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1776: Stati Uniti, Europa e perdita delle radici

Storia | CR 1958

 8 Luglio 2026 ore 16:37

di Roberto de Mattei

La ricorrenza del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana, proclamata a Philadelphia il 4 luglio 1776, offre l’occasione per alcune riflessioni che vanno oltre la semplice commemorazione storica. Prendo le mosse da un’affermazione di Luigi Marco Bassani, uno dei più autorevoli studiosi degli Stati Uniti e, soprattutto, uno degli intellettuali più indipendenti dal politicamente corretto, sia di sinistra sia di destra (perché esiste anche un politicamente corretto di destra).

Nel suo recente volume Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo (Liberilibri, Macerata 2025), Bassani osserva: «Ogni grande civiltà si disgrega quando non crede più nei propri miti fondativi: quelli americani sopravvivono incredibilmente, anche se sembrano a volte cimeli di una piccola repubblica agraria, di due secoli e mezzo fa. I miti fondativi dell’Europa sono stati definitivamente rimossi» (p. 56).

L’immagine che oggi quasi tutti abbiamo degli Stati Uniti è quella di una superpotenza industriale, economica, politica e militare, determinata a esercitare la propria egemonia sul mondo. Si dimentica però che l’America, nata dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e consolidata dalla Costituzione del 1787, era una piccola repubblica essenzialmente agricola, guidata da un’élite, la cui principale ambizione era garantire l’indipendenza conquistata dalla Corona britannica.

Quando le tredici colonie proclamarono la loro indipendenza, i protagonisti della Rivoluzione americana non pensavano affatto di inaugurare una nuova epoca della storia universale. Erano proprietari terrieri, giuristi, commercianti e militari chiamati ad affrontare problemi estremamente concreti: sottrarsi al controllo del Parlamento britannico, conservare le libertà tradizionali delle colonie e costruire un ordinamento politico sufficientemente stabile da evitare sia la tirannide sia l’anarchia.

Nel corso dell’Ottocento, soprattutto durante e dopo la presidenza di Andrew Jackson (1829-1837), emerse però una nuova classe dirigente e mutò profondamente la concezione stessa del repubblicanesimo americano. Fu allora che prese forma l’idea della Manifest Destiny, la convinzione cioè che l’esperienza storica degli Stati Uniti possedesse un significato universale e che il popolo americano fosse chiamato a svolgere una missione provvidenziale.

È qui che occorre introdurre una distinzione fondamentale. Una cosa è la storia degli Stati Uniti; altra cosa è il mito dell’America. L’America storica appartiene alla vicenda politica di una determinata nazione. Il mito americano appartiene invece alla storia delle idee. Esso nasce quando l’esperienza concreta degli Stati Uniti cessa di essere interpretata come un caso particolare e viene elevata a paradigma del destino dell’intera civiltà occidentale. Da questo momento l’America non è più semplicemente uno Stato, ma diventa un simbolo.

Nel Novecento questo processo si accentua parallelamente all’ascesa degli Stati Uniti come grande potenza mondiale. L’America viene identificata con l’Occidente, con la democrazia liberale, con il capitalismo, con il progresso tecnico, con la modernità stessa. Ma proprio nello stesso momento nasce il mito opposto: quello antiamericano.

Anche l’antiamericanismo, infatti, confonde il simbolo con la realtà. Attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di tutti gli squilibri della modernità, trasformandoli nel capro espiatorio universale. Mito americano e mito antiamericano sembrano opposti, ma condividono il medesimo presupposto: entrambi identificano l’America con un principio universale della storia.

Bassani osserva che negli Stati Uniti non esiste un fenomeno paragonabile all’antieuropeismo, mentre in Europa l’antiamericanismo costituisce ormai una componente stabile della cultura contemporanea. Chi critica gli Stati Uniti, «non parla mai degli Stati Uniti reali, ma di un mito, di un fantasma, di un simbolo comodo» (p. 218). L’antiamericanismo europeo è un fenomeno psicologico prima ancora che politico. Il desiderio, spesso inconsapevole, è quello di vedere gli Stati Uniti «pagare» il prezzo del loro successo storico, quasi che il fallimento americano potesse compensare quello europeo.

Da qui il paradosso, che Bassani ben sintetizza: «Mentre l’America continua a interrogarsi sul proprio tramonto, l’Europa non ha più la forza nemmeno di immaginare il proprio futuro» (p. 208). L’antiamericanismo è la religione di chi non ha più fede nel futuro perché ha estirpato i fondamenti della propria storia, ovvero potremmo aggiunge, le nostre radici cristiane.  

Le dinamiche demografiche confermano questa diagnosi. Nel 2024, nell’Unione Europea si sono registrate circa 3,9 milioni di nascite a fronte di 5,2 milioni di decessi: un saldo naturale negativo di oltre 1,3 milioni di persone, il peggiore nella storia dell’Europa in tempo di pace. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, le nascite sono state circa 3,7 milioni e i decessi 3,1 milioni; la popolazione continua inoltre a crescere grazie anche all’immigrazione, mentre l’età mediana resta sensibilmente più bassa rispetto a quella europea.

Dietro questi numeri si nasconde una realtà culturale più profonda. L’Europa non mette al mondo più figli perché non crede più nel futuro. Una civiltà che smette di generare non perde soltanto abitanti: perde fiducia in sé stessa. Non si percepisce più come una storia destinata a continuare, ma come una vicenda ormai avviata al declino.

Secondo Bassani, l’Europa può oggi sopravvivere soltanto «avvinghiata come l’edera» a un’America che continua ancora a produrre energia, fiducia e capacità di immaginare il futuro (p. 25). Infatti, «l’America ha ereditato il ruolo storico che fu dell’Europa ottocentesca: essere la potenza che produce sia le merci sia le idee dominanti» (p. 46) e «finché continuerà a produrre idee e ricchezza, l’Occidente non sarà finito» (p. 56).

