"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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“Trump deve decidere se passare alla storia come un perdente”. Parla Benny Morris

Sull’Iran Il rischio è che il presidente americano passi alla storia come un nuovo Carter. “Qui non parliamo di ostaggi, ma di qualcosa di molto più grande: la sopravvivenza del regime iraniano, la minaccia di un Iran nucleare e il caos economico globale”, dice lo storico israeliano

di Giulio Meotti 25 LUG 26  il foglio

Secondo la ricostruzione uscita ieri sul Wall Street Journal, Donald Trump è scettico sul fatto che i negoziati con l’Iran possano produrre una pace duratura e che l’unica cosa che Teheran capisce è la forza. “Credo che pensi di aver dato una possibilità alla pace”, ha detto Michael McCaul della commissione esteri della Camera americana. “Sta tornando al piano A, l’operazione militare”. “Ci sono diverse possibilità e tutte nella testa di Trump”. Parlando al Foglio, lo storico israeliano Benny Morris spiega come potrebbe continuare la guerra. “Una è che i bombardamenti a bassa intensità contro le capacità iraniane di attaccare le navi nello Stretto di Hormuz continuino per una o due settimane. L’altra è che inizi un’escalation colpendo uno o due obiettivi, come Pickax Mountain, e aspetti di vedere come reagiscono gli iraniani. La terza è che attacchi impianti di petrolio e gas, desalinizzazione, centrali elettriche, che porterebbe l’economia e il regime iraniani al collasso. Ci sarebbero rivolte e milioni di persone fuggirebbero. L’Iran ha riserve per due o tre mesi; dopo di che sarà il caos”.

Finora Trump ha evitato di attaccare le infrastrutture economiche iraniane perché sa che porterebbe a una depressione e all’aumento dei prezzi in America e in tutto il mondo.

“Di certo, gli danneggerebbe le elezioni di medio termine” prosegue Benny Morris al Foglio. “Non lo vuole. Ma non vuole nemmeno passare alla storia come un perdente. Ed è questo che lo aspetta se l’Iran continua a fare ostruzionismo, rifiuta di fare concessioni e di rinunciare alla sovranità sul Golfo Persico e Hormuz. Quindi deve decidere”.

Poi c’è il problema di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu incontrerà Trump martedì alla Casa Bianca. “Gli iraniani cercheranno di trascinare Israele nella guerra, anche se significherebbe l’attacco dell’aeronautica israeliana” dice Morris. “E Israele deve decidere cosa farà se gli iraniani tenteranno di coinvolgerli o se Trump cercherà di mobilitare l’aeronautica israeliana per aiutare quella americana sull’Iran”.

Questo è un dilemma per Netanyahu.

“I generali israeliani non vogliono un’altra guerra con l’Iran in cui gli americani potrebbero dire ‘basta’ a metà strada, cosa che hanno già fatto due volte. I generali israeliani non lo vogliono, nemmeno Netanyahu, anche per ragioni politiche: sembrerebbe di nuovo uno stupido per non aver vinto la guerra contro l’Iran e aver sprecato tante risorse israeliane”.

Il rischio è che Trump passi alla storia come un nuovo Carter. “Carter tentò di liberare gli ostaggi nel 1979, fallì e perse le elezioni. Qui non parliamo di ostaggi, ma di qualcosa di molto più grande: la sopravvivenza del regime iraniano, la minaccia di un Iran nucleare e il caos economico globale”.

Poi ci sono i paesi arabi, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait (quest’ultimo minacciato ieri di invasione dall’Iran).

“Vogliono due cose” ci dice Morris. “Nel lungo termine che il regime iraniano sia eliminato. Nel breve termine che l’Iran non colpisca i loro impianti petroliferi e di desalinizzazione. Vogliono che il regime sparisca, come America e Israele, ma non vogliono nemmeno essere bombardati e vedere le loro economie devastate”. Poi c’è lo scenario peggiore. “Che gli iraniani escano vincenti, continuino a controllare gli stretti e proseguano la produzione di uranio fino a essere in grado di assemblare una Bomba”.

Gli islamisti nel mondo intanto osservano. “Gli iraniani hanno una mentalità messianica e sono giocatori d’azzardo disposti a rischiare. L’intero progetto nucleare iraniano fin dall’inizio è stato una scommessa. Sapevano che America e Israele avrebbero opposto resistenza e hanno scommesso che America e Israele non avrebbero fatto ciò che era necessario per distruggere sia il regime sia il programma di armi atomiche. Era una grande scommessa e ora ne stanno facendo un’altra. Hanno dichiarato la sovranità sullo Stretto di Hormuz e a quanto pare stanno facendo lo stesso a Bab el Mandeb, sperando che questo persuada l’occidente a indietreggiare e a tenere Israele fuori.

 Penso che l’occidente, con le spalle al muro – e con Trump è anche una questione psicologica, di come viene percepito – non indietreggerà. Ma potrei sbagliarmi. Trump potrebbe cedere, Israele potrebbe non coinvolgersi e allora Israele dovrà aspettare qualche mese o anno per colpire da solo una volta che sentirà che gli iraniani si stanno avvicinando alla Bomba. Israele li attaccherà senza dubbio”.

C’è poi la questione di come ci vedono. “Vedono l’occidente come decadente, confuso e debole. Nasrallah lo espresse bene una volta quando descrisse Israele come una ragnatela: qualcosa che si sta sfaldando, come una tela di ragno, non davvero solida. Pensava che alla fine potesse essere sconfitta e che Israele sarebbe scomparso. Credo che sia così che gli iraniani e gli islamisti in generale considerano l’occidente. Vedono poi cosa succede nelle strade di Londra e Parigi, dove gli islamisti fanno un sacco di cose orribili e non vengono puniti o fermati”.

San Giacomo il Maggiore

Nome: San Giacomo il Maggiore

Titolo: Apostolo

Nascita: Betsaida

Morte: 43 circa, Gerusalemme

Ricorrenza: 25 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Luogo reliquie:Cattedrale di Santiago da Compostela

San Giacomo il Maggiore fu uno dei dodici Apostoli. Poiché i Samaritani non vollero accogliere i discepoli mandati da Gesù, Giacomo, con il fratello Giovanni, si rivolse al Maestro dicendo: «Signore, vuoi che diciamo al fuoco di discendere dal cielo a consumarli?». 

Ma Gesù rispose con dolcezza: «Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perder le anime, ma a salvarle». Giacomo seppe far tesoro di quella lezione.

Nacque in Galilea circa dodici anni prima di Gesù. Era fratello di San Giovanni ed entrambi erano figli di Zebedeo, pescatore di Betsaida, e di Salome, discepola di Gesù. L’appellativo «Maggiore» gli fu attribuito per distinguerlo dall’altro San Giacomo, figlio di Alfeo, detto «Minore».

Chiamato da Gesù all’apostolato, lo seguì con generosità, lasciando reti e barca. Questa prontezza gli meritò una particolare benevolenza da parte del Maestro, tanto da essere ammesso alle sue confidenze più intime: fu presente, insieme a Pietro e Giovanni, alla risurrezione della figlia di Giàiro, alla Trasfigurazione e all’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani.

Come ogni uomo, ebbe le sue debolezze. Con Giovanni, fece chiedere alla madre Salome che potessero sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel suo regno. E il Maestro rispose: «Potete voi bere il calice che sto per bere, ed essere battezzati col battesimo col quale io sarò battezzato?».

«Sì, lo possiamo», risposero. Gesù replicò che in effetti avrebbero bevuto il suo calice, ma che i posti nel Regno erano riservati secondo la volontà del Padre.

Disceso lo Spirito Santo a Pentecoste, San Giacomo divenne tra i più zelanti predicatori del Vangelo, arrivando fino in Spagna. Lasciò lì un’impronta così profonda che, secoli dopo, durante le invasioni dei Mori, fu spesso invocato e persino visto apparire come guerriero celeste su un cavallo bianco, in difesa dei cristiani. 

Rientrato a Gerusalemme verso l’anno 43, fu arrestato e decapitato per ordine del re Erode Agrippa I, desideroso di compiacere i Giudei.

L’eroica testimonianza di fede di San Giacomo colpì profondamente il soldato che lo aveva condotto al giudizio, tanto che questi si convertì e ricevette la grazia del martirio insieme a lui. Il corpo dell’Apostolo, oggetto di continui pellegrinaggi, riposa nella basilica di Compostela, in Spagna.

Il celebre Cammino di Santiago di Compostela è legato alla tomba di Giacomo e al suo ritrovamento, avvenuto nel IX secolo. Secondo la Legenda Aurea, sebbene Giacomo fosse stato decapitato in Palestina nel 44 d.C., i suoi discepoli trasportarono il corpo in Galizia a bordo di una barca guidata da un angelo. Qui, nella terra che l’Apostolo aveva evangelizzato tra le popolazioni celtiche, fu sepolto in un bosco vicino a Iria Flavia, antico porto romano della regione

Suor Leticia è stata arrestata dall’Ice per 24 ore. «Noi religiose straniere ora abbiamo paura»

Suor Leticia è stata arrestata dall’Ice per 24 ore. «Noi religiose straniere ora abbiamo paura»

di Elena Molinari, inviata a McAllen (Texas) – 25 Luglio 2026

Di origine nigeriana, suor “Letty” Ugboaja è stata fermata in Texas mentre stava andando in chiesa, in abito religioso. Solo una successiva mediazione politica ha portato alla sua liberazione. Il vescovo di Brownsville: inquietante che si possa ammanettare chi va pacificamente alla Messa

La domenica mattina, davanti alla chiesa di Our Lady of Sorrows, il parcheggio si riempie presto. Le famiglie arrivano con bambini piccoli vestiti per la festa, molti si salutano in spagnolo. Le pareti color crema e le palme che incorniciano il sagrato – nella cittadina di McAllen, non lontano da Laredo – raccontano il sud del Texas, dove il cattolicesimo fa parte del paesaggio quanto il caldo e il Rio Grande. Ma da quando suor Leticia Ugboaja è stata arrestata, il 28 giugno, mentre percorreva l’isolato che separa la sua casa dalla chiesa, qualcosa si è incrinato. Anche in una comunità dove non tutti condividono posizioni favorevoli all’immigrazione, l’episodio ha lasciato sgomento. «Pregavamo tutti – racconta ad Avvenire suor Rose Patrice Kuhn, religiosa delle Immaculate Heart of Mary che accompagna pastoralmente i migranti tra McAllen e Reynosa, in Messico –. Abbiamo chiesto al Signore di toccare il cuore di tutte le persone coinvolte».

Ugboaja, di origine nigeriana, appartenente alle Figlie di Maria Madre della Misericordia, presta servizio come ministra straordinaria dell’Eucaristia nella parrocchia ed è infermiera in un ospedale. È stata fermata dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement mentre andava a Messa, in abito religioso. Prima di caricarla su una camionetta, gli agenti le hanno sequestrato il rosario e stretto le manette ai polsi. Suor Letty, come tutti la conoscono, ha 56 anni ed è entrata negli Stati Uniti due anni fa con tutte le carte in ordine: è rimasta ugualmente nelle mani dell’Ice per 24 ore. «È stata trasferita in un centro di detenzione a un’ora di strada, a El Valle – racconta suor Norma Pimentel, che guida la Caritas diocesana –, le hanno negato perfino i farmaci di cui aveva bisogno. Era sconvolta e spaventata, non capiva che cosa le stesse accadendo».

La notizia si è diffusa in fretta, e la liberazione è arrivata grazie a un intervento bipartisan: la deputata repubblicana Monica De La Cruz e i democratici Henry Cuellar e Vicente Gonzalez hanno parlato direttamente con il segretario alla Sicurezza interna. Quando suor Leticia è tornata a casa «c’erano decine di parrocchiani che piangevano e pregavano – ricorda in una breve intervista –. Non sapevo di essere così amata». L’emozione, però, ha lasciato spazio alla preoccupazione. «Immagini cosa significa per le altre religiose straniere – osserva suor Rose –. Molte sono qui da anni, lavorano nelle parrocchie, negli ospedali. Hanno documenti regolari, ma ora si chiedono: “Mi porteranno via?”».

Il timore nasce anche dal fatto che da gennaio il Dipartimento per la Sicurezza interna non considera più i luoghi di culto come siti “sensibili”, e può sguinzagliare l’Ice nelle vicinanze delle chiese. Da allora molte comunità cattoliche hanno potenziato le Messe online, mentre altre portano la comunione o la spesa agli immigrati troppo impauriti per uscire. Il vescovo di Brownsville, Daniel Flores, ha definito «profondamente inquietanti le procedure che consentono di ammanettare una religiosa mentre cammina pacificamente verso la Messa», chiedendo che vengano riviste. Anche la Lulac, la maggiore organizzazione per i diritti civili dei latinos, ha chiesto un’indagine. Il Dipartimento non ha risposto.

Our Lady of Sorrows si trova nel cuore di una regione dove il cattolicesimo ha radici profonde, che risalgono alle missioni spagnole del XVI secolo. Oggi ospita alcune delle diocesi più giovani degli Stati Uniti. A Brownsville, l’età media dei fedeli è appena di ventisei anni. Le processioni mariane, le feste patronali, le celebrazioni bilingue e le tante famiglie fanno di queste parrocchie le più dinamiche del Paese. Anche per questo l’arresto di suor Leticia ha colpito profondamente. In una regione dove molti chiedono controlli più severi al confine, vedere una religiosa conosciuta per il suo servizio agli ammalati in manette ha superato un limite. «Questo episodio è un campanello d’allarme – dice un parrocchiano –. Non si tratta più di legalità. Ci ha fatto capire che nessuno può sentirsi del tutto al sicuro».

Dittatura paranoica in casa Ortega

di Danilo Taino| 22 luglio 2026 – Corriere della Sera

Ortega, 80 anni, il capo sandinista nel secolo scorso spesso osannato in Occidente, è al potere ininterrottamente dal 2007 e le elezioni che si sono tenute nel frattempo, le ultime nel 2021, sono state farse: le ha truccate, ha incarcerato gli oppositori, ha ucciso chi protestava, ha fatto arrestare intellettuali e religiosi, ha smantellato le opposizioni e preso il controllo dell’esercito e dei tribunali.

Dittatori e paranoia si frequentano spesso. Il più recente «uomo forte» al governo a dare segni di panico è Daniel Ortega, il presidente del Nicaragua. Domenica scorsa, durante un comizio, ha detto che «qui non ci saranno mai più elezioni». Non che finora il Paese si potesse considerare democratico.

Ortega, 80 anni, il capo sandinista nel secolo scorso spesso osannato in Occidente, è al potere ininterrottamente dal 2007 e le elezioni che si sono tenute nel frattempo, le ultime nel 2021, sono state farse: le ha truccate, ha incarcerato gli oppositori, ha ucciso chi protestava, ha fatto arrestare intellettuali e religiosi, ha smantellato le opposizioni e preso il controllo dell’esercito e dei tribunali.

L’anno scorso, il parlamento che Ortega controlla ha nominato sua moglie, Rosario Murillo, copresidente. Il guaio, per lui e consorte, è che non si sentono più sicuri nemmeno con il controllo totale di ciò che avviene nel Paese. La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela a inizio anno, da parte di Washington, e la pressione degli Stati Uniti sul regime di Cuba – due suoi alleati storici – lo hanno gettato in uno stato di angoscia, dicono gli oppositori che lo conoscono. 

Quelle dette al comizio di domenica, non sono «parole di forza, ma parole di paura», ha dichiarato al New York Times Félix Maradiaga, candidato alle presidenziali del 2021 ma esiliato dal regime. Il Nicaragua, diventato una repubblica indipendente nel 1838, nel 1909 viene occupato dagli Stati Uniti, i quali nel 1937 lasciano il governo ad Anastasio Somoza e alla sua famiglia. Nel frattempo, cresce la guerriglia guidata da Augusto César Sandino.

 Il regime di Somoza, appoggiato da Washington, crolla nel 1979, e i sandinisti, marxisti di tendenza castrista, stabiliscono una giunta di governo della quale fa parte Ortega. Nel 1984 vincono le elezioni ma nel 1990 Ortega viene battuto dalla democratica Violeta Chamorro (morta il mese scorso). Il sandinista si rifarà nel 2007 e da allora non abbandonerà più il potere.

Negli Anni Ottanta era stato accusato di violenza sessuale su Zoilamérica Narváez Murillo, figlia avuta dalla moglie Rosario in un precedente matrimonio (altre accuse di stupro contro Ortega sono seguite in anni successivi). Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato la comunità internazionale a impedire la cancellazione definitiva delle elezioni in Nicaragua.


Il Nicaragua è l’unico paese del mondo su 85 dove, con un pretesto, è stata chiusa Radio Maria. Ora le trasmissioni sono riprese via Web da un paese confinante. ( RM)

Anche i sauditi verso l’atomica. Parla l’analista Efraim Inbar: “Un incubo per Israele e l’occidente”

L’Amministrazione Trump prepara un accordo nucleare civile con l’Arabia Saudita senza garanzie né “Gold Standard”. Riyadh aveva promesso di seguire l’Iran verso la bomba. A Gerusalemme suona l’allarme

di Giulio Meotti – 22 LUG 26 – IL FOGLIO

Se non bastavano l’accordo (già fallito) con l’Iran e la promessa degli F-35 alla Turchia, l’annuncio dell’Amministrazione Trump sul nucleare saudita genera allerta a Gerusalemme. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman aveva detto più volte che, se l’Iran avesse tentato di sviluppare un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita lo avrebbe fatto. Il principe aveva dichiarato alla CBS: “Senza dubbio, se l’Iran sviluppasse una bomba nucleare, noi seguiremmo il suo esempio il prima possibile”. L’Amministrazione Trump ora prevede di sottoporre al Congresso un accordo con l’Arabia Saudita per condividere tecnologia nucleare civile che non include un piano di normalizzazione con Israele né le garanzie che gli Stati Uniti hanno da tempo affermato essere necessarie per impedire che simili materiali vengano utilizzati in programmi militari.

L’accordo sul nucleare saudita era stato inizialmente concepito come parte di un patto più ampio che avrebbe potuto portare al riconoscimento di Israele, ma Riyadh si è ritirata da questa possibilità durante la guerra tra Israele e Hamas. L’accordo non include il cosiddetto “Gold Standard”, che impedirebbe al Regno di arricchire l’uranio e di riprocessare il combustibile nucleare esaurito, due percorsi verso le armi nucleari. Intanto, rivela il Wall Street Journal, l’intelligence israeliana ritiene che l’Iran abbia trasferito migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio in tunnel scavati in profondità all’interno di una montagna. Israele ha trasmesso le informazioni d’intelligence agli Stati Uniti, affermando che le centrifughe sono state trasferite nel sito di Pickaxe dopo la “guerra di Dodici giorni” del giugno 2025, quando attacchi americani e israeliani hanno duramente colpito i tre principali siti nucleari iraniani. Conosciuta in Iran come Kolang, Pickaxe è sotto sorveglianza da parte di Stati Uniti e Israele da anni. “E’ plausibile che l’Iran abbia spostato centrifughe nei tunnel di Pickaxe”, ha dichiarato David Albright, uno dei massimi esperti di armi atomiche e proliferazione. Gli esperti stimano che il complesso sotterraneo si estenda tra i novanta e i centoquaranta metri di profondità, con spazio sufficiente per ospitare diverse strutture legate al nucleare.

Israele non può immaginare un medio oriente che si nuclearizza ai suoi confini.

 “I sauditi hanno annunciato più volte che vogliono lo stesso status atomico dell’Iran e se avranno la capacità di arricchimento andranno anche loro verso la bomba, è chiaro” dice al Foglio Efraim Inbar, presidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security e già consigliere di Benjamin Netanyahu. “L’occidente ha temporeggiato sull’Iran. Parte del suo programma nucleare è stato distrutto, ma ora proveranno a ricostruirlo. Sappiamo già che gli israeliani hanno avvisato gli americani che gli iraniani hanno iniziato un nuovo impianto di arricchimento spostando centrifughe”. Se Teheran spinge sulla Bomba, altri paesi nella regione lo seguiranno. “Cercheranno di avere capacità simili e in medio oriente è molto difficile stabilire una deterrenza efficace a causa delle piccole distanze fra i paesi e a causa del tipo di leadership fanatica che vediamo. Anche la Turchia di Erdogan vorrà l’atomica e anch’egli è un fanatico. Anche l’Egitto la vorrà, forse anche gli Emirati.

Un medio oriente nucleare multipolare è un incubo strategico per Israele e dovremmo impedirlo. Non c’è differenza tra percorso nucleare civile e militare. Ci sono ingredienti di un programma come l’arricchimento o la separazione del plutonio che possono essere convertiti in breve tempo”. La mutua deterrenza che valeva nella Guerra fredda non funziona in medio oriente. “Tra Mosca e Washington, le distanze erano molto maggiori. E anche il tipo di leadership a Mosca, come a Washington, era ideologica ma razionale. Mentre la razionalità non è una qualità della leadership mediorientale. Forze nucleari rudimentali possono innescare attacchi preventivi. E’ simile a due cowboy si fronteggiano con le pistole. Cosa succede? Chi spara per primo ha un vantaggio”.

Vallepietra e Subiaco: doppia visita a sorpresa del Papa

di Igor Traboni – Avvenire

Dal Santuario della Santissima Trinità al Sacro Speco: preghiera, incontri e pranzo con i benedettini nella giornata privata di Leone X

22 luglio 2026

Papa Leone XIV bacia il ginocchio della statua di san Benedetto al Sacro Speco di Subiaco / VATICAN MEDIA
Papa Leone XIV bacia il ginocchio della statua di san Benedetto al Sacro Speco di Subiaco / VATICAN MEDIA

Visita a sorpresa e in forma strettamente privata di papa Leone XIV al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, in diocesi di Anagni-Alatri, e poi tappa al Monastero di San Benedetto a Subiaco, dove si è fermato per pranzo. Il Pontefice è arrivato stamattina a Vallepietra qualche minuto prima delle 10, proveniente dalla residenza estiva di Castel Gandolfo, inerpicandosi con il piccolo seguito sulle strade di montagna di questo lembo della Ciociaria (il santuario si trova infatti a 1337 metri, con la prima originaria Cappella scavata in una roccia dove si conserva l’immagine della Trinità). Prevost, accompagnato tra l’altro dal fratello, è stato accolto da don Alberto Ponzi, rettore del santuario diocesano, da alcuni religiosi che qui prestano servizio ogni giorno per le confessioni, dalle suore Cistercensi della Carità che hanno la cura del santuario, da alcuni negozianti che hanno le caratteristiche “bancarelle” lungo la strada pedonale per il santuario e da un’ottantina di pellegrini in visita in quel momento, sorpresi dall’inaspettata presenza del Papa, che ha poi voluto salutarli uno a uno, con tutti scambiando qualche parola.

Il Papa in mezzo ai fedeli presenti al Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA
Il Papa saluta i fedeli presenti al Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA
Il Papa davanti all'affresco del Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA
Il Papa in preghiera davanti all'affresco di san Francesco a Subiaco, dove si è fermato a pranzo prima di tornare a Castel Gandolfo / VATICAN MEDIA
Il Papa nel monastero di San Benedetto a Subiaco, dove si è fermato a pranzo prima di tornare a Castel Gandolfo / VATICAN MEDIA
Il Papa in mezzo ai fedeli presenti al Santuario di Vallepietra, dove è arrivato oggi a sorpresa / VATICAN MEDIA

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Dopo essersi fermato in preghiera proprio davanti all’affresco della Santissima Trinità, Leone XIV si è quindi affacciato dalla piccola loggia delle benedizioni, rivolgendo alcune parole ai presenti: «Questo santuario così bello ci fa ricordare il desiderio che è nel cuore di tutti noi di cercare Dio, di cercare la santità, di cercare l’aiuto di Dio che non ci abbandona mai». Il Papa è quindi sceso nel piazzale della grande chiesa all’aperto, che domina la sottostante valle da una parte e la catena dei Monti Simbruini dall’altra, e ha voluto visitare anche gli altri locali, compresa la chiesa sotterranea intitolata a San Giovanni Paolo II, che da Pontefice pure si recò a sorpresa in questo santuario, e gli ambienti che ospitano gli ex voto dei devoti alla Santissima Trinità, mèta ogni anno di circa centomila pellegrini provenienti anche dalle regioni limitrofe e spesso a piedi, dopo una marcia di giorni, organizzati nelle tradizionali “compagnie”.

Dopo aver preso un caffè e un bicchiere d’acqua nel piccolo locale usato come foresteria dal personale del Santuario, il Papa ha lasciato il sacro speco dopo circa un’ora. «La visita del Papa è stata per tutti noi una grande gioia – ha commentato monsignor Santo Marcianò, vescovo di Frosinone e Anagni-Alatri – uno sprone in più per continuare nel nostro cammino di Chiesa, fedeli al suo magistero. Siamo davvero felici e anche commossi per l’onore che ci ha voluto riservare. Nel prossimo mese di settembre organizzeremo un grande pellegrinaggio interdiocesano a Roma per ricambiare la visita».

Successivamente il Papa ha raggiunto il Monastero di San Benedetto a Subiaco. Nel visitare il complesso, fa sapere la Sala stampa vaticana, si è fermato in silenziosa meditazione davanti all’affresco duecentesco di San Francesco e nel Sacro Speco ha baciato il ginocchio della statua di San Benedetto, come da tradizione, e recitato il Padre Nostro con i presenti. Al termine è salito al Monastero di Santa Scolastica, dove si è fermato a pranzo con la comunità benedettina e fatto visita ai chiostri e al convento. Il Papa è, infine, rientrato a Castel Gandolfo a metà pomeriggio.

Santa Maria Maddalena

autore: Guido Reni anno: 1635 titolo: Maddalena Penitente luogo: Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

Nome: Santa Maria Maddalena

Titolo: Discepola del Signore

Nascita: 22, Magdala, Israele

Morte: 22 luglio 66, Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Francia

Ricorrenza: 22 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Maria, soprannominata Maddalena dal castello di Magdala, località situata nella costa occidentale del lago di Tiberiad, ove nacque. Peccò molto nella sua giovinezza, ma illuminata dalla divina grazia pianse i suoi peccati e mutò vita. Liberandola dai “Sette Demoni” Gesù la fece quindi diventare sua discepola.



Sul Calvario sfidò l’ira dei nemici di Gesù, assistette alla morte del suo Maestro, e non s’allontanò se non dopo la sepoltura di Lui. Non vide l’ora che trascorresse il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo adorabile di Gesù, e fu la prima ad avere la grazia di vederLo risorto.

La domenica mattina, difatti, sull’albeggiare, Maria corse al sepolcro del Salvatore, ma affacciatasi non vide più nulla. Piena di angoscia, mentre le lacrime cominciavano a scendere, velandole lo sguardo, Maddalena si affacciò e guardò nuovamente: due angeli vestiti di bianco le chiesero: « Donna, perché piangi? ». Ella rispose: « Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ». E detto ciò si voltò e vide Gesù in piedi, senza però riconoscerLo. Gesù le disse: « Donna, perché piangi? chi cerchi? ». Ed ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai messo ed io lo prenderò ». Gesù le rispose: « Maria? ». Maria si voltò ed esclamò: « Rabbunì ! », che in aramaico vuol dire “Maestro Buono”. Le disse Gesù: « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” ». 

titolo Noli me tangere
autore Tiziano anno 1511 circa



Salito Gesù al cielo, Maria Maddalena fu perseguitata e gettata poi su una vecchia nave senza vela e senza remi, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente approdò a Marsiglia. Scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse per trent’anni in penitenza, preghiera, lacrime e digiuno nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore e volò in cielo per adorarLo in eterno. Fu sepolta a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell’ordine di San Cassiano vegliano ancora oggi sul suo sepolcro e tomba in alabastro.

PRATICA. Il Signore disse alla Maddalena: « Molto ti è perdonato, perché molto hai amato ». Queste parole divine ispirino anche a noi grande confidenza nella misericordia infinita di Gesù.

PREGHIERA. Deh! Signore, ci venga in aiuto l’intercessione della beata Maria Maddalena per le cui preghiere.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di santa Maria Maddalena, che, liberata dal Signore da sette demòni, divenne sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, e la mattina di Pasqua meritò di vedere per prima il Salvatore risorto dai morti e portare agli altri discepoli l’annuncio della risurrezione.

PROVERBIO. Santa Maddalena l’acqua se la mena.

Curiosità su Santa Maria Maddalena

  • Discepola di Gesù: Santa Maria Maddalena è una delle figure più importanti del Nuovo Testamento, riconosciuta come una delle principali discepole di Gesù e spesso citata nei Vangeli.
  • Prima testimone della Risurrezione: Maria Maddalena è nota soprattutto per essere stata la prima persona a vedere Gesù risorto e a portare la notizia della sua risurrezione agli altri apostoli, guadagnandosi il titolo di “Apostola degli Apostoli”.
  • Conversione e perdono: Secondo la tradizione cristiana, Gesù liberò Maria Maddalena da sette demoni, un atto che segnò la sua conversione e il suo inizio di una nuova vita come sua fedele seguace.
  • Frequenti scambi i identità: Nel corso dei secoli Maria Maddalena è stata spesso confusa con altre donne nei Vangeli, come Maria di Betania e la peccatrice che unge i piedi di Gesù. Tuttavia, la Chiesa distingue chiaramente queste figure.

Il crepuscolo dello Zar e la potenza russa declassata

di Federico Rampini | 21 luglio 2026 – Corriere della sera

Al termine della guerra contro l’Ucraina la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile

Alla stazione Kazanskij di Mosca, in un luglio che dovrebbe essere quello delle partenze verso il mare, i binari verso sud sono spettralmente vuoti. Lo racconta l’inviato di The Economist in quella località. Non ci sono più le famiglie stipate di valigie dirette in Crimea, ci sono divise mimetiche e un’ansia diffusa che si respira nell’aria calda della capitale. È un dettaglio minuscolo, ma dice più di mille comunicati del Cremlino: la Russia di Vladimir Putin, quella che dal 2022 racconta a sé stessa la favola di un impero in marcia inarrestabile verso la vittoria, sta scoprendo il prezzo della guerra sulla propria pelle, non più soltanto su quella ucraina.

The Economist, che ha inviati sul terreno da Rostov a Nizhnij Novgorod, ha raccolto voci che raccontano un Paese logorato: code di due o tre ore ai distributori per il razionamento della benzina, blackout di Internet, prezzi delle patate saliti del 4,5% in un mese, agricoltori che temono di non riuscire a raccogliere il grano per mancanza di carburante. Un sondaggio del Fondo per l’Opinione Pubblica (FOM), istituto vicino al Cremlino e quindi difficilmente sospettabile di simpatie ucraine, certifica che il 55% dei russi percepisce ansia diffusa tra colleghi e familiari, contro il 40% di un anno fa. Il patto sociale su cui Putin ha costruito un quarto di secolo di potere — i cittadini restano fuori dalla politica, il potere non si intromette nelle loro vite — si è rotto. La guerra è arrivata a casa.

Walter Russell Mead, editorialista del Wall Street Journal e tra le voci più lucide della scuola realista americana, pone la domanda che nessuno a Mosca osa formulare ad alta voce: la Russia sta perdendo lo status di grande potenza faticosamente riconquistato dopo la fine della guerra fredda? La sua analisi non si limita alla cronaca delle difficoltà militari, la inserisce in una cornice storica di lungo periodo. Mead individua nel Mar Nero il punto di rottura simbolico: Mosca vi esercita un’egemonia che risale al Settecento di Caterina la Grande. Eppure, davanti agli attacchi missilistici e ai droni ucraini, la flotta russa è stata costretta a evacuare Sebastopoli. Un impero che non controlla più il Mar Nero, osserva Mead, è un impero che ha smarrito il cuore stesso della propria narrazione.

A questo si somma l’erosione dell’influenza russa nelle periferie ex sovietiche. Stati Uniti, Cina e Turchia stanno tessendo legami economici e militari nel Caucaso e in Asia centrale. Perfino l’alleato più fedele di Mosca, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, comincia a temere le ritorsioni ucraine più di quanto tema le pressioni del Cremlino.

Mead ha la cautela dello studioso dei tempi lunghi — «è troppo presto per liquidare Putin» — ma la sua conclusione ha il tono sobrio di chi osserva una legge di gravità storica: la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile.

La tesi di Mead trova una conferma impietosa nei fatti raccolti dal giornalista Edward Lucas per EUobserver, che ricostruisce l’isolamento diplomatico ed economico di Mosca. La Cina, alleato «senza limiti» secondo la retorica ufficiale sino-russa, ha rifiutato di fornire i sistemi di propulsione marina necessari alle navi russe per la rotta artica settentrionale.

Il colpo più duro riguarda l’energia: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2, da 50 miliardi di metri cubi l’anno, è di fatto arenato perché Pechino pretende di pagare il gas russo a un quinto del prezzo offerto dal Cremlino — che già proponeva un forte sconto. È la logica spietata del rapporto tra creditore e debitore: la Russia, privata delle vendite di gas via gasdotto all’Unione Europea che cesseranno l’anno prossimo, non ha alternative di mercato, mentre la Cina ne ha diverse. Il paradosso è umiliante per l’orgoglio imperiale moscovita: a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie, la Russia è ormai costretta a importare prodotti petroliferi raffinati proprio dalla Cina.

Non è solo Pechino a prendere le distanze. Il Kazakistan ha vietato la maggior parte delle importazioni di grano russo. L’Azerbaigian di Ilham Aliyev ha espresso pubblico sostegno all’integrità territoriale ucraina, un gesto politico che pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un Paese ex sovietico nell’orbita moscovita. L’Armenia procede al ripristino dei collegamenti ferroviari con Turchia e Azerbaigian, aggirando i ritardi di una Russia che formalmente controlla ancora quella ferrovia ma che di fatto non riesce più a imporre la propria agenda. Dal Baltico al Caucaso, dall’Asia centrale al Mar Nero, gli spazi lasciati vuoti dal ripiegamento russo vengono occupati da altri, inclusa quella Cina che dovrebbe essere l’alleata di Mosca.

C’è un terzo fronte, che il New York Times ha documentato attraverso un reportage da Kyiv firmato da Carlotta Gall e Oleksandr Chubko. L’Ucraina, pioniera mondiale nella guerra dei droni, sta ora investendo nella battaglia delle menti. Maria Berlinska, la volontaria che nel 2014 convinse i comandanti ucraini a usare i droni e che oggi è considerata una figura quasi leggendaria nel Paese, ha fondato una nuova organizzazione, Victory Neurones, dedicata alla guerra cognitiva: comunicazione strategica, guerra cibernetica, operazioni psicologiche.

Il ragionamento di Berlinska è questo: i droni ucraini hanno permesso di uccidere tre o quattro soldati russi per ogni caduto ucraino, un rapporto sostenibile finché la Russia non decide una mobilitazione generale; in quel caso, servirebbe un rapporto di otto o dieci a uno, insostenibile.

Da qui la scelta di spostare il fronte dalla tecnologia alla propaganda, cercando di minare dall’interno la capacità russa di sostenere una mobilitazione di massa. Il ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha rivendicato che Kyiv sta ormai insidiando il primato russo nella guerra elettronica e nei droni, e che l’ultimo terreno da conquistare è proprio quello dell’informazione, dove — ha ammesso — Mosca resta ancora la potenza dominante al mondo.

È un’ammissione interessante, perché rovescia uno stereotipo consolidato in Occidente: quello di una Russia militarmente arretrata ma psicologicamente invincibile, erede diretta delle tecniche sovietiche di disinformazione. Gli stessi esperti ucraini, come Serhii Demediuk, fondatore del dipartimento di cyberpolizia ucraino, riconoscono che contrastare la narrazione russa è arduo: il tentativo di smentire una menzogna spesso finisce per amplificarla, un paradosso noto a chiunque si occupi di comunicazione politica.

Se si tengono insieme questi tre livelli di analisi — il logoramento interno certificato dall’Economist, l’isolamento diplomatico documentato da Lucas, e il nuovo fronte cognitivo raccontato dal New York Times — la cornice interpretativa di Mead acquista un rilievo ancora maggiore. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma della convergenza di più traiettorie di lungo periodo: il declino demografico russo, il fallimento nel raggiungere l’eccellenza tecnologica, le difficoltà economiche strutturali post-sovietiche, l’ascesa cinese a Est, il nazionalismo persistente nelle ex repubbliche sovietiche.

Il Cremlino non è ancora al capolinea. Putin conserva l’arsenale nucleare, mantiene capacità cyber e di guerra ibrida non trascurabili, e la storia recente insegna a non sottovalutare la sua capacità di trovare vie d’uscita diplomatiche inattese anche nei momenti di massima difficoltà. Ma le leggi della gravità storica prima o poi si fanno sentire. La domanda che dovrebbe occupare le cancellerie occidentali e quelle asiatiche, non è più se la Russia vincerà o perderà la guerra in Ucraina, ma quale tipo di potenza — regionale, sussidiaria, forse persino cliente di Pechino — emergerà da questo logoramento.

Se il ridimensionamento di Mosca al rango di potenza media si concretizza, l’intero assetto geopolitico eurasiatico ne uscirà trasformato: la Cina sarà tentata di riproporre rivendicazioni territoriali risalenti all’epoca degli zar, l’Asia centrale verrà attratta nell’orbita di Pechino, la Turchia sarà libera di espandere la propria influenza nei Balcani e in Medio Oriente. Questa guerra, iniziata da Putin per restaurare la grandezza imperiale russa, finirà per accelerarne il tramonto.

Papa Leone: «La pace è irrisa e va costruita. Troppi conflitti, serve responsabilità»

di Leone XIV

Corriere della Sera – 21 Luglio 2026

L’introduzione del nuovo libro di Prevost

“Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20,19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva «a buon mercato»: il corpo glorioso del Maestro di Nazareth mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa. 

La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra. Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni. Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolinea­re alcuni aspetti che mi stanno a cuore.

Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi. Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi». Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona. 

Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire «in nome» della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II. Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!». Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia». La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione. 

La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia. Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da «protagonisti non famosi» che hanno seguito la propria coscienza. 

È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti. Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero. 

La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita. 

Dal Vaticano, 19 giugno 2026
© DICASTERO PER LA COMUNICAZIONE/ LIBRERIA EDITRICE VATICANA

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1959

 15 Luglio 2026  – di Redazione

Pubblichiamo una parte dell’enciclica Lux Veritatis di Pio XI del 25 dicembre 1931, in occasione del V centenario del Concilio di Efeso che proclamò la Divina Maternità di Maria.

Questo dogma della divina maternità, come dal getto d’un’arcana sorgente, proviene a Maria una grazia singolare: la sua dignità, che è la più grande dopo Dio. Anzi, come scrive egregiamente l’Aquinate: « La Beata Vergine, per il fatto che è Madre di Dio, ha una dignità in certo qual modo infinita, per l’infinito bene che è Dio » (Summ Theol., I, q. XXV, a. 6). Il che più diffusamente espone Cornelio a Lapide con queste parole: « La Beata Vergine è Madre di Dio; Ella dunque è di gran lunga più eccelsa di tutti gli Angeli, anche dei Serafini e dei Cherubini. È Madre di Dio; Ella perciò è la più pura e la più santa, così che dopo Dio non si può immaginare una purezza maggiore. È Madre di Dio; perciò qualsiasi privilegio concesso a qualunque Santo, nell’ordine della grazia santificante, Ella lo ha al di sopra di tutti » (In Matth., I, 6).

E allora perché i Novatori e non pochi acattolici riprovano così acerbamente la nostra devozione alla Vergine Madre di Dio, quasi riducessimo quel culto che solo a Dio è dovuto? Ignorano forse costoro, o non attentamente riflettono come nulla possa riuscire più accetto a Gesù Cristo, che certamente arde di un amore grande per la Madre sua, quanto il venerarla noi secondo il merito, premurosamente riamarla e studiarci, con l’imitazione dei suoi esempi santissimi, di guadagnarcene il valido patrocinio?

Non vogliamo però passare sotto silenzio un fatto che Ci riesce di non lieve conforto, come cioè ai nostri tempi, anche alcuni tra i Novatori siano tratti a conoscere meglio la dignità della Vergine Madre di Dio, e mossi a venerarla ed onorarla con amore. E questo certamente, quando nasca da una profonda sincerità della loro coscienza e non già da un larvato artificio di conciliarsi gli animi dei cattolici, come sappiamo che avviene in qualche luogo, Ci fa del tutto sperare che, con l’aiuto della preghiera, la cooperazione di tutti e con l’intercessione della B. Vergine che ama di amore materno i figli erranti, questi siano finalmente un giorno ricondotti in seno all’unico gregge di Gesù Cristo e, per conseguenza, a Noi che, sebbene indegnamente, ne sosteniamo in terra le veci e l’autorità.

Ma nella missione della maternità di Maria, ancora un’altra cosa, Venerabili Fratelli, crediamo doveroso ricordare: una cosa che torna certamente più dolce e più soave. Avendo Ella dato alla luce il Redentore del genere umano, divenne in certo modo madre benignissima, anche di noi tutti, che Cristo Signore volle avere per fratelli (Rom., VIII, 29). Scrive il Nostro Predecessore Leone XIII di f.m.: «Tale ce la diede Iddio: nell’atto stesso in cui la elesse a Madre del suo Unigenito, le ispirò sentimenti del tutto materni, che nient’altro effondessero se non misericordia ed amore; tale da parte sua ce l’additò Gesù Cristo, quando volle spontaneamente sottomettersi a Maria e prestarle obbedienza come un figlio alla madre; tale Egli dalla croce la dichiarò allorché, nel discepolo Giovanni, le affidò la custodia e il patrocinio su tutto il genere umano; tale infine si dimostrò Ella stessa, quando, raccolta con animo grande quella eredità d’un immenso travaglio lasciatale dal Figlio moribondo, si diede subito a compiere ogni ufficio di madre » (Epist. Encyl. Octobri mense adventante, die XXII Sept. MDCCCXCI).

Per questo avviene che a Lei veniamo attratti come da un impulso irresistibile, e a Lei confidiamo con filiale abbandono ogni cosa nostra — le gioie cioè, se siamo lieti; le pene se siamo addolorati; le speranze se finalmente ci sforziamo di risollevarci a cose migliori —; per questo avviene che se alla Chiesa si preparano giorni più difficili, se la fede viene scossa perché la carità si è raffreddata, se volgono in peggio i privati e pubblici costumi, se qualche sciagura minaccia la famiglia cattolica e il civile consorzio, a Lei ci rifugiamo con suppliche, per chiedere con insistenza l’aiuto celeste; per questo, infine, quando nel supremo pericolo della morte, non troviamo più da nessuna parte speranza ed aiuto, a Lei innalziamo gli occhi lacrimosi e le mani tremanti, chiedendo fervidamente, per mezzo di Lei al Figlio suo, il perdono e l’eterna felicità nei cieli.

A Lei, dunque, ricorrano tutti con più acceso amore nelle presenti necessità dalle quali siamo travagliati; a Lei domandino con suppliche pressanti « di impetrare che le fuorviate generazioni tornino all’osservanza delle leggi, nelle quali è riposto il fondamento d’ogni pubblico benessere, e donde promanano i benefìci della pace e della vera prosperità. A Lei chiedano molto intensamente ciò che tutti i buoni devono avere in cima ai loro pensieri: che la Madre Chiesa ottenga il tranquillo godimento della sua libertà, la quale non indirizza ad altro che alla tutela dei supremi interessi dell’uomo, e dalla quale, come gli individui, così la società, anziché danno, trasse in ogni tempo i più grandi e inestimabili benefìci » (Epist. Encycl. s. c.).

Ma sopra ogni altra cosa, un particolare e certamente importantissimo beneficio desideriamo che da tutti venga implorato, mediante la intercessione della celeste Regina. Ella cioè, che è tanto amata e tanto devotamente onorata dagli Orientali dissidenti, non permetta che questi miseramente fuorviino e che sempre più si allontanino dall’unità della Chiesa e quindi dal Figlio suo, del quale Noi facciamo le veci sulla terra. Tornino a quel Padre comune, la cui sentenza accolsero tutti i Padri del Concilio Efesino e salutarono con plauso unanime quale « custode della Fede »; facciano ritorno a Noi, che per tutti loro portiamo un cuore assolutamente paterno, e volentieri facciamo Nostre quelle tenerissime parole con le quali Cirillo si sforzò di esortare Nestorio, affinché « si conservasse la pace delle Chiese e rimanesse indissolubile tra i sacerdoti di Dio il vincolo della concordia e dell’amore » (Mansi, l.c., IV, 891).

Voglia il Cielo che spunti quanto prima quel lietissimo giorno in cui la Vergine Madre di Dio, fatta ritrarre in mosaico dal Nostro antecessore Sisto III nella Basilica Liberiana (opera che Noi stessi abbiamo voluto restituire al primitivo splendore), possa vedere il ritorno dei figli da Noi separati, per venerarla insieme con Noi, con un solo animo e una fede sola. Cosa che certamente Ci riuscirà oltre ogni dire gioconda.

Riteniamo inoltre di buon augurio l’essere toccato a Noi di celebrare questo quindicesimo centenario; a Noi, vogliamo dire, che abbiamo difeso la dignità e la santità del casto connubio contro i cavillosi assalti d’ogni genere (Litt. Encycl. Casti connubii, die XXI Decemb. MDCCCCXXX); a Noi che abbiamo solennemente rivendicato alla Chiesa i sacrosanti diritti dell’educazione della gioventù, affermando ed esponendo con quali metodi dovesse impartirsi, a quali princìpi conformarsi (Litt. Encycl: Divini illius Magistri, die XXI Decemb. MDCCCCXXIX).

Infatti questi due Nostri insegnamenti trovano sia nelle mansioni della divina maternità, sia nella famiglia di Nazaret un esimio modello da proporsi all’imitazione di tutti. Effettivamente, per servirci delle parole del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m., « i padri di famiglia hanno in Giuseppe una guida eccellentissima di paterna e vigile provvidenza; nella Santissima Vergine Madre di Dio, le madri hanno un insigne modello di amore, di verecondia, di spontanea sottomissione e di fedeltà perfetta; in Gesù poi, che era a quelli sottomesso, i figli trovano un modello di ubbidienza tale da essere ammirato, venerato ed imitato » (Litt. Apost. Neminem fugit, die XIV Ian. MDCCCXXXXII).

Ma è particolarmente giovevole soprattutto che quelle madri dei tempi moderni, le quali, infastidite della prole e del vincolo coniugale, hanno avvilito e violato i doveri che si erano imposti, sollevino lo sguardo a Maria, e seriamente considerino a quanto grande dignità il compito di madre sia stato da Lei innalzato. Così si può allora sperare che, con la grazia della celeste Regina, siano indotte ad arrossire dell’ignominia inflitta al grande sacramento del matrimonio, e che siano salutarmente animate a conseguire con ogni sforzo i pregi ammirabili delle virtù di Lei.

E qualora tutto ciò avvenga secondo i Nostri desideri, se cioè la società domestica — principio fondamentale di tutto l’umano consorzio — verrà ricondotta a così degnissima norma di probità, senza dubbio potremo affrontare e porre finalmente un riparo a quello spaventoso cumulo di mali da cui siamo travagliati. In tal modo avverrà « che la pace di Dio, la quale supera ogni intendimento, custodirà i cuori e le intelligenze di tutti » (Phil., IV, 7), e che l’auspicatissimo regno di Cristo venga dovunque e felicemente ristabilito, mediante la mutua unione delle forze e delle volontà. Né vogliamo por fine a questa nostra Enciclica senza manifestarvi, Venerabili Fratelli, una cosa che certamente riuscirà a tutti gradita. Desideriamo cioè che non manchi un ricordo liturgico di questa secolare commemorazione: un ricordo che giovi a rinfervorare nel Clero e nel popolo la più grande devozione verso la Madre di Dio. Perciò abbiamo ordinato alla Sacra Congregazione dei Riti che vengano pubblicati l’Ufficio e la Messa della Divina Maternità, da celebrarsi in tutta la Chiesa universale.

Intanto a ciascuno di voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro, come auspicio dei celesti favori e quale pegno del Nostro cuore paterno, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

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