di Gian Guido Vecchi-Corriere della Sera – 13 Ottobre 2026
Il Papa governa la Chiesa e continuerà a farlo anche durante il ricovero, l’anestesia e l’operazione, la degenza e la convalescenza. Cosa dicono i canoni 331 e 335 del Diritto canonico
governa la Chiesa e continuerà a farlo anche durante il ricovero, l’anestesia e l’operazione, la degenza e la convalescenza. Non è prevista alcuna supplenza, non ci sono «vicepapi» né reggenze provvisorie di sorta. Il problema del governo tende ad essere posto a ogni ricovero di un Pontefice, ma in realtà per la Chiesa non si pone neppure.
In base al canone 331 del Diritto canonico, il vescovo di Roma «in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa». La sede apostolica è «vacante» solo quando il Papa muore oppure, come nel caso di Benedetto XVI, si dimette: allora il governo, per gli affari ordinari, passa al collegio dei cardinali in attesa del conclave.
Il canone 335 adombra anche la possibilità di una sede «totalmente impedita», ma questa è un’eventualità differente: Paolo VI e Francesco firmarono lettere di dimissioni anticipate, e affidate al Segretario di Stato, nel caso una malattia improvvisa e grave, come un ictus, avesse impedito loro di decidere «in piena libertà» e «coscienza» come aveva potuto fare invece Ratzinger. Anche Pio XII firmò un testo analogo, ma non per motivi di salute: sapeva che c’era un piano di Hitler per farlo arrestare, durante l’occupazione nazista, e alla fine del 1943 aveva lasciato una lettera di rinuncia in modo che, nel caso, fosse Eugenio Pacelli e non il Papa a essere fatto prigioniero.
Quanto al ricovero di Prevost, la faccenda è più semplice: nell’organizzazione vaticana non cambia nulla, «il governo è e resta nelle mani del Santo Padre», si ripete. Nella Costituzione della Curia Praedicate Evangelium, si legge che il Pontefice «si avvale dei Dicasteri della Curia romana, che perciò compiono il loro lavoro nel suo nome e nella sua autorità». Ogni dicastero e istituzione opera già in nome del Papa e procede come sempre. Certo, le decisioni più importanti devono essere prese e ratificate dal Pontefice, ma anche in questo caso non ci sono problemi particolari visto che Leone, nel caso, potrà farlo pure da una stanza d’ospedale, come del resto fecero i predecessori. Comunque «il tempo previsto per il ricovero postoperatorio è di circa una settimana», si tratta insomma di pochi giorni.
di Ester Palma e Redazione Roma -Corriere della Sera – 13 Ottobre 2026
Leone XIV deve essere sottoposto a un intervento chirurgico per asportare un nodulo al polmone. La degenza nella suite papale al decimo piano del «Vaticano terzo». Preghiere da tutto il mondo
L’attesa dei cronisti da tutto il mondo al Gemelli (foto di Giuliano Benvegnù)
Oggi ricovero, in tarda mattinata, e operazione del Papa. A capo dell’èquipe, Stefano Margaritora, esperto di tecniche mininvasive e robotiche.
Il Pontefice è seguito da Luigi Carbone, capo della direzione di sanità e igiene del Vaticano
La degenza post operatoria del Papa al Gemelli dovrebbe durare circa una settimana. La Santa Sede ha fatto sapere che le udienze sono sospese fino al 20 ottobre
Il cardinale vicario Baldo Reina, alle 18, presiede il Rosario nella cappella San Giovanni Paolo II del Gemelli
10:50 | 13 Ottobre
La sicurezza del Papa
All’ospedale Gemelli sono scattate intanto da domenica le misure di sicurezza per il ricovero del Papa. L’intero decimo piano è stato isolato dal resto della struttura e gli accessi all’area riservata al Pontefice sono consentiti soltanto a personale autorizzato e controllato. Il dispositivo di sicurezza è affidato alla Gendarmeria Vaticana, alla polizia e alla vigilanza dell’ospedale. Rafforzati i controlli agli ingressi e lungo il perimetro esterno, anche per gestire l’arrivo di fedeli, giornalisti e troupe televisive senza ostacolare l’attività sanitaria. Previsti inoltre controlli dello spazio aereo per individuare eventuali droni non autorizzati e verifiche sulle reti informatiche della struttura. Analisi, referti e campioni biologici saranno gestiti con procedure specifiche per limitare l’accesso ai dati sanitari e prevenire intrusioni e fughe di notizie.
Il medico personale, l’infermiere, l’équipe che lo curerà
(Clarida Salvadori) A seguire il percorso terapeutico di papa Leone XIV sarà Luigi Carbone, medico e chirurgo dell’urgenza, già referente per la salute di papa Francesco, a capo della direzione di sanità e igiene del governatorato dello Stato della Città del Vaticano. A guidare l’equipe, oltre ad altri specialisti dell’ospedale di via Pineta Sacchetti a Roma, sarà il direttore della Chirurgia toracica Stefano Margaritora e un’altra figura che nel tempo si è preso cura di vari pontefici, l’infermiere Massimiliano Strappetti.
Il Papa verrà ricoverato oggi in tarda mattinata al Policlinico Gemelli, nell’ala dedicata al decimo piano. E con molta probabilità già in giornata verrà sottoposto all’intervento per la rimozione del nodulo polmonare che gli è stato diagnosticato pochi giorni fa. Già referente per papa Francesco, Carbone segue in qualità di medico personale Leone XIV dalla sua elezione al soglio pontificio e anche durante i suoi viaggi apostolici. L’ultimo, quello di fine settembre in Francia. Il 54enne, sposato e con tre figlie, dopo essersi laureato nel 1999 all’università del Sacro Cuore di Roma, specializzato in Medicina interna alla Cattaneo di Castellanza e in Medicina d’emergenza a Firenze, ha legato la sua carriera di docente e di medico al Gemelli. Oggi nell’organigramma del Policlinico, il suo nome compare come medico dirigente dell’unità operativa complessa di Medicina d’urgenza e Pronto soccorso del Gemelli-Isola, sull’Isola Tiberina.
In sala operatoria, eseguirà l’intervento per la rimozione del nodulo polmonare Stefano Margaritora, uno dei maggiori esperti di chirurgia toracica con tecniche mininvasive e robotiche. Sessantaseienne romano, dopo aver conseguito il diploma nello storico liceo classico di piazza del Collegio romano, il Visconti, si è laureato in Medicina all’università Cattolica nel 1985, per poi specializzarsi in Chirurgia generale alla Sapienza. Oltre che al Policlinico Gemelli, la sua attività chirurgica si è svolta anche alla Fondazione di ricerca e cura Giovanni Paolo II di Campobasso e nel Centro oncologico fiorentino. Ha eseguito oltre 5.500 interventi tra resezioni polmonari maggiori e minori, videotoracoscopie, pleurectomie, resezioni della parete toracica, interventi alla trachea, tiroidectomie, mediastinoscopie o esofagectomie. Ha inoltre al suo attivo circa 400 pubblicazioni relative alla sua attività scientifica di ricerca sulla chirurgia oncologica toracica. Nell’équipe anche Massimiliano Strappetti, 54 anni, è cresciuto professionalmente nella Rianimazione del Policlinico Gemelli di Roma.
Prima di papa Francesco, al quale è stato vicino fino all’ultimo respiro, aveva accudito anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Oggi è ancora al servizio del Vaticano in qualità di esperto infermiere e anche stavolta sarà lui a occuparsi della salute e della convalescenza di Leone XIV durante e dopo la rimozione di quel nodulo al polmone, annunciato all’Angelus di domenica direttamente da lui ai fedeli. Si tratta, aveva detto, di un nodulo «in una fase molto iniziale e ben localizzato», sul quale si è deciso di intervenire immediatamente proprio per evitare che aumenti di volume. La scoperta dopo alcuni esami di controllo, effettuati nell’ospedale romano Gemelli-Isola nei giorni scorsi.
La convalescenza durerà una settimana — è stato annunciato dalla Prefettura della Casa Pontificia —: il Pontefice ha infatti annullato tutte le udienze previste «fino a martedì 20 ottobre». Cosa accadrà dopo l’intervento, quale sarà la diagnosi precisa e a quali cure dovrà eventualmente sottoporsi il Santo Padre, sarà la biopsia sul nodulo stesso a stabilirlo.
10:08 | 13 Ottobre
Parolin: «Un fulmine a ciel sereno, ma siamo fiduciosi»
«Siamo rimasti tutti colpiti dalla serenità con cui il Papa ha dato l’annuncio di questo intervento. Speriamo che al più presto possa risolvere questo problema. Siamo fiduciosi ma ovviamente lo accompagniamo con la nostra preghiera». Così il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, prima di un convegno alla Gregoriana. Parolin ha spiegato di aver visto il Papa ieri sera: «Abbiamo parlato con molta serenità. Se sono preoccupato? Sì, perché non mi aspettavo certo una cosa del genere. Poi a Parolin è stato chiesto se l’annuncio sia stato un fulmine a ciel sereno anche nella Santa Sede: «Certo, sì, nessuno se lo aspettava».
10:07 | 13 Ottobre
Il ricovero, l’intervento forse già oggi(Ester Palma) Il ricovero al Gemelli («in tarda mattinata», ha precisato la Santa Sede) poi l’intervento, forse già nella stessa giornata di oggi, martedì 13 ottobre: il programma di cure di Leone XIV, che domenica dopo l’Angelus in piazza San Pietro ha annunciato di avere un nodulo al polmone «in una fase molto iniziale e ben localizzato», prosegue secondo i tempi proposti dai medici e pienamente condivisi dal Papa. Intanto la Prefettura della Casa Pontificia ha annullato tutte le udienze papali in programma fino al 20 ottobre: ovvero per la settimana prevista per laconvalescenza dopo l’intervento. Evidentemente Leone non intende prolungare il suo periodo di riposo, ma anzi riprendere prima possibile i suoi impegni. E fino a ieri ha voluto onorarli: ha tenuto tutte le udienze previste per la mattina.
Carlo Acutis nacque a Londra il 3 maggio 1991 da Andrea Acutis e Antonia Salzano, milanesi provvisoriamente in città per lavoro. Carlo fin da piccolo manifesta un’indole particolarmente devota tanto che tornati in Italia a soli 7 anni chiese di poter ricevere la Prima Comunione.
Richiesta insolita ma che venne accolta dopo averla sottoposta a Monsignor Pasquale Macchi il quale diede il suo benestare dopo aver interrogato il ragazzo, ritenendolo idoneo. Carlo ricevette così l’Eucaristia il 16 giugno 1998, giovanissimo, e restò un punto fermo nella sua breve vita assieme alla messa quotidiana alla quale assisteva.
Devoto di Santa Gemma, il 6 agosto 1998, all’età di sette anni, Carlo visitò il santuario di Santa Gemma a Lucca insieme ai suoi genitori, poco dopo aver ricevuto la Prima Comunione.
La sua esistenza si svolgeva come quella di tutti i ragazzi della sua età, ma sempre caratterizzata dalla sua voglia di aiutare gli altri e dalla sua gioia, diceva infatti “La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La conversione non è altro che spostare lo sguardo dal basso verso l’alto. Basta un semplice movimento degli occhi”. La sua fede fu talmente coinvolgente da spingere il collaboratore domestico di casa, un bramino induista, a convertirsi al cristianesimo, colpito proprio da “la sua profonda fede, la sua carità e la sua purezza”.
Carlo era anche bravo in informatica tantochè è stato proclamato patrono del web, e così dopo aver assistito ad un incontro di presentazione del Piccolo Catechismo eucaristico decise di dare vita ad una mostra sui miracoli eucaristici, per testimoniare la vera presenza di Gesù nell’ostia. Dopo tre anni di ricerche in giro per l’Europa con in genitori la mostra era pronta e talmente ben fatta da essere richiesta dalle diocesi di tutto il mondo.
Il sogno di Carlo era di farsi sacerdote, ma purtroppo all’età di 15 anni fu stroncato da una leucemia fulminante, e dopo aver dedicato la sua vita “al suo amico Gesù” torna alla casa del Padre il 12 ottobre 2006. Fu sepolto ad Assisi su sua richiesta, per il grande amore che nutriva per San Francesco e successivamente dal cimitero viene traslato nel Santuario della Spogliazione: attraverso una speciale procedura di imbalsamazione viene esposto alla visita dei pellegrini.
Dichiarato venerabile nel 2008 è stato beatificato il 10 ottobre 2020 dopo averne accertato almeno un miracolo, ovvero la guarigione di un ragazzo brasiliano avvenuta dopo averne toccato le reliquie. Il 7 settembre 2025 Papa Leone XIV l’ha elevato agli onori degli altari.
La madre: «Vi racconto il suo miracolo»
Intervista realizzata da Stefano Lorenzetto alla madre di Carlo, Antonia Salzano, e pubblicata dal Corriere
Intercede. Salva. Guarisce. Converte. Appare. I devoti di quello che già viene chiamato il patrono di Internet, almeno 1 milione nei cinque continenti, vedono la sua presenza ovunque. L’ultimo segno, il 15 agosto. Scrivono i fan su Facebook: Questa notte, nella solennità della Santissima Vergine Maria Assunta, Carlo venuto a prendersi la sua cagnolina Briciola di quasi 17 anni. Ora corre e gioca anche lei nei meravigliosi giardini del Paradiso assieme agli altri animali di Carlo che l’hanno preceduta, i cani Poldo, Stellina e Chiara, i gatti Bambi e Cleopatra. Non le pare eccessivo che associno l’Assunzione alla morte di una bestiola? Sorride indulgente Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis, stroncato a 15 anni da una leucemia fulminante nel breve volgere di 72 ore.
Prima che ci lasciasse, gli dissi: se in cielo troverai i nostri amici a quattro zampe, compari con Billy, il cane della mia infanzia. Lui non lo conosceva. Un giorno zia Gioia, ignara del nostro accordo, mi telefonò: “Stanotte in sogno ho visto Carlo. Teneva fra le braccia Billy”.
Ma sono ben altri i segni per cui lo studente milanese, già venerabile dal 2018, venne proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre 2020 ad Assisi, ultima tappa prima di diventare santo il 7 settembre 2025. Quando il 23 gennaio 2019 si eseguì la ricognizione canonica sulle spoglie mortali del giovanissimo servo di Dio, la sua salma fu trovata intatta.
Io stavo lì, mio marito non volle vedere. Era ancora il nostro ragazzone, alto 1,82, solo la pelle un po’ più scura, con tutti i suoi capelli neri e ricci. E lo stesso peso, quello che si era predetto da solo. Pochi giorni dopo il funerale, all’alba fui svegliata da una voce: “Testamento”. Frugai in camera sua, pensavo di trovarvi uno scritto. Nulla. Accesi il pc, lo strumento che preferiva. Sul desktop c’era un filmato brevissimo che si era girato da solo ad Assisi tre mesi prima: “Quando peserò 70 chili, sono destinato a morire”. E guardava spensierato il cielo.
La vita di Carlo durò solo 5.641 giorni.
In realtà 5.640. Entrò in coma alle 14 dell’11 ottobre 2006, con il sorriso sulle labbra. Credevamo che si fosse addormentato. Alle 17 fu dichiarata la morte cerebrale, la mattina del 12 quella legale. Avremmo voluto donare i suoi organi, ma non fu possibile, ci dissero che erano compromessi dalla malattia. Un bel paradosso, perché il cuore, perfetto, ora sarò esposto in un ostensorio nella basilica papale di San Francesco ad Assisi.
Quand’ stato prelevato?
Durante la ricognizione del 2019. Con atto notarile abbiamo voluto donare il corpo al vescovo di Assisi. Era giusto che appartenesse alla Chiesa universale.
In che modo Carlo scoprì la fede?
Non certo per merito di noi genitori, lo scriva pure. In vita mia ero stata in chiesa solo tre volte: prima comunione, cresima, matrimonio. E quando conobbi il mio futuro marito, mentre studiava economia politica a Ginevra, non che la domenica andasse a messa.
Allora come spiega questa religiosità?
Un ruolo lo ebbe Beata, la bambinaia polacca, devota a papa Wojtyla. Ma c’era in lui una predisposizione naturale al sacro. A 3 anni e mezzo mi chiedeva di entrare nelle chiese per salutare Gesù. Nei parchi di Milano raccoglieva fiori da portare alla Madonna. Volle accostarsi all’eucaristia a 7 anni, anziché a 10. Lo lasciammo libero. Ci pareva una cosa bella, perciò chiedemmo una deroga. Per me fu una “Dio-incidenza”. Carlo mi salvò. Ero un’analfabeta della fede. Mi riavvicinai grazie a padre Ilio Carrai, il padre Pio di Bologna, altrimenti mi sarei sentita screditata nella mia autorità genitoriale. un percorso che dura tuttora. Spero almeno di finire in purgatorio.
Carlo fu precoce solo nella preghiera?
In tutto. Era un mostro di bravura. A 6 anni già padroneggiava il computer, girava per casa con il camice bianco e il badge “Scienziato informatico”. A 9 scriveva programmi elettronici grazie ai testi acquistati nella libreria del Politecnico.
Non era troppo piccolo per usare il pc?
I promotori della causa di beatificazione hanno analizzato in profondità la memoria del suo computer con le tecniche dell’indagine forense, senza riscontrare la minima traccia di attività sconvenienti. Sognava di adoperare il pc e il web per diffondere il Vangelo. Papa Francesco nella Christus vivit cita Carlo come esempio per i giovani. “Sapeva molto bene”, spiega, “che questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati”, ma lui ha saputo uscirne “per comunicare valori e bellezza”. Il suo sguardo spaziava ben oltre Internet. Alle mense dei poveri, quelle delle suore di Madre Teresa di Calcutta a Baggio e dei cappuccini in viale Piave, dove prestava servizio come volontario. La sera partiva da casa con recipienti pieni di cibo e bevande calde. Li portava ai clochard sotto l’Arco della Pace, per i quali con i risparmi delle sue mance comprava anche i sacchi a pelo. Lo accompagnava il nostro cameriere Rajesh Mohur, un bramino della casta sacerdotale indù, che si convertì al cattolicesimo vedendo come Carlo aiutava i diseredati.
Avrebbe mai detto che un giorno sarebbe salito all’onore degli altari?
Ero certa che fosse santo gi in vita. Fece guarire una signora da un tumore, supplicando la Madonna di Pompei.
Il miracolo riconosciuto dalla Chiesa?
No, solo uno dei tanti che nemmeno sono entrati nel processo di canonizzazione. Quello che lo far proclamare beato accadde in Brasile nel settimo anniversario della morte, il 12 ottobre 2013, a Campo Grande. Matheus, 6 anni, era nato con il pancreas biforcuto e non riusciva a digerire alimenti solidi. Padre Marcelo Tenrio invitò i parrocchiani a una novena e appoggi un pezzo di una maglia di Carlo sul piccolo paziente, che l’indomani cominci a mangiare. La Tac dimostrò che il suo pancreas era divenuto identico a quello degli individui sani, senza che i chirurghi lo avessero operato. Una guarigione istantanea, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche.
Suo figlio come si ammalò?
Sembrava una banale influenza. Dopo alcuni giorni comparvero forte astenia e sangue nelle urine. Lui se ne uscì con una delle sue frasi: “Offro queste sofferenze per il Papa, per la Chiesa e per andare dritto in paradiso senza passare dal purgatorio”, ma in famiglia non vi demmo troppo peso. Chiamai il professor Vittorio Carnelli, che era stato il suo pediatra. Ci consigli l’immediato ricovero nella clinica De Marchi. E là avemmo la diagnosi infausta: leucemia mieloide acuta M3. Carlo ne fu informato dagli ematologi. Reagì con dolcezza e commentò: “Il Signore mi ha dato una bella sveglia”. Fu trasferito all’ospedale San Gerardo di Monza. Appena giuntovi, scosse la testa: “Da qui non esco vivo”.
Lei invocò un miracolo per suo figlio?
Sì, da Gesù, dalla Madonna e dal venerabile fra Cecilio Maria, al secolo Pietro Cortinovis, il cappuccino fondatore dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano. Ma i piani di Dio erano altri. Quelli che avevo proposto a Carlo prima che spirasse: chiedi al Signore di manifestarci un segno della sua presenza.
E suo figlio che cosa le rispose?
“Non preoccuparti, mamma. Ti darò molti segni”. Nove giorni dopo la sua morte, a Tixtla, in Messico, un’ostia si arrossì di sangue. Una commissione composta anche da scienziati non credenti accertò che era del gruppo AB, lo stesso presente nella Sindone e nel miracolo di Lanciano, e che si trattava di cellule del cuore. A distanza di quattro anni, negli strati sottostanti alla coagulazione restava ancora presente del sangue fresco.
Suo figlio aveva allestito Segni, una mostra sui miracoli eucaristici.
Sì, sta girando tutti i santuari del mondo. Negli Stati Uniti l’hanno ospitata 10.000 parrocchie. Sono eventi soprannaturali come quello accaduto il 12 ottobre 2008, nel secondo anniversario della sua morte, a Soklka, in Polonia. Un’ostia caduta a terra durante la comunione, e conservata in cassaforte, una settimana dopo divenne un pezzo di carne di origine miocardica, gruppo sanguigno AB.
Ha avuto solo questi, di segni?
Anche altri. Carlo mi predisse che sarei diventata di nuovo madre, benché stessi per compiere 40 anni. E nel 2010, quando gi ne avevo 43, diedi alla luce due gemelli, Michele e Francesca.
Perché fu sepolto ad Assisi?
Abbiamo una casa in Umbria. Un cartello avvertiva che c’erano in vendita nuovi loculi nel cimitero comunale. Chiesi a Carlo che cosa ne pensasse. “Sarei felicissimo di finire qua”, rispose. Il suo corpo intatto stato poi traslato nel santuario della Spogliazione, dove ora i fedeli potranno venerarlo per sempre.
Che cosa le manca di più di suo figlio?
L’allegria. Appena morì, ricordo d’aver pensato: e ora chi mi far ridere? e chi mi aiuterò con il computer? Mi restano i suoi pensieri, detti e scritti: “Non io, ma Dio!”. “Da qualunque punto di vista la si guardi, la vita sempre fantastica”. “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”.
L’ultimo rende bene l’idea dei social.
Così, gli uomini d’oggi sono ripiegati su sè stessi. La loro felicità fatta solo di like. Ma Carlo l’influencer di Dio.
Non vorrebbe che fosse ancora qui con lei, anziché avere un santo in cielo?
Ho fatto mia l’invocazione di Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. I figli non ci appartengono, ci sono affidati. Sento Carlo più presente di quando era in vita. Vedo il bene che fa. Mi basta.
Valeria Valverde
Il miracolo attribuito all’intercessione di Carlo Acutis riguarda Valeria Valverde, una giovane originaria del Costa Rica che studiava a Firenze. Il 2 luglio 2022 Valeria ebbe un grave incidente in bicicletta e riportò un trauma cranico molto severo, tanto da dover essere sottoposta d’urgenza a un delicato intervento chirurgico.
Le sue condizioni erano estremamente critiche. Sei giorni dopo l’incidente, la madre Liliana si recò ad Assisi e pregò davanti alla tomba di Carlo Acutis, affidandogli la guarigione della figlia. Proprio quel giorno Valeria iniziò a migliorare improvvisamente: riprese a respirare spontaneamente e nei giorni successivi recuperò i movimenti e la capacità di parlare.
Gli esami mostrarono la progressiva scomparsa dell’emorragia cerebrale e la ragazza ebbe una ripresa molto più rapida del previsto, fino alla completa guarigione.
Il 23 maggio 2024 la Chiesa riconobbe ufficialmente questo evento come miracolo attribuito all’intercessione di Carlo Acutis, contribuendo così alla sua canonizzazione.
«Figlioli… tornando a casa, troverete i bambini, date loro una carezza e dite: questa è la carezza del papa. Troverete, forse, qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Dite che il papa è con loro…».
Era una tiepida serata d’autunno e Giovanni XXIII congedava così la gente accorsa in piazza San Pietro per celebrare l’avvio del concilio Vaticano II (11 ottobre 1962). Quelle parole, intrise di umanità e di poesia, commossero il mondo e furono il miglior preludio della grande assise ecumenica destinata a rinnovare profondamente la chiesa e che fece di Giovanni XXIII, come scrisse Frainois Mauriac, il papa che ha gettato «un ponte sui nove secoli che ci dividono dai cristiani dell’oriente e sui quattro che ci separano dai fratelli dell’occidente». Insomma: il papa del dialogo, delle aperture, delle audaci novità che in pochi anni servirono ad avvicinare la chiesa al mondo moderno. Quando lo elessero, ormai prossimo agli ottant’anni, tutti pensarono che sarebbe stato un papa di transizione, per consentire alla chiesa di riordinare le idee di fronte alle sfide che la società le stava imperiosamente ponendo. Invece il suo pontificato fu sì di breve durata, ma come pochi altri significativo e incidente.
Giovanni XXIII presiede la cerimonia di apertura del Concilio Vaticano II foto di repertorio
L’idea di finire lui stesso sul soglio di Pietro non l’aveva neppure sfiorato quando, il 12 ottobre 1958, lasciava Venezia per andare a Roma a eleggere il successore di Pio XII. Era certo che a Venezia, la città del santo papa Pio X di cui si sentiva onorato di continuare l’opera, si sarebbe conclusa la parabola della sua vita.
ELEVAZIONE A CARDINALE
La domenica 15 marzo 1953 si era presentato ai veneziani con semplicità, e con stile confidenziale aveva fatto il punto della sua vita: «Desidero parlarvi con la più grande apertura di cuore e con molta franchezza di parola “aveva detto”. Sono state dette e scritte cose che sorpassano di molto i miei meriti. Mi presento umilmente io stesso. Vengo dall’umiltà e fui educato a una povertà contenta e benedetta. Da quando nacqui io non ho mai pensato che a essere prete. Da giovane prete non aspiravo che a diventare curato di campagna nella mia diocesi, ma la Provvidenza ha voluto avviarmi per altre strade prima di giungere qui. Mi trasse dal mio villaggio natio e mi rete percorrere le vie del mondo in Oriente e in Occidente. Fui sempre preoccupato più di ciò che unisce che di quello che separa e suscita contrasti. Non guardate dunque al vostro patriarca come a un uomo politico, a un diplomatico: cercate il sacerdote, il pastore d’anime che esercita tra voi il suo ufficio nel nome di Dio».
BIOGRAFIA
Giovanni XXIII, Angelo Giuseppe Roncalli, era nato a Sotto il Monte, piccolo paese del bergamasco, il 25 novembre 1881. Alla povertà contenta e benedetta lo ha educato la sua patriarcale famiglia contadina che viveva nella cascina «La Colombera», alternando lavoro e preghiera, sotto la guida saggia dello zio Saverio.
Di indole buona e sensibile, sentì presto il desiderio di consacrare la propria vita a Dio per poter servire meglio gli altri nella carità. Nel seminario di Bergamo iniziò la lunga strada di preparazione al sacerdozio, che si concluse a Roma il 10 agosto 1904.
Pretino novello, invece che nella desiderata parrocchietta di campagna, fu mandato a fare il segretario del nuovo vescovo di Bergamo, monsignor Radini Tedeschi, al fianco del quale rimase dieci anni, imparando che un uomo di chiesa deve essere soprattutto buono e caritatevole. Una lezione, accompagnata dall’esempio, che non scorderà mai più. Intanto viveva la terribile esperienza della prima guerra mondiale, alla quale partecipò come sergente di sanità e cappellano militare.
Neppure alla morte del monsignore si aprirono per don Angelo le porte di una canonica. Lo vollero a Roma, all’Opera della propagazione della fede, diretta dal cardinale von Rossum, il quale vide nell’intelligente e saggio prete bergamasco l’uomo giusto da inviare nelle capitali del mondo a intessere rapporti con le chiese e con gli stati. «Dovrete viaggiare, viaggiare molto. Sarete il viaggiatore di Dio», gli disse papa Benedetto XV nell’affidargli l’incarico.
Consacrato vescovo il 15 marzo 1925, cominciò il suo lungo viaggio che lo porterà in missione come visitatore apostolico in Bulgaria, poi delegato apostolico in Turchia e in Grecia e poi nunzio apostolico a Parigi, ultima tappa prima dell’approdo a Venezia.
Partendo per la Bulgaria, annotava nel diario (Giornale dell’anima): «La chiesa mi vuole vescovo per mandarmi in Bulgaria, a esercitare un ministero di pace. Forse nella mia vita mi attendono molte tribolazioni. Con l’aiuto del Signore mi sento pronto a tutto». E con l’aiuto del Signore invocato nella preghiera, e con le sue doti di pazienza, di bontà, di tenacia, di rispetto delle posizioni degli altri, ottenne in Bulgaria, dove i rapporti con la chiesa ortodossa non erano dei migliori, ottimi risultati. Come avvenne poi anche in Grecia e in Turchia.
Il suo spirito ecumenico si formò da quelle parti, sul campo: certi pregiudizi incrostatisi nel tempo cominciarono qua e là a sciogliersi al calore della bontà e della carità di questo insolito rappresentante della chiesa di Roma. Spesso, tra la sorpresa e l’ammirazione dei presenti, gli incontri di monsignor Angelo Roncalli con i vescovi ortodossi si concludevano con un abbraccio, a suggellare un’amicizia che cancellava, nei loro rapporti, secoli di divisioni e di incomprensioni. Fu per questo il primo dignitario della chiesa cattolica a visitare il celebre, e inavvicinabile per i cattolici, monastero del monte Athos in Grecia. E l’ecumenismo sarà un punto forte del suo programma pastorale anche a Venezia, città da sempre considerata ponte tra occidente e oriente.
IL PONTIFICATO DI 5 ANNI
Eletto papa, al cardinale Tisserant che gli chiedeva con quale nome volesse essere chiamato, disse: «Mi chiamerò Giovanni, un nome dolce e nello stesso tempo solenne». Il 28 ottobre 1958, l’umile figlio della terra bergamasca, a settantasette anni, cominciava il servizio che la provvidenza gli aveva assegnato; lo svolgerà con il suo stile accattivante di bontà, di umiltà, di comprensione che faranno di lui il «papa buono». Una bontà sempre condita dal buon umore, dall’ottimismo della fede.
Il primo Natale del Papa bergamasco si recò per la prima volta al Bambino Gesù di Roma. Carezze, abbracci, sorrisi. Ed è il suo diario a restituire in modo chiaro il senso dell’avvenimento: «due ore di gaudio spirituale e, penso, di generale commossa edificazione».
Giovanni XXIII incontra i fanciulli del Bambin Gesù foto di repertorio
Monsignor Loris Capovilla, segretario personale, racconta: «Don Gelmo, amico da settant’anni, visita papa Giovanni in Vaticano, s’inchina per baciargli i piedi. Il vecchio amico papa lo richiama, guardandolo negli occhi: “Don Gelmo che cosa fai? Siamo pur sempre gli stessi figlioli delle nostre buone mamme”. Don Gelmo si giustifica: “Ma voi siete il vicario di Cristo”. E papa Giovanni, abbracciandolo: “Sono però, ancora, il tuo antico compagno di scuola e amico. Ricordati che dal Vaticano e da Seriate [paese di don Gelmo] la strada per giungere al paradiso è la stessa”».
Ad attirare la simpatia della gente, la devozione, l’ ammirazione per papa Giovanni, è soprattutto la sua umiltà: «Il Signore mi ha fatto nascere da povera gente e ha pensato a tutto. Io l’ho lasciato fare. Mi sono lasciato condurre in perfetta conformità alle disposizioni della provvidenza, veramente: Voluntas Dei pax nostra (nella volontà di Dio sta la nostra pace)».A monsignor Giovan Battista Montini (il futuro Paolo VI), che nel novembre del 1952 dalla Segreteria di stato gli comunicava l’intenzione di Pio XII di trasferirlo da Parigi alla sede patriarcale di Venezia, scriveva: «Assicuri Sua Santità che io ho pochissima stima di me stesso: per me tutto è superiore al mio merito; ma avendo da tempo rinunziato a tutto quel che riguarda la mia persona, ciò mi rende tutto più facile e tranquillo, e mi assicura in ogni evento una grande pace».
Riusciva a unire la pazienza al coraggio: «Il coraggio si esercita quando sono in pericolo i supremi interessi dell anima e non meschine rivalità di casta o il desiderio, sia pur legittimo, di personale soddisfazione». L:anziano papa è stato una primavera per la chiesa e, per il mondo intero, una porta aperta alla speranza. Non hanno avuto ragione quanti avevano ravvisato nelle sue aperture la rovina della chiesa.
Il 3 giugno 1963, alle ore 19.45, in Vaticano, si spegneva una grande luce sul mondo. Il suo nome era Giovanni. Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 3 settembre 2000 ed è stato canonizzato il 27 aprile 2014 da Papa Francesco.
MARTIROLOGIO ROMANO. A Roma, San Giovanni XXIII, papa: uomo dotato di straordinaria umanità, con la sua vita, le sue opere e il suo sommo zelo pastorale cercò di effondere su tutti l’abbondanza della carità cristiana e di promuovere la fraterna unione tra i popoli; particolarmente attento all’efficacia della missione della Chiesa di Cristo in tutto il mondo, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II.
IL DISCORSO DELLA LUNA
È uno dei più famosi discorsi di San Giovanni XXIII. Fu pronunciato l’11 ottobre 1962, dalla finestra del palazzo Apostolico in Piazza San Pietro alla folla in onore della fiaccolata serale di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Roncalli, chiamato a gran voce, decise di affacciarsi per benedire i presenti. All’inizio doveva essere una semplice benedizione poi si convinse a pronunciare un discorso semplice e breve che divenne una delle allocuzioni più celebri della storia della Chiesa Cattolica:
«Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la Luna si è affrettata, stasera – osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo. Vi è che noi chiudiamo una grande giornata di pace; di pace: « Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà ».
Ripetiamo spesso questo augurio e quando possiamo dire che veramente il raggio, la dolcezza della pace del Signore ci unisce e ci prende, noi diciamo: “Ecco qui un saggio di quello che dovrebbe essere la vita, sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità”.
Dite un poco: se domandassi, potessi domandare a ciascuno: “Voi da che parte venite?”, i figli di Roma che sono qui specialmente rappresentanti [risponderebbero]: “Noi siamo i vostri figliuoli più vicini, Voi siete il Vescovo di Roma”. Ma voi, figliuoli di Roma, voi sentite di rappresentare veramente la Roma caput mundi, così come nella Provvidenza è stata chiamata ad essere: per la diffusione della verità e della pace cristiana. In queste parole c’è la risposta al vostro omaggio. La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di Nostro Signore, ma tutt’insieme, paternità e fraternità, e grazia di Dio, tutto, tutto!
Continuiamo, dunque, a volerci bene, a volerci bene così, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro, cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello – se c’è – qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà. Niente: Fratres sumus! La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è luce di Cristo, il quale veramente vuol dominare, con la grazia sua, tutte le anime. Stamattina è stato uno spettacolo che neppure la Basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, non ha mai potuto contemplare.
Apparteniamo quindi ad un’epoca, nella quale siamo sensibili alle voci dall’alto: e vogliamo essere fedeli e stare secondo l’indirizzo che il Cristo benedetto ci ha fatto. Finisco, dandovi la benedizione. Accanto a me amo invitare la Madonna santa e benedetta, di cui oggi ricordiamo il grande mistero.
Ho sentito qualcuno di voi che ha ricordato Efeso e le lampade accese intorno alla basilica di là, che io ho veduto con i miei occhi, non a quei tempi, si capisce, ma recentemente, e che ricorda la proclamazione del dogma della divina maternità di Maria. Ebbene, invocando lei, alzando tutti insieme lo sguardo verso Gesù benedetto, il figliol suo, ripensando a quello che è con voi, a quello che è nelle vostre famiglie, di gioia, di pace e anche, un poco, di tribolazione e di tristezza, la grande benedizione accoglietela di buon animo.
Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alla impressione di questa sera. Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli; e poi, tutti insieme, aiutati così nella santa pace del Signore, alle opere del bene! Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino.»
di Redazione Online- Coriere della Ser a– 10 Ottobre 2026
Le notizie sul conflitto tra Ucraina e Russia di sabato 10 ottobre, in diretta
È il 1.690° giorno di guerra in Ucraina: l’invasione russa è scattata il 24 febbraio 2022
Raid russo su due bus a Kramatorsk: almeno 33 morti. Gli ucraini colpiscono una raffineria russa in Siberia, a 2500 chilometri dal confine
Nella serata italiana di venerdì 9 ottobre Trump ha annunciato su Truth un’intesa con Putin sulle forniture di diesel russo al mercato americano e mondiale, sostenendo che l’accordo contribuirà a far scendere i prezzi. L’attacco di Zelensky: «La Russia ripagherà il diesel con ulteriore terrore e perfidia»
Mosca plaude a Trump. L’inviato di Putin, Dmitriev: «Su Zelensky iconico e storico»
L’attacco di Donald Trump a Volodymyr Zelensky, con la richiesta di un nuovo presidente per l’Ucrain, ha raccolto il plauso immediato di Mosca. «Il presidente Trump si unisce ai molti che credono che l’Ucraina abbia bisogno di una leadership realmente focalizzata sulla pace, non sull’avventurismo bellico di Zelensky», ha scritto su X Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per la cooperazione economica.
«Iconico e storico», ha aggiunto Dmitriev che nelle scorse settimane era stato a Washington per incontrare esponenti dell’amministrazione Trump. E forse in quell’occasione è maturato l’accordo annunciato ieri di una sospensione delle sanzioni Usa sul diesel in cambio di massicce forniture di gasolio al mercato americano. «La diplomazia del diesel ha tolto la maschera a Zelensky», ha non a caso commentato ancora l’inviato del Cremlino.
19:44 | 10 Ottobre
Trump scarica Zelensky
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scaricato il leader ucraino Volodymyr Zelensky, «colpevole» di aver criticato l’accordo sul diesel raggiunto tra Trump stesso e Vladimir Putin. Trump ha criticato la strategia di Kiev, che sta colpendo le raffinerie russe per impedire a Mosca di guadagnare con l’export di greggio i fondi necessari per continuare l’invasione dell’Ucraina. «Zelensky faccia quello che vuole, ma non colpisca le raffinerie russe. Farebbe meglio a piantarla», ha detto. Poi ha affermato che Zelensky «avrebbe potuto mettere fine alla guerra più volte», e ha affermato che è arrivato il momento che l’Ucraina si doti di un nuovo presidente per raggiungere un accordo con Mosca. «Suggerisco che si dotino di un nuovo leader in grado di raggiungere un accordo. Per qualche motivo (Zelensky ndr.) non lo fa mai». Mosca continua a sostenere di volere l’intero territorio ucraino del Donbass, e che «i suoi obiettivi» non sono cambiati rispetto a quando, 4 anni fa, ha lanciato la sua guerra di invasione dell’Ucraina.
18:49 | 10 Ottobre
Trump: «Zelensky avrebbe potuto mettere fine alla guerra più volte»
Prima di partire per il Tennessee, Donald Trump ha rilasciato delle dichiarazioni alla stampa: «Kiev farebbe meglio a piantarla e smetterla di attaccare le raffinerie. Zelensky avrebbe potuto mettere fine alla guerra più volte, vuole creare problemi al mondo e agli agricoltori. È arrivato il momento per l’Ucraina di eleggere un nuovo leader, così che sarà possibile fare un nuovo accordo».
18:27 | 10 Ottobre
Kiev: «Salgono a 20 morti nell’attacco russo su Zaporizhzhia, 3 sono bambini»
Il bilancio del raid aereo russo che ha colpito Zaporizhzhia è salito a 20 morti, tra cui 3 bambini. Lo riferisce su Telegram il Servizio statale di emergenza dell’Ucraina, secondo cui altre 18 persone sono rimaste ferite, di cui 3 bambini. I soccorritori hanno tratto in salvo 3 persone, e «le operazioni di emergenza e di soccorso sono in corso», ha aggiunto.
18:21 | 10 Ottobre
Tass: «Witkoff e Kushner potrebbero recarsi a Mosca nelle prossime due settimane»
I due inviati del presidente Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner potrebbero recarsi a Mosca, in Russia, «nelle prossime due settimane». E’ riferisce l’agenzia di stampa russas `Tass´. «Una simile possibilità, in effetti, esiste. I dettagli verranno concordati», ha sottolineato una fonte alla `Tass´ commentando la possibilità che la prossima visita degli inviati Usa in Russia si svolga nel giro di un paio di settimane.
17:01 | 10 Ottobre
Kallas: «Lo stop alle sanzioni sul gasolio russo finanzia la guerra di Mosca»
«Gli attacchi russi hanno ucciso oltre 80 civili ucraini in due giorni. Inoltre, la Russia ha intensificato i suoi attacchi ibridi contro l’Europa, prendendo di mira sia gli Stati membri dell’Ue sia gli alleati della Nato. La sospensione delle sanzioni sul gasolio russo garantisce a Mosca maggiori entrate per finanziare la guerra. Non è questo il momento di allentare la pressione sulla Russia, e l’Europa non lo farà. Lunedì i ministri degli Esteri dell’Ue intendono approvare il più ampio pacchetto di inserimenti nelle liste delle sanzioni contro la macchina bellica russa dall’inizio della guerra». Lo dichiara sui social l’alta rappresentante Ue Kaja Kallas.
Dopo anni di oblio, nell’Ottocento le terre africane furono percorse da esploratori, mercanti e agenti commerciali delle potenze europee. Con loro viaggiavano spesso dei missionari desiderosi di portare l’annuncio di Cristo alle popolazioni indigene.
Le origini e la formazione
Daniele Comboni nacque a Limone sul Garda il 15 marzo 1831, in una famiglia di contadini poveri ma unita, profondamente religiosa e legata ai valori umani. Quarto di otto figli, perse quasi tutti i fratelli in tenera età.
A causa delle difficoltà economiche della famiglia, lasciò il paese per studiare a Verona, presso l’Istituto di don Nicola Mazza. Qui completò gli studi di filosofia e teologia e scoprì la sua vocazione al sacerdozio. Durante questo periodo, si aprì alla missione in Africa Centrale, ispirato dalle testimonianze dei missionari mazziani tornati dal continente africano.
La vocazione missionaria
San Daniele, che fin da giovane scelse di diventare missionario in Africa, fu a sua volta un viaggiatore instancabile nel continente nero. Ordinato sacerdote nel 1854, tre anni dopo sbarcò in Africa per la prima volta.
Il primo viaggio missionario finì presto con un fallimento: l’inesperienza, il clima avverso e l’ostilità dei mercanti di schiavi lo costrinsero a tornare a Roma. Mentre alcuni suoi compagni si lasciarono vincere dallo scoramento, egli progettò un piano globale di evangelizzazione dell’Africa.
Mise poi in atto un’incisiva opera di sensibilizzazione a Roma e in Europa e fondò diversi istituti maschili e femminili, oggi conosciuti come comboniani.
Il ritorno in Africa e le opere
Di nuovo in Africa nel 1868, Daniele poté finalmente dare avvio al suo piano. Con i sacerdoti e le suore che l’avevano seguito, lottò contro la tratta degli schiavi, si dedicò all’educazione della popolazione locale e si impegnò perché la fede cristiana mettesse radici profonde nella cultura africana.
Spirito aperto e intraprendente, scrisse numerose opere di animazione missionaria e fondò la rivista Nigrizia, ancora attiva oggi. Negli anni 1877-78 visse insieme con i suoi missionari e missionarie la tragedia di una siccità e carestia senza precedenti. Fu l’anticipazione della morte, sopraggiunta nel 1881.
Il riconoscimento della Chiesa
Nel 2003, nel giorno della canonizzazione, Giovanni Paolo II lo definì un «insigne evangelizzatore e protettore del continente nero». Se il cristianesimo in Africa ha oggi un futuro di speranza, lo si deve in parte alla sua opera.
MARTIROLOGIO ROMANO. Nella città di Khar m in Sudan, san Daniele Comboni, vescovo, che fondò l’Istituto per le Missioni Africane e, nominato vescovo in Africa, si prodigò senza mai lesinare energie nel predicare il Vangelo in quelle regioni e nel prendersi in tutti i modi cura della dignità degli esseri umani.
di Redazione Online -Corriere della Ser – 10 Ottobre 2026
Papa Leone XIV ha postato su X una netta condanna alla pena di morte, che «attenta all’inviolabilità e dignità della persona», poche ore dopo le frasi del segretario alla Guerra Usa sulla necessità di fucilare un condannato a morte, trasmettendo l’esecuzione in streaming
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«La pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». A scriverlo su X è stato papa Leone XIV: in un post che – sia pure non esplicitamente – torna nei fatti a porre il pontefice in rotta di collisione con l’amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump. Prevost fa sentire la propria voce nei giorni in cui nel mondo si parla della diretta streaming dell’esecuzione di Nidal Hasan negli Stati Uniti.
La giustizia
«Il bene comune può essere tutelato e i requisiti della giustizia possono essere salvaguardati senza ricorrere alla pena capitale», ha scritto Prevost nella Giornata mondiale contro la pena di morte. «Sono stati messi a punto sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi».
Le parole del Papa arrivano a poche ore da quelle del segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, che nelle scorse ore aveva annunciato l’esecuzione di Nidal Hasan – l’ex maggiore che il 5 novembre 2009 aveva ucciso 13 persone a Fort Hood, in Texas – con una fucilazione, da trasmettersi in streaming. «Faremo in modo che la gente possa vederlo. Che sia pubblico», ha detto Hegseth alla tv di destra «Real America’s Voice».
Il 12 ottobre la Chiesa celebra la festa liturgica di san Carlo Acutis, canonizzato in piazza San Pietro da Leone XIV il 7 settembre 2025.
Il film di Giacomo Campiotti a lui dedicato, Il mio nome è Carlo, trasmesso in televisione il 23 settembre 2026 su Canale 5, ha raccolto 4 milioni e 269.000 spettatori, sfiorando il 30 per cento di share; un successo straordinario che ha stupito gli stessi dirigenti di Mediaset, che lo hanno prodotto.
Carlo Acutis, morto a 15 anni il 12 ottobre 2006, fu un adolescente che appartenne pienamente al nostro tempo, tanto da essere stato chiamato il «santo di Internet», per la sua capacità di utilizzare gli strumenti tecnologici. L’espressione rischia però di lasciare in ombra la luce che guidava la sua anima. «Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita», aveva scritto ancora bambino. A quel programma volle restare fedele fino alla malattia, una leucemia fulminante, che lo condusse alla morte in 10 giorni, a soli quindici anni.
Carlo nacque a Londra il 3 maggio 1991, da una famiglia benestante italiana, che vi si trovava per il lavoro del padre. Pochi mesi dopo la famiglia rientrò a Milano, dove egli frequentò la scuola delle Suore Marcelline e poi il liceo dell’istituto Leone XIII. Ricevette la Prima Comunione il 16 giugno 1998, a sette anni. Da allora l’Eucarestia divenne il centro delle sue giornate. Chiamava l’Eucaristia la sua «autostrada per il Cielo». Con un’immagine familiare a un adolescente, indicava nella presenza reale di Cristo la via su cui desiderava camminare. «Si va dritti in Paradiso – diceva – se ci si accosta tutti i giorni all’Eucarestia!». Carlo affermava che il momento decisivo per chiedere al Signore delle grazie è quello della consacrazione e al termine di essa diceva al Signore: «Per il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria vi offro tutte le mie richieste e vi chiedo di esaudirmi» (Nicola Gori, Eucaristia. La mia autostrada per il cielo. Biografia di Carlo Acutis (1991-2006), San Paolo, 2024,p. 89).
Alla Comunione quotidiana accompagnava la preghiera del Rosario e, quando poteva, l’adorazione del Santissimo Sacramento. Dopo una visita alla Grotta di San Michele Arcangelo al Gargano, iniziò a recitare anche la Corona angelica dedicata ai nove cori degli Angeli.
La sua fede comprendeva anche un vivo senso del peccato e della necessità della Confessione. Nella sua vita spirituale ebbe sempre presente i Novissimi: ovvero le realtà ultime della Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Diceva ancora: «Se veramente le anime corrono il rischio di dannarsi, come in effetti molti Santi hanno testimoniato e anche le apparizioni di Fatima hanno confermato, mi chiedo il motivo per cui oggi non si parli quasi mai dell’Inferno, perché è una cosa talmente terribile e spaventosa che mi fa paura il solo pensarci» (N. Gori, op. cit., p. 81).
Leone XIV, nell’omelia della canonizzazione, ha ricordato una sua frase: «L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato». La santità, ai suoi occhi, non era un sentimento vago, ma una vita alimentata dai sacramenti e orientata alla salvezza eterna.
La carità di Carlo aveva destinatari concreti. Convertì alla fede cattolica il suo domestico e fedele amico Rajesh, di religione induista, preparandolo, dopo il battesimo, a ricevere i sacramenti dell’Eucarestia e della Cresima. Insegnava catechismo ai bambini, aiutava chi incontrava nel suo quartiere e dedicava tempo ai poveri. Frequentava le mense e prestava attenzione ai senzatetto; utilizzava anche parte del denaro ricevuto dai genitori per soccorrere generosamente persone in difficoltà. Grazie alle sue capacità informatiche ideò una mostra internazionale sui miracoli eucaristici, raccogliendo fotografie, notizie storiche e documenti relativi a numerosi episodi. La scelta del tema rivela ciò che gli stava a cuore. Carlo si chiedeva come fosse possibile che tanti fossero disposti a lunghe attese per un concerto, mentre pochi sostavano davanti al tabernacolo. I racconti dei miracoli eucaristici erano, nel suo progetto, un invito a riscoprire il mistero che si celebra ogni giorno sull’altare.
La devozione alla Vergine Maria, alla quale si consacrò, occupava un posto costante nella sua vita. Visitò Lourdes e Fatima. Fu devoto dei primi venerdì del mese e soprattutto dei primi sabati del mese richiesti dalla Madonna a Fatima. Suor Lucia morì nel monastero di Coimbra, a 97 anni, il 13 febbraio 2005. Pochi giorni dopo la sua morte, Carlo sognò la veggente di Fatima mentre gli diceva che con la pratica deiPrimi Cinque Sabati del mese, si potevano cambiare i destini del mondo.
Carlo fu a San Pietro in occasione del grande Giubileo del 2000, quando i vescovi di tutto il mondo insieme al papa Giovanni Paolo II fecero la consacrazione del millennio alla Vergine Maria e si commosse nel vedere che la statua della Madonna di Fatima era stata portata appositamente dal Portogallo.
Ammalatosi improvvisamente nell’ottobre del 2006, qualche giorno prima di esser ricoverato all’ospedale San Gerardo di Monza, disse ai suoi genitori: «Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore, per il Papa e per la Chiesa, per non fare il purgatorio e andare dritto in cielo». Il suo cuore smise di battere alle 6,45 del 12 ottobre, vigilia dell’ultima apparizione di Fatima.
L’esistenza di Carlo si compì in quell’offerta, dopo anni nei quali aveva imparato a cercare il Signore nella preghiera e nell’adorazione. La Chiesa lo proclamò beato ad Assisi il 10 ottobre 2020 e, dopo aver riconosciuto due miracoli, lo canonizzò a Roma cinque anni dopo. Le sue spoglie riposano ora nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Assisi. Durante la cerimonia di canonizzazione, Leone XIV richiamò una delle espressioni che meglio riassumono il cammino di san Carlo Acutis: «Non io, ma Dio».
In un’epoca che invita a mettere sé stessi al centro, dimenticando Dio e il prossimo, queste quattro parole indicano una diversa prospettiva, teocentrica e soprannaturale. Carlo non rinunciò alle possibilità offerte dal proprio tempo, ma imparò a ordinare ogni cosa all’amore di Dio. Per questo la sua figura parla ai ragazzi e agli adulti: ricorda a tutti che una vita può essere breve e tuttavia piena, quando trova nell’Eucaristia e nella devozione alla Vergine Maria il suo centro, vivendo in questo spirito l’amore per il prossimo e la testimonianza pubblica della propria fede.