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È uno scisma»: scomunicati i lefebvriani. Ecco cosa succede ora

di Matteo Liut

Dopo le ordinazioni di ieri, con un decreto del Dicastero per la dottrina della fede viene dichiarata formalmente la rottura della comunione con la Chiesa cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X

Avvenire 2 luglio 2026

Lo strappo è compiuto: lo scisma è ufficiale. Con le consacrazioni episcopali celebrate ieri a Écône senza mandato pontificio e contro la volontà del Papa, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consumato una rottura formale con la comunione della Chiesa cattolica. Lo dichiara il Dicastero per la dottrina della fede nel decreto pubblicato oggi, 2 luglio, con il quale vengono dichiarati scomunicati i vescovi direttamente coinvolti nell’atto e vengono precisate le conseguenze canoniche per l’intera Fraternità. 

Il documento, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero, afferma che il vescovo Alfonso de Galarreta, consacrando vescovi quattro presbiteri senza mandato pontificio, ha compiuto «un atto di natura scismatica» ed è quindi incorso ipso facto (cioè nel semplice compimento dell’atto) nelle pene previste dal diritto canonico. Con lui sono dichiarati scomunicati Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, i quattro sacerdoti ordinati vescovi. La stessa pena colpisce anche il vescovo Bernard Fellay, che ha partecipato alla celebrazione come conconsacrante. 

Il decreto arriva ventiquattr’ore dopo il rito celebrato il 1° luglio nel seminario San Pio X di Écône, in Svizzera, casa storica del lefebvrismo. Alla celebrazione erano presenti anche don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli.

La portata del provvedimento non si ferma ai protagonisti delle consacrazioni. Riprendendo la linea di Ecclesia Dei del 1988 e della Nota del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 1996, il Dicastero applica ora alla Fraternità San Pio X nel suo insieme le conseguenze canoniche dello scisma: i suoi ministri sono dichiarati nello scisma e i fedeli laici che vi aderiscono formalmente sono considerati scismatici e scomunicati. Il riferimento decisivo, appunto, è al motu proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988, pubblicato da Giovanni Paolo II dopo le consacrazioni episcopali compiute da monsignor Marcel Lefebvre senza mandato pontificio. In quel testo il Papa definiva quell’atto «una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima» e affermava che tale disobbedienza, portando con sé «un rifiuto pratico del Primato romano», costituiva «un atto scismatico».

 Il decreto di oggi è accompagnato da una Nota esplicativa che richiama, appunto, anche il documento del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 agosto 1996, nel quale si affermava che l’atto del 1988 aveva rappresentato la consumazione di una «progressiva situazione globale d’indole scismatica» e che l’adesione formale al movimento lefebvriano comportava la scomunica prevista dal canone 1364 del Codice di diritto canonico.

Che cosa succede adesso? Per i vescovi direttamente coinvolti, la risposta del decreto è netta: de Galarreta, Fellay e i quattro nuovi consacrati sono incorsi nella scomunica latae sententiae, cioè automatica, riservata alla Sede Apostolica. La dichiarazione del Dicastero rende pubblica e giuridicamente accertata la pena. Per i sacerdoti della Fraternità, la Nota esplicativa afferma che «i ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici», risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto. È il passaggio più rilevante sul piano ecclesiale, perché non si limita a colpire i vescovi ordinanti e ordinati, ma qualifica la condizione canonica dei ministri della Fraternità nel suo insieme.

 Per religiosi e religiose legati alla Fraternità, la conseguenza dipende dalla loro concreta appartenenza e adesione. La Nota di oggi parla esplicitamente di ministri sacri e fedeli laici; nel quadro già delineato da Ecclesia Dei e poi ripreso da Benedetto XVI, le comunità, i religiosi e le religiose legati al movimento lefebvriano erano considerati destinatari del cammino verso la piena comunione. Ora, se tale legame comporta un’adesione formale alla Fraternità nel suo stato di scisma, si applicano le conseguenze indicate dal Dicastero. 

Per i fedeli laici, invece, il testo introduce una distinzione importante. Non si parla di una scomunica automatica per chiunque abbia partecipato occasionalmente a una celebrazione della Fraternità. Il Dicastero afferma che sono da ritenersi scismatici e scomunicati «coloro che aderiscono formalmente» alla Fraternità San Pio X secondo le condizioni stabilite dalla Nota del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996, che il Dicastero dichiara ancora vigente e fa propria. 

Particolarmente delicato è il capitolo sacramentale. La Nota avverte il popolo di Dio che i ministri della Fraternità amministrano illecitamente i sacramenti e aggiunge che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi. Si tratta di una cesura rispetto alla fase precedente, nella quale papa Francesco aveva concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e lecitamente e aveva autorizzato, a determinate condizioni, la celebrazione valida dei matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità. 

La Santa Sede invita infine i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa, e chiede di astenersi dal partecipare alle celebrazioni e alle attività promosse dalla Fraternità San Pio X. Allo stesso tempo, il Dicastero assicura che la Chiesa accoglierà con sollecitudine quanti desiderano tornare alla piena comunione, affidando ai nunzi apostolici il compito di predisporre procedure che gli ordinari potranno utilizzare nei singoli casi.

Le consacrazioni di Écône del 1° luglio: chronos e kairos di un evento

Chiesa cattolica | CR 1957

 1 Luglio 2026 ore 14:26

di Roberto de Mattei

Habetis mandatum apostolicum?” (Avete il mandato apostolico?). Con questa formula tradizionale, in cui si accerta che i candidati abbiano l’approvazione pontificia, è iniziato  il 1° luglio a Écône, il rito dell’ordinazione episcopale. Un sacerdote, ha risposto leggendo un breve testo, privo di valore canonico, redatto da don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità San Pio X: “Le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la Santa Tradizione e il Magistero costante della Chiesa”, perciò “riteniamo che sia necessario procedere alla consacrazione di vescovi pienamente fedeli alla Tradizione” e di avere “il gravissimo dovere di trasmettere la grazia dell’episcopato a questi sacerdoti”.

Inginocchiati davanti al consacrante principale, mons. Alfonso de Galarreta, i quattro nuovi vescovi hanno quindi espresso uno ad uno il loro giuramento, che secondo il Pontificale Romano inizia con queste parole: “Io…. da ora e per sempre sarò fedele e obbediente al Beato Apostolo Pietro, alla Santa Chiesa Romana, al Santo Padre Leone XIV e ai suoi successori legittimamente designati…”.

La storia si ripete, in circostanze diverse. Il 30 giugno 1988, a Écône, in Svizzera, mons. Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato pontificio. Trentotto anni dopo, il 1° luglio 2026, due dei quattro vescovi allora consacrati, mons. Bernard Fellay e mons. Alfonso de Galarreta, hanno a loro volta conferito l’episcopato a quattro sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Pascal Schreiber (Svizzera), Michael Goldade (Stati Uniti), Michel Poinsinet de Sivry (Francia), Marc Hanappier (Francia), ancora una volta contro la volontà del Romano Pontefice.

