"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Gli uomini di cui abbiamo bisogno

Società | CR 1960

22 Luglio 2026 -di Roberto de Mattei

Prima della confusione delle strutture, la confusione delle intelligenze. È questa la chiave con cui occorre leggere il momento storico che stiamo vivendo. La crisi che investe oggi il mondo cattolico non è anzitutto una crisi organizzativa o strategica: è una crisi spirituale e culturale, che investe il modo stesso di pensare, di giudicare e di reagire agli avvenimenti.

Per molti decenni il progressismo politico e culturale ha esercitato un dominio quasi incontrastato sull’Occidente, controllando i partiti politici, i grandi organi di informazione, le case editrici, il mondo universitario, l’industria dell’intrattenimento e, infine, una parte significativa delle stesse strutture ecclesiastiche. L’obiettivo era quello di costruire un nuovo ordine mondiale fondato sull’abolizione delle identità naturali e religiose, sulla dissoluzione di ogni autorità tradizionale e sulla sostituzione dell’ordine cristiano con una nuova religione secolare.

Questa egemonia appariva, fino a pochi anni fa, pressoché irreversibile. Chiunque si opponesse veniva marginalizzato, censurato o semplicemente ignorato. Eppure ogni costruzione artificiale contiene in sé i germi della propria dissoluzione. L’inizio del XXI secolo ha segnato infatti l’emergere di una crisi profonda di questo sistema. Molti attribuiscono tale cambiamento alla diffusione di Internet e dei social media. Sarebbe però un errore confondere lo strumento con la causa.

Internet non ha creato la reazione; l’ha semplicemente portata alla luce, rendendola efficace. La Provvidenza si serve spesso di mezzi inattesi per favorire i propri disegni. La rete ha permesso di aggirare il monopolio dell’informazione, di far circolare idee censurate, di mettere in comunicazione persone che fino ad allora erano rimaste isolate. Ma la causa vera e profonda della reazione sta nell’ordine naturale, che precede ogni costruzione ideologica. Quando questo ordine viene sistematicamente violato, la realtà stessa reagisce. La natura dell’uomo possiede una forza di resistenza che nessuna propaganda può eliminare definitivamente. Si può oscurare la verità, ma non si può cancellare completamente quella legge naturale che Dio ha inscritto nel cuore di ogni uomo.

Questa capacità di reazione negli ultimi venticinque anni è emersa con particolare evidenza, soprattutto nel mondo cattolico. Molti fedeli hanno intuito che qualcosa di essenziale veniva smarrito e hanno cercato di recuperare la liturgia tradizionale, il catechismo di sempre, la filosofia realista, la teologia classica, il patrimonio spirituale della Chiesa. Ma proprio quando sembrava delinearsi una possibile convergenza di queste energie, si è manifestato quello che può essere definito il colpo di coda del processo rivoluzionario.

Negli ultimi anni si è succeduta una serie di eventi che hanno profondamente destabilizzato il mondo cattolico. La pandemia del 2020-2021 ha introdotto un clima di paura collettiva e di sospetto reciproco. La guerra russo-ucraina, esplosa nel 2022, ha ulteriormente confuso e polarizzato gli animi. Le vicende interne della Chiesa, nel passaggio dal pontificato di Francesco a quello di Leone XIV, hanno accentuato entusiasmi e scoraggiamenti, spesso sproporzionati rispetto alla reale portata degli avvenimenti. Quest’atmosfera psicologica è stata utilizzata come strumento per impedire ogni possibile ricomposizione del mondo cattolico legato alla Tradizione, provocando una frammentazione che forse non ha precedenti nella storia. 

L’effetto più grave di questa situazione non è organizzativo, ma intellettuale. Plinio Corrêa de Oliveira, in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ha più volte denunciato l’atrofia dell’intelligenza come uno dei fenomeni caratteristici del mondo moderno; Marcel De Corte ha dedicato a questo tema un libro penetrante, L’intelligenza in pericolo di morte. Lo sviluppo tecnologico ha accelerato questo processo. L’uomo contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di informazioni, immagini, emozioni e polemiche. I social media – Facebook, Instagram, TikTok e le piattaforme che continuamente nascono – non si limitano a trasmettere notizie: il loro stesso funzionamento è concepito per indebolire l’esercizio dell’intelligenza. Essi sollecitano reazioni immediate, privilegiano l’emozione rispetto al giudizio, la velocità rispetto alla profondità. Non si cerca più la verità, ma la rapidità della risposta. 

Questo fenomeno ha investito anche ambienti che si definiscono tradizionalisti e che, proprio per la loro formazione, dovrebbero esserne i più immuni. Si rischia così un paradosso: possedere princìpi dottrinali solidi e, nello stesso tempo, vivere psicologicamente secondo le categorie della cultura rivoluzionaria. Si passa da un’indignazione all’altra, da un entusiasmo a una delusione, da una polemica alla successiva, senza conservare quella pace interiore che sola rende possibile un autentico giudizio soprannaturale.

Le grandi crisi della Chiesa sono sempre state affrontate da uomini che erano, nel senso più autentico del termine, contemplativi nell’azione. Sant’Atanasio, san Gregorio VII, san Pio V, san Pio X non furono travolti dagli eventi: li dominarono, perché seppero giudicarli alla luce di princìpi superiori. La loro forza nasceva dalla preghiera, dalla disciplina intellettuale, dall’abitudine a subordinare i fatti ai princìpi e non i princìpi ai fatti. Ogni autentica restaurazione comincia sempre con una restaurazione delle facoltà dell’anima.

 Lo studio, la riflessione, il primato della contemplazione sull’azione sono le condizioni indispensabili per lo sviluppo della vita interiore e per la formazione di uomini capaci di giudicare rettamente gli eventi del nostro tempo.

