"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Marzo 2024 Pagina 2 di 17

LA SINDONE: ICONA DEL SABATO SANTO

Meditazione di Benedetto XVI_ Domenica 2 Maggio 2010

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.

Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.

Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato SantoPG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.

Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.

In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare.

Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.

Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale.

Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.

Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità. Grazie.

Il Papa non partecipa alla Via Crucis «per conservare la salute per la messa di Pasqua»

di Gian Guido Vecchi- Corriere 29 Marzo 2024

Il Papa firma di persona (ed è un fatto raro) le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo: «Tanti cristi umiliati dalla prepotenza, serve compassione. Preghiamo per le donne che subiscono oltraggi e violenze, i bimbi non nati, i giovani, gli anziani scartati»

CITTÀ DEL VATICANO — «Viviamo un tempo spietato, e abbiamo bisogno di compassione». La notte intorno al Colosseo è rischiarata da migliaia di fiaccole e il Papa non c’è, ma ci sono le sue parole. La presenza di Francesco era prevista ancora nel tardo pomeriggio ma si sapeva che si sarebbe deciso all’ultimo momento e alla fine, come l’anno scorso, ha prevalso la prudenza: a Roma in questo periodo le serate sono ancora abbastanza fredde, l’aria intorno al Palatino è umida, non era il caso di restare seduto all’aperto. Così, «per conservare la salute in vista della Veglia di sabato e della Santa Messa della domenica di Pasqua», ha spiegato la Santa Sede, il pontefice è rimasto a seguire la Via Crucis da Casa Santa Marta.

È molto raro che il pontefice scriva di persona i testi della Via Crucis, una tradizione iniziata nel 1750, conclusa con l’Unità d’Italia e infine ripresa da Paolo VI a partire dal 1964. Lo fece un paio di volte Giovanni Paolo II e una volta le scrisse anche Joseph Ratzinger, ma quand’era ancora cardinale e prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Francesco lo ha voluto fare nell’Anno della preghiera che ha indetto alla vigilia del Giubileo del 2025, senza riferimenti diretti all’attualità ma con un approccio contemplativo che la riassume e riassume i dolori del mondo: «Gesù, tu sei la vita e sei condannato a morte; sei la verità e subisci un falso processo. Ma perché non reclami? Perché non alzi la voce e non spieghi le tue ragioni? Perché non confuti i dotti e i potenti come hai sempre fatto con successo? La tua reazione stupisce, Gesù: nel momento decisivo non parli, taci. Perché più il male è forte, più la tua risposta è radicale. E la tua risposta è il silenzio. Ma il tuo silenzio è fecondo: è preghiera, è mitezza, è perdono, è la via per redimere il male, per convertire ciò che soffri in un dono che offri».

Il male quotidiano, anche in Rete

Le stazioni della via Crucis scandiscono una riflessione sul male, anche quello quotidiano che si incontra in Rete: «Gesù, tanti seguono il barbaro spettacolo della tua esecuzione e, senza conoscerti e senza conoscere la verità, emettono giudizi e condanne, gettando su di te infamia e disprezzo. Accade anche oggi, Signore, e non serve nemmeno un macabro corteo: basta una tastiera per insultare e pubblicare sentenze». La riposta a tutto questo sta nell’atteggiamento delle donne nel racconto evangelico: «Chi ti segue fino alla fine lungo la via della croce? Non i potenti, che ti aspettano sul Calvario, non gli spettatori che stanno lontano, ma le persone semplici, grandi ai tuoi occhi e piccole a quelli del mondo. Sono le donne, a cui hai dato speranza: non hanno voce ma si fanno sentire. Aiutaci a riconoscere la grandezza delle donne, loro che a Pasqua sono state fedeli e vicine a te, ma che ancora oggi vengono scartate, subendo oltraggi e violenze».

I «cristi umiliati da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri»

Al centro, come Francesco dice dall’inizio del suo pontificato, c’è il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, le parole di Gesù sul Giudizio Universale e il comportamento che distinguerà i giusti dai dannati: «Ora capisco questa tua insistenza nell’immedesimarti coi bisognosi: tu sei stato carcerato; tu straniero, condotto fuori della città per esser crocifisso; tu sei nudo, spogliato delle vesti; tu, malato e ferito; tu, assetato sulla croce e affamato d’amore. Fa’ che ti veda nei sofferenti e che veda i sofferenti in te, perché tu sei lì, in chi è spogliato di dignità, nei cristi umiliati dalla prepotenza e dall’ingiustizia, da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri nell’indifferenza generale».

Il supplizio, il perdono. «Gesù, ti trapassano braccia e gambe coi chiodi lacerandoti le carni e proprio ora, mentre il dolore fisico è più atroce, dalle tue labbra sgorga la preghiera impossibile: perdoni chi ti sta mettendo i chiodi nei polsi…Allora con te, Gesù, anch’io posso trovare il coraggio di scegliere il perdono, che libera il cuore e rilancia la vita. Signore, non ti basta perdonarci, ci giustifichi pure davanti al Padre: non sanno quello che fanno».

