"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 7 di 146

Santa Maria Maddalena

autore: Guido Reni anno: 1635 titolo: Maddalena Penitente luogo: Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

Nome: Santa Maria Maddalena

Titolo: Discepola del Signore

Nascita: 22, Magdala, Israele

Morte: 22 luglio 66, Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Francia

Ricorrenza: 22 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Maria, soprannominata Maddalena dal castello di Magdala, località situata nella costa occidentale del lago di Tiberiad, ove nacque. Peccò molto nella sua giovinezza, ma illuminata dalla divina grazia pianse i suoi peccati e mutò vita. Liberandola dai “Sette Demoni” Gesù la fece quindi diventare sua discepola.



Sul Calvario sfidò l’ira dei nemici di Gesù, assistette alla morte del suo Maestro, e non s’allontanò se non dopo la sepoltura di Lui. Non vide l’ora che trascorresse il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo adorabile di Gesù, e fu la prima ad avere la grazia di vederLo risorto.

La domenica mattina, difatti, sull’albeggiare, Maria corse al sepolcro del Salvatore, ma affacciatasi non vide più nulla. Piena di angoscia, mentre le lacrime cominciavano a scendere, velandole lo sguardo, Maddalena si affacciò e guardò nuovamente: due angeli vestiti di bianco le chiesero: « Donna, perché piangi? ». Ella rispose: « Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ». E detto ciò si voltò e vide Gesù in piedi, senza però riconoscerLo. Gesù le disse: « Donna, perché piangi? chi cerchi? ». Ed ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai messo ed io lo prenderò ». Gesù le rispose: « Maria? ». Maria si voltò ed esclamò: « Rabbunì ! », che in aramaico vuol dire “Maestro Buono”. Le disse Gesù: « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” ». 

titolo Noli me tangere
autore Tiziano anno 1511 circa



Salito Gesù al cielo, Maria Maddalena fu perseguitata e gettata poi su una vecchia nave senza vela e senza remi, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente approdò a Marsiglia. Scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse per trent’anni in penitenza, preghiera, lacrime e digiuno nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore e volò in cielo per adorarLo in eterno. Fu sepolta a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell’ordine di San Cassiano vegliano ancora oggi sul suo sepolcro e tomba in alabastro.

PRATICA. Il Signore disse alla Maddalena: « Molto ti è perdonato, perché molto hai amato ». Queste parole divine ispirino anche a noi grande confidenza nella misericordia infinita di Gesù.

PREGHIERA. Deh! Signore, ci venga in aiuto l’intercessione della beata Maria Maddalena per le cui preghiere.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di santa Maria Maddalena, che, liberata dal Signore da sette demòni, divenne sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, e la mattina di Pasqua meritò di vedere per prima il Salvatore risorto dai morti e portare agli altri discepoli l’annuncio della risurrezione.

PROVERBIO. Santa Maddalena l’acqua se la mena.

Curiosità su Santa Maria Maddalena

  • Discepola di Gesù: Santa Maria Maddalena è una delle figure più importanti del Nuovo Testamento, riconosciuta come una delle principali discepole di Gesù e spesso citata nei Vangeli.
  • Prima testimone della Risurrezione: Maria Maddalena è nota soprattutto per essere stata la prima persona a vedere Gesù risorto e a portare la notizia della sua risurrezione agli altri apostoli, guadagnandosi il titolo di “Apostola degli Apostoli”.
  • Conversione e perdono: Secondo la tradizione cristiana, Gesù liberò Maria Maddalena da sette demoni, un atto che segnò la sua conversione e il suo inizio di una nuova vita come sua fedele seguace.
  • Frequenti scambi i identità: Nel corso dei secoli Maria Maddalena è stata spesso confusa con altre donne nei Vangeli, come Maria di Betania e la peccatrice che unge i piedi di Gesù. Tuttavia, la Chiesa distingue chiaramente queste figure.

Il crepuscolo dello Zar e la potenza russa declassata

di Federico Rampini | 21 luglio 2026 – Corriere della sera

Al termine della guerra contro l’Ucraina la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile

Alla stazione Kazanskij di Mosca, in un luglio che dovrebbe essere quello delle partenze verso il mare, i binari verso sud sono spettralmente vuoti. Lo racconta l’inviato di The Economist in quella località. Non ci sono più le famiglie stipate di valigie dirette in Crimea, ci sono divise mimetiche e un’ansia diffusa che si respira nell’aria calda della capitale. È un dettaglio minuscolo, ma dice più di mille comunicati del Cremlino: la Russia di Vladimir Putin, quella che dal 2022 racconta a sé stessa la favola di un impero in marcia inarrestabile verso la vittoria, sta scoprendo il prezzo della guerra sulla propria pelle, non più soltanto su quella ucraina.

The Economist, che ha inviati sul terreno da Rostov a Nizhnij Novgorod, ha raccolto voci che raccontano un Paese logorato: code di due o tre ore ai distributori per il razionamento della benzina, blackout di Internet, prezzi delle patate saliti del 4,5% in un mese, agricoltori che temono di non riuscire a raccogliere il grano per mancanza di carburante. Un sondaggio del Fondo per l’Opinione Pubblica (FOM), istituto vicino al Cremlino e quindi difficilmente sospettabile di simpatie ucraine, certifica che il 55% dei russi percepisce ansia diffusa tra colleghi e familiari, contro il 40% di un anno fa. Il patto sociale su cui Putin ha costruito un quarto di secolo di potere — i cittadini restano fuori dalla politica, il potere non si intromette nelle loro vite — si è rotto. La guerra è arrivata a casa.

Walter Russell Mead, editorialista del Wall Street Journal e tra le voci più lucide della scuola realista americana, pone la domanda che nessuno a Mosca osa formulare ad alta voce: la Russia sta perdendo lo status di grande potenza faticosamente riconquistato dopo la fine della guerra fredda? La sua analisi non si limita alla cronaca delle difficoltà militari, la inserisce in una cornice storica di lungo periodo. Mead individua nel Mar Nero il punto di rottura simbolico: Mosca vi esercita un’egemonia che risale al Settecento di Caterina la Grande. Eppure, davanti agli attacchi missilistici e ai droni ucraini, la flotta russa è stata costretta a evacuare Sebastopoli. Un impero che non controlla più il Mar Nero, osserva Mead, è un impero che ha smarrito il cuore stesso della propria narrazione.

A questo si somma l’erosione dell’influenza russa nelle periferie ex sovietiche. Stati Uniti, Cina e Turchia stanno tessendo legami economici e militari nel Caucaso e in Asia centrale. Perfino l’alleato più fedele di Mosca, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, comincia a temere le ritorsioni ucraine più di quanto tema le pressioni del Cremlino.

Mead ha la cautela dello studioso dei tempi lunghi — «è troppo presto per liquidare Putin» — ma la sua conclusione ha il tono sobrio di chi osserva una legge di gravità storica: la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile.

La tesi di Mead trova una conferma impietosa nei fatti raccolti dal giornalista Edward Lucas per EUobserver, che ricostruisce l’isolamento diplomatico ed economico di Mosca. La Cina, alleato «senza limiti» secondo la retorica ufficiale sino-russa, ha rifiutato di fornire i sistemi di propulsione marina necessari alle navi russe per la rotta artica settentrionale.

