autore: Girolamo Muziano anno: 1580-1590 titolo: Estasi di Ostia luogo: Museo Cerralbo
Nome: Santa Monica
Titolo: Madre di S. Agostino
Nascita: 331, Tagaste, Numidia
Morte: 27 agosto 387, Ostia
Ricorrenza: 27 agosto
Tipologia: Memoria liturgica
Protettrice: delle madri, delle donne sposate, delle vedove
Luogo reliquie: Basilica di Sant’Agostino
Fa parte di: Santi del Lazio
S. Monica, sempre grandemente venerata dalla Chiesa e posta a modello delle madri cristiane, nacque a Tagaste, in Africa nel 331, da famiglia cristiana, nella quale fin dall’infanzia imparò a conoscere e ad amare Iddio. Ebbe anch’essa, come tutti i fanciulli, certi difetti propri dell’età giovanile, come la golosità, che si manifestava in lei con una spiccata tendenza verso il vino, ma ammonita in tempo dai parenti e aiutata dalla grazia ben presto si corresse.
Fatta giovanetta, i suoi genitori la sposarono ad un legionario romano di nome Patrizio, galantuomo, ma pagano di religione. Non si smarrì la Santa, anzi, suo primo pensiero, unendosi al compagno della sua vita, fu di guadagnarlo a Gesù Cristo mediante una vita sottomessa, fatta di rispetto e di amore.
Per questo ella mantenne sempre una condotta irreprensibile, soffrendo pazientemente senza permettersi mai alcun rimprovero. Tanti sacrifici nascosti agli occhi degli uomini, ma manifesti a Dio, Padre di tutti gli uomini, non potevano non essere esauditi e ripagati.
Ed ecco che Monica ebbe la consolazione di vedere il marito, un anno prima della sua morte, abbracciare la fede cattolica, rinunziando ai suoi vizi e passando nella pratica delle virtù il rimanente della vita.
Intanto ella era divenuta madre di tre figli: Agostino, Novigio e una figlia, di cui ignoriamo il nome.
Le cure che la santa madre profuse per la buona educazione dei figli furono certamente grandi; pur tuttavia, Agostino, attirato più dagli amici che lo invitavano al male che dalle raccomandazioni materne, deviò, ponendo così a durissima prova la virtù della sua povera mamma. Ella infatti vedendo il figlio adescato dall’errore e dal vizio, non faceva che elevare al cielo fervorose preghiere, unite a calde lacrime, per impetrarne la conversione. Le sue abbondanti lacrime e fervorose preghiere ottennero la conversione del figlio.
Nel 375 Agostino si trasferì a Cartagine per insegnarvi eloquenza. Nel 383 si imbarcò nottetempo per Roma dove, dopo aver superato una lunga malattia, cominciò ad insegnare eloquenza e retorica. Finché ottenne un posto, tramite il prefetto di Roma Simmaco, a Milano.
A Milano, venne raggiunto dalla mamma, la quale, non considerando le fatiche del viaggio ma solo il bene del figlio, era partita, sola, alla ricerca di lui. Quivi finalmente sarebbero stati appagati i suoi desideri ed esaudite le sue suppliche. Infatti unitasi nel suo apostolato col grande arcivescovo S. Ambrogio che la incoraggiava dicendole: « Non può andar perduto un figlio di tante lacrime », riuscì con la grazia di Dio a trarre alla fede cattolica Agostino alla fine del 386, che l’anno seguente, ricevette il Battesimo per mano di Ambrogio nella Pasqua del 387 e cominciò una vita santa e feconda di apostolato.
Ringraziato Iddio per tanto favore, Monica e Agostino decisero di prendere la via del ritorno; ma la pia madre, che ormai aveva compiuta la sua missione su questa terra, ad Ostia si ammalò gravemente ed in pochi giorni, felice per la conversione del figlio ottenuta, rese la bell’anima a Dio. Era il 27 agosto dello stesso anno 387.
La tomba di Santa Monica, madre di Sant’Agostino, si trova nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, a Roma, poco distante da Piazza Navona. Le sue reliquie furono traslate da Ostia alla fine del XV secolo e collocate in una cappella apposita alla sinistra del presbiterio, in un sarcofago artistico opera di Isaia da Pisa
PRATICA. Imparino i genitori a vigilare sull’educazione cristiana dei figli e a prodigare ad essi le loro maggiori cure.
Uno studio pubblicato su Nature, una delle più prestigiose e importanti riviste scientifiche a livello internazionale, pubblicata fin dal 4 novembre 1869, rivela che tra la fine del 1341 e il 1343 l’Europa venne colpita da sedici devastanti inondazioni consecutive, una sequenza mai documentata prima e che rappresenta il più alto numero di eventi meteorologici catastrofici degli ultimi 700 anni.
Il nero secolo XIV è passato alla storia come uno dei periodi più difficili del Medioevo europeo, segnato da una crisi sistemica che colpì demografia, economia e istituzioni, crisi causata da una serie di fattori concomitanti. Iniziamo con la grande carestia del biennio 1315-1317, dovuta ad un drastico cambiamento climatico, noto come «Piccola era glaciale», con piogge incessanti, che colpirono i raccolti agricoli, tanto che milioni di persone morirono di fame in tutta l’Europa del Nord; tale abnorme carestia indebolì anche le difese immunitarie delle persone. Fra il 1347 e il 1352 il batterio Yersinia pestis arrivò dall’Asia tramite le rotte commerciali dei mercanti genovesi, provocando così la terribile Peste nera che uccise circa un terzo della popolazione del continente, ovvero 20/25 milioni di persone. Interi villaggi scomparvero, provocando il crollo della manodopera e il panico collettivo.
Il 1300 fu protagonista temporale anche della Guerra dei Cento Anni (1337-1453), che si sviluppò in una serie di scontri bellici devastanti fra la corona inglese e quella francese. Le campagne vennero sistematicamente devastate dalle cosiddette «compagnie di ventura» e il costo dei conflitti provocò una pressione fiscale pesantissima sui contadini. Tutti questi fenomeni naturali e politico-militari provocarono rivolte sociali ed una crisi economica di proporzioni enormi.
Allo stesso tempo la Chiesa visse una stagione di profonda crisi, dettata in particolare dalla cattività avignonese, fra il 1309 e il 1377, quando il papato trasferì la sua sede ad Avignone, sotto l’influenza del Re di Francia, e dal grande scisma d’Occidente, che si consumò fra il 1378 e il 1417, quando la Chiesa si divise a tal punto da avere contemporaneamente due Pontefici, arrivando fino ad averne addirittura tre, ciò portò in pratica ad una vera e propria distruzione romana dell’autorità spirituale.
Come non vedere in tutti questi fenomeni i castighi di Dio?
Allora, come non vedere oggi, così come abbiamo iniziato a fare nello scorso numero di «Corrispondenza Romana», in tutte le anomalie, le contraddizioni, i rivolgimenti, compresi i cambiamenti climatici, la mano della Giustizia divina che risponde a tutti i peccati mortali (compreso l’aborto su vasta scala), alla corruzione neopagana degli usi e dei costumi, alla crisi attuale nella Chiesa, che si manifesta attraverso errori-inganni-omissioni, comprese le profanazioni, le dissacrazioni e gli abusi liturgici?
