"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il ritorno al comunismo dei giovani russi, fra guerra e crisi economica

di Stefano Caprio – Asia News – 16 Maggio 2026

Cresce l’esigenza popolare di una politica di “sinistra”. Fra le richieste una tassa sui super-ricchi in risposta alla disuguaglianza sociale. I giovani si uniscono a gruppi radicali di sinistra in cerca della “verità” e si scontrano coi nazisti per le strade. In un clima di stanchezza qualsiasi rivendicazione riveste grande potenziale. Il calo costante, ma non ancora catastrofico, di Russia Unita e Putin. 

La frase più a effetto nello spazio politico russo degli ultimi giorni è stata quella pronunciata dal leader storico dei comunisti del Kprf, Gennadij Zjuganov, quando il 22 aprile, giorno della nascita di Vladimir Lenin, ha affermato alla Duma di Stato che “se non prendete misure efficaci a livello economico, finanziario e sociale, in autunno ci aspetta la ripetizione del 1917, e noi non abbiamo il diritto di ripetere quell’esperienza”. Il grande avversario di Boris Eltsin, che preparò l’avvento di Vladimir Putin, non aveva certo in mente la rivoluzione bolscevica d’ottobre, ma la prima rivoluzione di febbraio, quando l’8 marzo (secondo il nuovo calendario) le donne di Pietrogrado si scagliarono contro gli inermi cadetti che proteggevano il Palazzo d’Inverno, mentre lo zar Nicola II era vicino al fronte per sostenere le armate nella catastrofica guerra con i tedeschi, e non si rese conto del crollo dell’impero.

Con la sempre più inevitabile caduta verso una crisi economica generale, in Russia cresce l’esigenza popolare di una politica “di sinistra”, che senza entrare nella pericolosa valutazione della “operazione militare speciale” possa difendere gli interessi delle classi sociali che maggiormente soffrono delle condizioni generate dall’inflazione galoppante e dagli aumenti dei prezzi al consumo, e dei giovani che non vedono reali prospettive per il futuro. Alcuni blogger vicini ai comunisti come Andrej Rudoj stanno raccogliendo milioni di follower su YouTube, nonostante il blocco che dovrebbe renderlo inaccessibile, salvo applicare i sistemi Vpn che le agenzie di controllo non riescono a sradicare dagli utenti. I levaki, i “simpatizzanti di sinistra”, propongono campagne per una tassa di lusso sui super-ricchi, considerando il livello sempre maggiore di disuguaglianza sociale, e piccoli gruppi radicali di marxisti-leninisti, trozkisti e maoisti sono tra i principali combattenti attivi per un internet libero.

“Maoisti: i russi hanno bisogno di comunicare! Smettetela di bloccare Telegram!”. Questo lo striscione appeso in una strada di Čeljabinsk già alla fine di marzo da attivisti dell’Unione Maoista degli Urali, come riporta Novaja Gazeta Evropa. Le forze di sicurezza locali se ne sono accorte, due persone sono state arrestate e secondo notizie non confermate la polizia avrebbe sequestrato dell’esplosivo a uno di loro. Il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (Pkr), di ispirazione trozkista, sta affiggendo ovunque volantini contro l’uso forzato del servizio patriottico di messaggistica Max, e distribuendo materiale di propaganda del partito agli ingressi delle fabbriche nella regione di Mosca. “Lenin ce l’ha fatta, quindi puoi farcela anche tu!” è lo slogan che diffondono ai lavoratori nei loro materiali di propaganda.

Il Partito Comunista Russo (Internazionalista) ha organizzato una manifestazione a Novosibirsk contro la macellazione del bestiame, ed è anche tra i principali organizzatori di manifestazioni e picchetti in diverse città contro le restrizioni di internet. Operando in Russia, il Pkr Internazionalista riesce a criticare anche l’Unione Sovietica, e recentemente il suo gruppo su VKontakte è stato bloccato per questo motivo. Gli anarchici di Autonomous Action suggeriscono anche di scaricare tramite Vpn e con cautela distribuire materiale di propaganda contro la guerra con l’Ucraina, e pubblicano regolarmente fotografie di tali manifesti, provenienti da diverse città. “In Russia e altrove, i giovani si uniscono a gruppi radicali di sinistra perché cercano la verità. La politica radicale, soprattutto quella di sinistra, permette di vivere in uno stato di produzione continua di verità: si creano un’enorme quantità di testi, dichiarazioni e azioni pubbliche”, afferma un programmatore moscovita che in passato ha partecipato a gruppi radicali di sinistra simili, e che ha rilasciato anonimamente un’intervista a Novaja Gazeta.

Egli osserva che il pensiero radicale non è particolarmente interessato al raggiungimento degli obiettivi, ma piuttosto al processo stesso, quindi è inutile discutere di ciò che questi gruppi radicali sono in grado di realizzare nella Russia moderna. Secondo il programmatore, essi raggiungono qualsiasi risultato “più nonostante che grazie a”. I riferimenti a figure storiche – Trockij, Kropotkin, Mao, Che Guevara o Stalin – per questi attivisti rappresentano più una tradizione sub-culturale o addirittura religiosa, un modo più semplice per costruire una narrazione. “Perché sono diventato comunista al liceo e non un fan di Tolkien o un punk? Non ho una risposta, immagino fosse il desiderio di trovare un ambiente per la comunicazione intellettuale. Partecipavo a riunioni, picchetti e facevo parte di organizzazioni. Eravamo in pochissimi e ci conoscevamo tutti. Eravamo molto distaccati dalla società e dai suoi problemi”, ricorda il programmatore.

Ciononostante, tali movimenti non dovrebbero essere sottovalutati: “Se e quando in Russia si apriranno opportunità politiche, tutto ciò che è stato avrà importanza. Alcuni membri di gruppi di sinistra parteciperanno sicuramente alla nuova politica”. Le organizzazioni cambiano rapidamente ed è probabile che ne emergano di nuove, e rispetto alla fase della perestrojka gorbacioviana “la Russia democratica in sé non ha ottenuto nulla, ma i suoi membri hanno partecipato a molte iniziative”, osserva un ex-attivista. La richiesta di politica di sinistra in Russia è in realtà molto più ampia di quanto possano offrire i piccoli circoli marxisti e anarchici semi-subculturali; in un contesto di stanchezza per la guerra nella società russa, di crescenti perdite militari dirette, licenziamenti di massa, declino economico, aumenti delle tasse e azioni folli delle autorità come la macellazione del bestiame senza spiegazioni né indennizzi, in questo contesto qualsiasi rivendicazione sociale, qualsiasi critica alle autorità da parte della sinistra, ha un grande potenziale.

Il Vitsom, il centro filogovernativo di ricerca sull’opinione pubblica panrussa, sta registrando un calo costante, seppur ancora non catastrofico, del gradimento di Russia Unita e del presidente Vladimir Putin in persona. L’operazione Svo, l’aumento dei prezzi e lo stato del sistema sanitario sono le principali preoccupazioni dei russi. “Sono convinto che in una futura Russia democratica la sinistra deterrà la maggioranza in parlamento. Forse ci saranno diversi partiti”, sostiene Evgenij Stupin, ex deputato della Duma di Mosca e membro del partito comunista secondo cui “esistono già molte strutture e individui di sinistra in attesa dell’opportunità di unirsi alla lotta legale”.

I russi hanno una forte esigenza di giustizia sociale, il che indica una decisa svolta a sinistra, e purtroppo, una grande spinta al nazionalismo interno a causa del completo fallimento della politica migratoria, e anche perché ora in Russia ci sono molti militari, per lo più di destra. I liberali avranno la vita più difficile in questa situazione, anche perché la classe media, che tradizionalmente sosteneva Aleksej Navalnyj e altri movimenti liberali, sta lentamente scomparendo: molti hanno lasciato la Russia, altri sono caduti in povertà o, al contrario, si sono uniti all’élite. Lo stesso Stupin è stato costretto a lasciare la Russia nel 2023 a causa della minaccia di un procedimento penale, ma il suo pubblico combinato su Telegram e YouTube conta quasi un milione di persone, pubblicando molti video e articoli sui conflitti sociali in Russia.

Con le manifestazioni praticamente vietate, la pressione sui media sempre più forte e le elezioni prive di competizione, è difficile valutare la rilevanza di qualsiasi idea politica. Diverse testate giornalistiche di sinistra russe contano decine di migliaia di iscritti su Telegram e centinaia di migliaia su YouTube. Sebbene i loro numeri siano inferiori a quelli di molti liberali o nazionalisti, la sinistra sta gradualmente recuperando terreno. Ci sono poche figure pubbliche di estrema sinistra, in parte a causa del rischio di persecuzione. L’insegnante e attivista sindacale indipendente Andrei Rudoj è uno dei blogger più popolari, con oltre 350 mila iscritti su Telegram e YouTube, ed è anche riuscito a lasciare la Russia evitando l’arresto. Un altro noto personaggio pubblico di sinistra, il filosofo marxista Boris Kagarlitskij, ha dichiarato che non avrebbe lasciato la Russia per principio, e sta attualmente scontando una condanna a cinque anni per “giustificazione del terrorismo”.

Un’altra fonte d’incitamento per i movimenti di sinistra è stata l’ascesa dell’estrema destra, e l’innegabile fascistizzazione dello Stato nel suo complesso. Ad esempio, il Fronte Studentesco Antifascista, che opera legalmente in Russia e ha organizzato proteste contro la Scuola Ivan Il’in presso l’Università Statale Russa di Scienze Umanistiche, che hanno portato alle dimissioni del rettore dell’università, ha pubblicato materiale critico sul reclutamento di studenti in milizie paramilitari, e ha anche lanciato una campagna per introdurre una tassa di lusso per finanziare i sussidi abitativi per i giovani. I giovani di sinistra si scontrano frequentemente con i nazisti per le strade delle città russe, e forse anche per questo Putin comincia a parlare di “fine della guerra”, per evitare che ne inizi una molto distruttiva all’interno della Russia stessa.

I cavalieri dell’Apocalisse

Di Mattia Ferraresi -Tempi

01 Maggio 2026

Il crociato calvinista Hegseth, il convertito Vance, il cattolico convenzionale Rubio. Le fratture profonde e i conflitti latenti all’interno del mondo cristiano di fronte a un presidente che rivolge sguaiati attacchi contro papa Leone XIV

Le guerre tra cattolici e protestanti che l’America non ha mai combattuto sui campi di battaglia si manifestano oggi in forme nuove. Lo scontro aperto fra Donald Trump e Leone XIV, aggressione al papato con diversi e inquietanti precedenti nel vecchio mondo, ha fatto emergere le fratture profonde e i conflitti latenti nei rapporti all’interno del mondo cristiano in relazione al potere politico. La decisione di Trump di portare lo scontro ai livelli inauditi di trollaggio social, per poi mandare il suo vice, JD Vance, a impartire lezioni di teologia al Vicario di Cristo, hanno fatto riaffiorare dinamiche di scontro teologico-politico nella fase storica in cui i cattolici si sono affermati come dominante forza sociale e politica negli Stati Uniti.

Il cattolicesimo è la singola denominazione cristiana più rappresentata fra la popolazione ed è una presenza dominante nelle istituzioni, dalla Corte suprema al governo, dove oltre il 30 per cento dei membri del gabinetto è cattolico. Nessun presidente aveva indicato tanti cattolici fra i vertici dell’amministrazione. Anche la delegazione di funzionari del Pentagono che nel gennaio scorso ha preparato per il nunzio apostolico negli Stati Uniti un incontro irrituale e assai poco amichevole era composta quasi interamente di cattolici.

La storia di questo intreccio può essere raccontata attraverso tre protagonisti della contesa. Il crociato calvinista Pete Hegseth, segretario del Pentagono e forza propulsiva dietro la guerra in Iran; il convertito Vance, che si opponeva alle avventure militari americane nel mondo e ora si trova costretto a incrociare le lame con il Papa per provare la sua fedeltà a Trump; il cattolico convenzionale Marco Rubio, delegato a qualunque cosa dal presidente, che non perde occasione per segnalare la sua preferenza per lui quando si guarda al futuro.

Il guerriero protestante

Per capire Pete Hegseth occorre conoscere il nome di Douglas Wilson, il suo teocrate di riferimento. Wilson è un pastore presbiteriano di Moscow, Idaho, animatore di un movimento che intende rifondare la civiltà occidentale su basi cristiane riformate e critico fervente della presenza visibile dei cattolici nella vita sociale e politica degli Stati Uniti. È l’architetto di una teologia politica che ha trovato nella vittoria di Trump il suo momento di massima influenza, ed Hegseth è il suo messaggero più potente. La sua retorica religiosa applicata alla guerra – che ha chiaramente ispirato Leone a castigare con crescente chiarezza l’uso strumentale della fede per giustificare le guerre – mescola il linguaggio della crociata e il patriottismo americano. I soldati sono guerrieri per la civiltà cristiana che combattono le forze del male in nome di un ideale in cui Dio e la nazione non si distinguono più. Hegseth ha costruito un’identità pubblica di tipo religioso in cui lui è il campione dell’Occidente cristiano che non si vergogna della propria fede e la rappresenta ovunque, anche sui missili che si abbattono sugli infedeli.

Questa visione ha conseguenze pratiche nella gestione del Pentagono. Le purghe di ufficiali e funzionari considerati non allineati hanno prodotto attriti con la componente cattolica dell’amministrazione. È diventato ormai pubblico lo scontro con Dan Driscoll, segretario dell’Esercito, e con altri funzionari che sono nell’orbita di Vance, uomini che si riconoscono in un cattolicesimo post-liberale e diffidano dell’ardore calvinista di Hegseth. Per lui, il cattolicesimo romano ha sempre avuto qualcosa di sospetto, configurandosi come autorità che non si ferma ai confini dello Stato.

Il convertito in difficoltà

La storia religiosa di Vance è diventata un fatto politico ed elettorale. La sua conversione al cattolicesimo nel 2019 è stata interpretata ora come percorso spirituale autentico, ora come marketing identitario, ora come esperienza culturale che deriva dall’influenza con Peter Thiel (che non è cattolico ma è stato allievo e amico del cattolico René Girard) e con l’ambiente post-liberale di Patrick Deneen e altri intellettuali convertiti. La sua prima identità pubblica era quella del testimone degli zoticoni degli Appalachi traditi dalle dinamiche della globalizzazione e dimenticati dalla politica. L’autore di Elegia americana sbatteva in faccia alla classe dirigente il suo disprezzo verso milioni di americani bianchi e marginalizzati. La sua conversione al cattolicesimo ha costruito sopra quella base un ulteriore strato di identità, che lo ha reso il portatore di una dottrina politica, il post-liberalismo, che promette di riformare i termini in cui il diritto naturale informa il diritto positivo, cambiando così la relazione fra la fede e la vita pubblica.

Vance ha scelto così di scrivere un secondo libro, per ridefinire il perimetro della sua identità in vista della fase post-Trump, e ha deciso di intitolarlo Communion, un racconto del suo approdo alla fede che si muove dentro il genere editoriale della memorialistica protestante. Il problema è che questa identità è entrata in collisione con la realtà. Vance è la voce critica nell’amministrazione sull’interventismo militare, e con la guerra in Iran si è trovato a difendere una campagna che il Papa ha condannato con parole durissime. La sua risposta teologica a Leone XIV, un convertito di sei anni che spiega al Pontefice come interpretare Agostino e Tommaso, è stata letta da molti cattolici come un atto di arroganza straordinaria. Il cattolicesimo post-liberale che incarna aveva sempre rivendicato l’autonomia della Chiesa dalla politica, mentre lui si è trovato a usare la teologia come arma politica per coprire la sua fedeltà a Trump.

Il “latinos” tra fede e mercato

Marco Rubio è l’erede di un’altra epoca culturale. La sua storia di figlio di esuli cubani e di cattolico “latinos” che ha sperimentato, nel suo percorso di fede, anche altre confessioni e denominazioni, rimandano a un momento che Trump ha molto a cuore, gli anni Ottanta. Era l’era in cui i cattolici americani conservatori hanno forgiato l’alleanza con Ronald Reagan, ammiratore personale e alleato di Giovanni Paolo II nel nome della lotta all’Unione Sovietica, conclusa con l’epocale successo di quella stagione. È il cattolicesimo incarnato da figure come George Weigel, storico convinto che la dottrina sociale e il capitalismo democratico siano profondamente compatibili, oppure di padre Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute, che ha costruito per decenni il ponte teologico tra la fede e il mercato. Questa tradizione ha prodotto think tank e riviste e formato generazioni di funzionari politici. Ha costruito la narrazione secondo cui un cattolico americano poteva essere pienamente fedele a Roma e pienamente fedele al progetto americano, senza dover scegliere.

Il limite di questa tradizione è che funzionava nella misura in cui la politica americana e la Chiesa non entravano apertamente in conflitto. Quando c’era accordo, come sulla Guerra fredda, cattolicesimo e Partito repubblicano andavano senza problemi a braccetto, mentre quando le strade erano in conflitto, come sulla guerra in Iraq, gli esponenti di questa corrente hanno teso a minimizzare l’attrito, appellandosi a giudizi prudenziali su cui si poteva divergere con il Vaticano. Rubio è l’erede diretto di questa filosofia flessibile, ed è per questo che è prezioso per Trump.

Il segretario di Stato è il cattolico responsabile che sa come non irritare l’America protestante, sa invocare i valori cristiani senza disturbare chi non li condivide. Il suo cattolicesimo non costituisce una minaccia, perché si adatta sui desideri della politica e non protesta quando ci sono frizioni. Non c’è ormai occasione pubblica in cui Trump non esprima in qualche forma la sua preferenza per Rubio nel conflitto elettorale che verrà, e dal punto di vista del tipo religioso-politico che rappresenta, si capisce una ragione più profonda per questa preferenza. Rubio è il tipo di cattolico che l’America non teme, perché ha già interiorizzato la lezione che la nazione impone: la fedeltà al progetto nazionale e alla sua religione civile – un surrogato gnostico del protestantesimo – viene prima di quella a Roma, quando le due entrano in conflitto.

La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” –24

De Fatima numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1950

13 Maggio 2026 ore 10:55

di Roberto de Mattei

De Maria numquam satis dice una sentenza attribuita a san Bernardo da Chiaravalle. Su questo tema si svolgerà nel prossimo mese di ottobre un convegno internazionale a Roma, allo scopo di approfondire il mistero insondabile delle grandezze della Beatissima Vergine Maria.

Ma il 13 maggio ci ricorda che 109 anni sono passati dalle apparizioni della Madonna a Fatima, che iniziarono il 13 maggio 1917 e si conclusero il 13 ottobre dello stesso anno. In queste apparizioni la Madonna trasmise un messaggio profetico ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco, dedicato all’umanità intera. Il messaggio conteneva l’annuncio di una serie di catastrofi che sarebbero cadute sul mondo, se non fosse tornato al rispetto e all’amore della legge del Signore. Lo spirito di preghiera e di penitenza, la pratica della comunione riparatrice nei primi sabati del mese e la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato furono le condizioni esplicitamente richieste per allontanare il castigo incombente sul mondo a causa dei peccati degli uomini. Il messaggio era dunque condizionato, ma incondizionata era la sua conclusione: il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

109 anni sono passati, ma noi, parafrasando san Bernardo, potremmo dire: De Fatima numquam satis. Su Fatima non si è detto e non si dirà mai abbastanza, anche perché è una profezia “aperta”, che attende ancora il suo compimento.

San Luigi Maria Grignion de Montfort inizia il suo celebre Trattato della Vera Devozione a Maria con queste parole: «Per mezzo della santissima Vergine Maria Gesù Cristo venne al mondo; ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo» (n. 1).

Tutta la teologia della mediazione universale di Maria è racchiusa in questo assioma, che il santo sviluppa ampiamente in tutto il suo Trattato. E’ il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che divide l’umanità in due epoche: prima e dopo la venuta di Gesù Cristo. Nessuno come Maria, la purissima figlia di san Gioacchino e sant’Anna, conosceva le profezie bibliche e la divina promessa dell’Antico Testamento, che annunciava la venuta di un Messia, il Redentore dell’umanità. Maria non aveva fatto studi teologici, ma la profondità del suo intelletto e l’ardore del suo Cuore Immacolato la immergevano ogni giorno di più nell’umile contemplazione del mistero che il Signore celava alla mente dei superbi.

Maria aveva di fronte ai suoi occhi la decadenza morale dell’Impero romano e la tragedia del suo popolo, quello di Israele, indurito e infedele alla sua missione. Eppure, Ella mai dubitò della realizzazione delle antiche promesse. Un Salvatore sarebbe giunto, in modo diverso da come il suo popolo lo aspettava, e con il suo sacrificio avrebbe redento il mondo. Tutti i mali della terra erano conseguenza del peccato originale dei progenitori, Adamo ed Eva. Lei sarebbe stata la nuova Eva, prescelta per essere associata al nuovo Adamo, Cristo il Redentore. La morte, dice san Girolamo, era giunta per Eva, la vita sarebbe giunta per Maria.

Questo mistero fu svelato dall’Arcangelo Gabriele alla Beatissima Vergine a Betlemme, nella notte dell’Annunciazione, ed Ella, con il suo Fiat, acconsentì alla Incarnazione del Verbo. Fu così che, attraverso di Lei, Gesù Cristo venne al mondo. Come potrà Gesù, attraverso di Lei, regnare sul mondo? Il Trattato della vera devozione lo spiega: il regno di Gesù Cristo sul mondo non è una regalità di diritto, che già gli appartiene, ma una regalità di fatto, una regalità storica, che ancora non ha esercitato nella sua pienezza.

 Questo secondo evento è ancora avvolto di mistero, ma come nell’Incarnazione del Verbo, Maria vi svolgerà un ruolo decisivo. «Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria – scriveva settant’anni fa Plinio Corrêa de Oliveira – che mai può essere, se non il Regno della Beatissima Vergine profetizzato da san Luigi Grignion de Montfort? E questo Regno che mai può essere, se non quell’epoca di virtù in cui l’umanità, riconciliata con Dio nel grembo della Chiesa, vivrà in terra secondo la Legge, preparandosi per le glorie del Cielo?» (“Catolicismo”, n. 84, dicembre 1957).

Il messaggio di Fatima lo conferma. Sarà attraverso la devozione al Cuore Immacolato di Maria che Cristo regnerà sul mondo e il Regno di Cristo sul mondo sarà anche il Regno di Maria, il trionfo splendente del suo Cuore Immacolato. Dopo le apparizioni di Fatima, sia la Madonna che Gesù stesso, confermarono numerose volte a santa Giacinta Marto, morta a 9 anni il 20 febbraio 1920, e a suor Lucia dos Santos, scomparsa a 97 anni il 13 febbraio 2005, l’urgenza e il significato di questa teologia della storia. Il 3 gennaio 1944, a Tuy, prima di scrivere il Terzo Segreto, suor Lucia ebbe la visione di una terribile catastrofe cosmica, ma poi sentì nel cuore, come un infallibile presagio, «una voce leggera che diceva: Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità  il Cielo!».

 Tutti i Papi del XX e del XXI secolo hanno riaffermato l’autenticità di questo Messaggio. Nel corso dei 109 anni trascorsi, si è sviluppata una grande devozione a Fatima. Le statue della Madonna pellegrina hanno percorso ogni angolo della terra; si sono stampati innumerevoli libri che hanno raggiunto la tiratura di milioni di copie, si sono organizzate conferenze e congressi, gli ultimi nel 2017, l’anno del centenario. Tante preghiere si sono elevate al Cielo. Eppure, oggi, la Madonna di Fatima appare come la grande dimenticata. Mai come in questo momento le vicende internazionali, nella loro drammaticità, rendono attuale quanto la Madonna annunciava nel 1917 e mai come oggi sarebbe importante alimentare la speranza nel trionfo finale che la Madonna ha promesso. Ma la fiducia in questo trionfo appare illanguidita nelle anime, che spesso mancano di vero spirito soprannaturale e fondano la loro devozione alla Madonna su sentimenti fragili e ondeggianti. 

Eppure questa è l’ora della virtù teologica della speranza, fondata non sul sentimento, ma sulla ragione e sulla fede. Su Fatima non abbiamo detto tutto e tutto non si è realizzato: De Fatima numquam satis. Non è l’ora della stanchezza e della fuga, è l’ora del grande ritorno a Fatima, della lotta fiduciosa per la vittoria di Maria, la Mediatrice, la Corredentrice, la Regina trionfante del Cielo e della terra, perché, «per mezzo di Lei Gesù Cristo venne al mondo e ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo».

Beata Vergine Maria di Fatima

Al culmine dell’apparizione del 13 maggio 1917, preparata dal “Ciclo angelico”, la Beata Vergine chiese ai tre pastorelli: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?». La risposta fu: «Sì, lo vogliamo».

Santo del giorno 13_05_2026  – Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il 13 maggio 1917, mentre pascolavano il gregge alla Cova d‘Iria, nel territorio di Fatima, Lucia dos Santos, di 10 anni, Francesco Marto, di 9, e la sorella Giacinta, di 7, videro comparire una Signora vestita di bianco. «Non abbiate paura, non vi farò del male», esordì la Signora, rispondendo poco dopo alla domanda di Lucia, la ‘portavoce’ dei tre, che le chiedeva da dove venisse: «Vengo dal Cielo». Chiese quindi ai pastorelli «di venire qui per sei mesi consecutivi, il giorno 13, a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e cosa voglio. Quindi, tornerò qui una settima volta».

Al culmine di quel primo incontro, dopo aver predetto loro che sarebbero andati in Paradiso, la bella Signora fece questa domanda: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?». «Sì, lo vogliamo». La Madonna disse allora che la grazia di Dio li avrebbe sostenuti nelle sofferenze e aprì le mani «comunicandoci una luce così intensa, una specie di riflesso che da esse usciva e ci penetrava nel petto e nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella luce, più chiaramente di come ci vediamo nel migliore degli specchi». Prima di risalire in Cielo, la Madonna chiese ai piccoli di recitare il Rosario tutti i giorni «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Aveva così inizio la manifestazione mariana più celebre del XX secolo, a cui i tre pastorelli erano stati di fatto preparati dalle tre apparizioni nel 1916 dell’Angelo protettore del Portogallo. Nella terza, in particolare, l’Angelo insegnò loro questa orazione: «Santissima Trinità, Padre, Figlio, Spirito Santo, Vi offro il Preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli stesso è offeso. E, per i meriti infiniti del Suo Santissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, Vi chiedo la conversione dei poveri peccatori». Quindi, con i tre in ginocchio, li comunicò: a Lucia diede l’Ostia; a Francesco e Giacinta offrì il calice, nel quale erano cadute – dalla stessa Ostia – alcune gocce del Sangue di Gesù.

C’era già qui una prefigurazione di quanto la Madonna avrebbe comunicato ai pastorelli il 13 giugno 1917, quando annunciò che i due fratellini Marto sarebbero presto saliti in Cielo, mentre a Lucia disse: «… tu resterai qui ancora per qualche tempo. Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. A chi la praticherà prometto la salvezza. Queste anime saranno predilette da Dio, e come fiori saranno collocate da Me dinanzi al Suo trono». Anni dopo, nel 1925, la Vergine apparve a Lucia con il Bambin Gesù e un cuore coronato di spine, spiegandole di diffondere la pratica della Comunione riparatrice dei primi sabati del mese, da farsi per cinque mesi consecutivi, per riparare alle offese al suo Cuore Immacolato.

LA VISIONE DELL’INFERNO

Il 13 luglio i pastorelli ebbero rivelati i «Tre Segreti di Fatima». Si trattò in realtà di un’unica rivelazione suddivisa in tre parti, come Lucia riferì anni dopo – da suora – nelle sue Memorie, scritte per obbedienza. Nella prima, i bambini ebbero una visione dell’Inferno, a cui si condannano coloro che fino all’ultimo rifiutano la Misericordia di Dio. Videro «un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime […]». Questa visione durò un momento, interrotta dalle parole della Madonna che, con voce buona e triste, spiegò loro: «Avete visto l’Inferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace».

LA RUSSIA E IL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

La Beata Vergine, nella seconda parte del segreto, predisse la fine imminente della guerra, ma mise in guardia che ne sarebbe scoppiata un’altra più grande «se non smetteranno di offendere Dio». Per impedire il nuovo conflitto disse che sarebbe tornata per chiedere la consacrazione della Russia – che proprio nel 1917 patì la rivoluzione marxista – al suo Cuore Immacolato e appunto la Comunione riparatrice dei primi sabati. «Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. […] Infine il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace».

Il TERZO SEGRETO

La terza parte del segreto riguarda la visione nella quale l’Angelo eleva un triplice grido indicando la terra con la destra: «Penitenza, Penitenza, Penitenza!». È la stessa visione che si sofferma sulle persecuzioni della Chiesa e sulla famosa figura del «vescovo vestito di bianco» che sale una montagna ripida e subisce il martirio, ai piedi di una grande Croce, «insieme a vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni»: nella visione ci sono anche due Angeli che raccolgono il sangue dei martiri e «con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».

DAI FATTI DI AGOSTO AL MIRACOLO DEL SOLE

La quarta apparizione avvenne il 19 agosto e non il 13 perché quel giorno il sindaco Artur de Oliveira, anticlericale, impedì con l’inganno ai pastorelli di andare alla Cova d’Iria, li interrogò e cercò di obbligarli a rivelare il segreto. Poiché i tre bambini non cedevano, il sindaco li mandò prima dal parroco e poi li fece imprigionare, liberandoli solo due giorni più tardi. Il 13 settembre la Madonna rinnovò ai piccoli veggenti la promessa che all’apparizione successiva ci sarebbe stato un miracolo evidente.

Il 13 ottobre, alla Cova d’Iria, c’era una folla di circa 70.000 persone, gente comune, nobili e autorità, increduli e umili di cuore, ammalati, giornalisti e fotografi. La pioggia cadde abbondante e, mentre il segno prodigioso tardava ad arrivare, molti schernirono i pastorelli. Intanto, Maria Santissima apparve ai tre rivelandosi come «Madonna del Rosario». La Vergine salì quindi in Cielo, che si aprì al suo passaggio, e fu allora che avvenne il miracolo del sole, dettagliatamente riferito, tra i tanti, da Avelino de Almeida, direttore di un giornale progressista e anticattolico, O Seculo, che aveva ammirato – sbalordito – lo spettacolo celeste. «Sembrava un disco d’argento, ed era possibile guardarlo senza problemi. Non bruciava gli occhi, non li accecava. […] il sole tremò, compì degli strani e bruschi movimenti, al di fuori di qualsiasi logica scientifica, – il sole “danzò” – secondo la tipica espressione dei contadini».

I vestiti, bagnati, dei presenti si asciugarono completamente. Francesco, Giacinta e Lucia videro, alti nel firmamento, Maria accanto a Gesù Bambino e san Giuseppe che benedicevano il mondo. Videro ancora la Madonna nelle vesti dell’Addolorata, con accanto Gesù, e infine solo Maria nelle vesti della Madonna del Carmelo, con in mano lo Scapolare, anch’esso segno di una devozione portatrice di salvezza.

Per saperne di più:

Memorie (I-IV) di suor Lucia dos Santos (1907-2005)

La Comunione riparatrice, l’altra richiesta di Maria

Papa Leone XIV: “Il Signore non ci lascia soli nelle prove della vita”

Al Regina Coeli di oggi 

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, domenica 10 maggio 2026, 12:05 (ACI Stampa).

Non c’è sole a Roma, pur essendo maggio. Un clima particolare accoglie il papa alla finestra del suo studio del palazzo apostolico: caldo, vento, ma il cielo offuscato dalle nubi. I fedeli, lì, in piazza, festanti, alle parole della riflessione del pontefice prima della preghiera mariana del Regina Coeli.

Oggi, VI domenica di Pasqua, il Vangelo con Gesù che parla ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Ed è da questa frase che papa Leone XIV inizia la sua meditazione: “Quest’affermazione ci libera da un equivoco, cioè dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio. Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia. Osserviamo davvero i comandamenti, secondo la volontà di Dio, se riconosciamo il suo amore per noi, così come Cristo lo rivela al mondo. Le parole di Gesù sono allora un invito alla relazione, non un ricatto o una sospensione dubbiosa”.

Per questo motivo – incalza il pontefice – “il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri” come lui stesso ci ha amato: “è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore”. Cristo è colui “che non conosce né “ma” né “forse”, quello che si dona senza voler possedere, quello che dà vita senza prendere nulla in cambio” per il pontefice. 

E continua sempre sul tema dell’amore, che potrebbe considerarsi il tema portante delle sue parole prima del Regina Coeli: “Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi. Accade come per la vita: solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare”. I comandamenti del Signore sono perciò “un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza” ribadisce il pontefice.

Ed è questo immenso amore a dar vita allo Spirito Santo che è nostro difensore, nelle prove della vita. Chi “corrisponde all’amore che Gesù ha verso tutti, trova “nello Spirito Santo un alleato che mai viene meno”. Perciò è possibile “testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte”.

Infine, papa Leone XIV si concentra su una frase, sempre del Vangelo di oggi: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Mentre lo Spirito Santo “è forza di verità”, il male “l’Accusatore è padre della menzogna” che vuole contrapporre “l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa”.

E dopo la preghiera mariana, alcuni importanti appelli: il pontefice è assai preoccupato per “le notizie sull’aumento delle violenze nella regione del Sahel, in particolare in Ciad e in Mali, colpiti da recenti attacchi terroristici, assicuro la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti malati. Auspico che cessi ogni forma di violenza e incoraggiamento ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra”.

E ricorda la data del 10 maggio prossimo, giorno in cui ogni anno, si celebra la giornata dell’amicizia copto-cattolica:  ” Rivolgo un saluto fraterno – dice il pontefice – a Sua Santità Papa Tawadros  II e assicuro la mia preghiera a tutta l’amata Chiesa copta, nella speranza che il nostro cammino di amicizia ci conduca all’unità perfetta in Cristo che ci ha chiamato amici”. 

E poi, in spagnolo un pensiero al recente “incidente” sanitario (Hantavirus) della nave turistica che è stata accolta in questi giorni alle Isole Canarie : ” Voglio ringraziare l’accoglienza che caratterizza il popolo delle Isole Canarie per aver permesso l’arrivata della nave Hondius con i malati di Hantavirus” E aggiunge: ” Sono contento di potermi incontrare con voi il prossimo mese nella mia visita alle Isole.  

Il ricordo, infine, della festa della mamma che si celebra oggi: “Un pensiero speciale va oggi a tutte le mamme.  Per intercessione di Maria, la madre di Gesù, e nostra. Preghiamo con affetto e gratitudine per ogni mamma, specialmente per quelle che vivono in condizioni più difficili. Grazie, che Dio vi benedica”. 

Marco Rubio a Roma, l’incontro con il Papa in diretta dopo le tensioni con Trump | Usa: «Con Santa Sede relazioni solide, impegno comune per la pace». Il Vaticano: «Incontri cordiali»

di Simone Canettieri, Valentina Santarpia – Corriere della Sera – 7 Maggio 2026

Le ultime notizie sugli incontri del Segretario di Stato americano con Papa Leone XIV in Vaticano e con la premier Giorgia Meloni. All’ordine del giorno anche i contrasti col presidente Usa

Le foto pubblicate dall’Osservatore romano su X dell’incontro tra papa Leone e Rubio

  • Marco Rubio poco prima delle 14 ha lasciato il Vaticano, dopo l’incontro con il Papa e  il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: incontri «cordiali e costruttivi», secondo il Dipartimento di Stato Usa
  • Nell’agenda del Segretario di Stato americano anche gli incontri con la premier Giorgia Meloni e coi ministri Antonio Tajani (Esteri) e Guido Crosetto (Difesa)
  • Obiettivo primario del viaggio di Rubio è ricucire col Vaticano, dopo i botta e risposta fra i Papa e Trump, per non perdere il consenso dei cattolici Usa: qui l’analisi di Massimo Franco

17:32 | 07 Maggio

Fonti vaticane a «Nova»: Rubio ha chiesto alla Santa Sede di facilitare i negoziati con l’Iran

Il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha chiesto aiuto alla Santa Sede per imbastire un negoziato «più consistente» con l’Iran, da estendere anche al Libano e a Gaza. Lo riferiscono ad «Agenzia Nova» fonti informate del Vaticano dopo gli incontri che il capo della diplomazia Usa ha avuto oggi, 7 maggio, prima con Papa Leone XIV, poi con il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e con il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul Gallagher. Secondo le stesse fonti, esiste già un’interlocuzione tra la Santa Sede e alcuni ambienti diplomatici, e soprattutto economici, di Teheran. Sul fronte interno iraniano, le fonti descrivono una situazione di profonde divisioni: i pasdaran avrebbero saldamente in mano le armi, ma al loro interno le fratture sarebbero forti, e la divisione tra pasdaran ed esercito regolare sarebbe già in atto.

16:56 | 07 Maggio

Santa Sede: cordiali colloqui, focus su Cuba, Libano e Africa

«La necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace» è stato al centro dell’incontro tra Papa Leone XIV e il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio. Lo si legge in un comunicato della sala stampa della Santa Sede. «Vi è stato poi uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie», si legge ancora nel comunicato. Nel colloquio «si è parlato di Medioriente», con particolare attenzione al Libano e all’Iran, di «Africa e di Cuba». A proposito di Cuba è stata espressa la «necessità di dare un sostegno al popolo cubano in questo momento difficile». La Santa Sede nella nota sull’incontro in Vaticano del Segretario di Stato Usa Marco Rubio e, prima il Papa, e poi il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, con mons. Paul Richard Gallagher, parla di «cordiali colloqui». Si tratta di un comunicato di appena sette righe. L’incontro è durato 45 minuti.

Il Papa dona a Rubio una penna di legno d’ulivo

Nel corso della visita di Marco Rubio in Vaticano c’è stato uno scambio di doni fra il segretario di Stato Usa e Papa Leone XIV. Rubio ha regalato al Pontefice un piccolo fermacarte di cristallo a forma di palla da football e ha fatto riferimento alla nota passione di Leone XIV per i Chicago White Sox: «Lei è un appassionato di baseball, ma questo porta il sigillo del dipartimento di Stato», ha detto. «Cosa portare a qualcuno che ha tutto?», ha detto il Segretario di Stato Usa a Leone. Da parte sua, il Papa ha regalato a Rubio una penna realizzata in legno d’ulivo: «L’ulivo è ovviamente la pianta della pace», ha detto Leone. Ha anche donato al capo della diplomazia Usa un libro illustrato sulle opere d’arte vaticane. 

Il Papa benedice Rubio e tace su Trump

Più che le parole hanno contato gli sguardi e i sorrisi dei 45 minuti dell’incontro fra il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio e Papa leone XIV. A differenza della freddezza formale della Santa Sede che inizialmente non ha diffuso filmati sulla vista, ma solo tre foto, ed ha fatto riportare all’Osservatore Romano l’incontro con Rubio come un normale appuntamento dell’agenda papale, il faccia a faccia fra il primo Pontefice americano ed il cattolicissimo Segretario di Stato è stato «molto più positivo e costruttivo di quanto si potesse prevedere alla vigilia», lasciano intendere nelle ovattate stanze vaticane. Il colloquio, ha confermato il comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato, ha evidenziato «la solidità delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Santa Sede, nonché il loro impegno comune a favore della pace e della dignità umana». Come fanno capire sorrisi e atteggiamenti, Papa Leone e Rubio si sono intanto intesi sulla base della reciproca sensibilità culturale latino americana risalente all’esperienza episcopale di Prevost in Perù e alle origini cubane del Segretario di Stato dell’Amministrazione Trump. 

Un’intesa andata diplomaticamente oltre, pur partendo dal punto fermo della missione salvificatrice della Chiesa Universale, ribadita con filiale pragmaticità agostiniana dal 267° Vescovo di Roma che con un ampio sorriso e una battuta in slang americano della serie «lasciamo perdere» avrebbe replicato alle giustificazioni, definite motivazioni da Rubio, riguardanti i ripetuti inqualificabili attacchi e le accuse infondate rivolte da Trump a Papa Leone XIV. Lo snodo del colloquio è stata la speranza espressa dal Pontefice del raggiungimento di un accordo di pace fra Stati Uniti e Iran. Situazione negoziale illustrata da Rubio, che ha fatto riferimento anche ai rischi determinati dal pericolo che l’ostinato piano nucleare dell’Iran potesse sfuggire di mano. Una sottolineatura per la quale Rubio ha scelto una ad una parole che non potessero mettere in imbarazzo il Papa e guardandolo negli occhi gli avrebbe ha fatto capire la delicatezza del suo ruolo al cospetto della Santa Sede e di Trump, al quale dovrà poi riferire.

14:48 | 07 Maggio

Rubio: «Impegno condiviso per pace e dignità umana»

«Incontro con @Pontifex per sottolineare il nostro impegno condiviso nel promuovere la pace e la dignità umana». Lo scrive il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sui suoi canali social al termine dell’incontro col Papa.

14:41 | 07 Maggio

Usa: «Con Santa Sede relazioni solide, impegno comune per la pace». Discussa la situazione in Medio Oriente

L’udienza tra il Papa e il segretario di Stato Usa Marco Rubio è durata circa 45 minuti, spiega una fonte del Dipartimento di Stato Usa. L’incontro ha sottolineato «la solidità delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Santa Sede, nonché il loro impegno comune a favore della pace e della dignità umana», sostiene poi il Dipartimento di Stato in una nota. «L’incontro ha sottolineato il solido rapporto tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro impegno comune a favore della promozione della pace e della dignità umana». 

In una nota ufficiale, il portavoce del dipartimento di Stato Tommy Pigot ha poi riferito che «il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato oggi Papa Leone XIV per discutere della situazione in Medio Oriente e di temi di reciproco interesse nell’emisfero occidentale». 

14:25 | 07 Maggio

Fonte Usa: «L’incontro Papa-Rubio è stato amichevole e costruttivo»

L’incontro tra il Papa e Rubio è stato «amichevole e costruttivo». Lo afferma una fonte statunitense all’AFP.

13:54 | 07 Maggio

Rubio lascia il Vaticano

Due ore e mezza: tanto è durata la visita di Rubio in Vaticano. Il segretario di Stato Usa ha lasciato la Santa Sede intorno alle 13.50, dopo aver incontrato papa Leone, che era in ritardo di 40 minuti per un precedente incontro e ha ringraziato Rubio per la pazienza. A seguire l’incontro con il segretario di Stato vaticano Parolin. 

Il nuovo attacco di Trump e la risposta del Papa: «Chi mi critica lo faccia con la verità»

di Lucia Capuzzi – Avvenire – 6 Maggio 2025

Alla vigilia del viaggio di Rubio a Roma, il presidente ha accusato ancora il Pontefice di essere favorevole all’atomica iraniana. Giovedì il segretario di Stato sarà ricevuto da Leone XIV

5 maggio 2026

«Se dipendesse dal Papa, l’Iran avrebbe l’arma nucleare e a lui starebbe bene». Per questa ragione, «penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone». L’accusa non è nuova: dall’inizio dell’escalation retorica nei confronti di Leone XIV del 12 aprile, Donald Trump ha più volte ripetuto che il Pontefice sarebbe favorevole all’atomica degli ayatollah.

Una “fake news” neppure troppo elaborata: la Santa Sede condanna in modo inequivocabile non solo l’impiego ma anche il possesso delle testate da parte di qualunque Stato. “Fratelli tutti” definisce «sfida» e «imperativo morale e umanitario» la totale eliminazione di queste ultime. Emblematica, in questo senso, la risposta di Leone XIV all’ennesima bordata arrivata dalla Casa Bianca.

«Se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio», ha detto all’uscita di Castel Gandolfo. Il Papa ha sottolineato che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». E ha concluso: «Spero semplicemente essere ascoltato per il valore della parola di Dio».

Il nuovo attacco di Trump, nel corso dell’intervista con l’emittente conservatrice Salem News non rappresenta una novità. Stavolta, però, l’affondo avviene alla vigilia del viaggio a Roma e Vaticano del segretario di Stato, Marco Rubio, da oggi in Italia. Domani mattina sarà ricevuto in udienza dal Pontefice, il quale ha sottolineato di aspettarsi «un buon dialogo, con apertura» e ha ribadito che il segretario di Stato «viene per parlare della questione odierna».

 È il terzo incontro tra il capo della diplomazia Usa e il primo Papa statunitense. Lo scorso 18 maggio, insieme al vicepresidente JD Vance, Rubio aveva partecipato alla Messa di inizio Pontificato. Il giorno successivo, i due – entrambi di fede cattolica – avevano avuto in incontro di 45 minuti con Robert Prevost. Nei successivi 12 mesi non ci sono state altre riunioni formali.

Nel frattempo, lo scenario globale è drasticamente cambiato. L’aggressività del capo della Casa Bianca s’è fatta sempre più evidente. E con essa si sono moltiplicate le crisi internazionali, da Cuba al Medio Oriente. Come fa fin da quando si è affacciato dalla Loggia delle Benedizioni, Leone non si stanca di invocare per il mondo e i suoi popoli «una pace disarmata e disarmante». Con il precipitare della congiuntura geopolitica, ha intensificato gli appelli al dialogo e al rispetto del multilateralismo.

Di fronte alla minaccia far morire una civiltà nel giro di una notte, formulata dal tycoon nei confronti dell’Iran il 7 aprile scorso, qualche ora dopo, papa Prevost ha sentito l’urgenza di definire inaccettabili tali parole. Lo ha fatto con un’esortazione accorata, a nome «dei tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani», le cui vite sono stritolate nell’avanzare della macchina bellica.

«Negotiation», ha, più volte, ripetuto in inglese. In risposta, cinque giorni dopo, il presidente Usa lo ha tacciato di debolezza e di essere «pessimo in politica internazionale». Frasi di cui non solo ha finora rifiutato di chiedere scusa ma che ha continuato, in modi differenti, a ribadire. L’ultima volta nell’intervista a Salem News.

Nella definizione del dipartimento di Stato, la missione di Rubio dovrebbe «promuovere le relazioni bilaterali con Italia e il Vaticano» e discutere con essi «la situazione in Medio Oriente e gli interessi condivisi nell’emisfero occidentale». Dal punto di vista geopolitico, la Santa Sede è un attore debole – non nemmeno dispone di forze militari – e, al contempo, pesantissimo. La sua influenza spirituale travalica i confini dell’appartenenza di credo. I leader politici – la stessa reazione scomposta di Trump ne è dimostrazione – devono, comunque, confrontarsi.

Trump torna ad attaccare papa Leone XIV: «Ritiene giusto che l’Iran abbia l’arma nucleare, mette in pericolo i cattolici»

di Redazione Online – Corriere della Sera – 5 Maggio 2026

Il nuovo attacco del Presidente al Pontefice a due giorni dalla visita del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, atteso in Vaticano il 7 maggio. Parolin: «Il Papa va avanti per la sua strada e predica la pace»

Donald Trump torna ad attaccare papa Leone XIV a due giorni dalla visita alla Santa Sede del Segretario di Stato Marco Rubio. Il Pontefice «sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone», ha evidenziato il presidente Usa durante una trasmissione tv, insinuando che Leone sia favorevole a una possibile opzione nucleare per Teheran.

«Immagino che, se dipendesse da lui, andrebbe benissimo che l’Iran possedesse un’arma nucleare», ha affermato parlando a Salem News Channel. La dichiarazione è arrivata in risposta a una domanda del giornalista Hugh Hewitt che gli chiedeva come mai Leone non intervenisse in favore di Jimmy Lai, attivista di Hong Kong oggi incarcerato in Cina. 

«Beh, il Papa preferisce parlare del fatto che per Teheran va bene avere un’arma nucleare, e non credo sia una cosa positiva», ha replicato il Presidente. «Se il popolo iraniano avesse delle armi, combatterebbe. Ne sono convinto. Deve avere delle armi e penso che ne stia ricevendo alcune. Non appena le avrà combatterà», ha sottolineato.  «Non si può essere disarmati contro persone con l’Ak-47».

Nel frattempo, in vista dell’incontro di giovedì, l’ambasciatore statunitense presso la Santa Sede Brian Burch ha rappresentato all’agenzia Reuters che il colloquio sarà il momento per una «conversazione franca» sulle politiche dell’amministrazione Trump. «Le nazioni hanno dei disaccordi, e penso
che uno dei modi per superarli sia… attraverso la fratellanza e un dialogo
autentico», ha affermato Burch. «Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace – come direbbe San Paolo – opportune et importune», ha affermato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. «Il Papa ha già risposto, io non aggiungerei nulla», ha affermato ancora il segretario di Stato, sottolineando come la risposta di Leone XIV sia stata «una risposta molto, molto cristiana dicendo che lui sta facendo quello che il suo ruolo esige e cioè di predicare la pace»……

Papa Leone XIV: “In Dio ognuno è finalmente sé stesso”

In Piazza San Pietro anche questa Domenica per recitare il Regina Cæli

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano , domenica, 3. maggio, 2026 12:11 (ACI Stampa).

“Nel tempo pasquale, come la Chiesa nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato alla luce della sua passione, morte e risurrezione. Quello che prima ai discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda il cuore e dona speranza”. Con queste parole il Papa accoglie i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro anche questa Domenica per recitare il Regina Cæli.

“Il Vangelo proclamato questa domenica ci introduce nel dialogo del Maestro con i suoi durante l’Ultima Cena. In particolare, ascoltiamo una promessa che ci coinvolge fin da ora nel mistero della sua risurrezione. Gesù dice: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi». Gli Apostoli scoprono così che in Dio c’è posto per ciascuno”, continua Papa Leone XIV prima della preghiera mariana in questa domenica dalle temperature primaverili.

“Anche ora, davanti alla morte, Gesù parla di una casa, questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è posto per tutti. Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze, perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da sempre atteso e finalmente ritrovato. Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva.

Al contrario, ciò che è aperto a tutti ora dà gioia: la gratitudine prende il posto della competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza. Soprattutto, nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è perduto. La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento”, sottolinea il Papa.

Per il Pontefice è la fede che “libera il nostro cuore dall’ansia di avere e di ottenere, dall’inganno di rincorrere un posto di prestigio per valere qualcosa. Ognuno ha già valore infinito nel mistero di Dio, che è la vera realtà”. “È il comandamento nuovo: anticipiamo così il cielo sulla terra, riveliamo a tutti che la fraternità e la pace sono il nostro destino. Nell’amore, infatti, in mezzo a una moltitudine di fratelli ognuno scopre di essere unico”, conclude il Papa prima di recitare il Regina Cæli.

Subito dopo la recita con i fedeli in piazza, il Papa passa ai consueti appelli e saluti. Il Papa ricorda subito il mese di maggio dedicato a Maria.  “Si rinnova la gioia di ritrovarsi nel nome di Maria specialmente a pregare il Rosario”. “Maria Santissima era in mezzo agli apostoli e il suo cuore custodiva il fuoco. Le affido le mie intenzioni in particolare la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo”, dice il Pontefice.

“Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa patrocinata dall’Unesco, questo diritto è spesso violato, a volte nascosto, ricordiamo i giornalisti e i reporter vittime della violenza. Un saluto anche all’Associazione Meter che difende i minori dalla piaga degli abusi. Grazie per il vostro servizio!”, conclude così il Papa questa domenica.

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