"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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«Accanto al Papa, in Spagna, ho visto rinascere il mio Paese»

di Marina Lomunno -Avvenire

Parla il cardinale Ángel Fernández Artime, spagnolo, già rettor maggiore dei Salesiani, arrivato in Italia con l’aereo che re Felipe ha offerto a Leone. «La folla che ha abbracciato il Pontefice cerca testimoni di gioia»

14 giugno 2026

Artime durante l’incontro nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino

«Sono stato con il Santo Padre a incontrare i migranti nelle Isole Canarie. Mentre aspettavamo che arrivasse il Papa ho voluto raggiungere quei ragazzi venuti dall’Africa sui barconi. Sono stati i 20 minuti più preziosi di tutto il viaggio così come lo sono state le parole ferme del Papa ai trafficanti di uomini e donne: “Fermatevi, convertitevi”. Non sappiamo se lo faranno ma il grido che il Santo Padre ha lanciato a nome dell’umanità e della Chiesa non lo dimenticheremo mai».

Sono parole del cardinale Ángel Fernández Artime che abbiamo incontrato sabato 13 giugno a Torino, appena tornato da Tenerife. Il guasto dell’aereo che venerdì sera ha fatto ritardare il ritorno di papa Leone dalle Canarie a Roma non ha sconvolto i suoi piani: il cardinale era atteso ieri mattina alle 11 nella Basilica di Maria Ausiliatrice per un convegno sul futuro della vita religiosa. Artime, originario delle Asturie, già Rettore dei Salesiani per due mandati, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, è stato invitato dal Papa a seguire il viaggio apostolico in Spagna ed è atterrato con il suo seguito più stretto a Fiumicino, dopo aver volato con il Falcon messo a disposizione da re Felipe. Un treno all’alba per Torino ed eccolo a Valdocco, nella Casa Madre dei Salesiani dove centinaia di persone, giovani, confratelli e religiose hanno accolto «il Rettore emerito» e sono stati i primi ad ascoltare le sue prime impressioni sul viaggio di papa Leone nel suo Paese.

Il cardinale è stato invitato nella Basilica di Maria Ausiliatrice, nel 158° anniversario della consacrazione per mano di don Bosco, a parlare del futuro della vita consacrata a partire dal suo libro-intervista con il confratello don Giuseppe Costa, “Un futuro senza numeri e senza mura: conversazione sulla vita consacrata” (San Paolo).

La sua riflessione ha preso molti spunti dal viaggio appena concluso. Come la necessità del nostro mondo, alla ricerca di senso, di testimoni autentici. «Come tutti, io in particolare che conosco bene la Spagna che soffre come tanti altri paesi gli effetti della secolarizzazione – riflette il cardinale – siamo rimasti molto colpiti dalle migliaia, milioni di persone che in questi giorni hanno seguito il Papa. Allo Stadio Bernabeu di Madrid c’era una moltitudine di persone moltissimi giovani… quello stadio si riempie così soltanto per la finale dei Mondiali di calcio. Questo significa che il mondo ha bisogno di testimoni.

Oggi parliamo di vita religiosa: ecco, la nostra gente, anche quella più lontana dalle nostre chiese, ha bisogno di trovare religiosi e religiose che nella loro semplicità vivono felici quello per cui hanno speso la loro vita. Se sei salesiano, per esempio, chi ti incontra nei cortili dell’oratorio, i giovani, devono avere la sensazione di incontrare un uomo che sia felice allora saremo contagiosi e la gente tornerà a cercare risposte di senso nella fede come è accaduto in questi giorni in Spagna».

Che messaggio lancia dalla Spagna Papa Leone all’Europa?

«Mi permetto di dire – è la risposta di Artime – che quello che il Papa ha detto in Spagna vale per tutta l’Europa. In particolare il richiamo alla comunione, all’ascolto, al mutuo rispetto, al ritorno a una società dei grandi valori messi in atto, a non avere paura delle nostre radici cristiane. Credo che l’Europa abbia una parola significativa da dire al mondo se si muove nella giustizia, nella solidarietà e nei grandi valori che l’hanno costruita. Perdere tutto questo significa fare soltanto accordi economici. E l’Europa non è stata fondata per questo».

Qual è stata la tappa del viaggio che più l’ha colpita?

«Sono stati tantissimi i momenti che mi hanno emozionato: come dicevo prima la folla per la Messa allo stadio di Madrid che mi ha dato l’impressione di una moltitudine che lancia un grido del bisogno di fede e di sete di Dio. E poi l’intervento del Santo Padre al Congresso dei Deputati, il Parlamento, un momento di una grande altezza intellettuale e umana. Come spagnolo ringrazio che abbiamo concesso questa opportunità al Papa di parlare come capo di stato, ma anche Vescovo di Roma e della Chiesa universale: i sette minuti di applausi sono stati persino più significativi dei discorsi. Ma soprattutto mi hanno colpito gli incontri con i migranti, con il mondo delle persone scartate, sofferenti, come la visita al carcere in Barcellona. Il Papa ascoltato il grido e il dolore dei più sofferenti del nostro mondo e li ha consolati».

L’intelligentsija nella Russia di oggi

di Stefano Caprio- Asia News – 13 Giugno 2026

Il mondo accademico russo è stato ridotto al silenzio. Una campagna senza precedenti montata intorno a un progetto di ricerca su Aristotele sta screditando persino l’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze. E se nel 2022 gli scienziati erano il gruppo professionale più attivo nella condanna dell'”operazione speciale” in Ucraina oggi la loro comunità è praticamene scomparsa dalla scena pubblica.

Il termine intelligentsija fu coniato in Russia nel XIX secolo, usando una parola latina russificata, in quanto il latino era allora la lingua accademica delle università russe, per indicare la classe degli intellettuali che cercavano di “guidare il popolo” e indicare la via anche agli zar, per creare un Paese moderno e rispettoso dei diritti umani, a cominciare dall’abolizione della servitù della gleba. Ora il termine è praticamente caduto in disuso, ed è difficile definire lo status degli intellettuali nella Russia putiniana.

Il progetto dell’Accademia polacca delle Scienze “Intelligentsija, Impero e Civiltà nel XIX e XX secolo” (2005-2007) aveva utilizzato il termine “intelligentsija silenziosa” in relazione al periodo sovietico, dove comunque esisteva ancora un’importante élite intellettuale. Il mondo accademico russo è invece oggi proprio immerso nel silenzio, e il fenomeno dell’intelligentsija è ormai un ricordo del passato, insieme alla generazione del periodo del disgelo khrusceviano dei primi anni Sessanta, coloro che hanno impedito alla Russia di ricadere nella barbarie: Sergej Averintsev, Mikhail Gasparov, Vjačeslav Ivanov, Georgij Knabe, Jurij Lotman, Georgij Ščedrovitskij, Merab Mamardašvili e tanti altri, ed è difficile immaginare chi potrà rappresentare l’élite intellettuale russa dopo il putinismo.

Nella Russia odierna, le idee sono equiparate alla dinamite: i valori della vita umana, della libertà, della dignità e della reputazione professionale sono visti dalla propaganda come imprese occidentali estranee ai russi, indesiderabili in tempo di guerra. A maggio di quest’anno è iniziata una campagna senza precedenti per screditare la principale istituzione accademica russa, con una storia centenaria: l’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze. Il pretesto sono state le azioni del Comitato Investigativo russo, che il 19 maggio ha effettuato perquisizioni e arrestato per interrogatorio il direttore dell’Istituto di filosofia e i ricercatori che dal 2018 al 2024 stavano lavorando al progetto “L’eredità di Aristotele: la preparazione delle opere complete di Aristotele”. La direttrice del progetto, Svetlana Mesyats, è stata posta agli arresti domiciliari, e gli altri studiosi sono stati trattenuti come testimoni. Una delle numerose verifiche contabili dell’istituto, in corso dal 2021, ha portato alla luce irregolarità nella spesa dei fondi stanziati per gli stipendi dei ricercatori incaricati dallo Stato. I “patrioti” radicali usano questa vicenda come pretesto per vendicarsi dell’istituto e intimidire il mondo accademico, e pretendono di chiudere l’Istituto di filosofia “su richiesta del popolo”, dimostrando che “l’affare Aristotele” è, di fatto, politicamente motivato.

Gli attacchi all’Istituto di filosofia sono iniziati cinque anni fa: in previsione dell’annuncio della Svo, l’operazione speciale in Ucraina, il gruppo mediatico di Tsargrad e il club Zinov’ev tentarono di nominare un loro collaboratore, Anatolij Černjaev, al posto dell’accademico Dmitrij Smirnov, direttore dell’istituto eletto legalmente nel 2020. L’intero personale dell’istituto, sia scientifico che tecnico, si oppose alla sua nomina, ritenendolo inadatto a guidare un istituto accademico a causa della sua mancanza di autorevolezza scientifica e di qualità personali. I patrioti radicali non accettarono la sconfitta, e negli ultimi cinque anni i loro sostenitori hanno pubblicato chilometri di menzogne ​​sull’istituto e sui suoi scienziati, con il desiderio di prendere il controllo di un’istituzione accademica dalla reputazione impeccabile e di imporvi la propria agenda, per trasformarla in un centro di propaganda.

Oggi assistiamo alla seconda fase di questa campagna. Incapaci di controllare gli scienziati, i patrioti stanno tentando di screditare l’Istituto e di distruggerne la buona reputazione, con accuse fittizie di furto, lavoro scadente, incompetenza, e come colpo di grazia, di avere un’agenda liberale, di collaborare con l’Occidente nemico e di nutrire sentimenti pacifisti. Svetlana Mesyats, ricercatrice di fama mondiale e allieva di Pjama Gajdenko, è accusata dalla propaganda di aver tenuto conferenze in Germania e Ucraina prima della guerra, di essere sempre stata a favore della pace e di essersi espressa contro la Svo nel 2022.

L’Accademia Russa delle Scienze, vertice della piramide accademica, che aveva ottenuto la libertà di espressione durante gli anni della perestrojka gorbacioviana, l’ha oggi completamente perduta. La prima fase della perdita di autonomia è stata legata all’annullamento dell’indipendenza finanziaria nel 2013, quando il Cremlino, utilizzando la “formula delle due chiavi”, ha trasferito tutti gli istituti di ricerca dell’Accademia (circa 400) al ministero della Scienza e dell’istruzione superiore, lasciando all’Accademia la sola responsabilità delle attività specialistiche. La perdita definitiva di autonomia dell’Accademia si è verificata nell’anno del suo trecentesimo anniversario: nel 2024, il Presidium ha chiesto a Putin di presiedere il Consiglio di amministrazione, diventando il primo leader russo (escludendo Stalin, che fu eletto membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’URSS nel 1939) a ricoprire una carica all’interno dell’Accademia.

Nell’aprile del 2026, il presidente dell’Accademia Gennadij Krasnikov ha proposto l’apertura di “primi dipartimenti” presso gli istituti di ricerca, con personale composto da ufficiali dei servizi dell’Fsb, per “proteggere i risultati scientifici russi dallo spionaggio scientifico”. Durante il periodo sovietico, questi dipartimenti esercitavano un controllo ideologico e garantivano la segretezza. Questa mossa è stata presentata agli scienziati come un segno di preoccupazione per la loro sicurezza: ora la responsabilità di stabilire cosa si può e cosa non si può ricercare e pubblicare viene trasferita a “dipendenti competenti”.

È improbabile che i professori e i ricercatori universitari, che costituiscono in larga parte il “partito della pace” e che prima della guerra fungevano da dominatori dell’opinione pubblica e guide morali, riconquistino rapidamente la fiducia e il rispetto dei loro compatrioti. Nei primi due decenni del XXI secolo, il mondo accademico russo occupava le prime posizioni nelle classifiche della fiducia pubblica, fino alla “svolta conservatrice” del 2012-2014. Nel 2022, gli scienziati russi rappresentavano il gruppo professionale più numeroso a non sostenere un’azione militare. L’85% dei rappresentanti della comunità scientifica intervistati aveva votato contro, e molti membri dell’Accademia hanno firmato una lettera aperta di protesta contro l’avvio della Svo. Nel suo quinto anno, la comunità scientifica russa è praticamente scomparsa dalla scena pubblica, cadendo nel più totale silenzio.

Non si aspettano cambiamenti immediati nel prossimo futuro, prevedendo che la guerra calda si trasformerà in una guerra ideologica senza fine, e si riflette sulle prospettive di integrazione dei rappresentanti della “diaspora putiniana” dei russi in patria e all’estero, nella divisione globale del lavoro della nuova rivoluzione industriale-militare. Presentandosi come un “pensionato attivo”, il metodologo Petr Ščedrovitskij tiene conferenze pubbliche su “Lo stato del futuro” e il “Pensiero costruttivo”. Il suo principale interesse pratico è il progetto “Filosofia della Russia”, che ha avviato vent’anni fa, contemporaneamente al progetto “Mondo russo”: “come filosofo, vedo la chiave del successo nel riportare la Russia alla sua filosofia. La filosofia nazionale è il fondamento su cui si costruisce lo Stato, si stabiliscono i valori, si sviluppano le imprese e fiorisce l’innovazione”, ha affermato di recente. Aleksej Kozyrev, decano della facoltà di filosofia della principale università Mgu di Mosca, riprende questa ispirazione, secondo cui una vera riflessione filosofica è un attributo essenziale di una cultura competitiva: “è proprio una tradizione filosofica sviluppata che funge da fondamento intellettuale su cui si basano sia l’identità culturale, sia la sostenibilità economica di uno Stato nella competizione globale”.

La Russia è paralizzata dall’attesa di un periodo di disastri dopo le tante guerre, e nessuno sa esattamente cosa accadrà, quando o come. L’orizzonte di pianificazione è crollato, e l’espressione “vicolo cieco senza fine” ha assunto un significato letterale. Si spera nella rinascita dell’intelligentsija, che offra la possibilità di ricominciare a pensare con la propria testa.

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

di Antonio Giuliano

Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume.

12 giugno 2026 – Avvenire

Il capitano Luka Modric, il ct Dalic e i giocatori della nazionale croata alla Messa di Ičići nell’arcidiocesi di Fiume / Arcidiocesi di Fiume

Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.

La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.

Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.

La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.

La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.

La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.

Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.

Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore».

Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».

Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’ anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.

Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno… Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».

Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare».

Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore. Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere.

 «La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».

Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce – ha spiegato il parroco nell’omelia -. Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».

Il Messaggio di papa Leone XIV ai Sacerdoti in occasione della Giornata della Santificazione Sacerdotale che si svolge oggi

Antonio Tarallo – ACI Stampa, 12/06/2026

“Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo”. Il papa fa sua l’esortazione di Dio al popolo d’Israele nel suo Messaggio in occasione della Giornata della Santificazione Sacerdotale che viene celebrata oggi. Approfondisce il tema della santità che “non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.

Santità è partecipazione al mistero di Cristo Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità. Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore” scrive papa Leone XIV. 

Sottolinea poi un paradosso della vita sacerdotale: “siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta, siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite”. E allora si chiede: “Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù”. Con il Signore si tratta di un cammino in unione: unione con il Cuore di Cristo, soprattutto, che non è “una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano”. 

Eucaristia, preghiera, meditazione della Parola di Dio, servizio umile ai fratelli e alle sorelle: questi i capisaldi della vita sacerdotale. Questo il programma per rimanere “uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente. Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura”. Una missione che non è slegata all’umanità, ci tiene a precisare il pontefice: “Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé”. 

C’è bisogno di sacerdoti che “non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo”. Cuori uniti al Sacro Cuore di Cristo: questo è il segreto della santità. “Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo. Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce” continua papa Leone XIV nel suo Messaggio.

Bacheca

E conclude con un’esortazione: “Rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo. Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama”.

Cuore Immacolato di Maria

La devozione al Cuore Immacolato di Maria ha superato vari ostacoli, radicandosi anche attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia, con in testa Fatima. Dove la Madonna chiese la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese.

Santo del giorno 13_06_2026 

Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa celebra la memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria, attendendo con salda speranza il compimento della promessa fatta dalla Madre Celeste ai tre pastorelli di Fatima: “Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà”. Sarà questo trionfo il preludio al tempo di pace “per quanti diranno di sì a mio Figlio”, prima dell’ultimo combattimento escatologico che si concluderà con il secondo, definitivo e glorioso avvento dell’Agnello, Nostro Signore Gesù Cristo, come profetizzato da san Giovanni Evangelista nell’Apocalisse. La Madre e il Figlio, dunque, i cui Sacri Cuori sono così intrecciati e perfettamente uniti nello stesso mistero di salvezza da non poter essere separati. Lo insegnava già san Giovanni Eudes (1601-1680), fondatore della Congregazione di Gesù e Maria, il quale fu il primo a celebrare con i suoi confratelli le feste del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato.

Le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) furono poi il più potente impulso alla devozione al Sacro Cuore, che si diffuse nonostante l’ostilità dell’eresia giansenista. Il radicamento del culto al Cuore Immacolato di Maria passerà, anch’esso superando vari ostacoli, attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia. Come l’apparizione del 27 novembre 1830 a santa Caterina Labouré, che dopo aver contemplato la figura radiosa dell’Immacolata vide apparire i Sacri Cuori di Gesù e Maria, il primo coronato di spine, il secondo trafitto da una spada, oltre a una M intersecata dalla I di Iesus e sormontata da una croce, con tutto intorno 12 stelle. È l’immagine divenuta celebre con la diffusione della Medaglia Miracolosa, lo straordinario compendio di simboli disseminati in tutte le Sacre Scritture e che ricordano in particolare la partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio. Questa mirabile partecipazione, che fa di Maria la Corredentrice, è già implicita nelle parole rivolte da Dio a Satana subito dopo il peccato originale (Gn 3, 15), è espressa poi nella profezia di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”; Lc 2, 35) e culmina nel segno grandioso della Donna vestita di sole (Ap 12).

Questo disegno divino, in cui il dolore acquista senso e diventa tutt’uno con l’Amore, è proseguito con Fatima. Qui, il 13 giugno 1917, la Madonna comunicò alla piccola Lucia dos Santos (1907-2008) la sua missione: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. Il 10 dicembre di otto anni più tardi, Lucia, già in convento, vide Maria e al suo fianco Gesù Bambino, che le disse: “Abbi compassione del Cuore Immacolato della tua Santissima Madre, ricoperto delle spine che gli uomini ingrati in tutti i momenti vi infiggono, senza che ci sia chi faccia un atto di riparazione per strapparle”. Fu allora che la Vergine fece a Lucia la solenne promessa sulla Comunione riparatrice dei cinque sabati: “A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza”.

Nel 1944 la memoria liturgica venne estesa da Pio XII a tutta la Chiesa, a ricordo della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, operata due anni prima dallo stesso pontefice su invito della beata Alexandrina Maria da Costa. La celebrazione, inizialmente stabilita al 22 agosto, nell’Ottava dell’Assunta, venne spostata al giorno attuale (il primo sabato dopo il Sacro Cuore di Gesù) dalla riforma del 1969, con il grado di memoria facoltativa, poi resa obbligatoria da san Giovanni Paolo II. La liturgia ci ricorda che Maria, sede della Sapienza, meditava nel silenzio quotidiano la volontà divina e “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La Madre Celeste ha assecondato ogni ispirazione della Grazia. Proprio per questo è necessario imitarla e combattere al suo fianco contro il male, affinché Lei e il Figlio possano regnare – come diceva san Massimiliano Maria Kolbe – “in ogni cuore che batte sulla terra”. In vista della gloria eterna.

Sacro Cuore di Gesù

Attraverso le straordinarie rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque, il Signore stabilì le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna.

Santo del giorno 12_06_2026 – Ermes Dovico – la Nuova Bussola

Il 27 dicembre del 1673, nel giorno della festa di san Giovanni Evangelista (l’apostolo che nell’Ultima Cena aveva reclinato il capo sul petto di Nostro Signore per sapere chi lo tradiva), santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) ebbe la prima grande rivelazione sui segreti del Sacro Cuore di Gesù, che la riempì della sua divina presenza mentre la monaca visitandina era raccolta in adorazione eucaristica. Dopo averla fatta riposare sul suo petto, Gesù le disse: “Il mio Cuore divino è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono le grazie in ordine alla santità e alla salvezza, necessarie per ritirarli dal precipizio della perdizione”.

Il Sacro Cuore le apparve come una fornace incandescente, in cui il cuore di Margherita venne immerso e fatto divampare da Gesù. Il Signore le lasciò un dolore nel costato come segno tangibile che tutto quanto aveva vissuto era reale. In una seconda grande rivelazione le si presentò risplendente di gloria “con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli”, le rivelò fino a quale eccesso era arrivato il suo Amore per gli uomini e il suo dolore nel vedersi ricambiato con ingratitudini e indifferenze. In riparazione alle offese e ai peccati, Gesù domandò a Margherita di comunicarsi ogni volta che il sacerdote glielo avesse consentito e in particolare il primo venerdì di ogni mese; le chiese inoltre di pregare, prostrandosi con la faccia a terra, tutti i giovedì sera dalle undici a mezzanotte, dicendole che a quell’ora le avrebbe partecipato la tristezza mortale provata nel Getsemani.

Attraverso la mistica francese, il Signore stabilì dunque le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna: il fedele che per nove mesi consecutivi, ogni primo venerdì, si comunicherà in stato di grazia morirà certamente in grazia di Dio perché, come ha promesso Gesù, “il mio Cuore si renderà asilo sicuro in quel supremo momento”. In un’altra rivelazione Gesù disse a Margherita che tra i tanti sacrilegi e freddezze “ciò che più mi amareggia è che ci siano dei cuori a me consacrati che mi trattano così” e le comunicò il desiderio di una nuova festa: “Ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Santo Sacramento [il Corpus Domini] sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa Comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri”.

Margherita, che da molti non era creduta, riuscì poi a diffondere la devozione al Sacro Cuore grazie all’aiuto del gesuita san Claudio de la Colombière, che divenne la sua guida spirituale. Gesù affidò a santa Margherita anche la missione di chiedere a Luigi XIV di consacrare la Francia al suo Sacro Cuore e di rappresentarlo sugli stendardi del regno: ma il re non assecondò la richiesta, ricevuta nel 1689, esattamente cento anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese. Il culto del Sacro Cuore – che rivela il vero volto dell’Amore, pronto al sacrificio e alla morte in croce – incontrò inoltre la forte avversione degli eretici giansenisti, ma nonostante ciò si diffuse da un luogo all’altro della cristianità. Nel 1794, con la bolla Auctorem Fidei, Pio VI confutò una volta per tutte gli oppositori del Sacro Cuore, ribadendo che ad esso si deve il culto di latria (cioè di adorazione, dovuta solo a Dio) perché nell’adorare il Cuore di Gesù, segno della sua sacra umanità, i fedeli adorano “il Verbo Incarnato con la propria Carne di Lui”, nella sua unione perfetta di vero Dio e vero uomo.

Fu infine il beato Pio IX, nel 1856, a estendere la solennità liturgica a tutta la Chiesa. Negli anni seguenti si diffusero gli atti di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù per le famiglie e le nazioni. Il primo Paese a essere consacrato fu nel 1874 l’Ecuador, grazie al suo presidente Gabriel Garcia Moreno, poi ucciso dalla massoneria. Gli atti di consacrazione ci ricordano la necessità di riconoscere Cristo sia nei nostri cuori sia nella vita pubblica nostra e degli Stati.

Va fatto almeno un cenno ai principali precursori del culto al Sacro Cuore, come le tre sante e mistiche tedesche che vissero nel XIII secolo nel monastero di Helfta – cioè Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn e Gertrude la Grande – e come san Giovanni Eudes (1601-1680), che potrebbe essere proclamato Dottore della Chiesa per i suoi insegnamenti sull’unità mistica tra il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria: “Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.

Leone e lo storico discorso sui migranti dal «porto della vergogna»: «Mi inchino alla vostra dignità. Non possiamo abituarci a che il Mediterraneo sia un cimitero»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 11 Giugno 2026

Nel corso della sua visita in Spagna, papa Leone ha fatto tappa a Las Palmas de Gran Canaria, dove ha tenuto un discorso sui migranti – sulla falsariga di quello che Francesco tenne a Lampedusa. «Ogni vita umana è una benedizione. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla»

DAL NOSTRO INVIATO

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA (SPAGNA) «Cristo cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: “Taci, calmati!” Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque». Leone XIV parla al porto di Arguineguín, nella costa meridionale di Gran Canaria.

 «Oggi, in riva al mare, il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare».

Sole, vento, il Papa getta una corona di fiori in mare e benedice una Croce intagliata nel legno d’un relitto, tutt’intorno ci sono gli operatori del Salvamento Marítimo, gli operatori della Caritas, i tanti migranti aiutati in questi anni, nonostante tutto. E davanti a loro il Papa scandisce un discorso ancora più duro di quello ormai storico di Francesco nel 2013, la «globalizzazione dell’indifferenza» denunciata a Lampedusa, dove Leone tornerà il 4 luglio. 

«Come potete vedere, porto alla mano l’anello del Pescatore. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini”». Ecco, alza lo sguardo Prevost: «Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte».

La dignità umana

Giusto domani entra in vigore Patto sulla migrazione e l’asilo della Ue che introduce restrizioni sull’immigrazione irregolare e apre agli hub per le espulsioni. Il Papa si rivolge anzitutto al Vecchio Continente, guarda il migranti radunati nel porto e dice:

 «Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».

Perché «non possiamo abituarci a contare i morti: la dignità umana non ha passaporto né perde valore quando attraversa una frontiera». Così «da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà», sillaba Prevost:

«Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?».

I migranti

Ora il punto di arrivo principale è La Restinga, sull’isola di El Hierro, ma Arguineguín a Gran Canaria resta un luogo simbolico, il «molo della vergogna» sul quale nel 2020 tremila persone rimasero ammassate per mesi in uno spazio di duecento metri. Dalla costa occidentale dell’Africa avevano attraversato una sessantina di miglia nautiche a bordo di cayucos, le canoe in legno usate dai pescatori in Senegal. 

Ma era appena scoppiata la pandemia e rimasero isolati, solo la Caritas si organizzò per portare cibo e medicine. In trent’anni si calcola che più di duecentomila migranti abbiano preso il mare dalle coste nordoccidentali dell’Africa per raggiungere l’arcipelago spagnolo e quindi l’Europa. I primi si chiamavano Baijea e Bachir, due giovani di 24 e 22 anni del Sahara Occidentale. Il 28 agosto 1994, sbarcarono da un vecchio peschereccio a Las Salinas del Carmen, nell’isola di Fuerteventura. Arrivavano della costa del Marocco, una cinquantina di miglia marine attraversate in un giorno di navigazione.

 Las Salinas era allora un villaggio di pescatori con le saline più antiche delle Canarie, nessuno aveva mai visto nulla di simile, le rotte dei migranti dall’Africa verso la Spagna passavano dallo Stretto di Gibilterra. I due ragazzi avevano l’aria sfinita e spaventata, due agenti della Guardia civil li portarono a mangiare in una trattoria. Furono loro ad aprire la nuova rotta.

Nel 2025, lungo la rotta delle Canarie sono morte 1.172 persone, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni; la ong «Caminando Fronteras» calcola 1.317 persone nei primi cinque mesi nel 2026, 3090 l’anno scorso: tra cayucos e pateras, dei barconi a fondo piatto, decine di imbarcazioni non hanno lasciato traccia di sé nell’oceano, le stime degli annegati variano.

Le testimonianze

Sul molo si alternano la testimonianze e tra queste c’è quella di una donna nigeriana, Blessing, vittima della tratta, è un’altra donna che per sicurezza legge il suo racconto: «Ho aspettato sei mesi per poter partire. Sei mesi senza quasi mangiare, senza potermi lavare per settimane, vivendo in condizioni che non auguro a nessuno. 

E quando è arrivato il momento di attraversare il mare, ho visto morire annegate le persone che erano partite prima di noi quello stesso giorno». Arrivata in Spagna, le hanno portato «mi hanno portato via il bambino per costringermi a prostituirmi. Mi hanno trattato molto male. Mi hanno separata da mio figlio. Aveva 11 mesi quando la polizia ha arrestato le persone che mi tenevano prigioniera, e finalmente ho potuto riaverlo con me».

Leone XIV le assicura che «Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile», e aggiunge: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra».

Del resto, «se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». Di certo «non possiamo abituarci a contare i morti: la dignità umana non ha passaporto né perde valore quando attraversa una frontiera».

Citazioni bibliche

Il tono del pontefice è solenne, intessuto di citazioni bibliche. Nella Bibbia il mare evoca oscurità e caos, vi compaiono Leviatano e Rahab, «nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e la vita», spiega Leone: «Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio».

Eppure «la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte».

Alla fine, il Papa cita San Giovanni della Croce, mistico spagnolo del Cinquecento: «Il Dio che “al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore” ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse».

E conclude: «Che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste…Oggi, qui in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi».

Barcellona, Papa Leone XIV celebra messa nella Sagrada Familia: «Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra»

di Gian Guido Vecchi – Correre della Sera – 10 Giugno 2026

Il pontefice si prepara all’ultima a tappa del suo viaggio spagnolo, le isole Canarie sulla rotta dei migranti dall’Africa

Barcellona –  La croce a quattro bracci al culmine della Torre di Gesù è pensata per proiettare fasci di luce tutt’intorno, «sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta» dice il Papa e la citazione è mirata, Gaudí conosceva bene il prologo del Vangelo di Giovanni e considerava la luce il materiale più prezioso, l’architettura stessa era anzitutto lo sforzo di dare ordine alla luce, come tra le navate della Sagrada Família. 

Per questo Leone XIV richiama le parole di Benedetto XVI, la basilica dell’architetto catalano come «segno visibile del Dio invisibile», e la definisce «una catechesi eloquente fatta di pietre, di colori e di luce», una tradizione che prosegue: «Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione».

Per questo, nella messa celebrata a cento anni dalla morte di Gaudí, prima di benedire all’esterno la Torre più alta appena completata, il Papa non rinuncia a riassumere ciò che aveva spiegato lunedì al Congresso dei deputati di Madrid, una catechesi in forma di omelia per ripetere l’essenziale: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente prima ancora che nasca. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». 

La Sagrada Família è colma di fedeli, fuori dalla chiesa migliaia di persone seguono dai maxischermi, sono arrivati pure il re Felipe VI con la regina Letizia, seduti accanto all’altare. Il Papa si prepara all’ultima tappa del suo viaggio spagnolo, le isole Canarie sulla rotta dei migranti dall’Africa, al mattino ha visitato un carcere e quindi, al santuario di Montserrat, reso omaggio alla Madonna patrona della Catalogna «per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace». 

Prima di andare alla Sagrada Família, ha risposto alle domande di alcuni bambini, nella chiesa di San Augustí, e parlato con loro anche di calcio: «Da ragazzo giocavo in difesa, non ero un grande goleador…Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita».

Nella basilica, «segno di unità e di concordia per tutta la Spagna», Prevost arriva a citare una frase di Gesù riportata da Giovanni: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Parole che «non sono affatto minacce, né un ricatto» ma «un invito di salvezza», dice: «Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi». L’opera di Gaudí è «molto più di un monumento», fa notare: «È ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento». 

Prima della messa, Prevost è sceso a pregare davanti alla tomba dell’architetto. Fuori dalla cripta, una bambina cieca gli ha spiegato la struttura della chiesa attraverso un modello accessibile al tatto. L’elogio del genio che diventerà beato, nelle parole di un Papa, non potrebbe essere più grande: «Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo». 

Al tramonto Leone XIV esce dalla chiesa per benedire dall’esterno la Torre di Gesù Cristo: «Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo».

Il castello di Beaufort

 10 Giugno 2026 

di Roberto de Mattei – Esteri | CR 1954

Pochi conoscevano il nome del castello di Beaufort, nel Libano meridionale, prima che l’esercito dello Stato di Israele ne annunciasse la conquista lo scorso 31 maggio. L’opinione pubblica mondiale ha appreso così l’esistenza di una fortezza crociata che, novecento anni dopo la sua costruzione, continua a rappresentare un significativo baluardo strategico nella guerra in corso in Medio Oriente.

Il castello di Beaufort venne edificato nel 1139 da Folco V d’Angiò, re crociato di Gerusalemme, su una cresta rocciosa a 700 metri di altitudine, per controllare le vie di comunicazione tra la costa fenicia, la Galilea e l’interno della Siria. Esso domina la Valle della Bekaa, tra il Libano e la Siria, che costituiva una frontiera tra il mondo franco e quello musulmano. La sopravvivenza di questo castello nel corso dei secoli ci ricorda innanzitutto che i territori oggi contesi fra Israele e Hezbollah furono terre cristiane. In queste terre visse e versò il suo sangue Nostro Signore Gesù Cristo e da lì si diffuse nel mondo la Chiesa cattolica.

Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, vi rinvenne, tra il 326 e il 328, le reliquie più preziose della Passione e, per suo impulso, sorsero la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Basilica della Natività a Betlemme, che trasformarono la Terra Santa in una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, contribuendo a fissare nella memoria religiosa la geografia dei luoghi evangelici.

Dopo che nel 638 i seguaci di Maometto conquistarono Gerusalemme, i santuari cristiani continuarono a esistere, ma in condizioni sempre più precarie, finché, nell’XI secolo, i Turchi selgiuchidi, dopo aver invaso la Palestina, ne decretarono la distruzione. Le Crociate, nate per liberare i Luoghi Santi occupati dai musulmani, furono la pagina più luminosa del Medioevo cristiano.

 Dopo la riconquista della Città Santa, nel 1099, nacquero il Regno di Gerusalemme e una serie di Stati crociati sotto la sua sovranità. Questo vasto complesso territoriale comprendeva la Contea di Edessa, corrispondente a porzioni dell’attuale Turchia sud-orientale, della Siria settentrionale e dell’Iraq occidentale; il Principato di Antiochia, esteso sull’odierna regione turca di Hatay e sulla Siria nord-occidentale; la Contea di Tripoli, che occupava gran parte della costa dell’attuale Libano; e il Regno di Gerusalemme, che includeva la maggior parte dell’odierno Israele, i territori palestinesi della Cisgiordania, la fascia costiera di Gaza e ampie zone dell’attuale Giordania occidentale e meridionale. 

Nel loro insieme, gli Stati crociati si estendevano dal Mediterraneo fino all’alto corso dell’Eufrate e dai territori dell’odierna Turchia meridionale fino al Golfo di Aqaba sul Mar Rosso.

L’esistenza del castello di Beaufort ci ricorda non solo l’esistenza del Regno crociato di Gerusalemme, ma anche il fatto che questo territorio si formò in seguito a una “guerra santa” promossa dal Beato Urbano II e dai suoi successori, che furono trentaquattro tra la conquista di Gerusalemme del 1099 e la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291, data convenzionalmente assunta come termine dell’epopea crociata.

 Questa epopea vide straordinarie vittorie cristiane, ma anche gravi insuccessi. Quando apparve all’orizzonte il più temibile nemico che i crociati ebbero mai di fronte in quegli anni, il sultano d’Egitto e di Siria Saladino, i capi crociati si lasciarono trasportare dalle lotte interne, dagli intrighi e dall’ambizione e andarono incontro, nel 1187, alla disastrosa sconfitta di Hattin.

Ad Hattin, presso il lago di Tiberiade, i crociati caddero nella trappola abilmente predisposta da Saladino. Per costringere l’armata del Regno di Gerusalemme ad abbandonare la forte posizione di Sephoria, ricca d’acqua e favorevole alla difesa, Saladino attaccò Tiberiade. L’esercito cristiano si mise allora in marcia sotto il caldo estivo, mentre la cavalleria leggera musulmana lo tormentava incessantemente con incursioni e manovre di disturbo, impedendogli di raggiungere le sorgenti e di rifornirsi d’acqua. Quando i crociati giunsero esausti presso Hattin, la battaglia era ormai in gran parte perduta e il loro esercito venne quasi completamente annientato. Nel 1191 cadde anche il castello di Beaufort, ultimo e prestigioso avamposto del sistema difensivo crociato verso l’entroterra siriano.

 La causa più profonda della sconfitta dei crociati non fu soltanto di ordine militare. Essa risiedeva nella perdita di quella purezza d’intenzione e di quella tensione spirituale che erano state all’origine della loro epopea. La tradizione cristiana insegna che Dio non abbandona coloro che confidano in Lui, ma che spesso permette le sconfitte quando gli uomini si allontanano dalla loro vocazione e fanno affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Perciò il vescovo Guglielmo di Tiro, testimone e cronista delle Crociate, scriveva in quel tempo parole che fanno riflettere:

 «Presso di noi sono venuti meno, secondo il lamento del profeta, “il consiglio al saggio, l’istruzione al sacerdote, la visione al profeta” (Geremia, 18, 18b); ora fra noi è così del sacerdote come del popolo (Osea, 4, 9) , in modo che a noi è possibile adattare le parole del profeta, “la testa è tutta piagata, il cuore tutto sfatto; dalla pianta dei piedi alla testa non v’è niente che sia sano in noi” (Isaia, 1, 5b-6). Si è ormai giunti in quei tempi in cui non siamo in grado di tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi; perciò, a causa dei nostri peccati i nemici sono divenuti più forti, e noi, che tanto frequentemente avevamo l’abitudine di riportare con gloria la palma trionfando sui nemici, ora, privati della grazia divina, riportiamo quasi in ogni scontro il risultato peggiore».

Ma la storia ci trasmette anche un altro insegnamento. Chi vuole vincere una guerra deve saper scegliere il terreno sul quale combattere e non lasciarsi trascinare dal nemico nel luogo e nei modi da lui stabiliti. Questo principio vale non soltanto per le battaglie militari, ma anche per gli scontri religiosi, culturali e morali che attraversano ogni epoca della storia umana. Spesso la vittoria appartiene a chi conserva la lucidità necessaria per non abbandonare le proprie posizioni essenziali e per non farsi dettare l’agenda dall’avversario.

In questa prospettiva, il castello di Beaufort diviene il simbolo di quel «castello interiore» che ciascuno è chiamato a custodire. Esso rappresenta la fortezza dell’anima, la fedeltà ai propri princìpi, la vigilanza sulle proprie convinzioni e sulla propria vita spirituale. Difendere questo castello significa esercitare la prudenza, perseverare nel bene e non cedere alle pressioni esterne o alle debolezze interiori. Affidando infine alla Divina Provvidenza l’esito della battaglia, l’uomo compie tutto ciò che è nelle sue possibilità e trova nella fede la forza per resistere e per vincere. 

La guerra fa il record: 65 conflitti nel mondo. È il numero più alto dal 1946

di Chiara Vitali

Le morti per attacchi armati sono state 245mila contando le perdite sia civili che militari Ucraina, Sudan e Gaza i contesti con più vittime Il report conta anche gli scontri tra attori non statali: sono 75

9 giugno 2026 – Avvenire

Nel 2025, 65 conflitti nel mondo: è un record dalla fine della II guerra mondiale

C’è un nuovo record che è stato toccato nel 2025. Macabro. Racconta una normalizzazione della violenza che permea sempre più il nostro tempo. L’anno scorso è stato infatti caratterizzato dal numero più alto di conflitti dalla fine della seconda guerra mondiale: sono stati 65. 

Lo dice il Conflict Trends, autorevole report annuale pubblicato ieri dal Peace Research Institute Oslo e basato su dati raccolti dall’Uppsala Conflict Data Program. Il dato – 65 conflitti nel mondo – si traduce in un numero molto alto di vittime. L’Istituto ha calcolato le morti direttamente riconducibili a combattimenti, bombardamenti o violenze politiche: sono state 245mila, considerando sia le perdite civili che quelle militari.

 Il 2025 si attesta così come il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda, superato solo dal 1994 (quando avvenne il genocidio in Ruanda) e dal 2021 (con un numero altissimo di vittime legate alla guerra in Etiopia). A causare il numero maggiore di morti civili e militari l’anno scorso sono stati tre contesti: l’invasione russa in Ucraina; la violenza in Sudan e in particolare il massacro di El-Fasher; i bombardamenti israeliani su Gaza.

Il dato in realtà non è esaustivo per avere un’idea dell’impatto complessivo di una guerra su di un territorio: non vengono infatti conteggiate tutte le vittime per eventi secondari rispetto agli attacchi diretti. I morti per fame dovuta al blocco delle importazioni o degli aiuti umanitari, ad esempio; le vittime di malattie non mortali, che lo diventano però quando gli ospedali vengono bombardati o quando raggiungere le strutture sanitarie è troppo pericoloso; o i morti nei campi profughi, dove le persone arrivano come sfollate proprio per scappare da territori di guerra.

La pesantezza dei dati diffusi dal Peace Research Institute Oslo viene bene riassunta da uno dei suoi autori, Siri Aas Rustad: «Di solito riesco a trovare qualcosa di positivo tra i dati, ma quest’anno no – ha commentato – I numeri sono sconvolgenti».

Il documento fa un quadro specifico anche sulle tipologie di conflitto che hanno attraversato il 2025, che solo in alcuni casi vengono classificati come “guerre” vere e proprie, a seconda dell’intensità degli attacchi e del numero di vittime.

Si possono in particolare individuare tre forme di violenza organizzata.  Il primo è quello dei conflitti state-based, dove la forza viene esercitata da almeno un attore statale solitamente per il controllo del potere o del territorio. Possono essere conflitti tra un attore statale e uno non governativo, oppure tra due attori statali.

E si declinano in guerre civili interne a un Paese, contese di confine – come quelle tra India e Pakistan per il Kashmir – guerre che derivano da un’escalation regionale – come i conflitti in Medio Oriente – e quelle di invasione, come l’offensiva russa in Ucraina.

È a tutti questi tipi di violenze che si riferisce il record del 2025. Con una specifica. I 65 conflitti si sono verificati con il coinvolgimento di soli 35 Stati: ciò significa che ci sono alcuni governi coinvolti contemporaneamente su più fronti.

Rimangono poi altri tipi di conflitto che non vengono conteggiati nel numero complessivo di 65. Ci sono quelli definiti non-state conflicts, che avvengono cioè tra gruppi armati che non corrispondono a un governo statale. Questi sono stati 75 nel 2025. La maggior parte si concentra in Africa (34) e in America Latina.

Un esempio sono le azioni di violenza estrema tra cartelli del narcotraffico in Messico. L’ultima tipologia di conflitto è quella del one-side violence: la violenza è esercitata esclusivamente da un attore, statale o non, contro la popolazione civile.

In questo caso, l’aumento di violenza nel 2025 è stata esponenziale: le morti legate a questo tipo di conflitto nel 2024 erano 14mila. Sono state invece 76mila nel 2025. La ragione è soprattutto la violenza in Sudan e in particolare il massacro a El Fasher, la capitale del Nord Darfur, che hanno causato più di 60mila vittime.

Altri conflitti di questo tipo sono le uccisioni di massa in Somalia, la violenza delle gang ad Haiti, la repressione post-elezioni in Tanzania. I dati del report portano con sé una consapevolezza: «L’aumento di violenza fa ormai parte di una tendenza di lungo periodo – si legge nelle conclusioni del documento – e non rappresenta semplicemente un picco temporaneo». L’asticella delle brutalità agite e a volte normalizzate si alza. Sempre di più.

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