"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La lettera del Papa ai lefebvriani: «Vi prego, evitate lo scisma»

di Matteo Liut

Leone XIV invia una missiva al superiore a don Pagliarani, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, alla vigilia della consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio

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30 giugno 2026 -Avvenire

Il 30 giugno 1988, a Écône (Svizzera), l’arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre consacra quattro vescovi senza il mandato pontificio, incorrendo nella scomunica. Questo atto rischia di ripetersi domani / SICILIANI

C’è un gesto straordinario, prima ancora delle parole, nella lettera che papa Leone XIV ha inviato alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: il Successore di Pietro non si limita ad ammonire e a richiamare all’unità, ma si abbassa fino alla supplica. «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!». È il cuore dell’appello rivolto a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, e attraverso di lui ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati al mondo lefebvriano. La lettera, datata 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, è stata pubblicata oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede. 

Il testo arriva alla vigilia di una scadenza decisiva: domani, 1° luglio, la Fraternità ha in programma a Écône, in Svizzera, la consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. Un atto che il Vaticano ha già indicato come scismatico e che ora il Papa cerca di scongiurare con un ultimo appello personale, esplicito e insieme pastorale. Di fatto, come sottolinea anche Vatican News, la lettera costituisce un «ultimo appello» del Pontefice, dopo i tentativi di dialogo dei mesi scorsi, purtroppo senza successo.

Leone XIV apre con un tono paterno, riconoscendo ciò che nella Fraternità è motivo di stima ecclesiale: «Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro». Subito dopo il Papa aggiunge: «La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità». Proprio questo, osserva Leone XIV, ha motivato «l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza» manifestato dai suoi predecessori. Ma è dentro questo riconoscimento, e non contro di esso, che il Papa colloca la richiesta più forte: «Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!». L’esortazione non riguarda solo la disciplina ecclesiastica, ma il bene spirituale dei fedeli: «Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».

Nella lettera, poi, viene ripetuta la disponibilità a compiere un cammino condiviso: «La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo». È una porta lasciata aperta fino all’ultimo, anche dopo mesi di tensione e dopo i richiami già arrivati dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Il 13 maggio il cardinale Víctor Manuel Fernández aveva ribadito che le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità «non hanno il corrispondente mandato pontificio» e che un simile gesto costituirebbe «un atto scismatico», richiamando il precedente di Ecclesia Dei di san Giovanni Paolo II.

Le parole conclusive della lettera hanno il tono grave di chi vede avvicinarsi una ferita alla comunione ecclesiale: «Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori». Quindi il Papa torna alla forma più diretta dell’appello: «Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio». La vicenda richiama il precedente del 1988, quando monsignor Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio. Nel motu proprio Ecclesia Dei, appunto, Giovanni Paolo II definì quell’atto una «disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima» e affermò che tale disobbedienza, implicando «un rifiuto pratico del Primato romano», costituiva «un atto scismatico». Come in quell’occasione, dunque, anche oggi il nodo resta lo stesso: l’ordinazione.

La “persona” non “l’individuo” è un lascito cristiano

Sudefuturi.it – 28-6-2026

LA RISPOSTA DEL VESCOVO ANTONIO STAGLIANO’ AL FILOSOFO GALIMBERTI

Antonio Staglianò

28/06/2026

Perché un filosofo che critica il cristianesimo dovrebbe almeno studiare il lessico che usa

«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe». Questi celebri versi di Eugenio Montale, tratti da Ossi di seppia, ci mettono in guardia contro una delle tentazioni più antiche e pericolose dell’intelletto umano: quella di credere di poter imprigionare la complessità della vita – e dell’animo umano – in una definizione unica, netta, geometrica. La realtà, soprattutto quella spirituale e culturale, è informe, sfuggente, contraddittoria. Eppure, guardando i video di Umberto Galimberti che impazzano sui social e sui reel dei festival filosofici, viene spontaneo chiedersi: il filosofo ha forse dimenticato questo monito?

Con la consueta sicurezza che lo rende amatissimo dal pubblico, Galimberti sentenzia, in una di queste apparizioni pubbliche: «Tutti pensiamo all’individuo prima che alla comunità. Questo è un lascito cristiano». La frase è perfetta per diventare virale: è breve, è provocatoria, e sembra smascherare una presunta ipocrisia di duemila anni di storia. Peccato che dal punto di vista storico, filosofico e teologico, sia vero esattamente l’opposto. Non si tratta di una disputa da sacrestia o di una difesa d’ufficio del cristianesimo. Si tratta, molto più semplicemente, di onestà filologica. Se un intellettuale pubblico critica una cultura millenaria che ha plasmato l’Occidente, ha il dovere deontologico di conoscerne il lessico. Altrimenti, come in questo caso, non fa critica: costruisce un fantoccio di cartapesta per poi abbatterlo con facilità, raccogliendo l’applauso di chi quel lessico non lo conosce.

Vediamo, punto per punto, perché l’affermazione di Galimberti regge solo se si ignorano le fonti.

L’anacronismo di partenza:
l’“individuo” non è un concetto cristiano

Partiamo dal lessico. La parola individuum, in latino, è il neutro sostantivato di individuus, che significa letteralmente «ciò che non può essere diviso», «ciò che è uno e chiuso in sé». Nell’antropologia filosofica moderna, questo termine indica un’entità atomizzata, autosufficiente, titolare di diritti e di doveri in quanto soggetto separato dagli altri. È il protagonista del contrattualismo di Hobbes, del giusnaturalismo di Locke, dell’autocoscienza di Cartesio e, infine, dell’individualismo possessivo del liberalismo borghese e del capitalismo.

Ora, questa accezione – che Galimberti dà per scontata e universalmente valida – è un prodotto storicamente tardivo della cultura occidentale. Nasce con il nominalismo di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo, che dissolve le essenze universali in singolarità separate, e viene consacrata dall’Illuminismo. Ma non appartiene né alla Bibbia, né ai Padri della Chiesa, né alla grande Scolastica medievale. Quando Galimberti afferma che il cristianesimo ci ha lasciato in eredità l’individuo, compie un clamoroso anacronismo: proietta sul mondo giudaico-ellenistico del I secolo una categoria che è tutta moderna e borghese. È come se uno storico della scienza attribuisse a Galileo le teorie della relatività di Einstein: non è un’interpretazione, è un errore di datazione.

Il lessico autentico del cristianesimo:
la “persona” come relazione

Se Galimberti avesse aperto i testi dei grandi Concili ecumenici o le opere dei Padri della Chiesa, avrebbe scoperto che il cristianesimo delle origini non parla affatto di individui, ma di persone. E la persona, nella riflessione cristiana, è l’esatto opposto dell’individuo autocentrato.

Il termine persona (dal greco pròsopon, che indicava la maschera dell’attore ma anche il volto che si mostra nella relazione) viene forgiato nei dibattiti cristologici e trinitari del IV e V secolo. I Padri Cappadoci – Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno – lo utilizzano per parlare della Trinità: le tre Persone divine non sono tre individui separati e isolati, ma tre modi di essere-in-relazione (il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito che procede). L’essere persona, per il cristianesimo, è ontologicamente legato all’essere-con e all’essere-per. Non esiste persona senza relazione.

Tommaso d’Aquino, nel Medioevo, definirà la persona come «ciò che è più perfetto in tutta la natura», proprio perché capace di aprirsi all’altro e a Dio, superando la chiusura della mera sostanza individuale. Rosmini ne parlava come “relazione amativa capace di inaltrarsi”, cioè di immedesimazione ed empatia. E il Concilio Vaticano II, nel secolo scorso, ha ribadito con forza un principio che dovrebbe far riflettere il filosofo: «L’uomo, sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per sé stesso, non può ritrovare pienamente sé stesso se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes, 24). Tradotto: l’umano si realizza non chiudendosi nella propria individualità, ma donandosi. Non c’è traccia, qui, dell’individuo solipsista e autocentrato descritto da Galimberti. La persona cristiana è, per sua natura, comunione.

Una salvezza che non è mai privata

Dal primo equivoco lessicale deriva il secondo, altrettanto grave. Galimberti, nei suoi interventi, dipinge il cristiano come un egoista spirituale: uno che pensa unicamente alla salvezza della propria anima, disinteressandosi totalmente della comunità. Chiunque però abbia una minima conoscenza del cattolicesimo sa che la salvezza, in questa tradizione, non è mai una faccenda “fai da te”.

Piero della Francesca, Battesimo di Cristo

Il Battesimo non è un atto privato: è l’ingresso in un Corpo Mistico, come insegna san Paolo nella lettera ai Romani (12,5): «Molti siamo un solo corpo in Cristo». L’Eucaristia è il sacramento della communio – comunione – che è, per definizione, un fatto ecclesiale, comunitario e pubblico. Se un cristiano si disinteressasse del prossimo e della comunità, non sarebbe un buon fedele, ma un peccatore, perché verrebbe meno al comandamento dell’amore che è il cuore stesso del Vangelo.

Gesù, nel celebre passo del giudizio finale (Matteo 25), non chiede quante preghiere abbiamo recitato, ma se abbiamo dato da mangiare all’affamato, se abbiamo visitato il carcerato, se abbiamo accolto lo straniero. La salvezza si costruisce qui, nelle relazioni concrete, ma non è mai privata: è, al contrario, l’antidoto più radicale contro l’isolamento individualista.

Il meccanismo del “fantoccio” (o straw man)

L’operazione retorica di Galimberti è, dunque, piuttosto trasparente, e corrisponde perfettamente a quella che in logica si chiama la fallacia dello straw man, ovvero dell’uomo di paglia. Il filosofo compie tre passaggi: prende un concetto – l’individuo – che appartiene alla filosofia moderna (da Hobbes al contrattualismo illuminista, fino al neoliberalismo); lo attribuisce abusivamente al cristianesimo, spacciandolo per un «lascito» di duemila anni; lo accusa di essere autoreferenziale, egoista e anti-comunitario, e conclude trionfante: «Vedete? Il cristianesimo è individualista!».

Il trucco però è sotto gli occhi di tutti: il cristianesimo cattolico storico e dottrinale non ha mai difeso l’individuo atomizzato. Lo ha sempre combattuto, in nome della persona e della comunità. Galimberti demolisce un bersaglio che non esiste nella tradizione che dice di voler criticare. È una semplificazione comoda, certo, e funziona benissimo sui social, dove la complessità non ha diritto di cittadinanza. Ma è intellettualmente disonesta.

Un invito al dialogo, non alla polemica

Il pubblico che segue Galimberti sui social, che condivide i suoi reel e lo applaude nei festival, ha diritto a una critica del cristianesimo che sia accurata, leale, informata. Non a una caricatura costruita su una parola fraintesa. Perché la verità, anche quando scomoda o spiazzante, merita rispetto. E il cristianesimo – checché se ne dica – è un fenomeno storico, culturale e antropologico di tale complessità che liquidarlo con un equivoco lessicale non è coraggio intellettuale. È, con tutto il rispetto, pigrizia.

Galimberti cerca la «parola che squadri da ogni lato» l’animo cristiano, come scriveva Montale. Ma forse, se riaprisse i testi con più attenzione e meno fretta, scoprirebbe che quella parola non è individuo. È persona.

Il Papa: “L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli”

“Grazie perché siete venuti con questo caldo!”, dice il Papa

Papa Leone XIV |  | Vatican Media /EWTNPapa Leone XIV | | Vatican Media /EWTN

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, domenica 28 giugno 2026, 12:10 (ACI Stampa).

Anche oggi alle ore 12, XIII Domenica del Tempo Ordinario, nonostante il grande caldo di questi giorni a Roma e in Italia, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con tutti i fedeli riuniti a Piazza San Pietro. A Roma oggi si arriverà a 38 gradi, ma questo non ha fermato i tanti che si sono radunati per ascoltare le parole del Papa. Il Pontefice ricorda subito che nel Vangelo di oggi “ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno”. “Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui”.

Il Papa inizia dal “distacco”, tema del Vangelo di oggi. Gesù dice: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. “Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame.

Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori per impegnarsi nella relazione coniugale”.

Oppure il Papa fa l’esempio dei figli: saranno felici solo educandoli a “camminare con le loro gambe”. “Solo perdendo quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire. In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere.

L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio”, commenta il Pontefice.

“Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni”, dice il Papa.

“Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete. Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli”, conclude infine il Papa la meditazione dell’Angelus di oggi.

Subito dopo la recita della preghiera mariana il Pontefice passa ai consueti saluti.  Il primo saluto è in lingua spagnola. Il Papa ricorda la popolazione venezuelana, colpita da un violento terremoto che ha provocato numerose vittime, quasi mille morti, danni materiali incalcolabili ecc. Il Pontefice rinnova, in lingua spagnola, la sua vicinanza spirituale a chi è stato colpito da questa tragedia. E ringrazia chi sta aiutando e offrendo assistenza

Milano e l’ondata di caldo record, Bertolaso: «Ospedali sotto stress. La prima regola è idratarsi. Troppi bimbi al sole»

di Gianni Santucci – Corriere della Sera – 28 Giugno 2026

L’assessore al Welfare e sanità di Regione Lombardia, Guido Bertolaso, chiede un piano per gli anziani soli: «Solo nell’area dell’Ats di Milano ci sono quasi 450 mila over 75. Servono monitoraggio continuo, assistenza, capacità di intercettarli tutti, anche nei periodi di ferie

Guido Bertolaso, assessore al Welfare e sanità in Regione Lombardia

Guido Bertolaso, assessore al Welfare e sanità in Regione Lombardia, qual è la situazione negli ospedali?
«Con dieci giorni di temperature largamente sopra la media abbiamo tutte le strutture sotto sforzo. Man mano che passano i giorni le criticità aumentano, soprattutto nei pronto soccorso: c’è un incremento degli accessi, a seconda delle zone, anche del 15-20 per cento. Con queste temperature, protratte così a lungo, i colpi di calore sono un problema e, soprattutto, tutte le fragilità e le patologie croniche si aggravano».

Quali sono le città più calde del mondo? Il confronto

I reparti sono attrezzati?
«Questo periodo di maggiore stress coincide con i legittimi periodi di ferie del personale sanitario. Ovviamente gli ospedali avevano organizzato i turni e ogni struttura, come sta avvenendo, può sostenere situazioni di carico superiore alla media, ma ripeto, soprattutto i pronto soccorso ne risentono, con un aggravio di fatica e responsabilità».

Cosa si potrà modificare nelle strategie future?
«L’emergenza non è più estemporanea, ma cronica, e come tale andrà affrontata. Ci dobbiamo abituare al cambiamento climatico e impostare una gestione su questo scenario. Significa che le strategie per affrontare le ondate di calore andranno organizzate in modo stabile. I piani caldo, oltre a quello che stiamo già facendo come Regione Lombardia da fine maggio, dovranno diventare qualcosa di un po’ più strutturato: non da definire a seconda della stagione e delle previsioni, ma in campo a prescindere».

Vale solo in estate?
«Lo scorso inverno abbiamo avuto inondazioni, alluvioni, frane, eventi di freddo severo. Sono gli estremi che si accentuano e in qualche modo si stabilizzano, non sono più fenomeni improvvisi. Se ogni anno si ripetono le stesse cose, dobbiamo adattare le nostre risposte».

Il tema riguarda esclusivamente gli ospedali?

«No. Pensiamo al sacrosanto consiglio che diamo agli anziani: state per quanto possibile con aria condizionata o cercate luoghi più freschi. Ecco, per il futuro le strutture in grado di garantire una temperatura idonea alle persone fragili saranno da organizzare. Non bisogna pensare solo al refrigerio dei supermercati o dei centri commerciali: bisognerà individuare edifici e zone dove accogliere al fresco chi è più a rischio».

Le persone seguono le raccomandazioni?
«Purtroppo vediamo ancora molti che non si idratano come dovrebbero. Altro punto importante: non voglio andare contro le multinazionali, ma si deve bere acqua, non bibite gassate. La medicina migliore è l’acqua, e non troppo fredda. L’idratazione è di gran lunga il primo punto sul quale insistere. Poi anche per l’alimentazione bisogna avere cautela».

In che termini?
«Mangiare più frutta e verdura è fondamentale. Ma attenzione specifica alla conservazione: con il caldo alcuni cibi non sono consigliabili, e c’è maggior rischio che si alterino e vadano a male. Le nostre Ats hanno molti ispettori per la sicurezza alimentare che stanno facendo controlli sulla conservazione».

Altre raccomandazioni?
«Vedo troppi bambini al sole. Fino a 11-12 anni, meno stanno al sole e meglio è. Devono avere cappellini, creme, devono essere davvero protetti. Con le alte temperature bisogna stare il meno possibile al sole. Non vedo gran preoccupazione da parte delle famiglie su questo punto».

Il tema degli anziani soli è l’altra emergenza cronica, e si aggraverà anno dopo anno. Come intervenire?
«Abbiamo ormai un numero di anziani soli impressionante, direi quasi inaccettabile, alcuni non del tutto autosufficienti. Abbiamo moltissima assistenza domiciliare, è vero, ma anche lì bisogna trovare nuovi paradigmi, perché così non si può andare avanti. Solo nell’area dell’Ats di Milano (che comprende anche Lodi, ndr) ci sono quasi 450 mila over 75. Servono monitoraggio continuo, assistenza, capacità di intercettarli tutti, anche nei periodi di ferie. È un altro tema che non si può affrontare ogni volta a maggio. La strategia andrà pianificata per anni, e organizzata a livello nazionale.

HO INCONTRATO SATANA A MEDJUGORJE

IL RACCONTO DI EUSEBIO CICCOTTI – formiche.net

Chiesa di San Giacomo, 23 giugno 2026. Messa in italiano. Dopo la benedizione finale, nella celebrazione presieduta da sua Eminenza Ernesto Simoni, lo stesso inizia una preghiera di esorcismo, quella di Leone XIII. Non passa un minuto che grida di una donna partono dal fondo della chiesa. Poi altre grida, da un’altra voce femminile, si alternano. La cronaca di Eusebio Ciccotti

27/06/2026

Medjugorje. No, non è cinema. No, non è finzione letteraria. Sono fatti. E quando sei testimone oculare non puoi tacere. Te lo impone la tua coscienza etica. Prima che il tuo stato di credente, di semi-credente, di cattolico praticante, di cattolico non praticante, di cattolico della “messa solo a Natale”, o del tipo “non faccio del male a nessuno, mi faccio i fatti miei”, con la massima già confezionata, “Gesù era un bravo uomo ma la Chiesa non la seguo”. Mi piacerebbe che tutte queste tipologie di brave persone, per carità, abili nel ritagliarsi il passaporto personale di “credente” (“io credo nell’uomo!”: perché nel Vangelo è scritto il contrario?), magari fossero state non solo nella chiesa di San Giacono, ma soprattutto nel piazzale antistante la stessa. Quando? Subito dopo la fine della celebrazione. Il 23 giugno, intorno alle12.30. Perché è avvenuto un fatto che i presenti – circa una ventina – ricorderanno per tutta la vita. Incluso chi scrive questa nota.

Sì, perché, lì ha preso vita una pagina del Vangelo di duemila anni fa. Si è verificato quello che accadeva durante la vita di Gesù. Ieri, abbiamo visto che la possessione demoniaca è vera. Che Satana esiste. Che l’esorcismo, un rituale sacro, somministrato da esorcisti autorizzati dalla Chiesa, è l’unica via per salvarsi dal dominio del diavolo. Ieri, abbiamo avuto la conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, come le guarigioni di indemoniati ad opera di Gesù fossero autentiche. Non abbellimenti letterari aggiunti nei secoli. Che i casi raccontati da don Grabriele Amorth, in due noti best seller (Un esorcista racconta 2000, Racconti di un esorcista 2015) e prima ascoltati dalla voce dello stesso a Radio Maria (grazie ad un programma, subito seguitissimo), hanno ricevuto una ulteriore validazione, sempre qualora ve ne fosse stato bisogno, sotto i nostri occhi. A Medjugorje.

La preghiera di liberazione di sua Eminenza Ernesto Simoni in chiesa

Ma partiamo dall’inizio. Terminata la celebrazione (quella in lingua italiana), delle ore 11.00, presieduta da sua Eminenza Ernesto Simoni, lo stesso inizia la preghiera di liberazione di Leone XIII, in latino. Dopo neanche un minuto si sentono delle grida, di donna, in fondo alla chiesa. Forti, terribili, acute, strazianti, prolungate. Sembrano provenire da due punti diversi. I fedeli mantengono la calma. Finita la preghiera di liberazione, i fedeli lasciano la chiesa. Alcuni dei presenti si girano cercando di vedere, ma la chiesa è ancora zeppa di fedeli. Qualcun altro, incuriosito dal fenomeno, va verso quell’area. So che in questi casi è meglio non andare a curiosare. Meglio pregare mentalmente per quelle persone che stanno soffrendo.

Uscito dalla chiesa mi dirigo sul piazzale antistante l’entrata, per tornare verso il mio alloggio. Da lontano vedo il cardinale vestito di rosso, circondato da alcuni fedeli, oltre al piccolo gruppo di collaboratori che lo accompagna. Il gruppo è appartato, accanto alla siepe che costeggia il vialetto. Mi avvicino. Penso si stia intrattenendo con dei pellegrini, vorrei salutarlo di nuovo. Invece, raggiunto il punto, il suo segretario personale, Vieri Lascialfari (ci siamo conosciuti il giorno prima a Radio Maria Medjugorje, per la intervista in diretta di Padre Livio Fanzaga con sua Eminenza), mi dice, “il Cardinale sta facendo un esorcismo”. Vedo una donna, con degli occhiali da sole, ferma, provata, e, di spalle, il cardinale, un sacerdote, due diaconi, e due laici che aiutano. Capisco che è la donna delle grida.

Mi sposto, saluto Vieri, non mi va di curiosare. Riprendo il mio cammino e passo davanti all’entrata della chiesa di San Giacomo. Sulla porta centrale, quella chiusa, una seconda donna, grida, e quattro persone, la tengono. Ora è chiaro perché in chiesa le grida provenivano da due punti diversi. Si trattava di due persone. Questa volta mi fermo. Non mi metto a fissare la scena, basta qualche secondo per capire. Dopo alcuni minuti il gruppetto che accompagna sua Eminenza, lasciata la prima donna, raggiunge quella sul portone della chiesa.

Accade l’incredibile

Sono di spalle. Ma appena le grida aumentano, automaticamente, mi volto in direzione del portone. Delle persone hanno cinto un cordone di protezione, intorno alla donna, a coloro che la stanno aiutando, a sua Eminenza e ai suoi collaboratori. Le grida aumentano, continuo a pregare mentalmente la Vergine Maria. La donna si agita forsennatamente ed emette grida strazianti, quasi disumani, non appena il Cardinale le è di fronte. Egli con calma inizia la preghiera di liberazione. La donna grida: “Vai via, vai via! Non ti avvicinare! Non mi toccare! Ti conosco! Vai via bastardo! Mi hai tolto troppe anime! Bastardo!”

Si agita con una forza terribile, si vuole abbattere sul 98enne Cardinale: se non la tenessero gli amici lo colpirebbe violentemente. Sbatte contro il massiccio portone di legno, poi eccola contro la spalletta di pietra dei muri, fa tutto per divincolarsi da coloro che la tengono, intende scagliarsi contro padre Ernesto; agita la testa e sgrana gli occhi quasi fuori dalle orbite; gli amici/parenti sudano per tenerla ferma pur essendo lei di media statura. Padre Ernesto Simoni, calmissimo e senza timore, procede con il rituale dell’esorcismo di Leone XIII in latino, accanto a lui don Christian Meriggi, un uomo forte, anch’egli esorcista. Sento chiaramente la voce del Cardinale, piana e distinta. Poi, si fa portare da un assistente, dalla loro auto, lì parcheggiata, dell’acqua santa, la spruzza verso l’indemoniata. Reazione terribile! Dopo lunghi minuti di esorcismo, cui ella oppone grida e imprecazioni, finalmente si calma. La voce terribile che le usciva non si sente più. È spossata, il demonio se ne è andato. Ha riacquistato le sembianze di una bella e serena donna. Sicuramente non si ricorda di quello che le è successo. Parenti e amici la accompagnano via, dopo aver ringraziato il Cardinale.

Semplicemente “padre Ernesto”

Padre Ernesto Simoni (“chiamatemi Padre; Eminenza è solo Gesù”, ci aveva detto in mattinata quando lo abbiamo incontrato nella sede di radio Maria Medjugorje, in collegamento per una intervista con Padre Livio Fanzaga, dall’Italia), a passi piccoli ma sicuri torna in auto. Il finestrino è abbassato. Mi avvicino e gli dico: “Grazie padre Ernesto, per tutto quello che fa per noi”. Mi risponde con un cenno della testa. Non è stanco. È ancora in contatto con l’Altissimo che lo ha sostenuto in questa lotta contro Satana. Anche io lascio il piazzale, e mi meraviglio della forza di questo santo uomo. Ha 98 anni: dalle 7.30 alle 11.00 era salito sul Podbrdo, parte a piedi, parte in lettiga. Poi aveva recitato un lungo rosario sotto il cocente sole. Successivamente, alle 11.00, in parrocchia, a San Giacomo, per la messa. Dopo la messa, due esorcismi fuori programma. Ancora, da pomeriggio a sera, visite: all’Istituto San Giovanni Paolo II e al Cenacolo, quello fondato dalla mitica suor Elvira, per il recupero dei giovani caduti nella dipendenza.

La forza di Padre Ernesto Simoni

Dopo 28 anni di prigione nelle terribili celle albanesi, padre Ernesto ha la forza incredibile di un trentenne. Tutti abbiamo notato che quando dice messa, o impartisce le preghiere di liberazione e durante gli esorcismi, la sua voce diventa più forte, il suo vigore aumenta. Non c’è dubbio che egli sia in collegamento con l’Altissimo e la Vergine Maria. In mattinata, in un momento di attesa, nella sede di Radio Maria Medjugorje, ci aveva detto, “pregate sempre la Vergine Santissima”. Poi, parlando di santi, a una mia domanda su Padre Pio, mi ha risposto: “Ricordati che Padre Pio è il santo più importante del Novecento. Pregatelo”.

Il Papa ai cardinali: «Ho bisogno del vostro aiuto, della franchezza e della lealtà»

di Agnese Palmucci, Roma

Si è aperto stamattina il secondo Concistoro straordinario del Pontificato di Leone XIV, che si tiene oggi e domani in Vaticano. Il Papa nell’intervento iniziale: “la sinodalità non è un insieme di procedure” ma “una maniera più evangelica di vivere insieme le responsabilità”.

26 giugno 2026 – Avvenire

Il Papa ai cardinali: «Ho bisogno del vostro aiuto, della franchezza e della lealtà»
Vaticano, 7 gennaio 2026. Papa Leone XIV presiede il Concistoro Straordinario.

Lo sguardo sul mondo, la pace, il bene comune e la sinodalità. Su questi quattro temi «tra loro profondamente collegati» papa Leone XIV ha «desiderato» che si concentrasse il lavoro dei cardinali convocati a Roma da tutto il mondo per il secondo Concistoro straordinario del suo Pontificato. Non si tratterà anzitutto «di riflettere sulla vita interna della chiesa», come ha spiegato lo stesso Pontefice stamattina nell’intervento che ha introdotto la due giorni di lavori dei porporati in aula Paolo VI. Ma le condivisioni convergeranno nelle sessioni in una sola domanda: «come possiamo aiutare oggi le nostre chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà libertà e credibilità?», ha specificato, prendendo la parola dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale decano, Giovanni Battista Re. Poi ribadisce ancora il “motivo” di questa scelta. «La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa, è la sua ragione di esistere, e proprio per questo diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento».

E’ un intervento “fraterno” e disteso, quello di Leone XIV ai cardinali, ma franco e determinato, che è partito ricordando anzitutto le motivazioni e lo stile del ritrovarsi insieme, senza negare le possibili difficoltà. Il suo «desiderio semplice», oltre a quello di approfondire insieme alcune questioni urgenti, è che incontri come il Concistoro aiutino il collegio cardinalizio «a imparare sempre più a lavorare insieme nel servizio della Chiesa» e a proseguire una conversazione che aiuti il Papa «nel servizio della missione». Due tra le «responsabilità» più importanti affidate ai porporati, ha sottolineato. Sono i cardinali i primi ad essere chiamati a costruire la «comunione di Cristo», ha detto ancora, «che prende forma in una chiesa sinodale nella quale tutti cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero». Non si tratta di essere «custodi di interessi particolari», dunque, «ma discepoli e testimoni del regno di Dio».

Perché la sinodalità, ha specificato più volte nel suo intervento, «non è anzitutto un insieme di procedure, come ho avuto modo di dire più volte, ma un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere». Anche se «talvolta è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità, in realtà ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa». Dal Papa è arrivata la richiesta di sostenere, anche nelle proprie Chiese locali, questo «stile di discernimento ecclesiale», senza negare le difficoltà che questo comporta. Anche se questo richiede «pazienza» e «talvolta suscita interrogativi», ha detto, «sono convinto che il Signore ci stia insegnando una maniera più evangelica di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato».

Poi li ha incoraggiati a «vivere con convinzione» il lavoro dei gruppi, anche se per «per molti di noi non è il modo abituale di svolgere il concistoro». Eppure, ha proseguito, «anche questo fa parte del cammino lungo il quale il Signore ci sta conducendo». Perciò ha chiesto a tutti «di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale». Durante l’omelia della Messa nella Basilica di San Pietro che ha aperto il Concistoro, poco prima di intervenire in aula Paolo VI, il Papa aveva ricordato anche che «la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano», e che sinodalità e collegialità sono «forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi». E, infatti, «l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, – ha aggiunto – trova in me chi chiede, non chi comanda». Perché l’autorità del primato «è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro».

Davanti a lui, in aula Nervi, come era accaduto anche nel Concistoro di gennaio scorso, i cardinali sono seduti attorno ai tavoli rotondi, in stile “sinodale”. Qualcuno ha già il suo pc aperto per prendere appunti, altri ascoltano la traduzione delle parole del Papa, che parla in italiano, attraverso le cuffie. Nella prima sessione di lavori, iniziata stamattina dopo la meditazione biblica del cardinale Grzegorz Ryś, arcivescovo metropolita di Cracovia, come ha ricordato ancora il Papa, i cardinali «sono invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo». Perché prima di domandarsi «cosa fare» occorre «sostare davanti alla realtà guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli». In questo modo, aveva sottolineato ancora nell’omelia, «la testimonianza cristiana diventa profezia di un mondo nuovo, evangelizzazione e servizio, progetto culturale e sociale che promuove integralmente lo sviluppo umano», perché «mentre annuncia il Vangelo, tra gioie e persecuzioni, la Chiesa non è mai di parte: è per tutti, e a ciascuno rivolge l’identica parola di conversione e di salvezza».

Nella sessione pomeridiana, invece, saranno chiamati a riflettere «sulla cultura della potenza e sulla civiltà dell’amore». Molti cardinali, infatti, ha sottolineato Leone XIV, «provengono da zone segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa, ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitti, di sopraffazione di frattura che attraversano oggi le nostre società». Proprio per questo il discernimento «riguarda tutti e interpella la missione della chiesa, non il contesto». A supportare il confronto anche il testo dell’enciclica Magnifica humanitas, che «offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo». Della guerra «che non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio» aveva parlato il Pontefice durante la Messa della mattina, «perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche».

Domani, invece, la terza sessione «approfondirà ancora la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune», in un tempo in cui «cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari». Per la Chiesa questo impegno, ha proseguito Prevost, assume la forma di «uno stile sinodale al servizio della missione del Ragno», come ricorda il n’86 dell’enciclica, aggiungendo che questo richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità». L’ultima sessione invece, nel pomeriggio del 27 giugno, sarà dedicata al cammino di attuazione del sinodo, senza aprire nuovi temi, ha spiegato, ma raccogliendo le condivisioni delle diverse sessioni.

Su questo Prevost torna più volte, per rendere lo stile sinodale più condiviso possibile. «Di fronte alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, – continua a specificare – la sinodalità indica un modo di procedere, ascoltare, discernere, e assumere insieme la responsabilità delle scelte che il Signore ci affida». Perché «quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese», non stiamo «soltanto migliorando il nostro modo di lavorare, ma stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo».

Non da ultimo, il Papa si è rivolto ai cardinali chiedendo, come aveva già fatto nel primo Concistoro, di poter contare sul loro «appoggio, forte esplicito e pubblico». «Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli, – ha aggiunto -. Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino». Il ministero petrino «non può essere vissuto da solo», perciò, ha concluso, il Papa ha bisogno «della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà».

Domani sera poi, al termine dei lavori a cui il Papa non prenderà parte, Leone XIV ascolterà gli interventi dei cardinali e interverrà di nuovo per concludere il Concistoro.

Chiarimento su un Messaggio di Medjugorje

Il 18 giugno 2026, nel corso della Novena in preparazione all’anniversario delle apparizioni di Medjugorje, è stato diffuso un Messaggio dalla veggente Marija. A mio parere la trascrizione, la traduzione e la diffusione sono state fatte in maniera frettolosa e soprattutto il Messaggio non è stato diffuso “con approvazione ecclesiastica”. Personalmente ritengo ci voglia un chiarimento in merito a quello che è stato diffuso, perché se ne è parlato molto e occorre fare chiarezza. Come Direttore di Radio Maria ho ricevuto molte richieste da parte degli ascoltatori per avere una risposta autorevole e chiara in merito a questo Messaggio. Ho fatto le mie dovute riflessioni e soprattutto mi sono consultato con l’Autorità Ecclesiastica competente.

Ecco quanto diffuso da molti canali social e televisivi: “Nel momento dell’apparizione, quando è arrivata la Madonna, le ho affidato tutte le nostre intenzioni, comprese le intenzioni del nostro cuore. Tutte le persone nei nostri pensieri e nel nostro cuore anche quelle che stasera non possono essere qui con noi. La nostra cara Madre Celeste ha steso le sue braccia su di noi e ha pregato per noi nella sua lingua, aramaica. La Madonna ci ha affidato un altro compito: pregare per tutti i defunti, per tutta la nostra stirpe, per tutti i nostri discendenti, affinché il Signore li protegga da ogni male, da tutti i peccati che hanno commesso, e affinché possano risorgere dal Purgatorio al Cielo e unirsi con Lui. Perciò ci ha chiesto di pregare per tutte le anime, di fare penitenza per loro, specialmente per quelle del Purgatorio. Dopo ci ha benedetto con il Segno della Croce ed è tornata in Paradiso” (La veggente Marija).

Poiché questo Messaggio è stato diffuso senza approvazione ecclesiastica, mi sono rivolto personalmente a Sua Eminenza il Cardinal Victor Manuel Fernandez proprio per avere una direttiva. Il Cardinal Fernandez è stato molto puntuale ed esaustivo nel suo interessante chiarimento in merito. Riporto di seguito la risposta che mi ha inviato il giorno 24 giugno 2026, proprio alla vigilia dell’anniversario delle apparizioni.

Caro Padre Livio,

ho ricevuto con tanta gratitudine la sua e-mail e capisco bene la sua preoccupazione.

La cosiddetta “guarigione intergenerazionale” è stata interpretata nei modi più diversi. Un modo inaccettabile è quello di sostenere che i peccati degli antenati trasmettono una sorta di “energia cattiva” della quale dobbiamo liberarci attraverso certi tipi di preghiera. In questa linea si trovano alcune proposte sbagliate, legate all’” albero genealogico”.

Viceversa, ci sono almeno due modi in cui tale espressione può essere interpretata in modo adeguato:

1) L’intercessione per i defunti della famiglia, intendendo che questi si trovano in Purgatorio;

2) La considerazione che i peccati passati degli antenati, anche se non esercitano un influsso di tipo soprannaturale o preternaturale, possono aver trasmesso un cattivo esempio o delle abitudini che permangono, e si trasmettono attraverso l’educazione o la cultura nella famiglia. Certamente, si può chiedere l’aiuto di Dio per superare queste situazioni.

Il messaggio che Lei mi ha inviato sembra restare ancora nell’ambito dell’intercessione per le anime del Purgatorio, ma, come ho già anticipato tramite un messaggio, dovremo vigilare per evitare sviluppi non convenienti.

Ne ho già parlato con il Visitatore apostolico.

Le assicuro un ricordo nella preghiera, Padre, affinché Dio santifichi la sua vita e il suo ministero pastorale.

Card. Victor Manuel Fernandez

Ringrazio il Cardinale per la sua sollecitudine che indica il suo amore per Medjugorje, ovviamente. Io stesso sono intervenuto perché conosco bene la Storia di Medjugorje fin dalle origini e l’ho vissuta dall’interno già dai primissimi anni. Situazioni di questo genere, anche più gravi, ne ho già viste. Non è una novità il fatto che venga diffuso un Messaggio che lascia perplessi. C’è stato anche di peggio. È importante, allora, parlare di quello che avviene a Medjugorje avendo un background della Storia di Medjugorje perché, come ha detto la Regina della pace, il diavolo non dorme e fa di tutto per creare problemi. Occorre essere vigilanti e non lasciargli nemmeno uno spiraglio per insinuarsi.

Messaggio a padre Livio dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede

Messaggio dal Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede a p. Livio

Conserva

Segreteria del Cardinale Prefettomer 24 giu, 12:34 (19 ore fa)
a me

Caro p. Livio,

ho ricevuto con tanta gratitudine la sua mail e capisco bene la sua preoccupazione.

La cosiddetta “guarigione intergenerazionale” è stata interpretata nei modi più diversi. Un modo inaccettabile è quello di sostenere che i peccati degli antenati trasmettono una sorta di “energia cattiva” della quale dobbiamo liberarci attraverso certi tipi di preghiera. In questa linea si trovano alcune proposte sbagliate, legate all’”albero genealogico”.

Viceversa, ci sono almeno due modi in cui tale espressione può essere interpretata in modo adeguato:

1) L’intercessione per i defunti della famiglia, intendendo che questi si trovano in Purgatorio;

2) La considerazione che i peccati passati degli antenati, anche se non esercitano un influsso di tipo soprannaturale o preternaturale, possono aver trasmesso un cattivo esempio o delle abitudini che permangono, e si trasmettono attraverso l’educazione o la cultura nella famiglia. Certamente, si può chiedere l’aiuto di Dio per superare queste situazioni.

Il messaggio che Lei mi ha inviato sembra restare ancora nell’ambito dell’intercessione per le anime del Purgatorio, ma, come ho già anticipato tramite un messaggio, dovremo vigilare per evitare sviluppi non convenienti.

Ne ho già parlato con il Visitatore Apostolico

Le assicuro un ricordo nella preghiera, Padre, affinché Dio santifichi la sua vita e il suo ministero pastorale.

Card. Victor Manuel Fernandez


MESSAGGIO DEL 18 GIUGNO 2026 Medjugorje

(3°giorno di novena sulla collina delle apparizioni)

“Nel momento dell’apparizione, quando è arrivata la Madonna, le ho affidato tutte le nostre intenzioni, comprese le intenzioni del nostro cuore. Tutte le persone nei nostri pensieri e nel nostro cuore anche quelle che stasera non possono essere qui con noi.

La nostra cara Madre Celeste ha steso le sue braccia su di noi e ha pregato per noi nella sua lingua, Aramica.

La Madonna ci ha affidato un altro compito: pregare per tutti i defunti, per tutta la nostra stirpe, per tutti i nostri discendenti, affinché il Signore li protegga da ogni male, da tutti i peccati che hanno commesso, e affinché possano risorgere dal Purgatorio al cielo e unirsi con Lui.

Perciò ci ha chiesto di pregare per tutte le anime, di fare penitenza per loro, specialmente per quelle del Purgatorio.

Dopo ci ha benedetto con il segno della croce ed è tornata in Paradiso.”

(La veggente Marija)

Il «no» del Vaticano alla Chiesa tedesca: l’omelia della messa non può essere affidata ai laici (e quindi alle donne)

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 23 Giugno 2026

La Chiesa tedesca, il 30 marzo, aveva chiesto un «indulto» per «consentire, in circostanze eccezionali, a un fedele laico debitamente incaricato di predicare al posto dell’omelia durante la celebrazione eucaristica»

Vista di piazza San Pietro dalla Basilica

CITTÀ DEL VATICANO No, ai fedeli laici non può essere affidata l’omelia della Messa, neppure in casi eccezionali. La risposta del Vaticano è contenuta in una lettera che il dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti ha invitato al vescovo Heiner Wilmer, presidente della conferenza episcopale tedesca. Da tempo il sinodo della Chiesa in Germania preme per una serie di riforme, dal diaconato femminile alla revisione del celibato sacerdotale, che già Papa Francesco aveva fermato: il principio, del resto, è che non si possa procedere per strappi delle singole conferenze episcopali.
La Chiesa tedesca, il 30 marzo, aveva chiesto un «indulto» per «consentire, in circostanze eccezionali, a un fedele laico debitamente incaricato di predicare al posto dell’omelia durante la celebrazione eucaristica». 

La liturgia

La risposta del Vaticano «ribadisce» ciò che è stabilito dalla «disciplina vigente», alla quale «non è possibile derogare», si legge nella lettera del dicastero: che l’omelia sia riservata al sacerdote o al diacono «non è una norma meramente disciplinare» cui si potrebbe derogare ma «deriva dalla natura stessa della liturgia». L’omelia «costituisce parte integrante della Liturgia della Parola, è intrinsecamente legata alla proclamazione del Vangelo e rappresenta un esercizio del munus docendi affidato ai ministri ordinati attraverso il Sacramento dell’Ordine Sacro». 

Le donne

Solo sacerdoti e diaconi, quindi. La richiesta della Chiesa tedesca avrebbe permesso di pronunciare un’omelia anche alle donne, che almeno al momento non possono essere ordinate diaconi. Se sulle donne prete il «no» della Chiesa cattolica è granitico, e quindi il sacerdozio femminile non è in discussione, del diaconato femminile si parla invece da anni, tanto che Bergoglio aveva istituito due commissioni, la prima nel 2016 e la seconda nel 2020, perché la cosa fosse studiata dal punto di vista storico e si verificasse se e in che modo esistessero donne diacono nella Chiesa primitiva. L’ultima risposta è stata, alla fine dell’anno scorso, quella riportata dal cardinale Giuseppe Petrocchi, presidente della seconda commissione teologica voluta da Francesco, a Leone XIV: ancora un «no», seppure in forma «prudenziale» e non definitiva. 

Niente strappi

Se ne discuterà ancora. Di certo, comunque, anche Leone XIV, come Francesco, non vuole «strappi» di sorta. Due anni fa, la Chiesa tedesca avrebbe voluto approvare gli statuti di un «comitato sinodale» formato da vescovi e laici per decidere di temi come il ruolo della donna o la morale sessuale. Il Vaticano bloccò il progetto perché un organismo simile «non può essere armonizzato con la struttura sacramentale della Chiesa cattolica» e la lettera era firmata dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dal prefetto dell’ex San’Uffizio Victor Manuel Fernández e dal cardinale Robert Francis Prevost, il futuro Papa, allora a capo del dicastero dei vescovi. Nella lettera al presidente della conferenza episcopale tedesca, il dicastero vaticano ricorda peraltro che «l’attuale disciplina della Chiesa prevede già numerose forme di annuncio della Parola e di predicazione che possono essere affidate ai fedeli laici al di fuori dell’omelia e al di fuori della celebrazione eucaristica, in conformità con il diritto canonico e con la natura propria di queste diverse forme di annuncio del Vangelo».

Peccato generazionale e guarigione intergenerazionale.

OPINIONE TEOLOGICA DELLA COMMISSIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE POLACCA

Problemi teologici e pastorali

  1. Tra la fine del secolo XX e l’inizio del XXI, in alcuni gruppi carismatici e in ambienti legati alle celebrazioni delle sante Messe con la preghiera per la guarigione o delle celebrazioni per la guarigione, è sorto un pensiero e si parla sempre più spesso dei cosiddetti “peccati generazionali” o di “guarigione intergenerazionale”.

Su Internet sono apparse tante informazioni e articoli sulla “guarigione intergenerazionale” e sulla sua pratica (cfr. Fronda, Adonai, Egzorcysta, Apologetyka.Katolik, Syjon). Di solito il punto di partenza è il libro di Robert De Grandis SSJ intitolato “Guarigione intergenerazionale” (Łódź 2003), l’autore appartiene alla Società di S. Giuseppe e serve con la sua conoscenza le comunità carismatiche in tutto il mondo.

Le opinioni del clero e dei laici interessati al problema del “peccato generazionale” e  della “guarigione intergenerazionale” sono molto diverse e contraddittorie. Nel frattempo, le celebrazioni organizzate con la preghiera per la guarigione intergenerazionale riuniscono moltitudini nelle nostre chiese.

Inoltre, a causa della vaghezza dei concetti utilizzati: “peccato generazionale” e “guarigione intergenerazionale” esiste un urgente bisogno di una chiara spiegazione e di dare un giudizio sui menzionati fenomeni dal punto di vista dell’insegnamento della Chiesa.

  • Alla base della riflessione sul peccato generazionale sta la convinzione che i peccati degli antenati hanno un impatto sulla vita dei membri viventi della loro famiglia. Questa influenza può avere una dimensione spirituale e carnale, ed esprimersi ad esempio in forma di qualche malattia, può anche causare problemi nel campo della psiche e fallimenti nella vita coniugale e familiare. Il carico del peccato ereditato dagli antenati – secondo i sostenitori di questa teoria – chiede la liberazione dell’uomo, che si svolge attraverso la preghiera per la guarigione o l’esorcismo. La guarigione intergenerazionale è una preghiera speciale, che dovrebbe includere gli antenati della persona sofferente, risalendo nel passato perfino alla quindicesima o sedicesima generazione. Tale preghiera include la recita degli esorcismi, la preghiera di intercessione e la Santa Messa. Di qui le preghiere e le celebrazioni per la guarigione intergenerazionale o sante Messe per questa intenzione.

L’idea di “guarigione intergenerazionale” deriva dal dr. Kenneth McAll (1910-2001), medico terapeuta e missionario anglicano, nato in Cina, ha studiato medicina a Edimburgo nel Regno Unito. Sotto l’influsso del pensiero cinese è giunto alla conclusione che esiste un legame tra alcune malattie e le forze del male. Nella terapia univa la conoscenza delle tradizioni  d’Oriente e la pratica medica. È giunto alla conclusione che gli spiriti degli antenati svolgono un ruolo significativo nelle malattie somatiche dei discendenti. Il dr. Kenneth McAll soffriva di un disturbo mentale. Il suo lavoro ha dato inizio alla ricerca sulla guarigione nelle generazioni passate. A lui si richiama p. Robert De Grandis SSJ, l’autore del libro soprammenzionato.

  • La pratica della “guarigione intergenerazionale” deriva dalla tradizione radicata nelle credenze delle religioni orientali e che circondano di un particolare culto gli antenati e credono nella reincarnazione. Ciò significa che questa pratica è il risultato di un sincretismo religioso, che ha sviluppato un nuovo fenomeno chiamato “reincarnazione di peccato”.

Le ragioni di fondo della popolarità di questo fenomeno si cercano nel fenomeno della scomparsa del senso del peccato, come ha già detto il papa Pio XII (Discorso, Roma 26.10.1946). Con la perdita del senso del peccato, si indebolisce anche la comprensione di ciò che è autentica libertà. Data da Dio a noi la capacità di compiere la sua volontà (cfr. 1Tes 4,3) fa sì che l’uomo risponde davanti a lui per le sue azioni e per le loro conseguenze. Chi fa il male, abusando della libertà e sprecando i doni ricevuti, cade in schiavitù e offende l’amore del Creatore. Con la responsabilità per le loro disgrazie e i fallimenti si prova ad incolpare gli antenati, parlando di peccati generazionali (E.C. Merino, R. Garcia de Haro, Teologia morale fondamentale, Cracovia 2004, p. 459-460). L’uomo di oggi – ha scritto K. Rahner – ha piuttosto l’impressione che Dio debba essere giustificato, e non che egli stesso ha bisogno di essere trasformato – al cospetto e attraverso Dio – dalla creatura ingiusta alla creatura giustificata (K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede, Varsavia 1987, p. 80). In questa prospettiva la guarigione intergenerazionale è una forma della giustificazione della debolezza e della ricerca di una facile spiegazione e del perdono del male commesso.

  • I ​​sostenitori del concetto di “peccato generazionale” si appellano alla Sacra Scrittura affermando che già nell’Antico Testamento si parla di questo tipo di reato. Essi indicano nella Sacra Scrittura i passi che, secondo loro, parlano direttamente della punizione per i peccati degli antenati: “Il Signore, tuo Dio, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 20,5); “Il Signore… castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 34,7); “castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Nm 14,18 ); “sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Dt 5,9).

Tuttavia, nella Bibbia, a volte anche negli stessi libri, troviamo altre dichiarazioni degli autori ispirati, che negano le tesi della responsabilità generazionale per il peccato. Nel libro del profeta Geremia leggiamo: “In quei giorni non si dirà più: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati, ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba” (Ger 31, 29-30). Il profeta Ezechiele parla di responsabilità personale per il peccato: “Com’è vero che io vivo, oracolo del Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà. [ … ] Chi pecca morirà; il figlio non sconterà l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità” (Ez 18, 3-4.20). Lo stesso principio della responsabilità personale risuona anche nel Deuteronomio (24, 16): “Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri. Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”.

Tuttavia, nell’interpretazione dei testi citati in precedenza, l’esegesi moderna spiega che non si tratta di una letterale “iniquità” o “vizio” dei padri, nel senso del loro peccato personale, che hanno commesso e per i quali la responsabilità sarà a carico dei loro figli, ma il loro cattivo esempio, che ha avuto un impatto sull’educazione dei loro figli che agendo proprio come i loro padri, moriranno “per il proprio peccato”.

  • Citati dai sostenitori della “guarigione intergenerazionale” i passi della Bibbia che avrebbero confermato la loro tesi sul peccato generazionale e le sue conseguenze nella vita delle prossime generazioni, hanno il loro sviluppo e  completamenti. Risulta  che essi sono un po’ più lunghi di quelli citati nei libri. A volte i testi sono così manipolati per poter confermare la tesi sul peccato generazionale o sulla necessità di guarigione intergenerazionale.

Ad esempio, un passo del libro dell’Esodo: “Il Signore, tuo Dio, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione”, ha il suo successivo sviluppo e completamento: “ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti” (Es 20,5). Un altro passo dello stesso libro, in cui Dio è descritto, come colui che manda le punizioni  per l’iniquità dei padri sui figli e nipoti fino alla terza e alla quarta generazione, parla contemporaneamente di Dio – nella successiva frase – che è “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni” (Es 34,7) .

Infatti, nell’Antico Testamento era presente la convinzione che se a qualcuno andava male o era malato, questo è stato causato dalla sua cattiva vita o da qualcuno della sua famiglia. Così si pensava tra altro dell’infertilità. Così è anche stato con la disabilità e di altre malattie. Quando qualcuno si è ammalato o è stato affetto da una disabilità, si è creduto che qualcuno nella sua famiglia avesse commesso un peccato. L’espressione di tale convinzione sono le parole dei discepoli rivolte a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” La risposta di Gesù è molto chiara: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,1-3). In questo modo, il Signore Gesù si dissocia nettamente da legare la malattia del bambino con il peccato dei genitori o dei nonni, con una tale “tara generazionale”.

  • “Il Peccato generazionale” contraddice la verità sulla Misericordia di Dio e sul Suo Amore che perdona. Se anche il popolo dell’Antica Alleanza vedeva in varie disgrazie la punizione divina per i peccati degli antenati, al Popolo della Nuova Alleanza, tale convinzione è estranea. Questo rilevante cambiamento di ottica si connette con la missione del Figlio di Dio Incarnato, che perfettamente ha compiuto la Legge e i Profeti, annunciando l’amore e la misericordia di Dio. In precedenza, sulla base del legalismo ebraico, si vedeva in Dio soprattutto un Giudice, pronto a dare una punizione. L’immagine di Dio come Padre misericordioso non permette tali pensieri; apre l’uomo alla possibilità di ottenere il perdono di Dio, la giustificazione in ogni situazione.
  • La Chiesa fin dall’inizio insegna che il peccato è sempre qualcosa di personale e richiede la decisione del libero arbitrio. Allo stesso modo, la pena per il peccato. Ognuno personalmente paga la pena per il proprio peccato. Su questo chiaramente scrive S. Paolo nella lettera ai Romani “ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio” (Rm 14, 12) .

Nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia (n. 16) S. Giovanni Paolo II, sostiene che “il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità”.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1857), si legge che “perché un peccato sia mortale si richiede che concorrono tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’ (S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, 88, 2)”. L’uomo non subisce la punizione per le azioni non commesse, ad.es. per il peccato del bisnonno. Bisogna che soddisfare ed espiare i suoi peccati (cfr. CCC 1459).

Un altro problema sono le strutture di peccato, cioè situazioni che portano al peccato.

  • L’unico peccato che si trasmette di generazione in generazione è il peccato originale, ciò che chiaramente ha sottolineato il Concilio di Trento nel decreto sul peccato originale. Nel canone 2 leggiamo: “Chi afferma che la prevaricazione di Adamo nocque a lui solo, e non anche alla sua discendenza; che perdette per sé soltanto, e non anche per noi, la santità̀e giustizia che aveva ricevuto da Dio; o che egli, corrotto dal peccato di disobbedienza, trasmise a tutto il genere umano solo la morte e le pene del corpo, e non anche il peccato, che è la morte dell’anima: sia anatema. Contraddice infatti all’apostolo, che afferma: ‘Per mezzo di un sol uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte; così anche la morte si ha raggiunto tutti gli uomini, perché́in lui tutti hanno peccato’ (Rm 5, 12)” (Breviarium Fidei, 309).

Tuttavia, va ricordato che il peccato originale “in nessun discendente ha un carattere di colpa personale” (CCC n. 405), in quanto di fatto “peccato originale è chiamato «peccato» in modo analogico” (CCC n. 404). Al contrario, il peccato personale, né la punizione per questo peccato, non è mai trasmessa alle generazioni successive, come erroneamente sostengono i sostenitori di “peccati generazionali” e di “guarigione intergenerazionale”.

  • La teoria del peccato generazionale e della guarigione intergenerazionale di Robert De Grandis, e inclusa nel suo libro Guarigione intergenerazionale, si basa in gran parte sulla psicologia di Carl Gustav Jung e sugli studi del già citato Dr. Kenneth McAll. Su questo argomento si è già espresso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in un documento intitolato: Gesù Cristo Portatore dell’Acqua Viva – Una riflessione cristiana sul ‘New Age’ (2003).

In esso sono state condannate le tesi erronee di Jung e acquisite da De Grandis, ad.es. il carattere trascendente della coscienza e l’introduzione dell’idea dell’inconscio collettivo, come una specie di magazzino di simboli e memorie comuni a persone di varie età e culture. Secondo il Pontificio Consiglio Jung ha contribuito a una “sacralizzazione della psicologia”, introducendo in essa elementi di speculazione esoterica. Egli affermava che “la psicologia è il mito moderno e che la fede si può comprendere solo mediante tale mito” (Gesù Cristo Portatore dell’Acqua Viva, 2.3.2).

“La reincarnazione del peccato” o la “transizione” del peccato alle prossime generazioni, di cui insegnano i sostenitori della “guarigione intergenerazionale”, non ha alcun fondamento né nella Scrittura né nella Tradizione e nel Magistero della Chiesa. Questo tipo di idee infondate sono molto pericolose per la vita spirituale dei fedeli e per la stessa dottrina della Chiesa. La loro promozione porta a una sorta di “calma” o di “abbassamento” di coscienza scaricando la responsabilità per i propri errori, i peccati e il male commesso sulle generazioni precedenti. Questo libera il credente dall’atteggiamento di vigilanza, ciò diventa una fonte dei suoi successivi peccati. Intanto, la vita di un cristiano dovrebbe caratterizzare l’atteggiamento di una costante vigilanza, di cui insegna S. Pietro: “Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede!” (1 Pt 5,8).

  1. La pratica della preghiera o della santa Messa con una preghiera per la guarigione intergenerazionale o per la liberazione dal peccato generazionale evidenzia molto chiaramente una mancanza di fede, o almeno un’incredulità nell’efficacia della grazia sacramentale, in primo luogo del battesimo. In questo sacramento siamo liberati da ogni peccato. Sì, rimangono nei battezzati certe conseguenze temporali del peccato, come la sofferenza, la malattia, la morte o le inseparabili infermità della vita, come la debolezza di carattere, e anche la tendenza al peccato.

Tuttavia, ogni peccato è cancellato. Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n° 1263): “Per mezzo del Battesimo sono rimessi tutti i peccati, il peccato originale e tutti i peccati personali, come pure tutte le pene del peccato. In coloro che sono stati rigenerati, infatti, non rimane nulla che impedisca loro di entrare nel Regno di Dio, né il peccato di Adamo, né il peccato personale, né le conseguenze del peccato, di cui la più grave è la separazione da Dio”.

Conclusione: Tenendo conto di tutte le osservazioni formulate, si postula che l’autorità della Chiesa esplicitamente metta in guardia contro l’uso nella predicazione dei concetti: “peccato generazionale” e “guarigione intergenerazionale”. Dovrebbe anche ufficialmente vietare la celebrazione delle Messe e delle celebrazioni con una preghiera per la guarigione dei peccati generazionali e per la guarigione intergenerazionale.

In questo contesto, ai pastori sarebbe bene ricordare che diverse forme di preghiera praticate da secoli per curare i malati, anche all’interno della liturgia della Santa Messa, dovrebbero essere celebrate in conformità con le disposizioni dei libri liturgici e dell’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Ardens Felicitatis desiderium.
Nella predicazione ecclesiale occorre curare l’esposizione chiara dell’insegnamento del Magistero della Chiesa sul peccato originale e sulle sue conseguenze, la comprensione dei peccati personali e le loro conseguenze sociali, l’efficacia della grazia sacramentale, in particolare del battesimo e del sacramento della penitenza e della riconciliazione, problemi di riconciliazione con Dio e con gli uomini, il senso di colpa e di perdono.

Ai fedeli si deve ricordare quanto sia importante la fede viva nella ricezione dei sacramenti. Occorre costantemente incoraggiare loro ad un fiducioso uso dei sacramenti e delle indulgenze.

Varsavia, 5 ottobre 2015.

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