"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 13 di 146

Leone e lo storico discorso sui migranti dal «porto della vergogna»: «Mi inchino alla vostra dignità. Non possiamo abituarci a che il Mediterraneo sia un cimitero»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 11 Giugno 2026

Nel corso della sua visita in Spagna, papa Leone ha fatto tappa a Las Palmas de Gran Canaria, dove ha tenuto un discorso sui migranti – sulla falsariga di quello che Francesco tenne a Lampedusa. «Ogni vita umana è una benedizione. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla»

DAL NOSTRO INVIATO

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA (SPAGNA) «Cristo cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: “Taci, calmati!” Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque». Leone XIV parla al porto di Arguineguín, nella costa meridionale di Gran Canaria.

 «Oggi, in riva al mare, il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare».

Sole, vento, il Papa getta una corona di fiori in mare e benedice una Croce intagliata nel legno d’un relitto, tutt’intorno ci sono gli operatori del Salvamento Marítimo, gli operatori della Caritas, i tanti migranti aiutati in questi anni, nonostante tutto. E davanti a loro il Papa scandisce un discorso ancora più duro di quello ormai storico di Francesco nel 2013, la «globalizzazione dell’indifferenza» denunciata a Lampedusa, dove Leone tornerà il 4 luglio. 

«Come potete vedere, porto alla mano l’anello del Pescatore. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini”». Ecco, alza lo sguardo Prevost: «Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte».

La dignità umana

Giusto domani entra in vigore Patto sulla migrazione e l’asilo della Ue che introduce restrizioni sull’immigrazione irregolare e apre agli hub per le espulsioni. Il Papa si rivolge anzitutto al Vecchio Continente, guarda il migranti radunati nel porto e dice:

 «Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».

Perché «non possiamo abituarci a contare i morti: la dignità umana non ha passaporto né perde valore quando attraversa una frontiera». Così «da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà», sillaba Prevost:

«Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?».

I migranti

Ora il punto di arrivo principale è La Restinga, sull’isola di El Hierro, ma Arguineguín a Gran Canaria resta un luogo simbolico, il «molo della vergogna» sul quale nel 2020 tremila persone rimasero ammassate per mesi in uno spazio di duecento metri. Dalla costa occidentale dell’Africa avevano attraversato una sessantina di miglia nautiche a bordo di cayucos, le canoe in legno usate dai pescatori in Senegal. 

Ma era appena scoppiata la pandemia e rimasero isolati, solo la Caritas si organizzò per portare cibo e medicine. In trent’anni si calcola che più di duecentomila migranti abbiano preso il mare dalle coste nordoccidentali dell’Africa per raggiungere l’arcipelago spagnolo e quindi l’Europa. I primi si chiamavano Baijea e Bachir, due giovani di 24 e 22 anni del Sahara Occidentale. Il 28 agosto 1994, sbarcarono da un vecchio peschereccio a Las Salinas del Carmen, nell’isola di Fuerteventura. Arrivavano della costa del Marocco, una cinquantina di miglia marine attraversate in un giorno di navigazione.

 Las Salinas era allora un villaggio di pescatori con le saline più antiche delle Canarie, nessuno aveva mai visto nulla di simile, le rotte dei migranti dall’Africa verso la Spagna passavano dallo Stretto di Gibilterra. I due ragazzi avevano l’aria sfinita e spaventata, due agenti della Guardia civil li portarono a mangiare in una trattoria. Furono loro ad aprire la nuova rotta.

Nel 2025, lungo la rotta delle Canarie sono morte 1.172 persone, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni; la ong «Caminando Fronteras» calcola 1.317 persone nei primi cinque mesi nel 2026, 3090 l’anno scorso: tra cayucos e pateras, dei barconi a fondo piatto, decine di imbarcazioni non hanno lasciato traccia di sé nell’oceano, le stime degli annegati variano.

Le testimonianze

Sul molo si alternano la testimonianze e tra queste c’è quella di una donna nigeriana, Blessing, vittima della tratta, è un’altra donna che per sicurezza legge il suo racconto: «Ho aspettato sei mesi per poter partire. Sei mesi senza quasi mangiare, senza potermi lavare per settimane, vivendo in condizioni che non auguro a nessuno. 

E quando è arrivato il momento di attraversare il mare, ho visto morire annegate le persone che erano partite prima di noi quello stesso giorno». Arrivata in Spagna, le hanno portato «mi hanno portato via il bambino per costringermi a prostituirmi. Mi hanno trattato molto male. Mi hanno separata da mio figlio. Aveva 11 mesi quando la polizia ha arrestato le persone che mi tenevano prigioniera, e finalmente ho potuto riaverlo con me».

Leone XIV le assicura che «Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile», e aggiunge: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra».

Del resto, «se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». Di certo «non possiamo abituarci a contare i morti: la dignità umana non ha passaporto né perde valore quando attraversa una frontiera».

Citazioni bibliche

Il tono del pontefice è solenne, intessuto di citazioni bibliche. Nella Bibbia il mare evoca oscurità e caos, vi compaiono Leviatano e Rahab, «nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e la vita», spiega Leone: «Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio».

Eppure «la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte».

Alla fine, il Papa cita San Giovanni della Croce, mistico spagnolo del Cinquecento: «Il Dio che “al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore” ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse».

E conclude: «Che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste…Oggi, qui in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi».

Barcellona, Papa Leone XIV celebra messa nella Sagrada Familia: «Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra»

di Gian Guido Vecchi – Correre della Sera – 10 Giugno 2026

Il pontefice si prepara all’ultima a tappa del suo viaggio spagnolo, le isole Canarie sulla rotta dei migranti dall’Africa

Barcellona –  La croce a quattro bracci al culmine della Torre di Gesù è pensata per proiettare fasci di luce tutt’intorno, «sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta» dice il Papa e la citazione è mirata, Gaudí conosceva bene il prologo del Vangelo di Giovanni e considerava la luce il materiale più prezioso, l’architettura stessa era anzitutto lo sforzo di dare ordine alla luce, come tra le navate della Sagrada Família. 

Per questo Leone XIV richiama le parole di Benedetto XVI, la basilica dell’architetto catalano come «segno visibile del Dio invisibile», e la definisce «una catechesi eloquente fatta di pietre, di colori e di luce», una tradizione che prosegue: «Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione».

Per questo, nella messa celebrata a cento anni dalla morte di Gaudí, prima di benedire all’esterno la Torre più alta appena completata, il Papa non rinuncia a riassumere ciò che aveva spiegato lunedì al Congresso dei deputati di Madrid, una catechesi in forma di omelia per ripetere l’essenziale: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente prima ancora che nasca. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». 

