"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Sant’Agostino, Bonifacio e gli ultimi giorni di Ippona

 2 Settembre 2026 Chiesa cattolica | CR 1966

– di Roberto de Mattei

Nella primavera dell’anno 430 le strade che conducevano a Ippona erano percorse da una folla di fuggiaschi. Giungevano dalla Mauritania e dalla Numidia, portando con sé ciò che erano riusciti a sottrarre alla devastazione. Alle loro spalle avanzavano i Vandali di Genserico, passati dalla Spagna in Africa l’anno precedente insieme con gruppi di Alani e di altri popoli germanici.

I villaggi erano incendiati, le campagne saccheggiate, le chiese profanate. Possidio, vescovo di Calama e futuro biografo di sant’Agostino, racconta che sacerdoti, monaci e vergini consacrate fuggivano in ogni direzione; alcuni venivano uccisi, altri condotti in schiavitù. Di tante città africane, solo Cartagine, Cirta e Ippona resistevano ancora (Possidio, Vita Augustini, capp. XXVIII-XXXI).

A Ippona aveva trovato rifugio anche il generale Bonifacio, comes Africae, al comando delle residue forze romane e di contingenti federati goti. Dopo essere stato coinvolto nelle lotte che dilaniavano la corte di Ravenna, si era riconciliato con Galla Placidia, reggente in nome del giovane Valentiniano III. Aveva affrontato i Vandali in campo aperto, ma era stato sconfitto e costretto a ripiegare entro le mura della città episcopale.

Ad attenderlo vi era Agostino, ormai settantacinquenne. Il vescovo aveva appena terminato la sua grande opera, la Città di Dio, prima che i Vandali attraversassero lo stretto di Gibilterra. Ma le idee di quel libro sembravano ora prendere corpo davanti ai suoi occhi. Dopo aver meditato sul sacco di Roma del 410, Agostino assisteva alla rovina dell’Africa romana, la terra nella quale era nato e alla quale aveva consacrato tutta la sua vita episcopale.

Sant’Agostino sapeva che la crisi dell’Impero Romano era dovuta alla sua corruzione religiosa e morale e che i barbari erano lo strumento del castigo di Dio. Ma questa consapevolezza non lo spingeva ad aprire ai barbari le porte di Ippona. Il dovere dei romani era quello di difendersi contro il nemico che li attaccava. Era questo che aveva detto alcuni anni prima a Bonifacio, per spiegargli che la professione militare non era incompatibile con la santità. Davide era stato un guerriero; il centurione del Vangelo e Cornelio avevano servito in armi. I monaci combattevano con la preghiera contro i nemici invisibili; il generale combatteva contro i barbari, nemici visibili del popolo cristiano. «La pace deve essere lo scopo della tua volontà», gli aveva scritto; «la guerra deve essere intrapresa soltanto per necessità, affinché Dio, per mezzo di essa, liberi gli uomini dalla necessità e li conservi nella pace» (Epistula 189 ad Bonifacium).

Il rapporto tra il vescovo e il generale non era stato privo di contrasti. Bonifacio, dopo la morte della prima moglie, aveva pensato di abbandonare il mondo e ritirarsi in monastero. Agostino e Alipio lo avevano dissuaso: la sua missione era rimanere nell’esercito per proteggere la Chiesa e permettere ai cristiani di condurre «una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità».

Ma il generale si era lasciato trascinare nelle contese per il potere. Nel 427 Agostino gli indirizzò una dura lettera. Gli ricordò le sue antiche promesse, lo rimproverò per le ambizioni mondane e gli domandò come fosse possibile che, mentre egli disponeva di tanta autorità e di un grande esercito, le popolazioni barbariche devastassero impunemente l’Africa. Agostino riconosceva che all’origine di quelle calamità vi erano i peccati degli uomini, ma ammoniva Bonifacio a non divenire egli stesso uno strumento iniquo del castigo divino (Epistula 220 ad Bonifacium).

Ora, davanti alle mura di Ippona, quelle parole dovevano tornare alla memoria del generale. Le lotte interne erano finite; non rimaneva che difendere la città. All’esterno, gli uomini di Genserico stringevano progressivamente l’assedio; all’interno, Bonifacio organizzava la resistenza, mentre Agostino sosteneva la popolazione con la preghiera e con la sua presenza.

Uno difendeva le mura; l’altro le anime. Erano due combattimenti diversi, ma orientati allo stesso fine. Il vescovo, infatti, aveva rifiutato di abbandonare il suo gregge. Interrogato dal vescovo Onorato sull’opportunità che i sacerdoti fuggissero davanti ai barbari, aveva risposto che, quando il pericolo era comune ai pastori e ai fedeli, coloro che avevano bisogno dell’assistenza spirituale non dovevano essere abbandonati: «O si ritirino tutti insieme in luoghi sicuri, oppure coloro che devono rimanere non siano lasciati da quelli che sono necessari al loro ministero, affinché vivano insieme o soffrano insieme ciò che il Padre vorrà» (Epistula 228, 2-6, ad Honoratum).

Durante il terzo mese dell’assedio Agostino fu colpito dalla febbre. Un giorno, mentre sedeva a tavola con Possidio e con gli altri vescovi rifugiati a Ippona, confidò la sua preghiera: chiedeva a Dio di liberare la città; oppure, se diversa fosse stata la volontà divina, di rendere forti i suoi servi; o almeno di prenderlo con sé.

Negli ultimi giorni volle che fossero trascritti i salmi penitenziali e che i fogli fossero appesi alle pareti della sua stanza. Li leggeva dal letto, piangendo continuamente. Dieci giorni prima della morte chiese di rimanere solo, salvo le visite dei medici e di chi gli portava il cibo. Morì il 28 agosto 430, mentre Ippona continuava a resistere.

L’assedio durò quasi quattordici mesi. I Vandali furono infine costretti a ritirarsi, ma la salvezza fu temporanea. Bonifacio lasciò la città per congiungersi con i rinforzi giunti dall’Oriente; Ippona, abbandonata dai suoi abitanti, cadde successivamente nelle mani dei nemici e fu incendiata. Cartagine sarebbe stata conquistata da Genserico nel 439. L’Africa romana era destinata a scomparire.

La lezione lasciata da Agostino, però, non era una lezione di rassegnazione. Roma non era la Città di Dio e nessun Impero possiede la promessa dell’eternità. Ma proprio perché la patria terrena è fragile, essa deve essere servita con maggiore purezza d’intenzione, senza trasformarla in un idolo e senza abbandonarla quando sembra perduta.

