"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Papa Leone in Francia: Macron lo accoglie con la moglie Brigitte. La battuta sui giornalisti esclusi dalla Casa Bianca: «Felice che siate tutti qui». «Ai? Riportare l’uomo al centro»

di Gian Guido Vecchi e Redazione online – Corriere della Sera – 25 Settembre 2026

Il Pontefice Leone XIV viene accolto dal presidente Emmanuel Macron che subito dopo incontrerà all’Eliseo. Il primo discorso pubblico alle autorità e alla società civile

PARIGI – L’aereo con a bordo Papa Leone è atterrato all’aeroporto di Parigi Orly, prima tappa della sua visita in Francia. Il Pontefice è stato accolto dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, accompagnato dalla moglie Brigitte, ai piedi della scala anteriore dell’aereo. Due bambini gli hanno offerto dei fiori. Dopo gli inni, gli onori militari e la presentazione delle rispettive delegazioni, Leone e Macron si sono diretti nel Salone d’Onore per un breve incontro privato. Poi il trasferimento al Palazzo dell’Eliseo.

Le campane di tutta la Francia stanno suonando a festa per salutare l’arrivo di papa Leone XIV. Le campane hanno cominciato a suonare alle dieci, l’orario previsto di arrivo del Pontefice, per i successivi sette minuti.
Erano 18 anni che il Papa non andava per una visita apostolica in Francia.

Poco prima, durante il volo, Leone XIV aveva parlato con i giornalisti. «Io sono molto felice che siate qui, siete tutti benvenuti», ha sorriso tranquillo, all’inviato della Cnn. L’aereo che porta il Papa a Parigi sta sorvolando le Alpi, quando Leone XIV raggiunge e saluta uno a uno gli ottanta giornalisti da tutto il mondo che lo seguono nel suo viaggio in Francia. «Grazie per averci ospitato a bordo dell’aereo, mi chiedevo solo se volesse rivolgere qualche parola ad alcuni nostri colleghi della Cnn che stanno avendo difficoltà con la Casa Bianca, dice al Papa il corrispondente vaticano dell’emittente americana, Christopher Lamb (riferendosi all’esclusione di alcuni giornalisti di diverse testate dalla Casa Bianca, tenuti poi fuori nonostante la decisione di un giudice di farli riammettere). E Prevost replica che tutti sono benvenuti: «Ritengo che una buona copertura sia molto importante e che la abbiamo ovunque e per tutti».

Papa Leone XIV arrivato in Francia, accolto da Macron

Sempre con i giornalisti ha anche affrontato il tema della crisi di Ceuta: «L’ho seguita dal primo giorno, è una crisi che ha cause diverse». Lo ha detto il Papa parlando ai giornalisti di quanto accaduto a Ceuta. «Dobbiamo cercare di rispondere per evitare situazioni come questa che è stata una vera crisi umanitaria», ha sottolineato Leone XIV.

Il primo appuntamento della giornata sarà l’incontro privato tra il pontefice e Macron all’Eliseo. «Io, più di ogni altra cosa, mi reco in Francia, così come in qualsiasi altra parte del mondo, come seguace di Gesù Cristo, desideroso di proclamare la pace di Cristo in tutto il mondo. È un messaggio che in questo momento, come tutti sappiamo, è particolarmente importante», ha spiegato il pontefice in volo. 

Imponenti le misure di sicurezza. Il ministro francese dell’Interno Laurent Nuñez ha parlato della mobilitazione di 14.000 agenti a Parigi per la giornata di oggi e 12.000 per quella di domani. Circa 7.000 agenti saranno inoltre impiegati a Lourdes e 5.000 a Metz durante le tappe successive del viaggio apostolico. «Non vi è alcuna minaccia mirata contro il Santo Padre o contro l’evento in generale», ha assicurato Nuñez, ricordando tuttavia che la
Francia resta in «un contesto di minaccia terroristica estremamente elevato».

Quanto alla sicurezza ravvicinata del Papa, sarà garantita in coordinamento con le squadre giunte dal Vaticano. Anche le Guardie Svizzere saranno presenti – dice Nuñez – e opereranno «in strettissima collaborazione con gli agenti della Prefettura di Polizia».

«Mi è sembrato indispensabile affrontare, nella mia prima Lettera Enciclica, il tema dell’Intelligenza Artificiale, al fine di riportare la persona umana al centro di ogni riflessione», ha detto papa Leone XIV a Parigi. E poi sulla situazione in Medio Oriente: «Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a tali sofferenze che feriscono la dignità umana e gridano giustizia a Dio. La gravità di queste situazioni deve interpellarci e chiama ciascuno, là dove si trova, a una vera conversione del cuore e a un cambiamento di atteggiamento».

Papa Leone XIV in Francia per ricordare all’Europa come è nata. La visita nella città di Robert Schuman

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Settembre 2026

Nel viaggio di quattro giorno il Pontefice farà la prima tappa a Parigi, dove incontrerà Macron e poi si recherà a Lourdes in Lorena

CITTÀ DEL VATICANO – Sull’altro lato della strada, nell’isolato che fa angolo con rue de Sèvres, brillano le vetrine del Bon Marché, il grande magazzino che ispirò «Il paradiso delle signore» di Émile Zola. Tutt’intorno palazzi e negozi mostrano l’eleganza classica ed esclusiva del VII arrondissement di Parigi. Il portone al 140 di rue du Bac quasi non si nota, né si direbbe che la sobria facciata in pietra e l’arco a tutto sesto del palazzo settecentesco custodiscano uno dei luoghi di pellegrinaggio più amati, non solo in Francia, la casa madre delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. In un piccolo negozio affacciato sul cortile interno, le sorelle vendono medagliette e rosari a pochi euro; più oltre si entra nella «Cappella della Madonna della Medaglia miracolosa», il luogo delle tre apparizioni mariane raccontate nel 1830 da suor Catherine Labouré; e in fondo, nell’abside, si mostra una statua della Vergine coronata di dodici stelle: non molti lo sanno e nei documenti ufficiali non se ne parla, ma l’immagine della Madonna di Labouré è il modello originale della bandiera europea.

I valori europei

Bisogna partire da qui, per capire il senso del viaggio di quattro giorni in Francia che Leone XIV compirà da venerdì e ha voluto concludere – dopo le celebrazioni e gli incontri con le autorità a Parigi e la preghiera a Lourdes – nella città di Metz, in Lorena, dove visse a lungo e morì Robert Schuman, padre fondatore dell’Unione europea e, per la Chiesa cattolica, prossimo beato. L’Europa unita non è mai stata così in crisi ed è un’ironia della storia che sia un Papa americano, seppure con radici familiari francesi, spagnole e italiane, a ricordarle come è nata: l’«orizzonte ideale» condiviso da laici e cattolici e nel quale anche l’ «eredità cristiana» ha avuto un ruolo fondamentale. Il presidente francese Emmanuel Macron accoglierà Leone XIV a Parigi, il primo incontro sarà all’Eliseo, e nel frattempo ha invitato tutti i capi di Stato europei a Metz per il discorso finale di Prevost, la mattina di lunedì. 