La «sofferenza insopportabile»

Il Papa nomina le tante situazioni di sofferenza insopportabile. «Gesù, portiamo anche noi delle croci, a volte molto pesanti: una malattia, un incidente, la morte di una persona cara, una delusione affettiva, un figlio che si è perso, il lavoro che manca, una ferita interiore che non guarisce, il fallimento di un progetto, l’ennesima attesa andata a vuoto… Gesù, come si fa a pregare lì». Il Papa prega per i «bimbi non nati e quelli abbandonati», i «tanti giovani in attesa di chi ascolti il loro grido di dolore», e ancora «gli anziani scartati», i detenuti, i «popoli sfruttati e dimenticati». La risposta, dice, sta nelle parole di Gesù nel Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Prima di morire, il Crocifisso sospira: tutto è compiuto. «Io, nella mia incompiutezza, non potrò dirlo; ma confido in te, perché sei la mia speranza, la speranza della Chiesa e del mondo», conclude Francesco: «Custodisci la Chiesa e il mondo nella pace».

GESU’ IN CROCE CI HA DONATO MARIA COME MADRE

Pensiero spirituale sul dono di Maria come Madre

Cari amici, il Venerdì Santo è il giorno più importante del Triduo Pasquale. Sappiamo che nella notte del Giovedì Gesù è stato catturato e processato dal tribunale ebraico. Al mattino l’hanno portato da Pilato perché sapevano che non bastavano le motivazioni religiose per condannarlo a morte, ma era necessaria una sentenza del procuratore romano. Hanno sollevato false accuse dicendo che Gesù voleva farsi re dei Giudei per ottenere la sentenza di morte. Tutto si è svolto in poche ore dense, profonde e gravide di conseguenze per la vita di tutti. Dobbiamo chiedere la grazia dello Spirito Santo per aprire il cuore e comprendere di quale grande amore siamo amati, fino a che punto Dio si è abbassato per sottrarci dal male e dalla morte e fino a che punto è giunta la sofferenza del Signore.

Soffermiamoci sulla figura di Colei che è stata la compagna di Cristo nella Passione, che è Sua madre Maria. Esiste una Passione di Cristo e una Passione di Maria, che soprattutto le madri possono comprendere. Quello che dobbiamo capire è che il “Sì” della Madonna – all’angelo e alla Passione che le ha profetizzato Simeone – riguardava anche l’assenso alla volontà del Padre che il Figlio, per amore, si sacrificasse per la salvezza del mondo. Quello che colpisce di Maria è che tutto il tempo della Passione – il viaggio a Gerusalemme, la Domenica delle Palme, tutto quello che è avvenuto – con lo sforzo del cuore dava il consenso. Insieme al “Sì” del Figlio, c’era anche quello di Maria che non si è ribellata alla volontà del Padre. Ha accompagnato il Figlio fino alla Croce, alla deposizione e fino a quando nella fede ha atteso, nel Sabato Santo, il momento della Resurrezione.

Questo “Sì” incondizionato della Madonna si è prolungato in tutte le ore della Passione, perché è sempre Dio che chiama la collaborazione delle creature. La forza della Madre è stata anche la forza del Figlio. L’ha sostenuto specialmente lungo la via del Calvario e ai piedi della Croce.

Il momento culminante lo racconta l’Apostolo Giovanni quando Gesù morente sulla Croce si rivolge alla Madre e le dice: “Donna, ecco tuo figlio” e rivolgendosi a Giovanni: “Figlio, ecco tua Madre”. Questo è un brano del Vangelo che è stato uno dei messaggi chiave di San Giovanni Paolo II quando ci ha parlato dell’Affidamento a Maria. È un dono immenso del Figlio di Dio, il dono di Sua madre. Gesù ha avuto una Madre, creatura umile ed alta, “Termine fisso, l’eterno consiglio”, “Donna, se’ tanto grande e tanto vali” (Dante Alighieri, Divina Commedia – Canto XXXIII), non ci sono parole per descrivere la Madonna.

Quello che non si sottolinea abbastanza è che il Figlio era talmente attaccato alla Madre e viceversa, che non si sono mai divisi né nella vita né nell’eternità, salvo quei pochi anni in cui la Madonna – dopo l’Ascensione al Cielo del Signore – è stata su questa Terra per confortare, aiutare e sostenere la Chiesa nascente.

La Madonna, dopo che il Verbo si è fatto carne nel Suo grembo fino al momento della sua Ascensione, non si è mai distaccata dal Figlio. È stata insieme a Lui in tutti gli anni della Sua vita privata, raccolta nel silenzio del lavoro. L’ha accompagnato nella Sua predicazione. Nei Vangeli vediamo la presenza costante della Madonna, come discepola e come esempio di fede ai suoi Apostoli. È presente nel momento in cui Gesù decide di andare a Gerusalemme per compiere il sacrificio e molto probabilmente era presente anche all’Ultima Cena. Era presente in quella notte di tenebre, dove rimasta nel Cenacolo a pregare, aspettava che gli Apostoli spaventati rientrassero, per essere confortati e sostenuti.

