Per diversi secoli, la Chiesa ortodossa di Kiev e Mosca ha datato il Battesimo della Rus’ al 1° agosto del 988, nella festa del Salvatore Misericordioso e della Santissima Madre di Dio, in cui si doveva benedire l’acqua in memoria della “Fonte del Dnepr”. L’idea di collegare la festa alla memoria di Vladimir nacque nel contesto degli intrighi ecclesiastici e politici del 2008.

di Stefano Caprio – Asia News, 1 agosto 2026

Il 28 luglio è stato celebrato in Russia il “Giorno del Battesimo della Rus’”, mentre il 15 luglio in Ucraina è stato celebrato il “Giorno del Battesimo della Rus’ di Kiev”. Si tratta della stessa festività, ma le date e i nomi sono diversi, e rivela che al centro dell’eterna guerra russo-ucraina si cela un mito storico, che può essere approssimativamente descritto come una disputa sull’eredità della Rus’ di Kiev. Secondo la legge russa “Giorni di gloria militare e date memorabili in Russia”, il Giorno del Battesimo della Rus’ viene celebrato a livello nazionale nel Paese dal 2010, e cade il 28 luglio, data che nel calendario ecclesiastico corrisponde al giorno della morte del santo principe Vladimir il Grande, il battezzatore di Kiev nel 988, morto nel 1015.

Anche in Ucraina questa festività viene celebrata dal 2008, quando il presidente Viktor Yuščenko emanò un decreto in tal senso. A causa del recente passaggio della Chiesa ortodossa ucraina a un nuovo calendario, che coincide con il calendario gregoriano civile, la festività cade il 15 luglio, che sarebbe il 28 nel calendario giuliano. Viene anche chiamata con una denominazione leggermente diversa: “Giorno del Battesimo della Rus’ di Kiev – Giorno della statualità ucraina”. Questa festività apparentemente identica, dedicata a un singolo evento storico, è diventata un ostacolo nella disputa tra due concetti storici: quello moscovita e imperiale e quello kieviano e nazionale, che Mosca a un certo punto ha iniziato a definire “separatista”. Questa disputa si è riversata dalla sfera accademica e religiosa sui veri campi di battaglia, in nome della quale negli ultimi quattro anni sono stati versati fiumi di sangue.

Per diversi secoli, la Chiesa ortodossa di Kiev e Mosca ha datato il Battesimo della Rus’ al 1° agosto del 988, nella festa del Salvatore Misericordioso e della Santissima Madre di Dio, in cui si doveva benedire l’acqua in memoria della “Fonte del Dnepr”. L’idea di collegare la festa alla memoria di Vladimir nacque nel contesto degli intrighi ecclesiastici e politici del 2008, quando durante le celebrazioni del 1020° anniversario del Battesimo della Rus’ di Kiev-Ucraina il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, su invito di Yuščenko, giunse a Kiev per proclamare l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina. L’indipendenza ecclesiastica e canonica da Mosca era considerata già allora dal governo come un elemento cruciale per l’indipendenza civile e culturale e per il superamento dell’eredità imperiale, ma Mosca aveva allora sufficiente influenza politica per silurare il progetto e mantenere la propria giurisdizione ecclesiastica sull’Ucraina, cosa che non gli è riuscita dieci anni dopo, con l’autocefalia del 2018.

Nel mezzo di questa “battaglia per l’Ucraina” a livello ecclesiastico e giurisdizionale, nell’estate del 2008 il Sinodo dei vescovi della Chiesa ortodossa russa, guidato ancora dal patriarca Aleksij II, si appellò all’allora presidente russo Dmitrij Medvedev, affinché prendesse l’iniziativa e dichiarasse la festività nazionale anche nella Federazione Russa, dimostrando la continuità dello Stato russo con San Vladimir, per evitare che tale legame sembrasse esistere solo in Ucraina. Per qualche ragione, l’adempimento dell’appello del Sinodo si protrasse per un paio d’anni, e alla fine l’Ucraina si aggiudicò il primato storico per l’istituzione della festività.

Naturalmente il centro sacro della festività è Kiev, la cui geografia comprende numerosi luoghi associati al Battesimo della Rus’: la confluenza del fiume Počajna con il Dnepr, il monumento a Vladimir sul ripido pendio del Dnepr, gli scavi della chiesa della Decima costruita dallo stesso principe, e infine il monastero di Vydubitskij, dove secondo la leggenda le statue di Perun e di altre antiche divinità pagane, scagliate dal monte Knjazja, galleggiarono fino alla riva. È chiaro che Vladimir non visitò mai Mosca, poiché la città non era nemmeno stata fondata nel X secolo, apparendo soltanto alla fine del XII secolo. Ora invece i vertici del patriarcato di Mosca, insieme ai rappresentanti del potere, celebrano la festività nella Cattedrale della Dormizione al Cremlino, che hanno proclamato “la chiesa principale della Santa Rus'”, e poi partecipano a una processione religiosa fino al monumento a San Vladimir inaugurato nel 2016 in piazza Borovitskaja nei pressi del Cremlino. All’inaugurazione del monumento, Vladimir Putin si era presentato come il continuatore dell’opera del battezzatore della Rus’, sottolineando la “riunione delle terre russe” e la “unità dei popoli di Russia, Ucraina e Bielorussia”. Il patriarca Kirill, autore della celebre frase “Russia, Ucraina, Bielorussia: questa è la Santa Rus’”, riprese questa retorica.

Nella Russia attuale non è stata invece tenuta alcuna sontuosa celebrazione del Giorno del Battesimo della Rus’ nel quinto anno della Svo, l’operazione militare speciale in Ucraina. In realtà quest’anno tutte le festività russe sono svanite nel nulla, per timore dei droni ucraini: la parata “ridotta” del 9 maggio, il timido raduno dei giorni scorsi davanti a Putin in un vicolo di San Pietroburgo per la Giornata della Marina, o la Giornata dell’indipendenza della Russia, di fatto cancellata, del 12 giugno.

Quando nel 2008 il Giorno del Battesimo della Rus’ venne per la prima volta incorporato nel calendario e nell’ideologia russa, vi si riponevano grandi speranze imperiali. Il musicista rock filorusso di Kiev Oleg Karamazov era a capo dell’organizzazione internazionale “Giorno del Battesimo” e organizzava grandi concerti in piazza Maidan a Kiev, con il già citato slogan “Russia, Ucraina, Bielorussia…”. L’organizzazione includeva rappresentanti del patriarcato di Mosca, e anche Jurij Ševčuk, fondatore del popolarissimo gruppo rock dei Ddt fu ospite degli eventi, mentre oggi suona in esilio contro la guerra. Durante il governo di Janukovič in Ucraina, il patriarca Kirill visitò più volte Kiev sotto gli auspici della celebrazione del Battesimo, e diverse reliquie sacre furono portate dalla Russia “per la venerazione”. L’idea principale di quella festività rimaneva la tesi formulata dagli storici pre-rivoluzionari e rafforzata dagli storici sovietici, secondo cui dopo l’invasione mongolo-tatara “il centro della Rus’ si spostò da Kiev a Mosca”, e pertanto la moderna Kiev e l’Ucraina nel suo complesso fanno parte del “mondo russo” moscovita, il katekhon, ovvero il garante della preservazione dell’Ortodossia intatta e della fede cristiana universale.

L’azione militare del 24 febbraio 2022 ha poi dimostrato il prezzo di queste ideologie, e le attuali prospettive storiche in Russia e Ucraina sono quasi completamente opposte. Persino il discorso di Viktor Yuščenko in occasione del Giorno del Battesimo nel 2009 aveva proclamato San Vladimir come “uno dei fondatori e patroni del nostro Stato”, e i significati fondamentali della festività furono formulati come “la continuità della storia millenaria dell’Ucraina”, “l’indivisibilità del popolo ucraino e la sua unità attorno all’idea di uno Stato forte”, “l’unità delle terre ucraine attorno a Kiev”, la sua “influenza civilizzatrice sulle terre e sui popoli vicini e “l’unità dello Stato e dei principi spirituali”. In altre parole, lo Stato e il suo popolo non si sono mai mossi da Kiev; semplicemente, tra il XIII e il XVII secolo (e in parte anche nel XX) si svilupparono in una direzione diversa, più europea e filo-occidentale, rispetto al principato-regno-impero di Mosca e San Pietroburgo, erede dell’Orda d’Oro tataro-mongola piuttosto che archetipo dell’antica Rus’.

A causa della guerra, l’epiteto “russo” ha acquisito una connotazione esclusivamente negativa nell’uso quotidiano ucraino. Gli studiosi riconoscono che questo epiteto, come il nome del paese Rus‘ fu “intercettato” e “rubato” dalla Moscovia. Un rappresentante classico della storiografia ucraina, l’accademico Mykhailo Hrushevskyj, ha affermato che gli ucraini sono “un popolo il cui nome storico è stato rubato”. Significativamente, fino alla spartizione della Confederazione polacco-lituana alla fine del XVIII secolo, i territori dell’odierna Ucraina occidentale che facevano parte dello stato polacco erano chiamati “Voivodato della Rus’”, e gli ucraini dei Carpazi hanno conservato questa stessa radice nel loro etnonimo, i “Rusini”. Gli attuali “grandi russi” erano tradizionalmente chiamati “moscoviti” nella tradizione ucraina e più in generale in quella occidentale. Dal momento in cui il potente impero, con la sua nuova capitale a San Pietroburgo, si autoproclamò ufficialmente “russo”, gli ucraini adottarono gradualmente un’auto-definizione che sottolineasse più chiaramente la loro distinzione dal “Grande Fratello” che cercava di soggiogarli e assimilarli.

Ciononostante, il linguaggio liturgico della Chiesa, particolarmente arcaico, conserva la memoria dei diritti speciali degli ucraini al toponimo Rus: il primate del patriarcato di Kiev, Filaret (Denisenko), non riconosciuto dalla Chiesa ortodossa russa, detenne il titolo di “patriarca di Kiev e di tutta la Rus’-Ucraina” fino alla sua morte, avvenuta nel marzo di quest’anno. In vista di questa festività, Boris Tarasyuk, fondatore dell’Istituto di Cooperazione Euro-Atlantica di Kiev ed ex-ministro degli esteri ucraino, ha ribadito ancora una volta il diritto dell’Ucraina a riappropriarsi del suo nome storico Rus, magari nella forma di “Rus’-Ucraina”. La propaganda russa, che ha investito molti sforzi nella promozione della dottrina del “popolo unico”, si è molto irritata per tali dichiarazioni, e la portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, come di consueto ha commentato sarcasticamente, mentre il deputato della Duma di Stato ed ex-residente di Odessa Anatolij Vasserman ha definito il concetto di Rus’-Ucraina “una menzogna fasulla”.

Le controversie sul patrimonio storico e sul “diritto a un nome” sono un tema ricorrente tra molte nazioni oggi: si pensi al recente cambio di nome forzato della Macedonia, perché “la vera Macedonia è la Grecia”, o alla disputa tra Cina e Taiwan sul “diritto all’identità cinese”. Attribuire attacchi di massa contro città pacifiche a dispute di questo tipo è pura barbarie medievale, come afferma la storica delle religioni Lera Furman, che si chiede se “la Rus’ fu battezzata per questo scopo”, affinché coloro che si proclamano eredi di questo Battesimo uccidessero gli altri eredi.