La Sagrada Família è colma di fedeli, fuori dalla chiesa migliaia di persone seguono dai maxischermi, sono arrivati pure il re Felipe VI con la regina Letizia, seduti accanto all’altare. Il Papa si prepara all’ultima tappa del suo viaggio spagnolo, le isole Canarie sulla rotta dei migranti dall’Africa, al mattino ha visitato un carcere e quindi, al santuario di Montserrat, reso omaggio alla Madonna patrona della Catalogna «per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace». 

Prima di andare alla Sagrada Família, ha risposto alle domande di alcuni bambini, nella chiesa di San Augustí, e parlato con loro anche di calcio: «Da ragazzo giocavo in difesa, non ero un grande goleador…Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita».

Nella basilica, «segno di unità e di concordia per tutta la Spagna», Prevost arriva a citare una frase di Gesù riportata da Giovanni: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Parole che «non sono affatto minacce, né un ricatto» ma «un invito di salvezza», dice: «Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi». L’opera di Gaudí è «molto più di un monumento», fa notare: «È ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento». 

Prima della messa, Prevost è sceso a pregare davanti alla tomba dell’architetto. Fuori dalla cripta, una bambina cieca gli ha spiegato la struttura della chiesa attraverso un modello accessibile al tatto. L’elogio del genio che diventerà beato, nelle parole di un Papa, non potrebbe essere più grande: «Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo». 

Al tramonto Leone XIV esce dalla chiesa per benedire dall’esterno la Torre di Gesù Cristo: «Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo».

Il castello di Beaufort

 10 Giugno 2026 

di Roberto de Mattei – Esteri | CR 1954

Pochi conoscevano il nome del castello di Beaufort, nel Libano meridionale, prima che l’esercito dello Stato di Israele ne annunciasse la conquista lo scorso 31 maggio. L’opinione pubblica mondiale ha appreso così l’esistenza di una fortezza crociata che, novecento anni dopo la sua costruzione, continua a rappresentare un significativo baluardo strategico nella guerra in corso in Medio Oriente.

Il castello di Beaufort venne edificato nel 1139 da Folco V d’Angiò, re crociato di Gerusalemme, su una cresta rocciosa a 700 metri di altitudine, per controllare le vie di comunicazione tra la costa fenicia, la Galilea e l’interno della Siria. Esso domina la Valle della Bekaa, tra il Libano e la Siria, che costituiva una frontiera tra il mondo franco e quello musulmano. La sopravvivenza di questo castello nel corso dei secoli ci ricorda innanzitutto che i territori oggi contesi fra Israele e Hezbollah furono terre cristiane. In queste terre visse e versò il suo sangue Nostro Signore Gesù Cristo e da lì si diffuse nel mondo la Chiesa cattolica.

Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, vi rinvenne, tra il 326 e il 328, le reliquie più preziose della Passione e, per suo impulso, sorsero la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Basilica della Natività a Betlemme, che trasformarono la Terra Santa in una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, contribuendo a fissare nella memoria religiosa la geografia dei luoghi evangelici.

Dopo che nel 638 i seguaci di Maometto conquistarono Gerusalemme, i santuari cristiani continuarono a esistere, ma in condizioni sempre più precarie, finché, nell’XI secolo, i Turchi selgiuchidi, dopo aver invaso la Palestina, ne decretarono la distruzione. Le Crociate, nate per liberare i Luoghi Santi occupati dai musulmani, furono la pagina più luminosa del Medioevo cristiano.

 Dopo la riconquista della Città Santa, nel 1099, nacquero il Regno di Gerusalemme e una serie di Stati crociati sotto la sua sovranità. Questo vasto complesso territoriale comprendeva la Contea di Edessa, corrispondente a porzioni dell’attuale Turchia sud-orientale, della Siria settentrionale e dell’Iraq occidentale; il Principato di Antiochia, esteso sull’odierna regione turca di Hatay e sulla Siria nord-occidentale; la Contea di Tripoli, che occupava gran parte della costa dell’attuale Libano; e il Regno di Gerusalemme, che includeva la maggior parte dell’odierno Israele, i territori palestinesi della Cisgiordania, la fascia costiera di Gaza e ampie zone dell’attuale Giordania occidentale e meridionale. 

Nel loro insieme, gli Stati crociati si estendevano dal Mediterraneo fino all’alto corso dell’Eufrate e dai territori dell’odierna Turchia meridionale fino al Golfo di Aqaba sul Mar Rosso.

L’esistenza del castello di Beaufort ci ricorda non solo l’esistenza del Regno crociato di Gerusalemme, ma anche il fatto che questo territorio si formò in seguito a una “guerra santa” promossa dal Beato Urbano II e dai suoi successori, che furono trentaquattro tra la conquista di Gerusalemme del 1099 e la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291, data convenzionalmente assunta come termine dell’epopea crociata.

 Questa epopea vide straordinarie vittorie cristiane, ma anche gravi insuccessi. Quando apparve all’orizzonte il più temibile nemico che i crociati ebbero mai di fronte in quegli anni, il sultano d’Egitto e di Siria Saladino, i capi crociati si lasciarono trasportare dalle lotte interne, dagli intrighi e dall’ambizione e andarono incontro, nel 1187, alla disastrosa sconfitta di Hattin.

Ad Hattin, presso il lago di Tiberiade, i crociati caddero nella trappola abilmente predisposta da Saladino. Per costringere l’armata del Regno di Gerusalemme ad abbandonare la forte posizione di Sephoria, ricca d’acqua e favorevole alla difesa, Saladino attaccò Tiberiade. L’esercito cristiano si mise allora in marcia sotto il caldo estivo, mentre la cavalleria leggera musulmana lo tormentava incessantemente con incursioni e manovre di disturbo, impedendogli di raggiungere le sorgenti e di rifornirsi d’acqua. Quando i crociati giunsero esausti presso Hattin, la battaglia era ormai in gran parte perduta e il loro esercito venne quasi completamente annientato. Nel 1191 cadde anche il castello di Beaufort, ultimo e prestigioso avamposto del sistema difensivo crociato verso l’entroterra siriano.

 La causa più profonda della sconfitta dei crociati non fu soltanto di ordine militare. Essa risiedeva nella perdita di quella purezza d’intenzione e di quella tensione spirituale che erano state all’origine della loro epopea. La tradizione cristiana insegna che Dio non abbandona coloro che confidano in Lui, ma che spesso permette le sconfitte quando gli uomini si allontanano dalla loro vocazione e fanno affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Perciò il vescovo Guglielmo di Tiro, testimone e cronista delle Crociate, scriveva in quel tempo parole che fanno riflettere:

 «Presso di noi sono venuti meno, secondo il lamento del profeta, “il consiglio al saggio, l’istruzione al sacerdote, la visione al profeta” (Geremia, 18, 18b); ora fra noi è così del sacerdote come del popolo (Osea, 4, 9) , in modo che a noi è possibile adattare le parole del profeta, “la testa è tutta piagata, il cuore tutto sfatto; dalla pianta dei piedi alla testa non v’è niente che sia sano in noi” (Isaia, 1, 5b-6). Si è ormai giunti in quei tempi in cui non siamo in grado di tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi; perciò, a causa dei nostri peccati i nemici sono divenuti più forti, e noi, che tanto frequentemente avevamo l’abitudine di riportare con gloria la palma trionfando sui nemici, ora, privati della grazia divina, riportiamo quasi in ogni scontro il risultato peggiore».

Ma la storia ci trasmette anche un altro insegnamento. Chi vuole vincere una guerra deve saper scegliere il terreno sul quale combattere e non lasciarsi trascinare dal nemico nel luogo e nei modi da lui stabiliti. Questo principio vale non soltanto per le battaglie militari, ma anche per gli scontri religiosi, culturali e morali che attraversano ogni epoca della storia umana. Spesso la vittoria appartiene a chi conserva la lucidità necessaria per non abbandonare le proprie posizioni essenziali e per non farsi dettare l’agenda dall’avversario.

In questa prospettiva, il castello di Beaufort diviene il simbolo di quel «castello interiore» che ciascuno è chiamato a custodire. Esso rappresenta la fortezza dell’anima, la fedeltà ai propri princìpi, la vigilanza sulle proprie convinzioni e sulla propria vita spirituale. Difendere questo castello significa esercitare la prudenza, perseverare nel bene e non cedere alle pressioni esterne o alle debolezze interiori. Affidando infine alla Divina Provvidenza l’esito della battaglia, l’uomo compie tutto ciò che è nelle sue possibilità e trova nella fede la forza per resistere e per vincere. 

La guerra fa il record: 65 conflitti nel mondo. È il numero più alto dal 1946

di Chiara Vitali

Le morti per attacchi armati sono state 245mila contando le perdite sia civili che militari Ucraina, Sudan e Gaza i contesti con più vittime Il report conta anche gli scontri tra attori non statali: sono 75

9 giugno 2026 – Avvenire

Nel 2025, 65 conflitti nel mondo: è un record dalla fine della II guerra mondiale

C’è un nuovo record che è stato toccato nel 2025. Macabro. Racconta una normalizzazione della violenza che permea sempre più il nostro tempo. L’anno scorso è stato infatti caratterizzato dal numero più alto di conflitti dalla fine della seconda guerra mondiale: sono stati 65

Lo dice il Conflict Trends, autorevole report annuale pubblicato ieri dal Peace Research Institute Oslo e basato su dati raccolti dall’Uppsala Conflict Data Program. Il dato – 65 conflitti nel mondo – si traduce in un numero molto alto di vittime. L’Istituto ha calcolato le morti direttamente riconducibili a combattimenti, bombardamenti o violenze politiche: sono state 245mila, considerando sia le perdite civili che quelle militari.

 Il 2025 si attesta così come il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda, superato solo dal 1994 (quando avvenne il genocidio in Ruanda) e dal 2021 (con un numero altissimo di vittime legate alla guerra in Etiopia). A causare il numero maggiore di morti civili e militari l’anno scorso sono stati tre contesti: l’invasione russa in Ucraina; la violenza in Sudan e in particolare il massacro di El-Fasher; i bombardamenti israeliani su Gaza.

Il dato in realtà non è esaustivo per avere un’idea dell’impatto complessivo di una guerra su di un territorio: non vengono infatti conteggiate tutte le vittime per eventi secondari rispetto agli attacchi diretti. I morti per fame dovuta al blocco delle importazioni o degli aiuti umanitari, ad esempio; le vittime di malattie non mortali, che lo diventano però quando gli ospedali vengono bombardati o quando raggiungere le strutture sanitarie è troppo pericoloso; o i morti nei campi profughi, dove le persone arrivano come sfollate proprio per scappare da territori di guerra.

La pesantezza dei dati diffusi dal Peace Research Institute Oslo viene bene riassunta da uno dei suoi autori, Siri Aas Rustad: «Di solito riesco a trovare qualcosa di positivo tra i dati, ma quest’anno no – ha commentato – I numeri sono sconvolgenti».

Il documento fa un quadro specifico anche sulle tipologie di conflitto che hanno attraversato il 2025, che solo in alcuni casi vengono classificati come “guerre” vere e proprie, a seconda dell’intensità degli attacchi e del numero di vittime.

Si possono in particolare individuare tre forme di violenza organizzata.  Il primo è quello dei conflitti state-based, dove la forza viene esercitata da almeno un attore statale solitamente per il controllo del potere o del territorio. Possono essere conflitti tra un attore statale e uno non governativo, oppure tra due attori statali.

E si declinano in guerre civili interne a un Paese, contese di confine – come quelle tra India e Pakistan per il Kashmir – guerre che derivano da un’escalation regionale – come i conflitti in Medio Oriente – e quelle di invasione, come l’offensiva russa in Ucraina.

È a tutti questi tipi di violenze che si riferisce il record del 2025. Con una specifica. I 65 conflitti si sono verificati con il coinvolgimento di soli 35 Stati: ciò significa che ci sono alcuni governi coinvolti contemporaneamente su più fronti.

Rimangono poi altri tipi di conflitto che non vengono conteggiati nel numero complessivo di 65. Ci sono quelli definiti non-state conflicts, che avvengono cioè tra gruppi armati che non corrispondono a un governo statale. Questi sono stati 75 nel 2025. La maggior parte si concentra in Africa (34) e in America Latina.

Un esempio sono le azioni di violenza estrema tra cartelli del narcotraffico in Messico. L’ultima tipologia di conflitto è quella del one-side violence: la violenza è esercitata esclusivamente da un attore, statale o non, contro la popolazione civile.

In questo caso, l’aumento di violenza nel 2025 è stata esponenziale: le morti legate a questo tipo di conflitto nel 2024 erano 14mila. Sono state invece 76mila nel 2025. La ragione è soprattutto la violenza in Sudan e in particolare il massacro a El Fasher, la capitale del Nord Darfur, che hanno causato più di 60mila vittime.

Altri conflitti di questo tipo sono le uccisioni di massa in Somalia, la violenza delle gang ad Haiti, la repressione post-elezioni in Tanzania. I dati del report portano con sé una consapevolezza: «L’aumento di violenza fa ormai parte di una tendenza di lungo periodo – si legge nelle conclusioni del documento – e non rappresenta semplicemente un picco temporaneo». L’asticella delle brutalità agite e a volte normalizzate si alza. Sempre di più.