Già al mattino presto lei era presente quando Gesù è stato portato per essere processato da Pilato. Ha visto con i suoi occhi la crudeltà di quel “Crucifige” della folla. Ogni colpo della flagellazione sul corpo di Gesù era una lama che trapassava il cuore di Maria. Poi l’ecce homo che tutti hanno visto, quelli che Pilato ha mostrato, incoronato di spine e la sentenza di morte. Ha visto suo Figlio prendere la Croce, incamminarsi verso il Calvario. La Madonna lo segue con una forza d’animo, una fortezza, un “Sì” che va al di là di qualsiasi comprensione da parte nostra, in sintonia toltale con quello del Figlio e alla volontà del Padre.

Ai piedi della Croce, Maria ci accoglie come Madre. Quando sente le parole di Gesù comprende il significato estensivo di questo dono, questa responsabilità. Le affida tutta l’umanità, uomini di ogni tempo e ogni luogo. Maria in quel momento comprende la grandezza della Sua maternità. L’essere diventata Madre del Figlio, è essere Madre anche di tutti i fratelli del Figlio, quelli in atto e quelli in potenza. È Madre della Chiesa e la vediamo nel Cenacolo attorniata dagli Apostoli e dalla Chiesa nascente. Lo Spirito Santo arriva a tutti gli Apostoli per mezzo di Maria. Quando gli Apostoli vanno a predicare, la Madonna allarga la Sua maternità a tutti gli uomini di tutti i tempi.

Maria è Madre di tutta l’umanità e lo capiremo andando più avanti quando – attraverso il momento che stiamo vivendo, di grandi prove e Via Crucis della Chiesa – la Madonna avrà il trionfo del suo Cuore Immacolato, nel quale allargherà la maternità a gran parte dell’umanità.

Su questo dono meraviglioso che Gesù ci ha fatto dobbiamo riflettere. Cioè i doni della Redenzione sono: il Giovedì Santo, il sacerdozio e l’Eucarestia; il Venerdì Santo, sua Madre. È un dono di inestimabile valore.

Dopo che ha detto “Donna, ecco tuo figlio” Gesù si rivolge a Giovanni dicendo “Figlio, ecco tua Madre” cioè ha chiesto a Maria di accoglierci come figli e di trattarci con la medesima sollecitudine che ha avuto con Lui. Ora noi dobbiamo accogliere Maria come nostra Madre, come ha fatto Gesù. Vuol dire che c’è una Maternità celeste che in qualche modo ci accompagna insieme a quella terrena delle nostre mamme, ma è molto più grande e con una potenza di salvezza straordinaria. È la stessa di Gesù, perché c’è anche una Onnipotenza supplicante materna che è quella di Maria nei nostri confronti. Accogliere Maria come Madre vuol dire che essere amati da Lei, far riferimento a Lei anche nei momenti quotidiani, è in grado di accompagnarci nei viaggi della santità, della conversione, del ritorno al Cielo.

La Madonna è qui con questa maternità a sorreggere la nostra vita e con Lei bisogna parlare, accoglierla, affidarsi. Affidare se stessi e la nostra giornata con le nostre parole: “Madre mia accompagnami in questa giornata, prendimi per mano, incamminati con me, sorreggi la mia debolezza, proteggimi dai pericoli”. Parlando quotidianamente, possiamo far in modo che la vita diventi un cammino con Maria dietro a Gesù. La Sequela Cristi è una sequela di Cristo con Maria, al Suo seguito e non ci perderemo mai, non ci stancheremo mai, non vagheremo senza Dio, senza meta e senza amore.

Chiediamo alla Madonna tutto ciò di quello che abbiamo bisogno, quelle temporali e la protezione, la grazia in questi tempi di deviazioni, di inganni, di messaggi impropri, di prepotenze, di distruzioni inaudite. Andiamo sotto il Manto della Madonna e chiediamo di non essere ingannati, di non deviare, di essere saldi nella fede, forti e coraggiosi nella speranza.

La Madonna ci chiama ad essere suoi Figli e suoi Apostoli, accogliamo questo grande dono oggi. Lei ci ha già accolti, ora tocca a noi accoglierla come Madre e farla entrare nella nostra vita quotidiana. Questa è una grazia, una forza, una protezione inestimabile. Chi ha Maria come Madre vincerà ogni battaglia.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

🔴Gesù in croce ci ha donato Maria come madre 🔴

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I SETTE PASSI DELLA CONFESSIONE

La Confessione è un cammino da percorrere in sette passi successivi. I primi due, che si devono considerare una preparazione remota, sono la preghiera e l’esame di coscienza. Gli altri cinque, che costituiscono il cuore del sacramento, sono il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non peccare più, l’accusa dei propri peccati, l’assoluzione del sacerdote e infine la penitenza. Si tratta di un itinerario interiore che può richiedere anche un tempo non breve di maturazione.

Il protagonista è il cuore che si apre a Dio e alla sua grazia, al fine di ottenere il perdono e la pace. E’ importante arrivare davanti al confessore già preparati, dopo aver fatto l’esame di coscienza e aver espresso al Signore  il proprio dolore e il proposito di correggersi. La fede ti farà da la lampada che ti consentirà di arrivare felicemente al termine della strada senza inciampare.

