Di Mattia Ferraresi -Tempi

01 Maggio 2026

Il crociato calvinista Hegseth, il convertito Vance, il cattolico convenzionale Rubio. Le fratture profonde e i conflitti latenti all’interno del mondo cristiano di fronte a un presidente che rivolge sguaiati attacchi contro papa Leone XIV

Le guerre tra cattolici e protestanti che l’America non ha mai combattuto sui campi di battaglia si manifestano oggi in forme nuove. Lo scontro aperto fra Donald Trump e Leone XIV, aggressione al papato con diversi e inquietanti precedenti nel vecchio mondo, ha fatto emergere le fratture profonde e i conflitti latenti nei rapporti all’interno del mondo cristiano in relazione al potere politico. La decisione di Trump di portare lo scontro ai livelli inauditi di trollaggio social, per poi mandare il suo vice, JD Vance, a impartire lezioni di teologia al Vicario di Cristo, hanno fatto riaffiorare dinamiche di scontro teologico-politico nella fase storica in cui i cattolici si sono affermati come dominante forza sociale e politica negli Stati Uniti.

Il cattolicesimo è la singola denominazione cristiana più rappresentata fra la popolazione ed è una presenza dominante nelle istituzioni, dalla Corte suprema al governo, dove oltre il 30 per cento dei membri del gabinetto è cattolico. Nessun presidente aveva indicato tanti cattolici fra i vertici dell’amministrazione. Anche la delegazione di funzionari del Pentagono che nel gennaio scorso ha preparato per il nunzio apostolico negli Stati Uniti un incontro irrituale e assai poco amichevole era composta quasi interamente di cattolici.

La storia di questo intreccio può essere raccontata attraverso tre protagonisti della contesa. Il crociato calvinista Pete Hegseth, segretario del Pentagono e forza propulsiva dietro la guerra in Iran; il convertito Vance, che si opponeva alle avventure militari americane nel mondo e ora si trova costretto a incrociare le lame con il Papa per provare la sua fedeltà a Trump; il cattolico convenzionale Marco Rubio, delegato a qualunque cosa dal presidente, che non perde occasione per segnalare la sua preferenza per lui quando si guarda al futuro.

Il guerriero protestante

Per capire Pete Hegseth occorre conoscere il nome di Douglas Wilson, il suo teocrate di riferimento. Wilson è un pastore presbiteriano di Moscow, Idaho, animatore di un movimento che intende rifondare la civiltà occidentale su basi cristiane riformate e critico fervente della presenza visibile dei cattolici nella vita sociale e politica degli Stati Uniti. È l’architetto di una teologia politica che ha trovato nella vittoria di Trump il suo momento di massima influenza, ed Hegseth è il suo messaggero più potente. La sua retorica religiosa applicata alla guerra – che ha chiaramente ispirato Leone a castigare con crescente chiarezza l’uso strumentale della fede per giustificare le guerre – mescola il linguaggio della crociata e il patriottismo americano. I soldati sono guerrieri per la civiltà cristiana che combattono le forze del male in nome di un ideale in cui Dio e la nazione non si distinguono più. Hegseth ha costruito un’identità pubblica di tipo religioso in cui lui è il campione dell’Occidente cristiano che non si vergogna della propria fede e la rappresenta ovunque, anche sui missili che si abbattono sugli infedeli.

Questa visione ha conseguenze pratiche nella gestione del Pentagono. Le purghe di ufficiali e funzionari considerati non allineati hanno prodotto attriti con la componente cattolica dell’amministrazione. È diventato ormai pubblico lo scontro con Dan Driscoll, segretario dell’Esercito, e con altri funzionari che sono nell’orbita di Vance, uomini che si riconoscono in un cattolicesimo post-liberale e diffidano dell’ardore calvinista di Hegseth. Per lui, il cattolicesimo romano ha sempre avuto qualcosa di sospetto, configurandosi come autorità che non si ferma ai confini dello Stato.

Il convertito in difficoltà

La storia religiosa di Vance è diventata un fatto politico ed elettorale. La sua conversione al cattolicesimo nel 2019 è stata interpretata ora come percorso spirituale autentico, ora come marketing identitario, ora come esperienza culturale che deriva dall’influenza con Peter Thiel (che non è cattolico ma è stato allievo e amico del cattolico René Girard) e con l’ambiente post-liberale di Patrick Deneen e altri intellettuali convertiti. La sua prima identità pubblica era quella del testimone degli zoticoni degli Appalachi traditi dalle dinamiche della globalizzazione e dimenticati dalla politica. L’autore di Elegia americana sbatteva in faccia alla classe dirigente il suo disprezzo verso milioni di americani bianchi e marginalizzati. La sua conversione al cattolicesimo ha costruito sopra quella base un ulteriore strato di identità, che lo ha reso il portatore di una dottrina politica, il post-liberalismo, che promette di riformare i termini in cui il diritto naturale informa il diritto positivo, cambiando così la relazione fra la fede e la vita pubblica.

Vance ha scelto così di scrivere un secondo libro, per ridefinire il perimetro della sua identità in vista della fase post-Trump, e ha deciso di intitolarlo Communion, un racconto del suo approdo alla fede che si muove dentro il genere editoriale della memorialistica protestante. Il problema è che questa identità è entrata in collisione con la realtà. Vance è la voce critica nell’amministrazione sull’interventismo militare, e con la guerra in Iran si è trovato a difendere una campagna che il Papa ha condannato con parole durissime. La sua risposta teologica a Leone XIV, un convertito di sei anni che spiega al Pontefice come interpretare Agostino e Tommaso, è stata letta da molti cattolici come un atto di arroganza straordinaria. Il cattolicesimo post-liberale che incarna aveva sempre rivendicato l’autonomia della Chiesa dalla politica, mentre lui si è trovato a usare la teologia come arma politica per coprire la sua fedeltà a Trump.

Il “latinos” tra fede e mercato

Marco Rubio è l’erede di un’altra epoca culturale. La sua storia di figlio di esuli cubani e di cattolico “latinos” che ha sperimentato, nel suo percorso di fede, anche altre confessioni e denominazioni, rimandano a un momento che Trump ha molto a cuore, gli anni Ottanta. Era l’era in cui i cattolici americani conservatori hanno forgiato l’alleanza con Ronald Reagan, ammiratore personale e alleato di Giovanni Paolo II nel nome della lotta all’Unione Sovietica, conclusa con l’epocale successo di quella stagione. È il cattolicesimo incarnato da figure come George Weigel, storico convinto che la dottrina sociale e il capitalismo democratico siano profondamente compatibili, oppure di padre Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute, che ha costruito per decenni il ponte teologico tra la fede e il mercato. Questa tradizione ha prodotto think tank e riviste e formato generazioni di funzionari politici. Ha costruito la narrazione secondo cui un cattolico americano poteva essere pienamente fedele a Roma e pienamente fedele al progetto americano, senza dover scegliere.

Il limite di questa tradizione è che funzionava nella misura in cui la politica americana e la Chiesa non entravano apertamente in conflitto. Quando c’era accordo, come sulla Guerra fredda, cattolicesimo e Partito repubblicano andavano senza problemi a braccetto, mentre quando le strade erano in conflitto, come sulla guerra in Iraq, gli esponenti di questa corrente hanno teso a minimizzare l’attrito, appellandosi a giudizi prudenziali su cui si poteva divergere con il Vaticano. Rubio è l’erede diretto di questa filosofia flessibile, ed è per questo che è prezioso per Trump.

Il segretario di Stato è il cattolico responsabile che sa come non irritare l’America protestante, sa invocare i valori cristiani senza disturbare chi non li condivide. Il suo cattolicesimo non costituisce una minaccia, perché si adatta sui desideri della politica e non protesta quando ci sono frizioni. Non c’è ormai occasione pubblica in cui Trump non esprima in qualche forma la sua preferenza per Rubio nel conflitto elettorale che verrà, e dal punto di vista del tipo religioso-politico che rappresenta, si capisce una ragione più profonda per questa preferenza. Rubio è il tipo di cattolico che l’America non teme, perché ha già interiorizzato la lezione che la nazione impone: la fedeltà al progetto nazionale e alla sua religione civile – un surrogato gnostico del protestantesimo – viene prima di quella a Roma, quando le due entrano in conflitto.