Per chi ha fede è un ovvio che Dio reagisca, come sempre è avvenuto, a partire dalla punizione inflitta ad Adamo ed Eva che, per usare un gergo molto popolare, ma altrettanto efficace, «se la sono cercata»; come è avvenuto a Sodoma e Gomorra, come è avvenuto con l’alluvione universale, come è avvenuto nel 70 d.C. con la distruzione del tempio di Gerusalemme, che non è mai più stato riedificato e come è avvenuto nel Trecento e in molte altre epoche storiche. L’uomo che volta le spalle a Dio non può, per Giustizia, rimanere impunito, come non rimane impunito chi si è macchiato di gravi colpe su questa terra e la giustizia umana opera attraverso i suoi tribunali. Tuttavia, i tribunali umani possono fallire nelle loro sentenze, non così il Tribunale perfetto dell’Onnipotente.
Il 28 agosto faremo memoria liturgica del Dottore della Chiesa sant’Agostino, Doctor Gratiae, il maggiore rappresentante della patristica occidentale, ebbene, è interessante ricordare la sua posizione circa la tematica che stiamo affrontando.
Per il Padre della Chiesa i castighi non sono atti di crudeltà arbitraria o di cieca vendetta, ma pura espressione della Sua Perfetta Giustizia, che si collega ad una profonda Misericordia. Il dolore personale e le sofferenze del mondo, come pandemie, guerre, carestie, terremoti… trovano la loro spiegazione e giustificazione all’interno dell’ordine cosmico e del Piano della Salvezza Universale della Santissima Trinità.
Così spiega sant’Agostino con la sua straordinaria modulazione stilistica e la sua genialità concettuale, unita alla profondità spirituale, tutta e solo agostiniana: «L’allegrezza del mondo è la cattiveria impunita. Gli uomini si abbandonino pure alla lussuria, siano adùlteri, vadano dietro alle frivolezze, si riempiano di vino, si disonorino turpemente, senza che soffrano nulla di male; eccovi davanti l’allegrezza del mondo. […] Ma il pensiero di Dio è diverso dal pensiero dell’uomo. Altro è il progetto di Dio, altro quello dell’uomo. È disegno di grande misericordia non lasciare impunita la malizia e, per non essere costretto a condannare all’inferno alla fine, ora si degna di punire con la sferza.
Non vuoi conoscere che grande punizione sia l’assenza di punizione, non però per il giusto, ma per il peccatore, al quale è riservata la pena temporale perché non gli sopraggiunga quella eterna? Vuoi allora sapere che grande punizione sia l’assenza di punizione? Chiedi al Salmo: Il peccatore ha acceso di sdegno il Signore. […] Vedete di capire, fratelli cristiani, la misericordia di Dio. Quando punisce il mondo, non vuole condannare il mondo. Per l’eccesso della sua ira, non lo ricerca. Per questo, perché assai adirato, il Signore non lo ricerca. Tremenda la sua ira. Nel perdonare castiga duramente, ma è secondo giustizia la punizione severa. La severità è infatti quasi spietata verità. Se, pertanto, talora unisce al perdono un duro castigo, è un bene per noi che soccorra facendoci espiare. Eppure, se consideriamo le azioni del genere umano, che cosa soffriamo? Non ci ha trattati secondo i nostri peccati. Siamo figli infatti. Che prove ne abbiamo? Il Figlio Unigenito morto per noi per non rimanere l’unico. L’Unico che morì non volle essere il solo. L’unico Figlio di Dio fece molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il proprio sangue; apprezzò, egli riprovato; riscattò, egli venduto; onorò, egli vituperato; rivitalizzò, egli ucciso. Dubiti che ti darà i suoi beni egli che si è degnato di assumere i tuoi mali? Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; rallegratevi cioè nella verità, non nella falsità; rallegratevi nella speranza dell’eternità, non nel bagliore della vanità» (Discorso 171, Dalle parole dell’Apostolo, Fil 4, 4-6, «Rallegratevi sempre nel Signore»).
Secondo sant’Agostino e, dunque, secondo la Chiesa bimillenaria, il castigo non è intrinseco alla natura umana originaria, creata buona da Dio, ma è la conseguenza necessaria del peccato e del libero arbitrio che si è allontanata e continua, purtroppo, fino alla fine dei tempi, ad allontanarsi dal Bene Sommo. La pena inflitta al peccatore è perciò l’esito giusto della sua colpa. «Dio è bene: non c’è bene per chi lo abbandona. E fra le realtà che sono state fatte da Dio, la natura razionale è un bene tanto grande, che nessun bene può farla felice all’infuori di Dio. I peccatori sono dunque ordinati nei castighi, ordinamento che non compete alla loro natura, e per questo è una pena; compete piuttosto alla loro colpa, e per questo è una giustizia» (La natura del bene, § 7).
Il Vescovo d’Ippona, che ragionò con mera fedeltà cattolica …… introduce all’ineludibile tema luciferino: «Effettivamente non è ingiusto che, nel momento in cui i malvagi ricevono il potere di nuocere, la pazienza dei buoni venga messa alla prova e nello stesso tempo l’iniquità dei cattivi venga punita. Infatti, attraverso il potere concesso al diavolo, Giobbe fu messo alla prova perché risultasse la sua giustizia, Pietro fu tentato perché non presumesse di sé, Paolo fu colpito perché non s’inorgoglisse, Giuda fu condannato perché s’impiccasse. Mentre dunque Dio stesso ha fatto tutte queste cose secondo giustizia per mezzo del potere concesso al diavolo, a quello sarà inflitto un castigo finale non certo in ragione di tali atti compiuti secondo giustizia, ma in ragione della sua iniqua volontà di nuocere, quando si dirà agli empi che hanno perseverato nell’acconsentire alla sua perfidia: Andate nel fuoco eterno che il Padre mio ha preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Gli stessi angeli cattivi, poi, non sono stati costituiti come tali da Dio, ma peccando sono diventati cattivi; così Pietro ne parla nella sua lettera: Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò nel carcere tenebroso dell’inferno, serbandoli per il giudizio» (Ibidem, §§ 32- 33).
Dopo molto preciso e cristallino sapiente disquisire, sant’Agostino giunge alle sue formule tanto lapidarie quanto convincenti, che illuminano la mente e accarezzano il cuore: «[…] il peccato o iniquità non consiste nel desiderio di nature cattive, ma nel rifiuto di quelle migliori» (Ibidem, § 34).
Come non tornare a pensare cattolicamente, in un tempo come il nostro, così massacrato di incertezze e confusioni, così meschino, così cinico e irragionevole nel suo “buonismo” lassista, così assente nella vera pietas cristiana e così castigato per essersi allontanato pervicacemente dalle leggi del Creatore?
Le lezioni di sant’Agostino, sommo teologo e sommo Pastore di anime lungo i secoli, arrivano spesso a commuoverci e a rubarci l’anima, come in questo caso, quando esalta il mandato sacerdotale: «Quant’è grande la tua pazienza, o Signore misericordioso e compassionevole, longanime e ricco di misericordia, e veritiero! Tu fai sorgere il sole sopra i buoni e i cattivi, fai piovere sopra i giusti e gli ingiusti; tu non vuoi la morte del peccatore, ma che egli ritorni e viva; tu castighi poco alla volta e offri l’occasione di far penitenza, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore; tu guidi pazientemente alla penitenza, nonostante che molti, secondo la durezza del loro cuore, un cuore impenitente, accumulino collera su di sé per il giorno della collera e della rivelazione del tuo giusto giudizio, tu che rendi a ciascuno secondo le sue opere; tu che dimenticherai tutte le sue iniquità nel giorno in cui l’uomo si sarà convertito dalla sua cattiveria alla tua misericordia e verità: concedici e donaci che per mezzo del nostro ministero, tramite il quale hai voluto far riprovare quest’errore abominevole e davvero spaventoso, così come molti sono stati liberati, anche altri vengano liberati e meritino di ricevere nel dolore della penitenza, grazie al sacrificio del santo battesimo come pure al sacrificio di uno spirito contrito e di un cuore affranto e umiliato, la remissione dei peccati e delle loro bestemmie, con le quali ti hanno offeso per ignoranza. Hanno tanto valore la misericordia che sopravanza tutto, la tua autorità e la verità del tuo Battesimo, e le chiavi del regno dei cieli nella tua santa Chiesa!
Perciò non bisogna disperare nemmeno di coloro i quali, finché vivono su questa terra grazie alla tua pazienza, pur sapendo quanto sia male intendere o dire di te tali cose, sono trattenuti in quella perfida professione per una qualche abitudine o ricerca di un vantaggio temporale e terreno, se, almeno pungolati dai tuoi rimproveri, si rifugiano presso la tua ineffabile bontà, anteponendo a tutte le lusinghe della vita carnale la vita celeste ed eterna» (Ibidem, § 48).
Nostro Signore, come ci spiega sant’Agostino, castiga poco alla volta, guida pazientemente alla penitenza, pungola con i Suoi rimproveri di Padre. Ogni padre terreno che permette il cattivo comportamento del proprio figlio, senza rimproveri e giuste conseguenze delle sue malefatte, è un pessimo padre, che non vuole il bene per lui. Il Padre che è nei Cieli vuole esclusivamente il meglio per i propri figli, con una proiezione non fugace, ma di eterna beatitudine.
I santi ringraziano letteralmente Dio per le prove, le tribolazioni, i dolori terreni, considerati non crudeltà, ma strumenti di purificazione per la salvezza eterna. Oltre l’immenso filosofo e teologo sant’Agostino, possiamo ricordare in questo senso anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Pio da Pietrelcina fino ad arrivare all’ugandese santa Giuseppina Bakhita, chiamata «apostola della gratitudine», che sperimentò la schiavitù e atroci sofferenze, che provò realmente la Grazia nella disgrazia, e di quella Grazia ne ha fatto un inno, che la Chiesa, elevandola all’onore degli altari, tramanda a tutte le generazioni attraverso la sua coraggiosa e appassionata testimonianza: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani…».
Il costante aumento dei convertiti adulti al cattolicesimo in tutto l’Occidente negli ultimi cinque anni ha fatto notizia e ha infuso speranza nei fedeli. In nessun luogo il fenomeno ha suscitato tanto scalpore quanto in Francia, la figlia primogenita della Chiesa.
Naturalmente, la maggior parte dell’attenzione si è concentrata sui numeri. Secondo la Conferenza Episcopale Francese, i convertiti adulti e adolescenti al cattolicesimo si sono mantenuti stabili tra i 4.000 e i 5.000 all’anno dall’inizio del XXI secolo. Poi, poco dopo il Covid, quei numeri hanno cominciato a crescere costantemente, raggiungendo quota 5.825 nel 2022, 8.416 nel 2023, 12.340 nel 2024, 17.788 nel 2025 e infine 21.386 alla Pasqua del 2026: un aumento sbalorditivo del 400%.
Per quanto impressionanti, questi convertiti restano comunque una goccia nel mare rispetto ai numeri imponenti di coloro che abbandonano la Chiesa. La percentuale di francesi che si identificano come cattolici è scesa da oltre il 90% negli anni Sessanta ad appena il 30% di oggi. Negli anni Settanta, più di tre quarti dei neonati francesi venivano battezzati nella Chiesa cattolica, contro il 50% del 1996 e appena il 25% del 2024. Cali analoghi si riscontrano negli altri sacramenti, come il matrimonio, la Cresima e la Prima Comunione.
Ciononostante, questa ondata di conversioni è senza dubbio una delle tendenze religiose più straordinarie del nostro tempo, anzi, di ogni tempo. Non è esagerato definirla miracolosa, un segno evidente della grazia di Dio che agisce nella Sua Chiesa in un’epoca di crisi senza precedenti. Semplicemente “non dovrebbe” accadere affatto, secondo la logica della modernità.
Se si guarda più a fondo alle motivazioni e alla spiritualità di queste conversioni, la tendenza diventa ancora più interessante. All’inizio di quest’anno, la Conferenza Episcopale Francese ha pubblicato un’indagine condotta su 1.450 catecumeni in 60 diocesi francesi (su 100). Ne è emerso che il 58% dei convertiti del 2026 sono donne e il 42% uomini. Sono inoltre molto giovani, con l’80% al di sotto dei 40 anni, e sono distribuiti in modo abbastanza uniforme sul territorio nazionale, sia nelle zone rurali sia nelle grandi città. Tutte le classi sociali sono rappresentate in modo piuttosto equilibrato, dai ceti popolari alla borghesia professionale media e alta.
L’indagine poneva la seguente domanda: “Qual è stato il motivo principale per cui hai chiesto il battesimo?”. La risposta più frequente (40%) è stata: “Ho vissuto una prova (una malattia, un funerale, ecc.) che ha dato inizio a una ricerca di senso”. Seguono: “Ho cominciato a pormi domande sulla religione cattolica” (34%), “Ho avuto una forte esperienza spirituale” (32%) e “Ho visitato un luogo religioso e sono rimasto toccato dalla sua bellezza” (23%).
Sorprendentemente in basso nella classifica figura l’apostolato diretto di un’altra persona, come la “testimonianza cristiana di un amico o di un familiare” (19%), “una persona a me vicina ha chiesto il battesimo” (16%) o “ho seguito degli influencer sui social media” (11%). Ogni conversione richiede anzitutto la grazia dello Spirito Santo. Ma le conversioni alla Fede cattolica — specialmente su larga scala — sono quasi sempre avvenute attraverso mezzi umani, come per esempio i sacerdoti missionari che facevano apostolato diretto tra la gente.
L’ondata di conversioni si è verificata praticamente senza alcun ruolo diretto del clero francese. Lo Spirito Santo, a quanto pare, sta agendo nelle anime al di fuori dei canali umani tradizionali. Il clero, da parte sua, è stato pronto ad ammettere di aver avuto ben poco a che fare con l’attrazione di questi convertiti. L’autore del rapporto, l’arcivescovo di Lione mons. Olivier de Germay, ha spiegato: “Questo fenomeno continua a stupirci, perché non pretendiamo di avere una risposta unica per spiegarlo… Molti giovani mi raccontano di aver avvertito una ‘chiamata interiore’ o di aver avuto una potente ‘esperienza spirituale’, un inatteso ‘incontro con Dio’. È come se il progresso tecnologico non avesse mantenuto le sue promesse. Crea un vuoto interiore e genera una profonda insoddisfazione”.
Questa profonda insoddisfazione per le false promesse della modernità è un filo conduttore che attraversa queste conversioni. I catecumeni hanno una sete spirituale di cattolicesimo, egli ritiene, perché la Fede cattolica non è più un tabù come un tempo. Giovani cresciuti senza alcuna educazione religiosa bussano alle porte delle canoniche con mente aperta e senza pregiudizi. Egli ritiene che cerchino “un’identità che non sia identitaria” e vedano la Chiesa come “un’istituzione solida, dalle radici profonde, su cui potersi appoggiare”.
