Nel pomeriggio Leone XIV ha presieduto nella Basilica di San Pietro le esequie del cardinale emiliano morto martedì sera, ex presidente della Cei e Vicario di Roma. A lui, «pastore saggio e sollecito» si devono «intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Chiesa», ha ricordato Prevost.
18 giugno 2026
Un «pastore saggio e sollecito» a cui la Chiesa italiana e la Diocesi di Roma devono «moltissimo». Ha iniziato così, Leone XIV, la sua omelia per le esequie del cardinale Camillo Ruini, morto martedì sera all’età di 95 anni. Poco distante dal Papa la bara di legno, su cui è stato posto un Vangelo aperto. A concelebrare oggi pomeriggio, seduti nelle prime file davanti all’altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, 34 cardinali, tra cui l’attuale presidente della Cei, Matteo Zuppi, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, e il Vicario di Roma, Baldo Reina.
Oltre a molti vescovi e sacerdoti romani, erano presenti anche gli altri due successori alla presidenza della Cei, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti. Il Pontefice ha affidato «alla misericordia del Signore» il «fratello» Ruini, che «per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità», come presbitero, vescovo e porporato.
Prevost ha ripercorso le molte tappe della vita e del servizio ecclesiale del cardinale emiliano, che per quasi diciassette anni, dal 1991 al 2007 è stato presidente della Cei, e nello stesso periodo ha svolto anche il ministero di Vicario per la Diocesi di Roma, fino al 2008.
Poi l’impegno «nell’insegnamento, nello studio e nell’approfondimento teologico, nel servizio pastorale, nell’animazione giovanile, nell’ambito culturale, nella cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità», ha proseguito il Pontefice. In Basilica, oltre ai molti fedeli, c’erano anche esponenti politici, da Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a Pier Ferdinando Casini e Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, il cui matrimonio fu celebrato proprio dal futuro cardinale, nel 1969. Con il mondo politico e la società civile Ruini ha cercato sempre di dialogare, interpretando i cambiamenti della storia alla luce del Vangelo.
«Ha saputo guidare il popolo di Dio e i fratelli nell’episcopato in momenti importanti e delicati, – ha specificato il Papa – affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide». Ieri mattina tra i primi a rendergli omaggio alla camera ardente allestita nel Seminario romano il cardinale Zuppi e il segretario della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Proprio a Ruini poi, che fu anche arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano, «si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile», ha proseguito il Pontefice.
Come il “Progetto culturale”, «l’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana», ma anche il «grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione» a Roma, la «sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa», come del mondo laico e della società. Nella fede in Cristo, e nella sua «carità invincibile», ha detto il Papa, è da ricercare «la radice della forza» con cui ha affrontato le tante vicissitudini del suo tempo, accompagnando «i fedeli e le comunità che gli sono stati affidati nel corso del suo lungo servizio».
Dal porporato anche la testimonianza che la preghiera è «una delle risorse che più lo hanno accompagnato nella sua lunga esistenza, fin dall’infanzia». Una vita, la sua, «spesa per il bene dei fratelli e vissuta nella ricerca costante dei disegni di Dio per la propria e la loro salvezza», ha)
Molto importante per la vita del cardinale anche l’amicizia con Giovanni Paolo II, del quale per anni è stato collaboratore.
Come ha ricordato nelle ultime ore anche il cardinale Stanislaw Dziwisz, storico segretario del Papa polacco, Ruini fu vicino a Wojtyla «in momenti decisivi per la vita della Chiesa e della società, sempre animato dal desiderio di testimoniare il Vangelo nel cuore degli uomini e del mondo». Leone XIV, poi, ha citato anche il motto episcopale del defunto: “La verità ci renderà liberi”, ispirato al Vangelo di Giovanni.
Parole, queste, che «ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo». Dalla sua vita, ha aggiunto, «possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza». Prima di concludere l’omelia, Prevost ringraziato chi è stato vicino a Ruini «fino all’ultimo con devota dedizione», come Pierina, sua assistente da una vita.
Dopo i funerali il feretro, che sarà sepolto nel cimitero di Dinazzano, è stato condotto a Reggio Emilia, sua diocesi natale, dove oggi alle 16 si terrà una seconda celebrazione esequiale, presieduta nella cattedrale dall’arcivescovo Giacomo Morandi.
Gesù e gli apostoli ci mettono in guardia dai lupi travestiti da pecore. Si tratta di un avvertimento che riguarda non solo le singole persone, ma anche gruppi e ideologie apparentemente religiosi, dietro ai quali agisce il potere delle tenebre (*). Ieri, come oggi, ci sono coloro che contrastano il vangelo e lo combattono consapevolmente. Anche satana ha i suoi militanti, alcuni dei quali vestono le divise dell’esercito di Cristo. Dio nella sua sapienza ha permesso che l’esempio di Giuda rimanesse come monito per tutti i secoli, fino alla fine del mondo. Per quanto sia motivo di dolore e di scandalo, il cristiano non deve meravigliarsi di trovarsi, anche dentro l’ovile della Santa Chiesa, davanti a lupi rapaci nascosti sotto le sembianze di miti agnelli. Le parole del Maestro contro “gli ipocriti”, la “razza di vipere” e i “sepolcri imbiancati”, nonché il riferimento ai “mercenari”, “ai ladri e “ai briganti” hanno il valore di un ammonimento perenne.
Tuttavia il quadro dei falsi profeti non sarebbe completo se non facessimo riferimento anche al fenomeno spesso ricorrente dei falsi mistici e dei falsi veggenti. Ci sono momenti storici in cui la ricerca del soprannaturale esce dai binari sicuri della fede e diviene un pericoloso tentativo di stabile un filo diretto con l’aldilà. Non di rado persino i credenti escono dall’alveo dell’ordinaria spiritualità per entrare nei campi pericolosi e illeciti della divinazione, della magia, dello spiritismo e della stregoneria. Un ambito particolarmente importante su cui esercitare il discernimento spirituale è quello che riguarda esperienze mistiche e di veggenza, che oggi prolificano in modo impressionante e rispetto alle quali la Chiesa assume saggiamente un atteggiamento di riserbo, lasciando il più delle volte che sia il tempo, “grande galantuomo”, a pronunciare il suo verdetto di verità.
A questo riguardo è necessario affermare che nella storia della spiritualità cristiana sono sempre esistiti dei falsi spirituali accanto a quelli autentici e dei falsi veggenti accanto a quelli che poi la Chiesa ha ufficialmente riconosciuto. Va anche detto che la Chiesa non interviene necessariamente su ogni fenomeno, ma soltanto su quelli che hanno un influsso ecclesiale rilevante. Per la maggior parte di essi lascia che siano i fedeli ad esercitare la loro capacità di prudente giudizio. E’ quindi necessario indicare alcuni criteri di valutazione per orientarsi in un passaggio storico dove sembra che l’esperienza normale della fede vada
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(*) Per il discernimento dei segni dei tempi vedi il mio libro “La Donna e il drago” – Edizioni Sugarco – 2002
stretta a molti e dove messaggi di incerta provenienza sono ricercati più delle Sacre Scritture.