Il colpo più duro riguarda l’energia: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2, da 50 miliardi di metri cubi l’anno, è di fatto arenato perché Pechino pretende di pagare il gas russo a un quinto del prezzo offerto dal Cremlino — che già proponeva un forte sconto. È la logica spietata del rapporto tra creditore e debitore: la Russia, privata delle vendite di gas via gasdotto all’Unione Europea che cesseranno l’anno prossimo, non ha alternative di mercato, mentre la Cina ne ha diverse. Il paradosso è umiliante per l’orgoglio imperiale moscovita: a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie, la Russia è ormai costretta a importare prodotti petroliferi raffinati proprio dalla Cina.

Non è solo Pechino a prendere le distanze. Il Kazakistan ha vietato la maggior parte delle importazioni di grano russo. L’Azerbaigian di Ilham Aliyev ha espresso pubblico sostegno all’integrità territoriale ucraina, un gesto politico che pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un Paese ex sovietico nell’orbita moscovita. L’Armenia procede al ripristino dei collegamenti ferroviari con Turchia e Azerbaigian, aggirando i ritardi di una Russia che formalmente controlla ancora quella ferrovia ma che di fatto non riesce più a imporre la propria agenda. Dal Baltico al Caucaso, dall’Asia centrale al Mar Nero, gli spazi lasciati vuoti dal ripiegamento russo vengono occupati da altri, inclusa quella Cina che dovrebbe essere l’alleata di Mosca.

C’è un terzo fronte, che il New York Times ha documentato attraverso un reportage da Kyiv firmato da Carlotta Gall e Oleksandr Chubko. L’Ucraina, pioniera mondiale nella guerra dei droni, sta ora investendo nella battaglia delle menti. Maria Berlinska, la volontaria che nel 2014 convinse i comandanti ucraini a usare i droni e che oggi è considerata una figura quasi leggendaria nel Paese, ha fondato una nuova organizzazione, Victory Neurones, dedicata alla guerra cognitiva: comunicazione strategica, guerra cibernetica, operazioni psicologiche.

Il ragionamento di Berlinska è questo: i droni ucraini hanno permesso di uccidere tre o quattro soldati russi per ogni caduto ucraino, un rapporto sostenibile finché la Russia non decide una mobilitazione generale; in quel caso, servirebbe un rapporto di otto o dieci a uno, insostenibile.

Da qui la scelta di spostare il fronte dalla tecnologia alla propaganda, cercando di minare dall’interno la capacità russa di sostenere una mobilitazione di massa. Il ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha rivendicato che Kyiv sta ormai insidiando il primato russo nella guerra elettronica e nei droni, e che l’ultimo terreno da conquistare è proprio quello dell’informazione, dove — ha ammesso — Mosca resta ancora la potenza dominante al mondo.

È un’ammissione interessante, perché rovescia uno stereotipo consolidato in Occidente: quello di una Russia militarmente arretrata ma psicologicamente invincibile, erede diretta delle tecniche sovietiche di disinformazione. Gli stessi esperti ucraini, come Serhii Demediuk, fondatore del dipartimento di cyberpolizia ucraino, riconoscono che contrastare la narrazione russa è arduo: il tentativo di smentire una menzogna spesso finisce per amplificarla, un paradosso noto a chiunque si occupi di comunicazione politica.

Se si tengono insieme questi tre livelli di analisi — il logoramento interno certificato dall’Economist, l’isolamento diplomatico documentato da Lucas, e il nuovo fronte cognitivo raccontato dal New York Times — la cornice interpretativa di Mead acquista un rilievo ancora maggiore. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma della convergenza di più traiettorie di lungo periodo: il declino demografico russo, il fallimento nel raggiungere l’eccellenza tecnologica, le difficoltà economiche strutturali post-sovietiche, l’ascesa cinese a Est, il nazionalismo persistente nelle ex repubbliche sovietiche.

Il Cremlino non è ancora al capolinea. Putin conserva l’arsenale nucleare, mantiene capacità cyber e di guerra ibrida non trascurabili, e la storia recente insegna a non sottovalutare la sua capacità di trovare vie d’uscita diplomatiche inattese anche nei momenti di massima difficoltà. Ma le leggi della gravità storica prima o poi si fanno sentire. La domanda che dovrebbe occupare le cancellerie occidentali e quelle asiatiche, non è più se la Russia vincerà o perderà la guerra in Ucraina, ma quale tipo di potenza — regionale, sussidiaria, forse persino cliente di Pechino — emergerà da questo logoramento.

Se il ridimensionamento di Mosca al rango di potenza media si concretizza, l’intero assetto geopolitico eurasiatico ne uscirà trasformato: la Cina sarà tentata di riproporre rivendicazioni territoriali risalenti all’epoca degli zar, l’Asia centrale verrà attratta nell’orbita di Pechino, la Turchia sarà libera di espandere la propria influenza nei Balcani e in Medio Oriente. Questa guerra, iniziata da Putin per restaurare la grandezza imperiale russa, finirà per accelerarne il tramonto.

Papa Leone: «La pace è irrisa e va costruita. Troppi conflitti, serve responsabilità»

di Leone XIV

Corriere della Sera – 21 Luglio 2026

L’introduzione del nuovo libro di Prevost

“Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20,19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva «a buon mercato»: il corpo glorioso del Maestro di Nazareth mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa. 

La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra. Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni. Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolinea­re alcuni aspetti che mi stanno a cuore.

Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi. Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi». Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona. 

Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire «in nome» della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II. Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!». Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia». La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione. 

La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia. Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da «protagonisti non famosi» che hanno seguito la propria coscienza. 

È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti. Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero. 

La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita. 

Dal Vaticano, 19 giugno 2026
© DICASTERO PER LA COMUNICAZIONE/ LIBRERIA EDITRICE VATICANA

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1959

 15 Luglio 2026  – di Redazione

Pubblichiamo una parte dell’enciclica Lux Veritatis di Pio XI del 25 dicembre 1931, in occasione del V centenario del Concilio di Efeso che proclamò la Divina Maternità di Maria.

Questo dogma della divina maternità, come dal getto d’un’arcana sorgente, proviene a Maria una grazia singolare: la sua dignità, che è la più grande dopo Dio. Anzi, come scrive egregiamente l’Aquinate: « La Beata Vergine, per il fatto che è Madre di Dio, ha una dignità in certo qual modo infinita, per l’infinito bene che è Dio » (Summ Theol., I, q. XXV, a. 6). Il che più diffusamente espone Cornelio a Lapide con queste parole: « La Beata Vergine è Madre di Dio; Ella dunque è di gran lunga più eccelsa di tutti gli Angeli, anche dei Serafini e dei Cherubini. È Madre di Dio; Ella perciò è la più pura e la più santa, così che dopo Dio non si può immaginare una purezza maggiore. È Madre di Dio; perciò qualsiasi privilegio concesso a qualunque Santo, nell’ordine della grazia santificante, Ella lo ha al di sopra di tutti » (In Matth., I, 6).

E allora perché i Novatori e non pochi acattolici riprovano così acerbamente la nostra devozione alla Vergine Madre di Dio, quasi riducessimo quel culto che solo a Dio è dovuto? Ignorano forse costoro, o non attentamente riflettono come nulla possa riuscire più accetto a Gesù Cristo, che certamente arde di un amore grande per la Madre sua, quanto il venerarla noi secondo il merito, premurosamente riamarla e studiarci, con l’imitazione dei suoi esempi santissimi, di guadagnarcene il valido patrocinio?