Sulle mura di Ippona, Bonifacio impugnava la spada e Agostino recitava i salmi. Entrambi continuavano a compiere il proprio dovere. L’Impero poteva essere travolto dai barbari; la fedeltà a Dio e alla missione ricevuta non poteva venir meno.

Russia-Ucraina: il dilemma dell’Occidente

Russia-Ucraina: il dilemma dell’Occidente

Corrispondenza romana 1996 -2 Settembre 2026 

di Roberto de Mattei

Fin dal 2022, su “Corrispondenza Romana”, confutavamo l’idea di chi era convinto che la guerra in corso tra Russia e Ucraina fosse una trappola ordita dalla Cia e dalla Nato ai danni di Vladimir Putin per destabilizzare la regione ed estendere il Nuovo Ordine Mondiale. Che le cose non fossero andate così lo documentava, sulla base dei fatti, uno dei maggiori esperti italiani di geopolitica, il prof. Aldo Giannuli, nel suo libro Spie in Ucraina. Gli errori dei servizi russi e occidentali, le cause e le dinamiche nascoste, della guerra (Ponte alla Grazie, Firenze 2022, cfr. https://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-dellintelligence-in-ucraina/). A quattro anni di distanza la ricostruzione di Giannuli è confermata da un altro specialista internazionale, Shaun Walker, nel suo denso saggio: La guerra a cui nessuno credeva. Perché Kiev e i servizi segreti europei hanno ignorato gli allarmi sull’invasione dell’Ucraina (tr. it. Internazionale, Roma 2026).  

In un’inchiesta basata su più di cento interviste a funzionari, politici e diplomatici, Shaun Walker, dimostra come fino agli ultimi mesi del 2021, l’idea di una guerra su vasta scala fosse ritenuta inimmaginabile in Occidente. La Cia e l’M16 (i servizi segreti britannici) erano gli unici servizi di intelligence che avevano individuato il rischio di un’invasione, ma ne avevano sottovalutato gli effetti, ipotizzando una rapida vittoria russa. Nonostante gli avvertimenti provenienti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, la maggior parte dei governi europei, le autorità ucraine e una parte dell’opinione pubblica non ritenevano credibile l’ipotesi di una guerra su vasta scala.

L’incredulità non derivava soltanto da errori di valutazione, ma anche da interessi politici, economici e psicologici. Per anni diversi Paesi europei avevano costruito con la Russia rapporti energetici e commerciali profondi. Accettare l’idea di un’invasione significava riconoscere il fallimento della politica di dialogo e interdipendenza perseguita dopo la fine della Guerra fredda. I leader di Francia e di Germania, Emmanuel Macron e Olaf Schulz. consideravano un “sciocchezza” l’ipotesi di un conflitto. I loro governi preferivano interpretare le minacce russe come uno strumento di pressione negoziale, perché questa lettura era più compatibile con le loro aspettative e con i loro interessi. Essi ragionavano secondo criteri di convenienza economica e strategica: un’invasione avrebbe danneggiato la Russia, provocato sanzioni devastanti e rafforzato la NATO. Il Cremlino, però, come sottolinea Walker, non agiva soltanto sulla base di un calcolo costi-benefici convenzionale. La leadership russa era influenzata da una visione storica e imperiale dell’Ucraina, che era considerata parte della Russia e fondamentale per il suo status di grande potenza.

Lo stesso Zelenskyi era convinto che l’allarme sulla guerra fosse una montatura degli Stati Uniti per fare pressione della Russia e temeva comunque che gli allarmi pubblici sull’imminenza dell’invasione potessero provocare panico, fuga dei capitali, crollo dell’economia e destabilizzazione politica. Per questo cercò di rassicurare la popolazione e di evitare dichiarazioni che potessero trasformare la previsione dell’attacco in una profezia capace di aggravare la crisi. Oleksij Reznikov, il ministro della difesa ucraino, era scettico sull’invasione, ma quando nel novembre 2021, in visita al Pentagono, chiese agli americani di inviare più armi e più efficaci, per aiutare il suo paese a difendersi, ricevette un netto rifiuto, con queste parole: «Immaginate di avere un vicino a cui hanno diagnosticato un cancro e che morirà fra tre giorni, vi limitate a offrirgli compassione, ma non le medicine più costose».  Gli americani e gli inglesi consideravano l’Ucraina come uno Stato fragile, e corrotto, incapace di resistere a un’offensiva russa e per questo offrirono la possibilità di espatriare e formare un governo in esilio a Zelensky, che rifiutò. 

 Giannuli lo ribadisce in un nuovo libro: non solo l’intelligence europea, ma anche i servizi segreti russi sbagliarono ogni previsione, sia sulla capacità di resistenza ucraina, sia sull’atteggiamento occidentale in materia di sanzioni e di fornitura di armi all’Ucraina e, cosa peggiore, dimostrarono di non avere alcuna realistica percezione del grado di efficienza delle proprie truppe (I servizi segreti e la guerra, Ponte alle Grazie, Firenze 2025). L’invasione russa non produsse il rapido collasso dell’Ucraina previsto da Mosca. Kiev resistette, il governo rimase operativo e la popolazione reagì alla guerra con una mobilitazione nazionale. Anche l’Occidente, inizialmente diviso e prudente, finì per adottare sanzioni e fornire un sostegno militare sempre più consistente all’Ucraina. La guerra modificò così gli equilibri europei: rafforzò la NATO, accelerò il riarmo dei Paesi europei e mise in discussione la dipendenza energetica dalla Russia.

Ora siamo arrivati a questo punto: la Russia non può permettersi di perdere la guerra; l’Occidente non può permettersi che la Russia la vinca; l’Ucraina, infine, non può accettare una pace senza vinti né vincitori che, sotto l’apparenza del compromesso, consacri la mutilazione della sua integrità territoriale e della sua identità storico-culturale.

Per la Russia, la sconfitta rappresenterebbe il fallimento dell’intero disegno strategico perseguito dal Cremlino: dimostrare che Mosca è ancora una grande potenza capace di modificare con la forza gli equilibri europei. Una sconfitta incrinerebbe il suo prestigio internazionale, ma avrebbe anche profonde ripercussioni sulla stabilità interna del regime. Per questo Mosca può accettare soltanto un accordo che le consenta di rivendicare almeno una parte degli obiettivi raggiunti come una vittoria.

