"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1958

 8 Luglio 2026 ore 16:35

di Redazione

Riportiamo di seguito l’atto di Consacrazione alla SS.ma Vergine di san Luigi Maria Grignion di Montfort presente nella terza parte della sua opera Trattato della Vera devozione alla Vergine di Maria.

O eterna ed incarnata Sapienza! o amabilissimo ed adorabilissimo Gesù, vero Dio e vero uomo, Unigenito dell’eterno Padre e di Maria sempre vergine!

Vi adoro profondamente nel seno e negli splendori del Padre vostro, nell’eternità, e nel seno verginale di Maria, vostra degnissima Madre, nel tempo della vostra incarnazione.

Vi ringrazio di avere annientato voi stesso, prendendo la forma di uno schiavo, per liberarmi dalla crudele schiavitù del demonio;

vi lodo e vi glorifico per aver voluto vivere sottomesso in ogni cosa a Maria, vostra santa Madre, per rendermi, per Suo mezzo, vostro schiavo fedele.

Ma, ohimè! ingrato e infedele quale sono, non ho mantenuto i voti e le promesse che vi ho così solennemente fatto nel mio battesimo né ho adempiuto ai miei obblighi; io non merito di essere chiamato figlio vostro né vostro schiavo, e poiché non vi è nulla in me che non meriti i vostri rimproveri e la vostra collera, non oso più accostarmi da me stesso alla vostra santissima e augustissima Maestà.

Ricorro perciò all’intercessione della vostra santissima Madre, che mi avete dato come mediatrice presso di voi, e per suo mezzo spero di ottenere da voi la contrizione e il perdono dei miei peccati, insieme con l’acquisto e la conservazione della Sapienza.

Vi saluto, dunque, o Maria immacolata, tabernacolo vivente della divinità, in cui la Sapienza eterna nascosta vuole essere adorata dagli angeli e dagli uomini.

Vi saluto, o Regina del cielo e della terra, al cui impero soggiace tutto ciò che dipende da Dio;

Vi saluto, o Rifugio sicuro dei peccatori, la cui misericordia non è mancata a nessuno: esaudite i miei desideri della divina Sapienza, e ricevete per questo i voti e le offerte che la mia pochezza vi presenta.

Io, NN, peccatore infedele, rinnovo oggi e ratifico nelle vostre mani i voti del mio battesimo: rinuncio per sempre a Satana, alle sue vanità e alle sue opere, e mi do interamente a Gesù Cristo, Sapienza incarnata, per portare dietro a Lui la mia croce tutti i giorni della mia vita. E affinché gli sia più fedele di quanto lo sia stato nel passato, Vi scelgo oggi, o Maria, alla presenza di tutta la corte celeste, come mia Madre e Padrona. Vi abbandono e vi consacro, in qualità di schiavo, il mio corpo e la mia anima, i miei beni interiori ed esterni, e il valore stesso delle mie buone azioni passate, presenti e future, lasciandovi completo e pieno diritto di disporre di me e di tutto quanto mi appartiene, senza eccezione, secondo il vostro beneplacito, per la maggior gloria di Dio, nel tempo e nell’eternità.

Ricevete, o Vergine benigna, questa piccola offerta della mia schiavitù, ad onore ed in unione della sottomissione che la Sapienza eterna ha voluto avere alla vostra maternità; in omaggio del potere che entrambi avete su questo piccolo verme e questo miserabile peccatore, e in rendimento di grazie [dei privilegi] di cui la Santissima Trinità vi ha favorito.

Dichiaro di volere ormai, come vostro autentico schiavo, cercare il vostro onore e ubbidirvi in ogni cosa.

O Madre mirabile! presentatemi al vostro caro Figlio in qualità di schiavo eterno, affinché, avendomi riscattato attraverso voi, mi riceva per mezzo vostro.

O Madre di Misericordia! fatemi la grazia di ottenere la vera Sapienza di Dio, e di mettermi, per questo, nel numero di coloro che amate, istruite, guidate, nutrite e proteggete come vostri figli e vostri schiavi.

O Vergine fedele, rendetemi in tutto un così perfetto discepolo, imitatore e schiavo della Sapienza incarnata, Gesù Cristo Figlio vostro, da arrivare, con la vostra intercessione, seguendo il vostro esempio, alla pienezza della sua età sulla terra, e della sua gloria nei cieli. Così sia.

Papa Leone XIV, all’Angelus nuovo appello per la pace in Medio Oriente e in Ucraina

Da Castel Gandolfo, dove si trova per il periodo estivo, Papa Leone XIV stamane ha recitato la tradizionale preghiera mariana domenicale dell’Angelus

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTNPapa Leone XIV | | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Castel Gandolfo , domenica, 12. luglio, 2026 12:16 (ACI Stampa).