È proprio la via comune della fede che va innanzi tutto sottolineata nella sua bellezza e grandezza. Non bisogna dimenticare che questo itinerario oscuro e coraggioso è una vera e propria beatitudine, secondo l’affermazione di Gesù Risorto all’apostolo Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno” (Giovanni, 20,29). Abbiamo esempi straordinari di percorsi di santità fatti esclusivamente nell’oscurità della fede, come quello di S. Teresa di Gesù Bambino, non a caso dottore della Chiesa, la quale è pervenuta alle più alte vette della perfezione attraverso la strada maestra della fiducia e dell’amore. Anche delle anime beneficate dal dono straordinario di vedere e parlare con la Madonna, come Bernadette Soubirous, hanno poi fatto un cammino ordinario di purificazione e di santificazione, che le hanno portate a essere lampade luminose nella Chiesa.
Tuttavia bisogna sottolineare che la vita cristiana ordinaria, se è vissuta con impegno e fervore, comporta una forte esperienza di Dio. A questo riguardo si può e si deve affermare che la mistica, intesa come intima unione con Dio, è un traguardo a cui tutte le anime devono tendere. Essa infatti non è un dono straordinario, ma quella tappa che corona ogni cammino di perfezione. Non c’è cristiano che non sia guidato dalla luce e dalla grazia dello Spirito Santo, le cui illuminazioni e ispirazioni sono generosamente distribuite a ogni anima. Quando una persona sperimenta Dio nella sua vita, e si sforza di camminare nella sua luce e nel suo amore, vive già in un certo senso il paradiso sulla terra e, pur nella fragilità della carne, entra in comunione con l’oceano sconfinato del mondo soprannaturale. Tutto questo è patrimonio della vita cristiana ordinaria, quando la preghiera nasce dal cuore ed eleva l’anima fino a Dio.
Allo stesso modo appartiene all’esperienza comune di ogni cristiano ricevere da Dio delle grazie particolari, mirabili e inaspettate, perché la grazia sempre sorprende, ma che tuttavia non devono meravigliare, perché ciò appartiene al governo divino delle anime. Perché mai dovremmo ritenerci fortunati, come quelle persone che vincono alle lotterie, quando riceviamo grazie speciali? Dio concede a tutti coloro che credono in lui le più grandi grazie, sia spirituali che temporali, se solo trovasse un po’ di fede. e dei cuori che le accolgono nell’umiltà, senza montare in superbia. Non di rado il Signore concede alle anime anche segni particolari del soprannaturale, per rafforzarle nella fede, per aiutarle in un momento di prova, per difenderle dal maligno. Anche questo fa parte della provvidenza ordinaria del Creatore verso ogni anima. Noi dobbiamo solo saper credere, mettere a frutto e imparare a ringraziare. Invece succede che queste grazie vengano ritenute come segni straordinari di distinzione o di predilezione e si cede al desiderio, non sempre purificato dalla vanagloria, di metterle in pubblico, col pericolo di gettare le perle ai porci (Matteo, 7,6).
Ogni vita cristiana ordinaria comporta per sua natura un’esperienza mirabile di Dio e dei suoi molteplici doni. Se solo pensassimo che ogni cristiano in grazia di Dio è abitato dalla Santissima Trinità e se vivessimo questo mirabile mistero, si dissolverebbe come nebbia al sole ogni ricerca di sensazionalismo. Se ricevessimo con fede una sola santa comunione, non ci riterremmo sfortunati per non aver mai potuto essere presenti, sia pure come spettatori, a una apparizione della Madonna. Allo stesso modo ci renderemmo conto che anche le parole che ci provengono dal Cielo attraverso le rivelazioni private non fanno che riprendere quelle Sacre Scritture che noi spesso trascuriamo colpevolmente.
Tuttavia, accanto all’esperienza mistica ordinaria, ci sono anche esperienze mistiche straordinarie, di cui le apparizioni e le comunicazioni di messaggi celesti sono le espressioni più significative. Si tratta di doni soprannaturali, dove l’iniziativa è di Dio, mentre coloro che ne sono i destinatari entrano, quasi sempre loro malgrado, in un cammino pieno di difficoltà e contrassegnato dalla croce. È proprio in questo tipo di esperienze che non di rado il maligno si inserisce mascherandosi come “angelo di luce” (2 Corinzi, 11,14), ingannando le anime interessate e tutti coloro che le seguono senza un adeguato discernimento. Il fenomeno dei falsi spirituali e dei falsi veggenti si è manifestato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma subito lo si è distinto dalle esperienze spirituali autentiche, come si separa il buon grano dalla zizzania.
È lecito vedere sempre la presenza del maligno quando ci si trova di fronte alla realtà di falsi mistici e di falsi veggenti? A questo riguardo oggi si tende a spiegare molto se non tutto con la psicologia, parlando di allucinazioni, di conversioni isteriche, di proiezioni del subconscio e quindi riportando sul piano della psiche più o meno turbata fenomeni che si pretendono soprannaturali. I veggenti di Medjugorje sono stati visitati da équipes mediche di diverse parti del mondo. Ma accertata la normalità, il che è un dato prezioso, la scienza non può andare molto oltre. Indubbiamente certi fenomeni, come ad esempio la scrittura automatica, si possono tentare di spiegare con la psicologia del profondo, ma non vi è dubbio che l’opera del discernimento spirituale va ben oltre e laddove sembra esserci il dito di Dio è in grado di scoprire l’azione dell’astuto falsario.
Non vi è dubbio infatti che la tradizione dei grandi maestri di spirito e la stessa vita dei santi ci conferma quanto asserito da S. Paolo e cioè che satana cerca di sedurre le anime anche mascherandosi da angelo di luce. L’eterna scimmia di Dio entra in concorrenza con lui anche nei modi straordinari con cui si comunica alle anime. Anche satana può “apparire”, non solo nella sua oscura malvagità e oscena bruttura, ma anche con le sembianze di Gesù, della Madonna, degli angeli, dei santi e delle anime dei trapassati. Egli lo fa non di rado, come ci testimonia l’esperienza di tanti santi, e la sua abilità è tale da trarre in inganno molte anime prive di discernimento, affette da gola spirituale e senza un direttore spirituale illuminato.
Non si può neppure escludere che l’azione del maligno cerchi di inserirsi in comunicazioni soprannaturali autentiche. A questo riguardo sono innumerevoli le testimonianze desunte dalla vita di numerose anime elette, a dimostrazione che il demonio non tralascia nessuna occasione per ingannare e per sedurre soprattutto quelle persone che sono alla ricerca dello straordinario e non praticano quella sana rinuncia nei confronti di tutto ciò che solletica il palato spirituale. Proprio alcuni santi, che sono stati beneficati con doni straordinari, ci insegnano che è preferibile rinunciarvi piuttosto che cadere in un inganno demoniaco.
