"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 8 di 155

Leone XIV, il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole

Il Papa prima della preghiera dell’ Angelus ha ricordato i 25 anni della tragedia dell’ 11 settembre 2001

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica, 13 settembre, 2026 12:19 (ACI Stampa).

“Dono e perdono sono alla base della nostra esistenza”. Leone XIV commenta così il Vangelo proposto oggi dalla liturgia e ricorda che Gesù ha perdonato i suoi persecutori sulla croce.

Prima della preghiera dell’ Angelus il Papa spiega: “Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà. Per questo la gratuità, che è fonte della nostra stessa vita, è anche la regola migliore per il nostro stare insieme. Lo sperimentiamo ogni giorno. Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre.

Solo il perdono libera e riporta la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino”. Perché  “il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole. San Pietro stesso l’ha sperimentato più volte nella sua vita”.  E la “carità, che dimentica e guarisce, segnerà per il primo degli Apostoli la conferma della sua missione”.

Perdonare sempre “anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore.”

Dopo la preghiera il Papa ha ricordato i 25 anni dall’attentato alla Torre Gemelle di New York e al Pentagono: “ due giorni è stato il 25° anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti d’America. Rinnovo le mie preghiere per coloro che hanno perso la vita e per coloro che continuano a sopportare le ferite di quel tragico giorno. In un momento in cui il conflitto e la violenza affliggono così tanti dei nostri fratelli e sorelle, invito tutti a pregare che il Signore conceda il suo dono della pace al mondo. Il ricordo del tragico avvenimento di 25 anni fa ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, anzitutto con la preghiera che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria”.

La tecnologia sfuggirà al controllo? E quali sono i rischi per la vita umana? Domande e risposte

di Federico Cella – Corriere della Sera – 13 settembe 2026

Cosa sono automiglioramento e disallineamento

Il 9 settembre il ricercatore Jacob Coxon, 27 anni, si è dimesso da Anthropic per sentirsi libero di denunciare pubblicamente quelli che a suo parere sono i pericoli derivanti da uno sviluppo poco controllato dei modelli più avanzati di intelligenza artificiale.

1 Che cosa ha scritto Jacob Coxon sui social?
L’informatico ha lavorato tre anni all’allenamento dei modelli di AI, prima a OpenAI quindi ad Anthropic. «Nessuna delle due aziende sta agendo in modo responsabile… stanno giocando d’azzardo con le nostre vite». A suo sostegno altri due ricercatori, tra cui Evan Hubiger, responsabile scientifico per l’allineamento — il «comportamento» di un modello — sempre ad Anthropic: «Crediamo davvero che l’AI potrebbe sterminare tutta l’umanità! Personalmente, penso che la percentuale che questo possa accadere supererà il 10% entro il prossimo decennio».

2 Che cosa si intende per un’AI capace di automigliorarsi?
S’intende un sistema in grado di contribuire alla progettazione di modelli più evoluti di sé stesso, accelerando progressivamente la ricerca. Il rischio temuto da Coxon è che si inneschi un circuito sempre più rapido.

3 Quali sono i motivi per cui l’AI potrebbe diventare pericolosa per l’umanità?
Bisogna innanzitutto distinguere tra un uso malevolo dell’AI (artificial intelligence), ossia un utilizzo criminale da parte di esseri umani, e invece la perdita di controllo dei modelli da parte dei loro sviluppatori. Focalizzandosi sul secondo punto, quello che tecnicamente potrebbe accadere è un «disallineamento» dei modelli, cioè l’andare oltre i principi e i valori impostati per raggiungere l’obiettivo prefissato.

4 Un esempio di «disallineamento»?
Eliminare chi inquina, cioè l’uomo, per risolvere la crisi climatica. Un altro rischio è l’«autotutela»: la macchina potrebbe decidere di azzerare gli ostacoli che si frappongono tra lei e la soluzione di un problema. La terza possibilità di deviazione è legata alla «delega estrema», per esempio affidare all’intelligenza artificiale la gestione di arsenali militari automatici.

5 Come hanno reagito le principali aziende che sviluppano AI?
La prima realtà a scendere in pista è stata OpenAI, con una richiesta ufficiale al Congresso americano di introdurre requisiti obbligatori per i modelli di AI più avanzati. Sam Altman, amministratore delegato della società, in un discorso interno avrebbe manifestato la volontà di concordare con le altre aziende il rallentamento del tasso di velocità della ricerca sui nuovi modelli. Pochi giorni dopo gli ha fatto eco Dario Amodei, ceo di Anthropic: «Dobbiamo rallentare il ritmo con cui miglioriamo le capacità dei modelli. I progressi sembreranno comunque rapidi e dovremo fare un uso saggio del tempo che guadagneremo».

6 La comunità tecnologica ha reagito compatta agli allarmi?
Inizialmente Elon Musk, a capo di xAI, aveva bollato i proclami dei ricercatori come «una montatura». L’azienda dell’imprenditore naturalizzato americano licenziò lo scorso giugno un ingegnere per avere segnalato problemi di sicurezza legati allo sviluppo di Grok. Ieri però ha fatto dietrofront: «Dario ha ragione». Altri commentatori hanno definito i proclami come vero marketing, perché le due aziende stanno per sbarcare in Borsa.

7 Questi allarmi sono i primi a essere denunciati pubblicamente?
No, nella storia molto recente dell’AI, i primi dubbi sono sorti quasi subito. A rappresentarli, uno dei cosiddetti «padrini» dell’intelligenza artificiale moderna, Geoffrey Hinton: il Nobel nel 2024 lasciò il lavoro in Google proprio per denunciare i pericoli derivanti sia da un utilizzo da parte di «attori maligni», sia dalla perdita di controllo. Già allora un documento firmato da oltre mille tra sviluppatori e imprenditori chiedeva una moratoria nello sviluppo dell’AI. Raccolte di firme (illustri) che sono proseguite anche negli scorsi luglio e agosto.

8 Esistono regole per contenere i rischi?
La Ue è intervenuta con l’AI Act, che impone obblighi specifici ai produttori dei modelli più avanzati considerati a «rischio sistemico» ma la legge non impedisce alle aziende di sviluppare sistemi sempre più potenti.

