"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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BEATO ROSARIO LIVATINO IL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA

Son state portate a Corviale nella periferia di Roma, le reliquie del Beato Rosario Livatino, il Giudice ucciso dalla mafia a soli 38 anni. Chi era questo Magistrato, Martire cristiano, che teneva in una mano il Codice e nell’altra il Vangelo?

Beato Rosario Angelo Livatino Laico, martire 21 settembre (e 29 ottobre)

Canicattì, 3 ottobre 1952 – tra Canicattì e Agrigento, 21 settembre 1990 Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì, in provincia e diocesi di Agrigento, il 3 ottobre 1952, unico figlio di Vincenzo, funzionario dell’esattoria comunale di Canicattì, e di Rosalia Corbo. Negli anni del liceo studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica. Si laurea in giurisprudenza a Palermo nel 1975. A ventisei anni, nell’estate del 1978, fa il suo ingresso in Magistratura. Dopo il tirocinio presso il Tribunale di Caltanissetta, il 29 settembre 1979 entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra. Il 21 settembre 1990 mentre sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento, viene raggiunto da un commando di quattro sicari e barbaramente trucidato. L’Italia scopre nel suo sacrificio l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. La sua beatificazione è stata celebrata nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, il 9 maggio 2021, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati presso la cappella della sua famiglia, nel cimitero di Canicattì, mentre la sua memoria liturgica cade il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima. 

 «Ragazzino» fu il termine con cui Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica, definì quel tipo di magistrato che, a suo dire, non poteva seguire indagini impegnative come quelle contro la mafia e il traffico di droga, per la giovane età e inesperienza. Non voleva assolutamente essere  un complimento, tanto che poi dovette smentire di averlo detto riferendosi al giudice Rosario Livatino.

Di «piccolo giudice» parlò invece la professoressa Ida Abate, che a lui insegnò greco e latino, ma si riferiva, più che alla statura fisica, comunque minuta, alla “piccolezza” secondo il Vangelo: la sua statura morale, per lei, era infatti fuori discussione.

Rosario Angelo Livatino arriva da Canicattì, che per alcuni equivale un po’ alla “fine del mondo” (italiano) o, perlomeno, ad un posto imprecisato e geograficamente confuso. Nasce il 3 ottobre 1952 e viene battezzato il 7 dicembre dello stesso anno, nella chiesa madre della cittadina, dedicata a san Pancrazio, primo vescovo di Taormina e martire. Si rivela subito eccezionale per intelligenza e applicazione negli studi, che gli consentono, a neppure 23 anni, di laurearsi con lode in giurisprudenza e subito dopo in scienze politiche.

Entra in magistratura, il sogno della sua vita e come sostituto Procuratore al tribunale di Agrigento, si occupa delle più delicate indagini antimafia oltreché di criminalità comune, mettendo le mani nella “tangentopoli siciliana” e inevitabilmente approdando alla mafia agrigentina.  Presta poi servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere della speciale sezione misure di prevenzione e molto probabilmente è proprio questo delicato incarico a decretare la sua fine.

Inflessibile, coerente, assolutamente ininfluenzabile, non aderisce a club od associazioni, non rilascia dichiarazioni e rarissimi sono i suoi interventi pubblici. Tutto concentrato sul suo lavoro, se lo porta anche a casa, per studiare le cause su quella sua scrivania, dove spiccano un crocifisso e un Vangelo, che, da come troveranno evidenziato e con annotazioni a margine, deve essere molto consultato.

«La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità», scrive ed è facile capire da dove abbia preso spunto, così come non è difficile immaginare da dove abbia attinto che «il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico».

La giornata del giudice Livatino, oltreché nutrita di Vangelo, è intessuta di preghiera: inizia sempre con una sosta nella chiesa di San Giuseppe ad Agrigento, davanti al Tabernacolo; è una chiesetta fuori mano, in cui può pregare in incognito. Anche per la Messa domenicale sceglie una chiesa dove può passare inosservato, perché la sua non è una fede esibita, ma concreta. Riceve la Cresima da adulto, il 29 ottobre 1988: segue il catechismo insieme ai ragazzi delle medie, senza per questo farsi problemi né dare sfoggio di cultura.

«Il giudice deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile. L’immagine di un uomo capace di condannare, ma anche di capire», scrive, ed è esattamente quanto cerca di fare per «dare alla legge un’anima», nel continuo sforzo di essere giusto nel condannare ma attento a non confondere la persona con il reato, scegliendo sempre secondo giustizia, anche se, come scrive, «scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio».

È sua la scelta, malgrado gli inviti bonari a “lasciar perdere”, di far parte del collegio chiamato a decidere sulla confisca dei beni a quattro presunti mafiosi agrigentini, potenti ed “intoccabili” capifamiglia di Canicattì e così gli tendono un agguato il 21 settembre 1990, sulla superstrada che normalmente percorre, sempre senza scorta, per andare in ufficio: lo rincorrono per la scarpata lungo la quale si da alla fuga, uccidendolo con sei colpi mortali e  quello di lupara finale, come per lasciare la firma con la loro arma preferita. Grazie ad una testimonianza oculare, in pochissimo tempo, mandanti ed esecutori vengono identificati, arrestati e condannati all’ergastolo.

Morte di mafia, quella del giudice Livatino, ma non casuale, piuttosto logica conseguenza di un impegno per la legalità, che porta san Giovanni Paolo II a definire lui e gli altri uccisi dalla mafia «martiri della giustizia e indirettamente della fede».

Il Papa, proprio dall’incontro con i suoi genitori, prende l’ispirazione per la sua celebre condanna biblica della mafia nella Valle dei Templi di Agrigento, assolutamente non prevista ma stimolata dall’esempio di Rosario, al quale è attribuita una frase particolarmente profonda: «Al termine della vita non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili».

Sulla sua “credibilità” di magistrato e di cristiano ha indagato la Chiesa: la diocesi di Agrigento ha seguito la prima fase della causa di beatificazione e canonizzazione dal 21 settembre 2011 al 3 agosto 2017: tale inchiesta diocesana è stata però volta a indagare vita, virtù e fama di santità del Servo di Dio.

Con l’inizio della fase romana è stato nominato un nuovo postulatore nella persona di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, che aveva già contribuito, nella stessa veste, a far dimostrare il martirio in odio alla fede di don Giuseppe Puglisi, portando alla sua beatificazione.

Il 16 ottobre 2019 la Congregazione delle Cause dei Santi ha scritto al nuovo postulatore per richiedere l’istruzione di un’inchiesta suppletiva “super martyrio”, per completare il lavoro della commissione storica e ascoltare i circa venti nuovi testimoni, ma anche per riascoltare quelli già escussi, facendo riferimento esplicito alle circostanze della morte. È quindi stata realizzata la “Positio super martyrio”, presentata nel 2020.

Il 21 dicembre 2020, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva riconosciuto il martirio di Rosario Livatino. La sua beatificazione è stata celebrata il 9 maggio 2021 nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, nella Messa presieduta dal cardinal Semeraro come delegato del Santo Padre.

Le spoglie del giudice riposano presso il cimitero di Canicattì, nella tomba di famiglia. La sua memoria liturgica, invece, cade il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima.

Autore: Gianpiero Pettiti ed Emilia Flocchini

Il 21 settembre 1990, memoria di S. Matteo apostolo, è una giornata calda ma non afosa, tipica del mite autunno siciliano. Sono le otto, il giudice Rosario Livatino riordina alacremente i fascicoli processuali. Gesti preparatori, gli stessi di ogni mattina. Mancano appena due settimane al suo trentottesimo compleanno.

Alle 8.30 sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta viene raggiunto da un commando e barbaramente trucidato.

Un’ondata di commozione in quei giorni percorse allora il nostro Paese, nell’apprendere la sua storia dalle pagine dei giornali. L’Italia avrebbe scoperto nel sacrificio del “giudice ragazzino” l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo.

Nato a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo e Rosalia (il padre è avvocato, figlio a sua volta di avvocati), il piccolo Rosario è un bambino mite, silenzioso, dolcissimo, dai grandi occhi scuri e vellutati. I suoi giochi preferiti: macchinine e soldatini; e poi c’è a riempirgli assai presto le giornate la passione precoce per la lettura. Un’infanzia serena, la sua, vissuta nella semplicità e nel decoro di una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto.

Negli anni del liceo Livatino è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica.

(…)Per il liceale affascinato da Dio arriva infine il giorno fatidico della scelta: che cosa farà da grande? E non ha alcun dubbio: farà il giudice.

Nel ‘78, a ventisei anni, può coronare il suo sogno. Sulla propria agenda quel giorno scrive con la penna rossa, in bella evidenza: «Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura». E poi, a matita, vi aggiunge: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».

Livatino avverte infatti in maniera molto forte il problema della giustizia e lo assume ben presto come una vera missione. Il dramma del giudicare un altro essere umano, di dover decidere della sua sorte, non è cosa da poco per chi senta profondo in sé il tarlo della coscienza unito a un sincero senso di carità.

Sono valori che riecheggiano pure nella «Christifideles Laici» (1988), sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, laddove si può anche leggere che «la carità che ama e serve la persona non può mai essere disgiunta dalla giustizia»  (§ 42).

Ma come si fa, noi ci chiediamo, ad esercitare il diritto in Sicilia? Qui lo Stato è da sempre percepito – e sempre lo sarà – come “straniero”. La verità, si dice, ha sette teste. Come afferrarla? E come riuscire a farla trionfare nell’isola dai mille volti, l’isola “plurale” secondo la bella e calzante definizione di Gesualdo Bufalino?

È con questa difficile realtà che il giovane magistrato, fresco di laurea e di entusiasmo, dovrà fare i propri conti molto presto.

Il 29 settembre 1979 Livatino entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Dopo l’iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. È abile, intelligente, professionale; comincia a diventare un punto di riferimento per i colleghi della Procura.

Da Canicattì tutte le mattine raggiunge la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi con la sua utilitaria. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si ferma a pregare; quindi, il lavoro indefesso al Tribunale fino a sera inoltrata.

Nell’aula delle udienze aveva voluto un crocefisso, come richiamo di carità e rettitudine. Un crocefisso teneva inoltre anche sul suo tavolo, insieme a una copia del Vangelo, tutto annotato: segno che doveva frequentarlo piuttosto spesso, almeno quanto i codici, strumenti quotidiani del suo lavoro.

(…)Il suo sincero senso del dovere messo al servizio della giustizia ne fa una specie di missionario: il “missionario” del diritto. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra.

Domanda che gli venga affidata una difficile inchiesta di mafia perché è l’unico tra i sostituti procuratori di Agrigento a non avere famiglia: con fiducia totale si affida nelle mani di Dio («Sub Tutela Dei», annota nella sua agenda).

Ma Rosario non era un eroe: faceva semplicemente il suo dovere. E lo faceva coniugando le ragioni della giustizia con quelle di una incrollabile e profondissima fede cristiana.

«Impegnato nell’Azione Cattolica, assiduo all’eucaristia domenicale, discepolo del crocifisso», sintetizzò nell’omelia delle esequie mons. Carmelo Ferraro, fotografandolo con pochi rapidi tratti. Uomo di legge, uomo di Cristo.

(…) Da quando Rosario non c’è più, lei non ha smesso un solo giorno di girare l’Italia in lungo e in largo, recandosi nelle scuole, ma anche in televisione, dovunque insomma la chiamassero per parlare del “suo” giudice. È la professoressa Ida Abate, che fu sua insegnante di latino e greco al liceo classico.

Sull’allievo scomparso ha speso fiumi di parole, ha scritto molte lettere e testimonianze. È stata poi incaricata dal Vescovo di Agrigento, monsignor Ferraro, di raccogliere le voci, i racconti, le dichiarazioni di quanti conobbero in vita Rosario, così da poter dare inizio a quel lungo e complesso iter che lo ha successivamente portato sugli altari.

Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede l’11 maggio 2011, la diocesi di Agrigento ha quindi dato inizio alla sua causa di beatificazione e canonizzazione. Il processo diocesano è stato aperto a il 21 settembre 2011 e si è concluso il 3 ottobre 2018, per la verifica dell’eroicità delle virtù. Si è poi resa necessaria, nel 2019, un’inchiesta suppletiva, per verificarne il martirio in odio alla fede.

Il 21 dicembre 2020 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul suo martirio, mentre la beatificazione si è svolta il 9 maggio 2021 nella cattedrale di Agrigento. Il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima, è la data stabilita per la sua memoria liturgica.

(…) Di Rosario molte cose si sono conosciute solo dopo la sua morte. Della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Il custode dell’obitorio ricordava allora con le lacrime agli occhi tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto al cadavere di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati in cui si era imbattuto svolgendo il suo lavoro di sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, e ai quali aveva pure applicato la legge, ma che non per questo cessavano di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura.

«Uno dei martiri della giustizia e indirettamente della fede», ha detto di lui Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993, ricevendo in udienza privata i genitori e la professoressa Abate, durante la sua visita pastorale in Sicilia.

La lezione morale che ci trasmette è quella di un testimone radicale della Giustizia, che in essa credeva profondamente, come progetto di fede e come esercizio di carità.

Autore: Maria Di Lorenzo

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I REALISTI SMASCHERATI

Così la brutalità russa ha scardinato buona parte delle tesi dei realisti

PAOLA PEDUZZI  21 GEN 2023 –IL  FOGLIO

Henri Kissinger e lo sgretolamento della teoria della provocazione a Mosca: “Penso che l’appartenenza dell’Ucraina alla Nato sarebbe un risultato appropriato”

Milano. Henry Kissinger, persino Henry Kissinger, il re quasi centenario del realismo americano, ha cambiato idea sull’Ucraina, la Nato e la Russia. All’incontro a Davos cui ha partecipato in settimana, ha detto: “Prima della guerra, ero contrario all’adesione dell’Ucraina all’Alleanza atlantica perché temevo che questa adesione avrebbe avviato proprio il processo cui stiamo assistendo adesso. Ora che questo processo ha raggiunto tale livello, l’idea di un’Ucraina neutrale a queste condizioni non è più sensata. E alla fine del processo che ho descritto, penso che l’appartenenza dell’Ucraina alla Nato sarebbe un risultato appropriato”.

Kissinger ha sempre messo in guardia il mondo sul fatto che il sostegno occidentale all’Ucraina potesse rappresentare una provocazione ai danni della Russia – una provocazione fatale, essendo la Russia dotata dell’arma atomica – e che per questo fosse necessaria una grande cautela. Oggi dice che non bisognava arrivare a questo punto, ma ora che ci siamo arrivati, allora il sostegno della Nato all’Ucraina, e il suo ingresso nell’Alleanza, sono sensati, se non necessari. 

A portarci fin qui non è stato l’estremismo belligerante della Nato, ma quello di Vladimir Putin e della sua aggressione continuata, violenta, indiscriminata all’Ucraina: Putin avrebbe potuto mettere fine alla guerra in qualsiasi momento, ma non l’ha voluto fare, non vuole farlo, e per questo l’Ucraina, con  i suoi alleati, non può smettere di difendersi. 

 Sono passati quasi undici mesi dall’invasione russa: migliaia di morti, milioni di rifugiati, milioni di sfollati, danni incalcolabili a un paese che conta di quanti minuti si allunga ogni giornata perché vuol dire che il gorgo invernale resta alle spalle, con il suo freddo, il suo buio, la sua distruzione. In questi undici mesi, la brutalità russa ha via via sgretolato  le cautele dei realisti – politici, intellettuali, commentatori – e parte delle loro tesi perverse sulle provocazioni. 

Il dibattito è molto cambiato dal febbraio dell’anno scorso, con le bombe e gli attacchi ininterrotti della Russia. Come conferma oggi  Kissinger, la tesi del Cremlino secondo cui l’invasione dell’Ucraina era fatta per evitare l’espansione della Nato è stata smentita dai fatti. Non solo quelli di oggi, anzi forse si può dire che questo elemento della propaganda putiniana è collassato quando la Svezia e la Finlandia hanno chiesto di entrare nell’Alleanza atlantica. Lì è stato chiaro che la Russia ha invaso l’Ucraina non perché Kyiv ambisse a entrare nella Nato, ma perché non era un membro della Nato. 

 Sanna Marin, premier finlandese che aspetta la ratifica di Ungheria e Turchia per sentirsi più al sicuro sotto la protezione della Nato, ha detto in un incontro a Davos: sono “sicura” che Putin non avrebbe invaso l’Ucraina se questa fosse stata dentro l’Alleanza, “non ci sarebbe stata la guerra e questo è il motivo per cui Finlandia e Svezia vogliono ratificare la propria appartenenza alla Nato”. 

 Anche l’ipotesi di un negoziato imposto agli ucraini – un altro tema ricorrente nel mondo realista che ha denunciato, in varie forme, la volontà ucraina di riprendere il territorio sotto la propria sovranità occupato illegalmente dai russi – è andata sgretolandosi: è apparso chiaro anche ai più cauti che fermare il paese aggredito perché non si riesce a contenere il paese aggressore non è un negoziato né una pace, ma una resa.

 I termini con cui si parla di pace oggi sono completamente diversi rispetto a quelli dello scorso anno, così come quelli con cui si parla di vittoria: prima si diceva che bisognava impedire alla Russia di vincere, oggi si dice che è necessario fare tutto il possibile perché l’Ucraina vinca, e questo non per assecondare un desiderio di annientamento della Russia – è il vittimismo putiniano a metterla così – ma perché l’invasione del 2014 in Donbas e in Crimea mostra che se il varco resta aperto, Putin si riorganizza e torna. 

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Nella grotta di Biagio, il missionario dei poveri che viveva da eremita: “Ecco dove digiunava per la pace, sulla montagna davanti Palermo”

di Salvo Palazzolo-  La Repubblica –  16 Gennaio 2023

Franco Mazzola, il fondatore dell’Oasi della speranza, apre per la prima volta a un giornalista l’eremo del missionario laico morto il 12 gennaio. “Qui, su monte Grifone, è rimasto per nove mesi fra il 2021 e il 2022, prima di scoprire la malattia”

Nella grotta c’è ancora il giaciglio di cartone dove dormiva. E poi il suo rosario, una penna di Radio Maria con cui scriveva tante lettere e l’immaginetta del santo Massimiliano Kolbe, il francescano polacco che ad Auschwitz si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia destinato al bunker dove i prigionieri non potevano né mangiare né bere.

Fratello Biagio si nutriva solo di pane, di acqua e della parola di Dio”, racconta Franco Mazzola, l’animatore di un angolo di quiete sul fianco di monte Grifone, “L’Oasi della Speranza” si chiama, una chiesetta che guarda la città e Montepellegrino, la montagna della patrona Rosalia: “Poco più sopra c’è la grotta di Biagio – ci racconta – vieni, te la mostro”.

Ecco dove fratello Biagio si rifugiava in gran segreto. Per digiunare e pregare. Qui, ha vissuto il suo ultimo ritiro spirituale, prima che gli venisse diagnosticata la malattia: “In questa grotta è rimasto quasi nove mesi, dal 10 luglio 2021 al 26 marzo 2022 – spiega Franco – nell’ultimo periodo, che era l’inizio della quaresima, aveva rinunciato anche al pane, e si nutriva solo con l’eucaristia

 L’Oasi della speranza e la grotta di fratello Biagio sono a cinque minuti dal caos di viale Regione Siciliana. Poco dopo lo svincolo di Bonagia, bisogna seguire via Nicolò Azoti, che scorre accanto alla circonvallazione, per poi girare in via Belmonte Chiavelli, che porta sulla montagna. Proprio all’inizio della Salita Mezzagno c’è l’Oasi: “Questa chiesetta l’ho costruita nel 1991, dopo la morte di mia moglie, che era incinta del nostro terzo figlio – racconta Franco Mazzola – qui un tempo, venivano a drogarsi, o a smontare auto rubate.

Un anno dopo, l’allora cardinale Salvatore Pappalardo mi invitò a conoscere fratello Biagio, che allora operava alla stazione centrale. Da allora è nato un legame intenso. All’Oasi Biagio ha dismesso gli abiti civili e ha indossato il saio, era il 5 maggio 1993″. Qualche tempo dopo, il missionario laico scoprì quella grotta, a poca distanza c’è il monastero di Santa Maria di Gesù, dove visse l’altro patrono di Palermo, San Benedetto il moro. “Quella grotta è diventata il suo luogo di raccoglimento – spiega Franco – dove pregava per le sofferenze del mondo.

Per arrivare alla grotta di fratello Biagio bisogna camminare per un viottolo che si inerpica sulla montagna. E poi salire ancora venti gradini scavati nella terra. “E’ il percorso che tante persone in difficoltà hanno fatto per venire a trovare una parola di conforto. E quando scendevano dalla grotta ho visto il loro sguardo che era cambiato, più sereno”. I racconti di Franco – fratello Franco come lo chiamano – toccano il cuore.

Biagio si fidava ciecamente di lui, c’è un video in cui annunciava in chiesa, prima di tornare in città: “Maria mi ha detto tante parole quassù, che poi Franco un giorno vi dirà”. Oggi, fratello Franco si limita a dire: “Nella sua grotta, Biagio aveva vissuto un’intensa esperienza di preghiera e di dialogo con la Madonna, a cui era devotissimo. Prima di andare via, aveva voluto realizzare anche una piccola grotta vicino la chiesa, proprio per ospitare la statua di Maria”.

Adesso, i volontari dell’Oasi, hanno sistemato una grande foto di Biagio Conte all’ingresso della chiesa. Ognuno di loro conserva un ricordo, un racconto del missionario che veniva a pregare e a digiunare sulla montagna. “Mia moglie gli preparava il pane”, sussurra Michele. Calogero, che abita accanto l’oasi, lo andava a trovare la sera, con un po’ d’acqua. “Gli avevamo portato anche una coperta – ricorda Matilde Gammino, che fa la neurologa a Villa Sofia – ma non la volle”.

Dice ancora fratello Franco: “Lui faceva penitenza e pregava per la pace nel mondo, per la giustizia, per i poveri. E aveva sempre davanti Palermo, città martoriata la chiamava. Ma invitava a non perdere mai la speranza”.

Questo è davvero un angolo di quiete. Franco ricorda che la sera del 27 maggio 1993 all’Oasi arrivò don Pino Puglisi con alcuni ragazzi di Brancaccio: “Mi disse: “Restiamo qui tutta la notte, per vedere l’alba sulla città”. Davanti alla grotta, il tempo sembra fermarsi. E i racconti di fratello Franco sembrano riportare Biagio qui. “Con il suo sorriso grande, anche quando faceva tanto freddo e lui stava a piedi scalzi. Quando poi iniziavamo a dire il santo rosario, arrivavano gli uccellini ad allietarci con i loro cinguettii”.

Qui, davanti alla grotta di fratello Biagio, si comprende perché questo uomo ha parlato a tutti. Ai credenti, ma anche ai non credenti; ai cristiani, ma anche ai musulmani. Ha parlato a tutti perché si era fatto davvero povero: in questa piccola grotta faceva anche fatica a distendersi, ed era difficile pure stare seduto. “In quei nove mesi ogni tanto aveva dei dolori pesanti – raccontano – ma pensavamo fossero dovuti al freddo intenso”. Invece, la malattia si era già fatto spazio in un corpo debilitato. “E lui non smetteva di pregare per Palermo, per tutti gli uomini.

 Ora, quella preghiera silenziosa è già un monito per la città: “”Occupatevi dei poveri”, ha continuato a ripetermi anche negli ultimi giorni”, sussurra Franco: “Un monito per i nostri governanti”. Adesso che è morto, nella grotta di fratello Biagio c’è invece in bella evidenza un bambinello Gesù appena nato. E una candela del battesimo. C’è anche un’immagine di Carlo Acutis, morto a quindici anni per una malattia fulminante: in ospedale, il giovane oggi beato disse alla madre che offriva le sue sofferenze alla Chiesa e che gli avrebbe dato molti segni della sua presenza. “Io sono sicuro che Biagio continuerà a indicarci la strada”, dice fratello Franco. E mentre lo dice guarda fra i cespugli: “Cos’è questo? E’ il bastone di Biagio. Lui non smetterà di sostenere Palermo con le sue preghiere”.

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MORTO BIAGIO CONTE, IL CANTORE LAICO DELL’AMORE DI DIO PER GLI ULTIMI DELLA TERRA

12/01/2023 

Aveva 59 anni e da tempo era gravemente ammalato. Missionario laico, è stato protagonista di numerose battaglie in difesa dei poveri e degli emarginati a Palermo, dove, nel 1993, aveva fondato la Missione Speranza e Carità. S’è spento attorniato dai volontari e dagli ospiti della comunità che aveva fondato. Il rapporto di stima e di aiuto con l’arcivescovo della città, monsignor Corrado Lorefice

Fernanda Di Monte – Famiglia cristiana

È morto il “san Francesco dei poveri di Palermo”. Fratel Biagio Conte, 59 anni, è deceduto alle 7 del 12 gennaio tra i volontari e gli ospiti della Comunità da lui fondata, che ha tre centri nel capoluogo siciliano. Era malato da diversi mesi: un tumore al pancreas non gli ha dato scampo, provandolo nel fisico, ma lascinadolo sempre vigile, sempre attento. Padre Pino Vitrano, suo braccio destro, gli era accanto. Tutta la città gli si è stretta attorno chiedendo un miracolo per la sua guarigione, così come era avvenuto a Lourdes, nel 2014, quando non poteva più camminare.     

Nato a Palermo il 16 settembre 1963, figlio di una famiglia agiata (i suoi erano imprenditori edili), Biagio Conte ha iniziato il suo cammino di fede rifugiandosi nel silenzio. Così raccontò quella scelta: «La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico. Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 5 maggio 1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso. Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle. Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto». 

La sua vita fu pellegrinaggio. In senso metaforico. Ma anche in senso proprio. «Come spinto da un vento impetuoso», annotò, «ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da san Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo. Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri».

Uomo di Dio che ha lottato per chi la società definisce “gli ultimi”. Ecco chi fa Biagio Conte. Per essi ha fatto digiuni perché ci fosse solidarietà nei confronti dei poveri, a volte ricevendo  disprezzo e critiche.  Per Palermo, la sua persona rimane un punto di rifermento forte. Insieme  con don Pino Vitrano, suo braccio destro e soprattutto fratello e amico, ha iniziato la Missione di Speranza e Carità. La figura di San Francesco d’Assisi è stata la guida di tutta la sua vita. La sua testimonianza ha toccato milioni di persone e continuerà a guidare quanti hanno colto la presenza di Biagio come un vero cristiano, attento davvero al prossimo

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L’ARMATA ROSSA E IL PARALLELO CON LE INGLORIOSE «AVVENTURE MUSSOLINIANE»

FRANCESCO PALMAS –  Avvenire  8 Gennaio 2023

Una situazione sul terreno ingestibile e una saga di errori interminabile

Passerà alla storia come un’invasione.

La guerra russa contro l’Ucraina è una saga interminabile di errori militari.

Fin dall’inizio. Nel prepararla, gli strateghi moscoviti l’avevano impostata sulla base di due postulati fallaci: la fragilità strutturale del governo nemico e la debolezza della sua resistenza armata.

Sembra di sfogliare le pagine più ingloriose delle «guerre mussoliniane» (affermano in tanti), partito all’assalto della Grecia con mezzi inadeguati, nel momento peggiore dell’anno, fra l’autunno e l’inverno del 1940. Come il Duce, i generali di Putin si erano illusi di sbrigare la pratica velocemente, attaccando su più assi poco coordinati e prendendo la capitale senza colpo ferire. Pensavano forse ai trascorsi sovietici in Cecoslovacchia e in Afghanistan, risoltisi in guerre lampo, poi degenerate. Ma il passato li ha ingannati. Così facendo, hanno trascurato il principio di concentrazione delle forze e sguarnito le direttrici di avanzata. La guerra si combatte però in due e i comandi russi si sono rivelati affatto inadeguati.

 Si sono sopravvalutati, fingendo di non sapere che le fortune di un esercito sono molto più che la sommatoria di carri e artiglierie. Sono soprattutto un fatto di uomini, capaci e competenti, e di sinergie armoniose fra le varie componenti. Nulla di tutto ciò si è visto in Ucraina, con un’aviazione quasi assente, un sistema di comando inorganico e una logistica latitante. Nel giro di pochi mesi, le batoste accumulate hanno bruciato quattro condottieri supremi. La nomina di Surovikin ha avuto finalmente il merito di unificare gli sforzi, ma non ha messo fine ai problemi russi, perché l’esercito di Putin fa acqua da tutte le parti.

E’ una vera incompiuta, un ibrido che tiene in vita una coscrizione inutile e manca di sottufficiali, quando sono proprio i sergenti a decidere le sorti delle truppe sul terreno, con decisioni autonome e rapide. Ai massimi livelli, non va meglio. Il numero uno della Difesa, Sergeij Shoigu, è lì per la fedeltà incondizionata allo zar, ma non brilla nella sua arte. In dieci anni è riuscito solo a insabbiare le riforme del predecessore, lungimiranti. Come stupirsi allora se l’Armata di Mosca combatte oggi allo sbaraglio? Non è preparata. Non si addestra mai alla guerra in città e si trova impantanata in un paese fittamente urbanizzato. Incespica di fronte al più piccolo abitato. Non ha nemmeno i reparti adeguati (fanterie motorizzate). E paga cari gli errori, di fronte a un nemico ostico, lontano parente di quello sbriciolatosi nel 2014.

Grazie alla consulenza angloamericana, Kiev è oggi uno degli avversari più temibili da affrontare, dopato dalle armi occidentali e molto più abile dei russi nella guerra di manovra. Surovikin ha fatto di necessità virtù, per scongiurare una disfatta strategica che sembrava imminente. Ha circoscritto gli obiettivi iniziali, irraggiungibili, sacrificato Kherson ed eretto fortificazioni ininterrotte dal Lugansk alla Crimea, passando per Mariupol. Nell’ultimo mese, grazie alle riserve, è riuscito a rosicchiare posizioni lungo tutto il fronte, concedendo poco al nemico. Ma a quale prezzo? In una guerra di logoramento, conoscere le perdite permetterebbe di valutare la sostenibilità dello sforzo. Ma i dati noti sono del tutto inattendibili.

L’unica certezza è che per ora non tira aria di negoziati, a dispetto della tregua natalizia invocata dal patriarca Kirill.

Non sarebbe la fine della guerra, ma un timido segnale di pace.

OMELIA DI PAPA FRANCESCO

I FUNERALI DI BENEDETTO XVI

Pope Francis starts a funeral mass as the coffin of late Pope Emeritus Benedict XVI is placed at St. Peter’s Square at the Vatican, Thursday, Jan. 5, 2023. Benedict died at 95 on Dec. 31 in the monastery on the Vatican grounds where he had spent nearly all of his decade in retirement, his days mainly devoted to prayer and reflection. (AP Photo/Antonio Calanni) Associated Press/LaPresse Only Italy and Spain

“Benedetto, che la tua gioia sia perfetta nell’udire per sempre la voce di Dio”. L’omelia di Papa Francesco

05 GEN 2023- Il Foglio 

“Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni”, ha detto il Santo Padre


«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Sono le ultime parole che il Signore pronunciò sulla croce; il suo ultimo sospiro – potremmo dire –, capace di confermare ciò che caratterizzò tutta la sua vita: un continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo. Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli. Il Signore, aperto alle storie che incontrava lungo il cammino, si lasciò cesellare dalla volontà di Dio, prendendo sulle spalle tutte le conseguenze e le difficoltà del Vangelo fino a vedere le sue mani piagate per amore: «Guarda le mie mani», disse a Tommaso (Gv 20,27), e lo dice ad ognuno di noi: “Guarda le mie mani”. Mani piagate che vanno incontro e non cessano di offrirsi, affinché conosciamo l’amore che Dio ha per noi e crediamo in esso (cfr 1 Gv 4,16).[1]

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» è l’invito e il programma di vita che ispira e vuole modellare come un vasaio (cfr Is 29,16) il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù (cfr Fil 2,5). Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: “Tu mi appartieni… tu appartieni a loro”, sussurra il Signore; “tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue”.[2] È la condiscendenza di Dio e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo, corpo che si offre per voi (cfr Lc 22,19). La synkatabasis totale di Dio.

Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare (cfr 1 Pt 1,6-7) e l’invito fiducioso a pascere il gregge (cfr Gv 21,17). Come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità (cfr Eb 5,7-9). In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare. Fecondità invisibile e inafferrabile, che nasce dal sapere in quali mani si è posta la fiducia (cfr 2 Tim 1,12). Fiducia orante e adoratrice, capace di interpretare le azioni del pastore e adattare il suo cuore e le sue decisioni ai tempi di Dio (cfr Gv 21,18): «Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza».[3]

E anche dedizione sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione: nella ricerca appassionata di comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 57), nella testimonianza feconda di coloro che, come Maria, rimangono in molti modi ai piedi della croce, in quella pace dolorosa ma robusta che non aggredisce né assoggetta; e nella speranza ostinata ma paziente che il Signore compirà la sua promessa, come aveva promesso ai nostri padri e alla sua discendenza per sempre (cfr Lc 1,54-55).

Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita (cfr Mt 25,6-7).

San Gregorio Magno, al termine della Regola pastorale, invitava ed esortava un amico a offrirgli questa compagnia spirituale: «In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi». È la consapevolezza del Pastore che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato.[4]

È il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: “Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito”. Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!

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Benedetto XVI, le parole del Rogito: ha lasciato un patrimonio sulle verità di fede

La bara con le spoglie del Papa emerito è stata chiusa ieri con all’interno alcuni segni della dignità pontificia e il testo che ricorda in breve la storia della vita e del ministero di Joseph Ratzinger

Vatican News -5 Gennaio 2022

Gli ultimi atti consumati nella discrezione dopo l’infinito omaggio pubblico. Ieri dopo essere stata per tre giorni al centro dell’ininterrotto pellegrinaggio tributato da oltre 200 mila persone nella Basilica vaticana, la salma di Benedetto XVI è stata rinchiusa in una bara di cipresso, nella quale sono stati deposti il pallio, le monete e le medaglie del pontificato e il Rogito, un testo custodito in un cilindro di metallo che ricorda i tratti salienti della vita e del ministero del Papa emerito, dalla nascita ai suoi ultimi giorni. Il testo del Rogito è stato letto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli. Dopo le esequie presiedute da Papa Francesco la bara di cipresso verrà inserita in un rivestimento di zinco e quindi in una bara di legno per essere infine tumulata nelle Grotte Vaticane.

Di seguito ecco il testo integrale del Rogito:

Nella luce di Cristo risorto dai morti, il 31 dicembre dell’anno del Signore 2022, alle 9,34 del mattino, mentre terminava l’anno ed eravamo pronti a cantare il Te Deum per i molteplici benefici concessi dal Signore, l’amato Pastore emerito della Chiesa, Benedetto XVI, è passato da questo mondo al Padre. Tutta la Chiesa insieme col Santo Padre Francesco in preghiera ha accompagnato il suo transito.

Benedetto XVI è stato il 265° Papa. La sua memoria rimane nel cuore della Chiesa e dell’intera umanità.

Joseph Aloisius Ratzinger, eletto Papa il 19 aprile 2005, nacque a Marktl am Inn, nel territorio della Diocesi di Passau (Germania), il 16 aprile del 1927. Suo padre era un commissario di gendarmeria e proveniva da una famiglia di agricoltori della bassa Baviera, le cui condizioni economiche erano piuttosto modeste. La madre era figlia di artigiani di Rimsting, sul lago di Chiem, e prima di sposarsi aveva fatto la cuoca in diversi alberghi.

Trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza a Traunstein, una piccola città vicino alla frontiera con l’Austria, a circa trenta chilometri da Salisburgo, dove ricevette la sua formazione cristiana, umana e culturale.

Il tempo della sua giovinezza non fu facile. La fede e l’educazione della sua famiglia lo prepararono alla dura esperienza dei problemi connessi al regime nazista, conoscendo il clima di forte ostilità nei confronti della Chiesa cattolica in Germania. In questa complessa situazione, egli scoprì la bellezza e la verità della fede in Cristo.

Dal 1946 al 1951 studiò nella Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga e all’Università di Monaco. Il 29 giugno 1951 fu ordinato sacerdote, iniziando l’anno successivo la sua attività didattica nella medesima Scuola di Frisinga. Successivamente fu docente a Bonn, a Münster, a Tubinga e a Ratisbona.

Nel 1962 divenne perito ufficiale del Concilio Vaticano II, come assistente del Cardinale Joseph Frings. Il 25 marzo 1977 Papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di München und Freising e ricevette l’ordinazione episcopale il 28 maggio dello stesso anno. Come motto episcopale scelse “Cooperatores Veritatis”.

Papa Montini lo creò e pubblicò Cardinale, del Titolo di Santa Maria Consolatrice al Tiburtino, nel Concistoro del 27 giugno 1977.

Il 25 novembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; e il 15 febbraio dell’anno successivo rinunciò al governo pastorale dell’Arcidiocesi di München und Freising.

Il 6 novembre 1998 fu nominato Vice-Decano del Collegio Cardinalizio e il 30 novembre 2002 divenne Decano, prendendo possesso del Titolo della Chiesa Suburbicaria di Ostia.

Venerdì 8 aprile 2005 presiedette la Santa Messa esequiale di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro.

Dai Cardinali riuniti in Conclave fu eletto Papa il 19 aprile 2005 e prese il nome di Benedetto XVI. Dalla loggia delle benedizioni si presentò come “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Domenica 24 aprile 2005 iniziò solennemente il suo ministero Petrino.

Benedetto XVI pose al centro del suo pontificato il tema di Dio e della fede, nella continua ricerca del volto del Signore Gesù Cristo e aiutando tutti a conoscerlo, in particolare mediante la pubblicazione dell’opera Gesù di Nazaret, in tre volumi. Dotato di vaste e profonde conoscenze bibliche e teologiche, ebbe la straordinaria capacità di elaborare sintesi illuminanti sui principali temi dottrinali e spirituali, come pure sulle questioni cruciali della vita della Chiesa e della cultura contemporanea.

Promosse con successo il dialogo con gli anglicani, con gli ebrei e con i rappresentanti delle altre religioni; come pure riprese i contatti con i sacerdoti della Comunità San Pio X.

La mattina dell’11 febbraio 2013, durante un Concistoro convocato per ordinarie decisioni circa tre canonizzazioni, dopo il voto dei Cardinali, il Papa lesse la seguente dichiarazione in latino: «Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exerceri debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse».

Nell’ultima Udienza generale del pontificato, il 27 febbraio 2013, nel ringraziare tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui era stata accolta la sua decisione, assicurò: «Continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre». 

Dopo una breve permanenza nella residenza di Castel Gandolfo, visse gli ultimi anni della sua vita in Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae, dedicandosi alla preghiera e alla meditazione.

Il magistero dottrinale di Benedetto XVI si riassume nelle tre Encicliche Deus caritas est (25 dicembre 2005), Spe salvi (30 novembre 2007) e Caritas in veritate (29 giugno 2009). Consegnò alla Chiesa quattro Esortazioni apostoliche, numerose Costituzioni apostoliche, Lettere apostoliche, oltre alle Catechesi proposte nelle Udienze generali e alle allocuzioni, comprese quelle pronunciate durante i ventiquattro viaggi apostolici compiuti nel mondo.

Di fronte al relativismo e all’ateismo pratico sempre più dilaganti, nel 2010, con il motu proprio Ubicumque et semper, istituì il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, a cui nel gennaio del 2013 trasferì le competenze in materia di catechesi.

Lottò con fermezza contro i crimini commessi da rappresentanti del clero contro minori o persone vulnerabili, richiamando continuamente la Chiesa alla conversione, alla preghiera, alla penitenza e alla purificazione.

Come teologo di riconosciuta autorevolezza, ha lasciato un ricco patrimonio di studi e ricerche sulle verità fondamentali della fede.  

CORPUS

BENEDICTI XVI P.M.

VIXIT A. XCV   M. VIII   D. XV

ECCLESIÆ UNIVERSÆ PRÆFUIT A. VII   M. X   D. IX

A D. XIX   M. APR.   A. MMV   AD D. XXVIII   M. FEB.   A. MMXIII

DECESSIT DIE XXXI M. DECEMBRIS ANNO DOMINI MMXXII

Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

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Benedetto XVI dottore della Chiesa: ha lottato per la fede dei semplici»

Nico Spuntoni –  la  Nuova Bussola  . 05-01-2023

Benedetto XVI santo subito? «Deciderà il Papa, io penso sia stato un dottore della Chiesa con il suo magistero. Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia». Intervista al cardinal Koch, che Ratzinger volle a tutti i costi con sè in Vaticano e diventò uno dei suoi collaboratori più fidati………….

Eminenza, un suo ricordo personale di Benedetto XVI.
La prima conoscenza con lui c’è stata attraverso i libri. All’inizio dei miei studi, infatti, ho letto tutti i libri del professore Joseph Ratzinger ed in particolare “Introduzione al cristianesimo“. Poi, come vescovo di Basilea ho avuto dei contatti quando lui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2010, quando era già Papa, mi ha chiamato a lavorare a Roma. E questo incontro per me è stato molto interessante. 

Ce lo racconti.
Aveva espresso la sua volontà di avermi in Curia. Io allora risposi che dopo quindici anni come vescovo non era facile lasciare la mia diocesi. La sua risposta è stata questa: “Si ti capisco, ma quindici anni sono sufficienti. Quindi vieni”. 

Le ha spiegato perché voleva proprio lei per guidare il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani?
Sì. Mi disse che dopo il mandato del cardinale Walter Kasper voleva di nuovo un vescovo che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo dai libri ma anche dall’esperienza personale. Questa motivazione mi ha fatto capire che l’ecumenismo stava molto a cuore a Benedetto XVI. Da presidente del Pontificio Consiglio ho avuto una stretta collaborazione con lui ed ogni udienza era molto bella perché lui era molto interessato alla progressione dell’ecumenismo. Poi, quando era Papa emerito, ho avuto la gioia di incontrarlo qualche volta ed era sempre una ricchezza per me.

Dopo la rinuncia continuava ad interessarsi al suo lavoro per la promozione dell’unità dei cristiani?
Principalmente abbiamo sempre parlato del lavoro dei gruppi di allievi perché lui mi aveva voluto come mentore. Ma è chiaro che si interessava anche al resto e le sue domande erano: “Come va il rapporto con Costantinopoli? Come va con Mosca? Come va con le chiese luterane?”. Si mostrò sempre molto interessato, sì.

In un testo da lei scritto in occasione dei novanta anni del Papa emerito, aveva sottolineato la coincidenza della sua nascita avvenuta proprio il Sabato Santo. La morte, invece, è avvenuta durante l’Ottava di Natale. Che lettura dà a questa circostanza temporale?
Sì, è avvenuta proprio nel tempo natalizio che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Ma penso ci sia un altro dato da evidenziare: la sua elezione al soglio pontificio avvenne nello stesso giorno di quella di Leone IX mentre è morto nello stesso giorno di papa Silvestro. Sabato Santo era molto importante per lui perché questo giorno indica la situazione di ogni cristiano: siamo in cammino verso Pasqua ma non abbiamo ancora l’esperienza di Pasqua. Ed oggi Benedetto XVI può celebrare la Pasqua, la Resurrezione e l’incontro con il suo Maestro. 

Cosa ritroviamo nel pensiero e nel magistero di Joseph Ratzinger- Benedetto XVI sulla vita eterna?
La meta della vita cristiana è la vita eterna. Il professor Joseph Ratzinger diceva che il suo libro più studiato era “Escatologia. Morte e vita eterna“. Mentre la seconda enciclica scritta come Papa era sulla speranza. La speranza cristiana è la speranza della Resurrezione. Questo è lo scopo per ogni cristiano: convertirsi nella vita terrena per arrivare alla vita eterna.

C’è chi invoca la sua canonizzazione immediata. In che modo Benedetto XVI vedeva i santi e che posto dava loro nella vita della Chiesa?
Lui era convinto che i veri riformatori della Chiesa fossero sempre i santi perché la santità è lo scopo della vita cristiana. C’è una bellissima omelia in cui papa Benedetto dice che la santità non è una proprietà esclusiva di pochi ma una vocazione per tutti perché nel giardino di Dio sono moltissimi i fiori. Paragonò lo stupore provocato dalla visione di un giardino con una varietà di fiori a quello che ci coglie davanti alla comunione dei santi con una pluralità di forme di santità. La comunione dei santi è un tema molto importante per lui tant’è che ne parla già nell’omelia per la Messa di inizio ministero petrino. Ma altrettanto importante era la comunione degli uomini: la sua priorità, infatti, è quella di riflettere sulla fede della comunità della Chiesa, non sulla teologia.  

A questo proposito, perché nei commenti di questi giorni si sente ancora qualcuno che lo descrive come un pastore incapace di parlare ai fedeli semplici, sebbene egli abbia sempre concepito sé stesso e il ruolo del vescovo come quello di avvocato della fede del Popolo di Dio?
Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La teologia è una cosa secondaria, prima viene la fede. La teologia, sosteneva, deve essere orientata dalla fede e non la fede deve essere orientata dalla teologia. Non si può affatto dire che lui fosse distante dal popolo. Non privilegiava il rapporto con le masse ma quello con il singolo. Egli infatti ha sempre avuto una grande attenzione per le persone con cui parlava. 

E’ corretto dire che l’ecclesiologia di Ratzinger ci insegna che la Chiesa non è soltanto una organizzazione sociale?
Sì. C’è una bellissima definizione di Chiesa già nella sua tesi di dottorato su sant’Agostino. In quel testo si dice che la Chiesa è il Popolo di Dio che vive del Corpo di Cristo. La sua è una ecclesiologia eucaristica: la Chiesa è dove i credenti celebrano, con la presidenza del prete, l’eucarestia. 

Le sue ultime parole, “Gesù, ti amo”, rappresentano il fulcro della sua spiritualità teologica?
Al centro della sua teologia c’è la questione di Dio ma non un Dio qualsiasi ma un Dio che vuole avere contatti con il mondo, che vuole avere relazioni con l’uomo, che ama l’uomo e che si è rivelato nella storia di salvezza prima in Israele e poi soprattutto in Gesù Cristo. In Gesù Cristo, Dio ha mostrato la Sua faccia. Io sono convinto che papa Benedetto volle scrivere il suo libro su Gesù di Nazareth, prendendo tempo ed energia dal suo pontificato, per farne la sua eredità. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia. E quelle ultime parole, “Gesù ti amo”, sono la conclusione perfetta di tutta la vita e della teologia di Benedetto XVI. 

E’ legittimo aspettarsi che lo vedremo “santo subito”? 
In primo luogo c’è Dio che è giudice su chi è santo, quindi devo lasciare il giudizio a Lui. in secondo luogo è il Papa che decide. Io penso che Benedetto XVI sia stato un grande maestro, un dottore della Chiesa con la sua teologia e il suo magistero e questo è per me ciò che conta di più. Ma noi tutti siamo chiamati ad essere santi. 

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Don Georg: Benedetto XVI ha vissuto amando il Signore fino alla fine

I media vaticani a colloquio con il segretario del Papa emerito scomparso il 31 dicembre: il ricordo commosso delle ultime ore e dei tanti anni trascorsi al suo fianco

Silvia Kritzenberger – Vatican news 4 Gennaio 2022

Provato, commosso, ma al tempo stesso in pace. L’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare prima del cardinale Joseph Ratzinger e poi di Papa Benedetto XVI, è negli studi di Radio Vaticana. Racconta gli ultimi momenti dell’esistenza terrena dell’uomo che dal 2005 al 2013 ha servito la Chiesa come Vescovo di Roma per poi compiere una scelta storica con la rinuncia al pontificato avvenuta quasi dieci anni fa.

Migliaia di fedeli hanno reso omaggio alle spoglie mortali del Papa emerito. Lei ha trascorso una grande parte della sua vita con lui come vive questo momento?

