"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Papa Leone XIV a Madrid: “Il Corpus Domini è un tornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”

Alla Messa presieduta da Papa Leone XIV a Madrid partecipano 1 milione e 200mila fedeli

Di Marco Mancini

Madrid , domenica, 7. giugno, 2026 11:03 (ACI Stampa).

Il secondo giorno del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna – il quarto dall’inizio del pontificato – si apre con la celebrazione della Messa in occasione della Solennità del Corpus Domini.

Il Papa ha raggiunto a bordo della papamobile Plaza Cibeles: qui ha ricevuto dal Sindaco di Madrid, José Luis Martínez-Almeida la chiave d’oro della Città.  “Che Madrid continui a essere una città accogliente e inclusiva, dove la vita sociale si ispiri agli autentici valori umani”, ha scritto Leone XIV firmando il libro d’onore del municipio di Madrid.

Secondo gli organizzatori si sono radunata in Plaza Cibeles e nelle strade limitrofe circa 1 milione e 200mila persone per partecipare alla Messa presieduta dal Papa.

“Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte”, ha detto il Papa aprendo l’omelia.

“Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico – ha sottolineato Leone XIV – è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”.

La processione del Corpus Domini – ha aggiunto Papa Leone –  non è “una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri”.

Con la processione – ha detto ancora il Pontefice – “Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglie, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”.

“Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio – ha spiegato – quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo. Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro”. I

Bisogna “ricordare – ha spronato Papa Leone – proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia. Ecco una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi.

Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.

Poi un ammonimento: “l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno”.

“Gesù Eucaristico – ha concluso – è quell’eterna fonte nascosta: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare. Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i  fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. 

La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.

La ‘re-stalinizzazione’ dello zar Putin, imperatore senza ideologia

di Stefano Caprio- Asia News – 7 Giugno 2026

Al declino delle ideologie, il Cremlino risponde col culto della Grande Vittoria. Analogie fra “putinismo” e fascismo, tratti comuni con Hitler. Ma sottolineare le somiglianze rischia di oscurarne le caratteristiche distintive. Esso rifiuta le idee socialiste e ridicolizza la ricerca di uguaglianza. E fa del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.

I tanti tentativi di descrivere le caratteristiche specifiche dell’ideologia di Vladimir Putin e dell’attuale classe dirigente del Cremlino si sono finora rivelati piuttosto infruttuosi, al di là delle suggestioni della “Eurasia” o del “Mondo Russo” ispirate da pseudo-filosofi piuttosto confusi. Il motivo in realtà è semplice: il Cremlino non possiede alcuna vera ideologia, come è risultato evidente anche nei vuoti proclami del Forum economico di San Pietroburgo di questi giorni. In un’epoca di declino delle ideologie, la politica della memoria col culto della Grande Vittoria è diventata il principale strumento di legittimazione del regime, senza elaborazioni di prospettiva. Il concetto di ideologia non fa che complicare la comprensione del putinismo: i russi hanno vissuto nell’ultimo quarto di secolo sotto il giogo dei servizi di sicurezza mafiosi di cui Putin è il principale esponente, in una società profondamente corrotta dove nulla garantisce diritti o libertà “né al poeta né al cittadino”, come afferma la storica Dina Khapaeva del Georgia Institute of Technology.

Prima dell’invasione dell’Ucraina, gli analisti sostenevano che il punto cruciale risiedesse nei “successi oggettivi” del governo di Putin. Affermavano che egli fosse il garante della “stabilità e dell’ordine”, tanto desiderati dai russi dopo i turbolenti anni Novanta, e finché l’oleodotto continuava a funzionare a sufficienza da garantire una parvenza di prosperità, almeno nelle grandi città, questa argomentazione convinceva molti. Ora che la guerra contro l’Ucraina ha causato centinaia di migliaia di vittime sul fronte russo, e gli attacchi dei droni sono diventati così frequenti che Putin non può più organizzare una parata militare senza il permesso di Volodymyr Zelenskyj, è diventato molto meno chiaro il motivo per cui “il popolo tace”.

L’idea che il putinismo sia una forma di fascismo si è diffusa tra i critici di Putin fin dal suo secondo mandato presidenziale, concluso con la guerra in Georgia del 2008. Il politologo americano Aleksandr Motyl, figlio di ucraini fuggiti dalla seconda guerra mondiale, è stato uno dei primi a formulare questa ipotesi; a suo avviso, “iper-nazionalismo, imperialismo e suprematismo” sono tratti comuni alle ideologie di entrambi i regimi di Hitler e Putin.

Lo storico Timothy Snyder di Yale sottolinea piuttosto l’influenza del filosofo filo-fascista Ivan Il’in, emigrato dopo l’instaurazione del regime sovietico, che Putin ama citare nei suoi discorsi e le cui ceneri ha fatto seppellire nuovamente nel monastero Donskoj. Inoltre, molti sostenitori russi del putinismo esprimevano apertamente le loro simpatie per il fascismo fino a quando, naturalmente, la propaganda del Cremlino non ha dichiarato gli ucraini “nazisti”.

Indubbiamente esistono delle analogie tra putinismo (o “ruscismo”, come lo chiamano in Ucraina) e fascismo: il culto della forza e della leadership, il terrore, la nostalgia per il passato e il militarismo. Il desiderio di etichettare il regime di Putin come fascista è comprensibile: è un modo per imporre il riconoscimento della sua criminalità. Tuttavia, non tutti i regimi criminali sono fascisti, e sottolineare eccessivamente le somiglianze con il fascismo oscura le caratteristiche distintive del putinismo. E le evidenti differenze possono persino mettere in dubbio la sua natura criminale.

Paradossalmente, il dibattito sull’equiparazione del putinismo al fascismo è servito da pretesto per la sua normalizzazione. Alla vigilia dell’annessione della Crimea, lo storico americano Stephen F. Cohen espresse indignazione per il paragone tra il regime di Putin e il fascismo, ammonendo l’opinione pubblica occidentale con l’idea che “demonizzando” Putin e definendolo un nuovo Hitler, i critici del putinismo stessero spingendo il mondo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda e di una catastrofe nucleare. Inserendo il putinismo nell’ampio spettro del neoliberismo, la politologa francese Marlene Laruelle della Georgetown University ritiene che questo regime non debba essere considerato fascista, né tantomeno un regime dominato dall’estrema destra; a suo avviso non si tratta di un mostro isolato, ma di uno dei tanti regimi di orientamento conservatore, oggi sempre più diffusi nel mondo. Oltre agli aspetti negativi del putinismo, Laruelle sottolinea quelli percepiti positivamente dalla sinistra occidentale, come ad esempio il rifiuto della “subordinazione geopolitica agli Stati Uniti”, il rifiuto della “egemonia occidentale” e l’opposizione al “neoliberalismo economico”. Nella sua interpretazione, il regime di Putin è diventato “post-liberale”, poiché, a suo dire, la Russia “ha imparato in prima persona i limiti del liberalismo”. Seguendo le opinioni del grande politologo russo Gleb Pavlovskij, la Laruelle paragona il putinismo a “un’orchestra jazz, con vari strumenti”, anche se sarebbe molto più appropriato paragonarlo ad altri “musicisti”, ovvero i wagneriani.

In effetti, il putinismo si differenzia dal fascismo. Il fascismo, e in particolare il nazionalsocialismo, conteneva elementi di socialismo, sebbene solo per la “razza ariana”. Il putinismo rifiuta tutte le idee socialiste e, nonostante il suo populismo, ridicolizza apertamente la ricerca dell’uguaglianza. Inoltre, la maggior parte dei fascisti era atea, e sebbene Mussolini mantenesse rapporti con la Chiesa cattolica romana, il messianismo religioso era estraneo sia all’Italia fascista che al Reich nazista, mentre il putinismo ha fatto del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.