Ci possono essere dunque dei fenomeni apparentemente soprannaturali, come le visioni e le comunicazioni spirituali, dove è possibile scoprire l’azione astuta e perversa del falsario. D’altra parte sappiamo come la Sacra Scrittura attribuisca ai falsi profeti la possibilità di compiere “segni e portenti” tali, se fosse possibile, da ingannare anche gli eletti (Marco 13,21). Chi ne è l’operatore se non il potere delle tenebre, sempre pronto a contrastare e a falsificare l’azione di Dio? Dobbiamo dunque concludere che ci sono mistici e veggenti ingannati da satana, che si presenta loro mascherato da angelo di luce. Compito dei fratelli nella fede, in particolare dei sacerdoti, è di fare un primo illuminato discernimento e aiutare queste persone a rendersi conto della trappola in cui sono cadute e a rinunciare ai presunti doni ricevuti.
Tuttavia non si può escludere che fra queste anime e satana si stabilisca pericolosamente nel tempo una crescente complicità e connivenza, fino a divenire una vera e propria collaborazione, perversa e consapevole, nella diffusione del male mediante l’inganno. Tremenda è la situazione di questi soggetti ingannati e ingannatori, che divengono schiavi del maligno e strumenti mortali di seduzione per le anime svagate e superficiali, le quali corrono qua e là per il prurito di udire qualcosa che solletichi le orecchie e soddisfi la loro curiosità (2 Timoteo, 4,3). Questi servi di satana si trovano in una situazione di vera e propria possessione diabolica e quindi di gravissimo pericolo per la loro salvezza eterna. Tuttavia anche a loro è aperta la via del riscatto mediante un atto eroico di rinuncia al maligno e ai suoi doni mortiferi e l’abbandono fiducioso alla divina misericordia.
L’11 giugno 2026 i vescovi cattolici degli Stati Uniti hanno compiuto un gesto destinato a lasciare un segno nella storia religiosa del Paese: riuniti a Orlando, in Florida, in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, che ricorrerà il 4 luglio, essi hanno consacrato gli Stati Uniti d’America al Sacratissimo Cuore di Gesù. Durante una solenne celebrazione liturgica, i presuli hanno affidato la nazione all’amore misericordioso di Cristo, chiedendo per il popolo americano il dono della giustizia e della pace. Per la prima volta da presidente della Conferenza, l’arcivescovo Paul S. Coakley ha rivolto il proprio indirizzo ai confratelli vescovi. È intervenuto anche l’arcivescovo Gabriele Caccia, nunzio apostolico negli Stati Uniti, nominato da Leone XIV all’inizio dell’anno
L’iniziativa, promossa dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, rappresenta la prima consacrazione nazionale ufficiale del Paese al Sacro Cuore, ma si inserisce in una tradizione plurisecolare che ha visto numerose nazioni affidarsi al Cuore di Gesù nei momenti decisivi della loro storia.
Per comprendere il significato di questo gesto occorre ricordare che la devozione al Sacro Cuore affonda le sue radici nelle rivelazioni ricevute da santa Margherita Maria Alacoque nel convento di Paray-le-Monial tra il 1673 e il 1675. Attraverso la suora visitandina, Cristo manifestò il desiderio che il suo Cuore fosse venerato come simbolo dell’amore infinito di Dio per gli uomini e chiese in particolare che i governanti e le nazioni riconoscessero la sua sovranità. Da allora la devozione si diffuse rapidamente in tutta la Chiesa, sostenuta da numerosi pontefici.
La prima nazione a consacrarsi ufficialmente al Sacro Cuore fu l’Ecuador nel 1874. Il presidente Gabriel García Moreno, uno dei più eminenti statisti cattolici dell’Ottocento, volle che il suo Paese si ponesse sotto la protezione del Cuore di Gesù. L’atto ebbe una profonda risonanza internazionale e divenne un modello per altre nazioni cattoliche. Non è un caso che proprio l’Ecuador sia stato successivamente consacrato anche al Cuore Immacolato di Maria e che la sua costituzione abbia riconosciuto esplicitamente il ruolo della religione cattolica nella vita pubblica.
Negli anni successivi seguirono altri Stati dell’America Latina. La Colombia si consacrò al Sacro Cuore nel 1902, al termine della devastante Guerra dei Mille Giorni, e il culto del Sacro Cuore divenne per decenni uno degli elementi caratterizzanti dell’identità nazionale colombiana. Analoghi atti di consacrazione furono compiuti in Costa Rica, El Salvador e in altri Paesi del continente.
Anche l’Europa conobbe importanti consacrazioni nazionali. In Spagna la devozione al Sacro Cuore raggiunse un momento culminante nel 1919, quando il re Alfonso XIII consacrò ufficialmente la nazione al Cuore di Gesù presso il monumento del Cerro de los Ángeles, vicino a Madrid. Quell’atto assunse un forte valore simbolico e fu considerato da molti cattolici come il riconoscimento pubblico della regalità sociale di Cristo. Durante la guerra civile spagnola il monumento venne profanato e distrutto, ma fu successivamente ricostruito, divenendo un simbolo della resistenza religiosa del popolo spagnolo all’anarco-comunismo.
Particolarmente significativa fu anche la consacrazione del Portogallo. Nel 1931 l’episcopato portoghese affidò la nazione al Sacro Cuore di Gesù in un periodo di forti tensioni politiche e sociali. I vescovi portoghesi attribuirono a tale consacrazione la protezione del Paese durante la tragedia della guerra civile spagnola e della Seconda guerra mondiale, che non coinvolsero direttamente il territorio nazionale.
Un posto speciale nella storia delle consacrazioni spetta poi alla Polonia. Dopo aver riconquistato l’indipendenza nel 1918, il Paese rinnovò più volte il proprio affidamento al Sacro Cuore, vedendo in esso una sorgente di forza spirituale contro le minacce provenienti sia dal nazismo sia dal comunismo.
Sul piano universale, il momento più importante fu però il 1899, quando papa Leone XIII consacrò l’intero genere umano al Sacro Cuore di Gesù. L’atto fu preparato dall’enciclica Annum Sacrum e venne definito dal Pontefice «il più grande atto del mio pontificato». Da allora la consacrazione personale, familiare e nazionale al Sacro Cuore è divenuta una delle espressioni più diffuse della spiritualità cattolica.
In questa prospettiva la consacrazione degli Stati Uniti assume un significato che va oltre i confini del Paese, perché testimonia che la devozione al Sacro Cuore continua a esercitare una forza di attrazione anche in una società pluralistica e secolarizzata.
L’importanza dell’evento è stata ulteriormente accresciuta da un fatto senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. In un messaggio ufficiale diffuso dalla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa dei vescovi cattolici, dichiarando di unirsi spiritualmente alla consacrazione insieme alla First Lady. Trump ha definito la cerimonia «un momento potente della nostra storia nazionale» e «un commovente promemoria del fatto che l’America è sempre stata guidata dalla mano amorevole di Dio». Richiamandosi alle radici cristiane della nazione, il presidente ha ricordato il ruolo svolto dai missionari, dai coloni e dai cattolici che contribuirono alla fondazione degli Stati Uniti, citando in particolare John Carroll, primo vescovo del Paese, e Charles Carroll, l’unico cattolico tra i firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza. Egli ha inoltre evocato la collaborazione tra Giovanni Paolo II e Ronald Reagan nella lotta contro il comunismo ateo, presentando la consacrazione come un segno di continuità con la tradizione religiosa americana. Il messaggio si è concluso con l’auspicio che gli Stati Uniti possano continuare a essere, nei prossimi duecentocinquant’anni, «una terra di fede, un Paese di miracoli e una luce per tutte le nazioni».
Si tratta probabilmente della prima volta che un presidente in carica interviene ufficialmente per salutare e sostenere una consacrazione nazionale al Sacro Cuore promossa dall’episcopato cattolico. Non sono mancate tuttavia alcune riserve da parte di ambienti cattolici tradizionali. Essi hanno osservato che la formula adottata dall’episcopato americano differisce dalle grandi consacrazioni al Sacro Cuore dell’età moderna, a cominciare da quella del 1899 con cui Leone XIII consacrò l’intero genere umano. Mentre il testo leoniano utilizzava ripetutamente il verbo «consacrare», la preghiera del 2026 usa un linguaggio più sobrio, incentrato sulla richiesta di benedizione e protezione per la nazione. Ciò costituirebbe un indebolimento del significato tradizionale dell’atto, che tuttavia i vescovi americani hanno presentato ufficialmente proprio come “Consacrazione degli Stati Uniti d’America al Sacratissimo Cuore di Gesù” .
di Redazione Online – Corriere della Sera – 15 Giugno 2026
Le notizie sul conflitto tra Israele-Usa e Iran di lunedì 15 giugno, in diretta. Il presidente Usa annuncia via social: «Prima di me tutti avevano fallito». Le borse asiatiche aprono in forte rialzo dopo stop a guerra
Il 28 febbraio Usa e Israele hanno attaccato l’Iran. Uccisi Khamenei e decine di leader. L’Iran ha risposto colpendo Israele, le basi Usa nel Golfo e i Paesi che le ospitano, bloccando lo Stretto di Hormuz e mobilitando Hezbollah in Libano
Il 9 giugno, Trump ha ordinato attacchi in territorio iraniano come ritorsione per l’abbattimento (attribuito all’Iran) di un elicottero Usa sullo stretto di Hormuz. Secondo un’analisi del New York Times, gli Usa avrebbero inoltre distrutto un impianto per l’approvvigionamento di acqua potabile. In risposta agli attacchi Usa, l’Iran ha bersagliato diverse basi statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein e ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz
Giovedì 11 giugno Trump ha annunciato la possibile firma di un accordo con Teheran nel weekend in Europa. Sabato 13 il Pakistan ha annunciato: «Accordo con gli Usa in 24 ore, poi firma a distanza». Domenica 14 il tycoon ha fatto sapere: «Ora firma a distanza, fra una settimana in Europa», per poi dichiarare più tardi che «l’accordo è completo»
aggiorna 7:14 | 15 Giugno
Dopo la firma si apre la fase 2. I nodi da sciogliere per l’accordo tra Usa e Iran nei prossimi due mesi (al centro c’è l’uranio)
di Greta Privitera Lo hanno fatto deragliare, allungare, lo hanno chiuso. Lo hanno anche annunciato e poi fatto saltare, a Islamabad, qualche settimana fa. Eppure su quel tavolo ormai scalcinato, tra americani e iraniani, si tratta ancora, e adesso, sul serio. Le firme — digitali — ci sono. Sessanta giorni. Tanto durerà il negoziato che separa la Repubblica islamica e gli Stati Uniti da un accordo di pace, e dovrebbe cominciare venerdì, dopo che le due delegazioni firmeranno dal vivo il memorandum d’intesa, in Svizzera. Non si tratta di un accordo vero e proprio, ma di un biglietto d’ingresso alla fase due che mette nero su bianco il minimo comune tra gli avversari: la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco americano sui porti iraniani, l’estensione per altri sessanta giorni della tregua firmata ad aprile. Da venerdì, comincia la salita. 5:19 | 15 Giugno
Le borse asiatiche aprono in forte rialzo dopo stop a guerra
Apertura in forte rialzo per i listini cinesi dopo l’annuncio della firma di un accordo tra Iran e Stati Uniti volto a porre fine alle ostilità in Medio Oriente e a riaprire lo Stretto di Hormuz. Si muovono in territorio positivo sia Shenzhen che Shanghai che guadagnano rispettivamente il 2,03% e l’1,59%. Balza in avvio anche l’Hang Seng di Hong Kong che avanza dell’1,10%. Prosegue il rally di Tokyo, dove il Nikkei sale del 5,30%, e Seul, con il Kospi che avanza del 4,72%.1:47 | 15 Giugno
I paletti dei leader Ue: «Iran non deve mai acquisire armi nucleari»
Regno Unito, Francia, Germania e Italia (gruppo E4) sono pronte a revocare alcune sanzioni contro l’Iran dopo l’accordo raggiunto con gli Usa per porre fine al loro conflitto. «L’Iran non deve mai acquisire armi nucleari. Siamo pronti a collaborare con Usa, Iran e Aiea a tal fine», hanno affermato i leader dei quattro Paesi in una dichiarazione congiunta. I quattro Paesi, inoltre, sono pronti a revocare alcune sanzioni se l’Iran adotterà «passi concreti e verificabili» sul nucleare, chiedendo al contempo la riapertura urgente dello Stretto di Hormuz per l’importanza della «libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni».01:35 | 15 Giugno
L’altolà di Trump: senza accordo definitivo sul nucleare pronti a riprendere attacchi contro Teheran
Il presidente Donald Trump ha dichiarato al New York Times che, se l’Iran non dovesse raggiungere un accordo nucleare definitivo con gli Stati Uniti, sarebbe pronto a riprendere gli attacchi militari contro Teheran oppure a fare degli Stati Uniti «il guardiano del Medio Oriente» in cambio del 20% dei ricavi della regione. In un’intervista al quotidiano, Trump ha affermato che l’intesa raggiunta con l’Iran garantirà alla fine che lo Stretto di Hormuz sia «permanentemente libero da pedaggi». Ha inoltre sostenuto che, nonostante le obiezioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, sarebbe stato lui a salvare Israele dalla «distruzione nucleare».1:31 | 15 Giugno
L’intesa: sblocco immediato di 12 miliardi dollari a Teheran
L’agenzia di stampa iraniana Mehr riporta un documento presentato come un memorandum d’intesa in 14 punti tra Iran e Stati Uniti, tra le cui clausole figura lo sblocco immediato di 12 miliardi di dollari di beni congelati a Teheran. Il documento pubblicato da Mehr prevede «lo sblocco di 24 miliardi durante il periodo di negoziazione di 60 giorni» che inizia dopo la conclusione del memorandum d’intesa; «metà di questa somma deve essere messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati», afferma il documento, sebbene ciò non sia stato ancora confermato ufficialmente.1:26 | 15 Giugno
Macron, Starmer, Merz e Meloni: attuare rapidamente l’intesa
I leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno accolto con favore l’annuncio del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, congratulandosi con Washington, Teheran e con tutti i mediatori coinvolti, tra cui Pakistan e Qatar, per quella che definiscono una svolta diplomatica. «Si tratta di un’opportunità per ristabilire la stabilità regionale e contribuire alla stabilizzazione dell’economia globale», si legge nella nota. I quattro Paesi sottolineano ora la necessità di concludere rapidamente i negoziati di dettaglio e di attuare l’accordo in modo completo, assicurando il proprio sostegno al processo. «È ora fondamentale che i negoziati di dettaglio vengano conclusi e che questo accordo sia attuato rapidamente e in modo completo. Siamo pronti a sostenere questo sforzo», affermano i leader.1:19 | 15 Giugno
Starmer: ora ripristinare libertà navigazione a Hormuz
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha chiesto il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran. «È fondamentale che venga ripristinata la piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz», ha dichiarato Starmer, ribadendo inoltre che «l’Iran non deve mai dotarsi di un’arma nucleare».1:11 | 15 Giugno
Teheran: «Abbiamo umiliato Usa e Israele, non possono che arrendersi»
Le forze armate iraniane hanno dichiarato di aver umiliato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra contro la Repubblica islamica, in seguito all’annuncio di un memorandum d’intesa tra Teheran e Washington. L’Iran «ha imposto la sua volontà divina e ferrea sui suoi umiliati nemici americani e sionisti. Il nemico non ha altra scelta che accettare la sconfitta e arrendersi», ha affermato lo Stato maggiore iraniano in un comunicato trasmesso dalla televisione di Stato.1:03 | 15 Giugno
L’impegno di Italia, Francia, Regno Unito e Germania: smineremo lo stretto di Hormuz
«La riapertura urgente dello Stretto di Hormuz con libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni è essenziale. Ci impegniamo a fare la nostra parte per raggiungere questo obiettivo, nel rispetto dei nostri rispettivi obblighi costituzionali, anche attraverso una missione strettamente difensiva e indipendente per assicurare la navigazione commerciale e condurre operazioni di sminamento». È quanto affermano in una dichiarazione congiunta i leader di Italia, Francia, Regno Unito e Germania.0:57 | 15 Giugno
Trump su Truth: «L’accordo è completo»
«L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo. Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo pienamente l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Hormuz e, contestualmente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra! Presidente DONALD J. TRUMP», scrive il presidente Donald Trump su Truth. 0:57 | 15 Giugno
Teheran conferma: «La firma dell’accordo in Svizzera»
«Il testo del memorandum d’intesa è stato finalizzato e la firma ufficiale del Memorandum d’intesa di Islamabad avverrà venerdì in Svizzera», ha dichiarato Gharibabadi ai media iraniani. «I nostri impegni entreranno in vigore a partire da venerdì», ha sottolineato, ma «due punti entreranno in vigore immediatamente a partire dalle prime ore di questa mattina»: «1. La fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso. 2. La revoca e la cessazione del blocco navale imposto dagli Stati Uniti alla Repubblica Islamica dell’Iran». Gharibabadi ha poi affermato che il memorandum d’intesa «non è solo il risultato di sforzi diplomatici», ma anche di quelli che ha definito «successi militari» dell’Iran.0:56 | 15 Giugno
Iran: «L’accordo con gli Usa mette fine immediatamente alla guerra»
Il viceministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che a partire da stasera viene annunciata la fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su più fronti, incluso il Libano. Il viceministro ha aggiunto che i negoziati per un accordo definitivo tra Teheran e Washington si svolgeranno nell’arco di 60 giorni. Lo scrive Iran International.0:53 | 15 Giugno
Trump: stretto di Hormuz riaperto da venerdì
«Con l’apertura dello Stretto di Hormuz – entra nel dettaglio Trump -, alla firma dell’accordo venerdì per consentire le operazioni di sminamento, il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio della regione e del resto del mondo».0:49 | 14 Giugno
Trump: «Accordo con Iran porterà pace e sicurezza»
«Questo grande accordo porterà pace e sicurezza nell’intera regione. Molti presidenti hanno tentato di raggiungere la pace con l’Iran, ma tutti hanno fallito prima di me. Per la prima volta, i leader della regione hanno trovato un presidente in grado di aiutarli a conseguire una pace reale». Lo scrive Donald Trump su Truth.
Parla il cardinale Ángel Fernández Artime, spagnolo, già rettor maggiore dei Salesiani, arrivato in Italia con l’aereo che re Felipe ha offerto a Leone. «La folla che ha abbracciato il Pontefice cerca testimoni di gioia»
14 giugno 2026
Artime durante l’incontro nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino
«Sono stato con il Santo Padre a incontrare i migranti nelle Isole Canarie. Mentre aspettavamo che arrivasse il Papa ho voluto raggiungere quei ragazzi venuti dall’Africa sui barconi. Sono stati i 20 minuti più preziosi di tutto il viaggio così come lo sono state le parole ferme del Papa ai trafficanti di uomini e donne: “Fermatevi, convertitevi”. Non sappiamo se lo faranno ma il grido che il Santo Padre ha lanciato a nome dell’umanità e della Chiesa non lo dimenticheremo mai».
Sono parole del cardinale Ángel Fernández Artime che abbiamo incontrato sabato 13 giugno a Torino, appena tornato da Tenerife. Il guasto dell’aereo che venerdì sera ha fatto ritardare il ritorno di papa Leone dalle Canarie a Roma non ha sconvolto i suoi piani: il cardinale era atteso ieri mattina alle 11 nella Basilica di Maria Ausiliatrice per un convegno sul futuro della vita religiosa. Artime, originario delle Asturie, già Rettore dei Salesiani per due mandati, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, è stato invitato dal Papa a seguire il viaggio apostolico in Spagna ed è atterrato con il suo seguito più stretto a Fiumicino, dopo aver volato con il Falcon messo a disposizione da re Felipe. Un treno all’alba per Torino ed eccolo a Valdocco, nella Casa Madre dei Salesiani dove centinaia di persone, giovani, confratelli e religiose hanno accolto «il Rettore emerito» e sono stati i primi ad ascoltare le sue prime impressioni sul viaggio di papa Leone nel suo Paese.
Il cardinale è stato invitato nella Basilica di Maria Ausiliatrice, nel 158° anniversario della consacrazione per mano di don Bosco, a parlare del futuro della vita consacrata a partire dal suo libro-intervista con il confratello don Giuseppe Costa, “Un futuro senza numeri e senza mura: conversazione sulla vita consacrata” (San Paolo).
La sua riflessione ha preso molti spunti dal viaggio appena concluso. Come la necessità del nostro mondo, alla ricerca di senso, di testimoni autentici. «Come tutti, io in particolare che conosco bene la Spagna che soffre come tanti altri paesi gli effetti della secolarizzazione – riflette il cardinale – siamo rimasti molto colpiti dalle migliaia, milioni di persone che in questi giorni hanno seguito il Papa. Allo Stadio Bernabeu di Madrid c’era una moltitudine di persone moltissimi giovani… quello stadio si riempie così soltanto per la finale dei Mondiali di calcio. Questo significa che il mondo ha bisogno di testimoni.
Oggi parliamo di vita religiosa: ecco, la nostra gente, anche quella più lontana dalle nostre chiese, ha bisogno di trovare religiosi e religiose che nella loro semplicità vivono felici quello per cui hanno speso la loro vita. Se sei salesiano, per esempio, chi ti incontra nei cortili dell’oratorio, i giovani, devono avere la sensazione di incontrare un uomo che sia felice allora saremo contagiosi e la gente tornerà a cercare risposte di senso nella fede come è accaduto in questi giorni in Spagna».
Che messaggio lancia dalla Spagna Papa Leone all’Europa?
«Mi permetto di dire – è la risposta di Artime – che quello che il Papa ha detto in Spagna vale per tutta l’Europa. In particolare il richiamo alla comunione, all’ascolto, al mutuo rispetto, al ritorno a una società dei grandi valori messi in atto, a non avere paura delle nostre radici cristiane. Credo che l’Europa abbia una parola significativa da dire al mondo se si muove nella giustizia, nella solidarietà e nei grandi valori che l’hanno costruita. Perdere tutto questo significa fare soltanto accordi economici. E l’Europa non è stata fondata per questo».
Qual è stata la tappa del viaggio che più l’ha colpita?
«Sono stati tantissimi i momenti che mi hanno emozionato: come dicevo prima la folla per la Messa allo stadio di Madrid che mi ha dato l’impressione di una moltitudine che lancia un grido del bisogno di fede e di sete di Dio. E poi l’intervento del Santo Padre al Congresso dei Deputati, il Parlamento, un momento di una grande altezza intellettuale e umana. Come spagnolo ringrazio che abbiamo concesso questa opportunità al Papa di parlare come capo di stato, ma anche Vescovo di Roma e della Chiesa universale: i sette minuti di applausi sono stati persino più significativi dei discorsi. Ma soprattutto mi hanno colpito gli incontri con i migranti, con il mondo delle persone scartate, sofferenti, come la visita al carcere in Barcellona. Il Papa ascoltato il grido e il dolore dei più sofferenti del nostro mondo e li ha consolati».
Il mondo accademico russo è stato ridotto al silenzio. Una campagna senza precedenti montata intorno a un progetto di ricerca su Aristotele sta screditando persino l’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze. E se nel 2022 gli scienziati erano il gruppo professionale più attivo nella condanna dell'”operazione speciale” in Ucraina oggi la loro comunità è praticamene scomparsa dalla scena pubblica.
Il termine intelligentsija fu coniato in Russia nel XIX secolo, usando una parola latina russificata, in quanto il latino era allora la lingua accademica delle università russe, per indicare la classe degli intellettuali che cercavano di “guidare il popolo” e indicare la via anche agli zar, per creare un Paese moderno e rispettoso dei diritti umani, a cominciare dall’abolizione della servitù della gleba. Ora il termine è praticamente caduto in disuso, ed è difficile definire lo status degli intellettuali nella Russia putiniana.
Il progetto dell’Accademia polacca delle Scienze “Intelligentsija, Impero e Civiltà nel XIX e XX secolo” (2005-2007) aveva utilizzato il termine “intelligentsija silenziosa” in relazione al periodo sovietico, dove comunque esisteva ancora un’importante élite intellettuale. Il mondo accademico russo è invece oggi proprio immerso nel silenzio, e il fenomeno dell’intelligentsija è ormai un ricordo del passato, insieme alla generazione del periodo del disgelo khrusceviano dei primi anni Sessanta, coloro che hanno impedito alla Russia di ricadere nella barbarie: Sergej Averintsev, Mikhail Gasparov, Vjačeslav Ivanov, Georgij Knabe, Jurij Lotman, Georgij Ščedrovitskij, Merab Mamardašvili e tanti altri, ed è difficile immaginare chi potrà rappresentare l’élite intellettuale russa dopo il putinismo.
Nella Russia odierna, le idee sono equiparate alla dinamite: i valori della vita umana, della libertà, della dignità e della reputazione professionale sono visti dalla propaganda come imprese occidentali estranee ai russi, indesiderabili in tempo di guerra. A maggio di quest’anno è iniziata una campagna senza precedenti per screditare la principale istituzione accademica russa, con una storia centenaria: l’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze. Il pretesto sono state le azioni del Comitato Investigativo russo, che il 19 maggio ha effettuato perquisizioni e arrestato per interrogatorio il direttore dell’Istituto di filosofia e i ricercatori che dal 2018 al 2024 stavano lavorando al progetto “L’eredità di Aristotele: la preparazione delle opere complete di Aristotele”. La direttrice del progetto, Svetlana Mesyats, è stata posta agli arresti domiciliari, e gli altri studiosi sono stati trattenuti come testimoni. Una delle numerose verifiche contabili dell’istituto, in corso dal 2021, ha portato alla luce irregolarità nella spesa dei fondi stanziati per gli stipendi dei ricercatori incaricati dallo Stato. I “patrioti” radicali usano questa vicenda come pretesto per vendicarsi dell’istituto e intimidire il mondo accademico, e pretendono di chiudere l’Istituto di filosofia “su richiesta del popolo”, dimostrando che “l’affare Aristotele” è, di fatto, politicamente motivato.
Gli attacchi all’Istituto di filosofia sono iniziati cinque anni fa: in previsione dell’annuncio della Svo, l’operazione speciale in Ucraina, il gruppo mediatico di Tsargrad e il club Zinov’ev tentarono di nominare un loro collaboratore, Anatolij Černjaev, al posto dell’accademico Dmitrij Smirnov, direttore dell’istituto eletto legalmente nel 2020. L’intero personale dell’istituto, sia scientifico che tecnico, si oppose alla sua nomina, ritenendolo inadatto a guidare un istituto accademico a causa della sua mancanza di autorevolezza scientifica e di qualità personali. I patrioti radicali non accettarono la sconfitta, e negli ultimi cinque anni i loro sostenitori hanno pubblicato chilometri di menzogne sull’istituto e sui suoi scienziati, con il desiderio di prendere il controllo di un’istituzione accademica dalla reputazione impeccabile e di imporvi la propria agenda, per trasformarla in un centro di propaganda.
Oggi assistiamo alla seconda fase di questa campagna. Incapaci di controllare gli scienziati, i patrioti stanno tentando di screditare l’Istituto e di distruggerne la buona reputazione, con accuse fittizie di furto, lavoro scadente, incompetenza, e come colpo di grazia, di avere un’agenda liberale, di collaborare con l’Occidente nemico e di nutrire sentimenti pacifisti. Svetlana Mesyats, ricercatrice di fama mondiale e allieva di Pjama Gajdenko, è accusata dalla propaganda di aver tenuto conferenze in Germania e Ucraina prima della guerra, di essere sempre stata a favore della pace e di essersi espressa contro la Svo nel 2022.
L’Accademia Russa delle Scienze, vertice della piramide accademica, che aveva ottenuto la libertà di espressione durante gli anni della perestrojka gorbacioviana, l’ha oggi completamente perduta. La prima fase della perdita di autonomia è stata legata all’annullamento dell’indipendenza finanziaria nel 2013, quando il Cremlino, utilizzando la “formula delle due chiavi”, ha trasferito tutti gli istituti di ricerca dell’Accademia (circa 400) al ministero della Scienza e dell’istruzione superiore, lasciando all’Accademia la sola responsabilità delle attività specialistiche. La perdita definitiva di autonomia dell’Accademia si è verificata nell’anno del suo trecentesimo anniversario: nel 2024, il Presidium ha chiesto a Putin di presiedere il Consiglio di amministrazione, diventando il primo leader russo (escludendo Stalin, che fu eletto membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’URSS nel 1939) a ricoprire una carica all’interno dell’Accademia.
Nell’aprile del 2026, il presidente dell’Accademia Gennadij Krasnikov ha proposto l’apertura di “primi dipartimenti” presso gli istituti di ricerca, con personale composto da ufficiali dei servizi dell’Fsb, per “proteggere i risultati scientifici russi dallo spionaggio scientifico”. Durante il periodo sovietico, questi dipartimenti esercitavano un controllo ideologico e garantivano la segretezza. Questa mossa è stata presentata agli scienziati come un segno di preoccupazione per la loro sicurezza: ora la responsabilità di stabilire cosa si può e cosa non si può ricercare e pubblicare viene trasferita a “dipendenti competenti”.
È improbabile che i professori e i ricercatori universitari, che costituiscono in larga parte il “partito della pace” e che prima della guerra fungevano da dominatori dell’opinione pubblica e guide morali, riconquistino rapidamente la fiducia e il rispetto dei loro compatrioti. Nei primi due decenni del XXI secolo, il mondo accademico russo occupava le prime posizioni nelle classifiche della fiducia pubblica, fino alla “svolta conservatrice” del 2012-2014. Nel 2022, gli scienziati russi rappresentavano il gruppo professionale più numeroso a non sostenere un’azione militare. L’85% dei rappresentanti della comunità scientifica intervistati aveva votato contro, e molti membri dell’Accademia hanno firmato una lettera aperta di protesta contro l’avvio della Svo. Nel suo quinto anno, la comunità scientifica russa è praticamente scomparsa dalla scena pubblica, cadendo nel più totale silenzio.
Non si aspettano cambiamenti immediati nel prossimo futuro, prevedendo che la guerra calda si trasformerà in una guerra ideologica senza fine, e si riflette sulle prospettive di integrazione dei rappresentanti della “diaspora putiniana” dei russi in patria e all’estero, nella divisione globale del lavoro della nuova rivoluzione industriale-militare. Presentandosi come un “pensionato attivo”, il metodologo Petr Ščedrovitskij tiene conferenze pubbliche su “Lo stato del futuro” e il “Pensiero costruttivo”. Il suo principale interesse pratico è il progetto “Filosofia della Russia”, che ha avviato vent’anni fa, contemporaneamente al progetto “Mondo russo”: “come filosofo, vedo la chiave del successo nel riportare la Russia alla sua filosofia. La filosofia nazionale è il fondamento su cui si costruisce lo Stato, si stabiliscono i valori, si sviluppano le imprese e fiorisce l’innovazione”, ha affermato di recente. Aleksej Kozyrev, decano della facoltà di filosofia della principale università Mgu di Mosca, riprende questa ispirazione, secondo cui una vera riflessione filosofica è un attributo essenziale di una cultura competitiva: “è proprio una tradizione filosofica sviluppata che funge da fondamento intellettuale su cui si basano sia l’identità culturale, sia la sostenibilità economica di uno Stato nella competizione globale”.
La Russia è paralizzata dall’attesa di un periodo di disastri dopo le tante guerre, e nessuno sa esattamente cosa accadrà, quando o come. L’orizzonte di pianificazione è crollato, e l’espressione “vicolo cieco senza fine” ha assunto un significato letterale. Si spera nella rinascita dell’intelligentsija, che offra la possibilità di ricominciare a pensare con la propria testa.
Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume.
12 giugno 2026 – Avvenire
Il capitano Luka Modric, il ct Dalic e i giocatori della nazionale croata alla Messa di Ičići nell’arcidiocesi di Fiume / Arcidiocesi di Fiume
Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.
La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.
Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.
La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.
La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.
La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.
Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.
Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore».
Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».
Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’ anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.
Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno… Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».
Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare».
Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore. Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere.
«La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».
Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce – ha spiegato il parroco nell’omelia -. Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».
“Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo”. Il papa fa sua l’esortazione di Dio al popolo d’Israele nel suo Messaggio in occasione della Giornata della Santificazione Sacerdotale che viene celebrata oggi. Approfondisce il tema della santità che “non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.
Santità è partecipazione al mistero di Cristo Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità. Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore” scrive papa Leone XIV.
Sottolinea poi un paradosso della vita sacerdotale: “siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta, siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite”. E allora si chiede: “Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù”. Con il Signore si tratta di un cammino in unione: unione con il Cuore di Cristo, soprattutto, che non è “una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano”.
Eucaristia, preghiera, meditazione della Parola di Dio, servizio umile ai fratelli e alle sorelle: questi i capisaldi della vita sacerdotale. Questo il programma per rimanere “uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente. Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura”. Una missione che non è slegata all’umanità, ci tiene a precisare il pontefice: “Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé”.
C’è bisogno di sacerdoti che “non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo”. Cuori uniti al Sacro Cuore di Cristo: questo è il segreto della santità. “Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo. Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce” continua papa Leone XIV nel suo Messaggio.
Bacheca
E conclude con un’esortazione: “Rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo. Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama”.
La devozione al Cuore Immacolato di Maria ha superato vari ostacoli, radicandosi anche attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia, con in testa Fatima. Dove la Madonna chiese la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese.
Santo del giorno 13_06_2026
Ermes Dovico – La Nuova Bussola
Il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa celebra la memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria, attendendo con salda speranza il compimento della promessa fatta dalla Madre Celeste ai tre pastorelli di Fatima: “Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà”. Sarà questo trionfo il preludio al tempo di pace “per quanti diranno di sì a mio Figlio”, prima dell’ultimo combattimento escatologico che si concluderà con il secondo, definitivo e glorioso avvento dell’Agnello, Nostro Signore Gesù Cristo, come profetizzato da san Giovanni Evangelista nell’Apocalisse. La Madre e il Figlio, dunque, i cui Sacri Cuori sono così intrecciati e perfettamente uniti nello stesso mistero di salvezza da non poter essere separati. Lo insegnava già san Giovanni Eudes (1601-1680), fondatore della Congregazione di Gesù e Maria, il quale fu il primo a celebrare con i suoi confratelli le feste del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato.
Le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) furono poi il più potente impulso alla devozione al Sacro Cuore, che si diffuse nonostante l’ostilità dell’eresia giansenista. Il radicamento del culto al Cuore Immacolato di Maria passerà, anch’esso superando vari ostacoli, attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia. Come l’apparizione del 27 novembre 1830 a santa Caterina Labouré, che dopo aver contemplato la figura radiosa dell’Immacolata vide apparire i Sacri Cuori di Gesù e Maria, il primo coronato di spine, il secondo trafitto da una spada, oltre a una M intersecata dalla I di Iesus e sormontata da una croce, con tutto intorno 12 stelle. È l’immagine divenuta celebre con la diffusione della Medaglia Miracolosa, lo straordinario compendio di simboli disseminati in tutte le Sacre Scritture e che ricordano in particolare la partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio. Questa mirabile partecipazione, che fa di Maria la Corredentrice, è già implicita nelle parole rivolte da Dio a Satana subito dopo il peccato originale (Gn 3, 15), è espressa poi nella profezia di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”; Lc 2, 35) e culmina nel segno grandioso della Donna vestita di sole (Ap 12).
Questo disegno divino, in cui il dolore acquista senso e diventa tutt’uno con l’Amore, è proseguito con Fatima. Qui, il 13 giugno 1917, la Madonna comunicò alla piccola Lucia dos Santos (1907-2008) la sua missione: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. Il 10 dicembre di otto anni più tardi, Lucia, già in convento, vide Maria e al suo fianco Gesù Bambino, che le disse: “Abbi compassione del Cuore Immacolato della tua Santissima Madre, ricoperto delle spine che gli uomini ingrati in tutti i momenti vi infiggono, senza che ci sia chi faccia un atto di riparazione per strapparle”. Fu allora che la Vergine fece a Lucia la solenne promessa sulla Comunione riparatrice dei cinque sabati: “A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza”.
Nel 1944 la memoria liturgica venne estesa da Pio XII a tutta la Chiesa, a ricordo della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, operata due anni prima dallo stesso pontefice su invito della beata Alexandrina Maria da Costa. La celebrazione, inizialmente stabilita al 22 agosto, nell’Ottava dell’Assunta, venne spostata al giorno attuale (il primo sabato dopo il Sacro Cuore di Gesù) dalla riforma del 1969, con il grado di memoria facoltativa, poi resa obbligatoria da san Giovanni Paolo II. La liturgia ci ricorda che Maria, sede della Sapienza, meditava nel silenzio quotidiano la volontà divina e “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La Madre Celeste ha assecondato ogni ispirazione della Grazia. Proprio per questo è necessario imitarla e combattere al suo fianco contro il male, affinché Lei e il Figlio possano regnare – come diceva san Massimiliano Maria Kolbe – “in ogni cuore che batte sulla terra”. In vista della gloria eterna.
Attraverso le straordinarie rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque, il Signore stabilì le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna.
Santo del giorno 12_06_2026 – Ermes Dovico – la Nuova Bussola
Il 27 dicembre del 1673, nel giorno della festa di san Giovanni Evangelista (l’apostolo che nell’Ultima Cena aveva reclinato il capo sul petto di Nostro Signore per sapere chi lo tradiva), santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) ebbe la prima grande rivelazione sui segreti del Sacro Cuore di Gesù, che la riempì della sua divina presenza mentre la monaca visitandina era raccolta in adorazione eucaristica. Dopo averla fatta riposare sul suo petto, Gesù le disse: “Il mio Cuore divino è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono le grazie in ordine alla santità e alla salvezza, necessarie per ritirarli dal precipizio della perdizione”.
Il Sacro Cuore le apparve come una fornace incandescente, in cui il cuore di Margherita venne immerso e fatto divampare da Gesù. Il Signore le lasciò un dolore nel costato come segno tangibile che tutto quanto aveva vissuto era reale. In una seconda grande rivelazione le si presentò risplendente di gloria “con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli”, le rivelò fino a quale eccesso era arrivato il suo Amore per gli uomini e il suo dolore nel vedersi ricambiato con ingratitudini e indifferenze. In riparazione alle offese e ai peccati, Gesù domandò a Margherita di comunicarsi ogni volta che il sacerdote glielo avesse consentito e in particolare il primo venerdì di ogni mese; le chiese inoltre di pregare, prostrandosi con la faccia a terra, tutti i giovedì sera dalle undici a mezzanotte, dicendole che a quell’ora le avrebbe partecipato la tristezza mortale provata nel Getsemani.
Attraverso la mistica francese, il Signore stabilì dunque le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna: il fedele che per nove mesi consecutivi, ogni primo venerdì, si comunicherà in stato di grazia morirà certamente in grazia di Dio perché, come ha promesso Gesù, “il mio Cuore si renderà asilo sicuro in quel supremo momento”. In un’altra rivelazione Gesù disse a Margherita che tra i tanti sacrilegi e freddezze “ciò che più mi amareggia è che ci siano dei cuori a me consacrati che mi trattano così” e le comunicò il desiderio di una nuova festa: “Ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Santo Sacramento [il Corpus Domini] sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa Comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri”.
Margherita, che da molti non era creduta, riuscì poi a diffondere la devozione al Sacro Cuore grazie all’aiuto del gesuita san Claudio de la Colombière, che divenne la sua guida spirituale. Gesù affidò a santa Margherita anche la missione di chiedere a Luigi XIV di consacrare la Francia al suo Sacro Cuore e di rappresentarlo sugli stendardi del regno: ma il re non assecondò la richiesta, ricevuta nel 1689, esattamente cento anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese. Il culto del Sacro Cuore – che rivela il vero volto dell’Amore, pronto al sacrificio e alla morte in croce – incontrò inoltre la forte avversione degli eretici giansenisti, ma nonostante ciò si diffuse da un luogo all’altro della cristianità. Nel 1794, con la bolla Auctorem Fidei, Pio VI confutò una volta per tutte gli oppositori del Sacro Cuore, ribadendo che ad esso si deve il culto di latria (cioè di adorazione, dovuta solo a Dio) perché nell’adorare il Cuore di Gesù, segno della sua sacra umanità, i fedeli adorano “il Verbo Incarnato con la propria Carne di Lui”, nella sua unione perfetta di vero Dio e vero uomo.
Fu infine il beato Pio IX, nel 1856, a estendere la solennità liturgica a tutta la Chiesa. Negli anni seguenti si diffusero gli atti di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù per le famiglie e le nazioni. Il primo Paese a essere consacrato fu nel 1874 l’Ecuador, grazie al suo presidente Gabriel Garcia Moreno, poi ucciso dalla massoneria. Gli atti di consacrazione ci ricordano la necessità di riconoscere Cristo sia nei nostri cuori sia nella vita pubblica nostra e degli Stati.
Va fatto almeno un cenno ai principali precursori del culto al Sacro Cuore, come le tre sante e mistiche tedesche che vissero nel XIII secolo nel monastero di Helfta – cioè Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn e Gertrude la Grande – e come san Giovanni Eudes (1601-1680), che potrebbe essere proclamato Dottore della Chiesa per i suoi insegnamenti sull’unità mistica tra il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria: “Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.