Dom Jean-Baptiste Chautard, nel suo celebre L’anima di ogni apostolato, ricordava che l’eresia dell’azione consiste nel sostituire l’attività alla vita interiore. Oggi potremmo aggiungere che esiste anche una nuova forma di attivismo: l’attivismo digitale. È una continua agitazione che dà l’illusione dell’impegno mentre consuma lentamente le energie spirituali. La ricerca del sensazionale sostituisce la fedeltà quotidiana; l’eccezionale appare più attraente dell’ordinario. Eppure è proprio nella fedeltà alle piccole cose che si forma il carattere cristiano. Talvolta occorre un eroismo maggiore per compiere il proprio dovere quotidiano che per affrontare un’occasione straordinaria. Come osserva mons. Pier Carlo Landucci, l’umile consapevolezza della propria pochezza può far prevedere un piccolo posto nella gloria dei santi; ma tutti sono chiamati alla santità eroica, perché, come insegna san Paolo, «questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1 Ts 4, 3).

Vi è infine un’ultima tentazione, particolarmente insidiosa. Di fronte alle difficoltà presenti nella Chiesa, alcuni sono tentati di cercare rifugio fuori di essa. Combattere all’esterno sembra più semplice che sopportare le sofferenze provocate dalle crisi interne. È più facile immaginare comunità perfette che rimanere fedeli nella prova. Ma questa strada conduce inevitabilmente ad un vicolo cieco.

La Chiesa rimane il Corpo Mistico di Cristo anche quando è attraversata da profonde crisi. I suoi membri possono essere infedeli; i suoi pastori possono commettere errori e perfino favorire gravi confusioni; in determinate circostanze la resistenza può essere legittima e perfino doverosa. Tuttavia, non esiste una via autenticamente cattolica al di fuori delle istituzioni della Chiesa, né una restaurazione che possa realizzarsi contrapponendosi in modo stabile e permanente a coloro che ne esercitano legittimamente l’autorità.

La storia insegna che tutte le grandi restaurazioni cattoliche sono nate da uomini che hanno saputo unire una ferma resistenza all’errore con un amore incrollabile per la Chiesa visibile e gerarchica. 

Per questo la battaglia decisiva dei nostri tempi non consiste anzitutto nell’alzare la voce, accusare il prossimo, moltiplicare iniziative o campagne mediatiche. Essa consiste nel ricostruire uomini interiormente ordinati, capaci di studio, di preghiera, di sacrificio e soprattutto di equilibrio. 

San Girolamo Emiliani, il cavaliere che divenne padre degli orfani

Chiesa cattolica | CR 1960

22 Luglio 2026  – di Roberto de Mattei

Il 20 luglio la liturgia tradizionale della Chiesa ricorda san Girolamo Emiliani (1486-1537). 

Nacque a Venezia nel 1486 da una famiglia patrizia. Come molti giovani nobili della Serenissima, ricevette una formazione orientata più alle armi e al governo che agli studi. Il suo ideale era quello del cavaliere cristiano, fedele alla Repubblica e pronto a difenderne i confini. Per questo intraprese presto la carriera militare, militando nella cavalleria veneta. L’episodio decisivo della sua vita avvenne nel 1511. Durante la guerra della Lega di Cambrai fu incaricato della difesa della fortezza di Castelnuovo di Quero, nel Trevigiano. L’assedio delle truppe francesi ebbe un esito disastroso: Girolamo fu catturato, incatenato e rinchiuso in una prigione. Per un uomo abituato agli onori e alle responsabilità fu un’umiliazione profonda.

In quella cella avvenne la sua conversione. Rivolse una preghiera fervente alla Madonna, promettendo di cambiare vita se avesse ottenuto la libertà. Secondo la tradizione, riuscì miracolosamente a liberarsi dalle catene e a fuggire dalla prigione. Giunto al santuario della Madonna Grande di Treviso, depose davanti all’altare le catene che aveva portato come prigioniero, in segno di gratitudine e di consacrazione alla Vergine.

Da quel momento tutto cambiò. Tornato a Venezia, iniziò una vita di intensa preghiera, di penitenza e di servizio ai bisognosi. La conversione non fu improvvisa soltanto nei sentimenti, ma si tradusse in una completa trasformazione dell’esistenza. Abbandonò le ambizioni mondane, distribuì gran parte dei suoi beni e si dedicò ai poveri. Erano gli stessi anni in cui si diffondevano le Compagnie del Divino amore, un movimento di profonda riforma della Chiesa, fondato su princìpi opposti a quelli mondani dell’umanesimo. È importante mostrare come la Rivoluzione protestante fu preceduta da una silenziosa ma efficace Riforma cattolica. Nella prima sessione del V Concilio Lateranense, il 3 maggio 1512, il generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo esortò alla riforma della Chiesa, riassumendone l’idea in queste celebri parole: «Gli uomini devono essere mutati dalla religione, non la religione dagli uomini». Mentre alcuni ritenevano di poter rinnovare la Chiesa rompendo la sua unità e contestandone l’autorità, lo Spirito Santo suscitava uomini che riformavano la Chiesa riformando anzitutto se stessi, come san Girolamo Emiliani, san Gaetano da Thiene, sant’Antonio Maria Zaccaria e, poco dopo, sant’Ignazio di Loyola. 

Erano anni drammatici della storia italiana. Guerre, carestie e soprattutto epidemie di peste lasciavano dietro di sé migliaia di orfani. Intere famiglie venivano distrutte nel giro di pochi giorni. Bambini senza casa vagavano per le strade delle città, esposti alla fame, alla violenza e alla delinquenza. Fu qui che emerse tutta la grandezza cristiana di Girolamo Emiliani.Egli comprese che non bastava soccorrere i poveri con qualche elemosina. Occorreva offrire loro una famiglia, un’educazione, una formazione religiosa e un mestiere. Iniziò così a raccogliere gli orfani, ospitandoli nelle case che riusciva a procurarsi, vivendo insieme a loro con semplicità evangelica. Li nutriva, li vestiva, insegnava loro il catechismo e li preparava a diventare uomini onesti e buoni cristiani.

La sua opera anticipò di secoli quella che oggi chiameremmo una vera rete di assistenza sociale cristiana. Ma il suo metodo era profondamente diverso da quello dell’assistenzialismo moderno. Egli non vedeva nei poveri un problema sociale, bensì il volto stesso di Cristo. Per questo non si limitava ad alleviare la miseria materiale: voleva restituire alle anime la dignità di figli di Dio.

La sua attività si estese rapidamente da Venezia a Bergamo, Brescia, Verona, Como, Milano e in altre città dell’Italia settentrionale. Ovunque fondava ospizi per orfani, ricoveri per poveri, case per donne in difficoltà e istituzioni educative. Attorno a lui si raccolsero presto alcuni sacerdoti e laici desiderosi di condividere il suo ideale. Nacque così la Compagnia dei Servi dei Poveri, che avrebbe poi assunto il nome di Chierici Regolari di Somasca, dal piccolo paese presso Lecco dove la comunità trovò la sua sede principale. Ancora oggi i Padri Somaschi continuano nel mondo l’opera del loro fondatore, soprattutto nell’educazione della gioventù.

Nel 1537, mentre assisteva gli ammalati durante un’epidemia a Somasca, contrasse egli stesso la peste. Morì l’8 febbraio, vittima della sua eroica dedizione agli appestati. Il suo istituto fu approvato da Paolo III tre anni dopo, nel 1540.   Fu canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII e nel 1928 Pio XI lo proclamò patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata.

La vita di san Girolamo Emiliani offre una dimostrazione luminosa del fatto che la vera riforma nasce sempre dalla conversione personale e dalla fedeltà alla Chiesa. Egli non scrisse trattati teologici né partecipò alle grandi controversie del suo tempo. La sua apologetica fu quella delle opere. Nato alle soglie dell’età moderna, nel momento in cui l’Europa stava entrando in una delle sue crisi più profonde, egli dimostrò che la vera risposta alle rivoluzioni religiose e morali consiste anzitutto nella santità vissuta e nella carità operosa. Mentre la cristianità veniva lacerata dalla Rivoluzione protestante e l’Italia era sconvolta dalle guerre, Girolamo scelse di ricostruire la società partendo dai più piccoli e dai più abbandonati.

La figura di san Girolamo Emiliani conserva oggi una straordinaria attualità. Anche il nostro tempo conosce nuove forme di orfanità: bambini privi di riferimenti familiari, giovani smarriti in una società che ha perduto il senso di Dio, uomini e donne che, pur immersi nel benessere materiale, vivono una profonda solitudine spirituale.

San Girolamo Emiliani ci ricorda che nessuna riforma della società può riuscire se non parte dalla formazione delle anime. Le leggi, le istituzioni e le strutture sono necessarie, ma non bastano. Solo un’autentica vita cristiana, alimentata dalla grazia, è capace di ricostruire ciò che il peccato distrugge. Per questo il cavaliere veneziano che depose un giorno le sue catene ai piedi della Madonna rimane uno dei grandi maestri della Civiltà cristiana che un giorno risorgerà.

Leone XIV prega per la pace in Medio Oriente e ricorda di custodire il tesoro della relazione con Dio

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica 26 luglio 2026, 12:24 (ACI Stampa).

Una chiamata “urgente” quella di Gesù, anche se “libera” per riscoprire il tesoro della relazione com Dio.

Il Papa commenta così il Vangelo della liturgia di oggi nel commento prima della preghiera dell’ Angelus guidata a Castelgandolfo in Piazza della Libertà.

“L’incontro col Suo Regno è una svolta che non restringe, ma allarga la vita. Se qualcosa deve ora cambiare, è per un di più di possibilità, non per un di meno” dice il Papa. E “il Regno di Dio rivela la sua inestimabile bellezza su strade diverse, ma chiama tutti – uomini e donne, giovani e anziani, poveri e ricchi – a un profondo rinnovamento. Tutti lo possono comprendere e ne sono attratti”.

E infatti “anche oggi la Chiesa è comunione di persone diverse per origine, per cultura, per competenze, per livello di responsabilità, ma tutte chiamate a riconoscersi “uno” in Gesù Cristo: è Lui il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete che raccoglie chi è disperso”. Perché  “Gesù ha chiamato e radunato attorno a sé persone che, altrimenti, non si sarebbero mai frequentate”.

Nessuna preferenza, nessuno scarto e allora anche i cristiani di oggi devono chiedere “il dono di distinguere la perla di grande valore, di saper riconoscere il tesoro per cui vale la pena di vendere tutto. Mentre l’industria dei consumi ci modifica il palato, suscitando sempre nuovi bisogni per poi venderci risposte che non saziano e talvolta avvelenano il cuore, dobbiamo imparare a cogliere ciò che conta davvero, il tesoro della relazione con Dio che ci apre alla gioia e ci aiuta a vivere al meglio le relazioni tra di noi”.

Dopo la preghiera il Papa nei saluti ha ricordato la beatificazione in Libano di Elia Oeyek, patriarca di Antiochia dei Maroniti dal 1899 al 1931 e fondatore della Congregazione delle Suore Maronite della Santa Famiglia. “Ha guidato per più di trent’anni la Chiesa Maronita con grande dedizione e sensibilità pastorale. Uomo di dialogo e di speranza, è stato un luminoso punto di riferimento ecclesiale, sociale e politico, tanto da essere chiamato padre del Grande Libano”.

 Il pensiero del Papa è andato alla guerra in quelle regione: “Seguo con apprensione il perdurare ed inasprirsi della violenza in Terra Santa, di cui ultimamente sono state vittime anche molti civili in Cisgiordania e a Gaza. rivolgono accurato appello affinché si torni a negoziare un’equa soluzione politica, fondata sulla pari dignità e gli uguali diritti di ogni persona umana, e a rigettare nuove azioni militari e decisioni unilaterali, in particolare quelle che violano il rispetto e lo status quo dei Luoghi Santi di ogni fede religiosa.

Rinnovo altresì il mio appello circa la situazione in tutto il Medio Oriente, dove un intensificarsi delle operazioni militari ha riportato violenza e distruzione, mettendo gravemente a rischio la vita di numerosi civili e aggravando la carenza di acqua potabile ed elettricità. Dal profondo del cuore esorto tutte le parti coinvolte a sospendere gli attacchi e a riaprire con urgenza spazi di dialogo e diplomazia, per giungere quanto prima alla pace tanto desiderata per tutta la Regione. Continuiamo a pregare per tutti i popoli che nel mondo soffrono a causa della guerra.

Possa il Signore toccare i cuori e illuminare le menti dei responsabili, perché presto si giunga alla riconciliazione e alla pace”.

Un pensiero per vittime e soccorritori dei devastanti incendi che in questi giorni hanno interessato varie località della Francia e della Spagna, e per la sesta giornata mondiale dei nonni e degli anziani, che ha come tema le parole del profeta Isaia, io invece non ti dimenticherò mai: “Ringraziamo insieme il Signore per il dono che gli anziani sono, per la Chiesa e per la società, e impegniamoci a rispettarne e valorizzarne il ruolo prezioso e a garantire loro sempre la giusta attenzione e assistenza”.

Tra i saluto anche quelli per la sagra delle pesche tipica di Castelgandofo tanto che il Papa prima di scendere in piazza a salutare i fedeli ha consegnato alcune pesche ai giovani.

Santi Anna e Gioacchino

autore: Giovanni Carnovali anno: 1826 titolo: Educazione della Vergine luogo: Chiesa di San Bartolomeo Apostolo, Almenno San Bartolomeo

Nome: Santi Anna e Gioacchino

Titolo: Genitori della Vergine Maria

Ricorrenza: 26 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

S. Anna nacque a Betlemme in umile dimora, e fu predestinata da Dio ad andare sposa a Gioachino. Entrambi erano della stirpe di David. I due sposi scelti dal Cielo a darci l’Immacolata da tanti anni sospiravano un figlio e pregavano con lacrime l’Onnipotente affinché esaudisse i loro desideri. Come l’antica Anna, madre di Samuele, effondeva presso il Signore le sue preci e faceva voto di consacrargli interamente il figlio che le avrebbe mandato, così la madre di Maria prometteva di consacrare a Dio la prole che le avrebbe concesso…

Avanzata ormai d’età e sterile, il suo stato era allora considerato come un castigo del cielo, come un’esclusione dal partecipare alla nascita del Messia. Tanto che Gioacchino, giunto in tarda età senza prole, venne allontanato dal tempio di Gerusalemme dallo scriba Ruben, perché non era consentito accedervi a chi non avesse procreato.

Gioacchino si ritirò nel deserto, tra i pastori. Mentre era separato da Anna un angelo le sarebbe apparso e le avrebbe annunciato l’imminente concepimento di un figlio: lo stesso angelo sarebbe apparso contemporaneamente in sogno anche a Gioacchino. I due si ricongiunsero alla Porta Aurea di Gerusalemme scambiandosi un affettuoso bacio e in quell’istante si narra si ebbe l’Immacolata Concezione di Maria.

Anna seppe così pazientare e soffrire la ignominia e il compatimento delle donne nazaretane e Iddio le preparò la più grande consolazione, eleggendola a genitrice della Madre del Salvatore.

I due si ritirarono in disparte per pregare e ottenere da Dio la grazia che arrivò con l’annuncio di un angelo: « Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo »

« Veramente beata, e mille volte beata sei tu, o Anna, esclama il Damasceno, che hai messo al mondo quella bambina che Dio ricolmò di beatitudine, Maria, che il suo nome stesso rende singolarmente veneranda; la quale ha prodotto Cristo, il fiore di vita: la Vergine, la cui nascita fu gloriosa, e il suo parto sarà ancor più sublime. Noi pure, o beatissima donna, ci felicitiamo con te d’aver avuto il privilegio di darci la speranza di tutti i cuori, la prole cioè della promessa. Sì, sei beata, e beato è il frutto del tuo seno. Le anime pie glorificano il tuo germe, ed ogni lingua celebra con gioia la tua maternità. E certo, è degno, sommamente degno, lodare colei che Dio favorì di un oracolo e diede a noi il meraviglioso frutto, donde è uscito il grazioso Gesù ».

La santità di Anna fu certamente in rapporto con la sua dignità. La fede, l’amore vivissimo a Dio, l’intima unione con Lui, l’esattissima osservanza della legge divina, la purità, la carità, la prudenza, la fortezza, tutte le virtù si intrecciarono in lei. La santità eccelsa della figlia doveva pure esser per lei un continuo stimolo per crescere ogni giorno nella virtù. E se la Vergine, col visitare S. Elisabetta e col trattenersi con lei per tre mesi, riempì di benedizioni quella casa, chi può mai dire quanto abbondantemente fosse ricolma di grazia Anna, che per più anni visse con la Vergine e l’ebbe soggetta ed ubbidiente?

Maria contava tre anni ed allora Anna con Gioachino, suo santo sposo, condusse la figliuola al Tempio e l’abbandonò nelle mani di Dio.

Fu grande dolore per lei, ma lo seppe sopportare con la serenità dei giusti che vedono in tutti gli eventi un disegno della Provvidenza per il bene delle anime.

La missione a lei assegnata era ormai compiuta ed ella spirava in Gerusalemme tra le braccia della figlia benedetta. Pare che morisse all’età di 69 anni.

PREGHIERA Doloroso fu per Anna il distacco dall’eletta figliuola, ma seppe compierlo prontamente. Sappiamo anche noi lasciar liberi i figli di seguire la via per cui Dio li chiama.

“Trump deve decidere se passare alla storia come un perdente”. Parla Benny Morris

Sull’Iran Il rischio è che il presidente americano passi alla storia come un nuovo Carter. “Qui non parliamo di ostaggi, ma di qualcosa di molto più grande: la sopravvivenza del regime iraniano, la minaccia di un Iran nucleare e il caos economico globale”, dice lo storico israeliano

di Giulio Meotti 25 LUG 26  il foglio

Secondo la ricostruzione uscita ieri sul Wall Street Journal, Donald Trump è scettico sul fatto che i negoziati con l’Iran possano produrre una pace duratura e che l’unica cosa che Teheran capisce è la forza. “Credo che pensi di aver dato una possibilità alla pace”, ha detto Michael McCaul della commissione esteri della Camera americana. “Sta tornando al piano A, l’operazione militare”. “Ci sono diverse possibilità e tutte nella testa di Trump”. Parlando al Foglio, lo storico israeliano Benny Morris spiega come potrebbe continuare la guerra. “Una è che i bombardamenti a bassa intensità contro le capacità iraniane di attaccare le navi nello Stretto di Hormuz continuino per una o due settimane. L’altra è che inizi un’escalation colpendo uno o due obiettivi, come Pickax Mountain, e aspetti di vedere come reagiscono gli iraniani. La terza è che attacchi impianti di petrolio e gas, desalinizzazione, centrali elettriche, che porterebbe l’economia e il regime iraniani al collasso. Ci sarebbero rivolte e milioni di persone fuggirebbero. L’Iran ha riserve per due o tre mesi; dopo di che sarà il caos”.

Finora Trump ha evitato di attaccare le infrastrutture economiche iraniane perché sa che porterebbe a una depressione e all’aumento dei prezzi in America e in tutto il mondo.

“Di certo, gli danneggerebbe le elezioni di medio termine” prosegue Benny Morris al Foglio. “Non lo vuole. Ma non vuole nemmeno passare alla storia come un perdente. Ed è questo che lo aspetta se l’Iran continua a fare ostruzionismo, rifiuta di fare concessioni e di rinunciare alla sovranità sul Golfo Persico e Hormuz. Quindi deve decidere”.

Poi c’è il problema di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu incontrerà Trump martedì alla Casa Bianca. “Gli iraniani cercheranno di trascinare Israele nella guerra, anche se significherebbe l’attacco dell’aeronautica israeliana” dice Morris. “E Israele deve decidere cosa farà se gli iraniani tenteranno di coinvolgerli o se Trump cercherà di mobilitare l’aeronautica israeliana per aiutare quella americana sull’Iran”.

Questo è un dilemma per Netanyahu.

“I generali israeliani non vogliono un’altra guerra con l’Iran in cui gli americani potrebbero dire ‘basta’ a metà strada, cosa che hanno già fatto due volte. I generali israeliani non lo vogliono, nemmeno Netanyahu, anche per ragioni politiche: sembrerebbe di nuovo uno stupido per non aver vinto la guerra contro l’Iran e aver sprecato tante risorse israeliane”.

Il rischio è che Trump passi alla storia come un nuovo Carter. “Carter tentò di liberare gli ostaggi nel 1979, fallì e perse le elezioni. Qui non parliamo di ostaggi, ma di qualcosa di molto più grande: la sopravvivenza del regime iraniano, la minaccia di un Iran nucleare e il caos economico globale”.

Poi ci sono i paesi arabi, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait (quest’ultimo minacciato ieri di invasione dall’Iran).

“Vogliono due cose” ci dice Morris. “Nel lungo termine che il regime iraniano sia eliminato. Nel breve termine che l’Iran non colpisca i loro impianti petroliferi e di desalinizzazione. Vogliono che il regime sparisca, come America e Israele, ma non vogliono nemmeno essere bombardati e vedere le loro economie devastate”. Poi c’è lo scenario peggiore. “Che gli iraniani escano vincenti, continuino a controllare gli stretti e proseguano la produzione di uranio fino a essere in grado di assemblare una Bomba”.

Gli islamisti nel mondo intanto osservano. “Gli iraniani hanno una mentalità messianica e sono giocatori d’azzardo disposti a rischiare. L’intero progetto nucleare iraniano fin dall’inizio è stato una scommessa. Sapevano che America e Israele avrebbero opposto resistenza e hanno scommesso che America e Israele non avrebbero fatto ciò che era necessario per distruggere sia il regime sia il programma di armi atomiche. Era una grande scommessa e ora ne stanno facendo un’altra. Hanno dichiarato la sovranità sullo Stretto di Hormuz e a quanto pare stanno facendo lo stesso a Bab el Mandeb, sperando che questo persuada l’occidente a indietreggiare e a tenere Israele fuori.

 Penso che l’occidente, con le spalle al muro – e con Trump è anche una questione psicologica, di come viene percepito – non indietreggerà. Ma potrei sbagliarmi. Trump potrebbe cedere, Israele potrebbe non coinvolgersi e allora Israele dovrà aspettare qualche mese o anno per colpire da solo una volta che sentirà che gli iraniani si stanno avvicinando alla Bomba. Israele li attaccherà senza dubbio”.

C’è poi la questione di come ci vedono. “Vedono l’occidente come decadente, confuso e debole. Nasrallah lo espresse bene una volta quando descrisse Israele come una ragnatela: qualcosa che si sta sfaldando, come una tela di ragno, non davvero solida. Pensava che alla fine potesse essere sconfitta e che Israele sarebbe scomparso. Credo che sia così che gli iraniani e gli islamisti in generale considerano l’occidente. Vedono poi cosa succede nelle strade di Londra e Parigi, dove gli islamisti fanno un sacco di cose orribili e non vengono puniti o fermati”.

San Giacomo il Maggiore

Nome: San Giacomo il Maggiore

Titolo: Apostolo

Nascita: Betsaida

Morte: 43 circa, Gerusalemme

Ricorrenza: 25 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Luogo reliquie:Cattedrale di Santiago da Compostela

San Giacomo il Maggiore fu uno dei dodici Apostoli. Poiché i Samaritani non vollero accogliere i discepoli mandati da Gesù, Giacomo, con il fratello Giovanni, si rivolse al Maestro dicendo: «Signore, vuoi che diciamo al fuoco di discendere dal cielo a consumarli?»

Ma Gesù rispose con dolcezza: «Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perder le anime, ma a salvarle». Giacomo seppe far tesoro di quella lezione.

Nacque in Galilea circa dodici anni prima di Gesù. Era fratello di San Giovanni ed entrambi erano figli di Zebedeo, pescatore di Betsaida, e di Salome, discepola di Gesù. L’appellativo «Maggiore» gli fu attribuito per distinguerlo dall’altro San Giacomo, figlio di Alfeo, detto «Minore».

Chiamato da Gesù all’apostolato, lo seguì con generosità, lasciando reti e barca. Questa prontezza gli meritò una particolare benevolenza da parte del Maestro, tanto da essere ammesso alle sue confidenze più intime: fu presente, insieme a Pietro e Giovanni, alla risurrezione della figlia di Giàiro, alla Trasfigurazione e all’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani.

Come ogni uomo, ebbe le sue debolezze. Con Giovanni, fece chiedere alla madre Salome che potessero sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel suo regno. E il Maestro rispose: «Potete voi bere il calice che sto per bere, ed essere battezzati col battesimo col quale io sarò battezzato?».

«Sì, lo possiamo», risposero. Gesù replicò che in effetti avrebbero bevuto il suo calice, ma che i posti nel Regno erano riservati secondo la volontà del Padre.

Disceso lo Spirito Santo a Pentecoste, San Giacomo divenne tra i più zelanti predicatori del Vangelo, arrivando fino in Spagna. Lasciò lì un’impronta così profonda che, secoli dopo, durante le invasioni dei Mori, fu spesso invocato e persino visto apparire come guerriero celeste su un cavallo bianco, in difesa dei cristiani. 

Rientrato a Gerusalemme verso l’anno 43, fu arrestato e decapitato per ordine del re Erode Agrippa I, desideroso di compiacere i Giudei.

L’eroica testimonianza di fede di San Giacomo colpì profondamente il soldato che lo aveva condotto al giudizio, tanto che questi si convertì e ricevette la grazia del martirio insieme a lui. Il corpo dell’Apostolo, oggetto di continui pellegrinaggi, riposa nella basilica di Compostela, in Spagna.

Il celebre Cammino di Santiago di Compostela è legato alla tomba di Giacomo e al suo ritrovamento, avvenuto nel IX secolo. Secondo la Legenda Aurea, sebbene Giacomo fosse stato decapitato in Palestina nel 44 d.C., i suoi discepoli trasportarono il corpo in Galizia a bordo di una barca guidata da un angelo. Qui, nella terra che l’Apostolo aveva evangelizzato tra le popolazioni celtiche, fu sepolto in un bosco vicino a Iria Flavia, antico porto romano della regione

Suor Leticia è stata arrestata dall’Ice per 24 ore. «Noi religiose straniere ora abbiamo paura»

Suor Leticia è stata arrestata dall’Ice per 24 ore. «Noi religiose straniere ora abbiamo paura»

di Elena Molinari, inviata a McAllen (Texas) – 25 Luglio 2026

Di origine nigeriana, suor “Letty” Ugboaja è stata fermata in Texas mentre stava andando in chiesa, in abito religioso. Solo una successiva mediazione politica ha portato alla sua liberazione. Il vescovo di Brownsville: inquietante che si possa ammanettare chi va pacificamente alla Messa

La domenica mattina, davanti alla chiesa di Our Lady of Sorrows, il parcheggio si riempie presto. Le famiglie arrivano con bambini piccoli vestiti per la festa, molti si salutano in spagnolo. Le pareti color crema e le palme che incorniciano il sagrato – nella cittadina di McAllen, non lontano da Laredo – raccontano il sud del Texas, dove il cattolicesimo fa parte del paesaggio quanto il caldo e il Rio Grande. Ma da quando suor Leticia Ugboaja è stata arrestata, il 28 giugno, mentre percorreva l’isolato che separa la sua casa dalla chiesa, qualcosa si è incrinato. Anche in una comunità dove non tutti condividono posizioni favorevoli all’immigrazione, l’episodio ha lasciato sgomento. «Pregavamo tutti – racconta ad Avvenire suor Rose Patrice Kuhn, religiosa delle Immaculate Heart of Mary che accompagna pastoralmente i migranti tra McAllen e Reynosa, in Messico –. Abbiamo chiesto al Signore di toccare il cuore di tutte le persone coinvolte».

Ugboaja, di origine nigeriana, appartenente alle Figlie di Maria Madre della Misericordia, presta servizio come ministra straordinaria dell’Eucaristia nella parrocchia ed è infermiera in un ospedale. È stata fermata dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement mentre andava a Messa, in abito religioso. Prima di caricarla su una camionetta, gli agenti le hanno sequestrato il rosario e stretto le manette ai polsi. Suor Letty, come tutti la conoscono, ha 56 anni ed è entrata negli Stati Uniti due anni fa con tutte le carte in ordine: è rimasta ugualmente nelle mani dell’Ice per 24 ore. «È stata trasferita in un centro di detenzione a un’ora di strada, a El Valle – racconta suor Norma Pimentel, che guida la Caritas diocesana –, le hanno negato perfino i farmaci di cui aveva bisogno. Era sconvolta e spaventata, non capiva che cosa le stesse accadendo».

La notizia si è diffusa in fretta, e la liberazione è arrivata grazie a un intervento bipartisan: la deputata repubblicana Monica De La Cruz e i democratici Henry Cuellar e Vicente Gonzalez hanno parlato direttamente con il segretario alla Sicurezza interna. Quando suor Leticia è tornata a casa «c’erano decine di parrocchiani che piangevano e pregavano – ricorda in una breve intervista –. Non sapevo di essere così amata». L’emozione, però, ha lasciato spazio alla preoccupazione. «Immagini cosa significa per le altre religiose straniere – osserva suor Rose –. Molte sono qui da anni, lavorano nelle parrocchie, negli ospedali. Hanno documenti regolari, ma ora si chiedono: “Mi porteranno via?”».

Il timore nasce anche dal fatto che da gennaio il Dipartimento per la Sicurezza interna non considera più i luoghi di culto come siti “sensibili”, e può sguinzagliare l’Ice nelle vicinanze delle chiese. Da allora molte comunità cattoliche hanno potenziato le Messe online, mentre altre portano la comunione o la spesa agli immigrati troppo impauriti per uscire. Il vescovo di Brownsville, Daniel Flores, ha definito «profondamente inquietanti le procedure che consentono di ammanettare una religiosa mentre cammina pacificamente verso la Messa», chiedendo che vengano riviste. Anche la Lulac, la maggiore organizzazione per i diritti civili dei latinos, ha chiesto un’indagine. Il Dipartimento non ha risposto.

Our Lady of Sorrows si trova nel cuore di una regione dove il cattolicesimo ha radici profonde, che risalgono alle missioni spagnole del XVI secolo. Oggi ospita alcune delle diocesi più giovani degli Stati Uniti. A Brownsville, l’età media dei fedeli è appena di ventisei anni. Le processioni mariane, le feste patronali, le celebrazioni bilingue e le tante famiglie fanno di queste parrocchie le più dinamiche del Paese. Anche per questo l’arresto di suor Leticia ha colpito profondamente. In una regione dove molti chiedono controlli più severi al confine, vedere una religiosa conosciuta per il suo servizio agli ammalati in manette ha superato un limite. «Questo episodio è un campanello d’allarme – dice un parrocchiano –. Non si tratta più di legalità. Ci ha fatto capire che nessuno può sentirsi del tutto al sicuro».

Dittatura paranoica in casa Ortega

di Danilo Taino| 22 luglio 2026 – Corriere della Sera

Ortega, 80 anni, il capo sandinista nel secolo scorso spesso osannato in Occidente, è al potere ininterrottamente dal 2007 e le elezioni che si sono tenute nel frattempo, le ultime nel 2021, sono state farse: le ha truccate, ha incarcerato gli oppositori, ha ucciso chi protestava, ha fatto arrestare intellettuali e religiosi, ha smantellato le opposizioni e preso il controllo dell’esercito e dei tribunali.

Dittatori e paranoia si frequentano spesso. Il più recente «uomo forte» al governo a dare segni di panico è Daniel Ortega, il presidente del Nicaragua. Domenica scorsa, durante un comizio, ha detto che «qui non ci saranno mai più elezioni». Non che finora il Paese si potesse considerare democratico.

Ortega, 80 anni, il capo sandinista nel secolo scorso spesso osannato in Occidente, è al potere ininterrottamente dal 2007 e le elezioni che si sono tenute nel frattempo, le ultime nel 2021, sono state farse: le ha truccate, ha incarcerato gli oppositori, ha ucciso chi protestava, ha fatto arrestare intellettuali e religiosi, ha smantellato le opposizioni e preso il controllo dell’esercito e dei tribunali.

L’anno scorso, il parlamento che Ortega controlla ha nominato sua moglie, Rosario Murillo, copresidente. Il guaio, per lui e consorte, è che non si sentono più sicuri nemmeno con il controllo totale di ciò che avviene nel Paese. La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela a inizio anno, da parte di Washington, e la pressione degli Stati Uniti sul regime di Cuba – due suoi alleati storici – lo hanno gettato in uno stato di angoscia, dicono gli oppositori che lo conoscono. 

Quelle dette al comizio di domenica, non sono «parole di forza, ma parole di paura», ha dichiarato al New York Times Félix Maradiaga, candidato alle presidenziali del 2021 ma esiliato dal regime. Il Nicaragua, diventato una repubblica indipendente nel 1838, nel 1909 viene occupato dagli Stati Uniti, i quali nel 1937 lasciano il governo ad Anastasio Somoza e alla sua famiglia. Nel frattempo, cresce la guerriglia guidata da Augusto César Sandino.

 Il regime di Somoza, appoggiato da Washington, crolla nel 1979, e i sandinisti, marxisti di tendenza castrista, stabiliscono una giunta di governo della quale fa parte Ortega. Nel 1984 vincono le elezioni ma nel 1990 Ortega viene battuto dalla democratica Violeta Chamorro (morta il mese scorso). Il sandinista si rifarà nel 2007 e da allora non abbandonerà più il potere.

Negli Anni Ottanta era stato accusato di violenza sessuale su Zoilamérica Narváez Murillo, figlia avuta dalla moglie Rosario in un precedente matrimonio (altre accuse di stupro contro Ortega sono seguite in anni successivi). Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato la comunità internazionale a impedire la cancellazione definitiva delle elezioni in Nicaragua.


Il Nicaragua è l’unico paese del mondo su 85 dove, con un pretesto, è stata chiusa Radio Maria. Ora le trasmissioni sono riprese via Web da un paese confinante. ( RM)

Anche i sauditi verso l’atomica. Parla l’analista Efraim Inbar: “Un incubo per Israele e l’occidente”

L’Amministrazione Trump prepara un accordo nucleare civile con l’Arabia Saudita senza garanzie né “Gold Standard”. Riyadh aveva promesso di seguire l’Iran verso la bomba. A Gerusalemme suona l’allarme

di Giulio Meotti – 22 LUG 26 – IL FOGLIO

Se non bastavano l’accordo (già fallito) con l’Iran e la promessa degli F-35 alla Turchia, l’annuncio dell’Amministrazione Trump sul nucleare saudita genera allerta a Gerusalemme. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman aveva detto più volte che, se l’Iran avesse tentato di sviluppare un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita lo avrebbe fatto. Il principe aveva dichiarato alla CBS: “Senza dubbio, se l’Iran sviluppasse una bomba nucleare, noi seguiremmo il suo esempio il prima possibile”. L’Amministrazione Trump ora prevede di sottoporre al Congresso un accordo con l’Arabia Saudita per condividere tecnologia nucleare civile che non include un piano di normalizzazione con Israele né le garanzie che gli Stati Uniti hanno da tempo affermato essere necessarie per impedire che simili materiali vengano utilizzati in programmi militari.

L’accordo sul nucleare saudita era stato inizialmente concepito come parte di un patto più ampio che avrebbe potuto portare al riconoscimento di Israele, ma Riyadh si è ritirata da questa possibilità durante la guerra tra Israele e Hamas. L’accordo non include il cosiddetto “Gold Standard”, che impedirebbe al Regno di arricchire l’uranio e di riprocessare il combustibile nucleare esaurito, due percorsi verso le armi nucleari. Intanto, rivela il Wall Street Journal, l’intelligence israeliana ritiene che l’Iran abbia trasferito migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio in tunnel scavati in profondità all’interno di una montagna. Israele ha trasmesso le informazioni d’intelligence agli Stati Uniti, affermando che le centrifughe sono state trasferite nel sito di Pickaxe dopo la “guerra di Dodici giorni” del giugno 2025, quando attacchi americani e israeliani hanno duramente colpito i tre principali siti nucleari iraniani. Conosciuta in Iran come Kolang, Pickaxe è sotto sorveglianza da parte di Stati Uniti e Israele da anni. “E’ plausibile che l’Iran abbia spostato centrifughe nei tunnel di Pickaxe”, ha dichiarato David Albright, uno dei massimi esperti di armi atomiche e proliferazione. Gli esperti stimano che il complesso sotterraneo si estenda tra i novanta e i centoquaranta metri di profondità, con spazio sufficiente per ospitare diverse strutture legate al nucleare.

Israele non può immaginare un medio oriente che si nuclearizza ai suoi confini.

 “I sauditi hanno annunciato più volte che vogliono lo stesso status atomico dell’Iran e se avranno la capacità di arricchimento andranno anche loro verso la bomba, è chiaro” dice al Foglio Efraim Inbar, presidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security e già consigliere di Benjamin Netanyahu. “L’occidente ha temporeggiato sull’Iran. Parte del suo programma nucleare è stato distrutto, ma ora proveranno a ricostruirlo. Sappiamo già che gli israeliani hanno avvisato gli americani che gli iraniani hanno iniziato un nuovo impianto di arricchimento spostando centrifughe”. Se Teheran spinge sulla Bomba, altri paesi nella regione lo seguiranno. “Cercheranno di avere capacità simili e in medio oriente è molto difficile stabilire una deterrenza efficace a causa delle piccole distanze fra i paesi e a causa del tipo di leadership fanatica che vediamo. Anche la Turchia di Erdogan vorrà l’atomica e anch’egli è un fanatico. Anche l’Egitto la vorrà, forse anche gli Emirati.

Un medio oriente nucleare multipolare è un incubo strategico per Israele e dovremmo impedirlo. Non c’è differenza tra percorso nucleare civile e militare. Ci sono ingredienti di un programma come l’arricchimento o la separazione del plutonio che possono essere convertiti in breve tempo”. La mutua deterrenza che valeva nella Guerra fredda non funziona in medio oriente. “Tra Mosca e Washington, le distanze erano molto maggiori. E anche il tipo di leadership a Mosca, come a Washington, era ideologica ma razionale. Mentre la razionalità non è una qualità della leadership mediorientale. Forze nucleari rudimentali possono innescare attacchi preventivi. E’ simile a due cowboy si fronteggiano con le pistole. Cosa succede? Chi spara per primo ha un vantaggio”.

Vallepietra e Subiaco: doppia visita a sorpresa del Papa

di Igor Traboni – Avvenire

Dal Santuario della Santissima Trinità al Sacro Speco: preghiera, incontri e pranzo con i benedettini nella giornata privata di Leone X

22 luglio 2026

Papa Leone XIV bacia il ginocchio della statua di san Benedetto al Sacro Speco di Subiaco / VATICAN MEDIA
Papa Leone XIV bacia il ginocchio della statua di san Benedetto al Sacro Speco di Subiaco / VATICAN MEDIA

Visita a sorpresa e in forma strettamente privata di papa Leone XIV al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, in diocesi di Anagni-Alatri, e poi tappa al Monastero di San Benedetto a Subiaco, dove si è fermato per pranzo. Il Pontefice è arrivato stamattina a Vallepietra qualche minuto prima delle 10, proveniente dalla residenza estiva di Castel Gandolfo, inerpicandosi con il piccolo seguito sulle strade di montagna di questo lembo della Ciociaria (il santuario si trova infatti a 1337 metri, con la prima originaria Cappella scavata in una roccia dove si conserva l’immagine della Trinità). Prevost, accompagnato tra l’altro dal fratello, è stato accolto da don Alberto Ponzi, rettore del santuario diocesano, da alcuni religiosi che qui prestano servizio ogni giorno per le confessioni, dalle suore Cistercensi della Carità che hanno la cura del santuario, da alcuni negozianti che hanno le caratteristiche “bancarelle” lungo la strada pedonale per il santuario e da un’ottantina di pellegrini in visita in quel momento, sorpresi dall’inaspettata presenza del Papa, che ha poi voluto salutarli uno a uno, con tutti scambiando qualche parola.

Il Papa in mezzo ai fedeli presenti al Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA
Il Papa saluta i fedeli presenti al Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA
Il Papa davanti all'affresco del Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA
Il Papa in preghiera davanti all'affresco di san Francesco a Subiaco, dove si è fermato a pranzo prima di tornare a Castel Gandolfo / VATICAN MEDIA
Il Papa nel monastero di San Benedetto a Subiaco, dove si è fermato a pranzo prima di tornare a Castel Gandolfo / VATICAN MEDIA
Il Papa in mezzo ai fedeli presenti al Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA

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Dopo essersi fermato in preghiera proprio davanti all’affresco della Santissima Trinità, Leone XIV si è quindi affacciato dalla piccola loggia delle benedizioni, rivolgendo alcune parole ai presenti: «Questo santuario così bello ci fa ricordare il desiderio che è nel cuore di tutti noi di cercare Dio, di cercare la santità, di cercare l’aiuto di Dio che non ci abbandona mai». Il Papa è quindi sceso nel piazzale della grande chiesa all’aperto, che domina la sottostante valle da una parte e la catena dei Monti Simbruini dall’altra, e ha voluto visitare anche gli altri locali, compresa la chiesa sotterranea intitolata a San Giovanni Paolo II, che da Pontefice pure si recò a sorpresa in questo santuario, e gli ambienti che ospitano gli ex voto dei devoti alla Santissima Trinità, mèta ogni anno di circa centomila pellegrini provenienti anche dalle regioni limitrofe e spesso a piedi, dopo una marcia di giorni, organizzati nelle tradizionali “compagnie”.

Dopo aver preso un caffè e un bicchiere d’acqua nel piccolo locale usato come foresteria dal personale del Santuario, il Papa ha lasciato il sacro speco dopo circa un’ora. «La visita del Papa è stata per tutti noi una grande gioia – ha commentato monsignor Santo Marcianò, vescovo di Frosinone e Anagni-Alatri – uno sprone in più per continuare nel nostro cammino di Chiesa, fedeli al suo magistero. Siamo davvero felici e anche commossi per l’onore che ci ha voluto riservare. Nel prossimo mese di settembre organizzeremo un grande pellegrinaggio interdiocesano a Roma per ricambiare la visita».

Successivamente il Papa ha raggiunto il Monastero di San Benedetto a Subiaco. Nel visitare il complesso, fa sapere la Sala stampa vaticana, si è fermato in silenziosa meditazione davanti all’affresco duecentesco di San Francesco e nel Sacro Speco ha baciato il ginocchio della statua di San Benedetto, come da tradizione, e recitato il Padre Nostro con i presenti. Al termine è salito al Monastero di Santa Scolastica, dove si è fermato a pranzo con la comunità benedettina e fatto visita ai chiostri e al convento. Il Papa è, infine, rientrato a Castel Gandolfo a metà pomeriggio.

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