Papa Leone XIV a Madrid: “Il Corpus Domini è un tornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”

Alla Messa presieduta da Papa Leone XIV a Madrid partecipano 1 milione e 200mila fedeli

Di Marco Mancini

Madrid , domenica, 7. giugno, 2026 11:03 (ACI Stampa).

Il secondo giorno del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna – il quarto dall’inizio del pontificato – si apre con la celebrazione della Messa in occasione della Solennità del Corpus Domini.

Il Papa ha raggiunto a bordo della papamobile Plaza Cibeles: qui ha ricevuto dal Sindaco di Madrid, José Luis Martínez-Almeida la chiave d’oro della Città.  “Che Madrid continui a essere una città accogliente e inclusiva, dove la vita sociale si ispiri agli autentici valori umani”, ha scritto Leone XIV firmando il libro d’onore del municipio di Madrid.

Secondo gli organizzatori si sono radunata in Plaza Cibeles e nelle strade limitrofe circa 1 milione e 200mila persone per partecipare alla Messa presieduta dal Papa.

“Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte”, ha detto il Papa aprendo l’omelia.

“Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico – ha sottolineato Leone XIV – è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”.

La processione del Corpus Domini – ha aggiunto Papa Leone –  non è “una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri”.

Con la processione – ha detto ancora il Pontefice – “Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglie, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”.

Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio – ha spiegato – quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo. Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro”. I

Bisogna “ricordare – ha spronato Papa Leone – proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia. Ecco una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi.

Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.

Poi un ammonimento: “l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno”.

“Gesù Eucaristico – ha concluso – è quell’eterna fonte nascosta: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare. Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i  fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. 

La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.

La ‘re-stalinizzazione’ dello zar Putin, imperatore senza ideologia

di Stefano Caprio- Asia News – 7 Giugno 2026

Al declino delle ideologie, il Cremlino risponde col culto della Grande Vittoria. Analogie fra “putinismo” e fascismo, tratti comuni con Hitler. Ma sottolineare le somiglianze rischia di oscurarne le caratteristiche distintive. Esso rifiuta le idee socialiste e ridicolizza la ricerca di uguaglianza. E fa del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.

I tanti tentativi di descrivere le caratteristiche specifiche dell’ideologia di Vladimir Putin e dell’attuale classe dirigente del Cremlino si sono finora rivelati piuttosto infruttuosi, al di là delle suggestioni della “Eurasia” o del “Mondo Russo” ispirate da pseudo-filosofi piuttosto confusi. Il motivo in realtà è semplice: il Cremlino non possiede alcuna vera ideologia, come è risultato evidente anche nei vuoti proclami del Forum economico di San Pietroburgo di questi giorni. In un’epoca di declino delle ideologie, la politica della memoria col culto della Grande Vittoria è diventata il principale strumento di legittimazione del regime, senza elaborazioni di prospettiva. Il concetto di ideologia non fa che complicare la comprensione del putinismo: i russi hanno vissuto nell’ultimo quarto di secolo sotto il giogo dei servizi di sicurezza mafiosi di cui Putin è il principale esponente, in una società profondamente corrotta dove nulla garantisce diritti o libertà “né al poeta né al cittadino”, come afferma la storica Dina Khapaeva del Georgia Institute of Technology.

Prima dell’invasione dell’Ucraina, gli analisti sostenevano che il punto cruciale risiedesse nei “successi oggettivi” del governo di Putin. Affermavano che egli fosse il garante della “stabilità e dell’ordine”, tanto desiderati dai russi dopo i turbolenti anni Novanta, e finché l’oleodotto continuava a funzionare a sufficienza da garantire una parvenza di prosperità, almeno nelle grandi città, questa argomentazione convinceva molti. Ora che la guerra contro l’Ucraina ha causato centinaia di migliaia di vittime sul fronte russo, e gli attacchi dei droni sono diventati così frequenti che Putin non può più organizzare una parata militare senza il permesso di Volodymyr Zelenskyj, è diventato molto meno chiaro il motivo per cui “il popolo tace”.

L’idea che il putinismo sia una forma di fascismo si è diffusa tra i critici di Putin fin dal suo secondo mandato presidenziale, concluso con la guerra in Georgia del 2008. Il politologo americano Aleksandr Motyl, figlio di ucraini fuggiti dalla seconda guerra mondiale, è stato uno dei primi a formulare questa ipotesi; a suo avviso, “iper-nazionalismo, imperialismo e suprematismo” sono tratti comuni alle ideologie di entrambi i regimi di Hitler e Putin.

Lo storico Timothy Snyder di Yale sottolinea piuttosto l’influenza del filosofo filo-fascista Ivan Il’in, emigrato dopo l’instaurazione del regime sovietico, che Putin ama citare nei suoi discorsi e le cui ceneri ha fatto seppellire nuovamente nel monastero Donskoj. Inoltre, molti sostenitori russi del putinismo esprimevano apertamente le loro simpatie per il fascismo fino a quando, naturalmente, la propaganda del Cremlino non ha dichiarato gli ucraini “nazisti”.

Indubbiamente esistono delle analogie tra putinismo (o “ruscismo”, come lo chiamano in Ucraina) e fascismo: il culto della forza e della leadership, il terrore, la nostalgia per il passato e il militarismo. Il desiderio di etichettare il regime di Putin come fascista è comprensibile: è un modo per imporre il riconoscimento della sua criminalità. Tuttavia, non tutti i regimi criminali sono fascisti, e sottolineare eccessivamente le somiglianze con il fascismo oscura le caratteristiche distintive del putinismo. E le evidenti differenze possono persino mettere in dubbio la sua natura criminale.

Paradossalmente, il dibattito sull’equiparazione del putinismo al fascismo è servito da pretesto per la sua normalizzazione. Alla vigilia dell’annessione della Crimea, lo storico americano Stephen F. Cohen espresse indignazione per il paragone tra il regime di Putin e il fascismo, ammonendo l’opinione pubblica occidentale con l’idea che “demonizzando” Putin e definendolo un nuovo Hitler, i critici del putinismo stessero spingendo il mondo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda e di una catastrofe nucleare. Inserendo il putinismo nell’ampio spettro del neoliberismo, la politologa francese Marlene Laruelle della Georgetown University ritiene che questo regime non debba essere considerato fascista, né tantomeno un regime dominato dall’estrema destra; a suo avviso non si tratta di un mostro isolato, ma di uno dei tanti regimi di orientamento conservatore, oggi sempre più diffusi nel mondo. Oltre agli aspetti negativi del putinismo, Laruelle sottolinea quelli percepiti positivamente dalla sinistra occidentale, come ad esempio il rifiuto della “subordinazione geopolitica agli Stati Uniti”, il rifiuto della “egemonia occidentale” e l’opposizione al “neoliberalismo economico”. Nella sua interpretazione, il regime di Putin è diventato “post-liberale”, poiché, a suo dire, la Russia “ha imparato in prima persona i limiti del liberalismo”. Seguendo le opinioni del grande politologo russo Gleb Pavlovskij, la Laruelle paragona il putinismo a “un’orchestra jazz, con vari strumenti”, anche se sarebbe molto più appropriato paragonarlo ad altri “musicisti”, ovvero i wagneriani.

