrutte, le chiese sono rase al suolo. Il terrorismo, poi, è una componente che da qualche decennio stiamo sperimentando e questa forma depravata di guerra semina, come dice il termine stesso, terrore e angoscia, perché gli attacchi sono improvvisi e localizzati tra gli innocenti.
La situazione attuale è intollerabile, eppure ci stiamo abituando all’idea della guerra e al fatto che non la si possa fermare. Questo è sicuramente un sottile inganno di satana che ci disarma e ci rende prede della propaganda, della disinformazione e della menzogna.
Grazie ai messaggi della Regina della pace dovremmo avere una certa chiarezza nell’essere consapevoli che la guerra è il progetto di satana per distruggere il mondo; la guerra è un male infernale il cui inizio deve essere contrastato con la più grande resistenza possibile. Le possibilità che i conflitti attualmente in atto si espandano in Europa o in Asia si espandano sono concrete e realistiche.
Finora la guerra è rimasta circoscritta ma si sta valutando l’ipotesi di allargarla. Dobbiamo capire che questo potrebbe portare rapidamente a una conflagrazione mondiale e degenerare nel tempo, perché non ci sono solamente le armi che conosciamo, ma esistono anche armi chimiche, batteriologiche, nucleari. È impensabile contenere la guerra in dimensioni controllabili perché è alto il rischio di escalation e di uso di armi sempre più devastanti per fermare il nemico.
Il Santo Padre continuamente ci invita a impegnare tutti gli sforzi possibili per impedire la guerra. Non c’è, però, la volontà di farlo. Le sorti del mondo sono in mano ad alcune decine di persone potenti che non manifestano la volontà di fermare la guerra, anzi vogliono che la guerra divampi come un incendio che man mano si allarga non sappiamo fino a dove.
Questo progetto riguarda l’Europa proprio perché la missione perversa della Russia (nominata dalla Madonna stessa sia a Fatima che a Medjugorje) è proprio quella di riprendersi i territori che ha perso e di occupare tutta l’Europa. Nella Storia gli imperi si sono allargati finché hanno potuto, c’è sempre stata una sorta di ingordigia di conquista. La bramosia di controllo territoriale è una radice maligna che storicamente ritroviamo in diverse logiche imperiali.
Quello che è accaduto in passato oggi non si può ripetere perché tutti i fronti hanno armi che possono distruggere il mondo. Questo è il motivo per cui c’è la Regina della pace. Satana, avendo in mano le armi per distruggere il mondo, vuole usarle ma la Madonna è qui per impedirglielo. Satana scardina i cuori uno ad uno, mette le nazioni una contro l’altra: «satana vuole la guerra e l’odio nei cuori e nelle nazioni» (Messaggio della Regina della pace del 25 gennaio 2023).
Oggi nel mondo dominano l’odio, la superbia e la prepotenza. L’anarchia morale fa da padrona, si compiono eccidi impensabili come se niente fosse. Stiamo andando veramente verso la distruzione del mondo, l’umanità ha scelto di seguire satana e i suoi progetti diabolici di portare l’inferno sulla Terra. La tragedia è che fra i responsabili delle nazioni nessuno è in grado di fermare questo piano.
In questo quadro anche la Chiesa ha cercato di fare la sua parte con continui appelli alla pace, ma non ha ottenuto ascolto; ha perseverato però nella preghiera d’intercessione, unica arma che tutto può. La Madonna è qui come Regina della pace, ma il mondo non comprende la necessità di questa presenza. Se non ci fosse la Madonna che nel tempo ha formato le sue schiere e che da sempre esorta alla pace e intercede per la salvezza dell’umanità, non ci sarebbe alcuna speranza. Nessun uomo è capace di fare qualcosa per contrastare il piano di satana. Gesù Cristo ha inviato sua Madre sulla Terra proprio per questa grande battaglia che terminerà con il trionfo del Suo Cuore Immacolato.
La Madonna ci ha messo tra le mani un’arma già precedentemente sperimentata proprio perché non è la prima volta che interviene per salvare l’umanità nel corso della Storia. Quest’arma si è rivelata straordinariamente efficace nel corso dei secoli ed è il Santo Rosario, in cui si può sintetizzare tutta la preghiera di intercessione che la Madonna ci chiede e che comprende la Santa Messa, i sacrifici, le rinunce, la conversione, i Sacramenti. La Madonna ci ha armato di Santo Rosario e Croce per affrontare il maligno e per contrastare il suo terribile piano di distruzione.
Non possiamo stare a guardare inermi quello che succede e lasciare che l’angoscia ci metta a tappeto. Abbiamo delle armi spirituali, usiamole! Non lasciamoci intimorire dal maligno, con fervore e coraggio imbracciamo l’arma del Santo Rosario e preghiamo affinché il folle piano di satana si fermi. Come singoli e come famiglie dobbiamo creare questa rete di intercessione fatta di preghiere, rinunce e sacrifici. Questa rete deve allargarsi sempre di più coinvolgendo quante più persone possibili e deve essere sempre più determinata a impedire che la guerra dilaghi.