Da Castel Gandolfo, dove si trova per il periodo estivo, Papa Leone XIV stamane ha recitato la tradizionale preghiera mariana domenicale dell’Angelus.

Commentando la parabola del seminatore, il Papa osserva che “Gesù stesso, il Verbo fatto uomo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, è il seme che il Padre continua a spargere nel mondo perché, morendo, porti molto frutto: a volte incontra in noi un terreno duro e insensibile, altre volte distratto; ma ci sono momenti in cui trova una terra ricettiva e feconda, e allora si innescano miracoli d’amore capaci di cambiare tutto il resto, come certamente abbiamo sperimentato anche noi nella nostra vita”.

“Per questo – sottolinea Leone XIV – il Padre non smette di seminare, perché sa che la potenza del suo amore è più forte della nostra debolezza”.

“La generosità di Dio nei nostri confronti – aggiunge Papa Leone – non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non smette di credere in noi, in quello che siamo e in quello che possiamo diventare, giorno per giorno, se con fede ci abbandoniamo a Lui”.

Dopo aver salutato gli abitanti di Castel Gandolfo, il Papa ha fatto subito un accenno alla attualità: “Tornano purtroppo a soffiare i venti della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in numerose altre parti del mondo seminando violenza, terrore e morte e colpendo ancora una volta tanti innocenti: non lasciamo che questi venti spengano la fiammella della speranza e della pace, anche quando essa è sempre a fragile e vacillante.  Rinnovo il mio auspicio affinché si percorra con perseveranza la via del dialogo, dell’incontro e della diplomazia unico cammino capace di condurre a una pace giusta e duratura nella quale i popoli possano vivere riconciliati nella sicurezza reciproca e nel rispetto della dignità di ogni persona”.

“Oggi – ha aggiunto – ricorre la domenica del mare. Il mio pensiero va a tutti marittimi, i pescatori e i lavoratori portuali del mondo che segnati dalla lontananza dei propri cari e talvolta dalla paura per i conflitti che attraversano le vie del mare, sostengono con un lavoro paziente e silenzioso il commercio e la vita di molti popoli”.

Al termine dell’Angelus il Papa si è avvicinato ai fedeli che gremivano Piazza della Libertà per salutarli prima di rientrare nel Palazzo Apostolico.

LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

San Benedetto compose la sua Regola a Montecassino intorno al 525, ispirandosi a regole precedenti di San Giovanni Cassiano, San Basilio, San Pacomio, San Cesario e l’Anonimo della Regula Magistri. Benedetto combinò disciplina e rispetto per le capacità individuali, con l’intento di fondare una “scuola del servizio del Signore” caratterizzata da una gestione non troppo rigida. 

Cristianesimo

La Regola di San Benedetto organizzava nei minimi particolari la vita dei monaci, migliorando la vaghezza delle norme monastiche precedenti. Due principi fondamentali della vita comunitaria erano la stabilitas loci (l’obbligo di risiedere permanentemente nello stesso monastero, contrastando il vagabondaggio dei monaci) e la conversatio (buona condotta morale, pietà reciproca e obbedienza all’abate).

L’abate, considerato un “padre amoroso” (dal siriaco abba), era il centro di una comunità ben ordinata dove preghiera e lavoro si alternavano secondo il motto “ora et labora” (prega e lavora).

I monasteri seguendo la Regola di San Benedetto sono noti come benedettini. Ogni monastero è autonomo sotto l’autorità di un abate, ma spesso si organizzano in confederazioni monastiche, tra cui le più importanti sono la congregazione cassinense e quella sublacense, legate rispettivamente ai monasteri di Montecassino e Subiaco.

Le 5 regole di San Benedetto per una buona preghiera

La preghiera è il momento più bello e più alto per un  cristiano che ha l’occasione di stare tu per tu con il Signore. Ecco le preziose indicazioni di San Benedetto da rispettare per una buona preghiera.