In effetti, il putinismo si differenzia dal fascismo. Il fascismo, e in particolare il nazionalsocialismo, conteneva elementi di socialismo, sebbene solo per la “razza ariana”. Il putinismo rifiuta tutte le idee socialiste e, nonostante il suo populismo, ridicolizza apertamente la ricerca dell’uguaglianza. Inoltre, la maggior parte dei fascisti era atea, e sebbene Mussolini mantenesse rapporti con la Chiesa cattolica romana, il messianismo religioso era estraneo sia all’Italia fascista che al Reich nazista, mentre il putinismo ha fatto del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.

Il dibattito sulla natura fascista del putinismo ha ulteriormente rafforzato la convinzione dei ricercatori che esso possieda un’ideologia, sebbene non fascista, ma diversa, e molti hanno iniziato a tentare di descriverne le caratteristiche. Le ideologie del XX secolo rappresentavano un sistema di prescrizioni astratte, la cui attuazione avrebbe dovuto portare alla costruzione di un “futuro migliore”: il comunismo mondiale o un Reich millenario. Essi cercarono di applicare queste prescrizioni su scala globale, il che, agli occhi dei loro seguaci, giustificava il diritto di questi regimi al dominio mondiale, sotto forma di dominio della razza ariana o di rivoluzione mondiale. L’attenzione al futuro era una caratteristica importante di queste ideologie del passato, mentre il Cremlino in realtà non ha alcun progetto per il futuro, se non un ritorno al passato storico della Russia, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale o persino al Medioevo.

Come osserva giustamente Nikita Savin, giovane politologo della Scuola Superiore di economia di Mosca, Putin e i propagandisti del Cremlino manipolano i frammenti di vari sistemi ideologici per adattarli alle esigenze del momento, e li scartano senza esitazione in qualsiasi altro momento. La contraddizione e l’incoerenza caotica sono caratteristiche intrinseche della propaganda di Putin, oggi molto imitate da Donald Trump; in linea con il post-modernismo, propagandisti come il consigliere del presidente Vladimir Medinskij dichiarano senza mezzi termini che non esiste oggettività nella storia, il che conferisce loro completa libertà di distorcere sia il passato che il presente. Il Cremlino opera di fatto secondo il principio che più contraddizioni ci sono, più facile è manipolare le persone, e quando si rivolge ai suoi concittadini, il governo impiega sistematicamente tattiche di guerra ibrida, che poi esporta in tutti gli altri Paesi. A differenza del comunismo o del fascismo, il putinismo non offre una spiegazione olistica del mondo, nessuna “chiave d’oro” per svelare tutti i misteri dell’universo. Per quanto riguarda il dominio globale, sebbene la frase sulla “storia millenaria della Russia” sia inclusa nella costituzione russa, quattro anni di guerra catastrofica contro l’Ucraina non hanno fatto progredire in modo significativo la risposta alla domanda su come il Cremlino possa creare una nuova visione dell’ordine mondiale.

Il celebre storico del fascismo Robin Griffin ritiene che il fascismo, come il comunismo, si sia presentato come un movimento rivoluzionario. Il Cremlino invece teme le rivoluzioni come la peste, ed è questo il vero motivo per cui non può smettere di fare guerra, se non in Ucraina, magari nei Baltici, nel Caucaso e in Asia centrale, le costole separate dell’ex-impero sovietico. Il culto della guerra, che esaltava Stalin come comandante in capo vittorioso, ha definito la tendenza principale della politica della memoria di Putin: la re-stalinizzazione. Il mito stalinista della guerra è stato e rimane la sua “anima viva”, con il ricordo dell’eroico sacrificio nella lotta contro il nazismo e la liberazione del mondo intero dalla “peste bruna”, e ora il successore di Stalin ha il diritto esclusivo di ridisegnare la mappa dell’Europa, dell’Asia e del mondo intero a proprio piacimento.

Il Papa in dialogo con mezzo milione di giovani a Madrid: «Potete cambiare il mondo»

di Giacomo Gambassi, inviato a Madrid – 6 giugno 2026

La veglia di preghiera chiude la prima giornata del viaggio di Leone XIV in Spagna. Record di presenze come a una Gmg. «Siate scintilla di una nuova umanità e missionari del Vangelo». La gioia nel volto del Papa, il tono energico, le parole a braccio. L’adorazione eucaristica in silenzio nella metropoli della movida

Sull’aereo papale che lo portava in Spagna aveva scherzato con i giornalisti: «Vogliono vedere Bad Bunny o il Papa?». Il soggetto della frase di Leone XIV erano i giovani e il riferimento era all’afflusso massiccio di ragazzi a Madrid, prima tappa della visita del Papa in terra iberica. E il Pontefice aveva aggiunto: «Penso che alcuni siano qui anche per il Papa. Perché sono alla ricerca di un quid in più. Si rendono conto che c’è un vuoto. E forse la mia visita può aiutare a risvegliare qualcosa in loro». 

Saranno, alla fine, in 500mila quelli che riempiono i viali intorno allo stadio Bernabéu nella serata di oggi. Insieme per ascoltare il Papa e pregare con lui di fronte all’impianto sportivo del Real Madrid in una sorta di Gmg.

Leone XIV attraversa il popolo “giovane” in papamobile scoperta. Centinaia di metri fra due ali di folla lungo i viali in attesa da ore. In mezzo anche famiglie con i figli di tutte le età. Testimonianza di una Spagna che ancora vuole essere cristiana. Ha il volto radioso il Papa. Segno della vicinanza che percepisce, ma anche dell’attenzione che lui vuole riservare ai giovani. 

Sotto il palco si immerge fra di loro. Talare bianca strapazzata, ma le sue mani si allungano verso i ragazzi e ascolta confidenze e parole di chi lo attende da ore. «Siamo la gioventù del Papa», è il ritornello che viene scandito a lungo mentre Leone XIV sale sul palco preceduto dalla croce che alla fine firmerà con un pennarello. La musica accompagna il suo arrivo. 

Leone XIV risponde a sei domande. «Siate missionari del Vangelo di fronte alla povertà materiale e spirituale del nostro tempo, ben consapevoli che la fede è uno stile di vita che si compie nella carità», è una delle consegne. E l’altra: dare «direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro». Da qui l’invito: «Di fronte al vuoto dell’indifferenza e del conformismo, di fronte alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di una nuova umanità». In tutto il «mondo, compreso quello digitale».

E alle nuove generazioni assicura: «Siamo liberi in Cristo. Egli ci ha liberati con il suo amore. Grazie a questo amore, siamo sempre liberi da ogni coercizione e inganno. Siamo liberi dalle mode passeggere perché siamo discepoli della verità; siamo aperti al futuro perché sappiamo che la morte non ci attende». Del resto, tiene a precisare, «i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, mai prigionieri del tempo che passa». 

La voce del Papa è di particolare vigore. E si capisce che si sente a suo agio, complice anche la lingua. Più volte parla a braccio. «Potete cambiare il mondo», dice. E si lascia trascinare dall’entusiasmo. Applaude ai canti. Ma avverte: «Siate umani! Non mere apparenze, ma volti autentici. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come di pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta perché fanno volentieri per gli altri ciò che vorrebbero che gli altri facessero per loro. Siate umani come Cristo». 

Ai ragazzi il Papa indica il «matrimonio come vocazione» e poi la via del «silenzio» per trovare Dio. «Liberandoci dal clamore di mille voci, riconosciamo che alcune ingannano i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, e altre ancora parlano per interesse personale. Nel silenzio, comprendiamo che le ideologie svaniscono, mentre la verità rimane».

 E propone come esempio concreto «l’adorazione eucaristica», come quella al centro dell’appuntamento, che «è proprio il luogo giusto per tacere, per liberare i nostri cuori». Infatti dopo il dialogo è il momento del raccoglimento nel cuore della metropoli della movida. Tutti in ginocchio e in silenzio davanti al Santissimo Sacramento sull’altare dove compare anche il motto della visita: “Alzate lo sguardo”.

Come era accaduto a Tor Vergata nella veglia del Giubileo dei giovani, lo scorso agosto, di fronte a due milioni di ragazzi. Il Papa con lo sguardo abbassato nell’inginocchiatoio. I volti dei ragazzi commossi o con gli occhi chiusi. In mano la corona del rosario o una piccola croce. Dopo la conclusione i fuochi di artificio.

Ai giovani di Madrid il Papa si racconta: dice che san Tommaso da Villanova, frate agostiniano e poi vescovo di Valencia, «mi ha incoraggiato nei momenti di prova» con la «sua ardente carità»; cita san Giovanni Crisostomo che lo ha «particolarmente colpito» per le «splendide catechesi» e per il «coraggio nel parlare davanti all’Imperatore dicendo sempre la verità»; ripercorre l’esperienza da missionario e vescovo in Perù, «l’incontro con le ferite e le gioie della gente» che hanno contribuito «a farmi crescere nel cammino di sequela di Gesù» sperimentando che «la parola del Signore porta pace dove c’è conflitto e diventa, per tutti, fonte di riconciliazione e di giustizia».

CORPUS DOMINI

I tanti miracoli eucaristici aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza.

Santo del giorno 07_06_2026 Ermes Dovico -La Nuova Bussola

«Come avete fatto a estrarre da una persona un pezzo di cuore vivente?», è la domanda che pose nel 2005 Frederick Zugibe (1928-2013), esperto di medicina legale e docente alla Columbia University, dopo aver analizzato un frammento di Ostia consacrata, che nel 1996 si era tramutata in carne sanguinante nella parrocchia di Santa Maria, a Buenos Aires. Il professor Zugibe aveva ricevuto un campione della Sacra Particola, ma senza che gli fosse rivelato di cosa si trattasse. Ad anni di distanza le analisi, condotte in precedenza da altri scienziati e sempre con gli stessi esiti, mostravano che quel campione era in tutto e per tutto un frammento vitale di cuore umano. In particolare si manifestava la presenza di globuli bianchi intatti e gruppo sanguigno AB, lo stesso riscontrato dalle ricognizioni (l’ultima delle quali svolta negli anni Settanta del XX secolo) sulle reliquie del miracolo eucaristico di Lanciano, avvenuto nell’VIII secolo.

Questi fatti aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza. Sono proprio le parole solenni di Nostro Signore, scolpite in tutti e quattro i Vangeli e trasmesse pure da san Paolo (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20; Gv 6, 53-58; 1 Cor 11, 23-29), a non lasciare dubbi sulla sua presenza reale nell’Eucaristia. A questo miracolo, che attualizza il sacrificio di Cristo ogni volta che viene celebrata una Messa, la Chiesa ha dato il nome di transustanziazione, per esprimere quanto avviene all’atto della consacrazione: le specie del pane e del vino, pur mantenendo inalterate le loro caratteristiche sensibili, si convertono interamente nel Corpo e Sangue di Gesù.

La solennità del Corpus Domini fu celebrata per la prima volta nel 1247 nella diocesi di Liegi. Alla sua origine vi furono le esortazioni di santa Giuliana di Cornillon (c. 1192-1258), una monaca agostiniana che intorno ai 16 anni ebbe una prima visione, poi ripetutasi altre volte, mentre adorava il Santissimo Sacramento. Giuliana vide una luna nel suo pieno splendore, simboleggiante la Chiesa pellegrina sulla terra, attraversata da una striscia scura, a indicare la mancanza di una festa. Come le spiegò poi lo stesso Gesù, la festa sarebbe servita per accrescere la fede e riparare le offese al Santissimo Sacramento. Per diversi anni la santa non parlò a nessuno di queste rivelazioni. Si decise poi a rivolgersi ad alcuni dei maggiori teologi ed ecclesiastici dell’epoca (tra cui l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro Urbano IV), esortandoli a istituire la festa, come farà per primo il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte.

Nel 1263 avvenne il celebre miracolo eucaristico di Bolsena. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, giunse in pellegrinaggio in Italia perché assalito dai dubbi sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Questi dubbi svanirono solo dopo che ebbe celebrato Messa nella chiesa di Santa Cristina, a Bolsena: qui, al momento della consacrazione, l’Ostia iniziò a sanguinare sul corporale. Urbano IV, che si trovava nella vicina Orvieto, fece subito verificare l’accaduto. L’anno successivo lo stesso pontefice incaricò san Tommaso d’Aquino di scrivere l’ufficio liturgico del Corpus Domini, dando al Doctor Angelicus l’occasione di comporre sublimi inni eucaristici, come l’Adoro Te devote, il Pange Lingua, il Sacris Solemniis e il Verbum supernum prodiens. Inoltre, con la bolla Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264), estese la solennità a tutta la Chiesa, fissandola al primo giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste. In Italia, nel 1977, la Cei ne ha spostato la celebrazione alla domenica seguente.

Così scrisse Urbano IV nella bolla: «Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che almeno una volta l’anno se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è pre

Papa Leone in Spagna, sarà lui a inaugurare la Sagrada Familia appena terminata. Perché è un viaggio «difficile» (e perché per Prevost l’Europa può essere un modello)

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Giugno 2026

Il Papa incontrerà oggi i Reali di Spagna, lunedì sarà il primo pontefice a rivolgersi al Congresso. E il 10 inaugurerà la Torre di Cristo che porterà a compimento l’opera geniale di Gaudì

La Sagrada Família (sopra, nella foto) è il capolavoro dell’architetto Antoni Gaudí (Reus, 25 giugno 1852-Barcellona, 10 giugno 1926), il massimo esponente del modernismo catalano. La costruzione della basilica iniziò nel 1882 sotto il regno...

CITTÀ DEL VATICANO – Barcellona, 7 giugno 1926, poco dopo le sei del pomeriggio. Un uomo è stato appena investito dal tram numero 30 mentre attraversava, con passo stanco e incerto, la Gran Via de les Corts Catalanes. È ridotto male, una guarda civile ferma una macchina, lo portano al pronto soccorso e riesce appena ad articolare un nome che non viene compreso, l’annotazione sul registro riporta un assurdo «Antònia Samdi», del paziente 1121 non vengono trascritti altri dati e del resto è un uomo anziano, senza documenti, ha la barba lunga e bianca ed è vestito poveramente, i pantaloni sformati tenuti su con spille da balia, le scarpe logore, dev’essere un clochard: lo portano all’ospedale dei poveri, la Santa Croce, dove morirà di lì a tre giorni.

La notte dell’incidente, un fratello laico che lavorava come infermiere aveva guardato perplesso i due uomini che lo cercavano da ore, «se Antoni Gaudí fosse qui, lo saprebbero tutti». L’architetto della Sagrada Familia era già in agonia, «Dio mio, Dio mio», mormorava nei momenti di lucidità, da cinque mesi viveva in una stanzetta ricavata nel cantiere dell’opera di tutta una vita. Sapeva di non poter vivere abbastanza a lungo da vederla finita ma non poteva immaginare che sarebbe stato un Papa, il 10 giugno 2026, a cento anni esatti dalla sua morte, a inaugurare la torre di Gesù Cristo che porta a compimento la più celebre e straordinaria delle chiese contemporanee, il capolavoro destinato a fare di Antoni Gaudí i Cornet il primo beato, e più oltre santo, nella storia dell’architettura: è stato dichiarato Venerabile il 14 aprile 2025 e alle Cause dei Santi è in corso l’esame di un presunto miracolo ottenuto per la sua intercessione, l’ultimo passo prima della beatificazione.

Il Papa in aereo: «Ai Mondiali tiferò Stati Uniti»

Leone XIV arriva oggi in Spagna, sette giorni e duemilacinquecento chilometri di viaggio tra Madrid, Barcellona e le Canarie, come un ritorno del Papa nella Vecchia Europa. Francesco prediligeva le periferie, a Strasburgo precisò che visitava le situazioni europee e non la Francia, anche le visite a Marsiglia e in Corsica erano motivate da eventi particolari. A bordo dell’aereo Ita che lo porta a Madrid, Leone, parlando con i giornalisti ha annunciato: «Farò sicuramente il tifo per gli Usa ai Mondiali di calcio ma non so quante partite avrò modo di vedere». C’è anche spazio per una battuta sul Clásico del calcio, Real Madrid- Barcellona: «È semplice… Il Papa tifa per tutte le squadre, ma Prevost tifa per il Real Madrid!»

Quale messaggio sente di rivolgere a Putin, che ha rifiutato l’incontro con Zelensky? 

«Il messaggio dell’enciclica: promuovere i negoziati che almeno si stavano facendo. Veramente bisogna spingere per arrivare a una conclusione della violenza e della guerra, e trovare una soluzione. Troppe vite ormai stanno morendo». Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo, saluta ciascuno e risponde a qualche domanda. «Sono preoccupato per l’Ucraina. Ogni volta la situazione peggiora. Adesso anche negli Stati Uniti alcuni vogliono dare il loro appoggio. Sono già quattro anni e mezzo. Occorre trovare una soluzione». 

Prevost torna anche a parlare di Iran, gli ricordano che il vicepresidente Usa J.D. Vance ha sostenuto si tratti di una guerra giusta e il Papa replica tranquillo: «Credo sia stato già dichiarato con molta chiarezza: viene meno, lì, una guerra giusta… Il problema è che la teoria della guerra giusta viene da secoli passati, non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi. È tutto come dico nell’enciclica…».

Un giornalista americano gli chiede dell’aumento delle conversioni negli Stati Uniti: «Sono molto soddisfatto delle notizie che mi giungono. I giovani che sono alla ricerca di qualcosa di più, essendo cresciuti in molti casi senza, per così dire, una dimensione spirituale nella loro vita, si rendono conto che c’è un vuoto e una mancanza di senso, e forse la mia visita contribuisce a risvegliare ancora di più qualcosa che loro stessi non sanno bene come definire».

Quindi sorride ironico, citando un celebre rapper: «Se si trovassero di fronte alla domanda: vogliono vedere Bad Bunny o vogliono vedere il Papa, penso che molti andrebbero a vedere Bad Bunny. Ma penso che ci saranno anche alcuni qui per vedere il Papa. E questo la dice lunga, sapete». 

Ora invece Prevost, dopo la Spagna, andrà a fine settembre pure in Francia, tra Parigi e Lourdes: un riconoscimento del ruolo che il Vecchio Continente, e i Paesi di antica tradizione cristiana, possono avere in un mondo ridotto alla legge del più forte. Mentre altrove multipolarismo e democrazie sono in crisi, l’Unione europea può essere un modello, se non dimentica la propria storia.

Di recente Leone ha citato l’opera di Cirillo e Metodio, santi del IX secolo e compatroni d’Europa, invocando «la costruzione di una nuova unità del continente europeo, per superare tensioni, divisioni e antagonismi – religiosi e politici».

Certo il clima politico in Spagna non è dei più favorevoli ai discorsi unitari, tra le inchieste sui socialisti del premier Sánchez, gli scontri all’arma bianca con i popolari e i risentimenti che si avvertono contro la stessa Chiesa, polemiche mai sopite sugli abusi pedofili, vecchie pulsioni anticlericali all’estrema sinistra e il risentimento all’estrema destra per l’impegno in favore dei migranti: la tappa finale alle Canarie era l’ultimo viaggio immaginato da Francesco, l’ultima stazione della via Crucis da Lampedusa a Lesbo, Cipro, Malta, le isole dei disperati che cercano di raggiungere l’Europa, tanto che Leone chiuderà il cerchio tornando a Lampedusa il 4 luglio.

Oggi Leone incontrerà a Madrid i reali e la società civile, lunedì sarà il primo Papa a rivolgersi al Congresso dei deputati. Non sarà un viaggio facile, la già «cattolicissima» Spagna è divenuto un Paese sempre più scristianizzato, un’epitome dell’Europa. Per questo la celebrazione alla Sagrada Família di Barcellona racchiude il senso più profondo del viaggio di Leone, il Papa che si è proposto di «sparire perché rimanga Cristo». 

Gaudí aveva appena trentun anni quando nel 1883 gli fu affidato il progetto, dal 1914 non si dedicò ad altro. Negli ultimi otto mesi, dal novembre 1925, si era trasferito nel cantiere: viveva in una stanzetta con un letto, ricavata da un tramezzo e occupata dai modelli in gesso e le piantine che occupavano anche il resto del laboratorio.

Ogni mattina, racconta Armand Puig i Tàrrech nella più accurata delle biografie («Antoni Gaudí. Vita e opere», San Paolo), assisteva a due messe, faceva la comunione e pregava prima di cominciare il lavoro quotidiano, «la vita è amore e l’amore è sacrificio». Aveva grande fede nella Provvidenza, la sua chiesa avrebbe richiesto tutto il tempo necessario: «Il padrone di quest’opera non ha fretta».

Lo studioso russo Vasily Kashin: «Mosca e Kiev, ormai è pareggio. Questa crisi potrebbe durare ancora per anni»

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 6 Giunbgo 2026

Il «falco» vicino al Cremlino e il suo pamphlet che ha fatto discutere: «La prosa di ferro della realtà». «Non è nel nostro interesse sprecare risorse industriali e tecnologiche per conquistare piccoli villaggi ucraini, perseguendo obiettivi immaginari»

«Lei conosce il villaggio di Malaya Tolmachka? Ecco, io credo che l’Operazione militare speciale sia un elemento del confronto più ampio con l’Europa, e in misura minore con gli Stati Uniti, il cui esito dipende soprattutto dalla ristrutturazione della nostra industria e della sua base tecnologica, dai cambiamenti nella politica economica e dalla creazione di forze armate più moderne. Proprio per questo, non è nel nostro interesse sprecare all’infinito queste risorse nei pressi di un piccolo villaggio ucraino, perseguendo obiettivi immaginari». 

Sono quasi due settimane che la comunità russa degli esperti militari e dei blogger Z è in subbuglio e si è divisa sulle sorti della guerra in Ucraina. A scatenare il dibattito è stato un lungo articolo di Vasily Kashin, direttore del Centro di studi europei e internazionali della Scuola Superiore di Economia, intitolato «La prosa di ferro della realtà», e pubblicato su La Russia nella politica globale, una rivista finanziata dal governo, in pratica la Bibbia dei falchi di guerra. 

Non è certo una colomba, Kashin, che persino tutti i media putiniani definiscono come «uno dei più noti ed autorevoli studiosi russi in materia militare», anzi. Ma nell’inaugurare quello che lui stesso chiama «un nuovo realismo», afferma in buona sostanza che «nella fase attuale, l’obiettivo di “eliminare il regime antirusso” in Ucraina è di fatto irraggiungibile», e che lo scenario più probabile è quello di un pareggio.

 Abbiamo capito bene, professor Kashin? 
«A mio avviso, è ora di renderci conto che tenendo conto degli aiuti occidentali ricevuti, sia in termini di equipaggiamento che di denaro, le capacità ucraine sono all’incirca pari al bilancio militare russo e superano le spese russe direttamente destinate all’Operazione militare speciale». 

Ma il rapporto delle risorse umane è di cinque a uno a favore della Russia. «Certo, l’Ucraina ha una popolazione inferiore. Ma sta attuando una mobilitazione generale, mentre il mio Paese ha mobilitato solo altre trecentomila persone, nel settembre del 2022. Dal punto di vista delle risorse umane, le capacità delle parti sono comparabili». 

E a livello di armamenti? 
«La Russia conserva la sua superiorità in termini di potenza di fuoco e capacità di difesa aerea, ma l’Ucraina, grazie all’accesso al potenziale occidentale, ha un vantaggio in settori importanti come l’intelligence tattica e le comunicazioni. Nell’uso dei droni, arma chiave di questa guerra, sono entrambe alla pari». 

Quali sono le conseguenze di questo equilibrio? 
«Per la Russia è tecnicamente impossibile una completa occupazione militare dell’intero Paese, e lo sarà ancora per un lungo periodo. Chi lo indica come un obiettivo reale, si sbaglia. Non è realizzabile nell’ambito dell’Operazione militare speciale, e non dovrebbe essere neppure menzionato. Lo stesso vale per un eventuale cambio di regime. Proprio l’esperienza dell’attacco americano all’Iran dimostra che la distruzione della leadership di un Paese, che in precedenza aveva predisposto un sistema di controllo di riserva, potrebbe non portare a risultati strategici positivi». 

E se il fronte dovesse crollare? 
«Cambierebbe ben poco. La Russia non dispone delle capacità necessarie per controllare e gestire in modo sostenibile tali territori, caratterizzati da un’economia in rovina e da una popolazione estremamente ostile». 

La sostanziale parità di forze a cosa può portare? 
«Il risultato più evidente è un rallentamento dell’avanzata russa. Malgrado singole dichiarazioni in Occidente, il territorio controllato dalla Russia cresce ogni mese che passa. Ma i ritmi di crescita si sono notevolmente abbassati. Questa crisi di posizione potrebbe continuare per alcuni anni, e questo avrà il suo prezzo per la Russia, per l’Ucraina e per l’Europa». 

Teme un allargamento del conflitto? 
«In caso di fine della guerra in Ucraina, farei fatica a immaginare azioni belliche in Europa o viceversa. Il conflitto attuale ha inculcato una profonda consapevolezza, da tutte le sue parti, dei rischi e del grado di determinazione dell’avversario, e inoltre ha drasticamente trasformato le società da ambo i lati della nuova cortina di ferro». 

Se fosse interpellato, cosa direbbe a Vladimir Putin? 
«Nell’articolo si parla dell’importanza della rapida stipulazione di un accordo sul cessate il fuoco in conformità alle intese raggiunte ad Anchorage. Putin è colui che ha pattuito queste intese con il presidente Trump. È difficile che abbia bisogno di consigli». 

Quale è lo sviluppo più probabile di questa guerra? 
«L’Ucraina continuerà a tenere il fronte ancora per diversi anni. Finora non sono state trovate soluzioni né tattiche né tecniche che ci diano la possibilità di tornare a una normale guerra di trincea, dove forse la Russia potrebbe prevalere. Quindi non abbiamo motivi di aspettarci, nel prossimo futuro, il superamento di questo stallo posizionale». 

Pagina 13 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy