"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Chiarimento su un Messaggio di Medjugorje

Il 18 giugno 2026, nel corso della Novena in preparazione all’anniversario delle apparizioni di Medjugorje, è stato diffuso un Messaggio dalla veggente Marija. A mio parere la trascrizione, la traduzione e la diffusione sono state fatte in maniera frettolosa e soprattutto il Messaggio non è stato diffuso “con approvazione ecclesiastica”. Personalmente ritengo ci voglia un chiarimento in merito a quello che è stato diffuso, perché se ne è parlato molto e occorre fare chiarezza. Come Direttore di Radio Maria ho ricevuto molte richieste da parte degli ascoltatori per avere una risposta autorevole e chiara in merito a questo Messaggio. Ho fatto le mie dovute riflessioni e soprattutto mi sono consultato con l’Autorità Ecclesiastica competente.

Ecco quanto diffuso da molti canali social e televisivi: “Nel momento dell’apparizione, quando è arrivata la Madonna, le ho affidato tutte le nostre intenzioni, comprese le intenzioni del nostro cuore. Tutte le persone nei nostri pensieri e nel nostro cuore anche quelle che stasera non possono essere qui con noi. La nostra cara Madre Celeste ha steso le sue braccia su di noi e ha pregato per noi nella sua lingua, aramaica. La Madonna ci ha affidato un altro compito: pregare per tutti i defunti, per tutta la nostra stirpe, per tutti i nostri discendenti, affinché il Signore li protegga da ogni male, da tutti i peccati che hanno commesso, e affinché possano risorgere dal Purgatorio al Cielo e unirsi con Lui. Perciò ci ha chiesto di pregare per tutte le anime, di fare penitenza per loro, specialmente per quelle del Purgatorio. Dopo ci ha benedetto con il Segno della Croce ed è tornata in Paradiso” (La veggente Marija).

Poiché questo Messaggio è stato diffuso senza approvazione ecclesiastica, mi sono rivolto personalmente a Sua Eminenza il Cardinal Victor Manuel Fernandez proprio per avere una direttiva. Il Cardinal Fernandez è stato molto puntuale ed esaustivo nel suo interessante chiarimento in merito. Riporto di seguito la risposta che mi ha inviato il giorno 24 giugno 2026, proprio alla vigilia dell’anniversario delle apparizioni.

Caro Padre Livio,

ho ricevuto con tanta gratitudine la sua e-mail e capisco bene la sua preoccupazione.

La cosiddetta “guarigione intergenerazionale” è stata interpretata nei modi più diversi. Un modo inaccettabile è quello di sostenere che i peccati degli antenati trasmettono una sorta di “energia cattiva” della quale dobbiamo liberarci attraverso certi tipi di preghiera. In questa linea si trovano alcune proposte sbagliate, legate all’” albero genealogico”.

Viceversa, ci sono almeno due modi in cui tale espressione può essere interpretata in modo adeguato:

1) L’intercessione per i defunti della famiglia, intendendo che questi si trovano in Purgatorio;

2) La considerazione che i peccati passati degli antenati, anche se non esercitano un influsso di tipo soprannaturale o preternaturale, possono aver trasmesso un cattivo esempio o delle abitudini che permangono, e si trasmettono attraverso l’educazione o la cultura nella famiglia. Certamente, si può chiedere l’aiuto di Dio per superare queste situazioni.

Il messaggio che Lei mi ha inviato sembra restare ancora nell’ambito dell’intercessione per le anime del Purgatorio, ma, come ho già anticipato tramite un messaggio, dovremo vigilare per evitare sviluppi non convenienti.

Ne ho già parlato con il Visitatore apostolico.

Le assicuro un ricordo nella preghiera, Padre, affinché Dio santifichi la sua vita e il suo ministero pastorale.

Card. Victor Manuel Fernandez

Ringrazio il Cardinale per la sua sollecitudine che indica il suo amore per Medjugorje, ovviamente. Io stesso sono intervenuto perché conosco bene la Storia di Medjugorje fin dalle origini e l’ho vissuta dall’interno già dai primissimi anni. Situazioni di questo genere, anche più gravi, ne ho già viste. Non è una novità il fatto che venga diffuso un Messaggio che lascia perplessi. C’è stato anche di peggio. È importante, allora, parlare di quello che avviene a Medjugorje avendo un background della Storia di Medjugorje perché, come ha detto la Regina della pace, il diavolo non dorme e fa di tutto per creare problemi. Occorre essere vigilanti e non lasciargli nemmeno uno spiraglio per insinuarsi.

Messaggio a padre Livio dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede

Messaggio dal Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede a p. Livio

Conserva

Segreteria del Cardinale Prefettomer 24 giu, 12:34 (19 ore fa)
a me

Caro p. Livio,

ho ricevuto con tanta gratitudine la sua mail e capisco bene la sua preoccupazione.

La cosiddetta “guarigione intergenerazionale” è stata interpretata nei modi più diversi. Un modo inaccettabile è quello di sostenere che i peccati degli antenati trasmettono una sorta di “energia cattiva” della quale dobbiamo liberarci attraverso certi tipi di preghiera. In questa linea si trovano alcune proposte sbagliate, legate all’”albero genealogico”.

Viceversa, ci sono almeno due modi in cui tale espressione può essere interpretata in modo adeguato:

1) L’intercessione per i defunti della famiglia, intendendo che questi si trovano in Purgatorio;

2) La considerazione che i peccati passati degli antenati, anche se non esercitano un influsso di tipo soprannaturale o preternaturale, possono aver trasmesso un cattivo esempio o delle abitudini che permangono, e si trasmettono attraverso l’educazione o la cultura nella famiglia. Certamente, si può chiedere l’aiuto di Dio per superare queste situazioni.

Il messaggio che Lei mi ha inviato sembra restare ancora nell’ambito dell’intercessione per le anime del Purgatorio, ma, come ho già anticipato tramite un messaggio, dovremo vigilare per evitare sviluppi non convenienti.

Ne ho già parlato con il Visitatore Apostolico

Le assicuro un ricordo nella preghiera, Padre, affinché Dio santifichi la sua vita e il suo ministero pastorale.

Card. Victor Manuel Fernandez


MESSAGGIO DEL 18 GIUGNO 2026 Medjugorje

(3°giorno di novena sulla collina delle apparizioni)

“Nel momento dell’apparizione, quando è arrivata la Madonna, le ho affidato tutte le nostre intenzioni, comprese le intenzioni del nostro cuore. Tutte le persone nei nostri pensieri e nel nostro cuore anche quelle che stasera non possono essere qui con noi.

La nostra cara Madre Celeste ha steso le sue braccia su di noi e ha pregato per noi nella sua lingua, Aramica.

La Madonna ci ha affidato un altro compito: pregare per tutti i defunti, per tutta la nostra stirpe, per tutti i nostri discendenti, affinché il Signore li protegga da ogni male, da tutti i peccati che hanno commesso, e affinché possano risorgere dal Purgatorio al cielo e unirsi con Lui.

Perciò ci ha chiesto di pregare per tutte le anime, di fare penitenza per loro, specialmente per quelle del Purgatorio.

Dopo ci ha benedetto con il segno della croce ed è tornata in Paradiso.”

(La veggente Marija)

Il «no» del Vaticano alla Chiesa tedesca: l’omelia della messa non può essere affidata ai laici (e quindi alle donne)

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 23 Giugno 2026

La Chiesa tedesca, il 30 marzo, aveva chiesto un «indulto» per «consentire, in circostanze eccezionali, a un fedele laico debitamente incaricato di predicare al posto dell’omelia durante la celebrazione eucaristica»

Vista di piazza San Pietro dalla Basilica

CITTÀ DEL VATICANO No, ai fedeli laici non può essere affidata l’omelia della Messa, neppure in casi eccezionali. La risposta del Vaticano è contenuta in una lettera che il dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti ha invitato al vescovo Heiner Wilmer, presidente della conferenza episcopale tedesca. Da tempo il sinodo della Chiesa in Germania preme per una serie di riforme, dal diaconato femminile alla revisione del celibato sacerdotale, che già Papa Francesco aveva fermato: il principio, del resto, è che non si possa procedere per strappi delle singole conferenze episcopali.
La Chiesa tedesca, il 30 marzo, aveva chiesto un «indulto» per «consentire, in circostanze eccezionali, a un fedele laico debitamente incaricato di predicare al posto dell’omelia durante la celebrazione eucaristica». 

La liturgia

La risposta del Vaticano «ribadisce» ciò che è stabilito dalla «disciplina vigente», alla quale «non è possibile derogare», si legge nella lettera del dicastero: che l’omelia sia riservata al sacerdote o al diacono «non è una norma meramente disciplinare» cui si potrebbe derogare ma «deriva dalla natura stessa della liturgia». L’omelia «costituisce parte integrante della Liturgia della Parola, è intrinsecamente legata alla proclamazione del Vangelo e rappresenta un esercizio del munus docendi affidato ai ministri ordinati attraverso il Sacramento dell’Ordine Sacro». 

Le donne

Solo sacerdoti e diaconi, quindi. La richiesta della Chiesa tedesca avrebbe permesso di pronunciare un’omelia anche alle donne, che almeno al momento non possono essere ordinate diaconi. Se sulle donne prete il «no» della Chiesa cattolica è granitico, e quindi il sacerdozio femminile non è in discussione, del diaconato femminile si parla invece da anni, tanto che Bergoglio aveva istituito due commissioni, la prima nel 2016 e la seconda nel 2020, perché la cosa fosse studiata dal punto di vista storico e si verificasse se e in che modo esistessero donne diacono nella Chiesa primitiva. L’ultima risposta è stata, alla fine dell’anno scorso, quella riportata dal cardinale Giuseppe Petrocchi, presidente della seconda commissione teologica voluta da Francesco, a Leone XIV: ancora un «no», seppure in forma «prudenziale» e non definitiva. 

Niente strappi

Se ne discuterà ancora. Di certo, comunque, anche Leone XIV, come Francesco, non vuole «strappi» di sorta. Due anni fa, la Chiesa tedesca avrebbe voluto approvare gli statuti di un «comitato sinodale» formato da vescovi e laici per decidere di temi come il ruolo della donna o la morale sessuale. Il Vaticano bloccò il progetto perché un organismo simile «non può essere armonizzato con la struttura sacramentale della Chiesa cattolica» e la lettera era firmata dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dal prefetto dell’ex San’Uffizio Victor Manuel Fernández e dal cardinale Robert Francis Prevost, il futuro Papa, allora a capo del dicastero dei vescovi. Nella lettera al presidente della conferenza episcopale tedesca, il dicastero vaticano ricorda peraltro che «l’attuale disciplina della Chiesa prevede già numerose forme di annuncio della Parola e di predicazione che possono essere affidate ai fedeli laici al di fuori dell’omelia e al di fuori della celebrazione eucaristica, in conformità con il diritto canonico e con la natura propria di queste diverse forme di annuncio del Vangelo».

Peccato generazionale e guarigione intergenerazionale.

OPINIONE TEOLOGICA DELLA COMMISSIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE POLACCA

Problemi teologici e pastorali

  1. Tra la fine del secolo XX e l’inizio del XXI, in alcuni gruppi carismatici e in ambienti legati alle celebrazioni delle sante Messe con la preghiera per la guarigione o delle celebrazioni per la guarigione, è sorto un pensiero e si parla sempre più spesso dei cosiddetti “peccati generazionali” o di “guarigione intergenerazionale”.

Su Internet sono apparse tante informazioni e articoli sulla “guarigione intergenerazionale” e sulla sua pratica (cfr. Fronda, Adonai, Egzorcysta, Apologetyka.Katolik, Syjon). Di solito il punto di partenza è il libro di Robert De Grandis SSJ intitolato “Guarigione intergenerazionale” (Łódź 2003), l’autore appartiene alla Società di S. Giuseppe e serve con la sua conoscenza le comunità carismatiche in tutto il mondo.

Le opinioni del clero e dei laici interessati al problema del “peccato generazionale” e  della “guarigione intergenerazionale” sono molto diverse e contraddittorie. Nel frattempo, le celebrazioni organizzate con la preghiera per la guarigione intergenerazionale riuniscono moltitudini nelle nostre chiese.

Inoltre, a causa della vaghezza dei concetti utilizzati: “peccato generazionale” e “guarigione intergenerazionale” esiste un urgente bisogno di una chiara spiegazione e di dare un giudizio sui menzionati fenomeni dal punto di vista dell’insegnamento della Chiesa.

  • Alla base della riflessione sul peccato generazionale sta la convinzione che i peccati degli antenati hanno un impatto sulla vita dei membri viventi della loro famiglia. Questa influenza può avere una dimensione spirituale e carnale, ed esprimersi ad esempio in forma di qualche malattia, può anche causare problemi nel campo della psiche e fallimenti nella vita coniugale e familiare. Il carico del peccato ereditato dagli antenati – secondo i sostenitori di questa teoria – chiede la liberazione dell’uomo, che si svolge attraverso la preghiera per la guarigione o l’esorcismo. La guarigione intergenerazionale è una preghiera speciale, che dovrebbe includere gli antenati della persona sofferente, risalendo nel passato perfino alla quindicesima o sedicesima generazione. Tale preghiera include la recita degli esorcismi, la preghiera di intercessione e la Santa Messa. Di qui le preghiere e le celebrazioni per la guarigione intergenerazionale o sante Messe per questa intenzione.

L’idea di “guarigione intergenerazionale” deriva dal dr. Kenneth McAll (1910-2001), medico terapeuta e missionario anglicano, nato in Cina, ha studiato medicina a Edimburgo nel Regno Unito. Sotto l’influsso del pensiero cinese è giunto alla conclusione che esiste un legame tra alcune malattie e le forze del male. Nella terapia univa la conoscenza delle tradizioni  d’Oriente e la pratica medica. È giunto alla conclusione che gli spiriti degli antenati svolgono un ruolo significativo nelle malattie somatiche dei discendenti. Il dr. Kenneth McAll soffriva di un disturbo mentale. Il suo lavoro ha dato inizio alla ricerca sulla guarigione nelle generazioni passate. A lui si richiama p. Robert De Grandis SSJ, l’autore del libro soprammenzionato.

  • La pratica della “guarigione intergenerazionale” deriva dalla tradizione radicata nelle credenze delle religioni orientali e che circondano di un particolare culto gli antenati e credono nella reincarnazione. Ciò significa che questa pratica è il risultato di un sincretismo religioso, che ha sviluppato un nuovo fenomeno chiamato “reincarnazione di peccato”.

Le ragioni di fondo della popolarità di questo fenomeno si cercano nel fenomeno della scomparsa del senso del peccato, come ha già detto il papa Pio XII (Discorso, Roma 26.10.1946). Con la perdita del senso del peccato, si indebolisce anche la comprensione di ciò che è autentica libertà. Data da Dio a noi la capacità di compiere la sua volontà (cfr. 1Tes 4,3) fa sì che l’uomo risponde davanti a lui per le sue azioni e per le loro conseguenze. Chi fa il male, abusando della libertà e sprecando i doni ricevuti, cade in schiavitù e offende l’amore del Creatore. Con la responsabilità per le loro disgrazie e i fallimenti si prova ad incolpare gli antenati, parlando di peccati generazionali (E.C. Merino, R. Garcia de Haro, Teologia morale fondamentale, Cracovia 2004, p. 459-460). L’uomo di oggi – ha scritto K. Rahner – ha piuttosto l’impressione che Dio debba essere giustificato, e non che egli stesso ha bisogno di essere trasformato – al cospetto e attraverso Dio – dalla creatura ingiusta alla creatura giustificata (K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede, Varsavia 1987, p. 80). In questa prospettiva la guarigione intergenerazionale è una forma della giustificazione della debolezza e della ricerca di una facile spiegazione e del perdono del male commesso.

  • I ​​sostenitori del concetto di “peccato generazionale” si appellano alla Sacra Scrittura affermando che già nell’Antico Testamento si parla di questo tipo di reato. Essi indicano nella Sacra Scrittura i passi che, secondo loro, parlano direttamente della punizione per i peccati degli antenati: “Il Signore, tuo Dio, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 20,5); “Il Signore… castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 34,7); “castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Nm 14,18 ); “sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Dt 5,9).

Tuttavia, nella Bibbia, a volte anche negli stessi libri, troviamo altre dichiarazioni degli autori ispirati, che negano le tesi della responsabilità generazionale per il peccato. Nel libro del profeta Geremia leggiamo: “In quei giorni non si dirà più: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati, ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba” (Ger 31, 29-30). Il profeta Ezechiele parla di responsabilità personale per il peccato: “Com’è vero che io vivo, oracolo del Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà. [ … ] Chi pecca morirà; il figlio non sconterà l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità” (Ez 18, 3-4.20). Lo stesso principio della responsabilità personale risuona anche nel Deuteronomio (24, 16): “Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri. Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”.

Tuttavia, nell’interpretazione dei testi citati in precedenza, l’esegesi moderna spiega che non si tratta di una letterale “iniquità” o “vizio” dei padri, nel senso del loro peccato personale, che hanno commesso e per i quali la responsabilità sarà a carico dei loro figli, ma il loro cattivo esempio, che ha avuto un impatto sull’educazione dei loro figli che agendo proprio come i loro padri, moriranno “per il proprio peccato”.

  • Citati dai sostenitori della “guarigione intergenerazionale” i passi della Bibbia che avrebbero confermato la loro tesi sul peccato generazionale e le sue conseguenze nella vita delle prossime generazioni, hanno il loro sviluppo e  completamenti. Risulta  che essi sono un po’ più lunghi di quelli citati nei libri. A volte i testi sono così manipolati per poter confermare la tesi sul peccato generazionale o sulla necessità di guarigione intergenerazionale.

Ad esempio, un passo del libro dell’Esodo: “Il Signore, tuo Dio, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione”, ha il suo successivo sviluppo e completamento: “ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti” (Es 20,5). Un altro passo dello stesso libro, in cui Dio è descritto, come colui che manda le punizioni  per l’iniquità dei padri sui figli e nipoti fino alla terza e alla quarta generazione, parla contemporaneamente di Dio – nella successiva frase – che è “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni” (Es 34,7) .

Infatti, nell’Antico Testamento era presente la convinzione che se a qualcuno andava male o era malato, questo è stato causato dalla sua cattiva vita o da qualcuno della sua famiglia. Così si pensava tra altro dell’infertilità. Così è anche stato con la disabilità e di altre malattie. Quando qualcuno si è ammalato o è stato affetto da una disabilità, si è creduto che qualcuno nella sua famiglia avesse commesso un peccato. L’espressione di tale convinzione sono le parole dei discepoli rivolte a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” La risposta di Gesù è molto chiara: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,1-3). In questo modo, il Signore Gesù si dissocia nettamente da legare la malattia del bambino con il peccato dei genitori o dei nonni, con una tale “tara generazionale”.

  • “Il Peccato generazionale” contraddice la verità sulla Misericordia di Dio e sul Suo Amore che perdona. Se anche il popolo dell’Antica Alleanza vedeva in varie disgrazie la punizione divina per i peccati degli antenati, al Popolo della Nuova Alleanza, tale convinzione è estranea. Questo rilevante cambiamento di ottica si connette con la missione del Figlio di Dio Incarnato, che perfettamente ha compiuto la Legge e i Profeti, annunciando l’amore e la misericordia di Dio. In precedenza, sulla base del legalismo ebraico, si vedeva in Dio soprattutto un Giudice, pronto a dare una punizione. L’immagine di Dio come Padre misericordioso non permette tali pensieri; apre l’uomo alla possibilità di ottenere il perdono di Dio, la giustificazione in ogni situazione.
  • La Chiesa fin dall’inizio insegna che il peccato è sempre qualcosa di personale e richiede la decisione del libero arbitrio. Allo stesso modo, la pena per il peccato. Ognuno personalmente paga la pena per il proprio peccato. Su questo chiaramente scrive S. Paolo nella lettera ai Romani “ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio” (Rm 14, 12) .

Nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia (n. 16) S. Giovanni Paolo II, sostiene che “il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità”.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1857), si legge che “perché un peccato sia mortale si richiede che concorrono tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’ (S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, 88, 2)”. L’uomo non subisce la punizione per le azioni non commesse, ad.es. per il peccato del bisnonno. Bisogna che soddisfare ed espiare i suoi peccati (cfr. CCC 1459).

Un altro problema sono le strutture di peccato, cioè situazioni che portano al peccato.

  • L’unico peccato che si trasmette di generazione in generazione è il peccato originale, ciò che chiaramente ha sottolineato il Concilio di Trento nel decreto sul peccato originale. Nel canone 2 leggiamo: “Chi afferma che la prevaricazione di Adamo nocque a lui solo, e non anche alla sua discendenza; che perdette per sé soltanto, e non anche per noi, la santità̀e giustizia che aveva ricevuto da Dio; o che egli, corrotto dal peccato di disobbedienza, trasmise a tutto il genere umano solo la morte e le pene del corpo, e non anche il peccato, che è la morte dell’anima: sia anatema. Contraddice infatti all’apostolo, che afferma: ‘Per mezzo di un sol uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte; così anche la morte si ha raggiunto tutti gli uomini, perché́in lui tutti hanno peccato’ (Rm 5, 12)” (Breviarium Fidei, 309).

Tuttavia, va ricordato che il peccato originale “in nessun discendente ha un carattere di colpa personale” (CCC n. 405), in quanto di fatto “peccato originale è chiamato «peccato» in modo analogico” (CCC n. 404). Al contrario, il peccato personale, né la punizione per questo peccato, non è mai trasmessa alle generazioni successive, come erroneamente sostengono i sostenitori di “peccati generazionali” e di “guarigione intergenerazionale”.

  • La teoria del peccato generazionale e della guarigione intergenerazionale di Robert De Grandis, e inclusa nel suo libro Guarigione intergenerazionale, si basa in gran parte sulla psicologia di Carl Gustav Jung e sugli studi del già citato Dr. Kenneth McAll. Su questo argomento si è già espresso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in un documento intitolato: Gesù Cristo Portatore dell’Acqua Viva – Una riflessione cristiana sul ‘New Age’ (2003).

In esso sono state condannate le tesi erronee di Jung e acquisite da De Grandis, ad.es. il carattere trascendente della coscienza e l’introduzione dell’idea dell’inconscio collettivo, come una specie di magazzino di simboli e memorie comuni a persone di varie età e culture. Secondo il Pontificio Consiglio Jung ha contribuito a una “sacralizzazione della psicologia”, introducendo in essa elementi di speculazione esoterica. Egli affermava che “la psicologia è il mito moderno e che la fede si può comprendere solo mediante tale mito” (Gesù Cristo Portatore dell’Acqua Viva, 2.3.2).

“La reincarnazione del peccato” o la “transizione” del peccato alle prossime generazioni, di cui insegnano i sostenitori della “guarigione intergenerazionale”, non ha alcun fondamento né nella Scrittura né nella Tradizione e nel Magistero della Chiesa. Questo tipo di idee infondate sono molto pericolose per la vita spirituale dei fedeli e per la stessa dottrina della Chiesa. La loro promozione porta a una sorta di “calma” o di “abbassamento” di coscienza scaricando la responsabilità per i propri errori, i peccati e il male commesso sulle generazioni precedenti. Questo libera il credente dall’atteggiamento di vigilanza, ciò diventa una fonte dei suoi successivi peccati. Intanto, la vita di un cristiano dovrebbe caratterizzare l’atteggiamento di una costante vigilanza, di cui insegna S. Pietro: “Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede!” (1 Pt 5,8).

  1. La pratica della preghiera o della santa Messa con una preghiera per la guarigione intergenerazionale o per la liberazione dal peccato generazionale evidenzia molto chiaramente una mancanza di fede, o almeno un’incredulità nell’efficacia della grazia sacramentale, in primo luogo del battesimo. In questo sacramento siamo liberati da ogni peccato. Sì, rimangono nei battezzati certe conseguenze temporali del peccato, come la sofferenza, la malattia, la morte o le inseparabili infermità della vita, come la debolezza di carattere, e anche la tendenza al peccato.

Tuttavia, ogni peccato è cancellato. Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n° 1263): “Per mezzo del Battesimo sono rimessi tutti i peccati, il peccato originale e tutti i peccati personali, come pure tutte le pene del peccato. In coloro che sono stati rigenerati, infatti, non rimane nulla che impedisca loro di entrare nel Regno di Dio, né il peccato di Adamo, né il peccato personale, né le conseguenze del peccato, di cui la più grave è la separazione da Dio”.

Conclusione: Tenendo conto di tutte le osservazioni formulate, si postula che l’autorità della Chiesa esplicitamente metta in guardia contro l’uso nella predicazione dei concetti: “peccato generazionale” e “guarigione intergenerazionale”. Dovrebbe anche ufficialmente vietare la celebrazione delle Messe e delle celebrazioni con una preghiera per la guarigione dei peccati generazionali e per la guarigione intergenerazionale.

In questo contesto, ai pastori sarebbe bene ricordare che diverse forme di preghiera praticate da secoli per curare i malati, anche all’interno della liturgia della Santa Messa, dovrebbero essere celebrate in conformità con le disposizioni dei libri liturgici e dell’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Ardens Felicitatis desiderium.
Nella predicazione ecclesiale occorre curare l’esposizione chiara dell’insegnamento del Magistero della Chiesa sul peccato originale e sulle sue conseguenze, la comprensione dei peccati personali e le loro conseguenze sociali, l’efficacia della grazia sacramentale, in particolare del battesimo e del sacramento della penitenza e della riconciliazione, problemi di riconciliazione con Dio e con gli uomini, il senso di colpa e di perdono.

Ai fedeli si deve ricordare quanto sia importante la fede viva nella ricezione dei sacramenti. Occorre costantemente incoraggiare loro ad un fiducioso uso dei sacramenti e delle indulgenze.

Varsavia, 5 ottobre 2015.

Il Papa: ostilità e persecuzioni per tanti cristiani, rispondere all’odio con l’amore

Alla catechesi dell’Angelus domenicale, l’incoraggiamento di Leone XIV a testimoniare il Vangelo “anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”. L’invito è ad essere miti e perseveranti affondando le radici della fede e della missione in un intenso rapporto con Dio: contemplare non è un’esperienza esclusiva di certi eremiti. “Continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!”

Antonella Palermo – Città del Vaticano 21/6/2o26

Come annunciare la Buona Notizia per i discepoli in missione. A commento del Vangelo di Matteo che oggi, 21 giugno, propone il brano in cui emerge lo stile suggerito da Gesù che non può prescindere dalla “condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno”, Leone esorta a riattingere di continuo alla sorgente vera che dovrebbe ispirare ogni azione e ogni parola del cristiano. Lo fa all’indomani della sua visita pastorale a Pavia e Sant’Angelo Lodigiano.  

Non basta la tecnica per annunciare il Vangelo

Il Papa agostiniano, anche sulla scia della sua recente enciclica, ricorda che non è possibile testimoniare ciò di cui non si è fatta esperienza personale, solo per sentito dire. 

La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta.

Fedeli in piazza San Pietro   (@Vatican Media)

Testimoniare anche dove non si è compresi o accettati

Ciò su cui si sofferma il Pontefice è l’integrazione fede-vita. La testimonianza è il frutto inevitabile di un nutrimento assiduo fondato sulla relazione con Dio. “Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole – sottolinea -, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”. E aggiunge:

Non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti. Tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio

Rispondere con l’amore

Leone XIV, infine, ricorda la vita non facile delle prime comunità cristiane e cita il suo predecessore Francesco in Evangelii gaudium. Così esorta a rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza, laddove il Vangelo risulta più ‘scomodo’. Le antiche ostilità e persecuzioni, chiosa, si riprongono ancora oggi in vari luoghi: di fronte alla tentazione di scoraggiarsi e di lasciarsi vincere dalla stanchezza o dalla paura, l’antidoto resta sempre lo stesso.

È necessario – precisa – che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui. Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!

Il Papa a Pavia sui passi di Agostino. «Ripetete: mi interessa una città solidale e di tutti. Onorate la dignità di ogni vita»

di Giacomo Gambassi, inviato a Pavia

L’attesa visita nella città che ospita le reliquie del santo vescovo di Ippona di cui Leone XIV è figlio. Il richiamo a essere «costruttori di pace». Il monito: «Non si può amare Dio se non si ama il fratello». L’incontro con i piccoli pazienti malati di tumore: «Dio non vuole che nessuno soffra». La preghiera commossa davanti alle spoglie di Agostino. Alla Chiesa: non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla secolarizzazione

20 giugno 2026-Avvenire

Il sole a picco e il caldo torrido che non aveva trovato ad Annaba, l’antica Ippona, li trova a Pavia: seconda tappa del pellegrinaggio del Papa sui passi di sant’Agostino di cui «sono figlio», aveva detto nel primo saluto dopo la sua elezione. È il giorno di Leone XIV nella città dove sono custodite le reliquie del santo vescovo che lega il suo nome a Ippona, la località del suo ministero e della sua morte, oggi in Algeria, che il Pontefice aveva visitato sotto la pioggia e in mezzo al vento gelido il 14 aprile all’inizio del suo viaggio apostolico in Africa. La frase del dottore della Chiesa che Robert Francis Prevost ha scelto come motto, “Nell’unico Cristo siamo uno”, lo accoglie nella facciata della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dove da tredici secoli si trovano le spoglie di Agostino. Sul sagrato i malati e i disabili che saluterà a lungo. L’urna è stata spostata sopra l’altare e non è più nell’Arca, il monumento funebre gotico al centro dell’abside che per la visita del Pontefice è tornato a nuovo splendore. Il Papa incensa le reliquie. Poi si raccoglie in preghiera: a mani giunte, in piedi, con il volto commosso. Ad accompagnarlo il canto Magne Pater Augustine. Quindi accende la lampada votiva, omaggio al santo e segno dalla sua sosta davanti al “dottore della grazia” che lo guida fin dai primi passi della sua vocazione.

«Mi interessa», ripete più volte Leone XIV in piazza della Vittoria dove incontra la città. Un richiamo che fa tornare in mente don Lorenzo Milani e il suo “I care”, quando il Papa invita ciascuno a dire: «Mi interessa la nostra città. Mi interessa la salute di chi ho accanto. Mi interessa la bellezza del luogo in cui abito. Mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero. Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura». È un appello alla «buona cittadinanza» quello che consegna il Pontefice alla scuola di Agostino, il santo della “città di Dio” che modella la “città dell’uomo”. Proprio la città è al centro della riflessione di Leone XIV con cui conclude le sue quattro ore a Pavia. «Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte». E aggiunge: «I cittadini sono sempre concittadini. Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano». Poi il monito: «Poiché il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio».

Il Papa torna a citare la Costituzione nel passaggio in cui chiede «una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta costituzionale italiana». E sollecita ad avere uno stile civico che «sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture». Non solo. Leone XIV esorta a valorizzare le radici cristiane dell’Italia prendendo spunto dalla croce che si trova nello stemma di Pavia. «Ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che qui la storia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra la Chiesa e gli enti pubblici». E l’indicazione di un impegno comune e concreto: «Onorate sempre la dignità di ogni vita umana».

La visita comincia poco prima delle tre del pomeriggio quando l’elicottero “papale” atterra in terra lombarda. Tappa d’esordio: il Centro nazionale di adroterapia oncologica, polo di ricerca dove «l’energia nucleare è a servizio dell’uomo e della cura dei tumori, non strumento di morte», spiega il vescovo Corrado Sanguineti. Un centro che «che fa miracoli», dice il Papa che abbraccia i piccoli pazienti con le loro famiglie. «Dio non vuole che nessuno soffra», tiene a far sapere. E aggiunge: «Quello che ci promette Dio, è che sarà sempre presente. E anche quando siamo troppo deboli, ci manda degli angeli». Perché, prosegue, «Dio opera nelle nostre vite anche tramite i medici, gli infermieri, tante persone». Da qui l’importanza della ricerca come via per preparare il futuro. E la raccomandazione: «Se le cose sono difficili, mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio». 

Poi l’arrivo nel cuore “agostiniano” di Pavia: la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Di fronte a sé il Papa ha oltre cento “volti” della famiglia agostiniana, poi il clero, i religiosi e le religiose, i rappresentanti della diocesi di Pavia riuniti per celebrare con lui la liturgia della Parola. «Qui lei è di casa e si sente a casa», gli dice il vescovo Sanguineti ricordando le sue visite da priore generale degli agostiniani, quella di Benedetto XVI nel 2007 in cui padre Prevost lo accompagnava, l’ultima nel febbraio 2024 da prefetto del Dicastero per i vescovi per concludere l’Anno agostiniano. Il Papa definisce il padre della Chiesa una figura che «brilla di luce preziosa». Perché, sottolinea, «il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità». Nel chiostro del convento degli agostiniani, dove incontra trenta religiosi, i vescovi della Lombardia ma anche un gruppo di ragazzi che lo acclamano, spiega a braccio che «sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù ci ha detto: non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli». Leone XIV richiama di nuovo la lezione del santo quando dialoga con i ragazzi degli oratori estivi e della comunità latinoamericana di fronte al Duomo di Pavia. «Come ci ha ribadito Agostino, se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare da noi stessi. Ciò vuol dire: basta con le parole di odio, basta con gli insulti, basta con i bulli, basta con tutto ciò che alimenta le guerre fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Occorre imparare a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione». 

E Agostino torna nel discorso alla cittadinanza perché è «esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca» e«incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione». Binomio al centro del magistero di Benedetto XVI che Leone XIV rilancia dalla terra del santo caro a entrambi i Pontefici. «Non si può credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede – afferma papa Prevost –. Con questa fiduciosa apertura, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo. Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». A fare da spunto è la presenza secolare dell’università intorno a cui ruotano 25mila studenti che «non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro», avverte. E alla Chiesa il Papa ricorda l’importanza del «dialogo con la cultura» dal momento che «lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano». 

Alla diocesi di Pavia, ma a ogni diocesi, Leone XIV chiede – nel discorso accanto alle reliquie del santo – di «non lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede». E invita a essere «Chiesa viva» con «pietre vive» che «cammina in mezzo alla gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede». Il Pontefice indica due riferimenti. Il primo è «stare uniti a Cristo» che «ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie». Perché, chiarisce, «il centro è Cristo» e occorre fare «crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi». Il secondo è «imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale», anche se «ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato». Il Papa è consapevole che «le problematiche odierne riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa» in un tempo «nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana». Per questo il Pontefice chiama «anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società. C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede». Il Papa esorta a valorizzare il «meglio della storia» ecclesiale, come «gli oratori» che cita e che incontrerà poco dopo accanto al Duomo. Ma anche stimola a «sperimentare nuove possibilità di incontro». Richiama «le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale». Incoraggia «la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni». Spinge «a farsi prossimi dei poveri. Invita ad avere uno «stile sinodale nella vita comunitaria, imparando sempre più a camminare insieme, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità». Oltre 15mila persone “scortano” Leone XIV lungo le strade; e le bandiere con i colori vaticani lo salutano dai negozi o dai balconi. Con gli idranti che gettano acqua sulla folla per attenuare la canicola che, insieme a molto altro, è già entrata negli annali della visita. Il congedo in piazza della Vittoria, prima di partire alla volta di Sant’Angelo Lodigiano.

La Russia che bombardando la Lavra distrugge il Mondo Russo

20/06/2026, 08.45

MONDO RUSSO – Asia News

di Vladimir Rozanskij

Mosca con la Lavra delle Grotte di Kiev ha colpito il luogo sacro che ha usato per secoli come prova della sua “missione spirituale speciale” e che fino al complesso sgombero non voleva cedere agli ucraini. Ora occorrerà ricostruire questo luogo come già accaduto dopo l’invasione tataro-mongola ma anche dopo la Grande Guerra patriottica dei russi contro i nazisti.

Con il bombardamento della Lavra delle Grotte di Kiev, la Russia ha bruciato il proprio mito della “Terza Roma”, degli eredi della civiltà ortodossa, dei difensori della vera fede, dei custodi dei luoghi sacri, un mito al centro del quale c’è sempre stata la Lavra Pečerskaja della prima “città-madre” della Rus’. Putin ha voluto vendicarsi dell’umiliazione subita la settimana precedente a San Pietroburgo, dove si riuniva il Forum economico internazionale, e i droni ucraini hanno soffocato nel fumo la capitale moderna sulla Neva, simbolo di un’altra variante della Russia padrona del mondo.

A partire dai secoli bui del Giogo Tartaro, Mosca si era appropriata dell’eredità della Rus’ di Kiev, presentandosi come l’unica rappresentante del battesimo imposto al popolo dal principe Vladimir il Grande, chiamato “uguale agli Apostoli”, e di tutta la tradizione dell’Ortodossia bizantina, essendo il patriarcato di Costantinopoli ormai succube dei turchi ottomani, insieme a tutti gli altri popoli ad essa legati. Per questo aveva bisogno della Lavra, non tanto come monastero, ma come simbolo del suo diritto alla storia, alla memoria e all’identità di “tutte le Russie”. Sulla collina che sovrasta il fiume Dnepr, il Giordano della Rus’, i monaci avevano portato dal monte Athos le sacre tradizioni di tutta la spiritualità bizantina, scavando le grotte dalla cima della cattedrale fino alle rive del Battesimo.

Ora la Russia stessa ha colpito il luogo sacro che ha usato per secoli come prova della sua “missione spirituale speciale”, che ha rivendicato come autentico “monastero russo” che non voleva cedere agli ucraini, fino all’arresto del metropolita Pavel, il superiore del monastero fedele a Mosca – detto Paša Mercedes per la sua passione alle macchine lussuose – e al complesso sgombero delle grotte monastiche usate per scopi commerciali di ogni genere. Per questo si è parlato di “persecuzione dell’Ortodossia”, accusando gli ucraini di mancare di rispetto ai luoghi sacri, e ora toccherà agli ucraini restaurare e ricostruire quanto distrutto dai russi, come era accaduto dopo l’invasione tataro-mongola, che aveva raso al suolo gli edifici sacri della Lavra, e dopo la Grande Guerra patriottica dei russi, che bombardavano Kiev per annientare i “nazisti tedeschi e ucraini”.

I media legati alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca hanno cercato di spiegare che la cattedrale della Dormizione della Lavra “potrebbe essere stata colpita non dai russi, ma da un missile antiaereo ucraino”, oppure “potrebbe essersi trattato di un atterraggio accidentale” e che comunque “non si è trattato assolutamente di un attacco mirato”. Secondo altri sostenitori del patriarcato di Mosca, la Russia avrebbe preso di mira la parte del luogo sacro in gestione alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina Pzu, non quella in mano alla Chiesa ucraina Upz fedele a Mosca, “ma questa rimane pura fantasia, poiché nessuno bombarderebbe deliberatamente delle chiese, i costi sarebbero troppo elevati”, osserva uno dei canali filo-russi, aggiungendo cinicamente che “a giudicare dalle foto, i danni non sono troppo gravi”.

A seguito dell’attacco russo alla Lavra, la cattedrale della Dormizione, una chiesa la cui storia risale all’XI secolo, è andata a fuoco. Questo “rappresenta attualmente uno dei più gravi crimini della Russia contro la cultura cristiana”, ha scritto su Facebook il presidente Volodymyr Zelenskyj, ricordando che in una sola notte i russi hanno lanciato più di 60 missili solo sulla capitale, provocando 4 morti e 28 feriti. Il primate della Chiesa autocefala, il metropolita Epifanyj (Dumenko), ha definito il bombardamento del monastero “un altro crimine russo contro l’umanità, contro la storia e contro il cristianesimo”.

I ministri degli Esteri europei hanno condannato il massiccio attacco a Kiev nella notte del 15 giugno, definendolo un crimine di guerra e la prova che la Russia “non ha linee rosse”. “Per noi francesi, questo “sarebbe l’equivalente di bombardare Notre Dame o la Basilica di Saint-Denis”, ha dichiarato il ministro Jean-Noël Barrot prima della riunione del Consiglio degli Affari Esteri dell’Ue in Lussemburgo, per cui la Russia “ha dimostrato ancora una volta tutta la crudeltà delle sue azioni” causando gravi danni alla cattedrale della Dormizione del monastero delle Grotte di Kiev, sito del patrimonio mondiale dell’Unesco.

L’attacco russo alla sede originaria della “Santa Russia” giustifica ulteriormente la campagna per abbandonare i nomi imperiali sovietici e russi delle città ucraine, in atto dall’inizio della guerra come avanguardia di un processo più ampio che sta investendo l’intero spazio post-sovietico. Dal Caucaso all’Asia centrale, le ex-repubbliche sovietiche si stanno gradualmente liberando di toponimi e simboli stranieri, enfatizzando la propria indipendenza e identità nazionale. La politica ucraina di de-comunistizzazione e de-russificazione, del resto, era iniziata ben prima dell’invasione nel febbraio 2022; i primi passi in questa direzione furono compiuti all’inizio degli anni Novanta, quando molti monumenti dell’era comunista furono smantellati.

In Asia centrale, uno degli esempi più significativi di decolonizzazione attraverso la ridenominazione di elementi geografici è il Kazakistan, un Paese con un lunghissimo confine con la Russia, una significativa popolazione russofona e una lingua nazionale seriamente indebolita durante il periodo sovietico. Dopo il crollo dell’URSS, la mappa del Kazakistan ha iniziato a cambiare rapidamente: Ust-Kamenogorsk è diventata Oskemen e Uralsk è diventata Oral. La storia della capitale del Kazakistan, Astana, è particolarmente interessante: originariamente chiamata Akmola (“Tomba bianca”), la città fu ribattezzata Tselinograd, ovvero “Città delle terre vergini”, durante l’era sovietica. Questo nome rifletteva la visione sovietica del Kazakistan come uno spazio vuoto, destinato all’insediamento di immigrati dalla Russia. Dopo l’indipendenza, la città fu prima ribattezzata Akmola e poi Astana, che in kazako significa semplicemente “Capitale”, per diventare Nursultan in onore del “presidente eterno” Nazarbaev, poi in declino, con il recupero di Astana.

La reazione ostile della Russia alla tendenza post-sovietica verso la decolonizzazione dei nomi geografici dimostra chiaramente l’importanza che il Cremlino attribuisce allo spazio ereditato dall’impero e ai suoi simboli. Le autorità russe condannano i cambiamenti di nome nell’Ucraina indipendente, definendoli una “de-russificazione forzata”, e accusano Kiev di tentare di “distruggere l’unità storica” ​​dei due popoli. Questo approccio riecheggia direttamente il saggio programmatico di Vladimir Putin sull’unità storica di russi e ucraini, pubblicato nel luglio 2021, in cui il presidente russo affermava che russi e ucraini sono “un solo popolo” e lamentava che la distinzione tracciata tra di loro durante l’era bolscevica avesse portato alla “spogliazione della Russia”. Queste idee sono poi diventate uno dei fondamenti ideologici dell’invasione iniziata alcuni mesi dopo.

La cattedrale della Dormizione della Lavra ha subito moltissimi danni nella sua storia: nel 1230 era stata danneggiata da un terremoto, per poi essere saccheggiata dai Mongoli del Khan Batu nel 1242. Fu danneggiata da un grave incendio nel 1718, e il 3 novembre 1941 fu fatta saltare in aria su ordine di Stalin, fino all’incendio dei missili di Putin dei giorni scorsi. Dopo l’umiliazione di San Pietroburgo, Putin aveva minacciato che la Russia avrebbe colpito i “centri decisionali e i posti di comando” di Kiev; a quanto pare, secondo lui le decisioni in Ucraina vengono prese al monastero delle Grotte, agli studi cinematografici Dovženko e alla Casa della Musica d’Organo Dnipro, tutti obiettivi colpiti la scorsa settimana.

Come osserva Ivan Preobraženskij, gli studi Dovženko non sono soltanto “un nome sui libri di testo”, ma un luogo dove “si entra in contatto con il mondo del cinema, della creatività e della storia”. Egli spiega che “una collezione di costumi, come quella che è stata distrutta, non è fatta solo di stoffe, bottoni o vecchi abiti… è memoria, sono le vite di artisti, costumisti, registi e attori, fa parte della cultura ucraina, raccolta e conservata con cura per decenni”.

Il Mondo Russo in guerra si comporta allo stesso modo dei suoi “eroi” sovietici, e degli invasori asiatici che in fondo sono i veri antenati della Russia imperiale. Ora la Lavra sta bruciando, i musei soffrono, le biblioteche esplodono… Il Mondo Russo si mostra per quello che è veramente, ma ormai non gli resta molto tempo, prima di scomparire del tutto.

Scontro Trump-Meloni, così la premier esasperata ha deciso nella notte di reagire con un video. «Non credo sia finita»: i dubbi «clinici» sul tycoon

di Marco Galluzzo – Corriere della Sera – 20 Giugno 2026

Per il suo staff lo scherno è attribuibile alla salute mentale del tycoon. I dubbi «clinici» su Donald Trump

Dal nostro inviato 
BRUXELLES – Le macchine del corteo sono pronte. Uscita laterale dell’Europa Building. La faccia di Giorgia Meloni è una maschera di irritazione, esasperazione, rabbia. In due parole, è nera. Non si è nemmeno posta il problema di incontrare i cronisti. Via prima possibile da Bruxelles, via per tornare a Roma, per elaborare insieme al resto del governo quanto accaduto. Del resto non è finita, almeno è questa la convinzione della premier.

Mentre si aprono le portiere delle macchine la delegazione italiana si muove, ma le parole di lei spezzano il silenzio e anche il senso di disorientamento generale: «Certo che sono preoccupata, non credo sia finita qui».

Fare un passo indietro è utile a capire meglio cosa è successo. Giovedì notte, la prima del Consiglio, Giorgia Meloni lascia il palazzo dedicato anche a Justus Lipsius verso l’una e trenta. A Bruxelles diluvia. Arrivano delle telefonate da Roma, in anticipo, per cortesia, la premier viene informata che Trump ha rilasciato quelle dichiarazioni. 

Meloni rientra poco dopo all’hotel Amigò, sono le due di notte, sale in camera, c’è da pensare a una risposta. Quella, durissima, in cui accusa il presidente americano in sostanza di essere un bugiardo, e di andare a braccetto con i nemici dell’Occidente, risposta che posta su Instagram l’indomani mattina, un’ora dopo la diffusione, da parte di La7, delle parole di scherno dell’inquilino della Casa Bianca.

La salute mentale del presidente americano, per usare un eufemismo, fa capolino a Consiglio europeo concluso, quando Meloni finalmente è libera di incontrare il suo staff e di confrontarsi con i suoi assistenti su quanto accaduto. Non si cerca una spiegazione, si attribuisce l’accaduto al profilo clinico di Trump. Non è chiaro se ci sia stato un tentativo di reach out, espressione che i diplomatici usano per descrivere un tentativo di chiarimento, in questo caso con la staff della Casa Bianca, prima di replicare e alzare il livello dello scontro. Se c’è stato non è andato a buon fine, e a Meloni non è rimasta che la necessità di rispondere a muso duro. Almeno a suo giudizio.

Ma le lancette dell’orologio possono andare indietro anche di tre giorni, all’inizio del G7, sul lago Lemano, ad Evian. La genesi dell’incidente va cercata a ritroso nei saloni lussuosi del resort che ha ospitato nei suoi due hotel i leader del vertice. Sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti fra gli elettori democratici. Difficile che sia piaciuto a Trump.

Di sicuro una cosa hanno notato in tanti, anche nello staff di Giorgia Meloni, fra coloro che hanno seguito o partecipato alla trasferta: intorno all’ipotetico disgelo con Trump c’era troppa ansia da parte della delegazione italiana. Un esempio? Sono state smentite da palazzo Chigi, o dalla stessa Meloni, quindi per due volte, le ricostruzioni dei media di alcune innocenti risate fra i due leader, che invece sono state poi diffuse dal circuito video del G7 gestito dai francesi. Insomma c’è stato certamente un corto circuito.

Si coglieva la voglia di raccontare una ricucitura che invece si è rivelata più di facciata che reale. Forse anche così si spiega il punto più basso delle relazioni fra Roma e Washington da decenni a questa parte.