Alla vigilia delle consacrazioni odierne, il 29 giugno, Papa Leone XIV ha rivolto un accorato appello al Superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli di soprassedere alle consacrazioni. «Considerate attentamente il bene spirituale dei fedeli – ha scritto il Pontefice – perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e, in taluni casi, persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». Nella parte conclusiva della lettera, il Papa afferma la disponibilità della Santa Sede a «un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo»;«Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio».

Poche ore dopo don Davide Pagliarani ha risposto a Papa Leone XIV con un messaggio dal tono rispettoso e altrettanto accorato, in cui ribadisce che la Fraternità San Pio X non intende separarsi dalla Chiesa, ma servirla in una situazione che giudica eccezionale. Il superiore della Fraternità non considera le consacrazioni come un gesto scismatico, sostenendo che esse mirano, al contrario, a «ricucire la tunica di Cristo» lacerata dalla crisi della Chiesa. Don Pagliarani invita quindi il Papa a prendersi il tempo necessario per un discernimento, ricordando che la Fraternità fu già accusata di scisma nel 1988, senza che ciò impedisse il successivo dialogo con la Santa Sede. La lettera si conclude con un appello al «cuore paterno di pastore universale» di Leone XIV, nella convinzione che «un giorno tutte le difficoltà tra la Santa Sede e la Fraternità si risolveranno».

Il Papa non poteva sottrarsi al dovere di richiamare i consacranti alla gravità del loro gesto. Ma era altrettanto prevedibile che la Fraternità San Pio X confermasse una decisione coerente con la scelta del suo Fondatore. Le consacrazioni del 2026 affondano infatti le loro radici negli avvenimenti del 1988 e possono essere comprese soltanto ricostruendo la vicenda che le ha precedute.

I Greci distinguevano fra chronos kairos. Il chronos è il tempo quantitativo, la successione misurabile degli avvenimenti. Il kairos indica invece il tempo qualitativo: il momento decisivo, nel quale una scelta modifica il corso degli eventi. I Padri della Chiesa e i teologi medievali ripresero questa distinzione attribuendole un significato soprannaturale. Il chronos è il tempo nel quale l’uomo vive e opera; il kairos è il momento nel quale Dio interpella l’uomo, e lo pone di fronte a una scelta che, secondo la sua corrispondenza o il suo rifiuto della grazia, è destinata a orientarne il futuro.

Per mons. Marcel Lefebvre il proprio kairos giunse nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1988, in cui egli maturò la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua vita e la storia della Fraternità San Pio X: ritirare la firma apposta poche ore prima al protocollo d’intesa con la Santa Sede e procedere comunque alle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. 

Per comprendere quella decisione, che rappresentò uno spartiacque storico, occorre tornare ai mesi precedenti. Nel novembre 1987, Giovanni Paolo II aveva inviato a Écône il cardinale Édouard Gagnon come Visitatore apostolico. La visita si concluse con una relazione di circa trenta cartelle consegnata al Papa nel gennaio 1988, nella quale il porporato canadese formulava un giudizio sostanzialmente positivo sulla situazione della Fraternità e suggeriva una soluzione canonica capace di favorirne la piena riconciliazione con Roma.

Nel frattempo, tuttavia, mons. Lefebvre aveva annunciato pubblicamente la propria intenzione di consacrare almeno tre vescovi entro il 30 giugno 1988, anche in assenza dell’autorizzazione pontificia. Giovanni Paolo II non rinunciò alla via del dialogo. Furono organizzati incontri tra rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità il 12 e il 15 aprile 1988, ai quali parteciparono teologi e canonisti delle due parti. L’esito favorevole di queste conversazioni rese possibile un nuovo incontro, il 5 maggio, tra il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e mons. Lefebvre.

L’incontro si concluse con la firma di un protocollo d’intesa destinato a rimanere uno dei documenti più importanti della recente storia ecclesiastica. Nella prima parte, di carattere dottrinale, mons. Lefebvre, a nome proprio e della Fraternità, dichiarava di professare la fedeltà alla Chiesa cattolica e al Romano Pontefice; accettava la dottrina contenuta nel n. 25 della costituzione Lumen gentium circa il Magistero ecclesiastico e l’assenso ad esso dovuto; si impegnava a mantenere un atteggiamento di studio e di dialogo con la Santa Sede, evitando polemiche sui punti controversi del Concilio Vaticano II e delle riforme successive; riconosceva la validità della Messa e dei sacramenti celebrati secondo i libri liturgici promulgati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II; prometteva infine di rispettare la disciplina generale della Chiesa, salva la speciale disciplina canonica che sarebbe stata riconosciuta alla Fraternità.

In cambio, la Santa Sede offriva una soluzione canonica di ampia portata. La Fraternità sarebbe stata eretta in Società di vita apostolica di diritto pontificio, dotata di una significativa autonomia rispetto ai vescovi diocesani per quanto riguardava il culto, la formazione e l’apostolato. Le sarebbe stato riconosciuto il diritto di continuare a utilizzare i libri liturgici del 1962. Sarebbe stata costituita una commissione mista, composta da rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità, incaricata di risolvere le eventuali controversie. Era inoltre prevista la revoca della suspensio a divinis inflitta a mons. Lefebvre, la sanazione degli atti eventualmente compiuti senza le necessarie facoltà e il riconoscimento giuridico delle case e delle opere della Fraternità. Soprattutto, il protocollo riconosceva l’opportunità di conferire l’episcopato a un membro della Fraternità, scelto da una terna proposta da mons. Lefebvre. La questione del vescovo, che costituiva la preoccupazione principale del fondatore, sembrava dunque aver trovato una soluzione. Il testo integrale dell’accordo fu pubblicato nei giorni successivi dal Bollettino della Santa Sede, dal quotidiano “Présent” e dalla stessa Fraternità San Pio X.

  Meno di ventiquattro ore dopo la firma, tutto cambiò. Il 6 maggio mons. Lefebvre indirizzò al cardinale Ratzinger una lettera nella quale dichiarava di non ritenere sufficienti le garanzie ricevute. Chiedeva che la consacrazione del futuro vescovo fosse fissata entro il 30 giugno, aggiungendo che, in mancanza di una risposta positiva, si sarebbe considerato moralmente obbligato a procedere egli stesso alle consacrazioni episcopali.

Che cosa accadde in quella notte insonne tra il giovedì 5 e il venerdì 6 maggio, che mons. Lefebvre trascorse nel priorato della Fraternità di Albano in via Trilussa, assieme ad alcuni tra i più stretti collaboratori? Di certo, fu la decisione del 6 maggio 1988 a segnare il punto di non ritorno. Da quel momento il dialogo si trasformò progressivamente in una corsa contro il tempo. Il 24 maggio si svolse un ultimo incontro tra le parti, nel quale il cardinale Ratzinger, a nome di Giovanni Paolo II, prospettò la possibilità di procedere alla nomina episcopale entro il 15 agosto, subordinandola al ristabilimento di un clima di fiducia e di riconciliazione con la Santa Sede sulla base del protocollo già firmato. Mons. Lefebvre, con una lettera del 2 giugno, respinse tale proposta, insistendo sulla data del 30 giugno e sulla nomina di tre vescovi per garantire la vita e le attività della Fraternità. In un’ultima lettera del 9 giugno, Giovanni Paolo II supplicò mons. Lefebvre di riflettere sulla gravità delle conseguenze del gesto che si accingeva a compiere, invitandolo a ritornare «nell’umiltà alla piena obbedienza al Vicario di Cristo».

Il 30 giugno 1988, assistito da mons. Antônio de Castro Mayer, Mons. Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta. Giovanni Paolo II reagì con il motu proprio Ecclesia Dei adflicta, del 2 luglio, qualificando l’atto come «scismatico» e dichiarando che i consacranti e i consacrati erano incorsi nella scomunica latae sententiae prevista dal diritto canonico.

Il chronos ha fatto il suo corso: sono trascorsi da allora trentotto anni. Ma il kairos del 1988, l’ora in cui la Provvidenza concentrò nelle mani di mons. Lefebvre il peso di una decisione storica, continua a proiettare la propria ombra sul presente. Il 1° luglio 2026 rappresenta uno dei momenti più significativi nella storia dei rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X: non perché apra una crisi nuova, ma perché rende evidente che la crisi del 1988 non è mai stata veramente superata. Essa entra ora in una fase diversa, nella quale il problema non è più soltanto la legittimità di quattro consacrazioni episcopali, ma l’esistenza di un problema dottrinale e la permanenza nel tempo di una successione di vescovi destinata a perpetuarsi indipendentemente dall’autorità del Romano Pontefice

Nessun passo indietro: i lefebvriani hanno ordinato i loro quattro vescovi. E si allontanano da Roma

di Matteo Liut – Avvenire

A Ecône, in Svizzera, durante una “cerimonia” di più di cinque ore compiuta secondo gli antichi rituali, ha avuto luogo quell’atto scismatico al quale Leone XIV aveva chiesto di rinunciare. Pagliarani: «Scegliamo la fede integrale. Il mondo è inganno»

1 luglio 2026

I quattro vescovi lefebvriani consacrati oggi a Econe, in Svizzera: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier / ANSA

C’erano poche speranze che l’ordinazione dei quattro vescovi lefebvriani venisse rimandata e così è stato: a Écône, in Svizzera, la Fraternità sacerdotale San Pio X ha consacrato questa mattina quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, consumando lo strappo più grave con Roma dai tempi delle consacrazioni compiute da Marcel Lefebvre nel 1988.

 La celebrazione (“cerimonia” secondo il linguaggio della stessa Fraternità), iniziata in mattinata nel seminario internazionale della Fraternità, è stata presieduta dal vescovo Alfonso de Galarreta, con il vescovo Bernard Fellay come co-consacrante: entrambi erano tra i quattro vescovi ordinati da Lefebvre il 30 giugno di trentotto anni fa. Ma su quel prato svizzero, in realtà, non è tanto il rito in sé a sancire la distanza con Roma, bensì la visione del rapporto tra Chiesa e mondo, ridotto a una lotta contro un nemico a cui rispondere “con la spada”. Una visione espressa chiaramente durante l’omelia dal superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani.

I quattro sacerdoti consacrati oggi sono lo svizzero Pascal Schreiber, lo statunitense Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Il rito è stato trasmesso in streaming in più lingue e, secondo la stessa Fraternità, ha visto la partecipazione di circa un migliaio tra sacerdoti, religiosi e religiose, oltra a circa 15mila fedeli. Una liturgia durata più di cinque ore e ospitata sotto a un tendone, tenutasi nonostante l’ultimo appello lanciato ieri da Leone XIV, con una lettera datata 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, e indirizzata al superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani.

«Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi», aveva scritto il Papa, invitando i lefebvriani a «considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli» e avvertendo che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Già il 13 maggio, infatti, il Dicastero per la dottrina della fede, con una dichiarazione del prefetto, cardinale Víctor Manuel Fernández, aveva chiarito la posizione della Santa Sede: le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità, «non avendo il corrispondente mandato pontificio», avrebbero costituito «un atto scismatico» e comportato la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa per l’adesione formale allo scisma.

Oggi nell’omelia ad Écône, don Pagliarani (che già ieri aveva sostanzialmente rispedito al mittente l’appello del Papa) ha rivendicato la scelta della Fraternità, presentandola come un gesto necessario per garantire la continuità della propria opera. «Noi dobbiamo essere pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa», ha affermato il superiore generale, sostenendo che la Fraternità non intende separarsi dalla Chiesa ma rimanervi «per mezzo della fede».

 Ma il nodo è proprio in questo punto: per Roma, una consacrazione episcopale senza mandato del Papa non è soltanto una disobbedienza disciplinare, ma una ferita alla comunione ecclesiale. La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero.

Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio.

 Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. 

Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione.

La Mondanità è dentro di noi e i paramenti esterni la coprono, ma non la sradicano

Per essere cristiani bisogna rinnegare la proprio superbia, il proprio egoismo, il proprio attaccamento al denaro, la propria lussuria e durezza di cuore…

A Ecône i lefebvriani ordinano quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio

In Svizzera, nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la celebrazione presieduta dai vescovi de Galarreta e Fellay con il rito della consacrazione episcopale. Migliaia le persone presenti. Il superiore Pagliarani: “Giornata storica, eventuali pene o censure contro questo atto per noi non hanno nessun valore”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

La tunica di Cristo, quella che Papa Leone nell’ultima accorata lettera del 29 giugno chiedeva di “non lacerare”, alla fine è stata strappata. A Ecône, in Svizzera, nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, questa mattina mercoledì 1° luglio i lefebvriani, seguaci di monsignor Marcel Lefebvre, hanno ordinato quattro nuovi vescovi. Lo hanno fatto senza mandato pontificio, pur avendo i nuovi presuli risposto affermativamente alla formula liturgica: “Habetis mandatum apostolicum?”.

Lo hanno fatto, rivendicando la necessità di garantire la continuità e la stessa sopravvivenza della congregazione, nonostante i tentativi di dialogo della Santa Sede e i moniti a non procedere ad uno scisma da parte del cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dallo stesso Leone XIV nella lettera di due giorni fa.

La celebrazione a Ecône

Oltre mille sacerdoti, religiosi e religiose, insieme ad altri 15 mila laici, hanno assistito alla celebrazione, iniziata questa mattina alle 9 in una tensostruttura bianca accanto al seminario della FSSPX. L’evento è stato trasmesso in streaming in sei lingue sul sito ufficiale, dove nei giorni scorsi è stato avviato un count-down fino alla cerimonia, preparata anche con gadget e altri eventi.

I quattro vescovi oggi ordinati sono: Pascal Schreiber, svizzero, 53 anni, ordinato sacerdote a Ecône nel ‘98; Michael Goldade, originario del North Dakota e cresciuto in Kansas (Usa); Michel Poinsinet de Sivry, 42 anni, e Marc Happier, 36 anni, entrambi francesi. Hanno imposto loro le mani, con un atto che prevede la scomunica latae sententiae, monsignor Alfonso de Galarreta, primo consacrante, e monsignor Bernard Fellay, co-consacrante, ovvero i vescovi ancora vivi dei quattro che furono ordinati il 30 giugno 1988 da Lefebvre

Il discorso del superiore Pagliarani

All’inizio della liturgia, il superiore della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani ha letto un breve discorso in cui ha affermato: “Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa”. Il superiore della Fraternità ha parlato di “circostanza del tutto eccezionale” dal momento che “dal Concilio Vaticano II fino ad oggi le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la sacra tradizione”. È un “gravissimo dovere”, secondo Pagliarani, quello “di trasmettere la grazia dell’episcopato a questi sacerdoti”. “Riteniamo che eventuali pene o censure contro questo atto non abbiano nessun valore”, ha aggiunto.

Per i lefebvriani, ha commentato infine il loro capo, oggi è dunque “una giornata storica” e “una festa”. Per la Chiesa universale, invece, è un giorno in cui si rinnova una ferita. Quella della divisione.

La lettera del Papa ai lefebvriani: «Vi prego, evitate lo scisma»

di Matteo Liut

Leone XIV invia una missiva al superiore a don Pagliarani, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, alla vigilia della consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio

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30 giugno 2026 -Avvenire

Il 30 giugno 1988, a Écône (Svizzera), l’arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre consacra quattro vescovi senza il mandato pontificio, incorrendo nella scomunica. Questo atto rischia di ripetersi domani / SICILIANI

C’è un gesto straordinario, prima ancora delle parole, nella lettera che papa Leone XIV ha inviato alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: il Successore di Pietro non si limita ad ammonire e a richiamare all’unità, ma si abbassa fino alla supplica. «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!». È il cuore dell’appello rivolto a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, e attraverso di lui ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati al mondo lefebvriano. La lettera, datata 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, è stata pubblicata oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede. 

Il testo arriva alla vigilia di una scadenza decisiva: domani, 1° luglio, la Fraternità ha in programma a Écône, in Svizzera, la consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. Un atto che il Vaticano ha già indicato come scismatico e che ora il Papa cerca di scongiurare con un ultimo appello personale, esplicito e insieme pastorale. Di fatto, come sottolinea anche Vatican News, la lettera costituisce un «ultimo appello» del Pontefice, dopo i tentativi di dialogo dei mesi scorsi, purtroppo senza successo.

Leone XIV apre con un tono paterno, riconoscendo ciò che nella Fraternità è motivo di stima ecclesiale: «Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro». Subito dopo il Papa aggiunge: «La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità». Proprio questo, osserva Leone XIV, ha motivato «l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza» manifestato dai suoi predecessori. Ma è dentro questo riconoscimento, e non contro di esso, che il Papa colloca la richiesta più forte: «Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!». L’esortazione non riguarda solo la disciplina ecclesiastica, ma il bene spirituale dei fedeli: «Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».

Nella lettera, poi, viene ripetuta la disponibilità a compiere un cammino condiviso: «La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo». È una porta lasciata aperta fino all’ultimo, anche dopo mesi di tensione e dopo i richiami già arrivati dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Il 13 maggio il cardinale Víctor Manuel Fernández aveva ribadito che le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità «non hanno il corrispondente mandato pontificio» e che un simile gesto costituirebbe «un atto scismatico», richiamando il precedente di Ecclesia Dei di san Giovanni Paolo II.

Le parole conclusive della lettera hanno il tono grave di chi vede avvicinarsi una ferita alla comunione ecclesiale: «Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori». Quindi il Papa torna alla forma più diretta dell’appello: «Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio». La vicenda richiama il precedente del 1988, quando monsignor Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio. Nel motu proprio Ecclesia Dei, appunto, Giovanni Paolo II definì quell’atto una «disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima» e affermò che tale disobbedienza, implicando «un rifiuto pratico del Primato romano», costituiva «un atto scismatico». Come in quell’occasione, dunque, anche oggi il nodo resta lo stesso: l’ordinazione.

La “persona” non “l’individuo” è un lascito cristiano

Sudefuturi.it – 28-6-2026

LA RISPOSTA DEL VESCOVO ANTONIO STAGLIANO’ AL FILOSOFO GALIMBERTI

Antonio Staglianò

28/06/2026

Perché un filosofo che critica il cristianesimo dovrebbe almeno studiare il lessico che usa

«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe». Questi celebri versi di Eugenio Montale, tratti da Ossi di seppia, ci mettono in guardia contro una delle tentazioni più antiche e pericolose dell’intelletto umano: quella di credere di poter imprigionare la complessità della vita – e dell’animo umano – in una definizione unica, netta, geometrica. La realtà, soprattutto quella spirituale e culturale, è informe, sfuggente, contraddittoria. Eppure, guardando i video di Umberto Galimberti che impazzano sui social e sui reel dei festival filosofici, viene spontaneo chiedersi: il filosofo ha forse dimenticato questo monito?

Con la consueta sicurezza che lo rende amatissimo dal pubblico, Galimberti sentenzia, in una di queste apparizioni pubbliche: «Tutti pensiamo all’individuo prima che alla comunità. Questo è un lascito cristiano». La frase è perfetta per diventare virale: è breve, è provocatoria, e sembra smascherare una presunta ipocrisia di duemila anni di storia. Peccato che dal punto di vista storico, filosofico e teologico, sia vero esattamente l’opposto. Non si tratta di una disputa da sacrestia o di una difesa d’ufficio del cristianesimo. Si tratta, molto più semplicemente, di onestà filologica. Se un intellettuale pubblico critica una cultura millenaria che ha plasmato l’Occidente, ha il dovere deontologico di conoscerne il lessico. Altrimenti, come in questo caso, non fa critica: costruisce un fantoccio di cartapesta per poi abbatterlo con facilità, raccogliendo l’applauso di chi quel lessico non lo conosce.

Vediamo, punto per punto, perché l’affermazione di Galimberti regge solo se si ignorano le fonti.

L’anacronismo di partenza:
l’“individuo” non è un concetto cristiano

Partiamo dal lessico. La parola individuum, in latino, è il neutro sostantivato di individuus, che significa letteralmente «ciò che non può essere diviso», «ciò che è uno e chiuso in sé». Nell’antropologia filosofica moderna, questo termine indica un’entità atomizzata, autosufficiente, titolare di diritti e di doveri in quanto soggetto separato dagli altri. È il protagonista del contrattualismo di Hobbes, del giusnaturalismo di Locke, dell’autocoscienza di Cartesio e, infine, dell’individualismo possessivo del liberalismo borghese e del capitalismo.

Ora, questa accezione – che Galimberti dà per scontata e universalmente valida – è un prodotto storicamente tardivo della cultura occidentale. Nasce con il nominalismo di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo, che dissolve le essenze universali in singolarità separate, e viene consacrata dall’Illuminismo. Ma non appartiene né alla Bibbia, né ai Padri della Chiesa, né alla grande Scolastica medievale. Quando Galimberti afferma che il cristianesimo ci ha lasciato in eredità l’individuo, compie un clamoroso anacronismo: proietta sul mondo giudaico-ellenistico del I secolo una categoria che è tutta moderna e borghese. È come se uno storico della scienza attribuisse a Galileo le teorie della relatività di Einstein: non è un’interpretazione, è un errore di datazione.

Il lessico autentico del cristianesimo:
la “persona” come relazione

Se Galimberti avesse aperto i testi dei grandi Concili ecumenici o le opere dei Padri della Chiesa, avrebbe scoperto che il cristianesimo delle origini non parla affatto di individui, ma di persone. E la persona, nella riflessione cristiana, è l’esatto opposto dell’individuo autocentrato.

Il termine persona (dal greco pròsopon, che indicava la maschera dell’attore ma anche il volto che si mostra nella relazione) viene forgiato nei dibattiti cristologici e trinitari del IV e V secolo. I Padri Cappadoci – Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno – lo utilizzano per parlare della Trinità: le tre Persone divine non sono tre individui separati e isolati, ma tre modi di essere-in-relazione (il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito che procede). L’essere persona, per il cristianesimo, è ontologicamente legato all’essere-con e all’essere-per. Non esiste persona senza relazione.

Tommaso d’Aquino, nel Medioevo, definirà la persona come «ciò che è più perfetto in tutta la natura», proprio perché capace di aprirsi all’altro e a Dio, superando la chiusura della mera sostanza individuale. Rosmini ne parlava come “relazione amativa capace di inaltrarsi”, cioè di immedesimazione ed empatia. E il Concilio Vaticano II, nel secolo scorso, ha ribadito con forza un principio che dovrebbe far riflettere il filosofo: «L’uomo, sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per sé stesso, non può ritrovare pienamente sé stesso se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes, 24). Tradotto: l’umano si realizza non chiudendosi nella propria individualità, ma donandosi. Non c’è traccia, qui, dell’individuo solipsista e autocentrato descritto da Galimberti. La persona cristiana è, per sua natura, comunione.

Una salvezza che non è mai privata

Dal primo equivoco lessicale deriva il secondo, altrettanto grave. Galimberti, nei suoi interventi, dipinge il cristiano come un egoista spirituale: uno che pensa unicamente alla salvezza della propria anima, disinteressandosi totalmente della comunità. Chiunque però abbia una minima conoscenza del cattolicesimo sa che la salvezza, in questa tradizione, non è mai una faccenda “fai da te”.

Piero della Francesca, Battesimo di Cristo

Il Battesimo non è un atto privato: è l’ingresso in un Corpo Mistico, come insegna san Paolo nella lettera ai Romani (12,5): «Molti siamo un solo corpo in Cristo». L’Eucaristia è il sacramento della communio – comunione – che è, per definizione, un fatto ecclesiale, comunitario e pubblico. Se un cristiano si disinteressasse del prossimo e della comunità, non sarebbe un buon fedele, ma un peccatore, perché verrebbe meno al comandamento dell’amore che è il cuore stesso del Vangelo.

Gesù, nel celebre passo del giudizio finale (Matteo 25), non chiede quante preghiere abbiamo recitato, ma se abbiamo dato da mangiare all’affamato, se abbiamo visitato il carcerato, se abbiamo accolto lo straniero. La salvezza si costruisce qui, nelle relazioni concrete, ma non è mai privata: è, al contrario, l’antidoto più radicale contro l’isolamento individualista.

Il meccanismo del “fantoccio” (o straw man)

L’operazione retorica di Galimberti è, dunque, piuttosto trasparente, e corrisponde perfettamente a quella che in logica si chiama la fallacia dello straw man, ovvero dell’uomo di paglia. Il filosofo compie tre passaggi: prende un concetto – l’individuo – che appartiene alla filosofia moderna (da Hobbes al contrattualismo illuminista, fino al neoliberalismo); lo attribuisce abusivamente al cristianesimo, spacciandolo per un «lascito» di duemila anni; lo accusa di essere autoreferenziale, egoista e anti-comunitario, e conclude trionfante: «Vedete? Il cristianesimo è individualista!».

Il trucco però è sotto gli occhi di tutti: il cristianesimo cattolico storico e dottrinale non ha mai difeso l’individuo atomizzato. Lo ha sempre combattuto, in nome della persona e della comunità. Galimberti demolisce un bersaglio che non esiste nella tradizione che dice di voler criticare. È una semplificazione comoda, certo, e funziona benissimo sui social, dove la complessità non ha diritto di cittadinanza. Ma è intellettualmente disonesta.

Un invito al dialogo, non alla polemica

Il pubblico che segue Galimberti sui social, che condivide i suoi reel e lo applaude nei festival, ha diritto a una critica del cristianesimo che sia accurata, leale, informata. Non a una caricatura costruita su una parola fraintesa. Perché la verità, anche quando scomoda o spiazzante, merita rispetto. E il cristianesimo – checché se ne dica – è un fenomeno storico, culturale e antropologico di tale complessità che liquidarlo con un equivoco lessicale non è coraggio intellettuale. È, con tutto il rispetto, pigrizia.

Galimberti cerca la «parola che squadri da ogni lato» l’animo cristiano, come scriveva Montale. Ma forse, se riaprisse i testi con più attenzione e meno fretta, scoprirebbe che quella parola non è individuo. È persona.

Il Papa: “L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli”

“Grazie perché siete venuti con questo caldo!”, dice il Papa

Papa Leone XIV |  | Vatican Media /EWTNPapa Leone XIV | | Vatican Media /EWTN

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, domenica 28 giugno 2026, 12:10 (ACI Stampa).

Anche oggi alle ore 12, XIII Domenica del Tempo Ordinario, nonostante il grande caldo di questi giorni a Roma e in Italia, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con tutti i fedeli riuniti a Piazza San Pietro. A Roma oggi si arriverà a 38 gradi, ma questo non ha fermato i tanti che si sono radunati per ascoltare le parole del Papa. Il Pontefice ricorda subito che nel Vangelo di oggi “ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno”. “Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui”.

Il Papa inizia dal “distacco”, tema del Vangelo di oggi. Gesù dice: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. “Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame.

Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori per impegnarsi nella relazione coniugale”.

Oppure il Papa fa l’esempio dei figli: saranno felici solo educandoli a “camminare con le loro gambe”. “Solo perdendo quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire. In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere.

L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio”, commenta il Pontefice.

“Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni”, dice il Papa.

“Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete. Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli”, conclude infine il Papa la meditazione dell’Angelus di oggi.

Subito dopo la recita della preghiera mariana il Pontefice passa ai consueti saluti.  Il primo saluto è in lingua spagnola. Il Papa ricorda la popolazione venezuelana, colpita da un violento terremoto che ha provocato numerose vittime, quasi mille morti, danni materiali incalcolabili ecc. Il Pontefice rinnova, in lingua spagnola, la sua vicinanza spirituale a chi è stato colpito da questa tragedia. E ringrazia chi sta aiutando e offrendo assistenza

Milano e l’ondata di caldo record, Bertolaso: «Ospedali sotto stress. La prima regola è idratarsi. Troppi bimbi al sole»

di Gianni Santucci – Corriere della Sera – 28 Giugno 2026

L’assessore al Welfare e sanità di Regione Lombardia, Guido Bertolaso, chiede un piano per gli anziani soli: «Solo nell’area dell’Ats di Milano ci sono quasi 450 mila over 75. Servono monitoraggio continuo, assistenza, capacità di intercettarli tutti, anche nei periodi di ferie

Guido Bertolaso, assessore al Welfare e sanità in Regione Lombardia

Guido Bertolaso, assessore al Welfare e sanità in Regione Lombardia, qual è la situazione negli ospedali?
«Con dieci giorni di temperature largamente sopra la media abbiamo tutte le strutture sotto sforzo. Man mano che passano i giorni le criticità aumentano, soprattutto nei pronto soccorso: c’è un incremento degli accessi, a seconda delle zone, anche del 15-20 per cento. Con queste temperature, protratte così a lungo, i colpi di calore sono un problema e, soprattutto, tutte le fragilità e le patologie croniche si aggravano».

Quali sono le città più calde del mondo? Il confronto

I reparti sono attrezzati?
«Questo periodo di maggiore stress coincide con i legittimi periodi di ferie del personale sanitario. Ovviamente gli ospedali avevano organizzato i turni e ogni struttura, come sta avvenendo, può sostenere situazioni di carico superiore alla media, ma ripeto, soprattutto i pronto soccorso ne risentono, con un aggravio di fatica e responsabilità».

Cosa si potrà modificare nelle strategie future?
«L’emergenza non è più estemporanea, ma cronica, e come tale andrà affrontata. Ci dobbiamo abituare al cambiamento climatico e impostare una gestione su questo scenario. Significa che le strategie per affrontare le ondate di calore andranno organizzate in modo stabile. I piani caldo, oltre a quello che stiamo già facendo come Regione Lombardia da fine maggio, dovranno diventare qualcosa di un po’ più strutturato: non da definire a seconda della stagione e delle previsioni, ma in campo a prescindere».

Vale solo in estate?
«Lo scorso inverno abbiamo avuto inondazioni, alluvioni, frane, eventi di freddo severo. Sono gli estremi che si accentuano e in qualche modo si stabilizzano, non sono più fenomeni improvvisi. Se ogni anno si ripetono le stesse cose, dobbiamo adattare le nostre risposte».

Il tema riguarda esclusivamente gli ospedali?

«No. Pensiamo al sacrosanto consiglio che diamo agli anziani: state per quanto possibile con aria condizionata o cercate luoghi più freschi. Ecco, per il futuro le strutture in grado di garantire una temperatura idonea alle persone fragili saranno da organizzare. Non bisogna pensare solo al refrigerio dei supermercati o dei centri commerciali: bisognerà individuare edifici e zone dove accogliere al fresco chi è più a rischio».

Le persone seguono le raccomandazioni?
«Purtroppo vediamo ancora molti che non si idratano come dovrebbero. Altro punto importante: non voglio andare contro le multinazionali, ma si deve bere acqua, non bibite gassate. La medicina migliore è l’acqua, e non troppo fredda. L’idratazione è di gran lunga il primo punto sul quale insistere. Poi anche per l’alimentazione bisogna avere cautela».

In che termini?
«Mangiare più frutta e verdura è fondamentale. Ma attenzione specifica alla conservazione: con il caldo alcuni cibi non sono consigliabili, e c’è maggior rischio che si alterino e vadano a male. Le nostre Ats hanno molti ispettori per la sicurezza alimentare che stanno facendo controlli sulla conservazione».

Altre raccomandazioni?
«Vedo troppi bambini al sole. Fino a 11-12 anni, meno stanno al sole e meglio è. Devono avere cappellini, creme, devono essere davvero protetti. Con le alte temperature bisogna stare il meno possibile al sole. Non vedo gran preoccupazione da parte delle famiglie su questo punto».

Il tema degli anziani soli è l’altra emergenza cronica, e si aggraverà anno dopo anno. Come intervenire?
«Abbiamo ormai un numero di anziani soli impressionante, direi quasi inaccettabile, alcuni non del tutto autosufficienti. Abbiamo moltissima assistenza domiciliare, è vero, ma anche lì bisogna trovare nuovi paradigmi, perché così non si può andare avanti. Solo nell’area dell’Ats di Milano (che comprende anche Lodi, ndr) ci sono quasi 450 mila over 75. Servono monitoraggio continuo, assistenza, capacità di intercettarli tutti, anche nei periodi di ferie. È un altro tema che non si può affrontare ogni volta a maggio. La strategia andrà pianificata per anni, e organizzata a livello nazionale.

HO INCONTRATO SATANA A MEDJUGORJE

IL RACCONTO DI EUSEBIO CICCOTTI – formiche.net

Chiesa di San Giacomo, 23 giugno 2026. Messa in italiano. Dopo la benedizione finale, nella celebrazione presieduta da sua Eminenza Ernesto Simoni, lo stesso inizia una preghiera di esorcismo, quella di Leone XIII. Non passa un minuto che grida di una donna partono dal fondo della chiesa. Poi altre grida, da un’altra voce femminile, si alternano. La cronaca di Eusebio Ciccotti

27/06/2026

Medjugorje. No, non è cinema. No, non è finzione letteraria. Sono fatti. E quando sei testimone oculare non puoi tacere. Te lo impone la tua coscienza etica. Prima che il tuo stato di credente, di semi-credente, di cattolico praticante, di cattolico non praticante, di cattolico della “messa solo a Natale”, o del tipo “non faccio del male a nessuno, mi faccio i fatti miei”, con la massima già confezionata, “Gesù era un bravo uomo ma la Chiesa non la seguo”. Mi piacerebbe che tutte queste tipologie di brave persone, per carità, abili nel ritagliarsi il passaporto personale di “credente” (“io credo nell’uomo!”: perché nel Vangelo è scritto il contrario?), magari fossero state non solo nella chiesa di San Giacono, ma soprattutto nel piazzale antistante la stessa. Quando? Subito dopo la fine della celebrazione. Il 23 giugno, intorno alle12.30. Perché è avvenuto un fatto che i presenti – circa una ventina – ricorderanno per tutta la vita. Incluso chi scrive questa nota.

Sì, perché, lì ha preso vita una pagina del Vangelo di duemila anni fa. Si è verificato quello che accadeva durante la vita di Gesù. Ieri, abbiamo visto che la possessione demoniaca è vera. Che Satana esiste. Che l’esorcismo, un rituale sacro, somministrato da esorcisti autorizzati dalla Chiesa, è l’unica via per salvarsi dal dominio del diavolo. Ieri, abbiamo avuto la conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, come le guarigioni di indemoniati ad opera di Gesù fossero autentiche. Non abbellimenti letterari aggiunti nei secoli. Che i casi raccontati da don Grabriele Amorth, in due noti best seller (Un esorcista racconta 2000, Racconti di un esorcista 2015) e prima ascoltati dalla voce dello stesso a Radio Maria (grazie ad un programma, subito seguitissimo), hanno ricevuto una ulteriore validazione, sempre qualora ve ne fosse stato bisogno, sotto i nostri occhi. A Medjugorje.

La preghiera di liberazione di sua Eminenza Ernesto Simoni in chiesa

Ma partiamo dall’inizio. Terminata la celebrazione (quella in lingua italiana), delle ore 11.00, presieduta da sua Eminenza Ernesto Simoni, lo stesso inizia la preghiera di liberazione di Leone XIII, in latino. Dopo neanche un minuto si sentono delle grida, di donna, in fondo alla chiesa. Forti, terribili, acute, strazianti, prolungate. Sembrano provenire da due punti diversi. I fedeli mantengono la calma. Finita la preghiera di liberazione, i fedeli lasciano la chiesa. Alcuni dei presenti si girano cercando di vedere, ma la chiesa è ancora zeppa di fedeli. Qualcun altro, incuriosito dal fenomeno, va verso quell’area. So che in questi casi è meglio non andare a curiosare. Meglio pregare mentalmente per quelle persone che stanno soffrendo.

Uscito dalla chiesa mi dirigo sul piazzale antistante l’entrata, per tornare verso il mio alloggio. Da lontano vedo il cardinale vestito di rosso, circondato da alcuni fedeli, oltre al piccolo gruppo di collaboratori che lo accompagna. Il gruppo è appartato, accanto alla siepe che costeggia il vialetto. Mi avvicino. Penso si stia intrattenendo con dei pellegrini, vorrei salutarlo di nuovo. Invece, raggiunto il punto, il suo segretario personale, Vieri Lascialfari (ci siamo conosciuti il giorno prima a Radio Maria Medjugorje, per la intervista in diretta di Padre Livio Fanzaga con sua Eminenza), mi dice, “il Cardinale sta facendo un esorcismo”. Vedo una donna, con degli occhiali da sole, ferma, provata, e, di spalle, il cardinale, un sacerdote, due diaconi, e due laici che aiutano. Capisco che è la donna delle grida.

Mi sposto, saluto Vieri, non mi va di curiosare. Riprendo il mio cammino e passo davanti all’entrata della chiesa di San Giacomo. Sulla porta centrale, quella chiusa, una seconda donna, grida, e quattro persone, la tengono. Ora è chiaro perché in chiesa le grida provenivano da due punti diversi. Si trattava di due persone. Questa volta mi fermo. Non mi metto a fissare la scena, basta qualche secondo per capire. Dopo alcuni minuti il gruppetto che accompagna sua Eminenza, lasciata la prima donna, raggiunge quella sul portone della chiesa.

Accade l’incredibile

Sono di spalle. Ma appena le grida aumentano, automaticamente, mi volto in direzione del portone. Delle persone hanno cinto un cordone di protezione, intorno alla donna, a coloro che la stanno aiutando, a sua Eminenza e ai suoi collaboratori. Le grida aumentano, continuo a pregare mentalmente la Vergine Maria. La donna si agita forsennatamente ed emette grida strazianti, quasi disumani, non appena il Cardinale le è di fronte. Egli con calma inizia la preghiera di liberazione. La donna grida: “Vai via, vai via! Non ti avvicinare! Non mi toccare! Ti conosco! Vai via bastardo! Mi hai tolto troppe anime! Bastardo!”

Si agita con una forza terribile, si vuole abbattere sul 98enne Cardinale: se non la tenessero gli amici lo colpirebbe violentemente. Sbatte contro il massiccio portone di legno, poi eccola contro la spalletta di pietra dei muri, fa tutto per divincolarsi da coloro che la tengono, intende scagliarsi contro padre Ernesto; agita la testa e sgrana gli occhi quasi fuori dalle orbite; gli amici/parenti sudano per tenerla ferma pur essendo lei di media statura. Padre Ernesto Simoni, calmissimo e senza timore, procede con il rituale dell’esorcismo di Leone XIII in latino, accanto a lui don Christian Meriggi, un uomo forte, anch’egli esorcista. Sento chiaramente la voce del Cardinale, piana e distinta. Poi, si fa portare da un assistente, dalla loro auto, lì parcheggiata, dell’acqua santa, la spruzza verso l’indemoniata. Reazione terribile! Dopo lunghi minuti di esorcismo, cui ella oppone grida e imprecazioni, finalmente si calma. La voce terribile che le usciva non si sente più. È spossata, il demonio se ne è andato. Ha riacquistato le sembianze di una bella e serena donna. Sicuramente non si ricorda di quello che le è successo. Parenti e amici la accompagnano via, dopo aver ringraziato il Cardinale.

Semplicemente “padre Ernesto”

Padre Ernesto Simoni (“chiamatemi Padre; Eminenza è solo Gesù”, ci aveva detto in mattinata quando lo abbiamo incontrato nella sede di radio Maria Medjugorje, in collegamento per una intervista con Padre Livio Fanzaga, dall’Italia), a passi piccoli ma sicuri torna in auto. Il finestrino è abbassato. Mi avvicino e gli dico: “Grazie padre Ernesto, per tutto quello che fa per noi”. Mi risponde con un cenno della testa. Non è stanco. È ancora in contatto con l’Altissimo che lo ha sostenuto in questa lotta contro Satana. Anche io lascio il piazzale, e mi meraviglio della forza di questo santo uomo. Ha 98 anni: dalle 7.30 alle 11.00 era salito sul Podbrdo, parte a piedi, parte in lettiga. Poi aveva recitato un lungo rosario sotto il cocente sole. Successivamente, alle 11.00, in parrocchia, a San Giacomo, per la messa. Dopo la messa, due esorcismi fuori programma. Ancora, da pomeriggio a sera, visite: all’Istituto San Giovanni Paolo II e al Cenacolo, quello fondato dalla mitica suor Elvira, per il recupero dei giovani caduti nella dipendenza.

La forza di Padre Ernesto Simoni

Dopo 28 anni di prigione nelle terribili celle albanesi, padre Ernesto ha la forza incredibile di un trentenne. Tutti abbiamo notato che quando dice messa, o impartisce le preghiere di liberazione e durante gli esorcismi, la sua voce diventa più forte, il suo vigore aumenta. Non c’è dubbio che egli sia in collegamento con l’Altissimo e la Vergine Maria. In mattinata, in un momento di attesa, nella sede di Radio Maria Medjugorje, ci aveva detto, “pregate sempre la Vergine Santissima”. Poi, parlando di santi, a una mia domanda su Padre Pio, mi ha risposto: “Ricordati che Padre Pio è il santo più importante del Novecento. Pregatelo”.

