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Mai così tanti cristiani uccisi e perseguitati. Ma nell’equazione umanitarista, non contano

Il nuovo World Watch List di Porte Aperte documenta quasi 5 mila uccisioni in un anno e 388 milioni di fedeli discriminati. Dalla Nigeria alla Corea del Nord, l’emergenza cresce, ma chiese chiuse e stragi faticano a trovare voce pubblica nell’agenda occidentale

di Giulio Meotti 14 GEN 26

Il numero di cristiani uccisi per la loro fede è aumentato ancora una volta, da 4.476 vittime a 4.849 in un anno. Si tratta di tredici cristiani uccisi in media ogni giorno, uno ogni due ore. Numeri dal rapporto World Watch List di Porte Aperte in uscita oggi e che viene presentato nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato su invito dell’Intergruppo per la tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo. Ancora record di persecuzione anticristiana in termini assoluti: mai così intensa in 33 anni di ricerca. Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni sette), di cui 201 milioni sono donne o bambine, esposte a violenze sessuali, matrimoni forzati e ostracismi sociali che riducono la fede cristiana a lettera scarlatta. Tra i cento paesi monitorati si conferma l’accelerazione degli ultimi quindici anni e salgono da 13 a 15 i paesi con un “livello estremo”.

La Corea del nord rimane stabile al primo posto dei persecutori, dove il mero possesso di una Bibbia può condurre a campi di lavoro o esecuzioni sommarie. Ma è l’ombra dell’islamismo radicale a dominare la classifica. Nelle prime cinque posizioni ci sono tre nazioni fortemente islamiche, “come prova del fatto che l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana. Somalia, Yemen e Sudan. La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, portando il paese dal diciottesimo al sesto posto, unico nuovo ingresso nella top ten. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi contro le chiese. La pressione varia per regione, ma include la chiusura di scuole, l’imposizione della jizya e la propaganda islamica anticristiana. Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al settimo posto, confermandosi il mattatoio globale e la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490). Eppure, la Bbc si domanda se davvero “i cristiani siano perseguitati in Nigeria come dice Trump”. Sguinzaglia anche la sua Global Disinformation Unit. Il Pakistan all’ottavo posto è stabile con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. L’Iran vede peggiorare la situazione (decimo posto), a causa di un aumento della violenza anticristiana. La pressione è rimasta a livelli estremi in quasi tutte le sfere della vita. “Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran”.

Eppure, nessun corridoio umanitario, nessuna ong occidentale, niente al Jazeera, nessuna flotilla, nessuna relatrice speciale, neanche una veglia. In Congo, l’Isis massacra migliaia di cristiani, anche nei letti d’ospedale. In Mozambico, intere comunità sono spazzate via. E mentre le proteste pro Palestina martellano ancora le città in Europa e in occidente, non si è sentito di marce “Liberate i cristiani africani”. Nessun sudario da Palazzo Marino, nessun appello di accademici “anticolonialisti” di Bologna, nemmeno l’eco degli hashtag digitali per smantellare il “colonialismo arabo” in Sudan. Anche i governi occidentali, intrappolati in calcoli geopolitici, evitano di alienare alleati strategici dove la persecuzione è estrema ed endemica. Uno su tutti, il caso algerino: tutte e 47 le chiese protestanti sono state chiuse e si stima che oltre il 75 per cento dei cristiani algerini abbia perso il contatto con la comunione. A rischio di carcere, quei cristiani che si riuniscono lo fanno ora segretamente in case private o proprietà commerciali.

I colpevoli sono quasi tutti islamisti e la coscienza dell’occidente funziona solo all’interno di un’equazione familiare: la sofferenza acquista significato se può essere ricondotta al senso di colpa occidentale. Il bambino palestinese e il soldato israeliano, la tenda umanitaria e il fence sionista sono predisposti per una rappresentazione mediatica. E nella teologia postcoloniale, la sofferenza del “Sud del mondo” è soltanto un prodotto del dominio occidentale (mai di quello cinese o russo o islamista) e se il soldato israeliano è sempre un mostro mediatico, il miliziano fulani che brucia villaggi cristiani diventa una “vittima del cambiamento climatico”. Così un singolo incidente di un camion di aiuti umanitari assaltato a Gaza mobilita milioni, mentre migliaia di cristiani africani svaniscono ogni anno nell’angolo cieco dell’umanitarismo.

LUNEDI’ DELL’ANGELO

Il Santo del Giorno a cura di Ermes Dovico – Aprile 2026

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”

Le 36 ore del colonnello pilota in fuga dagli iraniani: la pistola, il nascondiglio in una fessura tra le montagne, la paura di una imboscata (e un messaggio criptato)

di Redazione Online – Corriere della Sera – 5 Aprile 2026

Il pilota risultava disperso da due giorni in Iran, da quando un caccia F-15 era stato abbattuto. «È ferito ma se la caverà», le parole di Trump

Ferito e nascosto in una fessura in montagna in territorio nemico. Per 36 ore il colonnello aviatore americano disperso ha agito con un unico scopo: evitare di essere catturato dagli iraniani. Con sé solo una pistola, un radiofaro di segnalazione e un dispositivo di comunicazione protetto. Il pilota risultava disperso da due giorni in Iran, da quando un caccia F-15 era stato abbattuto. La missione Usa di salvataggio è stata portata a termine nella notte tra sabato e domenica. In azione sono entrate le forze delle Operazioni speciali degli Stati Uniticentinaia di uomini, decine di aerei da guerra ed elicotteri, oltre ai mezzi di intelligence

«Abbiamo salvato il membro dell’equipaggio/ufficiale dell’F-15, gravemente ferito e davvero coraggioso, dalle profondità delle montagne dell’Iran. L’esercito iraniano lo stava cercando con insistenza, in gran numero, e si stava avvicinando. È un colonnello molto rispettato». Le prime parole del presidente americano Donald Trump sul suo social Truth.

Trump ha definito il salvataggio un «miracolo di Pasqua». «Il nemico era
numeroso e violento. I soccorritori sono stati brillanti, forti, decisi e hanno mantenuto un sangue freddo assoluto», ha raccontato alla Nbc News. Le forze americane avevano già recuperato il primo pilota, mentre il co-pilota è rimasto disperso in una zona montuosa con le forze iraniane che battevano l’area in forze. 

E durante un primo tentativo di contatto con gli americani del pilota, da Washington si è temuto che l’Iran l’avesse preso in ostaggio, costringendolo a tentare di attirare le squadre di soccorso statunitensi in un’imboscata. Trump ha infatti raccontato all’emittente israeliana Channel 12 che il militare aveva comunicato tramite un dispositivo criptato «Dio è buono», elemento che aveva rafforzato il sospetto che fosse sotto costrizione. «Abbiamo sospettato che fosse detenuto e costretto a parlare», ha spiegato il presidente, aggiungendo che «ci sono volute diverse ore perché le forze statunitensi stabilissero che il colonnello, essendo una persona religiosa, stava parlando di sua spontanea volontà».

Un alto funzionario dell’amministrazione degli Stati Uniti ha poi raccontato che, prima di localizzare il pilota disperso, la Cia ha usato un «inganno militare», diffondendo la notizia all’interno dell’Iran secondo cui le forze statunitensi lo avevano già trovato e lo stavano trasportando via terra per la sua evacuazione. Il funzionario, che ha parlato in forma anonima per discutere dettagli non ancora resi pubblici, ha sottolineato che la campagna è riuscita a confondere i funzionari iraniani durante le operazioni di ricerca e soccorso. Il pilota è «ferito, ma se la caverà», ha detto infine Trump. È stato portato in Kuwait per le prime cure.

Leone XIV annuncia all’Urbi et Orbi: “Una veglia per la pace a San Pietro l’11 aprile”

Una veglia di preghiera per la pace l’11 aprile: il Papa risponde con la preghiera ai venti di guerra. L’appello a deporre le armi. La richiesta di lasciarsi sorprendere dalla resurrezione 

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano, domenica 5 aprile 2026, 12:13 (ACI Stampa).

Non è un messaggio urbi et orbi di quelli consueti, non c’è la solita lista degli scenari internazionali cui la Santa Sede guarda con attenzione. Leone XIV, per il suo primo messaggio alla città e al mondo del giorno di Pasqua, sceglie la strada della preghiera, dell’annuncio della pace, e annuncia che ci sarà il prossimo 11 aprile una veglia di preghiera per la pace.

Con un messaggio chiaro: “La Resurrezione di Cristo è la via per l’umanità nuova”. Un’umanità di dialogo, perdono, riconciliazione. E un appello chiaro: “Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo”.

È una scelta che pone il Papa e la Santa Sede dalla parte di tutti. Non nega la preoccupazione per gli scenari geopolitici, ma semplicemente non mette la Santa Sede in condizione di prendere una posizione politica.

Il messaggio di Pasqua, per Leone XIV, è prima di tutto spirituale, perché si parte dalla conversione dell’uomo. E così, il Papa dà la sua impronta alla diplomazia della Santa Sede, che lui stesso ha definito secondo il criterio della verità nel suo primo incontro con il corpo diplomatico dopo l’elezione, e che oggi diventa parte di un lavoro più silenzioso e dietro le quinte, dove il Papa non si espone, ma propone, aiuta e dà indirizzo. Ricorda che Gesù ha vissuto la via del dialogo fino alla fine, in un messaggio indirizzato al mondo con chiarezza. Mette in luce che la forza di Gesù è prima di tutto non violenta. Denuncia che ci siamo abituati alla violenza.  

Leone XIV prima di tutto dà l’annuncio della resurrezione. “La Pasqua – dice – è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio”. Ma si tratta di “una vittoria a carissimo prezzo” perché “il Cristo ha dovuto morire e morire su una croce, dopo aver subito una ingiusta condanna, dopo essere stato schernito e torturato e aver versato tutto il suo sangue”, e “come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo, e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato dal dominio del male”.

Gesù vince la morte grazie alla potenza di “Dio stesso, Amore che crea e genera, Amore fedele fino alla fine, Amore che perdona e riscatta”, perché “Cristo nostro re vittorioso ha combattuto e vinto la sua battaglia con l’abbandono fiducioso alla volontà del Padre, al suo disegno di salvezza”.

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Gesù, nota Leone XIV, “ha percorso fino alla fine la via del dialogo, non a parole ma nei fatti: per trovare noi perduti si è fatto carne, per liberare noi schiavi si è fatto schiavo, per dare la vita a noi mortali si è lasciato uccidere sulla croce”.

Leone XIV sottolinea che “la forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”, simile a “a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Ed è questa “la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

Afferma Leone XIV: “Sì, la risurrezione di Cristo è il principio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, la libertà, la pace, dove tutti si riconoscono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre che è Amore, Vita, Luce”.

Perché “con la sua risurrezione il Signore ci mette ancor più potentemente di fronte al dramma della nostra libertà”, e così “davanti al sepolcro vuoto possiamo riempirci di speranza e di stupore, come i discepoli, o di paura come le guardie e i farisei, costretti a ricorrere a menzogna e sotterfugio pur di non riconoscere che colui che era stato condannato è davvero risorto”.

Leone XIV chiede di lasciarsi stupire dalla luce di Cristo, di lasciarsi “cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi”.


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Leone XIV: “La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore risorto”

Leone XIV celebra la Messa della mattina di Pasqua. La richiesta di pace. La necessità di portare un canto di speranza per le strade del mondo

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano, domenica 5 aprile 2026, 10:55 (ACI Stampa).

Il mandato di Leone XIV ai cristiani per la Pasqua è quello di portare la speranza operata dalla Pasqua in tutto il mondo, perché “la Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico avversario”.

Piazza San Pietro gremita, decorata come tradizione da fiori olandesi, per la prima Pasqua da pontefice di Leone XIV. È una giornata di sole dopo giorni di tempo incerto, un nuovo inizio con la primavera che finalmente fa capolino in una Roma ancora assonnata dalla veglia pasquale e in un mondo intorno che sembra in bilico.

Ma Pasqua è resurrezione, e Leone XIV lo mette in chiaro subito all’inizio dell’omelia. “La creazione intera – esordisce il Papa – risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!” E, aggiunge,  “questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!

Leone XIV lo concede: non è un messaggio “facile da accogliere”, di fronte a un potere della morte che “ci minaccia fuori”. E ci minaccia “dentro di noi, quando la zavorra dei nostri peccati ci impedisce di spiccare il volo; quando le delusioni o le solitudini che sperimentiamo prosciugano le nostre speranze; quando le preoccupazioni o i risentimenti soffocano la gioia di vivere; quando proviamo tristezza o stanchezza, quando ci sentiamo traditi o rifiutati, quando dobbiamo fare i conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno, allora ci sembra di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita”.

Ma ci minaccia anche “fuori di noi”, quando vediamo la morte “presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”.

L’invito del Papa è “ad alzare lo sguardo e allargare il cuore”, perché ci rendiamo conto che “il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

Insomma, “il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Leone XIV invita a ricordare che “nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno”, e infatti l’evento della risurrezione avviene – lo dice il Vangelo di Giovanni – “il primo giorno della settimana”, e dunque “il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità”.

Conclude Leone XIV: “La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario. Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo”.

Leone XIV esorta: “Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita. Cristo, nostra Pasqua, ci benedica e doni la sua pace al mondo intero!”

La storia della domenica di Pasqua: le donne al sepolcro di Gesù, l’omissione dei Vangeli e il vero significato della parola «risorto»

di Gian Guido Vecchi-Corriere della Sera – 5 Aprile 2026

Anno 30, 9 aprile, Gerusalemme: all’alba alcune donne si recano al sepolcro di un uomo ucciso sulla croce due giorni prima, Gesù di Nazareth. Da quel che accade – e dal loro racconto, riportato per iscritto la prima volta 27 anni dopo, da Paolo di Tarso – scaturisce il cristianesimo. Cosa sappiamo, di quel giorno?

CITTÀ DEL VATICANO – Efeso, primavera dell’anno 57. Nella città che più di cinque secoli prima aveva visto fiorire Eraclito, il filosofo del Lógos, è arrivato un ebreo della diaspora, nato a Tarso in Cilicia, che si chiama come il primo re di Israele, Saul, e insieme porta il nome da cittadino romano di  Paolo, un uomo immerso nella cultura ellenistica e capace di scrivere in un greco straordinario, di espressività rara. 

Poco più di vent’anni prima, tra il 33 e il 35, è sulla strada verso Damasco che «katelémphthen», racconterà lui stesso, «fui afferrato» o «conquistato» da Cristo, l’istante narrato da Luca negli Atti degli apostoli: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». E ora, in quella città dell’Asia Minore affacciata sull’Egeo, Paolo di Tarso scrive una lunga lettera alla comunità cristiana di Corinto, divisa e litigiosa. 

È un testo assai lungo e di importanza capitale dal punto di vista storico, religioso e culturale. Perché quello scritto, che nel canone del Nuovo Testamento sarà registrato come la Prima Lettera ai Corinzi, contiene la più antica professione di fede cristiana: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevutoCristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepoltoÈ risorto il terzo giorno secondo le scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici…». 

Il kérygma

È il kérygma, l’ «annuncio» che racchiude il cuore del cristianesimo, proprio quell’evento che i fedeli celebrano nel giorno di Pasquala risurrezione di Gesù di Nazaret. 

La Prima Lettera ai Corinzi, dal punto di vista storiografico, ci mostra come fin dall’inizio i cristiani abbiano creduto che Gesù fosse risorto: non ci sono state mitizzazioni o elaborazioni nei secoli successivi. Tanto più che lo stesso Paolo precisa: «A voi, infatti, ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto». Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, notava che insomma non sono parole di Paolo ma «tutto ciò fa parte della prima catechesi che egli, come convertito, ricevette forse ancora a Damasco, una catechesi, però, che nel suo nucleo era partita indubbiamente da Gerusalemme e quindi risaliva agli anni trenta», poco dopo la crocifissione, «una vera testimonianza delle origini». Ma cos’era accaduto, perché credessero a una cosa così inaudita?

Le donne al sepolcro

Il racconto della risurrezione è contenuto nei quattro Vangeli. Il più antico è quello di Marco, composto tra il 65 e il 70. La teoria più accreditata tra gli studiosi è quella cosiddetta delle «due fonti»: in origine ci sarebbe stata una raccolta scritta di lóghia o «detti» di Gesù e un testo primitivo di Marco, cui avrebbero attinto Matteo e Luca. I Vangeli di Marco, Matteo e Luca sono detti «sinottici» perché così simili da poter essere abbracciati «insieme» (syn) con un solo «sguardo» (ópsis). Il Vangelo di Giovanni sarebbe stato scritto alla fine del I secolo, ultimo in ordine cronologico, ma mostra fonti indipendenti e secondo alcuni studiosi risale a una tradizione ancora più antica. 

Tutti e quattro i testi, comunque, raccontano che furono le donne a trovare il sepolcro vuoto. E già questa è una cosa straordinaria, come ha spiegato il cardinale biblista Gianfranco Ravasi nella sua Biografia di Gesù: «Le donne, secondo il diritto semitico, non erano abilitate a testimoniare in modo giuridico valido». 

Il fatto che gli evangelisti attribuiscano alle donne la scoperta della tomba vuota, insomma, sembra avvalorare la storicità del loro racconto: avessero inventato, si sarebbero scelti altri testimoni.

Dopo Pesach

Gesù morì crocifisso il 7 aprile dell’anno 30, un venerdì. Per i Vangeli sinottici l’ultima cena, giovedì sera, corrispondeva alla cena pasquale: la sera di giovedì iniziava Pesach, la Pasqua ebraica che sarebbe durata tutto il venerdì fino al tramonto. 

La cronologia del Vangelo di Giovanni fa invece slittare tutto di un giorno – la Pasqua corrisponde al sabato – ed è ritenuta più affidabile dagli studiosi. Il biblista statunitense John P. Meier, nella sua monografia su Gesù Un ebreo marginale, ha ricostruito con acribia la questione. 

Prima del processo vero e proprio davanti a Ponzio Pilato, nel pretorio romano, quel venerdì Gesù era stato interrogato in casa del sommo sacerdote Caifa, davanti al sinedrio. Ed è storicamente difficile, per non dire impossibile, che questo possa essere accaduto in un giorno di festa. Nel Vangelo di Giovanni, del resto, si legge che le autorità giudaiche non entrarono nel pretorio «per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua». Significa che Pesach non era ancora iniziata e quell’anno corrispondeva a Shabbat: dal tramonto di venerdì al tramonto di sabato, come si evince da Giovanni. 

Le donne si recano al sepolcro l’indomani.

Anno 30, 9 aprile

Le donne o la donna, secondo le versioni. 

È l’alba del 9 aprile dell’anno 30. Marco scrive che, passato il sabato, furono «Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome» a «comprare olii aromatici per andare a imbalsamare Gesù» e a trovare rotolato via il masso che chiudeva il sepolcro. Matteo parla di «Maria di Magdala e l’altra Maria». Luca scrive di «donne» in generale e poi nomina «Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo». Giovanni scrive solo di Maria Maddalena

Sarà lei la prima a vederlo ed esclamare in ebraico, nel racconto di Giovanni: «Rabbunì!», ovvero «Maestro!» Comunque sia, la scoperta dell’alba dopo il sabato – quello che secoli più tardi sarà chiamato giorno del Signore: domenica – è scandita da due momenti: la pietra ribaltata e, dentro il sepolcro vuoto, l’angelo che annuncia la risurrezione. 

Nel racconto di Marco, il «giovane vestito d’una veste bianca» pronuncia quel verbo fatale: eghérte, «è risorto»

L’immagine del Cristo che sia leva dalla tomba, come nel celebre affresco di Piero della Francesca, è in realtà apocrifa: i Vangeli tacciono sul momento della risurrezione. Come si sarebbe potuto descrivere, del resto? La domanda più importante, comunque, è un’altra: ma che significa, davvero, «risorto?»

Cadavere rianimato o vita nuova?

È ancora Joseph Ratzinger a spiegare con chiarezza di che si tratta, dal punto di vista teologico, per un cristiano. 

Non si parla di un ritorno alla vita biologica per poi morire di nuovo, come Lazzaro, «se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa non ci interesserebbe affatto». 

Qui c’è qualcosa di affatto diverso: «L’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini». Questo è il «salto di qualità»: riguarda tutti, «o è un avvenimento universale o non è»

La Pasqua celebra l’evento essenziale del cristianesimo, quello senza il quale crolla tutto, diceva San Paolo: «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede». 

Benedetto XVI ha scritto: «La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, la fede cristiana è morta».

La Veglia di Pasqua di Papa Leone: «Non lasciamoci paralizzare da guerre e ingiustizie»

di Gian Guido Vecchi – Corriere  della Sera – 5 Aprile 2026

È la Veglia di Pasqua, a San Pietro, la notte più importante per i cristiani

CITTA’ DEL VATICANO – «Il santo mistero di questa notte dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace». Leone XIV comincia dalle parole antiche del Preconio pasquale, un canto che risale al IV secolo, quasi a ricapitolare le riflessioni di questi giorni: fino ad esortare i cristiani a seguire l’esempio di chi, nella storia, ha avuto «il coraggio di parlare e di agire» con «carità e verità» contro guerre e ingiustizie.
È la Veglia di Pasqua, a San Pietro, la notte più importante per i cristiani, la Basilica rimasta al buio dall’ora della Passione è tornata a illuminarsi e il pontefice ha benedetto il fuoco, acceso il cero pasquale, guidato la processione al canto dell’Exsultet, battezzato dieci catecumeni.

Negli ultimi tempi, fin dall’inizio dell’attacco di Usa e Israele all’Iran e alla guerra in Medio Oriente che ne è seguita, il Papa americano ha ripetuto che «Dio non può essere arruolato dalle tenebre». All’inizio della Settimana Santa ha citato le parole dure di Isaia per dire che Dio «rifiuta la guerra» e «rigetta» le invocazioni di chi la fa: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue». 

Nella Via Crucis del Venerdì Santo ha portato la croce mentre nelle meditazioni si denunciava «chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti», ricordando che «dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere, di avviare una guerra o di terminarla». E ora richiama il racconto evangelico delle donne che all’indomani dello shabbat, all’alba del primo giorno della settimana, si mettono in cammino «vincendo il dolore e la paura» verso la tomba di Gesù e diventano le prime testimoni della risurrezione: «Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di dissipare l’odio e di piegare la durezza dei potenti».

Il masso, spiega, è simbolo di quella «barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio», il «peccato» che oggi più che mai va fatto rotolare: «Sorelle e fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore. Altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi: come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni».


Oggi, dopo la messa di Pasqua, Leone XIV si affaccerà alla loggia centrale di San Pietro per leggere il consueto messaggio Urbi et Orbi scandito dai dolori del mondo. Si tratta di avere lo stesso coraggio dimostrato da Maria di Magdala e l’altra Maria: «Non lasciamoci paralizzare! Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, hanno rotolato via le pietre, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo. Non sono personaggi irraggiungibili, ma persone come noi che, forti della grazia del Risorto, nella carità e nella verità, hanno avuto il coraggio di parlare, come dice l’Apostolo Pietro, “con parole di Dio” e di agire “con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio”».

Parlare e agire: «Come le donne, corse a dare l’annuncio ai fratelli, noi pure vogliamo partire, stanotte, da questa basilica, per portare a tutti la buona notizia che Gesù è risorto e che con la sua forza, risorti con Lui, anche noi possiamo dar vita a un mondo nuovo, di pace e di unità». Le ultime parole di Prevost sono un invito a muoversi: «Facciamo nostro il loro impegno perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace».

È morto Vittorio Messori, l’autore di «Ipotesi su Gesù»: aveva 84 anni

di Antonio Carioti – Corriere della Sera – 4 Aprile 2026

Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori è morto venerdì: fatale un attacco cardiaco, era malato da tempo. Intervistò due Papi: Giovanni Paolo II e, quando era ancora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Ratzinger, futuro Benedetto XVI

Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori, che con il libro «Ipotesi su Gesù» portò il cristianesimo al centro del dibattito culturale italiano e internazionale, è morto il 3 aprile, Venerdì Santo, all’età di 84 anni nella sua casa di Desenzano del Garda (Brescia). Da anni Messori viveva con un pacemaker e fatale è stato un attacco cardiaco. La moglie dello scrittore, anche lei giornalista e scrittrice, Rosanna Brichetti, era morta quattro anni fa, nel giorno di Sabato Santo.

Curatore di libri intervista dal grande impatto con Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla, autore di bestseller noti a livello internazionale, Vittorio Messori, scomparso all’età di 84 anni, è stato un protagonista del dibattito pubblico sugli argomenti religiosi e in particolare sulla capacità del cattolicesimo di reggere alla prova del confronto con la modernità. Convertito in età ormai adulta, non disdegnava affatto di essere definito un apologeta, come in fondo lo era stato il suo grande ispiratore Blaise Pascal, per la determinazione con cui sosteneva che la credenza nella divinità di Gesù, figlio del Signore, fosse difendibile anche con argomenti razionali.

A volte negli interventi di Messori si potevano ravvisare eccessi polemici, che erano però sempre il prodotto di una passione autentica e non di rado il portato di uno sgomento, pur attenuato dalla fede profonda, per la scristianizzazione crescente dell’Europa contemporanea. Non lo spaventava certo trovarsi in minoranza, accettava serenamente il ruolo arduo di «sale della Terra» assegnato dal Vangelo ai credenti, ma deplorava con forza l’indifferenza generalizzata verso il trascendente, che almeno in parte riscontrava anche nella sua amatissima Chiesa.

Considerava un errore grave, da parte del clero a tutti i livelli, porre l’accento con insistenza sui problemi sociali e politici, trascurando il richiamo ai dogmi e soprattutto la predicazione della vita eterna. Proprio al rapporto ineludibile di ogni uomo con il destino finale della sua esistenza terrena e con la prospettiva dell’aldilà Messori aveva dedicato uno dei suoi saggi più significativi, Scommessa sulla morte (Sei, 1982), nel quale aveva denunciato la rimozione di quel tema nella società secolarizzata.

Nato a Sassuolo, in provincia di Modena, il 16 aprile 1941, Messori era cresciuto in un ambiente anticlericale e a Torino, dove la sua famiglia si era trasferita nel dopoguerra, si era laureato in Storia nel 1965 con Alessandro Galante Garrone, esponente di un severo laicismo piemontese. Fra i suoi maestri c’erano stati anche Norberto Bobbio e Luigi Firpo, appartenenti, con diverse sfumature, allo stesso filone.

Eppure proprio in quel periodo la lettura del Vangelo aveva cambiato la sua vita, come se una forza irresistibile si fosse impadronita di lui. Messori aveva abbracciato la fede e aveva cominciato a studiare la questione della storicità di Cristo, mentre il suo talento gli permetteva di farsi strada nell’editoria e poi nel giornalismo. Molti anni dopo sarebbe diventato una firma di punta, prima all’«Avvenire» e quindi al «Corriere della Sera», dove aveva portato lo spirito inconfondibile, a volte urticante, del suo fervore religioso.

Nel 1976 Messori aveva pubblicato il saggio Ipotesi su Gesù (Sei), frutto di una ricognizione attenta, durata parecchi anni e condotta sulla scia del filosofo francese Jean Guitton, degli studi sulla figura del predicatore di Nazareth. Ne risultava che le argomentazioni portate dalla critica storica per spiegare in termini meramente umani un fenomeno impressionante come la diffusione del cristianesimo nel mondo antico risultavano tutte insoddisfacenti o lacunose. La conclusione, proposta al lettore senza alcuna arroganza, era che la possibilità di un’origine sovrannaturale della fede in Cristo, una volta vagliate le letture razionalistiche e filologiche dei Vangeli, non era affatto da escludere. Anzi era in fondo la più plausibile.
Stampato originariamente in tremila copie, Ipotesi su Gesù era andato rapidamente esaurito e si era rivelato ben presto uno straordinario successo editoriale, poiché aveva incontrato in primo luogo il bisogno dei credenti di sentirsi confortati, ma anche la curiosità di molti non credenti. Riproposto di recente dalle edizioni Ares, ha venduto in Italia nel corso degli anni oltre un milione di esemplari, risultato formidabile per un saggio, ed è stato tradotto in 22 lingue.

Il successo di quel primo lavoro aveva guadagnato a Messori un forte credito negli ambienti ecclesiastici e gli aveva permesso di stabilire un legame personale intenso con l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Dai loro colloqui era scaturito nel 1985 un libro che aveva fatto rumore per le critiche affilate che il cardinale tedesco aveva rivolto agli eccessi del progressismo postconciliare e soprattutto alla teologia della liberazione, allora molto presente in America Latina, che tendeva a combinare analisi sociale marxista e messaggio evangelico. Quel volume, intitolato Rapporto sulla fede (San Paolo), era stato una sorta di manifesto programmatico dell’opera nella quale era impegnato il futuro pontefice Benedetto XVI in campo dottrinale.

Messori aveva poi proseguito le sue ricerche volte a dimostrare l’attendibilità del Nuovo Testamento e i fondamenti storici della tradizione cattolica. Aveva inoltre preso le difese dell’Opus Dei, che riteneva fosse stato presentato in cattiva luce da una pubblicistica tendenziosa. Nel 1995 la sua fama aveva toccato il culmine con un altro libro intervista, realizzato questa volta con il papa allora in carica, Giovanni Paolo II. Tradotto in oltre cinquanta lingue, Varcare la soglia della speranza (Mondadori) rappresenta una sorta di compendio del pensiero di Karol Wojtyla raccolto da un saggista in piena sintonia con il pontefice polacco.

Il percorso intellettuale di Messori aveva poi toccato molti altri argomenti legati all’esperienza cattolica, non più soltanto al cammino di Gesù. Aveva scritto sulla figura di Maria, al culto della quale era molto legato. Si era occupato di un miracolo assai particolare, l’asserita ricrescita della gamba amputata a un contadino spagnolo nel Seicento. Aveva pubblicato un libro a due voci sulla città di Torino con Aldo Cazzullo. Si era soffermato sulla vicenda di Lourdes e della veggente Bernadette Soubirous. Aveva sollevato qualche polemica per il modo in cui aveva presentato un memoriale del sacerdote Edgardo Mortara, il bambino ebreo che ai tempi dello Stato pontificio Pio IX aveva fatto sottrarre alla famiglia, per via di un presunto battesimo, onde fosse educato nella fede cattolica.

Dopo aver ammirato senza riserve Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Messori era rimasto invece piuttosto perplesso di fronte al pontificato di Francesco e ai suoi sforzi per porre la Chiesa al passo con il mondo. Anche per questo, non solo per i crescenti problemi di salute, negli ultimi tempi aveva diradato parecchio i suoi interventi. Ma bisogna sottolineare che ai temi sociali e morali non aveva mai dedicato un’eccessiva attenzione, poiché li considerava importanti, ma alla fin fine secondari rispetto alla promessa di salvezza contenuta nelle parole di Cristo.

Lo aveva dichiarato con la solita franchezza a Stefano Lorenzetto, nell’intervista concessa al «Corriere» per il suo ottantesimo compleanno: «Etica, società, lavoro, politica… Tutto necessario ma assurdo, se prima non si saggia l’esistenza e la resistenza del chiodo che deve reggere ogni cosa. E quel chiodo è Gesù». Un ragionamento in cui c’è tutto Messori.

Pasqua al Santo Sepolcro, Pizzaballa: la Parola di Dio più forte di ogni silenzio

Nelle prime ore di sabato 4 aprile il patriarca ha presieduto la vigilia pasquale nella “chiesa della risurrezione”. Alla liturgia hanno partecipato solo pochi sacerdoti, così come previsto dalle restrizioni a causa della guerra. Il cardinale nel’omelia: “Gerusalemme, città segnata dalla memoria della morte e oggi da tante divisioni, diventa il luogo in cui si annuncia la vita”

Beatrice Guarrera – Città del Vaticano – Vatican news 4 Aprile 2026

“La Pasqua non inizia dalla proclamazione della vittoria, ma dall’ascolto di una storia: una storia che affronta la morte per giungere alla vita”. Con queste parole il il patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha ricordato il necessario passaggio nelle tenebre, per giungere alla risurrezione, nell’omelia della celebrazione della veglia pasquale, che ha presieduto questa mattina nella basilica del Santo Sepolcro. Nel contesto della guerra in corso e delle limitazioni imposte per garantire la sicurezza, hanno partecipato alla liturgia solo poche persone, tra cui i frati francescani della Custodia di Terra Santa che vivono nel convento del Santo Sepolcro, chiamato dai cristiani locali “la chiesa della risurrezione”. 

Abitare nel profondo la condizione umana

“Le porte sono ancora chiuse. Il silenzio è quasi assoluto, rotto forse dal rumore lontano di ciò che la guerra continua a seminare in questa terra santa e lacerata. Tuttavia, proprio qui, –  ha detto Pizzaballa – in questo luogo dove la morte è stata abitata da Dio, la Parola di Dio risuona più forte di ogni silenzio”. Il cardinale ha spiegato che quella della comunità cristiana di Terra Santa è “una fede provata, fragile, forse stanca… eppure ancora in piedi. Non perché siamo forti, ma perché qui ci sostiene Qualcuno”.  Dio, infatti, “non ha scelto una via di fuga, ma ha deciso di entrare nella condizione umana nella sua realtà più profonda”, assumendo su di sé tutte le dimensioni dell’esistenza, compresa – ha aggiunto il porporato – “quella che oggi, purtroppo, sperimentiamo in maniera spesso violenta: il dolore e la morte. Non per ‘spiegarli da lontano, ma per abitarli da vicino”.

La vigilia pasquale davanti all'edicola del Santo Sepolcro

La vigilia pasquale davanti all’edicola del Santo Sepolcro

“Chi ci rotolerà via la pietra?”

Il patriarca ha osservato che la lunga liturgia della Parola ha condotto, passo dopo passo, i fedeli al Vangelo di Matteo: Venne un gran terremoto; infatti un angelo del Signore discese dal cielo, si avvicinò e rotolò via la pietra, e si pose seduto sopra di essa (Mt 28,2). Si tratta del “cuore di un passaggio che scuote il mondo”: una pietra rimossa non da forze umane, ma dalla potenza divina. “In questo momento – ha continuao Pizzaballa – sembra non ci sia nessuno che possa rotolare via le pietre delle tombe che la sofferenza per questa situazione di guerra continua a scavare. Ma proprio per questo ascoltiamo con più urgenza la domanda che le donne portavano nel cuore: chi ci rotolerà via la pietra?”.  Una domanda che è qeulla “di ogni ricerca di speranza quando sembra che non ci sia più nulla da fare”, quella di chi si avvicina al mistero con fiducia, anche quando il cammino appare oscurato. “Oggi quella domanda sale da tutta la Terra Santa, e da ogni luogo del mondo segnato dalla violenza – ha affermato il cardinale -. E la risposta non è un annuncio a vuoto, ma un evento: la pietra è stata rotolata via. Non dalla nostra forza, ma dalla potenza dell’amore di Dio che è più forte della morte”.

Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per far risorgere la vita

La stessa domanda è “il grido che sale dalle nostre case, perché intorno a noi pietre sono state rimesse al loro posto. Eppure, oggi siamo qui: in un sepolcro che è stato aperto una volta per sempre”.  La pietra è stata rimossa quando ancora era buio, quando ancora nessuno credeva possibile “e questo è il primo annuncio pasquale, qui e ora – ha detto Pizzaballa -: Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita. Comincia nel buio. Comincia nel silenzio. Comincia nel sepolcro ancora chiuso”. La Pasqua, infatti,  “non è il risultato dei nostri sforzi di pace, per quanto necessari”: “È il fondamento che rende possibile ogni sforzo. Se il sepolcro è vuoto, allora nulla è veramente chiuso. Nessuna terra è per sempre contesa, nessuna ferita è per sempre insanabile, nessuna memoria è per sempre prigioniera dell’odio. Non perché sia facile – sappiamo quanto sia difficile – ma perché la direzione della storia è cambiata. Non camminiamo più verso la morte: da questo sepolcro, la morte è alle nostre spalle. E anche quando la guerra sembra dirci il contrario, noi siamo quelli che hanno visto la pietra rimossa”. 

Messori, appassionato indagatore delle ragioni della fede

È morto un grande scrittore cattolico autore di bestseller sulla fede

Andrea Tornielli -Vatican News – 4 Aprile 2026

Il suo cuore si è fermato ieri sera, nella sua casa di Desenzano del Garda, alle 21.45 del Venerdì Santo, dopo la memoria di quella Passione che lui aveva indagato con grande onestà intellettuale nel libro “Dicono che è risorto”. È morto Vittorio Messori, scrittore e autore di bestseller sulla fede che hanno venduto milioni di copie e hanno inciso nel panorama culturale italiano e internazionale: avrebbe compiuto 85 anni fra pochi giorni. Quattro anni fa aveva perso l’amatissima moglie Rosanna.

Emiliano di Sassuolo, era nato in una famiglia anticlericale, sfollata nel bresciano e quindi approdata a Torino nell’immediato dopoguerra. Vittorio all’università era stato allievo di Firpo e Bobbio e si era laureato in Scienze Politiche con Galante Garrone e una tesi sul Risorgimento.

Nel 1964 la sua vita, che fino a quel momento era stata lontana dalla fede, cambia radicalmente, complice una lettura dei Vangeli. Quei testi scarni ed essenziali, scritti quasi due millenni prima, lo colpiscono al cuore trasformandolo, da quel momento, in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Si iscrive all’Istituto di Cristologia della Pro Civitate Christiana di Assisi, dove trascorre un anno a studiare e dove incontra quella che sarebbe poi diventata sua moglie. Dopo aver fatto ritorno a Torino, inizia a lavorare alla Società Editrice Internazionale e collabora con diversi giornali e riviste. Nel 1970 entra a Stampa Sera e quindi diventerà redattore dell’inserto Tuttolibri della Stampa.

Nel 1976 esce il suo primo e fondamentale saggio, “Ipotesi su Gesù”, frutto di dodici anni di studio. Un libro che indaga sulla storicità del Nazareno rendendo accessibili a tutti contenuti solitamente confinati nella stretta cerchia degli esperti. È stato, senza volerlo né averlo pianificato, l’iniziatore di una nuova e moderna apologetica, condotta con estremo rigore. Nel 1978 si trasferisce a Milano, per far nascere Jesus il nuovo mensile dei Paolini, nella cui redazione lavorerà alcuni anni per poi continuare a collaborare ma da esterno. Nel 1982 pubblica “Scommessa sulla morte”, denunciando la crisi del marxismo. Ma è la storicità dei Vangeli ad attrarlo particolarmente: a quel primo fondamentale libro dedicato a Gesù ne seguono altri che sistematizzano le ricerche alle quali continuerà a dedicarsi con passione per tutta la vita: “Inchiesta sul cristianesimo” (1987), un viaggio in dialogo con cristiani, credenti di altre religioni, atei, agnostici; “Patì sotto Ponzio Pilato” (1992), “Dicono che è risorto” (2000), “Ipotesi su Maria” (2005).

Ma a essere ricordato in modo particolare, per l’eco straordinaria che ebbe al momento dell’uscita, è un altro libro, scritto da Messori nel 1984 dopo alcuni giorni di colloqui con il cardinale Joseph Ratzinger durante le sue vacanze al seminario di Bressanone: “Rapporto sulla fede”. È il libro che presenta al grande pubblico il pensiero del cardinale che da qualche anno Giovanni Paolo II aveva chiamato alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, e che mette in guardia dalle derive ideologiche di certo progressismo. Autore stimato da Papi e futuri Papi, nel 1994 gli viene proposto di intervistare Giovanni Paolo II. Ne nasce il libro “Varcare le soglie della speranza”, nel quale il Pontefice risponde a 35 domande formulate da Messori. Diventa collaboratore del Corriere della Sera e viene scelto per essere lui a comunicare, attraverso un editoriale, la decisione presa da Karol Wojtyla nei primi anni Duemila: nonostante l’avanzare della malattia, non avrebbe rinunciato al pontificato.

Per tutta la sua vita, l’annuncio della fede e le ragioni per credere, gli argomenti in favore della storicità dei Vangeli, sono stati al centro del suo interesse. A motivo della sua vita precedente alla conversione e del suo dare priorità al kerygma, non è mai stato particolarmente interessato ai temi della morale. “Senza il chiodo della fede – amava ripetere – l’attaccapanni della morale non può star su”: intendeva in questo modo sottolineare che nel contesto secolarizzato di oggi era fondamentale annunciare innanzitutto la morte e resurrezione di Cristo testimoniando l’essenziale della fede.

Grande studioso delle apparizioni e dei miracoli di Lourdes, negli ultimi anni si era ulteriormente accentuata la sua devozione mariana e aveva profuso un notevole impegno investendo le sue personali risorse nel realizzare la cappella della Madonna dell’Ulivo nei giardini che circondano l’abbazia benedettina di Maguzzano, in prossimità del Lago di Garda, attualmente abitata dai Poveri Servi della Divina Provvidenza.

Colpisce che un autore che ha dedicato ogni sua energia a ricostruire la figura di Gesù abbia concluso la sua esistenza nel giorno in cui i fedeli del mondo fanno memoria della morte del Nazareno sul Calvario.

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