"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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San Massimiliano Maria Kolbe


Nome: San Massimiliano Maria Kolbe

Titolo: Sacerdote e martire

Nome di battesimo: Rajmund Kolbe

Nascita: 8 gennaio 1894, Zduska Wola, Polonia

Morte: 14 agosto 1941, Campo di concentramento di Auschwitz, O?wi?cim, Polonia

Ricorrenza: 14 agosto

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Memoria liturgica

Protettore:
radioamatori

Beatificazione:
17 ottobre 1971, Roma, papa Paolo VI

Canonizzazione:
10 ottobre 1982, Roma, papa Giovanni Paolo II

Padre Kolbe è l’eroico frate francescano conventuale che nel campo di concentramento di Auschwitz offrì la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia, Francesco Gajowniczek, condannato a morire di fame come rappresaglia per la fuga di un detenuto. 

Cristianesimo

Giovanni Paolo II, nell’elevarlo agli onori degli altari, il 10 ottobre 1982, lo ha proclamato «patrono del nostro difficile secolo», un esempio di pace e di fraternità in una società sconvolta dall’odio e dall’egoismo.

Kolbe nacque a Suduńszka Wola, una cittadina del centro industriale di Lodz, l’8 gennaio 1894. I suoi genitori erano operai tessili. Kolbe da ragazzo conobbe il senso liberatorio e insieme opprimente di povertà e lavoro. E quell’esperienza non fu estranea ad alcune scelte che lo portarono ad abbracciare la Regola di san Francesco tra i minori conventuali di Leopoli (1907) e poi a dar vita a una istituzione che aveva proprio, in povertà e lavoro, caratteristiche tipicamente francescane, un sicuro fondamento, e cioè le «Città dell’Immacolata»: „Niepokalanów” in Polonia, e „Mugenzai No Sono” in Giappone.

Nell’ideale francescano Kolbe innestò poi la propria fiducia nella possibilità offerta dai mezzi che la tecnica in quel tempo stava mettendo a disposizione. E a chi gli faceva osservare che su di essi già il diavolo aveva allungato le sue sordide zampacce, egli rispondeva: « Ragione di più per svegliarci e metterci all’opera per riconquistare le posizioni perdute ».

Quando ne ebbe l’opportunità, dimostrò la bontà e la lungimiranza dei propri progetti. E ciò avvenne in Polonia, dove ritornò nel 1919, dopo aver conseguito a Roma la laurea in teologia.

A pochi chilometri da Varsavia diede vita nel 1927 a „Niepokalanów” (Città dell’Immacolata) i cui cittadini, tutti frati, si dedicavano, vivendo in rigorosa povertà, all’apostolato per mezzo della stampa. E furono autori di un consistente boom editoriale che ancor oggi sorprende. Il „Cavaliere dell’Immacolata”, la prima di una catena di riviste, fondato nel 1922 dopo un periodo iniziale di stasi, decollò raggiungendo le cinquantamila copie. In seguito si affermò come settimanale con settecentocinquantamila copie (addirittura un milione nel 1938). 

L’Immacolata, cui padre Kolbe ha intitolato gran parte delle sue riviste, era il suo chiodo fisso. In tempi non troppo felici per la chiesa e per il mondo, Kolbe vedeva nella Madonna l’ideale capace di scuotere le coscienze, di ridare fiato al cristianesimo; un ideale, comunque, per il quale combattere le sante battaglie della fede. Per questo, ancor prima di essere ordinato sacerdote, aveva istituito a Roma, il 16 ottobre 1917, la Milizia dell’Immacolata, uno strumento per far conoscere e vivere la devozione alla Madre di Cristo, ancor oggi vivo e prosperoso.

Nel 1930 partì missionario per il Giappone a fondarvi un’altra Città dell’Immacolata, animata dallo stesso spirito e dagli stessi ideali. Tornato definitivamente in Polonia, dopo un paio di altri viaggi «missionari» nello stesso Giappone e in altri paesi dell’oriente, padre Kolbe si dedicò interamente alla sua opera.

La seconda guerra mondiale lo sorprese a capo del più importante complesso editoriale della Polonia.

Il 19 settembre 1939 fu arrestato dalla Gestapo, che lo deportò prima a Lamsdorf (Germania), poi nel campo di concentramento di Amlitz. Rilasciato l’8 dicembre 1939, tornò a Niepokalanów, riprendendo l’attività interrotta. Arrestato di nuovo nel 1941 fu rinchiuso nel carcere di Pawiak a Varsavia, e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove con uno straordinario atto d’amore chiuse una vita tutta spesa al servizio degli altri.

Nel campo viveva una legge secondo la quale, per la fuga di uno, dieci dello blocco, venivano condannati a morire di fame in un oscuro sotterraneo. Quando all’appello della sera risultò che uno mancava un grande timore invase l’animo di tutti i prigionieri… 

Credoe religione

Il Comandante scelse con un cenno della mano chi doveva morire e ad un tratto si sentì un grido: «Addio! addio! mia povera sposa, addio miei poveri figli…» era il sergente Francesco Gajowniczek.

Ma ad un tratto un uomo, anzi, un numero esce con passo deciso dalle file e va diritto verso il Comandante del campo. Chi è lei? Cosa vuole? Come osa infrangere la ferrea disciplina ed affrontare il terribile Capo?

«Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perchè egli ha moglie e figli».

Il Comandante, meravigliato, parve non riuscire a trovare la forza per parlare e stranamente accettò quella proposta…

Padre Kolbe insieme agli altri condannati fu avviato verso il blocco 11. Qui le vittime furono denudate e rinchiuse in una piccola cella, in cui dovevano morire di fame e di sete. Ma da questo tetro luogo, invece di pianti e disperazione, questa volta si udirono preghiere e canti. Padre Kolbe li guidava, attraverso il cammino della croce, alla vita eterna.

Rimase nel bunker per due settimane, quando le SS decisero di svuotare la cella della morte. Erano rimasti in vita solo quattro uomini tra cui Padre Massimiliano.

Venne ucciso con un’iniezione di acido fenico, perché la cella, che egli aveva trasformato in cenacolo di preghiera e che condivideva con gli altri condannati, serviva per altre vittime. «Porse lui stesso, con la preghiera sulle labbra, il braccio al carnefice», raccontò un testimone.

Lo trovarono qualche ora dopo, «appoggiato al muro, con la testa inclinata sul fianco sinistro e il volto insolitamente raggiante. Aveva gli occhi aperti e concentrati in un punto. Lo si sarebbe detto in estasi». Era la vigilia dell’Assunta, di una festa della Madre di Dio, che egli aveva sempre amato, chiamandola con il nome di «dolce mamma».

Il suo corpo venne cremato e le ceneri disperse. 

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

San Lorenzo, la vittoria della fede sulle potenze del mondo

1963, Chiesa cattolica

di Roberto de Mattei

Il 10 agosto, giorno in cui la Chiesa cattolica ricorda san Lorenzo, è una delle grandi feste dell’antica Roma cristiana. Dom Guéranger nel suo L’Année liturgique, ricorda le parole con cui sant’Agostino celebrava questo giorno «veramente trionfale, in cui san Lorenzo schiacciò il mondo fremebondo». Roma intera, aggiungeva il vescovo di Ippona, era testimone della «gloriosa e immensa moltitudine di virtù» che formavano la corona del martire. 

Pochi santi hanno avuto nella storia della Chiesa un culto così antico e universale. Già nell’Alto Medioevo, il 10 agosto, a Roma si celebravano due Messe in suo onore: una sulla tomba del martire e un’altra, più solenne, nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, fatta edificare da Costantino. Un’iscrizione di papa san Damaso, composta circa un secolo dopo il martirio, proclamava: «Sferze, ugne, fiamme, tormenti, catene, solo la fede di Lorenzo ha potuto vincerle».

Lorenzo era uno dei sette diaconi della Chiesa romana al tempo di papa Sisto II. Il diacono non era allora soltanto ministro dell’altare. Assisteva il Pontefice e partecipava all’amministrazione dei beni temporali della Chiesa, destinati in larga misura al sostentamento dei poveri. Era dunque una figura eminente della comunità cristiana. 

Nel 258 l’imperatore Valeriano scatenò una violenta persecuzione contro la Chiesa. Un suo rescritto ordinava che vescovi, sacerdoti e diaconi fossero messi a morte per il semplice fatto di appartenere alla gerarchia ecclesiastica. Sisto II fu arrestato mentre celebrava nelle catacombe di San Callisto e venne decapitato. Sei dei suoi diaconi subirono con lui il martirio. Lorenzo rimase solo, ma per poco.

La tradizione ci ha trasmesso uno straordinario dialogo tra il Papa e il suo diacono. Mentre Sisto viene condotto al supplizio, Lorenzo lo segue chiedendogli: «Padre mio, dove andate senza il vostro figlio? Santo Pontefice, dove andate senza il vostro diacono?». Sisto gli annuncia che non lo sta abbandonando: una prova ancora più grande lo attende e, dopo tre giorni, anche lui seguirà il suo Pontefice nel martirio.

Plinio Corrêa de Oliveira, che ha dedicato a san Lorenzo una bella meditazione, vede in questa scena qualcosa di più della commovente fedeltà di un discepolo al suo maestro. Lorenzo, che aveva assistito Sisto all’altare, mentre il Pontefice offriva il Sacrificio incruento della Messa, ora desiderava assisterlo anche nell’offerta cruenta della propria vita. «Come vi ho servito in vita ai piedi dell’altare – è il senso della sua richiesta – così lasciate che vi serva ai piedi della morte».

Il pensatore brasiliano scorge in questa fedeltà una sorta di anticipazione dello spirito della Cristianità medievale: un legame che non si esaurisce in un rapporto giuridico, ma diventa venerazione, dedizione e disponibilità al sacrificio. È una fedeltà personale fondata su un ordine superiore, nella quale l’amore per l’autorità giunge fino all’offerta della vita. 

Dopo la morte di Sisto II, i persecutori rivolsero la loro attenzione a Lorenzo. Sapevano che il diacono amministrava i beni della comunità cristiana e immaginavano che la Chiesa possedesse ricchezze nascoste. Gli intimarono dunque di consegnare i suoi tesori.

Lorenzo chiese tre giorni di tempo. Poi raccolse i poveri, i malati, le vedove e gli orfani che la Chiesa assisteva e li presentò al magistrato romano: ecco i tesori della Chiesa.  Il mondo pagano giudicava gli uomini soprattutto secondo la forza, la ricchezza e la posizione sociale. Lorenzo presenta invece come pietre preziose proprio coloro che il mondo disprezza. Il povero è prezioso perché è un’anima redenta dal Sangue di Cristo.

Il malato che unisce le sue sofferenze alla Passione del Salvatore possiede una dignità che sfugge allo sguardo puramente terreno. Ciò non significa rinunciare ad alleviare la povertà o la malattia: al contrario, la carità cristiana esige di soccorrere chi soffre. Ma essa vede nell’uomo qualcosa di infinitamente superiore alla sua utilità economica o sociale.

Due concezioni dell’uomo si trovano così faccia a faccia: quella pagana, che misura il valore attraverso il potere, e quella cristiana, che guarda ogni uomo alla luce dell’eternità.

L’ira dei persecutori si abbatté allora su Lorenzo. Nella notte tra il 9 e il 10 agosto il diacono fu consegnato ai carnefici e sottoposto al terribile supplizio del fuoco.  

Sant’Agostino afferma che la forza che permise a Lorenzo di vincere il dolore fu la carità: «Messo sulla graticola, egli fu bruciato in tutte le membra», ma superò le sofferenze del corpo «con la forza della carità».

È qui che il prof. Plinio Corrêa de Oliveira contempla uno degli aspetti più affascinanti del santo: la sua serenità, quasi la sua fierezza, davanti alla morte. La tradizione racconta che Lorenzo, disteso sulla graticola, trovò ancora la forza di rivolgersi ironicamente ai carnefici, invitandoli a voltarlo perché una parte del corpo era ormai arrostita. Infine, pregò per la conversione di Roma e morì. 

Il dott. Plinio parla del suo panache: quella nobiltà d’animo per cui il cristiano, sostenuto dalla grazia, non soltanto sopporta il nemico, ma lo domina spiritualmente. Il persecutore dispone del fuoco e degli strumenti di tortura, ma è impotente davanti a un uomo che non teme più la morte. È la suprema libertà cristiana.

Il martirio di san Lorenzo ci offre anche una straordinaria conferma delle parole del Magnificat: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles», Dio ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili.

Plinio Corrêa de Oliveira osserva che dell’imperatore Valeriano conservano memoria soprattutto gli specialisti, mentre san Lorenzo continua a essere conosciuto, venerato e invocato in tutto il mondo. Basti ricordare un esempio. Nel giorno della festa di San Lorenzo, il 10 agosto del 1557, il re Filippo II di Spagna combatté la battaglia decisiva a San Quintino, in Piccardia. Promise a Dio di costruire una magnifica basilica in onore di San Lorenzo se avesse vinto quella battaglia. Vinse, e per commemorare l’occasione fece erigere la più grande opera d’arte del suo regno, l’Escorial. La pianta del palazzo ha la forma di una graticola per celebrare il martirio di San Lorenzo. 

Dom Guéranger conclude a sua volta la sua meditazione riportando un’antica preghiera che contempla Lorenzo come cittadino ormai glorioso di un’altra Roma, la Roma celeste: il martire che sulla terra aveva servito la Chiesa entra nel «senato eterno» del Cielo, coronato come un console della città di Dio.  E rivolgendosi a san Lorenzo, dom Guéranger conclude: «Io mi so indegno, lo riconosco, indegno di essere esaudito da Cristo; ma protetti dai Martiri, si può ottenere il rimedio ai propri mali. Ascolta uno che ti supplica: nella tua bontà, sciogli le mie catene, liberami dalla carne e dal mondo! » 

Il mese di agosto nel segno di Maria Regina e Madre

Martin Knoller, Assunzione della Beata Vergine al cielo (particolare), olio su tela, ante 1788 – ca 1788

CR 1963, Chiesa cattolica

 12 Agosto 2026 di Cristina Siccardi

Il 5 di agosto del 352, nel mese di gran caldo, nevicò sul monte Esquilino di Roma perché lì doveva essere realizzata un’opera mariana, segno plastico, fra i tanti, che la Creazione viene diretta da un ordine divino, gestito dal Creatore a Sua discrezione, a dispetto di tutti coloro che superbamente credono di essere i padroni del mondo, compreso clima e temperature.  

La tradizione della Chiesa racconta che in quell’anno, sotto il pontificato di papa Liberio, il patrizio romano Giovanni e sua moglie, non avendo prole, decisero di donare alla Madonna una chiesa. Maria Santissima, con gratitudine, apparve loro in sogno nella notte fra il 4 e il 5 agosto di quell’anno, indicando con un miracolo il luogo dove sarebbe sorta la chiesa. La mattina dopo i coniugi si recarono dal Papa per narrare il sogno che entrambi avevano fatto e con grande sorpresa il Pontefice disse che aveva ricevuto anche lui lo stesso sogno. Si recarono quindi sul sito del miracolo annunciato dalla Vergine, il Colle Esquilino e con enorme sorpresa lo trovarono ricoperto di neve. Un fatto che andava contro la consuetudine degli eventi naturali. Allora il Papa tracciò il perimetro del nuovo tempio cristiano, seguendo la superficie del terreno innevato e prese così vita la basilica di Sancta Maria ad Nives, il più antico santuario mariano d’Occidente, dove sorgerà Santa Maria Maggiore sotto il pontificato di Sisto III, quando la divina maternità della Beata Vergine era appena stata riconosciuta dal Concilio di Efeso, nel 431.

Il 15 agosto, dieci giorni dopo la Madonna della Neve, la Chiesa festeggia la solennità di Maria Assunta in Cielo, divenuto dogma di fede con papa Pio XII, grazie alla costituzione apostolica Munificentissimus Deus, documento nel quale la formula recita: «La Vergine Maria, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (§ 44). Era il 1° novembre dell’Anno Santo 1950. L’avvenimento, che iniziò alle ore 8:30, si svolse in piazza San Pietro, davanti a 36 cardinali, 600 vescovi e arcivescovi e 250 mila pellegrini, che tenevano in mano fazzoletti bianchi per sventolarli. Le cronache e le memorie dell’epoca descrivono un evento di immensa commozione collettiva, carica di sacra solennità.

Attraverso la radio, la voce del Papa rimbalzò in ogni dove sul pianeta. I circuiti internazionali e la diffusione delle riprese realizzate dall’Istituto Luce (Unione Cinematografica Educativa) resero possibile la massima diffusione di una decisione della Chiesa che da gran tempo meditava e invocava. Il linguaggio utilizzato da Pio XII fu quello della tradizione della Chiesa, colmo di ardore e di spirito soprannaturale, a differenza del linguaggio ecclesiale odierno, monotono e ripetitivo nell’imitare quello sociologico e politico, che non nutre le anime, lasciate aride come le secche di questa nostra lunga calda estate.

Immune dal peccato e dalla morte, lontana dalla bruttura del deperimento del corpo, la Madre Dio è Assunta in Cielo. Disse il Papa ai fedeli, durante il rito della solenne definizione dogmatica: «[…] questo giorno è finalmente Nostro; è finalmente vostro. Voce di secoli – anzi, diremmo, voce della eternità – è la Nostra, che, con l’assistenza dello Spirito Santo, ha solennemente definito l’insigne privilegio della Madre celeste. E grido di secoli è il vostro, che oggi prorompe nella vastità di questo venerando luogo, già sacro alle glorie cristiane, approdo spirituale di tutte le genti, ed ora fatto altare e tempio per la vostra traboccante pietà».

Dov’è oggi la «traboccante pietà»? Non sono più le folle a praticarla, bensì isolate realtà dove ancora si respira il sempre insegnato, il sempre detto, il sempre vissuto del Verbo incarnato in Maria Santissima, che in quella circostanza Pio XII la chiamò Regina dell’Universo, primo tabernacolo di nostro Signore Gesù Cristo. «In questo giorno di letizia», proseguì il Vicario di Cristo, «da questo squarcio di cielo, insieme con l’onda dell’angelica esultanza, che si accorda con quella di tutta la Chiesa militante, non può non discendere sulle anime un torrente di grazie e d’insegnamenti, suscitatori fecondi di rinnovata santità». 

Le parole di papa Pacelli risuonano ora come un benefico balsamo e sono perfette per i nostri tempi carichi di odio, rancore, diffidenza, violenza verbale e fisica, e persino di stupida ironia, compiuta da “cattolici” (consacrati o meno) nei confronti di sacre realtà, come social e chat manifestano quotidianamente, a tutte le ore e in tempo reale, come in un demenziale circo senza soluzione di continuità.  «Alle tante anime inquiete ed angosciate, triste retaggio di una età sconvolta e turbolenta, anime oppresse ma non rassegnate, che non credono più alla bontà della vita e solo ne accettano, quasi costrette, l’istante, l’umile ed ignorata fanciulla di Nazaret, ora gloriosa nei cieli, aprirà visioni più alte, e le conforterà a contemplare a quale destino e a quali opere fu sublimata Colei, che, eletta da Dio ad essere Madre del Verbo incarnato, accolse docile la parola del Signore. […] A questo mondo senza pace, martoriato dalle reciproche diffidenze, dalle divisioni, dai contrasti, dagli odi, perché in esso è affievolita la fede e quasi spento il senso dell’amore e della fraternità in Cristo, mentre supplichiamo con tutto l’ardore che l’Assunta segni il ritorno del calore d’affetto e di vita nei cuori umani, non Ci stanchiamo di rammentare che nulla mai deve prevalere sul fatto e sulla consapevolezza di essere tutti figli di una medesima Madre, Maria, che vive nei cieli, vincolo di unione per il Corpo mistico di Cristo, quale novella Eva, e nuova madre dei viventi, che tutti gli uomini vuol condurre alla verità e alla grazia del suo Figlio divino».

La Madre Dio, corredentrice e mediatrice di tutte le grazie, è colei che nel corso dei secoli è venuta a visitarci più e più volte. Secondo la tradizione la Beata Vergine del Pilar apparve, per bilocazione, già a san Giacomo il Maggiore, sette anni dopo la morte e resurrezione di Gesù, quindi prima dell’Assunzione: era il 40, quando l’apostolo si trovava a Caesaraugusta, l’attuale Saragozza, nell’Hispania Tarraconensis

Poi apparve nel III secolo a una matrona di Ceyssac, la quale guarì dalla malaria e si recò dal vescovo francese Georges du Velay, primo apostolo del Velay, per descrivergli l’apparizione della Madonna. Il vescovo considerò seriamente la testimonianza, dopodiché, dopo aver visto un cervo (le creature e le forze della natura sono di Dio e seguono gli ordini del Creatore, come sovente è accaduto, oltre che nell’Antico e Nuovo Testamento, anche nella ricchissima santa storia della Chiesa) che tracciava con le corna nella neve il perimetro di un’area precisa – anche qui come sull’Esquilino, neve caduta pur essendo in piena estate – la recintò per destinarla alla futura e celeberrima Cathédrale Notre-Dame-de-l’Annonciation di Puy-en-Velay, nell’Alta Loira.

Maternamente, nell’era moderna, la Madonna è venuta a richiamare le anime alla conversione dei peccati, allertando sui possibili castighi, benché Ella faccia di tutto per tenere fermo il braccio del Figlio Giudice, come ebbe a dire a La Salette nel 1846, nel secolo della diffusione del pensiero illuminista, positivista, marxista, ateista e del liberalismo, «trappola mortale», come la definì il dottore della Chiesa John Henry Newman. L’applicazione di quei pensieri si è vista storicamente nel devastante Novecento e continuiamo a vederla oggi, nell’era della dittatura ideologica del relativismo, come la chiamava Benedetto XVI, attraverso il mefistofelico buonismo dei diritti civili, che portano ad una corruzione morale, di usi e costumi, qualche tempo fa inimmaginabile.

La maggior parte dei pastori sembra non essere più cosciente dei danni a cui conducono i peccati, sia quelli privati che quelli pubblici e dai pulpiti non si odono più prediche di carattere spirituale, non si sa se per soggezione e timore riverenziale verso l’“assemblea” oppure per una conversione al mondo che abbaglia con le sue luci mistificatrici……..

…..In questo deserto infuocato di peccati servono santi Pastori, preparati dottrinalmente e teologicamente, coscienti del nefasto tempo in cui viviamo per guidare le anime all’unica e indefettibile Verità di Cristo, che annienta inquietudini esistenziali e dubbi (tentazioni) e brama a condurle all’autentico e assoluto Bene, attraverso ministri portatori di certezze eterne, accompagnati da Maria Assunta: «Per imperscrutabile disegno divino», disse ancora Pio XII quel 1° novembre di settantasei anni fa, «sugli uomini della presente generazione, così travagliata e dolorante, smarrita e delusa, ma anche salutarmente inquieta nella ricerca di un gran bene perduto, si apre un lembo luminoso di cielo, sfavillante di candore, di speranza, di vita beata, ove siede Regina e Madre, accanto al Sole della giustizia, Maria».

Santa Chiara

Nome: Santa Chiara

Titolo: Vergine

Nascita: 16 luglio 1194

Morte: 11 agosto 1253

Ricorrenza: 11 agosto

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Patrona di:
Marciana Marina, Villachiara, Cossoine, Sini, Iglesias, San Gavino Monreale

Protettrice:
della televisione, delle coccinelle, delle telecomunicazioni

Canonizzazione:
1255, Anagni, Lazio, papa Alessandro IV

Luogo reliquie: Basilica di Santa Chiara

Fa parte di: Santi dell’Umbria

Sito ufficiale: www.assisisantachiara.it

Nacque Chiara nell’anno 1194 da nobili e ricchi genitori in Assisi, e fin da giovanetta dimostrò una grande pietà e devozione. In quegli anni la fama del suo concittadino Francesco cominciava ad allargarsi, e Chiara, decisa di consacrarsi al suo Signore, si presentò a lui per comunicargli il suo ardente desiderio di ritirarsi dal mondo. Francesco riconobbe in questa piissima giovane la chiamata di Dio e perciò la confermò nel suo proposito di consacrare a Gesù Cristo la sua verginità.

Venuto il giorno stabilito, Chiara fuggì dalla casa paterna e si portò alla chiesa di S. Damiano ove Francesco, assistito dai suoi monaci, le tagliò i capelli e la rivestì del ruvido saio di penitenza di cui egli era già ricoperto.


I suoi parenti, oltremodo irritati per questa sua risoluzione, tentarono in vari modi, anche colla violenza, di sottrarla al sacro ritiro, ma Chiara, colla grazia del Signore, superò ogni ostacolo.

Poco dopo si unirono a lei numerose vergini, e perfino sua sorella Agnese: tutte si esercitavano nell’orazione e nelle mortificazioni quotidiane della vita comune, di cui Chiara dava un sì chiaro esempio. Dormiva sulla nuda terra, qualche volta tormentandosi ancora nelle brevi ore di riposo con sarmenti o con duro legno che usava per guanciale. Portava sempre ai fianchi un aspro cilicio, digiunava tre volte alla settimana a pane ed acqua.

Devotissima del SS. Sacramento, passava lunghe ore innanzi all’altare, assorta in profonda meditazione. E Gesù la ricompensò di questo suo affetto anche col dono dei miracoli. Infatti avendo una volta i Saraceni tentato di invadere il suo monastero, Chiara, animata da fiducia nel Signore, quantunque inferma, prese tra le mani l’ostensorio e fattasi portare alla finestra minacciata del monastero tracciò sugli infedeli un gran segno di croce dicendo: « Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani dei pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, ti prego, Signore, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare ». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dal Tabernacolo: “Io vi custodirò sempre!”. La vergine, con il volto bagnato di lacrime, rassicurò le sorelle: “Vi do garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!”. Una luce vivissima investì gli assalitori accecandoli, mentre una forza arcana rovesciava le scale e precipitava a terra i predoni.

S. Chiara era pure devota della passione di Gesù Cristo, che meditava versando copiosissime lacrime. Da questa devozione attinse tanto amore alla santa povertà che ricusò perfino le proposte fattele dal Papa Gregorio IX di una povertà più mitigata, ed ottenne per sè e per le sue suore quello che chiamò « il privilegio della povertà ».

Negli ultimi anni di sua vita, Chiara fu molestata da continue infermità e patimenti corporali, ma colla sua preghiera fervente ottenne dal Celeste Sposo una pazienza invitta, e fra i suoi dolori si dimostrò sempre contenta e serena.

Prima di morire fece testamento: non per lasciare beni temporali, ma bensì per lasciare alle figliuole del suo cuore la santa povertà come loro divisa, come loro difesa e come loro gloria, e a 60 anni di età, piena di meriti, nell’anno 1253 rese la sua bell’anima a Dio.

San Lorenzo

autore: Juan De Miranda anno: 1785 titolo: San Lorenzo luogo: Chiesa della Concezione Tenerife

Nome: San Lorenzo

Titolo: Diacono e martire

Nascita: 226, Osca, Spagna

Morte: 10 agosto 258, Roma

Ricorrenza: 10 agosto

Tipologia: Festa

Patrono di:
Liguria, Perugia, Grosseto, Tivoli, Collegno, Alba, Montevarchi, Monserrato, Abano Terme, Borgo San Lorenzo >>> altri comuni

Protettore:
dei sogni, bibliotecari, rosticcieri, pompieri, pasticceri, librai, lavoratori del vetro, diaconi permanenti, cuochi, vermicellai

Luogo reliquie:Basilica di San Lorenzo fuori le mura

Fa parte di: Santi del Lazio

Nacque ad Osca in Spagna nel 226 da nobilissimi e santi genitori. Tanti furono i doni che ricevette nei Sacramenti del BattesimoCresima ed Eucaristia, che sembrò prevenuto dalla grazia; mentre era ancora bambino s’astenne sempre da ogni divertimento puerile e fu a tutti modello di docilità e santa innocenza. 

Ricevuta la prima istruzione in patria, passò a Saragozza per apprendere lettere, ed in questa celebre Università i suoi progressi furono sì rapidi e meravigliosi, che era ritenuto il migliore di tutti gli allievi. In questo tempo il Vescovo di quella città, vedendo in lui un tal candore di vita, gli conferì gli ordini dell’Ostiariato, del Lettorato ed Esorcistato.

Trovandosi nella penisola Iberica il futuro Papa Sisto II, allora arcidiacono della Chiesa Romana, avendo udito parlare delle virtù di Lorenzo, lo condusse con sé a Roma, ove personalmente ebbe cura della sua formazione. All’età di 17 anni, per il suo progresso nella scienza e nella virtù, fu dal Pontefice Fabiano ordinato accolito, sei anni dopo suddiacono e quindi diacono: aveva 27 anni. Nel 258, essendo stato eletto alla Cattedra di Pietro, Sisto II nominò Lorenzo arcidiacono della Chiesa Romana, carica che corrisponde all’attuale dignità cardinalizia.

Ma mentre la Chiesa lavorava e si espandeva ognora più fra i pagani, specie per l’infuocata predicazione di Lorenzo, si scatenò la persecuzione di Valeriano che al dire di San Dionisio fu delle più terribili.

Lorenzo fu imprigionato e torturato. Poco tempo dopo anche S. Sisto venne preso e condannato al carcere. Mentre il Pontefice veniva barbaramente trascinato dalla soldatesca, gli si fece incontro Lorenzo che col volto bagnato di lacrime incominciò ad esclamare: « Dove vai, o Padre, senza il tuo figlio? Per dove ti incammini, o santo sacerdote, senza il tuo diacono? »Sisto gli rispose: « Io non ti lascio né ti abbandono, o figlio, ma a te spettano altri combattimenti… Dopo tre giorni mi seguirai… Prendi le ricchezze ed i tesori della Chiesa e distribuiscili a chi tu meglio credi »

Lorenzo fece diligente ricerca di quanti poveri e chierici poté trovare nei quartieri di Roma e distribuì loro tutte le ricchezze. Poscia, salutati per l’ultima volta i Cristiani, si portò da Valeriano che già l’aveva fatto chiamare, ed all’intimazione di recargli i beni della Chiesa, promise che entro tre giorni glieli avrebbe mostrati. Percorse le vie della città, raccolse un gran numero di poveri e glieli condusse dicendo: « Ecco qui i beni della Chiesa! ». Ma quell’uomo irritato gridò: « Come hai tu ardito beffarti di me?… Io so che tu brami la morte… Ma non credere di morire in un istante poiché io prolungherò i tuoi tormenti ». Ordinò infatti che Lorenzo fosse posto su una graticola di ferro rovente ed arrostito lentamente. Ma nel cuore del Martire ardeva un incendio ben maggiore! Quando fu bruciato da una parte, il carnefice ordinò che lo rivoltassero, ed avendo gli aguzzini ubbidito, il Martire con volto sereno disse: « Ora potete mangiare, perché la mia carne è già cotta abbastanza ».

Nuovi insulti uscirono dalla bocca del prefetto, ma il Martire, con gli occhi rivolti al cielo, si offriva al Signore invocando su Roma la divina misericordia, per incoraggiare ancora una volta i Cristiani presenti. Tra questi spasimi spirò la sua grande anima. Era il 10 agosto 258.

Lorenzo inizialmente fu sepolto in un terreno lungo la via Tiburtina, di proprietà di una vedova di nome Ciriaca. Il suo corpo fu adagiato su una lastra di marmo e onorato con aromi e unguenti; quella che oggi chiamiamo Catacomba di Santa Ciriaca prese il nome proprio da lei.

In tempi successivi, l’imperatore Costantino fece edificare una basilica circolare sopra la tomba, rendendola accessibile tramite scale e proteggendo la sepoltura con materiali preziosi come porfido e grate d’argento. Nei secoli successivi, diversi papi—tra cui Pelagio IISisto III e Onorio III—ampliarono la costruzione, fondendo edifici e trasformando il complesso nella basilica che sorge ancora oggi, San Lorenzo fuori le mura.

╔•═•-⊰❉⊱•═•⊰❉⊱••-⊰❉⊱•═•Preghiera a Maria, Donna Eucaristica

Vergine Santissima, Madre dell’Eucaristia, Madre di Gesù e Madre nostra.
Tu che sei stata il primo tabernacolo vivente,
che hai portato nel grembo il Pane della Vita,
insegnaci ad adorare tuo Figlio Gesù,
vero Dio e vero Uomo, presente nel santissimo Sacramento.
O Maria, Madre dell’amore,
prendi la mia mano e guidami davanti al Tabernacolo,
perché io possa imparare da Te ad adorarlo senza sosta.
Aiutami ad accogliere Gesù con la Tua stessa docilità,
a riconoscerlo nel Pane spezzato,
anche quando il cuore è freddo o stanco.
Madre nostra, ottienici la grazia di una Comunione fervida,
che sia un sì totale alla volontà del Padre,
come il tuo “Sì” a Nazaret.
Rendici creature eucaristiche,
pronte ad essere spezzate e donate per i fratelli.
Maria, custode del Corpo di Cristo,
porta il mio cuore nel Suo cuore,
e fa’ che la mia vita diventi un inno di lode
al Signore che fa grandi cose in me.
Amen.
•═•-⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═••═•-⊰❉

PREGHIERA A S. TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (EDITH STEIN)

O Santa Teresa Benedetta della Croce,
figlia del Popolo Eletto e figlia prediletta della Chiesa,
che prendesti su di te le sofferenze e la persecuzione del tuo popolo,
fino a morire con loro e per loro,
ottienici di scoprire la Verità che si nasconde nella scienza della Croce
che tu riuscisti a gustare nella spiritualità del Carmelo

O Santa Teresa Benedetta della Croce, che facesti della tua sete di verità una preghiera continua intuendo che chi cerca la verità cerca Dio, ottienici di cercare sempre la Verità.
Tu che incontrasti la Verità nella Croce di Cristo fa che siamo illuminati anche noi dalla luce che si sprigiona dal mistero della Croce.
Facci il dono di saper abbracciare la Croce come l’hai abbracciata tu.

Tu che scopristi la Verità che cercavi leggendo la semplice vita di Santa Teresina, ottienici di scoprire nella semplicità quotidiana la grandezza della presenza di Dio.

Tu che ti donasti pienamente all’Amore che hai incontrato, fa che tanti giovani possano donarsi al Signore che chiama senza la paura di perdere, ma con la gioia di dare.

Tu che nel campo della morte ti prodigasti con dolcezza e premura verso il tuo popolo infondendo conforto e coraggio, ottienici in tutte le occasioni di vivere la carità verso il prossimo.

Tu che nell’ora della morte, prima di entrare nella camera a gas, facesti tua la preghiera di Gesù:
“Se non può passare questo calice, sia fatta la tua Volontà”, ottienici di poter chinare il capo serenamente
negli ultimi momenti della nostra vita, abbandonati all’Amore di Dio che è fedele sempre.

Santa Teresa Benedetta della Croce, prega per noi!

Papa Leone XIV: “In qualsiasi circostanza Gesù non ci abbandona”

All’Angelus il Papa ha pregato per il Sudan e per la pace tra Russia e Ucrain

di Marco Mancini – ACI Stampa, 9/08/2026

“La presenza del Signore cambia tutto: Pietro addirittura riesce a fare alcuni passi sopra le onde verso di Lui; poi si spaventa, affonda e Gesù lo salva. Quando poi il Maestro sale sulla barca, la tempesta si calma, e allora sgorga spontanea dal cuore dei discepoli la professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» Per giungere a questo, non è bastato loro aver assistito a un miracolo, né aver avuto successo davanti alla gente: hanno dovuto passare attraverso l’esperienza della loro debolezza e, in essa, riconoscere la presenza di Dio. Solo così hanno potuto aprire veramente gli occhi e il cuore alla sua vicinanza, ritrovando pace anche in mezzo alla tempesta”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo la preghiera dell’Angelus domenicale.

“Questo miracolo – ha aggiunto il Papa – ci insegna una cosa importante: prima di tutto a non esaltarci davanti al successo e a non presumere mai di noi stessi; e al tempo stesso a non disperare, neanche nei momenti di buio, quando ci sentiamo impotenti davanti ai problemi e, nonostante i nostri sforzi, ci sembra di andare più indietro che avanti.

In qualsiasi circostanza, Gesù non ci abbandona e, se lo accogliamo umilmente nella barca della nostra vita – con la preghiera, con i Sacramenti, con l’ascolto della sua Parola –, in Lui troveremo la pace, troveremo luce e forza per il nostro cammino”.

Dopo aver recitato l’Angelus e impartito la Benedizione, il Papa ha rivolto il suo pensiero al Sudan.

“Rinnovo il mio appello a coloro che hanno responsabilità di governo – ha detto Leone XIV – affinché garantiscano corridoi umanitari per la popolazione civile. Allo stesso tempo, esorto la Comunità internazionale a sostenere gli sforzi volti a raggiungere un immediato cessate il fuoco. Preghiamo affinché il Signore sostenga coloro che soffrono, converta i cuori di quanti ricorrono alla violenza e conceda la pace tanto attesa”.

Poi un appello per la pace tra Russia e Ucraina. “Sono vicino alle famiglie delle vittime, ai feriti e a tutti coloro che soffrono a causa del conflitto in atto di fronte a tanto dolore. Rinnovo un accorato appello affinché si rispetti il diritto umanitario e cessino da entrambe le parti di attacchi che coinvolgono obiettivi civili.  La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze; è tempo di fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace”.

Salutando i giovani infine il Papa ha ricordato “che in questi giorni il calendario liturgico propone alcune stupende figure di santi e sante. Ieri il grande San Domenico fondatori dei Frati predicatori, oggi Santa Teresa Benedetta della Croce uccisa da Auschwitz e copatrona di Europa. Domani San Lorenzo diacono della chiesa di Roma, dopodomani Santa Chiara d’Assisi che lasciò una vita agiata per seguire Gesù povero e umile sul modello del suo concittadino San Francesco: cari giovani lasciatevi entusiasmare da questi esemplari testimoni del Vangelo”.

Santa Teresa Benedetta della Croce

Nome: Santa Teresa Benedetta della Croce

Titolo: Martire

Nome di battesimo: Edith Stein

Nascita: 12 ottobre 1891, Wroclaw, Polonia

Morte: 9 agosto 1942, Campo di concentramento di Auschwitz, Polonia

Ricorrenza: 9 agosto

Tipologia: Festa

Protettrice:
degli ebrei convertiti, della gioventù

Beatificazione:
1 maggio 1987, Germania , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione:
11 ottobre 1998, Roma , papa Giovanni Paolo II

Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) nacque il 12 ottobre 1891, è una delle figure più straordinarie, affascinanti e complesse dello scorso secolo. Fu tra le pochissime donne del suo tempo che poté studiare e insegnare filosofia, inoltrandosi nei sentieri di una ricerca esistenziale, da sempre riservata quasi esclusivamente ai maschi. E lo ha fatto con esiti felicissimi, riuscendo a imporsi, accanto a uno dei grandi maestri della filosofia del Novecento, Edmund Husserl.

Come lei stessa ha confessato, « dall’età di tredici anni fui atea perché non riuscivo a credere nell’esistenza di Dio ». Ma, protesa in una ricerca incessante e radicale della verità, impegnata nella soluzione dei grandi problemi della vita, non poteva non imbattersi nella verità di Dio, un Dio che in Gesù mette in gioco tutto per gli uomini, che non si arresta neppure di fronte al dolore e alla morte. 

La verità di Dio sta proprio nel suo affermarsi attraverso la debolezza della croce e della morte. La scoperta che, in Gesù, Dio ha condiviso con noi tutto, fa nascere quell’abbandono in lui che caratterizza la vita di quanti sanno che, dalla venuta di Gesù in poi, Dio non ha mai abbandonato l’uomo.

Queste certezze hanno illuminato la vita di Edith Stein, nata a Breslavia nel 1891. Ultima di sette fratelli di un’agiata famiglia ebrea, ha percorso con successo il ciclo di studi, occupandosi soprattutto di psicologia e di ricerca filosofica nell’università della sua città natale e poi in quelle di Gottinga e di Friburgo, come allieva prima e assistente poi del celebre filosofo Edmund Husserl. Quando nel 1917 si laureò, aveva già al suo attivo una serie di studi importanti che le avrebbero aperto le porte della carriera accademica. Ma successero alcuni fatti che diedero alla sua vita una svolta radicale.

Il pensiero di Dio, che un tempo neppure la sfiorava, cominciò a insinuarsi prepotentemente nella sua vita, sulla spinta anche di alcuni avvenimenti. Nella prima guerra mondiale moriva un professore che lei stimava molto. Fu un grande dolore per tutti, soprattutto per la moglie, la quale, anziché crollare sotto il peso di quel dramma, trovò nel rapporto con Dio la forza di iniziare una nuova vita. Edith ne fu profondamente colpita. « Fu il mio primo incontro con la croce » – scriverà ricordando il fatto – « e con la forza che essa comunica in chi la porta ».

La ricerca della verità la condusse verso la verità di Dio. Nel 1921 il cammino di avvicinamento giungeva alla conclusione. Ospite di un’amica, fu da questa invitata a scegliersi un libro tra i molti di cui era fornita la sua biblioteca. Edith allungò la mano a caso e ne estrasse uno alquanto voluminoso: era l’autobiografia di santa Teresa d’Avila. Lo lesse d’un fiato. « Chiudendolo ha poi scritto mi sono detta: questa è la verità ».

S. Teresa aveva sintetizzato in un motto la sua fede: « Dio basta ». Edith lo fece suo. L’approdo al cattolicesimo avvenne il giorno di capodanno del 1922, quando ricevette il battesimo. La sua scelta di farsi cattolica la mise in vivace contrasto con la madre, che era molto legata alla religione ebraica. Dopo la conversione, Edith insegnò nel collegio delle domenicane di Speyer e viaggiò molto in Germania e all’estero. Nel 1932 insegnò pedagogia a Miinster. Ma il regime nazista aveva già cominciato a discriminare gli ebrei, costringendoli a lasciare l’insegnamento. Gli eventi infausti accelerarono un proposito che la Stein aveva già maturato, quello di dedicarsi alla vita contemplativa. E così, lasciandosi alle spalle una prestigiosa carriera, si annullava nell’anonimato nel Carmelo di Colonia, con il nome di Teresa Benedicta a Cruce

Il Carmelo è una grande scuola di umiltà. Edith dovette mettere da parte i suoi libri per dedicarsi come le altre sorelle alle faccende domestiche: si adeguò alle esigenze della vita comune con gioia, per seguire Gesù anche nelle quotidiane umili cose. Nel 1938 con la professione perpetua decideva di essere per sempre carmelitana.

L’odio contro gli ebrei intanto divampava in Germania. La presenza di Edith, pur sempre ebrea nonostante la conversione al  cristianesimo, nel Carmelo di Colonia costituiva un pericolo per le sue consorelle. Si trasferì allora in Olanda, nel Carmelo di Echt, dove si dedicò allo studio della figura e dell’opera di san Giovanni della Croce, grande riformatore, assieme a santa Teresa d’Avila, della vita carmelitana.

Nel 1940 i tedeschi invasero l’Olanda, l’odio contro gli ebrei cominciò a mietere vittime anche lì. Edith dovette appuntare sull’abito monastico la stella gialla che la segnalava come ebrea. E non fu la sola delle umiliazioni. I tempi s’erano fatti duri. « Sono contenta di tutto » – scriveva; « solo se si è costretti a portare la croce in tutto il suo peso, si può conquistare la saggezza della croce ».

