Castel Gandolfo , domenica, 16. agosto, 2026 12:06 (ACI Stampa).
Ancora una volta, dopo la solennità di ieri dell’Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria, l’Angelus del pontefice viene recitato in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, gremitissima di fedeli. Fedeli temerari, sicuramente, visto il caldo di questi giorni. Volti felici, incuranti del sole battente: questo il panorama umano che il pontefice osserva da sotto il portone del Palazzo Apostolico delle Ville Pontificie. Ed è proprio qui che rivolge alcune parole ai presenti.
“Ieri abbiamo contemplato la Vergine Maria nel suo indissolubile rapporto con il Figlio: nemmeno la morte ha potuto interrompere quella comunione di anima e corpo, che è vita eterna. Ogni domenica ci ricorda che la stessa pienezza è riservata a chi segue Gesù: la sua risurrezione non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge”, questo l’incipit della meditazione di papa Leone XIV.
Parla poi della pagina del Vangelo di oggi, della donna cananea che “pur non appartenendo al suo popolo e abitando in una regione straniera, cerca con insistenza di parlare con Gesù, seguendolo come una discepola che ha già un legame con Lui”. Una donna che non desidera qualcosa per sé, ma la pace per la figlia “tormentata e confida in Gesù, nel quale riconosce il Messia discendente di Davide”. L’evangelista Matteo gli ostacoli che questa donna deve affrontare per poter avere un colloquio con Gesù: gli stessi discepoli cercano di impedire questo dialogo che le descrive cambiare la vita.
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Gesù – ricorda papa Leone XIV – “si era ritirato in quella regione e possiamo immaginare che, come altre volte, cercasse un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi. In quel momento, tuttavia, accade qualcosa di imprevisto”. Un imprevisto, un qualcosa di nuovo accade e Gesù segue ciò che si mostra a lui davanti. Papa Leone XIV fornisce, allora, questa lettura: “Meditando su questo, possiamo comprendere l’obbedienza di Gesù, che compie la sua missione lasciandosi colpire da ciò che vede e ascolta”. Come Gesù, anche oggi – riflette il pontefice – “la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze, così che in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tenere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci”.
Mentre, dalla donna cananea “impariamo l’umiltà e la determinazione. Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole, perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto”. E concludono: “Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio. Siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, che cerca pace”.
E dopo la recita della preghiera mariana, il pontefice esorta che “cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza la comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”. Sottolinea poi che “questa settimana avranno inizio i giochi del Mediterraneo che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero”.
L’omelia di papa Leone XIV nella solennità dell’Assunzione di Maria al Ciel
Di Antonio Tarallo
Castel Gandolfo , sabato, 15. agosto, 2026 10:33 (ACI Stampa).
Grande emozione per tutta la comunità parrocchiale della Parrocchia Pontificia di San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo. Il papa è in mezzo ai fedeli, a celebrare l’importante solennità di oggi: quella dell’Assunzione di Maria. Una celebrazione asciutta e carica di emozioni, di entusiasmo da parte dell’assemblea che in silenzio ascolta le parole dell’omelia del pontefice.
Papa Leone XIV riflette sul senso della solennità di oggi: parla di “compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata”. E coglie l’occasione, così, di fare riferimento all’arte pittorica che, molto spesso, ha raffigurato la Vergine “al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste”: immagine mutuata dal libro dell’Apocalisse. Un’immagine, questa, che – sottolinea il pontefice – “in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni”. Così avviene per tutte le donne e gli uomini della terra. E, allora – si chiede papa Leone XIV – “cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?”
Per rispondere a questa domanda delinea due “segni”: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. Un’omelia poetica quella di Leone XIV, che tocca i cuori e le menti dei fedeli, che vuole approfondire il concetto della purezza dell’anima: “Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo. La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressioni anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine”.
Papa Leone XIV pone uno sguardo al presente: “Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre”. Guarda il pontefice a tutte quelle persone che possiamo incontrare nella nostra vita “dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo”.
La Bellezza, questo potrebbe considerarsi il nodo centrale dell’omelia di papa Leone XIV: “Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro .dei piccoli squarci di cielo” sottolinea papa Leone XIV. E la Bellezza non può che ritrovarsi che nell'”amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita”.
Invita a non cercare lontano il Mistero che oggi celebriamo: Maria è possibile “incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti” infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”. E, nella conclusione, ribadisce papa Leone XIV questo concetto di profonda umanità presente nella solennità di oggi: “Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita ea condividere la sua stessa gloria”.
E, dopo aver citato precedentemente san Paolo VI e papa Francesco, suoi predecessori, è la volta di sant’Agostino che parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo “a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui». Il papa invita i fedeli a fare proprio questo invito ea seguire “la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo” concludono il pontefice
Dall’Irlanda alla Scandinavia, dalla Francia alla Spagna si registra una crescita silenziosa dell’esperienza cristiana, che si legge nell’aumento dei battesimi e nella riscoperta dei sacramenti in età adulta. In un Vecchio continente dove la Chiesa resta larga minoranza, sono segnali che fanno sperare (e riflettere)
Avvenire – 16 agosto 2026
Era il dicembre del 2023 quando nella chiesa dedicata a san Lamberto di Maastricht, ad Haren, paesino nella provincia olandese del Brabante Settentrionale, fu celebrata quella che tutti pensavano sarebbe stata l’ultima Messa. Per lo splendido edificio sacro del 1867, esempio della fioritura dell’architettura cattolica in Olanda seguita alla restaurazione della gerarchia episcopale nel 1853, sembrava profilarsi il destino di moltissime altre chiese del Paese: a causa del calo dei fedeli e dei pochi mezzi economici della parrocchia sarebbe stato venduto.
Un imprenditore locale aveva già progettato di trasformarlo in un centro di fisioterapia e la vendita sembrava ormai fatta. Ma l’affare è saltato e, agli inizi del 2025, ad acquistare la chiesa è stato invece un programmatore di soli 22 anni, Stijn Lansdaal, creatore di BloedCheckup.nl, piattaforma digitale per la prenotazione delle analisi di laboratorio. In accordo con diocesi e parrocchia vuole mantenerla un luogo di culto. Dove sembrava destinato a nascere un centro sanitario, ora arrivano giovani della zona per pregare insieme, alcuni in discernimento vocazionale, e l’obiettivo, ha raccontato il nuovo proprietario al quotidiano Brabants Dagblad, è renderlo nuovamente vivo e spiritualmente attrattivo.
Stijn Lansdaal non ha ricevuto un’educazione cattolica. È stato battezzato il 19 maggio 2024. Fa parte di quella schiera di neoconvertiti di cui si è parlato molto per la Francia, dove il fenomeno ha assunto proporzioni sorprendenti, ma che sta toccando, in misura diversa, anche Belgio e Olanda. Nei Paesi Bassi nel 2024 gli adulti entrati nella Chiesa cattolica sono stati 630, contro i 455 dell’anno precedente: quasi il 40% in più. «Non li abbiamo visti arrivare», ha detto nei giorni scorsi ad Avvenire il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, riferendosi ai nuovi cattolici. «Noi abbiamo allestito il cammino per arrivare alla porta, ma sono entrati dalla finestra». La storia di Stijn ne è un esempio spettacolare.
Questo boom non deve illudere: il grande movimento del cattolicesimo europeo rimane quello opposto, il restringimento. In Olanda nel 2000 si celebravano oltre 42mila battesimi di bambini, nel 2024 sono stati appena 6.110. In Francia, nello stesso arco di tempo, i battesimi dei bambini fino a sette anni sono passati da circa 380mila a 150mila. I nuovi ingressi non compensano neppure lontanamente le perdite, sul piano strettamente numerico.
Ma la notizia positiva c’è ugualmente, andando oltre l’aritmetica. Mentre si restringe il grande bacino del cattolicesimo ricevuto quasi naturalmente dalla famiglia e dall’ambiente sociale, avanza un nuovo, piccolo popolo: uomini e donne, soprattutto giovani, cattolici per scelta e non per tradizione. Che portano con sé l’energia dei neofiti, linfa preziosa.
Questo contrasto fra un arretramento vistoso del corpo ecclesiale e nuovi nuclei di fede vitale, anche incandescente, si presenta in molte parti d’Europa. In Irlanda, dove la Chiesa è stata spesso descritta come in fase terminale, fra i cattolici di 16-29 anni la frequenza settimanale alla Messa è salita dal 7% nel 2022 al 17% nel 2024; nel 2026 sono previste nove ordinazioni di sacerdoti diocesani, contro le sei del 2025. In Gran Bretagna, a Westminster quasi 800 adulti sono giunti quest’anno alla fase conclusiva del cammino verso i sacramenti o la piena comunione con la Chiesa, il 60% in più in un anno; a Southwark sono stati oltre 590, il numero più alto dal 2011. Nel settembre 2025, inoltre, otto giovani sono entrati nel noviziato dei domenicani inglesi a Cambridge, facendo parlare uno storico settimanale come il Tablet di un’«impennata di vocazioni».
Segnali arrivano anche dalla Spagna. Movimenti come Hakuna mobilitano migliaia di studenti e a San Sebastián, nei Paesi Baschi fortemente secolarizzati, quest’anno è tornata dopo mezzo secolo la grande processione del Venerdì Santo per le vie della città. La visita di Leone XIV in giugno ha mostrato poi una capacità di mobilitazione tutt’altro che esaurita: circa 600mila giovani alla veglia di Madrid e più di 1,2 milioni alla celebrazione del Corpus Christi.
La stessa dinamica si intravede nella vita monastica. Mentre comunità plurisecolari si spengono, altre, inaspettatamente, si espandono. Sempre in Francia i benedettini di Le Barroux, legati alla liturgia in rito antico, hanno inviato dodici monaci a Bellefontaine, dove la comunità trappista non aveva più forze per continuare. L’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, in Austria, conta oltre cento monaci e, mentre rafforza altre comunità, ha assunto la cura della storica abbazia di Sabiona, in Alto Adige, rilanciandola come centro spirituale.
E c’è un altro dato in controtendenza rispetto all’arretramento: la forza di attrazione dei santuari. Fatima ha registrato nel 2025 circa 6,5 milioni di presenze alle celebrazioni; Lourdes ha sfiorato i 4 milioni di pellegrini e visitatori; il festival dei giovani di Medjugorje, concluso nei giorni scorsi, ha richiamato decine di migliaia di giovani da tutto il continente.
C’è infine una storia diversa, che viene dal profondo Nord, a partire dalla Scandinavia, e parla del paradosso evangelico per cui gli ultimi che saranno i primi. Nei Paesi dove la Riforma aveva praticamente cancellato il cattolicesimo, oggi la Chiesa cresce nel suo complesso, l’unico caso in Europa. L’immigrazione ne è il motore principale, ma non l’unico. A Stoccolma la diocesi ha acquistato una grande chiesa luterana perché aveva bisogno di nuovi spazi; in Islanda, dove nel 1977 i cattolici erano appena un migliaio e oggi, secondo le stime della Chiesa locale, sono fra 35mila e 40mila, è stata aperta una nuova parrocchia. A Oslo la diocesi conta undici seminaristi per appena 27 parrocchie, quasi uno ogni due. Il vescovo Fredrik Hansen segnala a chi scrive anche un cambiamento nel profilo di chi si avvicina alla Chiesa: «In passato quasi tutti provenivano dalla Chiesa luterana. Oggi arrivano anche giovani non battezzati, la prima generazione realmente secolarizzata». L’alba di una storia nuova.
Lo “spirito di Anchorage”, dal nome della base militare che ospitò il vertice tra i due presidenti il 15 agosto 2025, è ben presto evaporato. A Washington e Mosca prevale ora la mancanza di fiducia reciproca su tutti i fronti, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico. Persino l’accordo bilaterale sul nucleare è stato archiviato
Avvenire – 15 agosto 2026
Per mesi i funzionari russi lo hanno chiamato «lo spirito di Anchorage»: un presunto clima di distensione e di dialogo ritrovato con Washington. Un anno dopo il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, di quell’atmosfera non c’è più traccia. L’Ucraina resta il principale terreno di scontro, ma il raffreddamento tocca l’intero rapporto bilaterale: i negoziati sono fermi su tutti i fronti di cooperazione bilaterale, le aspettative suscitate dal summit si sono dissolte e il linguaggio diplomatico è tornato a irrigidirsi. Il chiodo finale nella bara lo ha conficcato in questi giorni lo stesso capo del Cremlino: «Ad Anchorage non fu raggiunto alcun accordo», ha ammesso.
Il 15 agosto 2025 Trump aveva rotto la linea occidentale di isolamento del leader russo, stendendogli il tappeto rosso alla base di Elmendorf-Richardson. Che cosa i due presidenti si fossero detti a porte chiuse è rimasto conteso per mesi e questa ambiguità ha accompagnato tutto l’anno successivo. Mosca ha a lungo sostenuto che ad Anchorage fosse stata delineata una sorta di “compromesso” destinato a costituire la base di una futura pace. Washington ha sempre negato. «Se ci fosse stato un accordo, la guerra sarebbe finita», ha ribadito di recente il segretario di Stato Marco Rubio. Che cosa cercava Mosca in Alaska? Al di là del riconoscimento internazionale dei territori occupati in Ucraina e dell’alleggerimento delle sanzioni occidentali, la Russia voleva che il vertice gettasse le basi per un nuovo, ampio patto di sicurezza con gli Stati Uniti su Europa, Nato (da tenere lontana dai suoi confini), Artico e controllo degli armamenti.
Da parte sua Trump era arrivato al summit assicurando all’omologo che la posizione ucraina era destinata a deteriorarsi rapidamente e che un compromesso di Kiev era inevitabile. A partire da queste posizioni, lo sgretolamento progressivo appare inevitabile. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, l’evoluzione del conflitto, il mantenimento del sostegno europeo a Kiev e la crescente capacità ucraina di proseguire la guerra hanno modificato la percezione del capo della Casa Bianca. Allo stesso tempo, la Russia ha continuato a subordinare qualsiasi accordo a concessioni territoriali e politiche che Kiev considera una resa.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il progressivo spostamento dell’attenzione della Casa Bianca verso il Medio Oriente dopo lo scoppio della guerra con l’Iran alla fine di febbraio. Mosca ha condannato l’intervento americano e mantenuto la propria alleanza strategica con Teheran mentre il dossier ucraino perdeva centralità nell’agenda americana. Anche il tono del Cremlino è cambiato. Se nei mesi successivi al summit i dirigenti russi avevano più volte elogiato gli sforzi diplomatici di Trump, da settimane hanno iniziato a mettere apertamente in dubbio le stesse intenzioni americane. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è arrivato a ipotizzare che Trump abbia usato l’incontro in Alaska per prendere tempo e rafforzare militarmente Kiev. Non a caso, l’incontro tra Lavrov e Rubio a Manila, a luglio – il primo da settembre 2025 –, si è concluso dopo appena mezz’ora senza alcun passo avanti, con il capo della diplomazia americana costretto ad ammettere che serviranno «nuove idee e molto lavoro» per riaprire il negoziato.
Poco dopo l’Amministrazione Trump ha sostenuto per la prima volta in Congresso nuove sanzioni destinate a colpire i Paesi che acquistano petrolio e gas russi. Intanto l’ultimo accordo bilaterale che limitava gli arsenali nucleari, il New Start, è stato lasciato scadere: un arretramento che, per la prima volta da decenni, lascia i due maggiori arsenali atomici del mondo senza alcun limite. Secondo Fyodor Lukyanov, analista che consiglia il Cremlino, «lo spirito di Anchorage si è dissolto»: la diplomazia in tempo di guerra, ha scritto, «è plasmata dall’esito delle ostilità; se la percezione dei rapporti di forza cambia, le intese raggiunte prima perdono validità».
Nonostante il raffreddamento, Putin continua a dichiararsi disponibile a una ripresa dei colloqui sull’Ucraina mediati dagli Stati Uniti e attende una nuova visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner quando la crisi mediorientale lo consentirà. Allo stesso tempo, però, il Cremlino insiste sul fatto che ogni futura iniziativa diplomatica dovrà ripartire dalle intese (tuttora non chiare) discusse in Alaska, mentre gli Stati Uniti chiedono nuove basi negoziali. A un anno di distanza, più che inaugurare una stagione di distensione, il tappeto rosso in Alaska è diventato un simbolo della mancanza di fiducia reciproca su tutti i temi di possibile dialogo, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico, che da terreno di possibile cooperazione economica con Mosca è diventato per gli Usa un problema di sicurezza nazionale alla luce della crescente collaborazione Russia-Cina. «La posizione di Trump cambierà di nuovo, come è già accaduto molte volte – ha confermato lo stesso Lukyanov – finché la Casa Bianca non si convincerà che una vittoria degli avversari della Russia è impossibile».
Dante Alighieri dedicò alla Madonna parole immortali, tra le quali la celebre espressione: “Umile ed alta più che creatura” (Paradiso, Canto XXXIII). Una mirabile sintesi, dove il sommo poeta è riuscito a cogliere molto bene il fatto che Maria, da creatura semplice e nascosta, ebbe una collocazione straordinaria e unica nell’opera divina della Creazione e della Redenzione. Umilissima interiormente ed esteriormente, Maria non ha calcato palcoscenici, ma è sempre stata al fianco di Gesù: dal momento del concepimento, fino al sepolcro. Nella sua vita terrena, Maria ha seguito e servito suo Figlio e ha attirato e guidato molte persone (tra cui gli apostoli) a credere in Lui. Per chi l’ha conosciuta, Maria è stata un esempio straordinario di santità e di fede cristiana. Possiamo quindi affermare che la Madonna è la prima cristiana, è la prima credente: la sua fede è la fede di tutta la Chiesa.
Maria Assunta in cielo è l’icona di come saremo
Abbiamo visto i privilegi di Maria o, come le chiamava Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, le glorie: essere Immacolata sin dal suo concepimento (perché preservata dal peccato originale); essere sempre vergine (prima, durante e dopo il parto); essere la Madre di Dio (perché il bambino da Lei nato è il Figlio di Dio); essere la Nuova Eva (cioè la Madre di tutti i viventi: della Chiesa e dell’intera umanità). Tutti aspetti straordinari che, appartenendo ad una creatura qual era Maria, senza dubbio nobilitano il genere umano. Perché? Perché alla proverbiale infedeltà degli uomini, si contrappone l’assoluta fedeltà di Maria, la quale ha corrisposto alla Grazia in modo pieno e radicale. La Madonna è una di noi perché è una creatura, ma, essendo anche nostra Madre, Lei riverbera su di noi la sua grandezza. Pertanto accogliendola, ci eleviamo.
Ora voglio mettere a fuoco una realtà di Maria che riguarda anche il nostro futuro: Maria Assunta in cielo con la sua anima e con il suo corpo. Perché riguarda il nostro futuro? Perché, alla fine del mondo, anche noi parteciperemo con il nostro corpo alla Resurrezione di Cristo. Maria assunta in cielo è l’icona di come saremo; è il traguardo verso il quale siamo diretti nel cammino della vita: la felicità eterna in Cristo Risorto. Certo, l’essere assunta in cielo in anima e corpo già al termine della propria vita, costituisce uno speciale dono di grazia riservato esclusivamente alla Madonna. Di noi, infatti, nel momento della morte, sopravvive soltanto l’anima, la quale viene immediatamente giudicata e mandata o in Paradiso, o in purgatorio, o all’inferno; mentre il nostro corpo marcisce nella tomba. Però, alla fine del mondo, anche i nostri corpi risorgeranno e seguiranno le rispettive anime. Se avremo avuto un’anima ad immagine di Dio, allora il corpo sarà glorioso come quello della Madonna descritto dai veggenti nelle innumerevoli apparizioni: di ineffabile bellezza, di eterna giovinezza, irradiante di bontà, pace e amore.
L’Assunzione di Maria in cielo è un dogma
Maria Assunta in cielo non è una semplice ipotesi teologica, ma è un dogma definito autorevolmente da Papa Pio XII nel 1950. In quell’occasione – e per la prima volta a partire dal Concilio Vaticano I – il successore di Pietro fece uso del dono speciale dell’infallibilità del Papa. Essendosi prima consultato con tutta la Chiesa di cui ne ricevette il supporto, Pio XII parlò ex cathedra, cioè definì in modo infallibile quel dogma. Faccio una precisazione: prima di tale dogma, Pio IX, nel 1854, ne aveva proclamato un altro: quello dell’Immacolata Concezione. Si tratta di due dogmi abbastanza recenti, ma con radici molto profonde nella storia della Chiesa.
Il documento con cui papa Pio XII ha definito “Maria Assunta in cielo”, è la Munificentissimus Deus, costituzione dogmatica datata 1 novembre 1950, in cui il dogma viene espresso con queste parole: L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla Celeste Gloria col suo corpo e con la sua anima e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte. L’assunzione della Santa Vergine è una singolare partecipazione alla Resurrezione di suo Figlio. E’ un’anticipazione della resurrezione degli altri cristiani. Ecco perché ci interessa così da vicino! Per completezza, cito anche il n. 966 del Catechismo della Chiesa Cattolica che, dopo aver riportato il suddetto brano di Pio XII, conclude: Nella tua maternità hai conservato la tua verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte.
La disputa sulla morte della Madonna
Poniamoci di fronte a questa domanda: prima di essere assunta in cielo in anima e corpo, la Madonna è morta o non è morta? E’ un interrogativo sulla quale la Teologia discute ancora oggi. Nemmeno Pio XII ha sciolto questo dubbio; si è solo limitato a dire che l’Immacolata è stata assunta in cielo in anima e corpo finito il corso della sua vita terrena, senza specificare se era morta o no. A questo riguardo, ci sono due ipotesi teologiche. La prima dice che Maria è morta con il normale distacco dell’anima dal corpo; il suo corpo è rimasto alcuni giorni nel sepolcro senza però subire corruzione; poi è stata assunta in cielo in corpo e anima. L’altra ipotesi (seguita soprattutto della Chiesa Orientale) parla invece della dormizione della Beata Vergine Maria. Che cosa significa? Significa che quella di Maria, è stata una morte apparente, in cui l’anima non si è staccata dal corpo. Quindi in anima e corpo (ma dormiente) Maria ha passato alcuni giorni nel sepolcro in attesa che gli apostoli si radunassero per venerarla; dopodiché è stata assunta in cielo con il suo corpo e la sua anima: senza morire. Ad avvalorare quest’ultima ipotesi, è importante quanto ha sottolineato Pio XII nel suo documento L’immacolata Vergine è preservata immune da ogni macchia di colpa originale. Perché è importante? Ve lo spiego. Chi afferma che la Madonna non è morta, ne chiarisce il motivo con questo ragionamento teologico: la morte è una conseguenza del peccato originale, ma poiché la Madonna è Immacolata (cioè preservata dal peccato originale), allora non può essere morta.
Comunque, a prescindere da questa questione (cioè se la Madonna sia morta o meno), di fatto resta l’affermazione del dogma: la Madonna, in anima e corpo, è stata assunta in cielo al termine della sua vita terrena. Che poi, cari amici, è quello che ci interessa di più!
La Madonna è stata Assunta in cielo con il suo corpo glorioso come segno per noi
Ora vediamo, dal punto di vista della fede, in che cosa consiste l’Assunzione della Beata Vergine Maria. Partiamo da Cristo. Uscendo dal sepolcro, Cristo aveva il suo corpo vero, ma non il corpo di prima: quando Gesù è risorto, non è risorto come Lazzaro. Lazzaro è risorto perché Cristo, con la sua potenza, lo ha tratto fuori dalla tomba quattro giorni dopo la sua morte (come dice il Vangelo: già puzzava!). Però attenzione: Lazzaro è tornato a vivere con il corpo di prima e quindi, dopo qualche tempo, è morto di nuovo. Insomma, risuscitare con il corpo di prima – cioè corruttibile dal tempo e dallo spazio – vuol dire morire due volte, vuol dire non essere vincitore della morte. Tutt’altra cosa è la Resurrezione di Cristo. Il Risorto aveva il suo corpo vero, dove erano ben visibili i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi e lo squarcio della lancia nel costato; ma, nello stesso tempo, quel corpo era glorioso. Dunque, Cristo è risorto con un corpo vero, ma spiritualizzato, divinizzato (il termine greco è pneumatikos), cioè non più soggetto al tempo e ai limiti della materia. Difatti, quando è apparso nel Cenacolo, Gesù è passato attraverso le pareti.
