
Storia | CR 1958
8 Luglio 2026 ore 16:37
di Roberto de Mattei
La ricorrenza del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana, proclamata a Philadelphia il 4 luglio 1776, offre l’occasione per alcune riflessioni che vanno oltre la semplice commemorazione storica. Prendo le mosse da un’affermazione di Luigi Marco Bassani, uno dei più autorevoli studiosi degli Stati Uniti e, soprattutto, uno degli intellettuali più indipendenti dal politicamente corretto, sia di sinistra sia di destra (perché esiste anche un politicamente corretto di destra).
Nel suo recente volume Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo (Liberilibri, Macerata 2025), Bassani osserva: «Ogni grande civiltà si disgrega quando non crede più nei propri miti fondativi: quelli americani sopravvivono incredibilmente, anche se sembrano a volte cimeli di una piccola repubblica agraria, di due secoli e mezzo fa. I miti fondativi dell’Europa sono stati definitivamente rimossi» (p. 56).
L’immagine che oggi quasi tutti abbiamo degli Stati Uniti è quella di una superpotenza industriale, economica, politica e militare, determinata a esercitare la propria egemonia sul mondo. Si dimentica però che l’America, nata dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e consolidata dalla Costituzione del 1787, era una piccola repubblica essenzialmente agricola, guidata da un’élite, la cui principale ambizione era garantire l’indipendenza conquistata dalla Corona britannica.
Quando le tredici colonie proclamarono la loro indipendenza, i protagonisti della Rivoluzione americana non pensavano affatto di inaugurare una nuova epoca della storia universale. Erano proprietari terrieri, giuristi, commercianti e militari chiamati ad affrontare problemi estremamente concreti: sottrarsi al controllo del Parlamento britannico, conservare le libertà tradizionali delle colonie e costruire un ordinamento politico sufficientemente stabile da evitare sia la tirannide sia l’anarchia.
Nel corso dell’Ottocento, soprattutto durante e dopo la presidenza di Andrew Jackson (1829-1837), emerse però una nuova classe dirigente e mutò profondamente la concezione stessa del repubblicanesimo americano. Fu allora che prese forma l’idea della Manifest Destiny, la convinzione cioè che l’esperienza storica degli Stati Uniti possedesse un significato universale e che il popolo americano fosse chiamato a svolgere una missione provvidenziale.
È qui che occorre introdurre una distinzione fondamentale. Una cosa è la storia degli Stati Uniti; altra cosa è il mito dell’America. L’America storica appartiene alla vicenda politica di una determinata nazione. Il mito americano appartiene invece alla storia delle idee. Esso nasce quando l’esperienza concreta degli Stati Uniti cessa di essere interpretata come un caso particolare e viene elevata a paradigma del destino dell’intera civiltà occidentale. Da questo momento l’America non è più semplicemente uno Stato, ma diventa un simbolo.
Nel Novecento questo processo si accentua parallelamente all’ascesa degli Stati Uniti come grande potenza mondiale. L’America viene identificata con l’Occidente, con la democrazia liberale, con il capitalismo, con il progresso tecnico, con la modernità stessa. Ma proprio nello stesso momento nasce il mito opposto: quello antiamericano.
Anche l’antiamericanismo, infatti, confonde il simbolo con la realtà. Attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di tutti gli squilibri della modernità, trasformandoli nel capro espiatorio universale. Mito americano e mito antiamericano sembrano opposti, ma condividono il medesimo presupposto: entrambi identificano l’America con un principio universale della storia.
Bassani osserva che negli Stati Uniti non esiste un fenomeno paragonabile all’antieuropeismo, mentre in Europa l’antiamericanismo costituisce ormai una componente stabile della cultura contemporanea. Chi critica gli Stati Uniti, «non parla mai degli Stati Uniti reali, ma di un mito, di un fantasma, di un simbolo comodo» (p. 218). L’antiamericanismo europeo è un fenomeno psicologico prima ancora che politico. Il desiderio, spesso inconsapevole, è quello di vedere gli Stati Uniti «pagare» il prezzo del loro successo storico, quasi che il fallimento americano potesse compensare quello europeo.
Da qui il paradosso, che Bassani ben sintetizza: «Mentre l’America continua a interrogarsi sul proprio tramonto, l’Europa non ha più la forza nemmeno di immaginare il proprio futuro» (p. 208). L’antiamericanismo è la religione di chi non ha più fede nel futuro perché ha estirpato i fondamenti della propria storia, ovvero potremmo aggiunge, le nostre radici cristiane.
Le dinamiche demografiche confermano questa diagnosi. Nel 2024, nell’Unione Europea si sono registrate circa 3,9 milioni di nascite a fronte di 5,2 milioni di decessi: un saldo naturale negativo di oltre 1,3 milioni di persone, il peggiore nella storia dell’Europa in tempo di pace. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, le nascite sono state circa 3,7 milioni e i decessi 3,1 milioni; la popolazione continua inoltre a crescere grazie anche all’immigrazione, mentre l’età mediana resta sensibilmente più bassa rispetto a quella europea.
Dietro questi numeri si nasconde una realtà culturale più profonda. L’Europa non mette al mondo più figli perché non crede più nel futuro. Una civiltà che smette di generare non perde soltanto abitanti: perde fiducia in sé stessa. Non si percepisce più come una storia destinata a continuare, ma come una vicenda ormai avviata al declino.
Secondo Bassani, l’Europa può oggi sopravvivere soltanto «avvinghiata come l’edera» a un’America che continua ancora a produrre energia, fiducia e capacità di immaginare il futuro (p. 25). Infatti, «l’America ha ereditato il ruolo storico che fu dell’Europa ottocentesca: essere la potenza che produce sia le merci sia le idee dominanti» (p. 46) e «finché continuerà a produrre idee e ricchezza, l’Occidente non sarà finito» (p. 56).
Come concludere? Anche se gli Stati Uniti stanno attraversando una grave crisi culturale e morale, è innegabile che il destino dell’Europa è strettamente intrecciato a quello americano. Augurarsi il crollo degli Stati Uniti significherebbe concorrere al suicidio dell’Europa. Gli Stati Uniti, almeno teoricamente, potrebbero sopravvivere senza l’Europa. L’Europa, invece, difficilmente potrebbe sopravvivere senza l’America.
Il rischio non sarebbe quello di una ritrovata autonomia strategica, bensì quello di una progressiva frammentazione geopolitica: forse un’Europa nord-orientale sempre più gravitante nell’orbita russo-asiatica e un’Europa sud-occidentale esposta a una crescente islamizzazione, fino a forme di subordinazione assimilabili alla dhimmitudine.
Non si tratta di uno scenario inevitabile, ma è una possibilità storica che non può essere liquidata come fantasia. Le civiltà non muoiono soltanto perché vengono sconfitte dall’esterno; spesso si dissolvono perché smettono di credere nelle ragioni della propria esistenza. È forse questa la lezione più profonda che il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana offre oggi all’Europa: non tanto celebrare l’America, quanto interrogarsi sulle ragioni della crisi dell’Occidente e sulla perdita delle sue radici.