Una delle caratteristiche di questa guerra è il fatto che le nuove ideologie si contendono il mondo. Nel tempo dei Segreti nel mondo ci sarà la guerra, ma nel medesimo tempo il tema di fondo sarà l’attacco alla Chiesa. La Madonna, d’altra parte, è qui per rafforzare la Chiesa e per proteggerla.
Il piano di satana è talmente folle che a tratti è incredibile. Leggendo e studiando la storia della Russia e il pensiero dei suoi intellettuali, si capisce che questa guerra iniziata con l’occupazione dell’Ucraina è diversa dalle altre, è motivata da un imperialismo religioso, dalla volontà di portare al primato mondiale la religione russo-ortodossa. I russi credono di essere il popolo eletto che ha il compito divino di esercitare il primato nel mondo. La Russia, infatti, si ritiene erede dell’Impero Romano-bizantino e di quel primato religioso che Costantinopoli aveva anche se la sede del Papa era a Roma. Adesso la Russia vuole conquistare l’Europa in chiave politica, sociale e religiosa mettendo in atto la strategia che sta utilizzando attualmente in Ucraina, ovvero imponendo la fede ortodossa ai territori conquistati.
I presupposti perché la sostituzione sistematica del Cristianesimo con la fede ortodossa avvenga ci sono; molti, infatti, in Occidente criticano il Cattolicesimo e lo disprezzano. Arriverà il momento in cui dovremo difendere la nostra fede cattolica. L’apostasia consiste proprio nell’abbandono della fede cattolica e nell’abbracciare la fede russo-ortodossa. Inoltre, il capo della Chiesa moscovita potrebbe sostituire il Papa della Chiesa Cattolica. La Beata Elena Aiello disse che l’obiettivo della Russia è la Cattedra di Pietro; questa è l’espressione di una beata, di una rivelazione privata che la Chiesa non ha contestato.
Quello che abbiamo davanti, oltre alla difesa della patria, è la difesa della Chiesa Cattolica e del Papato. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria sarà il trionfo del Papa con la Madonna. La Regina della pace ha detto: «vi invito alla preghiera per i vostri pastori. Con loro trionferò» (2 ottobre 2010). Dobbiamo psicologicamente armarci avendo cura della Chiesa Cattolica, amandola, seguendola, difendendola, lavorando e operando per essa. Nella misura in cui abbandoniamo la fede cattolica, entriamo nell’apostasia e nel messianismo etnico, perdiamo la fede.
Il piano di satana è folle. Leggendo le riflessioni di Alexander Dugin, consigliere di Putin, e studiando la Storia della Russia possiamo comprendere che questo piano, per quanto folle sia, è assolutamente concreto e complesso. Da una parte c’è la cultura occidentale post-cristiana che mette l’uomo al posto di Dio e considera in Cristianesimo oramai superato, dall’altra una parte consistente del tradizionalismo cattolico protende verso l’imperialismo espansionistico russo ed è propensa ad abbracciare la fede russo-ortodossa.
Sono convinto che questo progetto politico sia reale oltre che già visto: Hitler voleva rapire Pio XII, Napoleone voleva portare il Papa a Parigi. Sono progetti che già sono maturati nella Storia e stanno maturando anche adesso, stiamo superando i limiti per cui il mondo sta andando verso l’autodistruzione. La Madonna è qui perché questi limiti non vengano superati e perché il male non prevalga, lo ha detto chiaramente nel Messaggio del 25 marzo 2024: «pregate con me affinché il bene prevalga in voi e intorno a voi».
Valutiamo i segni dei tempi e cerchiamo di capire veramente perché la Madonna è qui da così tanto tempo e perché ha detto che alla fine il Suo Cuore Immacolato trionferà e allora il popolo russo si convertirà. Nel Terzo Segreto di Fatima la Madonna ha mostrato la Chiesa che saliva al Calvario e l’uccisione del Papa per mano di soldati. Non dobbiamo trascurare anche un altro elemento, la Chiesa ha elevato agli onori degli altari una mistica come la Beata Elena Aiello che chiaramente ha detto che l’obiettivo della Russia è la Cattedra di Pietro.
Oggi più che mai dobbiamo pregare per la Chiesa e per il Papa. Il compito di noi cristiani è quello di sostenere la Chiesa e il Papa, offrire sacrifici e testimoniare il nostra amore per la Chiesa e per il Papa che sono nel mirino di satana attraverso l’occidente ateo e dell’oriente (Russia e Cina) che ha messianismi “confezionati” a suo uso e consumo.
Preghiamo instancabilmente per la pace nel mondo, per la Chiesa Cattolica e per il Santo Padre. Seguiamo la Madonna che è Madre della Chiesa e dei suoi pastori. Mettiamo al centro della nostra vita l’Eucarestia. Facciamo la nostra battaglia quotidiana armati del Santo Rosario.
La catastrofe è una possibilità di satana. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è una certezza. Con le armi spirituali possiamo fermare la guerra e il dilagare dell’apostasia della fede: «soltanto con la preghiera e il digiuno anche le guerre si possono fermare» (Messaggio della Regina della pace del 25 gennaio 2001).

Nello Scavo – Avvenire, 29/03/2024
Anche caccia italiani in volo sul Mar Baltico. In una dichiarazione del “Concilio del popolo russo” si dichiara che tutta l’Ucraina dovrà sottostare alla «influenza esclusiva della Russia»
Cento missili in una notte contro obiettivi civili in Ucraina per la «guerra santa» di Putin. Mentre la Polonia fa decollare i suoi caccia per proteggere lo spazio aereo e gli Eurofighter italiani hanno effettuato una doppia intercettazione di aerei russi nel Mar Baltico facendo salire la tensione e alimentando nuovi timori.
Gli attacchi russi hanno colpito centrali termiche e idroelettriche, preceduti dalla benedizione del patriarca Kirill che ha presieduto il “Concilio mondiale del popolo russo”. Da un punto di vista «spirituale e morale, l’operazione militare speciale – si legge nel documento conclusivo. è una guerra santa». L’atto conciliare è titolato “Presente e futuro del mondo russo”, ed è stato approvato il 27 marzo nella Sala dei Sinodi ecclesiastici della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. A pochi giorni dall’attentato rivendicato dall’Isis-K, gli ecclesiastici ortodossi sostengono che il popolo russo «difende armi in pugno la propria vita, la libertà, la statualità, l’identità civile, religiosa, nazionale e culturale, nonché il diritto di vivere sulla propria terra entro i confini dello Stato russo unito». E per «Stato russo unito» si intende anche l’Ucraina: «Dopo il completamento dell’Operazione militare speciale, tutto il territorio dell’Ucraina contemporanea dovrà entrare in una zona di influenza esclusiva della Russia». Lo scopo, sempre sottinteso e mai ufficialmente dichiarato neanche dal Cremlino, adesso è espresso senza sotterfugi lessicali: «La possibilità di esistenza su questo territorio di un regime politico ostile alla Russia e al suo popolo, così come di un regime politico governato da un centro esterno ostile alla Russia, deve essere completamente esclusa». Kiev dunque deve «entrare in una zona di influenza esclusiva della Russia», ma non gli è permesso da Mosca di avvicinarsi all’Unione Europea e meno che mai alla Nato. Le parole del concilio non solo giustificano, ma incentivano le forze armate a fare di più proprio nel momento in cui l’Ucraina appare a rischio di una caduta del fronte orientale.
Gli attacchi russi con 99 tra missili e droni nella notte tra giovedì e ieri – ma già oltre i 100 nel resto della giornata – hanno colpito centrali termiche e idroelettriche nell’Ucraina centrale e occidentale, in alcuni casi esplodendo il colpo di grazia per alcune infrastrutture già danneggiate, mentre dall’Ucraina sono partite incursioni contro l’area di Belgorod, la regione russa di confine.
L’esercito di Kiev ha dichiarato di avere distrutto 58 droni su un totale di 60, oltre a 26 missili su 39. E proprio questi ultimi hanno inferto i danni maggiori. “Dtek”, la più grande azienda elettrica privata ha confermato che le sue tre centrali termiche sono state attaccate e «gravemente danneggiate». Il distributore ucraino di energia “Yasno” ha fatto sapere che “Dtek” ha perso circa la metà della sua capacità di erogazione. L’azienda statale ucraina del petrolio e del gas “Naftogaz” ha dichiarato che le sue strutture sono state attaccate «ma non ci sono stati gravi danni».
In Europa «la guerra non è più un concetto del passato» ma un rischio «reale». «È la prima volta dal 1945 che ci troviamo in una situazione del genere». L’allarme arriva dal premier polacco Donald Tusk nella sua prima intervista concessa ai media internazionali del consorzio Lena, di cui fa parte anche La Repubblica. «So che sembra devastante, soprattutto per i più giovani, ma dobbiamo abituarci mentalmente all’arrivo di una nuova era». A causa del massiccio attacco missilistico, la Polonia ha fatto decollare alcuni caccia inseriti negli assetti Nato, per monitorare il proprio spazio aereo. Contemporaneamente gli Eurofighter dell’Aeronautica militare italiana schierati nella Task Force 4th Wing, operativa nella base polacca di Malbork, hanno effettuato una doppia intercettazione di aerei russi nel Mar Baltico. Una volta identificati i velivoli, gli F-2000 italiani hanno fatto rientro nella base di Malbork.
Ad esprimere nuovi timori per l’accentuarsi degli scontri è stato ancora una volta il direttore generale dell’Agenzia internazionale Onu per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi. I rischi maggiori sono dovuti a «attività militari in corso nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia – ha detto –, allarmi di raid aerei e bombardamenti che mettono fuori uso l’energia elettrica in diversi siti». Nella centrale «gli esperti dell’Aiea di stanza sul posto hanno continuato a sentire esplosioni ogni giorno nell’ultima settimana, a diverse distanze dall’impianto», dice Grossi aggiungendo che «diverse volte i suoni sembravano provenire da vicino al sito, presumibilmente dal fuoco di artiglieria in uscita, e nelle vicinanze il fuoco di armi leggere».