"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 20 di 146

FARE PACE IN IRAN CONVIENE A TUTTI

di Federico Rampini| 11 aprile 2026 – Correre della Sera – 2 Aprile 2024

Hormuz deve tornare libero, basta nucleare e aiuti ai terroristi. Sia Trump sia i pasdaran vogliono uscirne salvando la faccia

Per la prima volta dal 1979 l’America e l’Iran dialogano ai vertici e in modo diretto: questa è una novità di portata storica. Tenuto conto che una settimana fa Donald Trump minacciava di «cancellare una civiltà» e ricacciare l’Iran «all’età della pietra», non si possono escludere altre sorprese positive. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili. Di norma, però, è più facile iniziare le guerre che chiuderle. Il negoziato in Pakistan affronta ostacoli enormi.
In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale.

Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo.

La ripulsa che questo presidente americano suscita — in casa propria come in tanta parte d’Europa — rischia di far prendere per buona la propaganda iraniana. In realtà il regime degli ayatollah, che dopo varie decapitazioni si sta trasformando forse in un regime delle Guardie islamiche e quindi una dittatura più militare che clericale, dopo 47 anni ha esaurito ogni residua vitalità. È odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, a cui ha inflitto decenni di privazioni e abusi, fino ai massacri di gennaio. Ha abbracciato la causa jihadista terrorizzando tutti i propri vicini, ma in questo modo ha compattato il mondo arabo contro di sé, lo ha spinto nelle braccia dell’America e in parte anche di Israele.

 Il Medio Oriente, malgrado l’instabilità geopolitica, ha visto emergere negli ultimi anni dei poli di sviluppo economico e tecnologico, aree di benessere diffuso, che suonano come una condanna del fanatismo di Teheran, incapace di proporre progresso e prosperità, tantomeno la pace.

Ora non si può escludere che pur di sopravvivere il regime di Teheran cerchi davvero un compromesso con Trump; magari come una polizza assicurativa contro future rivolte: ricordiamoci che dopo la «guerra di dodici giorni» condotta da Israele nel giugno 2025 e coronata dai bombardamenti Usa sui siti nucleari, ci vollero sette mesi perché la popolazione iraniana scendesse in piazza.

Le condizioni di un accordo a Islamabad? Se Trump non vuole apparire come il leader di una guerra inutile coronata da una pace umiliante, alcuni obiettivi sono chiari. Hormuz deve rimanere uno stretto aperto alla libertà di navigazione come prima della guerra. Il programma nucleare iraniano non deve ripartire. Qualche limitazione andrà concordata sugli arsenali missilistici e l’appoggio alle varie milizie di «sicari» (Hezbollah, Hamas, Houthi). Senza questi risultati un accordo verrebbe considerato inaccettabile non solo da Israele ma dagli stessi arabi: si ritroverebbero «vassalli» del loro nemico esistenziale. Non a caso all’Onu il Bahrain ha presentato varie risoluzioni, e nome di tutto il mondo arabo, per condannare l’Iran e imporre la riapertura di Hormuz anche con l’uso della forza; riscuotendo una larga maggioranza di consensi nel mondo intero, compreso il Grande Sud globale. Trump può ricredersi — per l’ennesima volta — e affidare alla U.S. Navy un compito temporaneo di pattugliamento dello Stretto, in collaborazione con altri paesi interessati a chiudere in fretta l’attuale crisi energetica.

Gli iraniani cosa possono accettare come un onorevole compromesso, dopo aver alzato la posta al massimo livello? Delle garanzie contro la ripresa delle ostilità a medio-lungo termine (anche se non è chiaro quanto vincoleranno Israele). Uno status legittimato di potenza regionale, alla pari con gli altri due imperi storici che si contendono da secoli il Medio Oriente, Turchia e Arabia. La levata delle sanzioni economiche.

Senza arrivare al pagamento di «indennità e risarcimenti per ricostruzione» come chiede la delegazione di Teheran, il terreno economico può offrire margini di manovra. L’alleanza con Cina e Russia non è bastata ai Pasdaran come cintura di sicurezza. Il ricatto di Hormuz è stato molto più efficace ma ha dei limiti, anche perché il mondo intero impara qualcosa da ogni crisi energetica, e tra dieci anni l’importanza di Hormuz sarà sicuramente ridotta (diversificazione di fonti e di rotte, più rinnovabili, rilancio del nucleare).

Del resto non è un caso se Mujtaba Khamenei, nuova Guida suprema, abbia una lussuosissima dimora a Londra, dove va anche a farsi curare. L’America e i suoi alleati hanno più vantaggi materiali da offrire alle Guardie della Rivoluzione islamica – una milizia arricchitasi nella corruzione – di quanto abbiano Pechino e Mosca. Il trionfalismo di Teheran è giustificato dallo scampato pericolo — è vero che i Guardiani della Rivoluzione hanno mostrato una resilienza militare superiore alle aspettative — ma non è un piano per il futuro.

Dalle guerre a volte nascono nuove geometrie di alleanze, nuove architetture geopolitiche. Raramente sono durevoli, quasi sempre imperfette e instabili a loro volta. Poiché fra un mese Trump è atteso da Xi Jinping a Pechino, a questo punto non sarebbe strano un coinvolgimento della Cina nell’assetto post-bellico del Golfo, trattandosi della prima importatrice di petrolio: non solo dall’Iran, ma da tutti gli Stati arabi presi in ostaggio a Hormuz.

VEGLIA DI PREGHIERA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina.

Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione.

Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono.

Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro.

Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!

Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro.

Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio.

 Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo.

Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!

Le vere cause della guerra e l’unica condizione della pace

 8 Aprile 2026 ore 09:58

di Roberto de Mattei   Società | CR 1945

La maggior parte degli analisti occidentali è convinta che la guerra in atto in Medio Oriente sia dovuta soprattutto a interessi economici nel settore petrolifero ed energetico. D’altra parte, la principale preoccupazione dell’opinione pubblica, in Europa e negli Stati Uniti, è che il prolungarsi del conflitto possa incidere sulla vita quotidiana, abbassando in modo significativo il proprio tenore di vita. Di fronte a questa lettura degli eventi, viene spontaneo chiedersi: non c’è davvero nulla oltre la dimensione economica, che possa spiegare quanto accade? Sbagliava Juan Donoso Cortés quando affermava che non esiste questione politica che non implichi, in ultima istanza, una questione teologica, invitandoci a elevare lo sguardo alla sfera dei princìpi primi su cui si regge l’universo? (Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo, BAC, 1946, vol. II, p. 501).