  1. Il dare appuntamento alla preghiera: fin quando possibile, sempre alla stessa ora del giorno. Scandiamo la nostra vita anche seguendo i ritmi che Dio stesso ci dà. Se pensiamo di rimandare il tempo della preghiera per lasciare spazio a cose più futili e meno importanti, questi, stiamo certi, non arriverà mai. E alla fine della giornata, ci ritroveremo senza aver pregato mai. Il tempo della preghiera va cercato, non è lui, di certo, che ci viene incontro.
  2. Il luogo per la preghiera: di certo, non sempre siamo nelle vicinanze di una chiesa o abbiamo a disposizione una cappella dove incontrare il Signore. Anche la nostra stanza può essere il luogo dove pregare. Ogni cristiano ha un’immagine sacra nella propria casa. Ecco: basta raccogliersi in preghiera davanti a lei, senza farsi distrarre da ciò che c’è intorno. Anche quello è un validissimo momento di preghiera.
  3. Dio deve essere sempre nella nostra vita: non siamo cristiani solo a parole, ma anche con i fatti. La preghiera è essenziale sì, ma a volte, bisogna arricchirla. Anche semplicemente portando un’immaginetta sacra nel nostro portafoglio, un piccolo rosario con noi (non come una catena inutile al collo… intendiamoci, ma come un oggetto che ci aiuti alla preghiera. Va sempre rispettato), che ci accompagni nella preghiera quotidiana.
  4. La preghiera sia semplice: Dio non ha bisogno di frasi ad effetto, di preghiere particolari o complesse. Lui legge nel nostro cuore, sa subito di cosa abbiamo bisogno. La preghiera umile, fatta con il cuore a lui aperto, è ciò che a Lui è più gradito.
  5. Semplice e pura: così sia la nostra preghiera. Nulla che ci distragga attorno, ma tutta la semplicità a Lui gradita. Che venga direttamente dal nostro cuore.

❀☆ALLA MADONNA DEL PARADISO ❀☆☆ ❀☆ ❀☆ ❀☆ ❀☆ ❀*̥☆ ❀

O Maria, Madre bellissima del Signore e Madre mia, rivolgi anche a me con tenerezza materna il tuo sguardo pietoso.
Se tu aprirai sopra di me i tuoi occhi, come da fonti prodigiose scenderanno nella mia anima le grazie più abbondanti della Redenzione.
Illumina la strada del mio esilio, o Stella del mare.
Conduci a vittoria i miei combattimenti spirituali, o Vergine potentissima.
Mostrami nel Scramento Eucaristico il tuo Gesù, o Mamma del bello amore.
Trasfigura nella tua bellezza soprannaturale la mia vita, o Immacolata.
Fortifica la mia fede perchè dovunque l’insegni e la difenda con l’esempio e la parola, o Regina degli Apostoli.
Donami la generosità di portare con gioia la mia croce fin sulla vetta del Calvario, o Madre del Crocifisso.
Tu che tutti esaudisci, e intercedi la salute eterna anche ai figli che non ti pregano, salva anche me, o Madre misericordiosa, che ti invoco con il più filiale e fiducioso amore.
L’ultimo nome che pronuncerò morente, sia il tuo nome, o Maria, e il primo volto che incontrerò sulla porta del cielo sia il tuo, o dolcissima Regina del Paradiso.
AMEN

Il dilemma di Putin: trattare con Kiev o puntare su un’escalation? L’intelligence ucraina: «Lo zar valuta anche un attacco a una base Nato sul Baltico»

di Paolo Valentino – Corriere della Sera – 11 Luglio 2026

La guerra in Ucraina non è più un’eco lontana, ma è entrata a gamba tesa nelle vite dei russi. Vladimir Putin è al più basso livello di popolarità da quattro anni a questa parte. Così il dittatore è tentato da una nuova escalation, ma sa che il prezzo potrebbe essere troppo alto

I russi sono sull’orlo di una crisi di nervi. La frustrazione cede il passo all’ansia e alla rabbia verso il potere. La guerra in Ucraina non è più un’eco lontana, ma è entrata a gamba tesa dentro le loro vite, materializzandosi nella cronica penuria di carburante, nei continui blackout della rete, nella sparizione di molti prodotti dagli scaffali, nell’aumento dei prezzi, in primis quello della mitica kartoshka, la patata, aumentato del 4,5% in un solo mese. E anche lo Zar non sta messo molto bene: Vladimir Putin è al più basso livello di popolarità da quattro anni a questa parte.

«Che fare?», si chiedeva il suo omonimo Lenin in una celebre opera. «Che fare» è lo stesso dilemma del dittatore russo, tentato da una nuova escalation, ma consapevole che il prezzo umano ed economico da pagare sia alto, troppo alto perfino per lui e la stabilità del suo regime.
I segnali che vengono da Mosca sono contraddittori. Secondo fonti vicine al Cremlino citate dall’agenzia Reuters, il presidente russo è sotto forte pressione perché riprenda il negoziato con Kiev, ma «punta i piedi» e sarebbe invece deciso a lanciare nuove offensive nei mesi a venire.
A rafforzare la sua ostinazione — meglio, a farlo arrabbiare, secondo le fonti — sarebbero stati i recenti attacchi in profondità nel territorio russo dei droni ucraini contro impianti, depositi petroliferi e porti della Federazione, che ne hanno messo fuori uso buona parte della capacità di raffinazione. In risposta, la Russia ha lanciato due massicci attacchi con droni e missili contro l’Ucraina e soprattutto la sua capitale, causando decine di vittime tra la popolazione civile.

