"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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L’ecologia, vittima della guerra russa

La taiga brucia oltre gli Urali, i fiumi di Tjumen e della regione di Mosca sono pieni di pesci morti e si verificano sversamenti di petrolio nella parte russa del Mar Nero. Mentre un’indagine su vasta scala ha identificato 1.497 persone accusate di tradimento e spionaggio in Russia per azioni legate alla protezione dell’ambiente.

di Stefano Caprio – Asia News

22 agosto 2026

L’ambiente sta diventando sempre più vittima di obiettivi militari ed economici, commenta l’esperta di ecologia Mariana Toročišnikova su Radio Svoboda. Le ultime settimane in Russia sono sembrate un film catastrofico, solo senza effetti speciali, perché “tutto sta accadendo davvero”. La taiga brucia oltre gli Urali, i fiumi di Tjumen e della regione di Mosca sono pieni di pesci morti e si verificano sversamenti di petrolio nella parte russa del Mar Nero. La natura sta diventando una vittima, scrivono gli autori del rapporto di Greenpeace International “L’impero dei combustibili fossili”, osservando che dallo scoppio della guerra con l’Ucraina fino al 40% del bilancio russo è destinato al complesso militare-industriale, mentre i finanziamenti per numerosi programmi di protezione ambientale sono stati tagliati.

L’indebolimento delle politiche ambientali, in un contesto di crisi climatica e di espansione dell’agricoltura, sta destabilizzando gli ecosistemi naturali della Russia. Allo stesso tempo, il numero di incendi boschivi è in aumento e il disboscamento sta colpendo sempre più le foreste intatte e selvagge, soprattutto in Siberia e nell’Estremo Oriente. Secondo gli esperti di Greenpeace, ciò minaccia non solo il futuro della Russia stessa, ma anche la stabilità globale, in quanto accelera la crisi climatica e contribuisce alla perdita di biodiversità. Come se non bastasse, i servizi russi dell’Fsb si creano nuovi nemici in campo ecologico, e i casi in cui viene considerata in pericolo “la sicurezza dello Stato in Russia” sono diventati un sistema di produzione di massa. La corrispondente di Verstka, Julia Selikova, racconta di un’indagine su vasta scala che ha identificato 1.497 persone accusate di tradimento e spionaggio, per azioni legate alla protezione dell’ambiente.

Anche l’ecologo Vladimir Slivjak ha parlato in una trasmissione televisiva di come la guerra influenzi il clima e l’ambiente, affermando che “la Russia è un Paese enorme che influenza profondamente il clima, è uno dei maggiori inquinatori al mondo, uno dei cinque Paesi che inquinano maggiormente l’atmosfera”. Quando si parla di cambiamenti climatici, dell’enorme quantità di emissioni a livello globale e del conseguente cambiamento e riscaldamento del clima, la Russia gioca un ruolo chiave; naturalmente, la guerra in Ucraina sta portando a emissioni di gas serra significativamente più elevate rispetto al passato. Nel frattempo, la Russia è completamente assente dagli sforzi globali per ridurre le emissioni di gas serra.

Le fuoriuscite di petrolio, ad esempio, sono una diretta conseguenza della guerra iniziata dalla Russia in Ucraina. Quest’anno si sono già verificati diversi incidenti di grave entità, e nel 2024 si è registrata la più grande fuoriuscita di petrolio della storia nel mar Nero. Il mar Nero abbraccia diversi Paesi, non solo la Russia, ed è evidente che se questo mare viene danneggiato, le conseguenze si ripercuoteranno su tutti i Paesi che si affacciano sulle sue coste. Quando un Paese grande e industrializzato è retto da un regime autoritario, se il presidente di quel Paese perde il controllo le conseguenze dal punto di vista ambientale sono davvero gravissime. E non solo dal punto di vista ambientale, ovviamente, come afferma Slivjak: “dicono che il clima stia cambiando, che la colpa sia della guerra, che la Russia sia direttamente o indirettamente responsabile, che per questo abbiamo ondate di calore, temporali secchi, incendi boschivi… ma le foreste non bruciavano anche prima della guerra? Credo di sì, e quasi ogni anno dicevano che c’erano stati più incendi rispetto agli anni precedenti. È compito dello Stato dire che dobbiamo ricostruire le nostre vite, perché in futuro ci saranno ancora più problemi a causa dei cambiamenti climatici”.

I cambiamenti climatici sul pianeta non sono iniziati oggi, e certamente non sono iniziati perché la Russia ha iniziato la guerra in Ucraina. Sono in atto da molto tempo, ma ora stanno accelerando su tutto il pianeta, e si stanno verificando un gran numero di disastri naturali. Nel 2010 ci fu un’ondata di calore durante la quale le foreste intorno a Mosca bruciarono, avvolgendo tutto nel fumo; all’epoca, i climatologi affermavano che le ondate di calore si verificassero circa una volta ogni 10 anni. Guardando all’Europa negli ultimi quattro anni, tre di questi hanno registrato temperature estive da record, tre delle quali sono state caratterizzate da intense ondate di calore, ognuna delle quali è costata all’economia europea centinaia di miliardi di euro.

Questo fenomeno non si avverte solo in Europa o in Russia; si avverte in tutto il mondo, anche se si manifesta in modalità leggermente diverse. In alcune zone si tratta di siccità, in altre di inondazioni, in altre ancora si stanno diffondendo nuove malattie infettive perché gli agenti patogeni che le causano si stanno spostando più a nord. In precedenza, in alcune regioni faceva troppo freddo, ma ora la temperatura media globale è salita a un livello tale da renderle confortevoli, e le popolazioni del nord stanno iniziando a contrarre malattie che prima si riscontravano solo al sud, in Africa e così via. Purtroppo, le previsioni sui cambiamenti climatici sono molto negative, e pare che non si possa fare nulla per fermare questo processo: si può soltanto adattarsi, riducendo le emissioni di gas serra per evitare che il clima diventi ancora più catastrofico in futuro. Si tratta soprattutto di preoccuparsi delle generazioni future.

Come afferma Toročišnikova, se si riuscisse a ridurre oggi le emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas, nella seconda metà di questo secolo “probabilmente non sarà più necessario indossare tute protettive per uscire di casa”, e il clima sarà ancora relativamente mite. L’alternativa è che dopo il 2050-2060 “le persone non potranno più uscire di casa, avranno bisogno di tute protettive e tute spaziali, perché l’ambiente esterno sarà completamente ostile, impossibile da sopportare”. A questo si aggiungono la fame, la mancanza di acqua potabile e le epidemie, un quadro terrificante che si deve alleviare facendo tutto il possibile.

La giornalista cerca di immaginare le reazioni delle persone, “ti chiederanno: quali prove hai? Perché ci spaventi? All’inizio del secolo scorso, anche gli scrittori di fantascienza scrivevano che entro la fine del XX secolo le persone avrebbero indossato tute spaziali e gli alberi non sarebbero più cresciuti, invece tutto cresce e fiorisce”, e quindi si chiede perché la gente non creda a queste previsioni di ecologi, climatologi e scienziati. Ricordando l’evoluzione della civiltà industriale, il progresso scientifico e tecnologico portò l’umanità a bruciare enormi quantità di carbone, petrolio e gas. Alla fine del XIX secolo, si trattava principalmente di carbone, nel XX secolo di petrolio e gas, e ora di tutti questi insieme, e questo ha portato a un’enorme quantità di gas serra che si immette nell’atmosfera, creando un effetto serra e riscaldando la Terra.

Questo accadeva quando le generazioni degli antenati erano ancora abituate a seminare in un momento e a raccogliere in un altro, abituate a determinate condizioni climatiche, ma poi tutto cambia in modo tale che il raccolto va perduto, e non c’è più niente da mangiare. “E andrebbe bene se questo accadesse in un solo posto: si può comprare altrove, ma quando questo accade in tutto il pianeta, non c’è più nessuno da cui comprare, i prezzi iniziano a salire e l’instabilità inizia a crescere”, ammonisce Toročišnikova. I rifugiati climatici stanno già comparendo, perché in molte zone si sta verificando la desertificazione, le dimensioni dei deserti si stanno espandendo, la quantità di terra fertile si sta riducendo. Questo crea naturalmente nuovi focolai di tensione, principalmente nei Paesi più sviluppati e anche in Russia, si assiste a crisi migratorie in Europa e altrove, ma “questa è solo la punta dell’iceberg, il meglio deve ancora venire”, afferma l’esperta.

Ora ci sono le inondazioni a Tjumen, dove non c’è acqua pulita, e la gente si lamenta su Instagram di come lavarsi con acqua che puzza di feci. Le inondazioni in Siberia saranno sempre più gravi, e la siccità sarà molto più intensa; il Reno e il Danubio sono già estremamente bassi, e rischiano di prosciugarsi completamente. Bisogna cercare di adattarsi, cambiando le catene di approvvigionamento, le strutture del trasporto merci, dell’approvvigionamento energetico, perché si vedono centrali nucleari che producono ancora molta energia e chiudono perché l’acqua si sta riscaldando troppo, e non riesce più a raffreddare i reattori. E soprattutto, bisogna smettere di inquinare il mondo con la guerra, cosa che al Cremlino non riescono a capire.

Papa Leone XIV: “Tutto ciò che siamo e abbiamo è dono di Dio”

L’incontro nella cattedrale di Rimini e la Santa Messa al porto

Di Antonio Tarallo

Rimini, sabato 22 agosto 2026, 19:03 (ACI Stampa).

Un momento di commozione, vero, profondo, umano, quello vissuto nel tardo pomeriggio di oggi – prima della celebrazione eucaristica nel Porto di Rimini – con gli ammalati, i disabili ei poveri assistiti dalla Caritas presso la cattedrale di Rimini. Il papà è vicino a chi soffre ea chi aiuta ad alleviare le loro sofferenze. Una presenza, quella di papa Prevost, apprezzata dal vescovo di Rimini, Monsignor Nicolò Anselmi, che ha riservato al pontefice parole di grande gratitudine. Lo sguardo del presule si apre allora alle persone che sono riunite in questo luogo sacro: “Intorno a lei ci sono fratelli e sorelle che stanno attraversando un periodo impegnativo della loro vita, una salita ripida del pellegrinaggio: malati, disabili, persone che stanno facendo un percorso di liberazione dalle dipendenze, fratelli e sorelle che in carcere si stanno preparando a rientrare presto nella società, amici e amiche in difficoltà economiche, spirituali, psicologiche; siamo qui insieme ai loro familiari ea chi è loro particolarmente vicino: amici, personale medico, infermieri, operatori socio sanitari, educatori”. Tutti assieme con il pontefice. 

Un discorso che commuove papa Prevost e che lo spinge a pronunciare alcune parole che fanno da contraltare a quelle del presule e che rimarranno indelebili nella memoria dei presenti: “Il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli”. E aggiunge: “Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il ​​Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte”.

Le parole, invece, che papa Leone XIV riserva all’omelia della celebrazione liturgica, celebrata nel Porto di Rimini, sono parole che commentano il Vangelo letto durante la Liturgia della Parola. Le immagini sono suggestive: il palco che è stato adibito è una magnifica scenografia con dietro altrettanto suggestiva e affascinante scenografia naturale, il mare. Azzurro, così come il cielo che si ammanta di ambra per il tramonto che scende su Rimini. Sopra il palco, è stata posto il  quadro originale della  Madonna della Misericordia , Patrona della città: immagine custodita dai  Missionari del Preziosissimo Sangue  nel  Santuario della Madonna della Misericordia in Santa Chiara. 

La pagina del  Vangelo di Matteo: da questa pagina in cui Gesù domanda ai discepoli “Voi, chi dite che io sia?” papa Leone XIV comincia la sua omelia.E, nella stessa pagina, èPietro a rispondere “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Una risposta a cui siamo chiamati ad unirci: dobbiamo anche noi, infatti, “rinnovare la stessa professione di fede: siamo qui perché crediamo che Gesù è il Messia, il Figlio eterno del Padre”.

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Parla poi di una Chiesa che deve “servire”, papa Leone XIV. E lo fa ispirandosi alla figura di san Pietro. La Chiesa, oggi, come lui deve “servire”: ognuno secondo il proprio stato, “secondo la sua specifica chiamata”. E ricorda, in merito, alcune parole di don Oreste Benzi: “La nostra vocazione consiste nel lasciarci conformare a Cristo povero, a Cristo servo, a Cristo che espia il peccato del mondo, a Cristo, l’Uomo Dio incarnato che vive in mezzo a noi in una forma di condivisione diretta a partire dagli ultimi”. Papa Leone, allora, continua nella sua omelia facendo riferimento alla Prima Lettura, quella del profeta Isaia  che ha parlato di Sebna che “per ambizione aveva cominciato ad abusare dell’autorità conferitagli, accumulando ricchezze per sé e per la sua cerchia di amici e parenti e spadroneggiando sulle persone. Aveva dimenticato che la cosa più importante dell’avventura in cui il suo Signore lo aveva coinvolto, non erano i mezzi economici e il potere, ma la possibilità, attraverso di essi, di promuovere un disegno di rinascita per il bene di tutta la comunità”. Per questo motivo venne destituito e la sua missione affidata a Eliakim, “uomo onesto e libero da condizionamenti, solido nella sua rettitudine”, così lo definisce papa Leone XIV.

E aggiunge: “Il messaggio è chiaro: tutto ciò che siamo e abbiamo è dono di Dio, affidatoci perché, nelle sue mani, possiamo essere gli uni per gli altri, strumenti di salvezza nella giustizia, a partire dai luoghi e dalle persone con cui viviamo e lavoriamo ogni giorno, per rivolgerci, con un cuore grande e aperto, al mondo intero”. Fa riferimento ai disegni di Dio – questo il riferimento alla Seconda Lettura, la pagina di san Paolo di Tarso – che rimangono imperscrutabili “non per la complessità dei suoi ragionamenti, ma per l’immensità disarmante del suo amore”.

E concludono: “Dio è semplice, perché è pura carità, e chiama anche noi ad amare con un cuore simile al suo, conformando alle sue vie le nostre vie e ai suoi pensieri i nostri pensieri”. Infine, un pensiero alla terra che lo ha ospitato oggi, Rimini e la costa adriatica. Parla della gente di questa terra che ha sempre dimostrato nel corso della storia “onestà, gratuità, benevolenza”. Ma aggiunge: “Il mondo in cui viviamo offre tante forme di svago, alcune delle quali, però, portano piuttosto alla dispersione e alla rovina che non a un vero “tornare in sé”, e lasciano il vuoto nel cuore. C’è chi le chiama “evasione”, come se la vita ordinaria fosse una prigione da cui fuggire. Ma noi sappiamo che il luogo più vero in cui trovare ristoro, in cui incontrare Dio per incontrarci davvero tra noi, non è fuori, nel caos, ma dentro di noi, nel profondo dell’anima. Come comunità cristiana siamo chiamati dunque in modo speciale a coltivare tale esperienza ea trasmetterla, nell’apertura e nell’ospitalità personale e delle strutture, nella cura e nel raccoglimento delle chiese, nella predisposizione all’aiuto e alla carità”.

Il Papa al Meeting: opporre la misericordia al falso realismo che riarma menti e nazioni

Leone XIV parla alla platea della 47ª edizione della kermesse di Rimini ed esorta a “invertire la rotta” e “riaccendere sogni e visioni” non soffiando solo sul “fuoco della stanchezza e disperazione”. È giunta “l’ora della responsabilità”, afferma il Pontefice: “Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”. Ai giovani: “Mettetevi in gioco!”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura

C’era la guerra, la Guerra Fredda, il 29 agosto del 1982 quando San Giovanni Paolo II solcava il palco della Fiera di Rimini per partecipare all’allora terza edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli. Un’intuizione del fondatore di Comunione e Liberazione, don Luigi Giussani, non rimasta “enclave” del movimento ma divenuta nel tempo “crocevia per la Chiesa e per la società”, “incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini”.

E c’è la guerra, anzi, ci sono le tante guerre – piccole, grandi, “a pezzi” –, insieme alle crisi, alle divisioni, le ideologie, le disuguaglianze, i disastri ambientali e i “business della morte”, ora che un Pontefice, Leone XIV, torna a parlare alla multiforme platea della kermesse riminese. Politici, artisti, leader religiosi, rappresentanti di istituzioni o della società civile, giovani, volontari, testimoni, sono tutti riuniti all’interno del Grande Auditorium nel segno di quell’“amicizia”, appunto, che in questo tempo di lacerazioni è valore non scontato. Sono circa 20 mila (altre 55 mila persone sono dentro la Fiera) e accolgono il Papa con un lungo applauso che lascia poi il posto ad un fermo silenzio che pervade tutti i padiglioni, una volta preso il microfono.

L’ora della responsabilità

Smascherare le ingiustizie

Erano attese da mesi le parole del Successore di Pietro, ponte e punto di riferimento per la Chiesa e il mondo. Lui, Leone, propone al Meeting un discorso/ appello di ampio respiro che guarda all’attualità di quest’umanità chiamata a una “inversione di rotta”, resa “convincente e credibile” dall’opera di “pionieri coraggiosi”.

Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo

Il Papa al Meeting di Rimini

Il Papa al Meeting di Rimini (@VATICAN MEDIA)

L’amore che muove il mondo

“Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni!”, dice il Papa dal palco, lasciando a chi lo ascolta un comando: l’Amore, quello che “move il sole e l’altre stelle” come scriveva Dante nell’ultimo verso della Divina Commedia che dà il titolo alla 47ª edizione dell’evento.

Più volte il Sommo Pontefice richiama il Sommo Poeta nel suo discorso in cui cita il Concilio, don Giussani e i predecessori Francesco, Benedetto XVI e, naturalmente, Giovanni Paolo II che già 44 anni fa aveva compreso “la profezia” di un simile appuntamento: “Già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: Incontro! Incontro di amicizia”! Amicizia tra i popoli! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo”.

Le persone prima dei confini e delle istituzioni

Leone fa sue le parole del Papa polacco: “Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”, sottolinea, esortando – sulla scia della Fratelli tutti – a “coltivare l’amicizia sociale” così da riconoscerci “nella dignità di figli di Dio” che accomuna tutti gli esseri umani, “al di là di ogni diversità, separazione o conflitto”.

Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone

Il realismo della misericordia

È la forza dell’amore, l’amore che “muove” e che dai tempi di Dante “non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità”, sebbene rimanga “volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature”, evidenzia il Papa, richiamando l’insegnamento dei Papi sulla “Misericordia”. “Il male non si combatte col male – aggiunge -. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso”.

Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato

È dunque “un’autentica conversione di popolo” quella che domanda il Papa. Quanti sono seduti nell’Auditorium con le loro competenze, responsabilità e risorse possono mettersi davvero al servizio e accompagnare l’umanità sulla strada giusta: non quella che “sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione”, bensì quella che “serve il Regno di Dio e la sua giustizia”.

Leone XIV durante il suo discorso alla Fiera di Rimini

Un disegno che attraversa la storia

“In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat”, afferma Papa Leone. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro “i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali” e diventa “la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale”.

Appello ai giovani

Una “responsabilità”, il Papa la invoca pure per il vasto mondo educativo, oggi sempre più a “rischio”. E una parola la rivolge a giovani, presenti in gran numero come volontari: “Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia!”, scandisce Leone. “Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta”, esorta il Vescovo di Roma.

Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!  Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore

Papa Leone ai ragazzi del Meeting: la comunione nel mondo comincia da voi giovani

Risveglio della fede

Nessuno deve permettersi di sminuire la parola “amore” che, rimarca il Papa, “è il nome stesso di Dio: Dio è amore”. E “nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé”.

Questa stessa libertà è il motore del risveglio della fede di tanti giovani: “Oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa”, annota Leone. Ma non è “una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo”. “È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà”, afferma Leone XIV. E la Chiesa stessa, come diceva Benedetto XIV, “non fa proselitismo” ma “si sviluppa piuttosto per attrazione”.

“Amate sempre la Chiesa!”

“Amate sempre la Chiesa!”, aggiunge ancora il Papa, facendolo ripetere ancora una volta: “Amate sempre la Chiesa!”.

“Amate e preservate l’unità della compagnia attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé”, dice, questa volta rivolgendosi agli aderenti a Comunione e Liberazione. “Anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita”. L’invito è ad “imparare ad ascoltarci a vicenda”, perché dono dell’ascolto “spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa”. Ascolto della Parola di Dio, ascolto reciproco, ascolto della saggezza in uomini e donne, membri della Chiesa e quanti sono alla ricerca della verità, indica il Papa.

Il Papa parla alla 47.ma edizione del Meeting di Rimini

Sinodalità

La via è, dunque, quella della “sinodalità”, che “non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo”.

Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia

“Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi”, osserva il Papa. “Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile”.

👑〽️🙏PREGHIERA A MARIA REGINA✨✨

O Madre del mio Dio e mia Signora Maria, mi presento a Te che sei la Regina del Cielo e della terra come un povero piagato davanti ad una potente Regina. Dall’alto trono dal quale tu siedi, non sdegnare, Ti prego, di volgere gli occhi su di me, povero peccatore. Dio Ti ha fatta così ricca per aiutare i poveri e Ti ha costituita Madre di Misericordia affinché Tu possa confortare i miserabili. Guardami dunque e compatiscimi.

Guardami e non mi lasciare se non dopo avermi trasformato da peccatore in Santo. Mi rendo conto di non meritare niente, anzi, per la mia ingratitudine dovrei essere privato di tutte le grazie che per tuo mezzo ho ricevuto dal Signore; ma Tu che sei la Regina di Misericordia non cerchi i meriti, bensì le miserie per soccorrere i bisognosi. Chi è più povero e bisognoso di me?

O Vergine sublime, so che Tu, oltre ad essere la Regina dell’universo, sei anche la mia Regina. Voglio dedicarmi completamente ed in modo particolare al tuo servizio, affinché Tu possa disporre di me come Ti piace. Perciò Ti dico con San Bonaventura: “O Signora, mi voglio affidare al tuo potere discreto, perché Tu mi sostenga e governi totalmente. Non mi abbandonare”. Guidami Tu, Regina mia, e non lasciarmi solo. Comandami, utilizzami a Tuo piacere, castigami quando non Ti ubbidisco, poiché i castighi che mi verranno dalle Tue mani mi saranno salutari.

Ritengo più importante essere tuo servo piuttosto che signore di tutta la terra. “Io sono tuo: salvami”. O Maria, accoglimi come tuo e pensa a salvarmi. Non voglio più essere mio, mi dono a Te. Se nel passato Ti ho servito male ed ho perduto tante belle occasioni per onorarti, in avvenire voglio unirmi ai tuoi servi più innamorati e fedeli. No, non voglio che da oggi in poi qualcuno mi superi nell’onorarti e nell’amarti, mia amabilissima Regina. Prometto e spero di perseverare così, con il tuo aiuto. Amen.

(Sant’Alfonso Maria de Liguori, “Le glorie di Maria”)

BEATA VERGINE MARIA REGINA DEL CIELO E DELLA TERRA 👑

Ricorrenza: 22 agosto

Tipologia: Memoria liturgica

L’undici ottobre 1954, S. S. Pio XII istituì la festa della Regalità di Maria, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio; fu poi trasferita al 22 agosto, giorno ottavo dell’Assunzione, per sottolineare il legame della regalità di Maria con la sua glorificazione corporea.

Con tale festa il Papa ha voluto sigillare, con la sua autorità, la voce dei monumenti antichi e delle preghiere liturgiche e il senso del popolo cristiano, che attribuirono perennemente alla Vergine la dignità regale.

Non si tratta quindi di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della Chiesa e nei libri della sacra liturgia.

Infatti fin dai primi secoli della Chiesa Cattolica il popolo cristiano ha elevato preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del Cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; né vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re Divino, Gesù  Cristo; e la fede di coloro che sempre credettero che la Vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, spesse volte fu premiata con grazie elette e divini favori.

Il primo e più profondo motivo della dignità regale di Maria consiste nella sua maternità divina. Poiché Cristo, per l’unione ipostatica è, anche come uomo, Signore e Re di tutta la creazione, così Maria, «la Madre del Signore», partecipa, benché in modo analogo, alla dignità regale del suo Figlio.

A buon diritto quindi S. Giovanni Damasceno scrive: « Maria è veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore; e lo stesso Arcangelo Gabriele può dirsi l’araldo della dignità regale di Maria ».

La Beatissima Vergine è Regina non soltanto come conseguenza della maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della Redenzione. Infatti come Cristo è nostro Signore e Re anche per il fatto che ci ha redenti col suo prezioso Sangue, così Maria, in modo analogo, è pure nostra Regina, perché prese intima parte, come nuova Eva, all’opera redentrice di Cristo, novello Adamo, soffrendo con Lui ed offrendolo all’Eterno Padre.

E’ certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e Uomo, è Re; tuttavia anche Maria, sia come Madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del Divin Redentore e nella lotta contro i nemici e nel trionfo ottenuto su di essi, partecipa alla sua dignità regale.

Infatti da questa unione con Cristo Re deriva a Lei tale splendore e sublimi infine, superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza per cui Ella può dispensare i tesori del regno del Divin Redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine la inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.

Nessun dubbio pertanto che Maria SS. ma sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. 

Se il mondo oggi lotta senza tregua per assicurare la pace, l’invocazione del regno di Maria è più efficace di tutti i mezzi terreni per ottenere questo scopo.

Pertanto tutti i fedeli cristiani si sottomettano all’impero della Vergine Madre di Dio, la quale mentre dispone di un potere regale, arde di un materno amore.

PRATICA: Magnifichiamo con legittimo orgoglio di figli la regalità di Maria e proponiamo di riconoscere nella Vergine la nostra vera Madre e Regina. Proponiamo di avvicinarci con maggior fiducia al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e soprattutto per ottenere in terra quella pace che è il pegno della beatitudine eterna del Paradiso.

PREGHIERA: «…Vergine Augusta e Padrona, Regina, Signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario» (S. Efrem).

San Pio X

Analizzò lucidamente e condannò gli errori del modernismo, profetizzando che esso avrebbe condotto a una società atea. Fu grande promotore del Catechismo e sostenne il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare impulso al canto gregoriano nella liturgia.

Santo del giorno 21-08-2026

Ermes Dovico – La Nuova Bussola

«Restaurare tutto in Cristo» fu il principio ispiratore degli 11 anni di pontificato di san Pio X (1835-1914), il Papa di umili origini che seppe analizzare lucidamente e condannare gli errori del modernismo. Ne riconobbe la radice malvagia e profetizzò che esso avrebbe condotto a una società atea. Il Santo Padre affrontò organicamente la questione nella sua enciclica più celebre, la Pascendi Dominici Gregis (8 settembre 1907), in cui definì il modernismo «sintesi di tutte le eresie». Pio X aveva ben chiaro che questa corrente pseudocristiana, sorta verso la fine del XIX secolo con la pretesa di adattare il messaggio eterno di Cristo ai cambiamenti sociali, attaccava le fondamenta stesse della fede, strizzando l’occhio alla massoneria.

Ieri come oggi, i modernisti rifiutavano i dogmi e l’insegnamento degli antichi Padri, rigettavano l’autorità del Papa, teorizzavano l’indifferentismo religioso e l’assoggettamento della Chiesa allo Stato, esaltavano la filosofia moderna disprezzando la Scolastica, slegavano fede e ragione, negavano la verità delle Sacre Scritture, l’istituzione dei Sacramenti da parte di Cristo, i miracoli e l’operare di Dio nella storia. Perciò san Pio X scriveva: «L’errore dei protestanti dié il primo passo in questo sentiero; il secondo è del modernismo: a breve distanza dovrà seguire l’ateismo». Sapendo di dover agire per la salvezza delle anime, durante il suo pontificato furono scomunicati o sospesi a divinis i maggiori esponenti del modernismo e rimossi dai seminari e dalle università cattoliche gli insegnanti – religiosi e laici – che favorivano quel sistema di eresie. Antepose al consenso del mondo la ricerca e il compimento della volontà di Dio, sempre con l’umiltà che l’aveva portato a definirsi «un povero parroco di campagna».

Al secolo Giuseppe Sarto, secondo di dieci figli, era nato a Riese (in provincia di Treviso) da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni Battista era un fattore e la madre, Margherita Sanson, una sarta ricca di fede, che alla morte del marito non volle che il suo secondogenito lasciasse il seminario per aiutare in famiglia. Giuseppe venne ordinato sacerdote a 23 anni. Dopo essere stato cappellano, arciprete, canonico, direttore spirituale in un seminario, venne nominato a 49 anni vescovo di Mantova, distinguendosi per la centralità data alla formazione religiosa. «Dottrina cristiana! Dottrina cristiana!», andava gridando durante le sue visite pastorali nelle varie parrocchie, in quanto cosciente che «frequentare la Messa e ignorare le verità della fede sono cose che si elidono a vicenda, perché non è possibile accettare verità che non si conoscono».

Nel 1889 partecipò al primo Congresso catechistico nazionale e votò a favore di un nuovo «catechismo popolare storico-dogmatico-morale redatto in domande brevi e risposte brevissime». Lui stesso si decise allora a comporre un testo dialogico. Da esso derivò poi il famoso Catechismo Maggiore (in seguito detto Catechismo di San Pio X), la cui prima edizione – fatta di 993 domande e risposte – venne pubblicata nel terzo anno del suo pontificato (1905) e fu seguita da due versioni più brevi.

La sua elezione al soglio pontificio, preceduta da un decennio come patriarca di Venezia, avvenne il 4 agosto 1903. Due mesi più tardi espose il suo programma nella prima delle sue 16 encicliche (E Supremi): «Le ragioni di Dio sono le ragioni Nostre; è stabilito che ad esse saranno votate tutte le Nostre forze e la vita stessa. Perciò se qualcuno chiederà quale motto sia l’espressione della Nostra volontà, risponderemo che esso sarà sempre uno solo: Rinnovare tutte le cose in Cristo».

In questo stesso solco il neo pontefice sostenne il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare il meritato spazio nella liturgia al canto gregoriano e alla polifonia classica, nella consapevolezza che «la musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli» (Inter Sollicitudines).

La grande devozione alla Vergine e l’amore per l’Eucaristia erano il nutrimento della sua santità. Raccomandò di partecipare alla Messa quotidiana e riportò l’età della Confessione e della prima Comunione «all’età dell’uso della ragione» (7 anni). Visti i crescenti attacchi all’innocenza dei bambini, Pio X (come altri santi) sosteneva infatti la necessità di farli accostare il prima possibile al Corpo di Nostro Signore.

Un fatto tra tanti ricorda quanto grande fosse la sua fede e come Cristo fosse il centro della sua vita. Pochi giorni dopo aver ricevuto da sant’Annibale Maria di Francia (fondatore dei Rogazionisti) il manoscritto con le rivelazioni di Gesù all’umilissima Luisa Piccarreta, san Pio X gli disse: «Fai subito dare alle stampe L’Orologio della Passione della Piccarreta. Leggetelo in ginocchio, perché è Nostro Signore che parla!»

San Stanislao Kostka, un modello per i giovani

A TRECENTO ANNI DALLA CANONIZZAZIONE

La vita di questo santo gesuita polacco fu breve, ma straordinariamente feconda. Stanislao comprese che l’uomo non è fatto per la mediocrità, ma per la pienezza della vita in Cristo; non per accontentarsi di ciò che passa, ma per cercare ciò che ha valore eterno.

La Nuova Bussola – 19_08_2026 – Antonio Guido Filippazzi

Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata il 16 agosto 2026, a Rostkowo, da monsignor Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia, in vista del III centenario della canonizzazione di Stanislao Kostka (1550-1568), avvenuta il 31 dicembre 1726.

1. Cari fratelli e sorelle, a tutti voi il mio saluto e, per mio mezzo, anche il saluto del Santo Padre, in comunione con il quale celebriamo questa Santa Messa. Saluto in particolare il vostro Vescovo diocesano, che ringrazio per l’invito che mi ha rivolto ad essere qui oggi. Ci ritroviamo nel luogo della nascita di San Stanislao Kostka, per celebrare il terzo centenario della sua canonizzazione. Tre secoli fa la Chiesa riconobbe in quel giovane gesuita polacco, morto a soli diciotto anni, la perfezione della vita cristiana.

San Stanislao non è ricordato per le ricchezze, il prestigio o i successi terreni, ai quali rinunciò senza esitazione. È ricordato perché prese Dio sul serio. Credette che la chiamata del Signore meritasse tutto il suo cuore e tutta la sua vita. Ebbe il coraggio di mettere Cristo al primo posto. Nel motto tradizionalmente associato a lui – Ad maiora natus sum («Sono nato per cose più grandi») – è veramente racchiuso il segreto della sua esistenza. Stanislao comprese che l’uomo non è fatto per la mediocrità, ma per la pienezza della vita in Cristo; non per vivere ripiegato su se stesso, ma per donarsi; non per accontentarsi di ciò che passa, ma per cercare ciò che ha valore eterno.

La sua vita fu breve, ma straordinariamente feconda. La sua forza non risiedeva nelle doti umane, bensì nella potenza della grazia. Quando comprese che Dio lo chiamava, non cercò compromessi; quando incontrò ostacoli, non si lasciò paralizzare dalla paura. Scelse di seguire Cristo fino in fondo, con fiducia e perseveranza, sempre sostenuto dall’Eucaristia e guidato dalla Vergine Maria.

2. Ma oggi non siamo qui soltanto per ricordare il passato. Siamo qui per ascoltare ciò che San Stanislao dice oggi alla Chiesa.

A) Una prima lezione che il nostro Santo offre alla Chiesa riguarda lo sguardo da avere sui giovani.

Oggi ci interroghiamo su quali metodi e quali linguaggi adottare per annunciare il Vangelo ai giovani. La testimonianza del giovane Stanislao ci invita ad andare in profondità. La domanda decisiva non è soltanto come raggiungere i giovani, bensì quale ideale proporre loro. Talvolta siamo tentati di pensare che, per avvicinarli, sia necessario abbassare le esigenze del Vangelo, attenuarne la radicalità o rincorrere le attrattive effimere del mondo. La vita di San Stanislao ci insegna il contrario! I giovani non hanno bisogno di ideali piccoli, ma di orizzonti grandi e luminosi. Non chiedono che venga abbassata la cima della montagna, ma che qualcuno mostri loro la strada e li accompagni verso la vetta del monte, che è Cristo stesso.

San Stanislao ci ricorda che i giovani riconoscono il fascino delle cose grandi. La storia della Chiesa lo conferma: da Stanislao e Luigi Gonzaga fino a Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis: il Vangelo continua ad affascinare il cuore dei giovani quando è annunciato nella sua pienezza.

B) Una seconda lezione di San Stanislao riguarda l’azione pastorale della Chiesa verso i giovani.

Se i giovani sono fatti per la santità, allora la pastorale della Chiesa deve avere il coraggio di accompagnarli verso questa meta. Non basta organizzare attività o suscitare emozioni: occorre educare, formare, guidare. Educare significa non rassegnarsi alla mediocrità, ma aiutare i giovani a scoprire la bellezza di una vita pienamente donata a Cristo. Come diceva il grande Arcivescovo che mi ha ordinato sacerdote: «Ai giovani si deve chiedere tutto coraggiosamente… Essi hanno sete di ideale ed amano veramente le cose complete, anche se scomode. La storia della giovinezza è stata e sarà sempre la storia delle grandi dedizioni» (G. Siri). E aggiungeva: «I giovani si precedono, non si seguono»!

I giovani devono essere ascoltati e amati. Ma la Chiesa li accompagna non perché rimangano come sono, bensì perché incontrino Cristo, conoscano la verità, scoprano la propria vocazione e crescano fino alla santità. Per questo la pastorale giovanile deve condurre a Cristo attraverso un autentico cammino di fede: la vita sacramentale, la preghiera, l’esercizio delle virtù e l’educazione allo spirito di sacrificio, senza il quale non esiste il vero amore.

C) Infine, San Stanislao ci ricorda una verità fondamentale circa la santità stessa.

Si pensa talvolta che la santità sia un’aggiunta facoltativa alla vita umana. Si sente spesso ripetere che si deve diventare più uomini. Ma la fede della Chiesa ci insegna che l’uomo diventa pienamente se stesso proprio giungendo alla santità.

Come ci ha ricordato l’Apostolo nella seconda lettura, Cristo ha vinto la morte, e in Lui tutta l’umanità è chiamata alla gloria. La santità è la partecipazione alla sua vittoria: è l’opera della grazia che trasforma il cuore dell’uomo e lo configura progressivamente a Cristo.

In Maria Assunta contempliamo ciò che la grazia di Cristo desidera realizzare in ogni uomo e in ogni donna. Anche San Stanislao testimonia questa verità: egli non è stato meno uomo perché santo; al contrario, è diventato pienamente uomo proprio perché ha lasciato che Cristo trasformasse tutta la sua esistenza. I santi sono gli uomini e le donne più autentici e più liberi della storia. Per questo, se desideriamo una società più giusta, delle famiglie più salde e un mondo più umano, dobbiamo desiderare santi. È attraverso di loro che Cristo continua a rinnovare la faccia della terra.

3. Cari fratelli e sorelle, dalla terra natale del loro Patrono si elevi oggi un’intensa preghiera per tutti i giovani. Si elevi anche una preghiera per la Chiesa a Płock, in Polonia, in Europa e nel mondo intero, chiamata ad essere Madre e Maestra dei giovani.

Preghiamo perché i giovani non perdano mai il desiderio della santità. Preghiamo affinché nessuno spenga nei loro cuori la sete dell’infinito, impoverisca i loro ideali o li persuada che la santità sia irraggiungibile. E preghiamo affinché la Chiesa sappia sempre accompagnarli con amore, educarli con sapienza e guidarli con coraggio sulla via di Cristo.

La liturgia ci ha fatto pregare perché, contemplando Maria assunta nella gloria, viviamo «costantemente rivolti ai beni eterni». Questa preghiera riassume bene la vita del nostro Santo: un giovane che non si lasciò imprigionare dall’orizzonte delle realtà passeggere, ma tenne fisso lo sguardo sulla meta eterna preparata da Dio per i suoi figli. Ora, nella gloria del cielo, San Stanislao può fare sue le parole del Magnificat appena ascoltato: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».

Dalla sua Rostkowo, egli continua ancora oggi a rivolgere ai giovani e a tutta la Chiesa il suo invito: Ad maiora natus sum – «Sono nato per cose più grandi».

Sì, siamo nati per cose più grandi. Siamo nati per Cristo. E in Cristo siamo nati per la santità. Qui sta la vera grandezza dell’uomo, la pienezza della sua vocazione e la speranza del mondo. Amen.

La preghiera? È la prima forma di disarmo. La pace secondo Leone. E Agostino

di Paola Muller

Per papa Prevost, la pace non è anzitutto un obiettivo geopolitico ma una forma dell’anima che nasce dalla conversione interiore e solo da lì può irradiarsi nella storia. Una visione che rilancia la lezione del vescovo d’Ippona

18 agosto 2026 – Avvenire

Il pontificato di Leone XIV è segnato da un insistente richiamo alla pace. La pace di cui parla il Pontefice non è anzitutto un obiettivo geopolitico né un equilibrio tra interessi contrapposti: è una forma dell’anima, una disposizione del cuore, una realtà che nasce dalla conversione interiore e soltanto da lì può irradiarsi nella storia. È difficile non raccogliere, dietro questa impostazione, briciole del pensiero di Agostino.

Non è un caso che il primo saluto di Leone XIV sia stato proprio quello del Risorto: «La pace sia con tutti voi». Da allora quelle parole sono diventate il filo rosso del suo magistero, come richiama il recente volume della Libreria Editrice Vaticana, Disarmata e disarmante. La pace è un dono . Il Papa insiste che la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma un dono che proviene da Cristo e trasforma chi lo accoglie. La sua origine non è politica, ma teologica.

Questa prospettiva è profondamente agostiniana. Per il vescovo d’Ippona la pace è tranquillitas ordinis : la tranquillità che scaturisce quando ogni realtà trova il proprio giusto posto nell’ordine dell’amore. Non si tratta di un ordine imposto dalla forza, ma della giusta armonia delle relazioni: dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, degli uomini tra loro. Finché il cuore rimane disordinato, anche la società produrrà inevitabilmente conflitti. La guerra nasce nell’interiorità dell’uomo.

In questa puntata di LeoPop raccontiamo cosa c’entrano Agostino, la ricerca della verità e la fraternità con lo stile di Papa Leone XIV

È significativo che Leone XIV torni più volte proprio su questo punto. «Il cuore è il campo di battaglia più importante». Lì si combatte la vera lotta contro l’orgoglio, l’avidità, la volontà di dominio; solo cuori riconciliati possono costruire un mondo riconciliato.

Ecco ancora Agostino: il male è un amore deviato, un desiderio che ha smarrito il suo vero oggetto. Il disordine del mondo riflette sempre un disordine del cuore. Per questo ogni autentica riforma della convivenza deve passare attraverso una riforma dell’interiorità. La pace politica, senza la pace dell’anima, rimane inevitabilmente fragile.

Anche nel rifiuto di considerare la pace un’utopia irraggiungibile, Leone XIV richiama direttamente Agostino: «Non è difficile possedere la pace… se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano» ( Discorso 357.1). Non è un ingenuo ottimismo. Agostino vuole dire che la pace è un bene già offerto da Dio, che attende di essere accolto.

Questa convinzione attraversa l’intero magistero di Leone XIV. La pace non è il risultato esclusivo delle strategie diplomatiche, pur necessarie; è anzitutto una grazia che domanda collaborazione. Per questo il Papa insiste tanto sulla preghiera. Agli occhi del mondo, essa può apparire impotente; nella prospettiva cristiana, invece, rappresenta la prima forma di disarmo. «Pregando, disarmiamo il nostro ego», scrive. È l’affermazione agostiniana secondo cui ogni trasformazione sociale prende avvio dalla conversione del desiderio.

Ma vi è un ulteriore elemento che rende riconoscibile l’impronta di Agostino. Leone XIV parla della pace sempre in relazione al bene comune. La denuncia del nazionalismo esasperato, della ricerca dell’interesse particolare, della logica della sopraffazione non nasce soltanto da considerazioni politiche. Essa poggia su una precisa antropologia: l’uomo realizza se stesso soltanto nella comunione.

Anche qui Agostino offre la chiave interpretativa. Nel De civitate Dei le due città sono due amori: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’amore di Dio fino al dono di sé. La storia è il luogo in cui questi due orientamenti del cuore si intrecciano continuamente. Per questo nessuna pace autentica può essere costruita sull’affermazione egoistica del proprio interesse. Ogni pace fondata sulla forza contiene già in sé il germe della propria dissoluzione.

Si comprende allora perché Leone XIV utilizzi spesso espressioni come “dialogo”, “riconciliazione”, “incontro”, “mediazione”. Non si tratta di categorie diplomatiche aggiunte successivamente alla fede, ma della traduzione storica di una visione teologica dell’uomo. L’altro non è un ostacolo da neutralizzare, ma qualcuno con cui ricostruire una comunione ferita.

In un’epoca che tende a cercare la pace esclusivamente nelle architetture istituzionali, Leone XIV ricorda che nessun equilibrio internazionale sarà stabile se il cuore umano rimarrà dominato dalla paura, dall’avidità e dalla volontà di potenza. Non sminuisce il valore della diplomazia; ne indica piuttosto il fondamento più profondo.

Agostino aveva scritto che la pace è «la tranquillità dell’ordine». Leone XIV sembra tradurre oggi quella formula nel linguaggio del XXI secolo. Una pace “disarmata e disarmante” è quella che nasce da uomini finalmente disarmati dentro di sé. Solo quando il cuore rinuncia a dominare può imparare a custodire. E solo allora la pace cessa di essere una parentesi tra due guerre per diventare, davvero, una forma della vita umana.

La visita di Leone XIV a San Marino e Rimini sulle orme di San Giovanni Paolo II

I Papi a San Marino, al Meeting e alla diocesi di Rimini

Giovanni Paolo II al Meeting nel 1982

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , martedì, 18. agosto, 2026 16:00 (ACI Stampa).

Tutto pronto nella Rocca del Titano per ricevere Papa Leone XIV e sarà il terzo. Il 29 agosto del 1982 per la prima volta nella sua storia, la Repubblica di San Marino e la Chiesa di San Marino – Montefeltro accoglie un Successore di Pietro, Giovanni Paolo II. “Migliaia di fedeli si riuniscono allo Stadio di Serravalle per la celebrazione eucaristica presieduta da Giovanni Paolo II, in una giornata destinata a rimanere nella memoria della comunità. Nel cuore del suo messaggio, il Papa richiama il legame tra la libertà della Repubblica e le sue radici cristiane, invitando a custodire una tradizione capace di coniugare fede, responsabilità e bene comune: «Questa terra non ha mai rinunciato alla propria libertà ed alla propria identità nazionale e religiosa.»” ricorda il Sito diocesano.

Poi il 19 giugno 2011 “Benedetto XVI torna a San Marino e nel Montefeltro per incontrare la Chiesa diocesana e le istituzioni della Repubblica. La celebrazione allo Stadio di Serravalle, l’incontro con i Capitani Reggenti a Palazzo Pubblico, la preghiera davanti alle reliquie di San Marino ed infine l’abbraccio dei giovani a Pennabilli scandiscono una visita dal forte valore spirituale e civile. Nel suo discorso ai giovani, il Papa li invita a non smettere di cercare ciò che dà senso alla vita e li incoraggia a vivere la fede come un cammino autentico, capace di orientare le scelte e di aprire il cuore al futuro:
«Il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito.»”.

Il 22 agosto arriverà Leone XIV con diversi appuntamenti nella mattinata con la popolazione e i Capitani Reggenti.

Il Papa si reca poi al Meeting di Rimini e anche in questo caso non è la prima volta.

Emilia Guarnieri, per anni presidente del Meeting, ricorda l’estate del 1982 quando “Giovanni Paolo II doveva recarsi in Polonia, ma le condizioni politiche glielo impedirono. Così decise di venire al Meeting. A metà giugno la notizia, con una telefonata del Vaticano al Vescovo di Rimini. E il 29 agosto, alle 14, il Papa arriva in Fiera” e dice: “Costruite, senza stancarvi mai, la civiltà della verità e dell’amore”.

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Da allora ogni anno arrivava un messaggio per il Meeting e il rapporto si consolida nel tempo.

Ricorda ancora la Guarnieri: “Quando nell’aprile del 2005 divenne Papa il cardinale Ratzinger, Papa Benedetto XVI, il rapporto con lui era già storia più che decennale. Era stato relatore al Meeting del ’90 con un intervento sulla natura della Chiesa dal titolo “Una compagnia sempre riformanda”.” Nessuna visita da Papa ma sempre ogni anno un messaggio.

Poi l’incontro con Papa Francesco dei responsabili de Meeting: “ci trovammo di fronte a qualcuno che già ci conosceva, che ricordava gli inviti che gli avevamo rivolto quando era cardinale a Buenos Aires. Amici comuni ci legavano. Amici italiani che avevano conosciuto a Buenos Aires padre Pepe di Paola, il prete delle villas miserias, le favelas argentine. Lo invitammo al Meeting e lui ci raccontò della sua missione tra gli immigrati, i tossicodipendenti. Ci parlò di quanto l’arcivescovo Bergoglio condividesse il suo lavoro”.

E ora un Papa che torna al Meeting. “Il suo primo messaggio al Meeting, con il particolare apprezzamento per la mostra dedicata ai martiri d’Algeria, con la scelta di quel «disarmata e disarmante», espressione presto divenuta cifra del suo pontificato. E poi l’udienza concessa al presidente del Meeting, Bernhard Scholz, nel gennaio di quest’anno, la notizia della sua partecipazione, l’incontro con i curatori della mostra sui martiri d’Algeria. Il resto, ora, è attesa piena di grato stupore e di preghiera” conclude la Guarnieri.

La terza tappa della giornata del 22 agosto sarà un incontro con la diocesi di Rimini.

Non sono molte le visite dei Pontefici in questa diocesi. Ma il primo è stato nel 1857 Papa  Pio IX. Era in visita alle Legazioni, attraversò la città lungo la via Emilia, diretto a Bologna.

Ma ancora una volta è stato Giovanni Paolo II a visitare Rimini sempre il 29 agosto 1982 con un programma quindi in tutto simile a quello di Papa Leone XIV con l’incontro in Cattedrale con ammalati e persone fragili, Santa Messa nell’area del porto.

La fine di don Lino e la domanda che resta: chi si prende cura dei preti?

di Maurizio Patriciello –  Avvenire 17 Agosto 2026

La tragica morte del sacerdote a Trento interroga profondamente la Chiesa sulla solitudine, sulle fragilità e sui bisogni spesso inespressi dei suoi pastori: «Aiutiamoci di più. Sosteniamoci. Fidiamoci. Vogliamoci bene».

Don Lino, fratello, ci hai fatto piangere. Un prete che mette fine alla sua vita è una notizia sconvolgente. Il gesto, da condannare con assoluta fermezza, getta in subbuglio le nostre coscienze, pone domande che esigono risposte, ci impone di fermarci per tentare, alla luce di Dio, di dire una parola vera.

Il prete, nella cultura odierna, è una figura incompresa, come lo è la Chiesa che ha scelto di servire. Non lo si capisce se non si parte dall’inizio, da Gesù, il figlio di Dio, che ci ama, ci chiama, ci sfida. Egli, come il suo Signore, è un eterno sognatore. Sente di essere chiamato, accoglie l’invito e parte. Forte di una promessa, parte. Dove? Dove la Provvidenza vuole.

È vero, gli viene chiesto di lasciare amici, parenti, progetti. Poi – la promessa è questa e lui ci crede – avrà mille case, mille amici, mille famiglie in giro per il mondo. Deve essere coraggioso, però, una virtù che va di pari passo con la preghiera, la riflessione, la preparazione teologica e spirituale, la prudenza, l’umiltà. I suoi carismi personali devono essere valutati e vidimati dalla Chiesa.

Con il proprio vescovo e l’intero presbiterio deve imparare la difficile e liberante arte del discernimento. Non sempre le decisioni prese potranno essere condivise del tutto: le sensibilità sono diverse, come diversi sono gli studi, l’età, le esperienze personali, gli approcci pastorali; fondamentale è il rispetto e l’amore per l’altro. Si discute, si ragiona, si attende, si prega.

Una delle definizioni più belle di Dio la troviamo nel libro della Sapienza: «Amante della vita». E tu, prete, ti sei fatto apostolo instancabile della vita. In un mondo in cui la vita nascente, malata, povera, morente, è bistrattata e negletta, tu vai gridando che la vita è un bene non negoziabile, un dono incommensurabile. Nemmeno la morte gli tappa la bocca. Davanti a una bara ha il coraggio di cantare “io credo risorgerò”.

Per capire un prete devi guardarlo attraverso la luce del Vangelo, sennò rischi di confonderlo con un assistente sociale, uno psicologo, un amicone, un funzionario, una sorte di badante. Il prete è un folle, perché Cristo è stato un folle. Folle d’amore. Forte come una quercia sperimenta, come tutti, le debolezze umane.

Anche il prete invecchia, si ammala, muore. E invecchiando va incontro a tutte le fragilità proprie dell’età avanzata. Non avendo una famiglia propria, la parrocchia che serve è diventata il suo mondo. Dona e riceve. A qualunque casa bussa la porta si spalanca. A qualsiasi tavola è il benvenuto. Conosce tutti. I giovanotti con la barba e i tatuaggi li ha battezzati lui. Magari non vanno spesso a Messa ma gli vogliono bene.

Qualche parroco, nel momento in cui la Chiesa gli chiede di trasferirsi, potrebbe scivolare in una sorta di tracollo psicologico. Si sente smarrito, non è più giovane, non gode buona salute. La diocesi, però, ha tante esigenze e il clero si assottiglia di anno in anno. Occorre distribuire le forze, pensare al bene delle comunità, ai giovani, ai bambini, e, non ultimo, allo stesso prete anziano. Non è semplice. Ai piedi della croce, insieme, certamente la soluzione si troverà.

A Trento, invece, è accaduta una tragedia immane. Preso dallo sconforto, il cantore della vita, ha smesso di cantare. Il guaritore delle ferite altrui non ha avuto la forza di chinarsi sulla propria. L’uomo del Vangelo non ha permesso al Vangelo di strattonarlo ancora. L’animo umano è un abisso insondabile. Addio, don Lino. Perdonaci se non abbiamo saputo intercettare i tuoi bisogni e le tue paure.

Ai confratelli preti e vescovi una preghiera: aiutiamoci di più. Gettiamo alle ortiche il timore di essere fraintesi, giudicati, isolati; spalanchiamo, invece, l’animo a chi, come noi, si è fatto pellegrino e apostolo del Regno. Sosteniamoci. Fidiamoci. Vogliamoci bene. Ricordiamo sempre che l’amore – vero, concreto – tra noi resta la più bella ed efficace di tutte le omelie. Nella chiesa e fuori dalla chiesa.

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