Molti descrivono questa tendenza come una ricerca di senso da parte di una gioventù completamente alla deriva. La Generazione Z, con i suoi alti tassi di depressione e ansia, è particolarmente attratta dai duemila anni di storia, dalle tradizioni e dalle dottrine della Chiesa cattolica. L’arcivescovo di Reims mons. Éric de Moulins-Beaufort ha osservato che “i catecumeni descrivono la loro vita passata come piena di tristezza, di un senso di vuoto e di un’ansia soffocante. Una volta incontrato Gesù, scoperto l’amore infinito con cui sono stati amati… scoprono una profonda pace interiore che li riconcilia con gli aspetti più belli della loro vita. Attribuiscono a Gesù il meglio delle loro esperienze, come se Egli li avesse sempre guidati e accompagnati”.
Charles Mercier, professore di storia contemporanea all’Università di Bordeaux, osserva che fino a circa vent’anni fa i nuovi convertiti tendevano generalmente ad aderire ai movimenti più carismatici all’interno della Chiesa. Oggi, invece, tendono a essere molto più conservatori, persino tradizionalisti, con “un apprezzamento per la liturgia e un’adesione piuttosto ferma alla dottrina ortodossa”.
Questi giovani non cercano soltanto una dottrina e una liturgia solide, ma anche una spiritualità più tradizionale. A partire dagli anni Sessanta, i progressisti nella Chiesa cattolica hanno cercato di liquidare le pratiche spirituali cattoliche tradizionali per sostituirle con un cattolicesimo più “sociale”. In Francia, figure come il cardinale Achille Liénart, arcivescovo di Lilla (il cosiddetto cardinale “rosso”), o mons. Jacques Gaillot, vescovo di Évreux, rappresentavano questa corrente modernista. La Francia è stata inoltre il centro di diverse correnti progressiste, come Le Sillon e il movimento dei preti operai, che cercavano di sopprimere la spiritualità cattolica tradizionale.
“Tra i giovani entrati nella Chiesa cattolica da adulti, così come tra quelli cresciuti cattolici, stiamo assistendo a una rinascita delle devozioni tradizionali — come il rosario — che erano state in qualche modo accantonate dalle generazioni precedenti”, ha spiegato Mercier in un’intervista. “Questa nuova generazione si sta riappropriando di pratiche un tempo considerate antiquate o superate, talvolta adattandole… Un esempio è il Sacro Cuore, che è stato oggetto di un film ed è diventato anche un oggetto decorativo, disponibile nelle grandi catene commerciali”.
Papa Francesco ha trascorso il suo pontificato facendo appello a cause progressiste, come l’ecologia, l’immigrazione di massa e la Comunione per i cattolici divorziati e risposati civilmente. La Generazione Z, invece, è attratta dalle processioni, dai pellegrinaggi, dall’incenso, dal latino e dal canto gregoriano. Questi giovani sono molto più propensi a ricevere la Santa Comunione sulla lingua, a inginocchiarsi durante buona parte della Messa o a indossare il velo, pratiche che erano state scoraggiate dopo il Concilio Vaticano II.
Il pellegrinaggio annuale della Messa in latino Parigi-Chartres, che si svolge nella domenica di Pentecoste, per esempio, è passato da poche migliaia di pellegrini negli anni Novanta a oltre 20.000 nel 2026, la grande maggioranza dei quali sotto i 30 anni. Anche la venerazione delle reliquie è in aumento. Il numero dei pellegrini alla Santa Tunica di Argenteuil, vicino a Parigi, è cresciuto dai 200.000 del 2016 a quasi mezzo milione nel 2025.
I convertiti indicano spesso il caro ricordo di un genitore o di un nonno come un fattore determinante del loro ritorno alla Fede. Molti ricordano come la nonna li portasse fedelmente in chiesa, insegnasse loro a pregare e fosse un modello di bontà e di amore cristiano in famiglia. Oppure un nonno che aveva compiuto un pellegrinaggio a Lourdes e guidava ogni sera le preghiere in famiglia.
Guillaume Cuchet, professore di storia alla Sorbona e autore di La Religion des morts (La religione dei morti), fa notare che, in seguito a un evento traumatico della vita — come la morte di una persona cara — chi non crede è costretto a confrontarsi con le domande più profonde e con lo scopo dell’esistenza. Molti scoprono che il mondo moderno non offre risposte soddisfacenti. Sebbene meno del 5% dei francesi partecipi alla Messa ogni domenica, il 70% sceglie una sepoltura cristiana. Nei momenti di malattia, di sofferenza e soprattutto di morte, le persone si rivolgono alla religione: una grande opportunità di evangelizzazione per la Chiesa.
La ricerca di radici, di senso, di comunità e di identità nel cattolicesimo ha un’altra causa: la crescente islamizzazione della Francia. I musulmani costituiscono circa il 10% della popolazione e sono in rapida crescita. Nelle città con grandi comunità musulmane, i francesi autoctoni si trovano quotidianamente di fronte ai richiami alla preghiera islamica nelle strade, alle donne che indossano lo hijab, alle aggressioni sessuali contro le donne francesi e persino a divieti informali di vendita della carne di maiale. La società e la cultura francesi sono minacciate di distruzione totale da una religione straniera e comunitarista. Il laicismo, il materialismo e l’iperindividualismo sono semplicemente incapaci di resistere a una religione che pone l’accento sull’identità di gruppo, sulla certezza dottrinale e sulla sottomissione incondizionata. Molti cristiani allontanatisi dalla fede cercano una risposta e la stanno trovando nell’antica fede della Francia: il cattolicesimo.
Di conseguenza, la natura del cattolicesimo francese sta cambiando. Nell’ultimo secolo, i cattolici francesi si sono per lo più ritirati dalla vita pubblica in nome della laïcité. Ora, questi giovani convertiti sono fieri della loro fede e sempre più propensi a manifestarla in pubblico. “È affascinante”, ha dichiarato don Benoist de Sinety, parroco di Lilla, descrivendo la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri di quest’anno. “Ai miei tempi, ci affrettavamo a cancellare la croce che ci era stata tracciata sulla fronte non appena uscivamo, per non attirare l’attenzione; oggi i giovani la esibiscono, si fanno i selfie e la tengono per tutto il giorno”. I fedeli, e soprattutto i giovani, ha detto, sono desiderosi di mostrare che quel giorno erano davvero stati a Messa.
Resta da vedere quanto durevole sarà questa tendenza. Nondimeno, essa sta già producendo effetti rilevanti sul panorama religioso francese e sta cambiando il modo in cui i cattolici francesi vedono se stessi e il proprio posto nella società. Il vescovo di Nanterre mons. Matthieu Rougé riassume così la situazione: “Stiamo passando da una Francia prevalentemente cattolica a una Francia caratterizzata da una significativa minoranza cattolica”. Man mano che la persecuzione dei cattolici francesi continuerà a crescere, tanto da parte dell’islam quanto dei laicisti dell’estrema sinistra, crescerà certamente anche il fervore dei cattolici di Francia. Questi nuovi convertiti dovranno fare i conti con una Chiesa che da generazioni attraversa una crisi profonda. Eppure Dio non ha abbandonato la Chiesa, né la sua figlia primogenita, la Francia. Egli continua ad agire sulle anime, e i cattolici hanno molte ragioni per sperare che questa azione non farà che intensificarsi.
Il conflitto e le prospettive di pace al centro del faccia a faccia tra il segretario per i Rapporti con gli Stati del Vaticano e il ministro degli Esteri russo, che ha ringraziato la Santa Sede per la «posizione equilibrata»
26 agosto 2026 – Avvenire – 26 Agosto 20
L’arcivescovo Gallagher e il ministro degli Esteri russo Lavrov alla riunione congiunta con la stampa dopo i colloqui a Mosca / ANSA
«Questa guerra deve finire», il prima possibile, «più a lungo durerà, più difficile sarà raggiungere una soluzione adeguata. Ogni giorno i combattimenti generano nuove vittime ostacolando ulteriormente una riconciliazione futura». Con tono fermo e pacato, Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha portato nel cuore di Mosca l’incessante appello per la pace di papa Leone XIV.
All’esordio della missione in Russia – dove mancava dal novembre 2021, prima del conflitto con l’Ucraina –, il “ministro degli Esteri” del Vaticano ha incontrato l’omologo Sergeij Lavrov per affrontare – come precisato dalla segreteria di Stato via social – «temi di comune interesse e questioni di attualità internazionale». Al termine, i due diplomatici hanno voluto presentare insieme le proprie dichiarazioni alla stampa. «La posizione della Santa Sede è chiara – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher davanti ai giornalisti che non sono stati autorizzati a fare domande –. Le ostilità non possono essere risolte con mezzi militari. È essenziale creare le condizioni per un processo politico e diplomatico e avviare un negoziati autentici con il sostegno della comunità internazionale».
Da qui l’invito alle parti «a mostrare apertura e buona volontà affinché questo dialogo possa diventare realtà al più presto». In quest’ottica, «il Vaticano continua ad offrire la propria piattaforma di dialogo e buoni uffici», ha affermato il segretario per i rapporti con gli Stati che, il mese scorso, è stato a Kiev dove si è riunito con il presidente Volodimir Zelensky.
Pur riconoscendo «divergenze sostanziali» con Mosca, Gallagher ha parlato di un «clima costruttivo» nel corso del colloquio e ha evidenziato alcuni «punti di convergenza» in particolare sulla necessità di mantenere aperti i canali di comunicazione e di collaborare sulle questioni umanitarie, dal ritorno dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri. Aspetti su cui proseguirà il lavoro del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace vaticano, che dovrebbe recarsi a Mosca entro settembre, dopo i precedenti viaggi del 2023 e 2024.
Nelle parole di Gallagher sull’urgenza di alternative allo scontro a oltranza – «più necessarie che mai», ha ribadito – è risuonato l’ennesimo appello del Pontefice che, lo scorso 9 agosto, citando la guerra russo-ucraina, aveva invitato a «fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace». Lavrov, da parte sua, ha definito il faccia a faccia – in cui ha precisato di aver espresso la proposta russa per la fine della guerra – «molto utile». E ha ringraziato la Santa Sede «per la posizione equilibrata sulla situazione in Ucraina» e «per il coinvolgimento attivo nella risoluzione di una serie di urgenti questioni umanitarie».
Nelle stesse ore, un grazie analogo al Papa e alla Santa Sede è arrivato anche da Kiev. In un messaggio diffuso su X, Zelensky ha espresso gratitudine a Leone XIV per «Il forte sostegno spirituale del Vaticano» e l’aiuto tangibile, «inclusi gli sforzi per riportare indietro i nostri bambini rapiti dalla Russia e per aiutare ad avanzare il processo di pace».
Il viaggio di Gallagher in Russia proseguirà fino a venerdì con una serie di appuntamenti che confermano la volontà della Santa Sede di continuare a percorrere la strada del dialogo in una delle fasi più difficili delle relazioni internazionali. Domani ci sarà la riunione con Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per la politica estera. A conclusione della missione, dopodomani, la riunione con la comunità cattolica e la Messa nella cattedrale dell’Immacolata della capitale russa.
In Russia il direttore della Cia. Ma resta il “njet” del Cremlino
Il direttore della Cia John Ratcliffe è arrivato oggi a sorpresa a Mosca. A riferirlo i media Usa Axios e Cbs News, svelando il mistero che ha dominato per ore l’atterraggio di un aereo militare Usa Boeing C-17 Globemaster nell’aeroporto della capitale russa, proveniente dalla Joint Base Andrews in Maryland. È il primo viaggio di Ratcliffe a Mosca dopo la sua nomina.
Una visita che assume un rilievo particolare dopo il rinvio di quella prevista dei mediatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner (anche se né Mosca né Washington hanno voluto commentare la visita). Un rinvio, secondo il presidente finlandese Alexander Stubb, dovuto anzitutto alla rigidità di Vladimir Putin sul fronte negoziale. Ratcliffe è poi ripartito in serata. In effetti Mosca ha ribadito il suo “njet” al piano di pace del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, con la creazione di una zona economica libera nel Dombass gestita da una parte terza come cuscinetto tra Russia e Ucraina. «Il Donbass – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmity Peskov – è territorio della Federazione russa, una sua parte costitutiva (Mosca l’ha annesso unilateralmente nel settembre 2022, ndr). Difficilmente una terza parte può amministrare regioni della Federazione russa».
E un no secco anche al piano dei Volenterosi di una forza multinazionale in Ucraina una volta raggiunta una tregua credibile. «Abbiamo ripetuto più volte – ha detto Peskov – che lo schieramento di contingenti militari dei Paesi Nato è inaccettabile per noi». Intanto l’ex viceministro degli Esteri russo Andrey Fedorov, molto vicino al Cremlino, ha affermato che Putin sarebbe «sotto fortissima pressione» per «misure contro il Regno Unito» dopo che il premier di Londra Andy Burnham ha annunciato la condivisione con Kiev della tecnologia per fabbricare missili da crociera Storm Shadow.
Intanto la guerra procede a pieno ritmo. Nella notte tra lunedì e ieri da Mosca sono arrivati nuovi intensi attacchi missilistici su Kiev, Dnipro, Kharkiv e Zhaporizhia. Ieri comunque Zelensky ha fatto sapere di aver ricevuto «alcuni« missili anti-aerei Patriot e la promessa di altri di fabbricazione francese Crotale. Del resto anche Kiev è tornata a colpire in profondità in Russia con droni, bombardando una raffineria nella regione di Krasnodar, nei pressi del Mar Nero. Da registrare, infine, il rinvenimento in Slovacchia di esplosivi nei pressi di una fabbrica di droni destinati a Kiev, mentre vicino all’aeroporto di Lipsia è stato trovato un terzo drone esplosivo. «Presto – ha detto il cancelliere Friedrich Merz – renderemo noti i responsabili».
di Paola De Carolis – Corriere della Sera – 26 Agosto 2026
Secondo il Financial Times, Mosca si aspettava una posizione più morbida da parte del nuovo premier, Andy Burnham, che ha però ribadito il suo supporto a Kiev. Per gli 007 un’incursione russa – fisica o informatica – è questione di «quando, non se»: e il governo prepara una campagna per aumentare la resilienza domestica
LONDRA – Scorte d’acqua, cibo in scatola. Il Regno Unito si prepara a un attacco russo che sarebbe «inevitabile» con un appello ai cittadini.
Il premier Andy Burnham, secondo il Financial Times, sta mettendo a punto una campagna d’informazione per il Paese che verrà diffusa sui social il cui obiettivo è quello di potenziare la resilienza domestica, non solo di fronte alle emergenze climatiche ma anche in vista di un’eventuale aggressione, fisica o informatica, da parte di Mosca.
Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha sottolineato giorni fa di considerare l’offerta di Londra a Kiev per facilitare la realizzazione indipendente di missili da crociera Scalp-Storm Shadow come «una partecipazione alla guerra, con tutte le sue conseguenze».
La domanda ora, stando ai servizi segreti, è «quando, non se» ci saranno rappresaglie russe, soprattutto dopo l’intervento di Burnham per i 35 anni dell’indipendenza ucraina.
Vladimir Putin, sembra, credeva che il nuovo primo ministro sarebbe stato più morbido con la Russia rispetto al suo predecessore, Keir Starmer: Burnham invece ha rinnovato l’impegno ad appoggiare l’Ucraina e rinfacciato alla Russia di aver «appiccato il fuoco» iniziando il conflitto.
Dai servizi segreti si apprende che «la Russia già tenta di violare le infrastrutture britanniche ogni giorno».
Il governo sta aggiornando così il suo «war book», un manuale per la protezione del paese nell’eventualità di un’aggressione. La settimana scorsa era emerso che alcuni hacker erano riusciti a infiltrare la gestione di una centrale elettrica del Regno Unito, un’operazione che aveva evidenziato la vulnerabilità del quadro energetico del paese. Dieter Helm, professore di economia dell’università di Oxford, ha detto al Financial Times che sono diversi gli obiettivi facili e quindi a rischio in Gran Bretagna, dalle centrali eoliche al largo di Aberdeen, in Scozia, al gasdotto sottomarino che collega Norvegia e Inghilterra.
Un portavoce di Downing Street ha sottolineato che la sicurezza nazionale è una priorità per ogni governo che che Londra vuole sensibilizzare i cittadini sulle misure pratiche che si possono adottare per prepararsi e proteggersi da varie minacce.
La Corona di 12 stelle fu composta da San Giuseppe Calasanzio, il quale diceva spesso che tutte le grazie che chiedeva per mezzo di questa devozione, gli venivano concesse. Egli alludeva alle 12 stelle descritte dall’evangelista Giovanni e poste sul capo della Vergine.
Prete dal 1583, dopo ottimi studi, con l’aiuto dei facoltosi genitori, ed è assai stimato dai vescovi, che gli danno incarichi d’importanza. Fa catechesi e assistenza nei rioni popolari, scoprendo un universo giovanile di miseria e di ignoranza, con la criminalità conseguente.
In lui matura un progetto completamente nuovo: salvare i giovani realizzandoli, con l’insegnamento della fede e della morale insieme a quello delle scienze umane, in scuole quotidiane e gratuite, con programmi graduati, classi successive, esami. Nasce così la prima vera scuola popolare d’Europa (1597).
Per risolvere il problema degli insegnanti fonda nel 1617 la “Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie”, formata da sacerdoti ed educatori, votati alla formazione cristiana e civile dei giovani mediante la scuola. (Sono i Padri Scolopi, che nel XX secolo saranno diffusi in oltre 20 Paesi di 4 continenti).
Nel 1622 Gregorio XV costituisce gli Scolopi, purtroppo però forti critiche nascono all’interno della sua opera la quale finisce per tramontare. Denunciato al Sant’Uffizio, spogliato della sua autorità, vede l’Ordine declassato a semplice Congregazione senza voti, abbandonata da molti dei suoi figli spirituali. Lui fa coraggio ai pochi rimasti: “L’Ordine risorgerà!“. Lo ripete fino alla morte, che lo coglie a 90 anni. Effettivamente l’ordine risorgerà e nel 1948, Pio XII lo proclamerà anche “Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo”.
CORONA DI DODICI STELLE
Ave Maria purissima, concepita senza peccato.
Nel nome del Padre e del Figlio, e dello Spirito Santo
Lodiamo e ringraziamo la Santissima Trinità, che ci mostrò la Vergine Maria vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle, per tutti i secoli dei secoli. Amen
Lodiamo e ringraziamo il Padre Eterno, che scelse la Vergine Maria come sua Figlia. Amen
Padre Nostro
Padre nostro, che sei nei cieli,sia santificato il tuo nome,venga il tuo regno,sia fatta la tua volontà,come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano,e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,e non ci indurre in tentazione,ma liberaci dal male. Amen.
Sia lodato il Padre Eterno che predestinò la Vergine Maria come Madre del suo Figlio Divino. Amen
Ave Maria
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne E benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.
Sia lodato il Padre Eterno che preservò la Vergine Maria da ogni colpa fin dalla sua concezione. Amen
Ave Maria…
Sia lodato il Padre Eterno che adornò la Vergine Maria con tutte le virtù fin dalla nascita. Amen
Ave Maria…
Sia lodato il Padre Eterno che diede alla Vergine Maria come compagno e sposo purissimo San Giuseppe. Amen
Ave Maria…
Gloria al Padre
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Lodiamo e ringraziamo il Figlio di Dio, che scelse la Vergine Maria come Madre. Amen
Padre Nostro…
Sia lodato il Figlio di Dio, che s’incarnò nel ventre della Vergine Maria e vi abitò per nove mesi. Amen.
Ave Maria…
Sia lodato il Figlio di Dio, che volle nascere dalla Vergine Maria e la provvide di latte per alimentarlo. Amen.
Ave Maria…
Sia lodato il Figlio di Dio, che nella sua infanzia volle essere educato dalla Vergine Maria. Amen
Ave Maria…
Sia lodato il Figlio di Dio, che rivelò alla Vergine Maria i misteri della redenzione del mondo. Amen
Ave Maria… Gloria al Padre…
Lodiamo e ringraziamo lo Spirito Santo, che ricevette la Vergine Maria come sua Sposa. Amen
Padre Nostro…
Sia lodato lo Spirito Santo, che rivelò alla Vergine Maria, prima che a chiunque altro, il proprio nome di Spirito Santo. Amen
Ave Maria…
Sia lodato lo Spirito Santo, per opera del quale la Vergine Maria fu al tempo stesso Vergine e
Madre. Amen
Ave Maria…
Sia lodato lo Spirito Santo, in virtù del quale la Vergine Maria fu tempio della Santissima Trinità. Amen.
Ave Maria…
Sia lodato lo Spirito Santo, dal quale la Vergine Maria venne elevata in Cielo al di sopra di tutte le creature. amen.
Ave Maria… Gloria al Padre…
Per le intenzioni del Santo Padre
SALVE REGINA
Salve, Regina madre di misericordia, vita dolcezza speranza nostra salve. A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva a Te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi e mostraci dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del Tuo seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.
Il giorno 25 marzo dell’anno 1617, festa dell’Annunciazione del Signore, segna la data della nascita della nuova «Congregazione dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie». In questa data infatti il Cardinale Benedetto Giustiniani, nella Cappella del suo palazzo, vestì il P. Giuseppe Calasanzio dell’abito della nuova congregazione, che aveva per fine l’educazione dei fanciulli poveri. Nel medesimo giorno, nell’Oratorio delle Scuole Pie di s. Pantaleo, ricevettero l’abito stesso nelle mani del Calasanzio altri quattordici religiosi.
Devoto fin dall’infanzia della s. Vergine, volle chiamarsi «Giuseppe della Madre di Dio», nome sotto il quale è abitualmente invocata nelle diocesi della provincia ecclesiastica aragonese, di cui era originario.
Noto come S. Giuseppe Calasanzio, devotissimo alla Vergine, facesse del culto mariano uno dei capisaldi dell’Istituzione calasanziana. Si comprende, perciò, come gli Scolpi, eredi dello spirito di un sì grande Padre, si siano distinti per questo spirito spiccatamente mariano che hanno saputo trasfondere mirabilmente nei loro alunni.
Il Calasanzio volle tenere ben presente davanti agli occhi puri e impressionabili dei suoi bimbi e ragazzi la devozione alla Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio. Egli era profondamente convito che l’immagine materna di Maria, la sua purezza, la sua umiltà, la sua obbedienza, la sua vita consumata nel lavoro quotidiano e nel suo servizio fedele a Cristo potesse servire ad essi come ideale della massima attrazione.