Come concludere? Anche se gli Stati Uniti stanno attraversando una grave crisi culturale e morale, è innegabile che il destino dell’Europa è strettamente intrecciato a quello americano. Augurarsi il crollo degli Stati Uniti significherebbe concorrere al suicidio dell’Europa. Gli Stati Uniti, almeno teoricamente, potrebbero sopravvivere senza l’Europa. L’Europa, invece, difficilmente potrebbe sopravvivere senza l’America.

Il rischio non sarebbe quello di una ritrovata autonomia strategica, bensì quello di una progressiva frammentazione geopolitica: forse un’Europa nord-orientale sempre più gravitante nell’orbita russo-asiatica e un’Europa sud-occidentale esposta a una crescente islamizzazione, fino a forme di subordinazione assimilabili alla dhimmitudine.

Non si tratta di uno scenario inevitabile, ma è una possibilità storica che non può essere liquidata come fantasia. Le civiltà non muoiono soltanto perché vengono sconfitte dall’esterno; spesso si dissolvono perché smettono di credere nelle ragioni della propria esistenza. È forse questa la lezione più profonda che il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana offre oggi all’Europa: non tanto celebrare l’America, quanto interrogarsi sulle ragioni della crisi dell’Occidente e sulla perdita delle sue radici. 

I miliardi per il riarmo, i nemici da cui difendersi, l’atomica: cosa ha scritto la Nato nel documento finale di Ankara

di Giulia Isola

Avvenire – 8 Luglio 2026

Nei 6 punti conclusivi, la Russia è definita come “minaccia a lungo termine”. All’Ucraina 70 miliardi nel 2026 e altrettanti nel 2027. «L’Iran non dovrà mai possedere un’arma nucleare»

«Stiamo costruendo il futuro: un’Europa più forte in una Nato più forte – un’Alleanza modernizzata. Gli Alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità per la difesa dell’Alleanza». È quanto si legge nella dichiarazione conclusiva del summit della Nato. «La deterrenza e la difesa della Nato si basano su un mix appropriato di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche.

Ci impegniamo a mantenere il nostro vantaggio in combattimento. Stiamo investendo nella nostra capacità di schierare, potenziare e sostenere le nostre forze armate e di raggiungere i nostri obiettivi in tutti i domini, compresi gli attacchi di precisione in profondità, la difesa aerea e missilistica integrata, i sistemi senza equipaggio, le tecnologie all’avanguardia e le capacità di intelligence. Stiamo sviluppando una rete transatlantica interoperabile per le operazioni belliche e adottando potenti modelli di intelligenza artificiale», si legge ancora.

I leader della Nato hanno confermato nella dichiarazione conclusiva del summit la definizione della Russia come “minaccia a lungo termine” per l’Alleanza. «Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica, e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno onorando l’impegno assunto all’Aia in materia di difesa», si legge nel punto due del testo. nello stesso punto si annunciano oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti per la difesa.

«Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione. Continueremo a lavorare per eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa tra gli Alleati e a sfruttare le partnership della Nato per massimizzare la profondità e la cooperazione industriale nel settore della difesa”

Confermato l’impegno di destinare 70 miliardi di dollari all’Ucraina nel 2026 e almeno altrettanti nel 2027. «L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli Alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Gli Alleati europei e il Canada finanziano attualmente la stragrande maggioranza dell’assistenza alla sicurezza fornita all’Ucraina attraverso mezzi bilaterali e multilaterali.

Gli Alleati sottolineano che tale sostegno deve essere equo, prevedibile e sostenibile a lungo termine», si legge nel punto quattro della dichiarazione dai sei punti. «Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027. A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il prestito di sostegno all’Ucraina».

«L’Alleanza continua a rispondere e ad adattarsi alla competizione strategica, all’instabilità diffusa, alle minacce ibride e agli shock ricorrenti che caratterizzano il nostro più’ ampio contesto di sicurezza. Gli Alleati ribadiscono che l’Iran non deve mai possedere un’arma nucleare e invitano l’Iran a rispettare pienamente  la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Sua Eminenza il Cardinal Gualtiero Bassetti, già Presidente della Cei, rivolge un saluto bellissimo a P.Livio e a tutta Radio Maria

Sua Eminenza il Cardinale Gualtiero Bassetti:

Dunque, non ho mai avuto la gioia di incontrare Padre Livio, ma me l’immaginavo, da come lo sentivo parlare, da come vibrava, con un altro profilo personale.

E invece, quando l’ho visto, sono rimasto ancora più colpito perché sì, finalmente ho conosciuto il vero Padre Livio e tutto quello che dice, si addice al pensiero e anche alle caratteristiche di questa persona.

Perché Padre Livio, mi pare che abbia questa caratteristica bellissima: è veramente se stesso ed è se stesso fino in fondo, in quello che dice e anche in quello che fa.

Quindi ringraziamo Padre Livio e ringraziamo tutta Radio Maria.

Diamo anche una benedizione: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Arrivederci.”

Grazie Eminenza per il suo prezioso incoraggiamento!

