"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Domenica, 27 maggio 2012

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di celebrare con voi questa Santa Messa, animata oggi anche dal Coro dell’Accademia di Santa Cecilia e dall’Orchestra giovanile – che ringrazio -, nella Solennità di Pentecoste. Questo mistero costituisce il battesimo della Chiesa, è un evento che le ha dato, per così dire, la forma iniziale e la spinta per la sua missione. E questa «forma» e questa «spinta» sono sempre valide, sempre attuali, e si rinnovano in modo particolare mediante le azioni liturgiche. Stamani vorrei soffermarmi su un aspetto essenziale del mistero della Pentecoste, che ai nostri giorni conserva tutta la sua importanza. La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana. Tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre più vicini l’uno all’altro con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire, la comprensione e la comunione tra le persone sia spesso superficiale e difficoltosa. Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti; il dialogo tra le generazioni si fa faticoso e a volte prevale la contrapposizione; assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi. In questa situazione, possiamo trovare veramente e vivere quell’unità di cui abbiamo bisogno?

La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). Ma che cos’è Babele? E’ la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio. Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme.

Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere lungo la storia, ma anche nel nostro mondo.  Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele. E’ vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia? E come?

La risposta la troviamo nella Sacra Scrittura: l’unità può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. E questo è ciò che si è verificato a Pentecoste. In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti, si posò su ciascuno e accese in essi il fuoco divino, un fuoco di amore capace di trasformare. La paura scomparve, il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione.

Ma guardiamo al Vangelo di oggi, nel quale Gesù afferma: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13). Qui Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito  di unità e di verità, può continuare a risuonare nei nostri cuori e nelle menti degli uomini e spingerli ad incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. Lo Spirito, proprio per il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore. E così diventa più chiaro perché Babele è Babele e la Pentecoste è la Pentecoste. Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce.

La contrapposizione tra Babele e Pentecoste riecheggia anche nella seconda lettura, dove l’Apostolo dice: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne” (Gal 5,16). San Paolo ci spiega che la nostra vita personale è segnata da un conflitto interiore, da una divisione, tra gli impulsi che provengono dalla carne e quelli che provengono dallo Spirito; e noi non possiamo seguirli tutti.  Non possiamo, infatti, essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo. San Paolo elenca – come abbiamo sentito – le opere della carne, sono i peccati di egoismo e di violenza, come inimicizia, discordia, gelosia, dissensi; sono pensieri e azioni che non fanno vivere in modo veramente umano e cristiano, nell’amore. E’ una  direzione che porta a perdere la propria vita. Invece lo Spirito Santo ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe di vita divina che è in noi. Afferma, infatti, san Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace» (Gal 5,22).  E notiamo che l’Apostolo usa il plurale per descrivere le opere della carne, che provocano la dispersione dell’essere umano, mentre usa il singolare per definire l’azione dello Spirito, parla di «frutto», proprio come alla dispersione di Babele si contrappone l’unità di Pentecoste.

Cari amici, dobbiamo vivere secondo lo Spirito di unità e di verità, e per questo dobbiamo pregare perché lo Spirito ci illumini e ci guidi a vincere il fascino di seguire nostre verità, e ad accogliere la verità di Cristo trasmessa nella Chiesa. Il racconto lucano della Pentecoste ci dice che Gesù prima di salire al cielo chiese agli Apostoli di rimanere insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa anche quest’oggi prega: «Veni Sancte Spiritus! – Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!». Amen.

© Copyright 2012 – Libreria Editrice Vaticana

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VIENI SPIRITO CREATORE

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,
al Figlio, che è risorto dai morti
e allo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

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CELEBRAZIONE A CONCLUSIONE DEL MESE MARIANO

PAROLE DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro, Sagrato della Basilica
Sabato, 31 maggio 2008

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo quest’oggi la festa della Visitazione della Beata Vergine e la memoria del Cuore Immacolato di Maria. Tutto pertanto ci invita a volgere lo sguardo con fiducia a Maria. A Lei, anche questa sera, ci siamo rivolti con l’antica e sempre attuale pia pratica del Rosario. Il Rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, è una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel nostro cuore. In tante comunità cristiane, durante il mese di maggio, esiste la bella consuetudine di recitare in modo più solenne il Santo Rosario in famiglia e nelle parrocchie. Ora, che termina il mese, non cessi questa buona abitudine; anzi prosegua con ancor maggiore impegno, affinché, alla scuola di Maria, la lampada della fede brilli sempre più nel cuore dei cristiani e nelle loro case.

Nell’odierna festa della Visitazione la liturgia ci fa riascoltare il brano del Vangelo di Luca, che racconta il viaggio di Maria da Nazareth alla casa dell’anziana cugina Elisabetta. Immaginiamo lo stato d’animo della Vergine dopo l’Annunciazione, quando l’Angelo partì da Lei. Maria si ritrovò con un grande mistero racchiuso nel grembo; sapeva che qualcosa di straordinariamente unico era accaduto; si rendeva conto che era iniziato l’ultimo capitolo della storia della salvezza del mondo. Ma tutto, intorno a Lei, era rimasto come prima e il villaggio di Nazareth era completamente ignaro di ciò che Le era accaduto.

Prima di preoccuparsi di se stessa, Maria pensa però all’anziana Elisabetta, che ha saputo essere in gravidanza avanzata e, spinta dal mistero di amore che ha appena accolto in se stessa, si mette in cammino “in fretta” per andare a portarle il suo aiuto. Ecco la grandezza semplice e sublime di Maria! Quando giunge alla casa di Elisabetta, accade un fatto che nessun pittore potrà mai rendere con la bellezza e la profondità del suo realizzarsi. La luce interiore dello Spirito Santo avvolge le loro persone. Ed Elisabetta, illuminata dall’Alto, esclama: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,42-45).

Queste parole potrebbero apparirci sproporzionate rispetto al contesto reale. Elisabetta è una delle tante anziane di Israele e Maria una sconosciuta fanciulla di uno sperduto villaggio della Galilea. Che cosa possono essere e che cosa possono fare in un mondo nel quale contano altre persone e pesano altri poteri? Tuttavia, Maria ancora una volta ci stupisce; il suo cuore è limpido, totalmente aperto alle luce di Dio; la sua anima è senza peccato, non appesantita dall’orgoglio e dall’egoismo. Le parole di Elisabetta accendono nel suo spirito un cantico di lode, che è un’autentica e profonda lettura “teologica” della storia: una lettura che noi dobbiamo continuamente imparare da Colei la cui fede è senza ombre e senza incrinature. “L’anima mia magnifica il Signore“. Maria riconosce la grandezza di Dio. Questo è il primo indispensabile sentimento della fede; il sentimento che dà sicurezza all’umana creatura e la libera dalla paura, pur in mezzo alle bufere della storia.

Andando oltre la superficie, Maria “vede” con gli occhi della fede l’opera di Dio nella storia. Per questo è beata, perché ha creduto: per la fede, infatti, ha accolto la Parola del Signore e ha concepito il Verbo incarnato. La sua fede Le ha fatto vedere che i troni dei potenti di questo mondo sono tutti provvisori, mentre il trono di Dio è l’unica roccia che non muta e non cade. E il suo Magnificat, a distanza di secoli e millenni, resta la più vera e profonda interpretazione della storia, mentre le letture fatte da tanti sapienti di questo mondo sono state smentite dai fatti nel corso dei secoli.

Cari fratelli e sorelle! Torniamo a casa con il Magnificat nel cuore. Portiamo in noi i medesimi sentimenti di lode e di ringraziamento di Maria verso il Signore, la sua fede e la sua speranza, il suo docile abbandono nelle mani della Provvidenza divina. Imitiamo il suo esempio di disponibilità e generosità nel servire i fratelli. Solo, infatti, accogliendo l’amore di Dio e facendo della nostra esistenza un servizio disinteressato e generoso al prossimo, potremo elevare con gioia un canto di lode al Signore. Ci ottenga questa grazia la Madonna, che questa sera ci invita a trovare rifugio nel suo Cuore Immacolato.

pubblicazione su SPV da Vatican.va a cura di carlo mafera

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ASCENSIONE DEL SIGNORE

Cari fratelli e sorelle!

Quaranta giorni dopo la Risurrezione – secondo il Libro degli Atti degli Apostoli – Gesù ascese al Cielo, cioè ritornò al Padre, dal quale era stato mandato nel mondo. In molti Paesi questo mistero viene celebrato non il giovedì, ma oggi, la domenica seguente. L’Ascensione del Signore segna il compiersi della salvezza iniziata con l’Incarnazione.

Dopo avere istruito per l’ultima volta i suoi discepoli, Gesù sale al cielo (cfr Mc 16,19). Egli, però, «non si è separato dalla nostra condizione» (cfr Prefazio); infatti, nella sua umanità, ha assunto con sé gli uomini nell’intimità del Padre e così ha rivelato la destinazione finale del nostro pellegrinaggio terreno. Come per noi è disceso dal Cielo, e per noi ha patito ed è morto sulla croce, così per noi è risorto ed è risalito a Dio, che perciò non è più lontano.

 San Leone Magno spiega che con questo mistero «viene proclamata non solo l’immortalità dell’anima, ma anche quella della carne. Oggi, infatti, non solo siamo confermati possessori del paradiso, ma siamo anche penetrati in Cristo nelle altezze del cielo » (De Ascensione DominiTractatus 73, 2.4: CCL 138 A, 451.453).

Per questo i discepoli, quando videro il Maestro sollevarsi da terra e innalzarsi verso l’alto, non furono presi dallo sconforto, come si potrebbe pensare anzi, provarono una grande gioia e si sentirono spinti a proclamare la vittoria di Cristo sulla morte (cfr Mc 16,20). E il Signore risorto operava con loro, distribuendo a ciascuno un carisma proprio.

 Lo scrive ancora san Paolo: «Ha distribuito doni agli uomini … ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri … allo scopo di edificare il corpo di Cristo … fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,8.11-13).

Cari amici, l’Ascensione ci dice che in Cristo la nostra umanità è portata alla altezza di Dio; così, ogni volta che preghiamo, la terra si congiunge al Cielo. E come l’incenso, bruciando, fa salire in alto il suo fumo, così, quando innalziamo al Signore la nostra fiduciosa preghiera in Cristo, essa attraversa i cieli e raggiunge Dio stesso e viene da Lui ascoltata ed esaudita.

Nella celebre opera di san Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, leggiamo che «per vedere realizzati i desideri del nostro cuore, non v’è modo migliore che porre la forza della nostra preghiera in ciò che più piace a Dio.

Allora, Egli non ci darà soltanto quanto gli chiediamo, cioè la salvezza, ma anche quanto Egli vede sia conveniente e buono per noi, anche se non glielo chiediamo» (Libro III, cap. 44, 2, Roma 1991, 335).

Supplichiamo infine la Vergine Maria, perché ci aiuti a contemplare i beni celesti, che il Signore ci promette, e a diventare testimoni sempre più credibili della sua Risurrezione, della vera Vita.

(Benedetto XVI – Domenica 20 Maggio 2012)

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Morto Stanislav Petrov, l’eroe dimenticato che salvò il mondo dall’apocalisse nucleare

Aveva 78 anni. Durante la Guerra Fredda, il 26 settembre 1983, non si fidò del sistema di difesa sovietico per cui missili atomici lanciati dagli Usa erano in arrivo: «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore». Non fu premiato ma richiamato

di Fabrizio Dragosei – Corriere  della  Sera-  16 Settembre 2017

L’uomo che ha salvato il mondo è morto come è vissuto: nell’anonimato, senza riconoscimenti o quasi, in un misero appartamento di una cittadina satellite di Mosca. Per mesi, anzi, nessuno ne ha saputo nulla e la notizia è trapelata solo ora perché qualcuno l’ha cercato nell’anniversario di quel 26 settembre 1983. Fu allora che il tenente colonnello Stanislav Petrov (morto a 78 anni) decise che i segnali che arrivavano dai radar intercettori erano sbagliati, nonostante i tecnici giurassero il contrario.

Non era vero che gli Stati Uniti avevano lanciato decine di missili termonucleari contro l’Unione Sovietica; lui non seguì la procedura, non avvertì il Cremlino che avrebbe avuto meno di quindici minuti per decidere di reagire, facendo partire bombe atomiche dirette verso l’America e l’Europa. In quei pochi minuti che seguirono l’allarme dato a mezzanotte e quindici minuti, Petrov salvò il pianeta dall’olocausto nucleare.

I suoi superiori, quando poi si chiarì che si era trattato di un errore del sistema, non lo premiarono. Il colonnello, anzi, ricevette un richiamo per non aver seguito la procedura standard e la sua storia è rimasta segreta fino al crollo dell’Unione Sovietica. Ma anche dopo, in Russia non si è quasi mai parlato di Petrov. Il colonnello ha ricevuto qualche riconoscimento all’estero, ma nulla in patria.

Un anno fa lo siamo andati a trovare a Fryasino, la cittadina dove viveva a una ventina di chilometri dalla capitale. L’articolo uscito sul Corriere suscitò parecchio interesse in Italia, tanto che un gruppo di volontari, l’R 14 di Milano, decise di assegnargli un premio e un contributo economico che gli è stato utile negli ultimi mesi di vita.

Petrov abitava in uno dei tipici palazzi di cemento armato costruito in epoca kruscioviana per dare una casa, anche se di scarsa qualità, a tutti i sovietici. Una persona schiva, modesta, un uomo minuto e già segnato dalla malattia. Di poche parole. Quando lo incontrammo, si schermì subito «Noo!, che ho fatto? Niente di speciale, solamente il mio lavoro». Per aggiungere subito dopo: «Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».

In realtà è stata una fortuna per questo pianeta che Petrov non fosse un militare qualunque, uno dei tanti addetti alla sorveglianza a distanza dei silos americani nei quali sono custoditi i missili intercontinentali. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo (cosa che lui fece) e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori: «Missili americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti». L’analista reagì invece diversamente, con grande professionalità.

Petrov non credeva che gli Stati Uniti potessero veramente attaccare. «E se pure l’avessero fatto, non avrebbero lanciato solo un grappolo di missili», ci disse un anno fa. Si convinse che fosse «un’avaria del sistema». Così non disse ai superiori che era in corso un vero attacco. E salvò il pianeta. La notte in questione era quella del 26 settembre 1983 alle 00,15. Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss.

Erano gli anni della gerontocrazia al comando, della paranoia e della profondissima crisi. Il gensek (segretario generale del partito) Jurij Andropov era permanentemente in ospedale. In quell’occasione, il 1° settembre, a controllare i radar non c’era un «Petrov», ma un militare disciplinato e ottuso che riferì ai suoi superiori: un apparecchio, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto», si è giustificato in seguito.

Petrov no. Petrov non era ottuso. I tempi per rispondere ad un attacco nucleare sono strettissimi. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca: l’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il capo supremo (allora era il gensek, oggi sarebbe il presidente Putin) e a quel punto bisogna decidere subito. Militari, ex agenti del KGB (come Andropov, ma forse anche come Putin) non sono abituati a mettere in discussione le procedure.

In quelle settimane del 1983 la tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «Impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana. A un attacco si sarebbe risposto quasi certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato con il lancio (questa volta vero) delle sue testate nucleari. Per il globo sarebbe stata la fine. Ma Petrov non era ottuso. Al suo posto di controllo a Serpukhov-15, vicino Mosca, arrivò il segnale sempre atteso e tanto temuto: «Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato, dapprincipio. Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto», ci raccontò. Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base», racconta. «Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi». Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione» Così comunicò che c’era stato un malfunzionamento del sistema. “I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica».

In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole. Non venne premiato: se lui aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema, magari qualche alto papavero. Così tutto venne insabbiato e finì tra le storie “soverscenno secretno”, top secret. “Alla fine, quando mi congedai, non mi concessero nemmeno la solita promozione a colonnello”, ha raccontato. A 76 anni, nel 2016, faceva la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Poi la salute è peggiorata. Il figlio Dmitrij lo ha ricoverato più volte in ospedale. Il 19 maggio di quest’anno è venuto a mancare. Ma anche noi lo abbiamo saputo solo adesso.

16 settembre 2017 (modifica il 16 settembre 2017 | 22:18)

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Il nazionalismo semina «Z» in Bosnia Putin fa breccia nel cuore dei Balcani

RICCARDO MICHELUCCI- Avvenire – 22 Maggio 2022

Visegrad ( Bosnia Erzegovina)

Imuri dell’altra Visegrad annunciano tempesta. L’ennesima provocazione è apparsa qualche settimana fa, all’ingresso della cittadina bosniaca (che porta lo stesso di quella unghese più nota per la fronda europea) vicina al confine con la Serbia che ha la triste reputazione di essere al secondo posto, dopo Srebrenica, per la massiccia opera di pulizia etnica di trent’anni fa. Una grande «Z» verde su campo bianco dipinta sul muro di una delle strade principali plaude all’attacco russo in Ucraina, accanto ai simboli barrati della Nato e dell’Ue. Dalla parte opposta del fiume spiccano invece i murales dell’esercito serbo-bosniaco che nei primi anni ’90 massacrò la popolazione civile a maggioranza musulmana.

Ovunque sventolano bandiere serbe, dei colori della Bosnia neanche l’ombra. Per le strade della città si ha l’impressione che la retorica nazionalista di Milorad Dodik, leader indiscusso della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba del Paese, sia ampiamente condivisa. D’altra parte la Bosnia Erzegovina sta affrontando la più grave minaccia alla sua esistenza dai tempi della pace di Dayton del 1995. La missione militare europea Eufor è stata potenziata subito dopo l’inizio dell’invasione russa, per paura che la guerra possa riaccenderei altri conflitti locali.

Nel gennaio scorso gli Stati Uniti hanno varato sanzioni nei confronti di Dodik, accusandolo di ‘attività destabilizzanti che minano gli accordi di pace’. Non solo per aver organizzato una minacciosa esercitazione militare delle forze di polizia della Repubblica Srpska – in aperta violazione delle leggi bosniache che prevedono l’esistenza di un solo esercito, quello federale – ma anche per aver annunciato la creazione di un sistema giudiziario, fiscale, doganale e sanitario separato.

 L’Alto Rappresentante ONU Christian Schmidt ha parlato di ‘una secessione non dichiarata’ denunciando il rischio di un nuovo conflitto. Ma in molti minimizzano, ritenendo che la retorica di Dodik sia funzionale soltanto alle prossime elezioni di ottobre, quando la Bosnia sarà chiamata al rinnovo dei complessi organismi federali. ‘Dodik può avvalersi del consenso di un piccolo gruppo di estremisti – sostiene la giornalista serbo- bosniaca Gordana Katana – ma non ha il sostegno popolare sufficiente per un’avventura separatista che rischierebbe di sfociare in una nuova guerra’. Secondo Vedran, 50enne di Sarajevo che durante la guerra fece parte della difesa territoriale bosniaca, i politici naziona-listi agitano lo spettro della secessione solo per nascondere i veri problemi e continuare i loro affari.

Lungo i cento chilometri di strada che dividono Visegrad da Sarajevo gli scorci naturali di rara bellezza della valle della Drina si alternano a cittadine e villaggi che furono teatro di massacri e

di fosse comuni. Rogatica, Sokolac, Praca, fino ad ar- rivare infine a Pale, la cittadina dietro le colline di Sarajevo che ai tempi di Karadzic fu la capitale dei secessionisti. Qui, come in altre località della Repubblica Srpska, si continuano a celebrare i criminali di guerra locali con monumenti e murales vanificando ogni speranza di riconciliazione. Eppure oggi molti residenti di Pale lavorano a Sarajevo, che dista mezz’ora di auto, e non sentono alcun bisogno di separarsi dalla Federazione, poiché non ne trarrebbero alcun beneficio concreto. Senad Pecanin, direttore del settimanale di Sarajevo Dani pensa che in Bosnia ci sia una reale minaccia alla pace perché quella attuale è la crisi profonda degli ultimi trent’anni. ‘I nazionalisti serbi vogliono una frammentazione etnica che può essere ottenuta solo con un’altra guerra’, spiega. ‘E contano sul sostegno della Russia, che ha un interesse specifico a mantenere una forte instabilità nei Balcani’.

REPORTAGE

A Visegrad anche i muri annunciano tempesta con i simboli di amicizia al Cremlino e quelli dell’esercito serbo-bosniaco che negli anni ’90 massacrò i civili musulmani

L’impressione è che la retorica estremista di Milorad Dodik, leader indiscusso della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba del Paese, sia ampiamente condivisa. Mentre la nazione sta affrontando la più grave minaccia alla sua esistenza dai tempi della difficile pace di Dayton del 1995

Una grande «Z» verde e i simboli di Nato e Ue barrati a fianco della bandiera Russa: i simboli putiniani a Visegrad sono comparsi da inizio guerra / Michelucci

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LA TESTIMONIANZA DI MIRJANA DI MEDJUGORJE SUI SEGRETI

Testi tratti dalla sua Autobiografia “Il mio cuore trionferà” (Medjugorje 2016)

Dagli incontri ravvicinati con la Madonna avevamo capito che i suoi piani non si limitavano al piccolo paese di Medjugorje o alla Jugoslavia: Lei era venuta per cambiare il mondo intero. Come ci rivelò, il piano di Dio si sarebbe compiuto, alla fine, attraverso una serie di avvenimenti futuri. Iniziò allora a riferirci tali eventi raccomandandoci di non svelarli a nessuno fino a poco tempo prima che si fossero verificati. (pp. 89-90)

Altre volte, durante le apparizioni, la Madonna ci parlava dei segreti, argomento divenuto oggetto di grande curiosità e varie ipotesi da parte di chiunque seguisse gli eventi di Medjugorje. Noi veggenti eravamo insieme quando Maria iniziò a rivelarci ad uno ad uno i segreti.

Su di essi posso dire davvero molto poco. Dopo tutto, si tratta appunto di segreti. Quando la Madonna mi ha affidato il terzo segreto, tuttavia, mi ha permesso di rivelare qualche particolare ad esso relativo, forse perché le avevamo chiesto tante volte di lasciarci un segno.

Posso dire questo: dopo che si saranno verificati gli eventi contenuti nei primi due segreti, la Madonna lascerà un segno permanente sulla Collina delle Apparizioni, dove si manifestò per la prima volta. Tutti potranno vedere che non si tratta di qualcosa realizzato da mani umane. Chiunque potrà fotografare e filmare il segno, ma per comprenderlo appieno – per viverlo con il cuore – dovrà venire a Medjugorje. Vederlo di persona sarà decisamente più bello.

Fra noi veggenti non parliamo mai dei segreti. L’unica parte dei segreti che sappiamo di avere in comune è quella del segno permanente.

Non posso dare particolari degli altri segreti prima che sia giunto il momento di rivelarli al mondo; posso solo dire che verranno annunciati prima che si verificheranno. Quando si manifesteranno gli eventi previsti, anche gli scettici più incalliti avranno difficoltà a dubitare dell’esistenza di Dio e dell’autenticità delle apparizioni.

Tutti i segreti sono per l’umanità, nessuno di essi è riservato solo a me. La Madonna mi ha rivelato a parole gran parte degli eventi oggetto (p. 126) dei segreti; alcuni me li ha anche mostrati, come fossero scene di un film. Mentre vedevo questi “frammenti di futuro” durante le apparizioni, il mio viso tradiva emozioni intense. Chi era vicino a me lo notava e poi mi chiedeva il perché.

Ogni segreto si manifesterà esattamente nel modo in cui mi è stato comunicato, ma con un’eccezione. Quando la Madonna mi affidò il settimo segreto, ero sola in casa. Rimasi molto turbata dal suo contenuto.

“È possibile che questo segreto venga mitigato?”, supplicai.

“Prega”, rispose.

Radunai amici, persone di famiglia, suore e sacerdoti chiedendo loro di pregare e digiunare per l’intenzione di cambiare il settimo segreto, impegnandoci con intensità e convinzione. Spesso ci incontravamo a Sarajevo come gruppo a pregare per tale intenzione. Otto mesi dopo, durante un’apparizione, chiesi di nuovo alla Madonna di parlare del settimo segreto.

“Per grazia di Dio è stato mitigato”, disse. “Ma non dovrai mai più chiedere queste cose, perché dev’essere fatta la volontà di Dio”. (pp. 126-127)

Il 23 dicembre 1982 la Madonna mi apparve come al solito; anche quella volta fu un’esperienza bellissima che mi riempì l’anima di gioia. Ma verso la fine mi guardò con tenerezza e disse: “A Natale ti apparirò per l’ultima volta”.

Al termine dell’apparizione ero sconvolta. Avevo sentito bene quello che aveva detto, ma non potevo crederci. Come avrei potuto vivere senza le apparizioni? Sembrava impossibile. Pregai intensamente perché ciò non si avverasse.

(…) Seppi poi che quell’ultima apparizioni era durata 45 minuti, una cosa straordinaria. La Madonna ed io parlammo di molte cose. Passammo in rassegna tutti i 18 mesi passai insieme, quanto ci eravamo dette e che Lei mi aveva rivelato. Mi affidò il decimo e ultimo segreto.

Disse che avrei dovuto scegliere un sacerdote per un ruolo speciale. Dieci giorni prima dell’avvenimento previsto nel primo segreto dovrò comunicargli cosa succederà. Poi lui ed io dovremo pregare e digiunare per sette giorni, e tre giorni prima dell’evento il sacerdote lo rivelerà al mondo.

Ognuno dei dieci segreti verranno rivelati in questo modo. (p. 142)

La Madonna mi fece anche un dono prezioso: mi disse che mi sarebbe apparsa una volta all’anno, il 18 marzo, per tutta la mia vita. Il 18 marzo è il mio compleanno, ma la Madonna non ha scelto questa data per questo motivo. (…) Si potrà comprendere perché Maria ha scelto questa data solo quando gli eventi oggetto dei segreti inizieranno a verificarsi. Aggiunse che avrei avuto qualche altre apparizione extra.

Poi mi porse qualcosa simile a una pergamena arrotolata, spiegando che vi erano scritti tutti e dieci i segreti, e che avrei dovuto mostrarla al sacerdote da me scelto per rivelarli quando sarebbe giunta l’ora. La presi dalla sua mano senza guardarla.

“Ora dovrai rivolgerti a Dio in fede, come qualsiasi altra persona”, disse. “Mirjana, ho scelto te. Ti ho confidato tutto l’essenziale. Ti ho anche mostrato molte cose terribili. Ora devi sopportare tutto con coraggio. Pensa a me e alle lacrime che devo versare per questo. Devi sempre avere coraggio. Hai compreso subito i messaggi. Devi anche capire che devo andare via. Sii coraggiosa”. (p. 143)

Il rotolo, di color beige, era costituito da un materiale simile alla pergamena – non proprio carta o tessuto, una via di mezzo. Lo svolsi con cura e vi trovai i dieci segreti scritti in elegante calligrafia, in corsivo. Non vi erano decorazioni o illustrazioni; ogni segreto era scritto con parole semplici e chiare, simili a quelle utilizzate dalla Madonna quando me li spiegò la prima volta. I segreti non erano numerati, ma riportati in ordine, uno dopo l’altro; il primo scritto in alto e l’ultimo in basso; ogni evento con la rispettiva data. (p. 144)

C’è chi ha detto che sono privilegiata perché so cosa accadrà in futuro, ma io non la vedo così. Sarebbe molto più facile se potessi rivelare tutto ora; ma i segreti sono la volontà di Dio. Io sono consapevole della mia debolezza umana e posso affermare con certezza che non sono io a custodire i segreti: solo con l’aiuto di Dio riesco a farlo. (p. 146)

Srotolai la pergamena… Mia cugina la tenne in mano e disse di aver visto qualcosa di simile a una preghiera o una poesia. La mia amica, invece, disse di aver visto una lettera in cui una persona chiedeva aiuto. Nessuna delle due aveva visto la stessa cosa; mi resi conto che solo io potevo leggere quello che vi era scritto. (…) Se dimenticassi i particolari, Dio Onnipotente mi farebbe dono di ricordarli quando necessario. Ho una mia idea sulla pergamena: la sua esistenza implica che non devo essere necessariamente viva per rivelare i segreti. (…)

A differenza di quanto pensano molti, non ho sempre in mente i segreti. Se non fosse perché la gente continua a farmi domande al riguardo, passerebbero i mesi senza che io li pensi. Forse è un dono di Dio o forse il risultato delle mie preghiere. (p. 147)

Non posso rivelare molto sui segreti, ma posso dire questo: la Madonna ha deciso di cambiare il mondo. Non è venuta ad annunciare la nostra distruzione, ma per salvarci, e con suo Figlio trionferà sul male. (p. 148)

(Il 25 agosto 1984 la Madonna) rimase con me 18 minuti (…). Parlò dei segreti, spiegando nei dettagli come si sarebbero verificati e preparandomi per tale ruolo. Poi, il 13 settembre 1984, apparve ancora e mi comunicò la data in cui avrei dovuto rivelare i particolari dei primi segreti al sacerdote. Queste nuove informazioni mi alleviarono lo stress e mi conferirono la forza per andare avanti.

       Quanto al sacerdote che avrei dovuto scegliere per la rivelazione dei segreti, ne avevo sempre uno in mente: P. Petar Ljubicic, un francescano (…), sentii che il sacerdote da scegliere doveva essere lui. (p. 193)

       Quando arriverà il momento, però, tutto dipenderà dalla volontà di Dio, non dalla mia. Anche se ho sempre voluto che fosse P. Petar a rivelare i segreti, non è detto che andrà necessariamente così. E se fosse il papa a chiederli? Anche lui è un sacerdote e non potrei mai dire di no al Santo Padre. (p. 193)

       Il 7 maggio 1985 Ivanka aveva avuto la sua ultima apparizione quotidiana. La notizia si sparse rapidamente nel mondo, rinfocolando (p. 196) i timori e le ipotesi sull’imminenza degli eventi contemplati nei segreti; io, però, facevo attenzione a non dire nulla che potesse alimentare la fiamma. Il tempo dei segreti era lontano ancora molti anni. (p. 197)

       “So tutto di Medjugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio (…). Abbi cura di Medjugorje, Mirjana. Medjugorje è la speranza per il mondo intero (…). Se non fossi papa, sarei già andato da molto tempo a Medjugorje”.

(…) In seguito un sacerdote mi confidò che il Papa si era interessato a Medjugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che cominciassero le apparizioni aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra.

       “Non posso farcela da solo, Madre”, pregava. “In Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri Paesi comunisti la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto, o Madre cara”.

Secondo quel sacerdote, il Papa quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un Paese comunista, pensò immediatamente che Medjugorje fosse stata una risposta alle sue preghiere. (p. 204)

“Un giorno un sodato dell’ONU venne a casa nostra. “Abbiamo trovato il vostro appartamento di Sarajevo”, disse, e mi consegnò un pacco contenente i nostri documenti. Fra di essi c’era la pergamena. (p. 274 – dopo il bombardamento della città nella guerra balcanica, NdR)

       La Madonna ci sta preparando a tutto ciò che avverrà nel mondo. Ci sta addestrando alla vittoria. Quando gli eventi dei segreti si manifesteranno, sarà tutto chiaro. Capirete, ad esempio, perché la Madonna ha scelto di apparirmi il 18 marzo di ogni anno e il 2 di ogni mese (dal 1987 al 2 marzo 2020, NdR). Capirete l’importanza di queste date e perché appare da così tanto tempo. (p. 323)

In questo momento, secondo la Madonna, viviamo in un tempo di grazie. Dopodiché verrà il tempo dei segreti e il tempo del trionfo di Maria. A Dio piacendo, mi sentirete ancora in quel momento. Naturalmente non c’è alcuna garanzia che sarò viva quando i segreti saranno rivelati (…).

Da quando un soldato dell’ONU me l’ha restituita, custodisco la pergamena in un luogo sicuro. (p. 335).

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MIRJANA DI MEDJUGORJE DESCRIVE L’INCONTRO CON SAN GIOVANNI PAOLO II

 “ll 22 luglio 1987 mi trovai ad accompagnare in Vaticano un gruppo di giovani croati da Papa Giovanni Paolo II. Quel mattino, quando arrivammo, l’imponente cupola della Basilica di San Pietro era già illuminata dai primi raggi di sole.

Arrivando presto, potemmo sistemarci in prima fila all’udienza Papale che si sarebbe tenuta a Piazza San Pietro. Subito dopo arrivarono migliaia di altri pellegrini. Quando il Papa comparve, la folla era in delirio. Il pontefice camminò fra la gente, benedicendo.

Passando davanti a noi, mi mise la mano sul capo e mi benedisse. La benedizione finì prima che me ne rendessi conto. Rimasi ferma, sorridente, al settimo cielo dalla contentezza per aver ricevuto, per la prima volta, la benedizione da un Papa.

Ma mentre il pontefice seguitava a camminare, il sacerdote italiano che mi accompagnava disse ad alta voce: “Santo Padre, lei è Mirjana di Međugorje!”. Al che il Papa si fermò, tornò indietro e mi diede un’altra benedizione.

Ero raggelata. I suoi occhi di colore azzurro intenso sembravano attraversarmi l’anima. Non sapendo trovare le parole, inchinai il capo e sentii tutto il calore della sua benedizione.

Quando si allontanò, mi volsi verso il sacerdote italiano e scherzando, gli dissi: “Ha pensato che avevo bisogno di una doppia benedizione!”. Entrambi ci facemmo una risata.

Più tardi, quel pomeriggio, una volta tornata al mio albergo – ancora stordita da tutta l’esperienza – rimasi senza fiato nel ricevere un invito personale del Papa, che ci chiedeva di incontrarlo in privato l’indomani mattina a Castel Gandolfo.

Ero così eccitata che quella notte non riuscii a prendere sonno. Come sarebbe andato il nostro incontro? Cos’avrei detto? Avevo mille domande per la testa. Per un attimo mi calmai, ma subito dopo pensai ancora: domani incontrerò il Papa!

E andai avanti così, per tutta la notte. Il giorno seguente arrivai a Castel Gandolfo poco prima delle 8:00, l’ora stabilita per l’incontro. Questo paesino fortificato, a circa 25 chilometri da Roma, è da secoli la residenza estiva dei papi.

Il palazzo Papale, appollaiato su una collina esposta al vento e circondato da giardini e uliveti, si affaccia sul lago di Albano, le cui acque sono di un colore azzurro simile agli occhi di Giovanni Paolo II. Un uomo in divisa mi scortò fino al giardino del palazzo.

 Quando vidi il Santo Padre là ad aspettarmi, mi venne subito da piangere. Lui mi guardò e sorrise. Il suo sguardo era pieno di calore e di amore. Avevo la sensazione di essere in presenza di un Santo – un vero figlio della Beata Vergine Maria.

Avevo imparato a riconoscere qualcosa di speciale negli occhi delle persone che amavano la Madonna, una tenerezza che solo la Madre Celeste poteva trasmettere. E quest’aspetto, in Giovanni Paolo II era più forte che in chiunque altro.

Il Papa mi fece cenno di sedermi con lui. Dovetti convincermi che non stavo sognando. Avevo sempre pensato che incontrare il Papa fosse una cosa impossibile per una persona insignificante come me e adesso eccomi là, davanti a lui.

Volevo salutarlo, ma ero troppo nervosa anche per esprimere una sola frase. Il Santo Padre mi strinse delicatamente la mano dicendomi: “Dzień dobry”. Non riuscii a capirlo. Forse ero troppo emozionata e le orecchie mi stavano ingannando?

O forse il mio cervello era andato in tilt? Ero mortificata. Avevo avuto un’occasione unica di incontrare il Papa ma non avevo idea di cosa mi stesse dicendo. Le sue parole assomigliavano al croato ma non riuscivo a decifrarle.

 Presto capii che stava parlando in polacco. Le lingue slave come il croato e il polacco hanno in comune molte parole, quindi il Papa voleva vedere se potevamo comunicare entrambi nelle nostre lingue madri. Purtroppo la cosa non funzionò, ma mi ricordai che c’era una lingua che conoscevamo entrambi.

“Santo Padre, possiamo parlare in italiano?”, chiesi. Sorrise e annuì. “Sì, bene, Mirjana, bene”. Parlammo di molte cose – alcune posso rivelarle, altre no – e presto mi sentii completamente a mio agio in sua presenza.

Mi parlò con un affetto tale che sarei rimasta a conversare lì con lui per ore. “Per favore, chiedi ai pellegrini di Međugorje di pregare per le mie intenzioni”, disse. “Certo, santità”, lo rassicurai. “So tutto di Međugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio.

Per favore, dimmi come ci si sente quando appare la Madonna”. Il Papa mi ascoltò con grande attenzione mentre descrivevo quello che vivevo durante le apparizioni. Ogni tanto sorrideva e annuiva dolcemente con il capo. “E quando scompare”, conclusi, “provo tanto dolore, in quel momento l’unica cosa a cui penso è quando la rivedrò di nuovo”.

Si chinò verso di me e disse: “Abbi cura di Međugorje, Mirjana. Međugorje è la speranza per il mondo intero”.

 Le parole di Giovanni Paolo II sembrarono confermare l’importanza delle apparizioni e la grande responsabilità che avevo in quanto veggente. Rimasi sorpresa dal tono convinto nella sua voce e dal bagliore emanato dai suoi occhi ogni volta che nominavo “Međugorje” – per non parlare della perfezione con cui pronunciava il nome di tale paese, sempre molto difficile da ripetere per gli stranieri.

“Santo Padre”, dissi, “vorrei che Lei vedesse tutta la gente che viene da noi e prega”. Il Papa si voltò fissando verso est, facendo un sospiro pensieroso. “Se non fossi Papa, sarei già andato da molto tempo a Međugorje”, disse.

 Non dimenticherò mai l’amore irradiato dal Santo Padre. Con lui avevo sensazioni simili a quelle che avevo stando con la Madonna; anche guardare nei suoi occhi era come guardare in quelli di Maria.

In seguito un sacerdote mi confidò che il Papa si era interessato a Međugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che cominciassero le apparizioni aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra.

“Non posso farcela da solo, Madre”, pregava. “In Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri Paesi comunisti la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto o Madre cara”.

Secondo quel sacerdote, il Papa, quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un Paese comunista, pensò immediatamente che Međugorje fosse stata una risposta alle sue preghiere.”

(Tratto da “Il mio Cuore trionferà” di Mirjana Soldo)

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“IO SONO VOSTRA MADRE E VI AMO”

La Madonna è madre. Questa è la chiave di interpretazione del mistero della sua persona. In Lei l’essere donna e l’essere madre sono due realtà che coincidono. Anche un non credente, aprendosi a Lei, si sente attirato, perché non vi è essere umano che non abbia una madre. Maria tuttavia realizza in se stessa il miracolo di essere la madre di tutti, nessuno escluso. Ognuno di noi, quando le rivolge il suo sguardo, sente nascere nel cuore un sentimento  che lo coinvolge. La madre di un tuo amico, per quanto ti voglia bene, non è tua madre. La Madonna invece realizza il miracolo di essere madre di tutti. Ogni uomo che si rivolga a Lei, aprendo il suo cuore, avverte di essere accolto e amato. 

Come ha potuto accadere che le generazioni di ogni tempo e di ogni luogo avessero una madre a cui rivolgersi? Una madre giovane, divinamente bella, traboccante di amore, misericordiosa, comprensiva, sempre presente, efficace e potente contro il male, sicura e determinata nell’indicare la via? Questa madre, che è una delle realtà più straordinarie che esistano sulla terra, non è opera del caso, o una invenzione collettiva, ma è un dono del Cielo. Maria non è un simbolo universale, ma una persona concreta. E’ una giovane donna ebrea che l’Altissimo ha scelto come Madre del Figlio eternamente generato, perché potesse venire ad abitare in mezzo a noi. Maria è una creazione di Dio, la più sublime e perfetta.  L’Onnipotente ha realizzato il suo capolavoro donando una Madre al suo Verbo incarnato.

Perché mai Dio ha voluto dare agli uomini una madre? Non era forse rischioso elevare così in alto una creatura? Gli uomini non potrebbero correre il pericolo di fermarsi a Lei? La divina Sapienza ha voluto donare all’umanità una madre per un motivo completamente opposto. Attraverso il suo volto materno gli uomini imparano a scoprire quello paterno di Dio. Come è stato sempre difficile per l’umanità peccatrice accostarsi a Dio con fiducia e amore. Gli uomini il più delle volte temono Dio. Il timore, il tremore e la paura hanno paralizzato il loro cammino verso di Lui. Maria, dolce madre di tutti, li prende per mano e li avvicina alla sorgente dell’Amore infinito.

( Padre Livio – Maria dolce madre)

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La forza di Francesco, Papa in carrozzina

6 Maggio 2022 – Valeria Braghieri0– Il Giornale

La forza di Francesco, Papa in carrozzina

La postura resta gagliarda. È un seduto che resta in piedi. Con le spalle ben aperte, la gestualità fluida delle braccia che non si risparmia, le mani immaginifiche, le gambe che sono sì appoggiate sui predellini, ma sembrano sorrette da addominali efficaci, quasi in esercizio. Però il Papa in sedia a rotelle è un’«iconografia» nuova. Che fa effetto. La si fissa e non si riesce a capire cosa manchi, o cosa ci sia di troppo. È un’immagine, ma suona come un ossimoro.

È in «panchina» ma invece è al centro, è indebolito ma invece sembra fortissimo, è su una sedia a rotelle, ma invece pare su un trono, aspetta in un angolo, sotto le scale del convento delle suore a cui fa visita in occasione della loro assemblea, ma invece è al centro della cornice: nulla ad estrometterlo, né le rotelle, né gli acciacchi. Sarà che Papa Francesco è sempre stato sorretto da una modernità inconsueta, sarà che la traiettoria del suo carisma è sempre andata oltre il Pontefice.

Lo stile Bergoglio non si azzoppa per un ginocchio capriccioso, non si annacqua con le infiltrazioni per l’artrosi. Il maggiordomo lo spinge, ma invece sembra che lui lo preceda. L’onda lunga del suo personaggio lo sorregge anche da seduto, in una grinta statuaria. E partono ipotesi, si rincorrono voci, si sollevano allarmi. Ma intanto lui, a ottantacinque anni, è tutto lì da vedere: seduto, e per nulla vinto. Di questi tempi si scusa di continuo per il fatto di non potersi alzare quando incontra qualcuno.

Non ha annullato l’incontro con le suore (che lo hanno applaudito senza sosta), ma ha cancellato alcune udienze di fine aprile. Ma troverà il modo. Anche da seduto. Perché anche in carrozzella resta il Papa. Papa Francesco. L’abito bianco che per una volta lascia vedere le scarpe nere, comode e inconvenzionalmente sportive. I piedi del Papa, è la prima volta che ci si pensa.

La prima volta che si riflette sul fatto che ne possiede un paio, anche lui. In carrozzella, sposta l’attenzione, cambia l’ordine e la prospettiva, ricostruisce il nostro immaginario e se lo rimette addosso: dal basso all’alto. E da seduto, sembra gigantesco. Comunque. O forse persino di più. Ci entra negli occhi così. In attesa che si rialzi.

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