Dignità persona umana

Al di là delle questioni procedurali, la distinzione tra appuntamenti istituzionali e celebrazioni religiose, l’assenza di Macron alle messe, il viaggio del Papa sarà un invito al dialogo. Certo, il fine settimana a Lourdes, simbolo di accompagnamento e vicinanza ai malati, sarà una replica alla legge sul fine vita approvata in Francia. Ma già a Parigi, le riflessioni del Papa intorno alla dignità della persona umana, alla libertà e alla solidarietà si annunciano come un richiamo a valori condivisi, soprattutto in chiave europea. Prevost arriva in un Paese nel quale, in vista delle elezioni presidenziali di aprile, sembrano prevalere le pulsioni rossobrune di Le Pen e Mélenchon, i populismi opposti e convergenti nell’astio verso la Ue. Già a Madrid, tre mesi fa, il pontefice aveva parlato del processo di unione come di «un dono per l’intera famiglia umana» e della «vocazione specifica» dell’Europa, perché «il compito di chi ha una grande storia alle spalle» è mostrare che si può «abitare la complessità come una benedizione» e quindi rifuggire «quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici», la tentazione di «guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni». In un mondo che attraversa «una profonda crisi spirituale e culturale» il Vecchio Continente può ancora essere il modello di «una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra».

Tappa nella città di Robert Schuman

Nell’Europa che non si era ancora ripresa dalla Seconda guerra mondiale, la svolta avvenne con la «dichiarazione Schuman», firmata dall’allora ministro degli Esteri francese il 9 maggio 1950. Di padre lorenese e madre del Lussemburgo, Robert Schuman era nato cittadino tedesco e divenne francese quando l’Alsazia-Lorena, dopo la Grande Guerra, fu restituita alla Francia nel Trattato di Versailles del 1919. Nella sua dichiarazione, scriveva che «l’unione delle nazioni europee esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania» e proponeva di porre sotto il controllo di un’«Alta autorità» comune la produzione del carbone e dell’acciaio, i materiali essenziali per l’industria degli armamenti, per rendere «impensabile» e «materialmente possibile» una guerra. Il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer fu subito d’accordo come il presidente dl consiglio italiano Alcide De Gasperi, alla nuova organizzazione aderirono anche i governi di Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo: il 18 aprile del 1951, i sei Stati fondatori firmarono il Trattato di Parigi che istituiva la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e sei anni più tardi, il 25 marzo 1957, i Trattati di Roma che davano vita alla Comunità economica europea e alla Comunità europea dell’energia atomica.

I padri fondatori

Tutto questo Leone XIV lo sa bene. Rivolto ai parlamentari del partito popolare europeo, il 25 aprile, ricordò il contributo di Schuman, Adenauer e De Gasperi: «I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda guerra mondiale». Cristiani e insieme laici nell’agire politico, «essere cristiani in politica non significa essere confessionali», i «padri fondatori» hanno voluto «dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna». E in questo, ha fatto notare Prevost, l’«eredità cristiana» è stata essenziale: dal riconoscimento della «dignità inviolabile della persona umana» derivano «la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale, il bene comune».

La bandiera

Del resto, è simbolica la vicenda della bandiera: adottata nel 1985, era stata disegnata trent’anni prima per il Consiglio d’Europa, nato nel ‘49: il concorso fu vinto da Arsène Heitz, un pittore e disegnatore alsaziano che, devoto alla Madonna di Labouré, portava sempre indosso la medaglietta mariana. Che sia o meno un caso, nel 1955 il Consiglio adottò il simbolo a Parigi l’8 dicembre, giusto nel giorno dell’Immacolata Concezione. Fu lo stesso Heitz, anni dopo, a raccontare di aver pensato all’immagine di rue du Bac, ispirata all’iconografia tradizionale: nel capitolo 12 dell’Apocalisse di Giovanni di parla di una «donna vestita di sole» che ha sul capo «una corona di dodici stelle». Anche il blu dello sfondo è il colore mariano per eccellenza. Nella versione ufficiale, si dice laicamente che il numero 12 è simbolo universale di «pienezza («Gli apostoli, i figli di Giacobbe, le fatiche di Ercole, i mesi dell’anno…») e le stelle in cerchio su sfondo blu evocano unità, armonia e pace». Le due spiegazioni, del resto, convivono e non si escludono. Resta ciò che diceva Leone XIV a Madrid: «È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede?»

PREGHIERA A PADRE PIO

❉⊱ ❉⊱•O mio caro santo Padre Pio sacerdote
che sei stato crocifisso con le piaghe dolorose e gloriose di Gesù, e ti sei sacrificato ogni giorno nella messa come agnello di espiazione e vittima di amore: accettami come indegno figlio nella tua generosa paternità spirituale.
Io sono debole e ho bisogno del tuo aiuto
del tuo conforto.
Manda la luce santa di Dio per illuminare le nostre anime, la nostra mente e i nostri pensieri. Tu che intercedi presso il Signore per chi attraversa prove, malattie, delusioni o scoraggiamenti, sii accanto anche a me.Affido a te il desiderio più profondo del mio cuore:
(esprimere la grazia).
❉⊱•═•⊰❉⊱So che chi prega con fede può operare meraviglie per intercessione tua e del Padre Celeste. Amen. ❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱

San Pio da Pietrelcina

Nome: San Pio da Pietrelcina

Titolo: Sacerdote cappuccino

Nome di battesimo: Francesco Forgione

Nascita: 25 maggio 1887, Pietrelcina, Benevento

Morte: 23 settembre 1968, San Giovanni Rotondo, Foggia

Ricorrenza: 23 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Memoria liturgica

Protettore:
degli adolescenti cattolici, volontari per la difesa

Beatificazione:
2 maggio 1999, Roma, papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione:
16 giugno 2002, Roma, papa Giovanni Paolo II

Luogo reliquie:Santa Maria delle Grazie

Fa parte di:Santi della Campania

Sito ufficiale:www.padrepio.it

Pochi santi furono, come padre Pio, dotati di doni straordinari che hanno richiamato su di lui l’attenzione del mondo intero: le stimmate, il profumo misterioso che emanava dal suo corpo, i carismi di profezie e di scrutamento dei cuori, le guarigioni e le conversioni attribuite alla sua preghiera.

Nel convento del Gargano, nel quale l’umile frate cappuccino viveva, la ressa di devoti era quotidiana: tutti lo volevano vedere, toccare; tutti desideravano assistere alla sua messa – “un momento di rara intensità spirituale” – e soprattutto confessarsi, rimettersi in sintonia con Dio guidati da lui.

La confessione era un incontro che spesso sconvolgeva le persone mutando per sempre la loro vita, mentre il numero dei «convertiti» e dei devoti estimatori aumentava incessantemente.


Ma poi, in concreto, per lui la vita fu un lungo calvario che egli visse unendosi a  Cristo per la salvezza delle anime, fedele a un programma di vita, che egli aveva così espresso nell’immagine ricordo della sua prima messa:
«Gesù, mio sospiro e mia vita, oggi che trepidante ti elevo in un mistero d’amore, con te io sia per il mondo Via, Verità e Vita e per te sacerdote santo, vittima perfetta».


Francesco Forgione (così si chiamava padre Pio prima di indossare il saio francescano) nacque il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, piccolo paese di contadini e pastori della provincia di Benevento.

I genitori, ambedue analfabeti, pur sudando sui campi, non riuscivano a sfamare la copiosa nidiata che avevano messo al mondo (sette figli). Tanto che papà Orazio un giorno si imbarcò per l’America sperando in una sorte migliore. Gli andò bene: lavoratore instancabile e avveduto, riuscì a mettere insieme una discreta fortuna.

Alla famiglia intanto badò mamma Maria Giuseppa. Forte e ricca di fede, aveva una predilezione per il piccolo Francesco, perché era il più gracile, spesso in preda a misteriose e violente febbri, e dotato di una fine sensibilità religiosa che lo portava a ricercare luoghi solitari per dedicarsi alla preghiera.

E si chiedeva, mamma Maria, che cosa avrebbe potuto fare da grande quel suo figliolo così gracile. Risolse lui stesso il problema. Indicando con la mano il frate cappuccino venuto per la questua, disse:
«Voglio farmi frate, come fra Camillo».


Nel 1903, indossando il saio francescano nel convento dei cappuccini di Morone, iniziava il cammino di preparazione alla vita religiosa e sacerdotale che si concluse il 10 agosto 1910.

E non fu un cammino facile: le misteriose malattie che lo avevano tormentato a casa, continuarono con assalti di una virulenza tale da far temere che non sarebbe mai giunto vivo all’ordinazione, tant’è vero che, non appena ebbe l’età minima richiesta dal diritto canonico, fu consacrato sacerdote.

Con gli sgargianti paramenti sacri addosso pareva ancora più debole ed emaciato, tanto che i superiori ebbero compassione di lui e, anziché inserirlo subito nell’attività pastorale, lo mandarono a Pietrelcina, sperando che l’aria di casa gli avrebbe fatto tornare un po’ di forze;

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qui invece il giovane frate imboccava dritto la strada di quel calvario che percorrerà per tutta la vita.

Il 5 agosto 1918 gli apparve un misterioso personaggio che gli trafisse il cuore con un dardo infuocato, mentre il 20 settembre riceveva le stimmate, inizialmente invisibili.

«Ero in coro – ha raccontato lui stesso – dopo la celebrazione della santa messa, allorché venni sorpreso da un riposo simile a un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni nonché le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. Vi subentrò subito una grande pace. E mentre tutto questo si andava operando, vidi innanzi un misterioso Personaggio, simile a quello visto il 5 agosto, che si differenziava solamente in questo: aveva le mani, i piedi e il costato che grondavano sangue. La sua vista mi atterrì. Mi sentii morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore che sentivo sbalzare dal petto. Il Personaggio si ritirò e io mi avvidi che mani, piedi e costato erano trasformati e grondavano sangue».


Un fatto mistico accompagnato da dolore fisico acuto e lacerante. Ma sopportabile.

Più profondo e più lacerante fu il dolore provocato invece dai giudizi, dai sospetti e dalle condanne che gli vennero da istituzioni ecclesiastiche, da confratelli e da ambienti scientifici, per i quali le ferite del frate del Gargano erano frutto di isterismo.

Scienziati di ogni tipo, inviati da organismi religiosi e dallo stesso Vaticano, si accanirono per dimostrare che i fenomeni attribuitigli non avevano alcuna origine soprannaturale.

E riuscirono a convincere il Sant’Uffizio, promotore di una delle inchieste più clamorose durante il pontificato di Pio XI, che si trattava di fenomeni isterici.

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E gli arcigni monsignori del Vaticano, nel 1923, con un apposito decreto, vietavano al frate di Pietrelcina di dire la messa in pubblico e di confessare i fedeli.

Un’atroce tortura, durata una decina d’anni, che padre Pio visse in silenzio, senza protestare, rifugiandosi nella preghiera e nella penitenza.


La gente, che non aveva mai messo in dubbio l’origine soprannaturale di quelle misteriose piaghe, quando cessò l’ostracismo, riprese a salire la mulattiera che conduceva al convento per ascoltare la messa celebrata dal frate delle stimmate.

Padre Pio definiva la messa «il mistero tremendo».

Ed era per lui un momento di grande emozione spirituale: il volto trasfigurato, gli occhi luminosissimi, il corpo rapito oltre il tempo e lo spazio.

Ma anche per quanti la seguivano era un momento di rara tensione e, dopo la messa, facevano la coda davanti al suo confessionale per accedere al sacramento del perdono e per chiedergli di intercedere per loro presso Dio.

E c’era chi se ne andava deluso o irritato, e chi interiormente trasformato.

Molte le conversioni anche di personaggi notissimi al grande pubblico che verso il frate stigmatizzato nutrirono sempre profonda riconoscenza e devozione.

Padre Pio, uomo di grande carità e umiltà, aveva anche il dono di leggere nei cuori, «sentiva» se chi lo avvicinava era sincero o ambiguo; per questo con alcuni era buono e con altri spicciativo o addirittura burbero.

Invitava tutti comunque a pregare sempre, a essere in continuo contatto con il Signore.


Nel 1940, mentre il mondo era alle prese con il terribile dramma della guerra, nascevano su suo invito i «Gruppi di preghiera», un’istituzione che presto si diffuse proficuamente in tutto il mondo.

«La preghiera – aveva detto ai suoi confratelli – è la chiave dei tesori di Dio, è l’arma del combattimento e della vittoria in ogni lotta per il bene e contro il male».

Nel medesimo anno, spinto da un grande amore per il prossimo, soprattutto per quanti erano afflitti dalla malattia, metteva in moto un movimento di carità e di solidarietà per poter realizzare una struttura ospedaliera a servizio dei malati poveri.

L’idea si concretizzava nel 1956 con l’inaugurazione della Casa sollievo della sofferenza, destinata a diventare uno degli ospedali meglio attrezzati del Meridione, nel quale lavorano luminari della medicina e dove tutti sono invitati a vedere nel malato e nel povero il volto stesso di Gesù.


Tra i tanti doni di cui era dotato, padre Pio ebbe anche quello di prevedere il tempo della sua morte.

Un giorno – ed eravamo nel 1918, quando aveva appena ricevute le stimmate – disse a uno che frequentava il convento:
«Coraggio: abbiamo ancora cinquant’anni davanti».

E cinquant’anni dopo, 1968, mentre con i devoti si accingeva a commemorare il mezzo secolo dall’evento, padre Pio avvicinò quel fedele e con un filo di voce gli sussurrò:
«Cinquant’anni sono passati».


La domenica 20 settembre si fece gran festa, padre Pio celebrò messa e poi si affacciò a benedire i pellegrini che erano accorsi in gran numero.

Fu l’ultima volta che lo videro vivo, perché la notte del 23, dopo aver recitato per intero il rosario, moriva.

Gli inganni che preparano la guerra

Esteri | CR 1968

16 Settembre 2026 ore 11:58

di Roberto de Mattei– Corrispondenza Romana

La storia offre numerosi esempi di guerre preparate attraverso notizie manipolate e aggressioni simulate: operazioni che oggi definiremmo di “guerra ibrida”. Due episodi significativi si verificarono nel 1939, in seguito allo scellerato patto Molotov-Ribbentrop: l’attacco nazista alla stazione radio tedesca di Gleiwitz, attribuito alla Polonia, e il bombardamento russo del villaggio sovietico di Mainila, imputato alla Finlandia. In entrambi i casi, l’aggressore costruì una versione degli avvenimenti che gli permettesse di presentarsi come vittima.

Il 23 agosto 1939, a Mosca, i ministri degli Esteri Vjačeslav Molotov e Joachim von Ribbentrop avevano firmato, alla presenza di Stalin, il patto di non aggressione tra Unione Sovietica e Germania nazionalsocialista. Un protocollo segreto delimitava le rispettive sfere d’interesse nell’Europa orientale, prevedendo una spartizione del territorio polacco e collocando la Finlandia nella sfera sovietica. L’accordo facilitò così le successive aggressioni: Hitler poteva attaccare la Polonia senza temere un intervento sovietico contro di lui; Stalin poteva esercitare la propria pressione sulla Finlandia contando sull’acquiescenza tedesca.

La sera del 31 agosto 1939, poche ore prima dell’invasione della Polonia, un piccolo gruppo di agenti del servizio di sicurezza delle SS entrò nella stazione radio di Gleiwitz, città dell’Alta Slesia allora appartenente alla Germania, oggi Gliwice, in Polonia. A guidarlo era Alfred Naujocks, incaricato da Reinhard Heydrich di simulare un’incursione polacca.

Gli uomini occuparono i locali e fecero trasmettere un breve messaggio in lingua polacca, dal contenuto ostile alla Germania. Spararono alcuni colpi e abbandonarono la stazione. L’azione doveva apparire come l’attacco di un gruppo di insorti o sabotatori polacchi contro un impianto tedesco. Nella deposizione giurata resa nel novembre 1945 e acquisita al processo di Norimberga, Naujocks spiegò che Heydrich voleva procurare una prova concreta delle presunte aggressioni polacche, utilizzabile dalla propaganda e dalla stampa straniera. Il suo racconto documentava dunque il rapporto diretto tra la preparazione dell’incidente e la costruzione della giustificazione pubblica della guerra. (Deposizione di Alfred Naujocks).

La messinscena comprendeva anche una vittima umana. Presso la stazione fu lasciato il corpo di Franciszek Honiok, un abitante dell’Alta Slesia noto per le sue simpatie polacche, arrestato dalla Gestapo e ucciso per fornire una falsa prova dell’incursione. Un uomo assassinato diventava così un elemento della rappresentazione: il presunto aggressore caduto sul luogo dell’attacco. Gleiwitz apparteneva a una serie di provocazioni organizzate lungo la frontiera, destinate a rafforzare l’immagine di una Germania sottoposta a intollerabili violenze polacche (https://www.historyhit.com/gleiwitz-incident-explained/?utm_source=chatgpt.com). All’alba del 1° settembre, la Wehrmacht invase la Polonia. La rapidità e l’ampiezza dell’offensiva mostravano che l’operazione militare era stata preparata prima dell’incidente. Il 17 settembre anche l’Armata Rossa entrò in Polonia da oriente: la spartizione concordata tra il regime nazista e quello comunista cominciava a tradursi nell’occupazione del paese.

Meno di tre mesi dopo, una provocazione di frontiera offrì a Mosca il pretesto per attaccare la Finlandia. Nell’autunno 1939, Stalin aveva chiesto concessioni territoriali sull’istmo di Carelia e una base navale a Hanko, presentandole come necessarie alla sicurezza di Leningrado. Il governo finlandese, temendo che quelle richieste compromettessero la propria indipendenza, non aveva accettato le condizioni sovietiche.

Il 26 novembre Mosca annunciò che sette colpi d’artiglieria, provenienti dal territorio finlandese, avevano colpito reparti sovietici presso Mainila, causando quattro morti e nove feriti. Molotov esigette l’arretramento delle truppe finlandesi. Helsinki respinse l’accusa: secondo le verifiche finlandesi, le proprie batterie erano troppo lontane per raggiungere il villaggio. Propose inoltre un’inchiesta congiunta e un arretramento reciproco delle forze. Mosca respinse la proposta. Il 28 novembre denunciò il patto di non aggressione sovietico-finlandese; il 29 interruppe le relazioni diplomatiche. 

La propaganda accompagnò l’escalation. Pravda e Izvestija presentarono l’episodio come una provocazione dei dirigenti finlandesi e pubblicarono dichiarazioni di lavoratori e soldati che chiedevano una risposta energica. Il 30 novembre l’Armata Rossa attraversò la frontiera e l’aviazione sovietica bombardò Helsinki. Cominciava la Guerra d’inverno. Lo studio di Kati Parppei mostra come l’episodio fu trasformato in uno strumento di mobilitazione e legittimazione dell’attacco (https://www.arei-journal.pl/articles/display/69?utm_source=chatgpt.com).

Nel 1939 occorreva organizzare un’aggressione simulata, predisporre falsi indizi e affidare alla propaganda il compito di imporre una versione ufficiale. Oggi la guerra ibrida offre una straordinaria varietà di mezzi tecnologici per ottenere obiettivi politici e militari analoghi attraverso l’inganno e la menzogna. La guerra ibrida combina infatti pressioni militari, attacchi informatici, sabotaggi, ricatti economici e operazioni di disinformazione. Il suo campo d’azione comprende le infrastrutture materiali e la percezione degli avvenimenti. L’intelligenza artificiale permette di produrre testi in molte lingue, imitare registri giornalistici, creare immagini verosimili e sintetizzare voci. Un filmato manipolato potrebbe mostrare un’autorità politica mentre annuncia una mobilitazione mai decisa; una registrazione falsa potrebbe attribuire a un comandante un ordine mai impartito. Durante una crisi internazionale, anche un inganno riconosciuto dopo poche ore potrebbe aver già alimentato il panico, provocato reazioni diplomatiche o compromesso decisioni urgenti.

Il rapporto congiunto Microsoft–OpenAI del 14 febbraio 2024 documenta l’impiego di modelli linguistici da parte di Forest Blizzard, noto anche come APT28 o Fancy Bear, che Microsoft collega all’intelligence militare russa e all’unità 26165 del GRU. L’inchiesta su The Indian Express del giornalista  Bijin José, “Russian espionage, dissident monitoring and AI cyberattacks: What Anthropic’s report says”, presenta casi di impiego dell’IA da parte della Russia per spionaggio, controllo dei dissidenti, frodi e propaganda. Un precedente documentato è l’operazione di influenza russa Doppelganger. Nel maggio 2024 OpenAI riferì che soggetti collegati all’operazione avevano utilizzato i suoi modelli per generare commenti in diverse lingue, compreso l’italiano, tradurre e modificare articoli e preparare contenuti destinati alla diffusione sui social (Rapporto OpenAI).

Il pericolo cresce quando la falsificazione accompagna un evento reale. Un’interruzione elettrica, un incendio, un incidente ferroviario possono essere provocati ad arte e sfruttati per diffondere spiegazioni inventate, attribuire responsabilità senza prove e suggerire che il governo nasconda la verità. Non è necessario che chi conduce la campagna abbia provocato l’incidente: può impadronirsi della sua interpretazione. 

È in questo quadro che, a oltre ottant’anni dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, Polonia e Paesi Baltici, già vittime del nazionalsocialismo e del comunismo, tornano a vivere sotto la pressione della potenza russa. La cortina di ferro che divise l’Europa dopo il 1945 è caduta, ma la guerra contro l’Ucraina ha riportato la minaccia militare alle frontiere orientali dell’Unione europea e della NATO. I droni e i raid di Mosca ai loro confini si moltiplicano, aumentando ogni giorno la possibilità di provocazioni e menzogne che rendano irreversibile e ingovernabile l’escalation. La disinformazione produce incertezza, l’inganno comprime il tempo del giudizio e oggi si corre il rischio che gli uomini perdano il controllo delle proprie decisioni prima ancora di perdere il controllo delle proprie armi.Il 1939 dovrebbe insegnare qualcosa. 

San Matteo


autore: Caravaggio anno: 1602 titolo: San Matteo e l’angelo luogo: Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma

Nome: San Matteo

Titolo: Apostolo ed evangelista

Nascita: I secolo a. C., Cafarnao (Galilea)

Morte: I secolo, Etiopia

Ricorrenza: 21 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Patrono di:
Salerno, Nichelino, Mirano, Molinella, Riese Pio X, Fabrica di Roma, Montenero di Bisaccia, Albanella, Asiago, Gattatico >>> altri comuni

Protettore:
della guardia di finanza, banchieri, contabili, doganieri, ragionieri

Luogo reliquie:Cattedrale di Salerno

Fa parte di:Santi della Campania

S. Matteo, che prima si chiamava Levi, è l’autore del primo Vangelo, che scrisse in aramaico, ed è uno dei primi Apostoli che Gesù chiamò alla sua sequela.

Giudeo di nascita, figlio di Alfeo, secondo S. Marco egli esercitava il mestiere di gabelliere in Cafarnao. Quando il Maestro Divino gli disse di seguirlo, stava appunto seduto al banco delle gabelle sulle rive del lago. Ecco il tratto evangelico: «E Gesù tornò verso il mare; e tutto il popolo andava a lui e li ammaestrava. E nel passare vide Levi d’Alfeo, seduto al banco della gabella, e gli disse: Seguimi. Ed egli, alzatosi, lo segui».

Mirabile generosità! Matteo aveva un ufficio che gli assicurava una certa agiatezza. Ma questa pronta rinuncia ai beni per seguire Gesù gli meritò una tale abbondanza di grazia da raggiungere le più alte cime della perfezione  cristiana.

S. Matteo ebbe in seguito la fortuna di ospitare in casa sua il Salvatore, onde i Farisei si scandalizzarono moltissimo, perché Gesù mangiava coi pubblicani e coi peccatori.
Ma conosciamo la solenne risposta di Gesù: «Non son venuto per i sani, ma per i malati».

Ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecóste, predicò il Vangelo nella Giudea e nelle contrade vicine e poco dopo la dispersione degli Apostoli per il mondo, scrisse il Vangelo destinato ai Giudei.

S. Matteo, siccome scriveva per i suoi connazionali, volle dimostrare che Gesù Crocifisso era il Messia aspettato, il Redentore d’Israele profetato dalle Scritture. Ad ogni passo infatti si trova l’espressione: «Come è stato scritto da Isaia profeta, dai profeti», ecc. ecc.; e minuziosamente prova come le profezie e le promesse dell’Antico Testamento si siano compiute in Gesù  Cristo.

Predicò poi il Vangelo nell’Africa, in Etiopia, e si sa per testimonianza di Clemente Alessandrino, che praticava l’esercizio della contemplazione e conduceva vita austerissima, non mangiando altro che erbe, radici e frutta selvatica.

Fu trucidato da una squadra di feroci pagani, mentre celebrava il santo sacrificio.
Le sue reliquie furono trasportate dopo trecento anni in Bretagna, e di qui nella sontuosissima cattedrale a lui dedicata nella città di Salerno.

titolo Martirio di San Matteo
autore Caravaggio anno 1599-1600

Come gli altri Evangelisti, anche S. Matteo è figurato dai quattro misteriosi animali descritti dal profeta Ezechiele, e nell’Apocalisse da S. Giovanni. È comune sentenza dei Ss. Padri della Chiesa che l’animale che aveva la figura quasi d’uomo raffigura S. Matteo, il quale appunto comincia il Vangelo colla generazione temporale di Gesù.

La nuova geopolitica

L’Ucraina è una finestra sul futuro? Logistica e piani di guerra con l’AI, fecondazione in vitro post-mortem: così da Kiev si «vede» il XXI secolo

di Federico Fubini -Corriere della Sera – 14 Settembre 2026

La guerra sta accelerando lo sviluppo di droni, missili e intelligenza artificiale. Ma mentre la tecnologia corre, il Paese combatte anche una drammatica crisi demografica, sperimentando nuove soluzioni per garantire la sopravvivenza

L’Ucraina è il Paese delle contraddizioni. Arrivi a Kiev in una serata di tarda estate e due enormi colonne di fumo si levano dalla città, perché i droni russi con i motori jet stanno cercando di eliminare sistematicamente le stazioni di benzina, una dopo l’altra. Lo hanno fatto all’est per centinaia di chilometri, da qualche giorno hanno iniziato a farlo nella capitale. Ma i marciapiedi davanti ai caffè traboccano di giovanissimi, vestiti con gusto, pieni di gioia di vivere, stare insieme, divertirsi.