1. La preghiera

Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti e a evitare le forme di autoinganno e di autogiustificazione. L’uomo infatti, che pure ha l’occhio pronto a vedere i peccati altrui, è piuttosto restio a riconoscere i propri. In particolare nella preghiera davanti al Crocifisso si contempla la divina misericordia che si china sul nostro male per guarirlo. Nella preghiera non solo si vedono i peccati, ma anche la radice che li genera. E’ la radice dell’incredulità e del disamore. Se essa non viene identificata e sradicata la confessione non produce effetti duraturi. La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento. Grazie alla preghiera tutto l’itinerario penitenziale viene compiuto alla presenza dell’Amore misericordioso.

2. L’esame di coscienza

L’esame di coscienza “è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l’ultima confessione ben fatta” ( Catechismo di S. Pio X). Esso ti sarà più facile se ogni sera, prima di coricarti, rifletterai  sulla tua giornata alla luce di Dio, chiedendo il perdono e formulando il proposito per il giorno dopo. Nell’esame di coscienza devi “richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, azioni e omissioni, contro i comandamenti di Dio e della Chiesa e gli obblighi del proprio stato” (Catechismo di S. Pio X).

In particolare è necessario mettere a fuoco tutti i peccati mortali, perché essi devono essere confessati, precisandone per quanto possibile il numero. Una coscienza sensibile mette a fuoco anche i peccati veniali, impegnandosi ad eliminarli, anche se non è necessario confessarli tutti. Passa in rassegna, uno per uno, i dieci comandamenti e i sette vizi capitali. Ti aiuterà a portare a galla il male che si è depositato nel fondo dell’anima.

3. Il dolore di avere offeso Dio

Se prenderai consapevolezza dei tuoi peccati davanti al Crocifisso, non ti sarà difficile provare un profondo dolore per averlo offeso e gli chiederai di cuore perdono, detestando sinceramente il male compiuto. Il dolore perfetto, o contrizione, che nasce dalla considerazione dell’infinita bontà di Dio in paragone al nostro disamore, ha l’effetto mirabile di ottenerci il perdono divino e la grazia santificante, purché includa  la volontà di confessarsi. Chiedilo ogni giorno nella preghiera, cosi conserverai l’anima sempre pronta per il momento del giudizio. Il dolore imperfetto o attrizione, nasce dal timore del castigo e dalla stessa bruttezza del peccato. Esso è sufficiente per ricevere l’assoluzione del sacerdote, ma solo la carità, cioè l’amore di Dio sopra ogni cosa, dà la forza per non ricadere di nuovo nei soliti peccati. Senza un sincero dolore dei peccati, perfetto o imperfetto che sia, “la confessione non vale, perché il dolore è la cosa più importante di tutte” (Catechismo di S. Pio X).

4. Il proponimento di non peccare più

Il dolore dei peccati è autentico se è seguito dalla ferma decisione di cambiare vita. “Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo” (Catechismo di S. Pio X). Esso riguarda tutti i peccati mortali commessi o che si potrebbero commettere. Comprende anche la volontà di fuggire le occasioni pericolose e di distruggere le cattive abitudini che si sono contratte cadendo nei medesimi peccati. E’ la fermezza  del proponimento che fa progredire nel cammino spirituale. Se la confessione si  conclude con un proposito concreto, diventa uno strumento  efficace nel cammino di santità.

5. La confessione dei peccati

Dopo essersi preparati con l’esame di coscienza, il dolore e il proposito, viene il momento dell’accusa dei peccati davanti al confessore, al fine di averne l’assoluzione. “Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali” (Catechismo di S. Pio X ).  L’accusa deve essere umile, senza alterigia e senza scuse; deve essere intera, cioè comprendere tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali di ha consapevolezza e indicare le circostanze che li aggravano e li moltiplicano; deve essere sincera, cioè dichiarare i peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli; deve essere prudente, usando termini improntati a modestia e riservatezza,  evitando di rivelare i peccati degli altri; deve essere breve, evitando di dire al confessore cose inutili.

Se uno non è certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene. Se uno ha il dubbio se l’abbia confessato o meno, non è parimenti obbligato a confessarsene. Chi ha taciuto per dimenticanza un peccato mortale, la confessione vale, ma deve dichiararlo alla prossima confessione. “Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò ci fa reo di un gravissimo sacrilegio” (Catechismo di S. Pio X). Deve perciò esporre al confessore il peccato taciuto e rifare la confessione dall’ultima ben fatta. Compiuta l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dice il confessore e, se necessario, chiedere qualche consiglio per  progredire nel proprio cammino spirituale.

6. L’assoluzione del Sacerdote

Quando ci sono le disposizioni richieste dalla dignità del sacramento, il confessore impartisce  l’assoluzione in nome di Gesù. Tuttavia, quando esse mancano, può differirla o negarla. Ma ciò non deve indurre allo scoraggiamento o al risentimento. Piuttosto  deve considerare umilmente la sua situazione spirituale e mettersi quanto prima nella condizione di poterla ricevere.

7. La penitenza

“La penitenza sacramentale è uno degli atti del penitente, col quale egli dà un qualche risarcimento alla giustizia di Dio per i peccati commessi, eseguendo quelle opere che il confessore gli impone…. La penitenza viene data perché d’ordinario, dopo l’assoluzione sacramentale che rimette la colpa e la pena eterna, resta una pena temporale da scontarsi in questo mondo o nel purgatorio…Le opere di penitenza si possono ridurre a tre specie: alla preghiera, al digiuno, alla elemosina” (Catechismo di S. Pio X). Dopo la confessione il penitente “ se ha danneggiato ingiustamente il prossimo nella roba o nell’onore, o se gli ha dato scandalo, deve per quanto gli è possibile al più presto restituirgli la roba, riparare l’onore e rimediare allo scandalo” (Catechismo di S. Pio X ).

Al termine di queste sette passi, abbiamo ottenuto il perdono di Dio e la sua rinnovata amicizia, la grazia santificante, la pace della coscienza, la speranza della vita eterna e una grazia speciale nel combattimento spirituale. Da morti che eravamo siamo ritornati in vita. Dio ci chiede solo un po’ di buona volontà per donarci le sue inesauribili ricchezze.


AIUTI PER L’ESAME DI COSCIENZA

I Dieci Comandamenti

Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio fuori di me
  2. Non nominare il nome di Dio invano
  3. Ricordati di santificare le feste
  4. Onora tuo padre e tua madre
  5. Non uccidere
  6. Non commettere atti impuri
  7. Non rubare
  8. Non dire il falso
  9. Non desiderare la donna d’altri
  10. Non desiderare la roba d’altri

I precetti della Chiesa

  1. Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni di lavoro
  2. Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno
  3. Ricevi il sacramento dell’eucaristia almeno a Pasqua
  4. In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno
  5. Sovvieni alle necessità della Chiesa

I sette vizi capitali

  1. Superbia
  2. Avarizia
  3. Lussuria
  4. Ira
  5. Gola
  6. Invidia
  7. Accidia

Il peccati che gridano al Cielo.

  1. Omicidio volontario
  2. Peccato impuro contro natura
  3. Oppressione dei poveri
  4. Defraudare la mercede a chi lavora

Le virtù teologali

  1. Fede
  2. Speranza
  3. Carità

Le virtù cardinali

  1. Prudenza
  2. Giustizia
  3. Fortezza
  4. Temperanza

Le opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi
  2. Insegnare agli ignoranti
  3. Ammonire i peccatori
  4. Consolare gli afflitti
  5. Perdonare le offese
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

Le opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati
  2. Dar da bere agli assetati
  3. Vestire gli ignudi
  4. Alloggiare i senza tetto
  5. Visitare gli infermi
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

Gli ammonimenti della Parola di Dio       

“ Dal di dentro, dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” ( Marco, 7, 21-23).

“ Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maledicenti, né rapaci, erediteranno il regno di Dio” ( 1 Cor. 6. 9-10).

“Ma per i vili e gli increduli, gli abbietti e gli omicidi, gli immorali, o fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”  (Ap 21, 8).


IL RITO DELLA CONFESSIONE

1. Dopo esserti preparato con la preghiera e aver fatto l’esame di coscienza, ti presenti per fare la tua confessione. Il sacerdote ti accoglie invitandoti a fare il segno della croce:

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Rispondi: Amen.

2. Il sacerdote ti esorta ad esporre con retta coscienza i tuoi peccati confidando nell’infinita misericordia di Dio:

Il Signore che illumina con la fede i nostri cuori, ti dia una vera conoscenza dei tuoi peccati e della sua misericordia.

Rispondi: Amen.

3. Incominci la tua confessione dicendo da quanto tempo non ti confessi e esponendo con semplicità, chiarezza, umiltà e brevità tutti i peccati mortali dall’ultima confessione e almeno alcuni peccati veniali.

4. Il sacerdote ti può rivolgere alcune domande e darti dei consigli adatti. Anche tu puoi chiedere dei suggerimenti per il tuo cammino spirituale o spiegazioni su alcune problematiche che non ti sono chiare.

5. Il Sacerdote ti esorta a recitare una preghiera che esprima il tuo pentimento. Potrai recitare una di queste preghiere:    

Mio Dio, mi pento e mi dolgo

con tutto il cuore dei miei peccati,

perché peccando ho meritato i tuoi castighi,

e molto più perché ho offeso te,

infinitamente buono

e degno di essere amato sopra ogni cosa.

Propongo col tuo santo aiuto

di non offenderti mai più

e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Signore, misericordia, perdonami.


O Gesù di amore acceso

non ti avessi mai offeso,

o mio caro e buon Gesù

con la tua santa grazia

non ti voglio offendere più

né mai più disgustarti,

perché ti ama sopra ogni cosa.

Gesù mio, misericordia.

6. Il Sacerdote, dopo averti proposto la penitenza, ti dà l’assoluzione con queste parole:

Dio, Padre di misericordia,

che ha riconciliato a sé il mondo

nella morte e risurrezione del suo Figlio,

e ha effuso lo Spirito Santo

per la remissione dei peccati,

ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,

il perdono e la pace.

E io ti assolvo dai tuoi peccati

Nel nome del Padre e del Figlio

E dello Spirito Santo.

Rispondi. Amen

LA CONFESSIONE, MIRACOLO ESISTENZIALE

Cari amici, Gesù in Croce ha espiato i peccati del mondo al nostro posto e per nostro amore. Con la Confessione otteniamo il perdono dei peccati e la vita nuova della grazia. Viviamo la Pasqua con i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia e avremo in dono la pace e la gioia del cuore.

Vostro Padre Livio


Il sacramento della confessione è un dono che sgorga dal Cuore misericordioso di Gesù e che tocca in profondità il cuore dell’uomo. E’ un’esperienza interiore che imprime svolte decisive nella vita delle persone. La pratica esteriore del sacramento, nella sua semplicità, non deve trarre in inganno. Prima che il penitente si accosti al confessionale per deporre il fardello dei suoi peccati e per ricevere l’assoluzione, nel suo intimo è stato combattuta una lunga battaglia. La luce e le tenebre, il bene e il male, la disperazione e la speranza si sono contesi  il dominio del cuore, prima che la decisione non mettesse fine al combattimento con la vittoria di Dio. Più degli altri sacramenti, la confessione presuppone un travaglio interiore. E’ il punto di arrivo di un lavorio della grazia che compie nel segreto i più grandi miracoli. Giustamente viene anche chiamata il “Sacramento della Conversione”, poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre, da cui ci si è allontanati col peccato” (Catechismo C. C. 1423).

Quello che si nasconde nel fondo di un cuore solo Dio lo può conoscere. Ciò che colpisce i contemporanei di Gesù è la sua capacità di vedere laddove nessun occhio umano potrebbe arrivare: “Gesù, conoscendo i loro pensieri disse: Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore?” (Mt 9,4). Gli uomini, se vogliono, sono impenetrabili e sanno nascondere perfettamente i loro pensieri, i loro progetti e i loro desideri. Tu potresti vivere accanto a una persona e non sospettare minimamente ciò che si agita nel suo intimo.  Spesso nella vita quotidiana esplodono episodi  di passione e di follia, che hanno come attori delle persone all’apparenza assolutamente tranquille. La vita interiore degli uomini sfugge a ogni controllo e solo Dio la conosce nella sua verità. I sacerdoti che confessano sono testimoni dell’evento straordinario di un’anima che si svela a uno sguardo umano con totale fiducia. Nella confessione le persone manifestano ciò che in esse vi è di più intimo e personale. Raramente questo accade in altre circostanze della vita.

Per comprendere lo spessore esistenziale di questo sacramento, soffermiamoci un momento su un episodio del vangelo che è fra i più toccanti. E’ il brano di Luca che narra del pianto di una peccatrice che bagna di lacrime i piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli ( Lc 7,36-50). Gli uomini di quella città la conoscevano come una donna dai facili costumi e, pur abusando di lei, la ricoprivano di disprezzo. Guardandola esteriormente, chi avrebbe potuto indovinare ciò che si andava agitando in quel cuore trafitto dalla parola di Gesù? La bontà del Maestro, il suo invito alla conversione, le sue parole di misericordia avevano acceso una fiammella di speranza in quell’anima che brancolava nelle tenebre. Ed ecco che improvvisamente cade il sipario e il dramma esistenziale di quella povera creatura diventa palese ed appare in tutto il suo splendore la vittoria della grazia: “ Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di Lui  e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Lc 7, 37-38).

La persona sulla quale i commensali puntano gli occhi è ben diversa da quella che erano soliti vedere e giudicare. E’ una persona radicalmente nuova. Si tratta innanzi tutto una novità interiore, che riguarda il cuore conquistato dalla luce. Ma nel medesimo tempo è anche una novità  esteriore, che stupisce e impone rispetto. Nella confessione si manifestano e si rendono evidenti i miracoli della grazia, che trasformano e rinnovano esistenze abbruttite dal male. Nessuno come il sacerdote confessore può testimoniare ciò che la potenza di Dio può compiere, facendo risorgere delle persone nelle quali la bontà, l’amore e la speranza erano spenti. Nessun uomo può entrare a suo piacimento nel cuore di un altro uomo. Se una persona si è indurita nel male, nessuno potrà cambiarla. Ogni nostra parola, come ogni nostra pressione, sbattono contro un muro impenetrabile. Nella confessione si assiste a questo miracolo esistenziale di cuori che si aprono e di persone che risorgono. La vera dimensione della vita, che è quella intima e che riguarda i rapporti di ogni coscienza con Dio, si rivela in questo straordinario sacramento della misericordia divina.

Non vi è dubbio che i confessori siano testimoni dei più grandi miracoli che accadono sulla terra. Se i confessionali potessero parlare, avremmo una conoscenza ben più vasta e profonda della misericordia di Dio e della miseria umana. I drammi nascosti della vita vengono a galla in quei colloqui a tu per tu, dove un uomo rappresenta Dio stesso. E’ all’Onnipotente che una creatura racconta ciò che non potrebbe mai affidare a un qualunque mortale. E’ nell’umana semplicità di quel sacramento che vengono curate le malattie spirituali più devastanti, che uno psicologo non potrebbe neppure alleviare. Oggi la scienza compie progressi, fino a qualche tempo fa inconcepibili, per quanto riguarda la salute psicofisica dell’uomo.  Tuttavia non potrà mai trovare la medicina che trasformi un uomo cattivo in un uomo buono e che dia la pace e la gioia a chi è nel tormento e nella tristezza.