Sulla Nato il ciclone Donald. Mezza virata di Trump su Meloni: mi piace, ma con noi ha sbagliato

di Marco Iasevoli, inviato ad Ankara (Turchia)

Il presidente Usa sbarca ad Ankara per il vertice dell’Alleanza. Il nuovo affondo: deluso da Italia, Francia e Germania, volevo metterli alla prova… La premier non abbassa la guar

Avvenire – 7 luglio 2026

Probabilmente per Donald Trump è un gioco psicologico, che consiste nel non dare mai riferimenti ad alleati e avversari. Ieri il presidente Usa, nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan ad Ankara in vista del vertice Nato, è tornato sul suo rapporto con Giorgia Meloni: «Penso che sia una brava persona» ha esordito Trump rispondendo a un giornalista che gli domandava del post con il meme sulla premier e la necessità di un ordine restrittivo. «Il nostro rapporto è diventato un po’ cattivo, ha rifiutato di aiutarci – ha continuato -. Io non le ho messo pressione. Ha rifiutato di essere coinvolta sullo Stretto di Hormuz, ha rifiutato di essere coinvolta sull’Iran. Ha guastato il mio rapporto. Mi piace, è una brava persona, ma penso che abbia fatto un errore. Gli Stati Uniti hanno tanto petrolio, più di chiunque altro, non ci serve Hormuz. Noi lo facciamo perché pensiamo sia importante. Lei non c’è stata per noi e non ne sono stato felice».

Rispetto ai toni durissimi delle ultime sortite social è un parziale cambio di rotta. Che però non persuaderà la premier italiana ad abbassare la guardia, come aveva fatto ad Evian in occasione del G7. Giorni in cui si illuse che il rapporto si poteva ricucire, e che invece il presidente Usa ha utilizzato per attaccare ancora più duramente la presidente del Consiglio.

Parlando più in generale, Trump è tornato ad esprimere la sua “delusione” verso la Nato. «Sono venuto solo per l’amico Erdogan…», dice. La lingua batte dove il dente duole: «L’Italia ci ha rifiutato aiuto» nella guerra contro l’Iran, così come ”la Germania, la Francia e la Gran Bretagna”, insiste Trump. «Perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari e loro non ci sostengono? Noi ci siamo sempre stati per loro», si è chiesto Trump. «Non avevamo bisogno di alcun aiuto. E in un certo senso, stavo mettendo alla prova le persone, stavo verificando se sarebbero state dalla nostra parte», ma «non ero sicuro che sarebbero state dalla nostra parte». Giochi psicologici, appunto, con contesto una guerra, bombe, missili e aerei da combattimento

A poche ore dall’inizio ufficiale del vertice, Trump cala subito i temi più temuti: «Potremmo ritirare tutti i nostri soldati dall’Europa». E ancora: «La Groenlandia dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, è importante per gli Usa».

Il presidente Usa, a margine del bilaterale con Erdogan, si mostra fiducioso sulla volontà di un accordo tra Zelensky e Putin. Ma sulla guerra all’Ucraina muove un altro atto di accusa, e rivendica: il conflitto «non riguarda gli Stati Uniti. Quando c’era Biden, ha dato loro equipaggiamenti per centinaia di miliardi di dollari. Ora vendo queste attrezzature a un prezzo equo, a prezzo pieno, e le vendo non all’Ucraina, le vendo all’Unione europea. Loro ci pagano, ma per me non c’è altro da fare che salvare vite umane».

C’è spazio per un po’ di ideologia Maga applicata al Vecchio Continente: «Come avrete probabilmente notato, l’Europa è un posto molto diverso da com’era vent’anni fa, molto diverso, e farebbero bene a stare attenti all’immigrazione e all’energia. Se non stanno attenti a questi due aspetti, non avremo più un’Europa».

Al suo fianco Erdogan lo lascia sfogare, però poi quando tocca a lui parlare, va al cuore degli interessi turchi: entrare nel programma F-35. «Stiamo aspettando che questa promessa venga onorata. Il presidente Trump è stato di parola con noi ogni volta. Speriamo che il summit tra i leader porterà risultati» anche sulla fornitura di motori da parte degli Stati Uniti per i jet turchi di quinta generazione Kaan, ha aggiunto il leader turco. «Credo che (Trump) condividerà con noi una buona notizia su questo», ha detto il leader turco. Un modo diverso, più diretto rispetto ai leader europei, di approcciarsi al capo dell’amministrazione Usa.

Il Papa in vacanza a Castel Gandolfo: torna a risiedere nel Palazzo Apostolico

di Giacomo Gambassi, Roma

Leone XIV si è trasferito sui Castelli Romani dove resterà tre settimane. «Saranno giornate di riposo, preghiera, letture e sport». Alloggerà nel complesso trasformato in un museo da papa Francesco. Sospese le udienze. Il monito in piazza San Pietro: quando l’uomo è pieno di sé, la sapienza diventa arroganza

Il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo torna a ospitare il Papa. Il complesso, che papa Francesco aveva aperto al pubblico nel 2016 trasformandolo in un museo, sarà di nuovo la residenza “di vacanza” del Pontefice. Da questa domenica pomeriggio Leone XIV si trasferisce nella cittadina del Castelli Romani, a meno di trenta chilometri dalla Città del Vaticano, che lega il suo nome al buen retiro dei Papi. E abiterà nel Palazzo che per l’intero mese di luglio resterà chiuso ai visitatori per riprendere ad accogliere il suo più illustre ospite. Non accadeva da undici anni, ossia da quando nel 2015 Benedetto XVI, da emerito, aveva trascorso qui una parte dell’estate. 

Un ritorno al glorioso passato: infatti nel primo anno di pontificato Leone XIV ha avuto come “casa” a Castel Gandolfo Villa Barberini, dimora a poche centinaia di metri dal Palazzo Apostolico (ma sempre all’interno della tenuta delle Ville Pontificie) dove il Papa si è recato quasi ogni settimana, solitamente dal lunedì sera al martedì sera, per la sua giornata “fuori porta” e dove aveva trascorso le sue vacanze la scorsa estate: senza voler intaccare il flusso dei turisti a Palazzo che il Pontefice aveva scelto di lasciare a disposizione della gente e che comunque non era pronto a riospitare il Papa dopo le trasformazioni per farne un polo espositivo.

Adesso la novità per il «periodo di riposo» di Leone XIV, come lo definisce il comunicato della Prefettura della Casa pontificia che rende nota la villeggiatura estiva dal 5 al 27 luglio nella località dei Colli Albani. Nel pomeriggio di domenica il drappo con lo stemma del Pontefice, comparso sul balcone del Palazzo Apostolico, ha annunciato l’arrivo del Papa. Dal piccolo terrazzo il Pontefice ha voluto rivolgere alcune parole alla popolazione locale che lo attendeva: «Sono molto contento di essere qui fra voi, di poter passare le prossime settimane con un po’ di riposo, un po’ di preghiera, un po’ di lettura e speriamo un po’ di sport qui a Castel Gandolfo!

È sempre un momento importante l’incontro e allora sono contento che siate tutti qui, grazie per l’accoglienza, grazie per essere fratelli e sorelle».

Papa Leone XIV, appena arrivato a Castel Gandolfo, saluta la popolazione dal Palazzo Apostolico dove risiederà per il periodo di riposo estivo.

Durante le tre settimane di vacanza sono sospese tutte le udienze generali, private e speciali. Le udienze generali riprenderanno mercoledì 5 agosto, mentre nelle domeniche di luglio l’Angelus sarà recitato dal Papa in piazza della Libertà, cuore di Castel Gandolfo, su cui si affacciano sia il Palazzo Apostolico, sia la chiesa parrocchiale, sia il municipio. 

Nel 2025 Leone XIV aveva passato a Villa Barberini sedici giorni di riposo, dal 6 al 22 luglio, durante i quali non erano mancati alcuni impegni pubblici, come le celebrazioni nel “Borgo Laudato si’” per la prima Messa sulla custodia della creazione, poi le Messe nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova e nella Cattedrale di Albano. Il periodo era stato caratterizzato anche da alcuni incontri, come quello con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

SANTA MARIA GORETTI

«La piccola e dolce martire della purezza» (Pio XII) preferì la morte terrena anziché peccare con colui che divenne il suo carnefice. Il quale, poi, grazie al perdono e all’intercessione della santa, si convertì.

Santo del giorno 06_07_2026 

È come un’antologia di virtù, ricca di insegnamenti oggi dimenticati dal mondo e perfino derisi, la vita eroica di santa Maria Goretti (1890-1902). «La piccola e dolce martire della purezza» (così la chiamò Pio XII nel canonizzarla) preferì la morte terrena anziché peccare con colui che divenne il suo carnefice.

Seconda dei sei figli di Assunta Carlini e Luigi, due umili braccianti, era nata il 16 ottobre nel piccolo comune marchigiano di Corinaldo, ricevendo il Battesimo a 24 ore dalla nascita. I suoi genitori avevano una grande fede e, come dirà la madre, si curarono di dare ai figli un’educazione «perché crescessero buoni cristiani». Marietta, com’era chiamata, ricevette la Cresima a meno di sei anni. Nell’ottobre 1897 si trasferì con la famiglia a Paliano, nel Lazio, dove i genitori, accettando la proposta del proprietario terriero e senatore Giacinto Scelsi, lavorarono come mezzadri al fianco di Giovanni Serenelli e del giovane figlio Alessandro, orfano della madre.

Nel 1899 lei e i familiari furono costretti a trasferirsi di nuovo e, insieme ai Serenelli, si accasarono nella cascina di un conte, nel mezzo delle Paludi Pontine, ancora non bonificate. Da quelle parti la malaria era micidiale e appena un anno dopo si portò via il padre della santa, segnando un vero dramma familiare per i Goretti. Mamma Assunta, rimasta sola ad allevare i sei figli, dovette sostituire il marito nel lavoro dei campi, mentre Marietta si dedicò alle faccende di casa. Fu proprio lei, pur affranta dal dolore, a fortificare la madre con la sua fiducia nella Provvidenza: «Mamma, non ti preoccupare, Dio non ci abbandonerà». Dio lo cercava e lo trovava nel quotidiano. Si alzava di buon mattino prima degli altri, diceva le orazioni, sistemava il pollaio, preparava la colazione, svegliava i fratellini, li aiutava a prepararsi per la giornata e li faceva pregare.

Nutriva un amore filiale per la Madonna. Alla sera si inginocchiava insieme ai fratellini per recitare il Rosario, «che le era indispensabile come l’aria che respirava», come testimonierà la mamma, alla quale i vicini dicevano spesso: «Che angelo di figlia avete!». Marietta non sapeva leggere ma aveva un grande desiderio di imparare «la dottrina» per poter fare in anticipo la Prima Comunione, che allora si riceveva abitualmente solo dopo il 12° anno di età. Moltiplicò i sacrifici per andare al catechismo, che poi insegnava con entusiasmo in famiglia. Il 16 giugno 1901 ricevette per la prima volta Gesù Eucaristico. Fu allora che maturò il proposito di morire piuttosto che commettere peccati, un fatto comune ad altri giovanissimi santi, come per esempio Domenico Savio. La Messa domenicale era per lei la gioia più grande e nulla le impediva di partecipare, né gli 11 chilometri di distanza, percorsi a piedi, né le intemperie.

