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Santa Teresa di Gesù Bambino

Patrona dei missionari, san Pio X la definì «la più grande santa dei tempi moderni».

Ermes Dovico – La Nuova Bussola

«Se il buon Dio esaudisce i miei desideri, il mio Cielo si svolgerà sulla Terra fino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla Terra», scrisse santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897) pochi mesi prima della morte. Oggi è facile constatare che Dio ne ha esaudito i desideri. La sua biografia, scritta per obbedienza e pubblicata postuma con il titolo di Storia di un’anima, è stata tradotta in oltre 50 lingue e stampata in milioni di copie, ispirando un gran numero di persone e avvicinandole a Cristo. «La più grande santa dei tempi moderni», la definì san Pio X. E sotto il pontificato di san Giovanni Paolo II è divenuta la più giovane tra i Dottori della Chiesa.

Era l’ultima dei nove figli dei coniugi Martin, primi sposi a essere solennemente canonizzati insieme. Teresa perse a quattro anni mamma Zelia (1831-1877) e in seguito al grave lutto si trasferì con la famiglia a Lisieux. La prematura perdita della madre, che le aveva insegnato una preghiera per offrire il cuore a Dio, non le impedì di averne sempre un vivissimo ricordo: «Il buon Dio mi ha fatto la grazia di schiudere la mia intelligenza molto presto. Senza dubbio voleva, nel Suo amore, farmi conoscere la madre incomparabile che mi aveva dato, ma che la sua mano divina aveva fretta di incoronare in Cielo!». Non meno ricco di grazie fu il rapporto con il padre Luigi (1823-1894), da cui la figlia aveva tratto una fede straordinaria già dalla semplice osservazione del suo contegno commosso durante la Messa quotidiana. «Mi bastava guardarlo per sapere come pregano i santi», ricorderà lei, che considerava il genitore un’immagine terrena di «papà il buon Dio».

Nel novembre 1887, dopo aver affidato la sua vocazione alla Madonna che l’aveva guarita anni prima, stupì tutti nel corso dell’udienza di un gruppo di pellegrini francesi con Leone XIII. Chiese in ginocchio al Papa di intervenire per farla ammettere in monastero nonostante l’ancora giovanissima età. «Se il buon Dio vorrà», rispose il Santo Padre. Dio volle, perché in breve il vescovo che l’accompagnava si convinse e lei poté entrare nel Carmelo a soli 15 anni, assumendo il nome religioso di Teresa del Bambin Gesù. Ad esso aggiungerà poi la dicitura «e del Volto Santo» per esprimere più pienamente la sua inclinazione a contemplare il mistero di Cristo. Al monastero di Lisieux ritrovò le sorelle Paolina e Maria, ma la decisione della «santa del sorriso» dipendeva dal solo desiderio di Gesù. «Sentivo che il Carmelo era il deserto dove il buon Dio voleva che io andassi a nascondermi».

A causa della salute malferma non riuscì ad assecondare il desiderio di andare in missione, ma visse intensamente la vita di clausura sostenendo con lettere e preghiere due missionari che divennero i suoi fratelli spirituali. La tubercolosi la colpì nel 1896, in pieno tempo pasquale. Nello stesso periodo iniziò a vivere una profonda crisi che lei stessa definì «notte della fede». Il più grande combattimento della sua anima. Ebbe spinte verso l’ateismo che sopportò come se fossero la sua personale croce. Intanto, continuava a offrire sacrifici e digiuni e a moltiplicare gli atti di fede, senza mai perdere la speranza perché intuì che il Signore la stava provando a beneficio degli increduli: «Il mio Cielo è di sorridere a questo Dio che io adoro, allorché Egli vuole nascondersi per provare la mia fede».

Consapevole delle proprie imperfezioni e illuminata dal richiamo evangelico di farsi come bambini, Teresa scoprì di dover offrire con fiducia a Gesù tutti i suoi limiti e la sua piccolezza: chiamò «piccola via» questa scoperta, esortando all’abbandono totale a Dio per essere da Lui elevati alla santità. Sul letto di morte, alla sorella che le domandava se pensasse spesso al Signore, rispose: «Credo di non aver mai passato tre minuti senza pensare a Lui». Negli ultimi istanti terreni guardò il suo crocifisso e disse: «Io lo amo! Mio Dio, io ti amo!».

Patrona di: malati di Aids, tubercolosi e altre malattie infettive; missionari, orfani, vocazion

La persecuzione anticristiana è già cominciata. Dalla Francia un libro che interpella tutta l’Europa

19 Agosto 2026 ore 15:43

Fonte: Tradizione Famiglia Proprietà

diGuillaume Gattermann

Per oltre quindici secoli la Francia è stata chiamata la Figlia primogenita della Chiesa. Culla di santi, di cattedrali, di università e di una straordinaria fioritura culturale cristiana, essa ha esercitato un’influenza decisiva sulla storia della civiltà occidentale.

Eppure, proprio in questo Paese, negli ultimi anni si moltiplicano episodi che inquietano molti osservatori: profanazioni di chiese, croci rimosse dagli spazi pubblici, statue della Vergine contestate davanti ai tribunali, prese di posizione ostili all’insegnamento della Chiesa e proposte legislative che incidono sulla libertà religiosa.

Si tratta soltanto di fatti isolati oppure siamo di fronte ai primi segnali di un fenomeno più profondo?

È da questa domanda che nasce il nuovo libro del giornalista e ricercatore dell’associazione Tradizione-Famiglia-Proprietà francese Attilio Faoro, La persécution antichrétienne a commencé La persecuzione anticristiana è cominciata), recentemente pubblicato in Francia. L’autore non propone un pamphlet polemico né una semplice raccolta di episodi di cronaca. Al contrario, presenta il risultato di una lunga indagine condotta su documenti ufficiali, statistiche del Ministero dell’Interno francese, sentenze giudiziarie, rapporti parlamentari e studi di storici, giuristi e uomini di Chiesa. L’obiettivo è affrontare con rigore una questione che molti cattolici si pongono, spesso senza trovare le parole per esprimerla: stiamo assistendo alla nascita di una nuova forma di persecuzione anticristiana?

UNA PERSECUZIONE DIVERSA DA QUELLE DEL PASSATO

Il titolo del volume può sorprendere. Quando si parla di persecuzione, il pensiero corre immediatamente ai martiri dei primi secoli, ai cristiani uccisi nei regimi totalitari del Novecento o ai fedeli che ancora oggi pagano con la prigionia o con la vita la loro fedeltà a Cristo in Paesi come la Nigeria, il Pakistan o la Corea del Nord.

Lo stesso autore riconosce di aver esitato a lungo prima di scegliere un titolo così forte. Tuttavia pone una domanda che merita attenzione: la persecuzione comincia davvero solo quando scorre il sangue? Oppure può assumere, prima di arrivare a quel livello estremo di violenza, forme più sottili, meno appariscenti ma non per questo meno reali?

È proprio questa la tesi che attraversa l’intero libro. Secondo Faoro, la storia insegna che nessuna persecuzione nasce improvvisamente. Prima che vengano colpiti i corpi, cambiano le mentalità. Prima delle violenze, muta il giudizio collettivo sulla religione.

Ciò che per secoli è stato considerato un patrimonio comune diventa gradualmente un ostacolo al progresso, una presenza ingombrante, qualcosa da confinare esclusivamente nella sfera privata.

Una nuova forma di persecuzione? Uno degli aspetti più originali del libro di Atilio Faoro è il metodo con cui affronta la questione. L’informazione contemporanea tende infatti a presentare ogni episodio come un fatto isolato: una profanazione, una sentenza, una polemica o una nuova legge. Dopo pochi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta altrove e tutto viene rapidamente dimenticato. L’autore propone invece una lettura d’insieme. Quando decine di episodi vengono osservati nel loro complesso, essi cessano di apparire casuali e delineano una tendenza precisa: la progressiva marginalizzazione del cristianesimo dalla vita pubblica. Non si tratta, secondo Faoro, del frutto di una “teoria del complotto”, ma dell’effetto convergente di decisioni prese da soggetti diversi che finiscono per produrre uno stesso risultato.

Per comprendere questo fenomeno, lo studio non si limita alla cronaca recente. Al contrario, ricostruisce le radici storiche della trasformazione che ha interessato la Francia. Nessuna civiltà passa in pochi anni dall’essere conosciuta come la Figlia primogenita della Chiesa a vedere i propri simboli religiosi contestati davanti ai tribunali. Un cambiamento di tale portata è necessariamente il risultato di un lungo processo storico. Per questo motivo il primo capitolo ripercorre alcune delle principali fratture che hanno segnato il rapporto tra la Francia e la Chiesa: la Riforma protestante, l’illuminismo, la Rivoluzione francese, il Terrore, l’anticlericalismo della Terza Repubblica e le grandi leggi che hanno progressivamente relegato la religione nella sfera privata. L’intento non è raccontare la storia della Francia, ma mostrare come si sia progressivamente modificato il posto del cristianesimo nella società.

Un’attenzione particolare è dedicata alla laïcité, principio fondamentale della Repubblica francese. Faoro precisa di non contestare la legittima distinzione tra autorità civile e autorità religiosa, radicata nella stessa tradizione cristiana. La sua analisi riguarda invece una particolare interpretazione della laicità che, da principio di neutralità dello Stato, si sarebbe trasformata in una vera ideologia militante. Secondo questa lettura, ogni manifestazione pubblica del cristianesimo tende a essere considerata un’anomalia da eliminare. Nel libro vengono così esaminati casi che hanno suscitato un ampio dibattito in Francia: croci rimosse dagli spazi pubblici, la presenza di statue della Madonna contestate davanti ai tribunali, presepi vietati, amministrazioni locali che rinunciano alle tradizioni cristiane e decisioni amministrative che sembrano orientarsi tutte nella stessa direzione. Considerati singolarmente, questi episodi potrebbero sembrare marginali; osservati nel loro insieme, acquistano invece un significato molto più ampio.

L’indagine non si limita però ai simboli religiosi. Secondo l’autore, una civiltà cristiana può essere progressivamente indebolita anche attraverso la trasformazione dei principi morali sui quali è stata edificata. Per questo il libro dedica ampio spazio all’evoluzione della legislazione riguardante il matrimonio, la famiglia, la trasmissione della vita, l’autorità dei genitori, la dignità della persona umana e la libertà di coscienza. Anche qui il metodo resta rigorosamente documentario: non si tratta di formulare giudizi ideologici, ma di ricostruire le principali trasformazioni legislative che, nel corso degli anni, hanno modificato profondamente il quadro culturale della società francese.

Nella seconda parte dell’opera vengono analizzati alcuni dei fenomeni oggi più evidenti: il crescente ricorso alla blasfemia come strumento culturale, la moltiplicazione delle profanazioni di chiese e cimiteri, gli attacchi contro gli edifici di culto, il progresso dell’islamismo radicale e la crescente visibilità di un satanismo che, secondo l’autore, beneficia talvolta di un’inattesa tolleranza istituzionale. Anche questi fenomeni non vengono interpretati come episodi indipendenti, ma come manifestazioni di una medesima evoluzione culturale.

Una persecuzione senza prigioni, ma non senza vittime Il nucleo centrale della riflessione riguarda però il significato stesso della parola “persecuzione”. Faoro osserva che la situazione dell’Europa occidentale non è paragonabile a quella dei Paesi nei quali i cristiani vengono incarcerati o uccisi per la loro fede. Tuttavia ricorda che, nella storia della Chiesa, le persecuzioni non iniziano quasi mai con la violenza fisica. Prima ancora che siano colpiti i fedeli, cambia il giudizio della società sulla religione. La fede cessa di essere considerata un patrimonio comune e viene progressivamente percepita come un ostacolo al progresso o come una realtà destinata a scomparire. È questa lenta trasformazione delle mentalità che, secondo il libro, caratterizza oggi l’Occidente. La pressione si esercita soprattutto attraverso riforme legislative, decisioni amministrative, sentenze giudiziarie, campagne culturali e pressioni sociali che restringono progressivamente lo spazio concreto della libertà religiosa, pur senza abolirla formalmente. A sostegno di questa interpretazione, Faoro richiama una significativa dichiarazione del cardinale Robert Sarah che, in un’intervista concessa a Tribune Chrétienne nell’ottobre 2025, affermò: «La persecuzione fisica che subiscono alcuni popoli dell’Africa o dell’Asia è meno grave della persecuzione ideologica che voi subite in Occidente. […] Si anestetizzano i vostri valori cristiani». Senza sminuire il sacrificio dei martiri che ancora oggi soffrono in molte parti del mondo, il libro invita così a riflettere su una forma diversa di combattimento spirituale, meno spettacolare ma non meno decisiva.

Pur prendendo le mosse dalla situazione francese, l’opera pone infine una domanda che riguarda tutta l’Europa: che cosa accade a una civiltà quando smette di riconoscere le proprie radici cristiane? È un interrogativo che supera il dibattito 

PIO DA PIETRELCINA: IL SANTO DEL SOPRANNATURALE

Chiesa cattolica | CR 1970

30 Settembre 2026 ore 14:20

di Roberto de Mattei

Il soprannaturale non si manifesta solo nelle apparizioni o visioni straordinarie, ma anche nella vita ordinaria dei santi, che costituisce una delle principali espressioni della presenza di Dio nella storia.

Il Novecento, rispetto ad altre epoche, fu avaro di santi. E tuttavia una figura carismatica sembrò riassumere in sé una larga parte dei doni straordinari di cui il suo tempo fu privo. Questa figura è quella di padre Pio da Pietrelcina.  Nella sua persona il soprannaturale tornò a imporsi all’attenzione di un mondo che pretendeva di spiegare ogni cosa attraverso la scienza e la tecnica. Fu il primo sacerdote nella storia della Chiesa a ricevere le stimmate, i segni della Passione impressi visibilmente nel suo corpo. Attorno allo stigmatizzato di San Giovanni Rotondo si raccolsero poi innumerevoli testimonianze di guarigioni, miracoli, sorprendenti bilocazioni, profezie e discernimento delle coscienze. Ricordiamo, tra i tanti, il caso della dottoressa Wanda Półtawska, che attribuì a padre Pio la propria miracolosa guarigione da un tumore. Il 17 novembre 1962 il vescovo ausiliare di Cracovia, Karol Wojtyła, scrisse al cappuccino chiedendogli di pregare per lei; in una seconda lettera lo ringraziò, riferendo che la donna aveva recuperato improvvisamente la salute prima dell’intervento previsto.  

Nato a Pietrelcina il 25 maggio 1887, Francesco Forgione entrò nel noviziato cappuccino nel gennaio 1903 e prese il nome di fra Pio. Emise i voti solenni nel 1907, fu ordinato sacerdote nel 1910 e giunse a San Giovanni Rotondo nel 1916. Qui, il 20 settembre 1918, comparvero sul suo corpo le stimmate, che restarono aperte e sanguinanti per ben cinquant’anni, dopo una visione di Gesù Crocifisso, che gli aveva detto: «Ti associo alla mia Passione».  

La sofferenza segnò tutta la sua esistenza. Egli la offrì per la conversione delle anime e la accompagnò con un’instancabile attività nel confessionale e con opere concrete di carità. La più nota è la Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale che volle a San Giovanni Rotondo per unire la cura del corpo all’assistenza spirituale dei malati. 

Padre Pio soffrì fisicamente la Passione di Cristo, ma soffrì anche spiritualmente a causa di calunnie e persecuzioni che dovette subire da parte delle stesse autorità ecclesiastiche. Il fenomeno delle stimmate e la fama di santità del religioso avevano creato un movimento di devozione in tutta Italia con un imponente afflusso di persone a San Giovanni Rotondo. La presenza di padre Pio disturbava però la situazione di rilassatezza morale in cui era immersa la diocesi di Manfredonia, a causa della condotta immorale dell’arcivescovo Pasquale Gagliardi e di alcuni suoi collaboratori. L’arcivescovo e questi sacerdoti, per sbarazzarsi dello scomodo cappuccino, lo accusarono di essere un corruttore di donne e di aver creato artificialmente le stimmate.

Uno dei sostenitori della campagna contro padre Pio fu il padre Agostino Gemelli, che nel 1920 incontrò il frate a San Giovanni Rotondo con l’intenzione di esaminare le stimmate. Padre Pio non acconsentì a mostrarle in assenza di un’autorizzazione del Sant’Uffizio. Pur senza aver visitato il cappuccino, lostesso giorno padre Gemelli inviò a Roma una relazione, nella quale affermava di ritenere le stigmate manifestazioni somatiche di natura isterica.  

Il Sant’Uffizio diede l’incarico di condurre un’inchiesta a mons. Raffaello Carlo Rossi, un pio religioso carmelitano, vescovo di Volterra e futuro cardinale, che, dopo un’accurata indagine, nel gennaio del 1922 presentò un testo di 123 pagine con 27 documenti, in cui escludeva la tesi dell’“auto-stimatizzazione” di padre Gemelli e affermava che «quello di straordinario che avviene nella persona di padre Pio non si può dir come avvenga, ma non avviene certamente né per intervento diabolico né per inganno o frode». «L’avvenire – scriveva l’Inquisitore del Sant’Uffizio, – dirà quello che oggi non si può leggere nella vita del padre Pio da Pietrelcina». 

Nel frattempo, alcuni laici presero pubblicamente le difese del cappuccino. Tra loro si distinsero il sindaco di San Giovanni Rotondo, Francesco Morcaldi, e l’impresario Emanuele Brunatto, che raccolse documenti e testimonianze per contestare le accuse. Nel giugno 1925 Brunatto giunse a Roma, portando con sé due voluminosi incartamenti e su consiglio di don Luigi Orione incontrò il cardinale Merry del Val, segretario del Sant’Uffizio. Il cardinale lo ascoltò attentamente, esaminò i documenti che gli presentava, e lo rassicurò, dicendogli: «No, signor Brunatto, il S. Uffizio non ha condannato Padre Pio. Quando la Suprema Congregazione vuole condannare un sacerdote lo sospende a divinis. Non dimentichi, infine, che tutti santi, durante la loro vita, hanno avuto delle prove ed anche assai dure, qualche volta».

Una Visita apostolica condotta in maniera riservata dal 26 marzo al 5 aprile 1927, costrinse mons. Gagliardi a dimettersi da vescovo di Manfredonia, ma dopo la morte di Merry del Val, nel maggio 1931, il Sant’Uffizio tolse a padre Pio la facoltà di confessare e di celebrare la Messa in pubblico. La restrizione durò fino al luglio 1933, ma la controversia non si placò. Tra le più umilianti ispezioni canoniche che padre Pio dovette subire negli anni successivi, vi fu quella promossa da Giovanni XXIII, che dal 13 luglio al 2 ottobre 1960 inviò, come visitatore apostolico a San Giovanni Rotondo, mons. Carlo Maccari. Quel periodo sarà ricordato come la fase di più dura persecuzione avvenuta nei confronti del santo di Pietrelcina, finché nel 1964, sotto Paolo VI, gli fu restituita piena libertà nell’esercizio del ministero. 

Padre Pio visse le decisioni dei suoi superiori senza rompere con la Chiesa alla quale aveva consacrato la propria vita. Obbedì anche quando l’obbedienza gli costava la separazione dai penitenti che lo cercavano e dalle anime che guidava. Continuò a riconoscere la Chiesa come la sua casa, anche negli anni in cui alcuni suoi rappresentanti gli resero più pesante la croce.

Questo atteggiamento, tuttavia, non significa che non vi fosse spazio per far conoscere la realtà dei fatti. La Provvidenza levò attorno a lui una vera e propria legione di giornalisti, storici, scienziati e semplici fedeli, che lo difesero a spada tratta, contribuendo a ristabilire la verità contro le ingiuste accuse.

Nel 1967 padre Pio confidò alla nipote Pia Forgione quanto tempo gli restava da vivere. La giovane mise per iscritto il colloquio e affidò il documento a un notaio prima della morte dello zio, avvenuta il 23 settembre 1968. Pio da Pietrelcina fu beatificato nel 1999 e canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II. Oggi è una delle figure religiose più popolari, amate e venerate dal popolo cattolico. La sua festa liturgica cade il 23 settembre. 

 

Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

Michele (da Mi-ka-El), «Chi è come Dio?», già nel nome esprime l’onnipotenza del Creatore. Gabriele (da Gavri’El), «Fortezza di Dio», testimonia bene come Antico e Nuovo Testamento si illuminino a vicenda. Raffaele (da Rafa’El), «Medicina di Dio», si rivela quale «uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore».

Santo del giorno 29_09_2026 – Emes Dovico -La Nuova Bussola

In seguito alla riforma del calendario liturgico del 1969, la Chiesa ricorda insieme i tre Arcangeli nel giorno che in precedenza era dedicato al solo san Michele (il 24 marzo cadeva la festa di san Gabriele e il 24 ottobre quella di san Raffaele).

Michele (da Mi-ka-El), che significa «Chi è come Dio?», già nel nome esprime l’onnipotenza del Creatore assieme all’umiltà dell’Arcangelo, come ben descritto da san Gregorio Magno: «Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio». Il Libro di Daniele lo chiama «il gran principe» che vigila sui figli del popolo di Dio. E l’Apocalisse fa capire perché la Chiesa lo veneri come principe delle milizie celesti, avversario di Satana e degli altri angeli ribelli: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo» (Ap 12, 7-8). Dopo la celebre visione avuta verso il 1884, Leone XIII compose una preghiera a san Michele che fu recitata al termine di ogni Messa non cantata fino al 1964. L’istruzione Inter Oecumenici la fece cadere in disuso a livello liturgico, sebbene nel XXI secolo si assista a una sua riscoperta grazie anche al sorgere di gruppi di fedeli amanti della Messa in rito antico.

Gabriele (da Gavri’El), «Fortezza di Dio» o «forza di Dio», è scelto dall’Onnipotente per il messaggio centrale nella storia della salvezza: annunciare la nascita di Gesù alla Vergine Maria, che onora chiamandola «piena di grazia», in perfetto accordo con la volontà divina. Come riporta l’evangelista Luca, Gabriele aveva annunciato sei mesi prima la nascita di Giovanni Battista, apparendo nel tempio a Zaccaria. La sua figura testimonia bene come Antico e Nuovo Testamento si illuminino a vicenda: proprio lui (cfr. Dn 9, 21-27) spiega a Daniele la profezia delle «settanta settimane» (490 anni per l’esegesi) che sarebbero passate prima di «mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, stabilire una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi», prefigurazione della prima venuta di Cristo e della sua Redenzione. La Chiesa lo ha eletto patrono dei lavoratori delle comunicazioni.

Raffaele (da Rafa’El), «Medicina di Dio», compare nel Libro di Tobia, dove si rivela inizialmente in forma umana con il nome di Azaria: è lui che accompagna Tobia nel viaggio per riscuotere un vecchio credito del padre, un uomo generoso nel fare elemosine e diventato cieco. Lungo il viaggio Raffaele aiuta Tobia a sposare Sara, lo esorta a pregare insieme a lei e ne libera il matrimonio dagli attacchi del diavolo, che fino ad allora aveva tormentato la giovane facendole morire tutti i mariti alla prima notte di nozze. Al ritorno a casa, il padre di Tobia guarisce dalla cecità grazie alla sua intercessione. Prima di risalire in cielo, si rivela come Raffaele, «uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore». Con un versetto simile l’Apocalisse presenta gli angeli a cui vengono date le sette trombe all’apertura del settimo sigillo. Raffaele è patrono di ammalati, fidanzati, sposi e viaggiatori.

«È falso che chi si vendica è più forte di chi perdona»: cosa ha detto Leone XIV ai leader religiosi a Metz

di Giacomo Gambassi, inviato a Metz

A Metz, ultima tappa del viaggio in Francia, Leone XIV incontra i leader religiosi. «Il nome di Dio profanato se invocato per la violenza. I discorsi delle fedi aiutino a disarmare i cuori e le parole». La Messa nella Cattedrale con le vetrate di Chagall: «Il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze»

Avvenire 28 settembre 2026

Hanno un compito i leader spirituali e i credenti: «La nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile stringere amicizia e costruire la pace». Leone XIV chiama all’«arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza». E lui lo testimonia salendo sul palco insieme agli esponenti delle comunità religiose presenti in Francia. È l’appuntamento che apre la sua giornata a Metz, ultima tappa del suo viaggio Oltralpe. Città di frontiere e di passaggi che ha saputo «trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa», spiega richiamando l’azione di Robert Schuman. Il Papa la sceglie per far soffiare anche qui lo “spirito di Assisi”, a quarant’anni esatti dall’incontro per la pace nella città di san Francesco dove Giovanni Paolo II aveva convocato i capi religiosi. 

«Invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome», è il monito che Leone XIV rilancia. Perché, aggiunge, «nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina». E va condiviso un impegno comune: «Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole». Inoltre, avverte il Papa, le fedi sono tenute a «proteggere, accompagnare e servire la vita» che significa «circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine». E occorre ritrovarsi anche intorno alla «missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana». Concetti che entrano nell’“Appello di Metz”, il documento su dignità, pace, dialogo firmato dai leader francesi dei culti alla presenza del Papa e consegnato a due ragazzi in rappresentanza delle nuove generazioni.

«Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro», tiene a ribadire Leone XIV. Lo mostra anche la Cattedrale di Metz, capolavoro del gotico, dove il Papa conclude la visita con la Messa. La folla stringe d’assedio quella che chiamano la “lanterna di Dio” per i suoi “muri” in vetro, ossia per i 6.500 metri quadrati di vetrate, fra cui quelle del genio d’origine ebraica Marc Chagall, ricorda il Pontefice. Una è proprio dietro la sede usata dal Papa nella celebrazione di questo pomeriggio. Opere che dicono come «la luce del Signore non cancelli le specificità, ma unisca storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace, necessario alla nostra epoca, lacerata da nuove divisioni e da nuovi conflitti», riflette Leone XIV. E dalle navate in cui i raggi del sole si trasformano in un caleidoscopio di colori, arriva una lezione: «Impariamo che il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce».

Durante l’Eucaristia, l’unica a cui partecipa il presidente Emmanuel Macron nei quattro giorni di visita, il Papa torna a denunciare la «tanta violenza, manipolazione e arroganza a diversi livelli» che oggi si impongono. Ma anche la tentazione di una risposta altrettanto brutale. Da qui le domande: «Cosa producono, nel mondo e in noi stessi, atteggiamenti come la vendetta, la rivalsa, il rifiuto? E quale futuro per l’umanità lasciano intravedere le relazioni e i sistemi permeati dalle logiche spietate che derivano da questi atteggiamenti?». La storia di Metz indica la rotta, sostiene il Pontefice: «Non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione. Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta lo sforzo di camminare insieme». E il messaggio che Leone XIV consegna prendendo spunto dal Vangelo: «Di fronte all’ingiustizia, l’unica via di salvezza per l’uomo è l’amore che si prende cura dell’altro e che cerca di dare fiducia a prescindere dalle circostanze».

OTTOBRE MESE MISSIONARIO

OTTOBRE si avvicina : e’ TEMPO di MISSIONE con MARIA STELLA DELL’EVANGELIZZAZIONE

Un Mese Missionario,pieno di preghiera, animazione e solidarietà per sostenere Radio Maria in special modo quelle più povere nel
mondo. QUI ABBIAMO DUE RICHIESTE DALL’AFRICA: REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO a BUKAVU dove abbiamo un semplice studio mobile ma hanno bisogno di uno studio fisso .
E l’altro paese e’ il KENIA: Murang’a anche qui Radio Maria trasmette con uno studio mobile ma necessita di uno studio fisso.

PERCHÉ AIUTARLE?

La Repubblica Democratica del Congo è duramente colpita dalle violenze nell’est del Paese. Subisce attacchi da parte di gruppi armati
come le milizie ADF (affiliate allo Stato Islamico), responsabili di stragi nei villaggi e nei luoghi di culto, e si batte costantemente per la
protezione dei civili, la pace e i diritti umani.
RADIO MARIA è richiestissima ma per ora siamo riusciti a realizzaresolo un studio mobile che crea e trasmette ponti di preghiera nelle varie
comunità di Bukavu che è una regione in guerra.
Radio Maria lì è davvero un mezzo di pace e di speranza cristiana: hanno necessità di una Radio Maria con studio fisso.
Identica è la situazione in KENYA a Murang’a

Per capire ancora più profondamente abbiam raccolto testimonianze di ascoltatori raggiunti dal segnale di Radio Maria Bukavu.
Questi due settori distano cinque
ore di cammino a piedi; l’area è montuosa
e non vi sono strade percorribili con veico-
li. Un sacerdote visita queste zone una volta
all’anno per amministrare alcuni sacramenti.
Dall’attivazione del trasmettitore di Cho-
muhini, avvenuta intorno al 2013, i cristiani
di questi due settori sono stati accompagna-
ti dal segnale di Radio Maria Bukavu. Alle
6:00 del mattino si riuniscono in una picco-
la chiesa di paglia, collegano un ricevitore
radio a un altoparlante e seguono la Messa
trasmessa via radio.
Alcuni fedeli protestanti si uniscono a loro
per ascoltare l’omelia del sacerdote. Lo stes-
so insegnamento viene poi condiviso in una
chiesa protestante dopo la Messa cattolica
ascoltata alla radio. Durante le trasmissioni
in diretta poi rivolgono preghiere pensieri
e messaggi di ringraziamento per il bene di Radio Maria .

Immagina cosa possiamo fare quando ci uniamo e agiamo tutti insieme

Ogni donazione conta. Ogni condivisione conta. solo insieme, possiamo realizzare questo.

Non dimenticare questa questa richiesta missionaria

Regina di Radio Maria,stella dell’evangelizzazione
benedici tutti noi !

SE ANCHE TU VUOI DARE UNA MANO MISSIONARIA inseriamo qui i modi:
CONTO CORRENTE POSTALE – N. 14 5 22221
Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 –
22036 Erba (CO)

VAGLIA POSTALE
Indirizzato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 –
22036 Erba (CO)

BONIFICO BANCARIO
Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 –
22036 Erba (CO)
Banca Intesa Sanpaolo filiale di Milano
IBAN: IT26 H030 6909 6061 0000 0126 574
Per versamenti dall’estero Codice BIC: BCITITMM

GRAZIE PERCHÉ COL TUO AIUTO RADIO MARIA RIESCE A COMPIERE LA SUA MISSIONE
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#reginadellapace #vangelo

L’esorcismo di Clara: due anni e mezzo per liberarla dal demonio

di Vito Salinaro

Numerosi i casi di possessione presentati al convegno dell’Associazione esorcisti: le parole del cardinale Reina, il ricordo di don Amorth e la preoccupazione per le pratiche occulte seguite dai giovani

Avvenire 27 settembre 2026

Si è concluso venerdì, a Sacrofano (Roma), il 15esimo convegno nazionale italiano dell’Aie /SICILIANI

La giovane Clara ha impiegato due anni e mezzo per ottenere la liberazione dal maligno. Sedute spiritiche e pratiche occulte avevano condizionato non poche esperienze della sua esistenza in Sicilia. Lei, fieramente atea, soffriva nell’animo. Ma le tribolazioni di Clara (il nome è di fantasia) investivano pure il corpo. Si distingueva per una profonda aggressività nelle sue relazioni con gli altri e per un continuo odio di sé, culminante in pensieri suicidiari. La liberazione definitiva della donna avvenne nel giorno della memoria liturgica di san Pio da Pietrelcina. Il “caso”, presentato da fra Benigno Palilla, esorcista dell’arcidiocesi di Palermo, è stato esposto al 15esimo convegno italiano dell’Associazione internazionale esorcisti (Aie), alla Casa “Fraterna Domus” di Sacrofano (Roma), al quale hanno partecipato circa 120 fra sacerdoti e ausiliari. Dopo la liberazione, ha affermato fra Benigno, il cuore di Clara «fu avvolto da una grande pace interiore nel dono della vita a Dio. Felicità a tal punto traboccante che tutto le apparve rinnovato dal ritrovato amore per la vita». Ma, ha avvertito il religioso, la condizione di questa donna è «frequente nelle giovani generazioni».

Differente la vicenda di Emanuela, vittima di abusi familiari. Tornata da un viaggio in Africa, accusava forti dolori fisici che si acuivano stranamente durante la celebrazione delle Messe. Don Angelo Barra, esorcista ad actum dell’arcidiocesi di Salerno, notò che la sola lettura dei passi del capitolo 16 degli Atti degli Apostoli, manifestò in Emanuela «un’azione straordinaria scatenando in lei un terremoto interiore. Le benedizioni, come il sostegno orante di due comunità cattoliche in Africa – ha quindi raccontato don Angelo -, determinarono la liberazione della giovane, facendo emergere che la stessa era stata vittima di una consacrazione rituale da parte di una setta nel luogo in cui si era recata».

Non meno inquietante la storia di Antonella, una donna sudamericana letteralmente «offerta dai parenti agli spiriti», secondo consuetudini nient’affatto in disuso in certi contesti latino-americani. Trasferitasi in Italia, Antonella decise di abbandonare il culto spiritico. «Subito si verificarono in lei un crollo economico, il fallimento personale e pesanti vessazioni fisiche – ha dichiarato il sacerdote che l’ha seguita, padre Michele Tenzon, già esorcista della diocesi di Ventimiglia-San Remo -. La sua “consacrazione” veniva rinnovata su di una pietra conservata in un tempio sudamericano». Quella stessa pietra, dall’altra parte dell’oceano, venne poi spezzata nel corso degli esorcismi e dopo il comando rivolto dal sacerdote. «Si è trattato di un percorso autentico di vita cristiana – le parole di padre Tenzon -: la costante formazione esorcistica e il coinvolgimento orante della Madonna, sono di grande importanza e giovamento nella corretta prassi esorcistica».

Tutte esperienze reali, gesti e vissuti quotidiani con cui fanno i conti, oltre che le vittime, questi sacerdoti dalla missione singolare, chiamati pur con tutte le debolezze e gli affanni umani, a servire la Chiesa nella riservatezza, aiutando chi soffre (e le richieste sono numerosissime) a ritrovare libertà, dignità, speranza e appartenenza alla comunità cristiana. Come ha fatto don Aleardo Pisani, esorcista della diocesi di Verona, che ha rievocato le esperienze missionarie in Brasile e in Angola, quando venne in contatto con superstizioni locali e ritualità tribali, prima di servire le Chiese di Verona e Ferrara-Comacchio dove ha sperimentato «il pericoloso influsso delle pratiche occulte sulle nuove generazioni».

Gli intervenuti al convegno Aie di Sacrofano /Ufficio stampa AieGli intervenuti al convegno Aie di Sacrofano /Ufficio stampa Aie

Delle varie esperienze pastorali si è discusso a Sacrofano, dove i lavori sono stati aperti dal presidente dell’Aie, monsignor Karel Orlita, dal vicepresidente padre Francesco Bamonte, e da padre Piermario Burgo, coordinatore della segreteria di lingua italiana dell’Aie: «La Chiesa anche così manifesta la sua carità verso i tribolati a causa del demonio», ha osservato quest’ultimo. Nell’omelia della Messa della prima giornata, il cardinale Baldo Reina, vicario del Papa per la Diocesi di Roma, ha parlato dell’esorcistato come di un ministero che avvolge sia la vita del sacerdote sia l’esistenza di chi è tribolato dal maligno: «Per questo il prete esorcista si fa verso i sofferenti strumento della misericordia di Dio liberante che lui stesso ha ricevuto e sperimentato».

A dieci anni dalla morte di don Gabriele Amorth, fondatore dell’Aie ed esorcista della diocesi di Roma, in molti lo hanno ricordato: tra gli altri, padre Bamonte, don Aldo Buonaiuto, che è tra i successori di Amorth nella Capitale, oltre che responsabile del Servizio AntiSette della Comunità Papa Giovanni XXIII, e don Marcello Lanza, esorcista di Acerra. Tutti ne hanno voluto richiamare «la preziosa eredità. Collaborando con il servo di Dio padre Candido Amantini, l’esorcista della Scala Santa, don Amorth comprese che non era sufficiente per il neo-esorcista la nomina da parte del vescovo e la consegna del rituale – ha evidenziato Bamonte -. Egli restava come un chirurgo senza esperienza. Da qui la necessità dei convegni, dei corsi e degli incontri di formazione periodici promossi dall’Associazione». Anche perché, ha aggiunto don Buonaiuto, certi rischi «coinvolgono talora anche ecclesiastici, irretiti da manipolatori esoterici e vittime di sette». Le situazioni di pericolo che si incontrano frequentemente sono quelle che «espongono all’azione degli operatori dell’occulto: dal fascino verso la sfera preternaturale all’ambizione personale; dall’eventuale predisposizione interiore alla svalutazione degli affetti».

Tra i numerosi altri interventi, quelli di Mario Vaccari, vescovo di Massa Carrara-Pontremoli, che ha sottolineato il valore della povertà nell’umiltà, e di Andrea Bruno Mazzoccato, arcivescovo emerito di Udine: «All’uomo è stata data una potenza nella sua fragilità: la libertà che egli può rivolgere a Dio o al demonio, all’interno di una lotta». I lavori del convegno sono stati conclusi dalla criminologa Beatrice Ugolini, consulente del Gris (Gruppo di ricerca e informazione Socio-religiosa). «L’adempimento di un voto pagano, un’offerta sacrificale propiziatoria, la violenza di una consacrazione occultistica, un’iniziazione che implica una rottura con il proprio passato: in tutte queste circostanze – ha detto -, nella prospettiva magica, si determina la liberazione di energia occulta, anche attraverso l’uccisione di un essere vivente. Maggiore è lo scopo rituale perseguito, più elevato è il grado di violenza richiesto nel rito. In questa cornice si inserisce spesso il mondo giovanile nella costruzione della propria identità o per il fascino della sfida alle convenzioni».

La preghiera in ginocchio, il cero, la rosa d’oro per la Madonna: il Papa nella grotta di Lourdes

di Giacomo Gambassi, inviato a Lourdes

Leone XIV a sera ha raggiunto la città pirenaica e si è subito recato al luogo delle apparizioni, da dove ha rilanciato il «messaggio di conversione e speranza» affidato da Maria a Bernadette. È il momento più intimo del viaggio in Francia

Avvenire 26 settembre 2026

Papa Leone XIV in preghiera alla Grotta di Massabielle nel Santuario di Lourdes / REUTERS

Ha il volto sereno Leone XIV quando tocca con la mano la roccia della grotta che ogni anno viene sfiorata da quattro milioni di pellegrini di tutto il mondo. E beve l’acqua appena sgorgata dalla sorgente ritrovata da Bernadette Soubirous nel luogo in cui la Madonna le chiese di scavare. Acqua che viene utilizzata anche per il bagno nelle piscine poste a poca distanza, a disposizione dei malati o di chiunque lo desideri, come invito alla purificazione e alla riscoperta del Battesimo. Due gesti che il Papa compie non appena arrivato a Lourdes. Nella cittadina ai piedi dei Pirenei giunge da Parigi, al termine della sua seconda giornata di viaggio in Francia. È sera. Il sole è già tramontato. E, prima di tutto, sceglie di farsi pellegrino fra i pellegrini nel cuore del santuario mariano: la grotta di Massabielle, quella in cui la Vergine apparve alla pastorella Bernadette nel 1858 per diciotto volte. La “Signora vestita di bianco” che le disse di essere l’“Immacolata Concezione”.

Il Papa entra nella cavità carsica alta poco meno di quattro metri, di fronte al fiume Gave de Pau, sopra cui è stata costruita la Basilica dell’Immacolata Concezione. E davanti alla statua della Madonna, che spicca in una nicchia, si inginocchia per la preghiera. In 200mila si sono riversati a Lourdes per la visita del Papa che avrà domani il suo momento centrale. Ma quello di stasera è l’appuntamento più intimo per Leone XIV in uno dei santuari più celebri del mondo: l’appuntamento di preghiera silenziosa nell’angolo delle “rivelazioni” mariane. E dei gesti della devozione popolare. Compreso quello dell’accensione di una candela da collocare in uno dei candelabri. Come fa anche il Papa con un cero.

La grotta ospita anche un cofanetto in metallo che raccoglie messaggi e intenzioni. La preghiera con la firma di Leone XIV viene proclamata dal Pontefice stesso a Massabielle. Una preghiera in cui si rivolge alla Madre di Dio e in cui definisce la grotta un «luogo benedetto dove hai parlato, con tanta dolcezza e tenerezza, a santa Bernadette, umile figlia del popolo di Francia, per trasmettere al mondo un luminoso messaggio di preghiera, di conversione e di speranza». Alla Vergine, che è anche la patrona di Francia, chiede di poter ricevere «il dono della concordia fraterna»; di «costruire una società armoniosa, che bandisca ogni violenza e ogni odio, che consenta a ciascuno di lavorare, di fondare una famiglia e di vivere appieno la propria vita nella tranquillità e nella serenità»; di avere «governanti saggi e generosi, pronti al sacrificio di sé, capaci di affrontare le sfide e desiderosi di servire il bene comune», che mantengano le nazioni, a cominciare dalla Francia, «in pace nel concerto delle nazioni», che «facciano sentire la propria voce per promuovere la difesa dei diritti umani fondamentali e la pace nel mondo, respingendo per sempre le logiche di guerra».

Un pensiero particolare viene riservato da Leone XIV alle «persone malate e sofferenti, come pure tutti coloro che le accompagnano, venuti insieme qui ad attingere forza e guarigione». Poi il Papa domanda alla Madonna di rinnovare «la fede e il fervore delle famiglie cristiane, così care al tuo cuore», affinché «siano generosamente aperte alla vita» e «Dio susciti in esse vocazioni, in particolare sacerdotali e religiose». Quindi l’invocazione a «indicare, soprattutto ai più giovani, la via luminosa del Vangelo per costruire una società giusta e fraterna a cui essi aspirano». Perché, ribadisce il Pontefice, «tu sei la Madre che Gesù ci ha donato e sei attenta a tutti i nostri bisogni». Così «noi accorriamo a te con fiducia». Ai piedi della Vergine il Papa lascia la sua rosa d’oro, prima di recitare il Padre Nostro insieme con le migliaia di persone che si sono strette intorno a lui.

Accadrà anche domenica per la Messa che presiederà alle 11 nella prairie del Santuario e per il Rosario e la processione che guiderà alle 21. Ma la domenica del Papa a Lourdes sarà scandita anche dagli incontri con i vescovi di Francia, con gli assistiti e gli operatori dell’Accueil Notre-Dame, con le religiose del monastero del Carmelo. Ed è prevista anche l’attesa udienza alle vittime di abusi: sette in tutto, come segno di attenzione a uno scandalo che ha ferito nel profondo la Chiesa francese e come impegno alla prossimità e alla prevenzione. Una vicinanza che la diocesi di Lourdes ha voluto esprimere anche coprendo i mosaici di Marko Rupnik, l’artista con un passato da gesuita che è accusato di abusi ed è sotto processo presso il Tribunale vaticano

Il Papa incontra i Catecumeni e i Neofiti di Francia. “Tanta gratitudine per l’imprevedibile opera di Dio”

Di Veronica Giacometti

Parigi , sabato, 26. settembre, 2026 11:10 (ACI Stampa).

Dopo la visita al centro Maison Bakhita, il Papa continua la sua mattinata incontrando i membri dell’Assemblea sinodale provinciale, i Catecumeni e i Neofiti di Francia. Papa Leone XIV arriva in auto nel cortile dell’Institut Catholique de Paris dove viene accolto dall’Arcivescovo Metropolita di Parigi, Mons. Laurent Ulrich, dal Rettore dell’Istituto, Emmanuel Petit, dal Presidente del Consiglio di amministrazione e dal Parroco di Saint-Joseph-des-Carmes.  

Un incontro atteso da tutta la comunità cattolica francese che negli ultimi anni sta registrando un boom forte e inatteso con l’aumento di adulti e adolescenti che chiedono il battesimo e compiono un percorso di fede. In soli dieci anni i battesimi degli adulti sono più che triplicati. Davvero straordinario per una società fortemente secolarizzata. Il Papa entra nella Chiesa, dove sono radunati studenti, professori e seminaristi per un breve momento di raccoglimento. Quindi, raggiunge l’Auditorium Georges Bernanos attraverso il percorso dei martiri del 2 settembre 1792.

Il Papa prima dell’incontro, nel giardino dell’Istituto, ha pregato davanti alla targa “Hic cedicerunt” che ricorda il massacro del convento dei Carmes, avvenuto appunto il 2 settembre 1792 durante la Rivoluzione Francese.

Per quanto riguarda i catecumeni il fenomeno coinvolge in gran parte giovani tra i 18 e i 25 anni.  l’Institut Catholique de Paris (Icp) riunisce 6 facoltà, 6 istituti specializzati e un’unità di ricerca “Religione, Cultura e Società” in 3 campus: a Parigi, Reims e Rouen. Regolata da statuti universitari canonici e statuti civili, l’Icp è un’associazione senza scopo di lucro (ai sensi della legge francese del 1901), riconosciuta come ente di pubblica utilità. È governata da un’Assemblea generale composta dai 34 vescovi fondatori e amministrata da un Consiglio di amministrazione formato da personalità di spicco del mondo politico, economico e accademico. Sotto l’autorità della Santa Sede, ogni anno, l’Icp accoglie oltre 11.000 studenti, un quarto dei quali internazionali.

Il Papa nel suo discorso in lingua francese ringrazia i presenti per il lavoro svolto e “avverte anzitutto tanta gratitudine per l’imprevedibile opera di Dio”. “Come voi e insieme a voi sono stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana”, confessa il Pontefice.

Al Papa viene consegnato anche uno strumento di lavoro, l’Instrumentum Laboris dell’Assemblea ecclesiale provinciale. “Questo strumento di lavoro, frutto della consultazione del popolo di Dio, desideriamo illustrarlo, per lei, Santo Padre, con tre testimonianze.”, dice Padre Maximilien dell’Assemblea.

Come quella di Marielle. “Da bambina non ho ricevuto un’educazione religiosa, ma ho sempre creduto in Dio. Tuttavia, pur essendomi sempre sentita attratta dalla dimensione spirituale delle chiese, mi sentivo fuori posto, perché non ero battezzata. Non comprendendo il mistero della liturgia, mi sentivo esclusa durante le messe e allora recitavo il Padre Nostro a casa, al riparo dagli sguardi. Poi ho avuto una figlia. Entrata come capo negli scout, ha ricevuto un insegnamento cattolico. Si è fatta battezzare a vent’anni. A poco a poco, mi ha trasmesso i primi elementi per comprendere la Bibbia. Grazie a lei, la liturgia della messa mi è diventata più familiare. Nel Gruppo Alpha della mia parrocchia ho scoperto, quasi con sorpresa, di avere anch’io un posto in questa Chiesa che si rivelava più accogliente di quanto sembrasse all’inizio”, questa la testimonianza di Marielle battezzata nel 2025.

“Può sembrare paradossale che questo fenomeno, per cui così tante persone riscoprono il Vangelo e abbracciano la fede, si collochi nel contesto di una società come quella francese, segnata da una cultura fortemente secolarizzata. La vostra esperienza e la vostra testimonianza, cari catecumeni e neofiti, sono il segno tangibile dell’opera della grazia di Dio, che va oltre le analisi statistiche e sociologiche”, aggiunge ancora il Papa.

“Lo stupore di fronte a ciò che sta accadendo a tanti nostri fratelli e sorelle non deve chiuderci in una beata ingenuità; al contrario, dobbiamo impegnarci, cercare, porci delle domande e intraprendere azioni pastorali concrete. Questo è lo Spirito che anima la vostra Assemblea sinodale e, più in generale, il cammino della Chiesa in Francia: meravigliati dall’opera imprevedibile di Dio, che cosa dobbiamo fare e dove ci sospinge lo Spirito per accompagnare i catecumeni, i neofiti, i “ricomincianti”?”, chiede il Papa ai presenti.

“Anzitutto, mi piace richiamare un’espressione usata dall’Episcopato francese qualche anno fa, ed esortarvi a immaginare e incarnare una Chiesa in “stato di iniziazione”, che si prende cura del percorso dei catecumeni, dei neofiti e dei ricominciati, offrendo loro, nel tempo, un accompagnamento solido e costante. Cari fratelli e sorelle, essere “in stato di iniziazione” significa accogliere i nuovi cercatori di Dio scoprendovi un’opportunità e una missione: l’opportunità sta nel fatto che, grazie a loro, anche la comunità dei credenti rinnovi il proprio cammino di fede e sperimenti in modo nuovo la gioia del Vangelo. La missione, a tal proposito, consiste nel prendersi cura di loro e nel fungere da guida, anche dopo che hanno ricevuto i Sacramenti”, chiede il Papa.

Il Pontefice pone poi l’attenzione sull’importanza della Liturgia. “Si tratta di un ambito fondamentale della vita della Chiesa, che richiede un’attenzione pastorale radicata negli insegnamenti del Concilio Vaticano II. La liturgia, in effetti, non può essere intesa come una realtà “successiva” alla catechesi, nella quale applicare quanto è stato appreso lungo il percorso. Al contrario, essa manifesta e attualizza il Mistero della Pasqua di Cristo e, pertanto, è un evento capace di dischiudere il senso della Buona Notizia e la vita stessa di Dio. Con i suoi ritmi, i suoi linguaggi e i suoi riti, la liturgia è parte del cammino stesso di conversione e di preparazione ai Sacramenti”, continua Papa Leone XIV nel suo discorso.

Più di 80mila giovani con Leone alla Veglia di Saint-Denis: «Siete i santi della Francia»

di Daniele Zappalà, Saint-Denis

«Non siete soli nel cammino di santità» ricorda il Pontefice additando l’esempio di figure come Giovanna d’Arco, Teresa di Lisieux e Marcel Callo, morto in un lager nazista. «Questa società sembra indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi»

26 settembre 2026

«Cari amici, la prima cosa che vorrei dire è semplice: grazie a Dio! Grazie a voi! Grazie per il vostro coraggio, per la vostra presenza, per la vostra fede! Voi siete i santi della Francia». Allo Stade de France, “casa” delle emozioni sportive nazionali, Leone XIV prova «grande gioia», in mezzo agli ottantamila under 35 giunti per una veglia di preghiera che resterà scolpita nella memoria di tutti. A loro, rivolge parole nel segno della vicinanza: la «fonte della vera libertà» è a portata di tutti, ovvero nel «rapporto vivente con Gesù». Una prossimità dai doni inesauribili: «La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore». In termini più “sportivi”, invece: «Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante». Ma la «dinamica» precisa in questione «si chiama cammino di santità». Come quello del beato Marcel Callo, «un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero».

Un buon riassunto è dato da san Paolo, con «tre verbi che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti». Un programma per nulla opposto ai valori nazionali francesi: «I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero». Ma non si avanza senza lotta, come comprese «santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia». Con un doveroso avvertimento: la lotta spirituale «è quella della fede». L’unica arma è l’«amore che si dona». In ogni caso, niente panico: «Non siamo soli in questo cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano». Con i santi per «alleati», come Teresa del Bambino Gesù, un riflesso del modello universale: «Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita».

Fra le altre figure citate, il curato d’Ars o la beata Pauline Jaricot. Poi, rispondendo a Chloé, studentessa 25enne, Leone XIV ha rilanciato: «È vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi!». Anche ogni «legame fraterno» con chi non crede o non è cristiano serve alla «costruzione della società», come un «esercizio di fede e di carità, perché è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo». Nelle altre fedi, «la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo».

Tanti gli occhi lucidi sugli spalti. «Sono molto emozionata di vivere tutto questo con i miei amici più cari», ci ha confessato Jeanne, 17 anni, appassionata di cucina, residente non lontano da Saint-Denis. Odon, 18 anni, è giunto con alcuni giovani insegnanti del suo liceo cattolico intitolato a santa Giovanna d’Arco, a Colombes, nella banlieue vicina: «Incontrare il Papa è grandioso. Ci mostra quanto la Chiesa sia legata ai fedeli. Spero che il suo messaggio possa aiutarmi a crescere nella fede. So che quanto ascoltiamo questa sera sarà riempito dall’amore dello Spirito». Animatrice all’oratorio parigino di Nostra Signora del Buon Consiglio, ai piedi di Montmartre, Andréa, 23 anni, studentessa in farmacia, ha osservato il Pontefice con attenzione: «Avverto in lui uno sguardo d’amore verso il prossimo ed è importante in questo mondo così sconquassato. Con piccoli gesti quotidiani d’amore, spetta a noi cambiare il mondo ed è importante avere una ricarica di motivazione». Per Igor, 22 anni, studente in matematica, è forte la speranza di vedere «tutti corroborati nella fede». Vibra pure la voce di Alix, studentessa 17enne all’Institut Notre-Dame, liceo cattolico a Meudon, a sud di Parigi: «Da qualche anno, la mia fede cresce e questa veglia è per me come un incontro personale con il Papa, anche se siamo tantissimi. Spero che la fede delle persone meno credenti possa schiudersi».

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