Raccomandava loro di inginocchiarsi prima di coricarsi e di recitare cn le braccia incrociate cinque Ave in onore delle lettere del nome di «MARIA».
Tanto la mattina quanto la sera, mentre venivano accompagnati dai Padri alle loro case, i fanciulli recitavano, a voce bassa, il santo rosario, fedeli ad un amorevole consiglio del Calasanzio.
Toccante era il seguente atto di offerta alla Vergine SS.ma che gli alunni delle Scuole Pie facevano durante l’«Orazione Continua» davanti al SS.mo Sacramento: «Vergine purissima e santissima madre del Figlio di Dio Gesù Cristo, Redentore dell’anima mia, anche a voi offro tutto il mio essere, accettate il mio omaggio. Accettate, o Madre della grazia, la mia piccola offerta; favorite, guardate a questa creatura miserabile e piena di peccati e ottenetemi da Gesù il perdono di tutte le mie colpe. Aiutami ora e sempre e nell’ora della mia morte. Salve, Regina».
L’insegnamento dei Padri scolopi non era ristretto solamente a ore determinate e fisse, perché ad ogni momento l’insegnamento doveva cogliere l’opportunità di inculcare il principio di ogni sapienza, il Timor di Dio, chiaro che la pietà, ossia la religiosità, si manifestava nelle pratiche devote e di queste nello stesso tempo si alimentava.
La giornata, perciò, non solo dei maestri, ma degli alunni era caratterizzata da molti atti di culto: la preghiera apriva e chiudeva le ore di lezione, erompeva dalle labbra dei fanciulli accompagnando ogni loro occupazione; l’annessa cappella accoglieva tutti, maestri e scolari, al mattino per la S. Messa, la sera per il canto delle Litanie alla Madonna.
Nell’Istituto si praticava, come già accennato, l’«Orazione Continua», ossia a turno due fanciulli stavano in adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento e a volte a gruppi di dodici, ordinatamente, si succedevano nell’oratorio a pregare, a cantare, ad ascoltare la parola del padre.
Il Calasanzio comprese come le suppliche dei suoi piccoli fossero la grande forza dell’Istituto, il motivo principale della benedizione di Dio e della Vergine.
Nel suo culto alla Vergine S. Giuseppe Calasanzio trovò il conforto delle sue più amare giornate.
Il culto mariano nelle Costituzione delle Scuole Pie
La vita degli Scolopi è tutta profumata, si potrebbe dire, della devozione mariana.
Nelle funzioni religiose e nelle preghiere comunitarie predomina l’invocazione alla Madonna; il «Sub tuum praesidium» conclude tutte le pratiche di pietà dei religiosi.
Le Costituzioni, prima dell’aggiornamento e della revisione, stabilivano di recitare ogni giorno in comune le Litanie Lauretane, seguite dalla «coroncina» in onore alla Madonna, composta da cinque salmi e di cinque antifone che iniziano con le lettere del nome di Maria.
Esse raccomandavano anche, come una delle ultime volontà del Fondatore, di recitare il S. Rosario. Le regole prescrivevano un digiuno speciale nelle vigilie delle sette classiche feste della Vergine: Immacolata Concezione, Natività, Presentazione, Annunciazione, Visitazione, Purificazione e Assunzione. In questi giorni nelle scuole era vacanza e tutti dovevano assistere ad una messa solenne.
Le nuove Costituzioni, nel determinare le pratiche di pietà, hanno tenuto conto dei criteri suggeriti dal Concilio Vaticano ed hanno consigliato di rispettare le preghiere tradizionali, adattate ai nuovi tempi, in particolare di essere fedeli alla recita del rosario e di onorar la B.V. Maria, Patrona dell’Ordine e di celebrare co filiale devozione le sue feste, secondo il calendario romano e quello proprio degli Scolopi.
Il culto mariano, fattore importante nell’educazione della gioventù
Oltre le pratiche ordinarie di devozione, il Calasanzio suggeriva ai suoi figli spirituali alcuni mezzi particolari per ottenere una migliore riuscita nell’educazione dei giovani. Egli volle creare nella scuola e tra gli alunni una specie di atmosfera mariana. Così, per tutta la durata dell’orario scolastico (come leggiamo in un antico regolamento in vigore prima in Sardegna, poi nelle prime casi fondate in Spagna) egli volle che alla fine di ogni ora si lezione si indirizzasse un saluta alla Vergine.
Nel pomeriggio tutti si recavano in chiesa sia per la recita delle Litanie sia per la preghiera della «Corona delle dodici stelle della Beatissima Vergine Maria».
Questa preghiera fu composta interamente dal Calasanzio verso il 1623 per uso e servizio degli alunni delle Scuole Pie. Una serie di invocazioni mariane.
«Io desidero -scriveva- che tutti i nostri alunni pratichino giornalmente questa devozione verso la SS. Vergine, in modo che come ricompensa di questa lieve fatica, essi si rendano degni della protezione della Madonna durante la loro vita e la loro morte».
Il Calasanzio affermò che erano invocazioni quotidianamente recitate e meditate dagli alunni con grande devozione. Ottima pratica questa e con ragione amata e voluta dal Santo, perché, ad esaminarla bene, essa è densa dei sublimi misteri dell’Incarnazione, dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina, contemplati in armoniosa unità. La preghiera è pervasa di profonda devozione alla Vergine e di sincera azione di grazie alla SS. Trinità, fonte di tanti favori.
Il pensiero e le parole sono poste in modo che siano accessibili anche agli alunni, che, contemplando l’assidua e fedele corrispondenza della Vergine alla grazia, si infervorano a seguire sempre e in ogni dettaglio la volontà di Dio, man mano che si manifesta lungo il cammino della vita.
Certamente l’immagine splendida della «Donna vestita di sole» restò scolpita per sempre e indelebilmente nel loro cuore come pegno di fedeltà fino alla morte, come auspicio di vita e costumi immacolati.
Beatificazione: 18 agosto 1748, Roma, papa Benedetto XIV
Canonizzazione: 16 luglio 1767, Roma, papa Clemente XIII
Fa parte di: Santi del Lazio
Si deve a Giuseppe Calasanzio la prima scuola popolare gratuita e aperta a tutti, a Roma. Calasanzio era il vicario generale della diocesi di Urgel, in Spagna (dove era nato nel 1557). A Roma era approdato al seguito del cardinale Marc’Antonio Colonna in qualità di consulente teologo. Ma a Giuseppe quel ruolo di quasi cavalier servente, sia pure per motivi teologici, andava un po’ stretto, tanto più che l’eminentissimo cardinale era abbastanza cresciuto per badare da solo alla propria formazione culturale.
E così Giuseppe trascorreva il suo tempo romano a visitare basiliche, assorto in lunghe e intense meditazioni, sfoghi di una voglia di vita eremitica che non aveva mai potuto soddisfare; e poi a visitare malati negli ospedali e prigionieri nelle carceri, alla ricerca di una precisa missione nella quale far convogliare tutto il suo impegno.
In quest’inquieto ricercare si imbatté spesso, soprattutto nel quartiere di Trastevere, in torme di bambini e ragazzetti senza istruzione, senza dignità, malconci e abbandonati a se stessi, che tiravano a campare ricorrendo a mille sotterfugi, primi passi verso le vie della delinquenza e del vizio. Quei ragazzetti riuscivano a scucire a qualche anima pia e generosa un tozzo di pane, una minestra, un vecchio vestito, ma non trovavano nessuno che offrisse loro, con la scuola e l’istruzione, la possibilità di togliersi definitivamente dalla brutta strada. Alle scuole romane, tutte private, poteva accedere solo chi aveva un genitore con la borsa stipata di baiocchi, così come solo i figli di benestanti potevano sostenere le spese di frequenza nelle scuole comunali, che molte libere città del nord avevano istituito.