Approfittando della mancanza del padre, i Serenelli rivelarono il loro lato peggiore. L’anziano Giovanni insidiò, invano, Assunta («osò farmi delle proposte infami») e lasciò spesso affamati i Goretti. Il figlio Alessandro tentò più volte Marietta, che respinse sempre i suoi approcci, desiderando rimanere casta. Il 5 luglio 1902 Alessandro, allora ventenne, trascinò con forza la piccola dentro la cucina, ma si sentì dire: «No, no, Dio non vuole, se fai questo vai all’Inferno!». Accecato dall’ira, la colpì ripetutamente con un punteruolo, infliggendole 14 ferite. Durante i disperati tentativi di cura all’ospedale, Marietta invocò di continuo la Vergine. Rimase lucida e serena, nonostante i dolori atroci. Il 6 luglio le fu messa al collo una medaglia, che sanciva la sua iscrizione alle Figlie di Maria. E i presenti videro il suo volto illuminarsi. Il sacerdote le chiese infine se perdonasse Serenelli: «Sì, per amore di Gesù lo perdono, e voglio che venga con me in Paradiso». Alle 15:43 di quello stesso giorno, quando aveva 11 anni e 8 mesi, la vergine e martire Maria Goretti fece il suo ingresso nella gloria eterna.

Le grazie della sua santità si manifestarono presto. Serenelli passò 27 anni in carcere, ma già nel 1906 vide in sogno la santa nell’atto di offrirgli dei gigli. Dopo essere uscito di prigione chiese perdono in ginocchio ad Assunta. Lavorò come ortolano dai Cappuccini e il 24 giugno 1950 fu presente alla canonizzazione di Maria: la folla di fedeli fu tale che per la prima volta la funzione religiosa si svolse in Piazza San Pietro. Assunta, ormai anziana, assistette all’evento da una finestra del Palazzo Apostolico, diventando la prima mamma della storia a sentire proclamata la santità della figlia.

La Provvidenza ha posto Maria Goretti come lampada per far risplendere la luce di Cristo, prima che le virtù cristiane da lei fedelmente incarnate – dalla castità all’obbedienza ai genitori, dal sacrificio allo sguardo ai beni celesti – fossero sottoposte al disprezzo dei movimenti femministi e sessantottini, noncuranti dell’eternità. Virtù a cui invece guardò con gratitudine Serenelli.

L’omicida convertito così scrisse nel suo testamento spirituale: «Sono vecchio di quasi 80 anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia prima giovinezza infilai una strada falsa: la via del male che mi condusse alla rovina. Vedevo attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani segue quella via, senza darsi pensiero: ed io pure non me ne preoccupai […]. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. […] Maria fu veramente la mia luce, la mia Protettrice; col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. […] Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene, sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione coi suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, la unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita. Pace e bene!».

Papa Leone XIV: “Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza”

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, domenica 5 luglio 2026, 12:05 (ACI Stampa).

Assolato e caldissimo Angelus di papa Leone XIV, oggi. Si affaccia dal suo studio privato del palazzo apostolico e per la sua meditazione prima della preghiera mariana parte dal Vangelo, papa Leone XIV, quello della liturgia odierna: «Signore del cielo e della terra», così il Vangelo di Matteo. E aggiunge: “Il Figlio di Dio, fatto uomo, manifesta il suo amore coinvolgendo ogni creatura in questo rendimento di grazie. La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi «ai piccoli», mentre resta nascosto «ai sapienti e ai dotti»”.

Parla degli arroganti, papa Leone XIV:   “Costoro, infatti, sono talmente pieni delle proprie idee che non riconoscono la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. L’umana sapienza diventa allora arroganza e la dottrina degrada in superbia. La vera sapienza di Dio si rivela invece nell’umiltà della carne e il suo insegnamento si rivolge a quanti fanno più fatica: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi»”. 

Ma cosa vuol dire andare da Gesù? Papa Leone XIV ha la sua risposta: “Significa corrispondere al suo amore e condividere la sua vita fino alla croce”. E allora si domanda il pontefice: come può essere “leggero” e “dolce” il peso della croce? Diventa più lieve “perché il Signore lo porta per primo e con tutti noi, senza mai lasciarci soli in ciò che ci abbatte”. Ed è per questo che “alla sequela di Cristo, il nostro cammino non è dunque un’ascesi che mortifica: è una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più oscuri”. 

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E concludono: “Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera sapienza, cioè la via che vogliamo percorrere insieme, uniti come discepoli nel suo nome. Gesù ce la insegna da Figlio, diventando nostro fratello: con la dello Spirito Santo, egli stesso manifesta alla Chiesa la verità di Dio e dell’uomo, perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo»”. 

E dopo la preghiera mariana, alcune parole: oltre ai saluti ad alcuni gruppi presenti nella piazza, il ricordo della recente betificazione del 2 luglio scorso presso il santuario di Tac Say, nella provincia di Cà Mau, di Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu Diêp sacerdote diocesano e martire. E poi il pensiero al Venezuela: il papa esprime la sua vicinanza alle famiglie delle vittime e assicura la sua preghiera. 

Dove nascono i robot «affettuosi»: boom di richieste per gli umanoidi cinesi

di Federico Fubini – Corriere della Sera

UbTech lancia gli automi da compagnia: 13mila richieste in 48 ore. I prezzi partono da 17.600 dollari e arrivano fino a 8 volte tanto

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Robot umanoidi

Camminano, parlano, imparano a conoscerti sempre meglio, perché funzionano come un agente di intelligenza artificiale. Poi iniziano a dire sempre più spesso ciò che tu hai bisogno di sentirti dire. E sono belli, eleganti, morbidi – cioè, in silicone -; soprattutto sono mansueti. Sempre lì a casa che ti aspettano, anche dopo turni massacranti al lavoro. Assicurano «compagnia emotiva» a partire da 17.600 dollari ma anche per nove volte di più.