Non vogliamo però passare sotto silenzio un fatto che Ci riesce di non lieve conforto, come cioè ai nostri tempi, anche alcuni tra i Novatori siano tratti a conoscere meglio la dignità della Vergine Madre di Dio, e mossi a venerarla ed onorarla con amore. E questo certamente, quando nasca da una profonda sincerità della loro coscienza e non già da un larvato artificio di conciliarsi gli animi dei cattolici, come sappiamo che avviene in qualche luogo, Ci fa del tutto sperare che, con l’aiuto della preghiera, la cooperazione di tutti e con l’intercessione della B. Vergine che ama di amore materno i figli erranti, questi siano finalmente un giorno ricondotti in seno all’unico gregge di Gesù Cristo e, per conseguenza, a Noi che, sebbene indegnamente, ne sosteniamo in terra le veci e l’autorità.

Ma nella missione della maternità di Maria, ancora un’altra cosa, Venerabili Fratelli, crediamo doveroso ricordare: una cosa che torna certamente più dolce e più soave. Avendo Ella dato alla luce il Redentore del genere umano, divenne in certo modo madre benignissima, anche di noi tutti, che Cristo Signore volle avere per fratelli (Rom., VIII, 29). Scrive il Nostro Predecessore Leone XIII di f.m.: «Tale ce la diede Iddio: nell’atto stesso in cui la elesse a Madre del suo Unigenito, le ispirò sentimenti del tutto materni, che nient’altro effondessero se non misericordia ed amore; tale da parte sua ce l’additò Gesù Cristo, quando volle spontaneamente sottomettersi a Maria e prestarle obbedienza come un figlio alla madre; tale Egli dalla croce la dichiarò allorché, nel discepolo Giovanni, le affidò la custodia e il patrocinio su tutto il genere umano; tale infine si dimostrò Ella stessa, quando, raccolta con animo grande quella eredità d’un immenso travaglio lasciatale dal Figlio moribondo, si diede subito a compiere ogni ufficio di madre » (Epist. Encyl. Octobri mense adventante, die XXII Sept. MDCCCXCI).

Per questo avviene che a Lei veniamo attratti come da un impulso irresistibile, e a Lei confidiamo con filiale abbandono ogni cosa nostra — le gioie cioè, se siamo lieti; le pene se siamo addolorati; le speranze se finalmente ci sforziamo di risollevarci a cose migliori —; per questo avviene che se alla Chiesa si preparano giorni più difficili, se la fede viene scossa perché la carità si è raffreddata, se volgono in peggio i privati e pubblici costumi, se qualche sciagura minaccia la famiglia cattolica e il civile consorzio, a Lei ci rifugiamo con suppliche, per chiedere con insistenza l’aiuto celeste; per questo, infine, quando nel supremo pericolo della morte, non troviamo più da nessuna parte speranza ed aiuto, a Lei innalziamo gli occhi lacrimosi e le mani tremanti, chiedendo fervidamente, per mezzo di Lei al Figlio suo, il perdono e l’eterna felicità nei cieli.

A Lei, dunque, ricorrano tutti con più acceso amore nelle presenti necessità dalle quali siamo travagliati; a Lei domandino con suppliche pressanti « di impetrare che le fuorviate generazioni tornino all’osservanza delle leggi, nelle quali è riposto il fondamento d’ogni pubblico benessere, e donde promanano i benefìci della pace e della vera prosperità. A Lei chiedano molto intensamente ciò che tutti i buoni devono avere in cima ai loro pensieri: che la Madre Chiesa ottenga il tranquillo godimento della sua libertà, la quale non indirizza ad altro che alla tutela dei supremi interessi dell’uomo, e dalla quale, come gli individui, così la società, anziché danno, trasse in ogni tempo i più grandi e inestimabili benefìci » (Epist. Encycl. s. c.).

Ma sopra ogni altra cosa, un particolare e certamente importantissimo beneficio desideriamo che da tutti venga implorato, mediante la intercessione della celeste Regina. Ella cioè, che è tanto amata e tanto devotamente onorata dagli Orientali dissidenti, non permetta che questi miseramente fuorviino e che sempre più si allontanino dall’unità della Chiesa e quindi dal Figlio suo, del quale Noi facciamo le veci sulla terra. Tornino a quel Padre comune, la cui sentenza accolsero tutti i Padri del Concilio Efesino e salutarono con plauso unanime quale « custode della Fede »; facciano ritorno a Noi, che per tutti loro portiamo un cuore assolutamente paterno, e volentieri facciamo Nostre quelle tenerissime parole con le quali Cirillo si sforzò di esortare Nestorio, affinché « si conservasse la pace delle Chiese e rimanesse indissolubile tra i sacerdoti di Dio il vincolo della concordia e dell’amore » (Mansi, l.c., IV, 891).

Voglia il Cielo che spunti quanto prima quel lietissimo giorno in cui la Vergine Madre di Dio, fatta ritrarre in mosaico dal Nostro antecessore Sisto III nella Basilica Liberiana (opera che Noi stessi abbiamo voluto restituire al primitivo splendore), possa vedere il ritorno dei figli da Noi separati, per venerarla insieme con Noi, con un solo animo e una fede sola. Cosa che certamente Ci riuscirà oltre ogni dire gioconda.

Riteniamo inoltre di buon augurio l’essere toccato a Noi di celebrare questo quindicesimo centenario; a Noi, vogliamo dire, che abbiamo difeso la dignità e la santità del casto connubio contro i cavillosi assalti d’ogni genere (Litt. Encycl. Casti connubii, die XXI Decemb. MDCCCCXXX); a Noi che abbiamo solennemente rivendicato alla Chiesa i sacrosanti diritti dell’educazione della gioventù, affermando ed esponendo con quali metodi dovesse impartirsi, a quali princìpi conformarsi (Litt. Encycl: Divini illius Magistri, die XXI Decemb. MDCCCCXXIX).

Infatti questi due Nostri insegnamenti trovano sia nelle mansioni della divina maternità, sia nella famiglia di Nazaret un esimio modello da proporsi all’imitazione di tutti. Effettivamente, per servirci delle parole del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m., « i padri di famiglia hanno in Giuseppe una guida eccellentissima di paterna e vigile provvidenza; nella Santissima Vergine Madre di Dio, le madri hanno un insigne modello di amore, di verecondia, di spontanea sottomissione e di fedeltà perfetta; in Gesù poi, che era a quelli sottomesso, i figli trovano un modello di ubbidienza tale da essere ammirato, venerato ed imitato » (Litt. Apost. Neminem fugit, die XIV Ian. MDCCCXXXXII).

Ma è particolarmente giovevole soprattutto che quelle madri dei tempi moderni, le quali, infastidite della prole e del vincolo coniugale, hanno avvilito e violato i doveri che si erano imposti, sollevino lo sguardo a Maria, e seriamente considerino a quanto grande dignità il compito di madre sia stato da Lei innalzato. Così si può allora sperare che, con la grazia della celeste Regina, siano indotte ad arrossire dell’ignominia inflitta al grande sacramento del matrimonio, e che siano salutarmente animate a conseguire con ogni sforzo i pregi ammirabili delle virtù di Lei.

E qualora tutto ciò avvenga secondo i Nostri desideri, se cioè la società domestica — principio fondamentale di tutto l’umano consorzio — verrà ricondotta a così degnissima norma di probità, senza dubbio potremo affrontare e porre finalmente un riparo a quello spaventoso cumulo di mali da cui siamo travagliati. In tal modo avverrà « che la pace di Dio, la quale supera ogni intendimento, custodirà i cuori e le intelligenze di tutti » (Phil., IV, 7), e che l’auspicatissimo regno di Cristo venga dovunque e felicemente ristabilito, mediante la mutua unione delle forze e delle volontà. Né vogliamo por fine a questa nostra Enciclica senza manifestarvi, Venerabili Fratelli, una cosa che certamente riuscirà a tutti gradita. Desideriamo cioè che non manchi un ricordo liturgico di questa secolare commemorazione: un ricordo che giovi a rinfervorare nel Clero e nel popolo la più grande devozione verso la Madre di Dio. Perciò abbiamo ordinato alla Sacra Congregazione dei Riti che vengano pubblicati l’Ufficio e la Messa della Divina Maternità, da celebrarsi in tutta la Chiesa universale.

Intanto a ciascuno di voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro, come auspicio dei celesti favori e quale pegno del Nostro cuore paterno, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Papa Leone XIV: “Il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania”

di Veronica Giacometti

Castel Gandolfo, Domenica, 19 luglio, 2026 12:15 (ACI Stampa)

Continua la recita della preghiera dell’Angelus da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo. Il Papa si unisce ai fedeli e ai pellegrini convenuti davanti al Palazzo Apostolico delle Ville Pontificie per la preghiera mariana. Papa Leone XIV resterà nel paesino laziale fino al 27 luglio per un periodo di vacanza e riposo. “Dopo la parabola del seminatore, Gesù continua a parlare alle folle attraverso alcune immagini: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina”, dice subito il Pontefice prima della preghiera.

“Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro. Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania, che agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore.”, continua il Pontefice nella sua meditazione.

“Fratelli e sorelle, con queste parabole Gesù ci dice qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia. A volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa.

Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito; viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi”, ne è sicuro Papa Leone XIV.

“Preghiamo Maria Santissima, che ha saputo accogliere il seme della Parola nella piccolezza, perché ci sostenga nel cammino e interceda per noi”, chiede il Papa da Castel Gandolfo prima dell’Angelus.

Subito dopo il Papa passa ai consueti saluti e appelli. “Mentre trascorro qualche giorno di riposo rinnovo la mia gratitudine a tutti voi abitanti di Castel Gandolfo e accolgo con gioia i pellegrini. Continuiamo a seguire con apprensione ciò che accade in diversi paesi lacerati da guerra e violenza, non dimentichiamo di chi soffre e muore a causa dei conflitti”, dice il Papa che chiede anche di unire la preghiera di tutti per la pace. Il Papa saluta anche alcuni presenti in lingua inglese e augura a tutti una serena domenica. Il Pontefice si ferma in piazza per salutare i fedeli come la scorsa domenica e compie un giro in golfcar.

La fantascienza lo aveva previsto: guerre senza più soldati

Dietro le macchine che combattono al posto degli uomini ci sono giganti privati e un nuovo potere con un rischio: modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine 

di Maurizio Stefanini

IL FOGLIO – 18 LUG 26

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire”, è il famoso monologo che Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty fa in “Blade Runner”, ricordando la sua esperienza come androide soldato nelle colonie extramondo dello Spazio. “Accidenti, Valentina, hai fatto un macello! Tutti tagliati a pezzi… Non ti credevo capace di…” “…di tanta spietatezza, vuoi dire? Ma io non ucciso nessuno! Hai visto cosa c’è dentro queste corazze? Niente! Sono vuote! Non sapevi che adesso sulla Terra i soldati sono stati sostituiti dai robot?”, spiega Valentina dopo che sul suo cavallo Potëmkin ha fatto strage di gendarmi giovesani che sono poi armature vuote animate da robot, in quel “Valentina pirata” che è la ventitreesima storia a fumetti del celebre personaggio creato da Guido Crepax. Roy Batty è un androide di natura biologica: “Più umano dell’umano” secondo lo slogan di quella Tyrell Corporation che lo ha prodotto con avanzate tecniche di ingegneria genetica, anche se è programmato per vivere solo quattro anni. Immaginato in un film del 1982, muore in una Los Angeles distopica del 2019. Pubblicato nel 1976 come sequel di un’altra storia del 1967, “Valentina pirata” è immaginato in un anno 2570 con costumi però curiosamente richiamanti il XVI secolo, anche se in realtà è un sogno; e mostra robot meccanici.

“Non sapevi che adesso sulla Terra i soldati sono stati sostituiti dai robot?” spiega Valentina, celebre personaggio dei fumetti creato da Guido Crepax

Una via di mezzo tra i due, un po’ meccanico e un po’ biologico, è il Terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger, e che torna indietro dal 2029 al 1984 di uscita del film apposta per completare una rivolta delle intelligenze artificiali all’umanità parallela a quella di “Blade Runner”: anche se non proprio uguale, e se poi nei sequel cambia fronte. Non tutta la fantascienza è in realtà così. In “Fanteria dello spazio”, celebre romanzo di Robert Anson Heinlein del 1960 e altrettanto celebre trasposizione cinematografica del 1997, proprio il fatto che la guerra tra terrestri e extraterrestri è tecnologica al massimo richiede l’indispensabile complemento di un elemento umano altamente specializzato, incentivato dall’essere il servizio militare un indispensabile presupposto per godere dei diritti politici. Se vogliamo, era sembrata un po’ questa la logica evoluzione del processo di industrializzazione della guerra iniziato nel 1914. Prima, le masse di operai della morte, schierati grazie alla tecnologizzazione della mobilitazione e degli approvvigionamenti della Prima guerra mondiale. Poi, l’approfondimento di ulteriori elementi tecnologici per superare lo stallo della guerra di trincea, che dagli aerei ai carri armati iniziano nel 1914-18, ma culminano poi con la Seconda guerra mondiale, fino alla bomba atomica. Dopo ancora, una ulteriore tecnologizzazione, fino al passaggio generale dalla leva agli eserciti professionali: ma, anche qui, con una particolare enfasi sul necessario elemento di complemento umano delle Forze Speciali. La Fanteria dello Spazio del XXI secolo.

Ma poi è venuta la guerra in Ucraina. Da una parte, è stato come un grande ritorno al 1914-18, con le masse umane lanciate all’attacco delle trincee e i combattimenti corpo a corpo in cui i colpi di pala riprendono ad essere un’arma più affidabile di baionette che possono restare incastrate nel corpo infilzato: come testimoniava già Erich Maria Remarque in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Ma, di nuovo come nel 1914-18, da ciò è derivata una ulteriore spinta alla tecnologizzazione della guerra, che arriva alla profezia di “Valentina pirata” con cinque secoli di anticipo: una “guerra senza soldati” che è soprattutto l’Ucraina a perseguire, trovandosi in inferiorità demografica; e che suscita già interrogativi tra chi si è messo a studiare il fenomeno, anche se per ora il timore non è tanto quello di una rivolta di robot stile “Terminator” o “Matrix”, ma piuttosto una privatizzazione della guerra che potrebbe riportare per certi versi alle compagnie di ventura di fine Medioevo; per altri alle Compagnie delle Indie del XVII secolo; per altri ancora a qualcosa che non si è in realtà ancora mai vista.

In realtà, una spinta era già venuta innanzitutto da quelle che, essendo le due prime superpotenze militari, hanno anche la spinta massima a rimanere all’avanguardia della tecnologia bellica. Negli Stati Uniti, in particolare, sulla Costa Pacifica la startup di San Francisco Foundation Robotics, nata nel 2024 con un nome che sembra un omaggio a Isaac Asimov attraverso la saldatura delle sue due serie sui Robot e sulla Fondazione, ha creato Phantom MK-1: il primo vero umanoide progettato per la difesa ad essere testato in scenari reali, come le retrovie in Ucraina. Alto 1,75 metri per 80 chili, cinque dita per mano e una telecamera al posto degli occhi, viene impiegato per compiti logistici, trasporto munizioni e ricognizione in aree ad alto rischio. Dopo i primi 40 esemplari operativi giù nel 2025, i piani ne hanno previsti altri 10 mila entro fine 2026 e 50 mila per il 2027, Non venduti ma offerti in leasing, a circa 100 mila dollari l’anno. Sulla Costa Atlantica sta invece Boston Dynamics, che con il finanziamento pubblico della Defence Advanced Research Projects Agency presentò fin dal 2013 l’androide bipede Atlas, inizialmente pensato per vari compiti di ricerca e salvataggio. Dal 2024 è stato sviluppato in una versione elettrica che è adatta alla catena di montaggio dell’industria automobilistica, e gli è stato perfino insegnato a giocare a calcio. Ma può sostituire i soldati con compiti di trasporto e esplorazione in aree pericolose, o anche solo disagiate.

In Cina è poi l’azienda Ubtech di Shenzhen, fondata nel 2012, che sta cercando di produrre in massa il Walker S2: un robot umanoide industriale che è alto circa 1,76 m, pesa 70 kg, può sollevare fino a 15 kg e ha un’autonomia che gli permette di sostituire da solo la propria batteria. Il tutto, a un costo tra i 68.000 e i 100.000 dollari a esemplare. E’ stato concepito soprattutto per lavorare nelle catene di montaggio in fabbrica, ma l’Esercito Popolare di Liberazione lo sta sperimentando anche per pattugliare i confini e affiancare le forze dell’ordine. In teoria, in omaggio a quelle Leggi della Robotica che inventò appunto Asimov e che impediscono a un robot di recare danno a un essere umano, per ora questi aggeggi non vengono pensati per sostituire i soldati d’assalto, ma per compiti ad alto rischio logistico e operativo: portare zaini, munizioni e rifornimenti in territori in cui i veicoli ruotati o cingolati non possono accedere; attraversare campi minati; ispezionare ambienti contaminati da agenti chimici, biologici o radiologici; esplorare e sgomberare edifici o stanze chiuse dove il rischio di imboscate per i soldati umani è massimo; evacuare feriti in aree sotto il fuoco nemico.

I Laws, Lethal Autonomous Weapons Systems in grado di decidere di uccidere senza il diretto controllo umano, sono però dietro l’angolo. Aziende come Foundation Robotics mantengono per ora una linea precisa: la navigazione è autonoma, ma qualsiasi decisione legata all’uso della forza o al puntamento resta strettamente vincolata al controllo remoto di un operatore umano. Però, guidati da un essere umano i robot possono già uccidere. E poi, più ancora dei robot, in guerra sono ormai importanti i droni. La Francia, in particolare, ha dal 2025 un Progetto Pendragon per realizzare sia stormi di droni aerei legati a veicoli di terra autonomi in grado di mappare e colpire obiettivi in tempo reale, riducendo al minimo la presenza umana sul campo; sia droni sottomarini pesanti, capaci di pattugliare i fondali autonomamente per mesi a costi ridotti; sia un’unità robotica da combattimento che dal 2027 sarà in grado di svolgere parte dei compiti di una compagnia di fanteria o di uno squadrone di cavalleria, sotto il controllo a distanza di 15 militari.

Ma questi sono tutti programmi in via di sviluppo. E’ stato invece in particolare nel dicembre del 2024 che la 13ª Brigata Khartiya della Guardia Nazionale ucraina ha condotto un assalto combinato terrestre e aereo vicino alla città di Lyptsi, senza che un solo soldato ucraino mettesse piede sul campo di battaglia. Veicoli terrestri senza pilota con torrette mitragliatrici, droni aerei equipaggiati con granate e fucili d’assalto, e munizioni kamikaze convenzionali hanno occupato posizioni russe, sminato e stabilito un perimetro difensivo. Palladium Magazine, rivista di San Francisco espressione di quella American Governance Foundation che è nota per la sua enfasi sulla teoria delle élite e sulla dinamica istituzionale, fa di questo episodio il punto di partenza di un’analisi a firma Juan Severini: dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Georgetown e co-direttore dell’Iniziativa per l’Intelligenza Artificiale e la Cittadinanza Democratica presso la stessa università. Si tratta infatti di una delle più sorprendenti dimostrazioni di un nuovo paradigma bellico in cui la guerra robotica si sta affermando come risposta diretta alla carenza di manodopera umana e ai costi politici delle perdite in combattimento. Il crescente utilizzo di sistemi autonomi, vi si spiega. Non è solo un’innovazione tattica, ma una trasformazione strutturale del potere politico. All’opposto dello schema di “Fanteria dello spazio”, che spostava poi su un piano fantascientifico l’antica sintesi del cittadino-soldato del mondo greco-romano, con la sostituzione dei soldati da parte dei robot il controllo della guerra si sposta infatti dalle istituzioni pubbliche alle aziende private che progettano, programmano e gestiscono queste macchine.

Nel dicembre 2024 la 13ª Brigata Khartiya ha condotto un assalto vicino alla città di Lyptsi, senza che un solo soldato ucraino mettesse piede sul campo

Il saggio analizza in dettaglio la situazione demografica particolarmente avversa in cui si trova l’Ucraina, le cui risorse umane stanno venendo prosciugate da emigrazione di massa, invecchiamento della popolazione e perdite in combattimento. In questo contesto, anche i soldati robotici meno efficienti rappresentano un investimento redditizio. se consentono di preservare la forza lavoro e le reclute. Con una maggiore propensione a mobilitare ingenti riserve e un accesso limitato alla microelettronica avanzata, la Russia opera invece secondo una logica opposta: più capitale umano, meno tecnologia all’avanguardia. Ma questa differenza illustra una tensione più ampia nella strategia militare contemporanea: l’equilibrio tra capitale e lavoro. Gli stati con carenza di manodopera tendono infatti a robotizzare più rapidamente; quelli con un’abbondanza di reclute possono permettersi di posticipare questa transizione. Anche una visione della politica estera “America First” sostiene che la riduzione del personale statunitense all’estero potrebbe essere ampiamente compensata da un maggiore utilizzo di munizioni senza pilota, con conseguente riduzione dei costi e rientro a casa dei soldati senza indebolire la deterrenza. L’analisi avverte però che, man mano che la piena autonomia diventerà tecnicamente fattibile, l’assenza di esseri umani sul campo di battaglia diventerà la norma, riducendo i costi politici derivanti dall’inizio o dal prolungamento dei conflitti. Insomma, il mondo di Valentina pirata.

Il modo in cui questa nuova dipendenza funziona è esemplificato da Palantir, con il suo Ceo Alex Karp che ha fatto visita al presidente ucraino Volodymyr Zelensky poco dopo l’invasione russa del 2022. Così, gli algoritmi di visione artificiale dell’azienda hanno aiutato le forze ucraine a tracciare le posizioni nemiche in tempo reale durante la controffensiva del 2023. Quello che era iniziato come un contratto da 70 milioni di dollari per il Progetto Maven, originariamente sviluppato con Google e successivamente ampliato con Anthropic, è cresciuto fino a 1,5 miliardi di dollari, di cui quasi 800 milioni sono stati eseguiti da Palantir. Ma la stessa dipendenza tecnologica riguarda ormai anche le grandi potenze. Durante il recente conflitto con l’Iran, SpaceX e il Pentagono hanno negoziato un “livello di abbonamento” per il controllo delle munizioni senza pilota, che di fatto ha raddoppiato il costo di ogni drone nel pieno delle ostilità. Ma l’episodio mette in luce un paradosso: il risparmio di manodopera promesso dalla guerra robotica viene annullato se l’ecosistema privato che la sostiene fissa i propri prezzi in tempo di guerra. L’influenza di Elon Musk sull’accesso alla rete Starlink – contesa sia dall’Ucraina che dalla Russia – è un altro esempio citato da Severini per mostrare fino a che punto la politica estera di un ceo possa plasmare il corso di un conflitto armato. Le aziende private, senza le restrizioni salariali o la burocrazia delle assunzioni del settore pubblico, godono di un vantaggio competitivo per i talenti specializzati richiesti da queste tecnologie, e questo vantaggio si traduce in potere negoziale con gli stati.

Le aziende private, senza le restrizioni salariali o la burocrazia delle assunzioni, godono di un vantaggio che si traduce in potere negoziale con gli stati

Si torna a quelle compagnie di ventura che tra XIII e XVI secolo vennero incontro al bisogno degli staterelli italiani di concentrarsi su fare affari, al costo di un tipo di guerra in cui un condottiero poteva cambiare padrone da un momento all’altro a seconda di chi offriva di più, come potrebbe fare oggi un allenatore o un giocatore di calcio; e in più capitava pure che per ammortizzare i danni le compagnie ingaggiate da avversari sul campo di battaglia si incontravano per mettersi d’accordo a tavolino, stimando chi avrebbe vinto sulla base della stima dei rispettivi potenziali. Risposta a una cavalleria feudale legata a un mondo che tramontava e a milizie comunali troppo dispendiose, le compagnie di ventura furono a loro volta esautorate con la creazione degli stati moderni attraverso le monarchia assolute. Ma a quel punto fu l’espansione coloniale dell’occidente a essere delegata a un universo variegato di conquistadores, corsari e compagnie delle Indie, alcune delle quali durarono fino a Ottocento inoltrato.

Meno soldati, meno morti. Ma si rischia così di modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine

A parte ciò, Severini osserva che “a prima vista, questa tendenza sembra umana” “meno soldati, meno morti”. Ma rischia così di modificare i costi politici della guerra, che diventano più accettabili, persino di routine. Così, “le guerre infinite emergono da questa discrepanza tra sforzo militare e conseguenze politiche”.

Code per la benzina: l’eterno ritorno della vita sovietica

La coda è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena.

di Stefano Caprio

Asia News – 18 luglio 2026

Vladimir Putin aveva promesso di riportare i russi alla grandezza dell’Urss, ed ecco che le code alla stazione di servizio, provocate dai martellamenti dei droni ucraini sugli impianti petroliferi, sono tornate di attualità: centinaia di auto si mettono in fila in tutta la Russia, raggiungendo proporzioni epiche nella regione siberiana del Transbajkal, dove gli automobilisti restano in coda per 15-17 ore, a volte anche più di un giorno, intrattenendosi con litigi e risse. In alcuni luoghi, la polizia e la Guardia nazionale mantengono l’ordine con indolenza e condiscendenza, in altri ci sono i cosacchi con le fruste, che conferiscono un sapore etnico e folcloristico alla drammatica situazione.

Lo stress accumulato viene sfogato in video con monologhi ironici o depressivi degli automobilisti in coda, che invadono i social media, un modo davvero infallibile per incanalare in ogni senso il malcontento sociale. Nel complesso la popolazione sta reagendo alla nuova penuria con una sana dose di fatalismo e stoicismo, allo slogan “i nostri antenati sono rimasti saldi, e lo saremo anche noi!”. Come afferma Sergej Medvedev, storico e giornalista, conduttore della serie di programmi “Archeologia” di Radio Svoboda, i corrispondenti delle due capitali di Mosca e San Pietroburgo confermano che la gente si sta dimostrando comprensiva riguardo alle code ai distributori di benzina, definendole con ottimismo “difficoltà temporanee”.

Stanno tornando i metodi classici dei tempi sovietici per far fronte alla penuria: alcuni cercano conoscenze, un agente di sicurezza fidato o un impiegato del municipio con accesso prioritario a una pompa, altri girano per la città di notte alla ricerca di un distributore aperto, e altri ancora installano protezioni aggiuntive sui tappi dei serbatoi, perché cittadini intraprendenti rubano benzina dalle auto parcheggiate nei cortili di notte, un altro nostalgico saluto dall’Urss. Le taniche da venti litri sono tornate sui balconi e la spia del motore si accende sempre più spesso sui cruscotti, segno che il carburante viene spudoratamente adulterato. Alcuni hanno provato i mezzi pubblici che non usavano da trent’anni, e sono rimasti piacevolmente sorpresi di constatare quanto siano migliorati gli autobus elettrici e i treni della metropolitana sotto la guida del “sindaco eterno” di Mosca, Sergej Sobjanin. La questione dell’origine di queste code, delle sue cosiddette “cause profonde”, viene completamente ignorata, così come viene evitata la stessa parola “guerra”: la carenza di benzina è percepita come una “calamità naturale”, un fatto da accettare periodicamente.

Medvedev ricorda la sua giovinezza, la Mosca dei primi anni Novanta, “la mia fiammante Lada, le inebrianti notti d’estate profumate di pioppi e lillà, le lunghe code di due o tre ore al distributore di benzina di via Minskaja a Mosca, le pause sigaretta con i vicini, le conversazioni sulla vita e il senso di cameratismo che nasceva in questo organismo sociale unito da un obiettivo comune, con una finestra sul paradiso tanto ambita: lo sportello del benzinaio con il cartello Niente benzina”. Si ricordano anche le code del tardo autunno del 1991, quando nell’impasse della perestrojka gorbacioviana si verificò il cosiddetto blocco alimentare di Mosca e il pane era difficile da trovare, ma un panificio cooperativo georgiano aprì all’ingresso di un grande edificio dell’epoca staliniana in piazza Majakovskij, ora piazza Triumfalnaja, dove si trova l’Hotel Pekin. Per comprare un paio di lavaš, la gustosa focaccia georgiana, bisognava mettersi in fila presto la sera, i clienti arrivavano in auto da quartieri lontani, a piedi dai quartieri di Tišinka e dai Patriaršye Prudi di memoria del “Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, e si mettevano in fila silenziosamente sotto un alto portone pieno di spifferi.

Medvedev era in fila con loro, avvolto in una sciarpa, ripensando ai racconti della madre sulle file per il pane durante la guerra, nel freddo buio prima dell’alba, quando la gente si stringeva l’una all’altra e si dondolava per scaldarsi “e anche noi eravamo lì, in piedi sotto un portone pieno di spifferi, nel vento gelido della storia russa, la cui bellezza sta nel fatto che ti offre sempre un termine di paragone per le tue sofferenze e difficoltà attuali, per rassicurarti che oggi non è poi così male”. Verso l’alba, il profumo del pane appena sfornato cominciava a diffondersi da sotto la porta, e mezz’ora dopo si poteva tenere tra le mani tre lavaš caldi e croccanti, staccandoli a pezzetti e cominciando a mangiarli mentre si tornava a casa.

Lo stesso approccio retrospettivo e ottimista alla situazione delle code viene adottato oggi anche dai propagandisti interni: “A proposito, tutto questo è già successo, amici, e va bene così, siamo sopravvissuti”, ammonisce la famosa giornalista Ksenia Sobčak sul suo canale. “Niente benzina? Ricordo ancora quando il cibo era razionato”, rimprovera la conduttrice Margarita Simonyan ai suoi concittadini, abbandonandosi a nostalgici ricordi di quando portava secchi d’acqua a Krasnodar (“e non Coca-Cola!”), e il “corrispondente di guerra” Dmitry Stejšin descrive la situazione della benzina come “le convulsioni della psicosi consumistica”.

La coda in generale è la forma fondamentale di organizzazione sociale e controllo politico in Russia. Secondo il sociologo Simon Kordonskij, il Paese è governato da uno “Stato delle risorse”, il cui compito principale è la distribuzione delle risorse, in cui l’accesso ai beni è determinato dalla posizione dell’individuo nel sistema di potere. In Russia, le risorse sono monopolizzate dallo Stato e la società è divisa tra coloro che vi hanno accesso privilegiato, le “autorità”, e coloro il cui accesso è limitato, “il popolo”, in possessori e richiedenti. La scarsità crea immediatamente delle gerarchie: al vertice della piramide della benzina c’è l’esercito, i cui bisogni vengono soddisfatti prima di tutto, gli alti funzionari e le forze di sicurezza; dietro di loro vengono i deputati, le principali società statali, i servizi comunali e di emergenza, e ognuno ha la propria quota da inserire nel gasdotto. Alla base della piramide ci sono gli aventi diritto alla benzina in via residuale; il loro destino sono le lamentele, principalmente sotto forma di video sui social network, e le code alle stazioni di servizio.

Resta un divario tra le autorità e il popolo, una zona grigia in cui compaiono vari “schemi” di intermediari, rivenditori, buoni benzina (un altro saluto dal passato sovietico) e nasce un vasto e convulso mercato nero. La principale via di accesso alla risorsa, e strumento di controllo sociale, resta comunque la coda, dove le persone scambiano il tempo della propria vita con un bene scarseggiante. Il cittadino sovietico medio trascorreva fino a due ore in fila ogni giorno, per un totale di circa 15 ore a settimana; circa il 25% di tutto il tempo libero è stato trascorso in fila, e per i pensionati questa cifra raggiungeva il 40%.

Alla fine del socialismo, lo scrittore Vladimir Sorokin ha scritto la sua storia d’esordio intitolata proprio La Coda, in cui tutta l’azione si svolge in una fila di più giorni per una carenza di materiale sconosciuto, che si estende attraverso diversi cortili di Mosca, nella quale i personaggi si incontrano, parlano, discutono, mangiano, flirtano, fanno l’amore. La coda si trasforma in un corpo collettivo, l’attesa è più importante della meta di cui neanche si sa l’effettiva natura, ed è difficile trovare una metafora più precisa della vita sovietica. In realtà non si tratta solo di quella sovietica: la coda è un vincolo della natura della Russia, un’immagine dell’esistenza comunitaria, per cui in alto c’è lo Stato onnipotente che distribuisce i benefici, in basso c’è il popolo supplicante, organizzato in un’unica catena. “Più lunga è la coda, più forte è la Russia!”, assicura Medvedev.

Nell’era dell’apertura all’economia di mercato, anche le persone post-sovietiche si mettevano in fila alla prima occasione. Si ricordano la coda epica per un concerto del cantante russo Aleksej Serov, in cui la folla alla fine ha sfondato le porte della Galleria Tretjakov, la coda per una mostra del pittore ottocentesco Ivan Aivazovskij, la coda di devozione per la “cintura della Vergine” e per le reliquie di san Nicola Taumaturgo nella Cattedrale di Cristo Salvatore; recentemente c’è stata perfino una coda per Boris Nadeždin, candidato alternativo a Vladimir Putin, durante la raccolta delle firme per le elezioni presidenziali all’inizio del 2024, e lunghe ore di fila per votare presso i consolati russi nel marzo dello stesso anno. Putin ha poi ottenuto il 72% dei voti dei russi all’estero, quindi in sostanza si è trattato di una “coda per Putin”.

Ora questa è una coda tutta russa per la benzina, una situazione in cui si trovano tutte le regioni federali. Nelle ultime settimane, commenta Medvedev, “i miei amici e colleghi occidentali si sono spesso chiesti per quanto tempo i russi sopporteranno queste code, quando inizierà la rivolta dei contenitori vuoti? Uno mi ha chiesto direttamente: per quanto tempo? Al che ho risposto: fino ad allora”. È in altri Paesi che i deficit creano instabilità sociale e politica, mentre il russo, di fronte all’imperfezione dell’esistenza, non protesta, ma obbedientemente si mette in fila, senza chiedersi quale sia la causa principale.

Colpire acqua ed energia è l’atto secondo della guerra Usa in Iran: ecco cosa si sta preparando

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme

Si rafforza nella regione la macchina logistica americana che sta organizzando una nuova fase delle operazioni belliche: Washington starebbe valutando raid mirati contro infrastrutture strategiche civili nei pressi di Hormuz. Intanto diversi aerei cisterna statunitensi affollano l’aeroporto Ben Gurion in Israele

Avvenire – 18 luglio 2026

Esercitazioni militari nel Golfo da parte degli Stati Uniti nei giorni scorsi

È un’illusione il silenzio del sabato che, dal tramonto di ogni venerdì, desertifica strade e piazze delle città israeliane. Dall’Iran arriva il bollettino di uno scontro che promette di peggiorare. E Washington ha chiesto a Israele di fare posto a decine di altri aerei cisterna, oltre ai circa sessanta già dislocati tra l’aeroporto Ben Gurion e la base di Ramon per rifornire in volo i caccia americani.

Il giorno di Shabbat non spegne i passaparola di “radio guerra”. Donald Trump valuta piani che includono la distruzione di centrali elettriche iraniane, nuove incursioni contro gli impianti nucleari e il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain. Non ha ancora deciso, ma l’ordine potrebbe arrivare da un momento all’altro. Intanto assicura agli americani che «stiamo vincendo alla grande in Iran» e che i risultati si vedranno «molto, molto presto».

Il salto di scala è già visibile. 

Gli Stati Uniti hanno colpito ponti, ferrovie e nodi logistici intorno a Bandar Abbas, piattaforma delle operazioni dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz. A Chabahar, sul Golfo dell’Oman, un’incursione ha fatto crollare la torre di sorveglianza del porto. Per Teheran serviva a controllare il traffico commerciale. Secondo il Comando Usa era invece parte della rete impiegata dai Pasdaran per «seguire e prendere di mira» le navi nello Stretto.

Teheran denuncia incursioni anche contro aeroporti e infrastrutture elettriche e ha risposto colpendo i Paesi che ospitano basi americane. In Kuwait è stata bersagliata una centrale collegata a un impianto di desalinizzazione, con incendi, danni e interruzioni nella produzione di energia. I Pasdaran promettono attacchi «più devastanti». Il comandante delle forze aerospaziali, Majid Mousavi, avverte che le operazioni «continueranno fino a quando non sarà ristabilita la pace sulla costa meridionale e nello Stretto di Hormuz».

Colpire acqua ed energia significa portare la guerra dai comandi militari ai rubinetti, agli ospedali, alla vita quotidiana. Nello Stretto quasi paralizzato, i marines americani hanno abbordato una petroliera per imporre il blocco dei porti iraniani. Washington spinge il traffico verso la rotta omanita. Teheran pretende il controllo del corridoio vicino alle proprie coste. Resta l’ipotesi di attaccare Kharg, principale terminale petrolifero iraniano.

E se l’Iran ordinasse agli Houthi di minacciare Bab el-Mandeb, l’altra strozzatura marittima che precede Hormuz, i due canali degli idrocarburi entrerebbero simultaneamente nella guerra, innescando una crisi globale dagli effetti incalcolabili. In Libano Hezbollah continua a confrontarsi con le forze israeliane schierate nel territorio meridionale occupato, ma per ora evita attacchi oltre confine tali da provocare la riapertura del fronte generale. Almeno fino a quando da Teheran non venisse decisa una tenaglia su Israele, con gli Houthi da Sud e i guerriglieri libanesi da Nord. A quel punto Netanyahu avrebbe gioco facile nell’interrompere qualsiasi ipotesi di ritiro dal Libano.

Proprio mentre le autorità siriane affermano di avere intercettato al confine iracheno missili, armi anticarro e droni destinati al movimento sciita libanese, Hezbollah nega che il carico fosse diretto alle proprie forze.

Mentre gli Stati Uniti accumulano in Israele mezzi e infrastrutture per una possibile offensiva, Netanyahu non riesce a ottenere ciò che fino a pochi mesi fa sembrava automatico: un incontro con Trump. La visita prevista per domani è stata rinviata, ufficialmente dopo lo spostamento dei funerali del senatore Lindsey Graham. Secondo fonti citate dalla stampa americana, senza un colloquio con Trump e la fotografia nello Studio Ovale Netanyahu non avrebbe avuto interesse a compiere una visita puramente cerimoniale. Alla Casa Bianca pesano le divergenze espresse dalla leadership israeliana sulla vendita degli F-35 alla Turchia, sulla Siria e sul Libano, oltre al sospetto che Netanyahu abbia fornito valutazioni troppo ottimistiche sull’andamento del conflitto e sulle conseguenze di una nuova offensiva contro l’Iran.

In Nigeria la caccia è ai cristiani

Uccisi 4,4 volte in più dei musulmani dal 2019 a oggi. Lo dice uno studio dell’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa)

di

Redazione -Il Foglio

18 LUG 26

Saranno pure guerre per l’accaparramento di verdi pascoli per le mandrie e senza alcuna motivazione religiosa, sta di fatto che in Nigeria i cristiani vengono uccisi con una frequenza 4,4 volte superiore ai musulmani. A metterlo nero su bianco in uno studio appena pubblicato è l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa), che studiando quanto accaduto nel grande paese subsahariano tra il 2019 e il settembre del 2025 ha dedotto che le milizie islamiche dei pastori Fulani sono responsabili “di un numero di morti civili quattro volte superiore a quello causato complessivamente dalle due principali organizzazioni terroristiche islamiche, Boko Haram e la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico”. 

Non solo: la violenza dei Fulani è il principale fattore responsabile dell’elevato numero di vittime in Nigeria. Di tutte le vittime contate (79.323, una media di trentasei al giorno), ai Fulani è addebitabile il 44 per cento di queste.

Una situazione molto chiara – e non da oggi – che però aveva portato diversi esperti di Africa, anche con un discreto seguito vaticano e mediatico, a sentenziare che non vi era alcuna matrice religiosa, e guai solo a pensarlo. E’ colpa del clima impazzito: siccome in quelle aride terre manca l’acqua e l’erba per le mandrie, si va a prenderla dove c’è, rubandola agli altri, che per puro caso sono in maggioranza cristiani. Vittime collaterali, insomma.

 Alla narrazione dominante facevano difetto però i raid dentro le chiese – sovente date alle fiamme – con decapitazioni e rapimenti. Un po’ troppo, forse, solo per prendere acqua e terra. La situazione nell’Africa subsahariana sta precipitando: non solo in Nigeria e Burkina Faso, ma anche più a sud, in Mozambico, dove la conta dei raid islamisti, dei morti e dei sequestrati s’ingrossa ogni giorno di più. Nel più totale silenzio dell’occidente distratto.

Beata Vergine Maria del Monte Carmelo


Nome: Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Titolo: Apparizione

Altri nomi: Madonna del Carmine

Ricorrenza: 16 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Il Monte Carmelo, situato nell’odierno territorio israeliano, fu celebre fin dall’antichità come luogo di ritiro per uomini di santa vita, i quali vi si ritiravano per onorare la Vergine Madre di Dio ancora prima della sua nascita. Il monte fu santificato anche dalla presenza prolungata del profeta Elia.

Nel corso dei secoli, molti pii solitari continuarono a rifugiarsi sul Monte Carmelo. Tuttavia, con la conquista musulmana della Palestina, questi eremiti furono costretti a nascondersi nelle grotte per salvarsi. 

Parchie giardini regionali

Origine dell’Ordine Carmelitano

Verso l’XI secolo, un pio sacerdote calabrese costruì una chiesetta in onore della Vergine sui resti di una cappella antica. Radunò intorno a sé alcuni compagni e ricevette dal patriarca di Gerusalemme una regola di vita. Così nacque l’Ordine dei Carmelitani, che fu poi approvato dai papi Onorio II e Gregorio IX.

San Simone Stock e lo Scapolare

La festa della Madonna del Carmine è legata strettamente a San Simone Stock, un santo inglese di profonda devozione mariana. Visse in austera penitenza, rinnovando le mortificazioni degli antichi eremiti. Quando l’Ordine Carmelitano giunse in Inghilterra all’inizio del XIII secolo, Simone vi entrò attratto dall’amore che i frati nutrivano per Maria.

Desideroso di conoscere il Monte Carmelo, vi si recò a piedi nudi, visitando i luoghi sacri della Palestina e trattenendovisi per sei anni. In una notte silenziosa di preghiera, gli apparve la Vergine Maria, che gli consegnò lo scapolare dicendo con dolcezza: «Figlio, prendi il segnale del mio amore».

Il dono dello scapolare

Maria stessa ne spiegò il significato con queste parole latine: «Protego nunc, in morte juvo, post funera salvo!» — «Proteggo in vita, aiuto in morte, salvo dopo la morte». Lo scapolare divenne così segno della protezione della Madonna in vita, in morte e nell’eternità.

San Simone si adoperò con zelo per diffondere la devozione allo scapolare, che si propagò rapidamente. Anche i Papi si considerarono onorati di far parte della “milizia di Maria” e concessero numerose indulgenze agli affiliati.

Il privilegio sabatino

Ai devoti dello scapolare del Carmelo fu concesso il Privilegio sabatino: per intercessione di Maria, coloro che morissero indossandolo sarebbero liberati dal Purgatorio il primo sabato dopo la morte.

Festa della Madonna del Carmine

La solennità della Beata Vergine del Carmelo si celebra il 16 luglio, in ricordo dell’apparizione a San Simone Stock e della consegna dello scapolare

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