Eppure, non manca chi attribuisce ai confusi e drammatici eventi in corso un significato escatologico. Negli Stati Uniti, ad esempio, il protestantesimo evangelico ha una forte influenza sulla vita politica. Gli evangelici rappresentano circa il 20-25% della popolazione americana e dispongono di una vasta rete di media, che ne fa una delle componenti religiose più organizzate del Paese. La loro galassia comprende correnti, quali i “cristiani sionisti”, che interpretano il ritorno del popolo ebraico nella Terra d’Israele come parte del piano divino. Il sostegno politico e militare degli Stati Uniti allo Stato di Israele risponderebbe a un disegno provvidenziale, e la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme viene vista come una tappa necessaria per il compimento delle profezie bibliche.

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, durante un intervento a Gerusalemme nel 2018, ha espresso apertamente la speranza nella ricostruzione del Terzo Tempio.
Oggi, però, il Monte in cui sorgevano il Primo e il Secondo Tempio di Gerusalemme, distrutti dai babilonesi e dai romani, è occupato dalla Cupola della Roccia, uno dei santuari più sacri dell’Islam. La riedificazione del Tempio in questo luogo aprirebbe un conflitto con tutto il mondo musulmano e, anche per questo, molti ebrei interpretano la ricostruzione in senso solo simbolico. Il messianismo resta tuttavia un elemento unificante, che attraversa l’ebraismo dentro e fuori Israele. Per alcuni, esso è l’attesa di un Messia personale, associato alla restaurazione di Gerusalemme; per altri, invece, la figura personale del Messia è sostituita dall’idea di una “età messianica”, intesa come una redenzione storica dell’umanità. 

Il messianismo occupa un ruolo centrale anche nell’Islam sciita, in particolare nella sua principale corrente duodecimana. I fedeli credono che il dodicesimo imam, Muhammad al-Mahdi, non sia morto, ma sia entrato in uno stato di “occultamento” (ghayba) nel 941 d.C. Secondo questa dottrina, egli è l’“Imam nascosto”, destinato a riapparire alla fine dei tempi come il Mahdi, il “ben guidato”, per ristabilire la giustizia e inaugurare un’era di verità. I dirigenti della Repubblica Islamica dell’Iran si presentano come “reggenti” temporanei del Mahdi, incaricati di governare in attesa del suo ritorno. Essi considerano la liberazione di Al-Qods (Gerusalemme) e dei luoghi santi dell’Islam come un dovere sacro per tutti i musulmani per permettere il ritorno del Mahdi. Il conflitto con lo Stato di Israele è un elemento necessario di questa visione escatologica (Vali Nasr, The Shia Revival, W. W. Norton, 2006).

Che cosa è, d’altra parte, se non una visione escatologica, il mito russo della “Terza Roma”, in cui Mosca viene presentata come l’ultima erede della vera fede cristiana, chiamata a custodirla fino alla fine dei tempi? Per l’ideologo di Putin, Aleksandr Dugin, la “Terza Roma” rappresenta l’antitesi dell’Occidente, descritto come una civiltà decadente, giunta alla fine del proprio ciclo storico. Le critiche all’Occidente di Dugin vengono “rimodulate” in Iran, in Turchia e nel mondo Arabo, soprattutto in chiave anti-sionista. Kamal Gasimov e Marlene Laruelle nel loro saggio Eurasia and eschatology. Dugin’s antiliberal resonances in the Muslim world hanno mostrato l’affinità delle posizioni di Dugin con quelle del messianismo sciita (“Studies in East European Thought”, 78, 2026, pp. 377-399). Françoise Thom, a sua volta, in un articolo intitolato États-Unis et Russie: les ravages de l’eschatologie, del 22 marzo 2026, mostra come il sincretismo escatologico di Dugin nasca dall’uso di temi teologici funzionali all’imperialismo del Cremlino.

L’errore comune a tutte le false escatologie è, in ultima analisi, l’interpretazione della lotta tra il Bene ed il male, come una lotta tra potenze secolari per il dominio del mondo. Ciò fa capire come neanche la Silicon Valley sia estranea a queste prospettive escatologiche. Elon Musk si richiama al russo Konstantin Ciolkovskij, fondatore del “cosmismo”, una visione panteista dell’universo, in cui ‘esplorazione dello spazio è una tappa necessaria nel processo di evoluzione dell’uomo e di integrazione con il cosmo.

Da parte sua, il cofondatore di Paypal, Peter Thiel, in una serie di conferenze svolte a Roma, nel mese di marzo, sul tema dell’Anticristo, sostiene che la tecnologia può diventare sia uno strumento di salvezza che un fattore di distruzione, a seconda dell’uso che ne viene fatto. Secondo Thiel, gli Stati Uniti incarnano una doppia possibilità: essere il Katechon, la forza che trattiene il caos, o divenire l’Anticristo, la potenza che, tramite i suoi strumenti di sorveglianza, potrebbe dominare il mondo. Lo stesso Thiel, creatore di sistemi di controllo tecnologico, come l’azienda Palantir, sembra assumere questa duplice e allarmante identità.

E la Chiesa cattolica? Può essa limitarsi ad invocare la pace, in una prospettiva altrettanto immanente di quella di chi proclama la guerra per i suoi fini mondani? La Chiesa non ha forse una propria teologia della storia, fondata sulla contrapposizione agostiniana delle due città: una mossa da «l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio»,l’altrada «l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé» (De Civitate Dei, libro XIV, cap. 28)? Nella sua omelia di Pasqua del 9 aprile 1939, sei mesi prima dell’esplosione della Seconda Guerra mondiale, Pio XII ricordava che «la base unica e incrollabile su cui riposa la vera pace è Dio. Dio conosciuto, rispettato, obbedito. Diminuire o distruggere questa obbedienza al Divino Creatore è lo stesso che turbare o completamente distruggere la pace negli individui come nelle famiglie; nelle nazioni come nel mondo intero». 

 L’allontanamento da Dio è la causa di ogni guerra, così come il ritorno all’ordine naturale e divino, che la Chiesa cattolica custodisce, è la condizione dell’unica vera pace. «Allora finalmente – esclama Pio XI nella sua enciclica Quas Primas, dell’11 dicembre 1925 – si potranno risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterà la sua forza originaria, allora finalmente ritorneranno i beni preziosi della pace, e cadranno dalle mani le spade e le armi, quando tutti accoglieranno volenterosi il regno di Cristo e Gli ubbidiranno, quando ogni lingua confesserà che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre». 

Il Messaggio di Fatima del 1917, che profetizza il trionfo del Cuore Immacolato di Maria dopo il castigo sulle nazioni, suggella questa teologia della storia. Chi è capace di sollevare lo sguardo oltre l’orizzonte immanente delle vicende storiche, confida in quella pace ordinata che il Redentore porterà sulla terra prima della fine dei tempi, affidandone la realizzazione alla sua Madre divina.

Hormuz e gli arabi. Una tregua fragile e un retroscena all’Onu

8 aprile 2026

La risoluzione presentata dal Bahrain a nome di tutti i paesi arabi per chiedere il ripristino della libertà di navigazione

Federico Rampini / CorriereTv

Forse non bisogna giudicare una tregua dalle prime ore, sta di fatto che ci sono dei dubbi sulla solidità di questa tregua se si osserva quel che accade in Libano, dove continuano gli attacchi israeliani, oppure in Arabia Saudita, dove un oleodotto importante, il tracciato East West, è stato attaccato dagli iraniani. Ma rimangono altri dubbi su questa tregua, tra cui Hormuz, prima di tutto. Ripristinare il transito delle navi, soprattutto petroliere e gasiere, lungo il tratto di navigazione e lo stretto di Hormuz che cosa significa esattamente? Nella versione iraniana sono loro a gestire d’ora in avanti lo stretto di Hormuz come se fosse il canale di Suez e a prelevare un pedaggio. Questo è inaccettabile per tutto il resto del mondo.

Tra l’altro ieri c’era stata qui a New York, alle Nazioni Unite, una risoluzione presentata dal Bahrain a nome di tutti i paesi arabi per chiedere il ripristino della libertà di navigazione attraverso Hormuz e e anche autorizzare, legittimare l’uso della forza militare per riaprire Hormuz. L‘esito di quella risoluzione va rievocato oggi,  che lo spettro dell’Apocalisse si allontana. Bisogna ricordare quello che è accaduto ieri qui a New York a Palazzo di Vetro alla sede delle Nazioni Unite,  perché la risoluzione del Bahrain non è passata al Consiglio di Sicurezza.
Cina e Russia hanno esercitato il potere di veto, però ancora una volta si è vista un’ampia coalizione di paesi arabi appoggiati da tutto il resto del mondo. Non solo l’Occidente, per una volta America, Europa Unite, ma anche il grande Sud globale che ha interesse al ripristino della libertà di navigazione a Hormuz. 

E quindi in quel caso diciamo dentro il Palazzo di vetro dentro la sede dell’ONU,  nel centro mondiale della diplomazia era l’Iran a essere isolato, con due soli amici potenti a proteggerlo la Russia e la Cina. Ma tutto il resto del mondo era contro l’Iran. Lo status di Hormuz resterà una delle questioni più delicate da verificare in questa tregua.

Santa Maria Salome: una discepola amata da Gesù

8 Aprile 2026 – ore 09:56 – di Cristina Siccardi

Chiesa cattolica | CR 1945

«Passato il sabato, Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo, e Salome, comperarono aromi per andare a imbalsamare Gesù. E la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, vennero al sepolcro, al levar del sole» (Mc 16, 1-2), ma Gesù non c’era più nel sepolcro, ubicato vicino al Golgota, all’esterno delle mura di Gerusalemme, perché era risorto.

Tre donne scoprirono, quindi, il sepolcro vuoto (oggi inglobato nella Basilica del Santo Sepolcro) di proprietà di Giuseppe d’Arimatea, il ricco membro del sinedrio che era segretamente discepolo di Gesù e che si era opposto alla sua crocifissione. Tutte e tre erano molto preoccupate perché si chiedevano chi avrebbe rotolato il masso che chiudeva la tomba (Mc16, 3).

Le tre donne erano: Maria Maddalena, una delle pochissime persone fedeli fino all’ultimo, che assistettero al Calvario e alla crocifissione del Redentore; Maria, madre di Giacomo, moglie di Cleofa, fratello di san Giuseppe e madre dei cugini di Gesù; Salome, conosciuta anche come Maria Salome. 

Quest’ultima è stata una figura importante nella vita di Cristo, era sua discepola, nonché moglie di Zebedeo, probabile suocera di Simon Pietro e madre di san Giacomo il Maggiore, apostolo, e di Giovanni, evangelista, apostolo prediletto di Gesù e santo miroblita (dal greco μυροβλύτης, ossia santi dal cui corpo emanano sia una piacevole fragranza che un olio dalle proprietà miracolose). L’evangelista san Matteo scrive che ella chiese a Gesù di far sedere i suoi figli alla sua destra ed alla sua sinistra (Mt 20, 20-23) e i Vangeli ricordano la sua presenza ai piedi della Croce, con Maria Santissima e san Giovanni, attribuendole quindi il ruolo di testimone diretta della morte di Cristo; ma ella fu anche presente alla deposizione dalla Croce e tumulazione di Gesù. Non basta, è una delle tre Marie, con Maria Maddalena e Maria di Cleofa, che la mattina di Pasqua si recarono alla tomba del Figlio di Dio con oli e balsami per ungerne il corpo, ma con stupore e tremore videro la pesante e grande pietra rotonda già spostata dall’ingresso del Santo Sepolcro.

Secondo una tradizione si racconta che, a causa delle persecuzioni contro i cristiani, le tre Marie furono arrestate ed imbarcate su una nave senza remi e senza vele, la quale, guidata dalla Provvidenza, raggiunse le rive della Provenza, in Francia. Il luogo dello sbarco è ancora oggi ricordato a Saintes-Maries-de-la-Mer, dove sorge una chiesa a loro dedicata. Verso la fine della prima metà del XV secolo si rinvennero delle loro reliquie, alla presenza del legato pontificio cardinale Pietro di Foix, francescano di Francia detto il Vecchio (1386-1464), del re di Napoli Renato I (1409-1480) e della sua consorte regina Isabella (1400-1453).

Un’altra tradizione narra che santa Salome raggiunse l’Italia, precisamente Veroli (Frosinone), in un anno imprecisato insieme a san Demetrio e san Biagio. Stanca del viaggio, trovò ospitalità presso un pagano, che convertì e battezzò con il nome di Mauro. Morì sei mesi dopo, il 3 luglio. Mauro raccolse le spoglie per la sepoltura in un’urna di pietra dove incise Hac sunt reliquiae B. Mariae Matris apostolorum Jacobi et Joannis. Per paura di subire il martirio, si nascose con l’urna nella spelonca di Paterno, morendovi tre giorni dopo. Tempo dopo, alcuni pagani la trovarono, ma, credendo ci fosse all’interno un tesoro, restarono delusi nello scoprire delle ossa, perciò le gettarono sulla piazza del paese. Un uomo, che aveva letto la scritta sull’urna, si recò di notte sulla piazza a recuperare le ossa, che avvolse in una pezza di stoffa e nascose in una nuova urna sotto una rupe. L’uomo morì senza rivelare nulla, ma nel 1209 un anziano di nome Tommaso trovò il corpo dell’uomo e nella notte sognò san Pietro sottobraccio a santa Maria Salome, i quali gli confidarono dove trovare le sante reliquie. Tommaso si recò sul luogo e trovò le spoglie il 25 maggio: il grande avvenimento fu solennizzato dal vescovo di Penne, dall’abate di Casamari e dall’abate di Sant’Anastasia a Roma. 

Mentre i prelati mostravano le ossa alla folla, da una tibia sgorgò sangue vivo e si gridò al miracolo. La testa e le braccia furono collocate in teche preziose e conservate nella Cattedrale di Veroli, al contrario delle altre ossa, che furono custodite dentro l’altare dell’oratorio edificato sul luogo del rinvenimento e proprio su questo sito sarà innalzata un’imponente Basilica, in seguito eretta a Concattedrale.

Il primo edificio di culto in onore di Salome, costruito sul luogo del ritrovamento delle ossa, è visibile dall’attuale cripta, accessibile da una scala posta nella navata di destra della Basilica. Qui si possono ammirare gli affreschi del XIII secolo posti nel catino absidale dove il Cristo Pantocratore è attorniato dai santi venerati a Veroli in quegli anni, fra cui Salome e i due figli Giacomo e Giovanni. Di fronte l’altare, costruito sul locus inventionis, è collocata l’urna di pietra con epigrafe dedicatoria che nel 1209 accolse le reliquie della santa. Risalendo la Basilica è possibile ammirare la splendida confessione, davanti l’altare maggiore, fatta costruire con marmi preziosi e alabastro dal vescovo Tartagni nel 1742, dove si conservano le reliquie di Maria Salome e dei suoi compagni martiri Biagio e Demetrio. 

Nell’abside, invece, si trova la tela della santa, opera del cavalier D’Arpino, mentre i «figli del tuono», Giacomo il maggiore e Giovanni l’evangelista, sono opera del cavalier Giuseppe Passeri, allievo del Maratta, dei primi del Settecento. Nel transetto sinistro del presbiterio, negli anni Cinquanta del Novecento, furono scoperti affreschi del XIII-XIV secolo, in precedenza nascosti dal coro ligneo dei canonici e da uno strato di intonaco; mentre sulla porta della sacrestia si trova una delicatissima Madonna in terracotta, inserita in una mandorla, un tempo posta nell’abside. 

Nel transetto di destra è collocato un trittico del XVI secolo con influssi michelangioleschi, proveniente dalla chiesa conventuale di San Martino, firmato da D. F. Hispanus e inserito in una splendida cornice lignea. La prima cappella, a destra dell’ingresso, è dedicata alla Passione di Gesù e conserva una tela di Giuseppe Passeri. La seconda cappella è quella della Scala Santa, da salire solo genuflessi, meditando sulla Passione e compiendo un attento esame di coscienza: essa è dotata dal 1751, grazie a papa Benedetto XIV, degli stessi privilegi di quella romana. 

Dietro l’altare si trova il reliquiario della Basilica con una tela della deposizione di Antonio Cavallucci di Sermoneta. Segue la cappella attualmente dedicata a Salome, con la statua lignea di scuola berniniana, e la cappella del Sacramento (già di santa Francesca Romana e san Francesco di Paola) con il monumento barocco e i dipinti, in gran parte, di Brandi. Di fronte, la cappella di san Domenico con lo stendardo di Cristo Re di Scaccia Scarafoni, artista verolano, e gli affreschi attribuiti a Frezzi di Parma. Più avanti troviamo la cappella del Rosario con un grande affresco dell’Albero del Rosario con i 15 misteri, realizzato nel XVII secolo. L’ultima cappella, barocca, è dedicata all’Immacolata Concezione con una tela di Gian Giacomo Sementi, allievo di Guido Reni. Lungo le pareti della magnifica Basilica corrono due grandi scene della Passione attribuite al Maratta e un’anonima copia settecentesca della strage degli innocenti del Reni, un tempo posta nella cripta. Una piccola pergamena, recentemente rinvenuta, informa che il già citato vescovo Tartagni sul gradino undicesimo della Scala Santa fece collocare, dentro una teca dorata e di cristallo, una particella del legno della Santa Croce, estratta dalla Croce Santa custodita nel tesoro del Duomo di Sant’Andrea in Veroli.

Iran, le ultime notizie in diretta | Trump: «Stop bombardamenti per 2 settimane». Teheran pronta a riaprire Hormuz, il petrolio crolla. Netanyahu: «Sì alla tregua, ma il Libano è escluso»

di Redazione Online – Corriere della Sera – 8 Aprile 2026

Le notizie di mercoledì 8 aprile sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, in diretta. L’annuncio un’ora e mezza prima della fine dell’ultimatum (dopo le chiamate a Musir e Netanyahu). Oggi Rutte alla Casa Bianca. Venerdì i negoziati

  • Il 28 febbraio Usa e Israele hanno attaccato l’Iran. Uccisi Khamenei e decine di leader di governo. L’Iran ha risposto colpendo Israele, le basi Usa nel Golfo e i Paesi che le ospitano, bloccando il trasporto di petrolio nello Stretto di Hormuz e mobilitando Hezbollah in Libano
  • Trump nella notte tra martedì e mercoledì ha annunciato di avere accettato un cessate il fuoco di due settimane
  • Secondo una valutazione dell’intelligence Usa e israeliana citata dal quotidiano Times, la guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, è incosciente ed è in cura per un problema medico “grave” e non sta governando il Paese

L’annuncio di Trump, punto per punto

(Gianluca Mercuri) Mancavano 88 minuti allo scadere della terrificante deadline che aveva fissato, minacciando di cancellare un’intera civiltà e gettando il mondo in uno stato di terrore collettivo che non si conosceva dalla Guerra fredda, se non dalla Seconda guerra mondiale.

Senonché, alle 18,32 di Washington, poco oltre la mezzanotte e mezza italiana, Donald Trump ha annunciato di avere accettato un cessate il fuoco di due settimane, rinunciando così a un attacco indiscriminato contro le infrastrutture energetiche, le centrali elettriche e i ponti iraniani, distruzioni che avrebbe rappresentato secondo tutte le analisi un colossale crimine di guerra, in altrettanto colossale contraddizione con la «benedizione» al popolo iraniano espressa dal presidente nello stesso post in cui annunciava la morte della sua millenaria civiltà.

Ma cos’è successo? Cosa ha fatto a cambiare idea a Trump? O ha sempre bluffato, nell’ormai stucchevole (se non fosse drammatica) retorica del Taco (Trump always chickens out, si tira sempre indietro), il leader che minaccia (letteralmente) l’apocalisse e poi si accontenta di un deal tutto da decifrare?

Appunto, tutto è da decifrare e per le risposte ci vorranno giorni, o settimane. Qualcuna la si può tentare fin d’ora. Di certo, il mondo tira un sospiro di sollievo insieme a Leone XIV, il Papa che nelle ore delle grande incertezza aveva espresso preoccupazione ma anche indignazione, con parole vibranti che i politici esitano a usare. Perché del Trump «cane pazzo» ora hanno paura anche i presunti amici.

L’annuncio di Trump, la risposta dell’Iran, gli sviluppi possibili: punto per punto.

In cosa consiste l’accordo Trump ha detto di aver accettato il cessate il fuoco di due settimane proposto dal Pakistan: sospensione della minaccia statunitense di condurre «alla morte l’intera civiltà iraniana» in cambio dell’impegno del regime di Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz, il cui blocco di fatto sta strangolando l’economia mondiale.

I colloqui a Islamabad Dovrebbero cominciare dopodomani nella capitale pachistana i negoziati diretti tra americani e iraniani con l’obiettivo ci chiudere il conflitto definitivamente. La delegazione Usa dovrebbe essere composta dal vicepresidente J.D. Vance e dagli inviati-factotum di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff: tutti e tre avrebbero spinto il leader a non arrivare al punto di rottura, mentre Israele, Arabia Saudita ed Emirati arabi premevano per non concedere ancora nessuna pausa all’Iran.

Israele alla fine ha accettato? Sulla carta sì, e secondo il Pakistan il sì comprende il Libano, dove lo Stato ebraico ha lanciato un’invasione con l’obiettivo di neutralizzare una volta per tutte la minaccia di Hezbollah (la milizia sciita alleata dell’Iran), anche con l’idea di incorporare la fascia di territorio fino al fiume Litani. Gli obiettivi israeliani (la distruzione definitiva del programma nucleare iraniano e il cambio di regime) restano però lontani e il secondo è allontanato dal negoziato.

Ma cosa ha detto Trump? Questo, con il solito post sul suo social Truth: «Sulla base dei colloqui avuti con il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, nel corso dei quali mi hanno chiesto di sospendere l’azione militare distruttiva prevista per questa notte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, acconsento a sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane». «Si tratterà di un cessate il fuoco su due fronti! Il motivo è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a buon punto nella definizione di un accordo definitivo sulla pace a lungo termine con l’Iran e sulla pace in Medio Oriente».

Ma il punto più importante è questo: «Abbiamo ricevuto una proposta in dieci punti dall’Iran e riteniamo che costituisca una base valida su cui negoziare. Quasi tutti i vari punti che in passato erano stati oggetto di controversia sono stati concordati tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma un periodo di due settimane consentirà di finalizzare e concludere l’accordo».

Perché è importante? Perché è quello che consente all’Iran di cantare vittoria attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che annuncia che «per un periodo di due settimane, sarà possibile garantire il libero transito attraverso lo Stretto di Hormuz grazie al coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto dei limiti tecnici». La tv di stato iraniana parla di «umiliante ritirata di Trump dalla retorica anti-iraniana» e afferma che «il presidente americano ha accettato le condizioni dell’Iran per la guerra».

È fondato questo trionfalismo iraniano? Ovviamente è rigonfio di propaganda e trascura le enormi distruzioni patite a livello sia militare sia civile dal Paese e la decimazione delle alte sfere del regime. La nostra Greta Privitera conferma tuti i dubbi sullo stato di salute della presunta nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e racconta la paura degli ayatollah, che per fronteggiare l’ecatombe minacciata da Trump hanno mobilitato i sostenitori a fare da scudi umani sui ponti e nelle centrali elettriche. Ciò detto, l’Iran supera questo crinale con un immenso guadagno strategico.

Qual è il guadagno dell’Iran? Il riconoscimento del controllo del collo di bottiglia strategico per l’economia globale, un’arma di deterrenza che prima non aveva. Lo spiega Richard Fontaine del think tank Center for a New American Security: con questo cessate il fuoco, «l’Iran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz, cosa che non avveniva prima della guerra. Mi risulta difficile credere che gli Stati Uniti e la comunità internazionale possano accettare una situazione in cui l’Iran mantenga il controllo a tempo indeterminato su un punto nevralgico per l’approvvigionamento energetico. Si tratterebbe di un esito nettamente peggiore rispetto a prima della guerra».

Ma cosa c’è nei 10 punti iraniani? Lo spiega bene ancora Fontaine: «Sembra una lista dei desideri di Teheran risalente a prima della guerra, in cui si chiede il riconoscimento globale del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio, il ritiro di tutte le forze americane dalla regione e la revoca delle sanzioni economiche. Inoltre, si chiede il pagamento di un risarcimento all’Iran per i danni causati dalla guerra».

Come potrà l’America negoziare su queste basi? Il punto è che lo ha detto poche ore fa il suo presidente, che poche ore prima voleva invece distruggere l’intero Iran.

Crosetto: «Questa è la crisi più dura, Hiroshima non ci ha insegnato nulla. Nel giro di un mese non tutto, ma molto potrebbe essere bloccato: il rischio è la follia»

di Fiorenza Sarzanini – Corriere della Sera – 7 Aprile 2026

Il ministro della Difesa e la crisi in Iran: «All’opposizione dico che serve maturità. Trump? Dovrebbe avere collaboratori più coraggiosi: un problema è che nessuno di loro osa contraddirlo»

Ministro Guido Crosetto, siamo di fronte a un nuovo ultimatum di Donald Trump all’Iran. La fine della guerra continua ad allontanarsi?
«Io spero che tutti si rendano conto di quello che stiamo vivendo. È una situazione che non ha precedenti nella storia dei decenni recenti. C’è una somma di criticità che si accumula e si autoalimenta, sempre più difficile da risolvere. E questo pone chi ha voglia di ragionare di fronte alla grande debolezza del multilateralismo, che non ha saputo prendere lezioni da quanto era accaduto nel secolo scorso e non ha consolidato gli anticorpi per ciò che stiamo vivendo ora».

È stata costruita l’Onu.
«Certo, ma l’abbiamo lasciata morire lentamente, le abbiamo fatto perdere ogni capacità di influenza e di ruolo. In uno scenario come quello che stiamo affrontando conta purtroppo per noi soltanto la potenza. Ma non illudiamoci che si possa parlare di potenza tecnologica o economica, quello che davvero stanno facendo contare è la potenza militare. Nonostante quella però il conflitto in Ucraina e quello in Iran dimostrano che a determinare la durata dei conflitti è la capacità di resistenza della parte più debole. Era successo già in Afghanistan, ma anche in quel caso nessuno ha pensato di mettere a frutto l’esperienza. E così si è alimentato il terrorismo fondamentalista».

Che cosa teme ministro?
«Temo che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia. Lei pensi che sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla».

Lei sta parlando di minaccia nucleare, dunque il rischio è reale?
«Non voglio nemmeno pronunciare la parola. Il rischio è la follia e quello che stiamo vivendo è un conflitto dove ad azione corrisponde reazione di un livello superiore».

L’Iran ha finora respinto tutte le proposte degli Stati Uniti. C’è un modo per fermare Trump?
«Trump è il leader di una nazione sovrana e nessuno dall’esterno è in grado di influenzarlo».

Sta pensando a una procedura di impeachment?
«No, non mi pare neppure che i suoi nemici ci pensino. Credo semplicemente che dovrebbe avere collaboratori più coraggiosi. Uno dei problemi di questa presidenza è che nessuno osa contraddire il Capo. L’Iran degli ayatollah, a capo dell’integralismo, anti occidentale, che teneva sotto scacco ogni libertà era un problema di tutti. Con questa guerra decisa in due senza confronto e legittimità internazionale gli hanno fatto un regalo. Su tempi e modi sarebbe stata utile meno approssimazione».

Non crede che anche l’Europa dovrebbe contraddirlo con maggiore convinzione?
«L’Europa fa ciò che può ma non mi pare con successo. Intanto ognuno dovrebbe fare la propria parte. Io rivendico che l’Italia abbia preso una posizione importante e seria quando ha detto di non condividere questa guerra cercando di limitare al massimo i danni».

Crosetto: «Questo attacco è fuori dalle regole del diritto internazionale»

Però lo abbiamo fatto in ritardo. Non ritiene che adesso si possa fare di più come chiede l’opposizione?
«Veramente lei pensa che i rapporti internazionali si gestiscano facendo a gara a chi arriva prima a fare una dichiarazione? L’Italia non è alleata di Trump o Biden, noi siamo alleati degli Stati Uniti. Soltanto chi è stupido può pensare che si possa rompere questa alleanza. Pensiamo a oggi, pensiamo all’Iran che decida di reagire lanciando un razzo contro di noi. Se non ci fosse la difesa della Nato ogni Paese rischierebbe molto di più e sarebbe molto più indifeso».

Trump vuole uscire dalla Nato.
«Non credo e non può farlo. Gli servirebbe il voto del Congresso e dubito che sarebbe favorevole. Potrebbe invece decidere di ritirare i soldati dall’Europa. E questo ci renderebbe più deboli, meno difesi. In questo momento non siamo in grado di reagire tutti insieme sostituendoli».

E dunque secondo lei non c’è nulla da fare?
«Dialogo, attività diplomatica. Trump ha l’agenda dettata dalla volontà di vincere in fretta anche perché dovrà confrontarsi con le elezioni di Midterm. Questa guerra sta mettendo a rischio anche gli Stati Uniti nella loro leadership Mondiale».

Dieci giorni fa avete rifiutato l’uso della base di Sigonella ma c’è il sospetto che in altri casi l’abbiate concesso. Lo negherà in Parlamento?
«Lo negherò certamente perché è falso ma non credo esista sospetto perché non è un tema gestito dalla politica ma militare. Abbiamo l’obbligo di lasciare aperte le basi perché questo prevedono i trattati e perché tutti i governi si sono comportati allo stesso modo, ma abbiamo regole. Sono accordi che non abbiamo sottoscritto noi, se ai nostri predecessori non piacevano avrebbero potuto annullarli o quantomeno metterli in discussione. Non mi risulta che ciò sia avvenuto».

Al termine della sua missione nel Golfo la presidente Giorgia Meloni ha detto che l’Italia potrebbe non avere riserve di energia sufficienti. Esiste un piano per l’emergenza?
«Quel viaggio serve ad assicurarci di essere hub privilegiato per le riserve di quegli Stati che sono sovrani e la cui parola è garanzia assoluta».

L’opposizione ha parlato di viaggio inutile.
«È un atteggiamento infantile e ridicolo. Io non avrei mai criticato Renzi o Conte se fossero andati per garantire il nostro futuro, anche perché se fossero stati al nostro posto e fossero stati saggi avrebbero dovuto fare esattamente la stessa cosa. Questa cosa di vestire o svestire i panni a seconda se si governa o si è all’opposizione dimostra che la classe dirigente non è adeguata».

C’è il rischio che tutto si blocchi nel giro di un mese?
«È ciò che si teme. Non tutto ma molto».

E cosa pensate di fare?
«I margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme. Questa è l’occasione per dimostrare di essere in linea con i tempi senza limitarsi ad applicare la burocrazia. L’Europa deve capirlo. Ho appena parlato con il mio collega giapponese e con il ministro del Kuwait. La linea deve essere chiara: per sopravvivere non bisogna essere bloccati sulle regole burocratiche fissate in tempi di crescita».

E in Italia?
«Premetto che il mio atteggiamento non deriva dal risultato del referendum ma voglio essere chiaro: maggioranza e opposizione devono deporre le armi, dobbiamo trovare momenti di coesione, collaborare per affrontare una crisi che, come ho detto, non ha precedenti».

Riconoscerà che quanto sta accadendo nel governo non è rassicurante. Dopo le altre dimissioni forzate ora rischia il ministro Piantedosi.
«Sono fatti privati che tali devono rimanere».

La vicenda è stata resa pubblica, il ministro potrebbe essere ricattabile.
«A me non pare affatto che lui sia ricattabile e non capisco perché dovrebbe esserlo. Ripeto sono storie private».

Rimpasto o elezioni anticipate?
«Tenuta. Noi siamo obbligati a reggere perché tutto possiamo permetterci in questo momento, tranne una crisi. Lo direi chiunque ci fosse al governo. Per noi sarebbe più facile e certamente molto più comodo andare alle elezioni anticipate. Invece abbiamo il dovere di gestire la crisi derivata dal conflitto e quindi di rimanere».

In ricordo di Papa Francesco

Papa Leone XIV: “La verità non resta celata”. E ricorda i popoli “tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati”

Oggi, prima della preghiera del Regina Coeli

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, lunedì 6 aprile 2026, 12:06 (ACI Stampa).

Lunedì dell’Angelo, il primo di papa Leone XIV. Una giornata solare, un cielo terso. Un clima quasi estivo accoglie i pellegrini giunti in piazza San Pietro. Ore 12, il momento della recita del Regina Coeli, la preghiera alla Vergine Maria durante il tempo pasquale. 

Papa Leone XIV si affaccia dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico.  Saluta il pellegrini: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”. 

E continua: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto , o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio”. Le prime, le donne, annunciano “la vittoria di Cristo sulla morte”, mentre le guardie “annunciano che la morte vince sempre e comunque”. Due versioni opposte dello stesso racconto. E nella versione delle guardie, Cristo non è risorto, “ma il suo cadavere è stato rubato” ricorda il pontefice. Da ciò ne scaturisce che “uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva” precisa papa Leone XIV. 

Questo contrasto “ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte” continua il papa. 

E’ Cristo la buona notizia da testimoniare nel mondo: “la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita”.

Advertisement

Lo guardo poi ai popoli “tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati ​​dell’istruzione. Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti”.

Il ricordo, infine, per papa Francesco “che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.

Dopo aver cantato la preghiera mariana, ancora due parole di papa Leone XIV: un  “grazie alle iniziative promosse in occasione della giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia il luogo di inclusione e di pace. Ringrazio quanti in questi giorni mi hanno fatto pervenire espressioni di augurio per la Santa Pasqua. Sono riconoscente soprattutto per le preghiere. Per intercessione della Vergine Maria, Dio ricompensi ciascuno con i suoi doni”. E conclude: “Vi auguro di trascorrere nella gioia e nella fede questo Lunedì dell’Angelo e questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la celebrazione della risurrezione del Cristo. Perseveriamo nell’invocare il dono della pace per tutto il mondo”.

Noi, la Pasqua e il capolavoro: ecco perché la fine è un inizio

di Alessandro D’Avenia – Corriere della Sera – 6 Aprile 2026

Le nostre domande davanti alla croce e la nuova bellezza dell’amore assoluto

All’ingresso dell’esposizione della bellissima Crocifissione (1470) del pittore tedesco-fiammingo Hans Memling, abitualmente al Museo civico di Vicenza ma in questo periodo pasquale ospitata come opera-mondo al Museo diocesano di Milano, Nadia Righi, direttrice del museo, ha voluto l’ultima frase pronunciata dall’uomo sulla croce prima di morire e raccolta da Giovanni (19,30): «Tutto è compiuto» (letteralmente: «ha raggiunto la pienezza», potremmo dire: «nulla è andato sprecato, sono felice»). E mentre noi di fronte alla morte diciamo «è finita», qui la fine è un iniziocome l’artista di fronte all’opera compiuta: è finita, ma proprio per questo inizia un’altra vita, la propria, il presente continuo di ciò che non passa proprio perché ha raggiunto la pienezza che vince sul tempo. Infatti «compiere» (latino cum-plere) significa «riempire», una creazione che diventa ri-creazione per chi ne è «capace», cioè ha spazio interiore per essere colmato. Fede o no, l’uomo sulla croce è un capolavoro mai visto: è infatti, come nell’opera di Memling, il soggetto più rappresentato e il simbolo più diffuso al mondo.

Ma aveva ragione Tommaso d’Aquino a dire che Cristo in croce è il culmine della bellezza? Nietzsche che vi vedeva l’esaltazione del brutto, della sconfitta, il trionfo di una morale da sottomessi? Come fa un crocifisso a essere bello? È un’illusione a cui ci ha abituato la grazia dei dipinti? 

Trovo risposta nella Maddalena di Memling che si aggrappa alla croce incarnando la domanda di ogni uomo di fronte alla morte: è finita? Pare di sì, ma quel «tutto è compiuto» stabilisce un canone nuovo di bellezza rispetto a quello classico basato sull’armonia delle parti. Qui c’è un corpo torturato, slogato, insanguinato, tutt’altro che bello. Occorre allora ampliare il campo della bellezza: è quando l’amore si realizza. C’è bellezza, anche senza armonia, dove c’è cura per qualcosa o qualcuno: una pianta secca, una tela bianca, un bambino sporco, un malato solo… E così la «passione», che in questo caso è passione per l’uomo, non consiste nella quantità di sangue sparso ma in quello che diventa vita, come quello dei donatori di sangue: «Nessuno mi toglie la vita, sono io che la do» (Gv 10,18) aveva detto qualche giorno prima l’uomo sulla croce. Come se Tolstoj, talmente innamorato del suo personaggio, decidesse di entrasse nel libro per salvare Anna Karenina dal suicidio, la spingesse via finendo lui sotto il treno. Anna riceve una nuova vita.

Passione

Tutto è compiuto significa passare dalla convinzione che felicità sia allungare la vita a quella in cui felicità è allargare la vita, come sa chiunque la dedichi con «passione» a qualcosa. Tutto è compiuto quando tutto è trasformato in vita, anche a costo della vita. Il primo spettatore di questa forma inattesa di bellezza non è un critico d’arte né un discepolo, ma un crudele soldato romano, che ha appena contribuito alla morte del condannato. Eppure dopo ciò che ha visto (anche lui ha sentito quel «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno») dice: «Costui era veramente figlio di Dio». Ha visto qualcosa che un uomo non sa fare: amare i propri carnefici.

La morte diventa vita

Questo è il capolavoro, quando anche la morte diventa vita, solo allora la fine è inizio, come l’opera d’arte compiuta. E qui l’opera è l’amore assoluto finalmente incarnato, visibile, reale. Vedendo un crocifisso non si potrà più dire che un amore così non esiste: l’amore che non ti devi meritare, l’amore che ama senza chiedere nulla, l’amore che smaschera qualsiasi potere violento (politico, religioso, economico, psicologico, fisico…), l’amore che ti vuole esistente chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, l’amore che non ti fa sentire solo anche quando lo sei, questo amore c’è, è reale. Questo è divino, come diciamo dei capolavori fatti dagli uomini ma in cui si manifesta qualcosa che supera l’uomo. Ecco perché questo è il culmine della bellezza e la croce il simbolo più diffuso al mondo. Infatti il segno della croce, a ben vedere e a farlo bene, mette in linea testa e cuore, l’asse verticale di quel miracolo che è il corpo umano. Il segno della croce unisce la testa e il petto: testa fredda e cuore caldo, e non il contrario, testa calda e cuore freddo, l’uomo sottosopra, distruttore e guerrafondaio. Una testa fredda cerca la verità perché solo la verità rende liberi. Un cuore caldo cerca la vita, ne diventa custode e lotta per farla crescere. Che cosa ami? Quale pezzo di mondo non può fare a meno di te per fiorire? Quando testa e cuore, verità e vita, si allineano, tutto può nascere, perché solo se testa e cuore sono allineati è possibile amare non di quell’egoismo camuffato chiamato indebitamente amore e che resta solo fino a prova contraria. Nel segno della croce dopo l’asse verticale viene infatti quello orizzontale. Prima una spalla e poi l’altra, da dove ha inizio l’azione: braccia e mani aperte fanno più mondo, più vita, come le braccia di Cristo inchiodate da non potersi chiudere a nessuno. Danno, non prendono. 

Per questo amo un crocifisso ligneo del 1600 senza braccia, che arricchisce una chiesetta che visito prima di entrare a scuola, ritrovato tra le macerie di un deposito e restaurato senza aggiungere nuove braccia al posto di quelle perdute: tutte le volte che lo vedo chiedo di affrontare la giornata in modo verticale, allineato, e essere quelle braccia e mani per chi incontrerò e per quel che posso. Non ho mai trovato un simbolo più fecondo di questo, e non per vincere guerre come vuole la leggenda di Costantino o per trovare facili consolazioni in un mondo fantastico, ma per vincere se stessi qui e ora, e fare ciò che la parola «simbolo» significa: unire, mettere insieme (dal greco synballo, il cui contrario è diaballo, dividere, separare, da cui «diabolon», diavolo) carne e spirito, divino e umano, invisibile e visibile, compiuto e incompiuto, cielo e terra, vita e morte, dolore e gioia… Questo è il capolavoro della croce: se esiste l’amore assoluto che mi vuole come sono e dove sono, allora posso andare incontro alla vita senza paura.

Ne ho in mente un esempio concreto nella storia di Gianluigi Rho (ginecologo) e Mirella Capra (pediatra), che nei primi anni ‘70 lasciano Milano e creano un ospedale in Uganda: «“Non l’ho fatto come ripiego e nemmeno come rinuncia, ma come scelta. Sia io sia Mirella avevamo offerte in università e in ospedale, tanto che il mio professore mi dava il tormento ripetendomi che dovevo fare la carriera universitaria, e quando gli dissi che partivo per l’Uganda si lasciò andare a un solo commento: “Un’intelligenza sprecata”. Sorride ripensando al professore e gli replica a distanza: “Non mi interessa, la mia vita non è stata sprecata. Forse abbiamo sbagliato non dando nessuna importanza al profilo economico, la mia pensione è bassa e avrei potuto comprare una casa ai miei figli, sistemarli meglio. Ma gli ho dato altro e, alla fine, rifarei ogni scelta”. Scuote un po’ la testa, mi guarda e dice ancora una frase soltanto: “No, nessun rimpianto, è stata una vita meravigliosa”» (M.Calabresi, Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa). Il Saint Kizito Hospital a Matany ha 284 posti letto, 7 medici, 65 infermieri, 8 ostetriche, 4 fisioterapisti. Visite ambulatoriali a 10 anni fa: 39.352; ricoveri: 10.000; operazioni chirurgiche: 2.089. Bambini nati: 1.416. Mirella e Gianluigi, poco più che 25enni, avevano chiesto per la lista di nozze ciò che serviva a iniziare quell’avventura.

I giovani

Questo potrebbe far pensare che servano scelte straordinarie, ma straordinario diventa l’ordinario dove noi siamo e creiamo vita con le nostre attitudini, professioni, mestieri, come hanno scritto dei giovani in un testo che mi ha colpito, un commento alla XII stazione della Via Crucis per la loro parrocchia frequentata dai miei genitori: «Tutto è compiuto. Anche noi possiamo sperimentare questa pienezza, pure in mezzo a sconfitte e umiliazioni, se impariamo a lasciarci condurre dall’Amore e non dal bisogno di affermarci e avere successo. Abbiamo paura di amare ed essere amati davvero, di metterci a nudo con tutte le nostre fragilità, di farci carico delle ferite degli altri, di investire tutto in una strada e rinunciare alle altre possibilità. Il “per sempre” ci mette ansia, perché con un impegno così ci sembra di perdere qualcosa, rimanere bloccati, dover sacrificare tutto. Fermo sul legno della croce tu ci ricordi che solo amando fino in fondo potremo sperimentare la pienezza, che solo imparando a rimanere anche quando ci costa sperimenteremo cos’è la vera libertà. Donaci il coraggio di dare tutto, Signore, e di realizzare il nostro “per sempre”. Fa’ che ogni sera prima di andare a letto e al termine della nostra vita possiamo dire con fiducia “Tutto è compiuto”». 

Buona Pasqua.

Pagina 20 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy