Dal 1° al 6 agosto si è tenuto a Medjugorje (Bosnia Herzegovina) il 37° Mladifest (“Festival dei Giovani”) cui hanno aderito 73 Paesi. Dal Paraguay alla Corea del Sud, dalla Ucraina alla Russia, dal Libano alla Terra Santa. Medjugorje si conferma il “confessionale del mondo”. Sono state distribuite 250.000 comunioni. Preghiere, canti, spettacoli teatrali. Si sono ascoltate forti storie di conversioni, dall’Asia all’Europa. Il saluto di Papa Leone ai giovani del Mladifest: “Non fatevi prendere da facili illusioni”. Il reportage di Eusebio Ciccotti
08/08/2026
Medjugorje – Se le Giornate della Gioventù ideate da Papa Giovanni Paolo II, occasione di preghiera per i giovani, si tengono ogni due anni, in diverse città del mondo, raggiungendo oltre il milione di presenze, un altro appuntamento, più “piccolo”, ma della medesima intensità spirituale, cui prendere parte almeno una volta nella vita, è il Mladifest (“Festival dei Giovani”), con cadenza annuale, a Medjugorje. Fondato dal frate Slavko Barbaric, scomparso prematuramente all’età di 54 anni, e a cura della Parrocchia di san Giacomo, è appuntamento conosciuto da tutti i cattolici del mondo. La cittadina di Medjugorje, nei cinque giorni del Festival (1° agosto – 6 agosto), riesce ad ospitare fino a 60.000 partecipanti: giovani, in stragrande maggioranza, ma anche donne e uomini della terza età, nonché giovani famiglie, molte “nate” da incontri avvenuti durante il Festival.
Chi canta prega due volte
Il “cuore” del Festival dei Giovani, richiamato nelle omelie tenute da presbiteri e vescovi, è la ri-scoperta della fede in Cristo. Anche attraverso la “presenza” dalla Madonna che i fedeli pregano con devozione nei tre luoghi di Medjugorje, ormai famosi in tutto il mondo: la chiesa di san Giacomo, la Collina della Apparizioni (Podbrdo) e il Križevac (Monte della Croce). Il programma del Festival è così strutturato: dalle 9.00 alle 12.30, nel grande piazzale dietro la chiesa si susseguono: catechesi, testimonianze di conversioni o chiamate alla fede, canti, e balli. A partire dalle 16.00, riprendono le catechesi, le testimonianze. Alle 17.00, i circa 50.000 presenti recitano due rosari, segue la santa Messa, e, infine, il programma termina con un’ora di Adorazione, dalle 20.00 alle 21.00.
Quello che affascina tutti, giovani, adulti, e bambini di ogni età, in uno spirito di gioia francescana, sono i canti e le danze guidati dal palco da giovani, suore, e sacerdoti. Non riesci a non esserne coinvolto. Sperimenti veramente che cantare e danzare “è pregare due volte”.
Un momento dell’omeliaSuor Micaela, da carabiniere a suoraMladifestMladifestMladifestMladifestMladifestMladifestMladifestMladifestMedjugorje, il confessionale del mondoLa messa alle 5 del 6 agosto, sul Križevac, che chiude il Mladifest 2026
Medjugorje: l’Erasmus della Fede Mondiale
Ma, terminato il Programma ufficiale, i giovani non vanno a dormire! Chi vola sul Podbrdo, chi si arrampica sul Križevac, chi rimane a cantare intorno alla chiesa di San Giacomo, sventolando le proprie bandiere. Fino all’una di notte. Parlando in inglese. Qui, a Medjugorje, tutti i giovani del mondo sono una unica famiglia.
Si canta, si balla, ci si conosce. Ci si mette in posa, imbracciando gli smartphone: et voilà, ecco centinaia di scatti e video a mitraglia!
Bastano pochi secondi e nascono nuove amicizie. Alcune rimarranno per tutta la vita. Ci si si invita reciprocamente, da un continente all’altro. Medjugorje è l’Erasmus della Fede Mondiale.
Medjugorje, “confessionale del mondo”
Se non sei mai stato a Medjugorje, appena giungi davanti alla chiesa di San Giacomo, sei attratto da una immagine rara: nel piccolo piazzale, alla sinistra dell’edificio, scorgi una lunga fila di sacerdoti seduti sulle loro sedioline, con di fronte un pellegrino in confessione. A terra le “latte” con le bandierine dei Paesi e il relativo nome del Paese nella rispettiva lingua: rimani senza parole. Capisci che quando i francescani lanciarono, anni fa, l’espressione “Medjugorje confessionale del mondo”, non era una iperbole. Non è difficile incontrare qualcuno che ti “confesserà” di essersi “confessato” dopo 25, 30, 43 anni! E aggiungerà, nella lingua con cui stai interagendo, “Ora mi sento veramente leggero, mi sento bene! Questo è un luogo santo!”.
Ecco le lacrime
Un’altra forte scena, filmata involontariamente dai tuoi occhi e che rimarrà nella tua cineteca mentale per tutta la vita, è il momento dell’Eucarestia. Tra gli oltre 50.000 fedeli che ogni sera riempiono il grande piazzale di fronte all’altare esterno, sin sotto il boschetto e, ancora, giù nel grande prato, ecco avanzare, con passo sicuro, centinaia di sacerdoti vestiti di bianco, con in mano il calice. Molti fedeli, quelli vicino ai percorsi, avendo spazio, si inginocchiano per ricevere Cristo.
Rivedi la scena degli Apostoli mentre distribuiscono i pani e i pesci ai 5.000 (Matteo, Marco, Luca, Giovanni). Davanti a tanta fede, a tanta fame di Cristo, il cuore inizia a battere all’unisono seguendo i canti eucaristici. Gli sei grato poiché Egli si fa piccolo e cammina tra le folle, nelle sacre pissidi, per entrare nel tuo cuore e trasformarlo da pietra in carne: ti commuovi. È il momento in cui ti può capitare di ricevere “il dono delle lacrime”: esso ti arriva quando abbracci l’umiltà (ben raccontato, per esempio, dal bellissimo film Le défroqué, 1954, di Léo Joannon). Ora puoi scorgere lacrime benedette su qualche volto.
Le omelie
Un altro momento intenso della messa a Medjugorje, soprattutto durante il Festival, è quello delle omelie. Presbiteri e vescovi legano felicemente insieme riflessione teologica, pastorale e “meeting”. Quest’anno il tema è stato “Ad Fontem”, ossia ritornare alla fonte dell’annunzio di Cristo. Cui si è aggiunto, più volte, il commento al saluto di Papa Leone rivolto ai giovani del Mladifest, “Non fatevi prendere dalle facili illusioni passeggere”.
La comunicazione dei presbiteri, va detto, ha goduto di una costante chiarezza espositiva; quando la riflessione sfiorava concetti teologici “impegnativi” questi erano resi comprensibili a tutti. E, infine, il rimando al ruolo della Regina della Pace, presente in ogni omelia, mai è apparso posticcio: sempre motivato attraverso un pacato approccio mariologico.
Se le omelie (ma anche tutto il servizio liturgico nel suo insieme), hanno catturato l’interesse da ogni partecipante, di diverse culture, tutti armati di auricolari alle orecchie, è merito anche di un collaudato staff di interpreti simultanei da anni impegnato in un lavoro da autentici professionisti. Traduzione in ben venti lingue di arrivo! Dall’inglese all’ungherese, dall’ ucraino al russo, dall’arabo al norvegese, dal mandarino al coreano…
Le testimonianze
Altro momento clou sono le testimonianze relative alla ri-scoperta della fede. Ecco suor Micaela di Roma. Da bambina e poi da adolescente “ho sempre voluto battermi per la giustizia, per contribuire a cambiare la società in meglio. Questo desiderio l’ho visto realizzato nell’arma dei Carabinieri. Era il mio sogno divenire un carabiniere. Ci sono riuscita. Felicissima. Da giovane militare ho mantenuto anche i miei interessi di studentessa, ossia la musica e le diverse attività sportive. Dopo qualche anno sentivo che dentro di me che ciò non bastava. Rimaneva un senso di insoddisfazione, nonostante l’amore per l’Arma fosse, ed è tutt’ora, un gran servizio per migliorare la vita dei cittadini. Pian piano ho capito che ero chiamata a contribuire al cambiamento degli uomini dall’interno. Con la preghiera. In special modo con la vita religiosa. E la Madonna della Rivelazione delle Tre Fontane, di Roma, mi chiamava. Oggi sono suora e mi sento felice di lavorare per il Signore con le mie amate consorelle, qui presenti”. Grande applauso.
“Vengo da Seul. Una città che offre molti divertimenti. Ero un giovane amante delle nottate con gli amici in discoteca. Non trovavo la fidanzata giusta e così avevo molte ragazze. La mattina, dopo le notti di sesso e alcol, ero triste, svuotato dentro, insoddisfatto per questa vita da ‘giovane libero’. Finché qualcuno non mi parla di un viaggio a Medjugorje, dove è apparsa e appare ancora la Madonna a dei veggenti. Parto per curiosità. La mia vita cambia. A Seul, quando torno, scopro il gruppo Ubi Caritas, fondato nel 1997, attivo in diverse città della Corea del Sud. Ogni sera, alle 21.00, il gruppo si riunisce per pregare. Preghiamo sia per le intenzioni personali, che per la fine di ogni guerra nel mondo, per la riunione delle due Coree. Oggi non vivo più con il senso di colpa ma con quello della gratitudine, verso Maria Vergine e Gesù. Quando conosco qualche nuovo amico immerso nel disagio gli propongo di unirsi a noi e, se lo desidera, di venire a Medjugorje”.
Il saluto con le bandiere e la messa finale sul Križevac
L’ultimo giorno del Festival, dopo la messa serale, ascoltiamo l’invito del parroco, a nome di tutti i celebranti, rivolto ai giovani: portare il messaggio di Cristo nel mondo: la “Missio ad gentes”. Cui segue l’appuntamento per il 2027 ( 27- 31 luglio; poiché dal 1° agosto vi saranno le Giornate della Gioventù, presiedute da Papa Leone, a Seul).
Poi, prende avvio il saluto delle delegazioni dei giovani, armate di bandiere e cartelli con su il nome del loro Paese, mentre sfilano tra i settori dei fedeli, assiepati sino all’inverosimile, nel grande piazzale. Musica, saluti, grida di gioia, sventolamento di vessilli. Ultimo appuntamento alle cinque del mattino seguente, ossia 6 agosto, per la messa finale sul Križevac. Se non tutti i 50.000 vi andranno, chi lo fa sale sin dalle 2.00 di notte. Si assiepa sui sassi. Prega, canta, e ogni tanto si appisola un pochino durante la notte. Molti non rinunciano all’ultimo saluto alla Croce.
Beatificazione: 8 ottobre 1629, Roma , papa Urbano VIII
Canonizzazione: 12 aprile 1671, Roma , papa Clemente X
Luogo reliquie: Santuario di San Gaetano
Fa parte di: Santi del Veneto
Gaetano nacque a Vicenza nell’anno 1480 da pii genitori. La madre sua, Maria Porta, fin dai primi istanti della sua vita lo consacrò alla Beata Vergine e, fattolo più grandicello, gli impartì una sana istruzione religiosa.
Ad esempio di Gesù adolescente, Gaetano, mentre cresceva nello spirito, faceva pure gran profitto nello studio. Mandato a studiare a Padova, si distinse specie nella teologia ed ottenne la laurea dottorale. Il suo desiderio, però, era di vivere nell’umiltà e nel nascondimento; desiderando entrare in religione, si recò a Roma, ove si diede a una vita ritirata e devota. Anche nella sua elezione a protonotario apostolico, accettata unicamente per ubbidienza al Papa, risplendette la sua umiltà, di modo che, appena ne fu libero, volle tornare nuovamente nella sua patria e quivi darsi al servizio dei poveri e degli ammalati.
In seguito, ispirato dal Signore a riformare i costumi sia del popolo che del clero, si recò nuovamente a Roma e lì iniziò la sua opera. Unitisi ad alcuni suoi ferventi compagni, compose alcune regole per presentarle al Papa.
Nel 1524 ne ottenne l’approvazione, e Pietro Caraffa, che salì poscia al trono pontificio col nome di Paolo III, fu il primo superiore della Congregazione testé fondata. Le basi della riforma erano poste: molti sacerdoti entrarono a far parte dei Chierici Regolari Teatini ed operarono un gran bene in tutta la città. Poco tempo dopo, costretto a fuggire da Roma a cagione di una guerra, passò a Venezia dove fondò un suo convento. Napoli fu il campo delle sue ultime fatiche apostoliche.
Già vicino a ricevere il premio, ai medici che lo consigliavano di lasciar le penitenze, almeno nell’ultima ora, egli rispondeva: «Il mio Signore e Salvatore è morto sulla croce: lasciatemi almeno morire sulla cenere», e dalla cenere passò alla gloria dei Beati il 7 agosto 1547.
Subito dopo la sua morte, fu sepolto nella chiesa di San Paolo Maggiore, all’interno di un giardino antistante l’ingresso, che in seguito divenne un cimitero per i membri dell’Ordine dei Teatini. La sua sepoltura avvenne senza particolari onori: il corpo fu avvolto in un lenzuolo e deposto direttamente sulla terra, senza l’uso di una bara, in piena umiltà, come era consuetudine per i confratelli dell’ordine. Nel 1589, a seguito di lavori di ampliamento della chiesa, le sepolture furono trasferite in una cripta sotterranea. Le ossa di San Gaetano furono collocate insieme a quelle degli altri primi Teatini in una fossa comune. Solo nel 1624, con la trasformazione della cripta in cappella chiamata Santuario di San Gaetano, le sue reliquie furono sistemate in un apposito sepolcro, rendendo il luogo meta di pellegrinaggi e di una crescente devozione popolare.
Nel 1671, San Gaetano fu canonizzato da papa Clemente X, e la sua tomba divenne un simbolo di fede e speranza per la città di Napoli.
PRATICA. L’esempio di questo Santo ci ricorda l’insegnamento di Gesù Cristo: «Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei cieli ».
PATRONO DEI DISOCCUPATI
San Gaetano da Thiene è venerato come patrono dei disoccupati perché, pur appartenendo a nobili origini e avendo studiato legge, dedicò la sua vita ai poveri, agli ammalati e ai disoccupati: fondò ospedali, il primo Monte di Pietà (precursore del Banco di Napoli) e promosse la giustizia sociale con totale fiducia nella Provvidenza divina.
Il suo amore concreto verso chi era privo di lavoro e mezzi, insieme alla creazione di opere di carità e assistenza, lo resero simbolo per chi cerca un impiego o vive senza occupazione.
A Napoli, dove operò instancabilmente e donò aiuto a chi soffriva, il popolo ha diffuso la sua devozione come il Santo della Provvidenza, affidando a lui le proprie speranze di sostentamento e dignità.
Nel prefazio, la liturgia della Trasfigurazione recita che Nostro Signore «fece risplendere una luce incomparabile per preparare i suoi discepoli allo scandalo della croce».
di Ermes Dovico – La Nuova Bussola, 6/08/2026
Introducendo i misteri della luce nella recita del Rosario, san Giovanni Paolo II scrisse che la scena evangelica della Trasfigurazione di Nostro Signore può essere assunta a «icona della contemplazione cristiana». E il nostro fine, come già per gli apostoli annichiliti ed estasiati di fronte alla maestà divina, è «fissare gli occhi sul volto di Cristo». Come testimoni dell’ineffabile mistero del suo Corpo glorioso, Gesù volle con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, dunque il suo vicario in terra, il primo martire dei Dodici e il discepolo prediletto, che è anche colui ad aver scritto il libro che chiude la Sacra Bibbia. Proprio nell’epilogo dell’Apocalisse, Gesù dà un’ultima definizione di Sé chiamandosi «la stella radiosa del mattino» (Ap 22, 16), che attende di risplendere su chi ha sete di Lui, in unione al suo Corpo mistico, la Chiesa.
Sul santo monte (2 Pt 1, 18), identificato con il Tabor, i tre apostoli ebbero un anticipo del premio di cui godranno in eterno i redenti: «(…) il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17, 2). A conversare con Gesù ci sono Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti, quindi la continuità dell’unico piano salvifico di Dio che si disvela tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Come già nel Battesimo nel Giordano, altro mistero della luce, anche in questa epifania il Padre rende testimonianza al Figlio venuto in mezzo agli uomini: «Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!». La voce proviene dalla nube luminosa, simbolo dello Spirito Santo, a completare l’unità trinitaria. Di fronte a tanta gloria gli apostoli cadono con la faccia a terra e sono presi da un sacro timore. Ma porteranno dentro di loro quel gaudio che Pietro, pur ancora umanamente incapace di penetrare quel mistero di salvezza, aveva espresso poco prima così: «È bello per noi restare qui».
L’episodio della Trasfigurazione si colloca dopo la solenne confessione petrina («Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente») e il primo annuncio della Passione, in cui sempre Pietro aveva protestato con Gesù all’idea che Egli dovesse soffrire ed essere ucciso. Si può dire che esso sia il contraltare del mistero doloroso nell’Orto degli Ulivi, dove i testimoni prescelti saranno ancora Pietro, Giacomo e Giovanni. Nel Getsemani – anziché la luce divina del Figlio – si manifesteranno le tenebre del peccato che Gesù, per redimerci, assumerà sulla sua sacra umanità, sudando lacrime di sangue. Il preludio dolorosissimo al Calvario.
Proprio nei giorni tra il primo annuncio della Passione e la Trasfigurazione, Gesù aveva detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua». Nel prefazio, la liturgia della Trasfigurazione recita infatti che Nostro Signore «fece risplendere una luce incomparabile per preparare i suoi discepoli allo scandalo della croce». Una prefigurazione della gloria futura, in definitiva, che passa dalla croce, secondo la via insegnata da Gesù, abbracciata da Maria e poi imitata dagli apostoli. Esempi sicuri per guadagnare il Paradiso.
“CARI GIOVANI! COM’È BELLO STARE INSIEME A RAGIONARE DI DIO! E COSÌ ALLA SUA LUCE NELLA VITA STESSA, NELLA SUA BELLEZZA, NEL SUO MISTERO, NELLA SUA SERIETÀ! TESTIMONIATE QUESTO STILE DAPPERTUTTO!”
di Roberto de Mattei – Chiesa cattolica | CR 1961, 29 Luglio 2026
Chi sono i distratti? Sono coloro che non mantengono o faticano a mantenere l’attenzione su ciò che stanno facendo. In sé stessa la distrazione non è una qualità, perché la perfezione consiste nel fare sempre bene ciò che si sta facendo. Nostro Signore ne è un esempio perfetto.
Ma la distrazione non è sempre e necessariamente un difetto. Dipende da ciò a cui si volge la mente, quando presta poca attenzione a ciò che sta facendo.
Il cardinale Giuseppe Siri, ad esempio, parla di “distrazione” per definire una mente che appunto si distrae dalle cose essenziali, per dirigersi verso quelle effimere, variabili e inconsistenti. La distrazione diventa un continuo rivolgersi a questo e a quello senza mai approfondire.
Ma esiste anche una distrazione che deriva non da cattiva volontà, ma da un’intelligenza creativa, o da un’immaginazione vivace per cui il cervello è continuamente attraversato da associazioni di idee, intuizioni. È questione di temperamento. Sono persone che fanno fatica a concentrarsi sugli aspetti pratici della vita quotidiana. Molti artisti, inventori, scienziati e scrittori erano considerati “distratti”. Erano così immersi nel loro mondo da dimenticare l’orologio, gli oggetti o perfino i pasti.
Anche tra i santi non mancano coloro che, per natura, distratti. Molti santi erano persone estremamente concrete e organizzate. Pensiamo a san Giovanni Bosco, capace di amministrare le sue opere con straordinaria precisione. Altri, invece, apparivano spesso “assenti”, perché completamente immersi nella riflessione su questioni alte e divine.
Bisogna distinguere la distrazione come fragilità umana dalla “distrazione” apparente dovuta al raccoglimento della mente, che si astrae dalle questioni concrete per immergersi in quelle più elevate. Una mente che ogni tanto si perde può avere un cuore profondamente unito a Dio. E un cuore unito a Dio, anche con qualche dimenticanza, può diventare davvero santo. È noto, ad esempio, che san Filippo Neri fosse talvolta così assorto nella preghiera da dimenticare il tempo.
Alcuni santi erano metodici (come sant’Ignazio di Loyola), altri impulsivi (come san Pietro), altri ancora sembravano distratti perché vivevano con una forte vita interiore. La santità non consiste nell’avere un determinato carattere, ma nel lasciare che ogni tratto della propria personalità venga trasformato dall’amore di Dio.
San Goar, ad esempio, è uno di quei santi poco conosciuti ma affascinanti, nella cui vita troviamo un sorprendente esempio di distrazione. Nacque in Aquitania, probabilmente tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, alle origini del Regno dei Franchi. Ordinato sacerdote, desiderava una vita più raccolta e più vicina a Dio. Per questo lasciò la sua terra e si si fece costruire un eremitaggio nella valle del Reno, allora ancora in parte pagana, nella diocesi di Treviri. Scelse di vivere come eremita, ma non da isolato. Costruì una piccola cappella e una cella, dedicando le giornate alla preghiera, e all’accoglienza dei viandanti.
La caratteristica che lo rese famoso fu l’ospitalità. Chiunque bussasse alla sua porta trovava un pasto, un letto, una parola di conforto e una guida spirituale. In un’epoca in cui i viaggi erano lunghi e pericolosi, la sua casa divenne un rifugio sicuro per pellegrini, mercanti e naviganti del Reno.
Per questo è venerato come patrono degli albergatori, degli osti, dei barcaioli, dei vignaioli e dei vasai.
La sua popolarità suscitò l’invidia di alcuni ecclesiastici, che lo accusarono falsamente davanti al vescovo di Treviri dicendo che faceva del suo eremitaggio un’osteria perché, contrariamente al costume degli eremiti, mangiava attorniato da una folla di viaggiatori, a cui offriva cibi eccellenti. Accadde però che i suoi due accusatori, nel viaggio di ritorno a Treviri, smarrirono le vettovaglie che portavano per il viaggio. Esausti e divorati dalla fame, attendevano sulla strada che qualcuno li soccorresse, Fu proprio Goar il loro salvatore.
Il santo, che faceva lo stesso percorso per andare a giustificarsi dal vescovo, li guarì e li rifocillò, convincendoli della sua innocenza. Giunto a Treviri, entrato nell’anticamera del palazzo vescovile, appese il suo mantello ad un raggio di sole, scambiandolo per un bastone. Il mantello però rimase miracolosamente sospeso nell’aria, davanti agli occhi dei presenti Questo prodigio, dovuto alla sua distrazione, dimostrò la sua innocenza e mise in luce la malizia dei suoi accusatori.
L’episodio in cui san Goar appese il mantello a un raggio di sole fa riflettere. La sua fu una santa distrazione. Si può immaginare che, assorto nella serenità di chi vive costantemente alla presenza di Dio, abbia compiuto il gesto con la naturalezza con cui si appende un mantello a un bastone. Era una “santa distrazione” che non nasceva dalla superficialità, ma da un cuore così unito a Dio da non essere più prigioniero dei calcoli umani.
San Goar viene anche invocato contro le calunnie e le false accuse. Il re Sigeberto III desiderò nominarlo vescovo di Treviri, ma Goar rifiutò. Non perché disprezzasse l’episcopato, ma perché riteneva che Dio lo avesse chiamato a servire nel nascondimento. Preferì tornare alla sua povera cella e continuare ad accogliere i pellegrini.
Dopo la sua morte, avvenuta il 6 luglio (tradizionalmente nel 575 o, secondo altre cronologie, nel 649), la sua tomba divenne una meta di pellegrinaggio. Intorno al suo romitaggio nacque una cittadina che ancora oggi porta il suo nome: Sankt Goar, sulle rive del Reno. Le antiche Vitae lo descrivono come un uomo profondamente raccolto in Dio, ma la sua contemplazione non lo allontanava dal prossimo: chi arrivava alla sua porta era sempre accolto con delicatezza.
I santi più contemplativi sembrano talvolta assenti rispetto alle cose materiali, ma diventano sorprendentemente presenti quando si tratta di amare Dio e il prossimo. È questo che ci ricorda san Goar, che ci piacerebbe immaginare come un possibile patrono dei distratti.
Titolo: Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore
Ricorrenza: 5 agosto
Tipologia: Memoria facoltativa
Patrono di: Torre Annunziata, Rovereto, Nuoro, Novi Ligure, Codroipo, Crispiano, Francofonte, Busca, Monteforte d’Alpone, Sirmione>>> altri comuni
La festa della Beata Vergine della Neve è una delle più celebri, specie in Italia, ove numerosi sono i Santuari dedicati alla Madonna sotto questo titolo.
Viveva in Roma nel secolo IV, sotto il pontificato del Papa Liberio, un nobile patrizio di nome Giovanni, il quale, non meno che la sua consorte, di nome Maria, era acceso di grande amore verso la SS. Vergine. Non avendo figliuoli, andava pensando quale fosse la volontà di Dio a loro riguardo acciocchè potessero sempre meglio servirlo usando in bene le loro cospicue ricchezze. Maria SS., alla quale essi di continuo rivolgevano ferventi suppliche, aveva però su di loro disegni cui certo essi non avrebbero mai pensato: voleva che in Roma venisse eretto un santuario in suo onore. Per questo apparve in sogno ai due suoi devoti manifestando il suo desiderio; indicò pure il luogo ove dovevano farlo costruire, annunziando che nel giorno appresso avrebbero trovato uno dei sette colli di Roma bianco di neve.
Giovanni e Maria furono assai contenti e ringraziarono il Signore di gran cuore. Venuta poi la mattina, Giovanni volle visitare i colli sicuro di vedervi il miracolo nonostante la calma di agosto; ed il miracolo era veramente avvenuto sull’Esquilino ove doveva essere costruita la chiesa. Manifestò la visione e il miracolo al Papa, e questi, che aveva avuto la medesima visione « io pure, disse il Papa, ebbi la stessa visione, ed è segno che Maria scelse quel colle a stia gloria », fu ben lieto di approvare e benedire l’opera. Subito si scavarono le fondamenta ed in poco tempo la basilica fu compiuta per opera dei due bravi cristiani, rimanendo così a perpetuo ricordo della loro devozione a Maria.
Questo grandioso monumento alla Madre di Dio fu dapprima chiamato Basilica Liberiana per ricordale il Pontefice Liberio che aveva approvato i disegni; ma in seguito, oltre al nome di S. Maria al Presepe venutole per la culla del Redentore ivi portata, venne chiamata S. Maria Maggiore e dedicata alla Beata Vergine della Neve.
In S. Maria Maggiore si venera pure il Presepio o Culla di Gesù Bambino che è il più prezioso tesoro posseduto da questo celebre santuario; nel giorno di Natale viene esposto alla pubblica venerazione.
PRATICA. Purifichiamoci bene col Sacramento della Confessione! Solo così possiamo sperare da Maria le grazie più elette.
PREGHIERA. O Vergine SS. che hai voluto manifestare miracolosamente a Giovanni e a Maria tuoi devoti il desiderio della tua glorificazione in terra, fa’ che anche noi ti invochiamo in tutti i bisogni della nostra vita per rimanere sempre sotto la tua protezione e così poter un giorno cantare le tue lodi in paradiso.
MARTIROLOGIO ROMANO. Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore, innalzata a Roma sul colle Esquilino, che il papa Sisto III offrì al popolo di Dio in memoria del Concilio di Efeso, in cui Maria Vergine fu proclamata Madre di Dio.
Dardilly, piccolo paesello della diocesi di Lione, fu la patria del santo Curato. La sua famiglia si dedicava ai lavori agricoli, e Giovanni medesimo, quando fu giunto all’età di sette anni, dovette aiutare il fratello maggiore nei campi. Ma in quella buona casa regnava l’amor di Dio e del prossimo.
Quanta pietà aveva il nostro piccolo Vianney nei suoi primi anni di età, e quale devozione alla Vergine! Lo dirà poi, quando sarà sacerdote e confessore: «Io non conoscevo il male, lo conobbi più tardi, dalle labbra dei penitenti».
Dopo qualche anno Giovanni dovette recarsi a Ecully da sua zia. Anche qui era la Provvidenza che lo guidava: in questa casa, dalle mani di don Balley, sfuggito alla terribile persecuzione, riceve la prima Comunione. Dopo sei anni sente nell’anima il desiderio ardente di farsi sacerdote; egli vorrebbe subito seguire la divina chiamata, ma per un po’ ne è impedito dai lavori campestri. In questo tempo però si esercita nella grammatica latina sotto il buon Balley e impara a recitare il Rosario; senonché la chiamata alle armi interrompe gli studi.
Dopo 14 lunghi mesi di perplessità e di fatiche, viene quasi miracolosamente rimandato a casa, e don Balley si incarica di farlo accettare in seminario.
Quante difficoltà trova il povero Giovanni negli studi! Ma egli è costante, prega la SS. Vergine e, per la sua pietà, viene ammesso agli ordini sacri il 9 agosto 1815.
Sacerdote, viene eletto come vicario di Ecully e poi mandato parroco ad Ars. Trovò quella parrocchia completamente abbandonata e subito si diede a risanarla dai corrotti costumi. Il suo zelo, la sua eroica penitenza, la sua profonda umiltà, la sua ardente carità, in poco tempo avevano cambiato quel popolo: la chiesa era frequentata, i fedeli si accostavano spesso ai Sacramenti ed i vizi lasciavano il posto alle virtù. In qualsiasi momento i fedeli si recassero alla parrocchia, trovavano il loro Curato in chiesa.
Il confessionale era il suo luogo ordinario di abitazione e non passarono molti anni che Ars divenne la mèta degli uomini più eminenti: persone di stato, letterati e vescovi si recavano dal santo Curato per ricevere i suoi illuminati consigli.
Fu ammirabile nella devozione a Maria, al Rosario, all’Eucaristia: queste furono le sorgenti della sua efficacia sulle anime. Il demonio, però, non mancò di mettere a dura prova la virtù del Santo. Ma tutto ciò non fece che irrobustire il suo spirito.
Estenuato dalle fatiche, macerato dai digiuni e dalle penitenze, il 4 agosto 1859 terminò i suoi giorni nel bacio del Signore. Ma dal cielo il suo apostolato si perpetua con l’esempio della sua vita e delle sue virtù.
Oggi il suo corpo, incorrotto, è custodito all’interno della basilica di Santa Filomena di Ars-sur-Formans.
“La Francia non solo ha saputo valorizzare le apparizioni mariane ma anche i suoi santi, tanto che alcuni di loro sono diventate figure di valore universale. Basti pensare, per fare soltanto qualche esempio, a S. Luigi Maria Grignion da Monfort, a S. Teresa di Gesù Bambino, a Santa Bernadetta Soubiroux, a Santa Giovanna d’Arco e a S. Giovanni Maria Vianney. Di questi ultimi due ci accingiamo a visitare i luoghi resi famosi nel mondo dalla loro presenza e dalla loro straordinaria irradiazione spirituale. Ciò che differenzia profondamente i pellegrinaggi dello spirito dal turismo sia pure religioso è la capacità di cogliere la presenza di una grazia che, anche dopo secoli, non cessa di dare i suoi frutti. Per questo è necessario mettersi in viaggio col cuore aperto, spinti dal desiderio di abbeverarsi a quelle fonti che la Provvidenza ha fatto sgorgare qua e là, secondo i suoi disegni, per irrorare le nostre anime stanche e inaridite.
Per un sacerdote il pellegrinaggio ad Ars ha un significato particolare. Il Santo Curato è stato proclamato “celeste patrono di tutti i parroci dell’universo” (1929) e un’immersione in quel frammento di cielo che, grazie a lui, è divenuto un anonimo villaggio di campagna, è una medicina corroborante di straordinaria efficacia. In un tempo in cui si discute sull’identità del sacerdote e sul significato della sua missione, che cosa di meglio che vedere questo sublime ideale incarnato nella vita di un parroco il quale, senza inventare nulla di straordinario, ha fatto quello che ogni sacerdote è chiamato a fare ( S. Messa, Catechismo, Confessioni) con una tale forza di fede e di convinzione da attirare pellegrini anche dai paesi più lontani, mentre, dispiace dirlo, montava l’insofferenza e l’ostilità nei suoi confronti dei sacerdoti della regione.
Un pellegrinaggio ad Ars –sur – Formans è piuttosto agevole per chi proviene dall’Italia. Sia che si passi dal Frejus che dal traforo del Monte Bianco, basta puntare su Lione e poi uscire a Villefranche sur Saone per approdarvi felicemente. Infatti il paesino, ben evidenziato all’uscita dall’autostrada, si trova a soli 8 Km inforcando la strada D 904. Se, percorrendola, ti imbatti un cappellino blu, formato sportivo e dall’ampia visiera come si conviene a chi sta al volante, fammelo sapere. Infatti l’ho smarrito quando sono sceso dalla macchina per consultare la carta geografica e, avendolo appoggiato momentaneamente sul tetto col proposito di rimettermelo quanto prima, sono ripartito dimenticandolo sopra. Peccato, vi ero affezionato e neanche il santo curato mi ha aiutato a ritrovarlo.
Puoi concepire il pellegrinaggio ad Ars come un viaggio a se stante, da programmare in un paio di giorni o più se vuoi, tenendo conto che la parrocchia è tuttora ben viva e non mancano affatto le possibilità di una confortevole accoglienza per i pellegrini. Oppure puoi concepirlo come una tappa di un itinerario più lungo. Personalmente sono approdato ad Ars in diverse occasioni. La prima volta provenendo da La Salette, passando per Grenoble. Tuttavia hai la possibilità di visitare Ars tutte le volte che ti trovi sull’autostrada che da Lione porta verso il Nord della Francia. La sua posizione è tale che è agevole abbinarlo a molte altre località di grande richiamo spirituale. Il nostro tragitto sarà piuttosto lungo, perché ci condurrà all’estremo Nord della Francia, in quella splendida città di Rouen dove Santa Giovanna d’Arco ha consumato il suo sacrificio, passando però prima dai luoghi della sua infanzia dove è maturata la sua straordinaria vocazione. Le ampie e comode autostrade francesi sono d’altra parte un invito a nozze per una pia quattroruote vogliosa di viaggiare.
Ars – sur – Formans, benché conosciuto in tutto il mondo cattolico ovunque vi sia un prete, è rimasto un piccolo paese di neppure mille abitanti. Vi arrivo una mattinata d’estate, quando il sole e i fiori, così tipici dei villaggi francesi, lo presentano festoso e attraente. Avanzo lungo quella che deve essere l’unica via, sulla quale si affacciano le case, intervallate dai negozi di prima necessità e da qualche locanda. L’afflusso dei pellegrini non ha mutato la vocazione agricola degli abitanti, figli di quei contadini per i quali il santo curato ha consumato la sua vita. Giovanni Maria Vianney è arrivato qui il 13 febbraio 1818, quando l’inverno stava per allentare la sua morsa e la primavera lanciava i primi segnali. Il suo giorno di ingresso nella parrocchia è festeggiato solennemente la seconda domenica di febbraio, come pure il 4 Agosto, l’anniversario della sua morte. Prima di entrare in paese un monumento tramanda ai posteri l’incontro del santo curato con un pastorello, Antonio Givre, al quale egli aveva chiesto dove si trovasse la nuova parrocchia: “Amico mio –gli dice – tu mi hai indicato la strada per Ars, io ti insegnerò la strada del cielo”.
Quando il giovane prete è arrivato ad Ars era poco più che trentenne e ricopriva il suo primo posto di responsabilità come parroco. Nato a Dardilly l’8 Maggio 1786, battezzato nello stesso giorno, aveva fatto la sua prima confessione nella cucina di casa sua (1797) e la sua prima comunione in una casa privata presso Ecully (1799). Erano gli anni della rivoluzione francese, della persecuzione alla Chiesa e della riduzione allo stato civile del clero. Molti sacerdoti, i più fervorosi, si erano ribellati al diktat dei rivoluzionari ed esercitavano il ministero di nascosto. Il piccolo Giovanni Maria aveva imparato a conoscere il lato eroico del sacerdozio da questi preti cosiddetti “refrattari”. Compiuti faticosamente gli studi come seminarista a Verrières e poi a Lione, superate le vicende della sua renitenza alla leva, fu ordinato sacerdote a 29 anni a Grenoble. Dopo una breve esperienza come vice-parroco a Ecully, presso don Balley, che l’aveva iniziato agli studi, viene finalmente inviato ad Ars.
La Provvidenza aveva tessuto la sua tela proprio in quegli anni in cui il furore anticristiano si stava abbattendo sulla Francia e sull’Europa, prendendo di mira proprio il sacerdozio. La stessa cosa accadrà in Italia, con la figura di Don Bosco, quando gli epigoni italiani della rivoluzione scateneranno il loro attacco alla Chiesa. “Le forze dell’inferno non prevarranno”, aveva promesso Gesù. Alle ondate limacciose del potere delle tenebre Dio oppone sempre la tranquilla fortezza dei suoi santi.
“Sembrava avesse scelto la Chiesa come domicilio”
Entrando in Ars sei subito colpito dall’imponente edificio della chiesa che si eleva solenne sopra le abitazioni, come a volerle proteggere. Non è raro, viaggiando per le strade d’Europa, imbattersi nella suggestiva visione di paesi le cui case si assiepavano intorno alla chiesa, come i pulcini sotto le ali della chioccia. E’ un segno eloquente del “Dio con noi”, che ha costruito la sua casa in mezzo alle nostre, per portare il cielo sulla terra e la luce dell’eternità fra le tenebre dei nostri giorni che passano. Il Santo Curato ha compreso come pochi l’importanza della chiesa parrocchiale come centro propulsore della vita cristiana. Essa è il cuore che batte incessantemente e che tiene viva la fede a coloro che la frequentano, mentre richiama con la sua sola presenza quelli che la disertano. E’ strano, ma entrando in Ars ho avuto questa grazia di cogliere improvvisamente l’importanza della chiesa come dimora di Dio in mezzo a noi. Questo pensiero non mi era venuto neppure a Medjugorje, dove per altro la Madonna al riguardo aveva dato un messaggio particolare, nel quale diceva che “la Chiesa è la casa di Dio…dove Dio, che si è fatto uomo, sta dentro di essa giorno e notte”.
S. Giovanni Maria Vianney attribuiva una grande importanza a tutto quello che si riferiva al culto divino e ben presto la piccola chiesa malandata della sua nuova parrocchia diviene l’oggetto di una ricostruzione energica. Il campanile, che era stato raso al suolo negli anni della furia rivoluzionaria, viene ricostruito in mattoni. Opera una profonda trasformazione dell’edificio, facendolo ingrandire con l’aggiunta di 5 cappelle laterali, che diverranno altrettanti avamposti della sua strenua battaglia contro il demonio. Fa rifare la facciata e, prima ancora che la Chiesa proclami il dogma dell’Immacolata (1854), vi fa sistemare la statua di Maria concepita senza peccato, alla quale consacra la parrocchia il 1 Maggio 1836. Scopro con mia grande meraviglia che anche la grandiosa costruzione, che è stata innestata sull’antica chiesa parrocchiale, è un’idea concepita dallo stesso Curato, il quale già nel 1859 aveva progettato di edificare una grande basilica in onore di santa Filomena, di cui era devotissimo. La realizzazione si concretizzerà alcuni decenni dopo, ma l’iniziativa è partita dal suo cuore sacerdotale, tutto dedito alla gloria di Dio e alla salvezza della anime, che sembrava aver scelto la chiesa come suo domicilio permanente.
Salgo lungo la scalinata che porta all’ingresso, ma giunto all’ultimo gradino, metto inaspettatamente un piede in fallo e precipito rotolando fino in fondo. Sono sorpreso di essere ancora in grado di rialzarmi, benché claudicante, e ringrazio il Santo Curato per il suo fulmineo intervento. Mi viene il sospetto che da queste parti il demonio sia particolarmente furioso. Ne ho la conferma entrando in chiesa che, nella sua raccolta essenzialità, sembra una fortezza concepita appositamente per strappare le anime al maligno. L’altar maggiore è là in fondo, sotto l’ampia e luminosa cupola della basilica costruita successivamente. Prima di arrivarvi vi è il tratto della chiesetta vecchia, con le sue cappelle laterali. Qui si trova il campo di battaglia dove l’uomo di Dio, con una sapiente strategia, ha disposto le postazioni dalle quali lanciare i suoi strali micidiali contro la serpe infernale.
Infatti le cappelle laterali sono per lo più concepite in funzione del sacramento della penitenza che, per lo zelante sacerdote, era il momento della liberazione e della rinascita delle anime. I fedeli si preparavano alla confessione nella cappella dell’”Ecce Homo”, che il Curato aveva fatto ristrutturare nel 1834 per questo scopo, abbellendola con decorazioni che ricordano la passione di Gesù. Le donne venivano confessate nella cappella di S. Giovanni Battista, il profeta che richiama alla conversione e al cambiamento di vita, nella quale il curato aveva fatto collocare il vecchio altar maggiore in marmo, il tabernacolo e i candelieri che erano stati offerti dal visconte di Ars. Curiosamente, mentre mi trovo in questa cappella, mi si avvicina un’anima devota che mi chiede se la posso confessare. Gli uomini invece li confessava generalmente in sacristia. E’ questo il luogo più suggestivo, dove puoi ancora vedere il vecchio confessionale che da solo parla più di qualsiasi trattato sul sacramento della riconciliazione. Guardo con emozione quelle assi di legno sgualcito, dove un’antica stola color viola è lì ancora a testimoniare la presenza viva di quel guerriero di Dio. Il Cielo solo conosce le grandi battaglie dello spirito che lì sono state combattute e il numero delle anime strappate dagli fauci famelica del dragone infernale.
Quasi a sostenerlo in questo epico duello ecco la cappella di S. Filomena, la santa che egli prediligeva e che era solito chiamare “la sua incaricata d’affari presso Dio”, e quella dedicata ai Santi Angeli, con le statue egli Arcangeli Michele e Gabriele e dell’Angelo custode che accompagna un’anima rappresentata da un bambino. L’aiuto più efficace egli lo aspetta però dalla Santa Vergine, nella cui cappella si trova il quadro che fece dipingere in occasione della consacrazione della parrocchia alla sua Immacolata Concezione. Successivamente, dopo l’apparizione della Medaglia Miracolosa nel 1830, compera una statua della Vergine di legno dorato e fa cesellare un cuore in argento dorato sul quale sono incisi tutti i nomi dei suoi parrocchiani. La Madonna, afferma il Santo Curato “è la mia più vecchia passione” e “l’ho amata prima ancora di conoscerla”.
Mi rendo conto, mentre che mi muovo in quegli spazi ristretti, di leggere un trattato scritto dallo stesso dito di Dio sulla dignità e la missione del sacerdote. In particolare mi colpisce il rilievo dato alla confessione, dove S. Giovanni Maria Vianney vedeva la manifestazione della divina misericordia, che guarisce l’uomo da quel male assoluto che è il peccato. “Se non fossi stato prete, non avrei mai saputo che cos’è il peccato…Non c’è che Dio che sappia che cos’è il peccato”, affermava; poi precisava: “ Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo a ritornare a lui”. “ Il Buon Dio – soleva ripetere – vuol farci felici e noi non lo vogliamo…Una persona che è nel peccato è sempre triste. Ha un bel darsi da fare, è disgustata, annoiata da tutto. Questi poveri peccatori saranno dunque sempre infelici, in questo mondo e nell’altro”. E tuttavia è l’infinito amore di Dio per le anime che non si stanca di sottolineare: “ Quando il prete dà l’assoluzione – spiega – non bisogna pensare che a una sola cosa: che il sangue del Buon Dio scorre sulla nostra anima per lavarla e renderla bella com’era dopo il battesimo…Non si parlerà più di peccati perdonati. Sono cancellati, non esistono più…Non c’è niente che offenda tanto il Buon Dio come la mancanza di speranza nella sua misericordia”.
Mi chiedo se l’uomo d’oggi, apparentemente così evoluto rispetto a quei semplici contadini dell’ottocento, voglia sentire parole diverse da queste. Il vangelo, quando è autentico, è eterno, dico a me stesso mentre guardo i due modesti ma efficacissimi pulpiti dai quali il Santo Curato si rivolgeva alla gente. Da quello più alto ogni domenica rivolgeva la parola ai fedeli, prendendo lo spunto per l’omelia dal vangelo del giorno. A quella gente che lavorava la campagna amava parlare della bellezza della natura, invitandola a benedire e a amare Dio creatore. Usava per i suoi uditori un linguaggio comprensibile, semplice e concreto, con immagini tratte dalla vita quotidiana, come quello delle parabole evangeliche. “ Colui che non prega – disse una volta – è come una gallina o un tacchino che non può innalzarsi nell’aria. Se volano un po’, ricadono subito e, razzolando nella terra, vi affondano, vi si coprono e sembrano trarre piacere solo da questo”. Dall’altra parte del pulpito, sotto la nicchia della Vergine col Bambino, vi è la “cattedra del catechismo delle ore 11,00”, attorno alla quale ogni giorno facevano ressa i bambini della “Provvidenza” e i pellegrini.
Il confessionale e il pulpito dunque, ma soprattutto l’altare e il tabernacolo. E’ questa la triade entro la quale S. Giovanni Maria spendeva gran parte della sua giornata. Non si stancava di parlare della santa Eucaristia e ne faceva accenno in tutte le lezioni di catechismo. “Egli è là e vi ascolta”, diceva mentre si voltava verso il tabernacolo, con un’espressione che era ancora più eloquente delle sue parole. Quando recitava il breviario di tanto in tanto lo vedevano guardare il tabernacolo col volto inondato di una gioia misteriosa. “Invece da fare chiasso sui giornali, fatene alla porta del tabernacolo” affermò in un occasione e mi chiedo se questa raccomandazione non sia sufficiente a guarire la Chiesa da tutti i mali che la affliggono in questi tempi travagliati.
Uno potrebbe sostare anche un giorno intero nello spazio angusto della vecchia chiesa di Ars senza affatto stancarsi e lì apprenderebbe assai più che durante un anno presso una facoltà di teologia. Così infatti avviene quando è lo Spirito che istruisce le anime. Proseguo oltre ed entro nella parte nuova dell’edificio sacro dove troneggia una grandiosa cupola dalla quale il sole infuocato di Agosto sparge i suoi raggi luminosi. Passando dalla chiesa vecchia a quella nuova hai come la sensazione di uscire dal campo di battaglia per entrare in quello della vittoria e della gloria. Un gruppo di sacerdoti sta concelebrando la santa Messa nella cappella posta sulla destra, dove si vede il corpo del santo Curato chiuso in una cassa reliquiario in bronzo dorato. Mi rallegro per questo pellegrinaggio sacerdotale, vera sorgente di rinnovamento spirituale per i ministri di Cristo. Con mia sorpresa leggo su una lapide che il corpo del santo, posto qui nel 1925 in occasione della sua beatificazione, è rimasto intatto. Esso è là, rivestito della sua veste nera, la cotta e la stola, come un segno di divina predilezione. Le braccia sono distese, quasi irrigidite e il volto incavato dalle penitenze e reso diafano dalla lunga preghiera è leggermente piegato sulla sinistra, verso chi lo guarda. Lo fisso a lungo, ma non vi colgo la serena dolcezza di Bernadette. Vi vedo piuttosto il riposo meritato dell’atleta di Dio dopo l’estenuante battaglia contro il potere delle tenebre.
La canonica museo
La canonica nella quale ha vissuto il Santo Curato è divenuta un museo e nessun altro sacerdote dopo di lui vi ha abitato. E’ un complesso abbastanza ampio, dove tutto è stato salvaguardato com’era allora anche nei minimi particolari e il pellegrino ha l’impressione di fare un salto all’indietro di due secoli. I francesi sono maestri in quest’arte particolare come si può costatare a Lourdes dove sono perfettamente conservate le abitazioni dove ha dimorato Bernadette, o a Lisieux e Alencon nelle case dove ha abitato S. Teresa di Gesù Bambino, o a Pontmain, dove è stato lasciato intatto il fienile da dove i ragazzi hanno visto la Madonna, come pure il caseggiato di fronte, sul tetto del quale si è mostrata l’apparizione.
La canonica di Ars comprende cinque vani: la cucina e la sala da pranzo al pianterreno e tre stanze al primo piano. Oltre a ciò vi sono anche un forno, un orto, un cortile e altri locali. La cucina, il cui cuore, come in tutte le case del tempo, è il camino, appare ampia e accogliente. Così come l’ha trovata al suo arrivo S. Giovanni Maria l’ha lasciata alla sua morte. Essa è meritevole di citazione perché anche questo posto, dove noi mortali coltiviamo il vizio della gola, è stato un’occasione di combattimento spirituale e di santificazione.
Mi consolo pensando che, nei primi sette anni della sua permanenza in parrocchia, il santo curato si preparava e si consumava da solo il suo pasto, fatto di frittelle o di patate bollite in una pentola sospesa a una catena. E’ ancora lì quella pentola, nera come la pece, ricolma fino a traboccare di mortificazioni e di penitenze, a ricordare la necessità della sobrietà alla nostra generazione che si ammala per il troppo mangiare. Sul tavolo una candela, a ricordarci che allora non c’era l’elettricità, un piatto, una scodella, una brocca e infine una cesta, dove conservava delle croste di pane che comperava dai poveri. Mi vengono in mente i Padri del deserto che godevano di un’ottima salute nutrendosi di pane e acqua tutta la settimana, e concedendosi un po’ di legumi e un sorso di vino alla domenica. “ Oh, figli miei, – diceva ai suoi parrocchiani- com’è triste! Tre quarti dei cristiani lavorano solo per soddisfare questo cadavere che presto marcirà sotto terra. Mancano di spirito e di buon senso!” Filosofia estremamente realistica, che persino un ateo potrebbe sottoscrivere.
Al primo piano ecco la camera, rimasta tale e quale dal giorno della sua morte nel 1859. Mi pare più un ripostiglio che una dimora abituale. Noto qualche suppellettile pregevole, ma scopro che si tratta del mobilio datogli dalla “signorina d’Ars”, del quale egli si tenne lo stretto necessario. Vedo con piacere che la stanza, oltre alle cose ordinarie che si trovano ovunque, è ornata da quadri, statue e altri oggetti religiosi che le conferiscono un tocco soprannaturale. Evidentemente anche il santo sacerdote riteneva utili questi segni esteriori per richiamare l’anima alla preghiera ed alla contemplazione della cose celesti. Qui però vi abitava poco. Infatti lasciava la sua stanza poco prima di mezzanotte per recarsi in chiesa; vi tornava dopo l’Angelus di mezzogiorno, per un pranzo rapido, consumato in piedi. Dopo aver confessato tutto il pomeriggio, verso le 21 ritornava in camera e lì si dedicava ancora alla preghiera e alla lettura spirituale, in modo particolare alle vite dei santi. Andato finalmente a letto, continuava a leggere e a meditare fin quando non era vinto dal sonno. E’ interessante sottolineare al riguardo che il Santo Curato non era affatto un prete ignorante, come a volte si pensa, a causa delle difficoltà incontrate in seminario, soprattutto a causa del latino. Lo dimostra la sua notevole biblioteca ricca di 246 monumentali volumi, per metà ereditati da Don Balley, suo maestro. Egli aveva un grande interesse per la lettura e lo studio vi dedicava tutto il tempo necessario per la preparazione delle sue omelie e per meditare sugli esempi dei santi.
Dalla camera alla chiesa e viceversa la sua giornata era tutta protesa alla ricerca della comunione con Dio e al suo servizio. In evidenza su un tavolo il breviario e il rosario con i quali alimentava la sua vita spirituale. Oggi le esigenze della vita moderna e la molteplicità degli impegni sembrano dettare ai sacerdoti altri ritmi e una diversa distribuzione del tempo. In realtà S. Giovanni Maria Vianney ricorda a tutti i sacerdoti del mondo che senza preghiera rischiano di essere dei cembali squillanti. Essa è l’anima di ogni apostolato. “L’anima che smette di pregare muore di fame”, ammoniva. “Se all’inferno si potesse pregare – affermava – l’inferno non esisterebbe più”.
Ma questo uomo di preghiera era anche santo dalle iniziative sociali. Lo dimostra, accanto alla canonica, un edificio sulla facciata del quale ancora oggi si legge l’iscrizione “La providence”. Lo aveva acquistato, senza nemmeno avere il denaro per pagarlo, per accogliere le ragazze orfane, affidandone la direzione a una giovane di Ars, Caterina Lasagne, fin dalla fondazione nel 1824. Quando poi il convitto nel 1848 venne dato alle suore di S. Giuseppe di Bourg, Caterina Lasagne si trasferì in un alloggio vicino alla cucina. Ella divenne così la persona di fiducia e la sua aiutante. Guardo con curiosità questa cucina dove la zelante parrocchiana gli preparava i pasti. E’ pulita, ordinata e attrezzata di tutto ciò che è necessario. Anche il santo curato alla fine ha dovuto arrendersi alla missione che la sapienza di Gesù ha assegnato alla stirpe inestinguibile delle “pie donne”.
Prima di risalire sull’impaziente quattroruote che cuoce sotto la canicola estiva, non mi resta che dare un ultimo saluto visitando la Cappella del Cuore, costruita nel 1930 per custodire il cuore del santo dopo la canonizzazione avvenuta il 31 maggio 1925. Mi soffermo in un’ultima preghiera davanti alla statua in marmo bianco del Santo Curato in ginocchio, fatta venire dall’Italia. Era stata ordinata nel 1863 allo scultore Emiliano Cabuchet. Questi per una settimana si era mimetizzato fra i pellegrini durante il catechismo delle 11,00 e modellò un busto in cera che gli servì come modello per la scultura di marmo. Questa statua ascetica parla assai più di una fotografia che allora non esisteva. In quel volto diafano, in quelle mani strette al cuore e in quello sguardo rivolto al tabernacolo, scorgiamo un’anima completamente infiammata dall’amore di Dio. E’ questo che rende i santi sempre attuali e una fonte d’acqua viva e perenne la loro vita.”
(Tratto dal libro di Padre Livio “Pellegrino a quattro ruote” – Cap 6 – Sugarco Edizioni)
Per diversi secoli, la Chiesa ortodossa di Kiev e Mosca ha datato il Battesimo della Rus’ al 1° agosto del 988, nella festa del Salvatore Misericordioso e della Santissima Madre di Dio, in cui si doveva benedire l’acqua in memoria della “Fonte del Dnepr”. L’idea di collegare la festa alla memoria di Vladimir nacque nel contesto degli intrighi ecclesiastici e politici del 2008.
di Stefano Caprio – Asia News, 1 agosto 2026
Il 28 luglio è stato celebrato in Russia il “Giorno del Battesimo della Rus’”, mentre il 15 luglio in Ucraina è stato celebrato il “Giorno del Battesimo della Rus’ di Kiev”. Si tratta della stessa festività, ma le date e i nomi sono diversi, e rivela che al centro dell’eterna guerra russo-ucraina si cela un mito storico, che può essere approssimativamente descritto come una disputa sull’eredità della Rus’ di Kiev. Secondo la legge russa “Giorni di gloria militare e date memorabili in Russia”, il Giorno del Battesimo della Rus’ viene celebrato a livello nazionale nel Paese dal 2010, e cade il 28 luglio, data che nel calendario ecclesiastico corrisponde al giorno della morte del santo principe Vladimir il Grande, il battezzatore di Kiev nel 988, morto nel 1015.
Anche in Ucraina questa festività viene celebrata dal 2008, quando il presidente Viktor Yuščenko emanò un decreto in tal senso. A causa del recente passaggio della Chiesa ortodossa ucraina a un nuovo calendario, che coincide con il calendario gregoriano civile, la festività cade il 15 luglio, che sarebbe il 28 nel calendario giuliano. Viene anche chiamata con una denominazione leggermente diversa: “Giorno del Battesimo della Rus’ di Kiev – Giorno della statualità ucraina”. Questa festività apparentemente identica, dedicata a un singolo evento storico, è diventata un ostacolo nella disputa tra due concetti storici: quello moscovita e imperiale e quello kieviano e nazionale, che Mosca a un certo punto ha iniziato a definire “separatista”. Questa disputa si è riversata dalla sfera accademica e religiosa sui veri campi di battaglia, in nome della quale negli ultimi quattro anni sono stati versati fiumi di sangue.
Per diversi secoli, la Chiesa ortodossa di Kiev e Mosca ha datato il Battesimo della Rus’ al 1° agosto del 988, nella festa del Salvatore Misericordioso e della Santissima Madre di Dio, in cui si doveva benedire l’acqua in memoria della “Fonte del Dnepr”. L’idea di collegare la festa alla memoria di Vladimir nacque nel contesto degli intrighi ecclesiastici e politici del 2008, quando durante le celebrazioni del 1020° anniversario del Battesimo della Rus’ di Kiev-Ucraina il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, su invito di Yuščenko, giunse a Kiev per proclamare l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina. L’indipendenza ecclesiastica e canonica da Mosca era considerata già allora dal governo come un elemento cruciale per l’indipendenza civile e culturale e per il superamento dell’eredità imperiale, ma Mosca aveva allora sufficiente influenza politica per silurare il progetto e mantenere la propria giurisdizione ecclesiastica sull’Ucraina, cosa che non gli è riuscita dieci anni dopo, con l’autocefalia del 2018.
Nel mezzo di questa “battaglia per l’Ucraina” a livello ecclesiastico e giurisdizionale, nell’estate del 2008 il Sinodo dei vescovi della Chiesa ortodossa russa, guidato ancora dal patriarca Aleksij II, si appellò all’allora presidente russo Dmitrij Medvedev, affinché prendesse l’iniziativa e dichiarasse la festività nazionale anche nella Federazione Russa, dimostrando la continuità dello Stato russo con San Vladimir, per evitare che tale legame sembrasse esistere solo in Ucraina. Per qualche ragione, l’adempimento dell’appello del Sinodo si protrasse per un paio d’anni, e alla fine l’Ucraina si aggiudicò il primato storico per l’istituzione della festività.
Naturalmente il centro sacro della festività è Kiev, la cui geografia comprende numerosi luoghi associati al Battesimo della Rus’: la confluenza del fiume Počajna con il Dnepr, il monumento a Vladimir sul ripido pendio del Dnepr, gli scavi della chiesa della Decima costruita dallo stesso principe, e infine il monastero di Vydubitskij, dove secondo la leggenda le statue di Perun e di altre antiche divinità pagane, scagliate dal monte Knjazja, galleggiarono fino alla riva. È chiaro che Vladimir non visitò mai Mosca, poiché la città non era nemmeno stata fondata nel X secolo, apparendo soltanto alla fine del XII secolo. Ora invece i vertici del patriarcato di Mosca, insieme ai rappresentanti del potere, celebrano la festività nella Cattedrale della Dormizione al Cremlino, che hanno proclamato “la chiesa principale della Santa Rus'”, e poi partecipano a una processione religiosa fino al monumento a San Vladimir inaugurato nel 2016 in piazza Borovitskaja nei pressi del Cremlino. All’inaugurazione del monumento, Vladimir Putin si era presentato come il continuatore dell’opera del battezzatore della Rus’, sottolineando la “riunione delle terre russe” e la “unità dei popoli di Russia, Ucraina e Bielorussia”. Il patriarca Kirill, autore della celebre frase “Russia, Ucraina, Bielorussia: questa è la Santa Rus’”, riprese questa retorica.
Nella Russia attuale non è stata invece tenuta alcuna sontuosa celebrazione del Giorno del Battesimo della Rus’ nel quinto anno della Svo, l’operazione militare speciale in Ucraina. In realtà quest’anno tutte le festività russe sono svanite nel nulla, per timore dei droni ucraini: la parata “ridotta” del 9 maggio, il timido raduno dei giorni scorsi davanti a Putin in un vicolo di San Pietroburgo per la Giornata della Marina, o la Giornata dell’indipendenza della Russia, di fatto cancellata, del 12 giugno.
Quando nel 2008 il Giorno del Battesimo della Rus’ venne per la prima volta incorporato nel calendario e nell’ideologia russa, vi si riponevano grandi speranze imperiali. Il musicista rock filorusso di Kiev Oleg Karamazov era a capo dell’organizzazione internazionale “Giorno del Battesimo” e organizzava grandi concerti in piazza Maidan a Kiev, con il già citato slogan “Russia, Ucraina, Bielorussia…”. L’organizzazione includeva rappresentanti del patriarcato di Mosca, e anche Jurij Ševčuk, fondatore del popolarissimo gruppo rock dei Ddt fu ospite degli eventi, mentre oggi suona in esilio contro la guerra. Durante il governo di Janukovič in Ucraina, il patriarca Kirill visitò più volte Kiev sotto gli auspici della celebrazione del Battesimo, e diverse reliquie sacre furono portate dalla Russia “per la venerazione”. L’idea principale di quella festività rimaneva la tesi formulata dagli storici pre-rivoluzionari e rafforzata dagli storici sovietici, secondo cui dopo l’invasione mongolo-tatara “il centro della Rus’ si spostò da Kiev a Mosca”, e pertanto la moderna Kiev e l’Ucraina nel suo complesso fanno parte del “mondo russo” moscovita, il katekhon, ovvero il garante della preservazione dell’Ortodossia intatta e della fede cristiana universale.
L’azione militare del 24 febbraio 2022 ha poi dimostrato il prezzo di queste ideologie, e le attuali prospettive storiche in Russia e Ucraina sono quasi completamente opposte. Persino il discorso di Viktor Yuščenko in occasione del Giorno del Battesimo nel 2009 aveva proclamato San Vladimir come “uno dei fondatori e patroni del nostro Stato”, e i significati fondamentali della festività furono formulati come “la continuità della storia millenaria dell’Ucraina”, “l’indivisibilità del popolo ucraino e la sua unità attorno all’idea di uno Stato forte”, “l’unità delle terre ucraine attorno a Kiev”, la sua “influenza civilizzatrice sulle terre e sui popoli vicini e “l’unità dello Stato e dei principi spirituali”. In altre parole, lo Stato e il suo popolo non si sono mai mossi da Kiev; semplicemente, tra il XIII e il XVII secolo (e in parte anche nel XX) si svilupparono in una direzione diversa, più europea e filo-occidentale, rispetto al principato-regno-impero di Mosca e San Pietroburgo, erede dell’Orda d’Oro tataro-mongola piuttosto che archetipo dell’antica Rus’.
A causa della guerra, l’epiteto “russo” ha acquisito una connotazione esclusivamente negativa nell’uso quotidiano ucraino. Gli studiosi riconoscono che questo epiteto, come il nome del paese Rus‘ fu “intercettato” e “rubato” dalla Moscovia. Un rappresentante classico della storiografia ucraina, l’accademico Mykhailo Hrushevskyj, ha affermato che gli ucraini sono “un popolo il cui nome storico è stato rubato”. Significativamente, fino alla spartizione della Confederazione polacco-lituana alla fine del XVIII secolo, i territori dell’odierna Ucraina occidentale che facevano parte dello stato polacco erano chiamati “Voivodato della Rus’”, e gli ucraini dei Carpazi hanno conservato questa stessa radice nel loro etnonimo, i “Rusini”. Gli attuali “grandi russi” erano tradizionalmente chiamati “moscoviti” nella tradizione ucraina e più in generale in quella occidentale. Dal momento in cui il potente impero, con la sua nuova capitale a San Pietroburgo, si autoproclamò ufficialmente “russo”, gli ucraini adottarono gradualmente un’auto-definizione che sottolineasse più chiaramente la loro distinzione dal “Grande Fratello” che cercava di soggiogarli e assimilarli.
Ciononostante, il linguaggio liturgico della Chiesa, particolarmente arcaico, conserva la memoria dei diritti speciali degli ucraini al toponimo Rus: il primate del patriarcato di Kiev, Filaret (Denisenko), non riconosciuto dalla Chiesa ortodossa russa, detenne il titolo di “patriarca di Kiev e di tutta la Rus’-Ucraina” fino alla sua morte, avvenuta nel marzo di quest’anno. In vista di questa festività, Boris Tarasyuk, fondatore dell’Istituto di Cooperazione Euro-Atlantica di Kiev ed ex-ministro degli esteri ucraino, ha ribadito ancora una volta il diritto dell’Ucraina a riappropriarsi del suo nome storico Rus, magari nella forma di “Rus’-Ucraina”. La propaganda russa, che ha investito molti sforzi nella promozione della dottrina del “popolo unico”, si è molto irritata per tali dichiarazioni, e la portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, come di consueto ha commentato sarcasticamente, mentre il deputato della Duma di Stato ed ex-residente di Odessa Anatolij Vasserman ha definito il concetto di Rus’-Ucraina “una menzogna fasulla”.
Le controversie sul patrimonio storico e sul “diritto a un nome” sono un tema ricorrente tra molte nazioni oggi: si pensi al recente cambio di nome forzato della Macedonia, perché “la vera Macedonia è la Grecia”, o alla disputa tra Cina e Taiwan sul “diritto all’identità cinese”. Attribuire attacchi di massa contro città pacifiche a dispute di questo tipo è pura barbarie medievale, come afferma la storica delle religioni Lera Furman, che si chiede se “la Rus’ fu battezzata per questo scopo”, affinché coloro che si proclamano eredi di questo Battesimo uccidessero gli altri eredi.