Una delle fonti, secondo l’agenzia una persona in regolare contatto con il presidente russo, ha detto che di recente Putin ha respinto il suggerimento di un gruppo di consiglieri di accettare il compromesso di una tregua sull’attuale linea del fronte, che com’è noto vede le forze di Mosca controllare una parte ma non tutto il Donbass. Il capo del Cremlino rimane invece fissato con l’obiettivo di conquistare l’intera regione orientale dell’Ucraina, anzi sarebbe convinto che questo avverrà molto presto. Un’operazione per la definitiva conquista del Donbass comporterebbe però una nuova mobilitazione, cioè il lancio di una leva obbligatoria, mossa politicamente impopolare che Putin ha cercato di evitare sin dall’inizio del conflitto.

Suona comunque conferma di questa linea la dichiarazione fatta ieri dal portavoce presidenziale, Dmitry Peskov, secondo il quale se l’obiettivo di Putin rimane una soluzione diplomatica, Mosca sta tuttavia cercando di ampliare la zona cuscinetto, frase in codice per dire che vuole avanzare nel Donbass, in risposta all’escalation dell’Ucraina: «La Russia è pronta per una soluzione pacifica, ma ha sufficiente capacità per agire in modo indipendente e continuare l’operazione militare speciale», ha aggiunto Peskov. Ancora a giugno, Putin aveva respinto pubblicamente l’offerta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, di un incontro mirato a concordare una tregua. I segnali di fumo dal Cremlino seguono le dichiarazioni fatte all’inizio della settimana da Donald Trump, alla vigilia del vertice Nato tenutosi martedì e mercoledì ad Ankara. Il capo della Casa Bianca, che aveva parlato poco prima al telefono con Putin, ha detto che il leader russo vorrebbe mettere fine alla guerra e che una soluzione sarebbe «più vicina di quanto si pensi». In margine al vertice turco, Trump aveva avuto anche un lungo colloquio di persona con Zelensky, col quale ha discusso «idee per avvicinare la pace».

La valutazione dell’intelligence di Kiev è che Putin stia in effetti preparando una nuova escalation in Ucraina e stia addirittura considerando l’opzione di un attacco limitato contro il territorio di un Paese occidentale, per esempio una delle basi Nato in uno degli Stati baltici. Anche se l’ipotesi appare azzardata, alcuni analisti militari occidentali pensano che un simile scenario potrebbe essere usato per creare tensioni ed eventualmente dividere l’Alleanza sul tipo di risposta da dare.

Verrebbe in altre parole messo alla prova l’impegno, ribadito nel comunicato finale del vertice di Ankara, che un attacco a uno dei membri è un attacco a tutta la Nato, come stabilito dall’articolo 5 del Patto atlantico

San Benedetto da Norcia


autore: Hans Memling anno: 1487 titolo: Trittico di Benedetto Portinari luogo: Galleria degli Uffizi

Nome: San Benedetto da Norcia

Titolo: Abate, patrono d’Europa

Nascita: 2 marzo 480, Norcia

Morte: 21 marzo 547, Montecassino, Frosinone

Ricorrenza: 11 luglio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

San Benedetto, padre del monachismo d’Occidente e restauratore dello spirito cristiano dei suoi tempi, nacque a Norcia, nell’Umbria, dalla nobile famiglia Anicia nel 480. Inviato a Roma per addottorarsi nelle discipline liberali, tosto si ritirò dal mondo. Prese dimora nello speco di Subiaco ove rimase per tre anni nascosto e ignoto a tutti, conducendo vita penitente e angelica.

Essendosi sparsa la fama della sua santità, alcuni monaci si posero sotto la sua guida sapiente ed illuminata. Ma la sua condotta era un continuo rimprovero e uno stridente contrasto con la loro vita rilassata. Non volendo essi sottomettersi ai suoi richiami, tentarono di avvelenarlo: però, fatto egli, come era suo costume, il segno della croce, il bicchiere che gli veniva presentato si spezzò.

Allora il nostro Santo si ritirò nuovamente nella solitudine, e accorrendo a lui gran numero di discepoli, dovette costruire dodici monasteri. Si trasferì poi a Montecassino, ove, abbattuta la statua di Apollo, fondò quel celebre monastero, meraviglia di bellezza e di arte, da cui partirono i primi apostoli benedettini.

Qui creò la sua nota regola nella quale si organizzava nei minimi particolari la vita dei monaci all’interno di una “corale”. Questa filosofia dava nuova ed autorevole sistemazione alla complessa, ma spesso vaga e imprecisa, precettistica monastica precedente. I concetti principali erano due: stabilitas loci (l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero) e la conversatio (la buona condotta morale, la pietà reciproca e l’obbedienza all’abate).

Il “padre amoroso” (il nome deriva proprio dal siriaco abba, “padre”), mai chiamato superiore, era il cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata, durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto « ora et labora » (“prega e lavora”).

San Benedetto fu dotato da Dio del dono della profezia: predisse, tra l’altro, le gesta e il tempo della morte a Totila, re dei Ostrogoti. Pochi mesi prima predisse la propria morte: sei giorni innanzi si fece aprire il sepolcro; il sesto giorno, portatosi in chiesa a ricevervi l’eucarestia, spirò tra le braccia dei suoi monaci.

Benedetto visse a Montecassino fino alla sua morte, ricevendo omaggi dai pellegrini e personalità come Totila che Benedetto ammonì. Secondo il racconto di san Gregorio Magno nei Dialoghi, Totila si recò a Montecassino per incontrare san Benedetto. Al suo arrivo, si presentò con abiti regali e un seguito imponente, ma Benedetto, senza esitazione, smascherò il suo travestimento, dicendo: « Togli questa veste, figlio mio, non è tua ». Totila, colpito dalla prontezza del santo, si avvicinò umilmente e si prostrò ai suoi piedi. Benedetto lo rimproverò per le sue azioni e gli predisse il futuro: « Tu entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai ». Totila, profondamente turbato, chiese al santo di pregare per lui e, secondo la leggenda, da quel momento cambiò il suo comportamento, mostrando maggiore clemenza e moderazione nelle sue azioni.

San Benedetto morì il 21 marzo 547 dopo sei giorni di febbre, circa quaranta giorni dopo la morte della sorella Scolastica, con cui condivise la sepoltura.

Secondo la leggenda, spirò in piedi, sostenuto dai discepoli, dopo aver ricevuto la comunione, con le braccia sollevate in preghiera mentre li benediceva.

La sua anima fu vista salire al cielo su un fulgore di luci mentre un uomo diceva: « Questa è la via per cui Benedetto ascende al cielo ». Aveva oltre sessanta anni.

« San Benedetto, scrive D. Guéranger, è il padre dell’Europa perché egli per mezzo dei suoi figli numerosi come le stelle del cielo e l’arena del mare, ha rialzato gli avanzi della società romana, schiacciata sotto l’invasione dei barbari; ha presieduto allo stabilimento del diritto pubblico e privato delle nazioni, ha portato il Vangelo e la civiltà nell’Inghilterra, nella Germania, tra i popoli del Nord e perfino tra gli Slavi; ha distrutto la schiavitù, insegnata l’agricoltura e salvato infine il deposito delle lettere e delle arti dal naufragio che sembrava inghiottirle senza speranza di salvezza ».

Tanto fu grande il suo spirito di mortificazione ed estrema e delicata la sua purezza, che non esitò a ravvolgersi tra le spine per vincere una violenta tentazione.

Grandissima fu la sua prudenza di legislatore e di direttore di anime: egli è uno dei quattro grandi patriarchi d’Occidente e le sue regole sono tutt’ora adottate e seguite da molte famiglie religiose.

L’ordine religioso fondato da San Benedetto si estese in tutto il mondo, e diede un numero grandissimo di santi, papi, vescovi e personaggi illustri. Tra i santi benedettini più celebri si annoverano San Mauro Abate e San Placido Martire, San Willibrodo, San Vifrido, San Ruberto, San Bonifazio, San Gregorio Magno, San Agostino di Canterbury, per non dire di tanti altri.

Le comunità benedettine e il calendario della Forma straordinaria lo ricordano il 21 marzo, mentre la Chiesa cattolica invece lo celebra l’11 luglio, da quando Papa Paolo VI, il 24 ottobre 1964, con il breve Pacis nuntius, proclamò san Benedetto da Norcia patrono d’Europa in onore della consacrazione della Basilica di Montecassino.

1776: Stati Uniti, Europa e perdita delle radici

Storia | CR 1958

 8 Luglio 2026 ore 16:37

di Roberto de Mattei

La ricorrenza del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana, proclamata a Philadelphia il 4 luglio 1776, offre l’occasione per alcune riflessioni che vanno oltre la semplice commemorazione storica. Prendo le mosse da un’affermazione di Luigi Marco Bassani, uno dei più autorevoli studiosi degli Stati Uniti e, soprattutto, uno degli intellettuali più indipendenti dal politicamente corretto, sia di sinistra sia di destra (perché esiste anche un politicamente corretto di destra).

Nel suo recente volume Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo (Liberilibri, Macerata 2025), Bassani osserva: «Ogni grande civiltà si disgrega quando non crede più nei propri miti fondativi: quelli americani sopravvivono incredibilmente, anche se sembrano a volte cimeli di una piccola repubblica agraria, di due secoli e mezzo fa. I miti fondativi dell’Europa sono stati definitivamente rimossi» (p. 56).