AI, l’allarme di Anthropic: «Dobbiamo rallentare, senza misure di sicurezza potrebbe controllare Internet in 6 mesi». I dubbi di Amodei (dopo OpenAi)

di Giuliana Ferraino Corriere della Sera – 13 Settembre 2026

Il fondatore di Anthropic: «Claude usato dall’Iran contro la Marina Usa». D’accordo sulla necessità di rallentare anche Altman e Musk

Un giorno dopo Sam Altman, anche Dario Amodei chiede di frenare la corsa all’intelligenza artificiale. «Dobbiamo rallentare il passo con cui miglioriamo le capacità dei modelli», scrive il cofondatore e ceo di Anthropic in un lungo intervento. Non propone di fermare la ricerca, ma di lasciare più tempo a test, sicurezza e controllo dei sistemi.

Amodei non mette in discussione i benefici dell’AI, che ritiene possa contribuire a curare molte malattie e accelerare la crescita economica. Ma i rischi, scrive, sono «gravi» e richiedono maggiore prudenza. Una delle preoccupazioni riguarda la crescente capacità dell’AI di contribuire allo sviluppo della generazione successiva di modelli, accelerando così il progresso della stessa tecnologia. «Senza misure di sicurezza l’AI potrebbe controllare Internet in 6-12 mesi» ha detto in un’intervista alla Cbs che andrà in onda domenica 13 settembre, ma di cui è stata diffusa un’anticipazione,

Un’altra viene dagli incidenti emersi durante i test. La scorsa estate sistemi sperimentali di OpenAI hanno aggirato le barriere che avrebbero dovuto tenerli isolati da Internet e uno di loro ha attaccato Hugging Face, la piattaforma utilizzata da ricercatori e sviluppatori. Amodei scrive che episodi analoghi, anche se meno gravi, sono avvenuti nella stessa Anthropic e invita ogni società che sviluppa modelli di frontiera a comportarsi come se l’incidente fosse capitato a lei. Teme che entro 6-12 mesi agenti molto più capaci possano provocare danni di dimensioni assai maggiori.

Anthropic ha appena rivelato che un gruppo legato all’Iran ha usato Claude per raccogliere e analizzare informazioni destinate a individuare e seguire navi della Marina americana in Medio Oriente, utilizzando dati dei transponder, immagini satellitari e informazioni sulle vulnerabilità dei sistemi di bordo. La società dice di avere bloccato l’operazione. Nel suo rapporto documenta anche tentativi di usare Claude per attacchi informatici, propaganda e ricerche biologiche potenzialmente pericolose.

A questi episodi si è aggiunto questa settimana l’allarme di Jacob Coxon, 27 anni, ricercatore che ha lavorato per OpenAI e per Anthropic. Coxon si è dimesso accusando le due società di correre verso sistemi capaci di migliorarsi autonomamente senza avere risolto il problema di come mantenerli sotto controllo. Arriva a evocare il rischio che l’AI possa minacciare la sopravvivenza dell’umanità entro la fine del decennio.

Anthropic aprirà i propri sistemi a esperti indipendenti, con un accesso simile a quello dei dipendenti. Amodei propone anche un coordinamento tra le aziende. Quest’ultimo punto pone però un problema: accordarsi tra concorrenti per limitare lo sviluppo può scontrarsi con le norme antitrust. OpenAI ha già chiesto al Congresso indicazioni sulle condizioni alle quali una collaborazione di questo tipo sarebbe possibile. Il ceo di Anthropic chiede inoltre che la frenata non favorisca la Cina: propone di mantenere le restrizioni sui chip avanzati e di contrastarne il contrabbando.

Sulla proposta di Amodei sono arrivati subito due sì di peso. Elon Musk ha scritto su X: «Dario ha ragione». Altman: «Concordo con Dario sulla necessità di gestire i ritmi di sviluppo delle tecnologie di frontiera». Il numero uno di OpenAI ha definito «ottima» anche l’idea dei valutatori indipendenti e annunciato che la sua società farà altrettanto. Solo il giorno precedente aveva prospettato ai dipendenti la possibilità di ridurre il ritmo di sviluppo dei sistemi più avanzati insieme agli altri big dell’AI.

L’appello arriva mentre Anthropic prepara una quotazione in Borsa che potrebbe attribuire alla società una valutazione di almeno 2 mila miliardi di dollari. Un interesse economico enorme nella crescita dell’AI che rende ancora più credibile la richiesta del suo ceo di rallentare. A preoccupare è la successione degli allarmi: Coxon lascia il settore denunciandone i rischi; Altman si dice disponibile a rallentare; il giorno dopo Amodei chiede di farlo e Musk gli dà ragione. Sono persone con interessi e posizioni molto diverse, ma conoscono dall’interno i sistemi più avanzati. Non significa che abbiano scoperto un pericolo specifico che il resto del mondo ignora. È però legittimo chiedersi perché proprio ora alcuni protagonisti della corsa all’AI, che hanno ogni incentivo a correre, comincino a chiedere più tempo.

Demis Hassabis, premio Nobel per la Chimica nel 2024 e cofondatore di Google DeepMind, ha proposto una governance internazionale dell’AI, indicando come possibile modello l’Agenzia internazionale per l’energia atomica: un organismo di esperti indipendenti incaricato di valutare i sistemi più potenti e coordinare i Paesi davanti ai rischi.


Trump contro le «forze negative» che vogliono fermare l’AI: «Chi vince in questo settore, vince tutto»

di Redazione Online -Corriere della Sera – 13 settembre 2026

Il presidente si è scagliato contro i giganti del settore, che negli scorsi giorni hanno chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati

Donald Trump ha criticato le «forze negative» che vogliono rallentare lo sviluppo dell’IA. Lo ha detto il presidente Usa dopo l’allarme lanciato dai colossi del settore americani per un rallentamento dello sviluppo dell’intelligenza artificiale per evitare che possa sfuggire al controllo umano.

«Siamo all’avanguardia rispetto alla Cina nell’Intelligenza artificiale, siamo il Paese più avanzato al mondo. E francamente, voglio che rimanga così, perché chi vince nel campo dell’AI, vince su tutto», ha affermato il tycoon.


