"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa: ostilità e persecuzioni per tanti cristiani, rispondere all’odio con l’amore

Alla catechesi dell’Angelus domenicale, l’incoraggiamento di Leone XIV a testimoniare il Vangelo “anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”. L’invito è ad essere miti e perseveranti affondando le radici della fede e della missione in un intenso rapporto con Dio: contemplare non è un’esperienza esclusiva di certi eremiti. “Continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!”

Antonella Palermo – Città del Vaticano 21/6/2o26

Come annunciare la Buona Notizia per i discepoli in missione. A commento del Vangelo di Matteo che oggi, 21 giugno, propone il brano in cui emerge lo stile suggerito da Gesù che non può prescindere dalla “condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno”, Leone esorta a riattingere di continuo alla sorgente vera che dovrebbe ispirare ogni azione e ogni parola del cristiano. Lo fa all’indomani della sua visita pastorale a Pavia e Sant’Angelo Lodigiano.  

Non basta la tecnica per annunciare il Vangelo

Il Papa agostiniano, anche sulla scia della sua recente enciclica, ricorda che non è possibile testimoniare ciò di cui non si è fatta esperienza personale, solo per sentito dire. 

La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta.

Fedeli in piazza San Pietro   (@Vatican Media)

Testimoniare anche dove non si è compresi o accettati

Ciò su cui si sofferma il Pontefice è l’integrazione fede-vita. La testimonianza è il frutto inevitabile di un nutrimento assiduo fondato sulla relazione con Dio. “Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole – sottolinea -, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”. E aggiunge:

Non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti. Tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio

Rispondere con l’amore

Leone XIV, infine, ricorda la vita non facile delle prime comunità cristiane e cita il suo predecessore Francesco in Evangelii gaudium. Così esorta a rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza, laddove il Vangelo risulta più ‘scomodo’. Le antiche ostilità e persecuzioni, chiosa, si riprongono ancora oggi in vari luoghi: di fronte alla tentazione di scoraggiarsi e di lasciarsi vincere dalla stanchezza o dalla paura, l’antidoto resta sempre lo stesso.

È necessario – precisa – che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui. Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!

Il Papa a Pavia sui passi di Agostino. «Ripetete: mi interessa una città solidale e di tutti. Onorate la dignità di ogni vita»

di Giacomo Gambassi, inviato a Pavia

L’attesa visita nella città che ospita le reliquie del santo vescovo di Ippona di cui Leone XIV è figlio. Il richiamo a essere «costruttori di pace». Il monito: «Non si può amare Dio se non si ama il fratello». L’incontro con i piccoli pazienti malati di tumore: «Dio non vuole che nessuno soffra». La preghiera commossa davanti alle spoglie di Agostino. Alla Chiesa: non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla secolarizzazione

20 giugno 2026-Avvenire

Il sole a picco e il caldo torrido che non aveva trovato ad Annaba, l’antica Ippona, li trova a Pavia: seconda tappa del pellegrinaggio del Papa sui passi di sant’Agostino di cui «sono figlio», aveva detto nel primo saluto dopo la sua elezione. È il giorno di Leone XIV nella città dove sono custodite le reliquie del santo vescovo che lega il suo nome a Ippona, la località del suo ministero e della sua morte, oggi in Algeria, che il Pontefice aveva visitato sotto la pioggia e in mezzo al vento gelido il 14 aprile all’inizio del suo viaggio apostolico in Africa. La frase del dottore della Chiesa che Robert Francis Prevost ha scelto come motto, “Nell’unico Cristo siamo uno”, lo accoglie nella facciata della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dove da tredici secoli si trovano le spoglie di Agostino. Sul sagrato i malati e i disabili che saluterà a lungo. L’urna è stata spostata sopra l’altare e non è più nell’Arca, il monumento funebre gotico al centro dell’abside che per la visita del Pontefice è tornato a nuovo splendore. Il Papa incensa le reliquie. Poi si raccoglie in preghiera: a mani giunte, in piedi, con il volto commosso. Ad accompagnarlo il canto Magne Pater Augustine. Quindi accende la lampada votiva, omaggio al santo e segno dalla sua sosta davanti al “dottore della grazia” che lo guida fin dai primi passi della sua vocazione.

«Mi interessa», ripete più volte Leone XIV in piazza della Vittoria dove incontra la città. Un richiamo che fa tornare in mente don Lorenzo Milani e il suo “I care”, quando il Papa invita ciascuno a dire: «Mi interessa la nostra città. Mi interessa la salute di chi ho accanto. Mi interessa la bellezza del luogo in cui abito. Mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero. Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura». È un appello alla «buona cittadinanza» quello che consegna il Pontefice alla scuola di Agostino, il santo della “città di Dio” che modella la “città dell’uomo”. Proprio la città è al centro della riflessione di Leone XIV con cui conclude le sue quattro ore a Pavia. «Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte». E aggiunge: «I cittadini sono sempre concittadini. Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano». Poi il monito: «Poiché il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio».

Il Papa torna a citare la Costituzione nel passaggio in cui chiede «una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta costituzionale italiana». E sollecita ad avere uno stile civico che «sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture». Non solo. Leone XIV esorta a valorizzare le radici cristiane dell’Italia prendendo spunto dalla croce che si trova nello stemma di Pavia. «Ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che qui la storia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra la Chiesa e gli enti pubblici». E l’indicazione di un impegno comune e concreto: «Onorate sempre la dignità di ogni vita umana».

La visita comincia poco prima delle tre del pomeriggio quando l’elicottero “papale” atterra in terra lombarda. Tappa d’esordio: il Centro nazionale di adroterapia oncologica, polo di ricerca dove «l’energia nucleare è a servizio dell’uomo e della cura dei tumori, non strumento di morte», spiega il vescovo Corrado Sanguineti. Un centro che «che fa miracoli», dice il Papa che abbraccia i piccoli pazienti con le loro famiglie. «Dio non vuole che nessuno soffra», tiene a far sapere. E aggiunge: «Quello che ci promette Dio, è che sarà sempre presente. E anche quando siamo troppo deboli, ci manda degli angeli». Perché, prosegue, «Dio opera nelle nostre vite anche tramite i medici, gli infermieri, tante persone». Da qui l’importanza della ricerca come via per preparare il futuro. E la raccomandazione: «Se le cose sono difficili, mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio». 

Poi l’arrivo nel cuore “agostiniano” di Pavia: la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Di fronte a sé il Papa ha oltre cento “volti” della famiglia agostiniana, poi il clero, i religiosi e le religiose, i rappresentanti della diocesi di Pavia riuniti per celebrare con lui la liturgia della Parola. «Qui lei è di casa e si sente a casa», gli dice il vescovo Sanguineti ricordando le sue visite da priore generale degli agostiniani, quella di Benedetto XVI nel 2007 in cui padre Prevost lo accompagnava, l’ultima nel febbraio 2024 da prefetto del Dicastero per i vescovi per concludere l’Anno agostiniano. Il Papa definisce il padre della Chiesa una figura che «brilla di luce preziosa». Perché, sottolinea, «il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità». Nel chiostro del convento degli agostiniani, dove incontra trenta religiosi, i vescovi della Lombardia ma anche un gruppo di ragazzi che lo acclamano, spiega a braccio che «sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù ci ha detto: non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli». Leone XIV richiama di nuovo la lezione del santo quando dialoga con i ragazzi degli oratori estivi e della comunità latinoamericana di fronte al Duomo di Pavia. «Come ci ha ribadito Agostino, se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare da noi stessi. Ciò vuol dire: basta con le parole di odio, basta con gli insulti, basta con i bulli, basta con tutto ciò che alimenta le guerre fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Occorre imparare a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione». 