Umanamente, molto sofferente. Mi fa male, soffro… Spiritualmente, molto bene. So che Papa Benedetto adesso è dove voleva andare.

Quale era lo spirito con cui Benedetto XVI ha vissuto questi ultimi giorni? Quali sono state le sue ultime parole?

Le sue ultime parole non le ho sentite io con le mie orecchie, ma la notte prima della morte le ha sentite uno degli infermieri che faceva la guardia. Verso le tre: “Signore, ti amo”. L’infermiere me l’ha detto la mattina appena sono arrivato nella camera da letto, queste sono state le ultime parole veramente comprensibili. Di solito, pregavamo le lodi davanti al suo letto: anche quella mattina ho detto al Santo Padre: “Facciamo come ieri: io prego ad alta voce e lei si unisce spiritualmente”. Non era infatti più possibile che potesse pregare ad alta voce, era proprio affannato. Lì ha soltanto un po’ aperto gli occhi – aveva capito la domanda – e ha fatto segno di sì con la testa. Così ho incominciato. Verso le 8 iniziava a respirare in maniera sempre più affannata. C’erano due medici – il dottor Polisca e un rianimatore – e mi hanno detto: “Temiamo che adesso verrà il momento in cui dovrà sostenere l’ultima sua lotta in terra”. Ho chiamato le memores e anche suor Brigida, ho detto loro di venire perché si era arrivati all’agonia. In quel momento era lucido. Avevo già preparato prima le preghiere di accompagnamento per il moribondo, e abbiamo pregato per circa 15 minuti, tutti insieme mentre Benedetto XVI respirava sempre più affannato, sempre più si vedeva che non riusciva a respirare bene. Allora ho guardato uno dei dottori e ho chiesto: “Ma, è entrato in agonia?”. Mi ha detto: “Sì, è iniziata ma non sappiamo quando tempo dura”.

E poi che cosa è accaduto?

Eravamo lì, ognuno poi ha pregato in silenzio, e alle 9.34 ha fatto l’ultimo respiro. Poi abbiamo continuato le preghiere non più per il moribondo ma per il morto. E abbiamo concluso cantando “Alma Redemptoris Mater”. È morto nell’ottava di Natale, il suo tempo liturgico preferito, nel giorno di un suo predecessore – San Silvestro, Papa sotto l’Imperatore Costantino. Era stato eletto nella data in cui si fa memoria di un Papa tedesco, san Leone IX, dell’Alsazia; è morto nel giorno di un Papa romano, san Silvestro. Ho detto a tutti: “Chiamo subito Papa Francesco, è il primo che deve sapere”. L’ho chiamato, e lui ha detto: “Vengo subito!”. Poi è venuto, l’ho accompagnato nella stanza da letto dove è morto e ho detto a tutti: “Rimanete”. Il Papa ha salutato, gli ho offerto una sedia, si è seduto accanto al letto e ha pregato. Ha dato la benedizione e poi si è congedato. Questo è accaduto il 31 dicembre 2022.

Quali parole del suo testamento spirituale l’hanno più toccata?

Il testamento come tale mi ha toccato molto. Scegliere qualche parola è difficile, devo dire. Ma questo testamento l’aveva scritto già il 29 agosto 2006: la festa liturgica del martirio di San Giovanni Battista. È scritto a mano, molto leggibile, molto piccolo ma leggibile, nel secondo anno del Pontificato. In tedesco si dice “O-Ton Benedikt”, cioè “questo è proprio Benedetto”. Se avessi avuto un testo come tale, non conoscendo l’autore, l’avrei riconosciuto. Dentro c’è lo spirito di Benedetto. Leggendolo o meditandolo si vede è proprio il suo. Tutto lui è qui dentro, in due pagine.

È in sintesi un ringraziamento a Dio e alla famiglia …

Sì. È un ringraziamento ma anche un incoraggiamento ai fedeli, a non lasciarsi depistare da nessuna ipotesi né in campo teologico o filosofico né in qualsiasi altro campo. Alla fin fine, è la Chiesa che comunica, è la Chiesa, il Corpo di Cristo che vive, che comunica la fede a tutti e per tutti. Qualche volta anche in teologia, se ci sono teorie molto illuminate o che sembrano tali, può essere che dopo un anno o due siano già passate. È la fede della Chiesa cattolica, è questo che ci porta veramente alla liberazione e ci mette in contatto con il Signore.

Qual è il messaggio più forte del suo pontificato?

La sua forza sta nel motto che ha scelto quando è diventato arcivescovo di Monaco, citando la terza lettera di Giovanni: “cooperatores veritatis”, cioè “collaboratori della verità”, vuol dire che la verità non è qualcosa di pensato, ma è una persona: è il Figlio di Dio. Dio si è incarnato in Gesù Cristo, in Gesù di Nazaret e questo è il suo messaggio: seguire non una teoria sulla verità, ma seguire il Signore. “Io sono la via, la verità e la vita”. È questo il suo messaggio. Un messaggio che non è un fardello: piuttosto è un aiuto per portare tutti i pesi di ogni giorno, e questo dà gioia. I problemi ci sono, ma più forte è la fede, la fede deve avere l’ultima parola.

Il mondo non dimenticherà mai quell’11 febbraio 2013, l’annuncio della rinuncia. C’è chi continua a dire che non sia stata una libera scelta o addirittura che lui abbia voluto in qualche modo rimanere Papa. Cosa ne pensa?

Questa stessa domanda, l’ho posta io stesso a lui in diverse situazioni dicendogli: “Santo Padre, cercano una dietrologia sull’annuncio dell’11 febbraio dopo il concistoro. Cercano, cercano, cercano…”. Benedetto ha risposto: “Chi non crede che ciò che ho detto è il vero motivo della rinuncia, non mi crederà nemmeno se dico adesso ‘Credetemi, è così!’”. Questo è e rimane l’unico motivo e non lo dobbiamo dimenticare. Mi aveva preannunciato questa decisione: “Devo farlo”. Io sono stato tra i primi che hanno cercato di dissuaderlo. E lui mi ha risposto con nettezza: “Senta, non chiedo un suo parere, ma comunico una mia decisione. Pregata, sofferta, presa coram Deo”. C’è chi non crede o fa teorie, dicendo che avrebbe “lasciato una parte ma mantenuto un’altra parte”, eccetera: tutti quelli che dicono ciò fanno solo teorie su una parola o sull’altra e alla fin fine non si fidano di Benedetto, di ciò che ha detto. Questo è proprio un affronto contro di lui. Certo, ognuno ha la sua volontà, la sua libertà e può dire cose sensate o meno sensate. Ma la nuda verità è questa: non aveva più la forza di guidare la Chiesa, come ha detto in latino quel giorno. Io ho chiesto: “Santo Padre, perché in latino?”. Ha risposto: “Questa è la lingua della Chiesa”. Chi crede di trovare o di dover trovare qualche altro motivo, sbaglia. Il vero motivo l’ha comunicato lui. Amen.

Quale aspetto l’ha più colpita stando vicino a Benedetto nel lungo periodo trascorso da emerito?

Sono quasi dieci anni. Benedetto – già da cardinale, già da professore – ha avuto una grandissima dote. Tanti dicono l’umiltà: sì, questo è vero, ma anche – questo forse non si vedeva così bene – una capacità di accettare quando le persone non erano d’accordo ciò che diceva. Da professore è normale: c’è il confronto, il discorso, la “lotta” tra i diversi argomenti. In questo contesto si usano anche parole forti, ma senza mai ferire e se possibile, senza far polemica. Un’altra cosa è quando uno è vescovo e poi Papa: predica e scrive non come privato, ma come uno che ha ricevuto il mandato di predicare e di essere il pastore di un gregge. Il Papa è il primo testimone del Vangelo, anzi, del Signore. E lì abbiamo visto che le sue parole, le parole del Successore di Pietro, non sono state accettate. Ma questo ci dice che la guida della Chiesa non si fa soltanto comandando, decidendo ma anche soffrendo, e questa parte della sofferenza non era poca. Quando è diventato emerito, certamente tutta la responsabilità e tutto il pontificato erano finiti per lui.

Pensava che sarebbe vissuto così a lungo dopo la rinuncia?

Circa tre mesi fa gli ho detto: “Santo Padre, stiamo arrivando al mio decimo anniversario di episcopato: Epifania 2013, Epifania 2023. Dobbiamo festeggiare”. Ma vuol dire anche dieci anni dalla sua rinuncia. Alcuni mi dicono: “Ma come mai ha rinunciato dicendo che non ha più le forze e poi ancora vive da dieci anni? E lui ha risposto: “Devo dire che sono il primo che si meraviglia che il Signore mi abbia dato più tempo. Io pensavo un annetto al massimo, e me ne ha dati 10! E 95 è una bella età, ma anche gli anni e la vecchiaia hanno il loro peso, anche per un Papa emerito”.  Diceva ancora: “L’ho accettato e ho cercato di fare ciò che avevo promesso: pregare, essere presente e anzitutto accompagnare il mio successore con la preghiera”. E questo è molto bello. Anche raccomando ad alcuni che hanno problemi con questo di rileggere ciò che ha detto Benedetto, ringraziando Papa Francesco nella Sala Clementina in occasione del 65.mo dell’ordinazione sacerdotale. Infine una volta ho detto scherzando, in modo non molto elegante: “Santo Padre lei ha fatto i conti senza l’oste”… Lui ha replicato: “Io non ho fatto nessun conto: ho accettato ciò che mi ha dato il Signore. Mi ha dato questo, devo ringraziarLo. Questa è la mia convinzione. Altri possono avere altre idee, teorie o convinzioni, ma questa è la mia”.

Quale è stato il più grande insegnamento per la sua vita e che cosa le mancherà di più di Joseph Ratzinger?

Il più grande insegnamento è che la fede scritta, la fede pronunciata e annunciata non è soltanto qualcosa che lui ha detto e predicato, ma che ha vissuto. Cioè, l’esempio per me è che la fede imparata, insegnata e annunciata è diventata la fede vissuta. E questo per me – anche in questo momento in cui soffro, non da solo – è un grande sollievo spirituale.

Nel suo testamento Benedetto scrive: “Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare”. Era un uomo felice, realizzato?

Era un uomo profondamente convinto che nell’amore del Signore non si sbaglia mai, anche se umanamente si fanno tanti errori. E questa convinzione gli ha dato la pace e – si può dire – questa umiltà e anche questa chiarezza. Diceva sempre: “La fede dev’essere una fede semplice, non semplicistica, ma semplice. Perché tutte le grandi teorie, tutte le grandi teologie si basano sul fondamento della fede. E questo è e rimane l’unico nutrimento per se stessi e anche per altri”.

Grazie per essere stato con noi.

Sono io che vi ringrazio per questo invito: sono venuto molto volentieri e so bene che Papa Benedetto si sentiva molto sostenuto e anche – se posso dirlo – amato, amato per ciò che voi avete fatto, e anche circondato dal vostro affetto.

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Benedetto XVI, il “Papa laico” che sapeva sfidare chi rifiutava la fede

B-XVI puntava alla Città di Dio, non a correggere le storture di questo mondo. Non dobbiamo avere timore di ricordarlo o di celebrarlo. Ne va del futuro del cristianesimo, perché non si affievolisca

Sulle onoranze da rendere a Benedetto XVI dobbiamo resistere alla tentazione, e magari qua e là all’intenzione, di abbassare i toni. Piuttosto, si deve fare il contrario. Perché se, come in questi giorni si dice autorevolmente, è scomparso “un altro Padre della Chiesa” o un “Dottore della fede” o un “nuovo Agostino”, allora siamo di fronte a un grande evento storico non solo della cristianità. Arrivati alla vigilia della tumulazione, la percezione di tanta grandezza sembra invece incerta e anche imbarazzata. Sulla modalità di celebrazione, sul rito, sui paramenti, sulle presenze, sull’affluenza, ancora si discute. Come se si fosse insicuri o timorosi o guardinghi.

Bene ha fatto il governo italiano a disporre le bandiere a mezz’asta. E bene faranno i fedeli, gli estimatori, il popolo tutto, ad accorrere numerosi per pregare con lui, rendere giustizia a lui, testimoniare la fede o anche solo l’ammirazione per lui. 

Come Benedetto XVI è stato fatto oggetto di contumelie e denigrazioni, e anche sorde resistenze, in vita, così ora da morto sia pensato e onorato come un dono del cielo. Come fu trasformato in figura di discordia, diventi volto di perdono e amore. Perché l’uomo era così: non aveva pensieri se non limpidi, sentimenti se non sinceri, atteggiamenti se non di rispetto. Non che rifuggisse dalla critica e anche dalla polemica, ma gli era spontaneo, naturale, non studiato o calcolato, distinguere fra il piano delle idee sulle quali, una volta meditate a fondo, era inflessibile da quello delle persone, verso le quali era sempre comprensivo. Nessuno lo ha mai sentito dolersi (e certamente ne provò dolore) dell’affronto che gli fecero i docenti di una università che prima lo invitarono e poi lo respinsero. Nessuno ricorda una sua lamentela personale. Difficile trovare un altro come lui che avesse interesse tanto genuino a parlare, discutere, capire. Difficile pensare a un altro che potesse tanto spontaneamente mettere il suo interlocutore alla pari. Provava amicizia autentica anche verso chi lo aveva lasciato (“tradito” era una parola che non sarebbe stato in grado neppure di pronunciare).

Benedetto XVI aveva un interesse spiccato a intrattenere conversazioni con i cosiddetti “laici”. Chiamarlo un “Papa laico” non sarebbe un ossimoro. Senza atteggiamenti cattedratici, li sfidava. Che cosa significa “laico”? È laico il fondamento del pensiero laico? Oppure il pensiero laico ha compiuto un “distacco” dalla sua origine storica cristiana e una “emancipazione” dalla sua famiglia concettuale di origine che non sa come giustificare? Come render conto della uguaglianza fra tutti gli uomini, della loro comune dignità di persona? E se l’essere figli di Dio, a sua immagine, è la risposta (altra, altrettanto universale, non c’è), allora perché non riconoscere che a quell’immagine e solo nei limiti di quell’immagine sono legati diritti non negoziabili?

Dunque, c’è (deve esserci, c’è bisogno che ci sia) una legge sopra le nostre leggi, perché le nostre leggi non provano il valore di se stesse: che, ad esempio, un uomo sia uguale a una donna, che un uomo sia sempre un fine mai solo un mezzo, che la dignità sia una sua proprietà naturale, non sono teoremi che la ragione può provare, sono verità che la fede può credere. Scrisse un giorno Agostino, il teologo e santo tanto amato da Benedetto XVI: vae qui habent spem in saeculo!. State attenti voi laici a rifiutare o anche solo a porre fra parentesi la fede: pensate di essere più liberi e non vi accorgete che in realtà state recidendo le radici, la linfa, il nutrimento, di quella stessa libertà di cui dite di essere tanto orgogliosi. Semplicemente, il vostro secolarismo pecca di superbia e non risponde alle vostre domande.

Ecco un sentimento, un atteggiamento intellettuale, che Benedetto XVI non provava. Quella serenità dell’anima che traspariva dai suoi occhi, quel sorriso interiore che si vedeva sulle sue labbra, quella dottrina non solo teologica che si avvertiva dalla sua conversazione gli impedivano di essere superbo. Ora si comincia sempre più chiaramente a capirlo. Il suo pensiero cristiano indulgeva assai poco a correggere le storture di questo mondo (il secolo), a predicare la giustizia sociale o proclamare l’ecologia o esaltare l’umanitarismo o inclinare al sincretismo e assai di più a richiamare tutti alla Città di Dio.

Ora che in questa Città Benedetto XVI c’è entrato da umile servitore noi non dobbiamo avere timore di ricordarlo o pudore di celebrarlo. Perciò dobbiamo accorrere tutti: affinché il cristianesimo non si affievolisca, affinché non si secolarizzi anch’esso, affinché non diventi una narrazione consolatoria, affinché il nostro mondo non perda senso e speranza. E affinché lui, che ha vinto, non si archiviato come una pratica da sbrigarsi in fretta e poi proseguire come prima. 

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