
20 Maggio 2026
di Roberto de Mattei – Corrispondenza romana 1951
Il viaggio a Pechino di Donald Trump ha avuto un significato ben diverso da quello, compiuto nel 1972, del presidente Richard Nixon insieme al suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger. Nixon perseguiva allora un obiettivo strategico preciso: tentare di separare la Cina maoista dall’Unione Sovietica, che allora costituiva il grande avversario degli Stati Uniti. Questa strategia, nel lungo periodo, si rivelò tuttavia fallimentare. L’apertura diplomatica e commerciale verso la Repubblica Popolare Cinese pose infatti le basi per il suo successivo sviluppo economico, industriale e tecnologico. Gli Stati Uniti e le grandi economie occidentali considerarono per lungo tempo questo processo come vantaggioso per tutti. Da un lato, le imprese occidentali potevano beneficiare di una manodopera a basso costo e di un enorme mercato; dall’altro si diffuse la convinzione che l’integrazione economica avrebbe gradualmente trasformato la Cina, conducendola verso forme di liberalizzazione politica. La previsione si rivelò un grave errore di valutazione. Il Partito Comunista Cinese non rinunciò mai al monopolio del potere, né ai principi fondamentali della propria ideologia. Al contrario, utilizzò l’apertura economica come uno strumento per rafforzare lo Stato, modernizzare il sistema produttivo e costruire una potenza nazionale capace di competere con l’Occidente. Nel giro di pochi decenni, la Cina ha raggiunto una posizione paragonabile a quella degli Stati Uniti come grande potenza globale, sul piano politico, economico, tecnologico e militare.
Il vertice del 13-15 maggio 2026 è stato dunque un incontro da pari a pari e l’obiettivo di Donald Trump è stato quello di aprire una trattativa per arginare l’espansione della potenza cinese. Il 19 maggio, una settimana dopo la visita di Trump, è giunto a Pechino Vladimir Putin per rinsaldare le relazioni con Xi Jinping, che il 23 marzo 2023 aveva dichiarato: «Ci sono cambiamenti che non si vedevano da cento anni e siamo noi a guidarli insieme». L’arrivo di Putin ha segnato il nono faccia a faccia con Xi dall’inizio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. Ma se il presidente della Federazione russa rivendica l’Ucraina, Xi Jinping vuole riappropriarsi della Siberia, che fino al 1860 apparteneva, come parte della Manciuria, al Celeste Impero. Negli ultimi decenni la Siberia ha conosciuto, accanto al calo demografico russo, un’impressionante immigrazione cinese. I cinesi sono più laboriosi, gentili e longevi dei russi che vivono in questi territori e, giunti in Siberia, sposano e mettono al mondo figli, avviando la medesima politica di sostituzione che l’Islam ha pianificato per l’Europa. La Russia è ormai sottomessa alla Cina, che si presenta come la più grande potenza comunista della storia, assai più forte e strutturata di quanto non fosse l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda. Oggi, se il post-stalinista Putin inserisce il comunismo nella tradizione imperiale russa, il neo-maoista Xi lo innesta nella cultura nazionale confuciana. Ma, a differenza dell’Urss, che possedeva soprattutto una forza militare e ideologica, la Cina unisce alla forza politica del Partito comunista, anche una potenza economica, industriale e tecnologica.
Durante l’incontro con Trump, Xi Jinping ha evocato la cosiddetta “Trappola di Tucidide”. L’espressione, coniata da Graham Allison, professore dell’Università di Harvard, si riferisce allo storico greco Tucidide che, narrando la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, osservava come il conflitto divenne inevitabile quando la potenza emergente ateniese minacciò il predominio spartano. Secondo il politologo americano, negli ultimi cinque secoli si possono individuare sedici casi storici nei quali una potenza emergente ha tentato di sostituirsi a una dominante; in dodici casi la rivalità è sfociata in una guerra devastante. Xi Jinping, rifacendosi a questa teoria, ha affermato che la Cina non accetta più una posizione subordinata nell’ordine internazionale e in caso del fallimento della politica di cooperazione, è pronto anche alla guerra.
Xi Jinping ha lanciato dunque una sfida aperta agli Stati Uniti. In Occidente pochi mostrano di comprendere il carattere ideologico di questa sfida. Eppure in Cina c’è l’obbligo di studiare Marx, Lenin, Mao e lo stesso “Pensiero di Xi Jinping”, al fine di rafforzare il “senso di identità nazionale” e la fedeltà al Partito Comunista Cinese. Secondo un’inchiesta del The Guardian, i nuovi programmi scolastici di Hong Kong rappresentano un ulteriore passo verso l’integrazione dell’ex-colonia britannica nell’universo ideologico di Pechino. Questo mostra anche quale potrebbe essere il destino di Taiwan se perdesse la propria indipendenza entrando nell’orbita politica della Cina comunista.
La politica di Xi Jinping si accompagna inoltre al culto della sua personalità, come già era accaduto per Mao e Stalin. Un articolo di Tempi descrive come, in alcune regioni rurali della Cina, le immagini sacre cristiane siano state sostituite da ritratti del leader cinese. La fedeltà al Partito viene presentata come una sorta di “religione civile” obbligatoria, mentre continuano le persecuzioni contro cristiani, dissidenti e minoranze religiose nell’ambito della politica di “sinizzazione” delle religioni voluta da Xi. Le epurazioni interne volute dal dittatore cinese nel 2025 sono state tra le più aggressive nella storia della Repubblica popolare e rientrano in una vasta operazione di consolidamento personale del suo potere.
La sfida cinese è rivolta non solo agli Stati Uniti, ma all’intero Occidente. La destabilizzazione psicologica causata dalla pandemia di Covid-19, partita da Wuhan, ha rappresentato uno spettacolare successo della guerra ibrida di Pechino. La mossa attuale è quella di approfondire il solco tra l’Europa e gli Stati Uniti, presentando questi ultimi agli europei come un concentrato di errori e di nequizie. La Cina continua ad espandere la propria influenza geopolitica, alimentando l’antiamericanismo e rafforzando rapporti strategici con i peggiori nemici dell’Occidente. Come ha osservato Micol Flamini su Il Foglio del 16-17 maggio, Cina, Russia e Iran sono oggi indispensabili l’uno all’altro: Pechino rappresenta la potenza economica e industriale; Mosca apporta l’esperienza militare sul campo; Teheran offre le proprie risorse energetiche e la sua posizione strategica regionale.
L’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha scritto il 14 maggio su X: «Ho incontrato alcune delle persone peggiori al mondo, ma Xi Jinping è senza dubbio la persona più fredda e spietata che abbia mai conosciuto. Non dobbiamo illuderci sulle sue intenzioni maligne nei confronti degli Stati Uniti o di qualsiasi potenza che lo sfidi sulla scena mondiale» (Epoch Times Italia.) In Europa tuttavia, mentre Donald Trump viene spesso descritto come un leader folle, o quanto meno imprevedibile, Xi Jinping continua ad essere considerato un interlocutore pragmatico e affidabile, Lo slogan lanciato nel 2009 da Romano Prodi “Fidiamoci della Cina”, è stato fatto proprio dall’attuale presidente dei Cinque Stelle Giuseppe Conte e dal segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, discepoli entrambi di quella “Scuola di Villa Nazareth”, che espresse l’artefice dell’Ostpolitik Agostino Casaroli. Xi Jin Pin conosce forse Tucidide di seconda mano, ma certo non ignora la frase attribuita a Lenin: «I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo», e probabilmente anche l’analisi di Antonio Gramsci, secondo cui il cattolicesimo modernista «fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida». Sembra questo l’inesorabile itinerario del nostro tempo