E Agostino torna nel discorso alla cittadinanza perché è «esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca» e«incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione». Binomio al centro del magistero di Benedetto XVI che Leone XIV rilancia dalla terra del santo caro a entrambi i Pontefici. «Non si può credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede – afferma papa Prevost –. Con questa fiduciosa apertura, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo. Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». A fare da spunto è la presenza secolare dell’università intorno a cui ruotano 25mila studenti che «non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro», avverte. E alla Chiesa il Papa ricorda l’importanza del «dialogo con la cultura» dal momento che «lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano». 

Alla diocesi di Pavia, ma a ogni diocesi, Leone XIV chiede – nel discorso accanto alle reliquie del santo – di «non lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede». E invita a essere «Chiesa viva» con «pietre vive» che «cammina in mezzo alla gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede». Il Pontefice indica due riferimenti. Il primo è «stare uniti a Cristo» che «ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie». Perché, chiarisce, «il centro è Cristo» e occorre fare «crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi». Il secondo è «imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale», anche se «ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato». Il Papa è consapevole che «le problematiche odierne riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa» in un tempo «nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana». Per questo il Pontefice chiama «anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società. C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede». Il Papa esorta a valorizzare il «meglio della storia» ecclesiale, come «gli oratori» che cita e che incontrerà poco dopo accanto al Duomo. Ma anche stimola a «sperimentare nuove possibilità di incontro». Richiama «le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale». Incoraggia «la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni». Spinge «a farsi prossimi dei poveri. Invita ad avere uno «stile sinodale nella vita comunitaria, imparando sempre più a camminare insieme, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità». Oltre 15mila persone “scortano” Leone XIV lungo le strade; e le bandiere con i colori vaticani lo salutano dai negozi o dai balconi. Con gli idranti che gettano acqua sulla folla per attenuare la canicola che, insieme a molto altro, è già entrata negli annali della visita. Il congedo in piazza della Vittoria, prima di partire alla volta di Sant’Angelo Lodigiano.

La Russia che bombardando la Lavra distrugge il Mondo Russo

20/06/2026, 08.45

MONDO RUSSO – Asia News

di Vladimir Rozanskij

Mosca con la Lavra delle Grotte di Kiev ha colpito il luogo sacro che ha usato per secoli come prova della sua “missione spirituale speciale” e che fino al complesso sgombero non voleva cedere agli ucraini. Ora occorrerà ricostruire questo luogo come già accaduto dopo l’invasione tataro-mongola ma anche dopo la Grande Guerra patriottica dei russi contro i nazisti.

Con il bombardamento della Lavra delle Grotte di Kiev, la Russia ha bruciato il proprio mito della “Terza Roma”, degli eredi della civiltà ortodossa, dei difensori della vera fede, dei custodi dei luoghi sacri, un mito al centro del quale c’è sempre stata la Lavra Pečerskaja della prima “città-madre” della Rus’. Putin ha voluto vendicarsi dell’umiliazione subita la settimana precedente a San Pietroburgo, dove si riuniva il Forum economico internazionale, e i droni ucraini hanno soffocato nel fumo la capitale moderna sulla Neva, simbolo di un’altra variante della Russia padrona del mondo.

A partire dai secoli bui del Giogo Tartaro, Mosca si era appropriata dell’eredità della Rus’ di Kiev, presentandosi come l’unica rappresentante del battesimo imposto al popolo dal principe Vladimir il Grande, chiamato “uguale agli Apostoli”, e di tutta la tradizione dell’Ortodossia bizantina, essendo il patriarcato di Costantinopoli ormai succube dei turchi ottomani, insieme a tutti gli altri popoli ad essa legati. Per questo aveva bisogno della Lavra, non tanto come monastero, ma come simbolo del suo diritto alla storia, alla memoria e all’identità di “tutte le Russie”. Sulla collina che sovrasta il fiume Dnepr, il Giordano della Rus’, i monaci avevano portato dal monte Athos le sacre tradizioni di tutta la spiritualità bizantina, scavando le grotte dalla cima della cattedrale fino alle rive del Battesimo.

Ora la Russia stessa ha colpito il luogo sacro che ha usato per secoli come prova della sua “missione spirituale speciale”, che ha rivendicato come autentico “monastero russo” che non voleva cedere agli ucraini, fino all’arresto del metropolita Pavel, il superiore del monastero fedele a Mosca – detto Paša Mercedes per la sua passione alle macchine lussuose – e al complesso sgombero delle grotte monastiche usate per scopi commerciali di ogni genere. Per questo si è parlato di “persecuzione dell’Ortodossia”, accusando gli ucraini di mancare di rispetto ai luoghi sacri, e ora toccherà agli ucraini restaurare e ricostruire quanto distrutto dai russi, come era accaduto dopo l’invasione tataro-mongola, che aveva raso al suolo gli edifici sacri della Lavra, e dopo la Grande Guerra patriottica dei russi, che bombardavano Kiev per annientare i “nazisti tedeschi e ucraini”.

I media legati alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca hanno cercato di spiegare che la cattedrale della Dormizione della Lavra “potrebbe essere stata colpita non dai russi, ma da un missile antiaereo ucraino”, oppure “potrebbe essersi trattato di un atterraggio accidentale” e che comunque “non si è trattato assolutamente di un attacco mirato”. Secondo altri sostenitori del patriarcato di Mosca, la Russia avrebbe preso di mira la parte del luogo sacro in gestione alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina Pzu, non quella in mano alla Chiesa ucraina Upz fedele a Mosca, “ma questa rimane pura fantasia, poiché nessuno bombarderebbe deliberatamente delle chiese, i costi sarebbero troppo elevati”, osserva uno dei canali filo-russi, aggiungendo cinicamente che “a giudicare dalle foto, i danni non sono troppo gravi”.

A seguito dell’attacco russo alla Lavra, la cattedrale della Dormizione, una chiesa la cui storia risale all’XI secolo, è andata a fuoco. Questo “rappresenta attualmente uno dei più gravi crimini della Russia contro la cultura cristiana”, ha scritto su Facebook il presidente Volodymyr Zelenskyj, ricordando che in una sola notte i russi hanno lanciato più di 60 missili solo sulla capitale, provocando 4 morti e 28 feriti. Il primate della Chiesa autocefala, il metropolita Epifanyj (Dumenko), ha definito il bombardamento del monastero “un altro crimine russo contro l’umanità, contro la storia e contro il cristianesimo”.

I ministri degli Esteri europei hanno condannato il massiccio attacco a Kiev nella notte del 15 giugno, definendolo un crimine di guerra e la prova che la Russia “non ha linee rosse”. “Per noi francesi, questo “sarebbe l’equivalente di bombardare Notre Dame o la Basilica di Saint-Denis”, ha dichiarato il ministro Jean-Noël Barrot prima della riunione del Consiglio degli Affari Esteri dell’Ue in Lussemburgo, per cui la Russia “ha dimostrato ancora una volta tutta la crudeltà delle sue azioni” causando gravi danni alla cattedrale della Dormizione del monastero delle Grotte di Kiev, sito del patrimonio mondiale dell’Unesco.

L’attacco russo alla sede originaria della “Santa Russia” giustifica ulteriormente la campagna per abbandonare i nomi imperiali sovietici e russi delle città ucraine, in atto dall’inizio della guerra come avanguardia di un processo più ampio che sta investendo l’intero spazio post-sovietico. Dal Caucaso all’Asia centrale, le ex-repubbliche sovietiche si stanno gradualmente liberando di toponimi e simboli stranieri, enfatizzando la propria indipendenza e identità nazionale. La politica ucraina di de-comunistizzazione e de-russificazione, del resto, era iniziata ben prima dell’invasione nel febbraio 2022; i primi passi in questa direzione furono compiuti all’inizio degli anni Novanta, quando molti monumenti dell’era comunista furono smantellati.

In Asia centrale, uno degli esempi più significativi di decolonizzazione attraverso la ridenominazione di elementi geografici è il Kazakistan, un Paese con un lunghissimo confine con la Russia, una significativa popolazione russofona e una lingua nazionale seriamente indebolita durante il periodo sovietico. Dopo il crollo dell’URSS, la mappa del Kazakistan ha iniziato a cambiare rapidamente: Ust-Kamenogorsk è diventata Oskemen e Uralsk è diventata Oral. La storia della capitale del Kazakistan, Astana, è particolarmente interessante: originariamente chiamata Akmola (“Tomba bianca”), la città fu ribattezzata Tselinograd, ovvero “Città delle terre vergini”, durante l’era sovietica. Questo nome rifletteva la visione sovietica del Kazakistan come uno spazio vuoto, destinato all’insediamento di immigrati dalla Russia. Dopo l’indipendenza, la città fu prima ribattezzata Akmola e poi Astana, che in kazako significa semplicemente “Capitale”, per diventare Nursultan in onore del “presidente eterno” Nazarbaev, poi in declino, con il recupero di Astana.

La reazione ostile della Russia alla tendenza post-sovietica verso la decolonizzazione dei nomi geografici dimostra chiaramente l’importanza che il Cremlino attribuisce allo spazio ereditato dall’impero e ai suoi simboli. Le autorità russe condannano i cambiamenti di nome nell’Ucraina indipendente, definendoli una “de-russificazione forzata”, e accusano Kiev di tentare di “distruggere l’unità storica” ​​dei due popoli. Questo approccio riecheggia direttamente il saggio programmatico di Vladimir Putin sull’unità storica di russi e ucraini, pubblicato nel luglio 2021, in cui il presidente russo affermava che russi e ucraini sono “un solo popolo” e lamentava che la distinzione tracciata tra di loro durante l’era bolscevica avesse portato alla “spogliazione della Russia”. Queste idee sono poi diventate uno dei fondamenti ideologici dell’invasione iniziata alcuni mesi dopo.

La cattedrale della Dormizione della Lavra ha subito moltissimi danni nella sua storia: nel 1230 era stata danneggiata da un terremoto, per poi essere saccheggiata dai Mongoli del Khan Batu nel 1242. Fu danneggiata da un grave incendio nel 1718, e il 3 novembre 1941 fu fatta saltare in aria su ordine di Stalin, fino all’incendio dei missili di Putin dei giorni scorsi. Dopo l’umiliazione di San Pietroburgo, Putin aveva minacciato che la Russia avrebbe colpito i “centri decisionali e i posti di comando” di Kiev; a quanto pare, secondo lui le decisioni in Ucraina vengono prese al monastero delle Grotte, agli studi cinematografici Dovženko e alla Casa della Musica d’Organo Dnipro, tutti obiettivi colpiti la scorsa settimana.

Come osserva Ivan Preobraženskij, gli studi Dovženko non sono soltanto “un nome sui libri di testo”, ma un luogo dove “si entra in contatto con il mondo del cinema, della creatività e della storia”. Egli spiega che “una collezione di costumi, come quella che è stata distrutta, non è fatta solo di stoffe, bottoni o vecchi abiti… è memoria, sono le vite di artisti, costumisti, registi e attori, fa parte della cultura ucraina, raccolta e conservata con cura per decenni”.

Il Mondo Russo in guerra si comporta allo stesso modo dei suoi “eroi” sovietici, e degli invasori asiatici che in fondo sono i veri antenati della Russia imperiale. Ora la Lavra sta bruciando, i musei soffrono, le biblioteche esplodono… Il Mondo Russo si mostra per quello che è veramente, ma ormai non gli resta molto tempo, prima di scomparire del tutto.

Scontro Trump-Meloni, così la premier esasperata ha deciso nella notte di reagire con un video. «Non credo sia finita»: i dubbi «clinici» sul tycoon

di Marco Galluzzo – Corriere della Sera – 20 Giugno 2026

Per il suo staff lo scherno è attribuibile alla salute mentale del tycoon. I dubbi «clinici» su Donald Trump

Dal nostro inviato 
BRUXELLES – Le macchine del corteo sono pronte. Uscita laterale dell’Europa Building. La faccia di Giorgia Meloni è una maschera di irritazione, esasperazione, rabbia. In due parole, è nera. Non si è nemmeno posta il problema di incontrare i cronisti. Via prima possibile da Bruxelles, via per tornare a Roma, per elaborare insieme al resto del governo quanto accaduto. Del resto non è finita, almeno è questa la convinzione della premier.

Mentre si aprono le portiere delle macchine la delegazione italiana si muove, ma le parole di lei spezzano il silenzio e anche il senso di disorientamento generale: «Certo che sono preoccupata, non credo sia finita qui».

Fare un passo indietro è utile a capire meglio cosa è successo. Giovedì notte, la prima del Consiglio, Giorgia Meloni lascia il palazzo dedicato anche a Justus Lipsius verso l’una e trenta. A Bruxelles diluvia. Arrivano delle telefonate da Roma, in anticipo, per cortesia, la premier viene informata che Trump ha rilasciato quelle dichiarazioni. 

Meloni rientra poco dopo all’hotel Amigò, sono le due di notte, sale in camera, c’è da pensare a una risposta. Quella, durissima, in cui accusa il presidente americano in sostanza di essere un bugiardo, e di andare a braccetto con i nemici dell’Occidente, risposta che posta su Instagram l’indomani mattina, un’ora dopo la diffusione, da parte di La7, delle parole di scherno dell’inquilino della Casa Bianca.

La salute mentale del presidente americano, per usare un eufemismo, fa capolino a Consiglio europeo concluso, quando Meloni finalmente è libera di incontrare il suo staff e di confrontarsi con i suoi assistenti su quanto accaduto. Non si cerca una spiegazione, si attribuisce l’accaduto al profilo clinico di Trump. Non è chiaro se ci sia stato un tentativo di reach out, espressione che i diplomatici usano per descrivere un tentativo di chiarimento, in questo caso con la staff della Casa Bianca, prima di replicare e alzare il livello dello scontro. Se c’è stato non è andato a buon fine, e a Meloni non è rimasta che la necessità di rispondere a muso duro. Almeno a suo giudizio.

Ma le lancette dell’orologio possono andare indietro anche di tre giorni, all’inizio del G7, sul lago Lemano, ad Evian. La genesi dell’incidente va cercata a ritroso nei saloni lussuosi del resort che ha ospitato nei suoi due hotel i leader del vertice. Sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti fra gli elettori democratici. Difficile che sia piaciuto a Trump.

Di sicuro una cosa hanno notato in tanti, anche nello staff di Giorgia Meloni, fra coloro che hanno seguito o partecipato alla trasferta: intorno all’ipotetico disgelo con Trump c’era troppa ansia da parte della delegazione italiana. Un esempio? Sono state smentite da palazzo Chigi, o dalla stessa Meloni, quindi per due volte, le ricostruzioni dei media di alcune innocenti risate fra i due leader, che invece sono state poi diffuse dal circuito video del G7 gestito dai francesi. Insomma c’è stato certamente un corto circuito.

Si coglieva la voglia di raccontare una ricucitura che invece si è rivelata più di facciata che reale. Forse anche così si spiega il punto più basso delle relazioni fra Roma e Washington da decenni a questa parte.

Trump “bullizza” Meloni, la premier risponde: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Cos’è successo

di Giuseppe Muolo – Avvenire – 19 Giugno 2026

Il tycoon di nuovo a muso duro contro la presidente del Consiglio in un’intervista esclusiva a “l’Aria che tira” su la7: «Mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena». Lei passa al contrattacco: «Allibita. Non so perché si comporti così con gli alleati». Telefonata di solidarietà di Mattarella. Tajani annulla la visita negli Stati Uniti

19 giugno 2026 -Avvenire

Botta e risposta durissimo tra Trump e Meloni. A cui è seguito l’annullamento della visita negli Stati Uniti del ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il primo colpo l’ha sferrato il presidente degli Usa. In un’intervista esclusiva a “L’Aria che tira” su La7 è tornato ad attaccare la premier italiana: «Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena», ha detto il tycoon in una telefonata con Daniele Compatangelo, che è andata in onda non con la sua voce, ma con quella di un interprete. 

Subito è arrivata la reazione della presidente del Consiglio, che è stata costretta a prendersi una pausa dal Consiglio europeo per registrare un video in cui è passata al contrattacco: «Certe cose meritano una riposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate – ha detto la premier in un reel su Instagram -. Sono francamente allibita. Io e l’Italia non imploriamo mai».

 E ha aggiunto: «Non so perché il presidente degli usa si comporti così con gli alleati. Non è la prima volta che accade, posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, degli Stati Uniti, con leadership con le quali è molto più accondiscendente».

A Meloni è arrivata la solidarietà del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha chiamato la presidente del Consiglio dopo le parole del leader degli Usa. Una telefonata le è arrivata anche da parte del presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Le parole pronunciate nei suoi confronti non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto reciproco tra Paesi amici e alleati», ha sottolineato, invitando a «mantenere salda l’unità dell’Occidente». Più duro il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha definito l’affondo del tycoon »un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai suoi voleri». «Posso scommettere di mangiare un pollo vivo – ha aggiunto – piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene».

Severo contro le parole «gravi e offensive» dell’inquilino della Casa Bianca, anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha annullato la sua visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno, ha annunciato su X. Mentre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha parlato di «una nuova caduta di stile» di Trump «che non fa bene a nessuno, né agli Usa, né all’Italia, né all’alleanza». E il vicepremier leghista Matteo Salvini ha tuonato sui social: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». 

Prima dell’affondo, il tycoon aveva domandato al corrispondente de La7: «Come sta il suo primo ministro? Come sta?». E il giornalista aveva chiesto a sua volta al presidente americano un commento sulla conversazione avuta con Meloni a margine del vertice di Evian. «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a parlarle», aveva risposto Trump.

Contro di lui, pronta anche la risposta di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei – ha sottolineato -. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti». 

La guerra a Mosca: che peso ha il raid ucraino sulla grande raffineria a 15 chilometri dal Cremlino

di Lucia Capuzzi, inviata a Odessa

Centrata una maxi-raffineria all’entrata della capitale: 17 feriti. Chiusi per ore aeroporti e autostrada. È il maggiore attacco oltreconfine in più di quattro anni di conflitto

Avvenire – 19 giugno 2026

Due frame del video pubblicato su X dal presidente ucraino Zelensky, che ha annunciato di aver colpito una raffineria: il tetto è schizzato in aria

Non è stato solo un attacco strategico, il più duro dall’inizio della guerra. Il colpo sferrato ieri dall’Ucraina è stato plateale. Doveva esserlo, in base ai piani di Kiev, per squarciare il velo della censura che, nella narrazione putiniana, avvolge «l’operazione militare speciale». E farvi entrare la guerra. Per questo, i droni di Kiev – 194, secondo l’aviazione del Cremlino – hanno puntato sul territorio della capitale. Alle sue porte, ad appena quindici chilometri dal Cremlino, hanno centrato la grande raffineria Gazprom-Neft, nell’area sudorientale e ferito 17 persone. La stessa già bersaglio del raid di tre giorni fa in cui, però, era stata solo sfiorata.

Stavolta, invece, il tetto è stato sbalzato via e la struttura principale, ad appena quindici chilometri dal Cremlino, s’è trasformata in un’enorme torcia. «Se l’Ucraina brucia, Mosca brucia con lei», ha affermato il presidente Volodymyr Zelensky in un messaggio vocale diffuso ai giornalisti in pieno stile Hunger games. Per ore, dalle fiamme dell’impianto – in grado di lavorare oltre 12 milioni di tonnellate di greggio l’anno e, dunque, centrale per la macchina bellica russa – si è levata una densa colonna di fumo nero impossibile da occultare. Dopo avere evitato – come denunciato dai cittadini – di dare l’allarme, perfino le caute autorità locali hanno ceduto all’evidenza e chiuso d’urgenza per gran parte della giornata i quattro aeroporti metropolitani e un tratto dell’autostrada limitrofa. Hanno anche invitato i cittadini, storditi dal fatto inatteso, a restare a casa.

In realtà, già da qualche mese, forte dei progressi tecnici che hanno consentito di accumulare un arsenale di milioni di velivoli senza pilota, l’Ucraina ha cominciato a lanciarne sciami, in modo da bypassare la contraerea, su Crimea e Russia. L’obiettivo è duplice. Da una parte le ferrovie e le strade, situate anche a 160 chilometri oltreconfine, che riforniscono le truppe al fronte – di carburante oltre che di armamenti e vettovaglie – in modo da attuare, così lo definiscono le forze di sicurezza, un «blocco logistico».

Dall’altra, nelle ultime settimane, gli attacchi hanno cominciato a estendersi alle infrastrutture petrolifere. Col risultato di acuire la penuria di combustibile nelle forze armate di Mosca. E anche nel resto del Paese: da giorni si segnalano code alle pompe di benzina in varie regioni. Secondo il gruppo di ricerca ucraino DeepState, maggio è stato il primo mese dal 2023 in cui la Russia ha subito una perdita netta di territorio mentre Kiev ha riconquistato quasi 40 miglia quadrate in più di quante ne abbia perso. Numeri piccoli, certo.

L’Ucraina, però, sembra sentirsi forte al punto di poter addentrarsi in profondità nel territorio dell’avversario. Il che spariglia, senza dubbio, le carte. L’impatto reale su un conflitto ormai più lungo della Prima guerra mondiale è ancora incerto. Retorica a parte, il governo Zelensky sa che l’Armata rossa è abile a riadattarsi: per questo – oltre per le proporzioni numeriche delle forze in campo – una vittoria militare è alquanto improbabile.

Deve dunque fare in fretta. E riportare Vladimir Putin al tavolo negoziale fin quando è in vantaggio in modo da renderlo più malleabile sul Donetsk, di cui rivendica l’annessione pur avendone conquistato due terzi. La missione dei mediatori Usa, Steve Witkoff e Jared Kushner, più volte confermata, è ancora senza data.

Da qui i recenti affondi che, tuttavia, potrebbero rivelarsi un boomerang. I falchi del Cremlino premono sul presidente affinché dia «una lezione indimenticabile» alla controparte. Già nei giorni scorsi, Mosca ha lanciato missili balistici e razzi e colpito il complesso monastico di Pechersk Lavra a Kiev. Un luogo dal forte valore simbolico per l’ortodossia. Ora, il ministro degli Esteri, Sergeij Lavrov, ha annunciato una risposta su larga scala. Gli ucraini scrutano il cielo, ansiosi.

L’eredità spirituale, l’omaggio dei vescovi, le parole del Papa: l’addio a Ruini

di Agnese Palmucci, Roma

Nel pomeriggio Leone XIV ha presieduto nella Basilica di San Pietro le esequie del cardinale emiliano morto martedì sera, ex presidente della Cei e Vicario di Roma. A lui, «pastore saggio e sollecito» si devono «intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Chiesa», ha ricordato Prevost.

18 giugno 2026

Un «pastore saggio e sollecito» a cui la Chiesa italiana e la Diocesi di Roma devono «moltissimo». Ha iniziato così, Leone XIV, la sua omelia per le esequie del cardinale Camillo Ruini, morto martedì sera all’età di 95 anni. Poco distante dal Papa la bara di legno, su cui è stato posto un Vangelo aperto. A concelebrare oggi pomeriggio, seduti nelle prime file davanti all’altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, 34 cardinali, tra cui l’attuale presidente della Cei, Matteo Zuppi, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, e il Vicario di Roma, Baldo Reina.

 Oltre a molti vescovi e sacerdoti romani, erano presenti anche gli altri due successori alla presidenza della Cei, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti. Il Pontefice ha affidato «alla misericordia del Signore» il «fratello» Ruini, che «per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità», come presbitero, vescovo e porporato.

Prevost ha ripercorso le molte tappe della vita e del servizio ecclesiale del cardinale emiliano, che per quasi diciassette anni, dal 1991 al 2007 è stato presidente della Cei, e nello stesso periodo ha svolto anche il ministero di Vicario per la Diocesi di Roma, fino al 2008.

Poi l’impegno «nell’insegnamento, nello studio e nell’approfondimento teologico, nel servizio pastorale, nell’animazione giovanile, nell’ambito culturale, nella cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità», ha proseguito il Pontefice. In Basilica, oltre ai molti fedeli, c’erano anche esponenti politici, da Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a Pier Ferdinando Casini e Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, il cui matrimonio fu celebrato proprio dal futuro cardinale, nel 1969. Con il mondo politico e la società civile Ruini ha cercato sempre di dialogare, interpretando i cambiamenti della storia alla luce del Vangelo.

«Ha saputo guidare il popolo di Dio e i fratelli nell’episcopato in momenti importanti e delicati, – ha specificato il Papa – affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide». Ieri mattina tra i primi a rendergli omaggio alla camera ardente allestita nel Seminario romano il cardinale Zuppi e il segretario della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Proprio a Ruini poi, che fu anche arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano, «si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile», ha proseguito il Pontefice.

 Come il “Progetto culturale”, «l’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana», ma anche il «grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione» a Roma, la «sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa», come del mondo laico e della società. Nella fede in Cristo, e nella sua «carità invincibile», ha detto il Papa, è da ricercare «la radice della forza» con cui ha affrontato le tante vicissitudini del suo tempo, accompagnando «i fedeli e le comunità che gli sono stati affidati nel corso del suo lungo servizio».

 Dal porporato anche la testimonianza che la preghiera è «una delle risorse che più lo hanno accompagnato nella sua lunga esistenza, fin dall’infanzia». Una vita, la sua, «spesa per il bene dei fratelli e vissuta nella ricerca costante dei disegni di Dio per la propria e la loro salvezza», ha)

Molto importante per la vita del cardinale anche l’amicizia con Giovanni Paolo II, del quale per anni è stato collaboratore. 

Come ha ricordato nelle ultime ore anche il cardinale Stanislaw Dziwisz, storico segretario del Papa polacco, Ruini fu vicino a Wojtyla «in momenti decisivi per la vita della Chiesa e della società, sempre animato dal desiderio di testimoniare il Vangelo nel cuore degli uomini e del mondo». Leone XIV, poi, ha citato anche il motto episcopale del defunto: “La verità ci renderà liberi”, ispirato al Vangelo di Giovanni. 

Parole, queste, che «ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo». Dalla sua vita, ha aggiunto, «possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza». Prima di concludere l’omelia, Prevost ringraziato chi è stato vicino a Ruini «fino all’ultimo con devota dedizione», come Pierina, sua assistente da una vita.

 Dopo i funerali il feretro, che sarà sepolto nel cimitero di Dinazzano, è stato condotto a Reggio Emilia, sua diocesi natale, dove oggi alle 16 si terrà una seconda celebrazione esequiale, presieduta nella cattedrale dall’arcivescovo Giacomo Morandi.

Falsi mistici e falsi veggenti

            Gesù e gli apostoli ci mettono in guardia dai lupi travestiti da pecore. Si tratta di un avvertimento che riguarda non solo le singole persone, ma anche gruppi e ideologie apparentemente religiosi, dietro ai quali agisce il potere delle tenebre (*). Ieri, come oggi, ci sono coloro che contrastano il vangelo e lo combattono consapevolmente. Anche satana ha i suoi militanti, alcuni dei quali vestono le divise dell’esercito di Cristo. Dio nella sua sapienza ha permesso che l’esempio di Giuda rimanesse come monito per tutti i secoli, fino alla fine del mondo. Per quanto sia motivo di dolore e di scandalo, il cristiano non deve meravigliarsi di trovarsi, anche dentro l’ovile della Santa Chiesa, davanti a lupi rapaci nascosti sotto le sembianze di miti agnelli. Le parole del Maestro contro “gli ipocriti”, la “razza di vipere” e i “sepolcri imbiancati”, nonché il riferimento ai “mercenari”,  “ai ladri e “ai briganti” hanno il valore di un ammonimento perenne.

            Tuttavia il quadro dei falsi profeti non sarebbe completo se non facessimo riferimento anche al fenomeno spesso ricorrente dei falsi mistici e dei falsi veggenti. Ci sono momenti storici in cui la ricerca del soprannaturale esce dai binari sicuri della fede e diviene un pericoloso tentativo di stabile un filo diretto con l’aldilà. Non di rado persino i credenti escono dall’alveo dell’ordinaria spiritualità per entrare nei campi pericolosi e illeciti della divinazione, della magia, dello spiritismo e della stregoneria. Un ambito particolarmente importante su cui esercitare il discernimento spirituale è quello che riguarda esperienze mistiche e di veggenza, che oggi prolificano in modo impressionante e rispetto alle quali la Chiesa assume saggiamente un atteggiamento di riserbo, lasciando il più delle volte che sia il tempo, “grande galantuomo”, a pronunciare il suo verdetto di verità.

            A questo riguardo è necessario affermare che nella storia della spiritualità cristiana sono sempre esistiti dei falsi spirituali accanto a quelli autentici e dei falsi veggenti accanto a quelli che poi la Chiesa ha ufficialmente riconosciuto. Va anche detto che la Chiesa non interviene necessariamente su ogni fenomeno, ma soltanto su quelli che hanno un influsso ecclesiale rilevante. Per la maggior parte di essi lascia che siano i fedeli ad esercitare la loro capacità di prudente giudizio. E’ quindi necessario indicare alcuni criteri di valutazione per orientarsi in un passaggio storico dove sembra che l’esperienza normale della fede vada

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(*) Per il discernimento dei segni dei tempi vedi il mio libro “La Donna e il drago” – Edizioni Sugarco – 2002

stretta a molti e dove messaggi di incerta provenienza sono ricercati più delle Sacre Scritture.

            È proprio la via comune della fede che va innanzi tutto sottolineata nella sua bellezza e grandezza. Non bisogna dimenticare che questo itinerario oscuro e coraggioso è una vera e propria beatitudine, secondo l’affermazione di Gesù Risorto all’apostolo Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno” (Giovanni, 20,29). Abbiamo esempi straordinari di percorsi di santità fatti esclusivamente nell’oscurità della fede, come quello di S. Teresa di Gesù Bambino, non a caso dottore della Chiesa, la quale è pervenuta alle più alte vette della perfezione attraverso la strada maestra della fiducia e dell’amore. Anche delle anime beneficate dal dono straordinario di vedere e parlare con la Madonna, come Bernadette Soubirous, hanno poi fatto un cammino ordinario di purificazione e di santificazione, che le hanno portate a essere lampade luminose nella Chiesa.

            Tuttavia bisogna sottolineare che la vita cristiana ordinaria, se è vissuta con impegno e fervore, comporta una forte esperienza di Dio. A questo riguardo si può e si deve affermare che la mistica, intesa come intima unione con Dio, è un traguardo a cui tutte le anime devono tendere. Essa infatti non è un dono straordinario, ma quella tappa che corona ogni cammino di perfezione. Non c’è cristiano che non sia guidato dalla luce e dalla grazia dello Spirito Santo, le cui illuminazioni e ispirazioni sono generosamente distribuite a ogni anima. Quando una persona sperimenta Dio nella sua vita, e si sforza di camminare nella sua luce e nel suo amore, vive già in un certo senso il paradiso sulla terra e, pur nella fragilità della carne, entra in comunione con l’oceano sconfinato del mondo soprannaturale. Tutto questo è patrimonio della vita cristiana ordinaria, quando la preghiera nasce dal cuore ed eleva l’anima fino a Dio.

            Allo stesso modo appartiene all’esperienza comune di ogni cristiano ricevere da Dio delle grazie particolari, mirabili e inaspettate, perché la grazia sempre sorprende, ma che tuttavia non devono meravigliare, perché ciò appartiene al governo divino delle anime. Perché mai dovremmo ritenerci fortunati, come quelle persone che vincono alle lotterie, quando riceviamo grazie speciali? Dio concede a tutti coloro che credono in lui le più grandi grazie, sia spirituali che temporali, se solo trovasse un po’ di fede. e dei cuori che le accolgono nell’umiltà, senza montare in superbia. Non di rado il Signore concede alle anime anche segni particolari del soprannaturale, per rafforzarle nella fede, per aiutarle in un momento di prova, per difenderle dal maligno. Anche questo fa parte della provvidenza ordinaria del Creatore verso ogni anima. Noi dobbiamo solo saper credere, mettere a frutto e imparare a ringraziare. Invece succede che queste grazie vengano ritenute come segni straordinari di distinzione o di predilezione e si cede al desiderio, non sempre purificato dalla vanagloria, di metterle in pubblico, col pericolo di gettare le perle ai porci (Matteo, 7,6).

            Ogni vita cristiana ordinaria comporta per sua natura un’esperienza mirabile di Dio e dei suoi molteplici doni. Se solo pensassimo che ogni cristiano in grazia di Dio è abitato dalla Santissima Trinità e se vivessimo questo mirabile mistero, si dissolverebbe come nebbia al sole ogni ricerca di sensazionalismo. Se ricevessimo con fede una sola santa comunione, non ci riterremmo sfortunati per non aver mai potuto essere presenti, sia pure come spettatori, a una apparizione della Madonna. Allo stesso modo ci renderemmo conto che anche le parole che ci provengono dal Cielo attraverso le rivelazioni private non fanno che riprendere quelle Sacre Scritture che noi spesso trascuriamo colpevolmente.

            Tuttavia, accanto all’esperienza mistica ordinaria, ci sono anche esperienze mistiche straordinarie, di cui le apparizioni e le comunicazioni di messaggi celesti sono le espressioni più significative. Si tratta di doni soprannaturali, dove l’iniziativa è di Dio, mentre coloro che ne sono i destinatari entrano, quasi sempre loro malgrado, in un cammino pieno di difficoltà e contrassegnato dalla croce. È proprio in questo tipo di esperienze che non di rado il maligno si inserisce mascherandosi come “angelo di luce” (2 Corinzi, 11,14), ingannando le anime interessate e tutti coloro che le seguono senza un adeguato discernimento. Il fenomeno dei falsi spirituali e dei falsi veggenti si è manifestato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma subito lo si è distinto dalle esperienze spirituali autentiche, come si separa il buon grano dalla zizzania.

            È lecito vedere sempre la presenza del maligno quando ci si trova di fronte alla realtà di falsi mistici e di falsi veggenti? A questo riguardo oggi si tende a spiegare molto se non tutto con la psicologia, parlando di allucinazioni, di conversioni isteriche, di proiezioni del subconscio e quindi riportando sul piano della psiche più o meno turbata fenomeni che si pretendono soprannaturali.  I veggenti di Medjugorje sono stati visitati da équipes mediche di diverse parti del mondo. Ma accertata la normalità, il che è un dato prezioso, la scienza non può andare molto oltre. Indubbiamente certi fenomeni, come ad esempio la scrittura automatica, si possono tentare di spiegare con la psicologia del profondo, ma non vi è dubbio che l’opera del discernimento spirituale va ben oltre e laddove sembra esserci il dito di Dio è in grado di scoprire l’azione dell’astuto falsario.

            Non vi è dubbio infatti che la tradizione dei grandi maestri di spirito e la stessa vita dei santi ci conferma quanto asserito da S. Paolo e cioè che satana cerca di sedurre le anime anche mascherandosi da angelo di luce. L’eterna scimmia di Dio entra in concorrenza con lui anche nei modi straordinari con cui si comunica alle anime. Anche satana può “apparire”, non solo nella sua oscura malvagità e oscena bruttura, ma anche con le sembianze di Gesù, della Madonna, degli angeli, dei santi e delle anime dei trapassati. Egli lo fa non di rado, come ci testimonia l’esperienza di tanti santi, e la sua abilità è tale da trarre in inganno molte anime prive di discernimento, affette da gola spirituale e senza un direttore spirituale illuminato.

            Non si può neppure escludere che l’azione del maligno cerchi di inserirsi in comunicazioni soprannaturali autentiche. A questo riguardo sono innumerevoli le testimonianze desunte dalla vita di numerose anime elette, a dimostrazione che il demonio non tralascia nessuna occasione per ingannare e per sedurre soprattutto quelle persone che sono alla ricerca dello straordinario e non praticano quella sana rinuncia nei confronti di tutto ciò che solletica il palato spirituale. Proprio alcuni santi, che sono stati beneficati con doni straordinari, ci insegnano che è preferibile rinunciarvi piuttosto che cadere in un inganno demoniaco.

            Ci possono essere dunque dei fenomeni apparentemente soprannaturali, come le visioni e le comunicazioni spirituali, dove è possibile scoprire l’azione astuta e perversa del falsario. D’altra parte sappiamo come la Sacra Scrittura attribuisca ai falsi profeti la possibilità di compiere “segni e portenti” tali, se fosse possibile, da ingannare anche gli eletti (Marco 13,21). Chi ne è l’operatore se non il potere delle tenebre, sempre pronto a contrastare e a falsificare l’azione di Dio? Dobbiamo dunque concludere che ci sono mistici e veggenti ingannati da satana, che si presenta loro mascherato da angelo di luce. Compito dei fratelli nella fede, in particolare dei sacerdoti, è di fare un primo illuminato discernimento e aiutare queste persone a rendersi conto della trappola in cui sono cadute e a rinunciare ai presunti doni ricevuti.

            Tuttavia non si può escludere che fra queste anime e satana si stabilisca pericolosamente nel tempo una crescente complicità e connivenza, fino a divenire una vera e propria collaborazione, perversa e consapevole, nella diffusione del male mediante l’inganno. Tremenda è la situazione di questi soggetti ingannati e ingannatori, che divengono schiavi del maligno e strumenti mortali di seduzione per le anime svagate e superficiali, le quali corrono qua e là per il prurito di udire qualcosa che solletichi le orecchie e soddisfi la loro curiosità (2 Timoteo, 4,3). Questi servi di satana si trovano in una situazione di vera e propria possessione diabolica e quindi di gravissimo pericolo per la loro salvezza eterna. Tuttavia anche a loro è aperta la via del riscatto mediante un atto eroico di rinuncia al maligno e ai suoi doni mortiferi e l’abbandono fiducioso alla divina misericordia.

(Il discernimento Spirituale – cap. 27 -Padre Livio – Edizioni Sugarco)

La consacrazione al Sacro Cuore di Gesu’ degli Stati Uniti

Chiesa cattolica | CR 1955

Giovanni Surratto – 17 Giugno 2026

L’11 giugno 2026 i vescovi cattolici degli Stati Uniti hanno compiuto un gesto destinato a lasciare un segno nella storia religiosa del Paese: riuniti a Orlando, in Florida, in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, che ricorrerà il 4 luglio, essi hanno consacrato gli Stati Uniti d’America al Sacratissimo Cuore di Gesù. Durante una solenne celebrazione liturgica, i presuli hanno affidato la nazione all’amore misericordioso di Cristo, chiedendo per il popolo americano il dono della giustizia e della pace. Per la prima volta da presidente della Conferenza, l’arcivescovo Paul S. Coakley ha rivolto il proprio indirizzo ai confratelli vescovi. È intervenuto anche l’arcivescovo Gabriele Caccia, nunzio apostolico negli Stati Uniti, nominato da Leone XIV all’inizio dell’anno

L’iniziativa, promossa dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, rappresenta la prima consacrazione nazionale ufficiale del Paese al Sacro Cuore, ma si inserisce in una tradizione plurisecolare che ha visto numerose nazioni affidarsi al Cuore di Gesù nei momenti decisivi della loro storia.

Per comprendere il significato di questo gesto occorre ricordare che la devozione al Sacro Cuore affonda le sue radici nelle rivelazioni ricevute da santa Margherita Maria Alacoque nel convento di Paray-le-Monial tra il 1673 e il 1675. Attraverso la suora visitandina, Cristo manifestò il desiderio che il suo Cuore fosse venerato come simbolo dell’amore infinito di Dio per gli uomini e chiese in particolare che i governanti e le nazioni riconoscessero la sua sovranità. Da allora la devozione si diffuse rapidamente in tutta la Chiesa, sostenuta da numerosi pontefici.

La prima nazione a consacrarsi ufficialmente al Sacro Cuore fu l’Ecuador nel 1874. Il presidente Gabriel García Moreno, uno dei più eminenti statisti cattolici dell’Ottocento, volle che il suo Paese si ponesse sotto la protezione del Cuore di Gesù. L’atto ebbe una profonda risonanza internazionale e divenne un modello per altre nazioni cattoliche. Non è un caso che proprio l’Ecuador sia stato successivamente consacrato anche al Cuore Immacolato di Maria e che la sua costituzione abbia riconosciuto esplicitamente il ruolo della religione cattolica nella vita pubblica.

Negli anni successivi seguirono altri Stati dell’America Latina. La Colombia si consacrò al Sacro Cuore nel 1902, al termine della devastante Guerra dei Mille Giorni, e il culto del Sacro Cuore divenne per decenni uno degli elementi caratterizzanti dell’identità nazionale colombiana. Analoghi atti di consacrazione furono compiuti in Costa Rica, El Salvador e in altri Paesi del continente.

Anche l’Europa conobbe importanti consacrazioni nazionali. In Spagna la devozione al Sacro Cuore raggiunse un momento culminante nel 1919, quando il re Alfonso XIII consacrò ufficialmente la nazione al Cuore di Gesù presso il monumento del Cerro de los Ángeles, vicino a Madrid. Quell’atto assunse un forte valore simbolico e fu considerato da molti cattolici come il riconoscimento pubblico della regalità sociale di Cristo. Durante la guerra civile spagnola il monumento venne profanato e distrutto, ma fu successivamente ricostruito, divenendo un simbolo della resistenza religiosa del popolo spagnolo all’anarco-comunismo.

Particolarmente significativa fu anche la consacrazione del Portogallo. Nel 1931 l’episcopato portoghese affidò la nazione al Sacro Cuore di Gesù in un periodo di forti tensioni politiche e sociali. I vescovi portoghesi attribuirono a tale consacrazione la protezione del Paese durante la tragedia della guerra civile spagnola e della Seconda guerra mondiale, che non coinvolsero direttamente il territorio nazionale. 

Un posto speciale nella storia delle consacrazioni spetta poi alla Polonia. Dopo aver riconquistato l’indipendenza nel 1918, il Paese rinnovò più volte il proprio affidamento al Sacro Cuore, vedendo in esso una sorgente di forza spirituale contro le minacce provenienti sia dal nazismo sia dal comunismo.

Sul piano universale, il momento più importante fu però il 1899, quando papa Leone XIII consacrò l’intero genere umano al Sacro Cuore di Gesù. L’atto fu preparato dall’enciclica Annum Sacrum e venne definito dal Pontefice «il più grande atto del mio pontificato». Da allora la consacrazione personale, familiare e nazionale al Sacro Cuore è divenuta una delle espressioni più diffuse della spiritualità cattolica.

In questa prospettiva la consacrazione degli Stati Uniti assume un significato che va oltre i confini del Paese, perché testimonia che la devozione al Sacro Cuore continua a esercitare una forza di attrazione anche in una società pluralistica e secolarizzata.

L’importanza dell’evento è stata ulteriormente accresciuta da un fatto senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. In un messaggio ufficiale diffuso dalla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa dei vescovi cattolici, dichiarando di unirsi spiritualmente alla consacrazione insieme alla First Lady. Trump ha definito la cerimonia «un momento potente della nostra storia nazionale» e «un commovente promemoria del fatto che l’America è sempre stata guidata dalla mano amorevole di Dio». Richiamandosi alle radici cristiane della nazione, il presidente ha ricordato il ruolo svolto dai missionari, dai coloni e dai cattolici che contribuirono alla fondazione degli Stati Uniti, citando in particolare John Carroll, primo vescovo del Paese, e Charles Carroll, l’unico cattolico tra i firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza. Egli ha inoltre evocato la collaborazione tra Giovanni Paolo II e Ronald Reagan nella lotta contro il comunismo ateo, presentando la consacrazione come un segno di continuità con la tradizione religiosa americana. Il messaggio si è concluso con l’auspicio che gli Stati Uniti possano continuare a essere, nei prossimi duecentocinquant’anni, «una terra di fede, un Paese di miracoli e una luce per tutte le nazioni». 

Si tratta probabilmente della prima volta che un presidente in carica interviene ufficialmente per salutare e sostenere una consacrazione nazionale al Sacro Cuore promossa dall’episcopato cattolico. Non sono mancate tuttavia alcune riserve da parte di ambienti cattolici tradizionali. Essi hanno osservato che la formula adottata dall’episcopato americano differisce dalle grandi consacrazioni al Sacro Cuore dell’età moderna, a cominciare da quella del 1899 con cui Leone XIII consacrò l’intero genere umano. Mentre il testo leoniano utilizzava ripetutamente il verbo «consacrare», la preghiera del 2026 usa un linguaggio più sobrio, incentrato sulla richiesta di benedizione e protezione per la nazione. Ciò costituirebbe un indebolimento del significato tradizionale dell’atto, che tuttavia i vescovi americani hanno presentato ufficialmente proprio come “Consacrazione degli Stati Uniti d’America al Sacratissimo Cuore di Gesù” . 

Guerra Usa-Iran, le notizie in diretta | Trump: «C’è l’accordo con l’Iran, ora pace e sicurezza. Venerdì riapre Hormuz, senza pedaggi». Teheran conferma. L’impegno dei leader Ue per sminare lo stretto

di Redazione Online – Corriere della Sera – 15 Giugno 2026

Le notizie sul conflitto tra Israele-Usa e Iran di lunedì 15 giugno, in diretta. Il presidente Usa annuncia via social: «Prima di me tutti avevano fallito». Le borse asiatiche aprono in forte rialzo dopo stop a guerra

  • Il 28 febbraio Usa e Israele hanno attaccato l’Iran. Uccisi Khamenei e decine di leader. L’Iran ha risposto colpendo Israele, le basi Usa nel Golfo e i Paesi che le ospitano, bloccando lo Stretto di Hormuz e mobilitando Hezbollah in Libano
  • Il 9 giugno, Trump ha ordinato attacchi in territorio iraniano come ritorsione per l’abbattimento (attribuito all’Iran) di un elicottero Usa sullo stretto di Hormuz. Secondo un’analisi del New York Times, gli Usa avrebbero inoltre distrutto un impianto per l’approvvigionamento di acqua potabile. In risposta agli attacchi Usa, l’Iran ha bersagliato diverse basi statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein e ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz
  • Giovedì 11 giugno Trump ha annunciato la possibile firma di un accordo con Teheran nel weekend in Europa. Sabato 13 il Pakistan ha annunciato: «Accordo con gli Usa in 24 ore, poi firma a distanza». Domenica 14 il tycoon ha fatto sapere: «Ora firma a distanza, fra una settimana in Europa», per poi dichiarare più tardi che «l’accordo è completo»

aggiorna 7:14 | 15 Giugno

Dopo la firma si apre la fase 2. I nodi da sciogliere per l’accordo tra Usa e Iran nei prossimi due mesi (al centro c’è l’uranio)

di Greta Privitera
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​Lo hanno fatto deragliare, allungare, lo hanno chiuso. Lo hanno anche annunciato e poi fatto saltare, a Islamabad, qualche settimana fa. Eppure su quel tavolo ormai scalcinato, tra americani e iraniani, si tratta ancora, e adesso, sul serio. Le firme — digitali — ci sono.
Sessanta giorni. Tanto durerà il negoziato che separa la Repubblica islamica e gli Stati Uniti da un accordo di pace, e dovrebbe cominciare venerdì, dopo che le due delegazioni firmeranno dal vivo il memorandum d’intesa, in Svizzera. Non si tratta di un accordo vero e proprio, ma di un biglietto d’ingresso alla fase due che mette nero su bianco il minimo comune tra gli avversari: la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco americano sui porti iraniani, l’estensione per altri sessanta giorni della tregua firmata ad aprile. Da venerdì, comincia la salita.
 5:19 | 15 Giugno

Le borse asiatiche aprono in forte rialzo dopo stop a guerra

Apertura in forte rialzo per i listini cinesi dopo l’annuncio della firma di un accordo tra Iran e Stati Uniti volto a porre fine alle ostilità in Medio Oriente e a riaprire lo Stretto di Hormuz. Si muovono in territorio positivo sia Shenzhen che Shanghai che guadagnano rispettivamente il 2,03% e l’1,59%. Balza in avvio anche l’Hang Seng di Hong Kong che avanza dell’1,10%. Prosegue il rally di Tokyo, dove il Nikkei sale del 5,30%, e Seul, con il Kospi che avanza del 4,72%.1:47 | 15 Giugno

I paletti dei leader Ue: «Iran non deve mai acquisire armi nucleari»

Regno Unito, Francia, Germania e Italia (gruppo E4) sono pronte a revocare alcune sanzioni contro l’Iran dopo l’accordo raggiunto con gli Usa per porre fine al loro conflitto. «L’Iran non deve mai acquisire armi nucleari. Siamo pronti a collaborare con Usa, Iran e Aiea a tal fine», hanno affermato i leader dei quattro Paesi in una dichiarazione congiunta. I quattro Paesi, inoltre, sono pronti a revocare alcune sanzioni se l’Iran adotterà «passi concreti e verificabili» sul nucleare, chiedendo al contempo la riapertura urgente dello Stretto di Hormuz per l’importanza della «libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni».01:35 | 15 Giugno

L’altolà di Trump: senza accordo definitivo sul nucleare pronti a riprendere attacchi contro Teheran

Il presidente Donald Trump ha dichiarato al New York Times che, se l’Iran non dovesse raggiungere un accordo nucleare definitivo con gli Stati Uniti, sarebbe pronto a riprendere gli attacchi militari contro Teheran oppure a fare degli Stati Uniti «il guardiano del Medio Oriente» in cambio del 20% dei ricavi della regione. In un’intervista al quotidiano, Trump ha affermato che l’intesa raggiunta con l’Iran garantirà alla fine che lo Stretto di Hormuz sia «permanentemente libero da pedaggi». Ha inoltre sostenuto che, nonostante le obiezioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, sarebbe stato lui a salvare Israele dalla «distruzione nucleare».1:31 | 15 Giugno

L’intesa: sblocco immediato di 12 miliardi dollari a Teheran

L’agenzia di stampa iraniana Mehr riporta un documento presentato come un memorandum d’intesa in 14 punti tra Iran e Stati Uniti, tra le cui clausole figura lo sblocco immediato di 12 miliardi di dollari di beni congelati a Teheran. Il documento pubblicato da Mehr prevede «lo sblocco di 24 miliardi durante il periodo di negoziazione di 60 giorni» che inizia dopo la conclusione del memorandum d’intesa; «metà di questa somma deve essere messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati», afferma il documento, sebbene ciò non sia stato ancora confermato ufficialmente.1:26 | 15 Giugno

Macron, Starmer, Merz e Meloni: attuare rapidamente l’intesa

I leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno accolto con favore l’annuncio del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, congratulandosi con Washington, Teheran e con tutti i mediatori coinvolti, tra cui Pakistan e Qatar, per quella che definiscono una svolta diplomatica. «Si tratta di un’opportunità per ristabilire la stabilità regionale e contribuire alla stabilizzazione dell’economia globale», si legge nella nota. I quattro Paesi sottolineano ora la necessità di concludere rapidamente i negoziati di dettaglio e di attuare l’accordo in modo completo, assicurando il proprio sostegno al processo. «È ora fondamentale che i negoziati di dettaglio vengano conclusi e che questo accordo sia attuato rapidamente e in modo completo. Siamo pronti a sostenere questo sforzo», affermano i leader.1:19 | 15 Giugno

Starmer: ora ripristinare libertà navigazione a Hormuz

Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha chiesto il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran. «È fondamentale che venga ripristinata la piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz», ha dichiarato Starmer, ribadendo inoltre che «l’Iran non deve mai dotarsi di un’arma nucleare».1:11 | 15 Giugno

Teheran: «Abbiamo umiliato Usa e Israele, non possono che arrendersi»

Le forze armate iraniane hanno dichiarato di aver umiliato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra contro la Repubblica islamica, in seguito all’annuncio di un memorandum d’intesa tra Teheran e Washington. L’Iran «ha imposto la sua volontà divina e ferrea sui suoi umiliati nemici americani e sionisti. Il nemico non ha altra scelta che accettare la sconfitta e arrendersi», ha affermato lo Stato maggiore iraniano in un comunicato trasmesso dalla televisione di Stato.1:03 | 15 Giugno

L’impegno di Italia, Francia, Regno Unito e Germania: smineremo lo stretto di Hormuz

«La riapertura urgente dello Stretto di Hormuz con libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni è essenziale. Ci impegniamo a fare la nostra parte per raggiungere questo obiettivo, nel rispetto dei nostri rispettivi obblighi costituzionali, anche attraverso una missione strettamente difensiva e indipendente per assicurare la navigazione commerciale e condurre operazioni di sminamento». È quanto affermano in una dichiarazione congiunta i leader di Italia, Francia, Regno Unito e Germania.0:57 | 15 Giugno

Trump su Truth: «L’accordo è completo» 

«L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo. Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo pienamente l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Hormuz e, contestualmente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra! Presidente DONALD J. TRUMP», scrive il presidente Donald Trump su Truth. 0:57 | 15 Giugno

Teheran conferma: «La firma dell’accordo in Svizzera»

«Il testo del memorandum d’intesa è stato finalizzato e la firma ufficiale del Memorandum d’intesa di Islamabad avverrà venerdì in Svizzera», ha dichiarato Gharibabadi ai media iraniani. «I nostri impegni entreranno in vigore a partire da venerdì», ha sottolineato, ma «due punti entreranno in vigore immediatamente a partire dalle prime ore di questa mattina»: «1. La fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso. 2. La revoca e la cessazione del blocco navale imposto dagli Stati Uniti alla Repubblica Islamica dell’Iran». Gharibabadi ha poi affermato che il memorandum d’intesa «non è solo il risultato di sforzi diplomatici», ma anche di quelli che ha definito «successi militari» dell’Iran.0:56 | 15 Giugno

Iran: «L’accordo con gli Usa mette fine immediatamente alla guerra»

Il viceministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che a partire da stasera viene annunciata la fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su più fronti, incluso il Libano. Il viceministro ha aggiunto che i negoziati per un accordo definitivo tra Teheran e Washington si svolgeranno nell’arco di 60 giorni. Lo scrive Iran International.0:53 | 15 Giugno

Trump: stretto di Hormuz riaperto da venerdì

«Con l’apertura dello Stretto di Hormuz – entra nel dettaglio Trump -, alla firma dell’accordo venerdì per consentire le operazioni di sminamento, il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio della regione e del resto del mondo».0:49 | 14 Giugno

Trump: «Accordo con Iran porterà pace e sicurezza»

«Questo grande accordo porterà pace e sicurezza nell’intera regione. Molti presidenti hanno tentato di raggiungere la pace con l’Iran, ma tutti hanno fallito prima di me. Per la prima volta, i leader della regione hanno trovato un presidente in grado di aiutarli a conseguire una pace reale». Lo scrive Donald Trump su Truth.

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