L’immagine che oggi quasi tutti abbiamo degli Stati Uniti è quella di una superpotenza industriale, economica, politica e militare, determinata a esercitare la propria egemonia sul mondo. Si dimentica però che l’America, nata dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e consolidata dalla Costituzione del 1787, era una piccola repubblica essenzialmente agricola, guidata da un’élite, la cui principale ambizione era garantire l’indipendenza conquistata dalla Corona britannica.

Quando le tredici colonie proclamarono la loro indipendenza, i protagonisti della Rivoluzione americana non pensavano affatto di inaugurare una nuova epoca della storia universale. Erano proprietari terrieri, giuristi, commercianti e militari chiamati ad affrontare problemi estremamente concreti: sottrarsi al controllo del Parlamento britannico, conservare le libertà tradizionali delle colonie e costruire un ordinamento politico sufficientemente stabile da evitare sia la tirannide sia l’anarchia.

Nel corso dell’Ottocento, soprattutto durante e dopo la presidenza di Andrew Jackson (1829-1837), emerse però una nuova classe dirigente e mutò profondamente la concezione stessa del repubblicanesimo americano. Fu allora che prese forma l’idea della Manifest Destiny, la convinzione cioè che l’esperienza storica degli Stati Uniti possedesse un significato universale e che il popolo americano fosse chiamato a svolgere una missione provvidenziale.

È qui che occorre introdurre una distinzione fondamentale. Una cosa è la storia degli Stati Uniti; altra cosa è il mito dell’America. L’America storica appartiene alla vicenda politica di una determinata nazione. Il mito americano appartiene invece alla storia delle idee. Esso nasce quando l’esperienza concreta degli Stati Uniti cessa di essere interpretata come un caso particolare e viene elevata a paradigma del destino dell’intera civiltà occidentale. Da questo momento l’America non è più semplicemente uno Stato, ma diventa un simbolo.

Nel Novecento questo processo si accentua parallelamente all’ascesa degli Stati Uniti come grande potenza mondiale. L’America viene identificata con l’Occidente, con la democrazia liberale, con il capitalismo, con il progresso tecnico, con la modernità stessa. Ma proprio nello stesso momento nasce il mito opposto: quello antiamericano.

Anche l’antiamericanismo, infatti, confonde il simbolo con la realtà. Attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di tutti gli squilibri della modernità, trasformandoli nel capro espiatorio universale. Mito americano e mito antiamericano sembrano opposti, ma condividono il medesimo presupposto: entrambi identificano l’America con un principio universale della storia.

Bassani osserva che negli Stati Uniti non esiste un fenomeno paragonabile all’antieuropeismo, mentre in Europa l’antiamericanismo costituisce ormai una componente stabile della cultura contemporanea. Chi critica gli Stati Uniti, «non parla mai degli Stati Uniti reali, ma di un mito, di un fantasma, di un simbolo comodo» (p. 218). L’antiamericanismo europeo è un fenomeno psicologico prima ancora che politico. Il desiderio, spesso inconsapevole, è quello di vedere gli Stati Uniti «pagare» il prezzo del loro successo storico, quasi che il fallimento americano potesse compensare quello europeo.

Da qui il paradosso, che Bassani ben sintetizza: «Mentre l’America continua a interrogarsi sul proprio tramonto, l’Europa non ha più la forza nemmeno di immaginare il proprio futuro» (p. 208). L’antiamericanismo è la religione di chi non ha più fede nel futuro perché ha estirpato i fondamenti della propria storia, ovvero potremmo aggiunge, le nostre radici cristiane.  

Le dinamiche demografiche confermano questa diagnosi. Nel 2024, nell’Unione Europea si sono registrate circa 3,9 milioni di nascite a fronte di 5,2 milioni di decessi: un saldo naturale negativo di oltre 1,3 milioni di persone, il peggiore nella storia dell’Europa in tempo di pace. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, le nascite sono state circa 3,7 milioni e i decessi 3,1 milioni; la popolazione continua inoltre a crescere grazie anche all’immigrazione, mentre l’età mediana resta sensibilmente più bassa rispetto a quella europea.

Dietro questi numeri si nasconde una realtà culturale più profonda. L’Europa non mette al mondo più figli perché non crede più nel futuro. Una civiltà che smette di generare non perde soltanto abitanti: perde fiducia in sé stessa. Non si percepisce più come una storia destinata a continuare, ma come una vicenda ormai avviata al declino.

Secondo Bassani, l’Europa può oggi sopravvivere soltanto «avvinghiata come l’edera» a un’America che continua ancora a produrre energia, fiducia e capacità di immaginare il futuro (p. 25). Infatti, «l’America ha ereditato il ruolo storico che fu dell’Europa ottocentesca: essere la potenza che produce sia le merci sia le idee dominanti» (p. 46) e «finché continuerà a produrre idee e ricchezza, l’Occidente non sarà finito» (p. 56).

Come concludere? Anche se gli Stati Uniti stanno attraversando una grave crisi culturale e morale, è innegabile che il destino dell’Europa è strettamente intrecciato a quello americano. Augurarsi il crollo degli Stati Uniti significherebbe concorrere al suicidio dell’Europa. Gli Stati Uniti, almeno teoricamente, potrebbero sopravvivere senza l’Europa. L’Europa, invece, difficilmente potrebbe sopravvivere senza l’America.

Il rischio non sarebbe quello di una ritrovata autonomia strategica, bensì quello di una progressiva frammentazione geopolitica: forse un’Europa nord-orientale sempre più gravitante nell’orbita russo-asiatica e un’Europa sud-occidentale esposta a una crescente islamizzazione, fino a forme di subordinazione assimilabili alla dhimmitudine.

Non si tratta di uno scenario inevitabile, ma è una possibilità storica che non può essere liquidata come fantasia. Le civiltà non muoiono soltanto perché vengono sconfitte dall’esterno; spesso si dissolvono perché smettono di credere nelle ragioni della propria esistenza. È forse questa la lezione più profonda che il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana offre oggi all’Europa: non tanto celebrare l’America, quanto interrogarsi sulle ragioni della crisi dell’Occidente e sulla perdita delle sue radici. 

I miliardi per il riarmo, i nemici da cui difendersi, l’atomica: cosa ha scritto la Nato nel documento finale di Ankara

di Giulia Isola

Avvenire – 8 Luglio 2026

Nei 6 punti conclusivi, la Russia è definita come “minaccia a lungo termine”. All’Ucraina 70 miliardi nel 2026 e altrettanti nel 2027. «L’Iran non dovrà mai possedere un’arma nucleare»

«Stiamo costruendo il futuro: un’Europa più forte in una Nato più forte – un’Alleanza modernizzata. Gli Alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità per la difesa dell’Alleanza». È quanto si legge nella dichiarazione conclusiva del summit della Nato. «La deterrenza e la difesa della Nato si basano su un mix appropriato di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche.

Ci impegniamo a mantenere il nostro vantaggio in combattimento. Stiamo investendo nella nostra capacità di schierare, potenziare e sostenere le nostre forze armate e di raggiungere i nostri obiettivi in tutti i domini, compresi gli attacchi di precisione in profondità, la difesa aerea e missilistica integrata, i sistemi senza equipaggio, le tecnologie all’avanguardia e le capacità di intelligence. Stiamo sviluppando una rete transatlantica interoperabile per le operazioni belliche e adottando potenti modelli di intelligenza artificiale», si legge ancora.

I leader della Nato hanno confermato nella dichiarazione conclusiva del summit la definizione della Russia come “minaccia a lungo termine” per l’Alleanza. «Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica, e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno onorando l’impegno assunto all’Aia in materia di difesa», si legge nel punto due del testo. nello stesso punto si annunciano oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti per la difesa.

«Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione. Continueremo a lavorare per eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa tra gli Alleati e a sfruttare le partnership della Nato per massimizzare la profondità e la cooperazione industriale nel settore della difesa”

Confermato l’impegno di destinare 70 miliardi di dollari all’Ucraina nel 2026 e almeno altrettanti nel 2027. «L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli Alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Gli Alleati europei e il Canada finanziano attualmente la stragrande maggioranza dell’assistenza alla sicurezza fornita all’Ucraina attraverso mezzi bilaterali e multilaterali.

Gli Alleati sottolineano che tale sostegno deve essere equo, prevedibile e sostenibile a lungo termine», si legge nel punto quattro della dichiarazione dai sei punti. «Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027. A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il prestito di sostegno all’Ucraina».

«L’Alleanza continua a rispondere e ad adattarsi alla competizione strategica, all’instabilità diffusa, alle minacce ibride e agli shock ricorrenti che caratterizzano il nostro più’ ampio contesto di sicurezza. Gli Alleati ribadiscono che l’Iran non deve mai possedere un’arma nucleare e invitano l’Iran a rispettare pienamente  la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Sua Eminenza il Cardinal Gualtiero Bassetti, già Presidente della Cei, rivolge un saluto bellissimo a P.Livio e a tutta Radio Maria

Sua Eminenza il Cardinale Gualtiero Bassetti:

“Dunque, non ho mai avuto la gioia di incontrare Padre Livio, ma me l’immaginavo, da come lo sentivo parlare, da come vibrava, con un altro profilo personale.

E invece, quando l’ho visto, sono rimasto ancora più colpito perché sì, finalmente ho conosciuto il vero Padre Livio e tutto quello che dice, si addice al pensiero e anche alle caratteristiche di questa persona.