La confessione compie questo tipo di miracoli, che sono i più grandi in assoluto, perché vanno oltre ogni umana possibilità. Un uomo che cambia vita è un prodigio ben più impressionante della resurrezione di un cadavere. Ma, quello che più conta, si tratta di una esperienza che ognuno può verificare nella propria vita. La conversione è la prova sperimentata dell’amore onnipotente di Dio, che ha a cuore i suoi figli e vuole che si salvino. Nella confessione si realizza questo evento mirabile della creatura che ritorna al suo Creatore, sottraendosi alla dittatura del potere delle tenebre. Quante volte il confessore ha accolto un’anima gemente, oppressa e disperata, e l’ha congedata serena, piena di pace e di speranza. Quale clinica dell’anima potrebbe mai realizzare risultati di questo genere?

Qual è il segreto di questi miracoli esistenziali che accadono ogni giorno sotto i nostri occhi? La causa non è qualcosa che, in ultima istanza, fa riferimento all’uomo e alle sue capacità. Neanche Padre Pio o il Curato d’Ars erano all’origine degli eventi di grazia che accadevano nei loro confessionali. La causa è l’azione misteriosa dello Spirito Santo che tocca i cuori, li apre, li cura e li trasforma. L’autore di queste meraviglie è Cristo stesso, che ha preso sulle sue spalle i peccati di tutti gli uomini e li chiama a sé per liberarli e guarirli.

Proprio nel momento supremo della sua vita, quando sta per consegnare  il suo spirito al Padre, Gesù ci mette davanti agli occhi la resurrezione spirituale che la grazia opera, cambiando radicalmente una persona e il suo stesso destino eterno. Uno dei malfattori appesi alla croce insulta Gesù e muore prigioniero della sua incredulità e durezza di cuore. L’altro, toccato dalla grazia, cambia radicalmente nel suo intimo, proprio sulla frontiera che separa il tempo dall’eternità. Egli si rivolge a Gesù dicendo: “ Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno. E Gesù gli rispose: “ In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23, 42-43). Come spiegare questo cambiamento? I confessori conoscono molto bene queste sorprese della grazia. Non è certo esagerato affermare che in nessun luogo come presso un confessionale avvengano gli eventi più stupefacenti  a cui va incontro una persona. Nella cornice umile e discreta di questo sacramento Dio e l’anima scrivono pagine incancellabili, gelosamente conservate nei libri dell’eternità.

VIA CRUCIS DRAMMATIZZATA

“LA CHIESA E’ INDISTRUTTIBILE” – Puntata 27″

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale sull’umiliazione di Gesù nella Passione

Cari amici, abbiamo accolto l’invito della Madonna di percorrere la via della Croce uniti a Gesù: «In modo speciale, figlioli, pregate uniti a Gesù sulla Sua via Crucis» (25 marzo 2024).

Soffermiamoci a meditare sull’umiliazione di Gesù nella sua Passione. Non parliamo di umiltà ma di umiliazione. Essere umili nel momento in cui siamo umiliati non è facile, ma alla scuola del Maestro possiamo imparare molto. Come Gesù dopo l’umiliazione è stato innalzato con la Resurrezione, così lo saremo anche noi.

Già San Paolo nella sua lettera agli Efesini aveva sottolineato l’umiltà del Figlio di Dio che si è abbassato fino a farsi uomo. Non ancora contento di questo abbassamento si è umiliato fino alla morte in Croce. Perciò Dio lo ha esaltato e il Suo nome è sopra ogni altro.

Vorrei sottolineare l’abbassamento al quale Gesù ha condotto se stesso. Il Verbo di Dio, attraverso la natura umana di Gesù, ha toccato abissi di umiliazione che soltanto la sapienza di Dio potrebbe rivelarci e farci capire. Ci fa stupire e commuovere per tanta umiltà.

Per capire l’umiliazione di Gesù dobbiamo guardare come si è manifestato nei tre anni della Sua vita pubblica. Si è presentato come una persona umile e semplice, Figlio del falegname. Poi, all’esordio della Sua vita pubblica la gente ha incominciato a chiamarlo Maestro, “Rabbi”, perché parlava con una sapienza che stupiva. Ciò che ha attratto e stupito le folle sono alcuni tratti della vita, della figura e della persona di Gesù che superano infinitamente tutti i personaggi della Storia Sacra, da Abramo a Mosè ai profeti. Ha manifestato la Sua grande sapienza – che vediamo anche nei Vangeli – poi la sua grande Santità, la Sua bontà, la Sua compassione, la Sua fedeltà al Padre e il Suo amore per il prossimo.

Questi abissi di Santità li hanno visti soprattutto gli Apostoli, che hanno condiviso con Lui la sua vita terrena e pubblica, giorno e notte. Hanno visto la Sua preghiera, la Sua pazienza e tutte quelle virtù che noi uomini raramente riusciamo a rappresentare. La Sua sapienza è quella che si è manifestata per prima, poi la Sua umiltà e successivamente la Sua potenza di miracolo nello scacciare i demoni, i miracoli sulla natura e i miracoli di guarigione. Tutto questo era una serie di elementi che hanno portato gli Apostoli ad avere fede in Lui come Figlio di Dio. È noto il momento in cui Gesù interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Il profeta, Giovanni il Battista redivivo». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose a nome di tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Questa è la statura di Gesù che appariva ai suoi intimi. Ma si presentava così anche alla folla che, comunque, si rendeva conto che nessun personaggio dell’Antico Testamento si è mai manifestato in questo modo. Tanto che lo paragonavano al più grande tra i profeti come Elia e come i grandissimi della Storia Sacra.

