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Il futuro dell’umanità alla luce della teologia della storia cristiana

 8 Aprile 2026 ore 09:55

di Roberto de Mattei  – Storia | CR 1945

La Santa Pasqua ci ricorda che il centro della storia è Gesù Cristo, Verbo Incarnato, crocifisso per noi e risuscitato per salvare il genere umano. Tutta la storia ruota attorno a Gesù Cristo e alla Chiesa che nacque dal Suo costato trafitto sul Calvario. Per il cristiano, ci ricorda dom Guéranger, non esiste una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale e la storia dell’umanità deve darne testimonianza.

C’è chi crede che i cristiani debbano disinteressarsi della storia. È vero il contrario. La caratteristica della religione cattolica è quella di essere una religione storica. La storia non va negata, ma giudicata, nel suo svolgimento, alla luce di Gesù Cristo e della Chiesa. Le rivelazioni di Paray le Monial a santa Margherita Maria Alacoque e quelle della Madonna ai tre pastorelli di Fatima, contengono precisi riferimenti storici e politici, che aiutano a leggere i misteriosi disegni della Divina Provvidenza nelle vicende umane. Tutti conoscono questi messaggi. Ma ve ne è uno meno conosciuto, la lettera del 14 maggio 1873 di san Giovanni Bosco all’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, allora sovrano di un immenso impero multietnico che si estendeva dall’Europa centrale ai Balcani. 

Due anni prima, la vittoria prussiana sulla Francia aveva condotto, nel 1871, alla proclamazione dell’Impero tedesco, con il Re di Prussia, Guglielmo I di Hohenzollern, elevato alla dignità imperiale. La caduta di Napoleone III portò all’invasione dello Stato Pontificio e all’instaurazione della Terza Repubblica in Francia, mentre Bismarck, perseguendo esclusivamente gli interessi della Germania, si volse contro l’Austria, per indebolirla e umiliarla, a vantaggio del nuovo Stato tedesco.

In quel momento, l’Impero austriaco rappresentava ancora un riflesso di quel regime antico che la Rivoluzione francese aveva voluto distruggere. L’influenza economica e sociale della Germania contribuì a trasformare la Vienna tradizionale, epicentro dell’espansione della fede e capitale del Sacro Impero, nella Vienna della finanza e del “progresso”. La tradizionale economia agricola, rurale e pastorale si trasformò nel moderno sistema bancario e finanziario. Inoltre, nella Vienna fine secolo cominciarono a svilupparsi correnti positiviste, razionaliste, vitaliste ed esoteriche, estranee alla tradizione cattolica.

Eppure la Divina Provvidenza volle intervenire per riportare l’Austria sulla retta via, attraverso l’appello di san Giovanni Bosco all’Imperatore. Ecco il testo della sua lettera:

«Questo dice il Signore all’imperatore d’Austria: Fatti animo! Provvedi a’ miei servi fedeli ed a te stesso! Il mio furore si versa sopra tutte le nazioni della terra, perché si vuole far dimenticare la mia legge; portare in trionfo quelli che la profanano; opprimere quelli che la osservano.

Vuoi tu essere la verga della mia Potenza? Vuoi tu compiere gli arcani miei voleri e divenire un benefattore del mondo?

Appoggiati sulle potenze del Nord, ma non sulla Prussia. Stringi relazioni colla Russia, ma niuna alleanza. Associati colla Francia. Dopo la Francia avrai la Spagna.

Fatti un solo Spirito ed una sola azione. Somma segretezza ai nemici del mio Santo Nome. Colla prudenza e coll’energia diverrete invincibile. Non credere alle menzogne di chi ti dicesse il contrario.

Abborrisci i nemici del Crocifisso. Spera e confida in Me, che sono il Donatore delle vittorie agli eserciti, il Salvatore dei popoli e dei Sovrani.

Amen. Amen».

 Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira commenta questa lettera sottolineando come il santo esortava l’Imperatore ad essere un alleato della Francia cattolica e della Spagna; a stare in guardia dalla Prussia; a mantenere rapporti con la Russia ma non tanto stretti; a non scatenare una guerra né lasciarsene coinvolgere; infine, a prendere la guida della causa cattolica in tutta Europa, a cominciare dall’Austria. 

Dio promise a Francesco Giuseppe, per mezzo di don Bosco, che, se avesse corrisposto a queste indicazioni, sarebbe stato al suo fianco e avrebbe portato al massimo splendore la potenza della Casa d’Austria. Purtroppo, l’imperatore non accolse questo appello, così come il Re di Francia Luigi XIV nel 1689 non aveva raccolto la richiesta trasmessagli da santa Margherita Maria Alacoque di intronizzare solennemente e pubblicamente il Sacro Cuore, consacrando ad esso il suo regno. Cento anni dopo scoppiò la Rivoluzione francese, la monarchia fu travolta e Luigi XVI, discendente sul trono di Luigi XIV, venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793. 

Anche alla luce di questo precedente, come non mettere in relazione il monito inascoltato di don Bosco, con i gravi disastri che colpirono in seguito l’Impero austro-ungarico? L’allontanamento dal sovrano dell’imperatrice Elisabetta di Baviera, che visse a lungo lontana dalla Corte e fu infine assassinata da un anarchico italiano in Svizzera; il dramma di Mayerling, con il suicidio del figlio Rodolfo d’Asburgo-Lorena; il tragico attentato di Sarajevo, in cui perse la vita l’erede Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este; la catastrofe della monarchia austro-ungarica nella Prima guerra mondiale; e, infine, la morte in esilio dell’imperatore Carlo I d’Austria, spentosi di tubercolosi sull’isola di Madeira.

 La lettera di don Bosco a Francesco Giuseppe appare, in retrospettiva, come un richiamo profetico analogo a quello di Fatima dove, il 13 luglio 1917, la Madonna disse a suor Lucia: «Verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati». Ma il 29 agosto 1931 suor Lucia ricevette una intima comunicazione del Signore, secondo cui le sue richieste non erano state esaudite dai vertici della Chiesa. «Non hanno voluto accogliere la mia richiesta. Come il re di Francia si pentiranno e lo faranno, ma sarà troppo tardi. La Russia avrà sparso i suoi errori nel mondo provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa. Il Santo Padre dovrà soffrire molto». 

Guerre, persecuzioni e sofferenze hanno la loro radice nella volontà disordinata degli uomini, che rifiutano i piani della Divina Provvidenza. Meditare le parole di don Bosco e di Fatima significa avere il senso soprannaturale della storia. Significa ricordare che lo storico e l’uomo politico cristiano devono compiere le loro valutazioni in base non a criteri meramente politici ed economici ma alla teologia della storia cristiana, l’unica che può assicurare l’ordine e la vera pace al genere umano.

Santa Bernardetta Soubirous


Nome: Santa Bernardetta Soubirous

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Marie Bernarde Soubirous

Nascita: 7 gennaio 1844

Morte: 16 aprile 1879

Ricorrenza: 16 aprile

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettrice:
degli ammalati

Beatificazione:
14 giugno 1925, Roma , papa Pio XI

Canonizzazione:
8 dicembre 1933, Roma , papa Pio XI

Luogo reliquie:

Si chiamava Maria Bernarda, ed era nata a Lourdes, sconosciuto paesino della Francia meridionale. Era figlia d’un mugnaio, che presto dovette abbandonare il proprio mulino per ridursi a vivere di stenti nel paese.

La mattina dell’11 febbraio 1858 faceva freddo, e in casa Soubirous non c’era più legna da ardere. Bernardetta, con la sorella Antonietta e una compagna, furon mandate a cercar rami secchi nei dintorni del paese. Le tre bambine giunsero così vicino alla Rupe di Massabielle, che formava, dalla parte del fiume, una piccola grotta. Dentro a quella grotta giaceva un bel pezzo di legno. Per poterlo raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume.

Antonietta e l’amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell’acqua fredda. Bernardetta invece, essendo delicata e soffrendo d’asma, portava le calze. Pregò l’amica di prenderla sulle spalle, ma l’amica si rifiutò, e discese, con Antonietta, verso il fiume.

Bernardetta rimase sola. Pensò di togliersi gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un grande rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non spirasse alito di vento. Poi la grotta fu piena d’una nube d’oro, e una splendida signora apparve sulla roccia della grotta.

Istintivamente, la bambina s’inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò pregare, facendo passare tra le sue dita, come faceva la piccola orante, i grani del Rosario, che pur essa teneva in mano, senza però mormorare l’Ave Maria. Soltanto, alla fine della posta, s’univa a Bernardetta per recitare il Gloria Patri.

Quando il Rosario terminò, la bella Signora scomparve; sparì la nuvola d’oro, e la grotta tornò nera, dopo tanto splendore. L’apparizione si ripeté varie volte, e Bernardetta non si contraddì mai nel descrivere la bella Signora. « vestita di bianco – diceva -, con un nastro celeste annodato alla vita e con le estremità lunghe fin quasi ai piedi ».

Ma lo strano fu quando la fanciulla per tre volte chiese alla bella signora chi fosse. Per tre volte si sentì rispondere: « Io sono l’Immacolata Concezione ». « Questa risposta non ha significato », dissero coloro che ebbero il compito d’interrogare la povera pastorella. Ma Bernardetta insisteva:

« Ha detto così ».

Né mai si smentì o si contraddisse.

Intanto alla grotta accorrevano fedeli in preghiera, ed ecco che dal fianco della montagna scaturisce il più copioso fiume di miracoli che mai si fosse conosciuto. I ciechi riacquistavano la vista, i sordi riavevano l’udito, gli storpi venivano raddrizzati. Questa volta furono gli scienziati, prima a indignarsi, poi a stupirsi, poi a convincersi che il miracolo negato dai Positivisti era qualcosa di veramente positivo.

Attorno alla grotta di Lourdes si accesero le devozioni più fervide e le discussioni più clamorose. E su Bernardetta si appuntarono curiosità e ammirazione. Ella però soffriva dì tanta attenzione; chiese perciò di entrare in un convento, a Nevers. « Son venuta qui per nascondermi », disse umilmente. Stremata di forze, oppressa dall’asma, respirava a fatica. « Tu soffri molto », le dicevano le consorelle.« Bisogna che sia così », rispondeva la giovane suora.

Bisognava che soffrisse, per restare degna del privilegio che aveva ricevuto, di vedere la Vergine Immacolata.

Morì all’età di 35 anni, il 16 aprile 1879

Bernadette fu beatificata il 14 giugno 1925 da Pio XI e canonizzata nel 1933 dallo stesso pontefice, non solo per essere stata testimone dell’apparizione mariana, ma anche per la semplicità e la santità della sua vita.

MARTIROLOGIO ROMANO. Nevers sempre in Francia, santa Maria Bernarda Soubirous, vergine, che, nata nella cittadina di Lourdes da famiglia poverissima, ancora fanciulla sperimentò la presenza della beata Maria Vergine Immacolata e, in seguito, preso l’abito religioso, condusse una vita di umiltà e nascondimento

Leone XIV in Algeria: “Il cuore di Dio non è con i malvagi, i prepotenti e i superbi”

di Gian Guido Vecchi – 14 Aprile 2026 – Corriere della Sera

Il Papa commosso in preghiera fra le rovine di Ippona

ANNABA (Algeria) – Leone XIV si ferma davanti alle rovine della città romana di Ippona e guarda davanti a sé in silenzio, cade una pioggia obliqua, fra poco pianterà un ulivo di pace. Sta pregando e pensando a quell’uomo che aveva appena trentaquattro anni, quando tornò a casa, eppure era come se avesse già vissuto più di una vita. Gli studi di retorica, il fascino oscuro dei manichei, la lunga relazione con una ragazza, un figlio, l’addio all’Africa e la traversata da Cartagine a Roma. Finché a Milano aveva conosciuto il vescovo Ambrogio e sperimentato, in un giardino, la più celebre esperienza di conversione al cristianesimo dopo Saulo sulla via di Damasco, «tolle lege», prendi e leggi, la voce di un bambino lo aveva convinto ad aprire le lettere di San Paolo, Ambrogio lo aveva battezzato la notte di Pasqua del 24 aprile 387.

Il giovane uomo di etnia berbera che un anno più tardi tornava nella sua Tagaste si chiamava Agostino, sarebbe divenuto presto vescovo della vicina Ippona e per trentaquattro anni avrebbe scritto, uno dopo l’altro, Le confessioni, il trattato Sulla Trinità, La Città di Dio, insomma tutti i capolavori sui quali si è formato Robert Francis Prevost.

Come padre generale del suo ordine c’era già stato due volte, ma ora il Papa che si è presentato al mondo come «figlio di Agostino» ha preso un aereo da Algeri per raggiungere questa cittadina prossima al confine con la Tunisia e ci torna da vescovo di Roma, in momento drammatico della storia. «Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne», dice proprio più tardi mentre visita la casa di accoglienza per anziani delle Piccole sorelle dei poveri: «Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno».
 
Ne ha parlato nel primo giorno del suo viaggio in Africa, dopo l’attacco inusitato del presidente americano: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, “beati gli operatori di pace”, ciò di cui ha bisogno il mondo oggi».

Agostino «è molto amato nella sua terra» e la figura del più grande filosofo e teologo cristiano può rappresentare «un ponte di pace e di riconciliazione».
Nello stemma papale di Leone c’è un libro chiuso sul quale vi è un cuore trafitto da una freccia. L’immagine richiama proprio il racconto della conversione nel giardino milanese, il momento decisivo del quale Agostino diceva: «Vulnerasti cor meum verbo tuo», ovvero «Hai trafitto il mio cuore con la tua parola».

Vance interviene dopo l’attacco di Trump al Papa: «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali»

di Paolo Foschi – Corriere della Sera – 14 Aprile

Il vicepresidente degli Stati Uniti tiene la linea d’attacco indicata da Trump contro Leone XIV: «Le politiche americane devono essere definite dal presidente»

JD Vance entra a gamba tesa nel caso delle incontrollate critiche di Donald Trump a Papa Leone. Il vicepresidente americano anziché gettare acqua sul fuoco delle vivaci polemiche è intervenuto con parole che rischiano di accentuare lo scontro fra la Casa Bianca e il mondo cattolico. Secondo Vance, infatti, il Vaticano dovrebbe «attenersi alle questioni morali».

«Ritengo certamente che, in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali – ha aggiunto il vicepresidente americano – e che lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane», ha chiarito Vance, arrivato alla fede cattolica in età adulta, parlando al programma `Special Report with Bret Baier´ di Fox News.

Papa Leone, dall’Algeria dove è in viaggio, aveva risposto alle scomposte critiche con eleganza, ma al tempo stesso con fermezza: «No, non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, che è quello che credo di dover essere qui a fare, ciò per cui la Chiesa è qui. Non siamo politici, non stiamo cercando di fare “politica estera”, come lui la definirebbe, con la stessa prospettiva che lui intende. Ma credo che il messaggio del Vangelo, “beati gli operatori di pace”, sia ciò di cui ha bisogno il mondo oggi». E, ancora: «Io non sono un politico e non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui (Trump, ndr) Il mio messaggio, piuttosto, è sempre lo stesso: promuovere la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo, non solo a lui». Piuttosto, «non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo», chiarisce: «Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, il dialogo e il multilateralismo tra gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi in piedi e dire che c’è una via migliore».

Papa Leone XIV ricorda il “seme vivo” dei martiri di Algeria

Di Marco Mancini

Algeri , lunedì, 13. aprile, 2026 19:20 (ACI Stampa).

Il primo giorno di Papa Leone XIV in questo viaggio apostolico internazionale in Africa si conclude con l’incontro con la Comunità Algerina nella Basilica di Nostra Signora d’Africa, ad Algeri.

Dopo aver adempiuto agli incontri più formali, a partire con quello della tarda mattinata con il Presidente della Repubblica Algerina, le autorità ed il Corpo Diplomatico, Papa Leone ha ricevuto l’abbraccio della comunità cattolica algerina, presente nonostante una pioggia battente.

Voi – ha esordito Leone XIV dopo aver ascoltato alcune testimonianze- “siete una presenza discreta e preziosa, radicata in questa terra, segnata da una storia antica e da luminose testimonianze di fede. La vostra comunità ha radici molto profonde. Siete gli eredi di una schiera di testimoni che hanno donato la vita, spinti dall’amore per Dio e per il prossimo. Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori. Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto”.

Essendo figli dei santi Monica e Agostino, fino a San Charles de Foucauld passando per i monaci martiri di Tibhirine, il Papa ha ricordato che questo “è un richiamo luminoso ad essere, oggi, segni credibili di comunione, dialogo e pace ed esprimo la mia gratitudine per l’impegno quotidiano con cui rendete visibile il volto materno della Chiesa”.

“La preghiera – ha sottolineato Papa Leone – unisce e umanizza, rafforza e purifica il cuore, e la Chiesa in Algeria, grazie alla preghiera, semina umanità, unità, forza e purezza attorno a sé, raggiungendo luoghi e contesti che solo il Signore conosce”.

Circa la carità, Leone XIV ha invitato a tenere presente “il valore della misericordia e del servizio non solo come sostegno ai più fragili, ma soprattutto come luogo di grazia, in cui chiunque si lasci coinvolgere cresce e si arricchisce. E’ l’amore per i fratelli che ha animato la testimonianza dei martiri che abbiamo ricordato. Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia”.
Necessario poi – ha spronato il Papa – “l’impegno a promuovere pace e unità. Pace e armonia sono state caratteristiche fondamentali della comunità cristiana fin dalle origini. Questa stessa basilica è simbolo di una Chiesa di pietre vive in cui, sotto il manto di Nostra Signora d’Africa, si costruisce comunione tra cristiani e musulmani. In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà”.

“Una parte considerevole del territorio di questo Paese – ha detto ancora Leone XIV – è occupata dal deserto, e nel deserto non si sopravvive da soli. Le asperità della natura ridimensionano ogni presunzione di autosufficienza e ricordano a tutti che abbiamo bisogno gli uni degli altri, e che abbiamo bisogno di Dio. È la fragilità riconosciuta che apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umana è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera”.

Prima di raggiungere la Basilica di Nostra Signora d’Africa, Papa Leone XIV aveva fatto tappa presso la Grande Moschea di Algeri e prima ancora presso il centro di accoglienza e di amicizia delle suore missionarie agostiniane a Bab El Oued.

Qui il Papa ha reso omaggio alla memoria di alcune religiose di questa comunità, uccise negli anni ‘90 durante la guerra civile. Dopo un momento di preghiera insieme alle sorelle, e le parole di saluto della Superiora della comunità, Leone XIV ha rivolto loro alcune parole, ricordando la storia delle due martiri, e degli altri martiri, come una presenza preziosa in questa terra che ha permesso al Papa di scoprire una dimensione iscritta nel cuore di quello che deve essere la vita agostiniana nel mondo: dar testimonianza, il martirio.

“La vostra presenza qui significa molto” ha detto il Santo Padre, ricordando una precedente visita, e ha sottolineato il dono che è Sant’Agostino in questa parte del mondo: quello di “promuovere il rispetto per la dignità di ciascuno” e di “dire che è possibile vivere in pace, valorizzando le differenze”. Prima di congedarsi, ha ringraziato le sorelle e le ha esortate ad andare avanti, ricordando che la festa dei 19 martiri di Algeria ricorre l’8 maggio, giorno della Sua elezione.

La giornata di domani per Papa Leone sarà un vero e proprio ritorno alle origini, con la visita ad Ippona, dove Sant’Agostino – fondatore dell’ordine a cui appartiene il Papa – fu vescovo dal 396 al 430 d. C.

Leone XIV è partito per l’Algeria. Comincia il suo terzo viaggio apostolico

Dopo le tappe di Turchia e Libano e nel Principato di Monaco, Leone XIV va in Africa. Sulle orme di Sant’Agostino, ma anche in Camerun, Guinea Equatoriale e Angola

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano , lunedì, 13. aprile, 2026 9:10 (ACI Stampa).

Per la prima volta, un Papa va nella terra di Sant’Agostino. E non poteva che essere Leone XIV, un “figlio di Sant’Agostino”, come lui stesso si definì l’8 maggio, uscendo per la prima volta da Papa nella Loggia delle Benedizioni della Basilica Vaticana.

Leone XIV è appena partito per il suo terzo viaggio internazionale, dieci giorni in Africa, dall’Algeria di Sant’Agostino all’Angola, passando per Camerun e Guinea Equatoriale. Prima, c’era stato il viaggio in Turchia e Libano, il primo del pontificato, e poi quello lampo nel Principato di Monaco.

Il viaggio che inizia oggi è il più lungo finora. Tocca quattro Paesi, tutti diversi tra loro. Il primo è l’Algeria, dal 13 al 15 aprile, dove il tema principale sarà l’incontro e la fraternità. In Algeria, i cattolici sono una minoranza di poche migliaia di persone a fronte di 48 milioni di musulmani.

Il 15 aprile, Leone XIV partirà per il Camerun, e resterà nel Paese fino al 18 aprile, visitando la capitale Yaoundé, ma anche Douala, capitale economica del Paese, e Bamenda, al centro del cosiddetto conflitto anglofono. Queste ultime città sono anche considerate roccaforti di opposizione politica al governo di Paul Biya, al potere dal 1982. Leone XIV sarà il terzo Papa in Camerun, dopo i due viaggi di Giovanni Paolo II (1985 e 1995) e quello di Benedetto XVI, nel 2009.

Benedetto andò in quell’occasione anche in Angola, e così farà anche Leone XIV, che sarà a Luanda, Muxima e Saurino dal 18 al 21 aprile.

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Infine, il Papa sarà in Guinea Equatoriale, dal 21 al 23 aprile, per celebrare i 170 anni di evangelizzazione del Paese.

Il volo verso l’Algeria dura circa due ore, e il Papa sorvolerà Italia e Francia prima di arrivare ad Algeri e iniziare questo suo terzo viaggio apostolico.

Alla partenza, Leone XIV ha inviato un telegramma al presidente italiano Sergio Mattarella.  “Nel momento in cui mi accingo a compiere il viaggio apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – scrive il Papa – mosso dal vivo desiderio di incontrare i fratelli nella fede e gli abitanti di quelle care Nazioni, mi è gradito rivolgere a Lei, Signor Presidente, l’espressione del mio deferente saluto, che accompagno con fervide preghiere per il bene e la prosperità dell’intero popolo italiano”.

Papa Leone XVI: “Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”

Le parole del Papa in volo verso l’ Algeri

Papa Leone XIV |  | AcistampaPapa Leone XIV | | Aci stampa -13 Aprile 2026

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , lunedì, 13. aprile, 2026 10:54 (ACI Stampa).

“Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace : io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.

Così Papa Leone XIV in volo verso Algeri risponde ai giornalisti che gli chiedono un commento al post di Trump.

Poi spiega il senso del suo viaggio:  Come sapete sono molto contento di visitare di nuovo, la terra di Sant’Agostino, Sant’Agostino che offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso è molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di Sant’Agostino, dove lui era vescovo.

Oggi è veramente una benedizione  per me personalmente, ma credo anche per la chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. 

E allora questo viaggio rappresenta davvero una opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce con lo stesso messaggio perché vogliamo promuovere la pace, la riconciliazione e il rispetto, la considerazione per tutti i popoli. Allora Benvenuti tutti.  Sono contento di salutarvi. 

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Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico, i vescovi USA rispondono a Trump

Un post aggressivo del presidente statunitense

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , lunedì, 13. aprile, 2026 8:30 (ACI Stampa).

In Italia e in Vaticano è notte mentre il presidente statunitense Donald Trump lancia uno dei suoi attacchi sui social e stavolta contro Papa Leone XIV.

La prima risposta arriva dai vescovi americani. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha rilasciato una breve dichiarazione in risposta: “Sono profondamente addolorato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.

Trump ha accusato Leone di essere troppo indulgente con l’Iran e ha criticato l’opposizione del Papa alle operazioni militari statunitensi. “Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare”, ha scritto il presidente. Papa Leone aveva definito la guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran “ingiusta” e il 7 aprile ha definito la minaccia di Trump di distruggere un’intera “civiltà” in Iran “inaccettabile”.

Trump si è anche attribuito il merito dell’elezione di Leone XVI: “Non era in nessuna lista per diventare Papa, ed è stato nominato dalla Chiesa solo perché era americano”. Ha aggiunto: “Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Il post su Truth Social è apparso poche ore prima della partenza del Papa per l’ Africa.

Nei giorni scorsi alcune voci di stampa su un duro confronto tra l’amministrazione Trump e il Vaticano tramite il nunzio negli Usa il cardinale Pierre era stato smentito dal cardinale stesso.

Intanto all guida della ambasciata della Santa Sede negli Stati Uniti c’è un avvicendamento, ed è in arrivo monsignor Caccia, diplomatico di grande esperienza che già nei giorno scorsi era andato ad incontrare l’ ambasciatore Usa in Vaticano Brian Burch dichiaratamente cattolico.

Intanto oltre al Papa anche i vertici della Segreteria di Stato sono in volo verso l’ Algeria.

PAPA LEONE 10 GIORNI DI VIAGGIO MISSIONARIO IN AFRICA

COMINCIA LA MISSIONE DI PAPA LEONE IN AFRICA! Buon viaggio Santo Padre!!!
🌍 🙏🌍 🌍 🙏🌍 🌍 🙏🌍 🌍 🙏🌍 🌍 🙏LE RADIO MARIA AFRICANE TI ATTENDONO, SEGUONO E PREGANO CON I LORO ASCOLTATORI!!!

Papa Leone XIV, l’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana

La preghiera per la pace, e l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra 

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica 12 aprile 2026, 12:16 (ACI Stampa).

“L’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana” dice Papa Leone XIV prima della recita della preghiera mariana del Regina Coeli. E ricorda la sua partenza per l’ Africa dove “alcuni Martiri della Chiesa africana dei primi secoli, i Martiri di Abitene, ci hanno lasciato in merito una bellissima testimonianza. Di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore. È lì che si nutre e cresce la nostra fede”. Perché “é attraverso l’Eucaristia che anche le nostre mani diventano “mani del Risorto”, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità”.

Nel commento al Vangelo di oggi seconda Domenica di Pasqua, dedicata da San Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia, il Papa parla del nostro incontro con Gesù: “dove trovarlo? Come riconoscerlo? Come credere?” E “certo, non è sempre facile credere. Non lo è stato per Tommaso e non lo è neanche per noi. La fede ha bisogno di essere nutrita e sostenuta. Per questo, nell’“ottavo giorno”, cioè ogni domenica, la Chiesa ci invita a fare come i primi discepoli: a riunirci e a celebrare insieme l’Eucaristia”. Conclude il Papa : “in un mondo che ha tanto bisogno di pace, questo ci impegna più che mai ad essere assidui e fedeli al nostro incontro eucaristico con il Risorto, per ripartirne come testimoni di carità e portatori di riconciliazione. Ci aiuti a farlo la Vergine Maria, beata perché, per prima, ha creduto senza vedere”.

Dopo la preghiera Leone XIV torna sul tema della pace e ricordando la Pasqua per le Chiese ortodosse dice: accompagno quelle comunità  con più intensa preghiera per quanti soffrono a causa della guerra, in modo particolare per il caro popolo ucraino.

La luce di Cristo porti conforto ai cuori afflitti e rafforzi la speranza di pace. Non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra. Anche all’amato popolo libanese sono più che mai vicino in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio.

Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra. Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica.

Mercoledì prossimo si compiono tre anni dall’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan. Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questo dramma disumano? Rinnovo il mio accorato appello alle parti belligeranti affinché facciano tacere le armi ed inizino senza precondizioni un sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini, in particolare ai fedeli che hanno celebrato la Domenica della Divina Misericordia nel santuario di Santo Spirito in Sassia” e conclude “domani partirò per un viaggio apostolico di dieci giorni in quattro paesi africani, Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.Vi chiedo, per favore, di accompagnarmi con le vostre preghiere. Grazie. Buona Domenica a tutti!”

Lo Stato russo contro la persona in cerca del futuro

di Stefano Caprio Asia News – 12 Aprile 2026

Era stato promesso ai russi un futuro ad alta tecnologia. Oggi si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.

I nuovi controlli e limitazioni alla rete mobile internet, insieme a molte altre misure repressive, stanno creando una situazione sempre più grave di conflitto nella vita dei russi, che viene percepita come una “contrapposizione tra lo Stato e la persona”, come la definisce Andrej Kolesnikov, editorialista di Novaja Gazeta, e lo scontro finale si annuncia nei confronti della diffusione dell’intelligenza artificiale.

Come commenta Kolesnikov, “nessun classico del teatro dell’assurdo potrebbe descrivere una sola giornata nella Russia di oggi. Semplicemente, manca l’immaginazione, e la vita non si limita a imitare vilmente la finzione artistica, ma la appiattisce”. Si presenta come esempio l’agenzia responsabile che scolpisce nella pietra una formula per descrivere lo stato dell’economia russa: “La deviazione al rialzo dalla traiettoria di crescita equilibrata è in diminuzione”. Sarebbe stato molto più semplice parlare di “crescita negativa”, un concetto al limite del comico. Oppure il senatore Anatolij Artamonov, che avrebbe trovato una fonte non tanto per ridurre la spesa pubblica, quanto per quella che viene definita la totale militarizzazione della spesa pubblica, descritta con il neologismo di prioritizatsia (“prioritarizzazione”), proponendo di abolire le case di riposo e affidare gli anziani alle cure familiari, per “risparmiare denaro”.

Il direttore della casa editrice Eksmo, Evgenij Kapiev, ha diffuso una modalità “familiare” di chiamare l’intelligenza artificiale come Iiška, da “II – Iskustvennyj Intellekt”, con il suffisso vezzeggiativo per i bambini. Gli editori la usano ormai sistematicamente per controllare le opere letterarie alla ricerca di “pidocchi” che inseriscono nei testi delle “sostanze stupefacenti”, come la sostanza nociva nel cognome dello scrittore Denis Dragunskij, cioè la radice “drag”, che in altre lingue significa “droga” (ma anche “medicina”). Il sogno di un’IA ortodossa sovrana, perpetrato dall’oligarca ortodosso sovranista Konstantin Malofeev, si sarebbe quindi avverato: a giudicare da questo caso, la rete neurale domestica, addestrata come un pastore tedesco in un campo per individuare i bersagli nemici, replica il cervello e la coscienza del burocrate medio, proibendo i libri di Dragunskij come “droghe proibite”.

Poiché nella Russia moderna si è già diffusa la pratica di pubblicare programmi di sala senza il nome dell’autore, anche i libri possono essere pubblicati senza il nome dell’autore, oppure oscurando le lettere drag con vernice nera. Gli editori ricorrono ancora all’oscuramento, sia come forma di autocensura, sia come protesta contro la censura. Di fatto la Russia è già sprofondata nell’anti-utopia, e “la cosa peggiore è che abbiamo cominciato ad adattarci ad essa”, afferma Kolesnikov. Certo la disconnessione da internet e dai messenger è un’esperienza scioccante, ma d’altra parte nessuno si è particolarmente stupito che si sia arrivati a questo, in quanto lo Stato è ormai penetrato nel profondo delle coscienze dei cittadini russi.

La vita in Russia si è trasformata in una guerra civile permanente tra lo Stato e le persone, e si supera ormai l’illusione che le autorità statali possano offrire alla società un benessere ideale e artificiale, diventando invece una dittatura sempre più sistematica e invasiva. Il ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media prevede di aumentare la capacità delle contromisure tecniche a 954 Tbit/s entro il 2030, stanziando 14,9 miliardi di rubli (150 milioni di euro) per il relativo progetto federale. Questa capacità consentirà l’analisi di tutto il traffico della rete RuNet, con margini di crescita naturale, l’ampliamento delle misure di blocco e l’emergere di nuovi metodi per eluderle. Era stato promesso un futuro ad alta tecnologia, che si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.

Gli infiniti aggiustamenti, adattamenti e le difficili condizioni psicologiche portano la popolazione sempre più alla stanchezza. Dopo un’artificiale ondata di passione durata quattro anni, subentra inevitabilmente un declino emotivo. Secondo i dati di monitoraggio dell’Istituto di Psicologia dell’Accademia Russa delle Scienze, all’inizio del 2026 circa il 42% degli intervistati riportava sintomi di depressione, mentre il 27% soffriva di attacchi d’ansia. Le cause sono il “conflitto” prolungato e l’incertezza economica e finanziaria. La società russa è una società stanca, una società di sopravvivenza, non di sviluppo.

Sorge spontanea la classica, maledetta domanda russa: “Perché?”. Era davvero impossibile vivere normalmente? Di fatto si è rivelato impossibile. La logica dell’esistenza e dell’autosviluppo di un regime politico rigidamente autoritario, con i suoi fantomatici dolori imperiali, presuppone la degenerazione dell’autoritarismo in una forma non classica di pratiche totalitarie, un totalitarismo ibrido che tende continuamente a perfezionarsi, ad ampliarsi e a impadronirsi delle coscienze.

Esistono dei limiti allo sviluppo di una distopia? Esistono delle linee rosse? Per ora, sono invisibili a causa di questa capacità di adattamento, assolutamente illimitata. Del resto nessuna intelligenza artificiale, nemmeno se fosse tre volte ortodossa ed emulasse le menti di Dugin, Malofeev e Prilepin messe insieme, è in grado di prevedere il corso degli eventi in una società in cui lo Stato spende somme incredibili in “prodotti metallici finiti” e nella “capacità dei mezzi tecnici di contrastare le minacce”, e nient’altro le interessa.

La scorsa settimana il centro analitico di Stato Vitsom ha organizzato a Mosca la XVI Conferenza sociologica Grušinskaja, così chiamata in onore del filosofo e sociologo russo-sovietico Boris Grušin, scomparso nel 2007, per cercare risposte su “come costruire il futuro della Russia”. Si sono radunati molti sociologi e altri esperti, e l’incontro è iniziato con la dichiarazione che il futuro, che fino a poco tempo fa nel discorso ufficiale era sinonimo della romantica parola “sogno”, non è più “futurologia astratta” né appannaggio esclusivo degli scrittori di fantascienza, sebbene anche questi ultimi abbiano avuto un ruolo significativo nella sessione. La costruzione del futuro viene ora presentata in modo più concreto, come una questione di sicurezza nazionale e di sovranità della coscienza. Particolare attenzione è rivolta ai giovani: di fronte all’incertezza economica, essi tendono ancora a prendere le distanze dal futuro.

Come ha affermato uno dei partecipanti, Sergei Volodenkov, direttore dell’Istituto di Architettura Sociale, viviamo in un’epoca di profondi cambiamenti, “e in tali condizioni l’immagine del futuro sta diventando uno strumento chiave per lo sviluppo nazionale”. Non è un caso che le guerre dell’informazione odierne non si combattano tanto per il territorio quanto “per l’immagine del futuro”, ha dichiarato Volodenkov, che ha poi spiegato che la “sovranità della coscienza” oggi dipende da chi costruisce le immagini del futuro, e in che modo. La costruzione spontanea di immagini del futuro, soprattutto se accompagnata da presupposti negativi al riguardo, può portare alla destabilizzazione sociale. A giudicare dalla sua presentazione, lo stesso accade quando immagini negative del futuro vengono imposte dall’estero. “Il vincitore è colui che è in grado non solo di rispondere alle sfide, ma di plasmare gli orizzonti del futuro”, ha concluso Volodenkov. Secondo lui “oggi dobbiamo elevare questa questione al livello della sicurezza nazionale”, in quanto “nel XXI secolo sta emergendo un nuovo tipo di potere: il potere di plasmare il futuro. Chi controlla l’immagine del futuro controlla il presente”.

Un altro intervento ha suscitato scalpore, quello del deputato della Duma di Stato Aleksandr Borodaj, secondo il quale “siamo entrati in un’era di guerra, sarà una guerra lunga e sanguinosa; la guerra diventerà presto la norma, non più l’eccezione”, o per dirla in un altro modo “la guerra rappresenta la massima pressione su tutte le forze della società”. Di conseguenza, secondo Borodaj, “la guerra spinge con forza il progresso, tecnico, organizzativo e sociale”. L’accento viene ancora una volta posto sul fatto che questa è una guerra per il futuro, e con questi sentimenti la Russia sta celebrando il mistero della Pasqua cristiana, cercando una rinascita nel futuro artificiale creato dal Cremlino.

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