"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Papa Leone XIV: amare i fratelli partendo dalla nostra relazione con Dio

L’Angelus di oggi in piazza San Pietro. E ricorda lo Yemen, l’attentato terroristico contro i fedeli della chiesa ortodossa di Saint George nel villaggio di Hammoud e l’incontro di Assisi del 27 per la pac 

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano , domenica, 25. ottobre, 2026 12:20 (ACI Stampa).

Partendo dalla domanda di oggi del Vangelo, «Nella Legge, qual è il grande comandamento?», il pontefice nelle parole prima della recita dell’Angelus della domenica,  incentra la sua meditazione sul tema dell’amore. I fedeli in piazza lo attendono, attendono queste parole di speranza pronunciate dal Vicario di Cristo sulla terra, dal loro pontefice.

E, al centro dell’amore, papa Leone XIV pone il nostro rapporto con Dio: qui è da trovarsi la dimensione dell’amore: “Non basta, infatti, sapere che Dio esista, che sia l’unico, o che sia l’Onnipotente; il Signore cerca da noi una relazione personale: l’unico vero Dio vuole diventare il nostro Dio. Nell’incontro con Lui, il comandamento dell’amore non è un obbligo, né una imposizione”. 

E da ciò, poi passa al termine di “amore autentico”: “Quando è risposta al suo amore che sempre ci precede. Da qui il bisogno di una totalità che coinvolga l’intera persona: cuore, anima, mente”.

Cuore, anima e mente che devono essere impegnati nella “relazione con Dio” così da diventare noi capaci di guardare noi stessi “e il prossimo con lo stesso sguardo di Cristo, secondo la sua prospettiva. In questo modo, l’egoismo è vinto e anche l’amore per sé stessi si fa carità: la nostra esistenza si volge verso l’altro e diventa dono per chi ci sta accanto”.

Cita, alla fine, Santa Teresa di Gesù Bambino: “Solo l’amore – scriveva – spinge all’azione le membra della Chiesa; spento questo amore, essa non annuncerebbe più il Vangelo”. Il tema segue alla Chiesa, in questo caso. Senza il Vangelo – sottolinea il pontefice – “la nostra fede verrebbe privata del suo contenuto, le nostre buone opere si ridurrebbero a moralismo, la nostra speranza sarebbe vana”. E aggiunge: “Non possiamo amare veramente Dio senza che questo amore straripi nell’amore verso i fratelli e le sorelle. E non possiamo amare davvero il nostro prossimo se non come figli di uno stesso Padre che ci ha amati per primo nel suo Figlio Gesù”. 

E dopo la recita della preghiera mariana alcune parole riguardo ” la grave situazione umanitaria nello Yemen” e “in particolare nella città di Taiz,dove la popolazione soffre per la mancanza di cibo, acqua e cure mediche”.Rivolge “un accorato appello affinché cessino le ostilitàe venga garantito al popolo yemenita ea tutti i popoli della regione di vivere nella pace”. Poi, ancora: ” Assicuro la mia preghiera per quanti sono rimasti uccisi e feriti venerdì scorso nell’attentato terroristico contro i fedeli della chiesa ortodossa di Saint George a Hammoud in Giordania.  Sono vicino a quella comunità e all’intero paese che si distingue per la pacifica convivenzae il rispetto tra le diverse religioni”.   

Infine: “Continuiamo insieme a pregare per la pace” e ricorda l’appuntamento di dopodomani, 27 ottobre, ad Assisi (il papa in un primo momento doveva recarsi nella città di san Francesco, ma dopo l’operazione  gli è stato consigliato dai medici di non fare viaggi almeno per il momento): “Uniamoci spiritualmente ai capi di chiese e ai leader religiosi che si raduneranno ad Assisi nel quarantesimo anniversario dell’incontro convocato da San Giovanni Paolo II.  Mai come oggi è evidente che le guerre, oltre a seminario morte e distruzione, impoveriscono e danneggiano il mondo. Che il Signore ispira scelte di dialogo e di pace”.   

La saldatura fra il «Movimento 17 ottobre» e gli hacker filorussi di «Noname». Putin: «Accusarci per i disordini segno di debolezza e incapacità dei leader europei»

di Rinaldo Frignani- Corriere della Sera – 25 Ottobre 2026

Le indagini telematiche hanno rilevato un piano coordinato per creare il maggior danno possibile nelle piazze e anche contro obiettivi istituzionali da colpire a livello informatico il 24 ottobre

Una saldatura fra gli affiliati al «Movimento 17 ottobre» e gli hacker filorussi di «Noname», negli anni scorsi e anche di recente protagonisti di attacchi multipli con il sistema ddos di saturazione degli indirizzi web a importanti siti istituzionali italiani. Un piano d’azione che sarebbe dovuto andare in scena proprio il 24 ottobre nelle piazze e sulle pagine internet di mezza Italia per creare il massimo danno possibile.

 Per gli investigatori del comando interforze Intel la minaccia era di livello elevato, visti i 32mila follower del gruppo Instagram della pagina aperta da Youssef Siher, fermato dalla polizia postale e dalla Digos milanesi proprio pochi attimi prima di comunicare i punti di ritrovo in otto città (Bologna, Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma, Padova e Bari) e quindi la piazza da dove iniziare le proteste che per chi indaga puntavano a disordini, violenza, danni ad attività commerciali, banche, proprietà private e istituzioni. 

Putin: «Accuse alla Russia? Incapacità dei leader europei»

Il 23 ottobre, secondo la ricostruzione degli investigatori, gli hacker di «Noname057(16) e del Dark Storm Team, anche loro filorussi, hanno annunciato sui loro profili supporto alle manifestazioni sia in Italia sia in Francia, anche se poi visto come era andata la giornata Telegram ha deciso di bannare i loro canali. Ma ai due gruppi per chi indaga si era unita anche la crew sud-asiatica-bengalese Bd Anonymous, che appoggia la causa pro Pal, e che già a febbraio prima delle Olimpiadi Milano-Cortina e prima ancora nel 2023 ha colpito con sistemi Ddos alcune istituzioni ed enti italiani. Nel loro caso tuttavia a parte messaggi di supporto alla protesta del 24 ottobre non risultano intenzioni offensive nei confronti dell’Italia.

Sulla pista russa interviene invece lo stesso Vladimir Putin a smentire: le accuse per i disordini nei Paesi europei, ha sostenuto in un’intervista alla tv di Stato citata dall’agenzia Tass, «dimostrano la debolezza e l’incapacità di alcuni dei loro leader di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo». 

Gli analisti: gruppi di hacker pronti a riorganizzarsi

A questo punto il sospetto degli analisti che stanno monitorando lo scenario web della protesta a margine di quella neutralizzata dalle forze di sicurezza il 24 ottobre, almeno sul punto degli assalti ai negozi e degli episodi di vandalismo,  è che gruppi di hacker potrebbero riorganizzarsi a breve per colpire soprattutto le forze dell’ordine e la Difesa, ma anche provare a prendere di mira infrastrutture importanti a livello nazionale, come le telecamere di sorveglianza stradale. 

Il «regista» della pagina «Movimento 17 ottobre» accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante del terrorismo: nel pc mappe e appunti sulle piazze

di Pierpaolo Lio -Corriere della Sera –  25 Ottobre 2026

Fermato il 30enne di origine marocchine ideatore della pagina «Movimento 17 ottobre». La moglie indagata a piede libero per gli stessi reati. In base al nuovo decreto sicurezza, tra le contestazioni, la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche.

Youssef Siher, 30 anni, bresciano di origini marocchine

L’ultima — nel senso di più recente — vita di Youssef Siher è stata quella dell’agit prop. Dopo quella di studente, ricercatore, giornalista freelance. E una parentesi di cinque mesi come rider di «Glovo». C’è infatti lui dietro la pagina «Movimento 17 ottobre» che, almeno mediaticamente, s’è fatta portavoce di quella rabbia esplosa nella due giorni milanese di sassaiole e saccheggi che una settimana fa ha segnato il centro di Milano.

Anche se non è possibile avere riscontro sulla sua reale leadership, visto che gli appuntamenti lanciati per ieri nelle piazze di mezza Italia dalla sua piattaforma, nata comunque post disordini, per la massiccia presenza e attività preventiva delle forze dell’ordine, di fatto non si sono mai davvero concretizzati.

 Il suo recentissimo prodotto social gli è valso comunque la visita all’alba di ieri dei poliziotti per una perquisizione: accompagnato in questura per essere interrogato, in serata è stato fermato. Siher è indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. A questo si aggiunge l’accusa prevista nell’articolo 420 bis del nuovo decreto sicurezza, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati.

Trentenne italo-marocchino, per una vita sconosciuto alle forze dell’ordine, incensurato, Siher s’era fatto in realtà già notare negli ultimi tempi come accalorato attivista pro Pal. Soprattutto nella sua veste organizzativa dei Giovani palestinesi d’Italia. Ma anche sul web. Tanto da guadagnarsi l’interesse dell’intelligence, che avrebbe segnalato nel 2024 la sua «Organizzazione Alba nascente», evidenziandone il ruolo nell’organizzazione delle manifestazioni filo palestinesi, e bollando la sua posizione come vicina a Hamas. 

Youssef Siher durante la manifestazione dei Giovani Palestinesi a Milano, nel 2025

Come sembra confermare un suo scritto di due anni fa sulla rivista digitale «Miccia» («con sguardo decoloniale e intersezionale»), intitolato «Islam e sinistre occidentali: falsi amici?», sull’attacco del 7 ottobre 2023, in cui sosteneva che «pochi in Occidente riuscivano a concepire — senza se e senza ma — l’Operazione Diluvio al-Aqsa per quello che era: un atto rivoluzionario di decolonizzazione». Sempre su «Miccia», più di recente, a luglio, il 30enne aveva denunciato «la parabola di un razzismo che da linguaggio politico è diventato legge, prassi securitaria e impunità istituzionale», in un articolo in cui tracciava un collegamento tra i casi delle morti di Abderrahim Fakir (durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna), di Abderrahim Mansour (ucciso a Rogoredo, a Milano, da un colpo di pistola sparato dall’ex agente Carmelo Cinturrino) e di Ramy Elgaml (giovane del Corvetto morto sempre in città al termine di un inseguimento dei carabinieri).

Bresciano, diploma al liceo Fermi di Salò, laureato in Comunicazione, master in Scienze politiche alla Statale di Milano, dove è stato rappresentante degli studenti e fondatore dell’associazione studenti musulmani dell’ateneo, s’è sempre interessato di Islam politico e movimenti islamici. Impiegato nella società americana di AI Mercor, Siher si è sempre dato molto da fare con la scrittura. Dopo uno stage all’Osservatorio su Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi, ha collaborato con giornali tra cui ilfattoquotidiano.it (non scriverebbe più da meno di un anno) e il Foglio (un articolo). Avrebbe avuto infine una collaborazione con un canale satellitare «vicino ad Hezbollah».

Gli investigatori della Postale e i colleghi della Digos sono arrivati a lui con la collaborazione di Meta e provider, che hanno permesso di risalire all’amministratore della pagina Instagram (sono in corso approfondimenti su persone a lui collegate). Grazie alla localizzazione del cellulare, Siher è stato rintracciato al Corvetto, ospite di un’amica. Durante le perquisizioni — che hanno interessato anche la casa della madre a Mazzano, provincia di Brescia, paese d’origine di Youssef — gli agenti avrebbero trovato un file con tre luoghi di ritrovo che la pagina avrebbe dovuto indicare per l’appuntamento di ieri: piazza Cordusio, piazza Virgilio e largo Greppi. Quest’ultimo è stato effettivamente uno dei punti di ritrovo del gruppo pro Pal che ha poi sfilato in corteo. 

Portato in questura, c’è rimasto tutto il giorno. In serata gli inquirenti, coordinati dalla pm Francesca Crupi, dopo avere analizzato gli elementi di prova acquisiti lo hanno fermato. 

Attivissimo su social e gruppi WhatsApp e Telegram, e «capace di coagulare consenso», l’anno scorso, dopo gli scontri dei pro Pal in stazione Centrale, aveva scritto: «Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete». C’aveva forse sperato alla vista dei disordini in centro scattati dopo la chiamata di «Italia in piazza» (che non lo vedrebbe coinvolto), decidendo così di lanciare la sua «creatura».

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In chat il manuale del rivoluzionario secondo Youssef Siher: aceto contro i lacrimogeni, antidolorifici e schemi di guerriglia. «Non ci fermeranno con i blindati»

di Redazione Milano-Corriere della Sera – 25 Ottobre 2026

Il trentenne gestiva la chat e la pagina social del Movimento 17 ottobre. Il prontuario «Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011»

Portarsi dietro dell’aceto per contrastare gli effetti dei lacrimogeni, non dimenticarsi gli antidolorifici e l’abbigliamento giusto da indossare. E poi  le indicazioni per fare proselitismo: «riunirsi con amici e conoscenti, lontano dalla presenza delle forze dell’ordine, incoraggiare i passanti e gli abitanti a unirsi, uscire in gruppo numerosi verso le strade principali per raccogliere persone». Suggerimenti che emergono dall’analisi della chat Telegram del Movimento 17 ottobre, gestita da Youssef Siher, che avrebbe usato anche l’intelligenza artificiale per gli aspetti comunicativi della sua propaganda. Del resto, il trentenne indagato per  istigazione a delinquere e terrorismo, lavora per la società americana di AI Mercor. 

Gli investigatori, coordinati dalla Procura di Milano, che stanno analizzando i contenuti del «programma» del Movimento. Nella chat Telegram con quasi 10 mila iscritti largo spazio era dedicato ai messaggi di tipo organizzativo e di logistica per gli scontri di piazza con un «vademecum» per la rivoluzione.

Il prontuario, intitolato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011» elenca tre «obbiettivi tattici: «manifestare il nostro dissenso verso il governo Meloni e le sue politiche, espandere il più possibile alle masse la nostra mobilitazione, proteggere i nostri fratelli e sorelle rivoluzionari».

Di seguito le «Fasi della mobilitazione», tra le quali «riunirsi con amici e conoscenti, lontano dalla presenza delle forze dell’ordine, incoraggiare i passanti e gli abitanti a unirsi, uscire in gruppo numerosi verso le strade principali per raccogliere persone». E poi i suggerimenti per l’abbigliamento e gli oggetti da portare, come le bottiglie d’acqua, gli antidolorifici, l’aceto per ridurre gli effetti dei lacrimogeni. 

Obiettivi, schemi di guerriglia, le tecniche per rendersi fantasmi dopo avere colpito, uffici e sedi simbolo del potere citate in una chat in cui si invitava ad alzare il livello di violenza e di scontro contro la polizia. «Non ci hanno fermato con le leggi. Non ci fermeremo con i blindati».

Nel frattempo, è emerso che sono in corso verifiche, da parte della Procura di Genova, su possibili legami tra Youssef Siher e il gruppo arrestato nell’inchiesta della Dda di Genova sul presunto finanziamento ad Hamas attraverso una rete di associazioni benefiche, che nel dicembre 2025 portò a decine di arresti.

Incolpare le vittime

diFederico Rampini – Corriere della Sera – 25 Ottobre 2026

Il vizio di processare la società. Quando la collettività diventa «colpevole» e i violenti vengono giustificati. Capire il disagio non significa assolverlo

La violenza di alcuni giovani nasce dalle ingiustizie sociali? Di fronte ai saccheggi e agli assalti contro le forze dell’ordine, torna un vecchio riflesso delle élite: cercare le colpe della società anziché quelle degli aggressori. La sindrome ha molti antefatti: dagli anni Settanta alla jihad. Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? La domanda sembra generosa, animata dalla volontà di capire. Nasconde una trappola. La ricerca di cause profonde scivola nell’invenzione delle attenuanti.
Il desiderio di spiegare diventa tentazione di giustificare. Le vittime finiscono sul banco degli imputati. Gli aggressori ricevono la patente di rappresentanti del disagio sociale.

È un riflesso che abbiamo visto negli anni di piombo italiani; poi davanti al terrorismo islamico; o nelle tante rivolte precedenti delle periferie francesi: se qualcuno usa la violenza contro la nostra società, dobbiamo avere qualche colpa che spiega la sua rabbia. La violenza, il saccheggio, l’aggressione diventano sintomi di una malattia collettiva. E se invece la malattia fosse nell’ideologia che trasforma il risentimento in odio, la frustrazione in vendetta, il vittimismo in licenza di aggredire? Per non parlare della «voglia di Rolex e di Vuitton» che anima certe razzie… Se fosse vero che il disagio economico produce violenza, dovremmo trovare vandali e terroristi soprattutto fra i più poveri. La storia racconta qualcosa di diverso.

Perché questa inclinazione ad accusare sempre la società aggredita? Perché una parte delle élite intellettuali prova imbarazzo nel condannare gli aggressori e preferisce cercare le presunte colpe delle loro vittime? La mia generazione ha conosciuto questa deformazione. Le Brigate Rosse si proclamavano avanguardia rivoluzionaria della classe operaia. Una parte del mondo politico e culturale prese sul serio quella pretesa, cercando nei mali del capitalismo italiano e nelle insufficienze della democrazia la spiegazione della lotta armata.

In realtà fra i protagonisti del terrorismo rosso erano prevalenti gli universitari, giovani provenienti da ambienti benestanti, che avevano avuto opportunità negate a molti operai. Le Brigate Rosse non furono una rivolta dei poveri. Anzi. Basta ricordare alcune delle loro vittime. Guido Rossa era un operaio dell’Italsider di Genova, sindacalista della Cgil, comunista. Viene assassinato dalle Brigate Rosse nel gennaio 1979 perché ha denunciato un loro militante. Accanto a loro ci sono poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti come Walter Tobagi, docenti universitari. Persone che hanno pagato con la vita la difesa delle istituzioni democratiche. Oggi chi ricorda i loro nomi? Quanti studenti conoscono Guido Rossa? E quanti invece hanno incontrato nei programmi universitari le teorie di Toni Negri, il filosofo dell’Autonomia operaia e apologeta della sovversione, divenuto una figura di prestigio in molti ambienti accademici internazionali?

Il meccanismo si ripete con la jihad. Ricordo il massacro del Bataclan nel novembre 2015, gli attentati a Bruxelles nel marzo 2016. Ho vissuto in Belgio e in Francia, conosco quelle società, la loro varietà etnica, linguistica e culturale, la rappresentanza politica delle minoranze. E ricordo le spiegazioni dopo le stragi: emarginazione, razzismo, islamofobia, mancanza di integrazione. Spiegare così il jihadismo cancellava elementi essenziali: le reti di reclutamento, l’indottrinamento religioso, l’ideologia totalitaria dello Stato islamico, i finanziamenti coi petrodollari iraniani e arabi. I profili sociali dei jihadisti non corrispondevano allo stereotipo dell’immigrato povero e discriminato: molti provenivano da famiglie benestanti. La radicalizzazione non aveva nulla a che fare con la povertà. I diritti degli immigrati non apparvero mai nei documenti ideologici dei jihadisti, impregnati solo di odio verso l’Occidente, la sua liberaldemocrazia, i suoi valori.

Il capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, regista dell’attacco alle Torri gemelle l’11 settembre 2001, proveniva da una famiglia miliardaria saudita. Molti protagonisti del terrorismo rivoluzionario, islamista o di estrema sinistra, hanno avuto accesso a istruzione e opportunità. Non è la miseria a produrre il fanatismo. Le ideologie trasformano individui benestanti in assassini convinti di servire una causa superiore.

Oggi un facile sociologismo ripropone anche la narrazione del conflitto generazionale. Gli anziani sono numerosi, difendono pensioni e prestazioni sanitarie. I giovani sono una minoranza demografica in declino. Da qui a spiegare le razzie nei negozi di lusso con il benessere dei nonni c’è un’incongruenza. La maggioranza dei giovani che non può permettersi una casa non lancia pietre contro i poliziotti né sfonda vetrine per arraffare merce.
I miti culturali contano. La cronaca descrive ragazzi affascinati dai rapper milionari, dal lusso ostentato, dalla fama conquistata sui social.

Non è la miseria che si ribella alla ricchezza: è il desiderio di imitare una ricchezza esibita come misura del valore personale. Il consumismo sfrenato manipola il linguaggio della rivolta sociale. Si grida contro il capitalismo e intanto si desiderano — gratis — i suoi simboli più costosi. Il successo altrui diventa la prova di un’ingiustizia. Il risentimento prende il posto dell’ambizione.

Questa cultura non nasce nelle periferie bensì fra gli intellettuali, nei media, nelle università, nei movimenti politici. Non dobbiamo cercare una colpa della società ogni volta che qualcuno l’aggredisce. Finiamo ancora una volta per omaggiare i violenti e umiliare le vittime.

Sfida nelle piazze blindate, retata contro i violenti in 18 città. Ma il Movimento 17 ottobre rilancia la sfida: raduni a sorpresa

di Rinaldo Frignani- Corriere della Sera – 24 Ottobre 2926

Maxi-operazione della Digos. Il ministro Piantedosi: c’era sicuramente un coordinamento fra i protagonisti delle scorribande

Il colpo di scena è arrivato nel primo pomeriggio di ieri: a sorpresa il Movimento 17 ottobre, che catalizza la protesta anti-governo degli ultimi giorni, ha annunciato su Instagram di aver annullato tutte le convocazioni nelle piazze di otto città dove aveva organizzato presidi per oggi. E ha rilanciato: «Alle 14.30 in punto, in ogni città, comunicheremo tre concentramenti. Tre punti distinti per città, resi noti solo mezz’ora prima. Nessun luogo anticipato, nessuna soffiata, nessun cordone già pronto».

 Se la tensione era già alta in previsione di quello che potrebbe accadere questo fine settimana dopo la guerriglia dei «maranza» a Milano e in altre città del Nord, adesso chi punta a unirsi, se non a cavalcare, l’onda violenta e incontrollata lancia una sfida senza precedenti. «Alle 15.30 — affermano ancora dal “M1710” — comunicheremo la piazza finale, la piazza è nostra. Non ci hanno fermato con le leggi, non ci fermeranno con i blindati».

L’attenzione è massima e non solo in quelle otto città (Bologna, Milano, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari e Genova), ma anche in altri centri. Solo in due, a Roma e Torino, sono in programma cortei per i quali è stato dato un preavviso (tutti e due contro la guerra e il riarmo, nella Capitale anche contro la Nato, nel capoluogo piemontese fra gli organizzatori c’è Askatasuna), mentre altrove si temono soprattutto gli assembramenti di giovani nelle vie dello shopping e nei luoghi di aggregazione: la molla potrebbe scattare all’improvviso, anche solo con un tam tam social.

I controlli preventivi

A uno scenario preoccupante ha risposto ieri la polizia con una serie di perquisizioni e sequestri di armi e altro materiale effettuati dalla Digos nei confronti di un centinaio di persone, metà delle quali minorenni, coinvolte negli scontri e negli atti di vandalismo e saccheggio di sabato scorso a Milano. Gli agenti sono intervenuti in diciotto città (Arezzo, Bari, Bergamo, Bologna, Bolzano, Como, Firenze, Genova, Lodi, Napoli, Pescara, Padova, Cremona, Verbania, Aosta, Monza, Varese e Verona) acquisendo smartphone e computer, insieme con armi da soft air e da taglio, coltelli, manganelli telescopici, tirapugni, mazze, sfollagente, aste di alluminio, una balestra, taniche di plastica piene di benzina, indumenti per il travisamento (passamontagna e scaldacollo).

Sono stati trovati anche alcuni capi d’abbigliamento rubati durante le irruzioni nelle attività commerciali. Allo stesso tempo ieri gli investigatori hanno proseguito gli accertamenti nei confronti di chi oggi potrebbe guidare nelle piazze eventuali gruppi di violenti.

Il ministro

Operazioni preventive fondamentali per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Si è cominciato ad aprire, a squarciare il velo o più veli su questo fenomeno», sottolinea da Treviso. E su ipotetici «cattivi maestri» aggiunge: «Questo poi si vedrà, lo dirà pure l’autorità giudiziaria in qualche modo. C’era sicuramente un coordinamento tra i protagonisti di queste scorribande. Che sia una cosa che parte solo dal basso o che magari ci sia qualcuno che lo ordinava. Oppure più reti di dimensione nazionale».
Ma è il capo della polizia Vittorio Pisani, in un intervento su Sky Tg24, a cercare di calmare gli animi: «Non siamo la controparte dei manifestanti, non siamo la controparte dei cittadini. Anzi, siamo coloro che devono garantire l’esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali», precisa.

Le misure di sicurezza

Per oggi Prefetture e Questure hanno messo a punto piani operativi per il presidio del territorio. Ci sono città dove il rischio che accada qualcosa viene ritenuto più alto. A Milano, ad esempio, dopo le scene di violenza di sette giorni fa, si teme una replica e per questo motivo sono stati mobilitati anche i 500 militari del 186° Reggimento Folgore che potranno anche avere compiti di ordine pubblico, in quanto addestrati a questo scopo negli scenari di missione all’estero, con i Lince da utilizzare come i blindati di polizia e carabinieri. Un’ipotesi tuttavia, perché gli ultimi a decidere sono i vertici della Questura. 

Saranno comunque migliaia gli operatori delle forze dell’ordine in strada oggi, con l’appoggio di elicotteri e droni per controllare gli spostamenti di gruppi di persone sospette. All’elenco degli eventi da monitorare anche il presidio nazionale di sindacati e associazioni davanti al Cpr di Castel Volturno, nel Casertano. Ma è soprattutto sui social e sulle piattaforme di messaggistica che si gioca la partita della prevenzione, specialmente quella in tempo reale. Che oggi potrebbe rivelarsi strategica per intercettare i movimenti dei violenti. Ecco perché non si esclude che questi ultimi possano utilizzare sistemi di comunicazione bitchat, ovvero senza il bisogno di reti cellulari.

Putin e la «strategia della sofferenza»: ora punta alla rete idrica di Kiev per lasciare la capitale senz’acqua

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 23 Ottobre 2026

L’allarme sulle fognature: «Rischiamo una crisi». La strategia del Cremlino: ottenere con la sofferenza dei civili ciò che non riesce a prendere sul campo

DALLA NOSTRA INVIATA 
KIEV – Nei piani segreti di Mosca, la resa di Kiev passa anche dai rubinetti. Settanta missili balistici, 720 droni a lungo raggio e 150 bombe guidate: è l’arsenale che, secondo un documento russo intercettato dagli ucraini e ottenuto dal New York Times, basterebbe a privare Kiev, Kharkiv e Odessa di acqua, elettricità e riscaldamento. Il piano, presentato da Kiev ai partner europei, ipotizza di cancellare il 90% della capacità elettrica e delle forniture di calore delle tre città. È il calcolo degli attaccanti, non un esito scontato. Ma conferma la strategia: ottenere con la sofferenza dei civili ciò che l’esercito non riesce a conquistare sul campo.

Per lasciare Kiev senz’acqua non occorre prosciugare il Dnipro. Basta spegnere le pompe che la prelevano, la distribuiscono nelle case e portano via i liquami. L’acquedotto muove circa 700 milioni di litri al giorno ed è fra i maggiori consumatori elettrici della capitale. Ogni centrale colpita, ogni sottostazione danneggiata può fermare anche questa circolazione vitale. Il 14 ottobre molte abitazioni sono rimaste senza luce né acqua; nella stessa giornata i missili hanno raggiunto tutte e tre le centrali di cogenerazione cittadine. Già prima degli ultimi raid, la loro capacità era scesa da circa 1,3 gigawatt a 500 megawatt. L’energia che manca deve arrivare da fuori, attraverso collegamenti a loro volta sotto tiro.

Il precedente che inquieta è Mykolaiv, dove gli abitanti convivono da anni con l’emergenza idrica. Serhii Horkutsenko, vicedirettore dell’azienda idrica Kyivvodokanal, torna invece ai primi mesi dell’invasione, quando l’acqua distribuita a Kiev si dimezzò. La capitale ha già conosciuto quella precarietà, ma oggi, avverte, la situazione è peggiore: i russi hanno cambiato tattica. E alle spalle ci sono altri anni di usura, attacchi e riparazioni. Non è soltanto questione di quante ore duri un’interruzione: ogni nuovo guasto si somma ai precedenti, mentre le squadre cercano di riparare una rete ancora esposta ai bombardamenti. Le scorte domestiche possono coprire i bisogni immediati, non sostituire il flusso continuo da cui dipendono case e servizi. È una corsa contro altri guasti.

Gli sbalzi di tensione bruciano le apparecchiature, mentre personale e denaro scarseggiano. Un dipendente fa il lavoro di quattro, racconta Horkutsenko. Nei bagni della stessa azienda sono già pronte taniche da cinque litri. Se i rubinetti si fermano, promette, arriveranno le autobotti. Ma portare acqua da bere non significa restituire a una metropoli la possibilità di lavarsi, pulire, scaricare i gabinetti. E proprio nelle fognature si nasconde la minaccia più difficile da aggirare.

«Se il sistema fognario si ferma, avremo una catastrofe epidemiologica entro tre giorni», avverte Horkutsenko. Senza corrente i reflui non vengono pompati verso il depuratore e rischiano di riversarsi in città. Mykhailo Yatsuk, direttore dell’Istituto per i problemi idrici e la bonifica, indica il punto più delicato: Bortnychi, l’unico impianto di trattamento della capitale, già preso di mira da droni e missili. Anche danneggiare le stazioni che sollevano i liquami può compromettere l’intero sistema.

Il gelo rischia poi di prolungare l’emergenza oltre i blackout: a meno dieci gradi, spiega Horkutsenko, possono congelare le tubature interne degli edifici. Riavere la luce, allora, non basterebbe a far tornare l’acqua. I 103 generatori già operativi nella rete idrica sono un argine, non un’alternativa alla rete elettrica: il sindaco Vitali Klitschko avverte che non possono funzionare senza interruzioni. E i rinforzi rischiano di arrivare fuori tempo massimo.

 L’esperta energetica Viktoria Voytsitska denuncia una preparazione tardiva: la stabilità delle forniture potrebbe essere raggiunta soltanto nella primavera 2027. L’inverno, intanto, è davanti.

Papa Leone, gli oncologi: «Dopo l’operazione per il cancro non gli servirà alcuna terapia». L’annuncio dopo gli esami istologici

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 22 Ottobre 2026

Confermata la diagnosi iniziale e la buona riuscita dell’intervento al polmone: «Gli esiti hanno confermato che si trattava di un adenocarcinoma e che la malattia era localizzata»

Niente chemioterapia o altro: Leone XIV, dopo l’intervento del 13 ottobre per l’asportazione di un tumore al polmone destro, non dovrà sottoporsi ad altre terapie. Lo hanno comunicato ieri sera i medici che lo hanno in cura.
«Sono stati refertati gli esami istologici definitivi e le indagini di biologia molecolare sul materiale asportato durante l’intervento chirurgico al Santo Padre», scrivono il dottor Luigi Carbone, medico del Papa, e il professor Stefano Margaritora, il chirurgo del Gemelli che lo ha operato: «Gli esiti hanno confermato che si trattava di un adenocarcinoma polmonare e che la malattia era localizzata». E così «una successiva valutazione oncologica ha confermato che non è necessaria alcuna ulteriore terapia».

L’esito degli esami sui tessuti asportati durante l’intervento è molto importante. Significa che il tumore è stato scoperto e rimosso a uno stadio precoce, il primo, il che comporta soltanto controlli periodici: in genere, una visita e una Tac all’anno. La convalescenza sarà abbastanza breve: «Credo che il Papa in un’altra decina di giorni possa aver pienamente recuperato», aveva detto il chirurgo sabato, quando Prevost è uscito dall’ospedale. Già al momento della dimissione, Leone XIV era «in condizioni cliniche assolutamente soddisfacenti» e pure «la riespansione del polmone dopo l’intervento sta seguendo i tempi normalmente previsti», aveva aggiunto Margaritora.

Il viaggio in programma

A questo punto si fa più probabile il viaggio in Uruguay, Argentina e Perù previsto dal 6 al 17 novembre, e mai annullato. Lo stesso chirurgo ha spiegato che non ci sono «motivi clinici» che lo impediscano. Anche la presenza ad Assisi il 27 ottobre non è più così remota. Già domenica, del resto, Prevost era intervenuto all’Angelus con voce ferma e chiara, senza affanni.

Lui stesso ha spiegato che avrebbe ripreso «gradualmente» i suoi impegni. Già lunedì ha parlato al telefono con il presidente ucraino Zelensky, come già venerdì scorso aveva fatto dal Gemelli con il presidente russo Putin, per chiedere un «corridoio umanitario» a Oleshky.
Ieri mattina Leone XIV ha tenuto senza problemi l’udienza generale e la catechesi in piazza San Pietro, guidando pure il canto del Padre Nostro e salutando a lungo i 30 mila fedeli nel giro in auto: «La prima cosa che vorrei dirvi è grazie! Grazie per il sostegno delle vostre preghiere. Grazie a Dio per la sua generosità. Rinnoviamo tutti la nostra fiducia nella bontà, nella misericordia di Dio».

San Giovanni Paolo II


Nome: San Giovanni Paolo II

Titolo: Papa

Nome di battesimo: Karol Wojtyla

Nascita: 18 maggio 1920, Wadowice, Polonia

Morte: 2 aprile 2005, Vaticano

Ricorrenza: 22 ottobre

Tipologia: Memoria liturgica

Patrono di:
Rivignano Teor, Valvarrone, Terre del Reno, Borgo Mantovano, Trecastelli

Protettore:
delle giornate mondiali della gioventù, delle famiglie

Beatificazione:
1 maggio 2011, Roma, papa Benedetto XVI

Canonizzazione:
27 aprile 2014, Roma, papa Francesco

Luogo reliquie:Chiesa di San Pietro della IencaBasilica di San Pietro in Vaticano

Fa parte di:Santi del Lazio, Santi dell’Abruzzo

Di solito, perché uno sia ufficialmente dichiarato santo, ne deve passare di acqua sotto i ponti del Tevere, con il rischio che il suo ricordo si disciolga nel vischioso amalgama del tempo. Poche le eccezioni. Una ha riguardato papa Giovanni Paolo II, scomparso nel 2005. Con lui la burocrazia vaticana ha bruciato i tempi, accogliendo l’appello lanciato a gran voce dalle centinaia di migliaia di persone accorse a Roma a rendergli l’estremo riconoscente: «Subito santo!».

Il ricordo del papa venuto dall’Est è ancora vivissimo nel cuore e nella memoria di moltissimi. Chi ha qualche anno di più lo ricorda affacciato al balcone di San Pietro, sconosciuto cardinale di Cracovia, rivolgere con voce robusta ben impostata e in un italiano un po’ acerbo, il primo saluto ai fedeli romani, dopo la sua elezione a sommo pontefice. Queste le parole con cui ha inaugurato il suo pontificato, il 22 ottobre 1978: « Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa! ».

Il suo è stato un pontificato lunghissimo, intenso e soprattutto missionario. Tantissimi i viaggi da lui intrapresi per incontrare lì dove vivono i cristiani di tutto il mondo e irrobustirli nella fede e sostenerli con la vicinanza nella carità.

Aperto al dialogo con tutti, in particolare con le altre religioni, i cui rappresentanti egli ha voluto incontrare ad Assisi, nel 1986, per pregare insieme per la pace nel mondo.

Attento ai giovani, che ricambiavano le sue attenzioni accompagnandolo e sostenendolo con il loro tonificante entusiasmo, specie nell’ultima fase della sua vita, debilitato dall’età e dalla malattia. A volte deciso, come nella Valle dei Templi ad Agrigento, quando, rivolgendosi ai mafiosi con inattesa durezza, ha invocato su di loro l’ira di Dio, se non si fossero convertiti. O quando ha puntato il dito minaccioso contro Augusto Cardenal, il mite monaco e poeta venezuelano, esponente della teologia della liberazione per lui, uomo vissuto sotto il regime comunista, pericolosamente imbevuta di marxismo rivoluzionario.

Autorevole e decisivo sullo scacchiere mondiale, tanto che gli viene riconosciuto un ruolo importante nella caduta del regime comunista in Polonia, sua patria, e poi nel resto della galassia sovietica.

BIOGRAFIA

Karol Wojtyla nacque a Wadowice, in Polonia, il 18 maggio 1920, ultimo di tre figli. Visse un’infanzia tranquilla in un paese mai tranquillissimo. A tempo debito, ricevette i sacramenti dell’iniziazione  cristiana e si iscrisse alle scuole fino all’università Jagellonica di Cracovia, nel 1938. L’anno seguente la Polonia fu occupata dalle truppe del Terzo Reich: mise fine alla libertà e ad ogni attività culturale. Le università chiusero i battenti e Wojtyla si dovette mettere da parte i libri e cercarsi un lavoro, che trova prima in una cava e poi nella fabbrica chimica Solvay. Così si guadagnò da vivere evitando così la deportazione in Germania.

Continuò nella clandestinità coltivando interessi culturali, come la passione per il teatro. Gli piaceva calcare le scene e nel 1939 recitava nell’opera fiabesca Il cavaliere al chiaro di luna, messa in scena da una compagnia sperimentale, il Teatro Rapsodico. Intraprese anche lo studio delle lingue. Un’altra vocazione nel frattempo faceva breccia nel suo cuore, la vocazione sacerdotale, cui diede seguito iscrivendosi nel 1942 ai corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia.

La vocazione ebbe origine da un incidente occorsogli nel febbraio 1944. Stava rincasando dal lavoro quando un camion tedesco lo investì. Uscì malconcio dall’incidente: trauma cranico acuto ed escoriazioni varie, una ferita alla spalla curata in due settimane d’ospedale. Vide nell’essersela cavata un segno della chiamata del Signore.

Visse la tragedia del suo popolo. Nell’agosto 1944, durante la rivolta di Varsavia, fuggì alla deportazione. Quando la Gestapo perquisì la città di Cracovia, casa per casa, alla caccia di polacchi maschi, Karol riuscì a nascondersi in arcivescovado, dove rimase fino a guerra finita.

La notte del 17 gennaio 1945 i soldati tedeschi abbandonarono la città. Nella Polonia e nell’Europa, finalmente liberate dall’incubo nazista, la vita rinacque. Anche il seminario riaprì i battenti e Wojtyla riprendendo gli studi, iscrivendosi alla facoltà di teologia dell’università Jagellonica e l’1 novembre 1946 venne ordinato sacerdote.

Giovane prete di eccellenti promesse, fu mandato a Roma a coronare con la laurea un profittevole corso di studi. Due anni dopo, nel 1948, con il relatore padre Garrigou-Lagrange, conseguì il dottorato in teologia discutendo una tesi sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Ritornato in patria, alternava l’attività pastorale in alcune parrocchie con l’assistenza spirituale agli universitari. Nel 1951 riprense gli studi all’Università cattolica di Lublino, dove si laureò nuovamente con una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico del filosofo Max Scheler. Dopodiché, si dedicò all’insegnamento della teologia morale e dell’etica nel seminario di Cracovia e nella facoltà di teologia di Lublino.

Aveva tutte le carte in regola per una promettente carriera ecclesiastica. Il primo passo glielo fece compiere Pio XII nel 1958 nominandolo vescovo ausiliare di Cracovia. Prosegue Paolo VI, facendolo arcivescovo, nel 1964, della stessa città e nominandolo, tre anni dopo, cardinale. Nel frattempo partecipava al concilio Vaticano II (1962-1965) dando un contributo importante nell’elaborazione delle costituzioni Gaudium et spes e Dignitatis humanae.

A Cracovia l’arcivescovo Wojtyla doveva fare i conti con il duro regime comunista, ma non era tipo da subirne i soprusi senza battere ciglio. Si contrappose a esso con fierezza e coraggio, fino a sfidarne i burocrati pubblicando a puntate nel giornale diocesano libri colpiti dalla censura, come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci.

IL PONTIFICATO

Dopo la morte di Paolo VI, nell’agosto 1978, partecipò al conclave, che elesse a Albino Luciani, patriarca di Venezia, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Trentatré giorni dopo, la Cappella Sistina accoglie i cardinali per un nuovo conclave. Luciani è prematuramente scomparso, stroncato da un infarto nel cuor della notte.

Il 16 ottobre 1978 fumata bianca. I cardinali hanno eletto il giovane (ha solo cinquantotto anni) arcivescovo di Varsavia, cardinale Karol Wojtyla. Con il nome di Giovanni Paolo II, egli inizia il 22 ottobre successivo il suo pontificato, destinato a essere uno dei più lunghi della storia della chiesa: ventisette anni, ricchi anche di sorprese, come quella di vederlo sciare sui monti innevati del Terminillo, della Marmolada e dell’Adamello.



Carissimi fratelli e sorelle,

siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione  cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù  Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.


Tra i primi passi del suo ministero, il pellegrinaggio alla tomba dei due patroni d’Italia: andò ad Assisi a rendere omaggio a san Francesco e poi si recò nella basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma a venerare Caterina da Siena.

I viaggi missionari furono un tratto caratteristico del pontificato di Giovanni Paolo II: ne fece ben 104, nel corso dei quali incontrò milioni di fedeli in tutto il mondo; 146 sono le visite pastorali in Italia; come vescovo di Roma; poi, visitò 317 parrocchie. Innumerevoli anche le udienze generali del mercoledì e le udienze speciali riservate a personalità del mondo della politica, della cultura e della scienza.



Per i giovani avviò nel 1985 le Giornate mondiali della gioventù. E fu presente a ben diciannove di esse in varie parti del mondo, con la partecipazione di milioni di giovani entusiasti e affascinati dalla parola di Dio che egli annunciava senza sconti.

Un episodio lo segna a fondo nel corpo e nello spirito, l’attentato di cui fu vittima il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. A colpirlo è un giovane killer turco, Mehmet Ali Agca. Su chi abbia armato la sua mano non è mai stata fatta completa luce: i servizi segreti di paesi del blocco sovietico, irritati per il suo apporto dato alla caduta del comunismo? Forse.

Il pontefice ferito fu sottoposto a un difficile intervento chirurgico. Si salvò e lui attribuì la salvezza all’intervento della Madonna, apparsa a Fatima, appunto, un 13 di maggio. L’anno successivo, ristabilitosi, si recò in Portogallo a ringraziarla e fa incastonare il bossolo del proiettile nella corona che cinge la testa della Vergine.

Nel Natale del 1983 volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione non fu mai rilevata. Il Papa disse poi dell’incontro: «Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui».

La vicenda ebbe un seguito. Interrogandosi sul senso di quanto accadutogli e su alcune coincidenze e conoscendo il contenuto dell’ultimo dei segreti confidati dalla Madonna ai pastorelli di Fatima e non ancora svelato, intravide se stesso nei tratti del vescovo vestito di bianco colpito a morte, descritto nel segreto, e collegò il tutto a quanto successogli quel 13 maggio.

Convertitevi: il grido di Giovanni Paolo II contro la mafia

Le parole di Giovanni Paolo II contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”, vennero spontanee dal cuore. Nella Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, il Papa santo si lasciò ispirare da quella folla che in Lui vedeva speranza perché riflesso della luce di Dio. Aggrappato al Crocifisso, unico balsamo per sanare le ferite di vite spezzate dalla mafia, Wojtyla tuonò contro i trafficanti di morte.

Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!


GLI ULTIMI ANNI

Nonostante l’evidente progredire inesorabile del parkinson, probabilmente diagnosticato intorno all’anno 90 e insieme a vari infortuni e interventi, visse con intensità e slancio la preparazione al terzo millennio e poi la celebrazione del giubileo del 2000, promuovendo grandi celebrazioni e iniziative, dalle quali si attese un profondo rinnovamento spirituale della chiesa. Rilanciò in seguito proclamando l’anno mariano e l’anno dell’eucaristia.

L’evangelizzazione di chi non ebbe ancora subito il fascino del Vangelo di  Cristo, e la rievangelizzazione di chi a quel fascino si era poi sottratto erano la nota dominante del suo pontificato e dei suoi interventi: sinodi (14), lettere encicliche ed esortazioni apostoliche (15), libri (5), Catechismo della chiesa cattolica…

Il tutto, naturalmente, accompagnato da una profonda fede personale, da una filiale devozione alla Madre del Signore e da un grande amore per il prossimo, soprattutto per i più deboli, bambini, anziani e malati, nelle cui file passò lui stesso l’ultimo tratto di vita, offrendo un umanissimo e luminoso esempio di sopportazione e di coraggio nel cercare un senso al dolore che accompagnava la vita di ciascuno.



Giovanni Paolo II morì in Vaticano il 2 aprile 2005. Davanti alla sua bara, esposta in San Pietro, sfilarono più di tre milioni di pellegrini. Benedetto XVI lo proclamò beato maggio 2011 e venne canonizzato il 27 aprile 2014 da Papa Francesco.

PRATICA O nostro amatissimo padre Giovanni Paolo II aiutaci ad amare la Chiesa con la stessa gioia e intensità con cui tu l’amasti in vita.

PREGHIERA O Trinità Santa, ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa il Beato Giovanni Paolo II e per aver fatto risplendere in lui la tenerezza della tua paternità, la gloria della Croce di Cristo e lo splendore dello Spirito d’amore.

PROVE DI GUERRIGLIA URBANA IN EUROPA

Corrispondenza romana 1973

Prove di guerriglia urbana in Europa

21 Ottobre 2026 ore 14:29

di Roberto de Mattei

Un’ondata di violenze e devastazioni sta attraversando l’Europa in questo mese di ottobre. 

In Francia, le mobilitazioni hanno coinvolto decine di migliaia di persone a Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux e Limoges. Qui, l’incendio del municipio e il crollo della sua torre hanno evocato le immagini della guglia di Notre-Dame divorata dalle fiamme nel 2019. Questa volta, però, il fuoco è stato appiccato da gruppi di manifestanti mascherati: un’aggressione deliberata contro un edificio che appartiene alla storia e all’identità della città.  

Il sindaco di Limoges Guillaum Guérin ha dichiarato che lo Stato ha abbandonato la sua città, come è accaduto a Parigi, dove il sindaco Emmanuel Grégoire ha affermato che vaste zone della capitale sono state liberamente devastate. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha presentato le dimissioni, che il presidente Emmanuel Macron ha respinto, pur riconoscendo che «in alcune città abbiamo perso il controllo». È un’ammissione politicamente pesante: uno Stato che non riesce a proteggere le proprie sedi istituzionali espone pubblicamente la propria debolezza. Poi, il 19 ottobre a Parigi e in altre città francesi è stato imposto il coprifuoco. Fin dall’8 ottobre Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise aveva scritto che «la Bastiglia è ripresa», attribuendo a una manifestazione studentesca il significato simbolico di una conquista rivoluzionaria. La protesta è divenuta, non solo in Francia. un’occasione per occupare la scena politica in vista delle elezioni del 2027. Anche in Italia, a Milano, Torino e Bologna, le strade sono diventate teatro di assalti, saccheggi e scontri con la polizia. Ma i settori della sinistra che cercano di trasformare la mobilitazione permanente in uno strumento di pressione sui governi, rischiano di essere scavalcati dalla piazza che pretendono di rappresentare. Quando nella protesta confluiscono anarchismo, antisionismo e propaganda islamista, il controllo politico del movimento diventa sempre più precario. Chi pensa di servirsi del disordine per conquistare il potere può scoprire che il disordine ha una propria dinamica, che sfugge ai calcoli dei suoi stessi sostenitori.

Protagonisti delle violenze urbane in Europa oggi sono soprattutto minorenni, che in Italia vengono chiamati “maranza”, un termine usato, spesso in modo generico, per descrivere ambienti giovanili nei quali si intrecciano culto della sopraffazione, ostentazione della forza e disprezzo di ogni regola.  Questo nuovo gruppo socio-culturale è costituito in gran parte da figli di immigrati della seconda o terza generazione, sradicati dalle tradizioni e dalla cultura dei loro padri, ma non integrati nella civiltà in cui sono approdati e verso la quale nutrono un odio spesso viscerale. Il nichilismo che caratterizza questa generazione, ribelle fin dalle scuole elementari, si manifestai nel rifiuto di ogni autorità: familiare, scolastica, religiosa, civile. Prima ancora della vetrina infranta, viene la convinzione che nulla meriti rispetto; prima dell’aggressione al poliziotto, c’è l’idea che ogni autorità sia un sopruso. Per anni l’intelligentsia di sinistra, dominante in Europa, ha insegnato a diffidare di ogni vincolo e dipendenza, confondendo l’educazione con la repressione e la disciplina con l’autoritarismo. Ora ci si stupisce che una parte dei giovani consideri la forza l’unico linguaggio efficace.

Il bacino di raccolta delle proteste giovanili non è solo politico, ma esprime un più ampio disagio sociale e soprattutto un profondo vuoto di valori, che si esprime in una furia devastatrice. Tuttavia nessuno crede alla spontaneità della protesta. I manifestanti vengono convocati sui social con slogan che, in Spagna, in Francia, in Belgio, in Italia hanno le medesime motivazioni: carovita, affitti, rivendicazioni giovanili e antagonismo politico. Nel nostro paese, la strategiadi un neonato “Movimento 17 ottobre” prevede una mobilitazione permanente con appuntamenti fissi ogni sabato pomeriggio alle ore 15 in diverse città italiane.

 I giovani, per la gran parte a volto coperto, si posizionano in punti strategici, scegliendo obiettivi precisi contro cui scatenare la loro violenza. La protesta sociale fornisce il terreno; i gruppi militanti selezionano i bersagli; la comunicazione digitale moltiplica la mobilitazione e l’emulazione. 

Gli apparati di sicurezza francesi e occidentali segnalano che le proteste e i disordini vengono alimentati o accelerati da campagne di disinformazione e da influencer online finanziati o orientati direttamente dall’estero, nell’ambito della cosiddetta guerra ibrida per destabilizzare il tessuto sociale ed economico europeo. 

Andrea Morigi, in un servizio su “Libero” del 20 ottobre, documenta l’interesse di Mosca e Teheran a soffiare sul fuoco delle rivolte che incendiano l’Europa. L’ideologo russo Aleksander Dugin ha commentato sui social che «Più caos c’è, meglio è». «Questi europei – ha aggiunto – vogliono combattere contro la Russia: come pensano che ciò possa accadere quando non riescono a garantire nemmeno un minimo di ordine nelle loro stesse città?». Anche il primo ministro albanese Edi Rama avanza il sospetto di una regia internazionale dietro i focolai di guerriglia urbana che si sono accesi in Europa, Tirana compresa, nel giro di pochi giorni. Le migliaia di profili falsi e attacchi informatici, attribuiti all’Iran dall’intelligence albanese, ne costituisce una conferma.  attivati nel suo paese.   

L’analista Marta Ottaviani ha scritto a sua volta su “Quotidiano Nazionale” del 19 ottobre: «Le proteste europee offrono a Mosca un’occasione per alimentare il caos senza necessariamente provocarlo. I servizi russi possono sfruttare le tensioni già esistenti attraverso provocazioni e campagne di disinformazione, amplificando tanto le violenze dei manifestanti quanto gli interventi della polizia. L’obiettivo è esasperare le divisioni sociali, delegittimare i governi e indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche. È una strategia già sperimentata dal Cremlino: la sua guerra ibrida ha come prima caratteristica l’impalpabilità, tanto che molti studiosi per questo la chiamano ‘guerra grigia’. Non è un caso che le proteste di ieri siano state seguite da vicino anche da Rybar, influente canale Telegram fondato da Michail Zvinchuk, ex funzionario del ministero della Difesa russo. Il canale ha pubblicato una cartina aggiornata delle proteste in Francia, Italia e altri Paesi europei, accompagnata da un’analisi che prevede una successione di crisi nazionali, più che una rivolta generalizzata. Sul fronte opposto, il canale bielorusso d’opposizione NEXTA ha richiamato l’attenzione sul sostegno offerto in passato da Mosca ai gilet gialli francesi, suggerendo il rischio di nuove strumentalizzazioni delle proteste da parte del Cremlino. Di certo, quello visto nello scorso fine settimana, è solo l’inizio, alla vigilia di un 2027 pieno di elezioni nei Paesi europei».

La guerra ibrida trova il suo terreno favorevole nelle società sempre più frammentate e nelle istituzioni disorientate e divise. Ciò che sta accadendo mostra quanto rapidamente una protesta possa trasformarsi in una crisi dell’autorità e dell’ordine pubblico. Lo spettro dell’“ingovernabilità urbana” torna ad affacciarsi sul continente mentre l’Europa deve fronteggiare gravi minacce ai suoi confini. Chi rinuncia a governare le proprie città finisce per consegnarle a chi sa organizzarvi la paura.

Missili e bombe intanto continuano a cadere sull’Ucraina, divenuta un avamposto di quell’Europa, che il presidente americano Donald Trump sembra volere consegnare ai suoi nemici. 

Decreto sicurezza, via libera dal consiglio dei ministri: fermo per i minori di 24 ore. Dal Quirinale no ai poteri speciali ai militari

di Simone Canettieri e Monica – Corriere della Sera – 20 Ottobre 2026-

Durante il confronto tra gli uffici legislativi di palazzo Chigi e del Quirinale sono emerse perplessità su norme che potrebbero avere effetti eccessivamente repressivi

Il governo ha approvato il nuovo decreto Sicurezza, dopo gli scontri di Milano. «A Milano arrivano 500 militari in più fino alla fine dell’anno, al fianco di polizia e carabinieri e alla giustizia minorile diamo più magistrati e più posti negli istituti, perché la certezza della pena valga anche per chi ha 16 anni», annuncia la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel video sui social pubblicato dopo l’approvazione in Cdm del decreto legge dopo i disordini degli ultimi giorni in alcune città italiane. «Manifestare è un diritto, mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Lo abbiamo detto e lo dimostreremo con i fatti», ha sottolineato Meloni. 

La principale perplessità riguardava il conferimento dei poteri di polizia giudiziaria ai 500 militari che saranno inviati fino al 31 dicembre a Milano. Il presidente Sergio Mattarella sarebbe dunque contrario ad allargare i compiti dei militari, che non hanno una formazione specifica di polizia giudiziaria al contrario di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Una fattispecie che rischierebbe di evocare scenari repressivi. Ma il ministro dell’Interno ha smentito diversità di vedute: «Nessuno stop dal Quirinale, come sempre quando ci sono provvedimenti del governo c’è stata una interlocuzione molto fluida, serena e produttiva». 

Nel decreto è prevista la punibilità dei minori: «Per arginare questo fenomeno che questi giorni ha colpito nelle nostre città è stato fatto questo schema che riguarda la procedura penale: primo, riguarda la presunzione di capacità di intendere e di volere, ovvero, l’imputabilità, del minore dai 14 e i 18». Già inserita nel disegno di legge ma «oggi viene inserita nel decreto legge e ha efficacia immediata», ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Non solo. Si estende ai minorenni la “flagranza differita” e, per i minori con più di 16 anni, si consente al giudice di disporre di misure cautelari anche se interrompono i processi educativi in atto. 

Il decreto legge prevede anche l’introduzione della «possibilità che qualora il minore anche non imputabile partecipi alla commissione di fatti costituenti uno o più reati in contesti come quello a cui abbiamo assistito in questi giorni, può essere irrogata una sanzione amministrativa all’esercente la potestà genitoriale; una sanzione amministrativa da parte dell’autorità amministrativa, cioè il prefetto, da 500 a 1000 euro raddoppiabili in caso di reiterazione», come ha annunciato Piantedosi, durante la conferenza stampa post Cdm. Il prefetto può, dunque, «ordinare al genitore il pagamento di una somma a titolo di risarcimento dei danni cagionati in conseguenza dei fatti compiuti, qualora questi sono danni cagionata a beni appartenenti allo Stato alla regione agli enti locali, quindi a enti pubblici danni di carattere pubblico». Quando invece sono commessi danni in danno di privati il soggetto interessato «il prefetto può ricorrere ad un procedimento semplificato per ottenere un riconoscimento veloce dei danni che gli sono stati cagionati dai fatti», ha ribadito. 

L’altra novità riguarda l’introduzione del nuovo reato di «partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche», per sanzionare chi, partecipando a un gruppo di più di 5 persone, utilizza illegittimamente mezzi atti a offendere in modo da creare un pericolo concreto. Il ministero della Giustizia ha fatto inserire anche l’ ampliamento della «flagranza differita» (articolo382-bis del codice procedura penale) ai reati di devastazione e saccheggio, attentato a impianti di pubblica utilità, reato di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, danneggiamento da parte di un gruppo. Non solo nel decreto si parla anche di procedibilità d’ufficio del reato di lesioni a agente o ufficiale di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza in tutti i casi (oggi la perseguibilità c’è solo nell’ipotesi aggravata). 

Per far funzionare meglio la macchina giudiziaria ci saranno misure per facilitare l’assegnazione provvisoria dei magistrati, con possibilità di assegnazione di un magistrato a più uffici del distretto. E ancora nella bozza del decreto Sicurezza, visionata dal Corriere, si prevede anche l’ ampliamento della misura prevenzione personale dell’avviso orale, che consente di imporre il divieto di radunarsi in luoghi pubblici anche limitato a determinate fasce orarie e maggiore responsabilizzazione dei genitori per i danni causati dai minori. È ancora in discussione, infine, il potenziamento degli strumenti informativi dell’intelligence, imponendo alle piattaforme digitali di fornire un numero più ampio di informazioni rispetto alle mobilitazioni che ormai passano dai social.

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