〽️💐Il 2 Agosto si ricorda Santa Maria degli angeli e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.
Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso.
San Francesco rispose prontamente: “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.
Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.
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COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA
(Si può applicare per sé o per i defunti) Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.
CONDIZIONI RICHIESTE: Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa francescana, cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede). Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti). Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica (negli otto giorni precedenti o seguenti). Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.
di Marta Serafini – Corriere della Sera, 2 Agosto 2026
Raid sulla capitale, 9 morti. «Ci servono nuove difese»
KIEV – La luna piena più grande dell’estate ha appena iniziato la sua discesa sull’orizzonte. È l’una e mezzo. Non fa nemmeno in tempo a suonare la sirena che i missili di Putin già bucano il cielo. Un’esplosione e poi un’altra, avanti così fino all’alba mentre il buio si fa rosso di lampi di fuoco e i vetri tremano. Un’altra notte di morte, l’ennesima per la capitale ucraina che da mesi è tornata a essere campo di battaglia di una guerra sempre più sporca.
«Le persone sono ancora in trappola», scrive su Telegram il sindaco Vitaly Klitschko. Il sole non è ancora sorto che già il Servizio statale di emergenza ucraino dichiara nove morti accertati e 28 feriti, tra cui quattro bambini, aggiungendo che un totale di 105 persone sono state tratte in salvo dagli edifici danneggiati. Il fumo nero e acre avvolge la città. Respirare è già di per sé un gesto di coraggio.
Cinque distretti, diciotto edifici residenziali, una scuola, l’ambasciata lituana vengono danneggiate. «Questo è l’ennesimo promemoria che il terrore della Russia non conosce limiti», scandisce il presidente lituano Gitanas Nauseda condannando l’attacco mentre Vilnius convoca l’ambasciatore russo.
Il più colpito è il quartiere di Darnytskyi, con sette vittime. Colonne di fumo nero si alzano da un deposito di logistica. Ci chiedono di andare via, non è sicuro e la stampa non è ammessa. Stessa scena vicino a un altro capannone. Mosca elenca, abbiamo colpito l’azienda statale di assemblaggio e componenti elettronici (Radiozmeritel), lo stabilimento di assemblaggio elettronico Kyiv Burevestnik, che produce componenti elettronici e varie parti per droni a lungo e medio raggio, l’impianto industriale Fire Point, che produce componenti e testate per i missili da crociera terrestri Fp-5 Flamingo, l’impianto industriale Pv Grupp Ukraine, che produce e immagazzina software e hardware per i sistemi di guerra elettronica Lima, l’impianto di assemblaggio e stoccaggio di droni Kyiv-21 che assembla e immagazzina i droni Dead Fly, Osa Kamikaze, Link Drone e Thunder. Poi il centro logistico di Vyshneve, che riceve, immagazzina, assembla e distribuisce singoli componenti per la produzione di droni.
A Solomianskyi la gente è stanca. Davanti a una palazzina di 5 piani sventrata Olga sibila: «Sono settimane che bombardano qui intorno». Il quartiere è ormai una gruviera. Depositi, capannoni, uffici vuoti. C’è rabbia anche per i rifugi che ancora mancano — molti sono puri e semplici parcheggi dove la protezione è pressoché nulla — e perché, di recente, è stato aumentato il prezzo del biglietto della metro, unico luogo rimasto ormai davvero sicuro. L’ingresso è gratuito quando suonano le sirene, ma spesso le bombe cadono prima che arrivi l’allarme. «Da due mesi ormai ogni weekend è così. Chi non ha i soldi per andare fuori città rischia la vita», dice ancora Olga mentre si mette in fila per il compensato da mettere sulle finestre distrutte.
È denso di rabbia e dolore il cielo dell’estate di Kiev dove le manifestazioni di protesta contro il governo sono entrate nella loro seconda settimana. Venerdì sera un fiume di giovani si è riversato sulla Khreshchaty, la via principale di Kiev gridando che «la corruzione uccide». Per terra intanto gli esperti raccolgono frammenti. Trentacinque missili, di cui 27 balistici, e 185 droni di tipo Shahed, la stragrande maggioranza dei quali diretti verso Kiev. Solo due ordigni sono stati intercettati, mentre 154 droni sono stati abbattuti. Poche le armi in grado di colpire i velocissimi Zircon e Iskander russi. I Patriot, appunto, quelli su cui Trump ha fatto marcia indietro poche ore prima e che da settimane sono esauriti. «Non abbiamo dato il nostro consenso», ha detto il tycoon dopo aver promesso a Kiev le licenze davanti al mondo intero. «Stasera è stato abbattuto un solo missile balistico, semplicemente perché i Patriot non hanno batterie», gli risponde Zelensky. «Ed è proprio questa carenza di intercettori a incoraggiare la Russia a lanciare simili attacchi contro vite umane».
A sollevare il morale degli ucraini, i raid sulla raffineria Ufaneftekhim della Rosneft a Ufa, in Baschiria, a 1.500 chilometri dal confine, e contro due ponti ferroviari in Crimea usati dalla logistica militare russa per rifornire la penisola sul mar Nero. E a 130 miglia da Novorossiysk affonda una portacontainer da 100 mila tonnellate della Rosatom soggetta a sanzioni. Sono colpi che fanno male. Ma non abbastanza da convincere lo zar che è ora di finire questa maledetta guerra.
di Vincenzo Brunelli – Corriere della Sera, 1 Agosto 2026
L’uomo assisteva la madre anziana e malata, molto credente e religiosa: per il Tribunale la donna traeva beneficio e conforto dall’ascolto del rosario. Il vicino che lo aveva denunciato: «Quando mette quella radio la tiene accesa per ore»
Aveva l’abitudine di ascoltare spesso Radio Maria, specie quando recitano il rosario in diretta, ma il vicino di casa non ne può più e lo denuncia per molestie, chiedendo anche il risarcimento dei danni.
Due residenti confinanti in provincia di Cuneo sono finiti al centro di un singolare contenzioso giudiziario. Nei giorni scorsi il Tribunale di Cuneo ha dato torto al vicino «denunciante», condannandolo anche a pagare 1.500 euro di spese legali.