Perché Padre Livio, mi pare che abbia questa caratteristica bellissima: è veramente se stesso ed è se stesso fino in fondo, in quello che dice e anche in quello che fa.

Quindi ringraziamo Padre Livio e ringraziamo tutta Radio Maria.

Diamo anche una benedizione: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Arrivederci.”

Grazie Eminenza per il suo prezioso incoraggiamento!

Sulla Nato il ciclone Donald. Mezza virata di Trump su Meloni: mi piace, ma con noi ha sbagliato

di Marco Iasevoli, inviato ad Ankara (Turchia)

Il presidente Usa sbarca ad Ankara per il vertice dell’Alleanza. Il nuovo affondo: deluso da Italia, Francia e Germania, volevo metterli alla prova… La premier non abbassa la guar

Avvenire – 7 luglio 2026

Probabilmente per Donald Trump è un gioco psicologico, che consiste nel non dare mai riferimenti ad alleati e avversari. Ieri il presidente Usa, nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan ad Ankara in vista del vertice Nato, è tornato sul suo rapporto con Giorgia Meloni: «Penso che sia una brava persona» ha esordito Trump rispondendo a un giornalista che gli domandava del post con il meme sulla premier e la necessità di un ordine restrittivo. «Il nostro rapporto è diventato un po’ cattivo, ha rifiutato di aiutarci – ha continuato -. Io non le ho messo pressione. Ha rifiutato di essere coinvolta sullo Stretto di Hormuz, ha rifiutato di essere coinvolta sull’Iran. Ha guastato il mio rapporto. Mi piace, è una brava persona, ma penso che abbia fatto un errore. Gli Stati Uniti hanno tanto petrolio, più di chiunque altro, non ci serve Hormuz. Noi lo facciamo perché pensiamo sia importante. Lei non c’è stata per noi e non ne sono stato felice».

Rispetto ai toni durissimi delle ultime sortite social è un parziale cambio di rotta. Che però non persuaderà la premier italiana ad abbassare la guardia, come aveva fatto ad Evian in occasione del G7. Giorni in cui si illuse che il rapporto si poteva ricucire, e che invece il presidente Usa ha utilizzato per attaccare ancora più duramente la presidente del Consiglio.

Parlando più in generale, Trump è tornato ad esprimere la sua “delusione” verso la Nato. «Sono venuto solo per l’amico Erdogan…», dice. La lingua batte dove il dente duole: «L’Italia ci ha rifiutato aiuto» nella guerra contro l’Iran, così come ”la Germania, la Francia e la Gran Bretagna”, insiste Trump. «Perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari e loro non ci sostengono? Noi ci siamo sempre stati per loro», si è chiesto Trump. «Non avevamo bisogno di alcun aiuto. E in un certo senso, stavo mettendo alla prova le persone, stavo verificando se sarebbero state dalla nostra parte», ma «non ero sicuro che sarebbero state dalla nostra parte». Giochi psicologici, appunto, con contesto una guerra, bombe, missili e aerei da combattimento. 

A poche ore dall’inizio ufficiale del vertice, Trump cala subito i temi più temuti: «Potremmo ritirare tutti i nostri soldati dall’Europa». E ancora: «La Groenlandia dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, è importante per gli Usa».

Il presidente Usa, a margine del bilaterale con Erdogan, si mostra fiducioso sulla volontà di un accordo tra Zelensky e Putin. Ma sulla guerra all’Ucraina muove un altro atto di accusa, e rivendica: il conflitto «non riguarda gli Stati Uniti. Quando c’era Biden, ha dato loro equipaggiamenti per centinaia di miliardi di dollari. Ora vendo queste attrezzature a un prezzo equo, a prezzo pieno, e le vendo non all’Ucraina, le vendo all’Unione europea. Loro ci pagano, ma per me non c’è altro da fare che salvare vite umane».

C’è spazio per un po’ di ideologia Maga applicata al Vecchio Continente: «Come avrete probabilmente notato, l’Europa è un posto molto diverso da com’era vent’anni fa, molto diverso, e farebbero bene a stare attenti all’immigrazione e all’energia. Se non stanno attenti a questi due aspetti, non avremo più un’Europa».

Al suo fianco Erdogan lo lascia sfogare, però poi quando tocca a lui parlare, va al cuore degli interessi turchi: entrare nel programma F-35. «Stiamo aspettando che questa promessa venga onorata. Il presidente Trump è stato di parola con noi ogni volta. Speriamo che il summit tra i leader porterà risultati» anche sulla fornitura di motori da parte degli Stati Uniti per i jet turchi di quinta generazione Kaan, ha aggiunto il leader turco. «Credo che (Trump) condividerà con noi una buona notizia su questo», ha detto il leader turco. Un modo diverso, più diretto rispetto ai leader europei, di approcciarsi al capo dell’amministrazione Usa.

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