"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 15 di 146

Medjugorje recita il Rosario con il Papa: “La vera pace viene solo da Dio”

Nel santuario della Madonna Regina della Pace, in Bosnia-Erzegovina, più di 8mila pellegrini si uniranno attraverso la diretta tv, stasera alle 19, alla preghiera mariana guidata da Leone XIV nella Grotta di Nostra Signora di Lourdes dei Giardini Vaticani. Il parroco e rettore fra Zvonimir Pavičić: “Gli esseri umani non possono raggiungere da soli una pace giusta”. Ma con la preghiera e il digiuno, “le guerre possono essere fermate”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

A Medjugorje saranno tra ottomila e diecimila i pellegrini che si uniranno a Papa Leone XIV in preghiera per la pace, grazie ai maxischermi accanto all’altare all’aperto del santuario di Nostra Signora Regina della Pace, che porteranno le immagini del Rosario di questa sera dai Giardini Vaticani. “Alle 19 ci uniremo alla trasmissione in diretta dal Vaticano – conferma ai media vaticani fra Zvonimir Pavičićparroco di San Giacomo e rettore del santuario mariano in Bosnia-Erzegovina – dopo aver recitato il Rosario nella chiesa dalle 17, secondo il nostro consueto programma, e poi celebrato Messa alle 18”. Sarà lo stesso giovane parroco, minore francescano della provincia dell’Erzegovina, a guidare il Rosario delle 17, mentre fra Nikola Jurišić celebrerà la Messa.

La statua della Madonna Regina della Pace

La statua della Madonna Regina della Pace

Uniti al Papa anche nella preghiera dell’11 aprile

Anche dal santuario dei Balcani arriveranno immagini per la diretta della preghiera con il Papa, e fra Zvonimir esprime la gratitudine di Medjugorje. “Siamo sempre grati ogni volta che riceviamo un invito dal Vaticano a pregare per la pace – sottolinea – questa è un’intenzione costante a Medjugorje, e siamo felici di sapere che preghiamo insieme a tutta la Chiesa, guidata dal Santo Padre. In questo modo, proviamo un profondo senso di comunione e vicinanza, e questo diventa un momento speciale per tutti noi”. E ricorda che il santuario della Madonna Regina della Pace ha risposto anche l’11 aprile all’invito del Pontefice a pregare per la pace. “In quell’occasione, dopo la Messa serale abbiamo tenuto un’adorazione eucaristica fino a mezzanotte, e i fedeli hanno accolto con entusiasmo l’invito. Ci sta molto a cuore essere uniti al Santo Padre nella preghiera per la pace”.

Fra Zvonimir Pavičić, parroco di San Giacomo e rettore del santuario di Medjugorje

Fra Zvonimir Pavičić, parroco di San Giacomo e rettore del santuario di Medjugorje

Solo tre giorni fa, all’udienza generale del mercoledì, Leone XIV si è rivolto alla Vergine Maria, Regina della Pace, per chiederle di proteggere tutti i popoli che soffrono per i conflitti in tutto il mondo. E ha detto che “la guerra non risolve i problemi, ma li aggrava”. Dalla Bosnia-Erzegovina, che tanto ha sofferto dopo la fine della Yugoslavia, può confermare questa verità?

Sì, è vero. Le guerre lasciano sempre dietro di sé innumerevoli situazioni irrisolte. È evidente che gli esseri umani non possono stabilire da soli una pace giusta. La vera pace viene solo da Dio. Ecco perché preghiamo ogni giorno per la pace nella nostra nazione e tra tutte le nazioni. Certamente, sarebbe molto meglio se le persone potessero raggiungere accordi senza ricorrere alla guerra. Eppure sappiamo che ciò richiede grande impegno, buona volontà, amore e rispetto reciproco. Allo stesso tempo, siamo convinti che si possa ottenere molto attraverso la preghiera e il digiuno. Questa è la testimonianza di Medjugorje e dei molti credenti che l’hanno sperimentata qui. Attraverso la preghiera e il digiuno, le guerre possono essere fermate.


Parteciperanno alle Decine del Rosario in collegamento :

Santuario della Madre di Dio dall’Ucraina
il Santuario Internazionale di Nostra Signora della Pace e del Buon Viaggio : Filippine
il Santuario della Beata Vergine del Rosario: Fatima,Portogallo)
il Santuario della Madonna Regina della Pace : Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina);
il Santuario di Nostra Signora di Lourdes (Pirenei, Francia);
il Santuario di S. Charbel (in Libano) e il Santuario Pontificio della Santa Casa (a Loreto Italia)

Santa Giovanna d’Arco


autore: Jean-Auguste-Dominique Ingres anno: 1854 titolo: Giovanna d’Arco all’incoronazione del re Carlo VII nella cattedrale di Reims luogo: Museo del Louvre

Nome: Santa Giovanna d’Arco

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Jeanne d’Arc

Nascita: 1412, Domrémy, Francia

Morte: 30 maggio 1431, Rouen, Francia

Ricorrenza: 30 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettrice:
della radiodella telegrafia

Beatificazione:
18 aprile 1909, Roma, papa Pio X

Canonizzazione:
16 maggio 1920, Roma, papa Benedetto XV

S. Giovanna nacque l’anno 1412 nel remoto villaggio di Domrémy, dolcemente adagiato sulle sponde della Mosa. Crebbe pura come un giglio, semplice ed incline alla vita austera e penitente: le sue compagne, che la vedevano condurre il gregge al pascolo, non avrebbero certo immaginato quale avvenire straordinario l’attendeva.

Visione di Santa Giovanna d’Arco


Un giorno, mentre recitava l’Angelus, la fanciulla udì dalla parte della chiesa una voce pronunciare distintamente il suo nome: « Giannetta, Giannetta! ». La voce era così penetrante e soave, che la fanciulla si commosse fino alle lacrime. Volse lo sguardo verso il santuario, e vide una gran luce: un personaggio dalle fattezze nobili e graziose, accompagnato da una legione di esseri angelici, ripetè: « Giannetta, Giannetta, sii buona, pia, ama Dio e frequenta la chiesa ». Le apparizioni si ripeterono e in Giovanna crebbe il desiderio d’essere più perfetta e di abbandonarsi all’azione della grazia: Dio le affidava la salvezza della Francia.

Giovanna, conosciuta la sua missione, si raccolse per un istante, levò gli occhi al cielo, poi chinando la fronte soffusa dal rossore e giunte la mani sul seno, esclamò: « Sia fatta la volontà di Dio ». Vinta dopo lungo tempo l’opposizione della famiglia, l’inerme fanciulla si presentò al re Carlo VII, nella città di Chinet.



Ivi tutti erano in preda allo scoraggiamento. Il nemico vinceva; la bandiera inglese sventolava già sulle torri di Parigi: l’ultima speranza era Orléans, ma anch’essa era assediata; espugnata questa, la Francia sarebbe stata inghiottita dall’imperialismo inglese. Giovanna, forte della protezione divina, dopo infinite difficoltà e diffidenze, ebbe il comando di uno scaglione di truppe; ella riordinò quelle poche milizie, fece pregare il Signore, Dio degli eserciti, e mosse contro il nemico che tosto fu sconfitto.