Per il giudice Ruggiero Berardi, della sezione civile del Tribunale di Cuneo, l’uomo denunciato assisteva all’epoca la madre malata che essendo molto credente e religiosa traeva beneficio e conforto da quelle preghiere e dalle varie trasmissioni di Radio Maria.
Sul punto specifico, infatti, si legge chiaramente in sentenza: «L’ascolto della radio con la finalità di tener compagnia all’anziana madre rappresenta pur sempre un’utilità morale, considerato che, peraltro, la radio era sintonizzata sempre sullo stesso canale a sfondo religioso».
Tutto era iniziato nel 2023, quando il vicino aveva addirittura chiamato i carabinieri, nel mese di marzo, per denunciare quell’uso a suo dire molesto della radio. Stando al resoconto processuale, nel marzo 2023 aveva riferito ai carabinieri che «nelle ore diurne il mio vicino mette una radio sul muretto che divide i due cortili ed alza il volume in maniera da disturbarmi. La musica che mette alla radio è a sfondo religioso e recita il rosario. È sintonizzata su Radio Maria. Quando mette quella radio la tiene accesa per ore».
A ottobre i carabinieri erano dovuti intervenire ancora per sedare l’ennesimo dissidio tra i vicini confinanti. In quell’occasione il vicino denunciato aveva fatto notare l’aggravamento della madre, ormai allettata, e per il Tribunale di Cuneo è quindi «plausibile e verosimile la ricostruzione dell’uomo in merito alla collocazione della radio con finalità di beneficio per l’anziana madre», posto tra l’altro che non risulta che abbia poi continuato ad utilizzare la radio successivamente all’ottobre 2023. Per quanto riguarda i volumi ritenuti troppo alti, per il giudice mancano le prove e le verifiche. Agli atti del procedimento giudiziario ci sono solo alcune registrazioni video che per il giudice non sono sufficienti a stabilirne l’intensità.
Per il Tribunale nessun dubbio dunque: in altre parole, la finalità morale, connessa all’ascolto della radio, la sporadicità degli episodi, l’impossibilità di stabilire l’intensità del volume, sono circostanze che non consentono di stabilire nessun comportamento illegittimo.
Senza un danno riconosciuto non può esserci un risarcimento, quindi al rigetto delle richieste del vicino è seguita anche la condanna alle spese legali. Lapidaria la sentenza nella sua parte finale: «La domanda del vicino, di risarcimento danni, deve essere integralmente rigettata. Superflua ogni ulteriore disquisizione». Questo il verdetto di primo grado.
Leone XIV ha inviato un messaggio al cardinale novantasettenne che ieri, venerdì 31 luglio, ha presieduto l’eucaristia nel campo di prigionia di Spaç, in Albania, in memoria di chi vi ha sofferto o perso la vita. Durante il regime comunista Simoni vi scontò la maggior parte dei 18 anni di condanna ai lavori forzati, celebrando clandestinamente la Messa
Fabrizio Peloni – Città del Vaticano
“Nessuna catena è tanto forte da imprigionare una coscienza illuminata dal Vangelo, nessuna notte è così lunga da impedire l’alba che il Signore prepara per i Suoi figli e nessuna prigione è abbastanza profonda da separare l’uomo dall’amore di Dio”. Leone XIV ha evocato così l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani (8, 35-39) in un messaggio inviato al cardinale albanese Ernest Simoni e a quanti hanno partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta dal porporato ieri mattina, venerdì 31 luglio, nell’ex campo di prigionia di Spaç, in memoria di chi vi ha sofferto o perso la vita.
A Spac molti hanno portato la croce dell’ingiustizia
“Quel luogo impresso nella memoria del popolo” dell’Albania “rimane una delle pagine più dolorose della sua storia. Spaç è stato un luogo in cui molti hanno portato la pesante croce dell’ingiustizia”, ha scritto il Papa al cardinale nel testo che è stato letto al termine della Messa. Il Pontefice ha quindi ricordato come “il sangue di coloro che hanno sofferto e sono morti tra quelle montagne” abbia “irrigato quella terra, rendendola una silenziosa testimonianza di fedeltà, di coraggio e di speranza”.
Il cardinale Ernest Simoni
Il volto della persecuzione del regime comunista
Simoni, novantasettenne, è tornato nel campo dove ha trascorso la maggior parte dei 18 anni di prigionia “per celebrare il Sacrificio di Cristo che ha trasformato la Croce da segno di morte in promessa di vita”, ha scritto ancora il Pontefice. Il porporato albanese ha conosciuto infatti il volto della persecuzione da parte del regime comunista che lo aveva condannato a morte come nemico del popolo, pena successivamente commutata nella carcerazione in vari campi di concentramento e ai lavori forzati.
“Rischiavo la vita ogni volta che celebravo Messa”
“Durante la prigionia, rischiando ogni volta la vita, ho celebrato la Messa in latino a memoria, così come ho confessato e distribuito la comunione di nascosto”, ha raccontato il cardinale, che cuoceva l’impasto di farina su fornelli di fortuna e usava acini di uva strizzati. “Se mi avessero trovato mi avrebbero impiccato subito”, ha aggiunto. Durante la Messa di ieri ha mostrato ai presenti il casco indossato da giovane sacerdote quando scendeva in miniera.
Il cardinale Simoni con il vescovo di Rrëshen, Gjergj Meta, durante la celebrazione mostra il casco con cui scendeva in miniera
La preghiera del Papa per i morti sepolti in luoghi anonimi
E chissà, ha commentato Leone XIV nel messaggio, riferendosi agli avvenimenti dell’epoca, “quante preghiere saranno salite al Cielo da quel luogo! Quante invocazioni sussurrate nel cuore! Quanti volti, segnati dalla fatica e dalla privazione, hanno affidato al Signore l’ultima speranza!”. Proprio per ognuno di quei volti, spesso sepolti in luoghi anonimi, dove nessuno poteva piangerli o deporre un fiore, il Papa si è unito in preghiera, affinché la “loro memoria rimanga viva e sia per le nuove generazioni un richiamo costante alla dignità inviolabile della persona umana, al valore della libertà e all’impegno per la pace”.
autore: Gagliardi Giovanni anno: 1890-1899 titolo: Sant’Alfonso de’ Liguori luogo: Chiesa di S. Maria in Monterone
Nome: Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori
Titolo: Vescovo e dottore della Chiesa
Nome di battesimo: Alfonso Maria de’ Liguori
Nascita: 27 settembre 1696, Napoli
Morte: 1 agosto 1787, Nocera de’ Pagani, Salerno
Ricorrenza: 1 agosto
Beatificazione: 15 settembre 1816, Roma, papa Gregorio XVI
Canonizzazione: 26 maggio 1839, Roma, papa Gregorio XVI
Luogo reliquie:Basilica di Sant’Alfonso
Fa parte di: Santi della Campania
Nacque il 27 settembre del 1696 a Napoli dalla nobile famiglia De’ Liguori. Ricevette dai suoi buoni genitori un’educazione santa ed energica, a cui il piccolo Alfonso non mancò di corrispondere, conservando per tutta la vita una predilezione speciale ed un vivo sentimento di riconoscenza verso sua madre.
Con uno studio accurato ed indefesso ottenne la laurea di avvocato a soli sedici anni. Dopo avere esercitato con brillante successo la sua professione per parecchi anni, per un errore commesso involontariamente nel trattare mia causa in tribunale rimase talmente scosso, che decise di abbandonare il mondo per seguire la voce di Dio che lo chiamava al sacerdozio. Tale cambiamento non era facile; numerose difficoltà gli si paravano innanzi: era nobile, di ottime qualità, abile nella professione, amava con grande affetto la sua famiglia ed era da loro riamato; ma egli rimase immobile nel suo proposito.
Divenuto sacerdote, si esercitò nella predicazione popolare e nell’insegnamento del catechismo. A tutti rivolgeva la sua parola semplice, caritatevole, senza ricercatezza, e per predicare il Vangelo ai poveri, fondò la congregazione religiosa dei Redentoristi.
Fu autore di molteplici opere letterarie, teologiche e di celebri melodie natalizie, tra cui la famosissima “Tu scendi dalle stelle”, derivato come versione in italiano dall’originale “Quanno nascette Ninno”
Nel 1762, a 66 anni, fu eletto vescovo di S. Agata dei Goti. Esercitò l’episcopato con grande zelo, facendo di tutto per estirpare il male e salvare le anime. Dopo tredici anni, colpito da gravi malattie, domandò ed ottenne di essere esonerato dall’episcopato e ritornare nel suo istituto. Ebbe a sopportare terribili prove anche nella vecchiaia. Morì il 1 agosto del 1787 alla veneranda età di 91 anni.
Illustre per virtù e miracoli, il Sommo Pontefice Gregorio XVI lo annoverò nel catalogo dei Santi; e Pio IX lo dichiarò Dottore della Chiesa universale.
Fra le continue occupazioni della sua vita sacerdotale ed episcopale, trovò modo di scrivere numerosissime ed importanti opere, fra le quali è celebre la Teologia Morale in diversi volumi. Altre opere meno importanti sono: Verità della fede, Vittoria dei Martiri, Trionfi della Chiesa.
In quasi tutti gli scritti si prefisse lo scopo di difendere l’infallibilità pontificia e la Verginità di Maria, onde ebbe il merito d’aver preparato la definizione e la propagazione di questi due dogmi, che avvenne circa un secolo dopo per opera di Pio IX.
Molto popolari e utili alle anime sono: Il gran mezzo della preghiera, Le visite al SS. Sacramento, Le glorie di Maria, L’apparecchio alla morte, La via della salute.
PRATICA. Crediamo all’onnipotente intercessione di Maria; chi è devoto di Maria, si salva; chi è molto devoto di Maria, si fa santo.
Nacque nel castello di Loyola, nei Paesi Baschi spagnoli, da una nobile famiglia, l’anno 1491.
Dopo aver trascorso qualche tempo alla corte dei re cattolici, si arruolò nell’esercito, dove si distinse per valore e coraggio. Prescelto alla difesa di Pamplona, sostenne eroicamente l’assedio con un pugno di uomini, ma nel pieno della battaglia fu colpito da un colpo di cannone che gli fratturò una gamba.
Durante la lunga convalescenza, Ignazio chiese libri di cavalleria, ma gli furono offerti solo la Vita di Gesù Cristo e la Vita dei Santi. Iniziò a leggerli più per necessità che per devozione, ma quei racconti di santi, con i loro digiuni, penitenze e fervore, lo toccarono profondamente. Fu l’inizio della sua conversione. Dopo una dura lotta interiore, la grazia di Dio prevalse.
Appena riprese le forze, decise di cambiare vita. Si recò al santuario di Montserrat, dove depose la spada ai piedi della Vergine e donò i suoi abiti da cavaliere a un povero. Poi si ritirò nella grotta di Manresa per circa un anno, conducendo una vita di estrema austerità, preghiera e mortificazione. Fu in quel periodo che Dio lo colmò di luci interiori e grazie mistiche. In questo ritiro compose il celebre libro degli Esercizi Spirituali, che divenne una guida fondamentale per la vita cristiana.
Desideroso di servire Dio, Ignazio si recò in pellegrinaggio in Terra Santa. Tornato in Europa, si stabilì a Barcellona e iniziò lo studio del latino, poi proseguì gli studi a Parigi, dove conobbe Francesco Saverio, Diego Laínez, Alfonso Salmerón, Nicolás Bobadilla e Pierre Favre. Con loro fondò una nuova milizia di Cristo: la Compagnia di Gesù. Il 15 agosto 1534, nella cappella di Montmartre, i compagni emisero i voti religiosi.