— LETTERA ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Responsabilità, trasparenza e governo dell’IA

102. L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Decisioni delicate che toccano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati che non conoscono «la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona», [125] e possono così produrre nuove forme di scarto. Possono esserci usi evidentemente antiumani, come la manipolazione dell’informazione o la violazione della privacy, ma può anche esserci un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati.

103. Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così, l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte.

104. Da questo deriva una conseguenza semplice ma stringente: non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano. [126]

105. Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. In molti casi, tuttavia, i processi interni che conducono a un risultato possono essere poco trasparenti, e ciò rende più difficile attribuire responsabilità e correggere gli errori. È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano. [127]

106. Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.

107. Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi.

Santissimo Nome di Maria


autore: Ilian Rachov anno: 2003 titolo: Madonna col Bambino luogo: Collezione privata

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Nome: Santissimo Nome di Maria

Titolo: L’amore di Maria verso il Figlio

Ricorrenza: 12 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Memoria facoltativa

Patrona di:
Quarto, Poggio Rusco, Verzuolo, Buti, Busalla, Peveragno, Capriva del Friuli, Calliano, Osiglia, Cecima

Dopo il nome di Gesù non v’è nome più dolce, più potente, più consolante che quello di Maria; nome dinanzi a cui s’inchinano riverenti gli Angeli, la terra si allieta, l’inferno trema.

Tre sono i principali significati di questo nome:

Mare: dall’ebraico Maryam, nome adatto ad esprimere la sovrabbondanza delle grazie sparse sopra di lei. Come invero tutti i fiumi sboccano nell’oceano, così tutti i tesori delle grazie celesti, tutte le eccelse prerogative e carismi furono versati sopra l’anima della Vergine, la quale è chiamata: « Madre di grazie ».

Amarezza: anche questo conviene moltissimo alla Vergine il cui cuore nuotò in un mare di angoscia, precisamente come aveva predetto il Profeta: « Immenso come il mare è il tuo cordoglio ». Come la Vergine era stata colmata più di tutti i Santi di grazia, così più di tutti loro doveva bere il calice amaro della passione del suo Figliuolo Gesù.


Stella: con questo appellativo la Chiesa invoca la Vergine nel bellissimo inno « Ave, Maris Stella ». S. Bernardo intreccia sapientemente a questo significato le più belle pagine di eloquenza e le più consolanti considerazioni:

« Ella è la pura e gloriosa stella che sorge da Giacobbe ed illumina tutto il mondo; la sua luce brilla nei cieli e penetra negli abissi, percorre la terra, infiamma d’amor divino ogni cuore, suscita le virtù e distrugge il vizio. Ella è la candida e dolce stella dalla Provvidenza innalzata sopra il profondo mare dell’universo, per illuminarlo con lo splendore del suo esempio ».

Maria è ancora giubilo al cuore, melodia soave all’orecchio, balsamo salutare ad ogni sorta di miserie; come l’arcobaleno indica la fine della tempesta ed annunzia il ritorno della calma, così il nome di Maria entrato in un’anima ne allontana il peccato e la dispone alla pace col Signore.

Il culto del Santissimo Nome della beata Vergine Maria che il Martirologio Romano ricorda in questo giorno, rievoca l’ amore della Madre di Dio verso il suo Figlio santissimo ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore, perché sia invocata con profonda devozione. E’ un culto che si diffuse nel corso dei secoli in tutta la Chiesa, ed i Pontefici arricchirono d’indulgenze l’invocazione dei nomi di Gesù e di Maria.

Nel 1513 il Papa Giulio II da Roma concesse alla Spagna una festa in onore del nome di Maria. San Pio V la sopprese, Sisto V la ripristinò e si estese poi nel 1671 al Regno di Napoli fino a raggiungere Milano. Dopo la vittoria riportata nel nome di Maria contro i Turchi da Giovanni Sobieski, re di Polonia, il Beato Pontefice Innocenzo XI il 12 settembre 1683, in memoria e grato del prodigio, estese questa festa a tutta la Chiesa, fissandola alla domenica fra l’Ottava della Natività. Fu infine san Pio X a riportarla al 12 settembre.

PRATICA. S. Bernardo ci raccomanda: «Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, invoca Maria. Un sì bel nome non si parta dalla tua bocca, non si parta dal tuo cuore ».

PREGHIERA. Deh! concedi, Dio onnipotente, che tuoi fedeli, i quali si rallegrano del nome e della protezione della SS. Vergine Maria, siano liberati, per la sua amorevole intercessione, da tutti i mali in terra, e meritino di giungere ai gaudi eterni nel cielo.

Chi sono gli Houthi, e perché ora sono una minaccia (gravissima) alle navi nel Mar Rosso

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 10 Settembre 2026

Gli alleati dell’Iran in Yemen presi di mira dagli Usa con le loro incursioni rischiano di far allargare il conflitto

Gli Houthi sono la seconda componente della manovra di Teheran per condizionare i traffici marittimi. I pasdaran «controllano» Hormuz nel Golfo mentre i miliziani yemeniti «pensano» a Bab el Mandeb in Mar Rosso. Con gli ultimi successi ottenuti hanno la possibilità di minacciare in modo più diretto la rotta.

Chi sono gli Houthi?

Noti anche come Ansar Allah, di fede sciita, si sono fatti strada fin dagli anni ’80 e sono diventati una delle forze più rappresentative nel conflitto civile nello Yemen. Si battono contro il governo centrale e altre fazioni presenti nel paese. Sono profondamente ostili all’Arabia Saudita che ha tentato di ridimensionarli con una spedizione militare insieme agli Emirati ma ne è uscita con le ossa rotte. Dispongono di oltre 100 mila uomini, hanno grande esperienza bellica e sfruttano al meglio il territorio sotto il loro controllo. Li guida Abdulmalik al Houthi. 

Come governano?

Con il pugno di ferro. Report internazionali hanno denunciato violazioni ripetute, arresti arbitrari, sparizioni. Le voci del dissenso sono soffocate, usando la scusa della «caccia alle spie» mettono in galera oppositori o semplici critici. Negli ultimi due anni hanno anche detenuto personale delle Nazioni Unite. Drammatica la situazione alimentare e sanitaria: le ripetute crisi l’hanno aggravata. Forti limitazioni ai diritti delle donne, con restrizioni e veti che coinvolgono anche i minori. 

Come sono armati?