L’Occidente, d’altra parte, non può permettere che la Russia vinca, se per vittoria si intende il riconoscimento delle conquiste territoriali ottenute con la forza e la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato subordinato a Mosca. Una simile conclusione comprometterebbe la credibilità politica e militare dell’Alleanza atlantica e incoraggerebbe la Russia e altre potenze a perseguire i propri obiettivi, facendo dell’Ucraina il precedente di nuove aggressioni.   

L’Occidente si trova tuttavia davanti a un dilemma. Deve fornire all’Ucraina mezzi sufficienti per impedire la vittoria russa, ma teme che una sconfitta totale di Mosca possa provocare un’escalation incontrollabile, fino al ricorso alle armi nucleari o alla destabilizzazione della Federazione Russa. Da questa contraddizione deriva una strategia spesso esitante: sostenere Kiev quanto basta perché non soccomba, ma non quanto sarebbe necessario perché riconquisti tutti i territori occupati. Per l’Ucraina, infine, una pace che congelasse semplicemente la linea del fronte non sarebbe una soluzione neutrale. Essa trasformerebbe le conquiste militari russe in un fatto compiuto, lascerebbe milioni di ucraini sotto occupazione e offrirebbe a Mosca il tempo necessario per riorganizzare le proprie forze. 

Nasce così una tragica situazione di stallo: nessuno può accettare la sconfitta, ma nessuno sembra in grado di conseguire una vittoria completa senza rischiare di provocare un allargamento del conflitto. «Per ora, l’unica aspettativa concreta è che la guerra si concluda o per il crollo economico della Russia o per il collasso psicologico degli ucraini» (Giannuli, I servizi segreti e la guerra, cit., p. 123). Nel frattempo, prosegue una lenta ma inesorabile escalation bellica. Quale sarà il suo punto d’arrivo? Nella storia accade talvolta che gli eventi sfuggano al controllo dei loro protagonisti e, sospinti da una propria dinamica interna, finiscano per diventare ingovernabili.

In questo contesto, il 25 agosto, un aereo militare statunitense è atterrato all’aeroporto moscovita di Vnukovo. A bordo si trovava il direttore della Cia, John Ratcliffe, giunto nella capitale russa per una serie di colloqui riservati con i vertici dei servizi segreti russi, tra cui il direttore dell’FSB, Aleksandr V. Bortnikov.  

La misteriosa missione ricorda quella compiuta dal suo predecessore William Burns nel novembre del 2021, quando Joe Biden lo inviò al Cremlino per comunicare a Putin che Washington era a conoscenza dei preparativi dell’invasione dell’Ucraina e per ammonirlo sulle conseguenze che ne sarebbero derivate. Tre mesi dopo, il 24 febbraio 2022, le armate russe varcarono il confine ucraino. Che cosa teme Donald Trump e che cosa accadrà nei prossimi mesi? Il futuro ce lo svelerà.

San Gregorio Magno


autore: Carlo Saraceni anno: 1600 circa titolo: San Gregorio Magno scrive ispirato dallo Spirito Santo

Nome: San Gregorio Magno

Titolo: Papa e dottore della Chiesa

Nascita: 540 circa, Roma

Morte: 12 marzo 604, Roma

Ricorrenza: 3 settembre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Memoria liturgica

Luogo reliquie:Basilica di San Pietro in Vaticano

Fa parte di: Santi del Lazio

La Chiesa con molta ragione ha decorato questo santo Pontefice con il titolo di Grande, titolo che egli ha meritato con lo splendore delle sue azioni, con l’eccellenza delle sue virtù e dei suoi scritti. La sua vita segna una delle più belle pagine della storia sia ecclesiastica che civile. 

Nacque a Roma verso la metà del secolo sesto. Ebbe mente vasta e profonda, energia veramente romana, attività instancabile e grande amore per il vero e per il giusto: prerogative che egli affinò e soprannaturalizzò nella meditazione e nell’esercizio di una perfetta vita claustrale.

Nelle Gallie i nuovi stati dei Franchi si andavano formando; nella Spagna il regno dei Goti non era ancora ben fermo; in Italia i Longobardi erano nel pieno disordine della loro immigrazione; in Inghilterra i valorosi Anglosassoni non erano ancora guadagnati al Vangelo: insomma la Chiesa vedeva che la Divina Provvidenza affidava questi popoli perché li educasse alla verità del Vangelo e li avviasse sulla via della vera civiltà e del vero progresso.

S. Gregorio, uomo tutto di Dio, per mezzo dei suoi scritti e dei suoi apostoli conquistò alla fede e alla morale  cristiana questi nuovi popoli, mentre la sede di Roma era circondata dalle spade nemiche.

Le ordinazioni, le prescrizioni, i moniti e le sentenze in materia di diritto, e le sue innumerevoli lettere recarono vera luce nell’educazione dei popoli e furono guida sicura anche negli affari più complicati e difficili.

I suoi scritti andavano a ruba tra il popolo, sia per l’argomento sempre di attualità e magistralmente trattato, sia per l’unzione celeste che spirava da ogni pagina, sia per lo stile semplice e confidente, proprio di un padre che parla ai suoi figli ancora bambini.

Ma l’attività di S. Gregorio si estese anche largamente ai bisogni della Chiesa di Oriente. Prima di tutto combatté il bizantinismo del regime di Costantino Poli, poi ne rintuzzò la smoderata vanità dei suoi patriarchi. Con invitta pazienza ed umile carità, ma con pari forza, dileguò le tendenze di separazione dalla Chiesa di Roma e ritardò così per più secoli lo scisma greco.

Per opera di questo Pontefice scomparvero i funesti residui di superstizione e di culto idolatrico, si dileguarono le eresie che, sebbene più volte sconfitte, tentavano tuttavia di infiltrarsi nella nuova vita dei popoli.

Per le esperienze che S. Gregorio aveva delle cose di mondo, intervenne egli stesso alla difesa di Roma assalita dai nemici, protesse le regioni d’Italia minacciate dalla guerra e mandò istruzioni agli ufficiali sprovvisti di direttive e abbandonati a se stessi dal governo centrale. 

Cristianesimo

In questo modo S. Gregorio pose i primi fondamenti dell’autorità temporale dei Papi.

S. Gregorio si addormentò nel Signore, ricco di meriti, il 12 marzo dell’anno 604.

San Gregorio Magno (Gregorio I), deceduto nel 604, fu inizialmente sepolto nel portico della vecchia Basilica di San Pietro a Roma. Nel corso dei secoli, durante la demolizione della Basilica antica, le sue spoglie vennero traslate più volte: prima a Soissons, poi alla chiesa di Sant’Andrea della Valle, e infine nella Cappella Clementina, all’ingresso dell’attuale Basilica di San Pietro.

Oggi, il corpo di San Gregorio Magno riposa in un sarcofago di marmo bianco sotto l’altare a lui dedicato nella Basilica di San Pietro. Questo altare si trova nei pressi della navata sinistra, vicino all’ingresso della sacrestia, e le reliquie vi furono trasferite nel 1606.

PRATICA. Il Papa è il dolce  Cristo in terra: a lui dobbiamo amore, fedeltà, ubbidienza, preghiera.

Germania – Russia, così la guerra ibrida di Putin spegne l’illusione di un dialogo. Ma per Berlino il rapporto con Mosca resta la prova del fuoco

di Paolo Valentino – Corriere della Sera – 2 Settembre 2026

Il rapporto con la Russia divide ancora la politica tedesca

Sono stati necessari più di quattro anni, perché la Grande Illusione giungesse veramente al suo epilogo. In fondo, non c’era riuscita neppure l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con il crollo di tutte le certezze e i presupposti che avevano sorretto il modello politico ed economico della Germania per quattro decenni. Ancora fino a un anno fa, era infatti opinione diffusa tra politici, diplomatici e imprenditori tedeschi che, una volta passata la tempesta, prima o poi negoziata una tregua se non una pace tra Kiev e Vladimir Putin, allora tutto o quasi sarebbe potuto tornare all’antico con la Russia: il gas, le esportazioni, i rapporti politici in nome dell’ordine europeo, le relazioni culturali.

Certo, c’era stata la Zeitwende, la svolta epocale del cancelliere Scholz che per primo aveva avviato il riarmo della Germania. Era stata brutalmente troncata la dipendenza economica, con la definitiva chiusura dei gasdotti del Mare del Nord. Mentre Berlino aveva decisamente assunto la guida degli europei, nelle sanzioni e nello sforzo degli aiuti militari ed economici all’Ucraina.

Ma sotto traccia rimaneva, almeno in una parte della classe dirigente, una segreta speranza che non tutto fosse perduto della lunga storia di odio e amore che lega i due Paesi: da Caterina II, la principessa tedesca che si fece zarina; a Vladimir Lenin, il padre della Rivoluzione d’Ottobre, riportato in patria dentro un vagone blindato dai servizi segreti di Berlino per rovesciare il regime zarista; al Patto Molotov-von Ribbentrop che vide Stalin allearsi con Hitler, salvo poi sfuggire all’abbraccio mortale nazista al prezzo di 27 milioni di morti. C’erano state poi la Ostpolitik di Willy Brandt, i rapporti di buon vicinato con l’Est e l’Urss durante la Guerra Fredda e, dopo la caduta del Muro, il Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, di cui Gerhard Schröder, poi passato al libro paga del Cremlino, e Angela Merkel erano stati i più ferventi assertori.

Ora l’inganno è finito. Il cancelliere Merz e il suo ministro degli Esteri prendono il coraggio a quattro mani e accusano pubblicamente il Cremlino di essere dietro il drone pieno di esplosivo, trovato e disinnescato ai primi di agosto nell’aeroporto di Lipsia, uno degli hub usati per portare gli aiuti a Kiev.

Quello della Sassonia è l’ultimo e forse più grave episodio di una lunga ordalia che nel solo 2025 ha visto ben 320 tentativi di sabotaggio a infrastrutture fisiche, come quello del 3 ottobre scorso quando droni non autorizzati bloccarono il traffico sopra l’aeroporto di Monaco di Baviera, lasciando a terra più di 10 mila passeggeri.

Nello stesso anno, i servizi contro la criminalità informatica hanno individuato 334 mila casi di attacchi cibernetici, in massima parte attribuibili a organizzazioni di hacker collegate ai servizi e altre entità statali della Russia. Il danno economico causato all’economia tedesca da queste incursioni è stato stimato intorno ai 200 miliardi di euro. Fra gli obiettivi preferiti, i sistemi di controllo del traffico aereo, alterati e messi sotto stress con gravissimi rischi per la sicurezza.

Ma non è solo questo. Come e più che in altri Paesi, il Gru, l’intelligence militare russa, ha condotto sofisticate operazioni di disinformazione, tese ad influenzare i cicli elettorali tedeschi a livello federale, regionale e locale, puntando a polarizzare l’opinione pubblica sugli aiuti all’Ucraina.

Che queste attività non cadano in un vuoto politico è evidente nella linea e nelle promesse di Alternative für Deutschland, il partito dell’ultradestra nazionalista che i sondaggi danno largamente in testa nelle elezioni di domenica prossima in Sassonia Anhalt e al primo posto nelle rilevazioni nazionali. La leader di AfD, Alice Weidel, sostiene apertamente non solo la fine degli aiuti a Kiev, ma anche il ripristino di legami economici e di rapporti politici con la Russia di Putin.

In verità, come ha notato in una recente intervista Joschka Fischer, il rapporto con la Russia è la vera prova del fuoco che la Germania dovrà affrontare nei prossimi mesi e anni. Secondo l’ex ministro degli Esteri, l’identità europeista e occidentale, forgiata da Konrad Adenauer e che ha definito il Paese negli ultimi sette decenni, si trova di nuovo minacciata da quella prussiana e nazionalista, in cui si riconosce AfD, che si pensava sepolta sotto le macerie della Seconda Guerra Mondiale. Ma, avverte Fischer, se questa seconda identità dovesse prevalere, significherebbe la fine dell’Europa e di ogni progetto di integrazione. E la Germania tornerebbe a guardare a Est.

Senza più la presa totale su Hormuz, l’Iran ora prova un amore improvviso per il memorandum

Sempre più navi attraversano lo Stretto sotto protezione americana, mentre le nuove sanzioni colpiscono un’economia iraniana già allo stremo. A fine ottobre, però, il regime potrebbe giocare la carta dell’attacco a Israele per destabilizzare Trump

di Giulio Meotti – 25 AGO 26 – il Foglio

Il Segretario americano all’Energia, Chris Wright, ha detto che “nove milioni di barili al giorno” escono via nave attraverso lo Stretto di Hormuz grazie a un servizio che opera sotto protezione militare statunitense. Aggiungendo altri “cinque-sette milioni di barili al giorno” che escono dagli stati del Golfo attraverso vie alternative, si arriva a “circa quindici milioni di barili al giorno”, secondo il Segretario Wright. Negli anni più lenti, quindici milioni di barili al giorno era la media giornaliera dallo Stretto di Hormuz. La presa iraniana su Hormuz sembra essersi dunque allentata, il denaro interno al regime inizia a scarseggiare e i massimi leader politici della Rivoluzione islamica sollecitano i falchi al potere a trovare una via d’uscita dal conflitto.

Dopo aver vìolato l’accordo firmato a Islamabad, ora Teheran sembra bramare un ritorno al memorandum di intesa. L’ultima fase del conflitto ha visto un numero sempre maggiore di navi passare silenziosamente attraverso Hormuz, con duecento imbarcazioni che hanno attraversato lo Stretto la scorsa settimana, secondo i dati del UK Maritime Trade Operations Center. Il flusso è un aumento del quattrocento per cento nelle ultime due settimane. Sempre più navi stanno spegnendo i loro trasponder attraversando furtivamente lo Stretto sotto la scorta della Marina americana.

Le esportazioni di petrolio dell’Iran sono invece scese quasi a zero, a causa del rinnovato blocco americano sui porti e le misure di “D-Day economico” di Donald Trump. C’è stata poca o nessuna attività osservata all’hub petrolifero iraniano dell’isola di Kharg, secondo le recenti immagini satellitari, lasciando all’Iran poche opzioni per compensare la sua economia già al collasso, colpita ulteriormente dal Segretario al Tesoro americano Scott Bessent che ieri ha annunciato nuove sanzioni su oro, trasporto marittimo e aviazione con l’obiettivo di isolare Teheran colpendo le sue entrate e chi le sostiene. Abdolnaser Hemmati, governatore della Banca Centrale dell’Iran, ha confermato il 19 agosto durante un’intervista televisiva in diretta che le esportazioni di petrolio iraniano si sono completamente interrotte. Ma l’economia iraniana sta collassando da quarantasette anni. Evidentemente funziona in un’altra dimensione ignota alle leggi economiche. I falchi come Rezaei e i Guardiani della Rivoluzione sostengono di poter resistere a qualsiasi pressione mentre infliggono danni agli Stati Uniti e ai loro alleati arabi nella regione. Nel frattempo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ripetutamente avvertito che la pressione economica sta facendo sentire i suoi effetti.

Teheran potrebbe essere tentata da quella che gli analisti chiamano “la sorpresa di ottobre”. In Israele si vota il 27 ottobre, negli Stati Uniti il 3 novembre. Questo rende la fine di ottobre una finestra pericolosa per le manovre del regime. Teheran potrebbe attaccare direttamente Israele o provocare una grave escalation attraverso uno dei suoi proxy terroristici. Teheran conterebbe sulla risposta israeliana che potrebbe innescare una crisi regionale più ampia e creare serie complicazioni politiche ed economiche per Trump e i repubblicani che combattono per mantenere la Camera e il Senato.

Quarantasei anni fa, un ayatollah iraniano sfruttò un’elezione americana e contribuì a indebolire un presidente (Jimmy Carter) in carica con la presa degli ostaggi all’ambasciata.

L’ex consigliere di Putin: «La guerra Europa-Russia? Se va avanti così, è inevitabile»

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 30 Agosto 2026

Parla Sergey Markov, super falco ed ex primo consigliere Esteri di Putin: «Costretti a rispondere, perché di fatto già ci attaccate»

«Se va avanti di questo passo, una guerra tra noi e voi è assolutamente inevitabile». Allegria. Sempre un piacere conversare con Sergey Markov, falco di guerra che più falco non si può, ex primo consigliere Esteri di Vladimir Putin dal 2011 al 2019, pur sempre dotato di una cinica autonomia di pensiero e di movimento, che gli è valsa la scomunica con il timbro di agente straniero. Ma lui continua a insegnare geopolitica e a frequentare il sottomondo del Cremlino. A riprova del fatto che gli agenti stranieri non sono tutti uguali. «Stiamo camminando su un filo sottile», dice.

Dove porterà questa ostilità sempre più diffusa tra Russia ed Europa?
«L’altro giorno, in una paradossale intervista, alla domanda sul perché la Russia viene sempre ingannata, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha risposto così: “Noi siamo sempre fiduciosi che i farabutti non possono essere del tutto farabutti”. Quando invece si deciderà che dall’altra parte sono tutti completamente mascalzoni, allora a mio parere non ci si fermerà più».

Sono solo parole o saranno anche fatti?
«L’Europa pensa di muoversi seguendo la strategia cinese dei mille passi: non oltrepassare una sola linea rossa per la Russia, ma spezzettare le linee rosse russe in tanti fili per poi tagliarli piano piano. In altre parole, si dice cuocere la rana a fuoco lento. Una strategia fruttuosa fatta di accuse ingiustificate e di provocazioni, basata sul fatto che la Russia non risponderà in maniera concreta. Ma se l’Europa continua a seguire l’odierna strada di escalation, temo che una qualche forma di guerra sia ineluttabile».

Putin avrà il coraggio di attaccare uno Stato membro della Nato?
«Sarà costretto a rispondere, perché di fatto l’Europa sta già attaccando la Russia. L’Occidente ha già preso di mira alcune navi russe che trasportavano materie prime e l’Unione europea ha ormai deliberato che è possibile sequestrare il petrolio russo. La Russia risponderà, e Putin ha detto che anche noi colpiremo navi avversarie in qualunque punto degli oceani. Lo scenario più realistico è quello del blocco da parte nostra degli stretti nel mar Baltico. Ce n’è un altro, più improbabile ma non impossibile: la Russia potrebbe colpire, sia nel territorio ucraino che altrove, le fabbriche che produrranno droni con i quali saranno uccisi centinaia di migliaia di russi. Come sa, questa possibilità è già stata prospettata nei confronti della Gran Bretagna».

Come valuta la nomina dell’ex ministro della Difesa ucraino Fedorov a consulente del ministero italiano?
«Dal punto di vista italiano è una decisione ragionevole perché senza dubbio Fedorov è un super professionista, qualificato nell’organizzazione di guerra dei droni. Per Crosetto è un buon acquisto. Non è nei nostri interessi, ma negare che si tratti di una soluzione razionale è impossibile».

Come vivono questa ostilità tra Europa e Russia la gente comune, gli intellettuali e l’élite economica russa?
«La gente comune, ovvero la maggioranza dei russi, la percepisce come una cosa normale. L’idea generale è che i tempi in cui facevamo amicizia con l’Europa sono stati una deviazione, perché l’Europa è un nemico che ha sempre in serbo i piani per distruggere la Russia. Gli intellettuali sono profondamente frustrati poiché vedono in Europa un certo modello di vita, e sperano che un giorno i buoni rapporti torneranno. Anche l’imprenditoria, gli oligarchi insomma, sono frustrati, ma a differenza degli intellettuali pensano che le relazioni di una volta non torneranno più. Non in questa vita, almeno. Per tutti, non esiste una spiegazione razionale al comportamento dell’Europa. Ho fatto questa domanda anche a Lavrov, il quale mi ha detto che non trova alcuna risposta».

Reggerà il sistema Russia alla guerra di logoramento in Ucraina?
«Assolutamente sì. Se la situazione si deteriora, si stringeranno un po’ le viti. Si intensificheranno ancora di più le tendenze autoritarie, in politica come in economia. Pochi giorni fa, il presidente ha firmato un decreto che conferisce allo Stato il diritto non di nazionalizzare ma di instaurare una gestione provvisoria delle aziende che non si proteggono a dovere da droni e missili. È appunto uno degli elementi di cui sopra. Quanto alle code davanti ai distributori di benzina, la popolazione non protesta, e accusa di questi disagi l’Europa. Quel che voi non riuscite ad accettare è che la stragrande maggioranza della gente, pur non essendone estasiata, non reputa le autorità russe i principali colpevoli dell’attuale situazione».

Che cosa ha significato la visita a Mosca del direttore della Cia?
«A mio parere, Donald Trump non si occuperà in tempi brevi della questione ucraina. C’era per lui il pericolo di lasciarsi coinvolgere in una guerra nucleare con la Russia e ha risolto il problema tramite una de-escalation. Inoltre, ha evitato di sostenere troppe spese del bilancio americano per la guerra ucraina. Quindi la visita del capo della Cia non riguardava, secondo me, l’Ucraina. Trump ormai non si occupa di problemi altrui, ne ha abbastanza di propri».

Cosa si aspetta Putin da queste elezioni?
«Lo slogan informale è: tutti devono rimanere ai loro posti. I problemi in Russia sono molti e l’intesa con i partiti più o meno di opposizione consiste in questa tesi: voi non dovete approfittare del momento per criticarci sulle cose sensibili, come ad esempio il disastro della benzina, e noi vi garantiamo la vostra piccola fetta di potere».

Papa Leone XIV: “Non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio”

L'Angelus di Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTNL’Angelus di Papa Leone XIV | | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Castel Gandolfo , domenica, 30. agosto, 2026 12:19 (ACI Stampa).

La reazione di Pietro alle parole di Gesù che svela ai discepoli il Mistero della sua Pasqua imminente “è un moto di zelo, certamente animato da amore sincero, e nondimeno ci fa riflettere. Anche per noi non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre. Allora la tentazione è di pensare, contro ogni logica di fede, che sia il Signore a sbagliare, o peggio ancora a non ascoltarci o a non interessarsi di noi”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV introducendo l’Angelus all’esterno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.

“Di fronte a questa incertezza Pietro, pur nella sua impulsività, ci insegna due cose importanti. La prima – ha spiegato il Papa – è di non interrompere mai, nemmeno in questi momenti, il dialogo con il Signore, anzi di manifestargli con fiducia anche la nostra difficoltà a comprendere ciò che ci chiede. La seconda, però, è di non giudicare mai l’operare di Dio, ma piuttosto di metterci in ascolto, con umiltà, nella preghiera, di ciò che ci sta rivelando attraverso il suo agire, anche quando non corrisponde alle nostre attese. E la grandezza del Primo degli Apostoli si manifesta anche in questo”.

“Chiediamo al Signore – ha concluso il Papa – di avere anche noi, nella nostra vita di fede e nella nostra preghiera, la stessa sincerità di Pietro, nel dirgli umilmente ciò che davvero sentiamo, anche quando il cuore è confuso, e al tempo stesso di saper coltivare la sua stessa docilità, nell’accettare ciò che ci chiede al di là delle nostre attese”.

Dopo l’Angelus Leone XIV ha parlato della grave situazione ad Haiti. “Giungono notizie drammatiche del grave massacro perpetrato a Kenscoff nel quale hanno perso la vita numerose persone, mentre altre sono sequestrate. Esprimo la mia vicinanza orante alle vittime e ai loro familiari.  Chiedo che vengano rilasciati senza indugio tutti gli ostaggi. Rivolgo a un accorato appello a tutti i responsabili affinché si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza”.

Il Papa ha poi pregato per il Nepal. “Preghiamo per chi ha perso la vita, per i feriti, i dispersi e per le famiglie e per i soccorritori: possa la sollecitudine di tutti contribuire a alleviare le sofferenze e recare gli aiuti necessari alla popolazione. Continuiamo a pregare per la pace. Sant’Agostino, la cui memoria abbiamo celebrato in questi giorni, diceva che la pace è simile al pane del miracolo che cresceva nelle mani dei discepoli, mentre lo spezzavano e lo distribuivano. Possano aumentare nel mondo quanti con coraggio spezzano e distribuiscono il pane della pace, superando le divisioni promuovendo la giustizia e praticando il perdono per il bene di tutti.

Infine il Papa ha ricordato la ricorrenza del Tempo del Creato, invitando “tutti a unirsi nella preghiera e nell’azione, affinché possiamo diventare canali d’Acqua viva della pace di Dio, portando ristoro al nostro mondo ferito”.

Martirio di san Giovanni Battista

La «lampada che arde e risplende», come Gesù chiamò Giovanni Battista, offrì la sua vita per mettere gli uomini in guardia fino alla fine sulla realtà del peccato e testimoniare la Verità che si era fatta carne.

Santo del giorno 29_08_2026 – Emes Dovico – La Nuova Bussola

San Giovanni Battista preannunciò con l’esempio del suo martirio le terribili sofferenze di Gesù, suggellando così la sua missione di Precursore. La data del 29 agosto si può rintracciare nella dedicazione di una piccola basilica (risalente all’inizio del V secolo) in onore del Battista, edificata sul luogo del suo sepolcro, a Sebaste, in Samaria. La stessa data compare inoltre nei sacramentari romani in cui la festa liturgica del suo giorno di nascita al Cielo (che si aggiunge alla celebrazione della sua Natività al 24 giugno) era chiamata Passio o Decollatio; il Martirologio Romano riferiva che in tale giorno era avvenuto il secondo ritrovamento della testa di san Giovanni Battista, che papa Innocenzo II (1130-1143) fece poi traslare nella chiesa di San Silvestro in Capite, a Roma.

Dai Vangeli e dalla tradizione sappiamo che Giovanni Battista era stato arrestato e messo in catene per ordine di Erode Antipa, figlio di Erode il Grande (responsabile della strage dei Santi Innocenti), a causa della concubina Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Il santo, infatti, aveva detto chiaramente al tetrarca: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello» (cfr. Mc 6, 17-29). Mentre la peccaminosa convivenza e l’adulterio continuavano, arrivò il giorno del compleanno di Erode, che rimase ammaliato al vedere danzare la figlia di Erodiade, Salomè, tanto da giurarle davanti a tutti i commensali: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». E Salomè, consultatasi con la madre, chiese che le venisse subito portata su un vassoio la testa di Giovanni Battista.

Finì così la vita terrena dell’ultimo e più grande dei profeti, decapitato da una guardia di Erode. Appena saputa la notizia, i discepoli di Giovanni «andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù» (Mt 14, 12). Grazie alle Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe (Gerusalemme, 37 – Roma, 100) si sa che la prigionia e il martirio del Battista avvennero nella fortezza di Macheronte, sulla riva orientale del Mar Morto.

La «lampada che arde e risplende», come Gesù chiamò Giovanni Battista, offrì quindi la sua vita per mettere gli uomini in guardia fino alla fine sulla realtà del peccato e testimoniare la Verità che si era fatta carne. Disse san Beda il Venerabile: «San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per Lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo. Cristo ha detto: Io sono la Verità (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a Colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto. […] Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne».

Sant’Agostino

Tra i grandi convertiti al cristianesimo, spiegò che fede e ragione sono «le due forze che ci portano a conoscere» e sintetizzò il suo pensiero in due celebri formule: «Credi per comprendere» (Crede ut intelligas); «comprendi per credere» (Intellige ut credas).

Santo del giorno 28_08_2026 – Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Uno dei più grandi geni nella storia del pensiero, lo scrittore ecclesiastico più citato nel Catechismo, l’uomo di fede capace di attrarre a Cristo una quantità innumerevole di persone, tra i primi quattro dottori della Chiesa, sarebbe stato come un mucchio di talenti gettati al vento se non avesse accettato di accogliere la Grazia di Dio. Questa si manifestò attraverso un concorso di santi, a partire dalla madre, santa Monica (331-387), che offrì continue preghiere per la conversione del figlio, i cui semi erano stati da lei piantati con l’educazione. Scriverà sant’Agostino (354-430) nelle Confessioni: «Fin dalla mia più tenera infanzia, io avevo succhiato col latte di mia madre il nome del mio Salvatore, Tuo Figlio; lo conservai nei recessi del mio cuore; e tutti coloro che si sono presentati a me senza quel Nome Divino, sebbene potesse essere elegante, ben scritto, e anche pieno di verità, non mi portarono via».

Agostino passò la sua giovinezza spostandosi più volte, per studio e lavoro, tra la nativa Tagaste (in Algeria) e Cartagine (in Tunisia). Fu proprio durante gli studi di retorica a Cartagine che conobbe la donna dalla quale gli nacque, quando era appena un diciottenne, il figlio Adeodato e che fu sua concubina per circa 15 anni. In quel periodo le passioni della carne, l’ebbrezza per il successo letterario, la voglia di primeggiare ebbero il sopravvento. La sua inquieta ricerca della verità lo fece inizialmente approdare al manicheismo, una religione dualista che vedeva erroneamente pure nel Male – e non solo nel Bene – un principio divino originario: arrivava perciò a negare la libertà dell’uomo; e i suoi seguaci, che si vantavano di perfezione in pubblico, finivano per abbandonarsi a ogni genere di peccato.

Fu a lungo uno dei maggiori esponenti manichei, pur senza mai ricevere l’iniziazione. Allo stesso tempo veniva attraversato da pensieri quasi opposti sulle Sacre Scritture: da un lato trovava assurdi alcuni passaggi e definiva la fede della madre «una superstizione puerile», dall’altro riteneva debolissime le argomentazioni dei manichei contro la Chiesa. Proprio lui, in seguito, riassumerà la verità della Bibbia con nove parole latine: Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet («Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo»). Il suo disincanto verso il manicheismo raggiunse il culmine nel 383 quando ne poté incontrare il leader, che alle sue domande profonde rispondeva con vuota retorica. Non si staccò però subito da loro e nello stesso anno si recò a Roma per insegnare. Ebbe poi una cattedra a Milano grazie al favore di Quinto Aurelio Simmaco, un pagano che confidava nell’arte oratoria di Agostino per contrastare la fama del vescovo Ambrogio (340-397). Ottenne l’effetto contrario. La sapienza biblica di Ambrogio e la sua affabile umiltà fecero via via allontanare Agostino dall’errore.

Iniziò gradualmente a capire che la verità da lui tanto cercata non era un oggetto da dominare ma una Persona divina da accettare, che si era incarnata tra gli uomini nella pienezza dei tempi e di Sé aveva detto: «Io sono la Via, la Verità, la Vita». Gesù Cristo. Passò ancora tre anni altalenanti, per l’incapacità di liberarsi dalle passioni, ma la sua ricerca continuò a essere sostenuta dall’arrivo a Milano della madre (385) e dal vecchio saggio san Simpliciano. Nel 386, all’apice del suo combattimento spirituale, sentì infine canterellare, dalla voce di un bambino o una bambina, un ritornello inaudito: «Prendi, leggi» (Confessioni VIII, 12). Capì che era un richiamo divino. Aprì a caso un libro con le lettere di san Paolo e i suoi occhi caddero su un brano (Rm 13, 13-14) che esorta a non seguire i desideri della carne e a rivestirsi invece di Gesù Cristo. Fu la scintilla definitiva per la conversione, cui seguì il ritiro, spiritualmente ricchissimo, a Cassiciaco.

Il 25 aprile 387, durante la Veglia pasquale, Agostino ricevette il Battesimo dalle mani di Ambrogio. Quattro mesi più tardi arrivò la morte terrena a Ostia di santa Monica, cioè di colei «che mi ha partorito nel suo corpo alla luce temporale e nel suo cuore alla luce eterna». Seguì il ritorno in Africa, la vita comune con amici dediti alla preghiera e alla penitenza, l’ordinazione sacerdotale a furor di popolo, la fondazione di un monastero che divenne una fucina di vocazioni per la Chiesa africana, l’affiancamento all’anziano Valerio e poi la sua successione a vescovo di Ippona (395-430).