Il dibattito sulla natura fascista del putinismo ha ulteriormente rafforzato la convinzione dei ricercatori che esso possieda un’ideologia, sebbene non fascista, ma diversa, e molti hanno iniziato a tentare di descriverne le caratteristiche. Le ideologie del XX secolo rappresentavano un sistema di prescrizioni astratte, la cui attuazione avrebbe dovuto portare alla costruzione di un “futuro migliore”: il comunismo mondiale o un Reich millenario. Essi cercarono di applicare queste prescrizioni su scala globale, il che, agli occhi dei loro seguaci, giustificava il diritto di questi regimi al dominio mondiale, sotto forma di dominio della razza ariana o di rivoluzione mondiale. L’attenzione al futuro era una caratteristica importante di queste ideologie del passato, mentre il Cremlino in realtà non ha alcun progetto per il futuro, se non un ritorno al passato storico della Russia, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale o persino al Medioevo.

Come osserva giustamente Nikita Savin, giovane politologo della Scuola Superiore di economia di Mosca, Putin e i propagandisti del Cremlino manipolano i frammenti di vari sistemi ideologici per adattarli alle esigenze del momento, e li scartano senza esitazione in qualsiasi altro momento. La contraddizione e l’incoerenza caotica sono caratteristiche intrinseche della propaganda di Putin, oggi molto imitate da Donald Trump; in linea con il post-modernismo, propagandisti come il consigliere del presidente Vladimir Medinskij dichiarano senza mezzi termini che non esiste oggettività nella storia, il che conferisce loro completa libertà di distorcere sia il passato che il presente. Il Cremlino opera di fatto secondo il principio che più contraddizioni ci sono, più facile è manipolare le persone, e quando si rivolge ai suoi concittadini, il governo impiega sistematicamente tattiche di guerra ibrida, che poi esporta in tutti gli altri Paesi. A differenza del comunismo o del fascismo, il putinismo non offre una spiegazione olistica del mondo, nessuna “chiave d’oro” per svelare tutti i misteri dell’universo. Per quanto riguarda il dominio globale, sebbene la frase sulla “storia millenaria della Russia” sia inclusa nella costituzione russa, quattro anni di guerra catastrofica contro l’Ucraina non hanno fatto progredire in modo significativo la risposta alla domanda su come il Cremlino possa creare una nuova visione dell’ordine mondiale.

Il celebre storico del fascismo Robin Griffin ritiene che il fascismo, come il comunismo, si sia presentato come un movimento rivoluzionario. Il Cremlino invece teme le rivoluzioni come la peste, ed è questo il vero motivo per cui non può smettere di fare guerra, se non in Ucraina, magari nei Baltici, nel Caucaso e in Asia centrale, le costole separate dell’ex-impero sovietico. Il culto della guerra, che esaltava Stalin come comandante in capo vittorioso, ha definito la tendenza principale della politica della memoria di Putin: la re-stalinizzazione. Il mito stalinista della guerra è stato e rimane la sua “anima viva”, con il ricordo dell’eroico sacrificio nella lotta contro il nazismo e la liberazione del mondo intero dalla “peste bruna”, e ora il successore di Stalin ha il diritto esclusivo di ridisegnare la mappa dell’Europa, dell’Asia e del mondo intero a proprio piacimento.

Il Papa in dialogo con mezzo milione di giovani a Madrid: «Potete cambiare il mondo»

di Giacomo Gambassi, inviato a Madrid – 6 giugno 2026

La veglia di preghiera chiude la prima giornata del viaggio di Leone XIV in Spagna. Record di presenze come a una Gmg. «Siate scintilla di una nuova umanità e missionari del Vangelo». La gioia nel volto del Papa, il tono energico, le parole a braccio. L’adorazione eucaristica in silenzio nella metropoli della movida

Sull’aereo papale che lo portava in Spagna aveva scherzato con i giornalisti: «Vogliono vedere Bad Bunny o il Papa?». Il soggetto della frase di Leone XIV erano i giovani e il riferimento era all’afflusso massiccio di ragazzi a Madrid, prima tappa della visita del Papa in terra iberica. E il Pontefice aveva aggiunto: «Penso che alcuni siano qui anche per il Papa. Perché sono alla ricerca di un quid in più. Si rendono conto che c’è un vuoto. E forse la mia visita può aiutare a risvegliare qualcosa in loro». 

Saranno, alla fine, in 500mila quelli che riempiono i viali intorno allo stadio Bernabéu nella serata di oggi. Insieme per ascoltare il Papa e pregare con lui di fronte all’impianto sportivo del Real Madrid in una sorta di Gmg.

Leone XIV attraversa il popolo “giovane” in papamobile scoperta. Centinaia di metri fra due ali di folla lungo i viali in attesa da ore. In mezzo anche famiglie con i figli di tutte le età. Testimonianza di una Spagna che ancora vuole essere cristiana. Ha il volto radioso il Papa. Segno della vicinanza che percepisce, ma anche dell’attenzione che lui vuole riservare ai giovani. 

Sotto il palco si immerge fra di loro. Talare bianca strapazzata, ma le sue mani si allungano verso i ragazzi e ascolta confidenze e parole di chi lo attende da ore. «Siamo la gioventù del Papa», è il ritornello che viene scandito a lungo mentre Leone XIV sale sul palco preceduto dalla croce che alla fine firmerà con un pennarello. La musica accompagna il suo arrivo. 

Leone XIV risponde a sei domande. «Siate missionari del Vangelo di fronte alla povertà materiale e spirituale del nostro tempo, ben consapevoli che la fede è uno stile di vita che si compie nella carità», è una delle consegne. E l’altra: dare «direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro». Da qui l’invito: «Di fronte al vuoto dell’indifferenza e del conformismo, di fronte alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di una nuova umanità». In tutto il «mondo, compreso quello digitale».

E alle nuove generazioni assicura: «Siamo liberi in Cristo. Egli ci ha liberati con il suo amore. Grazie a questo amore, siamo sempre liberi da ogni coercizione e inganno. Siamo liberi dalle mode passeggere perché siamo discepoli della verità; siamo aperti al futuro perché sappiamo che la morte non ci attende». Del resto, tiene a precisare, «i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, mai prigionieri del tempo che passa». 

La voce del Papa è di particolare vigore. E si capisce che si sente a suo agio, complice anche la lingua. Più volte parla a braccio. «Potete cambiare il mondo», dice. E si lascia trascinare dall’entusiasmo. Applaude ai canti. Ma avverte: «Siate umani! Non mere apparenze, ma volti autentici. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come di pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta perché fanno volentieri per gli altri ciò che vorrebbero che gli altri facessero per loro. Siate umani come Cristo». 

Ai ragazzi il Papa indica il «matrimonio come vocazione» e poi la via del «silenzio» per trovare Dio. «Liberandoci dal clamore di mille voci, riconosciamo che alcune ingannano i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, e altre ancora parlano per interesse personale. Nel silenzio, comprendiamo che le ideologie svaniscono, mentre la verità rimane».

 E propone come esempio concreto «l’adorazione eucaristica», come quella al centro dell’appuntamento, che «è proprio il luogo giusto per tacere, per liberare i nostri cuori». Infatti dopo il dialogo è il momento del raccoglimento nel cuore della metropoli della movida. Tutti in ginocchio e in silenzio davanti al Santissimo Sacramento sull’altare dove compare anche il motto della visita: “Alzate lo sguardo”.

Come era accaduto a Tor Vergata nella veglia del Giubileo dei giovani, lo scorso agosto, di fronte a due milioni di ragazzi. Il Papa con lo sguardo abbassato nell’inginocchiatoio. I volti dei ragazzi commossi o con gli occhi chiusi. In mano la corona del rosario o una piccola croce. Dopo la conclusione i fuochi di artificio.

Ai giovani di Madrid il Papa si racconta: dice che san Tommaso da Villanova, frate agostiniano e poi vescovo di Valencia, «mi ha incoraggiato nei momenti di prova» con la «sua ardente carità»; cita san Giovanni Crisostomo che lo ha «particolarmente colpito» per le «splendide catechesi» e per il «coraggio nel parlare davanti all’Imperatore dicendo sempre la verità»; ripercorre l’esperienza da missionario e vescovo in Perù, «l’incontro con le ferite e le gioie della gente» che hanno contribuito «a farmi crescere nel cammino di sequela di Gesù» sperimentando che «la parola del Signore porta pace dove c’è conflitto e diventa, per tutti, fonte di riconciliazione e di giustizia».

CORPUS DOMINI

I tanti miracoli eucaristici aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza.

Santo del giorno 07_06_2026 Ermes Dovico -La Nuova Bussola

«Come avete fatto a estrarre da una persona un pezzo di cuore vivente?», è la domanda che pose nel 2005 Frederick Zugibe (1928-2013), esperto di medicina legale e docente alla Columbia University, dopo aver analizzato un frammento di Ostia consacrata, che nel 1996 si era tramutata in carne sanguinante nella parrocchia di Santa Maria, a Buenos Aires. Il professor Zugibe aveva ricevuto un campione della Sacra Particola, ma senza che gli fosse rivelato di cosa si trattasse. Ad anni di distanza le analisi, condotte in precedenza da altri scienziati e sempre con gli stessi esiti, mostravano che quel campione era in tutto e per tutto un frammento vitale di cuore umano. In particolare si manifestava la presenza di globuli bianchi intatti e gruppo sanguigno AB, lo stesso riscontrato dalle ricognizioni (l’ultima delle quali svolta negli anni Settanta del XX secolo) sulle reliquie del miracolo eucaristico di Lanciano, avvenuto nell’VIII secolo.

Questi fatti aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza. Sono proprio le parole solenni di Nostro Signore, scolpite in tutti e quattro i Vangeli e trasmesse pure da san Paolo (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20; Gv 6, 53-58; 1 Cor 11, 23-29), a non lasciare dubbi sulla sua presenza reale nell’Eucaristia. A questo miracolo, che attualizza il sacrificio di Cristo ogni volta che viene celebrata una Messa, la Chiesa ha dato il nome di transustanziazione, per esprimere quanto avviene all’atto della consacrazione: le specie del pane e del vino, pur mantenendo inalterate le loro caratteristiche sensibili, si convertono interamente nel Corpo e Sangue di Gesù.

La solennità del Corpus Domini fu celebrata per la prima volta nel 1247 nella diocesi di Liegi. Alla sua origine vi furono le esortazioni di santa Giuliana di Cornillon (c. 1192-1258), una monaca agostiniana che intorno ai 16 anni ebbe una prima visione, poi ripetutasi altre volte, mentre adorava il Santissimo Sacramento. Giuliana vide una luna nel suo pieno splendore, simboleggiante la Chiesa pellegrina sulla terra, attraversata da una striscia scura, a indicare la mancanza di una festa. Come le spiegò poi lo stesso Gesù, la festa sarebbe servita per accrescere la fede e riparare le offese al Santissimo Sacramento. Per diversi anni la santa non parlò a nessuno di queste rivelazioni. Si decise poi a rivolgersi ad alcuni dei maggiori teologi ed ecclesiastici dell’epoca (tra cui l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro Urbano IV), esortandoli a istituire la festa, come farà per primo il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte.

Nel 1263 avvenne il celebre miracolo eucaristico di Bolsena. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, giunse in pellegrinaggio in Italia perché assalito dai dubbi sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Questi dubbi svanirono solo dopo che ebbe celebrato Messa nella chiesa di Santa Cristina, a Bolsena: qui, al momento della consacrazione, l’Ostia iniziò a sanguinare sul corporale. Urbano IV, che si trovava nella vicina Orvieto, fece subito verificare l’accaduto. L’anno successivo lo stesso pontefice incaricò san Tommaso d’Aquino di scrivere l’ufficio liturgico del Corpus Domini, dando al Doctor Angelicus l’occasione di comporre sublimi inni eucaristici, come l’Adoro Te devote, il Pange Lingua, il Sacris Solemniis e il Verbum supernum prodiens. Inoltre, con la bolla Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264), estese la solennità a tutta la Chiesa, fissandola al primo giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste. In Italia, nel 1977, la Cei ne ha spostato la celebrazione alla domenica seguente.

Così scrisse Urbano IV nella bolla: «Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che almeno una volta l’anno se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è pre

Papa Leone in Spagna, sarà lui a inaugurare la Sagrada Familia appena terminata. Perché è un viaggio «difficile» (e perché per Prevost l’Europa può essere un modello)

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Giugno 2026

Il Papa incontrerà oggi i Reali di Spagna, lunedì sarà il primo pontefice a rivolgersi al Congresso. E il 10 inaugurerà la Torre di Cristo che porterà a compimento l’opera geniale di Gaudì

La Sagrada Família (sopra, nella foto) è il capolavoro dell’architetto Antoni Gaudí (Reus, 25 giugno 1852-Barcellona, 10 giugno 1926), il massimo esponente del modernismo catalano. La costruzione della basilica iniziò nel 1882 sotto il regno...

CITTÀ DEL VATICANO – Barcellona, 7 giugno 1926, poco dopo le sei del pomeriggio. Un uomo è stato appena investito dal tram numero 30 mentre attraversava, con passo stanco e incerto, la Gran Via de les Corts Catalanes. È ridotto male, una guarda civile ferma una macchina, lo portano al pronto soccorso e riesce appena ad articolare un nome che non viene compreso, l’annotazione sul registro riporta un assurdo «Antònia Samdi», del paziente 1121 non vengono trascritti altri dati e del resto è un uomo anziano, senza documenti, ha la barba lunga e bianca ed è vestito poveramente, i pantaloni sformati tenuti su con spille da balia, le scarpe logore, dev’essere un clochard: lo portano all’ospedale dei poveri, la Santa Croce, dove morirà di lì a tre giorni.

La notte dell’incidente, un fratello laico che lavorava come infermiere aveva guardato perplesso i due uomini che lo cercavano da ore, «se Antoni Gaudí fosse qui, lo saprebbero tutti». L’architetto della Sagrada Familia era già in agonia, «Dio mio, Dio mio», mormorava nei momenti di lucidità, da cinque mesi viveva in una stanzetta ricavata nel cantiere dell’opera di tutta una vita. Sapeva di non poter vivere abbastanza a lungo da vederla finita ma non poteva immaginare che sarebbe stato un Papa, il 10 giugno 2026, a cento anni esatti dalla sua morte, a inaugurare la torre di Gesù Cristo che porta a compimento la più celebre e straordinaria delle chiese contemporanee, il capolavoro destinato a fare di Antoni Gaudí i Cornet il primo beato, e più oltre santo, nella storia dell’architettura: è stato dichiarato Venerabile il 14 aprile 2025 e alle Cause dei Santi è in corso l’esame di un presunto miracolo ottenuto per la sua intercessione, l’ultimo passo prima della beatificazione.

Il Papa in aereo: «Ai Mondiali tiferò Stati Uniti»

Leone XIV arriva oggi in Spagna, sette giorni e duemilacinquecento chilometri di viaggio tra Madrid, Barcellona e le Canarie, come un ritorno del Papa nella Vecchia Europa. Francesco prediligeva le periferie, a Strasburgo precisò che visitava le situazioni europee e non la Francia, anche le visite a Marsiglia e in Corsica erano motivate da eventi particolari. A bordo dell’aereo Ita che lo porta a Madrid, Leone, parlando con i giornalisti ha annunciato: «Farò sicuramente il tifo per gli Usa ai Mondiali di calcio ma non so quante partite avrò modo di vedere». C’è anche spazio per una battuta sul Clásico del calcio, Real Madrid- Barcellona: «È semplice… Il Papa tifa per tutte le squadre, ma Prevost tifa per il Real Madrid!»

Quale messaggio sente di rivolgere a Putin, che ha rifiutato l’incontro con Zelensky? 

«Il messaggio dell’enciclica: promuovere i negoziati che almeno si stavano facendo. Veramente bisogna spingere per arrivare a una conclusione della violenza e della guerra, e trovare una soluzione. Troppe vite ormai stanno morendo». Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo, saluta ciascuno e risponde a qualche domanda. «Sono preoccupato per l’Ucraina. Ogni volta la situazione peggiora. Adesso anche negli Stati Uniti alcuni vogliono dare il loro appoggio. Sono già quattro anni e mezzo. Occorre trovare una soluzione». 

Prevost torna anche a parlare di Iran, gli ricordano che il vicepresidente Usa J.D. Vance ha sostenuto si tratti di una guerra giusta e il Papa replica tranquillo: «Credo sia stato già dichiarato con molta chiarezza: viene meno, lì, una guerra giusta… Il problema è che la teoria della guerra giusta viene da secoli passati, non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi. È tutto come dico nell’enciclica…».

Un giornalista americano gli chiede dell’aumento delle conversioni negli Stati Uniti: «Sono molto soddisfatto delle notizie che mi giungono. I giovani che sono alla ricerca di qualcosa di più, essendo cresciuti in molti casi senza, per così dire, una dimensione spirituale nella loro vita, si rendono conto che c’è un vuoto e una mancanza di senso, e forse la mia visita contribuisce a risvegliare ancora di più qualcosa che loro stessi non sanno bene come definire».

Quindi sorride ironico, citando un celebre rapper: «Se si trovassero di fronte alla domanda: vogliono vedere Bad Bunny o vogliono vedere il Papa, penso che molti andrebbero a vedere Bad Bunny. Ma penso che ci saranno anche alcuni qui per vedere il Papa. E questo la dice lunga, sapete». 

Ora invece Prevost, dopo la Spagna, andrà a fine settembre pure in Francia, tra Parigi e Lourdes: un riconoscimento del ruolo che il Vecchio Continente, e i Paesi di antica tradizione cristiana, possono avere in un mondo ridotto alla legge del più forte. Mentre altrove multipolarismo e democrazie sono in crisi, l’Unione europea può essere un modello, se non dimentica la propria storia.

Di recente Leone ha citato l’opera di Cirillo e Metodio, santi del IX secolo e compatroni d’Europa, invocando «la costruzione di una nuova unità del continente europeo, per superare tensioni, divisioni e antagonismi – religiosi e politici».

Certo il clima politico in Spagna non è dei più favorevoli ai discorsi unitari, tra le inchieste sui socialisti del premier Sánchez, gli scontri all’arma bianca con i popolari e i risentimenti che si avvertono contro la stessa Chiesa, polemiche mai sopite sugli abusi pedofili, vecchie pulsioni anticlericali all’estrema sinistra e il risentimento all’estrema destra per l’impegno in favore dei migranti: la tappa finale alle Canarie era l’ultimo viaggio immaginato da Francesco, l’ultima stazione della via Crucis da Lampedusa a Lesbo, Cipro, Malta, le isole dei disperati che cercano di raggiungere l’Europa, tanto che Leone chiuderà il cerchio tornando a Lampedusa il 4 luglio.

Oggi Leone incontrerà a Madrid i reali e la società civile, lunedì sarà il primo Papa a rivolgersi al Congresso dei deputati. Non sarà un viaggio facile, la già «cattolicissima» Spagna è divenuto un Paese sempre più scristianizzato, un’epitome dell’Europa. Per questo la celebrazione alla Sagrada Família di Barcellona racchiude il senso più profondo del viaggio di Leone, il Papa che si è proposto di «sparire perché rimanga Cristo». 

Gaudí aveva appena trentun anni quando nel 1883 gli fu affidato il progetto, dal 1914 non si dedicò ad altro. Negli ultimi otto mesi, dal novembre 1925, si era trasferito nel cantiere: viveva in una stanzetta con un letto, ricavata da un tramezzo e occupata dai modelli in gesso e le piantine che occupavano anche il resto del laboratorio.

Ogni mattina, racconta Armand Puig i Tàrrech nella più accurata delle biografie («Antoni Gaudí. Vita e opere», San Paolo), assisteva a due messe, faceva la comunione e pregava prima di cominciare il lavoro quotidiano, «la vita è amore e l’amore è sacrificio». Aveva grande fede nella Provvidenza, la sua chiesa avrebbe richiesto tutto il tempo necessario: «Il padrone di quest’opera non ha fretta».

Lo studioso russo Vasily Kashin: «Mosca e Kiev, ormai è pareggio. Questa crisi potrebbe durare ancora per anni»

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 6 Giunbgo 2026

Il «falco» vicino al Cremlino e il suo pamphlet che ha fatto discutere: «La prosa di ferro della realtà». «Non è nel nostro interesse sprecare risorse industriali e tecnologiche per conquistare piccoli villaggi ucraini, perseguendo obiettivi immaginari»

«Lei conosce il villaggio di Malaya Tolmachka? Ecco, io credo che l’Operazione militare speciale sia un elemento del confronto più ampio con l’Europa, e in misura minore con gli Stati Uniti, il cui esito dipende soprattutto dalla ristrutturazione della nostra industria e della sua base tecnologica, dai cambiamenti nella politica economica e dalla creazione di forze armate più moderne. Proprio per questo, non è nel nostro interesse sprecare all’infinito queste risorse nei pressi di un piccolo villaggio ucraino, perseguendo obiettivi immaginari». 

Sono quasi due settimane che la comunità russa degli esperti militari e dei blogger Z è in subbuglio e si è divisa sulle sorti della guerra in Ucraina. A scatenare il dibattito è stato un lungo articolo di Vasily Kashin, direttore del Centro di studi europei e internazionali della Scuola Superiore di Economia, intitolato «La prosa di ferro della realtà», e pubblicato su La Russia nella politica globale, una rivista finanziata dal governo, in pratica la Bibbia dei falchi di guerra. 

Non è certo una colomba, Kashin, che persino tutti i media putiniani definiscono come «uno dei più noti ed autorevoli studiosi russi in materia militare», anzi. Ma nell’inaugurare quello che lui stesso chiama «un nuovo realismo», afferma in buona sostanza che «nella fase attuale, l’obiettivo di “eliminare il regime antirusso” in Ucraina è di fatto irraggiungibile», e che lo scenario più probabile è quello di un pareggio.

 Abbiamo capito bene, professor Kashin? 
«A mio avviso, è ora di renderci conto che tenendo conto degli aiuti occidentali ricevuti, sia in termini di equipaggiamento che di denaro, le capacità ucraine sono all’incirca pari al bilancio militare russo e superano le spese russe direttamente destinate all’Operazione militare speciale». 

Ma il rapporto delle risorse umane è di cinque a uno a favore della Russia. «Certo, l’Ucraina ha una popolazione inferiore. Ma sta attuando una mobilitazione generale, mentre il mio Paese ha mobilitato solo altre trecentomila persone, nel settembre del 2022. Dal punto di vista delle risorse umane, le capacità delle parti sono comparabili». 

E a livello di armamenti? 
«La Russia conserva la sua superiorità in termini di potenza di fuoco e capacità di difesa aerea, ma l’Ucraina, grazie all’accesso al potenziale occidentale, ha un vantaggio in settori importanti come l’intelligence tattica e le comunicazioni. Nell’uso dei droni, arma chiave di questa guerra, sono entrambe alla pari». 

Quali sono le conseguenze di questo equilibrio? 
«Per la Russia è tecnicamente impossibile una completa occupazione militare dell’intero Paese, e lo sarà ancora per un lungo periodo. Chi lo indica come un obiettivo reale, si sbaglia. Non è realizzabile nell’ambito dell’Operazione militare speciale, e non dovrebbe essere neppure menzionato. Lo stesso vale per un eventuale cambio di regime. Proprio l’esperienza dell’attacco americano all’Iran dimostra che la distruzione della leadership di un Paese, che in precedenza aveva predisposto un sistema di controllo di riserva, potrebbe non portare a risultati strategici positivi». 

E se il fronte dovesse crollare? 
«Cambierebbe ben poco. La Russia non dispone delle capacità necessarie per controllare e gestire in modo sostenibile tali territori, caratterizzati da un’economia in rovina e da una popolazione estremamente ostile». 

La sostanziale parità di forze a cosa può portare? 
«Il risultato più evidente è un rallentamento dell’avanzata russa. Malgrado singole dichiarazioni in Occidente, il territorio controllato dalla Russia cresce ogni mese che passa. Ma i ritmi di crescita si sono notevolmente abbassati. Questa crisi di posizione potrebbe continuare per alcuni anni, e questo avrà il suo prezzo per la Russia, per l’Ucraina e per l’Europa». 

Teme un allargamento del conflitto? 
«In caso di fine della guerra in Ucraina, farei fatica a immaginare azioni belliche in Europa o viceversa. Il conflitto attuale ha inculcato una profonda consapevolezza, da tutte le sue parti, dei rischi e del grado di determinazione dell’avversario, e inoltre ha drasticamente trasformato le società da ambo i lati della nuova cortina di ferro». 

Se fosse interpellato, cosa direbbe a Vladimir Putin? 
«Nell’articolo si parla dell’importanza della rapida stipulazione di un accordo sul cessate il fuoco in conformità alle intese raggiunte ad Anchorage. Putin è colui che ha pattuito queste intese con il presidente Trump. È difficile che abbia bisogno di consigli». 

Quale è lo sviluppo più probabile di questa guerra? 
«L’Ucraina continuerà a tenere il fronte ancora per diversi anni. Finora non sono state trovate soluzioni né tattiche né tecniche che ci diano la possibilità di tornare a una normale guerra di trincea, dove forse la Russia potrebbe prevalere. Quindi non abbiamo motivi di aspettarci, nel prossimo futuro, il superamento di questo stallo posizionale». 

La verità storica di santa Giovanna d’Arco, contro le fake news

 3 Giugno 2026 ore 09:36

di Cristina Siccardi – Chiesa cattolica | CR 1953

L’Unione Europea e i media “griffati” invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L’ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall’Agenzia Stampa AGI con l’articolo del 28 maggio u.s. con l’articolo intitolato Giovanna d’Arco, la prima femminista della Storia. 

Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d’Arc, sotto la Rivoluzione francese.

Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date. 

La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d’Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio.

La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d’Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c’erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell’Epifania, ma la cronologia è incerta), c’erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all’interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent’anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453.

Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l’Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell’immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l’analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa:

«Gesù, Maria! Re d’Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. Re d’Inghilterra, se così non fate, io sono condottiero e in qualunque luogo attenderò in Francia le vostre genti, volenti o nolenti le caccerò via. E se non vogliono obbedire, tutte le farò uccidere; sono qui inviata da parte di Dio, Re del cielo, corpo a corpo, per espellervi da tutta quanta Francia. E se vogliono obbedire saranno nelle mie grazie. E non pensate altrimenti, perché non otterrete il regno di Francia da Dio, il Re del cielo, figlio di Santa Maria, ma l’avrà re Carlo, il vero erede, perché Dio, il Re del cielo, lo vuole […]» (AA.VV., Storia dei Santi e della santità cristiana, a cura di André Vauchez, Università di Parigi X – Nanterre, vol. VII, p. 145).

Jeanne, la cui vita, consumatasi in 19 anni, fu un mistero di ineffabile gioia e di inesplicabile dolore, era la minore dei cinque figli di Jacques d’Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini. Nell’estate del 1425, all’età di 13 anni, nel giardino di casa, sente una voce… è quella di san Michele Arcangelo, che le dice di far sua la causa della Francia. Udrà la voce ancora molte volte e ad essa si uniranno quelle delle vergini e martiri santa Margherita D’Antiochia (275- 290) e di santa Caterina d’Alessandria (287-305). L’incalzante invito era accompagnato a quello di far consacrare Carlo di Valois (1403-1461) quale re di Francia. Ma come era possibile? Giovanna fece resistenza: era una semplice ragazza adolescente, come avrebbe potuto ottemperare a quella richiesta? Ma il Signore rende possibile l’umanamente impossibile.

Domrémy si trovava ai confini del regno, nella valle della Mosa che divideva la Francia dall’Impero Romano-Germanico. Gli Anglo-Borgognoni nel 1428 si impadronirono di tutte le piazze della Mosa rimaste fedeli al Delfino di Francia: Domrémy fu devastata; ciò decise il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt (ca. 1400-1454), che in un primo tempo aveva considerato Jeanne d’Arc una pazza, di inviarla alla missione da lei richiesta: salvare Orléans; far consacrare il Re; cacciare gli Inglesi dalla Francia; liberare il duca d’Orléans.

Jeanne, che aveva fatto voto di verginità per amore di Gesù Cristo, indossati abiti maschili e tagliati i capelli, non per farsi maschio e rivaleggiare con i maschi, ma per nascondere prudenzialmente il più possibile la sua identità femminile per non essere oggetto di interesse in mezzo a tutti quegli uomini, venne armata di tutto punto e sul suo stendardo venne dipinto Cristo Re, affiancato da due angeli, con le parole «Jesus-Maria». Nessuna spada in mano, dunque (come invece certe letture femministe farneticano), ma sempre e solo il vessillo di Fede.

Il nome di Gesù comparirà sempre nell’intestazione delle sue lettere, sul suo anello e morirà pronunciandolo più volte a gran voce. La Pulzella si unì ad un esercito d’appoggio che proteggeva un convoglio di approvvigionamento e riuscì ad arrivare ad Orléans dalla riva sinistra. L’8 maggio 1429 gli inglesi assedianti furono sconfitti. Da qui si susseguirono una battaglia dopo l’altra e in queste circostanze il coraggio soprannaturale della giovane santa ricorda la tempra dei condottieri dell’antico Testamento, garantiti dal Dominus Deus sabaoth (Signore Dio degli eserciti). 

Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII venne incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacrò eroina inviata dal Cielo: la gente voleva toccare i suoi abiti, il suo cavallo, l’avvicinavano per conoscere il futuro, per richiedere grazie e guarigioni…

Jeanne d’Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell’esercito regio; ma gli storici oggettivi concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia. Tuttavia le truppe inglesi la fecero prigioniera a Compiègne il 23 maggio 1430. Dopo due giorni dalla cattura, l’Università di Parigi chiese che l’Inquisizione la giudicasse come una strega. Questa soluzione piacque molto al duca di Bedford in quanto gli consentiva di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali.

Il 9 gennaio 1431 il vescovo Pierre Cauchon (1371-1442) aprì il processo presso Rouen nel castello di Le Bouvreuil, fortezza di Richard Beauchamp (1382-1439) che, conte di Warwich e governatore della città dal 1427, aveva precise consegne dal sovrano Enrico VI (1421-1471). Fra gli assessori convocati, sei provenivano dall’Università di Parigi, inoltre erano presenti circa sessanta prelati ed avvocati ecclesiastici, fra cui il Vescovo di Norwich e, al di sopra del Collegio Giudicante, il Cardinale di Winchester, Henry Beaufort (ca. 1374-1447), prozio e cancelliere di Enrico VI.

L’iniquo processo durò dal 20 febbraio al 24 marzo 1431. L’imputata era accusata di idolatria, scisma e apostasia. Durante il processo le venne chiesto se era in grazia di Dio ed ella rispose: «Se non ci sono, voglia Dio mettermici, e se ci sono voglia Dio tenermici». I suoi interrogatori furono un capolavoro di determinazione e perseveranza nella sola fede cattolica. Fu abbandonata al braccio secolare. Il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa viva sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen. Morì contemplando una grande croce astile che frate Isembard de la Pierre aveva portato per lei.

Nel 1456 fu solennemente proclamata la sua riabilitazione; sarà beatificata da san Pio X (1835-1914) nel 1910 e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV (1854-1922). Una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinale Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nel tragico e infausto processo.

La martire francese resta personalità unica e straordinaria e rivela tangibilmente la potente presenza di Dio nella Storia; così come la sua limpida testimonianza dimostra gli errori che gli uomini di Chiesa possono commettere, ma come la verità della Sposa di Cristo emerga comunque e sempre.

Jeanne d’Arc tese all’Imitatio Christi attraverso la fede salda, la carità immensa, la volontà indefettibile, l’umiltà, la purezza, l’oblio di sé, accettando la sofferenza e la morte come sacrificio supremo per amore. Da bambina saliva al romitorio di Notre-Dame di Bermont e nel mese mariano offriva dolcemente alla Vergine Santissima corone di fiori. Nel maggio del 1431 donò la palma del martirio a «Jesus-Maria»: come per la clarissa santa Colette di Corbie (1381-1447), che probabilmente aveva incontrato a Moulins nel 1430, anche per Jeannette, così allora amabilmente chiamata, il Redentore e la Corredentrice sono eternamente inscindibili.

Fatima, timore dell’inferno e desiderio del Cielo

 3 Giugno 2026 ore 09:36

di Roberto de Mattei – Chiesa cattolica | CR 1953

Non si può chiudere il mese di maggio senza ricordare ancora una volta le apparizioni di Fatima. 

Il messaggio di Fatima non è contenuto solo nei tre segreti che il 13 luglio 1917 la Madonna rivelò a Lucia, Giacinta e Francesco. Il Messaggio comprende molte altre cose, tra le quali le preghiere che la Beatissima Vergine in persona insegnò ai tre pastorelli. Una di queste preghiere accompagna ogni giorno la recita del Santo Rosario. E’ quella che dice: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia».

Le parole di questa preghiera, o giaculatoria, perché può essere rivolta a Dio in qualsiasi momento della giornata, compendiano un insegnamento teologico e pastorale dal quale dovrebbe trarre ispirazione ogni vescovo e sacerdote del mondo, a cominciare dal supremo Pastore della Chiesa, che è il Romano Pontefice. È, infatti, la Madonna stessa che insegna ai tre pastorelli come rivolgersi al Signore e le sue parole sono dirette all’umanità intera per salvarla dai pericoli che incombono su di essa. La Vergine Maria manifesta così, ancora una volta, il suo ruolo di Mediatrice universale di tutte le grazie. Una Mediatrice che non offusca il ruolo primario del Mediatore supremo, che è Gesù Cristo, ma che anzi, ci mostra come unirci più profondamente a Lui. La giaculatoria di Fatima si apre proprio con il nome di Gesù, l’unico Salvatore dell’umanità. Come dice il Vangelo, «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome sotto il cielo dato agli uomini, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti 4,12). 

All’ invocazione «Gesù mio», seguono nella preghiera, tre specifiche richieste.

La prima che viene rivolta al Signore, dice: «Perdonateci le nostre colpe».Due sole parole con le quali Maria SS.ma ricorda che esistono colpe, da cui nessun uomo è esente. Queste colpe sono i peccati, la violazione della legge divina, che affonda le sue radici nel peccato originale. Quando l’uomo cade nel peccato, non è in grado di riscattarsi con le proprie forze, non può autogiustificarsi, ma ha bisogno di essere perdonato. Non ci può essere perdono, però, senza il pentimento. Il pentimento, a sua volta, comporta la consapevolezza di avere meritato il castigo divino, per avere offeso Dio, degno di essere amato sopra ogni cosa.

La necessità del pentimento nasce anche dal timore dell’inferno. È questa la seconda richiesta:«Preservateci dal fuoco dell’inferno». Se l’uomo muore senza essersi pentito e senza aver ricevuto il perdono, cade nell’inferno. L’inferno non è uno stato spirituale dell’anima, ma è il luogo riservato a chi, sino alla fine della vita, rifiuta di pentirsi delle proprie colpe. La pena che si soffre nell’inferno consiste in un fuoco inestinguibile: un fuoco reale, non metaforico, che si accompagna a quello spirituale della perdita di Dio. E poiché l’anima è immortale, la pena dovuta al peccato grave, senza pentimento, dura quanto dura la vita dell’anima, cioè per sempre, per l’eternità. È questa la dottrina della Chiesa che ci ricorda la Vergine Maria.

Il primo segreto di Fatima, comunicato dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, si apre proprio con una visione terrificante dell’inferno, che appare come un luogo, non vuoto, ma pieno di anime di dannati: «un grande mare di fuoco, che sembrava stare sottoterra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio […]». Solo la grazia di Dio può preservare l’uomo dall’inferno, perché se l’uomo pretende di fare a meno di questa grazia, se si illude di salvarsi con le sue forze, non può evitare l’inferno. Perciò bisogna dire al Signore: «Preservateci dal fuoco dell’inferno», pensando anche ai tanti che rifiutano di credere a questa tragica verità eterna.

E infine l’ultima richiesta della preghiera. Dopo averci ricordato l’esistenza dell’abisso infernale, la Madonna ci indica la nostra meta, l’orizzonte luminoso del cielo, dicendo: «Portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia». Il Cielo è il Paradiso, che è anch’esso un luogo, un luogo non di immensa sofferenza, ma di infinita beatitudine, immune da tutti i mali e ricolmo di tutti i beni, la sede gloriosa e splendente di Dio, dove i giusti godono la felicità eterna. 

È questa la scelta drammatica, ma reale della nostra vita, il bivio che ci attende nell’ora della nostra morte. Il Cielo, che è il luogo dove raggiungono la felicità eterna le anime che si salvano, o l’inferno, che è il luogo dove soffriranno eternamente i dannati. Tutte le fatiche e le sofferenze della vita terrena non hanno proporzione né con l’inferno, meritato dai nostri peccati, né con il Cielo, che ci è stato promesso, se, con l’aiuto di Dio, vivremo nella sua grazia.

Suor Lucia, racconta di avere avuto, il 3 gennaio 1944, nella cappella del convento di Tuy, la visione apocalittica del castigo dell’umanità e di aver poi sentito risuonare nel suo spirito queste parole: «Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica.  Nell’eternità il Cielo! Questa parola ‘Cielo’ – dice suor Lucia – riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il cielo, il cielo!»

Il desiderio del Cielo è stato il principio guida della vita di santa Teresa del Bambin Gesù e di tanti santi. Santa Teresina diceva: «La terra mi pareva un luogo d’esilio, sognavo il Cielo…». La terra è una valle di lacrime, dove tutto è fugace e si corrompe, il Cielo è una terra beata, dove tutto vive e nulla muore. Non basta temere l’inferno, bisogna desiderare il Cielo, la felicità del Paradiso, che è l’ultimo fine dell’uomo.

L’uomo deve desiderare il Cielo, ma ha bisogno dell’aiuto divino per raggiungere la sua meta. La Madonna, nella sua giaculatoria, ci invita a chiedere l’aiuto di Gesù per tutte le anime, ma soprattutto per quelle più deboli, quelle che più hanno bisogno della misericordia divina.

Tra queste anime deboli, c’è anche la nostra. Confidiamo nella misericordia di Dio, che ci giunge attraverso Maria, ausilio dei cristiani e rifugio dei peccatori. È Lei che, per aiutarci. ci ha insegnato, insieme ad altre, la preghiera, che oggi ripetiamo con fiducia: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia». 

Una scala di roccia verso il cielo, storia e leggenda della Madonna della Corona. «È il santuario più ardito d’Italia»

di Antonino Padovese – Coriere della Sera – 3 Giugno 2026

Costruito sul monte Baldo fra Verona e Trento, ci vivevano gli eremiti. Oggi fedeli, pellegrini, turisti e sportivi sfidano i 2 km e mezzo del Sentiero della speranza: ~«Il più antico Ex voto è del 1447»

Il santuario Madonna della Corona costruito sulle pendici del monte Baldo in provincia di Verona

«Benvenuti nel santuario più ardito d’Italia». Monsignor Martino Signoretto da quattro anni si è trasferito da Verona, dov’era vicario episcopale per la cultura, a Ferrara di Monte Baldo. Il vescovo lo ha nominato rettore del santuario della Madonna della Corona, una perla incastonata nella roccia e protesa verso il cielo. Dalla terrazza di questo santuario con più di 500 anni di storia alle spalle si vede benissimo la Val d’Adige, la ferrovia, le auto e i camion che corrono sull’asse Nord-Sud dell’A22, l’autostrada che collega il Brennero a Modena.

Ogni anno sono 200 mila le persone, turisti, fedeli e pellegrini, che decidono di visitare il santuario. «Si tratta di un numero indicativo – aggiunge monsignor Signoretto — perché l’unica contabilità che possiamo tenere è quella dei 90-110 mila biglietti che vengono acquistati per il bus navetta, che però non funziona da novembre a marzo. Il bus rappresenta solo una delle vie d’accesso al nostro santuario».

Il modo più conosciuto ma anche più faticoso per arrivare ai 774 metri sul livello del mare del luogo di culto è il Sentiero della Speranza, che parte dal comune di Brentino Belluno ed è indicato con il numero 73 dei cammini mappati dal Cai, il Club alpino italiano. Si tratta di un percorso non difficile ma comunque consigliato a persone allenate, perché tra partenza e arrivo ci sono 600 metri di dislivello. Per questo anche il sito del santuario raccomanda l’utilizzo di calzature adatte e una piccola scorta di acqua. Il Sentiero della Speranza è il cammino storico che fino al XX secolo hanno affrontato migliaia di pellegrini ogni anno: scalini ricavati nella roccia, le stazioni che ricordano i misteri del Rosario, i due chilometri e mezzo di cammino vengono affrontati spesso dai fedeli con preghiere e canti. Una volta visitato il santuario, non resta che intraprendere il cammino di ritorno attraverso la stessa strada percorsa all’andata.

Come si arriva

Per i turisti, invece, ci sono due percorsi più semplici e in discesa che partono dall’abitato di Spiazzi, un bellissimo borgo con tanti ristorantini e qualche parcheggio, o dall’hotel Stella Alpina, dove anche le comitive numerose trovano posto per pranzare e per ristorarsi, mentre all’esterno ci sono spazi più ampi per parcheggiare i pullman. La passeggiata, perché di questo si tratta, passa attraverso punti in cui è possibile fare trekking con gli alpaca o comprare prodotti derivati da questi mammiferi originari del Sudamerica. Per chi vuole camminare poco, c’è anche un bus navetta.
Che si scelga la via breve o quella più lunga, la vista del santuario che compare in lontananza tra gli alberi susciterà molte emozioni. Grazie a una galleria scavata nella roccia è possibile arrivare alla piccola cittadella in cui c’è un bar, un negozio di souvenir e i servizi. Ma lasciate tutto e godetevi la meraviglia di un santuario abbracciato alla roccia salendo la scalinata che vi porta sul sagrato della chiesa. Quello spazio in cui la domenica monsignor Signoretto e i suoi collaboratori riempiono di sedie, perché sanno che le panche all’interno non saranno sufficienti per chi vuole seguire la messa. Ne viene celebrata una ogni giorno, alle 10.30. Il sabato ce n’è una anche al pomeriggio, la domenica due al mattino e una al pomeriggio. Il giovedì al posto della funzione al mattino c’è quella delle 15.30.

Nei giorni feriali, è più semplice entrare e trovare posto all’interno di una chiesa che si appoggia alla roccia, tanto che un’intera parete è costituita dalla montagna, una delle propaggini del Baldo. Nella parete opposta, ci sono centinaia di Ex voto: sono quadri, disegni, fotografie, ritagli di giornali lasciati da chi si è salvato pregando la Madonna della Corona: il più antico è del 1447 e fu lasciato da una donna salvata che stava per annegare nell’Adige. Uno dei più recenti è quello lasciato il 12 dicembre 2022 da monsignor Signoretto, che quel giorno fu colpito da un ictus ed ebbe un sorprendente recupero.

Le origini

La data ufficiale di nascita del santuario è il 1522 ma le origini del culto mariano qui risale a 500 anni prima: attorno all’anno Mille, quando, come ricorda il rettore, «si cercavano i posti più assurdi per trovarsi a pregare» qui vivevano alcuni eremiti legati all’abbazia di San Zeno a Verona. Due secoli più tardi era stato costruito un monastero e una cappella dedicata a Santa Maria di Montebaldo, accessibili solo attraverso un lungo e tortuoso percorso dalla Val d’Adige e fra le rocce. Tutti i santuari hanno un racconto di fondazione e ce l’ha anche questo di Spiazzi: nel 1522, per sfuggire ai saccheggi di Solimano il Magnifico, un angelo portò la statua della Pietà dall’isola di Rodi, nel Mediterraneo, a queste altezze.

Una piccola cappella fu costruita nel posto esatto in cui venne trovata la statua. In realtà questa piccola scultura ha un piedistallo datato 1432 e fa riferimento a un dono di un nobile trentino di Rovereto. Nel Cinquecento furono però create le due scalinate ancora presenti, mentre un secolo più tardi fu costruita una nuova e più grande chiesa che inglobò la precedente.
Gli ultimi interventi di demolizione e ristrutturazione risalgono a 50 anni fa. Fino al 1806, la chiesa era in mano ai Cavalieri del Santo Sepolcro. Poi arrivò Napoleone e i beni furono trasferiti alla Diocesi di Verona. Oggi la chiesa è una «basilica minore», come ricordano le iscrizioni fu visitata in meno di 100 anni da due papi, il veneto Pio X quando era ancora Patriarca di Venezia nel 1893 e San Giovanni Paolo II nel 1988. Negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, i cittadini di Spiazzi cercarono qui un rifugio alle ultime rappresaglie dell’esercito tedesco in ritirata. Da visitare, oltre alla chiesa, ci sono anche il Sepolcreto degli eremiti e la Scala santa, che si sale in ginocchio.

Non c’è solo la fede a spingere molti a visitare questo luogo magico, un grande contribuito lo hanno dato i social e in particolare Instagram, con le Storie di influencer e travel blogger che hanno scoperto questo santuario visitato da tantissimi turisti stranieri, cristiani e fedeli di altre religioni.
L’amministrazione della chiesa ha contato 107 tipi diversi di monete provenienti da tutto il mondo. Ci sono anche quelle di plastica, utilizzate per un certo periodo dalla Moldavia.

Tre esperti Usa: senza cambio di regime in Iran, Trump non vince

di Federico Rampini| 2 giugno 2026

Gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza

La situazione nel Golfo resta fluida, i bilanci sono impossibili finché non viene firmato un accordo tra Stati Uniti e Iran. Poi, una volta conosciuti i dettagli, il pezzo di carta firmato dalle parti non basterà: bisognerà vedere quanto sarà rispettato e applicato. In attesa che giunga quel giorno, un bilancio ipotetico della guerra finora guardava a due indicatori chiave: Hormuz e nucleare. Senza una riapertura totale e incondizionata dello Stretto (senza pedaggi), senza una rinuncia all’arricchimento dell’uranio, non si potrà parlare di una vittoria americana. Ora tre esperti americani intervengono con una condizione aggiuntiva, «ripescando» in extremis la questione del cambio di regime. Finché questa Repubblica islamica sopravvive, sia pure decapitata di un’intera generazione di leader, il problema Iran resterà e il Golfo non potrà dirsi pacificato.

Secondo Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh — tre autorevoli esponenti dell’establishment strategico americano, rispettivamente ex sottosegretario alla Difesa, ex responsabile CIA per il dossier Iran e senior fellow del Council on Foreign Relations — gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale della guerra con l’Iran: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza.

Gli autori partono da una constatazione: negli ultimi vent’anni la politica americana verso l’Iran è oscillata fra due illusioni opposte. La prima è stata quella dell’amministrazione Obama, convinta che un accordo nucleare accompagnato dalla revoca delle sanzioni avrebbe incentivato Teheran a comportarsi come una potenza responsabile. La seconda è stata la convinzione, diffusa in parte della destra americana, che una forte pressione economica e militare potesse rapidamente piegare il regime.

Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh entrambe le strategie hanno fallito. L’accordo nucleare del 2015 non ha moderato la Repubblica islamica. Al contrario, le nuove risorse finanziarie fornite da Obama hanno consentito a Teheran di rafforzare i propri alleati regionali e la propria rete di milizie jihadiste (Hamas Hezbollah Houthi) con le conseguenze che sappiamo in Israele e in Libano. Anche per la ricchezza degli arsenali missilistici e di droni la teocrazia degli ayatollah può «ringraziare» Obama. Allo stesso tempo, neppure la pressione militare più recente ha prodotto il risultato sperato di destabilizzare il sistema di potere iraniano.

Gli autori osservano che l’attuale accordo negoziato da Donald Trump, volto a ridurre la militarizzazione dello stretto di Hormuz e a contenere l’escalation, nasce da una situazione di sostanziale stallo. L’Iran ha subito colpi pesanti, ma è riuscito a dimostrare che può ancora minacciare un punto nevralgico dell’economia mondiale.

Questa consapevolezza ha prodotto un cambiamento all’interno del regime. Per decenni il programma nucleare è stato il pilastro della strategia iraniana. Oggi, sostengono gli autori, una parte crescente dell’élite rivoluzionaria considera Hormuz uno strumento ancora più efficace. Le infrastrutture nucleari possono essere bombardate. Le centrifughe possono essere distrutte. Lo stretto invece resta dov’è sempre stato: sotto gli occhi dell’Iran.

Non a caso alcuni dirigenti vicini ai Guardiani della Rivoluzione hanno iniziato a descrivere Hormuz come una sorta di equivalente funzionale della bomba atomica. Se Teheran riesce a minacciare o limitare il traffico commerciale in quella regione, può provocare conseguenze economiche globali immediate senza possedere armi nucleari.

Da questo punto di vista la guerra avrebbe generato una conseguenza inattesa. I bombardamenti israeliani e americani hanno insegnato al regime che la sua arma più preziosa non si trova nei laboratori nucleari ma nella geografia.

Gli autori ritengono inoltre che la leadership iraniana sia oggi diversa da quella che governava prima della guerra. Le perdite subite, gli assassinii mirati e le operazioni israeliane hanno accelerato una redistribuzione del potere all’interno del sistema. Figure più legate ai Guardiani della Rivoluzione avrebbero acquisito un peso crescente. Si tratta di dirigenti meno inclini alla prudenza e più favorevoli a una strategia offensiva.

In alcuni ambienti vicini al regime si parla apertamente di una nuova dottrina della deterrenza. Se in passato l’obiettivo era evitare uno scontro diretto mantenendo le tensioni sotto una certa soglia, oggi la nuova generazione di dirigenti sembra convinta che l’Iran debba espandere il campo della crisi e sfruttare la propria posizione geografica per esercitare pressione sugli avversari. Anche se verrà raggiunto un accordo che consenta la ripresa del traffico commerciale, la libertà di navigazione nel Golfo Persico non sarebbe più garantita come in passato. Ogni compagnia marittima, ogni assicuratore e ogni investitore saprebbero che Teheran possiede la capacità di interrompere o ostacolare quel traffico in qualsiasi momento.

Washington potrebbe mantenere aperto Hormuz solo attraverso una presenza militare permanente e massiccia. Sarebbe necessario garantire nel tempo la sicurezza delle rotte commerciali, proteggere i convogli, sminare le acque, sorvegliare continuamente l’area e dissuadere nuove iniziative iraniane. Una missione che richiederebbe portaerei, sottomarini, cacciatorpediniere, aerei da ricognizione, droni, velivoli radar, forze anfibie e una rete di basi militari distribuite in tutto il Golfo. In sostanza, ciò che l’America ha cercato di evitare negli ultimi quindici anni: una presenza militare permanente e costosa in Medio Oriente.

Questo entra in collisione con una delle priorità strategiche sia dei democratici sia dei repubblicani: concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina. Da Barack Obama fino a Donald Trump, passando per Joe Biden, la strategia americana è stata quella di ridurre gradualmente il peso del Medio Oriente per dedicare maggiori energie all’Indo-Pacifico. Una crisi permanente nello stretto di Hormuz renderebbe molto più difficile questo spostamento.

Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh, la guerra ha inoltre dimostrato i limiti degli alleati regionali degli Stati Uniti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito enormemente nelle proprie forze armate, ma la deterrenza verso l’Iran continua a dipendere in larga misura dalla presenza americana. Solo Washington possiede la combinazione di intelligence, sorveglianza, comando operativo e potenza di fuoco necessaria per contenere efficacemente la Repubblica islamica.

La sfida non riguarda soltanto il piano militare. Anche dopo i bombardamenti, gli Stati Uniti dovranno continuare a monitorare il programma nucleare iraniano, le fabbriche di missili, la produzione di droni, le attività dei Guardiani della Rivoluzione e gli eventuali aiuti provenienti da Russia e Cina.

Di fronte a questo scenario, gli autori arrivano alla conclusione più controversa. A loro giudizio nessuna strategia di contenimento può risolvere definitivamente il problema iraniano. Né i negoziati, né le sanzioni, né i bombardamenti possono eliminare alla radice la minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica. L’unica soluzione definitiva sarebbe un cambiamento di regime. Edelman, Gerecht e Takeyh non immaginano però una rivoluzione imposta dall’esterno. Al contrario, insistono sul fatto che solo gli iraniani possono rovesciare il sistema creato da Khomeini nel 1979. Gli Stati Uniti e Israele possono indebolire il regime, raccogliere intelligence, sostenere forme di opposizione, creare opportunità. Ma la trasformazione politica dovrà nascere dall’interno.

Le rivoluzioni, ricordano, sono prima di tutto fenomeni psicologici. Affinché una popolazione si sollevi, deve percepire che il potere sta vacillando e che la repressione non è più invincibile. Finora la Repubblica islamica ha mostrato segni di fragilità, ma non di disintegrazione.

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