Quello che colpisce è come la classe dirigente del tempo – i sommi sacerdoti – non credendo in Lui, l’ha ritenuto un bestemmiatore perché indicava se stesso come Figlio di Dio. Anche la folla aizzata da loro ha incominciato ad aggredire Gesù volendolo lapidare. Allora Egli chiese «Per quale motivo mi volete lapidare? Forse per i miracoli che compio?» e la folla rispose: «Non per i miracoli che compi ma perché essendo uomo ti sei fatto Figlio di Dio». Il capovolgimento della Passione che stupisce è proprio che un personaggio così straordinario, anche agli occhi dell’opinione pubblica, improvvisamente venga trattato come un delinquente. Questo lo vediamo nella Passione, dove l’hanno voluto umiliare in tutti i modi, hanno voluto distruggerlo come figura, hanno voluto cancellare dalla Terra il ricordo di questo personaggio.

Lo vediamo in tanti passi della Passione, prima di tutto, quando lo vanno a prendere nel Getsemani, con spade e bastoni, legandolo come si fa con un delinquente. Gesù dice chiaramente che ha sempre insegnato liberamente nel tempio e ora lo vanno a prendere di notte come se fosse un ladro.

Subito dopo, vi è un’altra umiliazione pubblica di un “processo farsa”. Chiamano i testimoni, litigano fra di loro e non c’è nessuna testimonianza che regga. Allora, lo provocano chiedendo se fosse il Figlio del Benedetto, come Gesù si era manifestato attribuendo a se stesso l’espressione “Prima che Abramo fosse, Io Sono”. Dopo questa affermazione hanno subito iniziato a picchiarlo, hanno stracciato le vesti e lo hanno condannato a morte. Un processo rapido, una caricatura tipica di chi si crede al posto di Dio.

Proseguendo con la Passione, la Sua umiliazione ha toccato aspetti incredibili. Pilato volendolo liberare – perché non riscontrava in Lui quelle accuse che erano state portate – pensa di chiudere il processo facendolo flagellare. È qualcosa di terribile nel quale Gesù è stato ridotto ad un verme. Dopo la flagellazione è stato preso in giro dalla soldataglia, che ne ha fatto una caricatura di burla. Gli hanno messo una corona di spine in testa, indicando la regalità, e una canna in mano, come fosse uno scettro. Per proseguire con bestemmie e prese in giro, con una brutalità che – visto il personaggio che aveva fatto soltanto del bene – ha qualcosa di assoluto, di diabolico, di terribile.

Quando viene portato da Pilato davanti alla folla, deve subire questa umiliazione di entrare in ballottaggio con Barabba e vedere preferito un delinquente a Gesù stesso. Ma non è ancora finita, perché con la morte in Croce – insieme a coloro che avevano commesso i delitti più gravi – venne rappresentato come più di un delinquente, come uno che non è degno di stare al mondo. È stato Crocifisso con i chiodi e per essere sicuri che fosse morto, venne trafitto con la lancia.

Le pie donne hanno tirato giù dalla Croce una persona santa e buona come mai è esistita qui sulla Terra, sulla quale si è riversato tutto l’odio dell’inferno e del mondo.

Di fronte a questa umiliazione, che si è protratta durante tutto il tempo della Passione, Gesù non ha aperto bocca. Ha taciuto durante la flagellazione, durante la messa in scena dei soldati che lo schernivano, durante il referendum tra Lui e Barabba, mentre portava la Croce al Calvario – salvo quelle parole che ha detto alle pie donne – e sulla Croce ha taciuto se non per dire quelle parole sante e di incoraggiamento al ladrone pentito che stava alla Sua destra. Le ultime parole di perdono le ha dette per concludere la Sua vita “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

L’umiliazione più grande nel silenzio più totale. Tutto questo lo ha fatto per espiare la superbia con la quale abbiamo messo noi stessi al posto di Dio. La superbia della ribellione dei progenitori, degli uomini di tutti i tempi che indicano se stessi al posto di Dio, quella superbia che è il veleno del diavolo e che soltanto l’umiliazione e l’umiltà di Cristo ci può guarire.

Se vogliamo sapere se siamo umili dobbiamo saper tacere quando siamo umiliati, come ha fatto Gesù. Solo in questo modo sappiamo che stiamo entrando nella via dell’umiltà. Chiediamo a Gesù di farci questo grandissimo dono dell’umiltà, che è il terreno dove crescono tutte le virtù. Le virtù che non crescono sul terreno dell’umiltà vengono utilizzate per innalzare se stessi.

Chiediamo la grazia dell’umiltà attraverso la quale ci pentiamo dei peccati, ci professiamo peccatori, riceviamo il perdono di Dio e la grazia della vita eterna.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

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