di Gian Guido Vecchi-Corriere della Sera – 5 Aprile 2026

Anno 30, 9 aprile, Gerusalemme: all’alba alcune donne si recano al sepolcro di un uomo ucciso sulla croce due giorni prima, Gesù di Nazareth. Da quel che accade – e dal loro racconto, riportato per iscritto la prima volta 27 anni dopo, da Paolo di Tarso – scaturisce il cristianesimo. Cosa sappiamo, di quel giorno?

CITTÀ DEL VATICANO – Efeso, primavera dell’anno 57. Nella città che più di cinque secoli prima aveva visto fiorire Eraclito, il filosofo del Lógos, è arrivato un ebreo della diaspora, nato a Tarso in Cilicia, che si chiama come il primo re di Israele, Saul, e insieme porta il nome da cittadino romano di  Paolo, un uomo immerso nella cultura ellenistica e capace di scrivere in un greco straordinario, di espressività rara. 

Poco più di vent’anni prima, tra il 33 e il 35, è sulla strada verso Damasco che «katelémphthen», racconterà lui stesso, «fui afferrato» o «conquistato» da Cristo, l’istante narrato da Luca negli Atti degli apostoli: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». E ora, in quella città dell’Asia Minore affacciata sull’Egeo, Paolo di Tarso scrive una lunga lettera alla comunità cristiana di Corinto, divisa e litigiosa. 

È un testo assai lungo e di importanza capitale dal punto di vista storico, religioso e culturale. Perché quello scritto, che nel canone del Nuovo Testamento sarà registrato come la Prima Lettera ai Corinzi, contiene la più antica professione di fede cristiana: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevutoCristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepoltoÈ risorto il terzo giorno secondo le scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici…». 

Il kérygma

È il kérygma, l’ «annuncio» che racchiude il cuore del cristianesimo, proprio quell’evento che i fedeli celebrano nel giorno di Pasquala risurrezione di Gesù di Nazaret. 

La Prima Lettera ai Corinzi, dal punto di vista storiografico, ci mostra come fin dall’inizio i cristiani abbiano creduto che Gesù fosse risorto: non ci sono state mitizzazioni o elaborazioni nei secoli successivi. Tanto più che lo stesso Paolo precisa: «A voi, infatti, ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto». Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, notava che insomma non sono parole di Paolo ma «tutto ciò fa parte della prima catechesi che egli, come convertito, ricevette forse ancora a Damasco, una catechesi, però, che nel suo nucleo era partita indubbiamente da Gerusalemme e quindi risaliva agli anni trenta», poco dopo la crocifissione, «una vera testimonianza delle origini». Ma cos’era accaduto, perché credessero a una cosa così inaudita?

Le donne al sepolcro

Il racconto della risurrezione è contenuto nei quattro Vangeli. Il più antico è quello di Marco, composto tra il 65 e il 70. La teoria più accreditata tra gli studiosi è quella cosiddetta delle «due fonti»: in origine ci sarebbe stata una raccolta scritta di lóghia o «detti» di Gesù e un testo primitivo di Marco, cui avrebbero attinto Matteo e Luca. I Vangeli di Marco, Matteo e Luca sono detti «sinottici» perché così simili da poter essere abbracciati «insieme» (syn) con un solo «sguardo» (ópsis). Il Vangelo di Giovanni sarebbe stato scritto alla fine del I secolo, ultimo in ordine cronologico, ma mostra fonti indipendenti e secondo alcuni studiosi risale a una tradizione ancora più antica. 

Tutti e quattro i testi, comunque, raccontano che furono le donne a trovare il sepolcro vuoto. E già questa è una cosa straordinaria, come ha spiegato il cardinale biblista Gianfranco Ravasi nella sua Biografia di Gesù: «Le donne, secondo il diritto semitico, non erano abilitate a testimoniare in modo giuridico valido». 

Il fatto che gli evangelisti attribuiscano alle donne la scoperta della tomba vuota, insomma, sembra avvalorare la storicità del loro racconto: avessero inventato, si sarebbero scelti altri testimoni.

Dopo Pesach

Gesù morì crocifisso il 7 aprile dell’anno 30, un venerdì. Per i Vangeli sinottici l’ultima cena, giovedì sera, corrispondeva alla cena pasquale: la sera di giovedì iniziava Pesach, la Pasqua ebraica che sarebbe durata tutto il venerdì fino al tramonto. 

La cronologia del Vangelo di Giovanni fa invece slittare tutto di un giorno – la Pasqua corrisponde al sabato – ed è ritenuta più affidabile dagli studiosi. Il biblista statunitense John P. Meier, nella sua monografia su Gesù Un ebreo marginale, ha ricostruito con acribia la questione. 

Prima del processo vero e proprio davanti a Ponzio Pilato, nel pretorio romano, quel venerdì Gesù era stato interrogato in casa del sommo sacerdote Caifa, davanti al sinedrio. Ed è storicamente difficile, per non dire impossibile, che questo possa essere accaduto in un giorno di festa. Nel Vangelo di Giovanni, del resto, si legge che le autorità giudaiche non entrarono nel pretorio «per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua». Significa che Pesach non era ancora iniziata e quell’anno corrispondeva a Shabbat: dal tramonto di venerdì al tramonto di sabato, come si evince da Giovanni. 

Le donne si recano al sepolcro l’indomani.

Anno 30, 9 aprile

Le donne o la donna, secondo le versioni. 

È l’alba del 9 aprile dell’anno 30. Marco scrive che, passato il sabato, furono «Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome» a «comprare olii aromatici per andare a imbalsamare Gesù» e a trovare rotolato via il masso che chiudeva il sepolcro. Matteo parla di «Maria di Magdala e l’altra Maria». Luca scrive di «donne» in generale e poi nomina «Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo». Giovanni scrive solo di Maria Maddalena

Sarà lei la prima a vederlo ed esclamare in ebraico, nel racconto di Giovanni: «Rabbunì!», ovvero «Maestro!» Comunque sia, la scoperta dell’alba dopo il sabato – quello che secoli più tardi sarà chiamato giorno del Signore: domenica – è scandita da due momenti: la pietra ribaltata e, dentro il sepolcro vuoto, l’angelo che annuncia la risurrezione. 

Nel racconto di Marco, il «giovane vestito d’una veste bianca» pronuncia quel verbo fatale: eghérte, «è risorto»

L’immagine del Cristo che sia leva dalla tomba, come nel celebre affresco di Piero della Francesca, è in realtà apocrifa: i Vangeli tacciono sul momento della risurrezione. Come si sarebbe potuto descrivere, del resto? La domanda più importante, comunque, è un’altra: ma che significa, davvero, «risorto?»

Cadavere rianimato o vita nuova?

È ancora Joseph Ratzinger a spiegare con chiarezza di che si tratta, dal punto di vista teologico, per un cristiano. 

Non si parla di un ritorno alla vita biologica per poi morire di nuovo, come Lazzaro, «se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa non ci interesserebbe affatto». 

Qui c’è qualcosa di affatto diverso: «L’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini». Questo è il «salto di qualità»: riguarda tutti, «o è un avvenimento universale o non è»

La Pasqua celebra l’evento essenziale del cristianesimo, quello senza il quale crolla tutto, diceva San Paolo: «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede». 

Benedetto XVI ha scritto: «La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, la fede cristiana è morta».