Nel tempo, con l’aiuto dell’Iran, hanno creato un arsenale che consente loro molte opzioni. Dispongono di droni-kamikaze e missili in grado di raggiungere target fino a 2 mila chilometri di distanza. Hanno sviluppato mezzi navali – come barchini radiocomandati, mine – per poter disturbare la navigazione. Possiedono missili anti-nave con i quali ingaggiare bersagli che transitano nella via d’acqua. In passato hanno dimostrato di poter bucare le difese saudite centrando siti petroliferi, una tattica poi rivista nell’attuale conflitto. Bombardati da sauditi, americani, emiratini e israeliani, hanno «disperso» batterie e vettori per sottrarli agli strike mentre i loro leader hanno adottato regole di sicurezza molto strette. Contromisure che non hanno però evitato la perdita di figure importanti eliminate dalle incursioni israeliane. 

Perché sono entrati nella crisi?

Dopo essersi dedicati al fronte interno si sono mossi per fiancheggiare Hamas in seguito all’assalto del 7 ottobre. Ed hanno attaccato Israele senza però riuscire a fare danni maggiori. Un’azione di solidarietà parte dell’Asse della resistenza, l’alleanza di milizie sciite ispirate da Teheran, ma anche la prosecuzione di un’agenda propria. Insieme ai raid hanno preso di mira le navi di alcuni paesi in Mar Rosso costringendo le compagnie a evitare questa rotta. Non serve che sparino, è sufficiente la minaccia. Pochi vogliono prendere dei rischi. 

Quali sono i rapporti con l’Iran?

La Repubblica islamica è il punto di riferimento religioso e ideologico, è il partner che garantisce la filiera di rifornimento bellica e il lavoro di intelligence. La Reuters ha rivelato della presenza di esperti e guardiani della rivoluzione al loro fianco, elementi che si sono aggiunti al contingente di consiglieri presente da tempo. Anche se i loro porti sono stati danneggiati e c’è di fatto un blocco attorno alle loro coste sono riusciti ad ottenere altre armi grazie al ricorso a piccole imbarcazioni. Per alcuni gli Houthi sono uno strumento nelle mani degli ayatollah, per altri il rapporto è più dinamico e il movimento conserva una sua autonomia. Non tutte le mosse sono ispirate da Teheran, anche se alla fine ne può trarre un vantaggio. 

Quali sono i loro obiettivi?

Cinque punti: 
1) Si sono imposti come un attore regionale importante usando abilmente il loro arsenale e ponderando le mosse. La geografia li aiuta in modo deciso;
2) Partecipano alla strategia orizzontale dell’Iran, collaborando e facendo da sponda (ma non in modo automatico);
3) Fortificano il loro ruolo nella penisola arabica;
4) Dimostrano di essere la lancia migliore dell’Asse della resistenza e in questo sembrano aver soppiantato l’Hezbollah libanese; 
5) Sono consapevoli che gli Usa ma anche i nemici più vicini – come l’Arabia – non sono disposti ad affrontare campagna terrestri nello Yemen perché sarebbe un inferno e dunque sono disposti ad incassare eventuali strike.

La disperazione del nostro tempo

La disperazione del nostro tempo

 9 Settembre 2026 ore 11:22

di Roberto de Mattei – Corrispondenza romana 1967

In questi giorni è assurta agli onori delle cronache la notizia dell’approvazione in Veneto di una legge volta a regolamentare, a livello regionale, il suicidio assistito. Il Veneto è la quarta regione ad approvare una normativa del genere, ma è la prima fra quelle governate dal centrodestra. Il fatto assume perciò un significato politico e culturale che va al di là dei confini regionali: mostra come il principio dell’autodeterminazione assoluta stia ormai penetrando in schieramenti che, almeno nominalmente, dovrebbero richiamarsi alla difesa della vita, della famiglia e dell’ordine naturale.

Il suicidio assistito consiste nella ricerca deliberata della morte da parte di chi, ritenendo di non avere più ragioni per vivere, chiede alle strutture pubbliche di aiutarlo a porre fine alla propria esistenza. La questione non riguarda dunque soltanto una decisione privata. Nel momento in cui interviene la legge, il suicidio cessa di essere considerato una tragedia da impedire e diviene una possibilità riconosciuta e organizzata dalla Regione o dallo Stato. Questa scelta viene presentata dai mezzi di comunicazione come l’esercizio di un diritto e come un nobile atto di autodeterminazione, che la legge non dovrebbe proibire né il giudizio morale censurare. Si parla di “libertà”, “dignità”, “scelta consapevole”, “diritto”, mentre si evita accuratamente di ricordare che ogni richiesta di suicidio contiene, prima ancora che una volontà di morire, un disperato grido di dolore.

  Se la morte volontaria viene descritta come una scelta coraggiosa e dignitosa, il messaggio che raggiunge il pubblico è devastante. L’anziano che si sente di peso, il malato che teme di essere abbandonato, il disabile che avverte su di sé il costo economico e psicologico dell’assistenza possono convincersi che morire sia un gesto di generosità verso i familiari o la soluzione più decorosa alla propria condizione. 

Si manifesta qui una profonda contraddizione. Quando una persona disperata tenta di togliersi la vita, la società mobilita medici, psicologi e forze dell’ordine per salvarla. Quando invece la stessa volontà viene espressa in determinate condizioni cliniche e tradotta in una procedura legale, essa viene celebrata come manifestazione di libertà. In un caso si afferma che la vita deve essere difesa dalla disperazione del momento; nell’altro si accetta quella stessa disperazione come fondamento di un diritto. 

Negli stessi giorni in cui è passata la legge regionale sul suicidio assistito le prime pagine dei giornali hanno riportato notizie di crimini efferati, consumati soprattutto all’interno del nucleo familiare: padri che sterminano i propri cari, madri che uccidono i figli, uomini che assassinano le mogli o le compagne e poi si tolgono la vita. Esiste certamente una differenza morale e giuridica tra chi uccide i propri familiari e chi chiede di essere aiutato a morire. Tuttavia, alle origini di entrambi i fenomeni si può riconoscere il medesimo sentimento di disperazione.

 La disperazione è l’assenza di ogni speranza. Essa costituisce una delle conseguenze più profonde del materialismo che domina la società contemporanea. Il materialismo non consiste soltanto nell’attaccamento al denaro o ai beni materiali. Esso è, più radicalmente, una concezione della realtà che riduce l’uomo alla sua dimensione biologica, economica e psicologica. In questa prospettiva, il valore della vita dipende dal piacere che procura, dall’autonomia che consente, dalla salute di cui si gode e dal successo che si consegue. Quando queste condizioni vengono meno, viene meno anche la ragione stessa di vivere. Nei casi più terribili, chi ha perduto ogni speranza non si limita a togliersi la vita, ma pretende di trascinare con sé coloro che considera parte del proprio destino. La famiglia, che dovrebbe essere il luogo della protezione e dell’amore, diviene allora il teatro di un’estrema volontà di dominio: «Se la mia vita non ha più senso, neppure la vostra dovrà continuare». È questo il rovesciamento demoniaco dell’amore, che non cerca più il bene dell’altro, ma vuole possederlo fino ad annientarlo.

La società contemporanea promette la felicità attraverso il benessere, il piacere, il successo e l’assenza di ogni limite. Ma proprio questa falsa promessa prepara la disperazione. Chi è stato educato a credere che la felicità coincida con la soddisfazione dei propri desideri non è preparato ad affrontare la malattia, la perdita, l’abbandono e la sconfitta. Se l’uomo considera la realtà materiale come l’unico orizzonte della propria esistenza, non è più in grado di dare un senso alla propria vita. Una civiltà che ha promesso all’uomo l’autonomia e l’appagamento di ogni desiderio, ma gli ha tolto Dio e la speranza della vita eterna, lo lascia inerme di fronte al dolore e alla morte. La disperazione è dunque ben più di uno stato psicologico individuale: è la malattia spirituale e sociale del nostro tempo.  Questo male profondo non si cura con strumenti giuridici o politici. Bisogna innanzitutto restituire all’uomo la vera speranza, che è quella soprannaturale, che non ha mai ingannato nessuno. Ma per restituire la speranza bisogna prima restituire all’uomo la fede, che della speranza è il fondamento e il presupposto. 

E quale fede, se non quella in Dio, Creatore e Signore della storia; in Gesù Cristo, Redentore e Salvatore dell’umanità; nella sua Croce, che ha vinto il peccato; nella sua Risurrezione, che ha sconfitto la morte? 

Chi abbraccia l’immensa e confortante visione della fede comprende di non essere il prodotto del caso, né un essere destinato al nulla, ma una creatura amata da Dio e chiamata alla vita eterna. La speranza, che nasce dalla fede, è la certezza che la vita non si conclude entro i confini angusti dell’esistenza terrena e che l’uomo è chiamato a possedere i beni eterni, anche quando tutto sembra crollare attorno a lui. 

La speranza cristiana non attenua la drammaticità delle prove. Essa insegna, però, che nessuna sofferenza accettata e offerta è inutile, che nessuna lacrima sfugge allo sguardo di Dio e che anche dalle più profonde oscurità la Provvidenza può trarre un bene più grande. Quando tutto sembra perduto sul piano umano, rimane aperto l’orizzonte dell’eternità. È questo orizzonte che impedisce alla disperazione di avere l’ultima parola.

Il Papa: “Il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla. Il Vangelo educa alla libertà”

L’Angelus di oggi di Papa Leone XIV in Piazza San Pietro

Papa Leone, Angelus |  | Vatican Media / EWTN

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, domenica 6 settembre 2026, 12:11 (ACI Stampa).

“La Parola di Dio proclamata nella liturgia di questa domenica ci offre alcuni criteri fondamentali di pensiero e di azione. Leggiamo dalla Lettera ai Romani che ogni comandamento si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Papa Leone XIV inizia dalla Liturgia di oggi per accogliere i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro per l’Angelus della domenica.

“Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati: è il debito di un amore vicendevole. Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità”, dice il Pontefice affacciandosi alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano.

“Nel Vangelo di questa domenica, Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana almeno due modi di esercitare l’amore vicendevole. Il primo è diventare capaci di correzione fraterna. È un’arte delicata e troppo spesso dimenticata, che chiede franchezza e gradualità. Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita. Il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla e paralizzano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà, nella carità”, questo il consiglio di Papa Leone.

“C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono. Senza fede, ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore”, commenta il Papa prima della preghiera mariana.

Subito dopo la recita dell’Angelus il Papa passa ai consueti saluti. L’appello è per la pace in Ucraina. “Con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti”, dice il Pontefice.  “Il mio cuore si unisce alla popolazione che da anni vive nell’angoscia e nella paura”, continua l’appello del Papa che chiede di “mettere fine alla violenza, fermare la distruzione, aprire il cuore alla pace”. Il Papa nel suo appello auspica la ripresa dei negoziati, l’apertura alla diplomazia.  “Prevalga la concordia a tutti i conflitti del mondo”, questo l’appello finale.

“Chiediamo al Signore dopo la pausa estiva di accompagnarci e sostenerci nella sua luce”, finisce così l’Angelus di oggi di Papa Leone in Piazza San Pietro.

A che punto siamo nel conflitto tra Russia e Ucraina? Territori e garanzie: i nodi del negoziato

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 6 Settembre 2026

Lo scoglio principale resta il controllo del Donetsk: Putin insiste nel volerlo tutto, Zelensky fa muro. E Mosca è sempre più ostile al coinvolgimento europeo

Dal febbraio 2022, Mosca e Kiev hanno continuato a mantenere contatti senza però riuscire a trasformarli in un vero percorso verso la pace. Ci sono stati brevi cessate il fuoco, scambi di prigionieri e tentativi di mediazione, ma nessuno di questi passaggi ha prodotto risultati decisivi.

Una nuova fase di negoziati ad alto livello si è aperta nel gennaio 2025, poco dopo l’insediamento di Donald Trump che aveva promesso di chiudere la guerra in tempi rapidissimi. L’ultimo ciclo di colloqui diretti si è svolto a febbraio, con incontri ad Abu Dhabi e poi a Ginevra. Anche in quel caso, però, non è arrivata alcuna svolta. La trattativa si è interrotta bruscamente quando l’attenzione dell’amministrazione americana è stata assorbita dalla guerra con l’Iran. Da allora i contatti tra le due capitali sono rimasti limitati, mentre i nodi di fondo sono rimasti tutti sul tavolo. A giugno Volodymyr Zelensky ha pubblicato una lettera aperta a Vladimir Putin proponendo di riprendere i colloqui di pace, ma il presidente russo ha continuato a mostrare scarso interesse per una soluzione negoziale, ribadendo la volontà di proseguire la guerra.

La zona contesa

Il principale punto critico riguarda il territorio. Nell’ultimo ciclo negoziale si è discusso di un piano di pace in 20 punti, che comprendeva garanzie di sicurezza per impedire nuove aggressioni russe e impegni per la ricostruzione dell’Ucraina. Ma la questione decisiva resta il controllo del Donetsk. La Russia chiede che Kiev ceda il territorio che ancora controlla nella regione orientale, una fascia di circa 80 chilometri per 65 con decine di centri abitati. Putin punta al controllo completo del Donetsk, comprese le città fortificate di Sloviansk e Kramatorsk. Zelensky ha escluso di poter semplicemente ordinare il ritiro, sia per ragioni legali sia politiche e umanitarie, ricordando che nell’area vivono ancora centinaia di migliaia di persone. La sua proposta è quella di un arretramento simmetrico delle forze, con la creazione di una zona smilitarizzata o economicamente libera presidiata da Kiev e con la linea di contatto affidata a forze internazionali. Resta però una soluzione difficile: senza un compromesso sul Donetsk, un accordo di pace appare poco realistico, anche se il logoramento militare di entrambe le parti potrebbe alla lunga spingere entrambe le parti verso aperture.

La centrale

Un secondo nodo è la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, occupata dai russi dal marzo 2022. I sei reattori sono da tempo in arresto. Per farli ripartire servirebbero investimenti ingenti, anche per ricostruire la diga di Kakhovka che garantiva l’acqua di raffreddamento. Kiev chiede la smilitarizzazione dell’area e immagina una zona economica libera. Gli Stati Uniti hanno proposto una gestione congiunta tra Washington, Mosca e Kiev, ma l’ipotesi è stata giudicata irrealistica dagli ucraini, che hanno rilanciato con una gestione al 50 per cento tra Usa e Ucraina. Il problema è che la Russia non intende rinunciare al controllo dell’impianto. Un compromesso, qui, non è impossibile, ma richiederebbe un livello di fiducia che oggi semplicemente non esiste.

Le garanzie di sicurezza

Attorno al tavolo, inoltre, non ci sono solo russi e ucraini. Gli Stati Uniti restano il principale mediatore, ma i governi europei temono di essere tagliati fuori da un accordo destinato a ridefinire gli equilibri di sicurezza del continente. Francia, Germania e Regno Unito hanno quindi costruito un formato negoziale che tuteli gli interessi europei, i Volenterosi. Kiev chiede a Stati Uniti ed Europa garanzie di sicurezza sul modello Nato in caso di una nuova aggressione russa e punta a mantenere un esercito di 800 mila uomini. Ma Mosca considera inaccettabile la presenza di truppe europee sul territorio ucraino.

Legittimità

Pesano poi i costi della guerra e della ricostruzione. Le perdite ucraine sono stimate in 800 miliardi di dollari e resta aperta la questione di quanto la Russia dovrebbe contribuire. Sullo sfondo ci sono anche i beni russi congelati in Europa. A complicare tutto ci sono poi i dossier strategici: l’adesione dell’Ucraina alla Nato, respinta da Mosca ma iscritta nella Costituzione ucraina, e quella all’Unione europea, che appare comunque lontana. E la legittimazione politica di un accordo che a Kiev dovrebbe arrivare da un referendum.

De Maria numquam satis: un convegno internazionale a Roma 

 2 Settembre 2026 

di Virginia Coda Nunziante – Corrispondenza Romana 1966

La formula De Maria numquam satis – «Di Maria non si dirà mai abbastanza» –, tradizionalmente attribuita a san Bernardo di Chiaravalle, non è un’esagerazione retorica, ma esprime una verità profondamente radicata nella Tradizione della Chiesa. Il mistero della Madonna, infatti, non può essere separato da quello di Gesù Cristo e dall’opera della Redenzione. Quanto più si approfondiscono la persona e la missione di Maria, tanto più si comprendono l’Incarnazione del Verbo, la maternità della Chiesa, la comunione dei santi e il destino soprannaturale dell’umanità.

San Bernardo, il Doctor Mellifluus, nutriva una fiducia sconfinata nel patrocinio della Madre di Dio. «Dio ha voluto che noi nulla ottenessimo, che non passi per le mani di Maria», affermava in uno dei suoi sermoni (In vigilia Nativitatis Domini, serm. III, 10: PL 183, 100A). E, rivolgendosi a chi si sente travolto dalle tempeste della vita, esortava: «Se insorgono i venti delle tentazioni, se incappi negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria». Chi la segue non si smarrisce, chi la invoca non dispera, chi è sostenuto da lei non cade e chi si lascia guidare da lei giunge alla meta (Homilia II super “Missus est”, n. 17: PL 183, 70B-D, 71A).

Queste parole non riguardano soltanto le prove dell’anima individuale. Possono essere applicate anche alle tempeste che investono la Chiesa e l’intera società. Pio XII, nell’enciclica Doctor Mellifluus del 24 maggio 1953, dopo aver riproposto la celebre invocazione di san Bernardo, osservava che anche il suo tempo era minacciato dall’indebolimento della fede, dalla corruzione dei costumi, dagli odi e dalle discordie tra i popoli. Invitava perciò i cristiani a chiedere alla Madre di Dio che impetrasse «gli opportuni rimedi» ai mali sovrastanti e ottenesse «una sincera, solida e fruttuosa pace alla Chiesa, ai popoli, alle nazioni» (Pio XII, Doctor Mellifluus, in Acta Apostolicae Sedis, 45 [1953], pp. 369-384).

A maggior ragione questo invito vale per la nostra epoca, caratterizzata da una crisi religiosa, morale e politica così grave e profonda da non lasciare intravedere, sul piano puramente umano, sicure vie d’uscita. La crisi religiosa ha oscurato la fede e indebolito la vita soprannaturale; quella morale ha sovvertito i princìpi che regolano la vita degli individui, delle famiglie e delle società; quella politica ha logorato le istituzioni e moltiplicato nel mondo i focolai di guerra. Le soluzioni proposte dagli uomini sembrano spesso aggravare i mali che vorrebbero guarire, perché nascono dalla stessa visione del mondo che li ha prodotti.

È in questo contesto che si svolgerà a Roma, il 7 e l’8 ottobre 2026, il convegno internazionale De Maria numquam satis, dedicato a «La Beatissima Vergine Maria nel dogma e nel culto. Contributi teologici e storici». L’incontro intende onorare la Madre di Dio attraverso una riflessione che, proprio perché mai definitivamente conclusa, rimane sempre viva e feconda. Non si tratta di contrapporre la devozione alla dottrina, ma di mostrare la loro intima unità: la vera devozione nasce dalla verità della fede, mentre la dottrina, quando è autenticamente vissuta, si trasforma in preghiera, fiducia e amore.

Da un lato, l’attenzione ai grandi nodi dogmatici mariani aiuterà a comprendere il fondamento teologico del culto reso alla Beatissima Vergine, Madre del Verbo Incarnato; dall’altro, lo studio delle forme storiche della pietà mariana mostrerà come la fede della Chiesa si sia espressa nel corso dei secoli, illuminando aspetti sempre nuovi dell’inesauribile mistero di Maria. Il convegno vuole così offrire un contributo al risveglio di un autentico movimento mariano tra il clero, i religiosi e i fedeli laici.

Il convegno sarà inaugurato il 6 ottobre alle ore 18.45, dai Vespri solenni in onore della Madonna del Rosario, celebrati nella Basilica della Madonna del Rosario, in via Cernaia, e presieduti da monsignor Anthony Colin Fisher, arcivescovo di Sydney. I lavori inizieranno il 7 ottobre alle ore 9 presso l’Aula magna dell’Istituto Patristico Augustinianum, in via Paolo VI 25, con la prolusione del cardinale Raymond Leo Burke.

La prima giornata sarà dedicata al mistero di Maria nel dogma e nel Magistero. Il professor don Manfred Hauke parlerà della Maternità divina e del dogma di Efeso; padre Wojciech Giertych O.P., teologo della Casa Pontificia, approfondirà il primato dell’amore verginale nell’amore materno di Maria. Seguiranno gli interventi di don Ľubomír Urbančok sul contributo della Scuola teologica romana alla definizione dell’Immacolata Concezione, di don Joseph Hamilton sull’Assunzione e di monsignor Rudolf Michael Schmitz sulla Vergine Maria nella sfera dell’Incarnazione.

La seconda giornata sarà dedicata a Maria nel culto, nella devozione e nella storia. Interverranno José Antonio Ureta sulla devozione mariana in America Latina, don Claude Barthe sulla Vergine nella Scuola francese di spiritualità, don Roberto Spataro S.D.B. su Maria Auxilium Christianorum nella tradizione salesiana e padre Thomas Crean O.P. su Maria vincitrice di tutte le eresie nella tradizione domenicana. Il professor Roberto de Mattei tratterà la teologia della storia del messaggio di Fatima, mentre Sua Eminenza il cardinale Gerhard Ludwig Müller concluderà le relazioni parlando della cooperazione della Beatissima Vergine all’opera della Redenzione. Al termine, si svolgerà una tavola rotonda su «Maria oggi: fede, dottrina e devozione nel mondo contemporaneo», con padre Lawrence Lew O.P., Régis de Lassus e Timothy Tindal-Robertson. Tutti gli interventi saranno accompagnati dalla traduzione simultanea in italiano, inglese e francese, secondo il programma ufficiale del convegno.

Non è casuale che il convegno coincida con la festa della Madonna del Rosario e con il 455° anniversario della battaglia di Lepanto. Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta cristiana affrontava quella ottomana nelle acque greche, san Pio V chiamava la Cristianità alla recita del Rosario. La vittoria, umanamente tutt’altro che certa, fu attribuita all’intercessione della Vergine. Anche oggi, nelle ore drammatiche che viviamo, Maria continua a essere la stella che indica la rotta e la Madre che sostiene nella prova.

È con questa fiducia che il convegno romano si pone sotto il suo patrocinio, facendo proprie le parole con cui Pio XII concludeva l’enciclica Saeculo exeunte octavo: «Da Fatima, nostra Signora del Rosario, la grande Madre di Dio che vinse a Lepanto, vi assisterà con il suo potente patrocinio» (Pio XII, Saeculo exeunte octavo, 13 giugno 1940, in Acta Apostolicae Sedis, 32 [1940], pp. 249-260). 

Santa Teresa di Calcutta


Nome: Santa Teresa di Calcutta

Titolo: Fondatrice

Nome di battesimo: Anjezë Gonxhe Bojaxhiu

Nascita: 26 agosto 1910, Skopje, Macedonia del Nord

Morte: 5 settembre 1997, Calcutta, India

Ricorrenza: 5 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Beatificazione:
19 ottobre 2003, Roma , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione:
4 settembre 2016, Roma , papa Francesco

Madre Teresa resterà come l’incarnazione più convincente, nella nostra epoca, del genio della carità evangelica; tutti l’hanno capita, i  cristiani delle varie confessioni, i laici di ogni paese, gli indù come i musulmani. 

Quando, a metà degli anni Settanta, apriva a San Gregorio al Celio la prima casa romana delle sue suore, scelse per loro il pollaio dei monaci camaldolesi, una costruzione bassa, in mattoni bucati e lamiere, con il pavimento in cemento. «Le mie sorelle sono povere e abituate a tutto, vengono dall’India. Il pollaio sarà più che sufficiente», tagliava corto con chi trovava la cosa un po’ scomoda. Povere. Come era povera lei, che aveva scelto di condividere in tutto e per tutto la condizione dei più poveri, dei diseredati, di chi dalla vita non aveva avuto altro che miseria, smacchi e sofferenza.

Il dono della visione

Pier Paolo Pasolini, dopo averla incontrata a Calcutta nel 1961, scrisse: «Dove guarda, vede». All’origine della sua genialità nell’amore c’era il vedere, prima di altri, il fratello che era nel bisogno e di soccorrerlo subito, senza giudicare, senza lasciarsi bloccare dalle frontiere. O anche dalla mancanza di mezzi.

È stata a volte criticata perché nei suoi ospizi non c’erano abbastanza medici e medicine. Ma nelle situazioni disperate nelle quali si è avventurata, non avrebbe concluso granché se avesse dovuto aspettare di avere l’attrezzatura giusta per soccorrere qualcuno.

Le origini

Madre Teresa, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje nella Macedonia del Nord. Quando il papà, Nikola, morì improvvisamente, la famiglia visse momenti di grandi difficoltà economiche. Fu brava la mamma, Drane, ad allevare Agnes e i suoi quattro fratelli con fermezza e amore, orientando la loro formazione  religiosa. Agnes trovò sostegno anche nella vivacità della parrocchia del Sacro Cuore, gestita dai gesuiti, nella quale era attivamente impegnata.

La vocazione missionaria

A diciott’anni, desiderosa di fare la missionaria, lasciava la casa e il paese, diretta in Irlanda, dove veniva accolta, con il nome di suor Mary Teresa, nell’istituto delle «Suore di Loreto». Qualche mese dopo venne mandata in India, a Calcutta, dove completò la sua formazione alla vita religiosa, facendo prima i voti temporanei, seguiti da quelli perpetui, e inserendosi nelle attività dell’istituto fino a diventare, nel 1944, direttrice di una scuola per ragazze, il St. Mary.

I primi vent’anni della sua vita religiosa li trascorse così, senza scossoni, insegnando alle ragazze, maturando anche una sua spiritualità forte, che aveva nella preghiera e nell’amore per le consorelle e per le allieve i suoi punti di forza. Ma aveva anche l’occhio attento a ciò che succedeva intorno. E non era granché bello, anzi inquietava non poco.

La chiamata di Dio

Intanto il Signore, con illuminazioni interiori, la andava preparando a quella che sarà la sua straordinaria avventura. Al centro delle rivelazioni proprio quello che inquietava madre Teresa: l’indifferenza assoluta della gente verso i poveri, che in gran numero languivano nelle baraccopoli e lungo le vie della città.

Durante un viaggio in treno, nel 1946, le parve di sentire più chiara la voce di Gesù che la invitava ad abbandonare tutto per porsi al servizio di quei poveri. Madre Teresa accolse l’invito e segnò quell’episodio che avrebbe cambiato la sua vita, come «il giorno della decisione». 

L’inizio della missione

Le ci volle del tempo per ottenere il permesso di lasciare le Suore di Loreto, ma alla fine, era il 1948, fu libera di seguire la propria vocazione e di entrare nel mondo dei poveri. Indossò il sari, la tunica bianca delle donne indiane, con in più le strisce blu che orlavano il velo, e la croce appuntata sulla spalla. Con il nuovo abito, che segnava anche il cambiamento della sua vita, si recò a Patna dalle Suore mediche missionarie per seguire un breve corso di infermeria. Rientrata a Calcutta, si sistemò provvisoriamente presso le Piccole sorelle dei poveri.

Il 21 dicembre 1948 andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di bambini, si prese cura di un anziano malato che giaceva sulla strada. Si imbatté anche in una donna agonizzante, distesa su un marciapiede: era così debole che topi e formiche le stavano rosicchiando il corpo. Da giorni era lì, in attesa della morte, ma nessuno l’aveva soccorsa. Madre Teresa la raccolse e la portò al vicino ospedale, dove le dissero che era troppo malata e troppo povera per essere curata.

Calcutta era piena di gente che finiva così. Teresa capì che non poteva più restare a guardare, doveva fare qualcosa. Chiese, e le fu concesso, di occupare parte di un ex tempio indù diventato covo di mendicanti e criminali di ogni risma. Madre Teresa lo trasformerà nella prima «Casa dei moribondi».

Le Missionarie della Carità

Le baraccopoli — con i loro poveri ai quali dare speranza, con i bambini abbandonati da curare e amare, con i moribondi da accompagnare nel passo estremo — divennero la terra di missione, sua e di altre donne che via via decideranno di condividere la sua vita e il suo impegno. Insieme diedero vita alla Congregazione delle Missionarie della Carità, che il 7 ottobre 1950 veniva riconosciuta ufficialmente nell’arcidiocesi di Calcutta, e nel febbraio del 1965 diventava di diritto pontificio.

Agli inizi del 1960 cominciò l’emigrazione delle Missionarie della Carità in altre regioni dell’India. Successivamente, incoraggiate in particolare da Paolo VI, aprivano una casa in Venezuela. Ad essa seguirono numerose altre fondazioni in ogni parte del mondo… Persino in Vaticano, nella casa del papa, aprì una mensa per i poveri.

Espansione e riconoscimenti

Madre Teresa affiancò alla prima congregazione altre istituzioni, come i Fratelli Missionari della Carità, le Sorelle e i Fratelli contemplativi, i Padri Missionari della Carità e gruppi di collaboratori laici. 

L’ammirazione si tradusse anche in riconoscimenti importanti come il Premio indiano Padmashri, assegnatole nel 1962, e il Premio Nobel per la Pace, conferitole nel 1979. Ricevette riconoscimenti e attenzioni «per la gloria di Dio e in nome dei poveri».

Gli ultimi anni e la morte

Negli ultimi anni, nonostante seri problemi di salute, continuò a guidare la sua congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Morì a Calcutta il 5 settembre 1997. Il mondo intero la pianse, mentre il governo indiano le rese onore con i funerali di Stato. Sepolta nella Casa Madre delle Missionarie della Carità, la sua tomba fu ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera.

«L’intera vita e l’opera di madre Teresa — ha detto Giovanni Paolo II nel proclamarla beata — offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio».

Beatificazione e canonizzazione

Il 20 dicembre 2002 papa Giovanni Paolo II approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui suoi miracoli. È stata beatificata il 19 ottobre 2003 e canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Calcutta in India, beata Teresa (Agnese) Gonhxa Bojaxhiu, vergine, che, nata in Albania, estinse la sete di  Cristo abbandonato sulla croce con la sua immensa carità verso i fratelli più poveri e istituì le Congregazioni delle Missionarie e dei Missionari della Carità al pieno servizio dei malati e dei diseredati.

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