Analizzò lucidamente e condannò gli errori del modernismo, profetizzando che esso avrebbe condotto a una società atea. Fu grande promotore del Catechismo e sostenne il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare impulso al canto gregoriano nella liturgia.
«Restaurare tutto in Cristo» fu il principio ispiratore degli 11 anni di pontificato di san Pio X (1835-1914), il Papa di umili origini che seppe analizzare lucidamente e condannare gli errori del modernismo. Ne riconobbe la radice malvagia e profetizzò che esso avrebbe condotto a una società atea. Il Santo Padre affrontò organicamente la questione nella sua enciclica più celebre, la Pascendi Dominici Gregis (8 settembre 1907), in cui definì il modernismo «sintesi di tutte le eresie». Pio X aveva ben chiaro che questa corrente pseudocristiana, sorta verso la fine del XIX secolo con la pretesa di adattare il messaggio eterno di Cristo ai cambiamenti sociali, attaccava le fondamenta stesse della fede, strizzando l’occhio alla massoneria.
Ieri come oggi, i modernisti rifiutavano i dogmi e l’insegnamento degli antichi Padri, rigettavano l’autorità del Papa, teorizzavano l’indifferentismo religioso e l’assoggettamento della Chiesa allo Stato, esaltavano la filosofia moderna disprezzando la Scolastica, slegavano fede e ragione, negavano la verità delle Sacre Scritture, l’istituzione dei Sacramenti da parte di Cristo, i miracoli e l’operare di Dio nella storia. Perciò san Pio X scriveva: «L’errore dei protestanti dié il primo passo in questo sentiero; il secondo è del modernismo: a breve distanza dovrà seguire l’ateismo». Sapendo di dover agire per la salvezza delle anime, durante il suo pontificato furono scomunicati o sospesi a divinis i maggiori esponenti del modernismo e rimossi dai seminari e dalle università cattoliche gli insegnanti – religiosi e laici – che favorivano quel sistema di eresie. Antepose al consenso del mondo la ricerca e il compimento della volontà di Dio, sempre con l’umiltà che l’aveva portato a definirsi «un povero parroco di campagna».
Al secolo Giuseppe Sarto, secondo di dieci figli, era nato a Riese (in provincia di Treviso) da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni Battista era un fattore e la madre, Margherita Sanson, una sarta ricca di fede, che alla morte del marito non volle che il suo secondogenito lasciasse il seminario per aiutare in famiglia. Giuseppe venne ordinato sacerdote a 23 anni. Dopo essere stato cappellano, arciprete, canonico, direttore spirituale in un seminario, venne nominato a 49 anni vescovo di Mantova, distinguendosi per la centralità data alla formazione religiosa. «Dottrina cristiana! Dottrina cristiana!», andava gridando durante le sue visite pastorali nelle varie parrocchie, in quanto cosciente che «frequentare la Messa e ignorare le verità della fede sono cose che si elidono a vicenda, perché non è possibile accettare verità che non si conoscono».
Nel 1889 partecipò al primo Congresso catechistico nazionale e votò a favore di un nuovo «catechismo popolare storico-dogmatico-morale redatto in domande brevi e risposte brevissime». Lui stesso si decise allora a comporre un testo dialogico. Da esso derivò poi il famoso Catechismo Maggiore (in seguito detto Catechismo di San Pio X), la cui prima edizione – fatta di 993 domande e risposte – venne pubblicata nel terzo anno del suo pontificato (1905) e fu seguita da due versioni più brevi.
La sua elezione al soglio pontificio, preceduta da un decennio come patriarca di Venezia, avvenne il 4 agosto 1903. Due mesi più tardi espose il suo programma nella prima delle sue 16 encicliche (E Supremi): «Le ragioni di Dio sono le ragioni Nostre; è stabilito che ad esse saranno votate tutte le Nostre forze e la vita stessa. Perciò se qualcuno chiederà quale motto sia l’espressione della Nostra volontà, risponderemo che esso sarà sempre uno solo: Rinnovare tutte le cose in Cristo».
In questo stesso solco il neo pontefice sostenne il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare il meritato spazio nella liturgia al canto gregoriano e alla polifonia classica, nella consapevolezza che «la musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli» (Inter Sollicitudines).
La grande devozione alla Vergine e l’amore per l’Eucaristia erano il nutrimento della sua santità. Raccomandò di partecipare alla Messa quotidiana e riportò l’età della Confessione e della prima Comunione «all’età dell’uso della ragione» (7 anni). Visti i crescenti attacchi all’innocenza dei bambini, Pio X (come altri santi) sosteneva infatti la necessità di farli accostare il prima possibile al Corpo di Nostro Signore.
Un fatto tra tanti ricorda quanto grande fosse la sua fede e come Cristo fosse il centro della sua vita. Pochi giorni dopo aver ricevuto da sant’Annibale Maria di Francia (fondatore dei Rogazionisti) il manoscritto con le rivelazioni di Gesù all’umilissima Luisa Piccarreta, san Pio X gli disse: «Fai subito dare alle stampe L’Orologio della Passione della Piccarreta. Leggetelo in ginocchio, perché è Nostro Signore che parla!»
La vita di questo santo gesuita polacco fu breve, ma straordinariamente feconda. Stanislao comprese che l’uomo non è fatto per la mediocrità, ma per la pienezza della vita in Cristo; non per accontentarsi di ciò che passa, ma per cercare ciò che ha valore eterno.
La Nuova Bussola – 19_08_2026 – Antonio Guido Filippazzi
Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata il 16 agosto 2026, a Rostkowo, da monsignor Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia, in vista del III centenario della canonizzazione di Stanislao Kostka (1550-1568), avvenuta il 31 dicembre 1726.
1. Cari fratelli e sorelle, a tutti voi il mio saluto e, per mio mezzo, anche il saluto del Santo Padre, in comunione con il quale celebriamo questa Santa Messa. Saluto in particolare il vostro Vescovo diocesano, che ringrazio per l’invito che mi ha rivolto ad essere qui oggi. Ci ritroviamo nel luogo della nascita di San Stanislao Kostka, per celebrare il terzo centenario della sua canonizzazione. Tre secoli fa la Chiesa riconobbe in quel giovane gesuita polacco, morto a soli diciotto anni, la perfezione della vita cristiana.
San Stanislao non è ricordato per le ricchezze, il prestigio o i successi terreni, ai quali rinunciò senza esitazione. È ricordato perché prese Dio sul serio. Credette che la chiamata del Signore meritasse tutto il suo cuore e tutta la sua vita. Ebbe il coraggio di mettere Cristo al primo posto. Nel motto tradizionalmente associato a lui – Ad maiora natus sum («Sono nato per cose più grandi») – è veramente racchiuso il segreto della sua esistenza. Stanislao comprese che l’uomo non è fatto per la mediocrità, ma per la pienezza della vita in Cristo; non per vivere ripiegato su se stesso, ma per donarsi; non per accontentarsi di ciò che passa, ma per cercare ciò che ha valore eterno.
La sua vita fu breve, ma straordinariamente feconda. La sua forza non risiedeva nelle doti umane, bensì nella potenza della grazia. Quando comprese che Dio lo chiamava, non cercò compromessi; quando incontrò ostacoli, non si lasciò paralizzare dalla paura. Scelse di seguire Cristo fino in fondo, con fiducia e perseveranza, sempre sostenuto dall’Eucaristia e guidato dalla Vergine Maria.
2. Ma oggi non siamo qui soltanto per ricordare il passato. Siamo qui per ascoltare ciò che San Stanislao dice oggi alla Chiesa.
A) Una prima lezione che il nostro Santo offre alla Chiesa riguarda lo sguardo da avere sui giovani.
Oggi ci interroghiamo su quali metodi e quali linguaggi adottare per annunciare il Vangelo ai giovani. La testimonianza del giovane Stanislao ci invita ad andare in profondità. La domanda decisiva non è soltanto come raggiungere i giovani, bensì quale ideale proporre loro. Talvolta siamo tentati di pensare che, per avvicinarli, sia necessario abbassare le esigenze del Vangelo, attenuarne la radicalità o rincorrere le attrattive effimere del mondo. La vita di San Stanislao ci insegna il contrario! I giovani non hanno bisogno di ideali piccoli, ma di orizzonti grandi e luminosi. Non chiedono che venga abbassata la cima della montagna, ma che qualcuno mostri loro la strada e li accompagni verso la vetta del monte, che è Cristo stesso.
San Stanislao ci ricorda che i giovani riconoscono il fascino delle cose grandi. La storia della Chiesa lo conferma: da Stanislao e Luigi Gonzaga fino a Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis: il Vangelo continua ad affascinare il cuore dei giovani quando è annunciato nella sua pienezza.
B) Una seconda lezione di San Stanislao riguarda l’azione pastorale della Chiesa verso i giovani.
Se i giovani sono fatti per la santità, allora la pastorale della Chiesa deve avere il coraggio di accompagnarli verso questa meta. Non basta organizzare attività o suscitare emozioni: occorre educare, formare, guidare. Educare significa non rassegnarsi alla mediocrità, ma aiutare i giovani a scoprire la bellezza di una vita pienamente donata a Cristo. Come diceva il grande Arcivescovo che mi ha ordinato sacerdote: «Ai giovani si deve chiedere tutto coraggiosamente… Essi hanno sete di ideale ed amano veramente le cose complete, anche se scomode. La storia della giovinezza è stata e sarà sempre la storia delle grandi dedizioni» (G. Siri). E aggiungeva: «I giovani si precedono, non si seguono»!
I giovani devono essere ascoltati e amati. Ma la Chiesa li accompagna non perché rimangano come sono, bensì perché incontrino Cristo, conoscano la verità, scoprano la propria vocazione e crescano fino alla santità. Per questo la pastorale giovanile deve condurre a Cristo attraverso un autentico cammino di fede: la vita sacramentale, la preghiera, l’esercizio delle virtù e l’educazione allo spirito di sacrificio, senza il quale non esiste il vero amore.
C) Infine, San Stanislao ci ricorda una verità fondamentale circa la santità stessa.
Si pensa talvolta che la santità sia un’aggiunta facoltativa alla vita umana. Si sente spesso ripetere che si deve diventare più uomini. Ma la fede della Chiesa ci insegna che l’uomo diventa pienamente se stesso proprio giungendo alla santità.
Come ci ha ricordato l’Apostolo nella seconda lettura, Cristo ha vinto la morte, e in Lui tutta l’umanità è chiamata alla gloria. La santità è la partecipazione alla sua vittoria: è l’opera della grazia che trasforma il cuore dell’uomo e lo configura progressivamente a Cristo.
In Maria Assunta contempliamo ciò che la grazia di Cristo desidera realizzare in ogni uomo e in ogni donna. Anche San Stanislao testimonia questa verità: egli non è stato meno uomo perché santo; al contrario, è diventato pienamente uomo proprio perché ha lasciato che Cristo trasformasse tutta la sua esistenza. I santi sono gli uomini e le donne più autentici e più liberi della storia. Per questo, se desideriamo una società più giusta, delle famiglie più salde e un mondo più umano, dobbiamo desiderare santi. È attraverso di loro che Cristo continua a rinnovare la faccia della terra.
3. Cari fratelli e sorelle, dalla terra natale del loro Patrono si elevi oggi un’intensa preghiera per tutti i giovani. Si elevi anche una preghiera per la Chiesa a Płock, in Polonia, in Europa e nel mondo intero, chiamata ad essere Madre e Maestra dei giovani.
Preghiamo perché i giovani non perdano mai il desiderio della santità. Preghiamo affinché nessuno spenga nei loro cuori la sete dell’infinito, impoverisca i loro ideali o li persuada che la santità sia irraggiungibile. E preghiamo affinché la Chiesa sappia sempre accompagnarli con amore, educarli con sapienza e guidarli con coraggio sulla via di Cristo.
La liturgia ci ha fatto pregare perché, contemplando Maria assunta nella gloria, viviamo «costantemente rivolti ai beni eterni». Questa preghiera riassume bene la vita del nostro Santo: un giovane che non si lasciò imprigionare dall’orizzonte delle realtà passeggere, ma tenne fisso lo sguardo sulla meta eterna preparata da Dio per i suoi figli. Ora, nella gloria del cielo, San Stanislao può fare sue le parole del Magnificat appena ascoltato: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».
Dalla sua Rostkowo, egli continua ancora oggi a rivolgere ai giovani e a tutta la Chiesa il suo invito: Ad maiora natus sum – «Sono nato per cose più grandi».
Sì, siamo nati per cose più grandi. Siamo nati per Cristo. E in Cristo siamo nati per la santità. Qui sta la vera grandezza dell’uomo, la pienezza della sua vocazione e la speranza del mondo. Amen.
Per papa Prevost, la pace non è anzitutto un obiettivo geopolitico ma una forma dell’anima che nasce dalla conversione interiore e solo da lì può irradiarsi nella storia. Una visione che rilancia la lezione del vescovo d’Ippona
18 agosto 2026 – Avvenire
Il pontificato di Leone XIV è segnato da un insistente richiamo alla pace. La pace di cui parla il Pontefice non è anzitutto un obiettivo geopolitico né un equilibrio tra interessi contrapposti: è una forma dell’anima, una disposizione del cuore, una realtà che nasce dalla conversione interiore e soltanto da lì può irradiarsi nella storia. È difficile non raccogliere, dietro questa impostazione, briciole del pensiero di Agostino.
Non è un caso che il primo saluto di Leone XIV sia stato proprio quello del Risorto: «La pace sia con tutti voi». Da allora quelle parole sono diventate il filo rosso del suo magistero, come richiama il recente volume della Libreria Editrice Vaticana, Disarmata e disarmante. La pace è un dono . Il Papa insiste che la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma un dono che proviene da Cristo e trasforma chi lo accoglie. La sua origine non è politica, ma teologica.
Questa prospettiva è profondamente agostiniana. Per il vescovo d’Ippona la pace è tranquillitas ordinis : la tranquillità che scaturisce quando ogni realtà trova il proprio giusto posto nell’ordine dell’amore. Non si tratta di un ordine imposto dalla forza, ma della giusta armonia delle relazioni: dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, degli uomini tra loro. Finché il cuore rimane disordinato, anche la società produrrà inevitabilmente conflitti. La guerra nasce nell’interiorità dell’uomo.
In questa puntata di LeoPop raccontiamo cosa c’entrano Agostino, la ricerca della verità e la fraternità con lo stile di Papa Leone XIV
È significativo che Leone XIV torni più volte proprio su questo punto. «Il cuore è il campo di battaglia più importante». Lì si combatte la vera lotta contro l’orgoglio, l’avidità, la volontà di dominio; solo cuori riconciliati possono costruire un mondo riconciliato.
Ecco ancora Agostino: il male è un amore deviato, un desiderio che ha smarrito il suo vero oggetto. Il disordine del mondo riflette sempre un disordine del cuore. Per questo ogni autentica riforma della convivenza deve passare attraverso una riforma dell’interiorità. La pace politica, senza la pace dell’anima, rimane inevitabilmente fragile.
Anche nel rifiuto di considerare la pace un’utopia irraggiungibile, Leone XIV richiama direttamente Agostino: «Non è difficile possedere la pace… se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano» ( Discorso 357.1). Non è un ingenuo ottimismo. Agostino vuole dire che la pace è un bene già offerto da Dio, che attende di essere accolto.
Questa convinzione attraversa l’intero magistero di Leone XIV. La pace non è il risultato esclusivo delle strategie diplomatiche, pur necessarie; è anzitutto una grazia che domanda collaborazione. Per questo il Papa insiste tanto sulla preghiera. Agli occhi del mondo, essa può apparire impotente; nella prospettiva cristiana, invece, rappresenta la prima forma di disarmo. «Pregando, disarmiamo il nostro ego», scrive. È l’affermazione agostiniana secondo cui ogni trasformazione sociale prende avvio dalla conversione del desiderio.
Ma vi è un ulteriore elemento che rende riconoscibile l’impronta di Agostino. Leone XIV parla della pace sempre in relazione al bene comune. La denuncia del nazionalismo esasperato, della ricerca dell’interesse particolare, della logica della sopraffazione non nasce soltanto da considerazioni politiche. Essa poggia su una precisa antropologia: l’uomo realizza se stesso soltanto nella comunione.
Anche qui Agostino offre la chiave interpretativa. Nel De civitate Dei le due città sono due amori: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’amore di Dio fino al dono di sé. La storia è il luogo in cui questi due orientamenti del cuore si intrecciano continuamente. Per questo nessuna pace autentica può essere costruita sull’affermazione egoistica del proprio interesse. Ogni pace fondata sulla forza contiene già in sé il germe della propria dissoluzione.
Si comprende allora perché Leone XIV utilizzi spesso espressioni come “dialogo”, “riconciliazione”, “incontro”, “mediazione”. Non si tratta di categorie diplomatiche aggiunte successivamente alla fede, ma della traduzione storica di una visione teologica dell’uomo. L’altro non è un ostacolo da neutralizzare, ma qualcuno con cui ricostruire una comunione ferita.
In un’epoca che tende a cercare la pace esclusivamente nelle architetture istituzionali, Leone XIV ricorda che nessun equilibrio internazionale sarà stabile se il cuore umano rimarrà dominato dalla paura, dall’avidità e dalla volontà di potenza. Non sminuisce il valore della diplomazia; ne indica piuttosto il fondamento più profondo.
Agostino aveva scritto che la pace è «la tranquillità dell’ordine». Leone XIV sembra tradurre oggi quella formula nel linguaggio del XXI secolo. Una pace “disarmata e disarmante” è quella che nasce da uomini finalmente disarmati dentro di sé. Solo quando il cuore rinuncia a dominare può imparare a custodire. E solo allora la pace cessa di essere una parentesi tra due guerre per diventare, davvero, una forma della vita umana.
I Papi a San Marino, al Meeting e alla diocesi di Rimini
Giovanni Paolo II al Meeting nel 1982
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano , martedì, 18. agosto, 2026 16:00 (ACI Stampa).
Tutto pronto nella Rocca del Titano per ricevere Papa Leone XIV e sarà il terzo. Il 29 agosto del 1982 per la prima volta nella sua storia, la Repubblica di San Marino e la Chiesa di San Marino – Montefeltro accoglie un Successore di Pietro, Giovanni Paolo II. “Migliaia di fedeli si riuniscono allo Stadio di Serravalle per la celebrazione eucaristica presieduta da Giovanni Paolo II, in una giornata destinata a rimanere nella memoria della comunità. Nel cuore del suo messaggio, il Papa richiama il legame tra la libertà della Repubblica e le sue radici cristiane, invitando a custodire una tradizione capace di coniugare fede, responsabilità e bene comune: «Questa terra non ha mai rinunciato alla propria libertà ed alla propria identità nazionale e religiosa.»” ricorda il Sito diocesano.
Poi il 19 giugno 2011 “Benedetto XVI torna a San Marino e nel Montefeltro per incontrare la Chiesa diocesana e le istituzioni della Repubblica. La celebrazione allo Stadio di Serravalle, l’incontro con i Capitani Reggenti a Palazzo Pubblico, la preghiera davanti alle reliquie di San Marino ed infine l’abbraccio dei giovani a Pennabilli scandiscono una visita dal forte valore spirituale e civile. Nel suo discorso ai giovani, il Papa li invita a non smettere di cercare ciò che dà senso alla vita e li incoraggia a vivere la fede come un cammino autentico, capace di orientare le scelte e di aprire il cuore al futuro: «Il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito.»”.
Il 22 agosto arriverà Leone XIV con diversi appuntamenti nella mattinata con la popolazione e i Capitani Reggenti.
Il Papa si reca poi al Meeting di Rimini e anche in questo caso non è la prima volta.
Emilia Guarnieri, per anni presidente del Meeting, ricorda l’estate del 1982 quando “Giovanni Paolo II doveva recarsi in Polonia, ma le condizioni politiche glielo impedirono. Così decise di venire al Meeting. A metà giugno la notizia, con una telefonata del Vaticano al Vescovo di Rimini. E il 29 agosto, alle 14, il Papa arriva in Fiera” e dice: “Costruite, senza stancarvi mai, la civiltà della verità e dell’amore”.
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Da allora ogni anno arrivava un messaggio per il Meeting e il rapporto si consolida nel tempo.
Ricorda ancora la Guarnieri: “Quando nell’aprile del 2005 divenne Papa il cardinale Ratzinger, Papa Benedetto XVI, il rapporto con lui era già storia più che decennale. Era stato relatore al Meeting del ’90 con un intervento sulla natura della Chiesa dal titolo “Una compagnia sempre riformanda”.” Nessuna visita da Papa ma sempre ogni anno un messaggio.
Poi l’incontro con Papa Francesco dei responsabili de Meeting: “ci trovammo di fronte a qualcuno che già ci conosceva, che ricordava gli inviti che gli avevamo rivolto quando era cardinale a Buenos Aires. Amici comuni ci legavano. Amici italiani che avevano conosciuto a Buenos Aires padre Pepe di Paola, il prete delle villas miserias, le favelas argentine. Lo invitammo al Meeting e lui ci raccontò della sua missione tra gli immigrati, i tossicodipendenti. Ci parlò di quanto l’arcivescovo Bergoglio condividesse il suo lavoro”.
E ora un Papa che torna al Meeting. “Il suo primo messaggio al Meeting, con il particolare apprezzamento per la mostra dedicata ai martiri d’Algeria, con la scelta di quel «disarmata e disarmante», espressione presto divenuta cifra del suo pontificato. E poi l’udienza concessa al presidente del Meeting, Bernhard Scholz, nel gennaio di quest’anno, la notizia della sua partecipazione, l’incontro con i curatori della mostra sui martiri d’Algeria. Il resto, ora, è attesa piena di grato stupore e di preghiera” conclude la Guarnieri.
La terza tappa della giornata del 22 agosto sarà un incontro con la diocesi di Rimini.
Non sono molte le visite dei Pontefici in questa diocesi. Ma il primo è stato nel 1857 Papa Pio IX. Era in visita alle Legazioni, attraversò la città lungo la via Emilia, diretto a Bologna.
Ma ancora una volta è stato Giovanni Paolo II a visitare Rimini sempre il 29 agosto 1982 con un programma quindi in tutto simile a quello di Papa Leone XIV con l’incontro in Cattedrale con ammalati e persone fragili, Santa Messa nell’area del porto.
La tragica morte del sacerdote a Trento interroga profondamente la Chiesa sulla solitudine, sulle fragilità e sui bisogni spesso inespressi dei suoi pastori: «Aiutiamoci di più. Sosteniamoci. Fidiamoci. Vogliamoci bene».
Don Lino, fratello, ci hai fatto piangere. Un prete che mette fine alla sua vita è una notizia sconvolgente. Il gesto, da condannare con assoluta fermezza, getta in subbuglio le nostre coscienze, pone domande che esigono risposte, ci impone di fermarci per tentare, alla luce di Dio, di dire una parola vera.
Il prete, nella cultura odierna, è una figura incompresa, come lo è la Chiesa che ha scelto di servire. Non lo si capisce se non si parte dall’inizio, da Gesù, il figlio di Dio, che ci ama, ci chiama, ci sfida. Egli, come il suo Signore, è un eterno sognatore. Sente di essere chiamato, accoglie l’invito e parte. Forte di una promessa, parte. Dove? Dove la Provvidenza vuole.
È vero, gli viene chiesto di lasciare amici, parenti, progetti. Poi – la promessa è questa e lui ci crede – avrà mille case, mille amici, mille famiglie in giro per il mondo. Deve essere coraggioso, però, una virtù che va di pari passo con la preghiera, la riflessione, la preparazione teologica e spirituale, la prudenza, l’umiltà. I suoi carismi personali devono essere valutati e vidimati dalla Chiesa.
Con il proprio vescovo e l’intero presbiterio deve imparare la difficile e liberante arte del discernimento. Non sempre le decisioni prese potranno essere condivise del tutto: le sensibilità sono diverse, come diversi sono gli studi, l’età, le esperienze personali, gli approcci pastorali; fondamentale è il rispetto e l’amore per l’altro. Si discute, si ragiona, si attende, si prega.
Una delle definizioni più belle di Dio la troviamo nel libro della Sapienza: «Amante della vita». E tu, prete, ti sei fatto apostolo instancabile della vita. In un mondo in cui la vita nascente, malata, povera, morente, è bistrattata e negletta, tu vai gridando che la vita è un bene non negoziabile, un dono incommensurabile. Nemmeno la morte gli tappa la bocca. Davanti a una bara ha il coraggio di cantare “io credo risorgerò”.
Per capire un prete devi guardarlo attraverso la luce del Vangelo, sennò rischi di confonderlo con un assistente sociale, uno psicologo, un amicone, un funzionario, una sorte di badante. Il prete è un folle, perché Cristo è stato un folle. Folle d’amore. Forte come una quercia sperimenta, come tutti, le debolezze umane.
Anche il prete invecchia, si ammala, muore. E invecchiando va incontro a tutte le fragilità proprie dell’età avanzata. Non avendo una famiglia propria, la parrocchia che serve è diventata il suo mondo. Dona e riceve. A qualunque casa bussa la porta si spalanca. A qualsiasi tavola è il benvenuto. Conosce tutti. I giovanotti con la barba e i tatuaggi li ha battezzati lui. Magari non vanno spesso a Messa ma gli vogliono bene.
Qualche parroco, nel momento in cui la Chiesa gli chiede di trasferirsi, potrebbe scivolare in una sorta di tracollo psicologico. Si sente smarrito, non è più giovane, non gode buona salute. La diocesi, però, ha tante esigenze e il clero si assottiglia di anno in anno. Occorre distribuire le forze, pensare al bene delle comunità, ai giovani, ai bambini, e, non ultimo, allo stesso prete anziano. Non è semplice. Ai piedi della croce, insieme, certamente la soluzione si troverà.
A Trento, invece, è accaduta una tragedia immane. Preso dallo sconforto, il cantore della vita, ha smesso di cantare. Il guaritore delle ferite altrui non ha avuto la forza di chinarsi sulla propria. L’uomo del Vangelo non ha permesso al Vangelo di strattonarlo ancora. L’animo umano è un abisso insondabile. Addio, don Lino. Perdonaci se non abbiamo saputo intercettare i tuoi bisogni e le tue paure.
Ai confratelli preti e vescovi una preghiera: aiutiamoci di più. Gettiamo alle ortiche il timore di essere fraintesi, giudicati, isolati; spalanchiamo, invece, l’animo a chi, come noi, si è fatto pellegrino e apostolo del Regno. Sosteniamoci. Fidiamoci. Vogliamoci bene. Ricordiamo sempre che l’amore – vero, concreto – tra noi resta la più bella ed efficace di tutte le omelie. Nella chiesa e fuori dalla chiesa.
Castel Gandolfo , domenica, 16. agosto, 2026 12:06 (ACI Stampa).
Ancora una volta, dopo la solennità di ieri dell’Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria, l’Angelus del pontefice viene recitato in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, gremitissima di fedeli. Fedeli temerari, sicuramente, visto il caldo di questi giorni. Volti felici, incuranti del sole battente: questo il panorama umano che il pontefice osserva da sotto il portone del Palazzo Apostolico delle Ville Pontificie. Ed è proprio qui che rivolge alcune parole ai presenti.
“Ieri abbiamo contemplato la Vergine Maria nel suo indissolubile rapporto con il Figlio: nemmeno la morte ha potuto interrompere quella comunione di anima e corpo, che è vita eterna. Ogni domenica ci ricorda che la stessa pienezza è riservata a chi segue Gesù: la sua risurrezione non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge”, questo l’incipit della meditazione di papa Leone XIV.
Parla poi della pagina del Vangelo di oggi, della donna cananea che “pur non appartenendo al suo popolo e abitando in una regione straniera, cerca con insistenza di parlare con Gesù, seguendolo come una discepola che ha già un legame con Lui”. Una donna che non desidera qualcosa per sé, ma la pace per la figlia “tormentata e confida in Gesù, nel quale riconosce il Messia discendente di Davide”. L’evangelista Matteo gli ostacoli che questa donna deve affrontare per poter avere un colloquio con Gesù: gli stessi discepoli cercano di impedire questo dialogo che le descrive cambiare la vita.
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Gesù – ricorda papa Leone XIV – “si era ritirato in quella regione e possiamo immaginare che, come altre volte, cercasse un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi. In quel momento, tuttavia, accade qualcosa di imprevisto”. Un imprevisto, un qualcosa di nuovo accade e Gesù segue ciò che si mostra a lui davanti. Papa Leone XIV fornisce, allora, questa lettura: “Meditando su questo, possiamo comprendere l’obbedienza di Gesù, che compie la sua missione lasciandosi colpire da ciò che vede e ascolta”. Come Gesù, anche oggi – riflette il pontefice – “la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze, così che in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tenere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci”.
Mentre, dalla donna cananea “impariamo l’umiltà e la determinazione. Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole, perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto”. E concludono: “Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio. Siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, che cerca pace”.
E dopo la recita della preghiera mariana, il pontefice esorta che “cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza la comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”. Sottolinea poi che “questa settimana avranno inizio i giochi del Mediterraneo che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero”.
L’omelia di papa Leone XIV nella solennità dell’Assunzione di Maria al Ciel
Di Antonio Tarallo
Castel Gandolfo , sabato, 15. agosto, 2026 10:33 (ACI Stampa).
Grande emozione per tutta la comunità parrocchiale della Parrocchia Pontificia di San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo. Il papa è in mezzo ai fedeli, a celebrare l’importante solennità di oggi: quella dell’Assunzione di Maria. Una celebrazione asciutta e carica di emozioni, di entusiasmo da parte dell’assemblea che in silenzio ascolta le parole dell’omelia del pontefice.
Papa Leone XIV riflette sul senso della solennità di oggi: parla di “compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata”. E coglie l’occasione, così, di fare riferimento all’arte pittorica che, molto spesso, ha raffigurato la Vergine “al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste”: immagine mutuata dal libro dell’Apocalisse. Un’immagine, questa, che – sottolinea il pontefice – “in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni”. Così avviene per tutte le donne e gli uomini della terra. E, allora – si chiede papa Leone XIV – “cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?”
Per rispondere a questa domanda delinea due “segni”: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. Un’omelia poetica quella di Leone XIV, che tocca i cuori e le menti dei fedeli, che vuole approfondire il concetto della purezza dell’anima: “Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo. La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressioni anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine”.
Papa Leone XIV pone uno sguardo al presente: “Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre”. Guarda il pontefice a tutte quelle persone che possiamo incontrare nella nostra vita “dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo”.
La Bellezza, questo potrebbe considerarsi il nodo centrale dell’omelia di papa Leone XIV: “Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro .dei piccoli squarci di cielo” sottolinea papa Leone XIV. E la Bellezza non può che ritrovarsi che nell'”amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita”.
Invita a non cercare lontano il Mistero che oggi celebriamo: Maria è possibile “incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti” infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”. E, nella conclusione, ribadisce papa Leone XIV questo concetto di profonda umanità presente nella solennità di oggi: “Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita ea condividere la sua stessa gloria”.
E, dopo aver citato precedentemente san Paolo VI e papa Francesco, suoi predecessori, è la volta di sant’Agostino che parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo “a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui». Il papa invita i fedeli a fare proprio questo invito ea seguire “la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo” concludono il pontefice
Dall’Irlanda alla Scandinavia, dalla Francia alla Spagna si registra una crescita silenziosa dell’esperienza cristiana, che si legge nell’aumento dei battesimi e nella riscoperta dei sacramenti in età adulta. In un Vecchio continente dove la Chiesa resta larga minoranza, sono segnali che fanno sperare (e riflettere)
Avvenire – 16 agosto 2026
Era il dicembre del 2023 quando nella chiesa dedicata a san Lamberto di Maastricht, ad Haren, paesino nella provincia olandese del Brabante Settentrionale, fu celebrata quella che tutti pensavano sarebbe stata l’ultima Messa. Per lo splendido edificio sacro del 1867, esempio della fioritura dell’architettura cattolica in Olanda seguita alla restaurazione della gerarchia episcopale nel 1853, sembrava profilarsi il destino di moltissime altre chiese del Paese: a causa del calo dei fedeli e dei pochi mezzi economici della parrocchia sarebbe stato venduto.
Un imprenditore locale aveva già progettato di trasformarlo in un centro di fisioterapia e la vendita sembrava ormai fatta. Ma l’affare è saltato e, agli inizi del 2025, ad acquistare la chiesa è stato invece un programmatore di soli 22 anni, Stijn Lansdaal, creatore di BloedCheckup.nl, piattaforma digitale per la prenotazione delle analisi di laboratorio. In accordo con diocesi e parrocchia vuole mantenerla un luogo di culto. Dove sembrava destinato a nascere un centro sanitario, ora arrivano giovani della zona per pregare insieme, alcuni in discernimento vocazionale, e l’obiettivo, ha raccontato il nuovo proprietario al quotidiano Brabants Dagblad, è renderlo nuovamente vivo e spiritualmente attrattivo.
Stijn Lansdaal non ha ricevuto un’educazione cattolica. È stato battezzato il 19 maggio 2024. Fa parte di quella schiera di neoconvertiti di cui si è parlato molto per la Francia, dove il fenomeno ha assunto proporzioni sorprendenti, ma che sta toccando, in misura diversa, anche Belgio e Olanda. Nei Paesi Bassi nel 2024 gli adulti entrati nella Chiesa cattolica sono stati 630, contro i 455 dell’anno precedente: quasi il 40% in più. «Non li abbiamo visti arrivare», ha detto nei giorni scorsi ad Avvenire il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, riferendosi ai nuovi cattolici. «Noi abbiamo allestito il cammino per arrivare alla porta, ma sono entrati dalla finestra». La storia di Stijn ne è un esempio spettacolare.
Questo boom non deve illudere: il grande movimento del cattolicesimo europeo rimane quello opposto, il restringimento. In Olanda nel 2000 si celebravano oltre 42mila battesimi di bambini, nel 2024 sono stati appena 6.110. In Francia, nello stesso arco di tempo, i battesimi dei bambini fino a sette anni sono passati da circa 380mila a 150mila. I nuovi ingressi non compensano neppure lontanamente le perdite, sul piano strettamente numerico.
Ma la notizia positiva c’è ugualmente, andando oltre l’aritmetica. Mentre si restringe il grande bacino del cattolicesimo ricevuto quasi naturalmente dalla famiglia e dall’ambiente sociale, avanza un nuovo, piccolo popolo: uomini e donne, soprattutto giovani, cattolici per scelta e non per tradizione. Che portano con sé l’energia dei neofiti, linfa preziosa.
Questo contrasto fra un arretramento vistoso del corpo ecclesiale e nuovi nuclei di fede vitale, anche incandescente, si presenta in molte parti d’Europa. In Irlanda, dove la Chiesa è stata spesso descritta come in fase terminale, fra i cattolici di 16-29 anni la frequenza settimanale alla Messa è salita dal 7% nel 2022 al 17% nel 2024; nel 2026 sono previste nove ordinazioni di sacerdoti diocesani, contro le sei del 2025. In Gran Bretagna, a Westminster quasi 800 adulti sono giunti quest’anno alla fase conclusiva del cammino verso i sacramenti o la piena comunione con la Chiesa, il 60% in più in un anno; a Southwark sono stati oltre 590, il numero più alto dal 2011. Nel settembre 2025, inoltre, otto giovani sono entrati nel noviziato dei domenicani inglesi a Cambridge, facendo parlare uno storico settimanale come il Tablet di un’«impennata di vocazioni».
Segnali arrivano anche dalla Spagna. Movimenti come Hakuna mobilitano migliaia di studenti e a San Sebastián, nei Paesi Baschi fortemente secolarizzati, quest’anno è tornata dopo mezzo secolo la grande processione del Venerdì Santo per le vie della città. La visita di Leone XIV in giugno ha mostrato poi una capacità di mobilitazione tutt’altro che esaurita: circa 600mila giovani alla veglia di Madrid e più di 1,2 milioni alla celebrazione del Corpus Christi.
La stessa dinamica si intravede nella vita monastica. Mentre comunità plurisecolari si spengono, altre, inaspettatamente, si espandono. Sempre in Francia i benedettini di Le Barroux, legati alla liturgia in rito antico, hanno inviato dodici monaci a Bellefontaine, dove la comunità trappista non aveva più forze per continuare. L’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, in Austria, conta oltre cento monaci e, mentre rafforza altre comunità, ha assunto la cura della storica abbazia di Sabiona, in Alto Adige, rilanciandola come centro spirituale.
E c’è un altro dato in controtendenza rispetto all’arretramento: la forza di attrazione dei santuari. Fatima ha registrato nel 2025 circa 6,5 milioni di presenze alle celebrazioni; Lourdes ha sfiorato i 4 milioni di pellegrini e visitatori; il festival dei giovani di Medjugorje, concluso nei giorni scorsi, ha richiamato decine di migliaia di giovani da tutto il continente.
C’è infine una storia diversa, che viene dal profondo Nord, a partire dalla Scandinavia, e parla del paradosso evangelico per cui gli ultimi che saranno i primi. Nei Paesi dove la Riforma aveva praticamente cancellato il cattolicesimo, oggi la Chiesa cresce nel suo complesso, l’unico caso in Europa. L’immigrazione ne è il motore principale, ma non l’unico. A Stoccolma la diocesi ha acquistato una grande chiesa luterana perché aveva bisogno di nuovi spazi; in Islanda, dove nel 1977 i cattolici erano appena un migliaio e oggi, secondo le stime della Chiesa locale, sono fra 35mila e 40mila, è stata aperta una nuova parrocchia. A Oslo la diocesi conta undici seminaristi per appena 27 parrocchie, quasi uno ogni due. Il vescovo Fredrik Hansen segnala a chi scrive anche un cambiamento nel profilo di chi si avvicina alla Chiesa: «In passato quasi tutti provenivano dalla Chiesa luterana. Oggi arrivano anche giovani non battezzati, la prima generazione realmente secolarizzata». L’alba di una storia nuova.
Lo “spirito di Anchorage”, dal nome della base militare che ospitò il vertice tra i due presidenti il 15 agosto 2025, è ben presto evaporato. A Washington e Mosca prevale ora la mancanza di fiducia reciproca su tutti i fronti, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico. Persino l’accordo bilaterale sul nucleare è stato archiviato
Avvenire – 15 agosto 2026
Per mesi i funzionari russi lo hanno chiamato «lo spirito di Anchorage»: un presunto clima di distensione e di dialogo ritrovato con Washington. Un anno dopo il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, di quell’atmosfera non c’è più traccia. L’Ucraina resta il principale terreno di scontro, ma il raffreddamento tocca l’intero rapporto bilaterale: i negoziati sono fermi su tutti i fronti di cooperazione bilaterale, le aspettative suscitate dal summit si sono dissolte e il linguaggio diplomatico è tornato a irrigidirsi. Il chiodo finale nella bara lo ha conficcato in questi giorni lo stesso capo del Cremlino: «Ad Anchorage non fu raggiunto alcun accordo», ha ammesso.
Il 15 agosto 2025 Trump aveva rotto la linea occidentale di isolamento del leader russo, stendendogli il tappeto rosso alla base di Elmendorf-Richardson. Che cosa i due presidenti si fossero detti a porte chiuse è rimasto conteso per mesi e questa ambiguità ha accompagnato tutto l’anno successivo. Mosca ha a lungo sostenuto che ad Anchorage fosse stata delineata una sorta di “compromesso” destinato a costituire la base di una futura pace. Washington ha sempre negato. «Se ci fosse stato un accordo, la guerra sarebbe finita», ha ribadito di recente il segretario di Stato Marco Rubio. Che cosa cercava Mosca in Alaska? Al di là del riconoscimento internazionale dei territori occupati in Ucraina e dell’alleggerimento delle sanzioni occidentali, la Russia voleva che il vertice gettasse le basi per un nuovo, ampio patto di sicurezza con gli Stati Uniti su Europa, Nato (da tenere lontana dai suoi confini), Artico e controllo degli armamenti.
Da parte sua Trump era arrivato al summit assicurando all’omologo che la posizione ucraina era destinata a deteriorarsi rapidamente e che un compromesso di Kiev era inevitabile. A partire da queste posizioni, lo sgretolamento progressivo appare inevitabile. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, l’evoluzione del conflitto, il mantenimento del sostegno europeo a Kiev e la crescente capacità ucraina di proseguire la guerra hanno modificato la percezione del capo della Casa Bianca. Allo stesso tempo, la Russia ha continuato a subordinare qualsiasi accordo a concessioni territoriali e politiche che Kiev considera una resa.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il progressivo spostamento dell’attenzione della Casa Bianca verso il Medio Oriente dopo lo scoppio della guerra con l’Iran alla fine di febbraio. Mosca ha condannato l’intervento americano e mantenuto la propria alleanza strategica con Teheran mentre il dossier ucraino perdeva centralità nell’agenda americana. Anche il tono del Cremlino è cambiato. Se nei mesi successivi al summit i dirigenti russi avevano più volte elogiato gli sforzi diplomatici di Trump, da settimane hanno iniziato a mettere apertamente in dubbio le stesse intenzioni americane. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è arrivato a ipotizzare che Trump abbia usato l’incontro in Alaska per prendere tempo e rafforzare militarmente Kiev. Non a caso, l’incontro tra Lavrov e Rubio a Manila, a luglio – il primo da settembre 2025 –, si è concluso dopo appena mezz’ora senza alcun passo avanti, con il capo della diplomazia americana costretto ad ammettere che serviranno «nuove idee e molto lavoro» per riaprire il negoziato.
Poco dopo l’Amministrazione Trump ha sostenuto per la prima volta in Congresso nuove sanzioni destinate a colpire i Paesi che acquistano petrolio e gas russi. Intanto l’ultimo accordo bilaterale che limitava gli arsenali nucleari, il New Start, è stato lasciato scadere: un arretramento che, per la prima volta da decenni, lascia i due maggiori arsenali atomici del mondo senza alcun limite. Secondo Fyodor Lukyanov, analista che consiglia il Cremlino, «lo spirito di Anchorage si è dissolto»: la diplomazia in tempo di guerra, ha scritto, «è plasmata dall’esito delle ostilità; se la percezione dei rapporti di forza cambia, le intese raggiunte prima perdono validità».
Nonostante il raffreddamento, Putin continua a dichiararsi disponibile a una ripresa dei colloqui sull’Ucraina mediati dagli Stati Uniti e attende una nuova visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner quando la crisi mediorientale lo consentirà. Allo stesso tempo, però, il Cremlino insiste sul fatto che ogni futura iniziativa diplomatica dovrà ripartire dalle intese (tuttora non chiare) discusse in Alaska, mentre gli Stati Uniti chiedono nuove basi negoziali. A un anno di distanza, più che inaugurare una stagione di distensione, il tappeto rosso in Alaska è diventato un simbolo della mancanza di fiducia reciproca su tutti i temi di possibile dialogo, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico, che da terreno di possibile cooperazione economica con Mosca è diventato per gli Usa un problema di sicurezza nazionale alla luce della crescente collaborazione Russia-Cina. «La posizione di Trump cambierà di nuovo, come è già accaduto molte volte – ha confermato lo stesso Lukyanov – finché la Casa Bianca non si convincerà che una vittoria degli avversari della Russia è impossibile».
Dante Alighieri dedicò alla Madonna parole immortali, tra le quali la celebre espressione: “Umile ed alta più che creatura” (Paradiso, Canto XXXIII). Una mirabile sintesi, dove il sommo poeta è riuscito a cogliere molto bene il fatto che Maria, da creatura semplice e nascosta, ebbe una collocazione straordinaria e unica nell’opera divina della Creazione e della Redenzione. Umilissima interiormente ed esteriormente, Maria non ha calcato palcoscenici, ma è sempre stata al fianco di Gesù: dal momento del concepimento, fino al sepolcro. Nella sua vita terrena, Maria ha seguito e servito suo Figlio e ha attirato e guidato molte persone (tra cui gli apostoli) a credere in Lui. Per chi l’ha conosciuta, Maria è stata un esempio straordinario di santità e di fede cristiana. Possiamo quindi affermare che la Madonna è la prima cristiana, è la prima credente: la sua fede è la fede di tutta la Chiesa.
Maria Assunta in cielo è l’icona di come saremo
Abbiamo visto i privilegi di Maria o, come le chiamava Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, le glorie: essere Immacolata sin dal suo concepimento (perché preservata dal peccato originale); essere sempre vergine (prima, durante e dopo il parto); essere la Madre di Dio (perché il bambino da Lei nato è il Figlio di Dio); essere la Nuova Eva (cioè la Madre di tutti i viventi: della Chiesa e dell’intera umanità). Tutti aspetti straordinari che, appartenendo ad una creatura qual era Maria, senza dubbio nobilitano il genere umano. Perché? Perché alla proverbiale infedeltà degli uomini, si contrappone l’assoluta fedeltà di Maria, la quale ha corrisposto alla Grazia in modo pieno e radicale. La Madonna è una di noi perché è una creatura, ma, essendo anche nostra Madre, Lei riverbera su di noi la sua grandezza. Pertanto accogliendola, ci eleviamo.
Ora voglio mettere a fuoco una realtà di Maria che riguarda anche il nostro futuro: Maria Assunta in cielo con la sua anima e con il suo corpo. Perché riguarda il nostro futuro? Perché, alla fine del mondo, anche noi parteciperemo con il nostro corpo alla Resurrezione di Cristo. Maria assunta in cielo è l’icona di come saremo; è il traguardo verso il quale siamo diretti nel cammino della vita: la felicità eterna in Cristo Risorto. Certo, l’essere assunta in cielo in anima e corpo già al termine della propria vita, costituisce uno speciale dono di grazia riservato esclusivamente alla Madonna. Di noi, infatti, nel momento della morte, sopravvive soltanto l’anima, la quale viene immediatamente giudicata e mandata o in Paradiso, o in purgatorio, o all’inferno; mentre il nostro corpo marcisce nella tomba. Però, alla fine del mondo, anche i nostri corpi risorgeranno e seguiranno le rispettive anime. Se avremo avuto un’anima ad immagine di Dio, allora il corpo sarà glorioso come quello della Madonna descritto dai veggenti nelle innumerevoli apparizioni: di ineffabile bellezza, di eterna giovinezza, irradiante di bontà, pace e amore.
L’Assunzione di Maria in cielo è un dogma
Maria Assunta in cielo non è una semplice ipotesi teologica, ma è un dogma definito autorevolmente da Papa Pio XII nel 1950. In quell’occasione – e per la prima volta a partire dal Concilio Vaticano I – il successore di Pietro fece uso del dono speciale dell’infallibilità del Papa. Essendosi prima consultato con tutta la Chiesa di cui ne ricevette il supporto, Pio XII parlò ex cathedra, cioè definì in modo infallibile quel dogma. Faccio una precisazione: prima di tale dogma, Pio IX, nel 1854, ne aveva proclamato un altro: quello dell’Immacolata Concezione. Si tratta di due dogmi abbastanza recenti, ma con radici molto profonde nella storia della Chiesa.
Il documento con cui papa Pio XII ha definito “Maria Assunta in cielo”, è la Munificentissimus Deus, costituzione dogmatica datata 1 novembre 1950, in cui il dogma viene espresso con queste parole: L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla Celeste Gloria col suo corpo e con la sua anima e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte. L’assunzione della Santa Vergine è una singolare partecipazione alla Resurrezione di suo Figlio. E’ un’anticipazione della resurrezione degli altri cristiani. Ecco perché ci interessa così da vicino! Per completezza, cito anche il n. 966 del Catechismo della Chiesa Cattolica che, dopo aver riportato il suddetto brano di Pio XII, conclude: Nella tua maternità hai conservato la tua verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte.
La disputa sulla morte della Madonna
Poniamoci di fronte a questa domanda: prima di essere assunta in cielo in anima e corpo, la Madonna è morta o non è morta? E’ un interrogativo sulla quale la Teologia discute ancora oggi. Nemmeno Pio XII ha sciolto questo dubbio; si è solo limitato a dire che l’Immacolata è stata assunta in cielo in anima e corpo finito il corso della sua vita terrena, senza specificare se era morta o no. A questo riguardo, ci sono due ipotesi teologiche. La prima dice che Maria è morta con il normale distacco dell’anima dal corpo; il suo corpo è rimasto alcuni giorni nel sepolcro senza però subire corruzione; poi è stata assunta in cielo in corpo e anima. L’altra ipotesi (seguita soprattutto della Chiesa Orientale) parla invece della dormizione della Beata Vergine Maria. Che cosa significa? Significa che quella di Maria, è stata una morte apparente, in cui l’anima non si è staccata dal corpo. Quindi in anima e corpo (ma dormiente) Maria ha passato alcuni giorni nel sepolcro in attesa che gli apostoli si radunassero per venerarla; dopodiché è stata assunta in cielo con il suo corpo e la sua anima: senza morire. Ad avvalorare quest’ultima ipotesi, è importante quanto ha sottolineato Pio XII nel suo documento L’immacolata Vergine è preservata immune da ogni macchia di colpa originale. Perché è importante? Ve lo spiego. Chi afferma che la Madonna non è morta, ne chiarisce il motivo con questo ragionamento teologico: la morte è una conseguenza del peccato originale, ma poiché la Madonna è Immacolata (cioè preservata dal peccato originale), allora non può essere morta.
Comunque, a prescindere da questa questione (cioè se la Madonna sia morta o meno), di fatto resta l’affermazione del dogma: la Madonna, in anima e corpo, è stata assunta in cielo al termine della sua vita terrena. Che poi, cari amici, è quello che ci interessa di più!
La Madonna è stata Assunta in cielo con il suo corpo glorioso come segno per noi
Ora vediamo, dal punto di vista della fede, in che cosa consiste l’Assunzione della Beata Vergine Maria. Partiamo da Cristo. Uscendo dal sepolcro, Cristo aveva il suo corpo vero, ma non il corpo di prima: quando Gesù è risorto, non è risorto come Lazzaro. Lazzaro è risorto perché Cristo, con la sua potenza, lo ha tratto fuori dalla tomba quattro giorni dopo la sua morte (come dice il Vangelo: già puzzava!). Però attenzione: Lazzaro è tornato a vivere con il corpo di prima e quindi, dopo qualche tempo, è morto di nuovo. Insomma, risuscitare con il corpo di prima – cioè corruttibile dal tempo e dallo spazio – vuol dire morire due volte, vuol dire non essere vincitore della morte. Tutt’altra cosa è la Resurrezione di Cristo. Il Risorto aveva il suo corpo vero, dove erano ben visibili i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi e lo squarcio della lancia nel costato; ma, nello stesso tempo, quel corpo era glorioso. Dunque, Cristo è risorto con un corpo vero, ma spiritualizzato, divinizzato (il termine greco è pneumatikos), cioè non più soggetto al tempo e ai limiti della materia. Difatti, quando è apparso nel Cenacolo, Gesù è passato attraverso le pareti.
La Madonna Assunta in cielo partecipa alla gloria di Gesù Risorto. Vi faccio un esempio: quando i sei veggenti di Medjugorje avevano le apparizioni quotidiane e magari si trovavano in sei luoghi diversi, la Madonna appariva a tutti loro nel medesimo istante e contemporaneamente. Si tratta della multi-locazione, una caratteristica peculiare ai corpi risorti.
Vi confesso, cari ragazzi, che provo un’ immensa gioia nel dirvi queste cose. Infatti, dopo la nostra morte e alla fine del mondo, tali realtà riguarderanno anche i nostri corpi e la nostra condizione esistenziale. Quello che è la Madonna adesso (meravigliosamente descritta dai veggenti), lo saremo anche noi: non più soggetti alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, ma eternamente giovani, splendenti di una straordinaria bellezza divina. Come Lei e come Gesù, anche noi avremo un corpo glorioso!
Riprendiamo il testo di papa Pio XII, al seguente passaggio: L’assunzione della Santa Vergine è una singolare partecipazione alla Resurrezione di suo Figlio. E’ un’anticipazione della resurrezione degli altri cristiani. Che cosa significa? Significa che Dio ha fatto anticipare in Maria quello che accadrà anche a noi. Con una differenza: noi avremo il nostro corpo glorioso soltanto alla fine del mondo, perché, quando moriamo, a sopravvivere sarà l’anima, mentre il corpo (a causa del peccato originale) marcirà nella tomba. Un fatto inesorabile, ma molto utile allo spirito: da adulatori del corpo quali siamo, vedere il nostro corpo destinato a diventare polvere, sicuramente ci rende più umili. Ricordiamocelo sempre: non c’è santità senza umiltà!
Alla fine del mondo i corpi risorgeranno gloriosi o a immagine della loro dannazione
Sapete che cosa succede quando una persona muore? Spesso sentiamo dire: << E’ morta, non c’è più! >>. Ragazzi, questo è un inganno del menzognero! Pensate che le varie religioni, anche le più antiche, hanno sempre creduto che l’uomo avesse l’anima immortale e che, al momento della morte, quell’anima andasse in cielo o in un posto destinato ai malvagi. Cari amici, la morte non è un disfacimento dell’essere, l’annullamento della persona. Vi è mai capitato di vedere morire una persona, magari all’improvviso? Un minuto prima, era una persona piena di vita, intelligente, che parlava e si muoveva; subito dopo, diventa un cadavere. Che cos’è questo drastico cambiamento? E’ il distacco dell’anima dal corpo: la morte. Ma attenzione, l’anima staccata dal corpo sussiste da sola, cioè continua a vivere anche senza il corpo. Così, mentre stiamo a piangere davanti al cadavere, in quel momento la sua anima compare nella Luce di Dio: immediatamente da Dio viene giudicata, immediatamente riceve la sua retribuzione eterna: o il Paradiso, o il purgatorio, o l’inferno. Ecco perché è così importante l’ultimo istante della vita, quando l’anima si stacca dal corpo! Cari amici, per giungere alla salvezza eterna, quell’istante deve coincidere al nostro totale affidamento e abbandono a Dio.
Nelle apparizioni, i veggenti non vedono un fantasma o una figura immaginaria. Vedono la Madonna con il suo corpo vero e glorioso, esattamente come gli apostoli vedevano Gesù dopo la Resurrezione (pensate che Gesù Risorto si fermò persino a mangiare del pesce con i discepoli!). Parlando di Medjugorje, nel giorno del loro compleanno, i veggenti vengono abbracciati e baciati dalla Madonna di cui ne sentono il corpo. Come è possibile? Perché si tratta di un corpo spiritualizzato e divinizzato, ma allo stesso tempo vero, concreto, che si può toccare!
Alla fine del mondo, quando Cristo verrà nella Gloria, i corpi risorgeranno: ma non tutti allo stesso modo. Coloro che hanno creduto e sono morti nella fede, avranno il corpo glorioso come quello della Madonna. Gli altri corpi risorgeranno ad immagine della loro dannazione. Nell’inferno, dove i demòni sono purissimi spiriti, i dannati saranno demòni incarnati con un corpo ad immagine della loro perdizione e bruttezza. I veggenti di Fatima, durante la visione dell’inferno, hanno visto molti corpi cadere nelle fiamme, stravolgersi e diventare orribili animali. E’ la malvagità, il rifiuto di Dio che, pervertendo l’anima, perverte anche il corpo.
Dire che la Madonna sia stata la prima creatura ad aver avuto un corpo glorioso, di certo non esaurisce il dogma dell’Assunzione. Infatti Pio XII, nel suo documento, aggiunge: La Madonnaviene dal Signore esaltata come Regina dell’universo. Un’affermazione che contempliamo anche nell’ultimo Mistero Gaudioso del Santo Rosario: l’incoronazione di Maria Vergine, Regina del Cielo e della terra. Da lì si evince come l’Assunzione di Maria non sia soltanto una partecipazione alla Resurrezione di Cristo, ma anche una partecipazione alla Regalità di Cristo. Pensate quale grandezza! Cristo, il Figlio di Dio, ha voluto al suo fianco Maria, una creatura, per governare il mondo e la storia.
Cari amici, la Madonna non è una creatura che sta in Cielo ad attendere immobile la fine del mondo e il compiersi l’opera di Dio. No! La Madonna è Regina! Siede alla destra di Cristo e con Lui governa (eccome governa!) il mondo e la storia! E’ Regina perché partecipa della Regalità di Cristo, ma è anche Madre della Chiesa e dell’intera umanità. Da quando è Assunta in cielo, sono migliaia e migliaia le sue apparizioni e, ancora di più, i suoi interventi invisibili e silenziosi. A Medjugorje, nello svelare la data del suo compleanno, la Madonna ci ha chiesto alcuni giorni di digiuno e preghiera come ringraziamento per tutto quello che ha sempre fatto per noi in duemila anni. Insomma, davvero Maria governa il mondo, governa la Chiesa pur rispettando la gerarchia stabilita da suo Figlio, governa la storia. La Madonna ci ha detto che quelle di Medjugorje sono le sue ultime apparizioni qui sulla terra. Ebbene, cari amici, proprio in questo tempo di grazia, è Lei ad aver preso in mano la grande battaglia contro il drago: per schiacciargli la testa!
La Madonna è stata Assunta in cielo con la sua anima e con il suo corpo glorioso
La Madonna Assunta in cielo è Regina del cielo e della terra. Lei esercita, in nome di suo Figlio, una Regalità universale. Penso che questo faccia piacere a tutte le donne!
Come abbiamo detto, la Teologia non ha ancora stabilito con certezza se Maria, prima di essere assunta in cielo, sia morta o non lo sia. Ebbene, ci ha pensato la Madonna a mettere fine a questa disputa. A Medjugorje, il 15 agosto 1981, Lei ha detto: << Mi chiedete della mia assunzione. Sappiate che io sono salita al Cielo prima della morte >>. Questo significa che la Madonna non è morta, ma è stata assunta in cielo con il suo corpo e la sua anima. Un’affermazione che dà forza a chi opta per l’ipotesi della dormizione.
Quindi, non per verità di fede, ma per un ragionamento teologico – tra l’altro illuminato dalla rivelazione della Madonna a Medjugorje – si può affermare che prima della sua Assunzione, la Vergine Maria non è morta, ma è entrata in una dormizione adorante, in attesa che gli angeli la portassero in Cielo.
Per essere precisi, è incerto anche il luogo del sepolcro (vuoto) di Maria. A riguardo, ci sono due teorie: che sia a Efeso o che sia a Gerusalemme. Quella maggiormente seguita è la seconda, in cui si racconta che quando ci fu il Primo Concilio Ecumenico della Chiesa (degli Apostoli), la Madonna, essendo a Efeso con Giovanni, tornò a Gerusalemme. Lì ebbe la sua dormizione. Difatti, nella Valle del Cedron a Gerusalemme si trova la sua tomba, dove adesso c’è la Basilica della Dormizione.