Confutò mirabilmente le eresie del donatismo, del pelagianesimo e dell’arianesimo, oltre al manicheismo. Affrontò il rapporto tra libertà e Grazia e trattò la questione del male, che non è un principio originario bensì «assenza», privazione del Sommo Bene (Dio), dovuta alla ribellione di Satana e poi alla disobbedienza dell’uomo. Spiegò che fede e ragione sono «le due forze che ci portano a conoscere» e sintetizzò il suo pensiero in due celebri formule: «Credi per comprendere» (Crede ut intelligas), perché l’atto di fede illumina la strada dell’uomo alla ricerca della verità; e insieme «comprendi per credere» (Intellige ut credas), poiché la retta ragione aiuta a scorgere il principio e raggiungere il fine ultimo, coincidenti in Dio.

Mentre i Vandali iniziavano l’assedio di Ippona, Agostino entrava nel regno di Colui che aveva descritto così: «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io stavo fuori, e lì ti cercavo gettandomi, deforme, sulle belle forme delle creature fatte da Te. Tu eri con me, ma io non ero con Te; mi tenevano lontano le creature che, se non esistessero in Te, non avrebbero esistenza. Tu mi hai chiamato, hai gridato, hai vinto la mia sordità. Tu hai balenato, hai sfolgorato, hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso il tuo profumo, io l’ho respirato e ora ho fame e sete di Te

Perché si parla di «escalation» tra Russia e Ucraina? I missili su Kiev, la Cia, il negoziato fermo: ecco cosa sta succedendo

di Marta Serafini – Corriere della  Sera – 27 – 8 – 26

Le indiscrezioni su nuovi attacchi russi più pesanti contro Kiev, la missione del capo della Cia per scongiurare un allargamento del conflitto alla Nato, le rassicurazioni di Peskov e l’iniziativa diplomatica del Vaticano: tutti i segnali che spiegano perché la guerra sia entrata in una fase di nuova tensione.

Torna a salire la tensione attorno alla guerra in Ucraina e, nelle ultime ore, la parola che circola con più insistenza è una: escalation. A riaccendere l’allarme sono state le indiscrezioni rilanciate da Bloomberg, secondo cui il Cremlino starebbe valutando di intensificare gli attacchi con missili balistici convenzionali contro Kiev, incluso il centro della capitale, e contro altre infrastrutture ucraine.

Il punto, però, non è soltanto militare. A rendere più credibile il timore di una nuova escalation è il fatto che questi segnali arrivano mentre il quadro negoziale appare fermo e mentre cresce, in parallelo, la preoccupazione occidentale che il conflitto possa allargarsi oltre i confini ucraini.

Secondo le fonti vicine al Cremlino citate da Bloomberg, Mosca considera ormai falliti i tentativi di negoziato e starebbe ragionando su una nuova fase di pressione militare. Nel mirino ci sarebbero attacchi più pesanti su Kiev e su infrastrutture in altre città ucraine. Le stesse fonti sostengono che la fase attuale della guerra non rappresenti ancora il livello massimo dello scontro.

È questo passaggio che suscita maggiori timori: non solo per la possibile intensificazione dei raid, ma perché nella ricostruzione attribuita a fonti russe si affaccia l’idea che il Cremlino veda sempre meno alternative all’inasprimento militare per raggiungere i propri obiettivi e non esclude l’utilizzo di armi nucleari tattiche.

A questo quadro si contrappone, almeno sul piano pubblico, la posizione ufficiale russa. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha minimizzato i timori, sostenendo che Mosca non è interessata a un’escalation e respingendo l’idea che la recente missione del capo della Cia John Ratcliffe a Mosca fosse legata al rischio di un allargamento del conflitto contro la Nato.

È un doppio binario ormai noto: da una parte il Cremlino continua a negare di voler alzare ulteriormente il livello dello scontro, dall’altra si moltiplicano indiscrezioni, dichiarazioni e segnali militari che vengono letti in senso opposto.

Secondo diverse ricostruzioni rilanciate dalla stampa americana, il viaggio di Ratcliffe avrebbe avuto un obiettivo molto preciso: avvertire la Russia a non compiere passi che possano colpire il territorio NATO o provocare una pericolosa estensione del conflitto. Il dato politico, al di là dei dettagli non ufficiali, è già di per sé significativo: se Washington decide di inviare il capo della Cia a Mosca in questa fase, significa che il rischio di uno scivolamento ulteriore della crisi viene considerato serio.

Va letta in questo senso anche la missione vaticana a Mosca dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, che ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Il messaggio della Santa Sede è netto: la guerra deve finire.

Il contesto è quello di una trattativa sostanzialmente bloccata. Le fonti citate da Bloomberg descrivono i colloqui come tornati al punto di partenza, senza progressi concreti verso un accordo. Una lettura ripresa anche da altre analisi, secondo cui l’assenza di sbocchi diplomatici starebbe spingendo il Cremlino a considerare l’opzione militare come leva principale.

In questo quadro, le speranze riposte in una nuova iniziativa americana appaiono ridotte. Mosca attende eventuali nuove proposte da Jared Kushner e Steve Witkoff, ma nel Cremlino le aspettative di una svolta sarebbero molto basse.

Sul clima pesa anche il tema di una possibile nuova mobilitazione russa. Fonti di intelligence ucraina sostengono di aver rilevato segnali di preparativi per una chiamata molto ampia, fino a 500 mila uomini, dopo le elezioni della Duma di settembre. E se ancora tutta vedere cosa farà il Cremlino, il solo riemergere di questo scenario rafforza l’idea di una guerra che Mosca si preparerebbe a combattere ancora a lungo, e con maggiore intensità.

La ragione per cui in queste ore si parla tanto di escalation sta quindi nella convergenza di più fattori: le indiscrezioni su nuovi attacchi russi più pesanti su Kiev, la sostanziale paralisi diplomatica, il timore americano di un allargamento al fronte Nato e, sullo sfondo, la prospettiva che Putin si prepari a una guerra ancora più lunga. Non c’è al momento una prova definitiva di una svolta imminente. Ma il combinarsi di questi segnali basta a spiegare perché il conflitto venga percepito come entrato in una fase più instabile e potenzialmente più pericolosa di prima.

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