Trump “bullizza” Meloni, la premier risponde: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Cos’è successo

di Giuseppe Muolo – Avvenire – 19 Giugno 2026

Il tycoon di nuovo a muso duro contro la presidente del Consiglio in un’intervista esclusiva a “l’Aria che tira” su la7: «Mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena». Lei passa al contrattacco: «Allibita. Non so perché si comporti così con gli alleati». Telefonata di solidarietà di Mattarella. Tajani annulla la visita negli Stati Uniti

19 giugno 2026 -Avvenire

Botta e risposta durissimo tra Trump e Meloni. A cui è seguito l’annullamento della visita negli Stati Uniti del ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il primo colpo l’ha sferrato il presidente degli Usa. In un’intervista esclusiva a “L’Aria che tira” su La7 è tornato ad attaccare la premier italiana: «Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena», ha detto il tycoon in una telefonata con Daniele Compatangelo, che è andata in onda non con la sua voce, ma con quella di un interprete. 

Subito è arrivata la reazione della presidente del Consiglio, che è stata costretta a prendersi una pausa dal Consiglio europeo per registrare un video in cui è passata al contrattacco: «Certe cose meritano una riposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate – ha detto la premier in un reel su Instagram -. Sono francamente allibita. Io e l’Italia non imploriamo mai».

 E ha aggiunto: «Non so perché il presidente degli usa si comporti così con gli alleati. Non è la prima volta che accade, posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, degli Stati Uniti, con leadership con le quali è molto più accondiscendente».

A Meloni è arrivata la solidarietà del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha chiamato la presidente del Consiglio dopo le parole del leader degli Usa. Una telefonata le è arrivata anche da parte del presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Le parole pronunciate nei suoi confronti non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto reciproco tra Paesi amici e alleati», ha sottolineato, invitando a «mantenere salda l’unità dell’Occidente». Più duro il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha definito l’affondo del tycoon »un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai suoi voleri». «Posso scommettere di mangiare un pollo vivo – ha aggiunto – piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene».

Severo contro le parole «gravi e offensive» dell’inquilino della Casa Bianca, anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha annullato la sua visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno, ha annunciato su X. Mentre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha parlato di «una nuova caduta di stile» di Trump «che non fa bene a nessuno, né agli Usa, né all’Italia, né all’alleanza». E il vicepremier leghista Matteo Salvini ha tuonato sui social: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi»

Prima dell’affondo, il tycoon aveva domandato al corrispondente de La7: «Come sta il suo primo ministro? Come sta?». E il giornalista aveva chiesto a sua volta al presidente americano un commento sulla conversazione avuta con Meloni a margine del vertice di Evian. «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a parlarle», aveva risposto Trump.

Contro di lui, pronta anche la risposta di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei – ha sottolineato -. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti». 

La guerra a Mosca: che peso ha il raid ucraino sulla grande raffineria a 15 chilometri dal Cremlino

di Lucia Capuzzi, inviata a Odessa

Centrata una maxi-raffineria all’entrata della capitale: 17 feriti. Chiusi per ore aeroporti e autostrada. È il maggiore attacco oltreconfine in più di quattro anni di conflitto

Avvenire – 19 giugno 2026

Due frame del video pubblicato su X dal presidente ucraino Zelensky, che ha annunciato di aver colpito una raffineria: il tetto è schizzato in aria

Non è stato solo un attacco strategico, il più duro dall’inizio della guerra. Il colpo sferrato ieri dall’Ucraina è stato plateale. Doveva esserlo, in base ai piani di Kiev, per squarciare il velo della censura che, nella narrazione putiniana, avvolge «l’operazione militare speciale». E farvi entrare la guerra. Per questo, i droni di Kiev – 194, secondo l’aviazione del Cremlino – hanno puntato sul territorio della capitale. Alle sue porte, ad appena quindici chilometri dal Cremlino, hanno centrato la grande raffineria Gazprom-Neft, nell’area sudorientale e ferito 17 persone. La stessa già bersaglio del raid di tre giorni fa in cui, però, era stata solo sfiorata.

Stavolta, invece, il tetto è stato sbalzato via e la struttura principale, ad appena quindici chilometri dal Cremlino, s’è trasformata in un’enorme torcia. «Se l’Ucraina brucia, Mosca brucia con lei», ha affermato il presidente Volodymyr Zelensky in un messaggio vocale diffuso ai giornalisti in pieno stile Hunger games. Per ore, dalle fiamme dell’impianto – in grado di lavorare oltre 12 milioni di tonnellate di greggio l’anno e, dunque, centrale per la macchina bellica russa – si è levata una densa colonna di fumo nero impossibile da occultare. Dopo avere evitato – come denunciato dai cittadini – di dare l’allarme, perfino le caute autorità locali hanno ceduto all’evidenza e chiuso d’urgenza per gran parte della giornata i quattro aeroporti metropolitani e un tratto dell’autostrada limitrofa. Hanno anche invitato i cittadini, storditi dal fatto inatteso, a restare a casa.

In realtà, già da qualche mese, forte dei progressi tecnici che hanno consentito di accumulare un arsenale di milioni di velivoli senza pilota, l’Ucraina ha cominciato a lanciarne sciami, in modo da bypassare la contraerea, su Crimea e Russia. L’obiettivo è duplice. Da una parte le ferrovie e le strade, situate anche a 160 chilometri oltreconfine, che riforniscono le truppe al fronte – di carburante oltre che di armamenti e vettovaglie – in modo da attuare, così lo definiscono le forze di sicurezza, un «blocco logistico».

Dall’altra, nelle ultime settimane, gli attacchi hanno cominciato a estendersi alle infrastrutture petrolifere. Col risultato di acuire la penuria di combustibile nelle forze armate di Mosca. E anche nel resto del Paese: da giorni si segnalano code alle pompe di benzina in varie regioni. Secondo il gruppo di ricerca ucraino DeepState, maggio è stato il primo mese dal 2023 in cui la Russia ha subito una perdita netta di territorio mentre Kiev ha riconquistato quasi 40 miglia quadrate in più di quante ne abbia perso. Numeri piccoli, certo.

L’Ucraina, però, sembra sentirsi forte al punto di poter addentrarsi in profondità nel territorio dell’avversario. Il che spariglia, senza dubbio, le carte. L’impatto reale su un conflitto ormai più lungo della Prima guerra mondiale è ancora incerto. Retorica a parte, il governo Zelensky sa che l’Armata rossa è abile a riadattarsi: per questo – oltre per le proporzioni numeriche delle forze in campo – una vittoria militare è alquanto improbabile.

Deve dunque fare in fretta. E riportare Vladimir Putin al tavolo negoziale fin quando è in vantaggio in modo da renderlo più malleabile sul Donetsk, di cui rivendica l’annessione pur avendone conquistato due terzi. La missione dei mediatori Usa, Steve Witkoff e Jared Kushner, più volte confermata, è ancora senza data.

Da qui i recenti affondi che, tuttavia, potrebbero rivelarsi un boomerang. I falchi del Cremlino premono sul presidente affinché dia «una lezione indimenticabile» alla controparte. Già nei giorni scorsi, Mosca ha lanciato missili balistici e razzi e colpito il complesso monastico di Pechersk Lavra a Kiev. Un luogo dal forte valore simbolico per l’ortodossia. Ora, il ministro degli Esteri, Sergeij Lavrov, ha annunciato una risposta su larga scala. Gli ucraini scrutano il cielo, ansiosi.

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