Vinse ripetutamente e liberò Orléans dove entrò entusiasticamente acclamata. La nazione si riscosse, tornò la speranza, ed il nome della giovane guerriera corse su tutte le labbra. A Reims fece incoronare il re, ed ella, chiamata d’ora in poi « Pulzella d’Orléans », venne nominata Contessa del giglio.

titolo Morte di Giovanna d’Arco
autore Eugène Lenepveu anno 1886-1890


Riprese poi le armi e si volse verso Parigi: vinse ancora e fu di nuovo il terrore degli Inglesi; ma il giorno nero venne. Dopo aspra ed infelice battaglia, a Compiègne, la giovane, tradita dai generali invidiosi, cadde nelle mani dei nemici. Aveva 18 anni. Le vendette e le ingiurie a cui soggiacque sono indicibili. L’infame processo che ne seguì fu tra le più abominevoli ingiustizie che si siano mai commesse contro un innocente e coperse di eterna infamia i giudici iniqui. Fu condannata ad essere arsa viva come « eretica, recidiva, apostata, idolatra ». 

Abbandonata da tutti e assistita soltanto da un religioso, la prigioniera salì il patibolo baciando il Crocifisso. Le fiamme che avvolsero ed arsero la verginella posero fine alle sue sofferenze. Era il 30 maggio 1431. Le sue ceneri furono gettate nella Senna dal Pont Mathilde

L’innocenza di S. Giovanna d’Arco brillò fulgida al mondo intero, quando San Pio X, il 18 aprile 1919, la proclamò beata e il giorno 16 maggio 1920 Benedetto XV Papa la elevò agli onori degli altari.  Nel 1922 fu proclamata patrona della Francia.

L’Europa è già nel mirino di un’offensiva russa allargata: così Mosca ha «ampliato il perimetro»

di Federico Rampini| 29 maggio 2026 – Corriere della Sera – 29 Maggio 2026

L’incidente romeno arriva mentre Mosca intensifica gli attacchi contro Kiev e mentre cresce tra gli alleati occidentali il timore che il Cremlino possa cercare di modificare gli equilibri del conflitto allargandone il perimetro

C’è una parte del continente europeo che già si prepara a fronteggiare aggressioni dalla Russia. E non è l’Ucraina. L’ultima notizia aggiunge un elemento inquietante a uno scenario già carico di tensioni da tempo. Un drone russo è penetrato nello spazio aereo della Romania, paese membro della Nato, provocando l’allarme delle autorità di Bucarest e riaccendendo un interrogativo che da mesi circola nelle cancellerie europee: fino a che punto Vladimir Putin è disposto a spingersi pur di uscire dall’impasse della guerra in Ucraina?

L’incidente romeno arriva mentre Mosca intensifica gli attacchi contro Kiev e mentre cresce tra gli alleati occidentali il timore che il Cremlino possa cercare di modificare gli equilibri del conflitto allargandone il perimetro. Non esistono prove che la Russia stia preparando un’offensiva convenzionale contro un Paese della Nato. Tuttavia una serie di segnali, dichiarazioni e movimenti hanno convinto molti governi europei che il rischio di una pericolosa escalation non possa più essere escluso.

Da oltre quattro anni la guerra in Ucraina è entrata in una fase che ricorda i grandi conflitti di logoramento del Novecento. Nessuna delle due parti riesce a ottenere una svolta decisiva. Le linee del fronte si muovono lentamente. Le conquiste territoriali vengono misurate in villaggi e chilometri quadrati. Dietro l’apparente immobilità, si accumulano pressioni enormi.

La Russia continua a colpire le città ucraine con ondate di missili e droni. Gli attacchi contro Kiev hanno assunto una frequenza e un’intensità tali da suggerire che il Cremlino stia cercando non soltanto obiettivi militari, ma anche un effetto psicologico sulla popolazione e sui governi occidentali che sostengono l’Ucraina.

Parallelamente, il linguaggio ufficiale di Mosca è diventato più aggressivo nei confronti di altri europei. Le repubbliche baltiche sono finite al centro di minacce sempre meno velate. La Lettonia è stata accusata di ospitare operatori di droni ucraini e, sulla base di queste accuse, esponenti russi hanno evocato la possibilità di colpire quelli che definiscono «centri decisionali». Riga ha respinto categoricamente queste affermazioni, che vede come un pretesto per legittimare attacchi da Mosca.

Anche la Lituania ha vissuto momenti di tensione quando alcuni droni sospettati di provenire dalla vicina Bielorussia hanno costretto le autorità ad attivare procedure di emergenza e a trasferire membri del governo in rifugi protetti.

In un’altra iniziativa giudicata provocatoria da molte capitali occidentali, il ministero della Difesa russo ha diffuso gli indirizzi di aziende europee accusate di collaborare con l’industria militare ucraina. Le società si trovano in diversi paesi del continente. Il messaggio implicito: continuare ad aiutare Kiev potrebbe avere conseguenze.

Per comprendere queste minacce bisogna guardare alla situazione sul campo di battaglia. L’esercito russo sta pagando un prezzo altissimo in termini di perdite umane. Molti servizi d’intelligence ritengono che le perdite mensili abbiano raggiunto livelli difficilmente sostenibili nel lungo periodo.

Finora Putin è riuscito a evitare una mobilitazione generale con servizio di leva obbligatorio per tutti. Ha preferito incentivi economici, reclutamenti regionali, arruolamenti nelle carceri e contratti ben remunerati. Ora questa strategia mostra segni di esaurimento.

Una mobilitazione avrebbe conseguenze profonde. Sul piano interno rischierebbe di riaprire ferite che il regime era riuscito a contenere. Quando nel 2022 furono richiamati centinaia di migliaia di uomini, una parte significativa della popolazione reagì fuggendo all’estero. Professionisti, tecnici, giovani qualificati lasciarono il paese in quello che molti osservatori descrissero come un nuovo esodo di cervelli.

Sul piano politico, una mobilitazione sarebbe difficile da conciliare con la narrazione ufficiale che da quattro anni e tre mesi annuncia vittoria imminente. Se davvero la guerra sta andando bene, perché richiamare nuove masse di soldati?

È proprio questo paradosso che preoccupa alcuni paesi europei. Se il Cremlino decidesse di aumentare lo sforzo bellico, potrebbe sentirsi obbligato a giustificare tale scelta con una drammatizzazione del conflitto, cercando un’escalation.

Le forme di questa escalation potrebbero essere diverse. La prima è verticale. Significa aumentare l’intensità della guerra senza cambiarne la geografia. Più bombardamenti, più distruzione delle infrastrutture ucraine, più minacce nucleari, più pressione psicologica sull’Occidente.

 La seconda è orizzontale. Significa estendere il conflitto oltre i confini attuali, aprendo nuovi fronti di tensione. Non necessariamente attraverso un’invasione tradizionale. Potrebbero bastare provocazioni, sabotaggi, cyberattacchi, incursioni di droni, operazioni ibride capaci di mettere alla prova la coesione dell’Alleanza Atlantica. È questa seconda ipotesi che suscita le maggiori inquietudini. Da tempo i servizi di sicurezza europei osservano una crescente aggressività russa nelle operazioni ibride. Cavi sottomarini danneggiati, attacchi informatici, campagne di disinformazione, interferenze politiche.

Tutto ciò non è nuovo. La novità è la percezione che Mosca possa essere disposta a correre rischi maggiori rispetto al passato. La preoccupazione è più forte nei paesi che confinano direttamente con la Russia o con la Bielorussia. Le repubbliche baltiche rappresentano il punto più vulnerabile. Sono geograficamente esposte, hanno popolazioni ridotte e ospitano importanti infrastrutture Nato.

Anche alcune aree del Mar Baltico vengono considerate sensibili. Lo stesso vale per l’Artico, una regione dove la competizione strategica è cresciuta negli ultimi anni. A rendere più complesso il quadro c’è il dibattito sul ruolo americano. Le dichiarazioni di Trump sulla Nato e la prospettiva di una riduzione dell’impegno militare statunitense in Europa hanno alimentato interrogativi sulla deterrenza occidentale. Molti governi europei temono che il Cremlino possa interpretare questi segnali come un’opportunità.

 In particolare in una fase in cui il continente affronta anche le conseguenze economiche della guerra tra Stati Uniti e Iran. L’aumento dei prezzi energetici, le difficoltà economiche e la crescita di forze politiche favorevoli a una riapertura dei rapporti con Mosca potrebbero creare un contesto più favorevole alle iniziative russe. La conquista dell’Ucraina resta parte di un progetto più ampio che mira a ridefinire i rapporti di forza nel continente e a limitare l’autonomia dell’Europa. Secondo numerosi responsabili europei, il conflitto non riguarda soltanto il controllo di territori ucraini ma la natura stessa dell’ordine europeo nato dopo la fine della Guerra fredda.

La tecnologia aggiunge un’altra dimensione a questa crisi. I droni hanno trasformato il campo di battaglia in modo radicale. L’Ucraina ha sviluppato capacità notevoli, soprattutto nei droni a lungo raggio. Ma anche la Russia ha accumulato un’esperienza operativa che molti eserciti europei non possiedono. Alcune simulazioni militari occidentali hanno mostrato quanto sarebbe difficile affrontare un avversario che dispone delle competenze maturate in quattro anni di guerra ad alta intensità.

La storia insegna che Putin ha spesso sorpreso gli osservatori scegliendo opzioni considerate troppo rischiose. Dall’intervento in Siria all’invasione dell’Ucraina, il leader russo ha dimostrato una notevole propensione alla scommessa strategica. L’incursione del drone in Romania, proprio perché coinvolge un territorio dell’Alleanza Atlantica, ricorda quanto sottile sia ormai la linea che separa la guerra ucraina dal resto dell’Europa.

La Chiesa perseguitata in Cina: da Mao a Xi Jinping

La Chiesa perseguitata in Cina: da Mao a Xi Jinping

Chiesa cattolica | CR 1951 20 Maggio 2026

di Roberto de Mattei – 20 Maggio 2026

Durante il suo viaggio in Cina, il presidente americano Trump ha sollevato conil presidente comunista cineseXi Jinping la questionedi Jimmy Lai, detenuto dal 2020 in una prigione di Hong Kong. Trump ha riferito così l’esito del colloquio: «Direi che la risposta non è stata positiva. Ha detto che è stato una specie di incubo per lui». Ma chi è Jimmy Lai?

Jimmy Lai, pseudonimo di Chee-Ying Lai, è nato a Canton nel 1947 in una famiglia poverissima e conobbe fin dall’infanzia le privazioni e le violenze della Cina comunista. Ancora adolescente riuscì a fuggire clandestinamente a Hong Kong, allora colonia britannica, dove iniziò a lavorare come operaio tessile. Grazie a una straordinaria capacità imprenditoriale, costruì in pochi decenni un vero impero economico nel settore dell’abbigliamento e dell’editoria, diventando uno degli uomini più noti della città. Convertitosi al cattolicesimo, Jimmy Lai maturò progressivamente la convinzione che la libertà economica dovesse accompagnarsi alla libertà politica e religiosa. Per questo motivo mise la propria ricchezza, la propria influenza e i suoi giornali al servizio della difesa delle libertà civili di Hong Kong, minacciate dall’espansione del controllo del regime comunista cinese. 

Dopo l’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale da parte della Cina, Lai divenne uno dei simboli della resistenza democratica di Hong Kong. Arrestato più volte dalla polizia locale, ormai strettamente subordinata al potere di Pechino, subì processi sempre più duri e restrizioni crescenti della libertà personale. Nonostante l’età avanzata e la possibilità di lasciare il Paese, rifiutò di abbandonare Hong Kong, scegliendo di condividere il destino del suo popolo. Nel febbraio 2026 è stato condannato a vent’anni di reclusione per “sedizione” e “cospirazione” contro il regime comunista.

La sua vicenda si inserisce nella lunga storia delle persecuzioni in Cina, che inizia fin da quando il regime maoista ha conquistato il potere nel 1949, imponendo un controllo totale sulla società attraverso il terrore ideologico e la repressione. Nel caso del cattolicesimo, il problema principale per il regime era la fedeltà al Papa, considerata incompatibile con la sovranità ideologica dello Stato socialista. Per questo negli anni Cinquanta Pechino creò la “Associazione Patriottica” cinese, una struttura controllata dal Partito destinata a costruire una Chiesa “indipendente” da Roma. I vescovi e i sacerdoti che rifiutarono di aderire alla nuova organizzazione furono accusati di essere “controrivoluzionari” o “agenti imperialisti”. Molti finirono, senza processo, nei laogai, i campi di lavoro forzato del sistema repressivo cinese.

Tra le figure simbolo della persecuzione vi è Ignatius Kung Pin-mei, vescovo di Shanghai, arrestato nel 1955 insieme a centinaia di sacerdoti e fedeli. Trascorse oltre trent’anni tra carcere e isolamento per essersi rifiutato di rompere la comunione con il Papa.  Un’altra figura emblematica fu Fan Xueyan, vescovo clandestino di Baoding, arrestato ripetutamente e morto nel 1992 in circostanze mai chiarite dopo anni di torture e detenzione.  

Gerolamo Fazzini nel suo Libro rosso dei martiri cinesi (Edizioni San Paolo, 2006) raccoglie   la testimonianza di quattro cattolici esemplari: Gaetano Pollio, arcivescovo di Kaifeng, arrestato e mandato ai lavori forzati per sei mesi; Domenico Tang, gesuita, arcivescovo di Canton,  detenuto per 22 anni, dato già per morto anche dalla sua famiglia; padre Leone Chan, 4 anni e mezzo di carcere, uno dei primi sacerdoti a far conoscere in Occidente l’incubo comunista cinese per essere riuscito a fuggire nel 1962; Giovanni Liao Shouji giovane catechista cinese anche egli internato per oltre 22 anni nei laogai. Condannati con procedimenti farsa sulla base di crimini mai compiuti furono costretti a torture e umiliazioni di ogni genere mentre in Europa, negli anni Sessanta – annota   Fazzini – il verbo del maoismo veniva propagandato come il “volto buono” del comunismo, arruolando simpatizzanti anche in casa cattolica. 

Robert W. Greene (1911- 2003), un missionario americano in Cina della congregazione di Maryknoll, ha raccontato a sua volta la sua testimonianza di fede durante la persecuzione comunista in Cina negli anni Cinquanta. Dopo la vittoria dei comunisti di Mao Zedong, padre Greene fu arrestato dalle autorità comuniste, accusato di essere una “spia americana” e sottoposto a lunghi interrogatori, umiliazioni e torture. Rimase prigioniero e arrivò persino a essere condannato a morte e destinato alla decapitazione durante la persecuzione anticristiana del 1952, ma venne improvvisamente liberato e deportato a Hong Kong. Una delle immagini più ricordate della sua prigionia è quella del sacerdote che, privo del rosario, utilizzava fiammiferi spezzati per contare le Ave Maria nella cella. 

Dopo il ritorno negli Stati Uniti, Robert Greene continuò a testimoniare pubblicamente la situazione della Chiesa perseguitata in Cina attraverso conferenze e scritti. La sua autobiografia Calvario in Cina. L’ultimo parroco di Tong’an, è stata pubblicata lo scorso anno in italiano dalla casa editrice Ares. In un articolo sul quotidiano“Libero” (Quando il comunismo cinese cominciò a conquistare il mondo, 7 dicembre 2025), attraverso le testimonianze drammatiche di padre Greene, Antonio Socci ha ricordato come funzionava la macchina infernale del maoismo: bambini trasformati in delatori, famiglie distrutte dalla propaganda e persecuzioni contro i cristiani e gli oppositori.

Per decenni, migliaia di cristiani hanno subito arresti, torture, lavori forzati e morte nei campi di rieducazione. Secondo gli studi del PIME, il Pontificio Istituto per le Missioni Straniere, migliaia di sacerdoti e religiosi scomparvero durante le campagne maoiste, specialmente nel periodo della Rivoluzione culturale (1966-1976), quando chiese, monasteri e seminari vennero devastati dalle Guardie Rosse. Molte delle loro storie sono rimaste nascoste dietro la censura del regime, ma missionari, storici e testimoni hanno progressivamente ricostruito il dramma della Chiesa perseguitata in Cina…

Trump, Putin e la strategia cinese

 20 Maggio 2026 

di Roberto de Mattei – Corrispondenza romana 1951

Il viaggio a Pechino di Donald Trump ha avuto un significato ben diverso da quello, compiuto nel 1972, del presidente Richard Nixon insieme al suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger. Nixon perseguiva allora un obiettivo strategico preciso: tentare di separare la Cina maoista dall’Unione Sovietica, che allora costituiva il grande avversario degli Stati Uniti. Questa strategia, nel lungo periodo, si rivelò tuttavia fallimentare. L’apertura diplomatica e commerciale verso la Repubblica Popolare Cinese pose infatti le basi per il suo successivo sviluppo economico, industriale e tecnologico. Gli Stati Uniti e le grandi economie occidentali considerarono per lungo tempo questo processo come vantaggioso per tutti. Da un lato, le imprese occidentali potevano beneficiare di una manodopera a basso costo e di un enorme mercato; dall’altro si diffuse la convinzione che l’integrazione economica avrebbe gradualmente trasformato la Cina, conducendola verso forme di liberalizzazione politica. La previsione si rivelò un grave errore di valutazione. Il Partito Comunista Cinese non rinunciò mai al monopolio del potere, né ai principi fondamentali della propria ideologia. Al contrario, utilizzò l’apertura economica come uno strumento per rafforzare lo Stato, modernizzare il sistema produttivo e costruire una potenza nazionale capace di competere con l’Occidente. Nel giro di pochi decenni, la Cina ha raggiunto una posizione paragonabile a quella degli Stati Uniti come grande potenza globale, sul piano politico, economico, tecnologico e militare.

Il vertice del 13-15 maggio 2026 è stato dunque un incontro da pari a pari e l’obiettivo di Donald Trump è stato quello di aprire una trattativa per arginare l’espansione della potenza cinese. Il 19 maggio, una settimana dopo la visita di Trump, è giunto a Pechino Vladimir Putin per rinsaldare le relazioni con Xi Jinping, che il 23 marzo 2023 aveva dichiarato: «Ci sono cambiamenti che non si vedevano da cento anni e siamo noi a guidarli insieme». L’arrivo di Putin ha segnato il nono faccia a faccia con Xi dall’inizio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. Ma se il presidente della Federazione russa rivendica l’Ucraina, Xi Jinping vuole riappropriarsi della Siberia, che fino al 1860 apparteneva, come parte della Manciuria, al Celeste Impero. Negli ultimi decenni la Siberia ha conosciuto, accanto al calo demografico russo, un’impressionante immigrazione cinese. I cinesi sono più laboriosi, gentili e longevi dei russi che vivono in questi territori e, giunti in Siberia, sposano e mettono al mondo figli, avviando la medesima politica di sostituzione che l’Islam ha pianificato per l’Europa. La Russia è ormai sottomessa alla Cina, che si presenta come la più grande potenza comunista della storia, assai più forte e strutturata di quanto non fosse l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda. Oggi, se il post-stalinista Putin inserisce il comunismo nella tradizione imperiale russa, il neo-maoista Xi lo innesta nella cultura nazionale confuciana. Ma, a differenza dell’Urss, che possedeva soprattutto una forza militare e ideologica, la Cina unisce alla forza politica del Partito comunista, anche una potenza economica, industriale e tecnologica.

Durante l’incontro con Trump, Xi Jinping ha evocato la cosiddetta “Trappola di Tucidide”. L’espressione, coniata da Graham Allison, professore dell’Università di Harvard, si riferisce allo storico greco Tucidide che, narrando la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, osservava come il conflitto divenne inevitabile quando la potenza emergente ateniese minacciò il predominio spartano. Secondo il politologo americano, negli ultimi cinque secoli si possono individuare sedici casi storici nei quali una potenza emergente ha tentato di sostituirsi a una dominante; in dodici casi la rivalità è sfociata in una guerra devastante. Xi Jinping, rifacendosi a questa teoria, ha affermato che la Cina non accetta più una posizione subordinata nell’ordine internazionale e in caso del fallimento della politica di cooperazione, è pronto anche alla guerra.

 Xi Jinping ha lanciato dunque una sfida aperta agli Stati Uniti. In Occidente pochi mostrano di comprendere il carattere ideologico di questa sfida.  Eppure in Cina c’è l’obbligo di studiare Marx, Lenin, Mao e lo stesso “Pensiero di Xi Jinping”, al fine di rafforzare il “senso di identità nazionale” e la fedeltà al Partito Comunista Cinese. Secondo un’inchiesta del The Guardian, i nuovi programmi scolastici di Hong Kong rappresentano un ulteriore passo verso l’integrazione dell’ex-colonia britannica nell’universo ideologico di Pechino. Questo mostra anche quale potrebbe essere il destino di Taiwan se perdesse la propria indipendenza entrando nell’orbita politica della Cina comunista.

La politica di Xi Jinping si accompagna inoltre al culto della sua personalità, come già era accaduto per Mao e Stalin. Un articolo di Tempi descrive come, in alcune regioni rurali della Cina, le immagini sacre cristiane siano state sostituite da ritratti del leader cinese. La fedeltà al Partito viene presentata come una sorta di “religione civile” obbligatoria, mentre continuano le persecuzioni contro cristiani, dissidenti e minoranze religiose nell’ambito della politica di “sinizzazione” delle religioni voluta da Xi. Le epurazioni interne volute dal dittatore cinese nel 2025 sono state tra le più aggressive nella storia della Repubblica popolare e rientrano in una vasta operazione di consolidamento personale del suo potere. 

La sfida cinese è rivolta non solo agli Stati Uniti, ma all’intero Occidente. La destabilizzazione psicologica causata dalla pandemia di Covid-19, partita da Wuhan, ha rappresentato uno spettacolare successo della guerra ibrida di Pechino. La mossa attuale è quella di approfondire il solco tra l’Europa e gli Stati Uniti, presentando questi ultimi agli europei come un concentrato di errori e di nequizie. La Cina continua ad espandere la propria influenza geopolitica, alimentando l’antiamericanismo e rafforzando rapporti strategici con i peggiori nemici dell’Occidente. Come ha osservato Micol Flamini su Il Foglio del 16-17 maggio, Cina, Russia e Iran sono oggi indispensabili l’uno all’altro: Pechino rappresenta la potenza economica e industriale; Mosca apporta l’esperienza militare sul campo; Teheran offre le proprie risorse energetiche e la sua posizione strategica regionale. 

L’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha scritto il 14 maggio su X: «Ho incontrato alcune delle persone peggiori al mondo, ma Xi Jinping è senza dubbio la persona più fredda e spietata che abbia mai conosciuto. Non dobbiamo illuderci sulle sue intenzioni maligne nei confronti degli Stati Uniti o di qualsiasi potenza che lo sfidi sulla scena mondiale» (Epoch Times Italia.) In Europa tuttavia, mentre Donald Trump viene spesso descritto come un leader folle, o quanto meno imprevedibile, Xi Jinping continua ad essere considerato un interlocutore pragmatico e affidabile, Lo slogan lanciato nel 2009 da Romano Prodi “Fidiamoci della Cina”, è stato fatto proprio dall’attuale presidente dei Cinque Stelle Giuseppe Conte e dal segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, discepoli entrambi di quella “Scuola di Villa Nazareth”, che espresse l’artefice dell’Ostpolitik Agostino Casaroli.  Xi Jin Pin conosce forse Tucidide di seconda mano, ma certo non ignora la frase attribuita a Lenin: «I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo», e probabilmente anche l’analisi di Antonio Gramsci, secondo cui il cattolicesimo modernista «fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida». Sembra questo l’inesorabile itinerario del nostro tempo

Perché gli attacchi ucraini in Russia incrinano la narrativa del Cremlino

Mosca non ammette che l’Ucraina è una potenza, ma non può più nascondere i danni dei droni anche alla sua economia. Così tenta di trasformarli nella prova di uno scontro esistenziale con l’occidente. Dati

di Micol Flammini – 19 MAG 26 – IL FOGLIO

A ogni bombardamento russo, corrisponderà una reazione di potenza simile da parte dell’Ucraina. Non ci sono più limiti, i legacci imposti da parte degli alleati occidentali all’uso di alcune armi in territorio russo si sono sciolti, perché l’Ucraina fa da sola, arriva a Mosca, senza dover chiedere il permesso, con le proprie armi. La scorsa settimana, l’esercito russo ha colpito l’Ucraina con un attacco durato trenta ore. I missili e i droni si sono accaniti in modo particolare contro la capitale, Kyiv, dove nella notte fra il 13 e il 14 maggio, è stata colpita con forza un’area residenziale e sotto le macerie sono stati trovati i corpi di più di venti civili. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha minacciato una risposta forte, per la prima volta ha messo in campo una logica mai usata prima: occhio per occhio. 

La risposta è arrivata nel fine settimana, quando i droni di Kyiv sono riusciti a colpire la penisola di Crimea e la regione di Mosca, mostrando di poter eludere le difese, planare e attaccare in gruppo obiettivi sensibili come infrastrutture militari e industriali, depositi di carburante, lanciamissili. Per Mosca è impossibile negare, le conseguenze degli attacchi non si possono nascondere, l’idea della guerra tenuta lontano dai confini non è più una bugia vendibile al popolo russo, allora il Cremlino ha dovuto cambiare strategia. Adesso degli attacchi degli ucraini se ne parla con insistenza, in giornali, salotti televisivi, conferenze stampa.

In risposta, l’esercito russo ha colpito l’Ucraina, puntando a edifici residenziali in diverse regioni. Ha molta capacità di fare male a Kyiv, ma deve trovare il modo di raccontare quello che sta accadendo anche internamente, e non basta dire che le difese russe riescono ad abbattere molti droni ucraini: i danni si vedono ovunque. Ai russi interessa poco se l’esercito colpisce l’Ucraina come rappresaglia se non riesce a fermare gli attacchi che possono arrivare fino alla capitale.

I media russi non negano più, nemmeno il Cremlino lo fa. Per la prima volta le foto di alcuni degli edifici colpiti sono state pubblicate sui giornali russi. Quello che accade non viene nascosto, viene mostrato, anche perché ci sono state vittime, almeno tre. Il Cremlino non ha più paura di mostrare le ferite, ma lo fa seguendo un copione preciso, che piaccia alla popolazione, che la faccia sentire in pericolo, che la motivi a resistere contro un nemico molto grande.

E’ stato Putin a iniziare a ridefinire gli schieramenti e lo ha fatto durante il suo discorso del 9 maggio, quando prima che prendesse inizio la parata militare sulla Piazza Rossa, in occasione del Giorno della vittoria, ha detto che la Russia è in guerra contro la Nato. L’Ucraina è stata descritta sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala come una terra di conquista, bisognosa dell’aiuto russo per essere “denazificata” o strumento dell’Alleanza atlantica usata per colpire la Russia.

 Nel racconto di Mosca, Kyiv non ha identità, subisce le decisioni altrui, quindi, anche per parlare degli enormi attacchi che colpiscono le regioni russe, mettono fuori uso depositi di carburante e raffinerie di petrolio, nessuno ammette che l’Ucraina ha raggiunto una capacità straordinaria.

 Quello che la propaganda del Cremlino racconta è che è la Nato a mettere a disposizione di Kyiv gli strumenti adatti per portare avanti la sua guerra per procura contro i russi. Con questo espediente, il Cremlino cerca di far credere alla popolazione che la guerra lunghissima è combattuta contro un nemico molto grande, ricco, numeroso, tentacolare. L’Ucraina viene sminuita, confinata al ruolo della mano che preme il grilletto di una pistola che le è stata messa in mano da altri.

La verità sul campo di battaglia, invece, è che gli ucraini non soltanto sono sempre più forti, ma anche più indipendenti. Hanno sempre bisogno degli alleati, sono alla ricerca di contraerea per proteggersi dagli attacchi russi, ma inventano armi che possono arrivare ovunque. Ieri Zelensky ha pubblicato alcuni dettagli di un rapporto dell’intelligence ucraina, che sarebbe riuscita a leggere alcuni documenti russi, in cui si parla di una riduzione dei pozzi petroliferi attivi, della raffinazione del petrolio scesa del dieci per cento dall’inizio dell’anno fino a ora. E’ facile mentire ai russi, Mosca però è pronta a farlo anche con il resto del mondo.

Vladimir Putin oggi andrà in Cina, incontrerà il leader cinese Xi Jinping, che la scorsa settimana ha ricevuto il presidente americano, Donald Trump. Il rapporto fra Mosca e Pechino è di reciproco vantaggio, ma Putin non può mostrare le sue debolezze all’alleato. Economicamente la Russia registra dati molto negativi, ha bisogno del sostegno finanziario di Xi Jinping.

Gli attacchi ucraini stanno però mostrando che oltre alla debolezza economica, la Russia soffre anche di una debolezza militare e la paura dei leader internazionali di recarsi a Mosca il 9 maggio, ha dimostrato che la fama dei droni ucraini è arrivata ovunque, sicuramente anche in Cina. Il capo del Cremlino arriva a Pechino anche con un altro problema di immagine da risolvere: ieri un drone russo ha colpito un mercantile legato alla Cina nel Mar Nero.

La guerra della Cina contro Dio

La guerra della Cina contro Dio

Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo elevati a uno status quasi divino? La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso. Così la politica vuole controllare il cristianesimo e le anime 

dalla Free Press – 18 MAG -IL FOGLIO

“L’immagine di Mao Zedong guarda dall’alto la fila di persone che si snoda nella vasta piazza al centro di Pechino” scrive Frannie Block nella Free Press. “Nei giorni di maggiore affluenza, stanno in quattro o cinque per fila, aspettando ore per entrare nell’aula di marmo oro e bianco che contiene il suo cadavere imbalsamato. Sul suo corpo, adagiato in una chiara bara di cristallo, è stesa una bandiera rossa con martello e falce nell’angolo superiore. A più di 50 anni dalle politiche economiche e sociali fallimentari di Mao che hanno gettato il paese nella povertà, nella carestia e nel caos, qualsiasi immagine o riferimento a lui è ancora venerata. Né carestia, né caos, né tentativi di colpo di stato hanno potuto abbattere il regno di Mao in Cina. Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo — e di un’ideologia — elevati a uno status quasi divino? La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso. 

Il 10 ottobre 2025 la polizia cinese ha arrestato tre dozzine di pastori cristiani e membri di chiese in un’operazione coordinata in tutto il paese. Gli agenti sono arrivati nel cuore della notte, a volte strappando giovani genitori dai loro figli, portando via anziani in manette e tagliando temporaneamente l’elettricità nelle case, secondo i testimoni. Il padre di Grace Drexel, Ezra Jin, 57 anni, è stato uno di loro. E’ il pastore principale della Zion Church, una delle più grandi chiese sotterranee della Cina. ‘Il governo cinese cerca di intimidire chi parla’, mi ha detto Grace, ‘e vuole dimostrare che non esiste un posto sicuro per te da nessuna parte al mondo, nemmeno se pensi di essere in un Paese come l’America’. Insieme ad almeno altri 17 pastori, Jin è detenuto in un carcere nel sud della Cina.

Il clero affronta accuse tra cui la diffusione illegale di informazioni online. Il loro vero ‘crimine’ è stato fondare chiese sotterranee, ospitare culti e offrire sermoni al di fuori dell’autorità stretta del Partito Comunista. In Cina, qualsiasi deferenza verso un’autorità superiore al Partito può renderti nemico dello Stato. Si stima che in Cina ci siano 160 milioni di cristiani, molti dei quali praticano la fede in chiese sotterranee.

La storia di Ezra Jin non riguarda solo un uomo o una famiglia. E’ la storia dell’ultima repressione del governo cinese contro il cristianesimo e un inquietante promemoria di quanto lontano il regime sia disposto ad arrivare per silenziare il dissenso. Ho ottenuto ore di interviste con Jin registrate dai Drexel a settembre 2025, un mese prima del suo arresto. Ho visto filmati mai pubblicati di polizia cinese che arresta cristiani. Ho ascoltato audio di interrogatori della polizia e letto quasi una dozzina di testimonianze di chi ha assistito in prima persona agli arresti e alle incursioni nelle chiese. Più di mezza dozzina di persone imprigionate o con familiari imprigionati dal regime cinese mi hanno raccontato le loro storie.

‘Un governo passa dall’autoritarismo al totalitarismo quando vuole infiltrarsi e dirigere le parti più intime di te stesso, della tua comunità, della tua famiglia’, mi ha detto Bill Drexel. ‘Ciò che stiamo vedendo ora’, ha continuato, ‘è un rinnovato desiderio dello stato sotto il presidente Xi di ingegnerizzare le anime’. Grace, che è all’ottavo mese di gravidanza del suo terzo figlio, non è più riuscita a parlare con suo padre da quando è in prigione, ma da quanto ha saputo dal suo avvocato è stato per un periodo in una cella da solo, dormendo su una panca di cemento senza coperta. Gli è stato negato l’accesso ai farmaci prescritti per controllare il diabete. La cella ha una finestra aperta, lasciandolo al freddo e vulnerabile agli elementi esterni. Quando la nonna di Grace è andata in prigione a portargli la Bibbia, le autorità si sono rifiutate di consegnargliela. Alcuni degli avvocati che difendono i pastori imprigionati hanno visto sospesa la loro licenza. L’unico messaggio che Grace ha ricevuto dal padre è arrivato tramite una lettera passata attraverso l’avvocato. ‘Non preoccupatevi per me’, ha scritto Jin. ‘Credo che Dio ci stia mettendo alla prova anche questa volta… Dio non ci abbandonerà’.

Jin è cresciuto nell’ombra del decennio più turbolento della storia moderna cinese, dopo la carestia causata dal Grande Balzo in Avanti di Mao e il caos sociale della successiva Rivoluzione Culturale. ‘Prima di credere in Dio, credevamo nel paese’, ha detto la moglie di Jin, Anna. ‘La nostra educazione ci diceva che la religione era un oppio, non era reale. Che Dio era qualcosa che ti inventavi nella mente’.

La famiglia di Jin era di etnia coreana, minoranza in Cina, ma sosteneva il Partito Comunista. Nella primavera del 1989, mentre Jin era al terzo anno all’Università di Pechino, il governo mandò i carri armati a Piazza Tiananmen, dove un milione di suoi coetanei si era radunato per protestare contro il regime autoritario del Partito Comunista. Le autorità internazionali stimano che siano stati uccisi fino a diecimila persone. In quel periodo fu invitato a un funerale in una chiesa frequentata da minoranze etniche coreane. Jin ha continuato a tornare in chiesa. Un giorno si è inginocchiato in un angolo del santuario dopo la funzione e ha pregato: ‘Dio, non ti conosco bene’, ha detto, ‘ma se esisti davvero e mi ami, salvami’.

Anna era scettica verso il cristianesimo, ma ha iniziato ad andare in chiesa con Jin dopo aver iniziato a frequentarsi. Aveva visto il governo mentire su quanto accaduto a Tiananmen e sul numero di manifestanti uccisi. Questo l’ha fatta riflettere: cos’altro potrebbero nascondere? Nel 1992 si sono sposati e Jin ha iniziato a studiare al Seminario Teologico Yanjing di Pechino, approvato dallo stato. Dopo il seminario è stato assunto come pastore in una delle chiese approvate dallo stato. Nel corso di un decennio è diventato uno dei leader più importanti della chiesa.

La libertà di religione in Cina è tecnicamente un diritto garantito dalla Costituzione. Ma tutto ciò che Jin faceva per la chiesa — dalla scelta dei canti ai sermoni — doveva essere approvato da funzionari del Partito, nessuno dei quali era cristiano. Se troppe persone volevano battezzarsi, la chiesa rischiava di finire nel mirino, mi ha raccontato Grace. Nel 2002, frustrato dal fatto che i controlli del governo rendessero ‘impossibile predicare la verità del Vangelo’, Jin trasferì la famiglia in California, dove conseguì un dottorato al Fuller Seminary di Pasadena.

Nel 2005 il governo cinese approvò nuove regolamentazioni che stringevano ulteriormente il controllo statale sulla religione. La polizia arrestò cristiani non affiliati e imprigionò i loro leader. Jin iniziò a ricevere notizie dalla sua comunità in Cina. ‘Abbiamo bisogno di te qui’, gli dissero, secondo Grace. ‘Non stiamo bene. Abbiamo bisogno di un pastore’. Nel 2006 Jin e la famiglia tornarono in Cina e nel marzo 2007 fondò la sua chiesa: Zion, riferimento al regno spirituale di Dio.

All’inizio celebrava funzioni piccole in case, seminterrati o ristoranti. Zion faceva parte del crescente movimento delle ‘chiese domestiche’, operando al di fuori del controllo del Partito. Due mesi dopo il ritorno in Cina, Zion affittò uno spazio nel centro di Pechino. Nel primo anno raggiunse 300 fedeli. Le funzioni imitavano una tipica megachiesa americana, con musica rock e luci da stadio. Nel 2018 il governo impose un’altra ondata di regolamentazioni che vietavano qualsiasi attività religiosa non autorizzata. La Bibbia non poteva più essere venduta online, le chiese dovevano esporre striscioni con slogan del Partito Comunista e suonare l’inno nazionale prima dei tradizionali inni cristiani. Grace ha raccontato che la polizia minacciava di ritirare i bambini cristiani dalla scuola e di congelare i conti bancari delle famiglie se continuavano ad andare in chiesa.

Al culmine di questa nuova ondata repressiva, Bill Drexel, allora 25enne, arrivò a Pechino dagli States. Ufficialmente per studiare alla prestigiosa Tsinghua University. In realtà voleva indagare la sorveglianza sulle minoranze religiose e la repressione delle chiese domestiche. Bill incontrò un gruppo di membri della Zion Church, si riunivano in piccoli gruppi in tutta la città. Seduta qualche fila dietro di lui c’era Grace. I due iniziarono a parlare dopo la funzione e Bill trovò il coraggio di invitarla a pranzo.

Ma stare insieme sembrava impossibile. La famiglia di Jin era considerata una minaccia alla sicurezza nazionale e aveva il divieto di lasciare il paese. Bill lasciò la Cina pochi mesi dopo. Innamorato, cercò di escogitare un piano per far fuggire Grace. Poi, nel gennaio 2020, poco prima che la pandemia colpisse la Cina, gli agenti di frontiera permisero a Grace di salire su un aereo per la Corea del Sud. Ancora oggi non sa perché il governo cinese l’abbia lasciata andare, ma Grace era sfuggita alla presa del Partito. Suo padre no (…)

Dopo la chiusura della Zion a Pechino, Jin è diventato creativo. Ha spostato i suoi sermoni online. I suoi seguaci potevano infilare le cuffie ovunque nel paese e camminare ascoltando lui e altri ministri predicare. Durante la pandemia, i sermoni virtuali di Jin hanno riempito il vuoto per centinaia di migliaia di cristiani che cercavano di sopravvivere ai duri lockdown. La chiesa è fiorita, raggiungendo oltre diecimila membri.

Nel settembre 2025 il governo ha approvato una legge che rende illegale diffondere insegnamenti religiosi online al di fuori dei siti approvati. E’ allora che Bill e Grace, temendo che il governo potesse imprigionarlo definitivamente, iniziarono a registrare le conversazioni di Jin. Da quando suo padre è stato arrestato, Grace è diventata la sua voce. Le prospettive per il padre di Grace sembrano cupe. I tribunali cinesi sono uno degli ‘strumenti’ dello stato, secondo Bill. ‘Tutto è sotto controllo del governo e del Partito’. 

La buona notizia è che Trump sembra aver preso in carico il caso di Jin. Due giorni dopo l’arresto, il Segretario di Stato Marco Rubio ha condannato l’arresto e chiesto la liberazione. ‘Siamo consapevoli che la probabilità di far uscire il padre di Grace, o chiunque altro con lui, è estremamente bassa’, ha detto Bill. ‘Sarebbe un miracolo. Noi crediamo in un Dio dei miracoli’”.

(traduzione di Giulio Meotti)

Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo elevati a uno status quasi divino? La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso. Così la politica vuole controllare il cristianesimo e le anime 

Attacco di droni su Mosca, almeno tre morti: perché il raid ucraino segna una nuova fase della guerra

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 18 Maggio 2926

Un massiccio raid ha colpito la regione della capitale russa, causando vittime, feriti e gravi disagi negli aeroporti. Kiev aumenta la sua capacità di colpire in profondità infrastrutture energetiche, nodi logistici e siti industriali russi per logorare difese aeree, capacità produttiva e tenuta politica del Cremlino

Mosca sotto attacco, Kiev rivendica la risposta. Nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 maggio, un massiccio raid con droni ha colpito la regione della capitale russa, provocando almeno tre morti e danni a edifici residenziali, secondo quanto riferito dalle autorità russe e da fonti locali.

Il sindaco di Mosca, Sergey Sobyanin, ha dichiarato che la difesa aerea ha contrastato l’offensiva tra la sera del 16 maggio e le prime ore del 17. Secondo le autorità russe, sarebbero stati abbattuti 556 droni ucraini sul territorio della Federazione. Video diffusi sui social dopo le 3 del mattino mostrano lampi nel cielo e incendi in diverse località. Tra le aree interessate figurano Khimki, Klin e Zelenograd, nell’oblast di Mosca, oltre alla zona dell’aeroporto di Sheremetyevo e ad alcune aree del centro cittadino.

Il governatore della regione di Mosca, Andrey Vorobyov, ha poi confermato la morte di almeno tre persone: due nel villaggio di Pogorelki e una a Khimki. Ha inoltre riferito di diversi feriti in vari distretti, a causa dell’impatto dei droni su edifici residenziali e abitazioni. Sobyanin ha aggiunto che altre dodici persone sono rimaste ferite nei pressi della raffineria di petrolio di Mosca, nel distretto di Kapotnya, indicata come uno degli obiettivi dell’attacco. La maggior parte dei feriti sarebbero operai edili al lavoro vicino al posto di blocco dell’impianto.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione «una risposta assolutamente giusta» ai continui bombardamenti russi contro le città ucraine, incluso l’ultimo attacco su Kiev, che ha causato oltre 24 vittime. «Questa volta le capacità missilistiche a lungo raggio ucraine hanno raggiunto la regione di Mosca. Lo diciamo chiaramente ai russi: il loro Stato deve porre fine alla guerra», ha dichiarato, sottolineando che gli obiettivi si trovavano a oltre 500 chilometri dal confine ucraino, nonostante l’elevata concentrazione di difese aeree attorno alla capitale russa.

Secondo il canale Telegram indipendente Astra, sarebbe stato colpito e incendiato il parco tecnologico Elma di Zelenograd, che ospita aziende attive nei settori della microelettronica, della radioelettronica, dei sistemi ottici, della robotica, dell’informatica e della ricerca scientifica. Lo stesso canale ha riferito anche di un attacco alla stazione di carico carburante di Solnechnogorsk, nell’oblast di Mosca, parte dell’infrastruttura di oleodotti che circonda la capitale e utilizzata per lo stoccaggio, il trasferimento e la distribuzione di benzina e gasolio. Anche il canale Telegram russo Supernova+ ha riportato che l’ufficio di progettazione Raduga Machine-Building, a Dubna, sarebbe stato preso di mira. La struttura produce missili da crociera e altri sistemi missilistici.

L’attacco ha provocato pesanti disagi anche al traffico aereo. Secondo gli orari aeroportuali online, circa 200 voli sono stati ritardati o cancellati a Sheremetyevo, mentre quasi 100 hanno subito la stessa sorte all’aeroporto di Vnukovo.

L’offensiva arriva pochi giorni dopo l’introduzione, da parte della Russia, di nuove restrizioni sulla diffusione di informazioni relative agli effetti degli attacchi con droni. Le nuove norme vietano la pubblicazione di foto, video o dettagli senza autorizzazione ufficiale. I trasgressori rischiano multe comprese tra 3.000 e 5.000 rubli per i privati, fino a 50.000 per i funzionari e fino a 200.000 per le persone giuridiche.


Il dato più rilevante non è soltanto la cronaca dell’attacco, ma il quadro strategico che questo episodio conferma. I raid ucraini in profondità sul territorio russo non sono più azioni episodiche o simboliche: stanno diventando uno strumento strutturale della guerra, con una funzione militare, economica e politica sempre più evidente.


Sul piano militare, questi attacchi mostrano anzitutto che Kiev è riuscita ad aumentare in modo sensibile la gittata, la frequenza e il coordinamento delle proprie operazioni a lungo raggio. Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, le forze ucraine avevano già colpito obiettivi fino a 1.500 chilometri dal confine. Il punto non è solo la distanza raggiunta, ma la capacità di mantenere una pressione costante su obiettivi diversi, spesso ben all’interno del territorio russo. Questo costringe Mosca a disperdere sistemi di difesa aerea su un fronte interno enorme, riducendone l’efficacia complessiva.


La vastità del territorio e la moltiplicazione degli obiettivi sensibili rendono impossibile una protezione omogenea per Mosca. Raffinerie, depositi, nodi logistici, aeroporti, impianti industriali e siti legati alla produzione militare formano una rete troppo estesa per essere schermata in modo completo, soprattutto se l’Ucraina è in grado di saturare la difesa con ondate numerose e ripetute di droni. In questo senso, anche quando i sistemi russi intercettano una parte significativa dei vettori in arrivo, il solo fatto di dover reagire continuamente rappresenta un costo operativo crescente.


C’è poi una dimensione economica decisiva. Colpire infrastrutture petrolifere, snodi di stoccaggio carburanti e reti logistiche significa agire su uno dei punti di forza strutturali della Russia: la capacità di sostenere lo sforzo bellico grazie alla profondità territoriale e alle rendite energetiche. Non tutti gli attacchi producono danni strategici immediati, ma la loro ripetizione aumenta i costi di riparazione, rallenta i flussi, obbliga a deviare risorse e accresce l’incertezza nella gestione dell’apparato industriale ed energetico. Anche quando l’impatto materiale è limitato, l’effetto cumulativo può essere significativo.


La scelta degli obiettivi suggerisce inoltre un’evoluzione qualitativa della campagna ucraina. Non si tratta soltanto di «colpire la Russia», ma di selezionare bersagli che abbiano un valore sistemico: poli tecnologici, impianti collegati alla filiera militare, infrastrutture energetiche, hub logistici. Se confermati, i raid contro siti come Zelenograd o Dubna indicano il tentativo di disturbare non solo l’approvvigionamento materiale, ma anche segmenti della capacità produttiva e tecnologica russa legata alla guerra.


Un altro elemento chiave è il rapporto tra offensiva ucraina e difesa aerea russa. Diversi osservatori sostengono che l’efficacia crescente dei raid non dipenda solo dall’aumento del numero di droni disponibili, ma anche da una campagna parallela volta a individuare e indebolire radar, batterie antiaeree e nodi di sorveglianza. Se questa lettura è corretta, gli attacchi in profondità non sono episodi isolati, ma il risultato di una preparazione progressiva: prima si aprono falle nel sistema difensivo, poi le si sfrutta con raid più ampi e meglio sincronizzati.


Anche sul piano tattico si nota un cambiamento
. Le precedenti campagne apparivano spesso intermittenti; quelle più recenti sembrano invece caratterizzate da maggiore continuità e da una logica di accumulo del danno. Colpire più volte gli stessi obiettivi o gli stessi settori nel giro di pochi giorni non serve solo a causare distruzione immediata, ma a impedire riparazioni rapide, allungare i tempi di ripristino e logorare la capacità di risposta del sistema russo. È una strategia di pressione progressiva più che di singolo colpo dimostrativo.


Questo sviluppo è legato direttamente alla crescita dell’industria ucraina dei droni. Dall’inizio del 2026, Kiev sembra aver raggiunto una nuova scala produttiva, con quantità più elevate, modelli più sofisticati e una migliore integrazione tra innovazione tecnica e impiego operativo. La guerra dei droni, che nel 2022 appariva soprattutto come una forma di adattamento tattico, è diventata ormai un settore industriale strategico. La capacità di innovare rapidamente, modificare i sistemi di navigazione, rendere i vettori più resistenti alle contromisure e aumentare i volumi di produzione ha dato all’Ucraina un vantaggio asimmetrico importante.


Il sostegno occidentale rafforza ulteriormente questa traiettoria. Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile. Proprio per questo Mosca guarda con crescente preoccupazione al coinvolgimento europeo e ha alzato i toni contro le aziende straniere che collaborano con Kiev. La pubblicazione degli indirizzi di società europee coinvolte nella produzione congiunta di armamenti va letta non solo come propaganda, ma come segnale politico: il Cremlino vuole dissuadere il consolidamento di una filiera militare transnazionale a sostegno dell’Ucraina.


Sul piano politico interno, gli attacchi attorno a Mosca hanno un peso che va oltre il danno materiale. Portare la guerra nella regione della capitale incrina la narrativa della distanza del conflitto e mostra ai cittadini russi che nemmeno il cuore del potere è completamente al sicuro, come successo in occasione della parata del 9 maggio. Le recenti restrizioni russe sulla diffusione di foto e video degli attacchi indicano proprio la volontà di controllare questo effetto psicologico e simbolico. In altre parole, la questione non è solo impedire la circolazione di informazioni sensibili, ma anche contenere l’impatto politico di immagini che mostrano vulnerabilità in luoghi ritenuti protetti.


In questo quadro, il dato forse più importante è che l’Ucraina sembra ormai puntare a una campagna di logoramento in profondità, pensata per erodere nel tempo la resilienza militare, energetica e psicologica della Russia. Non si tratta necessariamente di ottenere un risultato decisivo con un singolo attacco, ma di accumulare pressione su più livelli: costringere Mosca a spostare difese, aumentare i costi interni della guerra, indebolire nodi produttivi strategici e rendere più visibile il prezzo del conflitto anche per il territorio russo.


Se questa dinamica continuerà nei prossimi mesi, il Cremlino potrebbe trovarsi di fronte a un problema crescente: proteggere simultaneamente il fronte, le retrovie militari, il settore energetico e i centri politici del Paese. È proprio in questa asimmetria — tra il costo relativamente contenuto dei droni e il costo molto più alto necessario per difendere uno spazio immenso e infrastrutture diffuse — che si gioca una parte sempre più importante della guerra.

Papa Leone XIV: “L’Ascensione non ci parla di una promessa lontana”

L’Ascensione non è un evento lontano. Lo ha detto il Papa, stamane, introducendo la preghiera del Regina Coeli 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 17 maggio 2026, 12:11 (ACI Stampa).

L’Ascensione non è un evento lontano. Lo ha detto il Papa, stamane, introducendo la preghiera del Regina Coeli.

“A Gesù – ha spiegato Leone XIV – noi siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo, e il suo ascendere al Cielo attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre”.

Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge – ha aggiunto – attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua”.

Dunque “l’Ascensione non ci parla di una promessa lontana, ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio”.

Il Papa ha ricordato che “di questo cammino di ascesa noi conosciamo la via. La troviamo in Gesù, come pure la vediamo tracciata nella Vergine Maria e nei santi: quelli che la Chiesa ci offre a modello universale e quelli della porta accanto, con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo”.

“Con loro, col loro sostegno e grazie alla loro preghiera – ha concluso – possiamo imparare anche noi a salire giorno per giorno verso il Cielo, facendo oggetto dei nostri pensieri, e mettendo in pratica, con l’aiuto di Dio, quello che abbiamo ascoltato e veduto, facendo crescere, in noi e attorno a noi, la vita divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci attira costantemente in Alto, verso il Padre, e diffondendo nel mondo frutti preziosi di comunione e di pace”.

Dopo aver recitato la preghiera mariana, il Papa ha ricordato la “Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che quest’anno ho voluto dedicare al tema custodire voci e volti umani in quest’epoca dell’intelligenza artificiale. Incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo alla quale orientare ogni innovazione tecnologica”. 

“Da oggi a domenica prossima – ha aggiunto – si svolge la settimana Laudato Si dedicata alla cura del creato. In questo anno giubilare di San Francesco d’Assisi ricordiamo il suo messaggio di pace con Dio con i fratelli e con tutte le creature. 

 Purtroppo in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono state molto rallentati, perciò incoraggio in membri del movimento Laudato Sì e a tutti coloro che lavorano per un’ecologia integrale a rinnovare l’impegno. La cura per la pace è cura per la vita”

Cristo cerca Adamo e lo porta nella gloria.
Ascensione, compimento della redenzione

di Manuel Nin – Avvenire – 16 Maggio 2026

Una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina. Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata

Ascensione del Signore, manoscritto siriaco del XIII secolo, Tur Abdin

Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «…per noi uomini e per la nostra salvezza… si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede.

Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo.

Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro… Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito.

In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. In questo tropario troviamo l’espressione: «…stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro…», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase:«…restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio.

Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa.

In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «…O tu che per me come me ti sei fatto povero…», per parlare dell’incarnazione.

Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre… Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti…».

Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima… Mentre tu ascendevi, o Cristo, … le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria… Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi.

In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli».

L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 

Esarca apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata

Pagina 15 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy