di Gian Guido Vecchi e Redazione Roma- Corriere della Sera – 15 Ottobre 2026
Il bollettino dopo l’operazione di martedì: a papa Leone è stato asportato un tumore maligno al polmone destro. Gli auguri di Trump
L’esterno dell’ospedale Gemelli
«Il Santo Padre questa mattina ha eseguito i controlli di routine che sono risultati nella norma. La radiografia del torace ha mostrato la buona ripresa del polmone operato. Ha svolto le attività quotidiane autonomamente. La seduta di fisioterapia ha comportato attività motorie complete», fanno sapere il dottor Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora nel bollettino quotidiano dal Gemelli.
Dopo l’intervento di martedì pomeriggio, con la rimozione di un tumore maligno al polmone destro, tutto sta andando come si deve: «Complessivamente il decorso post-operatorio procede regolarmente».
Fonti vaticane fanno anche sapere che «nel contesto della ripresa dell’attività lavorativa, questo pomeriggio ha incontrato monsignor Paolo Rudelli, sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede».
Parolin: «Se necessario rimodulerà il pontificato»
Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, a margine di un evento all’ambasciata dell’Iraq presso la Santa Sede ha detto che «se starà meglio, il Papa farà l’Angelus dal Gemelli». «Continuo a essere preoccupato, ma mi fido dei medici», ha aggiunto, precisando che «se necessario rimodulerà il pontificato: sono appena due giorni che è stato ricoverato, non si possono fare previsioni, si tratta di vedere adesso quando tornerà e cosa diranno i medici. In base a tutti questi elementi il Papa rimodulerà il suo Pontificato se necessario rimodularlo».
Per quanto riguarda il viaggio in America Latina «la decisione iniziale quando il Papa è stato ricoverato era che il viaggio si sarebbe mantenuto nella sua forma prevista». «Dipenderà da come vanno le cose. Il Papa ancora non si è ancora pronunciato su questo tema e dobbiamo attendere, prima di tutto che torni dall’ospedale e poi in base a quello che diranno i medici, se lui potrà affrontare un viaggio così lungo e impegnativo come quello che si prospetta in America Latina». «Immagino che se tutto va bene, se la situazione si sviluppa come avevano previsto all’inizio, il viaggio si farà. Se poi ci sono delle novità questo non lo possiamo prevedere», ha detto ancora.
Gli auguri di Trump, la preghiera dei fedeli
Ha fatto gli auguri al Pontefice anche il presidente americano Donald Trump, che qualche mese fa lo aveva attaccato. Trump ha detto di augurarsi che papa Leone «si rimetta» parlando con i giornalisti dopo un comizio in Arizona.
Intanto, continuano le preghiere. «In questa messa ancora una volta affidiamo al Signore il nostro caro Santo Padre», papa Leone, «che è qui ricoverato da qualche giorno nel nostro policlinico.
Anche oggi il Gemelli si presenta affollato di degenti, pazienti per le visite ambulatoriali, medici, infermieri, studenti e lavoratori del grande nosocomio romano. In particolare nella ricorrenza di santa Teresa, si notano anche diverse suore Missionarie della Carità, l’ordine fondato da Madre Teresa di Calcutta, con il loro ben riconoscibile saio bianco e blu.
Discreto e sempre presente il dispositivo di sicurezza attorno al Papa, formato da gendarmi e poliziotti dell’Ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano. Presidiano come sempre le vie di accesso al decimo piano, interdetto, dove è ricoverato il Pontefice.
“Nada te turbe” è la celebre preghiera/poesia di Santa Teresa d’Avila (Santa Teresa de Jesús).
⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱ “Nada te turbe, nada te espante. todo se pasa, Dios no se muda. la paciencia todo lo alcanza; quien a Dios tiene, nada le falta. Sólo Dios basta.” ⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱ • “Niente ti turbi, niente ti spaventi, tutto passa, Dio non muta. La pazienza ottiene tutto; a chi ha Dio, nulla manca. Solo Dio basta.
Con Fatima il pellegrinaggio sarebbe terminato e non resta che progettare un ritorno il più spedito possibile. Decido di attraversare il centro della Spagna senza tuttavia fermarmi. Mi basterà ammirare il paesaggio, opera di Dio anche quando si tratta dell’altipiano della Castiglia sferzato dal vento e bruciato dal sole. La Spagna è ricchissima di testimonianze religiose e artistiche e il pellegrino europeo non può che riservarle un posto pari all’Italia e alla Francia. La quattroruote, di nuovo in grande eccitazione dopo due giorni di riposo, è pronta per la lunga cavalcata attraverso statali appena tollerabili, rassegnata a ingoiare solo qualche boccone di autostrada disseminato qua e là. Decido infatti di risalire in autostrada da Fatima a Coimbra e lì immettermi nella statale che porta a Salamanca e quindi, passando da Avila e Madrid, puntare su Saragoza-Barcellona, per poi costeggiare la riviera francese e italiana. So già in anticipo che lungo questo tragitto dovrò rinunciare a molte visite. Tuttavia il colpo d’occhio mi servirà per ideare nel prossimo futuro nuovi pellegrinaggi, come infatti potrai constatare nei capitoli successivi.
Non resisto tuttavia al desiderio di fare una sosta a Salamanca, città rinascimentale di straordinaria eleganza e di grandi tradizioni culturali, la cui università ha per molti secoli illuminato la cristianità e presso la quale hanno studiato uomini della statura di S. Ignazio di Loyola e S. Giovanni della Croce, per citarne solo qualcuno fra i più noti. La visita richiederebbe almeno una giornata. Mi accontento di dare uno sguardo alla Plaza Mayor, una delle più imponenti di Spagna, alla Catedral Vieja col suo magnifico retablo (pala d’altare), alla Catedral Nueva, dove trionfa il barocco, e naturalmente all’Università del sec XIII, uno delle più rinomate d’Europa, col suo sontuoso portale e il medaglione al centro della facciata principale, raffigurante i “Re cattolicissimi”. Come siamo lontani oggi da quella civiltà cristiana che animava la politica, la cultura e la vita sociale! Si discute se una società senza fede sia progredita o regredita. Se si tratta di una degradazione, come io penso, verranno tempi nuovi quando la fede farà da lievito per nuove realizzazioni e per un progresso umano vero.
Mentre la quattroruote ansima sotto la canicola pomeridiana, attraversando uno dei paesaggi più lunari della penisola iberica, con la coda dell’occhio scorgo un segnale stradale con scritto “Alba de Tormes”. E’ un nome che ho già letto da qualche parte e istintivamente lo collego con la figura di S. Teresa d’Avila. Proseguire o deviare? Resto un momento soprapensiero poi inchiodo e improvviso una curva a “U”. Un desiderio insopprimibile mi spinge a dare un’occhiata a questa località a 20 Km da Salamanca. Fiancheggio un torrente ricco d’acqua che, in quella distesa desolata, sembra sgorgato da qualche sorgente miracolosa. L’agglomerato si profila addossato a un colle ed è congiunto alla strada da un antico ponte dalle possenti arcate. Una volta al di là del rio Tormes, raggiungo facilmente il monastero teresiano, senza tuttavia incontrare lungo le strade un’anima viva, come spesso accade nei paesi iberici durante i pomeriggi assolati.
Entro nella chiesa, dove vi è già un gruppo di pellegrini e un frate carmelitano che fa da Cicerone. Mi accodo volentieri al gruppo e scopro che la mia conoscenza dello spagnolo, acquisita in passato a tappe forzate, ha solo bisogno di qualche spolverata. Vengo dunque a sapere che Alba de Tormes è una delle numerose fondazioni di Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo, la quale dopo aver trascorso una ventina d’anni nel monastero della Incarnazione di Avila, aveva intrapreso un’attività volta al rinnovamento dei monasteri carmelitani, dando così inizio al ramo dei “Carmelitani scalzi” che riguardava sia i monasteri femminili che quelli maschili. In quest’opera era stata affiancata da S. Giovanni della Croce, carmelitano molto più giovane di lei, ma non inferiore quanto a profondità di dottrina spirituale. Per la verità non mi sento personalmente toccato dalle notizie sull’attività riformatrice di Teresa, per quanto importantissima per la Chiesa. Mi ha sempre invece affascinato la sua straordinaria esperienza mistica, tanto che le sue Opere sono state proposte per intero a Radio Maria.
La mia attenzione si riaccende quando il Padre ci parla di ciò che rende veramente prezioso questo monastero di Alba de Tormes e cioè la presenza della tomba di Santa Teresa, che qui ha trascorso le ultime due settimane della sua vita. Mi ha sempre attratto il modo di morire dei santi. Ho notato che le esperienze al riguardo sono le più varie e molto diverse fra loro. Mi chiedo quale sarà la mia, ma alla fine mi rimetto alla volontà di Dio, il quale non si ripete mai e governa ogni vita umana come una realtà unica. Teresa si era recata in questa cittadina per obbedienza al padre Provinciale, ma, sentendo la morte vicina, era sua ferma volontà arrivare fino ad Avila. Il Signore non l’ha esaudita, chiedendole anche quest’ultima rinuncia.
Dopo la sua conversione, a seguito di una malattia che l’aveva condotta al limite estremo, il desiderio della morte l’aveva sempre accompagnata. Era il richiamo irresistibile di Gesù, l’Amico e lo Sposo della sua anima. Al padre Antonio, che l’esortava a chiedere al Signore di lasciarla ancora fra le sue figlie, Teresa rispose: “ Taci, padre. Proprio tu dici queste parole? Io non sono più utile in questo mondo”. Dopo aver ricevuto il viatico chiese che fosse portato nella sua cella il Santissimo Sacramento. Seduta sul letto, con indicibile fervore così pregò: “ Oh mio Signore e mio Sposo! Finalmente è giunta l’ora di vederci! E’ giunta l’ora di partire; andiamocene in pace. Sia fatta la vostra volontà. Sì, è giunta l’ora che io esca da questo esilio e che goda di voi che ho tanto desiderato. Vi ringrazio mille volte per avermi fatta figlia della Chiesa e di finire in essa la mia vita”. Poi, come se sul suo cuore pesassero tutti i peccati della sua esistenza, ne chiedeva ripetutamente perdono a Dio, recitando i versetti del Miserere : “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi…Crea in me, o Dio, un cuore puro….Non respingermi dalla tua presenza”.
Queste furono le sue ultime parole, che ripeté per tutta la notte. Poi, giunta l’alba, si raccolse in un profondo silenzio, immersa nella pace di Dio, fino alle nove di sera quando spirò. Era il 4 ottobre del 1582. Aveva solo 67 anni. Il padre carmelitano che ci fa da Cicerone ci mostra, attraverso una grata, la camera dove questa donna eccezionale, dagli “alti pensieri” e dai “grandi desideri”, era volata all’incontro con l’Assoluto. Tutto è ricostruito minuziosamente, come nella stanzetta dove era spirato S. Luigi Maria Grignion da Monfort. Anche qui una statua di Teresa, nell’immobilità della morte, è distesa sul letto con il crocifisso in mano. Oggi nascondiamo la morte, ma in passato non si aveva paura di raffigurarla. Per la fede la morte è una “sorella” che ci conduce all’incontro con Dio. L’importante è arrivarci col cuore contrito e con lo sguardo rivolto all’eternità.
Finalmente il gruppo si scioglie e io posso raccogliermi in preghiera davanti all’altare, sovrastato da un magnifico retablo (pala d’altare) in cui è inserito il sepolcro della santa. Ai lati dell’altare ci sono due porte di legno dove sono rinchiusi i reliquiari del cuore ( a destra) e del braccio ( a sinistra). Mi sembrano un segno di come nella vita di Santa Teresa contemplazione ed azione siano sempre state intimamente unite. Che cosa chiedere in questo luogo a questa grande Serva di Dio? Chiedo la grazia di “praticare” Gesù Cristo, come lei si esprime, cioè mettersi in relazione personale con lui che è vivo, presente e operante nella nostra vita. “”Cristo – scrive nell’autobiografia – è un uomo come noi, non si meraviglia delle debolezze degli uomini e capisce la nostra miserabile natura umana”. Sono parole che valgono quanto un trattato sulla divina Misericordia.
Esco sotto il sole impietoso della meseta . Osservo con malinconica meraviglia l’imponente tracciato della basilica teresiana iniziata sulle sponde del Tormes e rimasta largamente incompiuta. “La Spagna non hanno saputo dare a Teresa la Grande quello che la Francia ha regalato a Teresa la Piccola”, commento fra me. “Come mai – mi chiedo – la Provvidenza ha voluto che santa Teresa fosse sepolta in questo borgo anonimo, invece che ad Avila?”
Effettivamente mi prende meno due ore per arrivarvi e il colpo d’occhio è di quelli indimenticabili. Infatti la città (50.000 ab.), collocata su una collina, è circondata da possenti mura medioevali, le meglio conservate d’Europa (accessibili al pubblico). Posta a oltre mille metri di altezza, è il capoluogo spagnolo più elevato. A questa quota il clima castigliano è particolarmente aspro: l’inverno è freddo e lungo e le strade di accesso sono spesso bloccate da abbondanti nevicate. Vista da lontano sembra un immenso castello. ll mio pensiero va spontaneamente ad Assisi, anch’essa “città di pietre e di santi” a cui assomiglia. Varco le mura (2500 m di perimetro con 88 torri rotonde) per una delle 9 porte e mi rendo conto che la città-castello è in realtà una città-salotto, fra le più graziose e piacevoli che abbia mai visitato. Contemplo il panorama generale dai Cuatro Postes (quatro pilastri), sulla strada per Salamanca, il punto dove la giovane Teresa, fuggita da casa, fu ripresa dalla zio. E’ ormai vicina la sera e decido di passare la notte a ridosso delle mura esterne, a bordo della fida quattroruote, più ospitale e discreta della cella di un convento.
In effetti c’è molto da visitare in questa città, dove Teresa di Cepeda e Y Ahumada è nata nel 1515 e dove ha trascorso gran parte della sua vita (eccetto il periodo dei leggendari viaggi da una parte all’altra della Spagna per le nuove fondazioni) e dove ha lasciato un’impronta indelebile. Persino alcuni dolciumi locali, gli Yemas de Santa Teresa, portano il suo nome. Splendida è la cattedrale di stile gotico fiammeggiante, la cui abside fortificata fa parte delle mura., mentre gli interni sono caratterizzati da particolare pietra a venature bianche e rosse. Da vedere anche la chiesa di S. Vincente, appena fuori dalle mura orientali, di classico stile romanico e caratterizzata da un campanile molto elaborato. Qui S. Vincenzo e le sue sorelle Sabina e Cristeta avrebbero subito il martirio nel 4° sec. Non molto lontano dal centro si trova anche il Real monasterio de Santo Tomàs, sede dell’inquisizione. Visitati i tre chiostri e la chiesa, mi imbatto in sacristia nella tomba di Tomàs de Torquemada, capo supremo dell’inquisizione. Un brivido mi scende dalla schiena, consapevole che mi muovo in luoghi non solo di massicce mura, ma anche e soprattutto di granitiche personalità.
Infatti, nonostante la nobiltà e la bellezza del volto e la signorilità del portamento, Teresa era una donna d’acciaio forgiata nel fuoco. Di lei una consorella ha scritto: “Era un grande piacere guardarla e ascoltarla, perché era rasserenante e piacevole nelle parole e nel gesto. Era perfetta in tutto”. Eppure, per realizzare quello che questa donna straordinaria ha realizzato, percorrendo sui dei traballanti carretti l’intera Spagna, in mezzo a difficoltà di ogni genere e a nemici potenti, era necessario un carattere “avilano”, forte e duro come le pietre della sua città. E’ in questa prospettiva che si possono visitare i due luoghi teresiani per eccellenza di Avila: il Monastero dell’Incarnazione e il Monastero di S. Giuseppe.
Il primo, appena fuori delle mura della città, ha visto Teresa dimorare nei primi venti anni della sua vita, prima della sua conversione, e poi successivamente come priora (le suore presenti erano 180). Ora è sede di un museo teresiano che vale la pena visitare, in particolare la cella priorale della santa. Mi soffermo invece a lungo a pregare nella Chiesa del monastero di S. Giuseppe, dove ho visto con piacere molte persone d’Avila partecipare alla Santa Messa. Questa è la prima delle fondazioni progettate da Teresa, la quale volle riportare la vita carmelitana al rigore primitivo. Lei aveva qui realizzato la sua idea di monastero, che doveva essere più piccolo, più povero, dove le suore potessero fare famiglia e dedicarsi alla preghiera, senza essere continuamente disturbate da interferenze esterne. Questa idea di monastero come casa-focolare, improntata al silenzio, all’amore, all’orazione e a una sana allegria, era nuova e trovò ostilità incredibili. Tuttavia la volontà di Teresa, fortissima in Dio, anche con l’aiuto del giovanile entusiasmo di S. Giovanni della Croce, ha trionfato su ogni ostacolo e ha infuso nella vita religiosa una nuova vitalità.
Visito il monastero di S. Giuseppe con una particolare curiosità. Teresa era molto devota dello Sposo purissimo della Vergine Maria, al quale affidava le imprese più disperate. Nella cella della santa, dove ella visse dal 1962 sia pure con prolungate interruzioni, noto in un angolo la minuscola scrivania sulla quale scriveva: un muretto alto mezzo metro, sormontato da un pezzo di legno. Doveva scrivere accovacciata per terra. Non molto diverso era lo scrittoio dell’altra Teresa, quella “piccola” di Lisieux. Eppure ambedue scrissero opere immortali, per le quali sono “Dottori” della Chiesa, senza computer, senza internet e senza biblioteche a disposizione. Ritorno per un’ultima preghiera nella Chiesa di S. Giuseppe e mi soffermo nella cappella di S. Teresa, costruito sul luogo della camera dei genitori della santa. Qui nacque Teresa il 28 Marzo 1515 e la sua presenza è più che mai viva e operante nella Chiesa.
( Padre Livio – Pellegrino a quattro ruote per le strade d’Europa – cap. 10 – Sugarco edizioni)
❤️🔥Si narra che mentre Teresa d’ Avila scendeva giù per le scale del convento dell’Incarnazione di Avila, trovò un bambino lì seduto. Sorpresa di trovare un bambino in convento, gli chiese: “E tu chi sei?”. II bambino la fissò e le disse:”Tu, chi sei?” Teresa rispose: “lo sono Teresa di Gesù”. II Bambino allora, con un sorriso puro, rispose: “E io sono Gesù di Teresa!”
S. Teresa di Gesù nacque ad Avila (Spagna) il 28 marzo dell’anno 1515, da nobile ed antica famiglia.
Teresa si distinse fin da bambina per un grande amore alla lettura di buoni libri, e specialmente della Sacra Scrittura.Leggendo ad un suo fratellino le gesta dei Martiri, tutti e due furono accesi di santo ardore di morire per il nome di Gesù, ed un giorno, non visti, fuggirono per andare tra i Mori infedeli: « Così, dicevano, voleremo subito in Paradiso! ».
Mirabile ingenuità! Ma un loro zio li ricondusse alla casa paterna. Allora pensarono di condurre una vita solitaria e si costruirono una celletta nel giardino, dove si ritiravano in preghiera.
A 12 anni le morì la madre e Teresa provò tale dolore da non trovare conforto sulla terra.
Pensò allora che le rimaneva un’altra madre ben più amorosa e potente: la Madonna, e a Lei si affidò. Intanto andava preparandosi pel chiostro e a 20 anni seguì la divina chiamata. Si ritirò nel monastero dell’Incarnazione del Monte Carmelo in Avila, dove ben presto rifulse per ogni virtù.
Per una grave malattia dovette lasciare il monastero e ritornare in famiglia: guarì, ma perdette il primitivo fervore.
Una visione la fece ritornare in sè ed allora si diede con tutte le forze alla propria santificazione. Così si preparò a quella grande riforma dei monasteri Carmelitani, che fu accettata non solo da tutti i monasteri delle suore, ma anche da parecchi conventi dei frati. Aveva conosciuto S. Giovanni della Croce, tenuto in grande fama di dotto e santo, e se ne servi come del più valido aiuto.
titolo Nostra Signora del Monte Carmelo consegna lo scapolare dell’ordine ai santi Simone Stock, Angelo da Gerusalemme, Maria Maddalena de’ Pazzi e Teresa d’Avila autore Pietro Novelli anno 1641
Indicibili furono i dolori fisici, le penitenze e le discipline, ma sostenne tutto colla più dolce serenità di spirito. Gesù la ricompensava con sublimi estasi, rivelandole verità altissime che ella tramandò nelle sue mirabili « Opere ».
Non conosceva altro bene in questa vita che quello d’imitare Gesù Cristo paziente e crocifisso, e si sforzava di acquistare, per mezzo dei patimenti, nuovi meriti per l’eternità. Ammirabile la sua preghiera: « Signore, o patire o morire ». Il suo cuore, infiammato dell’amor di Dio, altro non sospirava che di uscire da questa valle di pianto e di unirsi per sempre al suo diletto Sposo, nella gloria celeste. Il Signore esaudì i fervidi voti e, nel monastero di Alba di Tormes, alla età di 67 anni, passò da questa vita. Era il 13 ottobre del 1582.
Definita dalla Chiesa “vergine serafica”, “santa dall’eminente dottrina” beatificata il 24 aprile 1614 da papa Paolo V, fu canonizzata quarant’anni dopo la morte, il 12 marzo 1622, da papa Gregorio XV, insieme ad altre grandi figure del periodo della Controriforma quali Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Filippo Neri. Le sue opere mistiche influenzarono molti scrittori successivi, tra cui Francesco di Sales. Teresa d’Avila fu proclamata solennemente Dottore della Chiesa da papa Paolo VI il 27 settembre 1970. Fu la prima donna a ricevere tale titolo, fino ad allora concesso soltanto a uomini. La seguiranno santa Caterina da Siena la settimana successiva, Teresa di Lisieux (1997), carmelitana scalza come lei, e Ildegarda di Bingen
PRATICA. Leggiamo le « Opere » e l’« Autobiografia » di questa Santa.
PREGHIERA. Esaudiscici, Dio nostro Salvatore, affinché come ci allietiamo per la festa della tua beata vergine Teresa, così siamo nutriti dalla sua celeste dottrina e formati al sentimento di una tenera devozione.
di Vera Martinella- Corriere della sera 15 Ottobre 2026
Quanto è alto il rischio che la malattia si ripresenti o che dia metastasi? E quanto invece si può sperare nella guarigione? Le risposte dell’oncologa Silvia Novello, fra i maggiori esperti internazionali
LaPresse
Il primo bollettino medico sulla salute del Pontefice dice quello che pochi si sarebbero aspettati che fosse reso noto: papa Leone XIV ha un tumore ai polmoni. Un «adenocarcinoma polmonare», nello specifico. Una notizia che, dal punto di vista medico, è solo il primo passo per capire cosa succederà nel prossimo futuro.
La realtà è che della malattia di Leone XIV sappiamo, per ora, molto poco. Il Santo Padre dovrà fare altre terapie? Se sì, quali? Si tratta di un tumore aggressivo? Quanto è alto il rischio che si ripresenti o che dia metastasi? E quanto invece si può sperare che l’iter di cure sia già finito e possano bastare solo degli esami di controllo?
Silvia Novello, direttrice della Scuola di specializzazione di Oncologia medica all’Università di Torino, responsabile dell’Oncologia toracica all’AOU San Luigi Orbassano, presidente dell’associazione no profit WALCE Onlus (Women Against Lung Cancer in Europe) è fra i maggiori esperti italiani e internazionali sul cancro ai polmoni. Ed la coordinatrice delle linee guida dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) per il cancro ai polmoni, il documento di riferimento per la terapia di questa neoplasia nel nostro Paese. Cerchiamo di capire con lei quali informazioni mancano per avere un quadro chiaro della situazione.
Professoressa Novello, cosa bisogna sapere per stabilire i prossimi passi da fare? «L’adenocarcinoma è la forma più frequente di tumore polmonare, ma ormai dare “un nome” al tumore non è più sufficiente: serveconoscere se e quali alterazioni genetiche sono presenti per capire quale sottogruppo di adenocarcinoma si ha di fronte (EGFR mutato, Alk riarrangiato, KRAS mutato, ROS1, eccetera) perché è proprio in base al cosiddetto “profilo molecolare” del tumore che possiamo scegliere le cure più efficaci caso per caso. E serve l’espressione di PDL1 che fornisce informazioni sull’assetto immunitario delle cellule tumorali presenti nel tumore del singolo paziente».
A cosa servono queste informazioni? «Sembrano “sigle” incomprensibili, che hanno invece un valore decisivo per i malati: danno informazioni che hanno un ruolo determinante e proprio in base alla presenza o assenza di queste sigle si possono oggi utilizzare nuovi farmaci, che hanno aperto speranze, fino a pochi anni fa non immaginabili».
Che esami servono per capire quale sottotipo è presente nel singolo paziente? «Parliamo di test genetici che possono verificare un singolo gene oppure una batteria di geni con quella che viene definita NGS (Next Generation Sequencing). Questo esame viene fatto sullo stesso materiale che ha condotto alla diagnosi istologica (ovvero sul pezzo di tessuto asportato durante l’operazione): identificare un’alterazione molecolare è come identificare un bersaglio su cui meglio direzionare la cura. L’espressione di PDL1 è invece un’analisi immunoistochimica che guida un altro approccio terapeutico: l’immunoterapia».
Quanto tempo serve per avere i referti? «Le tempistiche possono variare da un centro all’altro, ma solitamente i risultati si ottengono in una settimana lavorativa. Questa tempistica è dettata da tempi tecnici di lavorazione, che non possono essere accelerati».
Come si fa a capire quanto è alto il rischio che il tumore si ripresenti o che dia metastasi? «Mettendo insieme tutti gli elementi clinici (età del paziente, condizioni generali, presenza di altre patologie rilevanti) che per il Pontefice sono tutti favorevoli: è un uomo di 71 anni, in buona salute, che si è già dimostrato capace di un rapido recupero dopo l’operazione. Poi servono i dati legati alla malattia per avere la «carta d’identità» della neoplasia: sappiamo il tipo di cancro (adenocarcinoma), mancano le caratteristiche molecolari e lo stadio di malattia, che viene stabilito definitivamente sul pezzo operatorio asportato. Anche l’informazione sui linfonodi prelevati dal chirurgo dice molto: se sono “puliti” significa che la malattia non si è estesa nelle zone vicine al tumore».
Qual è lo scenario migliore possibile? «L’opzione migliore è che il tumore asportato fosse in uno stadio davvero precoce (tecnicamente lo stadio I) che comporta unicamente controlli periodici: solitamente una visita oncologica e una TAC ai polmoni all’anno per almeno 5 anni dopo l’intervento chirurgico».
Altrimenti? «Qualora la malattia radicalmente operata sia invece inquadrata definitivamente in stadio più avanzato (per esempio stadio II), il profilo molecolare e l’espressione di PDL1 servono proprio per capire come procedere: con un trattamento a base di farmaci (terapie a bersaglio molecolare o immunoterapia) e in alcuni casi anche con delle sedute di radioterapia, terminati i quali si intraprende l’iter dei controlli».
Quali terapie si possono prescrivere per un adenocarcinoma polmonare? «Innanzitutto la cura viene stabilita da un gruppo multidisciplinare di esperti (chirurgo, oncologo, radioterapista, anatomopatologo e altri ancora) che in caso di un adenocarcinoma radicalmente operato, come quello del Pontefice, può decidere per: un trattamento chemioterapico (che resta un’opzione ancora molto utile ed efficace, quasi sempre prescritta) combinato (in modo concomitante o sequenziale) con le terapie a bersaglio molecolare e con l’immunoterapia. Il radioterapista valuta quando e se proporre il trattamento radiante, solitamente sulla base dell’interessamento dei linfonodi asportati dal chirurgo. Tutte queste cure complementari hanno l’obiettivo di guarire definitivamente il paziente (o di migliorare il dato di sopravvivenza) e di ridurre il tasso di recidiva di malattia rispetto alla sola chirurgia».
Lo storico che, tra cinquanta o cento anni, volesse fissare in un’istantanea la giornata del 13 ottobre 2026, centonovesimo anniversario dell’ultima apparizione della Madonna a Fatima, si troverebbe davanti a questo quadro.
Il 14 ottobre papa Leone XIV avrebbe dovuto chiudere, nella basilica di San Pietro, l’incontro internazionale dedicato al decimo anniversario dell’esortazione di papa Francesco Amoris laetitia. Ma, dopo aver annunciato, durante l’Angelus dell’11 ottobre, di avere un nodulo al polmone, il 13 ottobre il Pontefice è stato ricoverato al Policlinico Gemelli, dove è stato operato il giorno stesso.
L’annullamento della solenne Messa che il Papa avrebbe dovuto celebrare mercoledì alla presenza di 250 vescovi convenuti da tutto il mondo, da una parte conferma l’urgenza attribuita all’intervento chirurgico, dall’altra lascia sprofondare nell’indeterminatezza le conclusioni dell’incontro con i vescovi.
Ora tutti i fedeli cattolici pregano per la salute del Papa, ma alla rappresentazione mediatica di un uomo energico, capace di sostenere con vigore un’agenda impegnativa, si affianca quella di una persona indebolita da una malattia di cui non si conosce ancora il possibile decorso. Questa constatazione ha un significato che supera la cronaca sanitaria e ci aiuta a ricordare verità dimenticate dal mondo. La Chiesa vive della grazia di Cristo e la sua indefettibilità non dipende dalle condizioni di salute di un Pontefice. Il Papa ha bisogno delle preghiere dei fedeli proprio perché il suo ufficio non lo sottrae alla sofferenza, che è, con la morte, la conseguenza del peccato originale. Ma eventi come una malattia improvvisa ci aiutano a riflettere sulla precarietà della vita umana, sul destino ultraterreno dell’uomo e sull’esistenza di un Dio remuneratore, nel tempo e nell’eternità.
Donald Trump, Vladimir Zelensky, Xi Jingping e tutti i potenti della terra vivono nella medesima condizione di imponderabilità, in cui oggi si trova il Papa, esposti, come ogni uomo, alla sofferenza e alla morte. A Washington, in questi giorni, la fragilità assume una forma politica. Il presidente Trump si avvicina alle elezioni di metà mandato del 3 novembre con il rischio di una pesante sconfitta, dopo che i suoi annunci di pace in Ucraina e in Medio Oriente sono stati ancora una volta smentiti dai fatti. Il risultato delle elezioni resta aperto, ma si è dissolta l’immagine di un presidente capace di risolvere ogni crisi attraverso la propria volontà,
In Ucraina, l’annuncio americano di una tregua energetica si scontra con la realtà dei crescenti attacchi russi alle infrastrutture di Kiev. Anche in Medio Oriente la pace continua a essere una prospettiva incerta. La distanza tra le parole e i fatti, tra le assicurazioni pubbliche e la realtà della distruzione e del sangue, resta drammatica. Gli annunci diplomatici corrono veloci sui mezzi di comunicazione, ma la sofferenza umana si prolunga, giorno dopo giorno, tra le macerie.
Le tensioni internazionali incidono sulle forniture energetiche e sui prezzi, mentre l’Europa si prepara alla stagione fredda con margini di sicurezza ridotti. Le conseguenze ricadono sulle famiglie, attraverso le bollette, e sulle imprese, attraverso i costi di produzione. Un continente che dipende da decisioni prese altrove scopre quanto sia difficile difendere la propria autonomia senza basi economiche e materiali adeguate. Su questo terreno cresce il malessere sociale e si allarga la sfiducia nelle istituzioni pubbliche. Alla vulnerabilità energetica si aggiunge una crisi più profonda: lo smarrimento dei valori, l’oblio delle proprie radici e la riduzione della vita quotidiana alla ricerca di un interesse personale immediato e puramente materiale.
La data del 13 ottobre invita a rileggere questo panorama alla luce di Fatima. Nel 1917 l’Europa era devastata dalla guerra e la rivoluzione bolscevica stava per aprire una nuova epoca. Il messaggio affidato ai tre pastorelli richiamava alla preghiera, alla penitenza e alla conversione. Nell’ultima apparizione alla Cova da Iria, la Vergine Maria si presentò come la Madonna del Rosario, chiedendo che si continuasse a recitarlo ogni giorno e annunciando la prossima fine della guerra. Il collegamento tra la pace e la recita del Rosario percorre tutto il messaggio di Fatima. Dopo il colloquio i pastorelli videro accanto al sole san Giuseppe con Gesù Bambino e la Madonna vestita di bianco, con un manto azzurro; san Giuseppe e il Bambino benedivano il mondo tracciando con la mano il segno della croce. La visione della Sacra Famiglia appare come un’immagine paradigmatica dell’ordine cristiano. La pace delle nazioni affonda le sue radici in quest’ordine, non nella sua distruzione sistematica da parte del processo rivoluzionario che aggredisce la civiltà cristiana.
In questa prospettiva, le sofferenze materiali e morali, individuali e collettive, ci aiutano a restituire alla vita la sua misura eterna. Soltanto la considerazione dei supremi destini dell’uomo può darci la vera pace, quam mundus dare non potest (Gv 14,27): quella pace che un mondo lontano da Dio non potrà mai dare. Nessun accordo politico o diplomatico può, da solo, guarire il disordine morale dal quale nascono le guerre. La pace tra le nazioni richiede giustizia, e la giustizia esige uomini disposti a riconoscere una legge naturale e divina superiore ai propri interessi contingenti.
Dio che è il padrone della storia, può mutare i destini del tempo, anche grazie alle preghiere che gli vengono rivolte quando l’orizzonte si oscura. «Possa la mano dei chirurghi di Papa Leone essere guidata da Gesù Cristo, il medicodivino», ha detto il presidente della Conferenza episcopale statunitense mons. Paul S. Coakley. Possa la mente e il cuore del Pontefice essere guidata, anche dopo la auspicabile guarigione, da Colui, che sana ogni ferita dell’anima e del corpo. Cristo, medico divino, assume infatti su di sé il peso dei nostri peccati, offrendo la propria vita per salvarci. «Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24), dice l’apostolo Pietro, di cui Leone è il successore. Preghiamo affinché l’azione risanatrice di Cristo si estenda a tutti coloro che, cum Petro et sub Petro, guidano oggi la Chiesa, guarendo le loro ferite, che sono anche le nostre (1 Pt 2,24).
Il bollettino del Gemelli su Papa Leone: «Decorso post operatorio regolare. Ha iniziato a camminare e l’umore è buono». I tre esami eseguiti prima dell’operazione
di Ester Palma e Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 14 Ottobre 2026
Gli aggiornamenti dalla Sala stampa vaticana, in diretta
CITTA’ DEL VATICANO – Prima notte al Gemelli dopo l’operazione per Papa Leone XIV. Il Pontefice, fa sapere oggi, mercoledì 14 ottobre, la Sala stampa della Santa Sede, ha passato una notte «tranquilla».
Nuovo aggiornamento alle 14: «Questa mattina il Santo Padre ha eseguito gli esami del sangue e la radiografia del torace previsti dopo l’intervento», hanno scritto il dottor Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora. «Gli esiti confermano un decorso post-operatorio regolare: i valori sono nella norma per il tipo di intervento eseguito». Leone XIV «ha svolto la fisioterapia respiratoria ed ha iniziato a camminare in stanza. Ha ripreso una regolare alimentazione facendo colazione e pranzo. Il decorso procede secondo quanto previsto».
«Il Papa sta bene, l’umore è buono» ha detto il direttore della sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni. Per quanto riguarda il decorso post-operatorio, ha proseguito Bruni, si conferma il tempo di «una settimana». Una tempistica compatibile con il viaggio in Sudamerica, previsto dal 6 al 17 novembre: «Il desiderio e l’intenzione del Papa è quella di andare» ha confermato il direttore della sala stampa vaticana.
La Santa Sede ha poi dettagliato gli esami che il Pontefice ha eseguito prima dell’operazione: «Una broncoscopia robotica con biopsia, una tac al torace con contrasto e una Pet».
«Rimosso il tessuto canceroso»
Papa Leone ha un «adenocarcinoma polmonare» e per questo, ieri, ha subìto «l’asportazione del lobo inferiore del polmone destro». Il bollettino delle 22 di ieri recitava che l’intervento «è riuscito e non ci sono state complicanze». domenica dopo l’Angelus ha annunciato di avere un nodulo circoscritto al polmone, è stato operato per l’asportazione di un «adenocarcinoma polmonare». Il Papa è rimasto in sala operatoria per tre ore, l’operazione è durata novanta minuti. In sala operatoria, oltre all’equipe medica e al suo dottore, Luigi Carbone, anche il capo della gendarmeria Gianluca Gauzzi Broccoletti. Oggi sul Pontefice saranno effettuati gli esami post operatori. I medici, secondo fonti vaticane, hanno sottolineato che il tessuto canceroso «è stato rimosso completamente» e che i medici, almeno per il momento, non parlano di chemioterapia.
Dal Gemelli nomina due vescovi, in Slovacchia e in Brasile
Due nomine autorizzate da Papa Leone, ricoverato al Gemelli di Roma. Il Pontefice ha nominato il nuovo vescovo di Kosice (Slovacchia), monsignor Marek Forgac e il nuovo arcivescovo metropolita di Cuiaba’ (Brasile), monsignor Wellington de Queiroz Vieira. Lo rende noto un Bollettino della sala stampa della Santa Sede.
L’omelia preparata e letta da Tagle: «Le famiglie preghino insieme»
Intanto in mattinata in piazza San Pietro è stato il cardinale Luis Antonio Tagle, neo decano del Collegio cardinalizio, a celebrare la Messa conclusiva dell’incontro internazionale sulla famiglia per i 10 anni di «Amoris laetitia», l’Esortazione apostolica di Papa Francesco. Tagle ha letto l’omelia che Leone XIV aveva preparato: «La carità, l’amore per gli altri di cui parla Gesù nel Vangelo, è fondamentale per il nostro stesso esistere e stare insieme come esseri umani. E’ dove affondano poi le loro radici anche i valori dell’apertura e del rispetto verso la vita, dal concepimento al termine naturale. Di tali valori la famiglia è depositaria per eccellenza, come faro per il bene dell’umanità».
Ma il Papa avverte: «Senza famiglie solide, aperte al dono dei figli, attente alla loro educazione e alla loro crescita, il mondo non ha avvenire. La famiglia è luogo privilegiato di preghiera, ma purtroppo oggi, in molte parti del mondo, si è indebolita l’abitudine a pregare insieme tra le mura domestiche. Perciò esorto calorosamente tutti a riscoprire e promuovere questa pratica».
di Vera Martinella – Corriere della Sera – 14 Ottobre 2026
È il più comune tra i tumori maligni del polmone, se preso agli inizi si può guarire con il solo intervento chirurgico e tornare alla normalità
Dopo circa tre ore di sala operatoria è arrivata la diagnosi: papa Leone XIV ha un tumore ai polmoni. Il primo bollettino medico contiene diverse informazioni: «Il Santo Padre è stato sottoposto, come programmato, all’intervento di chirurgia toracica. Per rendere l’intervento radicale, è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro con tecnica videoassistita. L’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori».
1 Cosa significa? Esistono diversi tipi di tumore ai polmoni, l’adenocarcinoma è il più comune tra i tumori maligni del polmone, è più frequente nei non fumatori ed è il tipo di tumore ai polmoni per il quale oggi esistono più farmaci nuovi.
2 Qual è la prognosi per questo tipo di cancro? Tutto dipende dallo stadio in cui viene scoperta la malattia (il Santo Padre ha parlato di un nodulo «in una fase molto iniziale e ben localizzato»). Per un adenocarcinoma al primo stadio il tasso di sopravvivenza a 5 anni supera l’80%, ma servono ulteriori esami per capire meglio la situazione specifica di Leone XIV.
3 I medici hanno asportato il lobo inferiore del polmone destro: di che tipo d’intervento si tratta? La lobectomia prevede l’asportazione sia di un intero lobo del polmone (il polmone destro è composto da 3 lobi, quello sinistro da 2) sia dei linfonodi intratoracici. E’ l’intervento di scelta nei primi stadi della malattia.
4Il bollettino ufficiale parla di «tecnica videoassistita»: cosa vuol dire? Per operare la via di accesso standard più praticata era la toracotomia: ovvero un’incisione di circa 20 centimetri sul torace. Oggi è possibile evitarla tramite toracoscopia VATS (Video-Assisted Thoracic Surgery, o chirurgia toracoscopica video-assistita), una tecnica chirurgica mini-invasiva, che è la strategia standard.
5 Perché si è optato per un intervento mininvasivo? Perché garantisce risultati oncologici sicuri, quindi è ugualmente efficace, con una ripresa più rapida e minori complicanze per i pazienti.
6 Leone XIV dovrà fare chemioterapia, radioterapia o altre cure? Impossibile dirlo ora. Bisogna aspettare l’esame istologico completo. Se i linfonodi asportati risulteranno interessati dal tumore si valuterà se fare una terapia post operatoria (di quale tipo lo si deciderà in base di vari fattori che emergeranno dagli esami). Se invece i linfonodi saranno negativi, quindi esenti da malattia, potrebbe bastare la sola operazione chirurgica effettuata perché le probabilità di guarigione sono molto elevate.
7 Cosa serve sapere per stabilire la terapia del cancro ai polmoni? Il tumore polmonare oggi viene suddiviso in numerose altre sotto-patologie sulla base di una classificazione biomolecolare che viene analizzata alla diagnosi: in pratica è fondamentale conoscere se e quali alterazioni genetiche sono presenti all’interno della neoplasia di ciascun paziente perché è proprio in base al cosiddetto «profilo molecolare» del tumore che si possono scegliere le cure più efficaci caso per caso.
8 Cosa ci si può aspettare nei prossimi giorni? La degenza media per questo genere d’interventi chirurgici è di circa 7-10 giorni. Poi il paziente può tornare alle sue normali attività, dopo un periodo di convalescenza variabile.
9 L’asportazione di un intero lobo polmonare crea problemi? Generalmente no. Nelle persone che hanno una normale capacità respiratoria prima dell’operazione, non comporta deficit che riducono la qualità di vita.
10 Da chi era composta l’equipe che ha operato il Papa? L’équipe chirurgica era guidata dal prof. Stefano Margaritora, coadiuvato dalla prof.ssa Elisa Meacci, dalla dott.ssa Maria Teresa Congedo, e dal dott. Leonardo Petracca Caravella. L’équipe anestesiologica era composta dal prof. Massimo Antonelli, dal dott. Giovanni Punzo e dal dott. Giuseppe Bello.
Senza complicanze con un buon esito l’operazione chirurgica al Pontefice, durata circa 90 minuti e condotta con tecnica videoassistita. Il bollettino medico diffuso in serata fa sapere che “l’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori”. Leone si è svegliato regolarmente ed è rientrato in stanza “dopo un breve periodo di osservazione”
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
In un intervento di circa 90 minuti, senza complicanze e conclusosi positivamente, a Papa Leone XIV è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro e l’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare. L’atteso bollettino medico contenenti le notizie sulla salute di Papa Leone è giunto in serata alle 21.53, poco più di due ore dopo l’intervento di oggi pomeriggio, 13 ottobre, al Policlinico Gemelli.
Una comunicazione via Telegram della Sala Stampa poco prima delle 20 già faceva sapere che l’intervento al Papa, condotto dalla équipe medica di chirurgia toracica guidata dal professor Stefano Margaritora, si è “concluso positivamente, nei modi e nei tempi previsti” e che il Papa è “rientrato nella sua stanza” al decimo piano del Policlinico, nel reparto adiacente all’appartamento papale – dove un anno e mezzo fa fu ricoverato Papa Francesco – attualmente in ristrutturazione.
La Sala Stampa della Santa Sede fa sapere che si è conclusa “nei tempi e nei modi previsti” l’operazione a Leone XIV di rimozione di un nodulo al polmone: “Il Santo Padre è …
Il bollettino medico
Nel bollettino diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede, il dottor Luigi Carbone, direttore della Direzione di Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano, e il professor Margaritora comunicano che: “Nel pomeriggio di oggi il Santo Padre è stato sottoposto, come programmato, all’intervento di chirurgia toracica. Per rendere l’intervento radicale, è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro con tecnica videoassistita. L’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un’adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori”.
Operazione di circa tre ore
“Il Santo Padre – informa ancora la nota – è stato in sala operatoria per circa 3 ore, la durata dell’intervento è stata di circa 90 minuti. L’intervento è riuscito e non ci sono state complicanze”. Dopo l’intervento, Leone XIV “si è svegliato regolarmente ed è rientrato dopo un breve periodo di osservazione nella sua stanza al decimo piano”.
L’équipe medica
A coadiuvare il professor Margaritora erano la professoressa Elisa Meacci, la dottoressa Maria Teresa Congedo e il dottor Leonardo Petracca Ciaravella. L’équipe anestesiologica era composta dal professor Massimo Antonelli e dai dottori Giovanni Punzo e Giuseppe Bello.
Esami e degenza
Nei prossimi giorni seguiranno gli esami post-operatori e l’esame del materiale asportato. Dalle analisi pre-operatorie i medici sapevano già come e dove agire e il termine “radicalità” indica che non si è voluto lasciare nulla di quanto era stato individuato e che è stato fatto di tutto per rimuovere totalmente il tumore.
Per quanto riguarda la degenza, per il momento la tempistica è quella precedentemente annunciata e cioè di “circa una settimana”.
Già domani dalla Sala Stampa della Santa Sede giungeranno aggiornamenti su come Leone ha trascorso la notte e su eventuali prime risultanze degli esami post-operatori. Intanto il Papa è accompagnato da coloro che già lo assistono quotidianamente nell’appartamento pontificio. Al suo risveglio è apparso da subito vigile e orientato e, ha riferito ai giornalisti il portavoce vaticano Matteo Bruni, “quando è tornato nella stanza ha chiesto la cena”.
Ultimo aggiornamento alle ore 22.45 del 13 ottobre 2026
di Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera – 13 Ottobre -2026
«Trump? Sostiene l’articolo 5, non lo ha mai messo in dubbio»
VARSAVIA – Nessuno sul fianco Est dell’Europa intende fare a meno dell’alleanza atlantica, o meglio della leadership militare degli Stati Uniti. Ecco perché, ieri, l’intervento del generale americano Alexus Grynkewich è risultato tra i più attesi e tra i più applauditi, qui al «Forum sulla sicurezza di Varsavia».
Grynkewich è il comandante supremo delle forze europee della Nato, una carica da sempre riservata solo ai militari Usa. Il generale, per altro, guida anche il Comando europeo degli Stati Uniti. Un doppio rassicurante incarico per questa audience, visto che è stato indicato da Donald Trump.
Grynkewich è venuto a presentare la «Teoria della vittoria», in parte già anticipata dai media la scorsa settimana. Sale sul podio e inizia attribuendo a George Washington il motto assai più antico e forse anche un po’ logoro: «Se vuoi la pace, prepara la guerra». Poi una premessa di metodo: «Questo piano è condiviso da tutti i 32 partner dell’Alleanza. Ciò non significa che consideriamo imminente un conflitto: vogliamo essere pronti per ciò che è possibile, non solo per ciò che è probabile».
Quindi entra nel dettaglio: «La nostra Alleanza ha un vantaggio essenziale: noi sorvegliamo il territorio circostante con un sofisticato sistema di intelligence che ci consente di gestire un’enorme massa di dati con gli algoritmi. Difficilmente possiamo essere colti di sorpresa. Saremo, quindi, in grado di bloccare l’attacco iniziale. Se sarà necessario, distruggeremo lo schieramento nemico, mettendo in campo le nostre forze convenzionali: l’esercito, l’aviazione, la marina, ma anche i reparti cibernetici. In questo modo non consentiremo al nemico di occupare neanche una piccola porzione del nostro suolo».
Il generale prosegue aggiungendo particolari sempre più tecnici, insistendo su un aspetto: la Nato può già contare su una chiara superiorità tecnologica e su contingenti militari addestrati. «Ora si tratta di migliorare giorno dopo giorno la nostra preparazione per rendere sempre più efficace il nostro deterrente».
Ma anche una platea così disponibile non può evitare il tema di fondo. Fino a che punto Trump appoggia la «Teoria della vittoria»? Davvero il presidente americano è pronto a difendere «ogni porzione del territorio Nato?». Grynkewich giura di sì: «Lo scorso luglio c’ero anch’io nelle riunioni tra i leader al vertice Nato di Ankara. Il presidente Trump non ha mai messo in dubbio l’applicazione dell’articolo 5 (tutti corrono in aiuto di un partner aggredito ndr)».
Il problema è che a Washington convivono due visioni. Quella tradizionale, ripetuta dal generale Grynkewwich e dall’ambasciatore americano alla Nato, Matthew Whitaker, anche lui presente al «Forum». L’America resta al fianco degli europei nella Nato, ma chiede un contributo maggiore ai partner. Whitaker ha messo in fila «le quattro priorità» degli Usa: «Al primo posto c’è la nostra sicurezza nazionale; al secondo quella del nostro continente; al terzo l’Indopacifico; al quarto l’Europa». Nello stesso tempo, però, Trump si muove in altre direzioni: stringe il «patto del diesel» con Vladimir Putin; punta a un accordo triangolare con Xi Jinping e con lo stesso leader russo.