Il 2 agosto 1942 i tedeschi irruppero nel Carmelo, prelevarono Edith, assieme alla sorella Rosa, fattasi anche lei carmelitana, e le avviarono al campo di raccolta di Westerbork, da dove il 7 agosto venne deportata ad Auschwitz: lì, in uno dei lager più tristemente noti per l’insana crudeltà dell’uomo, forse un paio di giorni dopo, finiva assieme alle altre compagne di sventura nelle camere a gas e poi nel forno crematorio.

Un ebreo scampato allo sterminio, che fu testimone delle ultime ore di Edith, ha descritto la sua serenità, la calma, l’incessante prodigarsi per gli altri, preda della disperazione e dello sconforto. Si occupava soprattutto delle donne: le consolava, cercava di calmarle, le aiutava; si prendeva cura dei figli di quelle mamme che, impazzite dal dolore, li abbandonavano. « Vivendo nel lager in un continuo atteggiamento di disponibilità e di servizio » – scrive il testimone – « rivelò il suo grande amore per il prossimo »

Ebrea per nascita,  cristiana per scelta, dopo un lungo cammino di ricerca e di approfondimento dei vari aspetti della conoscenza, portando ai più alti livelli le istanze spirituali delle due religioni, ha poi volato alto nei cieli della mistica, ed è diventata esempio affascinante e trascinante per quanti, laici e credenti di varie religioni, cercano la verità con amore tenace e coraggioso.

Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata nel duomo di Colonia il 1° maggio 1987 e santa l’11 ottobre 1998, nella basilica di San Paolo.

San Domenico di Guzman


autore: Gaspar de Crayer anno: 1655 titolo: San Domenico luogo: Museo del Prado

Nome: San Domenico di Guzman

Titolo: Sacerdote e fondatore dei Predicatori

Nome di battesimo: Domenico di Guzmán

Nascita: 1170, Calaruega, Spagna

Morte: 6 agosto 1221, Bologna

Ricorrenza: 8 agosto

Tipologia: Commemorazione

Patrono di:
Napoli, Augusta, Cavallino, Martano, Villaverla, Condofuri, Realmonte, Moliterno, Longobucco, Sturno >>> altri comuni

Canonizzazione:
13 luglio 1234, Roma, papa Gregorio IX

Luogo reliquie:Basilica patriarcale di San Domenico

Fa parte di: Santi dell’Emilia Romagna

Nato a Calaruega in Spagna nel 1170, da Felice Guzman e Giovanna di Asa, fu subito consacrato al Signore dalla madre sua, la quale aveva già visto in sogno che il figlio era destinato dal Signore a compiere cose grandi nella Chiesa. Appena ne fu capace, la pia Giovanna si prese cura di istruirlo nelle verità cristiane, e Domenico mostrava quanto grande fosse già fin d’allora la sua intelligenza e la sua pietà. 

A quattordici anni fu inviato all’Università di Valenza, da dove uscì con la laurea in retorica, filosofia e teologia. Divenuto sacerdote e sentendosi inclinato a una vita piuttosto ritirata dal secolo, entrò fra i Canonici Regolari di S. Agostino, dedicandosi alla conversione degli eretici Albigesi, ma dopo tante fatiche, visto che quello scoglio era troppo duro per essere spezzato da un uomo solo, meditò d’istituire un ordine di uomini  religiosi i quali accoppiassero agli esercizi di pietà lo studio delle scienze ecclesiastiche per dedicarsi specialmente alla predicazione: pregò molto il Signore affinchè gli manifestasse la sua divina volontà. Finalmente comunicò il suo disegno ai vescovi della Linguadoca, e tutti unanimemente approvarono; sedici missionari che già con lui faticavano lo seguirono e così l’ordine fu iniziato a Tolosa nel 1215.

Fondato a Prouille un monastero di religiose e un Terz’Ordine, si recò a Roma per ottenere l’approvazione per i nuovi religiosi. La sua istituzione venne così sanzionata nel 1216 assieme alle sue sagge costituzioni, ed il granello di senapa seminato nel fecondo campo della Chiesa, non tardò a dare i suoi copiosi frutti, poiché, ancor vivente, egli ebbe la consolazione di vedere fiorire in molte regioni d’Europa numerosi conventi da lui medesimo fondati. Gli Albigesi si convertirono, gran parte del clero si unì alla santa crociata, e fra i Cristiani si notò presto un forte risveglio.

La principale gloria di S. Domenico è però quella di aver divulgato la bella devozione del S. Rosario. Mentre egli predicava nella Linguadoca per la conversione degli eretici, vedendo che gran parte delle sue fatiche riuscivano vane, ricorse all’intercessione della SS. Vergine: e Maria SS. gli ispirò la recita di 150 Avemaria intercalate da 15 Pater e dalla considerazione di 15 misteri di nostra santa  religione. Domenico ed i suoi figli con il Rosario riuscirono a convertire gli ostinati Albigesi; S. Pio V ottenne la celebre vittoria di Lepanto sui Turchi, e tutti i Santi che seguirono ebbero dal Rosario le più belle vittorie sul demonio. 

Il santo patriarca, dopo aver compiuto in Roma l’ufficio di maestro del Sacro Palazzo, percorse ancora una volta la Spagna e la Francia, lasciando in esse il profumo delle sue virtù e fondando diversi monasteri: ritornò quindi in Italia per terminare i suoi ultimi giorni nel bacio del Signore. Spirò a Bologna circondato dai suoi religiosi il 6 agosto 1221.

Il corpo di San Domenico di Guzmán fu inizialmente sepolto dietro l’altare della piccola chiesa conventuale di San Nicolò delle Vigne, che sorgeva al posto dell’attuale Basilica a lui dedicata. Nel 1233 la sua salma fu riesumata dal beato Giordano di Sassonia, deposta in una cassa di cipresso e posta in un semplice sarcofago marmoreo dietro l’altare di una cappella laterale. Solo nel 1267 i suoi resti vennero collocati in un monumento più solenne — l’Arca di San Domenico, realizzata da Nicola Pisano e collaboratori — e traslati nella cappella a lui dedicata nella Basilica, dove ancor oggi riposa.

San Domenico di Guzmán fu canonizzato da Papa Gregorio IX il 13 luglio 1234 nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Rieti. Proprio il Pontefice, già cardinale Ugolino, firmò la Bolla papale Fons Sapientiae per decretarlo santo.

Il processo di canonizzazione, avviato nel 1233 e guidato da Giordano di Sassonia, durò circa 13 anni (1221–1234) prima della proclamazione ufficiale.

PRATICA. Col Rosario anche noi vinceremo tutte le nostre difficoltà.

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