Anche nella tecnologia l’Ucraina è il Paese delle contraddizioni. Fuori dalle grandi città, non è difficile intravedere scorci di un paesaggio sovietico: i carri dei contadini trainati dai cavalli, i mercati di strada nelle città minori dove le donne con un fazzoletto in testa espongono le merci su una coperta stesa per terra. Non fatevi ingannare da questo volto del Paese. L’Ucraina sembra non ancora pienamente moderna e per molti aspetti non lo è, persino nelle sue forme di corruzione smaccata. Corruzione d’altri tempi: i wc dorati e le teste che continuano a rotolare per le inchieste su uomini sempre più vicini a Volodymyr Zelensky. Eppure, si riparte da Kiev con un’altra domanda: quella su cui ci siamo appena affacciati è una finestra sul futuro?

Le conseguenze economiche della tecnologia

Molto probabilmente, lo è. In primo luogo, perché le tecnologie che l’Ucraina continua a sperimentare hanno cambiato per sempre la guerra, dunque i rapporti geopolitici, il prezzo degli idrocarburi poi, a cascata, la gerarchia delle fonti di energia e con essa quella dei produttori industriali e delle economie del pianeta. 

Senza la rivoluzione tecnologica ucraina, l’Iran non avrebbe potuto tenere testa agli Stati Uniti nello stretto di Hormuz e gli Houthi non avrebbero potuto minacciare l’export saudita di greggio attraverso il Mar Rosso, fino a forzare la chiusura dell’oleodotto che aggirava in buona parte il blocco sullo Stretto. 

Stamattina, molto probabilmente, il prezzo del greggio salirà di nuovo. Solo nelle ultime settimane Indonesia e Filippine, oltre il 5% del genere umano, hanno rivisto i loro piani e abbandonato del tutto il gas a favore delle rinnovabili: meno export e meno potere per il Golfo persico, per gli Stati Uniti, per la Russia; più potere all’industria eolica e solare cinese.

La rivoluzione della Difesa

Tutto questo perché, per resistere, l’Ucraina in questi anni ha sviluppato qualcosa che va oltre i droni. La rivoluzione più profonda riguarda il crollo dei costi delle armi di estrema precisione, teleguidate, che un tempo erano monopolio dei campioni occidentali della difesa: colossi come Lockheed, Rtx (ex Raytheon), Dassault o Leonardo che producevano missili raffinatissimi dai costi esorbitanti. 

Oggi invece gli Houthi con un budget minimo possono chiudere degli stretti strategici o un oleodotto vitale, stravolgendo i costi dell’energia e l’ordine economico internazionale.

Il ciclo di produzione

Tutta questa innovazione continua a divorare se stessa in nome della sopravvivenza (lato ucraino) e della sopraffazione (lato russo). Le generazioni di tecnologia possono diventare obsolete nel giro di tre o quattro mesi, al punto che non è più vero che il progresso si basi sullo scambio nel ciclo di produzione in fabbrica e reazione e correzione continua del prodotto da parte dei militari al fronte. «Questo succedeva nel 2023 e 2024, ma ora quel sistema circolare è vecchio …….Adesso se aspetti i dati dal fronte per capire cosa fare, sei già indietro: devi fare previsioni su cosa servirà e poi semmai correggi». Irina Terekh prevede ormai che la Russia potrebbe trovare le contromisure contro gli attacchi di Kiev alle sue raffinerie; ma mi ha detto che entro l’anno Fire Point avrà pronti missili balistici con un raggio di 855 chilometri, impossibili per i russi da fermare e capaci di raggiungere Mosca e distruggere le sue centrali elettriche; ciò farebbe dell’Ucraina uno di una decina di Paesi al mondo in grado di produrre missili balistici (l’Italia e la Germania non sono fra questi).

Cosa fanno Peter Thiel e Eric Schmidt

Eppure, non è tutto. La rivoluzione va già oltre e avrà presto conseguenze nell’economia civile come nella società, in quelli che in futuro si definiranno i Paesi avanzati: quelli che capiranno e applicheranno le lezioni dalla guerra russo-ucraina. Perché i fronti di guerra in Ucraina sono qualcosa che uno schermo di televisione o dei post sui social media non possono rendere. Il Paese più vasto del mondo sta aggredendo su terra, in aria e sul mare il Paese più vasto d’Europa, lungo una linea di contatto di duemila chilometri e con filiere logistiche e industriali situate in retrovie profonde migliaia di chilometri su entrambi i lati. Il conflitto è già durato più della Prima guerra mondiale, con decine di paesi direttamente coinvolti nelle forniture di uomini o mezzi. Un’idea dell’enormità e complessità di quanto sta accadendo la dà il numero dei morti e feriti russi – un milione e mezzo – superiore ai morti e feriti americani durante la Seconda guerra mondiale. Ogni giorno del conflitto produce centinaia di milioni o miliardi di dati diversi sugli eventi, le tendenze e le dinamiche: sarà in vantaggio chi è capace di usarli per fare estrapolazioni e tirare le conclusioni più efficienti.

Lo spazio alle intelligenze artificiali

Eric Schmidt, l’ex amministratore delegato di Google oggi impegnato a fianco dell’Ucraina, alla Yalta European Strategy Conference ha spiegato che l’intelligenza artificiale (AI) nella guerra non serve più solo ad addestrare un’arma a colpire automaticamente quando vede una locomotiva, un tank o un essere umano. I modelli linguistici dell’AI servono ad analizzare simultaneamente milioni di azioni di un solo giorno e metterle in relazione fra di loro, esprimendone il senso. «Solo così possiamo capire cosa succede, dove bisogna mettere più risorse, dove meno, cosa non funziona e cosa sì. L’AI imparerà sempre di più operando, aumenterà l’efficacia e ridurrà enormemente i tempi per il coordinamento, la logistica, la burocrazia, le decisioni militari». In teoria, dice Eric Schmidt, un umano dovrebbe essere sempre coinvolto in queste ultime. In pratica sia russi che ucraini lasciano ormai spazio alle scelte delle intelligenze artificiali, per vincere a tutti i costi o sopravvivere a tutti i costi.

L’Ai di Palantir e i modelli aperti

Come lavora per l’Ucraina Palantir dà l’idea dell’innovazione dell’ultimo anno. Il gruppo californiano co-fondato da Peter Thiel assembla e analizza in maniera combinata miliardi di dati che arrivano da immagini da satellite, social media, radiofrequenze legate agli spostamenti militari, intercettazioni telefoniche. Ad esempio, il sistema nota un’utenza telefonica legata a una certa unità dell’esercito russo che fa una certa chiamata. L’AI con questo e altri dati può concludere che quell’unità sta lasciando la propria posizione e con altre inferenze capisce quale altra unità la sta per sostituire.

Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale ritrova in migliaia di pagine digitali del ministero della Difesa di Mosca la «dottrina militare» della nuova unità che sta entrando in servizio: il suo modo di muoversi, le sue strutture d’importanza critica, il modo di combattere. In altri termini, la AI di Palantir non si limita a riassumere informazioni. Le mette a confronto da ambiti diversi, ragionando. E con le sue informazioni gli ucraini si preparano al nuovo nemico cercando di anticiparne le mosse o di sfruttarne le vulnerabilità, per esempio colpendo gli snodi logistici mentre si avvicina. Per tutto questo gli ucraini non si fanno scrupoli: usano intelligenze artificiali americane classiche, ma anche “modelli aperti” (cioè gratuiti) cinesi che non li obbligano a spostare i loro segreti militari sulle infrastrutture dei gruppi di Silicon Valley.

Il precedente prussiano del 1871

Per avere un’idea delle implicazioni civili, pensate alla Prussia che attacca la Francia e occupa Parigi nel 1870-71 (sopra, un quadro tedesco dell’epoca). Quella guerra risolse un problema che, su una scala diversa, hanno oggi sia l’Ucraina che la Russia: la conoscenza della situazione e il coordinamento su spazi enormi. La risposta del generale Helmuth Von Moltke fu di servirsi massicciamente, per la prima volta, del telegrafo alimentato con l’elettricità e dei treni sulla base di orari integrati, segnalamento e gestione dei nodi di traffico. Ciò non permise solo alla Prussia di travolgere e umiliare la Francia; cambiò anche l’economia civile in Europa per più di un secolo a venire. Sulla base di quella esperienza le reti telegrafiche civili e commerciali subirono un’espansione esponenziale, gettando le basi tecnologiche per la futura rete telefonica pubblica. E i metodi di gestione logistica rigida e centralizzata vennero adottati dalle reti ferroviarie commerciali, standardizzando i viaggi passeggeri e il trasporto merci attraverso le frontiere.

Gli sviluppi civili

Un secolo e mezzo più tardi, in Ucraina (e in Russia) sta accadendo qualcosa del genere con l’AI. Per questo in quella che sembrava una periferia d’Europa è in corso una trasformazione che non si fermerà. Immaginate una dinamica di tipo prussiano di questo metodo fondato sui modelli “linguistici”, i large language model che non si limitano ad analizzare e riassumere i dati ma li associano, pensano e tirano conclusioni. Immaginate uno sviluppo civile della stessa intelligenza sui fenomeni da milioni di dati: il traffico di Roma o di Milano, il trasporto pubblico urbano, la rete dei pronto soccorso di qualunque città europea, la rete ferroviaria italiana, le gestione di una fabbrica o di un ufficio, la filiera della logistica dalle imprese fino ai porti; la produzione, trasmissione e distribuzione di energia e il suo sistema di formazione dei prezzi per le famiglie e le imprese.

Le nuove possibilità dettate dalla tecnologia

Il potenziale per semplificare, ridurre tempi e costi è immenso. Gli uomini dei prossimi decenni guarderanno a come vivevamo noi all’inizio del secolo come noi guardiamo agli uomini dell’800 che avevano l’elettricità ma non la applicavano ai trasporti, alla produzione, alle comunicazioni. Con l’AI siamo lì. Ed è la guerra in Ucraina la frontiera che sta mostrando le nuove possibilità. Qualcuno le sperimenterà sicuramente prima dell’Italia, come la rete del telegrafo si è strutturata prima in Germania e in Gran Bretagna che da noi. Poi, come il telegrafo e il telefono, penetrerà profondamente anche da noi. La scelta è fra affrontare questo cambiamento, governandolo, o mancare di immaginazione, subendolo. 

Adesso però immaginate un’altra possibilità, anch’essa reale: la Russia vince in qualche misura questa guerra e dopo un po’ il sistema politico ucraino, non formalmente smantellato, va in crisi; all’inizio andrà al potere una figura di leader ambigua, poi Mosca stringerà sempre di più la sua presa. Allora ci sarà anche in Ucraina chi si mette al servizio. E oggi Kiev ha 145 brigate che operano alla frontiera più competitiva della guerra di domani, i grandi Paesi europei ne hanno una decina ciascuna addestrata per il secolo scorso. Fra l’Europa e una Russia con un’Ucraina alleata a sé la sproporzione di forze diventa immensa. Al Cremlino non servirebbe nemmeno attaccare per esercitare influenza sull’Europa, la semplice possibilità di farlo basterebbe.

Anche per questo lì ci stiamo giocando il nostro futuro. Ma per vedere qualcos’altro che assomiglia al futuro sono stato a Klevan, un insediamento rurale di settemila abitanti a una ventina di chilometri da Rivne, nell’Ucraina occidentale. Da queste parti di uomini adulti se ne vedono pochi e quelli che ci sono sono spesso veterani congedati con qualche ferita grave. Sono andato lì per visitare Natalia Gordiychuk. Eccola qui sotto, lei e il figlio piccolo (che Natalia mi ha autorizzato a mostrare in foto).

«Conta se lo senti con il cuore»

Yuri si chiama come suo padre ed è nato un anno dopo la morte di lui. È uno dei primi bambini nati da fecondazione in vitro grazie a un programma del governo ucraino che copre gran parte dei costi delle procedure mediche per le vedove di guerra e le militari o le veterane, che sempre più hanno difficoltà a concepire anche per lo stress fisico e mentale. Oggi le donne sotto le armi sono circa 70 mila, di cui settemila al fronte. Natalia Gordiychuk era incinta quando il marito è caduto nel Donetsk il 21 maggio 2024. Lo choc le ha procurato un aborto spontaneo di un figlio che aveva concepito in modo medicalmente assistito dopo lunghe difficoltà a restare incinta. I medici di Rivne l’hanno incoraggiata a riprovare con il seme congelato, i costi completamente coperti dal nuovo programma pubblico e della clinica. Yury è nato il 20 maggio dell’anno scorso, con la stessa faccia del padre. Ora che ha 15 mesi, ha capito che quell’uomo la cui foto è a casa e al cimitero è suo papà e quando sono sulla sua tomba – dice Natalia – prova ad allungare le mani per prenderlo, toccarlo.

La catastrofe demografica

Natalia gli spiegherà quando sarà in grado di capire. Per adesso si è offerta di parlare alle altre vedove o alle militari che vorrebbero avere un figlio. L’Ucraina vive oggi una catastrofe demografica benché la fertilità di 1,45 figli per donna residente resti ben più alta che in Italia, Germania o Spagna. Ma il numero dei nuovi nati è collassato da oltre mezzo milione nel 2012 a 166 mila l’anno scorso, semplicemente perché le persone sono fuggite. Probabilmente vive ormai all’estero almeno il 20% delle donne in età feconda. La popolazione realmente residente, che era di 52 milioni all’inizio della repubblica indipendente post-sovietica nel 1992, secondo persone bene informate ormai è collassata a 27 milioni di persone. 

Per questo il governo ha iniziato a sussidiare la procreazione medicalmente assistita e, quanto più possibile, le famiglie monoparentali delle vedove di guerra. Paga per il prelievo, il congelamento e lo stoccaggio degli ovociti o dello sperma; spesso le cliniche forniscono i cicli di inseminazione gratis. Natalia ha avuto l’equivalente 19 mila euro alla morte del marito, 19mila euro l’anno e circa 180 euro al mese che finiscono su un conto per il futuro del figlio. Non è un problema solo ucraino, ovviamente. La demografia è un’ombra su tutta l’Europa. In Italia in questo decennio almeno quattro nascite su cento sono da procedure assistite ma, come ho scritto, si concentrano spesso fra chi può pagare o chi può accedere più facilmente alle migliori cliniche del Nord.

 La procreazione medicale, in altri termini, è classista. Intanto la demografia deperisce e l’Ucraina sperimenta, anche qui, tutto l’uso possibile della tecnologia per tutti. «Mi chiamano le vedove, le soldatesse – dice Natalia –. Dubitano, a volte hanno paura. A loro spiego che non conta come nasce un figlio, se in modo naturale o no. Conta se lo senti con il tuo cuore. Io non volevo più vivere, ma ora vivo per lui».

L’Esaltazione della Santa Croce

autore: Lázaro Pardo Lagos anno: 1640/1660 titolo: Esaltazione della Croce luogo: Museo Pedro de Osma, Lima

Titolo: Trofeo della vittoria pasquale

Ricorrenza: 14 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Luogo reliquie:Basilica di Santa Croce in Gerusalemme

Fa parte di:Santi del Lazio

La festa dell’Esaltazione della S. Croce si celebrava in memoria delle parole profetiche del Divin Maestro: « Quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me » e « quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo allora conoscerete chi sono io ». Questa festa, secondo molti autori, era già fissata il 14 settembre e celebrata con gran solennità, prima ancora che l’imperatore Eraclio riportasse il Santo Legno nel luogo da dove Cosroe, quattordici anni prima, lo aveva asportato.

Cosroe II, re dei Persiani, nel 614, approfittando della dissoluzione dell’impero, mosse guerra ai Romani, col futile pretesto di vendicare l’imperatore Maurizio ed i suoi figli, che Foca aveva barbaramente trucidati. La condotta però ch’egli tenne ben presto diede a conoscere che egli non bramava altro che di saziare la sua ambizione e sfogare il suo odio contro i  cristiani. Depredò la Mesopotamia, occupò successivamente le città di Edessa, Cesarea, Damasco e Gerusalemme e dopo aver fatto il solito bottino, abbandonò la Città Santa al saccheggio. Tra i tesori rapiti si trovava quello della Croce del Redentore che S. Elena aveva lasciata come pegno prezioso nella basilica del S. Sepolcro.



Eraclio, successore di Foca, alla vista delle gravi calamità provocate dalla guerra, propose a Cosroe la pace che venne respinta. Eraclio allora con digiuni e preghiere implorò l’aiuto di Dio e radunato l’esercito ingaggiò battaglia campale contro i Persiani che rimasero definitivamente sconfitti presso le rovine di Ninive. Cosroe fuggì ed associò al trono il figliuolo Medarse. Ciò spiacque immensamente al figlio maggiore di Cosroe, Siro, a cui per diritto di primogenitura toccava il regno. Sdegnato dell’affronto, giurò vendetta, e al passaggio del Tigri barbaramente uccise il padre ed il fratello. Eraclio, che come condizione di pace aveva posto la restituzione della Croce, tornò a Gerusalemme, ringraziando la Provvidenza della vittoria riportata.

L’imperatore stesso con vesti imperiali volle portare a spalle la preziosa reliquia alla chiesa di S. Croce sul Calvario, ma una mano invisibile lo arrestò presso la porta che conduceva al colle. Preso da timore, Eraclio si volse al patriarca Zaccaria e questi gli disse: « Guarda, imperatore, che con questi ornamenti di trionfo non imiti la povertà e l’umiltà con cui Gesù Cristo portò il pesante legno nella sua passione ». L’imperatore comprese, e indossato un umile vestimento, riprese la Croce, proseguendo speditamente il cammino. Nella Chiesa, la santa reliquia fu esposta alla pubblica adorazione: la cerimonia fu accompagnata da strepitosi miracoli.

Questa solennità fu poi celebrata ogni anno, premettendo alla festa quattro giorni di preparazione, e numerose turbe accorrevano a Gerusalemme in tale circostanza. Un anno vi si recò anche Maria Egiziaca, che ebbe la grazia della conversione, principio della sua santità.

« Attesa l’importanza religiosa della santa città, scrive il card. Schuster, questa festa si diffuse presto nel mondo cristiano, soprattutto orientale, tanto più che delle particelle della vera Croce fin dal quarto secolo venivano trasportate da Gerusalemme in molte altre chiese di Oriente e d’Occidente; e ci si teneva a riprodurre nelle principali città le cerimonie solenni del culto gerosolimitano verso la S. Croce, il vessillo trionfale della salute cristiana ».



PRATICA. Fermiamoci un istante a considerare í dolori di Gesù sulla Croce, e per amor suo abbracciamo volentieri la nostra croce.

PREGHIERA. O Dio, che in questo giorno ci rallegri colla solennità dell’Esaltazione della S. Croce, fa, te ne preghiamo, che possiamo godere in cielo dei frutti di quella redenzione del cui mistero avemmo conoscenza in terra.

MARTIROLOGIO ROMANO. Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di  Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore.

titolo L’Esaltazione della Santa Croce
autore Giovan Battista Gaulli anno XVI sec

Reliquia della Santa Croce

A Roma, nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, si conserva una tavoletta di legno detta Titulus Crucis. Secondo la tradizione  cristiana si tratterebbe proprio del cartiglio che era stato posto sulla croce durante la crocifissione di Gesù, con scritto “Gesù Nazareno re dei Giudei” in tre lingue: ebraico, greco e latino. 

Reliquia della Santa Croce

La reliquia fu portata a Roma da Elena, madre dell’imperatore Costantino, e inserita in una cappella del suo palazzo. Venne riscoperta fisicamente nel 1492, murata dietro una pietra dell’arco trionfale della basilica, dentro un astuccio di piombo sigillato.

Essa è collocata oggi nella cappella delle reliquie della basilica, visibile ai pellegrini che visitano il luogo sacro.

Buon compleanno Papa Leone La grande famiglia di Radio Maria ti vuole bene e prega per te.

Sul can. 6

Il Fratello

✝️ IL SACRO CHIODO – #Milano:

FESTA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

L’esposizione del Santo Chiodo nel Duomo di Milano avviene ogni anno in occasione del tradizionale Rito della Nivola, che si è appena svolto nel fine settimana del 12-14 settembre

Una macchina lignea cinquecentesca a forma di nuvola, azionata da un argano, viene fatta salire fino a circa 40 metri d’altezza nel catino absidale del Duomo.

L’Arcivescovo sale o accoglie la teca con la reliquia del Santo Chiodo, la preleva dalla nicchia sopraelevata e la inserisce nel
grande reliquiario a forma di croce.

Il reliquiario viene posizionato sull’altare maggiore e rimane esposto alla venerazione dei fedeli per 40 ore.

Il rito si conclude lunedì con la reposizione del chiodo nel suo tabernacolo.

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