Recatisi a Roma, sottoposero il progetto al Papa Paolo III, che lo approvò ufficialmente nel 1540 con la bolla Regimini militantis Ecclesiae. La Compagnia di Gesù nacque così, destinata a un’enorme influenza nella storia della Chiesa e segnata da persecuzioni, martiri e frutti spirituali in tutto il mondo.
Ignazio inviava missionari nelle terre dei pagani, difendeva la fede cattolica contro l’eresia protestante e promuoveva il rinnovamento spirituale tra i fedeli. Fondò il Collegio Germanico e molte altre istituzioni educative e religiose.
Spesso ripeteva: «Se potessi scegliere, preferirei vivere incerto della salvezza e lavorare per Dio, piuttosto che morire subito sicuro della gloria eterna». Consumato dalla carità e dal lavoro apostolico, si spense il 31 luglio 1556 a Roma. Fu canonizzato da Gregorio XV nel 1622. Il suo corpo è venerato nella chiesa del Gesù a Roma
Pubblichiamo una notizia di agenzia inviataci da un nostro ascoltatore:
Bosnia: atti vandalici a Medjugorje, cittadino polacco si dichiara colpevole Sarajevo, 30 lug – (Agenzia_Nova)
Il cittadino polacco accusato di aver vandalizzato il santuario di Medjugorje, imbrattando la statua della Madonna e incendiando l’altare esterno della chiesa di San Giacomo, si è dichiarato colpevole.
“Volevo dimostrare che i veggenti sono degli impostori e che e’ tutto una montatura”, ha affermato durante l’udienza sulla richiesta di custodia cautelare.
L’accusa ha sostenuto che il sospettato potrebbe darsi alla fuga o reiterare il gesto, poiche’ nel corso della deposizione avrebbe dichiarato di non provare rimorso e di essere disposto a ripetere l’azione.
L’uomo e’ accusato di danneggiamento di un edificio religioso, incitamento all’odio etnico, razziale e religioso e creazione di un pericolo generale.
La procuratrice della Procura della Bosnia-Erzegovina, Nives Kanevcev, ha sottolineato che il cittadino polacco avrebbe pianificato meticolosamente i reati e sarebbe giunto a Medjugorje due mesi prima con l’intenzione di commetterli. (Seb) NNNN
DIVERSI ESPERIMENTI SCIENTIFICI CON PERSONALITA’ DI FAMA INTERNAZIONALE CERTIFICANO CHE I VEGGENTI NON MENTONO
Confesso di non aver mai dato particolare importanza agli esperimenti scientifici sui veggenti, anche se capisco che possano avere la loro utilità. Il discernimento degli spiriti è una scienza spirituale ben conosciuta dalla Chiesa ed è ad essa che fa riferimento quando si tratta di dare il suo autorevole giudizio sull’origine soprannaturale di un’apparizione.
La Chiesa guarda giustamente ai frutti spirituali, in primo luogo alle conversioni, perché sono esse il segno che commuove e apre i cuori. La diffusione delle apparizioni nel mondo è avvenuta sulle ali dell’entusiasmo di coloro che, toccati dalla grazia, ne hanno dato testimonianza col cambiamento della loro vita.
Gli abitanti di Medjugorje, che conoscevano bene i veggenti, non hanno certo atteso il parere dei medici del regime per credere che i ragazzi dicevano la verità. Quando tu condividi la vita con una persona e la conosci nella sua quotidianità, ti rendi subito conto se è sincera e credibile. D’altra parte fin dai primi giorni delle apparizioni i ragazzi sono stati visitati e dichiarati sani di corpo e di mente. Non c’era bisogno di tale responso per saperlo. Nessuno di loro ha mai avuto patologie psichiche prima delle apparizioni, né le ha mai avute fino ad ora.
Per quanto interessante, il contributo degli esperimenti scientifici in questo ambito è piuttosto limitato. La Madonna ha lasciato fare quando i medici hanno elaborato le loro sperimentazioni prima, durante e dopo l’apparizione. Solo una volta, quando qualcuno voleva varcare il limite da Lei posto, se ne é andata dicendo: “Non è necessario”. Si era tentato infatti di verificare come mai durante l’apparizione i veggenti parlano, ma non si sente la voce, benché le corde vocali vibrino regolarmente.
La Madre sa che noi abbiamo bisogno di segni e Lei stessa ne ha concessi molti, ma non si fa illusioni. Se il cuore rimane indurito non servono a nulla. Riguardo al grandioso segno che lascerà sulla collina ci ha ammonito dicendo: “ Anche quando sulla collina lascerò il segno che vi ho promesso, molti non crederanno. Verranno sulla collina, si inginocchieranno, ma non crederanno. E’ ora il tempo di convertirsi e di fare penitenza” ( 19.07-1981).
Sappiamo bene come i notabili di Gerusalemme hanno reagito al più grande miracolo di Gesù, la resurrezione di Lazzaro. Irritati dall’evento, hanno deciso si ucciderli ambedue. Bisogna essere consapevoli che la battaglia fra il bene e il male si svolge in primo luogo nell’intimo dei cuori. Il vero pericolo nel campo delle apparizioni non viene dalle patologie psichiche, ben note alla scienza, e facilmente accertabili.
Gli inganni più sottili vengono dal Principe delle tenebre, che si manifesta come angelo di luce. Satana infatti, come insegna S. Giovanni della Croce, è in grado di riprodurre la quasi totalità dei fenomeni soprannaturali, salvo i “tocchi” dello Spirito nell’anima, che sono il vertice dell’esperienza mistica.
L’ambito in cui si sono mossi gli esperimenti scientifici sui veggenti di Medjugorje è per sua natura limitato. Tuttavia vale la pena metterlo in luce, se non altro per tappare la bocca a chi, ancora oggi, cerca di liquidare lo straordinario evento, relegandolo nel campo delle allucinazioni.
La prima indagine scientifica, effettuata nel 1984 dalla dottoressa Federica Maria Magatti anestesista, era volta a valutare “la sensibilità dei veggenti e la loro reattività a stimoli sensori, tattili, luminosi, dolorifici”. La sperimentazione conferma ciò che era già noto fin dai primi giorni, e cioè che prima e dopo le apparizioni i veggenti rispondono agli stimoli di diversi tipo, ma durante l’apparizione non manifestano alcuna sensibilità agli stimoli anche di tipo doloroso, pur mantenendo un’assoluta normalità di atteggiamento.