La Madonna Assunta in cielo partecipa alla gloria di Gesù Risorto. Vi faccio un esempio: quando i sei veggenti di Medjugorje avevano le apparizioni quotidiane e magari si trovavano in sei luoghi diversi, la Madonna appariva a tutti loro nel medesimo istante e contemporaneamente. Si tratta della multi-locazione, una caratteristica peculiare ai corpi risorti.
Vi confesso, cari ragazzi, che provo un’ immensa gioia nel dirvi queste cose. Infatti, dopo la nostra morte e alla fine del mondo, tali realtà riguarderanno anche i nostri corpi e la nostra condizione esistenziale. Quello che è la Madonna adesso (meravigliosamente descritta dai veggenti), lo saremo anche noi: non più soggetti alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, ma eternamente giovani, splendenti di una straordinaria bellezza divina. Come Lei e come Gesù, anche noi avremo un corpo glorioso!
Riprendiamo il testo di papa Pio XII, al seguente passaggio: L’assunzione della Santa Vergine è una singolare partecipazione alla Resurrezione di suo Figlio. E’ un’anticipazione della resurrezione degli altri cristiani. Che cosa significa? Significa che Dio ha fatto anticipare in Maria quello che accadrà anche a noi. Con una differenza: noi avremo il nostro corpo glorioso soltanto alla fine del mondo, perché, quando moriamo, a sopravvivere sarà l’anima, mentre il corpo (a causa del peccato originale) marcirà nella tomba. Un fatto inesorabile, ma molto utile allo spirito: da adulatori del corpo quali siamo, vedere il nostro corpo destinato a diventare polvere, sicuramente ci rende più umili. Ricordiamocelo sempre: non c’è santità senza umiltà!
Alla fine del mondo i corpi risorgeranno gloriosi o a immagine della loro dannazione
Sapete che cosa succede quando una persona muore? Spesso sentiamo dire: << E’ morta, non c’è più! >>. Ragazzi, questo è un inganno del menzognero! Pensate che le varie religioni, anche le più antiche, hanno sempre creduto che l’uomo avesse l’anima immortale e che, al momento della morte, quell’anima andasse in cielo o in un posto destinato ai malvagi. Cari amici, la morte non è un disfacimento dell’essere, l’annullamento della persona. Vi è mai capitato di vedere morire una persona, magari all’improvviso? Un minuto prima, era una persona piena di vita, intelligente, che parlava e si muoveva; subito dopo, diventa un cadavere. Che cos’è questo drastico cambiamento? E’ il distacco dell’anima dal corpo: la morte. Ma attenzione, l’anima staccata dal corpo sussiste da sola, cioè continua a vivere anche senza il corpo. Così, mentre stiamo a piangere davanti al cadavere, in quel momento la sua anima compare nella Luce di Dio: immediatamente da Dio viene giudicata, immediatamente riceve la sua retribuzione eterna: o il Paradiso, o il purgatorio, o l’inferno. Ecco perché è così importante l’ultimo istante della vita, quando l’anima si stacca dal corpo! Cari amici, per giungere alla salvezza eterna, quell’istante deve coincidere al nostro totale affidamento e abbandono a Dio.
Nelle apparizioni, i veggenti non vedono un fantasma o una figura immaginaria. Vedono la Madonna con il suo corpo vero e glorioso, esattamente come gli apostoli vedevano Gesù dopo la Resurrezione (pensate che Gesù Risorto si fermò persino a mangiare del pesce con i discepoli!). Parlando di Medjugorje, nel giorno del loro compleanno, i veggenti vengono abbracciati e baciati dalla Madonna di cui ne sentono il corpo. Come è possibile? Perché si tratta di un corpo spiritualizzato e divinizzato, ma allo stesso tempo vero, concreto, che si può toccare!
Alla fine del mondo, quando Cristo verrà nella Gloria, i corpi risorgeranno: ma non tutti allo stesso modo. Coloro che hanno creduto e sono morti nella fede, avranno il corpo glorioso come quello della Madonna. Gli altri corpi risorgeranno ad immagine della loro dannazione. Nell’inferno, dove i demòni sono purissimi spiriti, i dannati saranno demòni incarnati con un corpo ad immagine della loro perdizione e bruttezza. I veggenti di Fatima, durante la visione dell’inferno, hanno visto molti corpi cadere nelle fiamme, stravolgersi e diventare orribili animali. E’ la malvagità, il rifiuto di Dio che, pervertendo l’anima, perverte anche il corpo.
Dire che la Madonna sia stata la prima creatura ad aver avuto un corpo glorioso, di certo non esaurisce il dogma dell’Assunzione. Infatti Pio XII, nel suo documento, aggiunge: La Madonnaviene dal Signore esaltata come Regina dell’universo. Un’affermazione che contempliamo anche nell’ultimo Mistero Gaudioso del Santo Rosario: l’incoronazione di Maria Vergine, Regina del Cielo e della terra. Da lì si evince come l’Assunzione di Maria non sia soltanto una partecipazione alla Resurrezione di Cristo, ma anche una partecipazione alla Regalità di Cristo. Pensate quale grandezza! Cristo, il Figlio di Dio, ha voluto al suo fianco Maria, una creatura, per governare il mondo e la storia.
Cari amici, la Madonna non è una creatura che sta in Cielo ad attendere immobile la fine del mondo e il compiersi l’opera di Dio. No! La Madonna è Regina! Siede alla destra di Cristo e con Lui governa (eccome governa!) il mondo e la storia! E’ Regina perché partecipa della Regalità di Cristo, ma è anche Madre della Chiesa e dell’intera umanità. Da quando è Assunta in cielo, sono migliaia e migliaia le sue apparizioni e, ancora di più, i suoi interventi invisibili e silenziosi. A Medjugorje, nello svelare la data del suo compleanno, la Madonna ci ha chiesto alcuni giorni di digiuno e preghiera come ringraziamento per tutto quello che ha sempre fatto per noi in duemila anni. Insomma, davvero Maria governa il mondo, governa la Chiesa pur rispettando la gerarchia stabilita da suo Figlio, governa la storia. La Madonna ci ha detto che quelle di Medjugorje sono le sue ultime apparizioni qui sulla terra. Ebbene, cari amici, proprio in questo tempo di grazia, è Lei ad aver preso in mano la grande battaglia contro il drago: per schiacciargli la testa!
La Madonna è stata Assunta in cielo con la sua anima e con il suo corpo glorioso
La Madonna Assunta in cielo è Regina del cielo e della terra. Lei esercita, in nome di suo Figlio, una Regalità universale. Penso che questo faccia piacere a tutte le donne!
Come abbiamo detto, la Teologia non ha ancora stabilito con certezza se Maria, prima di essere assunta in cielo, sia morta o non lo sia. Ebbene, ci ha pensato la Madonna a mettere fine a questa disputa. A Medjugorje, il 15 agosto 1981, Lei ha detto: << Mi chiedete della mia assunzione. Sappiate che io sono salita al Cielo prima della morte >>. Questo significa che la Madonna non è morta, ma è stata assunta in cielo con il suo corpo e la sua anima. Un’affermazione che dà forza a chi opta per l’ipotesi della dormizione.
Quindi, non per verità di fede, ma per un ragionamento teologico – tra l’altro illuminato dalla rivelazione della Madonna a Medjugorje – si può affermare che prima della sua Assunzione, la Vergine Maria non è morta, ma è entrata in una dormizione adorante, in attesa che gli angeli la portassero in Cielo.
Per essere precisi, è incerto anche il luogo del sepolcro (vuoto) di Maria. A riguardo, ci sono due teorie: che sia a Efeso o che sia a Gerusalemme. Quella maggiormente seguita è la seconda, in cui si racconta che quando ci fu il Primo Concilio Ecumenico della Chiesa (degli Apostoli), la Madonna, essendo a Efeso con Giovanni, tornò a Gerusalemme. Lì ebbe la sua dormizione. Difatti, nella Valle del Cedron a Gerusalemme si trova la sua tomba, dove adesso c’è la Basilica della Dormizione.
Morte: 14 agosto 1941, Campo di concentramento di Auschwitz, O?wi?cim, Polonia
Ricorrenza: 14 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Memoria liturgica
Protettore: radioamatori
Beatificazione: 17 ottobre 1971, Roma, papa Paolo VI
Canonizzazione: 10 ottobre 1982, Roma, papa Giovanni Paolo II
Padre Kolbe è l’eroico frate francescano conventuale che nel campo di concentramento di Auschwitz offrì la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia, Francesco Gajowniczek, condannato a morire di fame come rappresaglia per la fuga di un detenuto.
Cristianesimo
Giovanni Paolo II, nell’elevarlo agli onori degli altari, il 10 ottobre 1982, lo ha proclamato «patrono del nostro difficile secolo», un esempio di pace e di fraternità in una società sconvolta dall’odio e dall’egoismo.
Kolbe nacque a Suduńszka Wola, una cittadina del centro industriale di Lodz, l’8 gennaio 1894. I suoi genitori erano operai tessili. Kolbe da ragazzo conobbe il senso liberatorio e insieme opprimente di povertà e lavoro. E quell’esperienza non fu estranea ad alcune scelte che lo portarono ad abbracciare la Regola di san Francesco tra i minori conventuali di Leopoli (1907) e poi a dar vita a una istituzione che aveva proprio, in povertà e lavoro, caratteristiche tipicamente francescane, un sicuro fondamento, e cioè le «Città dell’Immacolata»: „Niepokalanów” in Polonia, e „Mugenzai No Sono” in Giappone.
Nell’ideale francescano Kolbe innestò poi la propria fiducia nella possibilità offerta dai mezzi che la tecnica in quel tempo stava mettendo a disposizione. E a chi gli faceva osservare che su di essi già il diavolo aveva allungato le sue sordide zampacce, egli rispondeva: « Ragione di più per svegliarci e metterci all’opera per riconquistare le posizioni perdute ».
Quando ne ebbe l’opportunità, dimostrò la bontà e la lungimiranza dei propri progetti. E ciò avvenne in Polonia, dove ritornò nel 1919, dopo aver conseguito a Roma la laurea in teologia.
A pochi chilometri da Varsavia diede vita nel 1927 a „Niepokalanów” (Città dell’Immacolata) i cui cittadini, tutti frati, si dedicavano, vivendo in rigorosa povertà, all’apostolato per mezzo della stampa. E furono autori di un consistente boom editoriale che ancor oggi sorprende. Il „Cavaliere dell’Immacolata”, la prima di una catena di riviste, fondato nel 1922 dopo un periodo iniziale di stasi, decollò raggiungendo le cinquantamila copie. In seguito si affermò come settimanale con settecentocinquantamila copie (addirittura un milione nel 1938).
L’Immacolata, cui padre Kolbe ha intitolato gran parte delle sue riviste, era il suo chiodo fisso. In tempi non troppo felici per la chiesa e per il mondo, Kolbe vedeva nella Madonna l’ideale capace di scuotere le coscienze, di ridare fiato al cristianesimo; un ideale, comunque, per il quale combattere le sante battaglie della fede. Per questo, ancor prima di essere ordinato sacerdote, aveva istituito a Roma, il 16 ottobre 1917, la Milizia dell’Immacolata, uno strumento per far conoscere e vivere la devozione alla Madre di Cristo, ancor oggi vivo e prosperoso.
Nel 1930 partì missionario per il Giappone a fondarvi un’altra Città dell’Immacolata, animata dallo stesso spirito e dagli stessi ideali. Tornato definitivamente in Polonia, dopo un paio di altri viaggi «missionari» nello stesso Giappone e in altri paesi dell’oriente, padre Kolbe si dedicò interamente alla sua opera.
La seconda guerra mondiale lo sorprese a capo del più importante complesso editoriale della Polonia.
Il 19 settembre 1939 fu arrestato dalla Gestapo, che lo deportò prima a Lamsdorf (Germania), poi nel campo di concentramento di Amlitz. Rilasciato l’8 dicembre 1939, tornò a Niepokalanów, riprendendo l’attività interrotta. Arrestato di nuovo nel 1941 fu rinchiuso nel carcere di Pawiak a Varsavia, e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove con uno straordinario atto d’amore chiuse una vita tutta spesa al servizio degli altri.
Nel campo viveva una legge secondo la quale, per la fuga di uno, dieci dello blocco, venivano condannati a morire di fame in un oscuro sotterraneo. Quando all’appello della sera risultò che uno mancava un grande timore invase l’animo di tutti i prigionieri…
Credoe religione
Il Comandante scelse con un cenno della mano chi doveva morire e ad un tratto si sentì un grido: «Addio! addio! mia povera sposa, addio miei poveri figli…» era il sergente Francesco Gajowniczek.
Ma ad un tratto un uomo, anzi, un numero esce con passo deciso dalle file e va diritto verso il Comandante del campo. Chi è lei? Cosa vuole? Come osa infrangere la ferrea disciplina ed affrontare il terribile Capo?
«Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perchè egli ha moglie e figli».
Il Comandante, meravigliato, parve non riuscire a trovare la forza per parlare e stranamente accettò quella proposta…
Padre Kolbe insieme agli altri condannati fu avviato verso il blocco 11. Qui le vittime furono denudate e rinchiuse in una piccola cella, in cui dovevano morire di fame e di sete. Ma da questo tetro luogo, invece di pianti e disperazione, questa volta si udirono preghiere e canti. Padre Kolbe li guidava, attraverso il cammino della croce, alla vita eterna.
Rimase nel bunker per due settimane, quando le SS decisero di svuotare la cella della morte. Erano rimasti in vita solo quattro uomini tra cui Padre Massimiliano.
Venne ucciso con un’iniezione di acido fenico, perché la cella, che egli aveva trasformato in cenacolo di preghiera e che condivideva con gli altri condannati, serviva per altre vittime. «Porse lui stesso, con la preghiera sulle labbra, il braccio al carnefice», raccontò un testimone.
Lo trovarono qualche ora dopo, «appoggiato al muro, con la testa inclinata sul fianco sinistro e il volto insolitamente raggiante. Aveva gli occhi aperti e concentrati in un punto. Lo si sarebbe detto in estasi». Era la vigilia dell’Assunta, di una festa della Madre di Dio, che egli aveva sempre amato, chiamandola con il nome di «dolce mamma».
Il suo corpo venne cremato e le ceneri disperse.
MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.
Il 10 agosto, giorno in cui la Chiesa cattolica ricorda san Lorenzo, è una delle grandi feste dell’antica Roma cristiana. Dom Guéranger nel suo L’Année liturgique, ricorda le parole con cui sant’Agostino celebrava questo giorno «veramente trionfale, in cui san Lorenzo schiacciò il mondo fremebondo». Roma intera, aggiungeva il vescovo di Ippona, era testimone della «gloriosa e immensa moltitudine di virtù» che formavano la corona del martire.
Pochi santi hanno avuto nella storia della Chiesa un culto così antico e universale. Già nell’Alto Medioevo, il 10 agosto, a Roma si celebravano due Messe in suo onore: una sulla tomba del martire e un’altra, più solenne, nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, fatta edificare da Costantino. Un’iscrizione di papa san Damaso, composta circa un secolo dopo il martirio, proclamava: «Sferze, ugne, fiamme, tormenti, catene, solo la fede di Lorenzo ha potuto vincerle».
Lorenzo era uno dei sette diaconi della Chiesa romana al tempo di papa Sisto II. Il diacono non era allora soltanto ministro dell’altare. Assisteva il Pontefice e partecipava all’amministrazione dei beni temporali della Chiesa, destinati in larga misura al sostentamento dei poveri. Era dunque una figura eminente della comunità cristiana.
Nel 258 l’imperatore Valeriano scatenò una violenta persecuzione contro la Chiesa. Un suo rescritto ordinava che vescovi, sacerdoti e diaconi fossero messi a morte per il semplice fatto di appartenere alla gerarchia ecclesiastica. Sisto II fu arrestato mentre celebrava nelle catacombe di San Callisto e venne decapitato. Sei dei suoi diaconi subirono con lui il martirio. Lorenzo rimase solo, ma per poco.
La tradizione ci ha trasmesso uno straordinario dialogo tra il Papa e il suo diacono. Mentre Sisto viene condotto al supplizio, Lorenzo lo segue chiedendogli: «Padre mio, dove andate senza il vostro figlio? Santo Pontefice, dove andate senza il vostro diacono?». Sisto gli annuncia che non lo sta abbandonando: una prova ancora più grande lo attende e, dopo tre giorni, anche lui seguirà il suo Pontefice nel martirio.
Plinio Corrêa de Oliveira, che ha dedicato a san Lorenzo una bella meditazione, vede in questa scena qualcosa di più della commovente fedeltà di un discepolo al suo maestro. Lorenzo, che aveva assistito Sisto all’altare, mentre il Pontefice offriva il Sacrificio incruento della Messa, ora desiderava assisterlo anche nell’offerta cruenta della propria vita. «Come vi ho servito in vita ai piedi dell’altare – è il senso della sua richiesta – così lasciate che vi serva ai piedi della morte».
Il pensatore brasiliano scorge in questa fedeltà una sorta di anticipazione dello spirito della Cristianità medievale: un legame che non si esaurisce in un rapporto giuridico, ma diventa venerazione, dedizione e disponibilità al sacrificio. È una fedeltà personale fondata su un ordine superiore, nella quale l’amore per l’autorità giunge fino all’offerta della vita.
Dopo la morte di Sisto II, i persecutori rivolsero la loro attenzione a Lorenzo. Sapevano che il diacono amministrava i beni della comunità cristiana e immaginavano che la Chiesa possedesse ricchezze nascoste. Gli intimarono dunque di consegnare i suoi tesori.
Lorenzo chiese tre giorni di tempo. Poi raccolse i poveri, i malati, le vedove e gli orfani che la Chiesa assisteva e li presentò al magistrato romano: ecco i tesori della Chiesa. Il mondo pagano giudicava gli uomini soprattutto secondo la forza, la ricchezza e la posizione sociale. Lorenzo presenta invece come pietre preziose proprio coloro che il mondo disprezza. Il povero è prezioso perché è un’anima redenta dal Sangue di Cristo.
Il malato che unisce le sue sofferenze alla Passione del Salvatore possiede una dignità che sfugge allo sguardo puramente terreno. Ciò non significa rinunciare ad alleviare la povertà o la malattia: al contrario, la carità cristiana esige di soccorrere chi soffre. Ma essa vede nell’uomo qualcosa di infinitamente superiore alla sua utilità economica o sociale.
Due concezioni dell’uomo si trovano così faccia a faccia: quella pagana, che misura il valore attraverso il potere, e quella cristiana, che guarda ogni uomo alla luce dell’eternità.
L’ira dei persecutori si abbatté allora su Lorenzo. Nella notte tra il 9 e il 10 agosto il diacono fu consegnato ai carnefici e sottoposto al terribile supplizio del fuoco.
Sant’Agostino afferma che la forza che permise a Lorenzo di vincere il dolore fu la carità: «Messo sulla graticola, egli fu bruciato in tutte le membra», ma superò le sofferenze del corpo «con la forza della carità».
È qui che il prof. Plinio Corrêa de Oliveira contempla uno degli aspetti più affascinanti del santo: la sua serenità, quasi la sua fierezza, davanti alla morte. La tradizione racconta che Lorenzo, disteso sulla graticola, trovò ancora la forza di rivolgersi ironicamente ai carnefici, invitandoli a voltarlo perché una parte del corpo era ormai arrostita. Infine, pregò per la conversione di Roma e morì.
Il dott. Plinio parla del suo panache: quella nobiltà d’animo per cui il cristiano, sostenuto dalla grazia, non soltanto sopporta il nemico, ma lo domina spiritualmente. Il persecutore dispone del fuoco e degli strumenti di tortura, ma è impotente davanti a un uomo che non teme più la morte. È la suprema libertà cristiana.
Il martirio di san Lorenzo ci offre anche una straordinaria conferma delle parole del Magnificat: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles», Dio ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili.
Plinio Corrêa de Oliveira osserva che dell’imperatore Valeriano conservano memoria soprattutto gli specialisti, mentre san Lorenzo continua a essere conosciuto, venerato e invocato in tutto il mondo. Basti ricordare un esempio. Nel giorno della festa di San Lorenzo, il 10 agosto del 1557, il re Filippo II di Spagna combatté la battaglia decisiva a San Quintino, in Piccardia. Promise a Dio di costruire una magnifica basilica in onore di San Lorenzo se avesse vinto quella battaglia. Vinse, e per commemorare l’occasione fece erigere la più grande opera d’arte del suo regno, l’Escorial. La pianta del palazzo ha la forma di una graticola per celebrare il martirio di San Lorenzo.
Dom Guéranger conclude a sua volta la sua meditazione riportando un’antica preghiera che contempla Lorenzo come cittadino ormai glorioso di un’altra Roma, la Roma celeste: il martire che sulla terra aveva servito la Chiesa entra nel «senato eterno» del Cielo, coronato come un console della città di Dio. E rivolgendosi a san Lorenzo, dom Guéranger conclude: «Io mi so indegno, lo riconosco, indegno di essere esaudito da Cristo; ma protetti dai Martiri, si può ottenere il rimedio ai propri mali. Ascolta uno che ti supplica: nella tua bontà, sciogli le mie catene, liberami dalla carne e dal mondo! »
Martin Knoller, Assunzione della Beata Vergine al cielo (particolare), olio su tela, ante 1788 – ca 1788
CR 1963, Chiesa cattolica
12 Agosto 2026 di Cristina Siccardi
Il 5 di agosto del 352, nel mese di gran caldo, nevicò sul monte Esquilino di Roma perché lì doveva essere realizzata un’opera mariana, segno plastico, fra i tanti, che la Creazione viene diretta da un ordine divino, gestito dal Creatore a Sua discrezione, a dispetto di tutti coloro che superbamente credono di essere i padroni del mondo, compreso clima e temperature.
La tradizione della Chiesa racconta che in quell’anno, sotto il pontificato di papa Liberio, il patrizio romano Giovanni e sua moglie, non avendo prole, decisero di donare alla Madonna una chiesa. Maria Santissima, con gratitudine, apparve loro in sogno nella notte fra il 4 e il 5 agosto di quell’anno, indicando con un miracolo il luogo dove sarebbe sorta la chiesa. La mattina dopo i coniugi si recarono dal Papa per narrare il sogno che entrambi avevano fatto e con grande sorpresa il Pontefice disse che aveva ricevuto anche lui lo stesso sogno. Si recarono quindi sul sito del miracolo annunciato dalla Vergine, il Colle Esquilino e con enorme sorpresa lo trovarono ricoperto di neve. Un fatto che andava contro la consuetudine degli eventi naturali. Allora il Papa tracciò il perimetro del nuovo tempio cristiano, seguendo la superficie del terreno innevato e prese così vita la basilica di Sancta Maria ad Nives, il più antico santuario mariano d’Occidente, dove sorgerà Santa Maria Maggiore sotto il pontificato di Sisto III, quando la divina maternità della Beata Vergine era appena stata riconosciuta dal Concilio di Efeso, nel 431.
Il 15 agosto, dieci giorni dopo la Madonna della Neve, la Chiesa festeggia la solennità di Maria Assunta in Cielo, divenuto dogma di fede con papa Pio XII, grazie alla costituzione apostolica Munificentissimus Deus, documento nel quale la formula recita: «La Vergine Maria, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (§ 44). Era il 1° novembre dell’Anno Santo 1950. L’avvenimento, che iniziò alle ore 8:30, si svolse in piazza San Pietro, davanti a 36 cardinali, 600 vescovi e arcivescovi e 250 mila pellegrini, che tenevano in mano fazzoletti bianchi per sventolarli. Le cronache e le memorie dell’epoca descrivono un evento di immensa commozione collettiva, carica di sacra solennità.
Attraverso la radio, la voce del Papa rimbalzò in ogni dove sul pianeta. I circuiti internazionali e la diffusione delle riprese realizzate dall’Istituto Luce (Unione Cinematografica Educativa) resero possibile la massima diffusione di una decisione della Chiesa che da gran tempo meditava e invocava. Il linguaggio utilizzato da Pio XII fu quello della tradizione della Chiesa, colmo di ardore e di spirito soprannaturale, a differenza del linguaggio ecclesiale odierno, monotono e ripetitivo nell’imitare quello sociologico e politico, che non nutre le anime, lasciate aride come le secche di questa nostra lunga calda estate.
Immune dal peccato e dalla morte, lontana dalla bruttura del deperimento del corpo, la Madre Dio è Assunta in Cielo. Disse il Papa ai fedeli, durante il rito della solenne definizione dogmatica: «[…] questo giorno è finalmente Nostro; è finalmente vostro. Voce di secoli – anzi, diremmo, voce della eternità – è la Nostra, che, con l’assistenza dello Spirito Santo, ha solennemente definito l’insigne privilegio della Madre celeste. E grido di secoli è il vostro, che oggi prorompe nella vastità di questovenerando luogo, già sacro alle glorie cristiane, approdo spirituale di tutte le genti, ed ora fatto altare e tempio per la vostra traboccante pietà».
Dov’è oggi la «traboccante pietà»? Non sono più le folle a praticarla, bensì isolate realtà dove ancora si respira il sempre insegnato, il sempre detto, il sempre vissuto del Verbo incarnato in Maria Santissima, che in quella circostanza Pio XII la chiamò Regina dell’Universo, primo tabernacolo di nostro Signore Gesù Cristo. «In questo giorno di letizia», proseguì il Vicario di Cristo, «da questo squarcio di cielo, insieme con l’onda dell’angelica esultanza, che si accorda con quella di tutta la Chiesa militante, non può non discendere sulle anime un torrente di grazie e d’insegnamenti, suscitatori fecondi di rinnovata santità».
Le parole di papa Pacelli risuonano ora come un benefico balsamo e sono perfette per i nostri tempi carichi di odio, rancore, diffidenza, violenza verbale e fisica, e persino di stupida ironia, compiuta da “cattolici” (consacrati o meno) nei confronti di sacre realtà, come social e chat manifestano quotidianamente, a tutte le ore e in tempo reale, come in un demenziale circo senza soluzione di continuità. «Alle tante anime inquiete ed angosciate, triste retaggio di una età sconvolta e turbolenta, anime oppresse ma non rassegnate, che non credono più alla bontà della vita e solo ne accettano, quasi costrette, l’istante, l’umile ed ignorata fanciulla di Nazaret, ora gloriosa nei cieli, aprirà visioni più alte, e le conforterà a contemplare a quale destino e a quali opere fu sublimata Colei, che, eletta da Dio ad essere Madre del Verbo incarnato, accolse docile la parola del Signore. […] A questo mondo senza pace, martoriato dalle reciproche diffidenze, dalle divisioni, dai contrasti, dagli odi, perché in esso è affievolita la fede e quasi spento il senso dell’amore e della fraternità in Cristo, mentre supplichiamo con tutto l’ardore che l’Assunta segni il ritorno del calore d’affetto e di vita nei cuori umani, non Ci stanchiamo di rammentare che nulla mai deve prevalere sul fatto e sulla consapevolezza di essere tutti figli di una medesima Madre, Maria, che vive nei cieli, vincolo di unione per il Corpo mistico di Cristo, quale novella Eva, e nuova madre dei viventi, che tutti gli uomini vuol condurre alla verità e alla grazia del suo Figlio divino».
La Madre Dio, corredentrice e mediatrice di tutte le grazie, è colei che nel corso dei secoli è venuta a visitarci più e più volte. Secondo la tradizione la Beata Vergine del Pilar apparve, per bilocazione, già a san Giacomo il Maggiore, sette anni dopo la morte e resurrezione di Gesù, quindi prima dell’Assunzione: era il 40, quando l’apostolo si trovava a Caesaraugusta, l’attuale Saragozza, nell’Hispania Tarraconensis.
Poi apparve nel III secolo a una matrona di Ceyssac, la quale guarì dalla malaria e si recò dal vescovo francese Georges du Velay, primo apostolo del Velay, per descrivergli l’apparizione della Madonna. Il vescovo considerò seriamente la testimonianza, dopodiché, dopo aver visto un cervo (le creature e le forze della natura sono di Dio e seguono gli ordini del Creatore, come sovente è accaduto, oltre che nell’Antico e Nuovo Testamento, anche nella ricchissima santa storia della Chiesa) che tracciava con le corna nella neve il perimetro di un’area precisa – anche qui come sull’Esquilino, neve caduta pur essendo in piena estate – la recintò per destinarla alla futura e celeberrima Cathédrale Notre-Dame-de-l’Annonciation di Puy-en-Velay, nell’Alta Loira.
Maternamente, nell’era moderna, la Madonna è venuta a richiamare le anime alla conversione dei peccati, allertando sui possibili castighi, benché Ella faccia di tutto per tenere fermo il braccio del Figlio Giudice, come ebbe a dire a La Salette nel 1846, nel secolo della diffusione del pensiero illuminista, positivista, marxista, ateista e del liberalismo, «trappola mortale», come la definì il dottore della Chiesa John Henry Newman. L’applicazione di quei pensieri si è vista storicamente nel devastante Novecento e continuiamo a vederla oggi, nell’era della dittatura ideologica del relativismo, come la chiamava Benedetto XVI, attraverso il mefistofelico buonismo dei diritti civili, che portano ad una corruzione morale, di usi e costumi, qualche tempo fa inimmaginabile.
La maggior parte dei pastori sembra non essere più cosciente dei danni a cui conducono i peccati, sia quelli privati che quelli pubblici e dai pulpiti non si odono più prediche di carattere spirituale, non si sa se per soggezione e timore riverenziale verso l’“assemblea” oppure per una conversione al mondo che abbaglia con le sue luci mistificatrici……..
…..In questo deserto infuocato di peccati servono santi Pastori, preparati dottrinalmente e teologicamente, coscienti del nefasto tempo in cui viviamo per guidare le anime all’unica e indefettibile Verità di Cristo, che annienta inquietudini esistenziali e dubbi (tentazioni) e brama a condurle all’autentico e assoluto Bene, attraverso ministri portatori di certezze eterne, accompagnati da Maria Assunta: «Per imperscrutabile disegno divino», disse ancora Pio XII quel 1° novembre di settantasei anni fa, «sugli uomini della presente generazione, così travagliata e dolorante, smarrita e delusa, ma anche salutarmente inquieta nella ricerca di un gran bene perduto, si apre un lembo luminoso di cielo, sfavillante di candore, di speranza, di vita beata, ove siede Regina e Madre, accanto al Sole della giustizia, Maria».
Protettrice: della televisione, delle coccinelle, delle telecomunicazioni
Canonizzazione: 1255, Anagni, Lazio, papa Alessandro IV
Luogo reliquie: Basilica di Santa Chiara
Fa parte di: Santi dell’Umbria
Sito ufficiale: www.assisisantachiara.it
Nacque Chiara nell’anno 1194 da nobili e ricchi genitori in Assisi, e fin da giovanetta dimostrò una grande pietà e devozione. In quegli anni la fama del suo concittadino Francesco cominciava ad allargarsi, e Chiara, decisa di consacrarsi al suo Signore, si presentò a lui per comunicargli il suo ardente desiderio di ritirarsi dal mondo. Francesco riconobbe in questa piissima giovane la chiamata di Dio e perciò la confermò nel suo proposito di consacrare a Gesù Cristo la sua verginità.
Venuto il giorno stabilito, Chiara fuggì dalla casa paterna e si portò alla chiesa di S. Damiano ove Francesco, assistito dai suoi monaci, le tagliò i capelli e la rivestì del ruvido saio di penitenza di cui egli era già ricoperto.
I suoi parenti, oltremodo irritati per questa sua risoluzione, tentarono in vari modi, anche colla violenza, di sottrarla al sacro ritiro, ma Chiara, colla grazia del Signore, superò ogni ostacolo.
Poco dopo si unirono a lei numerose vergini, e perfino sua sorella Agnese: tutte si esercitavano nell’orazione e nelle mortificazioni quotidiane della vita comune, di cui Chiara dava un sì chiaro esempio. Dormiva sulla nuda terra, qualche volta tormentandosi ancora nelle brevi ore di riposo con sarmenti o con duro legno che usava per guanciale. Portava sempre ai fianchi un aspro cilicio, digiunava tre volte alla settimana a pane ed acqua.
Devotissima del SS. Sacramento, passava lunghe ore innanzi all’altare, assorta in profonda meditazione. E Gesù la ricompensò di questo suo affetto anche col dono dei miracoli. Infatti avendo una volta i Saraceni tentato di invadere il suo monastero, Chiara, animata da fiducia nel Signore, quantunque inferma, prese tra le mani l’ostensorio e fattasi portare alla finestra minacciata del monastero tracciò sugli infedeli un gran segno di croce dicendo: « Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani dei pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, ti prego, Signore, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare ». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dal Tabernacolo: “Io vi custodirò sempre!”. La vergine, con il volto bagnato di lacrime, rassicurò le sorelle: “Vi do garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!”. Una luce vivissima investì gli assalitori accecandoli, mentre una forza arcana rovesciava le scale e precipitava a terra i predoni.
S. Chiara era pure devota della passione di Gesù Cristo, che meditava versando copiosissime lacrime. Da questa devozione attinse tanto amore alla santa povertà che ricusò perfino le proposte fattele dal Papa Gregorio IX di una povertà più mitigata, ed ottenne per sè e per le sue suore quello che chiamò « il privilegio della povertà ».
Negli ultimi anni di sua vita, Chiara fu molestata da continue infermità e patimenti corporali, ma colla sua preghiera fervente ottenne dal Celeste Sposo una pazienza invitta, e fra i suoi dolori si dimostrò sempre contenta e serena.
Prima di morire fece testamento: non per lasciare beni temporali, ma bensì per lasciare alle figliuole del suo cuore la santa povertà come loro divisa, come loro difesa e come loro gloria, e a 60 anni di età, piena di meriti, nell’anno 1253 rese la sua bell’anima a Dio.
autore: Juan De Miranda anno: 1785 titolo: San Lorenzo luogo: Chiesa della Concezione Tenerife
Nome: San Lorenzo
Titolo: Diacono e martire
Nascita: 226, Osca, Spagna
Morte: 10 agosto 258, Roma
Ricorrenza: 10 agosto
Tipologia: Festa
Patrono di: Liguria, Perugia, Grosseto, Tivoli, Collegno, Alba, Montevarchi, Monserrato, Abano Terme, Borgo San Lorenzo >>> altri comuni
Protettore: dei sogni, bibliotecari, rosticcieri, pompieri, pasticceri, librai, lavoratori del vetro, diaconi permanenti, cuochi, vermicellai
Luogo reliquie:Basilica di San Lorenzo fuori le mura
Fa parte di: Santi del Lazio
Nacque ad Osca in Spagna nel 226 da nobilissimi e santi genitori. Tanti furono i doni che ricevette nei Sacramenti del Battesimo, Cresima ed Eucaristia, che sembrò prevenuto dalla grazia; mentre era ancora bambino s’astenne sempre da ogni divertimento puerile e fu a tutti modello di docilità e santa innocenza.
Ricevuta la prima istruzione in patria, passò a Saragozza per apprendere lettere, ed in questa celebre Università i suoi progressi furono sì rapidi e meravigliosi, che era ritenuto il migliore di tutti gli allievi. In questo tempo il Vescovo di quella città, vedendo in lui un tal candore di vita, gli conferì gli ordini dell’Ostiariato, del Lettorato ed Esorcistato.
Trovandosi nella penisola Iberica il futuro Papa Sisto II, allora arcidiacono della Chiesa Romana, avendo udito parlare delle virtù di Lorenzo, lo condusse con sé a Roma, ove personalmente ebbe cura della sua formazione. All’età di 17 anni, per il suo progresso nella scienza e nella virtù, fu dal Pontefice Fabiano ordinato accolito, sei anni dopo suddiacono e quindi diacono: aveva 27 anni. Nel 258, essendo stato eletto alla Cattedra di Pietro, Sisto II nominò Lorenzo arcidiacono della Chiesa Romana, carica che corrisponde all’attuale dignità cardinalizia.
Ma mentre la Chiesa lavorava e si espandeva ognora più fra i pagani, specie per l’infuocata predicazione di Lorenzo, si scatenò la persecuzione di Valeriano che al dire di San Dionisio fu delle più terribili.
Lorenzo fu imprigionato e torturato. Poco tempo dopo anche S. Sisto venne preso e condannato al carcere. Mentre il Pontefice veniva barbaramente trascinato dalla soldatesca, gli si fece incontro Lorenzo che col volto bagnato di lacrime incominciò ad esclamare: « Dove vai, o Padre, senza il tuo figlio? Per dove ti incammini, o santo sacerdote, senza il tuo diacono? ». Sisto gli rispose: « Io non ti lascio né ti abbandono, o figlio, ma a te spettano altri combattimenti… Dopo tre giorni mi seguirai… Prendi le ricchezze ed i tesori della Chiesa e distribuiscili a chi tu meglio credi ».
Lorenzo fece diligente ricerca di quanti poveri e chierici poté trovare nei quartieri di Roma e distribuì loro tutte le ricchezze. Poscia, salutati per l’ultima volta i Cristiani, si portò da Valeriano che già l’aveva fatto chiamare, ed all’intimazione di recargli i beni della Chiesa, promise che entro tre giorni glieli avrebbe mostrati. Percorse le vie della città, raccolse un gran numero di poveri e glieli condusse dicendo: « Ecco qui i beni della Chiesa! ». Ma quell’uomo irritato gridò: « Come hai tu ardito beffarti di me?… Io so che tu brami la morte… Ma non credere di morire in un istante poiché io prolungherò i tuoi tormenti ». Ordinò infatti che Lorenzo fosse posto su una graticola di ferro rovente ed arrostito lentamente. Ma nel cuore del Martire ardeva un incendio ben maggiore! Quando fu bruciato da una parte, il carnefice ordinò che lo rivoltassero, ed avendo gli aguzzini ubbidito, il Martire con volto sereno disse: « Ora potete mangiare, perché la mia carne è già cotta abbastanza ».
Nuovi insulti uscirono dalla bocca del prefetto, ma il Martire, con gli occhi rivolti al cielo, si offriva al Signore invocando su Roma la divina misericordia, per incoraggiare ancora una volta i Cristiani presenti. Tra questi spasimi spirò la sua grande anima. Era il 10 agosto 258.
Lorenzo inizialmente fu sepolto in un terreno lungo la via Tiburtina, di proprietà di una vedova di nome Ciriaca. Il suo corpo fu adagiato su una lastra di marmo e onorato con aromi e unguenti; quella che oggi chiamiamo Catacomba di Santa Ciriaca prese il nome proprio da lei.
In tempi successivi, l’imperatore Costantino fece edificare una basilica circolare sopra la tomba, rendendola accessibile tramite scale e proteggendo la sepoltura con materiali preziosi come porfido e grate d’argento. Nei secoli successivi, diversi papi—tra cui Pelagio II, Sisto III e Onorio III—ampliarono la costruzione, fondendo edifici e trasformando il complesso nella basilica che sorge ancora oggi, San Lorenzo fuori le mura.