L’Unione Europea e i media “griffati” invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L’ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall’Agenzia Stampa AGI con l’articolo del 28 maggio u.s. con l’articolo intitolato Giovanna d’Arco, la prima femminista della Storia.
Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d’Arc, sotto la Rivoluzione francese.
Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date.
La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d’Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio.
La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d’Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c’erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell’Epifania, ma la cronologia è incerta), c’erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all’interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent’anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453.
Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l’Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell’immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l’analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa:
«Gesù, Maria! Re d’Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. Re d’Inghilterra, se così non fate, io sono condottiero e in qualunque luogo attenderò in Francia le vostre genti, volenti o nolenti le caccerò via. E se non vogliono obbedire, tutte le farò uccidere; sono qui inviata da parte di Dio, Re del cielo, corpo a corpo, per espellervi da tutta quanta Francia. E se vogliono obbedire saranno nelle mie grazie. E non pensate altrimenti, perché non otterrete il regno di Francia da Dio, il Re del cielo, figlio di Santa Maria, ma l’avrà re Carlo, il vero erede, perché Dio, il Re del cielo, lo vuole […]» (AA.VV., Storia dei Santi e della santità cristiana, a cura di André Vauchez, Università di Parigi X – Nanterre, vol. VII, p. 145).
Jeanne, la cui vita, consumatasi in 19 anni, fu un mistero di ineffabile gioia e di inesplicabile dolore, era la minore dei cinque figli di Jacques d’Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini. Nell’estate del 1425, all’età di 13 anni, nel giardino di casa, sente una voce… è quella di san Michele Arcangelo, che le dice di far sua la causa della Francia. Udrà la voce ancora molte volte e ad essa si uniranno quelle delle vergini e martiri santa Margherita D’Antiochia (275- 290) e di santa Caterina d’Alessandria (287-305). L’incalzante invito era accompagnato a quello di far consacrare Carlo di Valois (1403-1461) quale re di Francia. Ma come era possibile? Giovanna fece resistenza: era una semplice ragazza adolescente, come avrebbe potuto ottemperare a quella richiesta? Ma il Signore rende possibile l’umanamente impossibile.
Domrémy si trovava ai confini del regno, nella valle della Mosa che divideva la Francia dall’Impero Romano-Germanico. Gli Anglo-Borgognoni nel 1428 si impadronirono di tutte le piazze della Mosa rimaste fedeli al Delfino di Francia: Domrémy fu devastata; ciò decise il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt (ca. 1400-1454), che in un primo tempo aveva considerato Jeanne d’Arc una pazza, di inviarla alla missione da lei richiesta: salvare Orléans; far consacrare il Re; cacciare gli Inglesi dalla Francia; liberare il duca d’Orléans.
Jeanne, che aveva fatto voto di verginità per amore di Gesù Cristo, indossati abiti maschili e tagliati i capelli, non per farsi maschio e rivaleggiare con i maschi, ma per nascondere prudenzialmente il più possibile la sua identità femminile per non essere oggetto di interesse in mezzo a tutti quegli uomini, venne armata di tutto punto e sul suo stendardo venne dipinto Cristo Re, affiancato da due angeli, con le parole «Jesus-Maria». Nessuna spada in mano, dunque (come invece certe letture femministe farneticano), ma sempre e solo il vessillo di Fede.
Il nome di Gesù comparirà sempre nell’intestazione delle sue lettere, sul suo anello e morirà pronunciandolo più volte a gran voce. La Pulzella si unì ad un esercito d’appoggio che proteggeva un convoglio di approvvigionamento e riuscì ad arrivare ad Orléans dalla riva sinistra. L’8 maggio 1429 gli inglesi assedianti furono sconfitti. Da qui si susseguirono una battaglia dopo l’altra e in queste circostanze il coraggio soprannaturale della giovane santa ricorda la tempra dei condottieri dell’antico Testamento, garantiti dal Dominus Deus sabaoth (Signore Dio degli eserciti).
Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII venne incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacrò eroina inviata dal Cielo: la gente voleva toccare i suoi abiti, il suo cavallo, l’avvicinavano per conoscere il futuro, per richiedere grazie e guarigioni…
Jeanne d’Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell’esercito regio; ma gli storici oggettivi concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia. Tuttavia le truppe inglesi la fecero prigioniera a Compiègne il 23 maggio 1430. Dopo due giorni dalla cattura, l’Università di Parigi chiese che l’Inquisizione la giudicasse come una strega. Questa soluzione piacque molto al duca di Bedford in quanto gli consentiva di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali.
Il 9 gennaio 1431 il vescovo Pierre Cauchon (1371-1442) aprì il processo presso Rouen nel castello di Le Bouvreuil, fortezza di Richard Beauchamp (1382-1439) che, conte di Warwich e governatore della città dal 1427, aveva precise consegne dal sovrano Enrico VI (1421-1471). Fra gli assessori convocati, sei provenivano dall’Università di Parigi, inoltre erano presenti circa sessanta prelati ed avvocati ecclesiastici, fra cui il Vescovo di Norwich e, al di sopra del Collegio Giudicante, il Cardinale di Winchester, Henry Beaufort (ca. 1374-1447), prozio e cancelliere di Enrico VI.
L’iniquo processo durò dal 20 febbraio al 24 marzo 1431. L’imputata era accusata di idolatria, scisma e apostasia. Durante il processo le venne chiesto se era in grazia di Dio ed ella rispose: «Se non ci sono, voglia Dio mettermici, e se ci sono voglia Dio tenermici». I suoi interrogatori furono un capolavoro di determinazione e perseveranza nella sola fede cattolica. Fu abbandonata al braccio secolare. Il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa viva sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen. Morì contemplando una grande croce astile che frate Isembard de la Pierre aveva portato per lei.
Nel 1456 fu solennemente proclamata la sua riabilitazione; sarà beatificata da san Pio X (1835-1914) nel 1910 e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV (1854-1922). Una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinale Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nel tragico e infausto processo.
La martire francese resta personalità unica e straordinaria e rivela tangibilmente la potente presenza di Dio nella Storia; così come la sua limpida testimonianza dimostra gli errori che gli uomini di Chiesa possono commettere, ma come la verità della Sposa di Cristo emerga comunque e sempre.
Jeanne d’Arc tese all’Imitatio Christi attraverso la fede salda, la carità immensa, la volontà indefettibile, l’umiltà, la purezza, l’oblio di sé, accettando la sofferenza e la morte come sacrificio supremo per amore. Da bambina saliva al romitorio di Notre-Dame di Bermont e nel mese mariano offriva dolcemente alla Vergine Santissima corone di fiori. Nel maggio del 1431 donò la palma del martirio a «Jesus-Maria»: come per la clarissa santa Colette di Corbie (1381-1447), che probabilmente aveva incontrato a Moulins nel 1430, anche per Jeannette, così allora amabilmente chiamata, il Redentore e la Corredentrice sono eternamente inscindibili.
Non si può chiudere il mese di maggio senza ricordare ancora una volta le apparizioni di Fatima.
Il messaggio di Fatima non è contenuto solo nei tre segreti che il 13 luglio 1917 la Madonna rivelò a Lucia, Giacinta e Francesco. Il Messaggio comprende molte altre cose, tra le quali le preghiere che la Beatissima Vergine in persona insegnò ai tre pastorelli. Una di queste preghiere accompagna ogni giorno la recita del Santo Rosario. E’ quella che dice: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia».
Le parole di questa preghiera, o giaculatoria, perché può essere rivolta a Dio in qualsiasi momento della giornata, compendiano un insegnamento teologico e pastorale dal quale dovrebbe trarre ispirazione ogni vescovo e sacerdote del mondo, a cominciare dal supremo Pastore della Chiesa, che è il Romano Pontefice. È, infatti, la Madonna stessa che insegna ai tre pastorelli come rivolgersi al Signore e le sue parole sono dirette all’umanità intera per salvarla dai pericoli che incombono su di essa. La Vergine Maria manifesta così, ancora una volta, il suo ruolo di Mediatrice universale di tutte le grazie. Una Mediatrice che non offusca il ruolo primario del Mediatore supremo, che è Gesù Cristo, ma che anzi, ci mostra come unirci più profondamente a Lui. La giaculatoria di Fatima si apre proprio con il nome di Gesù, l’unico Salvatore dell’umanità. Come dice il Vangelo, «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome sotto il cielo dato agli uomini, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti 4,12).
All’ invocazione «Gesù mio», seguono nella preghiera, tre specifiche richieste.
La prima che viene rivolta al Signore, dice: «Perdonateci le nostre colpe».Due sole parole con le quali Maria SS.ma ricorda che esistono colpe, da cui nessun uomo è esente. Queste colpe sono i peccati, la violazione della legge divina, che affonda le sue radici nel peccato originale. Quando l’uomo cade nel peccato, non è in grado di riscattarsi con le proprie forze, non può autogiustificarsi, ma ha bisogno di essere perdonato. Non ci può essere perdono, però, senza il pentimento. Il pentimento, a sua volta, comporta la consapevolezza di avere meritato il castigo divino, per avere offeso Dio, degno di essere amato sopra ogni cosa.
La necessità del pentimento nasce anche dal timore dell’inferno. È questa la seconda richiesta:«Preservateci dal fuoco dell’inferno». Se l’uomo muore senza essersi pentito e senza aver ricevuto il perdono, cade nell’inferno. L’inferno non è uno stato spirituale dell’anima, ma è il luogo riservato a chi, sino alla fine della vita, rifiuta di pentirsi delle proprie colpe. La pena che si soffre nell’inferno consiste in un fuoco inestinguibile: un fuoco reale, non metaforico, che si accompagna a quello spirituale della perdita di Dio. E poiché l’anima è immortale, la pena dovuta al peccato grave, senza pentimento, dura quanto dura la vita dell’anima, cioè per sempre, per l’eternità. È questa la dottrina della Chiesa che ci ricorda la Vergine Maria.
Il primo segreto di Fatima, comunicato dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, si apre proprio con una visione terrificante dell’inferno, che appare come un luogo, non vuoto, ma pieno di anime di dannati: «un grande mare di fuoco, che sembrava stare sottoterra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio […]». Solo la grazia di Dio può preservare l’uomo dall’inferno, perché se l’uomo pretende di fare a meno di questa grazia, se si illude di salvarsi con le sue forze, non può evitare l’inferno. Perciò bisogna dire al Signore: «Preservateci dal fuoco dell’inferno», pensando anche ai tanti che rifiutano di credere a questa tragica verità eterna.
E infine l’ultima richiesta della preghiera. Dopo averci ricordato l’esistenza dell’abisso infernale, la Madonna ci indica la nostra meta, l’orizzonte luminoso del cielo, dicendo: «Portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia». Il Cielo è il Paradiso, che è anch’esso un luogo, un luogo non di immensa sofferenza, ma di infinita beatitudine, immune da tutti i mali e ricolmo di tutti i beni, la sede gloriosa e splendente di Dio, dove i giusti godono la felicità eterna.
È questa la scelta drammatica, ma reale della nostra vita, il bivio che ci attende nell’ora della nostra morte. Il Cielo, che è il luogo dove raggiungono la felicità eterna le anime che si salvano, o l’inferno, che è il luogo dove soffriranno eternamente i dannati. Tutte le fatiche e le sofferenze della vita terrena non hanno proporzione né con l’inferno, meritato dai nostri peccati, né con il Cielo, che ci è stato promesso, se, con l’aiuto di Dio, vivremo nella sua grazia.
Suor Lucia, racconta di avere avuto, il 3 gennaio 1944, nella cappella del convento di Tuy, la visione apocalittica del castigo dell’umanità e di aver poi sentito risuonare nel suo spirito queste parole: «Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo! Questa parola ‘Cielo’ – dice suor Lucia – riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il cielo, il cielo!»
Il desiderio del Cielo è stato il principio guida della vita di santa Teresa del Bambin Gesù e di tanti santi. Santa Teresina diceva: «La terra mi pareva un luogo d’esilio, sognavo il Cielo…». La terra è una valle di lacrime, dove tutto è fugace e si corrompe, il Cielo è una terra beata, dove tutto vive e nulla muore. Non basta temere l’inferno, bisogna desiderare il Cielo, la felicità del Paradiso, che è l’ultimo fine dell’uomo.
L’uomo deve desiderare il Cielo, ma ha bisogno dell’aiuto divino per raggiungere la sua meta. La Madonna, nella sua giaculatoria, ci invita a chiedere l’aiuto di Gesù per tutte le anime, ma soprattutto per quelle più deboli, quelle che più hanno bisogno della misericordia divina.
Tra queste anime deboli, c’è anche la nostra. Confidiamo nella misericordia di Dio, che ci giunge attraverso Maria, ausilio dei cristiani e rifugio dei peccatori. È Lei che, per aiutarci. ci ha insegnato, insieme ad altre, la preghiera, che oggi ripetiamo con fiducia: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia».
di Antonino Padovese – Coriere della Sera – 3 Giugno 2026
Costruito sul monte Baldo fra Verona e Trento, ci vivevano gli eremiti. Oggi fedeli, pellegrini, turisti e sportivi sfidano i 2 km e mezzo del Sentiero della speranza: ~«Il più antico Ex voto è del 1447»
Il santuario Madonna della Corona costruito sulle pendici del monte Baldo in provincia di Verona
«Benvenuti nel santuario più ardito d’Italia». Monsignor Martino Signoretto da quattro anni si è trasferito da Verona, dov’era vicario episcopale per la cultura, a Ferrara di Monte Baldo. Il vescovo lo ha nominato rettore del santuario della Madonna della Corona, una perla incastonata nella roccia e protesa verso il cielo. Dalla terrazza di questo santuario con più di 500 anni di storia alle spalle si vede benissimo la Val d’Adige, la ferrovia, le auto e i camion che corrono sull’asse Nord-Sud dell’A22, l’autostrada che collega il Brennero a Modena.
Ogni anno sono 200 mila le persone, turisti, fedeli e pellegrini, che decidono di visitare il santuario. «Si tratta di un numero indicativo – aggiunge monsignor Signoretto — perché l’unica contabilità che possiamo tenere è quella dei 90-110 mila biglietti che vengono acquistati per il bus navetta, che però non funziona da novembre a marzo. Il bus rappresenta solo una delle vie d’accesso al nostro santuario».
Il modo più conosciuto ma anche più faticoso per arrivare ai 774 metri sul livello del mare del luogo di culto è il Sentiero della Speranza, che parte dal comune di Brentino Belluno ed è indicato con il numero 73 dei cammini mappati dal Cai, il Club alpino italiano. Si tratta di un percorso non difficile ma comunque consigliato a persone allenate, perché tra partenza e arrivo ci sono 600 metri di dislivello. Per questo anche il sito del santuario raccomanda l’utilizzo di calzature adatte e una piccola scorta di acqua. Il Sentiero della Speranza è il cammino storico che fino al XX secolo hanno affrontato migliaia di pellegrini ogni anno: scalini ricavati nella roccia, le stazioni che ricordano i misteri del Rosario, i due chilometri e mezzo di cammino vengono affrontati spesso dai fedeli con preghiere e canti. Una volta visitato il santuario, non resta che intraprendere il cammino di ritorno attraverso la stessa strada percorsa all’andata.
Come si arriva
Per i turisti, invece, ci sono due percorsi più semplici e in discesa che partono dall’abitato di Spiazzi, un bellissimo borgo con tanti ristorantini e qualche parcheggio, o dall’hotel Stella Alpina, dove anche le comitive numerose trovano posto per pranzare e per ristorarsi, mentre all’esterno ci sono spazi più ampi per parcheggiare i pullman. La passeggiata, perché di questo si tratta, passa attraverso punti in cui è possibile fare trekking con gli alpaca o comprare prodotti derivati da questi mammiferi originari del Sudamerica. Per chi vuole camminare poco, c’è anche un bus navetta. Che si scelga la via breve o quella più lunga, la vista del santuario che compare in lontananza tra gli alberi susciterà molte emozioni. Grazie a una galleria scavata nella roccia è possibile arrivare alla piccola cittadella in cui c’è un bar, un negozio di souvenir e i servizi. Ma lasciate tutto e godetevi la meraviglia di un santuario abbracciato alla roccia salendo la scalinata che vi porta sul sagrato della chiesa. Quello spazio in cui la domenica monsignor Signoretto e i suoi collaboratori riempiono di sedie, perché sanno che le panche all’interno non saranno sufficienti per chi vuole seguire la messa. Ne viene celebrata una ogni giorno, alle 10.30. Il sabato ce n’è una anche al pomeriggio, la domenica due al mattino e una al pomeriggio. Il giovedì al posto della funzione al mattino c’è quella delle 15.30.
Nei giorni feriali, è più semplice entrare e trovare posto all’interno di una chiesa che si appoggia alla roccia, tanto che un’intera parete è costituita dalla montagna, una delle propaggini del Baldo. Nella parete opposta, ci sono centinaia di Ex voto: sono quadri, disegni, fotografie, ritagli di giornali lasciati da chi si è salvato pregando la Madonna della Corona: il più antico è del 1447 e fu lasciato da una donna salvata che stava per annegare nell’Adige. Uno dei più recenti è quello lasciato il 12 dicembre 2022 da monsignor Signoretto, che quel giorno fu colpito da un ictus ed ebbe un sorprendente recupero.
Le origini
La data ufficiale di nascita del santuario è il 1522 ma le origini del culto mariano qui risale a 500 anni prima: attorno all’anno Mille, quando, come ricorda il rettore, «si cercavano i posti più assurdi per trovarsi a pregare» qui vivevano alcuni eremiti legati all’abbazia di San Zeno a Verona. Due secoli più tardi era stato costruito un monastero e una cappella dedicata a Santa Maria di Montebaldo, accessibili solo attraverso un lungo e tortuoso percorso dalla Val d’Adige e fra le rocce. Tutti i santuari hanno un racconto di fondazione e ce l’ha anche questo di Spiazzi: nel 1522, per sfuggire ai saccheggi di Solimano il Magnifico, un angelo portò la statua della Pietà dall’isola di Rodi, nel Mediterraneo, a queste altezze.
Una piccola cappella fu costruita nel posto esatto in cui venne trovata la statua. In realtà questa piccola scultura ha un piedistallo datato 1432 e fa riferimento a un dono di un nobile trentino di Rovereto. Nel Cinquecento furono però create le due scalinate ancora presenti, mentre un secolo più tardi fu costruita una nuova e più grande chiesa che inglobò la precedente. Gli ultimi interventi di demolizione e ristrutturazione risalgono a 50 anni fa. Fino al 1806, la chiesa era in mano ai Cavalieri del Santo Sepolcro. Poi arrivò Napoleone e i beni furono trasferiti alla Diocesi di Verona. Oggi la chiesa è una «basilica minore», come ricordano le iscrizioni fu visitata in meno di 100 anni da due papi, il veneto Pio X quando era ancora Patriarca di Venezia nel 1893 e San Giovanni Paolo II nel 1988. Negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, i cittadini di Spiazzi cercarono qui un rifugio alle ultime rappresaglie dell’esercito tedesco in ritirata. Da visitare, oltre alla chiesa, ci sono anche il Sepolcreto degli eremiti e la Scala santa, che si sale in ginocchio.
Non c’è solo la fede a spingere molti a visitare questo luogo magico, un grande contribuito lo hanno dato i social e in particolare Instagram, con le Storie di influencer e travel blogger che hanno scoperto questo santuario visitato da tantissimi turisti stranieri, cristiani e fedeli di altre religioni. L’amministrazione della chiesa ha contato 107 tipi diversi di monete provenienti da tutto il mondo. Ci sono anche quelle di plastica, utilizzate per un certo periodo dalla Moldavia.
Gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza
La situazione nel Golfo resta fluida, i bilanci sono impossibili finché non viene firmato un accordo tra Stati Uniti e Iran. Poi, una volta conosciuti i dettagli, il pezzo di carta firmato dalle parti non basterà: bisognerà vedere quanto sarà rispettato e applicato. In attesa che giunga quel giorno, un bilancio ipotetico della guerra finora guardava a due indicatori chiave: Hormuz e nucleare. Senza una riapertura totale e incondizionata dello Stretto (senza pedaggi), senza una rinuncia all’arricchimento dell’uranio, non si potrà parlare di una vittoria americana. Ora tre esperti americani intervengono con una condizione aggiuntiva, «ripescando» in extremis la questione del cambio di regime. Finché questa Repubblica islamica sopravvive, sia pure decapitata di un’intera generazione di leader, il problema Iran resterà e il Golfo non potrà dirsi pacificato.
Secondo Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh — tre autorevoli esponenti dell’establishment strategico americano, rispettivamente ex sottosegretario alla Difesa, ex responsabile CIA per il dossier Iran e senior fellow del Council on Foreign Relations — gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale della guerra con l’Iran: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza.
Gli autori partono da una constatazione: negli ultimi vent’anni la politica americana verso l’Iran è oscillata fra due illusioni opposte. La prima è stata quella dell’amministrazione Obama, convinta che un accordo nucleare accompagnato dalla revoca delle sanzioni avrebbe incentivato Teheran a comportarsi come una potenza responsabile. La seconda è stata la convinzione, diffusa in parte della destra americana, che una forte pressione economica e militare potesse rapidamente piegare il regime.
Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh entrambe le strategie hanno fallito. L’accordo nucleare del 2015 non ha moderato la Repubblica islamica. Al contrario, le nuove risorse finanziarie fornite da Obama hanno consentito a Teheran di rafforzare i propri alleati regionali e la propria rete di milizie jihadiste (Hamas Hezbollah Houthi) con le conseguenze che sappiamo in Israele e in Libano. Anche per la ricchezza degli arsenali missilistici e di droni la teocrazia degli ayatollah può «ringraziare» Obama. Allo stesso tempo, neppure la pressione militare più recente ha prodotto il risultato sperato di destabilizzare il sistema di potere iraniano.
Gli autori osservano che l’attuale accordo negoziato da Donald Trump, volto a ridurre la militarizzazione dello stretto di Hormuz e a contenere l’escalation, nasce da una situazione di sostanziale stallo. L’Iran ha subito colpi pesanti, ma è riuscito a dimostrare che può ancora minacciare un punto nevralgico dell’economia mondiale.
Questa consapevolezza ha prodotto un cambiamento all’interno del regime. Per decenni il programma nucleare è stato il pilastro della strategia iraniana. Oggi, sostengono gli autori, una parte crescente dell’élite rivoluzionaria considera Hormuz uno strumento ancora più efficace. Le infrastrutture nucleari possono essere bombardate. Le centrifughe possono essere distrutte. Lo stretto invece resta dov’è sempre stato: sotto gli occhi dell’Iran.
Non a caso alcuni dirigenti vicini ai Guardiani della Rivoluzione hanno iniziato a descrivere Hormuz come una sorta di equivalente funzionale della bomba atomica. Se Teheran riesce a minacciare o limitare il traffico commerciale in quella regione, può provocare conseguenze economiche globali immediate senza possedere armi nucleari.
Da questo punto di vista la guerra avrebbe generato una conseguenza inattesa. I bombardamenti israeliani e americani hanno insegnato al regime che la sua arma più preziosa non si trova nei laboratori nucleari ma nella geografia.
Gli autori ritengono inoltre che la leadership iraniana sia oggi diversa da quella che governava prima della guerra. Le perdite subite, gli assassinii mirati e le operazioni israeliane hanno accelerato una redistribuzione del potere all’interno del sistema. Figure più legate ai Guardiani della Rivoluzione avrebbero acquisito un peso crescente. Si tratta di dirigenti meno inclini alla prudenza e più favorevoli a una strategia offensiva.
In alcuni ambienti vicini al regime si parla apertamente di una nuova dottrina della deterrenza. Se in passato l’obiettivo era evitare uno scontro diretto mantenendo le tensioni sotto una certa soglia, oggi la nuova generazione di dirigenti sembra convinta che l’Iran debba espandere il campo della crisi e sfruttare la propria posizione geografica per esercitare pressione sugli avversari. Anche se verrà raggiunto un accordo che consenta la ripresa del traffico commerciale, la libertà di navigazione nel Golfo Persico non sarebbe più garantita come in passato. Ogni compagnia marittima, ogni assicuratore e ogni investitore saprebbero che Teheran possiede la capacità di interrompere o ostacolare quel traffico in qualsiasi momento.
Washington potrebbe mantenere aperto Hormuz solo attraverso una presenza militare permanente e massiccia. Sarebbe necessario garantire nel tempo la sicurezza delle rotte commerciali, proteggere i convogli, sminare le acque, sorvegliare continuamente l’area e dissuadere nuove iniziative iraniane. Una missione che richiederebbe portaerei, sottomarini, cacciatorpediniere, aerei da ricognizione, droni, velivoli radar, forze anfibie e una rete di basi militari distribuite in tutto il Golfo. In sostanza, ciò che l’America ha cercato di evitare negli ultimi quindici anni: una presenza militare permanente e costosa in Medio Oriente.
Questo entra in collisione con una delle priorità strategiche sia dei democratici sia dei repubblicani: concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina. Da Barack Obama fino a Donald Trump, passando per Joe Biden, la strategia americana è stata quella di ridurre gradualmente il peso del Medio Oriente per dedicare maggiori energie all’Indo-Pacifico. Una crisi permanente nello stretto di Hormuz renderebbe molto più difficile questo spostamento.
Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh, la guerra ha inoltre dimostrato i limiti degli alleati regionali degli Stati Uniti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito enormemente nelle proprie forze armate, ma la deterrenza verso l’Iran continua a dipendere in larga misura dalla presenza americana. Solo Washington possiede la combinazione di intelligence, sorveglianza, comando operativo e potenza di fuoco necessaria per contenere efficacemente la Repubblica islamica.
La sfida non riguarda soltanto il piano militare. Anche dopo i bombardamenti, gli Stati Uniti dovranno continuare a monitorare il programma nucleare iraniano, le fabbriche di missili, la produzione di droni, le attività dei Guardiani della Rivoluzione e gli eventuali aiuti provenienti da Russia e Cina.
Di fronte a questo scenario, gli autori arrivano alla conclusione più controversa. A loro giudizio nessuna strategia di contenimento può risolvere definitivamente il problema iraniano. Né i negoziati, né le sanzioni, né i bombardamenti possono eliminare alla radice la minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica. L’unica soluzione definitiva sarebbe un cambiamento di regime. Edelman, Gerecht e Takeyh non immaginano però una rivoluzione imposta dall’esterno. Al contrario, insistono sul fatto che solo gli iraniani possono rovesciare il sistema creato da Khomeini nel 1979. Gli Stati Uniti e Israele possono indebolire il regime, raccogliere intelligence, sostenere forme di opposizione, creare opportunità. Ma la trasformazione politica dovrà nascere dall’interno.
Le rivoluzioni, ricordano, sono prima di tutto fenomeni psicologici. Affinché una popolazione si sollevi, deve percepire che il potere sta vacillando e che la repressione non è più invincibile. Finora la Repubblica islamica ha mostrato segni di fragilità, ma non di disintegrazione.
di Marta Serafini – Corriere della Sera – 2 Giugno 2026
I filo-iraniani hanno iniziato a usare gli Fpv a fibra ottica, simili a quelli che Mosca impiega sul fronte ucraino
DALLA NOSTRA INVIATA SHOMERA (confine tra Israele e Libano) – «Il problema è che non te ne accorgi. Sei lì seduto e all’improvviso lo senti sulla tua testa». Fino al mese scorso Sami Zanetti, capo del consiglio di Shomera, non sapeva nemmeno cosa fosse un drone. Ora mentre ne parla, sgrana gli occhi. «Se scappi, ti segue, sembra proprio che ti guarda.
La settimana scorsa, alla fermata dell’autobus di Shomera — lo scuolabus era partito da pochi minuti —, un drone si è abbattuto sulla tettoia di cemento sgretolandola in parte. «Dopo l’attacco, a terra, abbiamo trovato questi strani filamenti», dice Zanetti. In mano ha un fascio di filamenti sottili e quasi invisibili, come filo da pesca. Da marzo anche Hezbollah ha iniziato a usare i droni a fibra ottica. Piccoli — rientrano nella categoria Fpv, first-person view, gli stessi che si usano ai matrimoni — questi quadricotteri sono molto più difficili da individuare e intercettare rispetto ai razzi e ai proiettili di mortaio. Caricati con esplosivo, volano a bassa quota e sono collegati ai loro operatori tramite un sottile filo ottico lungo tra i 10 e i 30 chilometri, che permette ai piloti di vedere e inseguire i bersagli a terra da remoto. Il tutto senza che se ne possa disturbare il segnale con le tecniche di jamming perché la fibra aggira il problema.
Resti di fibra ottica lasciata da un drone (M.Serafini)
Sono gli stessi droni che abbiamo visto decine di volte sul fronte ucraino e che vengono impiegati dai russi contro obiettivi civili e militari. Costano poco, tra i 300 e i 400 dollari l’uno, fanno danni contenuti, ma hanno un impatto psicologico sui civili devastante. «Con i razzi ho 15 secondi per rifugiarmi in un bunker. Con i droni, non hai modo di sapere quando cadranno», spiega Zanetti.
A Netu’a, pochi chilometri più a est, arriva un segnale sullo smartphone. «C’è un’allerta, bisogna andare nel rifugio», avverte Yoav Cohen, capo del consiglio della cittadina. Il bunker pubblico è in realtà un piccolo gabbiotto di cemento. Dall’interno scrutiamo il cielo. L’esercito israeliano a volte intercetta i droni che oltrepassano il confine, ma spesso perde anche il contatto con questi piccoli dispositivi che volano a bassa quota. Non succede niente. «Tre giorni fa mio fratello ne ha tirato giù uno con il suo fucile», racconta Yoav che a sua volta porta a tracolla un M4.
La barriera costruita per proteggere il confine vista da una torretta di osservazione (M.Seraf
Per anni, Hezbollah ha costruito il suo arsenale grazie al sostegno finanziario e tecnologico dell’Iran. Prima della guerra di Gaza, le autorità israeliane stimavano che Hezbollah possedesse circa 150.000 razzi, tra cui munizioni a lungo raggio e di precisione. Tuttavia, a seguito degli attacchi israeliani contro l’arsenale e dei lanci di razzi contro il Nord d’Israele si stima che oggi alle milizie del partito di Dio sia rimasto solo il 10 per cento dei razzi. Non essendo in grado di eguagliare la potenza o la tecnologia dell’esercito israeliano, Hezbollah ha dato il via alla guerra asimmetrica. E ora, dei 13 soldati dell’Idf caduti da marzo, almeno 4 sono stati uccisi da un drone.
Lungo il confine regna il silenzio. I monumenti ai caduti del 2006 sono nascosti ormai dalla vegetazione. Nuove barriere di cemento sono state costruite per proteggere il territorio da possibili attacchi. Le postazioni dei militari dell’Idf sono protette da reti da pesca, proprio come succede in Ucraina. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha offerto i suoi intercettori come protezione da Hezbollah, ma Israele ha preferito fare da sé. In un progetto sviluppato dall’azienda Smart Shooter, un sensore scansiona continuamente l’ambiente circostante, inviando informazioni a un computer montato sull’arma personale di un soldato, che può analizzare la minaccia, agganciare un bersaglio e poi sparare.
Il ministero della Difesa sta inoltre promuovendo lo sviluppo e l’acquisto di armi a microonde ad alta potenza, progettate per bruciare i circuiti interni di un drone indipendentemente dalla frequenza. Ma, secondo gli analisti militari, l’Idf è ancora indietro sulle tecnologie di difesa e lo stesso premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto ammettere che «ci vorrà del tempo». Cedri e nuvolette
Yoav Cohen e Sami Zanetti, responsabili delle comunità sul confine a Shomera (M.Serafini)
Al kibbutz di Sasa è quasi ora di pranzo. Dal belvedere si vede a occhio nudo il Libano. Anche due cedri se ne stanno lì fermi immobili a guardare verso nord. «Noi siamo gente di frontiera. Siamo abituati al pericolo», racconta Luciano Assin che a Sasa vive con i suoi figli e i suoi nipoti. «Dopo il 7 ottobre avevamo fatto evacuare donne e bambini ma ora è diverso». Non fa in tempo a finire la frase che un boato squarcia l’aria. Tutti alzano lo sguardo verso l’alto. Due piccole nuvolette e delle scie a spirale galleggiano nel cielo. «Non è suonato l’allarme, forse è un drone», spiega Assin. Ma invece di andare nei bunker tutti si avviano verso la mensa lentamente. Per un Fpv non è il caso di agitarsi troppo.
PS:
Un drone FPV (dall’inglese First Person View, “visuale in prima persona”), noto anche come drone da corsa, è un velivolo a pilotaggio remoto dotato di videocamera e sistema di trasmissione video in tempo reale. Il pilota può, grazie ad un modulo di ricezione video appositamente progettato, indossare un visore o un paio di occhiali in grado di mostrare in tempo reale la visuale del drone, permettendo movimenti più precisi e dinamici.
Paray le Monial, “città cara al Cielo” ( Leone XIII)
La statale che da Taizé conduce fino a Paray le Monial è di circa una cinquantina di chilometri e non prende più di un’ora. E’ singolare come la divina Provvidenza abbia disposto che questi due poli di intensa fede e preghiera, manifestatisi in epoche così diverse, siano attigui l’uno all’altro. Infatti ciò che mi impressiona di più, entrando in Paray le Monial, è l’afflusso di pellegrini di ogni età, in primo luogo di famiglie con numerosi bambini. Siamo in Agosto e con ogni probabilità confluiscono in questa accogliente località della Borgogna i vari pellegrinaggi parrocchiali e diocesani. Il primo colpo d’occhio comunque non inganna. Mi trovo in centro di spiritualità straordinariamente vitale, dal quale la devozione del Sacro Cuore di Gesù non cessa di diffondersi nel mondo come un fiume di acqua viva che continuamente si rinnova.
Paray è una graziosa cittadina di circa dodicimila abitanti, collocata fra la Bourbince e il Canal du Centre, che, grazie ai ponti che si susseguono, la fanno sembrare ( se è lecito accostare le cose piccole a quelle grandi) a uno spicchio di Venezia. L’espressione “le Monial”, che si porta appresso, deriva dal fatto che fin dall’anno mille vi è una comunità di monaci di obbedienza cluniacense, i quali hanno edificato la splendida basilica dedicata al Sacro Cuore, che si segnala come uno dei capolavori dell’arte romanica. Una volta che sei riuscito a sistemare la fida quattroruote in uno degli accoglienti parcheggi, la puoi visitare a piedi in lungo e in largo, godendoti le vie che fanno sfoggio di lussuose vetrine, fra variopinte case d’epoca, non esclusa qualche facciata rinascimentale, come quella dell’hotel de Ville, di fronte al quale si eleva, ancora intatto e resistente alle furie anticristiane della storia, il bel campanile della chiesa “sconsacrata” (dalla solita rivoluzione francese) di St-Nicolas.
Il cuore di Paray è quello religioso, che si inserisce naturalmente nel tessuto cittadino, costituendone l’epicentro spaziale e spirituale. Appena superato il ponte che ti immette nel perimetro storico della città, ti imbatti subito nella superba basilica, mirabile per monumentalità e armonia delle forme, guardando la quale potresti immaginare che cosa fu la chiesa dell’abbazia di Cluny prima della sua quasi totale distruzione. Infatti qui vi è la realizzazione fra le più pure dello stile cluniacense, quando nel XII secolo la chiesa fu fatta costruire da Ugo il grande, il sesto abate di Cluny, sotto il cui impulso fu pure edificata l’omonima abbazia.
Il mio impulso mi spingerebbe ad andare subito alla ricerca della Chapelle de la Visitation, dove Santa Margherita Maria Alacoque ha avuto le sue principali visioni, ma è giocoforza entrare prima in questo mirabile edificio medioevale, che, nella sua sobria semplicità, è una vera casa di preghiera. Con le sue linee architettoniche, che si elevano con parabole ardite verso il cielo, è un permanente invito all’anima a innalzarsi a Dio. Anche la pietra prega, diresti, quando ammiri le stupende chiese medioevali nelle loro audaci evoluzioni romaniche o gotiche che siano. Entro e spalanco stupefatto gli occhi senza riuscire a saziare la vista. Tutto è perfetto: proporzioni, slancio dei pilastri, rifiniture, archi e colonne.
Percorro lentamente le tre navate e raggiungo il deambulatorio ammirando con animo devoto le colonne e gli archi che circondano il coro. Chi è stato colui che ha avuto la felice intuizione di chiamare questo corridoio “la passeggiata degli angeli?”. Nel catino absidale troneggia il Cristo benedicente, affresco del XV secolo. Mi rendo conto che la dedicazione della basilica al Sacro Cuore è posteriore alle apparizioni e tuttavia fin dalle origini la chiesa è stata consacrata al Signore risorto, fonte di grazia e di misericordia. Dietro l’abside mi imbatto nella Camera delle Reliquie, dove è stata ricostruita la cella di Santa Margherita Maria Alacoque. Mi chiedo il perché di questa anomala collocazione, ma successivamente comprendo che, non essendo permesso ai pellegrini visitare il monastero delle Visitandine a motivo della clausura, la stanzetta dove è vissuta la santa è stata collocata qui.
Esco fuori dalla chiesa per osservare meglio la severa facciata, preceduta da un vasto nartece e serrata fra due possenti torri, mentre resto stupito davanti alla movimentata parte absidale che degrada dall’alto in basso con la dolcezza di una melodia. Il sole del mattino illumina le pietre dorate dell’abside, mentre, al tramonto, fa fiammeggiare con i suoi raggi i due campanili che si specchiano nelle acque placide della Bourbince. Di notte dei fari nascosti in angoli strategici proiettano fasci di luce che danno l’illusione di una visione celeste. Mi interrogo sul segreto di questo fascino misterioso che emana da ogni pietra e incomincio a capire che la bellezza della costruzione non dipende tanto dall’architettura, quanto dall’ispirazione interiore. Sì, mi dico, anche le pietre possono avere un’anima, quando i costruttori sono uomini di preghiera. Dietro questa straordinaria opera d’arte, come dietro innumerevoli altre nella bimillenaria civiltà cristiana, ci sono dei credenti col cuore pieno di pace divina e dediti alla considerazione delle realtà eterne. E’ un riflesso della Gerusalemme del cielo che essi hanno voluto mostrarci nelle loro mirabili realizzazioni. Come possiamo comprendere questi segni di divina grandezza noi distratti passeggeri di un tempo senz’anima?
Ciò che disse il Sacro Cuore a Santa Margherita Maria Alacoque
Il cuore pulsante di Paray non è però la celebre Basilica romanica, ma una modesta cappella un tempo sconosciuta agli uomini. Si tratta della Chapelle de la Visitation verso la quale mi affretto percorrendo un breve tratto di strada. Eretta nel 1633, questa chiesetta dal 1671 al 1690 è stata testimone delle confidenze del Cuore di Gesù a un’umile religiosa del monastero: suor Margherita Maria Alacoque. Di lei negli anni passati avevo letto l’autobiografia, rimanendone affascinato. E’ attraverso i suoi scritti che mi sono successivamente accostato al messaggio di Gesù Misericordioso, per molti versi analogo, di Santa Faustina Kowalska e alle straordinarie ricchezze spirituali del suo Diario.
Mi soffermo a guardare la semplice architettura dell’edificio, sulla cui facciata appare un’iscrizione che penetra nell’animo come un dardo infuocato: “ In questa cappella Nostro Signore ha rivelato il suo Cuore a Santa Margherita Maria”. Ho la sensazione di entrare in un ambito misterioso, dove il soprannaturale si è manifestato e reso visibile. Quella che sto calpestando è “una terra santa”.
Mi colpisce come il Cielo privilegi le cose piccole. Non di rado la Madonna nelle sue innumerevoli apparizioni mostra la sua preferenza per cappelle ed edicole, a volte abbandonate. A Parigi ad esempio non ha certo scelto Notre Dame per manifestarsi, ma l’oratorio di Rue de Bac. Sì, alla Madonna piacciono le cose piccole e, come a Lourdes e in altre parti, non chiede l’edificazione di grandi santuari ma di piccole cappelle. Non penso però che la Madonna disdegni i grandi edifici ed è ben contenta quando sono gremiti di fedeli, ma lei sa bene che si prega meglio in spazi ristretti e raccolti, dove l’intimità con Dio è più facile da conseguire.
Margherita Maria era venuta a vedere il monastero delle Visitandine il 25 maggio nel 1671, una ventina di anni dopo che i lavori di costruzione erano terminati. “ Ti voglio qui per sempre”, le disse una voce interiore. Docile all’ispirazione, entra nel monastero il 20 Giugno dello stesso anno. La Congregazione religiosa delle Visitandine era stata fondata il 6 Giugno del 1610 ad Annecy da S. Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra, e da santa Giovanna de Chantal. La devozione al Sacro Cuore era già presente nella spiritualità del fondatore che scriveva:” La nostra piccola Congregazione è un’opera del Cuore di Gesù e di Maria”. Santa Margherita Maria era stata dunque provvidenzialmente preparata alle grandi rivelazioni che avrebbero contrassegnato la sua vita.
Entro nella cappella che è stipata di pellegrini che assistono alla S. Messa. Il clima è quello di una preghiera intensa. Sulla destra dell’altare scorgo la comunità delle suore, numerose e attive nella preghiera. Gioisco per questa vitalità della comunità, perché ero rimasto un po’ impressionato a Lisieux nel constatare che il Carmelo di Santa Teresa del Bambino Gesù aveva un numero relativamente piccolo di religiose, in grande maggioranza anziane. Le ragazze di oggi fanno più fatica ad accettare uno stile di vita così sacrificato e che richiede una forte convinzione interiore. Qui mi pare che il messaggio originario abbia conservato una grande forza di attrazione. Dove Gesù e Maria si manifestano, lasciano un segno indelebile e tu lo percepisci nel profondo del cuore. E’ come se ti rendessi improvvisamente conto che tutto quello in cui credi è vivo e vero. Le verità della fede si rivestano di carne e di ossa e diventano persone con le quali anche tu puoi parlare.
Alzo gli occhi e mi si presenta sullo sfondo una grandiosa pittura murale, piuttosto moderna, che rappresenta la seconda grande apparizione che ebbe Margherita Maria. E’ quella del 1674, in data indeterminata, ma si sa che fu un primo Venerdì del mese. Gesù si presentò alla santa, come lei stessa scrive, “tutto splendente di gloria con le cinque ferite luminose come soli…Ma specialmente il suo petto sembrava una fornace….Mi svelò il suo Cuore amatissimo e amabilissimo che era la sorgente viva di quelle fiamme…” Il Cristo si lamentò della freddezza e della ripulsa degli uomini verso di Lui “per tutta la mia sollecitudine a fare loro del bene” e chiese a Margherita Maria di compensare questa ingratitudine. Le domandò la comunione frequente, specialmente i primi Venerdì del mese e la pratica dell’”ora santa”.
La prima apparizione ebbe invece luogo il 27 Dicembre 1673, quando Margherita Maria aveva 26 anni. Era la festa di S. Giovanni evangelista e Gesù fece a lungo posare la testa della religiosa sul suo petto. Poi le svelò “i segreti inesplicabili del suo sacro Cuore”. Le mostrò il cuore su un trono di fiamme, più luminoso del sole, con la ferita aperta dalla lancia del costato, circondato di spine e sormontato da una croce. “Il mio cuore divino – le disse – è così appassionato d’amore per gli uomini e per te in modo speciale, che, non potendo più contenere in sé le fiamme della sua carità ardente, deve spargerle per tuo mezzo”. Gesù le rivela che la devozione al suo Cuore strapperà gli uomini dal dominio di Satana, dando loro le grazie della salvezza.
Gli scritti della santa parlano di trenta apparizioni, che riguardano però in gran parte la sua vita intima col Signore. Quelle che contengono un messaggio divino per il mondo sono tre, chiamate “ grandi apparizioni” e sono queste che hanno un particolare significato per tutta la Chiesa. La più celebre di tutte è la terza che ebbe luogo nel 1675, durante l’ottava del Corpus Domini. Gesù, mostrando il suo Cuore, dice con tono accorato: “Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo amore. E invece di riconoscenza non riceva dalla maggior parte che ingratitudine per le irriverenze e i sacrilegi, per la freddezza e il disprezzo che hanno per me in questo sacramento di amore”. In questa apparizione Gesù ha chiesto una festa speciale del suo Cuore, che comprendesse una”riparazione di onore” per tutti gli oltraggi commessi contro l’eucaristia.
Nel 1689 Margherita Maria ricevette un messaggio che trasmise al re Luigi XIV con quattro richieste: Inserire il Sacro cuore di Gesù negli stemmi reali; costruire un tempio in suo onore, dove avrebbe ricevuto l’omaggio della Corte; il Re avrebbe dovuto fare la consacrazione al Sacro Cuore; e avrebbe dovuto impegnarsi con la sua autorità presso la Santa Sede per ottenere una Messa in onore del Sacro Cuore di Gesù. Niente si realizzò. Pare che il Re non fosse neppure venuto a conoscenza di questo messaggio. Queste richieste sono passate inosservate agli uomini, ma non al Cielo.
La santa Vergine infatti, il 13 Giugno 1929, apparve a Lucia per chiedere la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato affinché si potesse convertire. Più tardi, per mezzo di una comunicazione intima, la Madonna si lamentò con Lucia dicendole: “ Non vollero soddisfare la mia richiesta….Come il re di Francia si pentirannoe lo faranno, ma sarà tardi. LaRussia avrà già sparso i suoi errori per il mondo, provocando guerre, persecuzioni alla Chiesa: il Santo Padre avrà molto da soffrire”. Luigi XVI nel 1792, mentre infuriava la rivoluzione francese e si trovava in prigione, promise nel suo intimo al Sacro Cuore di realizzare tutte le richieste comunicate da Santa Margherita Maria, se fosse stato liberato. Ma per la Divina Provvidenza era troppo tardi: il Re fu ghigliottinato il 21 Luglio del 1793. E’ incredibile ai nostri poveri occhi come le sorti del mondo dipendano dalla forza apparentemente debole della preghiera! In realtà il governo del mondo è nelle mani di Dio, che realizzai suoi piani di misericordia col più grande rispetto per la libertà degli uomini.
Sono questi i pensieri che si affollano nella mia mente mentre sosto in meditazione durante le sante Messe che si succedono una dopo l’altra. Non è forse l’eucaristia il segno più grande dell’amore del Cuore di Gesù per noi? Approfitto di un ritaglio di tempo fra un pellegrinaggio e l’altro per portarmi avanti dove, a destra della navata principale, si trova l’altare di santa Margherita Maria con le sue reliquie. Nell’urna le sue ossa sono ricomposte nella loro posizione naturale sotto un’effige in cera che la rappresenta. Qui si possono leggere molte parole di Gesù alla sua confidente: “Ti custodisco erede del mio cuore”; “Voglio che mi sia strumento per attirare i cuori al mio amore”; “Se crederai vedrai il potere del mio cuore”; “Non temere, regnerò malgrado i miei nemici”. Sono passati secoli e dove la potenza di Dio ha aperto una sorgente, l’acqua non ha più cessato di sgorgare. “Cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, ha promesso Gesù. Margherita Maria è morta il 17 Ottobre 1690 alla giovane età di quarantatre anni. La sua missione però, iniziata tre secoli fa, non è affatto terminata e rappresenta per la Chiesa intera una fonte inesauribile di rinnovamento spirituale e di santità.
Apro un libretto di devozione e trovo raccolte le promesse che, in diverse apparizioni, Gesù ha fatto a Santa Margherita Maria per coloro che avessero onorato il suo Cuore: “Darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato; “ Porterò soccorso alle famiglie che si trovano in difficoltà e metterò la pace nelle famiglie divise”; “Li consolerò nelle loro afflizioni”; “Spargerò abbondanti benedizioni sopra tutte le loro opere”; “ I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l’oceano della Misericordia;” “Riporterò le comunità religiose e i singoli fedeli al loro primi fervore;” “Le anime fervorose giungeranno in breve a grande perfezione”; “Benedirò i luoghi dove l’immagine del mio Sacro Cuore verrà esposta ed onorata”; “A tutti coloro che lavoreranno per la salvezza delle anime darò il dono di commuovere i cuori più induriti”; “Il nome di coloro che propagheranno la devozione al mio Sacro Cuore sarà scritto nel mio Cuore e non ne verrà mai cancellato;” “ Io ti prometto nell’eccesso della Misericordia del mio Cuore, che il mio Amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno al primo Venerdì del mese per nove mesi consecutivi, la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, senza ricevere a Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro di asilo sicuro in quell’ora estrema”. Che potrebbe fare di più l’Onnipotente, mi chiedo, per spalancarci le porte della salvezza ? Quando gli uomini si perdono eternamente, è proprio perché non hanno voluto accogliere il suo amore prodigo e senza confini.
La cappella di San Claudio La Colombière
Non sarebbe completo un pellegrinaggio a Paray senza fare una vista alla cappella La Colombière, dove è sepolto San Claudio, direttore spirituale di Margherita Maria e apostolo della devozione al Sacro Cuore. Si trova a qualche centinaio di metri di distanza e noto con piacere che anch’essa è molto frequentata dai pellegrini. Non si comprenderebbe appieno il ruolo importante che ha avuto il giovane gesuita nella vita di Margherita Maria se non facessimo accenno alle prove alle quali fu sottoposta, come d’altra parte lo sono molti di coloro che sono oggetto di manifestazioni soprannaturali. Infatti la religiosa era considerata nel suo convento “una visionaria ostinata nelle sue illusioni e manifestazioni”. Le superiore si domandavano quale fosse lo spirito che la guidava: era pazza, era ossessa? oppure era un’anima privilegiata?
Fu lo straordinario spirito di discernimento di Padre Claudio La Colombière a rassicurare Margherita Maria, che più di tutte era angosciata di quanto le accadeva, e la Madre de Saumaise, una delle superiore. Arrivato Paray, presso la casa della Compagna di Gesù, quando si recò per fare una conferenza spirituale alle suore della Comunità, Gesù disse alla sua confidente: “ Ecco colui che ti mando”. Da allora le esistenze di questi due servitori del Signore sono state congiunte dalla missione di far conoscere e di diffondere le ricchezze inesauribili del Cuore di Cristo. La stessa cosa si potrebbe affermare delle Suore Visitandine e dei Padri Gesuiti, ai quali il Sacro Cuore, in una speciale apparizione, ha affidato il compito di diffondere nel mondo la sua devozione.
Sosto in preghiera davanti all’urna di S. Claudio, dove il suo corpo è ricomposto in preghiera. Mi colpisce il volto scavato e ascetico, ma ancora molto giovane e scopro che è morto alla sola età di 41 anni. Mi chiedo a che punto ero del mio cammino spirituale a quella medesima età. Rabbrividisco e ringrazio Dio per le possibilità di recupero che ancora mi concede. Chiedo al santo gesuita la grande e rara grazia del discernimento, necessaria per tutti i sacerdoti, ma ancora di più per il direttore di Radio Maria. Come potrò dimenticare il messaggio che ci viene da Santa Margherita e da Santa Faustina Kowalska? Siamo infinitamente amati e non lo sappiamo. Come sarebbe possibile vivere una vita intera senza mai soffermarsi a osservare il sole? Così accade agli uomini che non guardano mai a quel Cuore che arde di un amore inestinguibile per loro, anche quando camminano nell’indifferenza, nell’ingratitudine e persino in un incomprensibile disprezzo. Nel mio cuore mi dico che è necessario che ci siano anime che suppliscano e che riparino.
La preghiera per la Pace a conclusione del mese dedicato a Maria
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano , domenica, 31. maggio, 2026 12:14 (ACI Stampa).
“La Trinità ci fa amare tutto e tutti: scopriamo che ogni creatura è fatta per la comunione, la relazione, l’incontro. E, per contrasto, comprendiamo perché le divisioni, le polarizzazioni, il disprezzo delle diversità portano nel mondo distruzione, tristezza e aridità”. Così Leone XIV commenta la festa liturgica di oggi appunto dedicata alla Trinità.
Nella parole prima della recita della preghiera mariana dell’ Angelus dalla finestra del suo studio in Piazza San Pietro, il Papa commenta le letture di oggi parlando di Nicodemo che faceva parte del Sinedrio d’Israele e “Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo. Aveva ricevuto da Dio, attraverso Cristo stesso, lo Spirito della comunione, che apre il cuore alla nuova verità e alla vera novità. Chi non accoglie questo Spirito invecchia presto, nel lamento; si trova solo, non ha mai l’animo in festa”. A Nicodemo Gesù “lasciò intuire che la vita di Dio avrebbe potuto trasformare la sua vita”.
Un cammino del percorso Pasquale spiega il Papa che ci fa comprendere che “la vita di Dio che si è donata a noi in Gesù Cristo. Questa vita è una comunione dinamica, inesauribile, feconda, che ora ci coinvolge: lo Spirito che lega il Padre e il Figlio è stato infatti riversato nei nostri cuori, così che nel mondo prende forma la Chiesa, sacramento di comunione, spazio di incontro, di amore e di vita in cui cielo e terra già si toccano”.
E allora ecco la festa di oggi, perché “la festa di Dio è la nostra festa”.
Dopo la preghiera il Papa ha ricordato che nel “mese di maggio, da tutta la Chiesa, si è elevata una corale invocazione di pace, specialmente attraverso la preghiera del Santo Rosario, come una catena ininterrotta affidato all’intercessione della Vergine Maria ai popoli martoriati dalla guerra. Possa la Divina Sapienza illuminare la coscienza di chi ha autorità e orientare le decisioni verso la ricerca sincera di una pace giusta e duratura”.
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Un pensiero per la venticinquesima Giornata del Sollievo: “Sono vicino alle persone malate e a quanti se ne prendono cura. Ringrazio e incoraggio tutti coloro che diffondono la cultura della prossimità e della cura”.
Tra i gruppi presenti anche i partecipanti al grande pellegrinaggio al santuario di Piecari dove Maria è venerata come Madre della giustizia sociale.
La Chiesa, dopo aver stabilite diverse feste che onorano le singole Persone della Santissima Trinità, ne fissò pure una in onore delle Tre Persone.
Questa festa fu istituita nei primi secoli del Medio Evo per opera specialmente dei monaci che cominciarono a celebrarla nei loro monasteri. Di qui si estese man mano alle singole diocesi e finalmente all’intera Chiesa Romana per opera di Papa Giovanni XXII che nel 1314 la dichiarava festa universale, fissandola la prima domenica dopo Pentecoste.
« Abbiamo visto, dice il Guéranger, gli Apostoli il di della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo, e fedeli all’ordine del loro Divino Maestro, mettersi in viaggio per andare ad ammaestrare le nazioni nel nome della Santissima Trinità. Era dunque conveniente che la festa di Dio Uno e Trino seguisse immediatamente la Pentecoste cui si connette con misterioso vincolo ».
La festa della Trinità è una festa cara e gradita a tutti i cristiani perché ricorda il più grande mistero della nostra religione: « Un Dio solo in tre persone uguali e distinte »; questo dogma che è il grande oggetto della nostra adorazione in vita, sarà poi la nostra eterna felicità in cielo.
La Messa ed il Breviario sono un continuo sueccedersi di invocazioni alla Santissima Trinità.
Così tutti i Sacramenti portano la medesima invocazione. L’intenzione quindi della Chiesa nell’avere tutta impregnata la Sacra Liturgia del nome della Santissima Trinità è di far vivere nelle menti dei fedeli questo mistero e di far rinnovare in essi i sentimenti di una profonda adorazione, di una umile riconoscenza verso le Tre Persone.
Verso il Padre, come principio di tutto ciò che è, Padre di un Figlio eterno e con sostanziale a Lui, Padre che col Figlio è principio dello Spirito Santo.
Verso il Figlio, generato ab aeterno dal Padre, incarnatosi, morto sulla croce per la salvezza degli uomini.
Verso lo Spirito Santo, come amore eterno e sostanziale del Padre e del Figlio dai quali procede, e da Essi dato alla Chiesa, che santifica, vivifica, mediante la carità che si diffonde nei nostri cuori.
Nessun altro mistero è tanto ricordato nella Liturgia come questo. Nei Sacramenti che sono i principali mezzi della grazia si fa menzione della Santissima Trinità.
Nel Battesimo, il bambino viene battezzato nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Nella Cresima si ha la formula: « Ti segno col segno della croce, ti confermo col crisma della salute nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo ».
Dopo la distribuzione della Santissima Eucarestia il sacerdote benedice nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.
Al confessionale il sacerdote comincia colla benedizione e dà l’assoluzione nel nome della Santissima Trinità.
Soventissimo invocato, nel Sacramento dell’Ordine.
Nel matrimonio il sacerdote congiunge gli sposi nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.
In tutti gli inni, in tutti i salmi, in tutte le preghiere della Messa son ricordate le Tre Persone: è una lode perenne che si dà alla Santissima Trinità.
PRATICA. Facciamo sovente il segno della santa croce, recitiamo bene il Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo.
Da Vladivostok a Vilnius, i sacerdoti vengono ridotti allo stato laicale. In un libro pubblicato da Parigi, dove è stato reintegrato dal patriarcato ecumenico padre Aleksej Uminskij racconta di ricevere regolarmente ogni settimana lettere confuse da ex-confratelli di tutto il Paese. Molti sacerdoti ortodossi trovano impossibile pregare per la guerra, ma temono denunce e giudizi ecclesiastici.
Nel libro “Chiesa dell’Autostop” del sacerdote ortodosso russo Aleksej Uminskij e della giornalista Ksenia Lučenko, pubblicato ad aprile da Vidim Books, il licenziamento di un sacerdote, la sua sospensione dal ministero e la sua riduzione allo stato laicale nella Chiesa ortodossa russa vengono presentati come totalmente arbitrari. Non c’è un’indagine preliminare, non c’è tempo per esaminare le accuse: il sacerdote riceve semplicemente una notifica firmata dal presidente del tribunale ecclesiastico, priva di motivazioni, che dichiara la sua riduzione allo stato laicale. Ciò significa che non è più sacerdote e non può celebrare la liturgia, ascoltare le confessioni, amministrare la comunione, battezzare, sposare e così via – in breve, non è più la persona che è stata per tutta la vita.
Il sito Sistema ha indagato su come sono strutturati i tribunali ecclesiastici in Russia, su come vengono condotte le indagini, su chi sono i giudici, su chi ha scritto e chi interpreta le leggi e, infine, se i sacerdoti possono evitare l’arbitrarietà giudiziaria. L’iniziativa pubblica “Cristiani contro la guerra” conta già almeno 47 sacerdoti e diaconi della Chiesa ortodossa russa che sono stati sottoposti a varie forme di repressione, dalla sospensione dal ministero alla riduzione allo stato laicale, per le loro posizioni pacifiste e per il rifiuto di recitare la “Preghiera per la Vittoria della Santa Rus” prescritta dal patriarca Kirill, nella quale il sacerdote informa il Signore che “ecco, coloro che vogliono muovere guerra si sono sollevati contro la Santa Rus” e chiede “la vittoria per la Tua potenza”.
Da Vladivostok a Vilnius, i sacerdoti vengono ridotti allo stato laicale. Padre Uminskij racconta di ricevere regolarmente ogni settimana lettere confuse da ex-confratelli di tutto il Paese. Molti sacerdoti ortodossi trovano impossibile pregare per la guerra, ma temono denunce e giudizi ecclesiastici. Uminskij fu sospeso dal ministero alla vigilia di Natale del 2024 e la successiva riduzione allo stato laicale non avvenne secondo una procedura prestabilita, bensì tramite telefonate e incontri informali. L’arciprete Vladimir Divakov, decano del distretto centrale di Mosca della Chiesa ortodossa russa, telefonò dicendo che aspettava padre Aleksej nella sua chiesa della Grande Ascensione in via Nikitskaja il giorno seguente, per consegnargli un decreto, senza specificare di quale decreto si trattasse.
Divakov, uno dei sacerdoti più anziani di Mosca e rettore della famosa “chiesa dove si sposò Puškin”, è conosciuto tra il clero come “Koščej l’Immortale”, un eroe malvagio delle fiabe russe che diffonde il male insieme alla strega Baba Jaga. È rettore della chiesa della Grande Ascensione dal 1990 e concelebra regolarmente con il patriarca nei giorni festivi nella cattedrale di Cristo Salvatore, con il rango di protopresbitero e un impressionante elenco di onorificenze ecclesiastiche: la croce commemorativa patriarcale con decorazioni, l’Ordine di San Serafino di Sarov, l’Ordine di San Sergio di Radonež, l’Ordine del Principe Vladimir, che espone sulla veste talare come un generale dell’esercito russo. Il 5 gennaio 2024, a mezzogiorno, nella Chiesa della Grande Ascensione, Divakov consegnò a padre Aleksej un decreto di sospensione dal ministero, intimandogli di presentarsi immediatamente davanti alla commissione disciplinare presso la chiesa dell’Arcangelo Michele in via Pirogovskaja, e aggiungendo di provare profonda compassione per lui. Meno di un’ora dopo, la commissione disciplinare pose a Uminskij diverse domande sul perché non stesse recitando la “Preghiera per la Vittoria della Santa Rus”. Dopo aver ricevuto la risposta – “Non so cosa sia la Santa Rus” – la commissione annunciò al sacerdote la sua sospensione dal ministero e gli impose di togliersi immediatamente la croce pettorale.
Un sacerdote che conosceva lo avvertì che il suo arresto era in programma subito dopo il processo ecclesiastico, questa volta da parte delle autorità secolari. Padre Aleksej non si presentò al processo, e lasciò immediatamente la Russia. Ricevette solo la seguente notifica via e-mail: “Sua Santità il patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Rus’ ha approvato la decisione del Tribunale diocesano di Mosca del 13 gennaio 2024 di ridurla allo stato laicale in base al Canone XXV dei Santi Apostoli, per aver violato il suo giuramento sacerdotale (spergiuro) rifiutandosi di recitare la benedizione patriarcale per la preghiera per la Santa Rus’ durante la Divina Liturgia”.
Il diacono Andrej Kuraev, ridotto allo stato laicale nel 2020 per “blasfemia contro la Chiesa” e “pubblicazione di informazioni calunniose”, ovvero critiche ai gerarchi ecclesiastici, ha scritto un libro di 800 pagine sui tribunali ecclesiastici, “Paradossi del diritto ecclesiastico”. Padre Andrej spiega così a Sistema: “Il tribunale ecclesiastico è una sorta di novità nella vita della Chiesa ortodossa russa. Nel XIX secolo, i tribunali ecclesiastici funzionavano normalmente, ma il regime sovietico ha soppresso questa tradizione. Formalmente, il tribunale è stato ripristinato nel 2004, ma in realtà ha iniziato a funzionare solo sotto Gundjaev [il patriarca Kirill], che ha redatto le regole del tribunale ecclesiastico sul momento perché non sempre gli conviene occuparsi personalmente dei sacerdoti indesiderati”.
Il diacono spiega che nelle diocesi all’estero la Chiesa ortodossa russa generalmente cerca di mantenere una posizione morbida, chiudendo un occhio sulle dichiarazioni del clero contro la guerra, non insistendo troppo sulla recita della “Preghiera per la Vittoria” e scendendo a compromessi con le autorità locali per evitare di perdere parrocchiani. Questo è ciò che è accaduto, ad esempio, in Lettonia: nel 2022, il parlamento di Riga ha dichiarato la Chiesa ortodossa lettone separata dalla Chiesa russa. Il Concilio della Chiesa lettone ha modificato il proprio statuto, ma Mosca non ha offerto alcuna risposta canonica, non ha né anatemizzato gli “scismatici” lettoni, né riconosciuto l’autocefalia della Lettonia, limitandosi a esprimere comprensione per la difficile situazione politica e a invitare i fedeli a “mantenere l’unità”.
In Lituania le cose sono andate diversamente: il sacerdote Vladimir Seljavko, ridotto allo stato laicale nel 2022, racconta che durante il mandato del metropolita Khrizostom (Martiškin), fino alla sua morte nel 2010, la vita della Chiesa ortodossa lituana era praticamente indipendente da Mosca. Anche il metropolita Innokentij (Vasilev), succeduto a Khrizostom e tuttora a capo della diocesi, è noto per le sue posizioni liberali, ma i tempi stanno cambiando. “È un uomo mite, non sanguinario”, dice padre Vladimir, che è stato segretario del metropolita per oltre sette anni, parlando di Innokentij, “ma è un codardo, ha paura di tutto. Ha paura di andare dal medico, ha paura di guidare sulle strade strette; chiede sempre di essere accompagnato in autostrada. E soprattutto, teme i suoi superiori.”
Padre Uminskij racconta che il suo ricorso al patriarca ecumenico, la sua reintegrazione e la ricerca di un nuovo incarico come sacerdote del patriarcato di Costantinopoli hanno richiesto più di un anno. Non si tratta di una procedura semplice; sono stati necessari contatti personali, l’aiuto di colleghi in Francia e Belgio, un incontro personale con il patriarca Bartolomeo, la ricerca di una parrocchia disposta ad accogliere un sacerdote reintegrato e, solo successivamente, il nuovo inizio della vita sacerdotale. “È come andare in autostop tra le Chiese”, afferma padre Aleksej, che dalla chiesa di Parigi dove ora svolge il suo ministero gira tutta l’Europa per raccontare la sua storia e parlare con i tanti russi della diaspora, ai quali raccomanda di “vivere la Russia nel presente” dove ora ci si trova, perché “non esiste una Russia del futuro”. Bisogna rompere dolorosamente con il passato e “vietare a sé stessi il futuro”, perché la speranza non è in cambiamenti che non avvengono mai, ma nella testimonianza di chi affronta la vita senza farsi annientare dalle tragedie delle guerre, e dalla vergogna delle Chiese.
Domremy-la Pulcelle: dove è nata S. Giovanna d’Arco
Recuperata l’autostrada e lasciato alle spalle il Lionese, punto diritto a Nord-Est verso la mitica regione della Lorena, famosa nel mondo per aver dato i natali a S. Giovanna d’Arco. Questa giovinetta, più di ogni altra figura, è divenuto nei secoli il simbolo della Francia e mi colpisce molto il fatto che i suoi due anni di vita, dai diciassette ai diciannove, non cessano di affascinare anche a secoli di distanza, come dimostrano le numerose pellicole che vengono girate su di lei. Io però, più che dalle sue imprese militari, sono attirato dal mistero del suo martirio, per cui sono ben deciso di proseguire il viaggio fino a Rouen, città situata all’estremo Nord, dove la Pulzella è stata bruciata viva, dopo aver subito un infamante processo. Eretici condannati al rogo da un tribunale ecclesiastico non ne mancano di certo. Ma come ha potuto accadere a Giovanna, donna di fede integra e di vita irreprensibile, che la Chiesa ha poi elevato all’onore degli altari? Si tratta solo di un errore giudiziario, propiziato da interferenze politiche, o di un misterioso disegno di Dio che, attraverso i suoi santi, scrive pagine imprevedibili, che solo la sapienza della croce riesce a decifrare?
Raggiunta Beaune, al bivio autostradale si prosegue a destra, verso Digione, la capitale della Borgogna, centro di notevoli tradizioni storiche, artistiche e culturali. Se non hai fretta ti consiglio di uscire a Beaune, cittadina d’arte dalle trecentesche mura turrite e ricca di monumenti, fra i quali spicca la cattedrale di Notre Dame in stile romanico borgognone. Da lì puoi fare una sortita fino a raggiungere la celebre abbazia diCiteaux, percorrendo la strada D 8 per una dozzina di chilometri, nel mezzo di una campagna fertile e ben coltivata, dove pascolano pacificamente mucche e cavalli, merito del millenario lavoro di bonifica dei monaci cistercensi. Questa abbazia è stata fondata da S. Roberto di Molesme nel 1098, dando vita all’ordine cistercense, al quale diede poi uno straordinario impulso nel XII secolo S. Bernardo di Clairvaux. Da questa abbazia è partita la più importante riforma benedettina della storia e ci fu un tempo in cui migliaia di abbazie dipendevano da questo luogo. Nel XIII e XIV secolo l’abate di Citeaux era una delle personalità più in vista del continente europeo, alla pari di papi, re e imperatori. Tuttavia l’obbiettivo di S. Roberto e S. Bernardo fu quello di riportare alla sobrietà originaria il monachesimo benedettino. Le chiese, tutte dedicate alla Santa Vergine, dovevano essere spoglie, senza immagini e senza campanili; eppure hanno una loro austera bellezza, come possiamo vedere in Italia nella abbazia di Moribondo (Mi). In onore della purezza della Madonna l’abito dei monaci doveva essere bianco, sormontato da uno scapolare nero ( Quelli di Citeaux sono chiamati “monaci bianchi”, mentre quelli di Cluny “monaci neri”). Purtroppo lo zelo devastatore della rivoluzione francese ha demolito quasi tutti gli antichi edifici, salvo due minori, che avevano accolto il giovane Bernardo e i suoi undici compagni provenienti da Fontaine, presso Digione. Il monumentale edificio abbaziale, che si erge ora al posto di quelli distrutti, risale al secolo scorso e ospita una comunità di una cinquantina di membri, legata alla riforma trappista, ed è un punto di riferimento per tutta la famiglia cistercense, il cui Abate Primate risiede però a Roma.
Una sosta a Digione è assai più impegnativa. E’ un centro di circa 150.000 abitanti, capoluogo di regione, centro commerciale e industriale, il quale esercita un notevole richiamo, specialmente per il pellegrino, non solo per alcune splendide chiese ( la chiesa di Notre Dame, capolavoro del gotico-borgognone, la chiesa tardo-gotica di St-Michel e la cattedrale di St- Begnine) ma anche per aver dato i natali al grande predicatore Bossuet ( 1627-1704) e al filosofo cattolico Maurice Blondel ( 1861-1949). Io però sono attratto sopratutto dalla figura di Beata Elisabetta della Trinità, che ha trascorso la sua vita nella contemplazione del mistero della Santissima Trinità proprio nel Carmelo della capitale borgognona.
La beata nasce a Camp d’Avor ( Bourges) il 18 Luglio 1880, ma già due anni dopo la famiglia si trasferisce a Digione. Nel giorno in cui visita le carmelitane della città le viene rivelato il significato del suo nome: Elisabetta, casa di Dio. Per tutta la vita la parola con cui ella cercherà di far comprendere la sua esperienza sarà questa: “Sono abitata”. La santa racconta che un giorno, ancora giovanissima, dopo la comunione, le parve di udire in fondo all’anima la parola “Carmelo” e da allora non pensò che a seppellirsi dietro le sue grate. In questo luogo, misterioso centro di grazia nel cuore della città di Digione. Elisabetta vive una delle più elevate esperienze mistiche nella scoperta dell’intimità con Dio-Trinità e qui compone il suo celebre scritto l’Elevazione alla Trinità. Verso la fine del 1905 si manifesta la malattia (tubercolosi) che la porterà in poco tempo alla morte. Conclude la sua infuocata esistenza nel 1906 con queste parole indimenticabili: “ Vado alla luce, all’amore, alla vita”. Ora è sepolta nella chiesa di S. Michele arcangelo, dove è ininterrotto l’accorrere dei pellegrini in preghiera.
Tutto questo mentre nella diocesi di Digione l’autorità civile chiudeva conventi e monasteri e il vescovo della città veniva pretestuosamente accusato di appartenere alla massoneria. Come non rimanere ammirati contemplando le pagine immortali che lo Spirito di Dio scrive operando nelle anime, mentre il mondo circostante sembra indifferente e in tutt’altre faccende affaccendato? Al di là della storia terrena che vediamo, ma che non riusciamo ad afferrare nel suo svolgimento, ne scorre un’altra, invisibile ma più profonda e incisiva. Chi avrebbe potuto prevedere, mi chiedo, mentre esco dall’autostrada all’altezza di Neufchateuax per dirigermi verso il villaggio di Domrémy, che una contadina di soli diciassette anni avrebbe impresso una svolta decisiva nel destino della Francia?
Quanto è grande S. Giovanna d’Arco, al punto che Péguy, il suo ispirato poeta cantore, la definisce “la più santa dopo la Santa Vergine”, tanto è umile il luogo dei suoi natali. Non è la prima volta che accade e non solo nella storia della santità, se pensiamo allo sconosciuto villaggio di Nazareth. Mi accoglie un pugno di case e un parcheggio fitto di macchine. Benché ai margini delle vie di comunicazione, il luogo dove è nata la Pulzella ( parola che significa “vergine”) è molto visitato. La sua popolarità in Francia supera quella di qualsiasi altro personaggio, benché Giovanna sia indubbiamente una santa universale, conosciuta e amata in tutto il mondo come pochi altri.
Si offre subito alla sguardo la casa quattrocentesca, dignitosa quanto basta per dei solerti lavoratori della terra, dove nasce la notte dell’Epifania, il 6 Gennaio del 1411. A due passi si trova tuttora la chiesa di Saint-Remy, dove “Jeannette” è stata battezzata. I suoi genitori, Jacques e Elisabette, erano “buoni e fedeli cattolici, molto stimati e onesti nel parlare”, afferma in una testimonianza il suo padrino di battesimo. Gli abitanti, che l’hanno vista crescere per sedici- diciassette anni accanto a loro, interrogati nel processo di riabilitazione del 1456, affermano che nulla in quella giovinetta lasciava presagire la sua singolare vocazione. Non era un temperamento battagliero e neppure di una vivacità particolare.
Era “come le altre”. “Lavorava volentieri; portava le greggi a pascolare, si occupava volentieri degli animali della casa di suo padre, filava e sbrigava le faccende domestiche” dichiara un suo compagno d’infanzia. Nel medesimo tempo una sua amica, con la quale filava e sbrigava le faccende domestiche, afferma: “Giovanna era una ragazza buona, semplice e dolce di carattere. Andava spesso in chiesa e nei luoghi sacri…Aveva le stesse occupazioni delle altre ragazze, faceva i lavori di casa e filava e la vedevo sorvegliare i greggi del padre”. Numerose altre testimonianze confermano il suo animo incline alla pietà: “Giovanna era una brava ragazza, devota e paziente; andava volentieri in chiesa, si confessava volentieri e quando poteva faceva l’elemosina ai poveri”. Insomma faceva tutto ”volentieri” e non è certo per insoddisfazione che la sua vita ha preso una piega assolutamente imprevedibile.
Abbraccio con uno sguardo la casa e l’antica chiesa di campagna, solida e severa come le tante che sono sopravissute nei villaggi di Francia: sono l’una accanto all’altra, come a Wadovice, il paese di Papa Wojtyla, il quale dalla finestra della sua cameretta poteva sentire il profumo d’incenso che saliva dalla chiesa. Vi è sempre un terreno fertile dove Dio getta il seme della chiamata e quello di Giovanna era una umanità umile e devota, ma nel medesimo tempo dinamica e gioiosa nel vivere la grazia della fatica quotidiana.
A tredici anni, quando le amiche si aprono ai sogni e ai progetti di un amore e di una famiglia, Jannette è visitata da una voce che le penetra nell’intimo del cuore. E’ lei stessa a raccontarlo con esemplare semplicità: “Quando avevo circa tredici anni, una voce di Dio è venuta a aiutarmi a guidare la mia vita. La prima volta ebbi molta paura. E venne questa voce in estate, nel giardino di mio padre, intorno a mezzogiorno…Ho sentito la voce provenire da destra, dalla parte della chiesa. E raramente la sento senza chiarezza…Dopo aver sentito questa voce per tre volte, ho capito che si trattava della voce di un angelo…Essa mi ha insegnato a comportarmi bene, a frequentare la Chiesa. Mi ha detto che era necessario che, io, Giovanna, venissi in Francia…”. Più tardi conoscerà che era la voce di San Michele: “Prima di tutto egli mi raccomandava di essere una brava ragazza e diceva che dio mi avrebbe aiutata, e mi ha detto anche di venire in aiuto al re di Francia…E l’angelo mi parlava della pietà che c’è nel regno di Francia”.
Immerso nel mistero di questa misteriosa vocazione, mi aggiro fra la casa, la chiesa e l’attiguo museo, pieno di stendardi antichi, insigniti con le immagini della Croce e della Madonna e cerco di afferrare il segreto di questo singolare intervento di Dio che, per mezzo del suo arcangelo, chiama una fanciulla a rimettere in piedi il regno di Francia, in procinto di soccombere dinanzi all’invasore inglese. Non c’è dubbio, Dio si interessa delle vicende dei popoli e interviene per realizzare i suoi piani, sia pure a modo suo, che è ben diverso dal nostro. Anche gli angeli sono presenti e attivi e mi chiedo se dall’isolotto della costa normanna, dove sorge il monastero Mont-St Michel, l’arcangelo non continui a vegliare sui destini del popolo francese e dell’Europa intera.
Giovanna conserva sigillato nel cuore il segreto di questa vocazione, ma nel medesimo tempo, dopo aver sentito la voce, “aveva promesso di conservare la propria verginità finché Dio lo avesse voluto”. Diviene così “la Pulzella” e la sua persona non appartiene a nessuno se non a Dio stesso. Risponde con totale disponibilità alla chiamata che ha sentito e consacra interamente la sua vita al servizio divino. Più tardi Dio le parlerà per bocca delle sante Caterina e Margherita, ma lei non farà mai mancare il suo “sì” senza esitazione alcuna, fino al martirio.
Compenetrato da così eccelsa grandezza, mi reco a visitare la maestosa basilica costruita negli anni 1881 – 1926, un po’ più a sud, a circa 1,5 Km di distanza. E’ un edificio elegante e luminoso, che si eleva solitario e quasi malinconico nell’immensità della campagna verdeggiante. Entro, rimanendo ammirato dalla grandiosità della costruzione che esalta le nervature in cemento, ornata da affreschi moderni che illustrano la vita della Pulzella. Non ritrovo però quell’atmosfera di raccoglimento che mi ha toccato il cuore quando mi sono inginocchiato nella penombra dell’antica chiesa parrocchiale, dove Janette si recava a pregare. Delle pitture moderne e piuttosto fredde immortalano i fatti salienti della vita e le imprese della Pulzella. La sua grandezza soprannaturale però è tutta racchiusa in un “sì” radicale a una chiamata straordinaria e per molti aspetti paradossale. Un sì che la porterà al martirio dopo una missione durata solo due anni. C’è qualcosa che avvicina la vita di Giovanna al quella di Gesù Cristo. Un compito immane, realizzato in poco tempo e per di più concluso col dono estremo della vita.
Viaggio ipotetico nei luoghi della battaglia
Tu forse, caro amico, che, mentre leggi, immagini di viaggiare sulla mia instancabile quattroruote, vorresti percorrere quel tragitto di oltre 600 Km che ha visto Giovanna cavalcare fra innumerevoli pericoli, in poco più di una decina di giorni, per recarsi a Chinon (incantevole cittadina medioevale sulle rive della Vienne, ai piedi di un’altura da cui domina il vastissimo castello), e lì incontrare il Delfino di Francia, per incoraggiarlo nella lotta contro gli inglesi. Lo potresti anche fare, attraversando letteralmente la Francia da Est a Ovest, raggiungendo Orleans e percorrendo la stupenda valle della Loira, con i suoi magnifici castelli. Sarebbe un’occasione propizia per visitare le splendide città di Blois, a lungo residenza prediletta dei sovrani di Francia, dove puoi ammirare il più famoso dei castelli della Loira, che sorge su un costone dirupato da dove domina la città, e di Tours, la città di S. Martino, con la sua vertiginosa cattedrale, una delle più ardite creazioni del gotico, con le due torri della facciata che si elevano inabissandosi nei cieli “dipinti di blu”. Non tralasciare di visitare la più modesta basilica di S. Martino, ricostruita in epoca moderna in stile romanico bizantino, dove, sotto l’altare della cripta, si custodisce la tomba molto venerata di S. Martino, quel legionario romano convertito al cristianesimo che divise il suo mantello con un mendico e che poi divenne vescovo della città ( IV sec.).
Una simile traversata ti porterebbe però troppo lontano dal luogo del martirio di Giovanna e perciò ti consiglio di inserirlo nel programma di qualche altro pellegrinaggio, come ho fatto anch’io. Mi limito per ora a raccontarti la profonda emozione che ho provato dinanzi alle mura di Orléans, città che sorge sulla riva destra della Loira, la quale era assediata dagli inglesi, quando la Pulzella l’ ha liberata in una memorabile battaglia, dando inizio al riscatto della Francia, fino allora paralizzata dalla psicosi della sconfitta. Richiamo alla memoria i numerosi film che ho visto, al fine di rappresentarmi la dinamica degli eventi. Giovanna per l’occasione si era fatta fare “un’armatura adatta al suo corpo” e uno stendardo, “con l’immagine di nostro Signore seduto in giudizio fra le nuvole del cielo”. E’ tenendo in mano questo stendardo che andava all’attacco, come ella stessa dichiara. “ Tenevo in mano lo stendardo quando andavamo all’attacco per evitare di uccidere qualcuno. Io non ho mai ucciso nessuno”. Fece fare anche un’insegna, che “conteneva l’immagine di nostro Signore crocifisso” e, attorno a questa insegna “due volte al giorno, mattina e sera, Giovanna faceva raccogliere tutti i sacerdoti; una volta riuniti essi cantavano inni e antifone alla Santa Madre”. Per partecipare a questa riunione di preghiera i soldati dovevano prima confessarsi. Mi viene in mente che, durante la guerra di Bosnia, anche la veggente Vicka faceva la stessa cosa con i giovani soldati di Medjugorje, invitandoli alla confessione e alla comunione.
Non ho molta voglia di entrare nel traffico della città, dove pure merita di essere visitata la cattedrale della Santa Croce, che domina il centro con la sua imponente mole. Preferisco spendere il mio tempo al di qua della Loira, presso il ponte Giorgio V. Qui sorgeva il convento degli agostiniani e la fortezza delle Tourelles, da dove gli inglesi tenevano in pugno la città. Il giorno dell’Ascensione Giovanna manda l’ultimatum agli inglesi: “ Voi, inglesi, non avete alcun diritto sul regno di Francia; avete l’ordine da parte del Re del cielo, il cui portavoce sono io, Giovanna la Pulzella, di lasciare le vostre fortezze e ritornare nel vostro paese, altrimenti lancerò un assalto tale che ne resterà memoria perpetua”.
E così fu, non senza che prima fosse ferita “da una freccia poco più in alto del seno, e quando si vide ferita, ebbe paura e pianse”. Quando Dio toglie la sua forza siamo solo delle povere e fragili creature. Giovanna sperimenterà molto presto la sua debolezza, ma nel medesimo tempo la forza invincibile di Dio. Davanti al luogo della battaglia, dove la Loira da millenni scorre placida, trascinando gli eventi della storia nell’oceano dell’oblio, leggo la toccante testimonianza del Bastardo d’Orleans, al quale erano affidate le difese della città: “L’assalto durò dal mattino fino alle otto della sera, tanto che per quel giorno non vi era alcuna speranza di vittoria. Così io mi accingevo a fermarmi e volevo far ritirare l’armata verso la città. Allora la Pulzella venne da me e mi chiese di aspettare ancora un po’. Così, ella montò a cavallo e si ritirò sola in una vigna lontana dalla folla degli uomini e, in quella vigna, ella rimase in preghiera meno di un quarto d’ora, poi tornò, prese in mano il suo stendardo, e si pose sul bordo del fossato; nel momento stesso in cui fu là, gli inglesi fremettero e furono terrorizzati e i soldati del re ripresero coraggio e iniziarono ad avanzare, dando l’assalto alle fortificazioni senza incontrare la minima resistenza”.
La sera di quel sabato 7 Maggio Giovanna rientrò a capo dei soldati francesi, passando proprio per quel ponte che ora sta davanti ai miei occhi, e che li univa alla città ormai liberata dall’assedio. “Tutto il clero e il popolo di Orléans cantò con fede il Te Deum e fece suonare tutte le campane della città, ringraziando umilmente nostro Signore per quella gloriosa consolazione divina”.
Il martirio sulla piazza di Rouen
Per completare il suo compito Giovanna deve far consacrare il re a Reims. Il Delfino prende tempo e vi giunge un paio di mesi dopo, la sera del 16 Luglio, dopo una lunga cavalcata. La consacrazione si svolge all’indomani, domenica 17 Luglio. Io invece approdo a Reims con la mia scalpitante 90 cavalli nel pieno del mese di Agosto ( passando per Nancy, antica capitale della Lorena, con un complesso settecentesco unico in Francia, e Metz, dove non esito a sostare per visitare la cattedrale di St-Etienne, una delle più belle cattedrali gotiche di Francia, le cui pietre emanano luce) e punto diritto alla cattedrale di Notre-Dame, dove, prima di entrare, noto sulla sinistra un monumento equestre della Pulzella. Entro in questo grandioso edificio, mirabile per unità di stile, capolavoro del gotico maturo, dove la notte del Natale del 496 Clodoveo, re dei Franchi, ricevette il battesimo e dopo di lui per 13 secoli, furono consacrati i re di Francia. Non vi trovo nulla però che ricordi la fastosa cerimonia dell’incoronazione evocata nei film. In compenso ho la gioia di celebrare l’eucaristia nella cappella del Santissimo Sacramento e di meditare sul compimento di una straordinaria missione divina, realizzata nel breve giro di un anno da una ragazza diciottenne, e che sarà decisiva per il futuro dell’Europa.
“Potremmo dire che apparentemente il compito di S. Giovanna d’Arco finisce qui. Ora incomincia un altro anno della sua vita, contrassegnato dalla prigionia e dal martirio. Mentre il re si illude attirare dalla sua parte i borgognoni contro gli inglesi, Giovanna continua a guerreggiare, perché lei ha sempre saputo che la pace potrà arrivare soltanto “sulla punta di una lancia”. Inizia per lei un periodo di oscurità spirituale, durante il quale anche le “voci” sembrano tacere. Non riesco a capire se Dio la stia guidando o la lasci fare. I suoi disegni sono così misteriosi! Decido di dirigermi verso Rouen, passando per quei luoghi che segnano tragicamente il suo destino. Punto su Soissons, lungo la rapida e comoda superstrada, per soffermarmi a Compiègne. Qui Giovanna è stata catturata dai borgognoni, mentre con un piccolo esercito voleva aiutare la città assediata. Compiègne è una grazioso centro di circa cinquantamila abitanti, con un castello reale, progettato come residenza estiva da Luigi XV, restaurato da Napoleone e divenuto residenza prediletta di Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia. Non mi interessa visitare gli appartamenti reali e ancora meno le sontuose camere da letto di Napoleone e di Maria Luisa.
Cerco senza successo di trovare qualche traccia della fortezza di Margny, dove Giovanna, dopo aver marciato attraverso la foresta tutta la notte, era arrivata al mattino e si era subito disposta alla battaglia. La Pulzella, come era nel suo carattere, si era posta in testa al drappello, ma lo scontro si è messo subito male per lei. Le truppe borgognone ottengono i rinforzi e costringono il gruppetto a indietreggiare. Giovanna accorre verso la retroguardia per proteggere la ritirata. Mentre, con gli ultimi combattenti, cerca rifugio dietro la cinta muraria di Compiègne, il ponte viene sollevato, e così “la Pulzella rimase bloccata fuori con alcuni dei suoi uomini”. Invidia? Tradimento? Forse. Non vi è dubbio che la porta delle mura della città sono state chiuse in anticipo. Inoltre perché il Duca di Borgona in persona era accorso sul posto? La giovane è fatta prigioniera e si chiude così il primo anno della sua vita pubblica. Era il 23 Maggio 1430.
Incomincia per la Pulzella il tempo di passione. Un anno di prigionia, da un castello all’altro, fino a che i borgognoni non la vendono agli inglesi, i quali vogliono che si imbastisca un processo per eresia e la si condanni a morte. Scelgono come sede la città di Rouen, dove sono saldamente insediati fin dal 1418, e che ritengono più sicura di Parigi. Giovanna vi viene trasferita alla vigilia di Natale del 1430 e subito rinchiusa nel castello di Bouvreueil, che dominava la città, e di cui oggi rimane il cilindrico e possente torrione, aperto alla visita del pubblico. Jeannette vi rimane prigioniera per cinque mesi, spesso in balia della soldataglia d’oltremanica. Come Gesù, prima viene coperta d’infamia e poi giustiziata. Il Giuda di turno è il Vescovo di Beauvais, (da dove transito senza fermarmi), città dove però non aveva mai potuto esercitare la sua giurisdizione, in quanto arresasi al re di Francia. Si chiama Pierre Cauchon, testa d’uovo dell’Università di Parigi, passato alla storia per il vergognoso e fraudolento processo.
Entro in Rouen e subito mi rendo conto che è una città splendida, situata sulle riva della Senna, che la divide in due parti: il nucleo storico, nel quale mi inoltro, sulla riva destra; quello moderno e industriale sulla riva sinistra. Il cuore di questa “città museo” è la cattedrale di Notre-Dame, una delle più belle chiese gotiche di Francia, la cui stupenda facciata viene chiamata “pagina di pietra”. Non mi sazio di guardarla e non mi meraviglio che Monet l’abbia ritratta più volte. Noto che il portale di destra reca nel timpano la lapidazione di Santo Stefano, mentre quello di sinistra le scene della decollazione del Battista. Segni premonitori del martirio più discusso della storia?
In fondo alla piazza della cattedrale infilo, senza attardarmi altrove, la via centrale che porta alla piazza del vecchio mercato. Variopinti palazzi d’epoca si affacciano festosi, esibendo sontuosi negozi. La città che ha dato i natali a Corneille e Flaubert sembra aver poco o nulla dello spirito eroico della Pulzella. Entrando nello spettacolare anfiteatro della piazza, il clima cambia radicalmente. Accanto alle moderne halles si eleva la chiesa dedicata a Santa Giovannea d’Arco, ardita costruzione in cemento armato inaugurata nel 1979. Al centro della piazza si erge una croce alta venti metri, proprio nel luogo dove Giovanna fu bruciata viva. Sono commosso per questa straordinaria attenzione della Francia alla sua eroina. Avvicinandomi alla croce non credo ai miei occhi: circondato da aiuole vi è ancora il luogo esatto del rogo, disseminato da tizzoni neri. E’ una ricostruzione? Credo di sì, ma quale forza evocativa di sentimenti in chi guarda!
Pierre Cauchon ha pilotato il processo in modo tale che arrivasse alla conclusione voluta dagli inglesi: la condanna per eresia e la pena capitale. In un primo momento Giovanna, spaventata da una morte in mezzo alle fiamme, ritratta. Poi però si riprende e afferma: “ Dio mi ha trasmesso, per bocca di santa Caterina e santa Margherita, una grande pietà per questo grave tradimento, al quale ho acconsentito facendo abiura e ritrattazione per salvare la vita”. “Responsio mortifera” ( risposta mortale), afferma il cancelliere.
Il Vescovo non aspetta altro e così, all’indomani, Giovanna vede entrare nella sua cella due frati domenicani, incaricati di prepararla alla morte e al rogo. “Quando alla povera donna fu annunciata la morte di cui quel giorno doveva morire, ella incominciò a gridare in modo straziante e a strapparsi i capelli da fare pietà”. “ Povera me- grida – venire trattata con tanto orrore e crudeltà da dover vedere il mio corpo, assolutamente puro, che mai ha conosciuto la corruzione, consumarsi e ridursi in cenere! Ah, preferirei cento volte essere decapitata che essere bruciata in questo modo!”. Pierre Cauchon, che entra nella prigione in quel momento, si sente dire: “ Vescovo, io muoio per mano vostra…E’ per questo che mi affido a Dio, perché vi giudichi”. Giovanna si confessa e chiede la comunione, che non gli viene negata.
Mentre recitava “le sue lodi e le lamentazioni devote e Dio” fu condotta legata al rogo, in mezzo a due ali di folla. Chiede un crocifisso e un frate corre a prenderlo in una chiesa vicina le lo tiene davanti ai suoi occhi fino alla fine. E’ lui che ci descrive gli ultimi istanti: “ Giovanna, fra le fiamme, non cessò mai di pronunciare e confessare ad alta voce il santo nome di Gesù, implorando e invocando senza sosta l’aiuto dei santi e delle sante del paradiso. E ancora, rendendo il suo spirito e reclinando la testa, ella pronunciò il nome di Gesù, mostrando di avere una fede fervente in Dio”. Era il 30 Maggio1430; aveva superato di cinque mesi i diciannove anni.
Raramente mi sono sentito così commosso come davanti alle ceneri del rogo dove la Pulzella ha consumato il suo sacrifico per rispondere alla chiamata. E’ un esempio che non potrei mai dimenticare. E’ mezzogiorno passato e mi fermo sulla piazza per mangiare un boccone. Gli spaghetti francesi stanno a quelli italiani come il surrogato sta al cioccolato. Accanto a me due anziane signore italiane, cariche d’oro e di rughe, dissertano di gioielli per tutto il tempo del pranzo. Poi dicono che tutte le donne sono uguali!
Una ventina d’anno dopo si celebrerà sempre qui a Rouen il processo di riabilitazione, col quale viene dichiarato nullo quello precedente. Più di quattro secoli dopo Mons Dupanloup, Vescovo di Orleans, apre il processo di beatificazione che si concluderà a Roma il 16 Maggio del 1920 con la solenne canonizzazione.
Lascio Rouen per Lisieux, ma questa è un’altra storia. Mi porto con me il dono prezioso di un “sì” che non deve mai venire meno, a costo della vita. Grazie, piccola, grande fanciulla guerriera!
( Pellegrino a quattro ruote (cap. 6) – Padre Livio – EdizioniSugarco
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Prima dei nemici prima delle molestie, il ridicolo e il dubbio, mantenendovi saldi nella fede. Anche abbandonato, solo e senza amici, tenendovi saldi nella fede. Anche affrontando la morte, tenetevi saldi nella fede.
Ti prego di rendermi così inamovibile nella fede come fai tu, santa Giovanna. Ti prego di accompagnarmi nelle mie battaglie. Aiutami a perseverare e a rimanere saldo nella fede. Amen.