"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il politologo Kepel: «L’Iran è disastrato. Il blocco navale Usa a Hormuz ha funzionato più delle armi: ora a Teheran anche i più oltranzisti vogliono negoziare»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 25 Aprile 2026

Gilles Kepel: «Il Paese è a pezzi e la repressione interna è terrificante. L’Europa? Si dimostra nemica degli Usa di Trump»

«Il regime iraniano si trova in una situazione difficilissima. Il Paese è disastrato. E manca un vero capo carismatico in grado di mediare tra moderati e estremisti, come invece avveniva nel passato», sostiene il politologo Gilles Kepel intervistato dal Corriere.

Come legge la scelta di mandare infine a Islamabad il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi?
«La Casa Bianca ha esercitato un’enorme pressione su Teheran, senza ricorrere alle armi, ma con il controblocco navale. E adesso gli americani godono di un piccolo vantaggio: l’Iran è distrutto anche nelle sue infrastrutture civili. La repressione interna è terrificante: ogni giorno ci sono condanne a morte ed esecuzioni di oppositori. Ma proprio il controblocco navale Usa, che è piratesco in essenza come quello iraniano a Hormuz, è stata la misura di maggior successo. Oggi l’Iran non può più esportare petrolio, mancano i soldi per fare funzionare quel poco che è rimasto in piedi. La situazione interna è talmente grave che anche i suoi dirigenti più oltranzisti sono costretti ad accettare la ripresa dei negoziati».

Perché Araghchi sulla via del Pakistan parla con Russia e Oman?
«L’Iran bombardando i Paesi alleati o comunque non nemici nel Golfo si è isolato. Le bombe specie contro il Qatar nella fase calda della guerra possono essere state utili per creare il caos. Ma il Qatar era un amico di Teheran, erano accomunati dall’ideologia dei Fratelli Musulmani contro l’imperialismo Usa, e oggi non lo sono più. Ciò che poteva essere utile nella guerra diventa un enorme problema nella fase politica. Oltretutto tante nazioni del sud globale soffrono le conseguenze del blocco di Hormuz, la mancanza di petrolio e fertilizzanti genera danni economici giganteschi. L’Iran non è più l’eroe nella lotta contro Washington, bensì il responsabile della povertà. Da qui il suo tentativo di sfuggire all’isolamento, ma non credo che funzionerà con l’Oman, che è controllato dalle monarchie del Golfo».

Conseguenze?
«I relativi successi iraniani delle prime settimane di guerra sono cose del passato. Oggi il regime è più in crisi che mai».

Quanto peso dare alle divisioni interne alla classe dirigente iraniana, che certo non sono cosa nuova?
«Nel passato la Guida Suprema era l’arbitro ultimo. A seconda dei momenti, il regime lasciava uno spazio relativo alle lotte tra fondamentalisti e moderati. La figura del presidente era in genere quella di un leader aperto alle influenze occidentali come Khatami o Rouhani, ma poi arrivava la cesura e il leader da Khomeini a Khamenei serrava le fila, diceva l’ultima parola. Oggi non c’è più nessuno. Mojtaba Khamenei è figlio dell’ultimo Leader Supremo: un fatto senza precedenti per la tradizione della Repubblica Islamica, che ha sempre rifiutato il principio della successione dinastica. Inoltre Mojtaba, il cui stato di salute è sconosciuto, non ha assolutamente il carisma del padre, non è un grande esperto della fede sciita, non ha le credenziali intellettuali e religiose, è un semplice militante dei Pasdaran».

Un regime senza legittimità?
«Certo, Mojtaba non ha i titoli per esercitare il potere che gli hanno conferito sotto l’incalzare dei bombardamenti. Non può essere la chiave di volta che mette assieme le tensioni politiche interne. Questa è la grande differenza col passato. Lo abbiamo visto anche nel corso delle trattative con gli Usa. Prima c’è stato l’articolo dell’ex ministro degli Esteri Mohammad Javas Zarif, che su Foreign Affairs parlava della necessità del negoziato. Poi i duri del regime hanno frenato, mirando alla soluzione militare. Oggi il controblocco ha spinto il campo dei pragmatici, con il presidente Pezezshkian e il loro ambasciatore all’Onu, hanno vinto le resistenze di chi preferiva i colloqui a Istanbul e mandato Araghchi in Pakistan».

E l’Europa?
«L’Europa si dimostra nemica degli Stati Uniti di Trump. Comunque, si mobilita per mantenere aperti gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb dopo la fine della guerra in attesa delle elezioni di midterm, che potrebbero seriamente azzoppare Trump».

Papa Leone sul volo di rientro dall’Africa: «Porto con me la foto di un bimbo musulmano che mi aveva accolto in Libano ed è stato ucciso»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Aprile 2026

Sulla benedizione delle coppie omosessuali in Germania: «Ci sono questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità»

Sul volo papale – «Porto con me la foto di un bambino musulmano che, nella mia visita in Libano, stava aspettando con un cartello, c’era scritto “benvenuto Papa”. Poi, in questa ultima parte della guerra, è stato ucciso». Leone XIV parla sul volo che lo ha riportato a Roma, ieri sera. Diciottomila chilometri e sedici aerei (più due elicotteri) in undici giorni, lungo un «pellegrinaggio di pace» cominciato in Algeria all’inizio della settimana scorsa e proseguito tra Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. «Spero stiate tutti bene, pronti per un altro viaggio!», sorride ironico Prevost quando raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo. Ma poi lo sguardo si fa assorto, mentre parla delle «vittime innocenti» in Medio Oriente.


Santità, ha parlato di un «mondo a rovescio» nel quale «una manciata di tiranni rischia di distruggere il pianeta». I negoziati per fermare il conflitto in Iran sono nel caos, con effetti pesanti anche sull’economia. Lei auspica un cambio di regime a Teheran, visto anche che la società civile e gli studenti sono scesi in piazza, e c’è preoccupazione nel mondo per la corsa all’atomica? E quale appello rivolge a Usa, Israele, Iran per uscire dallo stallo, fermare l’escalation?
«Vorrei cominciare a dire che bisogna proporre un nuovo atteggiamento, una cultura per la pace. Tante volte, quando ci sono certe situazioni, subito la risposta è: bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti. Ho appena letto una lettera di parenti dei bambini che sono morti il primo giorno dell’attacco. Scrivono che ormai i loro figli sono persi. La questione non è un cambio di regime o no, ma come proporre i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. La questione dell’Iran è molto complessa. Le stesse trattative che stanno cercando di fare, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti no, e viceversa, non si sa dove vanno, il che ha creato questa situazione caotica e critica per l’economia mondiale. Ma poi c’è anche tutta una popolazione in Iran, persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra. Non è chiaro quale sia il regime in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace. Le parti che partecipano, cerchino di fare tutti gli sforzi per promuovere la pace e allontanare la minaccia della guerra. Che si rispetti il diritto internazionale. È molto importante che gli innocenti siano protetti, come in diversi luoghi non è avvenuto. Porto con me la foto di un bambino musulmano che, nella mia visita in Libano, stava aspettando con un cartello, c’era scritto “benvenuto Papa”. Poi in questa guerra è stato ucciso. Come Chiesa, come pastore, non posso essere a favore della guerra. Vorrei incoraggiare tutti a compiere sforzi per cercare risposte che vengano da una cultura di pace e non di odio».

Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occupa un posto importante soprattutto nelle Canarie. C’è dibattito e polarizzazione, anche tra i cattolici la posizione non è chiara. Cosa potrebbe dire loro?
«Il tema della immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, Europa o Stati Uniti, è un fenomeno mondiale. La mia risposta comincia da una domanda: che cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi nei quali i giovani, oggi, non trovano un futuro e quindi vivono il sogno di andare verso il Nord? Tutti vogliono andare a Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire possibilità. Molti soffrono… Anche il tema del traffico di esseri umani fa parte anche della migrazione. Personalmente, credo che uno Stato abbia il diritto di porre regole alle sue frontiere. Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo, nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione in quelli più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione in Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio? Molte persone considerano l’Africa come un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa. perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi. In ogni caso sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umanitario, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, ma quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità».

Durante questo viaggio lei ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo. Come fa a evitare che la sua presenza conceda un’autorità morale a questi regimi?
«Certamente la presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi. Può essere interpretata – e da alcuni è stata interpretata – come se il Papa o la Chiesa stessero dicendo che va bene vivere in quel modo. Lo scopo principale dei viaggi che il Papa compie è visitare le persone. La Santa Sede continua a dare grande valore, talvolta con grandi sacrifici, al mantenimento di relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo. E talvolta abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari. Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, formale. Non sempre facciamo grandi proclami di critica, giudizio o condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia e le cause umanitarie. Talvolta per cercare, in situazioni nelle quali ci sono prigionieri politici, un modo per farli liberare. Ci sono situazioni di fame, di malattia, eccetera…. La Santa Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo di qualsiasi Paese».
 
Come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, di permettere la benedizione di coppie omosessuali nella sua Diocesi? E come intende preservare l’unità della Chiesa?
«Credo anzitutto sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare intorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che, quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi e a chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie – in questo caso coppie omosessuali, come ha chiesto lei – o di coppie in situazioni irregolari, oltre a quanto permesso specificamente da Papa Francesco quando ha detto: tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote dà la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa dà la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco “tutti, tutti, tutti”, esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi, credo possa causare più disunione che unità. Dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».

Il regime dell’Iran ha impiccato pubblicamente molte altre persone e assassinato migliaia di cittadini. Condanna queste azioni? Ha un messaggio per il regime iraniano?
«Condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone — dal concepimento alla morte naturale — debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato».

Francesco, il ricordo in volo di Leone XIV: «Ringraziamo Dio per il dono della sua vita alla Chiesa e al mondo»

di Gian Guido Vecchi, inviato – Corriere della Sera – 21 Aprile 2026

Il Pontefice, nel viaggio verso l’isola di Bioko nella Guinea Equatoriale, ricorda Bergoglio a un anno dalla sua scomparsa

Prevost al suo arrivo a Malabo (Ap)

SUL VOLO PAPALE – «Ringraziamo il Signore per il gran dono della vita di Francesco a tutta la Chiesa e a tutto col mondo». Leone XIV raggiunge i giornalisti sull’aereo verso l’isola di Bioko e la città di Malabo, nella Guinea Equatoriale, ultima tappa del viaggio cominciato all’inizio della settimana scorsa in Algeria e proseguito in Camerun e in Angola. Il 21 aprile 2025 era il Lunedì dell’Angelo, Bergoglio morì alle 7,35.

«Anzitutto vorrei ricordare, in questo primo anniversario della morte, Papa Francesco, che ha donato tanto alla Chiesa con la sua vita, la sua testimonianza, la sua parola e i suoi gesti», dice Prevost: «Ha vissuto veramente la vicinanza ai più poveri, ai più piccoli, ai malati, ai bambini, agli anziani. Ha lasciato tanto alla Chiesa con la sua testimonianza e la sua parola».

All’inizio del 2023, fu Francesco a chiamare, dalla diocesi di Chiclayo, quel frate agostiniano che era stato padre generale del suo ordine, aveva passato vent’anni come missionario e vescovo in Perù e ora veniva nominato prefetto del Dicastero dei Vescovi: a fine settembre lo fece cardinale, nessuno poteva immaginare che una ventina di mesi più tardi Robert Francis Prevost gli sarebbe succeduto come vescovo di Roma.

Dell’insegnamento di Francesco «possiamo ricordare tante cose», dice Leone XIV, e richiama in particolare il senso della «fratellanza universale», l’impulso a promuovere «un autentico rispetto per tutti gli uomini e tutte le donne, lo spirito di fraternità, essere fratelli sorelle tutti, cercare come vivere il messaggio che troviamo nel Vangelo».

E poi, «il messaggio della misericordia», aggiunge il pontefice, fin dal primo Angelus e dalla messa che celebrò «ancora prima dell’inaugurazione del pontificato, quando ha predicato sulla donna adultera», ovvero il brano dl Vangelo di Giovanni in cui Gesù dice «chi è senza peccato scagli la prima pietra» a chi vorrebbe lapidarla: «Francesco ha parlato dal cuore della misericordia di Dio, dal cuore di questo grande amore, perdono e generosa espressione di misericordia del Signore, e ha voluto condividere questo spirito con tutta la Chiesa, anche con la bellissima celebrazione di un Giubileo straordinario della misericordia.

 Preghiamo che lui stia già godendo della misericordia del Signore».

L’uscita degli Usa dalla Nato è una minaccia seria. Ecco perché

di Federico Rampini| 20 aprile 2026 – Corriere della Sera – 20 Aprile 2026

Davvero Donald Trump potrebbe decidere, da solo, l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato? Questa minaccia va presa sul serio? Quali sono le probabilità che si realizzi, e quali sarebbero le conseguenze? Un retroscena cruciale – e dimenticato – dice quanto il rischio sia considerato reale. 

Alla fine del 2023, quando alla Casa Bianca c’era Joe Biden, il Congresso approvò con una larga maggioranza bipartisan una legge che proibisce al presidente degli Stati Uniti proprio questo: decidere da solo l’uscita dalla Nato. Uno dei co-firmatari di quella legge era… Marco Rubio, allora senatore repubblicano, oggi segretario di Stato e capo del National Security Council.

La tempesta di reazioni scatenata dagli attacchi al Papa aveva messo quasi in ombra, e comunque aveva fatto passare in secondo piano, la questione atlantica. Eppure questa è la più importante. Gli attacchi al pontefice possono avere indignato e alienato una parte del mondo cattolico americano che aveva votato per Trump. Ma le conseguenze si limitano a questo. 

Invece l’eventuale uscita dalla Nato sarebbe un cataclisma geopolitico, chiudendo una storia durata 80 anni.

Questa possibilità, Trump l’aveva ventilata e minacciata già durante il primo mandato. Allora non ebbe seguito. Ma nel quadriennio 2017-2020 lui era circondato da repubblicani del vecchio establishment che si adoperavano per controllare i suoi impulsi. Oggi questo è meno vero, anche se Rubio esercita un’influenza moderatrice ed è un ostacolo a eventuali riavvicinamenti con Putin.

La posta in gioco, ridotta all’osso, è proprio questa: se l’America esce dalla Nato, viene meno quella protezione contro l’imperialismo russo che ha consentito all’Europa occidentale un periodo eccezionalmente lungo di pace (Pax Americana, per l’appunto) mentre tutt’intorno divampavano conflitti, alcuni dei quali hanno anche lambito le frontiere Ue come la guerra dei Balcani (anni ’90) o le ripetute invasioni armate di Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968), Georgia (2008), Ucraina (2014 e 2022), ma senza mai violare i confini Nato. 

Una Nato senza Stati Uniti non ha senso. Al suo posto potrebbe nascere una difesa comune europea, di cui per adesso vediamo solo dei virgulti iniziali, pieni di debolezze e limitazioni. C’è un robusto e trasversale partito putiniano, a destra e a sinistra, che in molti paesi europei è pronto a stappare lo champagne. L’argomentazione ufficiale l’avete sentita mille volte: la minaccia russa non esiste, è un’invenzione della propaganda americana e dei «mercanti di cannoni», finalmente la morte della Nato libererà l’Europa dal tallone dell’unico imperialismo vero, quello americano. Se ci credete, Trump è il vostro uomo: potrebbe realizzare i vostri sogni.

Un’argomentazione più sottile dice: la Nato è già morta. La sua credibilità dalla nascita ad oggi non dipendeva dall’articolo 5 che richiede di entrare in guerra per difendere un alleato aggredito. Quell’articolo è solo una frase scritta sulla carta di un documento legale. Vale solo finché l’America ha la volontà politica di mantenere i suoi impegni. Vale solo finché i potenziali aggressori credono che lo scudo americano ci sarà. Trump ha già distrutto quella credibilità, annullare la partecipazione al Trattato atlantico e uscire dalla Nato sarebbe solo il gesto formale, la ratifica di un abbandono che nei fatti sta accadendo. 

Oggi Putin ha già delle buone ragioni per pensare che l’Europa non verrebbe difesa dagli Stati Uniti. Nei calcoli del Cremlino forse la Nato è già morta, o comunque in caduta di credibilità. Per adesso le forze armate russe sono impantanate sul fronte ucraino, ma se dovesse cedere quella barriera – ad oggi la vera «difesa europea», l’unica degna di questo nome: i soldati di Kiev – i calcoli di Mosca potrebbero cambiare.

Trump non è eterno. E negli Stati Uniti – incluso dentro il partito repubblicano – esiste una constituency pro-Nato, che considera il legame con l’Europa come un patrimonio fondamentale, irrinunciabile: per ragioni economiche, geopolitiche, culturali. Se Trump sta facendo una fatica enorme – e con risultati modesti – a far accettare la guerra in Iran alla sua base, sarebbe ancora più in difficoltà qualora tentasse di far digerire l’abbandono della Nato.

Resta un fatto fondamentale: lui può farlo, quell’uscita dall’alleanza è una decisione che rientra nell’ambito delle sue prerogative.
Lo ha spiegato in questi giorni John Yoo, uno dei più noti giuristi e costituzionalisti americani contemporanei, docente all’Università della California a Berkeley, figura influente nel dibattito sul potere esecutivo negli Stati Uniti e già protagonista di importanti controversie durante l’amministrazione Bush. Yoo, di origine sudcoreana, è repubblicano……..

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Se Trump volesse davvero uscire dalla Nato, la Corte suprema gli darebbe ragione: può farlo da solo.

Lo stesso Yoo introduce una distinzione fondamentale tra diritto e politica. Dal punto di vista giuridico Trump ha il potere di uscire dalla Nato. Dal punto di vista politico, però, sarebbe un grave errore. La Nato, ricorda, è stata per quasi ottant’anni uno dei pilastri della sicurezza occidentale: ha contenuto la Russia, ha stabilizzato l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, ha permesso agli Stati Uniti di proiettare la loro potenza globale.

Leone XIV, la messa nella città «cinese»: «Ascoltare il grido dei poveri, guarire la piaga della corruzione»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 19 Aprile 2026

Papa Prevost si rivolge in portoghese ai 100 mila fedeli durante la celebrazione eucaristica nella «new town» finanziata dalla Cina a una trentina di chilometri da Luanda in Angola

Leone a Kilamba (LaPresse)

DAL NOSTRO INVIATO
LUANDA (Angola) – I diamanti, il petrolio, gli affari miliardari occidentali e cinesi, la miseria diffusa. Leone XIV parlava ieri della «distribuzione ineguale della ricchezza», facendo notare che «la fede non separa lo spirituale dal sociale» e anzi «dà la forza» per affrontare «le sfide legate a povertà e giustizia». Così ora, davanti a centomila fedeli, Prevost parla in portoghese e scandisce: «Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta».

La folla per la messa del Papa (LaPresse)

La «new town» costruita da Pechino

Il Papa celebra al mattino in una spianata a Kilamba, una «new town» a una trentina di chilometri dalla capitale costruita in soli tre anni e completata nel 2012 dalla «Cina International Trust and Investment Corporation», tre miliardi e mezzo di dollari di investimento, 115 isolati, negozi, scuole, presidio sanitari e 750 palazzi che in teoria possono ospitare fino a mezzo milione di abitanti, anche se i prezzi sono assai alti e finora gli abitanti sono settantamila, la minoranza di angolani che se lo può permettere e gli stranieri che lavorano nelle multinazionali. Del resto gli investimenti cinesi in Angola fanno di Pechino il secondo «partner commerciale» del Paese, con affari da oltre venti miliardi l’anno tra investimentiinfrastrutture prestiti in cambio di petrolio, con relativa tensione tra la manodopera cinese e lavoratori angolani.

In tutto questo, come Francesco nel suo primo viaggio del 2013 in Brasile, Leone XIV sceglie come immagine della Chiesa il brano evangelico della strada verso Emmaus, con i due discepoli che tornano a casa delusi dopo la crocifissione e vengono accostati da Gesù, «una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli», e aggiunge: «In questa scena del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà».

Luanda, la capitale più cara al mondo

La capitale Luanda è considerata la città più cara al mondo, con ville e grattacieli sul lungomare, e c’è gente che vive poco distante tra stamberghe con i tetti di lamiera, canali di scolo e discariche. Luna Nord e Lunda Sud, le province nordorientali al confine con la Repubblica democratica del Congo, custodiscono miniere di diamanti tra le più redditizie del pianeta ma espropri e scavi hanno decimato l’agricoltura e i 750 mila abitanti sono sempre più poveri. Appena arrivato in Angola, il Papa si è rivolto all’intero Paese: «ll vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili». Su 35 milioni di abitanti, l’80 per cento circa ha meno di trent’anni. Così è soprattutto ai giovani che Prevost si rivolge, esortandoli a «ripartire e ricostruire il futuro, rimettere insieme i pezzi della storia e guardare oltre il dolore». 

Il Paese è a maggioranza cattolica, il 58 per cento della popolazione: «L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno». Le ultime parole del Papa sono un nuovo invito a non scoraggiarsi: «Oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuroNon abbiate paura di farlo!». 

Alla fine della messa, al Regina Coeli, il pontefice è tornato a parlare dei conflitti in Ucraina Libano: «Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo», ha esordito. È invece «motivo di speranza» la «tregua annunciata in Libano», ha aggiunto: «Rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente».

Leone XIV in aereo: «Non è affatto nel mio interesse dibattere con il presidente degli Stati Uniti»

di Gian Guido Vecchi, inviato – Corriere della Sera – 18 Aprile 2026

Nel volo che lo porta dal Camerun all’Angola, Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e cerca di abbassare, almeno da parte sua, la tensione dopo il botta e risposta a distanza con il presidente Usa Donald Trump

«Non è affatto nel mio interesse dibattere con il presidente degli Stati Uniti». Nel volo che lo porta dal Camerun all’Angola, Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e cerca di abbassare, almeno da parte sua, la tensione di questi giorni: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica che si è creata quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me. Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su un altro commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto».

Il messaggio di pace

Il Papa si è presentato sorridente per un saluto, «buon pomeriggio a tutti», e sapeva già cosa dire, senza bisogno di domande. In particolare, «solo un piccolo esempio», si riferisce al suo intervento di Bamenda, giovedì, quando ha detto che «il mondo è distrutto da una manciata di tiranni» e denunciato i «signori della guerra», parole che hanno fatto il giro del pianeta. Così ora spiega: «Il discorso che ho tenuto all’incontro di preghiera per la pace un paio di giorni fa era stato preparato due settimane prima, ben prima che quel presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».

Dialogo e comprensione

Papa Prevost è arrivato a metà del suo viaggio cominciato a inizio settimana in Algeria, dopo l’Angola visiterà pure la Guinea equatoriale, e vuole anche evitare che anche gli avvenimenti dei prossimi giorni siano letti alla luce esclusiva degli attacchi che gli ha riservato Trump: «Io vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa cattolica, per stare con, per celebrare con, per incoraggiare e accompagnare tutti i cattolici africani». Certo, «naturalmente la visita ha anche altre dimensioni», aggiunge: «Ho avuto un ottimo incontro con un gruppo di Imam in Camerun per promuovere – e continuare a promuovere, come abbiamo già fatto in altri luoghi e come ha fatto Papa Francesco durante il suo pontificato – il dialogo, la promozione della fraternità, della comprensione, dell’accettazione e della costruzione della pace con persone di tutte le fedi».

«Proseguiamo il nostro cammino»

Le polemiche non gli interessano: «Proseguiamo quindi il nostro cammino, continuiamo a proclamare il messaggio del Vangelo, e il testo evangelico che abbiamo utilizzato nelle liturgie offre una serie di aspetti fantastici e meravigliosi di cosa significhi essere cristiani, seguire Cristo, promuovere la fraternità, la fratellanza, confidare nel Signore, ma anche cercare modi per promuovere la giustizia nel nostro mondo, promuovere la pace nel nostro mondo».

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1946

 15 Aprile 2026 ore 09:30 – di Redazione

Pubblichiamo una parte dell’enciclica Adiutricem populi christiani (Aiutatrice del popolo cristiano) di Leone XIII del 5 settembre 1895, in cui il Papa esorta alla recita del Santo Rosario per invocare la protezione di Maria, promuovere l’unità dei cristiani e chiedere la pace.

È cosa buona celebrare con lodi sempre maggiori ed implorare con sempre più sentita fiducia la potente e clementissima Ausiliatrice del popolo cristiano, la Vergine Madre di Dio.  (…)

Il mistero dell’amore eccezionale di Cristo verso di noi si manifesta chiaramente quando Egli morente volle lasciare per madre al discepolo Giovanni la sua Madre stessa, con quel solenne testamento: «Ecco il tuo figlio». Nella persona poi di Giovanni, conforme al sentimento perenne della Chiesa, Cristo additò tutti gli uomini e per primi quelli che avrebbero creduto in Lui. Su tale proposito sant’Anselmo di Canterbury esclama:«Che cosa può concepirsi di più degno, che tu, o Vergine, sia madre di coloro a cui Cristo si degna esser padre e fratello?» (Or. XLVII, olim XLVI). Ella pertanto accettò ed eseguì di gran cuore tutte le parti di quel singolare e impegnativo ufficio, consacrandone gl’inizi nel Cenacolo. Fin da allora ella aiutò mirabilmente i primi fedeli con la santità dell’esempio, con l’autorità del consiglio, con la soavità del conforto, con l’efficacia delle sue sante preghiere, mostrandosi in verità Madre della Chiesa e Maestra e Regina degli Apostoli, ai quali fu anche larga di quei divini oracoli che «serbava nel suo cuore». 

Ma in verità, a stento può dirsi a parole quanto si accrebbero di ampiezza e di efficacia questi aiuti da quando ella fu assunta presso il Figlio, a quell’altezza di gloria celeste come richiedevano la sua dignità e lo splendore dei suoi meriti. Infatti di là, secondo i disegni di Dio, ella cominciò a vegliare sulla Chiesa e ad assisterci e proteggerci come una madre in modo che, come era stata strumento del mistero della umana redenzione, così, con il potere quasi illimitato che le era stato conferito, fu dispensatrice della grazia che per tutti i tempi deriva da questa redenzione. Quindi ben a ragione le anime cristiane, come tratte da nativo impulso, corrono a Maria; a lei fiduciosi comunicano progetti ed opere, dolori e gioie; alla cura e alla bontà di lei, come fanno i figli, raccomandano se stessi e tutte le proprie cose. Quindi sono giustissimi i solenni encomi che presso tutte le genti e in tutti i riti furono resi a lei, e che vennero ognora crescendo nei secoli: tra gli altri molti, ella fu celebrata«Signora nostra e nostra mediatrice» (S. Bernardus, Serm. II in Adv. Domini n. 5) ; «Riparatrice dell’universo» (S. Tharasius, Or. in praesent Deip.); «Mediatrice dei suoi doni divini» (In offic. graec., VIII dec., Qeotok…on post. oden IX).

Poiché la fede è fondamento e principio dei doni divini per i quali l’uomo viene elevato al di sopra dell’ordine naturale ai beni eterni, il possederla e il professarla efficacemente si attribuisce all’arcano influsso di lei che generò «l’Autore della fede» e che per la sua fede fu salutata «beata»; «Nessuno, santissima, ha piena conoscenza di Dio se non per te; nessuno si salva se non per te, Madre di Dio; nessuno ottiene doni dalla misericordia se non per te» (S. Germanus Constantinop., Or. II in dormit. B. M. V.).

Né sembrerà eccedere chi affermi che fu soprattutto per la guida e per la protezione di lei, che la sapienza e le istituzioni del Vangelo, benché tra difficoltà ed avversità enormi, penetrarono in ogni nazione assai celermente, portando dovunque un nuovo ordine di giustizia e di pace. E fu questo che ispirò l’animo e la parola di San Cirillo d’Alessandria quando rivolto alla Vergine le diceva: «Per te gli Apostoli annunziarono la salvezza delle genti…; per te la Croce preziosa è lodata e adorata in tutto il mondo…; per te sono volti in fuga i demòni, e l’uomo è richiamato al Cielo; per te ogni creatura, legata già all’errore degl’idoli, è ricondotta alla conoscenza della verità; per te gli uomini fedeli pervennero al santo battesimo, e dovunque furono costituite le chiese» (Hom. contra Nestorium).

Che anzi, come la lodò lo stesso Dottore, ella fu validissimo«scettro della vera fede» (Hom. contra Nestorium) per quella cura che ebbe continuamente affinché la fede cattolica durasse vigorosa nei popoli e fiorisse integra e feconda. Esistono molte prove di ciò e ben conosciute, confermate anche non di rado da prodigiosi avvenimenti. Più che mai in taluni tempi e luoghi in cui s’ebbe a deplorare la fede illanguidita e negletta, o per l’indifferenza o perché attaccata da nefanda peste di errori, apparve di presenza la benignità della grande Vergine che muoveva al soccorso. Si levarono al suo cenno e al suo impulso uomini illustri per santità e per ardore apostolico, i quali spuntarono le armi degli empi, ricondussero e infiammarono gli animi alla pietà della vita cristiana. Da solo, valido come molti uniti insieme, Domenico di Guzman si adoperò nell’una e nell’altra missione, confidando nel Rosario di Maria. Nessuno dubiterà quanto merito spetti alla stessa Madre di Dio dei risultati ottenuti da Venerabili Padri e Dottori della Chiesa, che egregiamente operarono nel difendere e illustrare la verità cattolica. Infatti sono essi stessi che, grati, riconoscono di avere avuto da lei, “sede della divina sapienza”, ottime ispirazioni nello scrivere; a lei quindi, non a sé, va il merito se la perversità degli errori fu vinta. Infine Condottieri e Romani Pontefici, custodi e difensori della fede, gli uni nella direzione delle guerre sacre, gli altri nei solenni decreti promulgati, invocarono il nome della Madre divina, e lo sperimentarono sempre potente e propizio.

Perciò la Chiesa ed i Padri fanno a Maria questi elogi, non meno veri quanto splendidi: «Ave, o bocca degli Apostoli sempre eloquente, sostegno stabile della Fede, rocca fermissima della Chiesa» (Ex hymno Graecor. Akathistos); «Ave, per tuo mezzo siamo entrati fra i cittadini della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica» (S. Ioanness Damasc., Or. in annunc. Dei Genitricis, n. 9); «Ave, o fontana scaturita per divina virtù, da cui fiumi di sapienza celeste scorrendo con le onde purissime e limpidissime dell’ortodossia, fugano la turba degli errori» (S. Germanus Constantinop., Or. in Dei praesentatione, n. 14); «Gioisci, perché tu sola estinguesti tutte le eresie nell’universo mondo» (In off. B.M.V.).

Questa grande parte che fu della eccelsa Vergine lungo la storia, nelle battaglie, nei trionfi della fede cattolica, mentre rende più luminoso il disegno di Dio nei suoi riguardi, deve altresì destare in tutti i buoni grandi speranze per raggiungere ciò che ora è l’oggetto dei comuni desideri.

Bisogna confidare in Maria, bisogna supplicare Maria! Quanto, con il suo intervento, potrà determinare che una sola professione di fede tenga unite le menti dei popoli cristiani, un solo vincolo di perfetta concordia leghi le volontà in modo che si realizzi il tanto nuovo e desiderato trionfo della religione! E che cosa non vorrà ella fare affinché tutte le genti camminino unite«nella meravigliosa luce di Dio», quando il suo Unigenito chiese insistentemente al Padre la massima loro unione, tanto che Egli stesso, pagando un immenso prezzo, le chiamò a partecipare attraverso il battesimo alla medesima «eredità della salvezza»? E che cosa non vorrà ella stessa spendere di bontà e di saggezza per lenire i lunghi travagli della Chiesa, sposa di Cristo, affinché si ottenga nella famiglia cristiana quel dono dell’unità che è il frutto più prezioso della sua maternità?

L’augurio che l’evento non sia così lontano dall’avverarsi trova conferma nell’opinione e nella fiducia, così ardenti nelle anime pie, secondo le quali Maria sarà il felice legame, valido e dolce, di tutti coloro che – dovunque siano – amano Cristo e che, come un solo popolo di fratelli, divengano devoti al suo Vicario in terra, il romano Pontefice, come a Padre comune. Qui il pensiero, attraverso i fasti della Chiesa, si riporta spontaneo ai nobilissimi esempi dell’antica unità, e si sofferma compiaciuto nel ricordo del gran Concilio di Efeso. Infatti la piena concordia della fede e la pari comunione delle cose sacre, che allietava a quel tempo l’Oriente e l’Occidente, colà sembrò avvalorarsi di singolare stabilità e risplendere di gloria, quando i Padri autorevolmente sentenziarono che «la Santa Vergine era la Madre di Dio»: l’annunzio di tale definizione, partendo da quella religiosissima città in festa, riempì tutto il mondo cristiano di una medesima incontenibile esultanza.

Per tutte queste regioni si sostiene e cresce la fiducia di vedere compiuti quei voti grazie alla potenza e alla somma benignità della Vergine; occorre quindi, con altrettanti stimoli, accendere quell’affetto che Noi raccomandiamo ai cattolici nel supplicare Maria. Ed essi riflettano intimamente quanto ciò sia conveniente e vantaggioso per loro stessi, e quanto torni accetto e gradito alla Vergine. Infatti, trovandosi essi in possesso dell’unità della fede, dimostrano di apprezzare quanto merita la grandezza di tale beneficio e di volere adoperarsi più solleciti a custodirlo. Né possono poi in modo migliore manifestare il loro animo fraterno verso i dissidenti, che con l’aiutarli efficacemente nel riacquistare il massimo fra tutti i beni. Questo amore di vera fratellanza cristiana, vivo sempre nella Chiesa, trasse ognora la sua principale forza dalla Madre di Dio, fonte eccellente di pace e di unità. San Germano di Costantinopoli così la supplicava: «Ricordati dei cristiani che sono tuoi servi: raccomanda le preghiere di tutti; conforta le comuni speranze; avvalora la fede; stringi le Chiese nell’unità» (Or. hist. in dormit. Deiparae). I Greci tuttora la supplicano in questa forma: «O tutta pura, che puoi tutto chiedere al tuo Figlio senza temere rifiuto, pregalo, o tutta santa, che dia al mondo la pace, e infonda a tutte le Chiese uno stesso pensiero; e noi tutti acclameremo te» (Men. V maiiTheotokion post od. IX de S. Irene V.M.).

Papa Leone: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni, miliardi di dollari per uccidere e non ci sono risorse per curare ed educare»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Chiesa – 17 Aprile 2026

Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa

DAL NOSTRO INVIATO

BAMENDA (Camerun) «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

Il comprensorio della cattedrale di Bamenda, delimitato da cancellate, comprende la chiesa e una serie scuole dal nido al college. Gli ingressi sono controllati, davanti e dentro la chiesa entrano gruppi selezionati, altri migliaia restano all’esterno e nelle strade della città.

E mentre il Papa interviene in inglese, la voce rimandata dagli altoparlanti, dentro e fuori la chiesa c’è un silenzio che contrasta con il calore dell’accoglienza, migliaia di persone che aspettavano il Papa e ora non si perdono una parola: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni («a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».

Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa. Come Francesco nove anni fa, nella Repubblica centrafricana, giovedì ha passato la giornata in una regione divisa dalla guerra civile, nel Nord-Ovest del Camerun.

Per l’occasione, i ribelli indipendentisti avevano annunciato una tregua di tre giorni ma non si sa mai, l’intero percorso del Papa era sorvegliato da militari in tuta mimetica, volto coperto e armi automatiche.

Leone XIV è arrivato all’incontro per la pace su una papabile blindata e protetta da vetri antiproiettile, la stessa che nel pomeriggio lo avrebbe portato tra i ventimila fedeli arrivati per la messa celebrata nell’aeroporto.

Mentre saliva la scalinata che conduce all’ingresso della cattedrale, era protetto alle spalle dai militari. La guerra civile non fa distinzioni di credo e anzi «ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace», ha ricordato Prevost: «In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Nel mondo diviso da oltre una cinquantina di conflitti tutto si tiene, Leone parla di una delle diverse guerre dimenticate per parlare di tutte le guerre, «serviamo insieme la pace!», il tema che soprattutto dopo gli attacchi di Trump ha finito riassumere il senso del viaggio africano e dello stesso pontificato del primo Papa americano.

Bamenda sta su un altopiano a milleseicento metri d’altezza, un paesaggio di palme, campi coltivati soprattutto a mais e colline a chiudere l’orizzonte.

Dopo l’indipendenza del 1960, qui le tensioni tra la minoranza di lingua inglese e la maggioranza francofona sono cresciute fino alla dichiarazione di indipendenza degli irredentisti anglofoni, la proclamazione nel 2017 della «Repubblica di Ambazonia», da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra il Camerun francese e quello Sud-occidentale sotto il mandato britannico.

Ne è nata una guerra che ha causato migliaia di morti e più di settecentomila sfollati. Le postazioni militari governative sparse nella zona vengono periodicamente attaccate dai ribelli.

Nei giorni in cui si spara, scatta il coprifuoco o la fuga nei boschi o nelle case parrocchiali e le missioni del comunità religiose. La chiusura forzata e ricorrente delle scuole ha complicato la formazione di una generazione di bambini. Alcune facciate in cemento o mattoni d’argilla mostrano fori di proiettile.

«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine», dice Papa Leone.

Del resto le guerre si somigliano, le sue considerazioni si ampliano all’intero pianeta: «È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a “U” – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana».

Nel pianeta devastato da pochi dominatori, c’è tuttavia una miriade di persone che lavora alla pace, «sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».

Nella cattedrale c’è il rappresentante dei capi tradizionali che ringrazia perché «la maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università».

L’imam di Buea ricorda che la guerra non fa distinzioni di credo, da ultimo «il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamenda, uccidendo tre persone e ferendone altre nove».

Il portavoce delle chiese protestanti e anglicana ricorda gli sforzi di tutti i leader religiosi per tentare una mediazione tra governativi e ribelli. «Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa», conclude il Papa: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme», alla fine libera fuori dalla cattedrale sette colombe bianche.

La messa del pomeriggio viene celebrata accanto alla pista dell’aeroporto per ragioni di sicurezza, l’area è chiusa e più facile da sorvegliare.

Qui Leone si concentra sul Camerun, «le numerose forme di povertà», «la corruzione», i «gravi problemi nel sistema educativo e sanitario» e «la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani», ma non basta: «Alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».

Di rado il tono di Prevost è stato così vibrante: «Questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani! Adesso e non in futuro! È giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

L’ultimo richiamo è al «coraggio degli Apostoli» che nel racconto degli Atti «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose».

Il Papa cita la risposta di Pietro alle minacce ricevute per la loro testimonianza: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini».

Trump ora ha una «questione cattolica»: i 3 cerchi di un errore (ben più serio di quanto lui possa immaginare)

di Federico Rampini| 17 aprile 2026 – Corriere della Sera – 17 Aprile 1016

Il patrimonio di consensi del presidente Usa è stato messo a repentaglio in pochi giorni dagli attacchi contro il primo Pontefice di origine statunitense

Il copione della guerra in Iran per adesso sta continuando com’era cominciato: il fronte esterno è più favorevole a Trump di quello interno. Sul terreno strettamente militare, ma anche su quello geoeconomico, gli ultimi sviluppi sono abbastanza favorevoli.

Il contro-blocco di Hormuz, cioè l’embargo Usa sulle navi iraniane, per quanto parziale può spingere il regime di Teheran a maggiori concessioni al tavolo del negoziato in Pakistan.

record storici delle Borse Usa, così come il buon andamento del mercato di Tokyo, e la crescita del Pil cinese al 5%, sono tutti dati che convergono a smentire le narrazioni più apocalittiche. Una schiarita sembra arrivare perfino dal Libano con l’annuncio di una tregua di dieci giorni.

Diverso è il fronte interno, quello dove Trump arranca contro un’opinione pubblica sfavorevole. L’avvio della procedura di impeachment da parte dei democratici contro il segretario alla Guerra Pete Hegseth rimarrà un gesto simbolico, fine a sé stesso. Mancano i numeri parlamentari perché l’impeachment si realizzi.

D’altronde i capi d’imputazione contro Hegseth a rigore andrebbero rivolti al Commander-in-Chief cioè il presidente stesso: se questa guerra è illegale, se nel farla sono stati commessi dei reati, la responsabilità ultima è di Trump. Questo rinvia all’importanza delle elezioni di mid-term del 3 novembre: in quel voto legislativo, se i democratici dovessero conquistare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, tra i loro ranghi affiorerà di nuovo il «partito dell’impeachment» contro il presidente.

Sulle dinamiche elettorali da qui a novembre Trump si sta rivelando il peggior nemico di sé stesso. Come non bastasse questa guerra, impopolare fin dall’inizio perché lui non l’ha mai spiegata a dovere, l’apertura di una «questione cattolica» dentro la base della destra è un problema serio.

Ricordo che i cattolici statunitensi da anni si erano spostati a destra, spesso in aperto dissenso con le posizioni del Vaticano durante il pontificato di papa Francesco. Il cattolicesimo americano era diventato uno dei bacini elettorali decisivi per riportare Trump alla Casa Bianca con l’elezione del novembre 2024.

Le ragioni sono molteplici. L’elettorato cattolico ha reagito agli eccessi della cultura «woke» nella sinistra democratica; ha visto minacciati i valori tradizionali, il ruolo della famiglia, dalle campagne più radicali per l’agenda Lgbtq+; non ha condiviso il permissivismo sul crimine o sull’immigrazione clandestina durante la presidenza Biden; né il terzomondismo antiamericano del pontificato Bergoglio.

Lo spostamento a destra dei cattolici si era sovrapposto a quello di comunità etniche: italo-americani, irlandesi, polacchi, latinos. Non era passato inosservato l’intervento di Trump in favore dei cristiani perseguitati in Nigeria dal terrorismo jihadista.

Tutto questo patrimonio di consensi è stato messo a repentaglio in pochi giorni dagli attacchi contro il primo papa di origine statunitense, un pontefice comprensibilmente molto popolare tra i suoi concittadini, del quale i cattolici americani sono orgogliosi, e che è ben diverso dal suo predecessore.

Sullo scontro fra Trump e papa Leone, vi propongo qui un’analisi illuminante. L’autore è Ross Douthat, opinionista del New York Times con alcune credenziali specifiche: è un intellettuale conservatore molto autorevole, non trumpiano (semmai anti-trumpiano, ancorché aperto a riconoscere meriti occasionali a questo presidente), e lui stesso cattolico.

Douthat è in una posizione privilegiata per darci un punto di vista autorevole che viene proprio da quella minoranza cattolica americana dove Trump in passato raccolse molti voti e nella quale ha reclutato il proprio vicepresidente JD Vance e il proprio segretario di Stato Marco Rubio.

«Analizziamo – scrive Douthat – l’ultimo scontro tra Chiesa e impero, il conflitto aperto tra il presidente Donald Trump e papa Leone XIV, attraverso tre cerchi concentrici, che ci portano dalle realtà generali della politica cattolica fino alle specificità più scottanti di questo caso. A livello generale, non c’è nulla in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano che dovrebbe sconvolgere i cattolici. Nulla nella dottrina cattolica afferma che i papi sono immuni da errori quando parlano di politica, e la storia offre abbondanti prove del fatto che possono commettere sbagli anche gravi. Di conseguenza, quando i papi si occupano di politica, non è blasfemo che i politici dissentano da loro, e questi contrasti non sono nuovi. Sono vicende molto tradizionali, durano dal Medioevo.

Nell’attuale zona di controversia — quella che oppone il papa, il Vaticano o cardinali di primo piano al nazionalismo di destra — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli. La dottrina sociale cattolica sfida sia la destra sia la sinistra, ma è un equilibrio difficile, e i leader della Chiesa tendono spesso a criticare più duramente una parte politica e a sostenere l’altra. Sotto Giovanni Paolo II, molti cattolici progressisti ritenevano legittimamente che il Vaticano fosse più vicino alla destra; sotto Francesco la dinamica si è invertita.

Pur essendo contrario all’aborto, all’eutanasia e ad altri capisaldi progressisti, Francesco ha dato priorità alle questioni economiche e ambientali. Nutriva una personale avversione per i conservatori, in particolare quelli americani, rispetto ai progressisti.

Leone ha portato maggiore stabilità alla Chiesa. Ha mostrato ai conservatori un volto più paterno, ha preso sul serio le loro preoccupazioni sulla liturgia e la chiarezza dottrinale, pur continuando a riecheggiare Francesco su temi come immigrazione e cambiamento climatico. Di conseguenza, si è vista una separazione più netta tra una minoranza di cattolici di destra molto attivi online, sempre pronti allo scontro con il papato, e una base conservatrice più ampia, disposta ad accettare un papa dai toni talvolta progressisti purché non appaia intenzionato a sconvolgere la dottrina.

E tuttavia l’inclinazione a sinistra del Vaticano nei dibattiti politici contemporanei può rivelare mancanze di carità o di chiarezza. La carità difettosa emerge soprattutto quando i leader ecclesiastici parlano di immigrazione: dovrebbe essere possibile difendere i migranti dagli abusi, e al tempo stesso riconoscere le ragioni legittime per cui i cattolici americani giudicano disastrosa la politica di frontiere aperte di Joe Biden, o per cui i cattolici europei temono una trasformazione religiosa dei loro Paesi a causa dell’immigrazione musulmana.

Il Vaticano appare più a suo agio nel dialogo con Biden o con Macron che con Trump o Marine Le Pen, ma fatica a comprendere perché una parte consistente dei suoi fedeli preferisca le destre.

La mancanza di chiarezza, invece, è un problema ricorrente nel linguaggio ecclesiastico su temi che vanno dalla ricchezza alla povertà fino alla guerra e alla pace. I commenti papali sull’economia possono apparire non solo orientati a sinistra ma anche vaghi. Le posizioni sulla politica estera rischiano di scivolare verso un pacifismo disinvolto, non sempre coerente con la tradizione cattolica. Si ha il diritto di chiedere al Vaticano di riconoscere che il potere militare talvolta svolge un ruolo moralmente legittimo.

Queste sono le ragioni del dissenso dei cattolici conservatori da Roma. Ma iniziano a incrinarsi quando si passa al secondo cerchio, quello della guerra in Iran, la questione che ha fatto esplodere il conflitto tra la Chiesa e Trump. Qui non è il papato a mostrare difficoltà con le questioni concrete; sono invece le argomentazioni della Casa Bianca a vacillare.

I sostenitori di Trump lamentano che certi cardinali americani di orientamento progressista sono faziosi, e che il Vaticano non denuncia abbastanza il regime iraniano. Ma queste sono obiezioni secondarie rispetto alla domanda fondamentale: la guerra è giusta oppure no?

Trump non ha fornito una giustificazione coerente. Si potrebbe sostenere, per esempio, che la guerra è giusta perché mira a rovesciare un governo malvagio. Ma Trump sostiene di non voler un cambio di regime e di essere disposto a un accordo che lasci al potere l’élite clericale.

Oppure si potrebbe dire che si tratta di un intervento limitato per prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump ha più volte evocato una campagna molto più ampia, con bombardamenti «fino all’età della pietra» e distruzione su scala civile, ipotesi incompatibili con qualsiasi teoria della guerra giusta. O ancora, si potrebbe sostenere che la guerra americana è giusta perché colpisce obiettivi militari, a differenza delle operazioni israeliane più controverse. Ma è difficile sostenere questa distinzione: si tratta dello stesso conflitto.

Le informazioni disponibili suggeriscono che l’America sia entrata in guerra senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza considerare adeguatamente i rischi e nonostante le riserve del vicepresidente cattolico e i dubbi del segretario di Stato cattolico

Ciò non esclude un esito positivo, ma spiega perché il capo della Chiesa cattolica abbia tutte le ragioni per definire questo conflitto ingiusto.

La risposta del presidente a questa critica — entriamo nel terzo cerchio — esula dal normale confronto tra Chiesa e Stato. Non è nemmeno un tipico eccesso trumpiano. Si entra invece nel terreno della profanazione e del sacrilegio: dai post pasquali sui social, con minacce e sarcasmi religiosi, fino agli attacchi al papa e a immagini generate dall’intelligenza artificiale che raffigurano Trump come Cristo.

difensori cristiani di Trump tendono a separare questi episodi, giustificandone alcuni e condannando solo l’ultimo. Ma il problema centrale, dal punto di vista religioso, non è chi si senta offeso, bensì la coerenza di un filo che lega minacce blasfeme, invettive contro il principale leader cristiano e l’auto-rappresentazione come figura divina.

Non si tratta solo di un’offesa all’identità religiosa o alla dignità papale, ma di una violazione dei primi due comandamenti, con Dio stesso come parte lesa. Per un osservatore non credente, la bestemmia può apparire come un peccato senza oggetto reale, e questa escalation può interessare solo come un segnale dello stato mentale del presidente.

Ma per un credente, l’intera traiettoria politica di Trump — il suo ruolo nella crisi della sinistra, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si inscrive in un disegno provvidenziale. In questo quadro, la deriva blasfema rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi, un avvertimento sui possibili esiti della storia e sul rischio spirituale di seguirlo fino in fondo».

Il Papa e Trump: un contrasto esplosivo 

 15 Aprile 2026 ore 09:39

di Roberto de Mattei – Esteri | CR 1946

Dopo le invettive del presidente Trump contro Papa Leone XIV, la deplorazione è d’obbligo, e bene ha fatto la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ad esprimerla, come leader di una nazione che ospita la Cattedra di Pietro. Leone XIV è il Capo della Chiesa universale, al di sopra di tutti i potenti della terra, e mai come in questo caso il rispetto della forma è rispetto della sostanza. Ma alla deplorazione deve seguire l’analisi delle parole e dei fatti, se non si vuole essere vittima delle sabbie mobili del caos che inghiottiscono chiunque rinunci all’uso della ragione in un’epoca di turbolenza come quella che viviamo. E la prima domanda che deve porsi chi vuole usare la ragione è perché Donald Trump abbia attaccato frontalmente Leone XIV, accusandolo di essere «liberal» e di «assecondare la sinistra radicale» quando, nel suo primo mandato presidenziale, non ha mai attaccato con tanta veemenza papa Francesco, che era certamente più «liberal» e di sinistra del suo successore.  

Ripercorriamo innanzitutto gli eventi: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita», ha scritto Trump il 7 aprile su Truth, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum con cui tentava di far accettare a Teheran una resa incondizionata. Leone XIV ha preso sul serio la minaccia roboante di Trump e lo stesso giorno, uscendo da Castel Gandolfo ha definito «inaccettabile» la minaccia al popolo iraniano. Non era la prima volta che in maniera diretta o indiretta rimproverava il presidente americano per la sua gestione della crisi.

 L’11 aprile, dopo la veglia di preghiera tenuta nella basilica di San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo i colloqui di pace, poi falliti in Pakistan, Trump si è sfogato contro il Papa sul suo social, Truth definendolo «debole sui fatti criminosi» e «pessimo in politica estera». Il presidente americano ha aggiunto: «Non voglio un papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni – inclusi assassini, spacciatori e killer – mandandoli nel nostro Paese». Trump ha detto ancora, «Non voglio un Papa che critichi il presidente americano perché sto facendo esattamente quello per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che ha capito tutto». Il duro post è stato seguito dalla pubblicazione di un’immagine creata con l’intelligenza artificiale di un Trump-Messia, presto rimossa dopo la pioggia di critiche. 

All’attacco frontale di Trump, è seguita una sobria replica di Leone XIV. «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito», ha detto il Papa ai giornalisti. sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa. «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!», ha spiegato ancora il Pontefice ricordando di parlare «del Vangelo: continuerò a farlo ad alta voce» contro i conflitti.

Trump, che non mostra di conoscere né le regole della diplomazia, né quelle della buona educazione, si serve dell’iperbole come arma di negoziato, Non è l’unico a farlo. Fin dall’inizio del conflitto in Ucraina, Putin, e soprattutto, l’ex Presidente russo Dmitry Medvedev, continuano a minacciare l’uso dell’arma nucleare. È molto inquietante, ma non è detto che abbiano intenzione di far seguire i fatti alle parole. Il problema è che la Russia, come la Cina e la Corea del Nord, dispone di un arsenale nucleare, l’Iran non ancora. Qui cade la domanda di fondo, formulata da Mario Sechi su “Libero” del 14 aprile in questi termini: «Cosa si fa con l’Iran che ribadisce di voler continuare il suo programma nucleare»?  La trattativa, infatti, è fallita proprio perché l’Iran non vuole rinunciare all’uso della bomba atomica. Un intervento militare svolto a sventare questa minaccia non rientra in quel caso di “guerra giusta” che George Weigel ha evocato nel suo articolo On War, Peace, the President and the Pope sul “Washington Post” del 13 aprile? Weigel sottolinea che il conflitto non può essere affrontato solo con argomentazioni politiche, ma deve essere valutato secondo criteri etici, invitando a un dialogo più serio e responsabile tra autorità politica e religiosa sui temi della guerra e della pace.

Il Papa ha giustamente ricordato che la sua voce non è quella di un leader politico, ma quella della Chiesa che annuncia il Vangelo e richiama il mondo alla pace. Tuttavia, il 4 aprile, ha invitato   i cittadini americani a far sentire la propria voce presso i membri del Congresso per por fine alla guerra. Probabilmente non era mai accaduto che un Pontefice si rivolgesse direttamente a un popolo per invitare i cittadini a far pressione sui propri rappresentanti. Non a caso, “La Repubblica” del 14 aprile ha pubblicato un’intera pagina contro Trump del gesuita padre Antonio Spadaro, intitolandola: «La voce di Prevost come atto politico contro la legge del presidente»

Il regime sanguinario di Teheran, strumentalizzando la situazione, è intervenuto, a sua volta, con un messaggio rivolto al Papa. Mentre Leone XIV visitava la grande Moschea di Algeri, il presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian, rivolgendosi al Pontefice, così si è espresso: «A nome della grande nazione iraniana, condanno l’insulto rivolto a Vostra Eccellenza e dichiaro che la profanazione di Gesù (la pace sia con lui), il Profeta della pace e della fratellanza, è inaccettabile per qualsiasi persona libera. Le auguro che Allah le conceda la gloria».

Di fatto si sta rinnovando una polarizzazione tra la Santa Sede e gli Stati Uniti, che ha radici culturali antiche. Nel 1776, l’anno della Dichiarazione di Indipendenza di cui ricorre il 4 luglio il 250esimo anniversario, gli Stati Uniti definirono la loro identità rifiutando qualsiasi autorità religiosa che ambisse ad essere “suprema”, a cominciare dalla “Monarchia Romana”.  Gli scandali finanziari e morali degli ultimi anni hanno inoltre screditato una parte della gerarchia americana e la rinascita del cattolicesimo sta avvenendo negli ambienti tradizionali, che criticavano papa Francesco e ancora diffidano del suo successore. Ciò fa capire le difficoltà che incontrerà, fin dall’inizio del suo incarico, mons. Gabriele Caccia, nuovo nunzio a Washington. 

Trump pagherà le conseguenze dei suoi errori nelle prossime elezioni di Midterm, ma Leone XIV non ha scadenze elettorali né preoccupazioni mediatiche di cui deve tener conto. È sufficiente che svolga bene il suo ministero petrino, ricordando l’insegnamento immutabile della Chiesa in termini di guerra e di pace.

 Il Papa, che è un figlio di sant’Agostino, conosce certamente un celebre passo del Dottore di Ippona, ricordato da Pio XII nell’enciclica Communium interpretes dolorum del 15 aprile 1945: «Desideri la pace? Opera giusto e avrai la pace: poiché la giustizia e la pace si sono baciate (Sal 84, 11). Se non ami la giustizia, non avrai la pace: infatti la giustizia e la pace si amano e sono tra loro talmente unite, che se fai giusto, troverai la pace che bacia la giustizia… Se dunque vuoi venire alla pace, opera giusto: allontanati dal male e segui il bene, questo significa amare la giustizia; e quando avrai lasciato il male e avrai fatto il bene, cerca la pace e seguila (Ps. 84, 12: PL 37, 1078)».  

Erano gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale e Pio XII chiedeva «al Redentore divino e alla sua santissima Madre, in spirito di preghiera e di penitenza che sia vera e sincera la pace che porrà termine a questa guerra funesta e sanguinosa»Questo è sempre stato l’insegnamento della Chiesa: non basta invocare a parole la pace, bisogna operare fattivamente, per instaurare la giustizia, e soprattutto chiedere l’aiuto soprannaturale della grazia per portare al mondo la pace di Cristo, che è ben diversa da quella falsa del mondo (Gv 14-27-31). 

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