E’ noto il caso di Vicka che, bucata da un tale, per ben due volte, con uno spillone, non ha avvertito alcuno dolore né ha mostrato alcune reazione, rendendosi conto al termine dell’apparizione di una macchia di sangue apparsa sulla spalla.
Sono stati studiati, dal dottor Luciano Cappello, tre inspiegabili sincronismi provocati dall’apparizione. All’inizio tutti i veggenti cadono contemporaneamente in ginocchio. Durante l’apparizione la loro voce scompare, ma ricompare improvvisamente, e senza che nessun comando arrivi dall’esterno, con le parole. “Che sei nei cieli”, quando la Madonna inizia il Padre nostro. Alla fine dell’apparizione tutti i veggenti, con un assoluto parallelismo dello sguardo, innalzano contemporaneamente gli occhi al cielo, seguendo un punto solo a loro visibile.
Successivamente sono arrivate équipes attrezzate con macchinari sofisticati. Il professor Henry Joyeux, dell’Università di Montpellier, in tre spedizioni del 1984 applica ai veggenti degli apparecchi in grado di controllare i dati fisiologici durante l’apparizione. La conclusione è che non si tratta di sonno, di sogno, né di epilessia e non si tratta di allucinazioni nel senso patologico del termine. Non si tratta di isteria, di nevrosi o di estasi patologica, perché i veggenti non hanno alcun sintomo di queste affezioni. Non si tratta di catalessi, perché i muscoli della faccia funzionano normalmente. La conclusione è che “ a Medjugorje le estasi non sono patologiche e non c’è imbroglio….Il fenomeno delle apparizioni di Medjugorje si rivela scientificamente inspiegabile”.
La èquipe del dottor Luigi Frigerio e del Dottor Giacomo Mattalia l’anno seguente ripete le sperimentazioni precedenti arrivando alle medesime conclusioni, con alcuni particolari riguardanti la pupilla del veggente che, durante l’apparizione, a condizioni immutate di luce, si dilata straordinariamente, per poi ritornare come prima al termine.
Il professor Marco Margnelli neurofisiologo, ha utilizzato a Medjugorje il poligrafo psicofisiologico, una specie di macchina della verità, per stabilire se i veggenti mentivano. Dopo la sperimentazione il professore ha dichiarato che “posso concludere che non c’è frode o simulazione”. Che dire del contributo di questi esperimenti scientifici? Sono preziosi nella misura in cui escludono patologie e inganni, mettendo nel medesimo tempo a fuoco fenomeni a cui la scienza non sa rispondere. La strada è così stata sgombrata dai dubbi e dai pregiudizi ed è stata lasciata aperta la porta che introduce al mistero. Fare un passo oltre non appartiene più all’ambito della scienza.
Accertato che il fenomeno dell’estasi è scientificamente inspiegabile e che i veggenti sono sani e sinceri, il vero problema è quello di valutarne la credibilità nell’insieme dei loro comportamenti. Questo è stata fin dal principio l’ossessione del parroco, Fra Jozo, che li ha sottoposti a interrogatori estenuanti.
La credibilità dei veggenti si è manifestata sempre più nel corso degli anni. Il tempo è un fattore straordinario di verità. Sono trascorsi i decenni e l’albero ha dato i suoi frutti, anche nella vita di quelli che allora erano solo dei ragazzi. La Gospa stessa ha indicato loro la strada dicendo: “Voi mi chiedete il segno perché si creda alla mia presenza. Il segno verrà, ma voi non ne avete bisogno: voi stessi dovete essere un segno per gli altri” (08-02-1982).
In effetti è quanto è avvenuto. Chi conosce i veggenti fin dal principio li ha visti crescere “in sapienza, età e grazia”, pur in un quadro di normalità che li rende ancora più credibili. Innanzi tutto, in un tempo in cui gioventù è esposta a sbandamenti, sono stati perseveranti nel loro cammino di fede, fino ad arrivare a diventare dei bravi e padri e madri di famiglia. Hanno anche loro i limiti e i difetti propri della natura umana, ma sono maturati progressivamente, dimostrando equilibrio, saggezza, fedeltà e bontà.
E’ straordinaria la loro umiltà, che si manifesta nella consapevolezza di avere avuto una grazia e un compito da loro non voluto e non meritato, ma di cui dovranno rendere conto. Non hanno mai cercato di diventare delle star, evitando i pericoli del mondo mass-mediatico.
Non si sono però mai sottratti alla testimonianza, incontrando i pellegrini a Medjugorje e accogliendo gli inviti a partecipare a incontri di preghiera, spesso promossi da sacerdoti nelle loro parrocchie. Per la conoscenza che ho di loro fin dai primi anni, devo dire che hanno adempiuto nel migliore dei modi all’invito della Gospa di essere loro stesso un segno per gli altri.
“Chi riceve un compito riceve anche le grazie necessarie per adempierlo. La Madonna vede i cuori e sa trarre il meglio da ognuno. Ai ragazzi di Medjugorje ha affidato una missione la cui ampiezza e importanza non si sono ancora pienamente manifestate.
Non è mai accaduto in apparizioni pubbliche che la Vergine abbia chiesto un impegno così intenso e prolungato, tale da assorbire l’intera vita di una persona. Si tratta di un compito che esige fedeltà, coraggio, spirito di sacrificio, costanza e perseveranza. Ci chiediamo se questa straordinaria missione affidata a dei giovanissimi venga adempiuta bene.
A questo riguardo la risposta è una sola: i ragazzi, ormai divenuti persone adulte, hanno risposto nel migliore dei modi. Dio non pretende da loro che pervengano a tappe forzate alle vette della santità. I due pastorelli di La Salette non saranno mai elevati agli onori degli altari. La loro vita è stata piuttosto travagliata. Essi però hanno perfettamente compiuto la loro missione nella più grande fedeltà, rimanendo leali fino alla fine alla loro testimonianza sul messaggio ricevuto.
Anche i santi hanno i loro difetti. Figuriamoci dei ragazzi ancora agli inizi del cammino spirituale. In questo tipo di missione contano due virtù fondamentali: l’umiltà e la fedeltà. La prima è la consapevolezza evangelica di essere dei servi inutili e difettosi. La seconda è il coraggio della testimonianza del dono ricevuto, senza mai rinnegarlo.
I veggenti di Medjugorje, come li conosco io, pur con i loro limiti e difetti, sono umili e fedeli. Lo sa soltanto Dio quanto siano santi. Questo d’altra parte è vero per tutti. La santità è un lungo cammino che siamo chiamati a percorrere fino all’ultimo istante della vita.” ( Padre Livio – Perché credo a Medjugorje – pag 19 – Sugarco edizioni).
Dal libro di P. Livio: Medjugorje: Il Cielo sulla terra – Piemme
Guardano tutti nel medesimo punto nello stesso istante.
Vedere i gruppi delle diverse nazionalità a Medjugorje con le loro bandiere, pregare, ti tocca il cuore. Ma le donne ucraine in intensa preghiera e canti, vecchie madri o giovani mogli (quante vedove?), e fidanzate (rivedranno il loro amato? Se sì, quanto storpiato nel fisico e nella psiche?), con decine di bambini e ragazze (quanti già orfani?), ti sconvolge. Il reportage di Eusebio Ciccotti
29/07/2026
Medjugorje – Tutti ci ricordiamo dai libri delle elementari un disegno (io almeno non lo ho mai dimenticato) di un Papa che con la Croce fermava il capo degli Unni lanciato verso la distruzione di case e vite umane, cui sarebbe seguito il saccheggio e l’incendio di Roma: LeoneI. Egli, con lo stendardo e un crocifisso, umilmente va incontro ad Attila, sulle sponde del fiume Mincio, nei pressi di Mantova. Siamo nella afosa estate del 452. Ha portato con sé, dei preti vestiti di bianco, e venti soldati tutti rigorosamente disarmati. Attila e i suoi generali sono meravigliati.
Papa Leone I, carattere sereno e buon conversatore, dai toni bassi (dicono le fonti), parla della bellezza dell’Asia, che conosce, da dove proviene Attila. Questi ne rimane incantato. Tra i due vi è un gran rispetto. Attila offre al Papa un regale pranzo e dopo due giorni il capo degli Unni è convinto che saccheggiare la città non sia una buona azione. Si ritira (altre fonti ci dicono che fosse superstizioso), accettando un cospicuo bottino. Sta di fatto che le preghiere di Papa Leone I, gran devoto dello Spirito Santo, salvarono Roma.
I due “Leoni”
Il caso (?) vuole che dopo secoli sul soglio pontificio sieda un altro Leone, Papa Prevost, agostiniano, uomo di intensa preghiera, poliglotta, ex missionario nelle periferie povere del mondo e buon comunicatore. Sappiamo che egli preghi ogni giorno, e chieda continuamente preghiere a tutti i cristiani affinché cessino le molte guerre che incendiano il nostro bello e unico pianeta.
La preghiera contro le guerre
In ogni comunità cristiana, in ogni chiesa cattolica, in milioni di famiglie, in questi ultimi anni la preghiera per la pace si è intensificata. Tutti i pontefici da decenni la raccomandano. È, la pace, in un certo senso, il nostro “pane quotidiano”, insieme all’Eucaristia: e i cristiani la chiedono tramite la preghiera, l’unica, che Gesù insegnò ai suoi apostoli.
Dove incontri centinaia, migliaia di persone, tutte raccolte in una grande “famiglia” di oranti, convinte che la preghiera possa, appunto, “far miracoli”, e tra questi anche quello di “fermare le guerre”, sono le chiese e i santuari cattolici. Uno tra i più frequentati negli ultimi trenta anni è la chiesa di san Giacomo a Medjugorje. Cui si aggiungono, come raccontato da Formiche.net, due colline: quella del Podbordo (chiamata dai fedeli, “Collina delle Apparizioni”) e il Križevac (“Monte della Croce”) anche esso testimone di fenomeni miracolosi.
Pellegrine ucraine sul KrizevacIl restauro della statua della Madonna sul Podbrdo, dopo il danneggiamento del 28 luglioL’Adorazione dopo la messa internazionale della seraLa messa internazionalePellegrini polacchi cantano davanti alla MadonnaPellegrini ucraini pregano a Medjugorje sulla tomba di Padre Slavko Barbaric
“Pregate per la Pace”
Sin dalle prime apparizioni (giugno 1981) la Madonna chiese “di pregare per la pace”. Sembrava una richiesta fuori dalla Storia, perché in Europa non vi era alcuna guerra. Si vivevano, nell’Occidente, i roboanti anni Ottanta, valigetta 24 ore, primi cellulari, una economia che “tirava”. Le coste della Jugoslavia, Paese non allineato all’Urss, era la meta turistica sia dei vacanzieri piccolo borghesi occidentali che di quelli meno “proletari” dell’Est.
Dieci anni dopo, luglio 1991, scoppiò una guerra all’interno di quella che subito divenne la “ex Jugoslavia”. Conflitto tra croati e serbi, tra serbi e bosniaci musulmani, con gli eccidi di Banja Luka e Srebrenica. In quei cinque anni di guerra, 1991-1995, con il terribile assedio di Sarajevo ad opera delle truppe serbe, e l’uccisione di inermi cittadini, il conflitto sfiorò l’Herzegovina e il villaggio di Medjugorje. I residenti raccontano che alcune bombe cadute nel territorio di Medjugorje non esplosero. Essi attribuiscono ciò alle preghiere che incessantemente, durante il conflitto, cittadini e pellegrini rivolsero a Gesù tramite la Madonna.
Come pregano i pellegrini
A tre giorni dall’inizio della 37° edizione del Mladifest (“Festival dei Giovani”, che raccoglierà circa 60.000 partecipanti), sono di diverse nazionalità i pellegrini che si possono incontrare nella spianata dietro la chiesa per la messa internazionale, o sulle due colline, anche queste, luogo di pellegrinaggio (Podbrdo e Križevac). I più numerosi sono gli ucraini e i polacchi, cui seguono spagnoli e latino-americani, slovacchi, italiani, sud-coreani, irlandesi. Poi piccoli gruppi e famiglie di tanti altri Paesi.
I coreani amano una preghiera concentrata e intensa, formando dei gruppi compatti. con accanto una loro piccola bandiera su un’asta. I polacchi, a fine giornata, verso le 21.30, non rientrano in albergo se non hanno fatto dei canti davanti alla statua della Madonna, nel piazzale antistante la chiesa di San Giacomo. Tra i loro canti della tradizione cattolica non può mancare “Czarna Madonna” (“Madonna Nera”).
Quelli che, indubbiamente, ti colpiscono per i loro lunghi canti e preghiere, sia sul Križevac o sul Podbrdo, ma anche presso la tomba del francescano fra Slavko Barbaric, morto in odore di santità (parroco di San Giacomo, colui che ha creato il Festival dei Giovani, ancora sotto il regime, scomparso improvvisamente all’età di 54 anni), sono i pellegrini ucraini.
Mentre le loro città sono bombardate ogni minuto dai missili russi e dai droni di fabbricazione iraniana, qui arrivano diversi numerosi gruppi, dopo un lungo estenuante viaggio in pullman (22-24 ore). La composizione dei loro gruppi è singolare. Tra di loro non vi sono uomini. Se non qualcuno oltre i 70 anni. Gli uomini sono al fronte, o nelle città e villaggi a mantenere attivi i luoghi di produzione di beni e merci, necessari per affrontare la vita di una popolazione sotto attacco.
Sono folti gruppi di donne mature, giovani mogli e fidanzate, adolescenti e bambini. Ogni gruppo è guidato da un sacerdote. Sono in maggioranza sacerdoti appartenenti al rito greco-cattolico.
Le loro preghiere durano a lungo nella serena notte della vallata, poi si alzano decise verso il cielo blu. Nel volto di queste donne leggi la serenità nonostante tu possa immaginare che alcune siano orfane di figlio, altre giovani vedove. Altre ancora non sanno se il loro caro, ora al fronte, tornerà a casa. E se tornerà in quali condizioni psico-fisiche lo riabbracceranno.
Questo popolo benedetto dal Signore doveva essere invaso e completamente sottomesso da Vladimir Putin in tre settimane, nel 2022; ma resiste da cinque anni. La fede del popolo ucraino è qualcosa che devi vedere. Osservare queste donne mentre pregano con dignità, con occhi dai quali, immaginiamo, sono scese infinite lacrime, insieme alle adolescenti e ai bambini mai stanchi, ti fa capire cosa sia una vita immersa nella preghiera, nella pazienza, nella speranza. Ne esci rafforzato
Nascita: 12 maggio 1866, Castelnovo di Cattaro, Montenegro
Morte: 30 luglio 1942, Padova
Ricorrenza: 30 luglio e 12 maggio
Tipologia: Commemorazione
Protettore: dei malati di tumore
Luogo reliquie: Santuario di San Leopoldo Mandic
Fa parte di: Santi del Veneto
Nacque il 12 maggio 1866 in Dalmazia, a sedici anni entrò tra i Cappuccini di Venezia e collaborò alla riunificazione con la Chiesa ortodossa. Questo suo desiderio però non si realizzò, perché gli furono affidati altri incarichi.
Dal 1906 a Padova si dedicò al ministero della Confessione. Le sue erano confessioni semplici: poche parole, anche a causa del suo parlare non fluido; l’esortazione ad avere fede; un fermo e chiaro richiamo quando proprio occorreva, e l’assoluzione…
Alle cinque del mattino del 30 luglio 1942, Padre Leopoldo Mandic, già debilitato da un tumore all’esofago, affrontò con grande fatica i pochi passi che separavano la sua cella dalla cappella dell’infermeria del convento a Padova.
Per circa un’ora e mezza si preparò alla Messa con intensa preghiera: era pienamente lucido, sereno e raccolto nell’attesa di incontrare il Signore. Dopo aver chiamato il fratello infermiere per indossare i paramenti sacri, al momento di cominciare la celebrazione un collasso improvviso al cuore lo privò della coscienza, facendolo cadere a terra nella sacrestia.
Trasportato nella sua cella e adagiato sul letto, Padre Leopoldo riprese conoscenza. Con calma profonda e fiducia filiale, ripeté: «Signore, sia fatta la tua volontà. Solo, non guardare alle mie colpe, ma usami misericordia». Erano le sue ultime parole, pronunciate mentre i confratelli gli amministravano l’unzione degli infermi e recitavano la “Salve Regina”.
Spirò serenamente pochi attimi dopo, con le mani alzate verso il cielo, in un atteggiamento di supplica e fiducia nella madre celeste, mentre i frati cantavano l’antifona mariana.
titolo Transito di San Leopoldo Mandic autore Ambito veneto anno sec. XX
La sua tomba, aperta dopo ventiquattro anni, rivelò il corpo completamente intatto. San Leopoldo era un disabile. Alto un metro e quaranta, artrite alle mani, difficoltà nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire e martire della confessione. San Giovanni Paolo II lo ha canonizzato nel 1983.
Con decreto 6 gennaio 2020 della Congregazione per il Culto Dito e la Disciplina dei Sacramenti, San Leopoldo Mandic è stato dichiarato patrono dei malati di tumore. Normalmente un santo si ricorda nel giorno della morte, ma nel caso di san Leopoldo è stato chiesto, dopo la canonizzazione, la festa nel giorno non della morte ma della nascita, il 12 maggio.
Al suo santuario, a Padova, numerosi sono i pellegrini e tra essi tante persone con difficoltà della comunicazione. Ivi si radunano periodicamente i soci del Movimento Apostolico Sordi, per la preghiera del santo rosario.
Oggi si commemorano insieme i tre santi fratelli di Betania, amici del Signore Gesù.
Santo del giorno 29_07_2026- La Nuova Bussola
Betania si trova a due-tre chilometri da Gerusalemme ed è nota perché Gesù vi passò più volte durante la sua vita pubblica. Era il villaggio di Lazzaro (da qui il nome datole dagli arabi, al-Azariya, che sta proprio per luogo “di Lazzaro”) e delle sue sorelle Maria e Marta. Tutti e tre sono commemorati oggi dalla Chiesa. In precedenza Lazzaro era commemorato il 17 dicembre, ma con l’edizione del Martirologio Romano del 2001 (la prima dopo il Vaticano II) la sua memoria è stata spostata al 29 luglio, data tradizionale per il culto liturgico di Marta, patrona di casalinghe, cuochi, domestiche e albergatori. Nello stesso giorno è stato riunito il ricordo della sorella Maria di Betania, che a lungo è stata identificata con Maria Maddalena (nonché con la peccatrice penitente che cosparge di olio profumato i piedi di Gesù, baciandoli e asciugandoli con i suoi capelli; Lc 7, 36-50), per ragioni che meriterebbero un approfondimento a parte. Nel 2021, papa Francesco, accogliendo la proposta della Congregazione per il Culto Divino, ha disposto l’iscrizione nel Calendario Romano Generale, al 29 luglio, della memoria congiunta dei santi Marta, Maria e Lazzaro.
Marta è citata in tre episodi evangelici, uno più denso dell’altro, in cui viene ritratta come una donna sollecita nel servire e nell’andare incontro al Maestro. Luca ce la mostra nell’atto di accogliere in casa Gesù, nel mezzo delle fatiche del suo apostolato, «tutta presa dai molti servizi» mentre la sorella Maria, modello delle contemplative, ascolta la parola di Nostro Signore. Da qui la sua celebre rimostranza («Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti»), che diede motivo a Gesù di trasmettere un insegnamento su cui i cristiani di ogni tempo hanno dovuto meditare: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10, 38-42). Si potrebbe dire che a quel tempo la buona Marta non aveva ancora trovato quell’equilibrio tra l’ora et labora, tra il raccoglimento con Dio e il lavoro, che sarà ben espresso nella dottrina di san Benedetto e che ognuno, non solo i monaci, è chiamato a cercare. Ma certo, come commentò sant’Agostino, era già sulla retta via: «Marta, tu non hai scelto il male; Maria ha però scelto meglio di te».
Ritroviamo Marta, che certamente custodì nel suo cuore le parole del Maestro, nell’episodio della risurrezione di Lazzaro. Non appena sa che Gesù, rischiando la vita, è di ritorno a Betania, proprio lei gli va subito incontro e gli rivolge queste parole: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto [le stesse parole saranno ripetute poco dopo dalla sorella Maria]! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la concederà». Quando poi Gesù le preannuncia che suo fratello risorgerà e le chiede di credere in Lui, è ancora lei a fare un’aperta e ispirata professione di fede: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» (Gv 11, 1-46). Nello stesso brano evangelico compare anche Maria, che con il suo pianto per la morte del fratello commuove profondamente Gesù.
Un altro episodio in cui ritroviamo i tre fratelli celebrati oggi si colloca dopo la risurrezione di Lazzaro, quando Gesù viene ospitato a cena a Betania: Marta è intenta a servire i commensali, tra i quali c’è lo stesso Lazzaro; e Maria cosparge i piedi del Signore di un preziosissimo olio di nardo, asciugandoli con i suoi capelli, pochi giorni prima della Passione. Al rimprovero fatto da Giuda di fronte al presunto “spreco”, è Gesù stesso a rispondere lodando il gesto profetico di Maria, fatto in vista della sepoltura del Suo sacratissimo corpo (Gv 12, 1-11).
Scrisse ancora sant’Agostino: «Marta e Maria erano due sorelle, non solo sul piano della natura, ma anche in quello della religione; tutte e due onoravano Dio, tutte e due servivano il Signore presente nella carne in perfetta armonia di sentimenti. Marta lo accolse come si sogliono accogliere i pellegrini, e tuttavia accolse il Signore come serva, il Salvatore come inferma, il Creatore come creatura; lo accolse per nutrirlo nel suo corpo mentre lei doveva nutrirsi con lo Spirito. […] Del resto tu, Marta, sia detto con tua buona pace, tu, già benedetta per il tuo encomiabile servizio, come ricompensa domandi il riposo. […] Ma dimmi: quando sarai giunta a quella patria, troverai il pellegrino da accogliere come ospite? Troverai l’affamato cui spezzare il pane? L’assetato al quale porgere da bere? L’ammalato da visitare? Il litigioso da ricondurre alla pace? Il morto da seppellire? Lassù non vi sarà posto per tutto questo. E allora che cosa vi sarà? Ciò che ha scelto Maria: là saremo nutriti, non nutriremo. […] E volete proprio sapere quello che vi sarà lassù? Il Signore stesso afferma dei suoi servi: In verità vi dico, li farà mettere a tavola e passerà a servirli (Lc 12, 37)».
Tornando a Lazzaro, va ricordato il clamore che la sua risurrezione suscitò. A causa di questo miracolo, ci informa ancora san Giovanni Evangelista, molti Giudei credettero in Gesù. Da qui la decisione dei sommi sacerdoti, che «deliberarono di uccidere anche Lazzaro» (Gv 12, 10). Una decisione che evidentemente non riuscirono a mettere in pratica. Infatti Lazzaro, secondo una consolidata tradizione orientale, divenne il primo vescovo di Cizio, oggi Larnaca, sull’isola di Cipro, dove tuttora sarebbero custodite alcune delle sue reliquie, rinvenute nel 1972 in un’arca di marmo. Già nell’890, sempre a Larnaca, era stata ritrovata una lapide con questa iscrizione: «Lazzaro, l’amico di Cristo».