"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Papa Francesco a Matera: «Oserei oggi chiedere per l’Italia più nascite, più figli»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera , 25 Settembre 2022

Francesco chiude il Congresso eucaristico della Chiesa Italiana: «Se alziamo muri contro i fratelli, ne resteremo imprigionati. Le ingiustizie, le disparità, le risorse distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti e l’indifferenza verso il grido dei poveri non possono lasciarci indifferenti». Il cardinale Zuppi: «Ricostruire la comunità lacerata»

MATERA «Il nostro futuro eterno dipende da questa vita presente: se scaviamo adesso un abisso con i fratelli, ci scaviamo la fossa per il dopo; se alziamo adesso dei muri contro i fratelli, restiamo imprigionati nella solitudine e nella morte anche dopo». Francesco celebra la Messa a conclusione del 27° Congresso eucaristico nazionale, accanto a lui il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, nello stadio comunale di Matera ci sono dodicimila fedeli. Nella lettura del Vangelo si è appena letta la parabola di Lazzaro e del ricco, «da una parte un ricco vestito di porpora e di bisso, che sfoggia la sua opulenza e banchetta lautamente; dall’altra parte, un povero, coperto di piaghe, che giace sulla porta sperando che da quella mensa cada qualche mollica di cui sfamarsi».

 Francesco spiega: «È la religione dell’avere e dell’apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote. A questo ricco del Vangelo, infatti, non è rimasto neanche il nome. Non è più nessuno. Al contrario, il povero ha un nome, Lazzaro, che significa “Dio aiuta”». Il Papa è arrivato in Basilicata di buon’ora, già ieri aveva fatto avanti e indietro in giornata per chiudere ad Assisi la terza edizione di «Economy of Francesco». Già sabato aveva parlato dell’inverno demografico e alla fine della celebrazione e dell’Angelus, nel ringraziare il cardinale Zuppi e la Chiesa italiana, il Papa sillaba: «Io oserei oggi chiedere per l’Italia più nascite, più figli».

La sua voce è stanca, ma il tono è fermo mentre nell’omelia riprende i temi che aveva dispiegato sabato nella città del santo di cui ha scelto il nome: «Fratelli e sorelle, è doloroso vedere che questa parabola è ancora storia dei nostri giorni: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono lasciarci indiffe renti».

Il Papa richiama all’essenziale, al Vangelo che Pier Paolo Pasolini ambientò in modo esemplare proprio tra i Sassi, nel paesaggio scabro della città. Così ricorda «la sfida permanente che l’Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non sé stessi. Mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io». È questa la «profezia di un mondo nuovo: la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: dall’indifferenza alla compassione, dallo spreco alla condivisione, dall’egoismo all’amore, dall’individualismo alla fraternità».

Alla fine, Francesco alza lo sguardo e aggiunge: «Pensiamo oggi, sul serio, al ricco e a Lazzaro. Succede ogni giorno questo. Succede in noi e fra noi, nella comunità. E tante volte, anche, vergogniamoci». Prima di tornare a Roma, ha fatto visita alla mensa dei poveri con il vescovo di Matera, Giuseppe Caiazzo.

Anche il cardinale Zuppi, al termine della celebrazione, dice nel salutare il Papa: «La guerra brucia i campi di grano, toglie il pane e fa morire di fame, trasforma i fratelli in nemici. Quelli che hanno la tavola imbandita e mandano a fare la guerra i poveri», aggiunge, mentre il pontefice annuisce. Zuppi invita i fedeli a «tornare all’Eucaristia, al gusto del pane», e considera: «Il gusto del pane significa amabilità, empatia, passione di ricostruire la comunità lacerata, difesa della casa comune, gioia, voglia di relazione con tutti».

 Alle sofferenze del presente torna Francesco dopo aver recitato l’Angelus da Matera, finita la Messa: «Invochiamo l’intercessione materna di Maria per i bisogni più urgenti del mondo. Penso, in particolare, al Myanmar. Da più di due anni quel nobile Paese è martoriato da gravi scontri armati e violenze, che hanno causato tante vittime e sfollati. Questa settimana mi è giunto il grido di dolore per la morte di bambini in una scuola bombardataSi vede che è una moda, bombardare le scuole oggi», aggiunge amaro: «Che il grido di questi piccoli non resti inascoltato! Queste tragedie non devono avvenire!».

Il Papa ricorda ancora la guerra in Ucraina: «Maria conforti il popolo ucraino e ottenga ai capi delle nazioni la forza di volontà per trovare subito iniziative efficaci che conducano alla fine della guerra». E fa proprio l’appello dei vescovio del Camerun «per la liberazione di otto persone sequestrate nella Diocesi di Mamfe, tra cui cinque sacerdoti e una religiosa». Proprio oggi, tra l’altro, la Chiesa celebra la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, ricorda Francesco: «Rinnoviamo l’impegno per edificare il futuro secondo il disegno di Dio: un futuro in cui ogni persona trovi il suo posto e sia rispettata; in cui i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta possano vivere in pace e con dignità. Perché il Regno di Dio si realizza con loro, senza esclusi». Così conclude: «È anche grazie a questi fratelli e sorelle che le comunità possono crescere a livello sociale, economico, culturale e spirituale; e la condivisione di diverse tradizioni arricchisce il Popolo di Dio. Impegniamoci tutti a costruire un futuro più inclusivo e fraterno».

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«Preparatevi al 2023: altre armi dall’Occidente dopo i referendum e sarà guerra mondiale»

diPaolo Valentino- Corriere della Sera – 24 Novembre 2022

Dmitrij Suslov, politologo vicino al Cremlino: «Stiamo perdendo per inferiorità numerica, ma useremo le atomiche solo per deterrenza. Voto in Italia? Salvini e Berlusconi sono colombe»

Quando Putin dichiara di essere pronto a «usare tutti i mezzi militari a disposizione» e che «non è un bluff», allude anche all’impiego di armi nucleari tattiche?
«Non come arma di prima istanza, né nel breve periodo. Da parte russa l’impiego delle bombe atomiche tattiche rimane un’arma di deterrenza. Il riferimento di Putin è uno strumento retorico per forzare l’Occidente a non aumentare anzi a ridurre l’aiuto militare a Kiev e per dissuaderlo dall’entrare direttamente in guerra, per esempio spiegando truppe nelle regioni occidentali dell’Ucraina o altrove, specialmente quando l’aumento delle forze russe costringerà le forze ucraine a ritirarsi».

Dmitrij Suslov dirige il Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia, uno dei più importanti istituti russi dove viene pensata la politica estera del Cremlino.

Perché Putin ha ordinato ora la mobilitazione parziale? Non è un’ammissione di fallimento?
«I tempi sono dettati dal successo dell’offensiva delle forze ucraine soprattutto nella regione di Charkiv e a Donetsk, dove ha complicato i piani militari russi nel Donbass. La conclusione ovvia è che la Russia non può più tenere questi territori, tantomeno continuare ad avanzare con una forza militare minoritaria. Mosca non può vincere questa guerra con un corpo di spedizione numericamente inferiore all’avversario: nella regione di Charkiv, parliamo di un rapporto di 1 a 8 a favore degli ucraini e questo ne spiega il successo. La scarsezza di personale è stata la principale debolezza russa in questa campagna e ora è chiaro che rischiamo di non poter più tenere neppure i territori rimanenti, a meno di una escalation della nostra presenza militare. La mobilitazione, sia pure parziale, è un atto obbligato, Putin l’ha evitata per lungo tempo nonostante le pressioni dei comandi militari. Ora non era più possibile».

Ma perché accompagnarla con i referendum per l’annessione dei territori di Donetsk, Lugansk, Zaporizia e Kherson?
«Per due ragioni. Primo per giustificare la mobilitazione: le persone saranno molto più motivate se sanno di combattere una guerra difensiva invece che aggressiva. Non è più un’operazione militare speciale in Ucraina, in territorio straniero, ma una guerra patriottica per difendere e proteggere la madrepatria, la sua indipendenza e integrità territoriale. La seconda ragione è il tentativo di forzare l’Occidente collettivo al tavolo negoziale. Infatti, Putin e il gruppo dirigente hanno adottato una persistente retorica che indica gli USA e la Nato parte in causa del conflitto. L’esempio più recente è stato l’intervento di Sergeij Lavrov al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La posizione ufficiale è che la Russia considera Stati Uniti e Nato avversari in questa guerra e viene ripetuta di continuo. Dopo i referendum, significherà che l’Occidente è l’aggressore contro i confini russi, cambiando la natura dello scontro. Il rischio di una Terza Guerra Mondiale aumenterà in modo potenziale. Una volta annessi i quattro territori, ogni missile occidentale che li colpisce verrà considerato una dichiarazione di guerra, con tutte le conseguenze che questo comporta. E mi chiedo se l’Occidente accetterà il rischio di un conflitto mondiale, continuando l’attuale massiccia fornitura di armi a Kiev, ovvero se accetterà di ridimensionarla».

La mobilitazione non è dall’opinione pubblica russa. In questi giorni assistiamo a proteste a Mosca e altrove.
«Non c’è protesta diffusa, nulla che sia neppure lontanamente paragonabile a quelle del 2012 su Piazza Balotnaya. I numeri sono bassissimi, massimo a doppia cifra. La vera protesta è quella di chi se ne va, perché non vuole andare sotto le armi. E qui parliamo di diverse migliaia di persone. Ma questo non è una minaccia per il sistema. Certo, non c’è dubbio che il popolo vorrebbe continuare una vita normale».

Ci sono ancora spazi di negoziato? Cosa vuole Putin?
«Putin è pronto ad accettare negoziati anche domani, alle condizioni della Russia. Ma io credo che gli scenari possibili siano due. Il primo è che andiamo a una trattativa con gli USA e la Nato, ma senza l’Ucraina, subito dopo l’annuncio di Mosca che i quattro territori sono russi. Il secondo è molto peggiore. La Russia continua la mobilitazione, che non cambierà la situazione sul terreno in una notte. Ci vorranno tre o quattro mesi perché le nuove truppe siano pienamente operative al fronte. Verosimilmente, alla fine di quest’anno o all’’inizio del prossimo la Russia lancerà la sua controffensiva. A quel punto tutto dipenderà dalla disponibilità dell’Occidente a negoziare, dallo stato di esaustione delle parti, da come l’Ucraina sopravviverà nei prossimi mesi con un’infrastruttura economica e civile distrutta, da come l’Europa sopravviverà all’inverno, dall’effetto cumulativo delle sanzioni sulla Russia. Solo allora potremo valutare la situazione».

Cosa si aspetta il Cremlino dalle elezioni italiane di domenica?
«È abbastanza chiaro che la coalizione di centro-destra vincerà. Ma non ci aspettiamo che l’Italia cambi immediatamente la sua posizione attuale sull’Ucraina, le armi e le sanzioni. C’è un “deep State” anche in Italia, una burocrazia della politica estera che lo impedirà. Neppure Trump riuscì a cambiare la politica estera americana. Vedremo l’accordo di governo. Meloni sembra più “falco” verso Mosca, Salvini e Berlusconi sono più “colombe”. Penso che i cambi eventuali saranno nei dettagli, ma non nei fondamentali».

Lei ha sempre sostenuto che la Russia non è isolata nel mondo. Ma nelle ultime settimane, anche alleati tradizionali come la Cina e l’India hanno apertamente criticato la guerra e bacchettato Putin. Qualcosa sta cambiando.
«Non è isolamento. C’è una pressione politica di Cina e India affinché la Russia metta fine alla guerra, ma non al prezzo della sua sconfitta. Xi Jinping lo vuole perché più a lungo la guerra continua, più grande sarà la pressione americana sulla Cina. Allo stesso tempo né Cina né India hanno alcun interesse in una sconfitta russa, che per loro sarebbe un disastro politico. Credo invece che lo stato attuale dei rapporti sino-russi sia una prova di sostenibilità e stabilità: a dispetto del fatto che la Cina non voleva questa guerra e la vorrebbe chiusa presto, le relazioni crescono e sono intense sul piano economico, politico e strategico»

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Papa Francesco a “Economy of Francesco”: “Superare anche la crisi della famiglia”

Incontrando i giovani di Economy of Francesco, Papa Francesco chiede una economia sostenibile e profetica, che ascolti il grido della terra. Ma che superi anche la crisi della famiglia, andando oltre l’insostenibilità delle relazioni

Di Andrea Gagliarducci

CITTÀ DEL VATICANO , 24 settembre, 2022 / 11:30 AM (ACI Stampa).- 

A tre anni dalla sua convocazione, Papa Francesco incontra finalmente i giovani di Economy of Francesco, e dà loro il mandato di una economia profetica, sostenibile, innovativa, che ascolti il grido della terra e che affronti le insostenibilità economiche, sociali e relazionali del mondo. Denuncia Papa Francesco: “La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita”. Un vuoto che non si può superare con il consumismo, che crea invece “una carestia della felicità” e fa l’esempio dell’inverno demografico in cui “i Paesi stanno morendo gradualmente perché non fanno figli”. Ma si deve riprendere “la creatività”.

Il Papa nota che “il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate – le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! –, ma così genera una carestia di felicità”.

E cita l’inverno demografico, ma anche “la schiavitù della donna che non può essere madre perché appena resta incinta la buttano fuori dal lavoro“.

Papa Francesco infine denuncia una “insostenibilità spirituale” che c’è nel capitalismo. Per il Papa, “il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia”. Ma il nostro mondo “sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare. E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso: spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti”.

giovani sono fragili perché hanno “carenza di capitale spirituale”, che è un “capitale invisibile ma più reale dei capitali finanziari e tecnologici”. Sì, afferma il Papa, “la tecnica può fare molto”, perché dice cosa e come fare, ma non dice “il perché”, e così “le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, e nemmeno la vita economica”.

Papa Francesco chiede di “impegnarsi a mettere al centro ai poveri”, perché “senza la stima, la cura, l’amore per i poveri, per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, dal concepito nel grembo materno alla persona malata e con disabilità, all’anziano in difficoltà, non c’è ‘Economia di Francesco’.”

Il Papa dice che “un’economia di Francesco non può limitarsi a lavorare per o con i poveri”, perché “sino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide”.

Per Papa Francesco, più che quello che riusciamo a fare, la risposta sta “nell’aprire cammini nuovi perché gli stessi poveri possano diventare protagonisti del cambiamento”. Il Papa nota che “la prima economia di mercato è nata nel Duecento a contatto quotidiano con i frati francescani, che erano amici di quei primi mercanti”, facendo una economia che “creava ricchezza, ma non disprezzava la povertà”, mentre il capitalismo di oggi vuole “aiutare i poveri, ma non li stima”.

Sottolinea Papa Francesco: “Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo combatterla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno. Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si combatte nessuna miseria”.

Il Papa invita allora ad abitare i paradossi evangelici, lasciando tre indicazioni: guardare il mondo con gli occhi dei più poveri, “dalla prospettiva delle vittime e degli scartati”; non dimenticarsi dei lavoratori, perché “senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene”; e la “incarnazione”, perché “nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Oltre a scrivere e fare congressi, questi uomini e donne hanno dato vita a scuole e università, a banche, a sindacati, a cooperative, a istituzioni”.

Conclude l Papa: “Il mondo dell’economia lo cambierete se insieme al cuore e alla testa userete anche le mani. Le idee sono necessarie, ci attraggono molto soprattutto da giovani, ma possono trasformarsi in trappole se non diventano ‘carne’, cioè concretezza, impegno quotidiano”.

Papa Francesco sa che le opere sono “meno luminose” delle grandi idee”, ma sottolinea ancora una volta che “la realtà è superiore all’idea”.

E conclude con una preghiera, prima di firmare la dichiarazione finale di Economy of Francesco, che chiede una “economia di pace e non di guerra”, la non proliferazione delle armi, ma anche un lavoro degno per tutti e dove la finanza “è amica e alleata dell’economia”.

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Francesco: restiamo al fianco degli ucraini, popolo nobile e martire

Al termine dell’udienza generale, il Papa parla ancora del conflitto nell’est Europa e del dolore che sta vivendo la gente duramente provata dalla guerra. E racconta delle “mostruosità” del conflitto che gli ha descritto al telefono il cardinale Krajewski, nei giorni scorsi in missione in Ucraina per portare aiuti e per manifestare la vicinanza della Chiesa

Tiziana Campisi – Città del Vaticano 21 Settembre 2022

Uniamoci a questo popolo così nobile e martire.

Va ancora all’Ucraina e alla sua gente il pensiero del Papa al termine dell’udienza generale. Con dolore Francesco richiama nuovamente l’attenzione sulla “terribile situazione” della martoriata nazione prima di congedarsi dai fedeli riuniti in piazza San Pietro. E racconta della missione del suo elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski, che ha inviato per la quarta volta nel Paese per far sentire la sua vicinanza alla gente duramente provata dal conflitto con la Russia. Il porporato ha anche sperimentato sulla sua pelle, sabato scorso, il pericolo, rischiando la propria vita perché il suo pulmino di viveri e rosari del Papa, nei pressi di Zaporizhia, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco, ma non ci sono state gravi conseguenze e gli aiuti sono arrivati a destinazione.

Ieri mi ha telefonato, lui sta spendendo tempo lì, aiutando nella zona di Odessa, dando tanta vicinanza.

Francesco riferisce i dettagli della sua conversazione con il cardinale Krajewski, che gli ha descritto quanto sta vedendo in questi giorni.

Mi ha raccontato il dolore di questo popolo, le azioni selvagge, le mostruosità, i cadaveri torturati che trovano.

È a Izyum che il Papa allude, la località in cui sono stati ritrovati i resti di circa 500 persone e dove il cardinale Krajewski ha assistito al rinvenimento di diverse salme di ucraini martoriati ed è rimasto colpito da “tanto orrore”. “Una cosa difficile da raccontare, da spiegare” ha detto l’elemosiniere papale. Il porporato sta proseguendo la sua missione in Ucraina, per portare la carezza del Papa alla gente provata da morte e distruzione, e conta di portare ancora aiuti nella capitale Kiev.

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La Chiesa celebra la Madonna Addolorata

Benedetto XVI: sul Calvario, Maria sta davanti a noi come segno di speranza e consolazione

Alcune riflessioni di Benedetto XVI sulla Madonna Addolorata ( Radio Vaticana,  9 Settembre 2009)

Ai piedi della Croce, accanto a Gesù morente, Maria unisce il suo dolore a quello del Figlio e ci mostra che l’amore di Dio è più forte della morte. Il suo, sottolinea Benedetto XVI, è “un dolore pieno di fede e di amore”:


“La Vergine sul Calvario partecipa alla potenza salvifica del dolore di Cristo, congiungendo il suo ‘fiat’, il suo ‘sì’, a quello del Figlio”. (Angelus 17 settembre 2006) .


Di fronte alla sofferenza del Figlio, Maria si affida a Dio. Sa che sulla Croce, Cristo ha versato tutto il suo sangue per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato:


“La Vergine Maria, che credette alla Parola del Signore, non perse la sua fede in Dio quando vide il suo Figlio respinto, oltraggiato e messo in croce. Rimase piuttosto accanto a Gesù, soffrendo e pregando, fino alla fine. E vide l’alba radiosa della sua Risurrezione”. (Angelus 13 settembre 2009).


Maria, osserva il Pontefice, ci insegna che “più l’uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini”. Il fatto che Maria, nell’ora della Croce, sia “totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini”:


“Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa”. (Santa Messa, 8 dicembre 2005)


È in lei, prosegue il Santo Padre, che “Dio imprime la propria immagine, l’immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa”:


“Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l’immagine dell’Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l’amore, è una vera immagine dell’Immacolata. Il suo cuore, mediante l’essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza”. (Santa Messa, 8 dicembre 2005).


Benedetto XVI ci invita a contemplare Maria, ai piedi della Croce, “associata intimamente alla missione di Cristo e compartecipe dell’opera della salvezza con il suo dolore di Madre”:


“Sul Calvario Gesù L’ha donata a noi come madre e ci ha affidati a Lei come figli. Vi ottenga la Vergine Addolorata il dono di seguire il suo divin Figlio crocifisso e di abbracciare con serenità le difficoltà e le prove dell’esistenza quotidiana”. (Discorso alle monache clarisse, 15 settembre 2007

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ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Cari amici,

prepariamoci  con  la  preghiera  davanti al Crocifisso alla festa  di domani,  ringraziando Gesù che ha espiato sulla Croce  i nostri peccati  perché  avessimo la  vita eterna. Preghiamo  per  tutti quelli che  hanno  rifiutato la  fede e la Croce, perché si  convertano e tornino a  vivere.

Vostro Padre  Livio

BENEDETTO XVI Omelia del 14 Settembre 2008 a Lourdes

“Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro! (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020). In questo giorno in cui la liturgia della Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della santa Croce, il Vangelo che avete appena inteso ci ricorda il significato di questo grande mistero: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché gli uomini siano salvati (cfr Gv 3,16).

 Il Figlio di Dio s’è reso vulnerabile, prendendo la condizione di servo, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). E’ per la sua Croce che siamo salvati. Lo strumento di supplizio che, il Venerdì Santo, aveva manifestato il giudizio di Dio sul mondo, è divenuto sorgente di vita, di perdono, di misericordia, segno di riconciliazione e di pace. “Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!” diceva sant’Agostino (Tract. in Johan.,XII,11).

Sollevando gli occhi verso il Crocifisso, adoriamo Colui che è venuto per prendere su di sé il peccato del mondo e donarci la vita eterna. E la Chiesa ci invita ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini, per tutti gli uomini. Essa ci invita a rendere grazie a Dio, perché da un albero che aveva portato la morte è scaturita nuovamente la vita.

È su questo legno che Gesù ci rivela la sua sovrana maestà, ci rivela che Egli è esaltato nella gloria. Sì, “Venite, adoriamolo!”. In mezzo a noi si trova Colui che ci ha amati fino a donare la sua vita per noi, Colui che invita ogni essere umano ad avvicinarsi a Lui con fiducia. […] La Chiesa ha ricevuto la missione di mostrare a tutti questo viso di un Dio che ama, manifestato in Gesù Cristo.

 Sapremo noi comprendere che nel Crocifisso del Golgota è la nostra dignità di figli di Dio, offuscata dal peccato, che ci è resa? Volgiamo i nostri sguardi verso il Cristo. È Lui che ci renderà liberi per amare come Egli ci ama e per costruire un mondo riconciliato.

Perché, su questa Croce, Gesù ha preso su di sé il peso di tutte le sofferenze e le ingiustizie della nostra umanità. Egli ha portato le umiliazioni e le discriminazioni, le torture subite in tante regioni del mondo da innumerevoli nostri fratelli e nostre sorelle per amore di Cristo. Noi li affidiamo a Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, presente ai piedi della Croce

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Domenica, 12 settembre 2010

Cari fratelli e sorelle!

Nel Vangelo dell’odierna domenica – il capitolo 15° di san Luca – Gesù narra le tre “parabole della misericordia”. Quando Egli “parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare” (Enc. Deus caritas est, 12).

Infatti, il pastore che ritrova la pecora perduta è il Signore stesso che prende su di sé, con la Croce, l’umanità peccatrice per redimerla. Il figlio prodigo, poi, nella terza parabola, è un giovane che, ottenuta dal padre l’eredità, “partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto” (Lc 15,13). Ridotto in miseria, fu costretto a lavorare come uno schiavo, accettando persino di sfamarsi con cibo destinato agli animali.

“Allora – dice il Vangelo – ritornò in sé” (Lc 15,17).“Le parole che si prepara per il ritorno ci permettono di conoscere la portata del pellegrinaggio interiore che egli ora compie … ritorna «a casa», a se stesso e al padre” (Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Milano 2007, pp. 242-243). “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,18-19).

Sant’Agostino scrive: “È il Verbo stesso che ti grida di tornare; il luogo della quiete imperturbabile è dove l’amore non conosce abbandoni” (Conf., IV, 11). “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (Lc 15,20) e, pieno di gioia, fece preparare una festa.

Cari amici, come non aprire il nostro cuore alla certezza che, pur essendo peccatori, siamo amati da Dio? Egli non si stanca mai di venirci incontro, percorre sempre per primo la strada che ci separa da Lui. Il libro dell’Esodo ci mostra come Mosè, con fiduciosa e audace supplica, riuscì, per così dire, a spostare Dio dal trono del giudizio al trono della misericordia (cfr 32,7-11.13-14).

Il pentimento è la misura della fede e grazie ad esso si ritorna alla Verità. Scrive l’apostolo Paolo: “Mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede” (1 Tm 1,13). Ritornando alla parabola del figlio che ritorna “a casa”, notiamo che quando compare il figlio maggiore indignato per l’accoglienza festosa riservata al fratello, è sempre il padre che gli va incontro ed esce a supplicarlo: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31). Solo la fede può trasformare l’egoismo in gioia e riannodare giusti rapporti con il prossimo e con Dio. “Bisognava far festa e rallegrarsi – dice il padre – perché questo tuo fratello … era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32).

Cari fratelli, giovedì prossimo mi recherò nel Regno Unito, dove proclamerò beato il Cardinale John Henry Newman. Chiedo a tutti di accompagnarmi con la preghiera in questo viaggio apostolico. Alla Vergine Maria, il cui Nome santissimo è oggi celebrato nella Chiesa, affidiamo il nostro cammino di conversione a Dio.

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FRANCESCO : preghiamo Maria perché preservi il mondo dalla guerra atomiche

Nel discorso ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, il Papa ricorda l’invocazione che San Giovanni Paolo II rivolse alla Vergine perché il pianeta non aveva conosciuto l’orrore del conflitto nucleare. Quella di oggi, ha detto, è una terza guerra mondiale “totale

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

“È necessario mobilitare tutte le conoscenze basate sulla scienza e sull’esperienza per superare la miseria, la povertà, le nuove schiavitù, e per evitare le guerre. Rifiutando alcune ricerche, inevitabilmente destinate, in circostanze storiche concrete, a fini di morte, gli scienziati di tutto il mondo possono unirsi in una comune disponibilità a disarmare la scienza e formare una forza per la pace”. È quanto sottolinea il Papa incontrando i partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze incentrata sul tema “Scienza di base per lo sviluppo umano, la pace e la salute planetaria”. Ai membri di questo organismo Francesco chiede in particolare di promuovere, in questo momento della storia, la conoscenza che ha come obiettivo quello di costruire la pace.

Dopo le due tragiche guerre mondiali, sembrava che il mondo avesse imparato a incamminarsi progressivamente verso il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e delle varie forme di cooperazione. Ma purtroppo la storia mostra segni di regressione. Non solo si intensificano conflitti anacronistici, ma riemergono nazionalismi chiusi, esasperati e aggressivi (cfr Enc. Fratelli tutti, 11), e anche nuove guerre di dominio, che colpiscono civili, anziani, bambini e malati, e provocano distruzione ovunque.

Prehiamo Maria per la pace

Nuove inquietanti ombre, che sembravano destinate a dissolversi, avvolgono oggi il mondo. Il Pontefice, riferendosi a questo cupo scenario, indica la luce della preghiera.

I numerosi conflitti armati in corso preoccupano seriamente. Ho detto che era una terza guerra mondiale “a pezzi”. Oggi forse possiamo dire “totale”, e i rischi per le persone e per il pianeta sono sempre maggiori. San Giovanni Paolo II ringraziò Dio perché, per intercessione di Maria, il mondo era stato preservato dalla guerra atomica. Purtroppo dobbiamo continuare a pregare per questo pericolo, che già da tempo avrebbe dovuto essere scongiurato.

Chiamati ad essere testimoni di libertà e giustizia

Le parole del Papa sono anche una supplica, una esortazione ad ascoltare il grido di dolore della terra e di quanti sono vittime di ingiustizie.

Nel nome di Dio, che ha creato tutti gli esseri umani per un comune destino di felicità, siamo chiamati oggi a testimoniare la nostra essenza fraterna di libertà, giustizia, dialogo, incontro reciproco, amore e pace, evitando di alimentare odio, risentimento, divisione, violenza e guerra. Nel nome del Dio che ci ha donato il pianeta per salvaguardarlo e svilupparlo, oggi siamo chiamati alla conversione ecologica per salvare la casa comune e la nostra vita insieme a quella delle generazioni future, invece di aumentare le disuguaglianze, lo sfruttamento e la distruzione.

La Chiesa è alleata degli scienziati

Il Papa sottolinea poi che le “conquiste scientifiche di questo secolo devono essere sempre orientate dalle esigenze della fraternità, della giustizia e della pace, contribuendo a risolvere le grandi sfide che l’umanità e il suo habitat si trovano ad affrontare”. Il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi sono “crimini contro l’umanità, che vanno di pari passo con la povertà, si verificano anche nei Paesi sviluppati, nelle nostre città”. “Il corpo umano – spiega il Papa – non può essere mai, né in parte né nella sua interezza, oggetto di commercio!”. Il Pontefice incoraggia gli accademici “a lavorare per la verità, la libertà, il dialogo, la giustizia e la pace: “oggi più che mai la Chiesa cattolica è alleata degli scienziati che seguono questa ispirazione”.

Il compito di custodire il creato

Tra le pieghe del suo discorso Francesco pone anche una domanda che si intreccia con la storia: “perché i Papi, a partire dal 1603, hanno voluto avere un’Accademia delle Scienze?” “La Chiesa – osserva il Pontefice – condivide e promuove la passione per la ricerca scientifica come espressione dell’amore per la verità, per la conoscenza del mondo, del macrocosmo e del microcosmo, della vita nella stupenda sinfonia della sue forme”. Alla base c’è un’attitudine contemplativa. C’è il compito, aggiunge infine Francesco, “di custodire il creato”.

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Cristiani perseguitati:

Principe Carlo di Inghilterra, “evitare che il Cristianesimo scompaia dalle terre della Bibbia”

“Rafforziamo la nostra determinazione per evitare che il cristianesimo scompaia dalle terre della Bibbia”

è l’appello del principe Carlo di Inghilterra nel suo video messaggio di Natale rilanciato da Aiuto alla Chiesa che soffre.

Nel messaggio, il principe ricorda “i barbarici attentati” di Pasqua di quest’anno (21 aprile) che provocarono “260 morti e più di 500 feriti”, e definito “il giorno di maggiori violenze anticristiane dell’era moderna”.

“Tragicamente non si tratta di un fatto isolato” ha rimarcato il principe che riferisce la testimonianza di una religiosa siriana che “con immenso coraggio offre un aiuto cruciale a coloro che fuggono dalla violenza e morte”.

Significativo il dono ricevuto dalla religiosa: la raffigurazione della testa di un Cristo crocifisso, realizzata con il legno bruciato di una Chiesa bombardata di Aleppo”.

Carlo di Inghilterra cita, inoltre, “un rapporto diffuso ad ottobre di Aiuto alla Chiesa che soffre” nel quale emerge che “nell’arco di un decennio fino a due terzi dei cristiani sono fuggiti dalla Siria.

In Iraq le comunità cristiane si sono ridotte fino al 90% in una generazione”. Da qui l’appello a ricordare “le innumerevoli persone che soffrono terribili persecuzioni, costrette a fuggire dalle loro abitazioni, e a rafforzare la nostra determinazione per evitare che il Cristianesimo scompaia dalle terre della Bibbia”.

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Il cardinale Nichols: la fede cristiana, fonte della saggezza e stabilità di Elisabetta II

L’arcivescovo di Westminster ricorda la Regina scomparsa ieri e i suoi 70 anni di regno: “Con lei cambiamenti epocali. Credo che la situazione della Chiesa in questo Paese non sia indebolita dalla morte di Sua Maestà. Re Carlo proseguirà l’eredità della madre”

Christopher Wells – Città del Vaticano

“Gli insegnamenti di Cristo e la mia responsabilità personale dinanzi a Dio costituiscono un quadro dentro il quale cerco di condurre la mia vita”. Il cardinale Vincent Nichols, da dieci anni arcivescovo di Westminster, ricorda queste parole della Regina Elisabetta II, scomparsa ieri a 96 anni; secondo il porporato, sono rappresentative della profonda fede cristiana della sovrana, che per lei è stata “roccia e forza” durante gli oltre settant’anni di regno. “Le doti di saggezza, stabilità, apertura, affabilità che tanto abbiamo apprezzato nella Regina, dobbiamo ricordare quale fonte e ispirazione avevano”, dice Nichols a Vatican News. “Mi auguro che col passare del tempo, mentre rifletteremo con maggiore profondità, emergerà con chiarezza l’importanza la fede cristiana che ha plasmato ogni suo giorno”.

Eminenza, qual è stata la sua reazione quando ha appreso della morte della Regina? 

Il cardinale Roche: immensa tristezza per la morte della Regina

Come molte altre persone, all’inizio sono rimasto un po’ scioccato perché martedì la Regina ha svolto le sue funzioni pubbliche. E invece, due giorni dopo, è morta. Dopo lo shock iniziale, tutti abbiamo provato un crescente senso di perdita, di lutto, di tristezza. Ritengo che sia questo, senza alcun dubbio, l’umore prevalente nel Paese in questi momenti.

Cosa può dirci sull’eredità della Regina come leader cristiana?

Da ieri stanno arrivando messaggi da tutto il mondo, a cominciare da Papa Francesco che ha inviato un telegramma molto elegante al nostro nuovo Re. Poi i leader mondiali, i fratelli vescovi di ogni continente e anche molti giovani che dicono di sentirsi un po’ come se avessero perso una nonna. In tutti questi messaggi non sono pochi quelli che fanno riferimento al fatto che è stata la Regina stessa a dire che la fede cristiana era la roccia e la forza della sua vita. 

Lei è il cardinale arcivescovo di Westminster, nel cuore di Londra. Può dirci qualcosa di più sull’importanza del regno della Regina per i suoi sudditi cattolici e per la Chiesa, in Inghilterra ma anche in tutto il Regno Unito e negli altri Paesi, come pure nel mondo intero?

Il suo regno ha visto tanti cambiamenti nella storia. Quando ero giovane, a noi cattolici era più o meno vietato pregare con gli anglicani. Questo è completamente cambiato, e ciò si è riflesso nella vita della Regina, che ha compiuto una visita formale nella cattedrale di Westminster e ha pregato con noi. Proprio come noi, adesso, pregheremmo con altri cristiani. Penso che sia una lezione largamente compresa… Il cardinale Basil Hume è stato il primo cardinale della diocesi di Westminster a ricevere una lettera da Buckingham Palace che riconosceva il suo titolo ecclesiastico come arcivescovo di Westminster. Inoltre, in questi ultimi vent’anni, per la prima volta nel diritto civile di questo Paese abbiamo il riconoscimento del ruolo del vescovo cattolico nell’amministrazione degli affari della sua diocesi. Dunque, sia a livello comune che a quello strutturale, delle istituzioni, Elisabetta II ha vissuto e guidato cambiamenti rilevanti.

È forse un po’ banale dire che la morte della Regina Elisabetta segna la fine di un’epoca. Dopo 70 anni di regno e di cambiamenti profondi, cosa vede per il futuro? Sia per quello del Paese e degli altri regni da lei guidati, sia per la Chiesa nel Regno Unito nei giorni, nei mesi e negli anni a venire?

Penso che a questo punto tutti possano davvero capire meglio l’importanza della stabilità e dell’apertura che lei ha rappresentato. E lo dico perché i cambiamenti non finiranno. Ma in un certo senso quel che importa è come reagiamo al cambiamento. Forse è questa la cosa più importante. Ritengo che il principe Carlo – ora Re Carlo – abbia ereditato questo da sua madre. So che sarà deciso a continuare a dare una forte testimonianza dell’importanza della fede cristiana. E anche che avrà un suo modo di continuare la tradizione della madre, di appartenere in maniera ferma e chiara alla fede cristiana in un modo che rispecchi, secondo me, il rinnovamento che cerchiamo nelle nostre relazioni e nel nostro servizio alla società. Credo che la situazione della Chiesa in questo Paese non sia indebolita dalla morte di Sua Maestà. Anzi, saranno proprio questi i momenti in cui i cristiani si riuniranno per pregare e persone di altre fedi troveranno una posizione comune con noi nel riconoscere l’importanza della fede in Dio per darci l’orizzonte, le fondamenta e la guida per vivere il mutare dei tempi.

Lei è arcivescovo di Westminster da ormai dieci anni. Ha qualche ricordo personale di Sua Maestà che vorrebbe raccontarci?

Il mio ricordo più caro sarà probabilmente il fatto di essere stato seduto accanto a lei durante una cena privata con un gruppo di una trentina di persone. Ma ero io quello seduto vicino a Sua Maestà, la Regina, nel castello di Windsor. E non è stato molto tempo dopo del suo ultimo viaggio in Australia. La nostra conversazione è stata molto speciale.

Abbiamo parlato di un viaggio, di come era l’Australia – all’epoca ci viveva mio fratello – e dell’importanza della sua fede. E poi c’è stato un bel momento in cui sono arrivati tutti i corvi e lei, con molta discrezione, ha dato loro qualche biscottino, dopodiché loro si sono messi a saltare e sono corsi fuori dalla stanza e si è conclusa la cena. Ci siamo alzati tutti. È stata una bella occasione che non dimenticherò mai. È stata piena della sua pazienza, del suo calore e della sua grande capacità di entrare in contatto con chiunque incontrasse.

C’è ancora qualcosa che vorrebbe aggiunge?

Vorrei ringraziare Papa Francesco per il suo gentile messaggio al nostro nuovo sovrano e assicurare a lui la stima, l’affetto e la preghiera dei cattolici di questo Paese e anche di molte altre persone

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