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Generazione di umanoidi

Ubtech Robotics di Shenzhen è uno dei grandi gruppi cinesi per la produzione di umanoidi e fino a ieri le sue creature si occupavano d’altro. Lavoravano nei magazzini, assicuravano controlli di qualità in catena di montaggio, selezionavano prodotti sulla base di un codice a barre. Al limite si cambiavano da soli la batteria esaurita, sfilandosi dalla schiena quella vecchia e infilandosi quella nuova dopo averla estratta da uno scaffale.
Adesso però si allargano a un altro settore in crescita: gestiscono la solitudine di massa. 

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Questa settimana Ubtech, che è quotata alla borsa di Hong Kong e vale l’equivalente di 6,1 miliardi di euro, ha presentato la sua ultima generazione di umanoidi. È la famiglia degli “U1” e mirano al mercato dei consumatori, non delle imprese. Non sono i primi. Gli umanoidi di gruppi cinesi come Ubtech, Unitree, Agibot o altri puntano già ad assicurare alcune funzioni nelle case o negli hotel: forniscono farmaci alle ore e nelle quantità prescritte dal medico o assicurano servizi di portineria, per esempio.

La Cina lancia i robot umanoidi più realistici di sempre: “Riconoscono le emozioni e fanno compagnia”

Declino demografico

Lo U1 invece fa compagnia. E il suo mercato è potenzialmente vasto, a giudicare dalla prima risposta: a 48 ore dalla presentazione, Ubtech ha incassato circa 13 mila ordinativi con una caparra attorno ai 400 euro. Se lo si chiede dalle sembianze di uomo, viene consegnato (a settembre) da 1,83 di altezza e 42 chili; se donna, da 1,68 e 35 chili. E nel suo nuovo lancio convergono come probabilmente le due grandi tendenze della Cina di questi anni: l’automazione e il malessere delle persone rivelato dal collasso della fertilità. 

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Da un lato c’è la corsa alle applicazioni industriali dell’intelligenza artificiale a tutto il mondo fisico possibile, dai robot, ai droni, alle macchine utensili, alle auto, fino ai cani meccanici da combattimento a disposizione della polizia e dell’esercito. Dall’altro c’è invece qualcosa di meno programmabile, come la rinuncia progressiva dei cinesi ad avere figli con tutto ciò che deve nascondersi dietro un sintomo del genere.

Da quando nel 2016 Xi Jinping ha interrotto la politica del figlio unico, anziché crescere, il tasso di fertilità ha registrato il calo più rapido al mondo dopo quello delle Filippine. La Cina è scesa così in dieci anni da 1,7 a 0,98 figli per donna, il livello più basso al mondo dopo la Corea del Sud (ed eccezione dell’Ucraina in guerra). Megalopoli come Shanghai, con un’economia urbana pari a quella dell’intera dell’Olanda o dell’Indonesia, contano appena 0,5 figli per donna. Dietro c’è il costo crescente della casa, dell’educazione dei figli, ma anche il pressante sistema 996: si lavora dalle ora 9 alle 9 per 6 giorni la settimana.

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Il primato cinese

L’offerta di umanoidi «da compagnia» intercetta la solitudine creata da questi ingranaggi. Fa riflettere anche l’innegabile sessualizzazione dei suoi caratteri – rappresenta ragazze e ragazze desiderabili – qualcosa di piuttosto raro per la sfera pubblica nella Cina austera di un leninista come Xi Jinping. Ma anche questa è parte di una trasformazione più profonda che non può non investire in pieno anche l’Italia e l’Europa. L’umanoide U1, che risponde con l’intelligenza artificiale, non è il solo a farlo. Alcuni gadget elettronici disegnati come giocattoli dialogano con i bambini grazie all’intelligenza artificiale (cinese) di DeepSeek

Ma soprattutto la Cina la già domina questa rivoluzione tecnologica dei robot per tutti gli usi, che muove appena i primi passi. I suoi produttori ricevono un’immensità di sussidi pubblici, purché li reinvestano in ricerca e sviluppo. E i risultati si vedono: l’anno scorso sono venuti dalla Repubblica popolare l’80% dei 16 mila robot installati nel pianeta, mentre la banca Morgan Stanley prevede un mercato globale del settore da 7.500 miliardi di dollari, con un miliardo di robot prodotti entro il 2050.    


Cari amici,

vi ho pubblicato questo articolo per toccare con mano l’abisso di degradazione verso la quale l’uomo moderno sta precipitando. Presto avremo anche i bambini – robot, tanto per completare il quadro familiare.

Noi cristiani reagiamo a questa deriva, ritornando al progetto di Dio creatore, che ha creato l’uomo e la donna a sua immagina e somiglianza, chiamandoli a formare una famiglia in carne ed ossa e non di plastica o ceralacca.

(Padre Livio)

Papa Leone XIV oggi a Lampedusa, la visita pastorale dedicata ai migranti in diretta | Leone XIV prega sulle tombe dei morti in mare e attraversa la Porta d’Europa: «Il mondo sia più umano»

di Gian Guido Vecchi, inviato a Lampedusa, Redazione Online- Corriere  della Sera

Una visita di tre ore e mezza con il pensiero al dramma dei migranti. Papa Leone arriva a Lampedusa, a 13 anni esatti dal suo predecessore (Francesco si recò nell’Isola l’8 luglio 2013)

aggiorna

10:23 | 04 Luglio

Il Papa: «Il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti»

dal nostro inviato Gian Guido Vecchi

Al campo sportivo, dove celebrerà la messa, il Papa saluta il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, Sindaco di Lampedusa, e dice: «Ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza! Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia». Quindi aggiunge: «Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti».

10:20 | 04 Luglio

Un bimbo regala al Papa la palla di carta che ha ricevuto quando arrivò a Lampedusa: «Soero renda felice altri bambini»

dal nostro inviato Gian Guido Vecchi

Leone XIV ha raggiunto la Porta d’Europa, il monumento di Mimmo Paladino, tenendo per mano due bambini figli di migranti. Poi sale sugli scogli, c’è vento, la papalina volta via ma lui continua a scalare la scogliera finché arriva nel punto più alto, da solo, e guarda il mare.

​Alla porta d’Europa, un bambino migrante ha letto e dato al Papa un biglietto scritto di suo pugno: «Caro Papa, sono super emozionato di incontrarti! 10 anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie. Leo».

9:59 | 04 Luglio

Molo Papa Francesco, approdo di speranza e umanità

Al Molo Favaloro, Papa Leone benedice la targa che intitola il molo a Papa Francesco. Il braccio di cemento oggi è diventato un simbolo di tutte le vite salvate da Lampedusa in questi anni. Leone ha sostato sul monumento dedicato a Bergoglio. La targa recita «Molo Papa Francesco, luogo di approdo, speranza, umanità». 
Subito dopo Prevost ha saluto alcuni migranti, circa venti, ospitati nell’hotspot, con diversi operatori della Croce Rossa che li assistono.
«Ci ha incoraggiato e benedetto – ha raccontato uno dei migranti dell’hotspot di Lampedusa – sono molto emozionato e contento di questo incontro».

9:54 | 04 Luglio

La sosta al molo dove sbarcano i superstiti

 Il Papa è arrivato in auto e ha sostato qualche minuto al molo Favarolo, dove arrivano i superstiti. L’ultimo sbarco è avvenuto ieri sera, diciassette persone salvate dalla Guardia costiera. Nell’hotspot di Contrada Imbriacola, nell’interno dell’isola, sono passate in questi anni 182 mila persone. Oggi ospita 114 migranti.

9:44 | 04 Luglio

L’immagine simbolo del viaggio

La mano destra appoggiata su un lato della Porta d’Europa: è l’immagine simbolo che sta già facendo il giro del mondo, della visita di Papa Leone a Lampedusa. Prevost dopo aver sostato sulla «soglia» per qualche istante, con lo sguardo verso il mare, ha attraversato la Porta simbolo dell’Isola di Lampedusa, che affaccia sul Mare Mediterraneo. Poi da solo si è incamminato su uno scoglio nel suo punto più alto e ha guardato l’orizzonte. Un’immagine intensa e commovente. Con il vento è volata via la papalina.

9:38 | 04 Luglio

Alla Porta d’Europa con i figli dei migranti

Leone XIV ha raggiunto la Porta d’Europa, il monumento di Mimmo Paladino, tenendo per mano due bambini figli di migranti. Poi sale sugli scogli, c’è vento, la papalina volta via ma lui continua a scalare la scogliera finché arriva nel punto più alto, da solo, e guarda il mare

9:33 | 04 LuglioIl Papa prega sulle tombe dei migranti

Nel cimitero di Cala Pisana, Leone XIV si è fermato a pregare sulle tombe dei migranti morti in mare nel cimitero dei senza nome.A segnare le loro sepolture, delle croci ricavate dal legno
delle barche naufragate. Leone XIV si è fermato in particolare davanti alla tomba di Yuossef, un bimbo di sei mesi della Guinea. Alla fine del 2020 viaggiava con la madre diciassettenne su un barcone naufragato al largo dalla Libia, a quattro miglia marine dall’isola, i soccorritori lo trovarono in mare ma morì assiderato prima di raggiungere l’ospedale.

9:13 | 04 Luglio

La visita al cimitero di Lampedusa

Papa Leone è il primo leader mondiale a recarsi al cimitero di Lampedusa, dove si ospitano anche gli invisibili. Uno spazio del camposanto è riservato ai migranti: una quindicina di croci, senza nomi o numeri. Spicca però quella del piccolo Youssef Ali Kanneh, originario della Guinea, inghiottito dalle acque ad appena sei mesi di vita. Di fronte a un disegno con l’arcobaleno, una fotografia senza cornice e una dedica in inglese: «Perché così presto figlio mio? Mamma e papà ti ameranno per sempre».

Migranti, appello all’Europa: «Risponda a una chiamata epocale»

dal nostro inviato Gian Guido Vecchi

«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Leone XIV celebra la Messa nel campo sportivo di fronte al porto di Lampedusa, come Francesco tredici anni fa. Nel frattempo altre trentaquattromila persone sono affogate nel Mare Nostrum. E l’omelia di Prevost è anzitutto un richiamo al Vecchio Continente:

«Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».

L’omelia di Prevost segue la parabola evangelica del Buon Samaritano, un uomo aggredito e lasciato mezzo morto, un sacerdote un levita che passano oltre, il samaritano che si ferma e lo soccorre. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”».

A Tenerife, il mese scorso, si era rivolto agli scafisti: «Convertitevi». Ecco, «qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti», fa notare il pontefice: «Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».

Il Papa ricorda che «gli Apostoli hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà». Sillaba: «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».

Il centro della parabola è che «prossimi ci si fa, prossimo si diventa». Purtroppo, considera, «in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti: è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione».

Perché «non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato».

Leone XIV ringrazia la gente di Lampedusa, parla del «miracolo della compassione» che hanno saputo mostrare, volontari, associazioni, istituzioni, Guardia Costiera, amministratori, e ancora «grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori, grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme».

Prevost richiama la «civiltà dell’amore prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II», dice: «L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata. Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza».

Così il pontefice scandisce: «Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura».

Alla Messa ci sono migliaia di persone, altre migliaia sono arrivate qui in vacanza. «Come dicevo a Tenerife, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici. Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri.

Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca».

Perché la Russia stanca della guerra sferra massicci bombardamenti sull’Ucraina

di Marta Ottaviani

Questa notte nuovoattacco russo su Sumy, 4 morti dopo i 30 dell’altra notte soprattutto a Kiev. Nel conflitto più vittime che nella battaglia di Stalingrado: finito l’idillio tra Putin e il suo popolo?

3 luglio 2026

I 30 morti e le decine di feriti registrati nella notte tra mercoledì e giovedì nell’area di Kiev non sono bastati: questa notte un nuovo attacco russo con un drone che ha colpito un condominio a Sumy ha causato 4 morti e tre feriti. Il presidente Volodymyr Zelensky aveva avvisato che sarebbe arrivata presto la risposta ucraina: e così è stato: questa notte ci sono stati bombardamenti ucraini su diverse zone della Russia. Due civili sono rimasti uccisi nella regione di Bryansk, una donna a Belgorod mentre nella regione ucraina di Lugansk, controllata dalle truppe di Mosca, nove persone sono rimaste ferite quando un drone ha colpito un minibus. Il ministero della Difesa di Mosca ha detto che la scorsa notte le difese aeree hanno abbattuto 155 droni ucraini su dieci regioni della Russia, tra cui quella di Mosca, sulla Crimea occupata, sul Mar Nero e il Mar d’Azov. 

A Kiev è stato proclamato il lutto nazionale per la giornata di oggi per i morti dei bombardamenti di mercoledì notte. Secondo l’Aeronautica ucraina, in poche ore Mosca ha scagliato sul Paese invaso 74 missili e 496 droni. La contraerea ha respinto 48 vettori e 476 velivoli senza pilota. Gli edifici colpiti sono almeno venti e, secondo il sindaco della capitale, Vitali Klitschko – che ha parlato «del più massiccio attacco nemico contro la capitale» –, sono tutti abitati da civili. Il bilancio potrebbe aumentare nelle prossime ore, perché alcuni dei 90 feriti sono in gravi condizioni e soprattutto si sta ancora scavando fra le macerie, dove ci sarebbero nove persone ancora vive, che stanno disperatamente lottando contro la morte.

L’attacco arriva in un momento di particolare stanchezza da parte della Russia, che registra un rallentamento nell’avanzata in Donbass, ma anche i primi segnali che l’idillio fra Vladimir Putin e il suo popolo non è più quello di un tempo. La fiducia nei confronti del governo è scesa dal 67% dello scorso anno al 53%. Scricchiola anche l’economia. Secondo un’inchiesta condotta da Gallup, uno dei principali istituti internazionali di sondaggi e analisi dell’opinione pubblica, fra marzo e maggio, dice che secondo il 60% dei russi le condizioni economiche stanno peggiorando. Dall’altra parte, è stanco anche il popolo ucraino. Una stanchezza fisica e psicologica che si legge nelle immagini della metropolitana trasformata ancora una volta in un rifugio. Coperte, cuscini, materassini, acqua, zaini preparati da tempo: molti non aspettano più nemmeno le prime esplosioni, ma scendono automaticamente nei rifugi non appena risuonano le sirene. Anche le testimonianze raccontano questa usura. Dopo l’attacco, la giornalista Iryna Plekhova ha scritto che lei e il marito «non hanno più un appartamento». Altri residenti descrivono il ritorno all’alba tra vetri infranti e palazzi devastati, con la consapevolezza che, finiti i soccorsi, bisognerà ricominciare ancora una volta. La Croce Rossa ha denunciato che il suo magazzino principale è stato «distrutto dagli attacchi russi, con la perdita di aiuti umanitari per un valore di circa 2 milioni di dollari: «In totale, sono andate perdute 320.000 unità di aiuti umanitari e attrezzature».

È questa la dimensione forse più difficile da raccontare: non solo la distruzione provocata dai missili, ma l’esaurimento di una popolazione costretta da anni a vivere con lo zaino delle emergenze sempre pronto e a considerare una notte trascorsa nel proprio letto quasi un privilegio. Il presidente, Volodymyr Zelensky, ha dichiarato che l’Ucraina reagirà all’attacco «certamente» sottolineando come la Russia abbia scelto consapevolmente di colpire civili. Dall’altra parte, però, si dice pronto alla fine della guerra purché sia «giusta». Il numero uno di Kiev ha anche rivelato di aver chiesto agli Stati Uniti le licenze per produrre missili per la difesa aerea Patriot. La portavoce per la politica estera europea, Kaja Kallas, parla della necessità di nuove sanzioni alla Russia. Minacce alle quali il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto dicendo che la pressione su Kiev continuerà «fino al raggiungimento degli obiettivi». 

Secondo il Center for Strategic and International Studies, la guerra fra Russia e Ucraina per numero di perdite avrebbe superato la battaglia di Stalingrado, con Mosca che conterebbe 450mila morti e Kiev 150mila morti. Gli analisti pensano che questi potrebbero essere gli ultimi mesi di guerra, ma il conflitto va avanti e, seppure in modo indiretto, arriva in Europa, con tutte le pressioni di una guerra ibrida che il Cremlino porta avanti ormai dal 2022. Dal primo luglio la Russia ha chiuso sette valichi di frontiera con tre Paesi Ue e Nato: Finlandia, Estonia e Lettonia, impedendo così la circolazione, già esigua, di merci e pressioni. Mosca ha denunciato l’attacco di due droni, equipaggiati con vernice e un ordigno falso, contro l’Ambasciata in Svezia. Secondo l’International Institute of Strategic Studies (Iiss) con sede a Londra, però, negli ultimi 18 mesi la Russia avrebbe impiegato decine di velivoli senza pilota prendendo di mira siti nucleari di Regno Unito, Francia, Belgio e Paesi Bassi, in regime di «sostanziale impunità».

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