In Giuseppe, alla ricerca di un qualcosa di forte e importante da fare, quella dolente realtà aprì spiragli luminosissimi: se voleva che le cose cambiassero doveva fare qualcosa. Cominciò interessando alla causa sacerdoti e laici disposti a condividere la sua passione; assieme a loro si mise poi a dare lezioni gratuite a quei poveri ragazzi. Alla fine riuscì a raggruppare un bel numero di signori che trovarono straordinario poter impegnare in quel versante nuovo della carità cristiana la propria vita. E così, insieme alla prima scuola popolare, ponevano la prima pietra di una nuova congregazione, i Fratelli delle scuole pie, detti anche scolopi, i quali ai tre classici voti di povertà, obbedienza e castità, ne aggiunsero un quarto che li impegnava all’istruzione dei ragazzi.
Quella del Calasanzio fu un’idea vincente e le sue scuole in brevissimo tempo si diffusero in tutta Italia e poi anche in Germania, in Boemia, in Polonia e altrove. Ma il successo fu per lui fonte di innumerevoli guai e dolori. «Se il grano non muore…», diceva Gesù nel Vangelo. E così l’opera dell’ex vicario di Urgel doveva morire per mettere solide radici. Alcuni discepoli e confratelli, intriganti e pieni di ambizioni e di malanimo, lo accusarono di incapacità, lo diffamarono, lo calunniarono sperando di toglierselo di torno. E ci riuscirono.
La Santa Sede inviò a dirimere la questione un «visitatore» prevenuto e poco intelligente: Calasanzio finì arrestato e sottoposto a sfibranti interrogatori. Alla conclusione dell’inchiesta Innocenzo X degradava l’Ordine delle scuole pie a semplice e ininfluente confraternita. Il Calasanzio vide nella persecuzione un disegno provvidenziale di Dio: «Sarebbe follia — diceva — preoccuparsi delle cause seconde, che sono gli uomini, e non vedere la causa prima, cioè Dio, che invia questi uomini per il nostro maggior bene».
Ma anziché arrendersi all’apparente fallimento, si rimboccò le maniche e ricostruì l’intera opera sotto forma di congregazione religiosa e con le medesime finalità della precedente, cioè l’istruzione dei ragazzi. Giuseppe Calasanzio non fece in tempo a vedere la sua opera affermata e consolidata: morì infatti nel 1648, a novantuno anni, con il cuore ancora ferito dalle tristi vicende che lo avevano coinvolto, ma mormorando parole di perdono e di fiducia. La sua santità venne ufficialmente riconosciuta nel 1767.
MARTIROLOGIO ROMANO. San Giuseppe Calasanzio, sacerdote, che istituì scuole popolari per la formazione dei bambini e dei giovani nell’amore e nella sapienza del Vangelo, fondando a Roma l’Ordine dei Chierici regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie.
autore: Carlo Dolci anno: 1640-1687 ca. titolo: Santa Rosa luogo: Palazzo Pitti, Firenze
Nome: Santa Rosa da Lima
Titolo: Vergine
Nome di battesimo: Isabel Flores de Oliva
Nascita: 20 aprile 1586, Lima
Morte: 24 agosto 1617, Lima
Ricorrenza: 23 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione
Protettrice: dei fioristi, giardinieri
Beatificazione: 15 aprile 1668, Roma, papa Clemente IX
Canonizzazione: 12 aprile 1671, Roma, papa Clemente X
Luogo reliquie: Basilica e Convento di San Domenico
Fu il primo fiore dell’America meridionale. Nacque da ricchi genitori verso la fine del secolo XVI. Fu veramente una « rosa » che crebbe fra le spine; la vita di lei fu tutta un profumo di celestiali virtù tra eroiche penitenze. Fin da fanciulla si distinse per la pietà e per la docilità ai propri genitori. All’età di cinque anni fece il voto di perpetua verginità, eleggendosi per sposo Gesù Cristo. Appena seppe leggere, per prima cosa lesse la vita di S. Caterina da Siena, che scelse a protettrice e di cui cercò di imitare le virtù.
Cresciuta negli anni, cominciò a fare vita più ritirata. I genitori volevano che si sposasse, ma essa, benché dolente per dover contraddire i genitori, stette ferma nel suo proposito.
Più tardi, meditando le parole del Vangelo: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e vieni e seguimi», si ritirò in un monastero di Domenicane.
In questo nuovo stato di vita, si accrebbe in lei il fervore della carità verso il Signore e attese a vivere nel nascondimento, accettando i lavori più umili e più faticosi, facendo tutto allegramente, come penitenza dei propri peccati.
Questo suo grande amore verso il Signore fu messo a una prova che durò per circa 15 anni, durante i quali ebbe anche a patire persecuzioni da parte di estranei. Ebbe inoltre lo straordinario dono delle nozze mistiche.
In questa lotta, essa andava ripetendo: «Signore, fatemi soffrire di più, purché non mi sia tolto il vostro amore». Passata finalmente la bufera, il Signore la volle consolare, favorendola di molte visioni.
S’intratteneva familiarmente con la sua protettrice S. Caterina da Siena, che le appariva di frequente, e Gesù Cristo in un’apparizione le disse: «O Rosa del mio cuore, tu sei la mia sposa». Ormai Gesù era l’unico suo pensiero e persino durante la notte vegliava pregando.
Gesù, intrattenendosi con lei, le disse: «Preparati: gli sponsali si avvicinano». E il giorno seguente, 24 agosto 1617, tra il pianto delle consorelle, lasciava questa terra per andare incontro allo Sposo Celeste.
Santa Rosa da Lima fu inizialmente sepolta privatamente nel chiostro del convento domenicano di San Domenico a Lima, come lei stessa aveva desiderato, ma in seguito le sue spoglie furono traslate nella chiesa vero e proprio del convento, dove iniziarono a essere oggetto di venerazione divina. Oggi il suo corpo è venerato nella Basilica Domenicana della Madonna del Rosario (nota anche come Convento di Santo Domingo) a Lima, all’interno di una cappella riccamente decorata sotto l’altare, dove riposano anche le reliquie di San Martín de Porres e altri santi peruviani
PRATICA. Bisogna ubbidire prima a Dio che agli uomini
All’ Angelus la preghiera il Congo e il ricordo dei dieci anni del terremoto nel Centro Italia
Papa Leone XIV | | Vatican Media
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano, domenica 23 agosto 2026, 12:14 (ACI Stampa).
“Impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo”. Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della preghiera dell’Angelus di oggi.
Commentando il Vangelo del giorno ha posto la domanda: chi è Gesù per me? Solo un grande personaggio o “il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo”?
E prosegue il Papa: “a volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate”. E questo vale anche “per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?”.
Dopo la preghiera il Papa ha ricordato la Repubblica Democratica del Congo, “in particolare per il diffondersi dell’epidemia di Ebola, che purtroppo sta provocando molte vittime. Incoraggio una risposta da parte della comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione per salvare tante vite umane.
Sono vicino anche alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zambouye. Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari.
Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche. Prego per i defunti e per le loro famiglie e per tutte le comunità coinvolte. La fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione”.