Il Papa ai cardinali: «Ho bisogno del vostro aiuto, della franchezza e della lealtà»

di Agnese Palmucci, Roma

Si è aperto stamattina il secondo Concistoro straordinario del Pontificato di Leone XIV, che si tiene oggi e domani in Vaticano. Il Papa nell’intervento iniziale: “la sinodalità non è un insieme di procedure” ma “una maniera più evangelica di vivere insieme le responsabilità”.

26 giugno 2026 – Avvenire

Il Papa ai cardinali: «Ho bisogno del vostro aiuto, della franchezza e della lealtà»
Vaticano, 7 gennaio 2026. Papa Leone XIV presiede il Concistoro Straordinario.

Lo sguardo sul mondo, la pace, il bene comune e la sinodalità. Su questi quattro temi «tra loro profondamente collegati» papa Leone XIV ha «desiderato» che si concentrasse il lavoro dei cardinali convocati a Roma da tutto il mondo per il secondo Concistoro straordinario del suo Pontificato. Non si tratterà anzitutto «di riflettere sulla vita interna della chiesa», come ha spiegato lo stesso Pontefice stamattina nell’intervento che ha introdotto la due giorni di lavori dei porporati in aula Paolo VI. Ma le condivisioni convergeranno nelle sessioni in una sola domanda: «come possiamo aiutare oggi le nostre chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà libertà e credibilità?», ha specificato, prendendo la parola dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale decano, Giovanni Battista Re. Poi ribadisce ancora il “motivo” di questa scelta. «La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa, è la sua ragione di esistere, e proprio per questo diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento».

E’ un intervento “fraterno” e disteso, quello di Leone XIV ai cardinali, ma franco e determinato, che è partito ricordando anzitutto le motivazioni e lo stile del ritrovarsi insieme, senza negare le possibili difficoltà. Il suo «desiderio semplice», oltre a quello di approfondire insieme alcune questioni urgenti, è che incontri come il Concistoro aiutino il collegio cardinalizio «a imparare sempre più a lavorare insieme nel servizio della Chiesa» e a proseguire una conversazione che aiuti il Papa «nel servizio della missione». Due tra le «responsabilità» più importanti affidate ai porporati, ha sottolineato. Sono i cardinali i primi ad essere chiamati a costruire la «comunione di Cristo», ha detto ancora, «che prende forma in una chiesa sinodale nella quale tutti cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero». Non si tratta di essere «custodi di interessi particolari», dunque, «ma discepoli e testimoni del regno di Dio».

Perché la sinodalità, ha specificato più volte nel suo intervento, «non è anzitutto un insieme di procedure, come ho avuto modo di dire più volte, ma un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere». Anche se «talvolta è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità, in realtà ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa». Dal Papa è arrivata la richiesta di sostenere, anche nelle proprie Chiese locali, questo «stile di discernimento ecclesiale», senza negare le difficoltà che questo comporta. Anche se questo richiede «pazienza» e «talvolta suscita interrogativi», ha detto, «sono convinto che il Signore ci stia insegnando una maniera più evangelica di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato».

Poi li ha incoraggiati a «vivere con convinzione» il lavoro dei gruppi, anche se per «per molti di noi non è il modo abituale di svolgere il concistoro». Eppure, ha proseguito, «anche questo fa parte del cammino lungo il quale il Signore ci sta conducendo». Perciò ha chiesto a tutti «di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale». Durante l’omelia della Messa nella Basilica di San Pietro che ha aperto il Concistoro, poco prima di intervenire in aula Paolo VI, il Papa aveva ricordato anche che «la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano», e che sinodalità e collegialità sono «forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi». E, infatti, «l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, – ha aggiunto – trova in me chi chiede, non chi comanda». Perché l’autorità del primato «è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro».

Davanti a lui, in aula Nervi, come era accaduto anche nel Concistoro di gennaio scorso, i cardinali sono seduti attorno ai tavoli rotondi, in stile “sinodale”. Qualcuno ha già il suo pc aperto per prendere appunti, altri ascoltano la traduzione delle parole del Papa, che parla in italiano, attraverso le cuffie. Nella prima sessione di lavori, iniziata stamattina dopo la meditazione biblica del cardinale Grzegorz Ryś, arcivescovo metropolita di Cracovia, come ha ricordato ancora il Papa, i cardinali «sono invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo». Perché prima di domandarsi «cosa fare» occorre «sostare davanti alla realtà guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli». In questo modo, aveva sottolineato ancora nell’omelia, «la testimonianza cristiana diventa profezia di un mondo nuovo, evangelizzazione e servizio, progetto culturale e sociale che promuove integralmente lo sviluppo umano», perché «mentre annuncia il Vangelo, tra gioie e persecuzioni, la Chiesa non è mai di parte: è per tutti, e a ciascuno rivolge l’identica parola di conversione e di salvezza».

Nella sessione pomeridiana, invece, saranno chiamati a riflettere «sulla cultura della potenza e sulla civiltà dell’amore». Molti cardinali, infatti, ha sottolineato Leone XIV, «provengono da zone segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa, ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitti, di sopraffazione di frattura che attraversano oggi le nostre società». Proprio per questo il discernimento «riguarda tutti e interpella la missione della chiesa, non il contesto». A supportare il confronto anche il testo dell’enciclica Magnifica humanitas, che «offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo». Della guerra «che non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio» aveva parlato il Pontefice durante la Messa della mattina, «perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche».

Domani, invece, la terza sessione «approfondirà ancora la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune», in un tempo in cui «cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari». Per la Chiesa questo impegno, ha proseguito Prevost, assume la forma di «uno stile sinodale al servizio della missione del Ragno», come ricorda il n’86 dell’enciclica, aggiungendo che questo richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità». L’ultima sessione invece, nel pomeriggio del 27 giugno, sarà dedicata al cammino di attuazione del sinodo, senza aprire nuovi temi, ha spiegato, ma raccogliendo le condivisioni delle diverse sessioni.

Su questo Prevost torna più volte, per rendere lo stile sinodale più condiviso possibile. «Di fronte alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, – continua a specificare – la sinodalità indica un modo di procedere, ascoltare, discernere, e assumere insieme la responsabilità delle scelte che il Signore ci affida». Perché «quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese», non stiamo «soltanto migliorando il nostro modo di lavorare, ma stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo».

Non da ultimo, il Papa si è rivolto ai cardinali chiedendo, come aveva già fatto nel primo Concistoro, di poter contare sul loro «appoggio, forte esplicito e pubblico». «Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli, – ha aggiunto -. Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino». Il ministero petrino «non può essere vissuto da solo», perciò, ha concluso, il Papa ha bisogno «della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà».

Domani sera poi, al termine dei lavori a cui il Papa non prenderà parte, Leone XIV ascolterà gli interventi dei cardinali e interverrà di nuovo per concludere il Concistoro.

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