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Chiesa cattolica | CR 1971

Carlo Acutis, devoto dell’Eucaristia e di FatimaFONTE IMMAGINE: Chiesa di Milano (https://www.chiesadimilano.it/)

7 Ottobre 2026 ore 14:28

di Roberto de Mattei

Il 12 ottobre la Chiesa celebra la festa liturgica di san Carlo Acutis, canonizzato in piazza San Pietro da Leone XIV il 7 settembre 2025.

Il film di Giacomo Campiotti a lui dedicato, Il mio nome è Carlo, trasmesso in televisione il 23 settembre 2026 su Canale 5, ha raccolto 4 milioni e 269.000 spettatori, sfiorando il 30 per cento di share; un successo straordinario che ha stupito gli stessi dirigenti di Mediaset, che lo hanno prodotto. 

Carlo Acutis, morto a 15 anni il 12 ottobre 2006, fu un adolescente che appartenne pienamente al nostro tempo, tanto da essere stato chiamato il «santo di Internet», per la sua capacità di utilizzare gli strumenti tecnologici. L’espressione rischia però di lasciare in ombra la luce che guidava la sua anima. «Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita», aveva scritto ancora bambino. A quel programma volle restare fedele fino alla malattia, una leucemia fulminante, che lo condusse alla morte in 10 giorni, a soli quindici anni.

Carlo nacque a Londra il 3 maggio 1991, da una famiglia benestante italiana, che vi si trovava per il lavoro del padre. Pochi mesi dopo la famiglia rientrò a Milano, dove egli frequentò la scuola delle Suore Marcelline e poi il liceo dell’istituto Leone XIII. Ricevette la Prima Comunione il 16 giugno 1998, a sette anni. Da allora l’Eucarestia divenne il centro delle sue giornate. Chiamava l’Eucaristia la sua «autostrada per il Cielo». Con un’immagine familiare a un adolescente, indicava nella presenza reale di Cristo la via su cui desiderava camminare. «Si va dritti in Paradiso – diceva – se ci si accosta tutti i giorni all’Eucarestia!».  Carlo affermava che il momento decisivo per chiedere al Signore delle grazie è quello della consacrazione e al termine di essa diceva al Signore: «Per il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria vi offro tutte le mie richieste e vi chiedo di esaudirmi» (Nicola Gori, Eucaristia. La mia autostrada per il cielo. Biografia di Carlo Acutis (1991-2006), San Paolo, 2024,p. 89).

Alla Comunione quotidiana accompagnava la preghiera del Rosario e, quando poteva, l’adorazione del Santissimo Sacramento. Dopo una visita alla Grotta di San Michele Arcangelo al Gargano, iniziò a recitare anche la Corona angelica dedicata ai nove cori degli Angeli.  

La sua fede comprendeva anche un vivo senso del peccato e della necessità della Confessione. Nella sua vita spirituale ebbe sempre presente i Novissimi: ovvero le realtà ultime della Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Diceva ancora: «Se veramente le anime corrono il rischio di dannarsi, come in effetti molti Santi hanno testimoniato e anche le apparizioni di Fatima hanno confermato, mi chiedo il motivo per cui oggi non si parli quasi mai dell’Inferno, perché è una cosa talmente terribile e spaventosa che mi fa paura il solo pensarci» (N. Gori, op. cit., p. 81). 

Leone XIV, nell’omelia della canonizzazione, ha ricordato una sua frase: «L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato». La santità, ai suoi occhi, non era un sentimento vago, ma una vita alimentata dai sacramenti e orientata alla salvezza eterna.  

La carità di Carlo aveva destinatari concreti. Convertì alla fede cattolica il suo domestico e fedele amico Rajesh, di religione induista, preparandolo, dopo il battesimo, a ricevere i sacramenti dell’Eucarestia e della Cresima. Insegnava catechismo ai bambini, aiutava chi incontrava nel suo quartiere e dedicava tempo ai poveri. Frequentava le mense e prestava attenzione ai senzatetto; utilizzava anche parte del denaro ricevuto dai genitori per soccorrere generosamente persone in difficoltà. Grazie alle sue capacità informatiche ideò una mostra internazionale sui miracoli eucaristici, raccogliendo fotografie, notizie storiche e documenti relativi a numerosi episodi. La scelta del tema rivela ciò che gli stava a cuore. Carlo si chiedeva come fosse possibile che tanti fossero disposti a lunghe attese per un concerto, mentre pochi sostavano davanti al tabernacolo. I racconti dei miracoli eucaristici erano, nel suo progetto, un invito a riscoprire il mistero che si celebra ogni giorno sull’altare. 

La devozione alla Vergine Maria, alla quale si consacrò, occupava un posto costante nella sua vita. Visitò Lourdes e Fatima. Fu devoto dei primi venerdì del mese e soprattutto dei primi sabati del mese richiesti dalla Madonna a Fatima. Suor Lucia morì nel monastero di Coimbra, a 97 anni, il 13 febbraio 2005. Pochi giorni dopo la sua morte, Carlo sognò la veggente di Fatima mentre gli diceva che con la pratica deiPrimi Cinque Sabati del mese, si potevano cambiare i destini del mondo.

Carlo fu a San Pietro in occasione del grande Giubileo del 2000, quando i vescovi di tutto il mondo insieme al papa Giovanni Paolo II fecero la consacrazione del millennio alla Vergine Maria e si commosse nel vedere che la statua della Madonna di Fatima era stata portata appositamente dal Portogallo.

Ammalatosi improvvisamente nell’ottobre del 2006, qualche giorno prima di esser ricoverato all’ospedale San Gerardo di Monza, disse ai suoi genitori: «Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore, per il Papa e per la Chiesa, per non fare il purgatorio e andare dritto in cielo». Il suo cuore smise di battere alle 6,45 del 12 ottobre, vigilia dell’ultima apparizione di Fatima.  

L’esistenza di Carlo si compì in quell’offerta, dopo anni nei quali aveva imparato a cercare il Signore nella preghiera e nell’adorazione. La Chiesa lo proclamò beato ad Assisi il 10 ottobre 2020 e, dopo aver riconosciuto due miracoli, lo canonizzò a Roma cinque anni dopo. Le sue spoglie riposano ora nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Assisi. Durante la cerimonia di canonizzazione, Leone XIV richiamò una delle espressioni che meglio riassumono il cammino di san Carlo Acutis: «Non io, ma Dio».

In un’epoca che invita a mettere sé stessi al centro, dimenticando Dio e il prossimo, queste quattro parole indicano una diversa prospettiva, teocentrica e soprannaturale. Carlo non rinunciò alle possibilità offerte dal proprio tempo, ma imparò a ordinare ogni cosa all’amore di Dio. Per questo la sua figura parla ai ragazzi e agli adulti: ricorda a tutti che una vita può essere breve e tuttavia piena, quando trova nell’Eucaristia e nella devozione alla Vergine Maria il suo centro, vivendo in questo spirito l’amore per il prossimo e la testimonianza pubblica della propria fede

BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana.

Santo del giorno 07_10_2026-

Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

La guerra che l’Europa non vuole vedere, la Russia l’ha già cominciata

desc imgdiFederico Rampini| 5 ottobre 2026 – Coriere della Sera

L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace. Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento

Respinta sul fronte convenzionale, Mosca sposta la battaglia dove l’Europa è più debole. Perché la sua difesa è calibrata sulla guerra sbagliata. L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace.

Per diversi giorni consecutivi i droni russi hanno colpito i ponti di Kiev sul Dnepr. Il Ponte Nord, una delle arterie che uniscono le due rive della capitale, è stato centrato di nuovo: traffico sospeso, code interminabili. Nelle stesse ore bombe plananti e droni hanno ucciso cinque persone nella regione di Kharkiv, un mercantile battente bandiera liberiana è stato colpito nella regione di Odessa uccidendo un marinaio, e cinque fra missili e droni russi sono esplosi in territorio moldavo, come ha denunciato la presidente Maia Sandu. Il ministero degli Esteri russo annuncia nuove «rappresaglie di massa» contro Kiev e invita diplomatici e stranieri a lasciare il paese. Le Nazioni Unite hanno documentato almeno 15.000 vittime civili, tra morti e feriti, nei primi otto mesi del 2026.

È la cronaca di un fine settimana qualsiasi nel quinto anno della guerra. 

Per decifrarla serve però un’altra chiave. La forniscono tre testi usciti in questi giorni: un saggio di Alina Frolova sulla rivista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra; un’analisi di Alina Polyakova e Christopher Walker, ai vertici del Center for European Policy Analysis di Washington; un reportage del Wall Street Journal sul primo missile balistico made in Ukraine.

Frolova, ex viceministra della Difesa ucraina e oggi al Centre for Defence Strategies di Kiev, scrive che la Russia sta perdendo la guerra convenzionale. Un anno fa a Bruxelles le chiedevano come Kiev avrebbe compensato l’inferiorità numerica; lei rispondeva che contava la rivoluzione dei droni. I dati che cita, dell’Institute for the Study of War, sono eloquenti: fra dicembre 2025 e maggio 2026 le forze russe hanno guadagnato circa 40 chilometri quadrati netti e ne hanno persi oltre 280. Il fronte è rimasto quasi immobile nonostante la superiorità di Mosca in uomini e mezzi.

Ecco il punto cruciale. 

Una potenza eversiva a cui viene negata la vittoria convenzionale non accetta la sconfitta: cerca un altro campo di battaglia. 
E il più promettente, visto dal Cremlino, è l’Europa. 
Non un’invasione, che richiederebbe anni di preparazione, ma attacchi rapidi e spettacolari: sciami di droni su infrastrutture critiche, incursioni di piccole unità, guerra elettronica e cyber contro uno o più paesi europei, con ogni probabilità i Baltici o la Polonia. 

Lo scopo non è conquistare territorio, ma dimostrare agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev non si misura più in euro e munizioni, bensì nella sicurezza delle loro città. Nella logica russa l’obiettivo non è sconfiggere l’Europa; è costringerla all’acquiescenza.

Qui sta l’errore dei governi. La difesa europea, dai bilanci agli acquisti, è calibrata su un’ipotesi condivisa: che la Russia ricostituisca entro il 2029 una capacità convenzionale sufficiente a minacciare la Nato. L’Europa si prepara alla guerra del 2029 mentre quella del 2026 è già cominciata.

Polyakova e Walker mettono in fila episodi apparentemente sparsi: droni sulle ferrovie dell’Ucraina occidentale che hanno sfiorato ex leader come Carl Bildt e Boris Johnson; un drone armato abbattuto da caccia Nato sopra la Lituania; un incendio doloso contro un fornitore estone; un rogo sospetto in un impianto polacco di componenti missilistici; sabotaggi alle reti elettriche ad alta tensione in Germania. Esplosioni misteriose in uno stabilimento italiano della difesa. L’Europa non è spettatrice: è sulla mappa dei bersagli.
Per gli autori del Cepa sono elementi di un’unica campagna. 

Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento. Il tutto accompagnato da campagne di disinformazione potenziate dall’AI per logorare il consenso all’Ucraina, con la Cina nel ruolo di retrovia indispensabile. Le nostre democrazie rispondono con gli strumenti del tempo di pace: il sabotaggio diventa un incendio doloso qualunque, il cavo sottomarino tranciato un incidente di navigazione, il cyberattacco un guasto tecnico. Ogni episodio finisce sul tavolo di una procura locale, mentre il disegno complessivo resta senza risposta. Frolova dice lo stesso: l’Europa vede benissimo sabotaggi e incursioni, ne discute, ma non li concepisce come parte di una campagna già in corso.

Perché questa cecità? L’Unione europea è nata come progetto di pace, e le sue istituzioni ne portano il marchio genetico: consenso, procedure pesanti affidate a burocrazie pletoriche, mediazione tra interessi nazionali. Virtù preziose in tempo di pace, che in guerra diventano un costo. Ogni soglia superata nelle forniture a Kiev, dai carri armati agli F-16, ha richiesto mesi di negoziati su chi dovesse muoversi per primo. La domanda non è mai stata che cosa serve sul campo, ma che cosa si riesce ad approvare e come gestirne le ricadute elettorali. Le decisioni che a Bruxelles si misurano in mesi, al fronte si misurano in vite umane e chilometri.

La stessa logica distorce il riarmo. I bilanci militari crescono, ma il denaro affluisce soprattutto verso piattaforme tradizionali, carri armati, artiglieria, grandi programmi aeronautici, con le loro filiere consolidate e le loro lobby industriali. Non che i mezzi pesanti siano obsoleti; ma la loro sopravvivenza dipende ormai dall’integrazione con droni, sensori e guerra elettronica, proprio i settori in cui gli ucraini hanno imparato più in fretta. In Italia il dibattito sul riarmo è ancora ingabbiato nelle percentuali di Pil; la domanda vera è che cosa comprare, e per difendersi in quale guerra. Senza contare il vuoto al centro dell’edificio: con un ridimensionamento americano diventato plausibile, la deterrenza nucleare franco-britannica resta un cantiere aperto.

La proposta più audace riguarda l’Ucraina stessa. Da dodici anni l’Europa si chiede come aiutare Kiev: una relazione tra fornitore e destinatario che produce pacchetti di aiuti, non una strategia. Eppure l’esercito ucraino è il più esperto e collaudato del continente, l’unico ad aver combattuto per oltre quattro anni una guerra ad alta intensità contro il nemico che i nostri stessi pianificatori indicano come minaccia principale. Un comandante onesto lo considererebbe la componente centrale delle forze disponibili, non un beneficiario di assistenza.

Da qui l’idea di un quadro operativo congiunto, persino un quartier generale comune Europa-Ucraina, che integri difesa aerea, intelligence e logistica europee con la potenza di combattimento ucraina, portando i tempi decisionali dalla velocità della diplomazia a quella militare. Nessun soldato europeo andrebbe a combattere in Ucraina, ma la separazione tra chi combatte e chi aiuta verrebbe superata. Il precedente evocato è il comando alleato della Seconda guerra mondiale, che trattava l’Unione Sovietica di Stalin, alleato scomodo, come parte della strategia comune perché la logica militare lo imponeva.

Qualcosa esiste già in embrione: la Joint Expeditionary Force a guida britannica ha fatto dell’Ucraina il suo primo partner potenziato esterno alla Nato, e la Polonia discute se intercettare i missili russi già nello spazio aereo ucraino. Il Cepa arriva a conclusioni parallele: rispondere alla campagna e non al singolo episodio, fissare linee rosse esplicite lasciando ambigua la rappresaglia perché Mosca associ ogni sabotaggio a una perdita tangibile.

Il reportage del Wall Street Journal aggiunge un tassello e insieme un’avvertenza. Giovedì Kiev ha lanciato per la prima volta in combattimento un missile balistico interamente ucraino, l’FP-7 di Fire Point, contro un obiettivo nei territori occupati. Secondo il costruttore colpisce a circa 250 chilometri con una testata di oltre 200 chili. Kiev entra così in un club di una dozzina di paesi capaci di costruirli. «Ora la produzione», ha commentato Zelensky. Michael Kofman del Carnegie Endowment ricorda che tutto dipende dalla cadenza produttiva, e i missili da crociera Neptune e Flamingo si usano di rado proprio perché se ne fabbricano pochi. La Russia non ha questi vincoli: a luglio ha lanciato 195 missili balistici e ipersonici, un record. Kiev è a corto di intercettori Patriot, e Zelensky ammette di dover impiegare i caccia contro i droni a reazione russi, con munizioni anch’esse in esaurimento.

I missili caduti in Moldavia, i droni sopra la Polonia e la Lituania, le esplosioni negli impianti europei sono fatti, non ipotesi. E la storia recente insegna. Dopo la Georgia nel 2008 la Russia si è riorganizzata per sei anni prima di prendersi la Crimea; tra il 2014 e il 2022 ha usato il conflitto congelato per riarmarsi. Ogni volta l’Europa, passato lo shock, è tornata a cercare la normalizzazione. Se domani un cessate il fuoco congelasse il fronte, la tentazione di dichiarare chiusa la partita sarebbe fortissima. Per Mosca sarebbe soltanto un intervallo.

Trump ha perso la pazienza con il Cremlino, anche se il Pentagono continua a fornire un supporto essenziale contro i russi; le capitali europee hanno di fatto sostituito Washington come principali sostenitori finanziari di Kiev. È un ruolo che hanno ereditato senza sceglierlo, e che continuano a interpretare con la mentalità del donatore anziché con quella del bersaglio. Frolova la chiama una forma sofisticata di impreparazione.

5 ottobre 2026, 16:11 – modifica il 5 ottobre 2026 | 16:58

✿☆✿ Lodi di Dio Altissimo ✿☆✿di San Francesco d’Assisi

Tu sei santo, Signore Dio unico, che compi meraviglie. Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo. Tu sei Re onnipotente, tu Padre santo, Re del cielo e della terra. Tu sei Trino e Uno, Signore Dio degli dei, Tu sei bene, ogni bene, sommo bene, Signore Dio, vivo e vero. Tu sei amore, carità. Tu sei sapienza. Tu sei umiltà. Tu sei pazienza. Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine Tu sei sicurezza. Tu sei quiete. Tu sei gaudio e letizia. Tu sei speranza nostra. Tu sei giustizia. Tu sei temperanza. Tu sei ogni nostra sufficiente ricchezza. Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine. Tu sei protettore. Tu sei custode e difensore nostro. Tu sei fortezza. Tu sei refrigerio. Tu sei speranza nostra. Tu sei fede nostra. Tu sei carità nostra. Tu sei completa dolcezza nostra. Tu sei nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Le “pantofole” o sandali di San Francesco sono una preziosa reliquia storica e spirituale, tradizionalmente confezionata da Santa Chiara d’Assisi per alleviare le sofferenze del Santo dopo la stimmate.
I sandali intessuti in giunco e pelle sono custoditi nella Concattedrale di San Flaviano (nella cappella del Sanctorum) a Recanati, in provincia di Macerata.
San Francesco camminò scalzo per gran parte della sua vita, ma negli ultimi anni, a causa delle ferite dolorose alle piaghe e della difficoltà a camminare dopo il soggiorno alla Verna (1224), Santa Chiara cucì per lui queste calzature di protezione. Vennero portate a Recanati nel XV secolo da Papa Gregorio XII

Attacchi ibridi, il generale Masiello: «Sabotaggi e interferenze. Il rischio è concreto: scivolare per errore in un confronto aperto»

di Rinaldo Frignani- Corriere della Sera – 4 Ottobre 2026

Il capo di stato maggiore dell’Esercito italiano: «Siamo in guerra, ibrida ma sempre guerra». Sui rischi della disinformazione «stiamo per distribuire al nostro personale un manuale di autodifesa cognitiva»

L’esercitazione a Monte Romano dei giorni scorsi. Nel riquadro, il generale Carmine Masiello 

«Rinforzare l’informazione e la consapevolezza pubblica sulla guerra ibrida, a partire da chi indossa l’uniforme. Come capo di Stato maggiore dell’Esercito ne sento l’urgenza per le conseguenze che può avere sui miei soldati. Siamo in guerra. Ibrida, ma pur sempre guerra». Il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello non usa giri di parole. La minaccia è presente, proprio mentre guida la più profonda trasformazione dell’Esercito nell’era moderna.

Generale, cosa comporta la guerra ibrida?
«Chi la conduce logora l’avversario senza offrirgli il pretesto per reagire, saggiando di continuo fin dove ci si può spingere prima che scatti una risposta. Il rischio, però, è concreto: non solo subire, ma scivolare per errore in un confronto aperto. C’è un dato di contesto che aiuta a misurare il fenomeno. Gli attacchi cibernetici gravi sono cresciuti di quasi il 50% a livello globale e di oltre il 40% in Italia. Accanto al cyber c’è tutto il resto: sabotaggi a infrastrutture e a cavi sottomarini, disturbo dei segnali satellitari, violazioni sistematiche degli spazi aerei alleati, interferenze nelle campagne elettorali. C’è poi la disinformazione, che si insinua nei processi decisionali (non solo militari, ma politici, economici e sociali) inquinando alla radice le informazioni su cui una comunità fonda le proprie scelte».

A cosa si mira?
«L’obiettivo principale di queste attività è minare la coesione di un Paese e l’anello più esposto non è un sistema d’arma né un’infrastruttura: è la singola persona. Il vettore è lo smartphone che ciascuno di noi ha in tasca, con cui si informa e forma le proprie opinioni. È lì che si gioca la partita, ed è per questo che stiamo per distribuire a tutto il personale dell’Esercito un vademecum: un “manuale di autodifesa cognitiva”, costruito su pochi passaggi essenziali. Riconoscere le leve emotive che la disinformazione utilizza, perché prima ti emoziona e poi ti convince. Cogliere i campanelli d’allarme, perché la fretta è nemica della verifica. E applicare quattro regole pratiche: fermarsi, controllare, confrontare, e solo alla fine condividere. Ma non basta. Da tempo abbiamo conferito nuova forza e attenzione ai nostri valori fondamentali (Patria, disciplina, onore, cui si aggiungono lo spirito di sacrificio, l’obbedienza, il coraggio, la lealtà, il senso del dovere e di appartenenza) perché, a mio modo di vedere, rappresentano l’ultimo, vero baluardo contro ogni forma di attacco cognitivo. Detto questo, sarebbe un errore pensare che la risposta possa essere solo militare. Un attacco informatico, una campagna di disinformazione o il sabotaggio di un’infrastruttura critica non si contrastano con i soli strumenti della Difesa: la tenuta dipende dall’intero sistema Paese, ovvero dalla risposta integrata delle sue Istituzioni, imprese, mezzi di comunicazione e mondo dell’informazione, fino ai singoli cittadini. È una logica portata avanti anche dal ministro Crosetto nel non-paper sul contrasto alla minaccia ibrida: abbandonare una postura reattiva per un approccio predittivo e adattivo, capace di prevenire e assorbire gli attacchi prima che producano danni».

Cosa ci insegna la guerra in Ucraina?
«L’Ucraina è per noi un tragico laboratorio, dove si combattono contemporaneamente tre guerre: una convenzionale, fatta di carri, artiglierie e trincee; una tecnologica, fatta di droni, missili ipersonici, guerra elettronica e attacchi cibernetici; e una terza, cognitiva, che punta al morale dei combattenti e alle opinioni pubbliche, facendo della mente umana una porzione del campo di battaglia. Studiando questo conflitto, la prima lezione, e forse la più dura da accettare, riguarda noi stessi: per oltre vent’anni gli eserciti occidentali, il nostro compreso, si sono assuefatti all’illusione di una pace permanente, abituandosi a operazioni di supporto alla pace condotte con preavvisi lunghi, in teatri relativamente permissivi. Quel modello non regge più. Sul fianco est ci è stato chiesto di schierare, in tempi molto rapidi, unità capaci di esprimere una deterrenza reale: guidiamo il battlegroup multinazionale in Bulgaria, e siamo presenti in Lettonia e in  Ungheria. La logica, oggi, è rovesciata rispetto a quella a cui eravamo abituati: la guerra non chiede il permesso e il contingente, allo scoppio della crisi, deve essere già pronto a rispondere».

In che modo?
«In generale, le implicazioni sono molte e trasversali, ma una ‒ forse ‒ conta più delle altre: oggi, l’Esercito o è tecnologico o non è. L’innovazione tecnologica si muove a ritmi senza precedenti. Si tratta di una rivoluzione con impatti dirompenti sulle capacità di combattimento di un’Istituzione come la nostra: Intelligenza Artificiale, droni, satelliti, missili ipersonici, dominio cyber e guerra elettronica, disinformazione e attacchi ibridi. Il modo di fare la guerra è cambiato, e resistere a questo cambiamento significa soccombere. A partire da questa premessa, sono convinto che tra gli effetti più rilevanti di questo sviluppo tecnologico, che sta cambiando il nostro ‒ e non solo il nostro ‒ modo di combattere, vi sia la “trasparenza del campo di battaglia”. La densità e la diffusione dei sensori hanno reso la sorpresa quasi impossibile. Quella visibilità ‒ fisica ed elettromagnetica ‒ si traduce in vulnerabilità: in pochi minuti (a volte secondi), ciò che viene visto viene colpito, con una precisione che vent’anni fa era appannaggio di pochissimi. Ne discende che dobbiamo ripensare da capo il concetto di occultamento e di inganno: oggi nascondersi dal nemico è molto difficile, ma possiamo ancora impedirgli di capire, confondendolo, disorientandolo e costringendolo a fare continuamente i conti con nuovi dilemmi. Dobbiamo trovare soluzioni nuove, creative e fuori da ogni schema. Parallelamente – dice ancora il generale Masiello -, i conflitti in atto stanno prepotentemente riabilitando il peso decisivo della disponibilità di scorte di munizionamento di ogni tipo (in particolare artiglieria, missili contraerei, missili balistici), di mezzi e materiali, oltreché dell’efficienza di una logistica sempre più aderente alle esigenze del combattimento e, per questo, affidata in larga misura a strumenti tecnologici, tra cui droni e Intelligenza Artificiale.
Tutto questo è strettamente correlato ad un principio che per lungo tempo è sembrato superato, ma che sta nuovamente facendo sentire il proprio peso: la “rilevanza della massa” per sostenere lo sforzo nel tempo. Per anni abbiamo creduto che la qualità potesse compensare la quantità. Non è così: in guerra, le forze si logorano rapidamente e senza la capacità di generarle e rigenerarle velocemente, non si può sostenere un confronto prolungato. Questo vale per il personale, ma è altrettanto vero per i mezzi e i materiali. Le nostre procedure di acquisizione sono state concepite per un mondo che si muoveva lentamente, in cui i sistemi arrivavano dopo anni nelle caserme. Oggi, invece, la tecnologia cambia incessantemente, con una rapidità senza precedenti».

Discorso che vale anche per la dronizzazione del campo di battaglia?
«L’impiego massivo di sistemi robotici autonomi a basso costo è ormai un fatto. Nel solo 2025 la Russia ha lanciato sull’Ucraina cinquantamila droni Shahed: sciami di piattaforme economiche, prodotte in serie e considerate sacrificabili, che saturano i sensori avversari, ne consumano le munizioni di pregio e costringono a scelte continue su dove guardare e cosa colpire. È il principio dello steel before flesh: mandare avanti l’acciaio prima della carne, con piattaforme di consumo che aprono la strada e proteggono gli assetti pregiati e difficili da rigenerare, soprattutto il personale. Questo non deve però veicolare una convinzione che considero sbagliata. Si è detto e scritto di come i sistemi autonomi, in particolare i droni, abbiano decretato la fine delle capacità convenzionali come il carro armato, le artiglierie, gli elicotteri o i sistemi contraerei, ma è una conclusione affrettata: quei sistemi si sono trovati di fronte mezzi corazzati concepiti per scenari superati da decenni, incapaci di contrastare le minacce odierne, come quelle nello spettro elettromagnetico. A essere superato non è il mezzo o il sistema, ma quel particolare modo di concepirlo».

Quindi, in uno scenario come quello attuale, come cambierà l’assetto dell’Esercito?
«In guerra ‒ oggi come ieri ‒ non esistono soluzioni definitive, in grado di rispondere a ogni esigenza e annullare ogni minaccia. Le parti in campo si confrontano su ogni dominio e, a parità di condizioni, prevale chi detiene la tecnologia più avanzata e, al contempo, sa adattarsi più rapidamente. Come accennato, stiamo ripensando quelle capacità tradizionali a cui il conflitto ha restituito centralità: la componente blindo-corazzata, l’artiglieria di precisione e a lungo raggio, la difesa contraerei, le capacità di mobilità e contro-mobilità del genio, le operazioni in ambiente urbano e sotterraneo, e gli elicotteri da combattimento. Ma più che recuperare quelle capacità, come abbiamo detto, le stiamo reinterpretando secondo lo “spirito del nostro tempo”: un “sistema di sistemi” in cui ogni piattaforma è al tempo stesso sensore, effettore e nodo decisionale di una rete più ampia, in grado di condividere e interpretare i dati in tempo reale, determinando chi debba ingaggiare per primo un bersaglio a tutto vantaggio di velocità, protezione, efficacia e letalità».

Anche questa è una rivoluzione. 
«Sicuramente, la dronizzazione della forza armata è uno degli aspetti più innovativi e dirompenti. La sua realizzazione richiede però una revisione strutturale della nostra organizzazione, a partire dalla velocizzazione e dalla semplificazione delle procedure di acquisizione, valutando ogni soluzione per poter avere ciò di cui abbiamo bisogno nei tempi utili a generare l’effetto desiderato. Ma la procedura non basta, serve il risultato: per questo, occorre costruire un rapporto di squadra con l’industria, stabilendo un dialogo costante e diretto. A questo si affianca la dimensione culturale oltreché tecnico-professionale. I droni, e la tecnologia in generale, hanno bisogno di comandanti capaci di impiegarli, integrandoli efficacemente nella pianificazione e condotta di ogni operazione, a tutti i livelli. Parallelamente, il soldato deve considerarli parte del proprio equipaggiamento individuale, qualcosa che sta nello zaino come il fucile o la radio. Infine c’è l’autoproduzione, con la capacità di realizzare e modificare gli apparati direttamente nei reparti, attraverso la stampa tridimensionale e l’acquisizione in proprio dei materiali, proprio come abbiamo fatto durante la “Aegis 26”, a Monte Romano, alla quale ha assistito il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. C’è poi l’Intelligenza Artificiale, che applichiamo a supporto dei processi decisionali ‒ per alleggerire il carico cognitivo dei comandanti ‒ e alla logistica “predittiva”, dove sta dando risultati estremamente concreti».

Cosa avete testato in «Aegis 26»?
«Non è stata una semplice esercitazione. È stata piuttosto un’attività di verifica in cui ci siamo messi in gioco per capire se il processo di trasformazione che abbiamo avviato è idoneo a rispondere alle nuove sfide alla sicurezza. Abbiamo messo alla prova le nostre unità schierandole in uno scenario, costruito sui principali elementi che contraddistinguono gli attuali campi di battaglia: ambienti estremamente complessi, violenti e letali, dove operano piattaforme e sistemi ad elevato contenuto tecnologico. Sopra le teste dei soldati, si muovono contemporaneamente satelliti, velivoli ‒ ad ala fissa e ad ala rotante ‒ e droni di diversa tipologia (da ricognizione, da attacco e intercettori). A terra, nello stesso momento, si combatte in trincea e si aprono varchi nei campi minati. Passato e futuro convivono nello stesso metro quadrato. Su tre aspetti, in particolare, abbiamo voluto concentrare la nostra attenzione. Il primo è la protezione nello spettro elettromagnetico e nel dominio cibernetico, condotta in modo integrato con la manovra: oggi chi non è in grado di difendersi in quello spazio, semplicemente, non sopravvive. Il secondo è l’autoproduzione dei droni direttamente sul campo, con officine campali capaci di realizzare e modificare i sistemi accanto ai reparti che li impiegano: risponde a un problema di attualità, e cioè che la vita utile di questi apparati si conta in settimane, mentre i tempi di acquisizione richiedono anni. Il terzo riguarda ciò che nessuno racconta mai, ma che riveste un’importanza peculiare sul campo di battaglia: la capacità di soccorrere e sgomberare i feriti dalla linea del fuoco, anche attraverso i nuovi veicoli a pilotaggio remoto (UGV – Unmanned Ground Vehicle) che stiamo acquisendo. Sono tutti temi emersi dalle lezioni apprese dai conflitti a cui purtroppo assistiamo in Ucraina come in Medio Oriente: le osserviamo, le studiamo e le portiamo sul terreno, perché un’esercitazione serve esattamente a questo, a provare, sbagliare, correggere e verificare se quello che abbiamo compreso in teoria regge il test della pratica».

Linea di comando e utilizzo dell’IA. Quali sono i rischi?
«Nessuno dei programmi di cui ho parlato funziona se non si cambia il modo di pensare dell’organizzazione, e qui sta l’opportunità più grande che questa fase ci offre: la possibilità di rimettere in discussione abitudini consolidate e ormai superate. Per questo, insisto nel dare voce ai giovani, nell’innalzare la tolleranza al rischio e l’accettazione dell’errore: l’obiettivo più ambizioso è il cambiamento culturale. Il vero abilitante, allora, è la formazione, che abbiamo ripensato integralmente. Da un lato spingiamo sulle materie scientifiche e tecnologiche, dall’altro abbiamo voluto affiancarvi gli studi umanistici e filosofici. Le sfide che abbiamo davanti sono complesse, e affrontarle con una mentalità ristretta o focalizzata su un solo aspetto non aiuta: servono Ufficiali capaci di pensiero critico e laterale, in grado di individuare le domande giuste prima ancora delle risposte. Veniamo ai rischi. Il primo riguarda l’Intelligenza Artificiale, ed è duplice. Da un lato l’atrofia cognitiva, cioè arrivare a fidarsi ciecamente dell’algoritmo invece di ragionare, delegando alla macchina non l’elaborazione del dato, ma il giudizio. Dall’altro, il rischio più profondo della deresponsabilizzazione del comando. A titolo di esempio, l’esperienza dei sistemi di designazione degli obiettivi impiegati negli ultimi anni in Medio Oriente mostra con chiarezza che quando la macchina produce elenchi di bersagli a un ritmo che la verifica umana non riesce a reggere, il controllo dell’uomo rischia di ridursi a una ratifica formale.
Su questo, la mia posizione è netta: l’automazione non cancella i doveri di comando. Per questo abbiamo posto un paletto che non è negoziabile: sarà sempre un essere umano a decidere sulla vita e sulla morte. So che questo comporta un’asimmetria nei tempi di reazione, che può diventare uno svantaggio nei confronti di nemici che rispondono a sistemi etici diversi dal nostro. È un costo che accettiamo, perché rinunciare ai nostri valori significherebbe perdere esattamente ciò che difendiamo. Infine, esiste un altro rischio, interno: l’autoreferenzialità. Le organizzazioni gerarchiche complesse tendono a chiudersi, a cercare le risposte al proprio interno, a considerare le procedure esistenti come l’unico modo possibile di fare le cose. Tutto questo toglie ossigeno all’innovazione, e un Esercito che non sta al passo con i tempi diventa meno efficace, e quindi meno capace di proteggere il Paese». 

Ciclicamente si parla di ritorno del servizio militare. Più in concreto cosa si può fare per avvicinare la gente alle forze armate in questo momento?
«Il dibattito sulla leva è comprensibile, ma rischia di essere fuorviante: si discute dello strumento prima di aver messo a fuoco il problema. I conflitti in corso ci dicono che le forze si logorano e vanno rigenerate, e questo impone una riflessione seria su come affrontare questo problema. Ma la partita vera si gioca sul campo della consapevolezza. Solo un Paese che sa perché si difende trova gli strumenti per farlo. La questione, chiaramente, non riguarda solo l’Esercito, ma come capo di questa forza armata ritengo che negli ultimi vent’anni la difesa sia diventata, nella percezione comune, una “faccenda da specialisti”. La sospensione del servizio di leva ha fatto venire meno uno dei canali attraverso cui la società civile entrava in contatto diretto con quella militare e il risultato è che quel dovere di concorrere alla difesa della Patria che la Costituzione affida a tutti i cittadini è rimasto sullo sfondo. Il punto è che la guerra, qualunque forma assuma, non è mai qualcosa che resta confinato alle sole forze armate. Ecco perché parlo di cultura della difesa più che di leva, e i sondaggi ci danno una fotografia utile. Un’indagine del Censis ci dice che, tra i più giovani, poco più di uno su sei si dichiara disposto a difendere il proprio Paese. Un rapporto dell’Eurispes ci dice che poco più di quattro italiani su dieci considerano le risorse destinate alla Difesa un costo, mentre circa un terzo le considera un investimento: quest’ultima quota è cresciuta di otto punti in due anni. Sono numeri che fotografano una distanza, certo, ma anche una tendenza: quando si spiega, la percezione cambia. Per questo, fin dall’inizio del mio mandato, sto spingendo per realizzare sempre più momenti di contatto e confronto con il mondo civile: raccontarsi di più e meglio, aprendo le porte, andando nelle scuole e nelle università, spiegando cosa facciamo e perché. Lo scorso 19 e 20 settembre, a Tor di Quinto, abbiamo ospitato la “Drone Challenge”: i nostri piloti in gara accanto ai migliori specialisti civili italiani, in una tappa del campionato nazionale, assieme a un pubblico di appassionati e di famiglie, con la forza armata che per due giorni ha parlato la stessa lingua di chi quei sistemi li usa anche al di fuori del contesto militare. Ci tengo però a dire che per noi è stato soprattutto un momento di apprendimento: ho visto ragazzi di vent’anni fare cose che ‒ al nostro interno ‒ avremmo impiegato anni ad imparare. Il contatto con il mondo civile non serve solo a farci conoscere, serve a farci cambiare, perché un’istituzione che si confronta con l’esterno assorbe competenze, mentalità e velocità che le consentono di restare al passo con i tempi».

Un ultima domanda: l’altro ieri il Consiglio dei Ministri ha deciso di ridurre di 8 miliardi le spese extra della Difesa. Cosa ne pensa?
«Sul tema ha chiaramente risposto il Ministro Crosetto. Per quanto ci riguarda, resta chiaro il percorso per portare a termine o avviare tutti i programmi di rinnovamento necessari per disporre di un Esercito moderno, addestrato e tecnologicamente avanzato, con particolare attenzione anche ai settori del personale e dell’esercizio. Nei tempi in cui viviamo questo è quanto mai importante per poter assicurare le esigenze di sicurezza e difesa del Paese».

San Francesco d’Assisi

autore: Guido Reni anno: 1606 / 1607 titolo: San Francesco confortato da angelo musicante luogo: Pinacoteca Nazionale, Bologna

Nome: San Francesco d’Assisi

Titolo: Patrono d’Italia

Nome di battesimo: Giovanni di Pietro di Bernardone

Nascita: 26 settembre 1182, Assisi

Morte: 3 ottobre 1226, Assisi

Ricorrenza: 4 ottobre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Canonizzazione:
16 luglio 1228, Assisi, papa Gregorio IX

Luogo reliquie:Basilica di San Francesco

Fa parte di:Santi dell’Umbria

Sito ufficiale:www.sanfrancescoassisi.org

S. Francesco nacque ad Assisi il 26 settembre dell’anno 1182 da Pietro Bernardone e da madonna Pica, ricchi commercianti. La sua nascita fu circondata da avvenimenti misteriosi: un mendicante, presentatosi a madonna Giovanna Pica, pochi giorni prima della nascita di Francesco, le disse: « Fra queste mura spunterà presto un sole… »; il giorno stesso della nascita, essendo la madre oltremodo accasciata per i dolori del parto, un altro pellegrino le disse: « Tutto andrà bene, purchè la madre sia condotta nella stalla », e così avvenne. Un altro giorno fu udito pér le vie di Assisi un romito che gridava: « Pace e bene, pace e bene! » il futuro motto di Francesco. La dolce madonna Pica taceva e pregava, pensando: cosa mai sarà di questo fanciullo così prediletto da Dio? 

Intanto Francesco cresceva vivace, allegro, amante delle spensierate brigate, delle laute cene, dei suoni e dei canti. Siccome gli affari andavano bene, il padre lo avviò alla mercatura. Di ingegno vivace, riusciva a meraviglia; combattè anche contro Perugia e sostenne lunga prigionia.

La grazia di Dio intanto lavorava. Un giorno gli amici, vedendolo assorto, gli domandarono: « Pensi a prendere moglie? ». « Sì, rispose Francesco, e sposerò la donna più bella e più amabile del mondo ». Si riferiva a « madonna povertà »! Una mattina, è colpito, in una chiesetta di campagna davanti al Crocifisso di San Damiano, da un brano del Vangelo, che dice: « Non tenere né oro né argento né altra moneta; non borse, non sacchi, non due vesti, non scarpe, non bastone  ». Fu allora che il Crocifisso gli parlò con commovente bontà: « Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela ». Tremante e stupefatto, il giovane rispose: « Lo farò volentieri, Signore ». Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del  Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.

titolo Preghiera in San Damiano
autore Giotto anno XIII sec.

Si spogliò dunque di tutto, diede quanto aveva in elemosina, e a suo padre che l’aveva citato davanti al Vescovo, diceva rendendogli anche i vestiti: « Finora ho chiamato Pietro di Bernardone mio padre, d’ora in poi a maggior ragione dirò: Padre mio che sei nei cieli ». Esce all’aperto e, immediatamente. mette in pratica il consiglio evangelico. Si scalza, s’infila una tunica contadinesca, getta la cintura di cuoio e al suo posto s’annoda sui fianchi una corda. (La cintura di cuoio era nel medioevo la parte più importante dell’abito, tanto importante che Dante. quando vorrà lodare la rude semplicità dei vecchi fiorentini, li dirà “cinti di cuoio e d’osso”)

Da quel giorno l’eroismo di Francesco non ebbe più limiti: i poveri, i lebbrosi, gli ammalati di ogni specie furono la sua parte életta. Fu trattato da pazzo, percosso, vilipeso, maledetto, ed egli ricambiava tutto con preghiere, carità, amore. Ai suoi seguaci che volle chiamare « Frati Minori » insegnava il lavoro, l’elemosina, la preghiera e la povertà più assoluta.

Capella delle Rose, il luogo dove sorgeva originariamente la capanna che ospitava San Francesco. Venne trasformato in cappella per volere di San Bonaventura intorno al 1260 ed fu definitivamente ampliata formando l’attuale “Cappella delle Rose”, da San Bernardino da Siena, nel 1440 circa. Sotto l’altare della cappella, accanto alla statua del Santo in preghiera, si trovano i resti delle travi che formarono il pulpito dal quale egli annunciò, in presenza dei vescovi dell’Umbria, la grande Indulgenza della Porziuncola

All’inizio del 1209 Francesco assieme ai suo adepti si riunì così in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la prima scuola di formazione dove oltre ad insegnare i suoi principi fondamentali istruì i discepoli alla questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.

Dove passò portò la benedizione di Dio: la pace fra le fazioni e l’amore fra i nemici: convertì peccatori, salvò miserabili, protesse oppressi.

autore Cigoli anno tra il 1597 e il 1599 titolo San Francesco

I tre voti francescani, obbedienza, povertà e castità, non erano pesi che il figlio di Pietro Bernardone prendeva sulle sue grame spalle e che imponeva ai compagni d’avventura. Al contrario, quei voti rendevano lui e i suoi seguaci più presti e leggeri. L’obbedienza scioglieva da ogni dubbio; la povertà liberava da ogni cupidigia; la castità sollevava da ogni impegno carnale. I vizi contrari a quei voti, cioè la superbia, l’avarizia e la lussuria, erano tre mostruose fibbie, che imbrigliavano l’uomo mondano.

Benedetto dal papa, estese ovunque ed a tutti la sua opera; istituì le Clarisse; fondò e diffuse il Terz’Ordine. Andò in Egitto e Palestina per far cessare le ostilità tra i due popoli, mandò apostoli dappertutto a portare «pace e bene ».

Alla Verna, Dio impresse sul suo servo fedele il segno del suo amore: le sacre stimmate.

Compose laudi in onore del suo Dio perchè esclamava: « L’amore non è amato, l’amore non è amato! ». Morì, benedicendo i suoi figliuoli e la sua cara città di Assisi, il 3 ottobre 1226.

Fu chiamato il più santo degli Italiani, e il più Italiano dei santi; assieme a S. Caterina da Siena è il grande protettore della nostra amata patria.

Fu proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1228 e dichiarato, assieme a santa Caterina da Siena, patrono principale d’Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII

PRATICA. Ad onore di S. Francesco facciamo oggi una mortificazione ed una elemosina.

PREGHIERA. O Dio, che per i meriti di S. Francesco accrescesti la tua Chiesa di una nuova famiglia, concedici di disprezzare a suo esempio le cose terrene, e di poter partecipare alla gioia dei doni celesti.

L’Europa e le mire di Putin

desc imgdiAngelo Panebianco| 1 ottobre 2026 – L’EUROPA  E LE MIRE DI PUTIN

Guerra ibrida, minaccia nucleare e paura dell’escalation: Il ricatto che paralizza il Vecchio Continente

Vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci ai diktat del Cremlino. Gli argomenti sono tre. Il primo, continuamente usato fin dai primi giorni dell’invasione dell’Ucraina, è che l’aggressore apparente sia in realtà l’aggredito. La Russia sarebbe una vittima. Ha solo reagito per difendersi dall’arroganza e dalla volontà di dominio degli Stati Uniti. È una tesi che ha sempre fatto presa sugli affetti da antiamericanismo ed è inutile perdere tempo a replicare ancora. Lo si è già fatto tante volte.

Più interessanti, anche perché più subdoli, meno scopertamente ideologici, sono gli altri due argomenti. Possiamo definirli «negazione plausibile» e «attenti, se tiriamo la corda ci aspetta l’Armageddon nucleare». La negazione plausibile dipende dalle caratteristiche della guerra ibrida che la Russia ha scatenato contro l’Europa. È una guerra di cui sono consapevoli quasi esclusivamente gli addetti ai lavori e i pochi davvero attenti a quanto sta accadendo. Per sua natura la guerra ibrida è, tutt’ora, invisibile, non riconosciuta come tale dalle opinioni pubbliche europee. Con l’eccezione di baltici, polacchi, finlandesi e di tutti coloro che, per vicinanza geografica, sentono sul collo il fiato della Russia, il grosso della popolazione europea nulla sa della guerra ibrida, non è consapevole del fatto che ne siamo vittime.

Diventa quindi plausibile, alle orecchie dei più, la negazione, da parte dei filorussi, che tale guerra sia in corso. Ciò rende anche plausibile quel salto logico in virtù del quale chiunque si attenga ai fatti e li denunci possa essere accusato di essere un «guerrafondaio».

Il secondo argomento consiste nell’evocare la minaccia nucleare. Dicono quelli che insistono su questo punto: «Vogliamo davvero difendere a tutti i costi l’Ucraina? E domani, magari, gli Stati baltici o la Polonia? Ma siamo matti? Se lo faremo la Russia ci distruggerà a colpi di bombe nucleari». Essi in sostanza dicono: non possiamo fare altro, noi europei, che chinare la testa.

Si consideri quello che appare uno scenario che è ritenuto assai plausibile, negli ambienti militari occidentali, sulle prossime mosse del Cremlino. Al fine di saggiare la reazione della Nato la Russia sceglie di fare avanzare le sue truppe per qualche decina di chilometri, poniamo, nel territorio dell’Estonia. L’Estonia, Paese membro della Nato, si rivolge allora agli alleati per chiedere aiuto. Ed ecco che scattano sia il ricatto nucleare russo sia la richiesta ai governi europei di filorussi (e associati) di prendere sul serio la minaccia e di cedere al ricatto. Risultato: inazione degli europei, la Russia si mangia l’Estonia. Mentre l’America di Trump pensa ad altro. La Nato a quel punto è disgregata, finita. La Russia può procedere a riprendersi manu militari anche gli altri Paesi baltici. I passi successivi, poiché l’appetito vien mangiando, saranno volti a riconquistare gran parte dell’Europa ex sovietica.

C’è la minaccia nucleare incombente e quindi non resta — ci dicono i filorussi (e associati) — che chinare la testa. Naturalmente, l’idea che sia automatico il ricorso all’arma nucleare da parte dei russi nel caso gli europei non siano disposti ad ingoiare il rospo non è così verosimile come alcuni ci vogliono far credere. Che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di rovine radioattive? E, ancora, i cinesi che, da uno sconvolgimento simile, e dal suo impatto, sull’intero sistema internazionale, avrebbero tanto da perdere, accetterebbero il ricorso da parte del loro junior partner alle armi nucleari?

Per una grande potenza il valore delle armi nucleari sta nei vantaggi politici che offre, non l’uso di quelle armi, ma la possibilità di minacciarne l’uso. Resta che l’argomento del ricatto nucleare può fare presa su ampi settori dell’opinione pubblica. Può fare leva sulla paura. E condannarci così a subire i diktat di chi possiede le armi nucleari.

Il filorusso, spesso, è molto furbo, sa vendere bene la sua merce. Dice: non penserete che la Russia sia davvero intenzionata a scatenare contro di noi (italiani, spagnoli, eccetera) una guerra convenzionale o che voglia conquistarci militarmente? Ha ragione, ovviamente. Il punto però è che egli finge di non capire quale sia la vera posta in gioco. La Russia (o meglio, la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi: riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica («la più grande catastrofe del secolo», Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza predominante sul resto dell’Europa.

Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa. È inutile dirlo a chi non crede che il passato pesi sul presente e lo condizioni, ma questa spinta russa ad espandersi verso occidente risale ai tempi dello zar Pietro il Grande (inizio del XVIII secolo) e, tranne nel breve periodo in cui fu al potere Gorbaciov, non si è mai placata. Nel Settecento e nell’Ottocento gli Stati europei, forti e vitali, erano in grado di contrastare quella spinta. Insomma, possedevano gli anticorpi.

Dopo la Seconda guerra mondiale, tali Stati, ormai molto più deboli di un tempo, hanno dovuto fare affidamento, contro l’imperialismo sovietico, sulla protezione americana. Oggi, la protezione americana non è più scontata. Si tratta di capire se gli europei, cooperando fra loro, riusciranno a ricostituire gli anticorpi perduti.

Santi Angeli Custodi

✨Papa Francesco: 🪽“ Il nostro ANGELO non solo e’ con noi ma…

Nome: Santi Angeli Custodi

Ricorrenza: 2 ottobre

È certo che agli Angeli è affidata la custodia degli uomini. Ecco quanto si legge nell’Esodo: « Ecco io manderò il mio Angelo, il quale ti vada innanzi e ti custodisca nel viaggio, e ti introduca nel paese che ti ho preparato. Onoralo, ed ascolta la sua parola, guardati dal disprezzarlo; poiché egli non ti perdonerà se farai male, essendo in lui il mio nome. Che se tu ascolterai la sua voce e farai tutto quello che io ti dico, io sarò nemico dei tuoi nemici, perseguiterò quelli che ti perseguitano ».

Nel Vangelo: « Badate di non disprezzare uno di questi pargoli; perché io vi dico che gli Angeli loro, nei cieli, vedono continuamente il volto del Padre mio che è nei cieli ».


La Chiesa, fedele interprete della parola di Dio, istituì l’odierna festa in onore degli Angeli Custodi, per eccitare i fedeli ad onorarli in modo particolare. Ed ha ragione, perché essi sono le nostre guide invisibili, che ci stanno continuamente ai fianchi nel pericoloso viaggio della vita, per difenderci da tutti i pericoli dell’anima e del corpo. Che degnazione, e che amore! La Divina Maestà manda i suoi Angeli, cioè i suoi ministri, li manda a noi che siamo misere creature, affinché ci difendano dal male e ci conservino nel bene. E il nostro Angelo Custode ci libera dai pericoli e da ogni male; impedisce ai demoni di nuocerci e ci conserva nel bene; inoltre eccita in noi pensieri santi e sante ispirazioni, infine prende le nostre preghiere ed opere buone e le presenta a Dio.

A questo riguardo è commovente la storia di Tobia.

L’Arcangelo Raffaele, in forma di uomo, accompagnò il giovane Tobia nel lungo e pericoloso viaggio che fece a Rages; gli fece evitare cattivi incontri, gli procurò una santa consorte ed infine salvo e ricco di beni lo ricondusse al suo amato padre, al quale inoltre restituì la vista.

Simili uffici di pietà e simile assistenza esercitano continuamente gli Angeli Custodi verso di noi. Conclude perciò S. Bernardo: « In qualunque circostanza, in qualunque luogo porta rispetto al tuo Angelo; non osare fare alla sua presenza ciò che non oseresti fare se io ti vedessi; poi in ogni tentazione, tribolazione, angustia, invoca l’Angelo tuo Custode, dicendogli: Salvami perché perisco ».

PRATICA Recitare ogni sera l’Angelo di Dio.

Alençon: la casa natale di Santa Teresina del Bambino Gesù

            La distanza fra Lisieux e Alençon è meno di 100 Km e vale la pena spendere mezza giornata per andare a visitare la casa natale da Santa Teresa, dove la piccola ha vissuto i suoi primi quattro anni di vita e dove si può cogliere il profumo di santità dei suoi genitori, la mamma Zelia Guérin e il papà Luigi Martin, dei quali è in corso la causa di beatificazione. I processi canonici che li riguardano non sono ancora terminati, ma già è stato riconosciuta la cosa più importante: il fatto che abbiano vissuto eroicamente la fede, in modo tale da essere proposti come esempio a tutti i cristiani.  

Raggiungo velocemente la cittadina, poco più grande di Lisieux, ma non meno accogliente e gradevole in questa luminosa mattinata di primavera. Raggiungo senza difficoltà la via Saint-Blaise, una laterale della Grand-Rue, che attraversa la città sfociando davanti alla Cattedrale di Notre Dame. Al n. 50, proprio di fronte all’armonioso Castello di Guise, s’innalza una piccola costruzione in mattoni rossi e pietre bianche. Sulla sinistra è affiancata da una graziosa cappella costruita nel 1925, nell’anno della canonizzazione, mentre sulla destra si apre un porticato che porta nel giardino, testimone dei primi giochi della piccola Teresa con le sorelle e le sue compagne.

            Dopo una visita alla cappella, dove degli affreschi raccontano alcuni episodi dell’infanzia della santa, entro nel vestibolo della casa e qui scopro che la proprietà era della Sig.ra Guèrin, la quale nella grande sala a sinistra aveva installato, già alcuni anni prima del matrimonio, il suo laboratorio di pizzi e di merletti per i quali Alençon andava fiera. Qui anche da sposata trascorre gli ultimi sei anni della sua vita. Osservo con curiosità foto e quadri della piccola Teresa, mobili e oggetti della sua famiglia, in particolare alcuni pregevoli lavori del Sig. Luigi Martin, affermato gioielliere e orologiaio. Il quadro d’insieme è quello di una famiglia agiata, dove però il benessere è frutto di un lavoro tenace e appassionato. Si respira un’aria di pace e di serenità fra queste pareti, dove la luce della fede e il fervore della preghiera hanno plasmato la vita domestica.

            Mi interrogo sul segreto di questa straordinaria famiglia nella quale sono venuti alla luce ben nove figli, due maschietti e sette femminucce. Di esse le cinque sopravissute, nell’età in cui una giovane si apre all’amore, hanno deciso di scegliere come sposo Gesù nella vita consacrata, dando tutte una chiara testimonianza di santità. Come ha potuto avvenire questo miracolo? La risposta l’ho trovata successivamente andando a scandagliare la vita dei genitori di Teresa, i quali già da fidanzati si sono impegnati a percorrere insieme un cammino di perfezione e di realizzarlo  nella vita di ogni giorno, impegnandosi a realizzare l’amore coniugale, paterno e materno e aprendosi nel medesimo tempo alla carità verso il prossimo.

Questo ideale, che essi hanno vissuto nelle vicende quotidiane della famiglia, l’hanno trasmesso alle loro figlie, le quali sono state avviate sulla via della santità dagli insegnamenti e dall’esempio dei loro genitori. In una sua lettera Zelia così scrive alle figlie in collegio: “ Bisogna servire bene il buon Dio, mie care figliolette, e procurare di essere un bel giorno nel numero dei santi di cui oggi celebriamo la festa”. In un’altra lettera scrive: “ Spero bene che Maria (la primogenita) sarà una buona ragazza, ma vorrei che fosse una santa, e vorrei santa anche te, Paolina mia. Anch’io vorrei farmi santa, ma non so da che parte incominciare; c’è così tanto da fare che mi limito al desiderio. Dico spesso durante la giornata: Mio Dio, come vorrei essere santa!”. C’è forse da meravigliarsi se i desideri della madre si sono poi accesi nel cuore delle figlie, in particolare in quello sensibilissimo della piccola Teresa? Così sensibile che, quando era ancora nel grembo, si metteva a cantare quando la madre cantava.

A sua volta Luigi Martin ebbe un influsso straordinario sulla formazione spirituale delle figlie, riuscendo davanti ai loro occhi a incarnare la paternità di Dio nella sua quotidiana e dolce paternità umana. In questo modo egli visse la sua vocazione alla santità e spronava le sue amatissime figlie sulla stessa via. Commentando la preghiera serale in famiglia, dove aveva per diritto il posto vicino al papà, Teresa così scrive: “ Mi bastava guardarlo per sapere come pregano i santi!” . Eppure l’ambiente familiare era ben lontano dall’essere permissivo. Dolcezza e autorità andavano insieme, come osserva la santa: “ Non so come sia stato possibile educarmi con tanto amore  e delicatezza, senza mai viziarmi…Non mi condonava nemmeno una sola imperfezione: mai mi rimproverava senza ragione, ma altresì mai tornava su una cosa decisa”.

Lascio la grande sala a pianterreno e salgo al piano superiore, dove c’è la camera dove Teresa è nata il 2 Gennaio 1873 alle 11 e mezza. I mobili sono autentici e non posso che ammirare come  i francesi sappiano valorizzare tutto ciò che riguarda i loro santi. Vi è un letto con le tende, un’acquasantiera, due inginocchiatoi, dei vestiti che la fanciulla indossava e persino la sua seggiolina. In questa stanza morì il 28 Agosto 1977 la mamma Zelia. Questo doloroso evento costrinse la famiglia a emigrare a Lisieux, dove una sorella del Sig. Martin poteva arrecare aiuto alla famiglia, mentre successivamente la casa fu venduta. E’ qui – mi dico- che si trovano le radici della più grande santa dei tempi moderni, come è stata definita Teresa di Gesù Bambino. Se lei “ è la bambina più amata della storia” (Pio XII), molto lo si deve al nido familiare che ha plasmato i suoi primi anni di vita.

E’ con un po’ di nostalgia nel cuore che lascio via Saint-Blaise per dirigermi a piedi verso la Cattedrale, lungo la pittoresca Grande-Rue. Ogni mattina di buon’ora i due santi genitori percorrevano questa strada, anche durante il gelido inverno, per partecipare alla prima Messa. Eppure anche loro lavorano come noi e forse più di noi, con una numerosa famiglia sulle spalle. Come dunque trovavano il tempo per la frequenza quotidiana alla messa e poi per le preghiere con le loro figlie? La risposta è in fondo molto semplice: in quella famiglia Dio era al primo posto.

Giungo davanti alla Cattedrale di Notre-Dame in stile tardo gotico, preceduta da un portico fiammeggiante a tre arcate, mentre all’interno si fanno ammirare le splendide vetrate multicolori. Mi dirigo subito a sinistra, nella prima cappella laterale, dove si trova il Battistero. Qui la piccola Teresa è stata battezzata il 4 Gennaio 1873, due giorni dopo la sua nascita. Qui, nel coro della chiesa fu celebrato a mezzanotte, il 12 Luglio 1858, il matrimonio di Luigi Martin e Zelia Guèrin, secondo l’uso di coloro che desiderano una cerimonia improntata all’intimità e alla preghiera e lontano dal fasto secolare. Mi chiedo che cosa sarebbero cittadine come Alençon e Lisieux senza la luce immortale di Teresa. Tutto passa, mi dico, solo la santità resta. Val davvero la pena diventare santi.

( Padre Livio -Pellegrino a quattro ruote- Cap 7- Sugarco Edizioni)

🌹🌹Santa Teresa di Gesù Bambino prega per noi🌹🌹

Novena delle rose
Il 3 dicembre 1925, il gesuita Padre Putigan cominciò una novena chiedendo una grazia importante. Desiderava ricevere una rosa in dono quale garanzia di aver ottenuto la grazia. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno, ricevette la rosa richiesta ed attenne la grazia.

Cominciò un’altra novena. Ricevette un’altra rosa e un’altra grazia. Allora prese la decisione di diffondere la novena “miracolosa” detta delle rose.

Oggi in tutto il mondo si pratica questa novena. Si può incominciare in qualsiasi giorno del mese. Di solito, devoti ed amici di Teresa la fanno dal 9 al 17 di ogni mese.

NOVENA DELLE ROSE
In onore di santa Teresa di Gesù Bambino Dottore della Chiesa

Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io Vi ringrazio per tutti i favori e le grazie di cui avete arricchito l’anima della Vostra serva Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Dottore della chiesa, durante i suoi ventiquattro anni trascorsi su questa terra. Per i suoi meriti concedetemi la grazia che ardentemente desidero (qui si formula la grazia che si vuol ricevere), se è conforme alla Vostra santa volontà e per il bene della mia anima.
Aiuta la mia fede e la mia speranza, o Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Realizza ancora una volta la tua promessa di passare il tuo cielo “a fare del bene sulla terra”, permettendo che io riceva una rosa come segno della grazia che desidero ottenere.

Si recitano 24 Gloria,
in ringraziamento a Dio per i doni concessi a Teresa nei ventiquattro anni della sua vita terrena.

Ad ogni Gloria segue l’invocazione:

Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, prega per noi.
Santa Teresa di Gesù Bambino, che durante la tua esistenza terrena hai amato Dio sopra ogni cosa e ti sei offerta vittima al Suo amore misericordioso, aiutami a rendere preziosi tutti gli istanti della mia vita, trasformandoli in atti di vero amore.

Concedimi di seguire la tua piccola via, di vivere cioè nello spirito di evangelica semplicità e umiltà, in un totale abbandono ai voleri del Signore.

Insegnami ad accettare ogni sofferenza come dono prezioso fatto a chi più ama.

Possa anch’io chiudere la mia vita terrena ripetendo le tue ultime parole: Dio mio, ti amo.

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