di Federico Rampini| 24 marzo 2026 – Corriere della Sera
L’Europa è il retroterra logistico della guerra, l’Arabia prova a orientarne l’esito, mentre la Cina è il laboratorio dove ne si misura l’impatto economico.
Vista da Europa, Cina e Arabia Saudita, la guerra contro l’Iran assume tre forme diverse: supporto logistico silenzioso, gestione interna dello choc economico, pressione politica per radicalizzare l’offensiva. Tre prospettive molto diverse che oggi ricevono attenzione sui media Usa.
Il primo teatro è l’Europa, che ufficialmente prende le distanze ma nei fatti è un pilastro operativo più essenziale di quanto creda. Le basi militari disseminate nel continente stanno svolgendo un ruolo cruciale nella conduzione della guerra, al punto che senza questa infrastruttura l’intera campagna americana sarebbe più lenta, più costosa e meno efficace.
Il dato di partenza è elencato in un dettagliato reportage del Wall Street Journal: circa 40 basi americane e 80.000 militari statunitensi distribuiti sul suolo europeo. Una rete costruita durante la Guerra fredda e oggi riattivata come piattaforma avanzata per operazioni verso Medio Oriente e Africa. La sua funzione è duplice: logistica e operativa. Da queste basi partono missioni, ma soprattutto vengono preparate, coordinate e sostenute.
Il cuore di questo sistema è in Germania. La base di Ramstein è una delle piattaforme della guerra: un hub di comando, comunicazioni e trasmissione dati. Qui passano flussi informativi che collegano i droni in volo, i centri di comando americani e le unità operative nel Golfo. Da Ramstein vengono dirette molte missioni con droni e coordinati gli attacchi a lunga distanza. Attorno a questa base ruota un intero sistema: Spangdahlem contribuisce al dispiegamento delle forze, mentre il quartier generale di Stoccarda svolge funzioni di pianificazione strategica. Sempre in Germania si trova anche il più grande ospedale militare americano fuori dagli Stati Uniti, supporto sanitario per operazioni prolungate. Dalla Germania parte un «ponte aereo» continuo verso il Medio Oriente. Aerei da trasporto come i C-17 e i C-130J trasferiscono personale, munizioni ed equipaggiamenti verso il Golfo. Questo flusso logistico è uno degli elementi meno visibili ma decisivi della guerra.
Il secondo pilastro è il Regno Unito. La base di RAF Fairford è stata utilizzata per i bombardieri strategici B-1, fotografati mentre caricavano carburante e munizioni prima di missioni dirette contro obiettivi iraniani. Londra inizialmente aveva posto limiti all’uso delle proprie basi, ma in seguito ha autorizzato missioni definite «difensive», in particolare contro sistemi missilistici iraniani. È una distinzione politica, non cambia la sostanza operativa: gli aerei partono da lì.
Nel Mediterraneo orientale, la Grecia svolge un ruolo importante. La base di Souda Bay, a Creta, è uno dei pochi porti profondi e sicuri in grado di ospitare grandi unità navali americane. Qui ha trovato appoggio la portaerei USS Gerald R. Ford, e da qui operano anche aerei da ricognizione elettronica come i Rivet Joint, impegnati a raccogliere intelligence sui sistemi iraniani. Non è solo un punto di passaggio, ma un centro avanzato per operazioni di sorveglianza e guerra elettronica.
Un altro nodo è il Portogallo, con la base delle Azzorre di Lajes, sull’isola di Terceira. Questa installazione è diventata un hub logistico per il rifornimento in volo: decine di aerei cisterna vi hanno fatto scalo per sostenere le missioni a lunga distanza. In una guerra che si combatte a migliaia di chilometri di distanza, la capacità di rifornire in volo i bombardieri è decisiva.
Anche l’Italia è parte integrante di questa architettura illustrata nell’ampio servizio del Wall Street Journal. La base di Aviano, una delle principali installazioni dell’US Air Force in Europa, ospita velivoli per il rifornimento che permettono ai bombardieri di raggiungere l’Iran senza rientrare negli Stati Uniti. Il governo italiano ha insistito sul fatto che queste attività «non implicano bombardamenti», ma si tratta di un supporto essenziale: senza rifornimento, le missioni non sarebbero possibili.
La Francia ha offerto un contributo simile, consentendo l’utilizzo della base di Istres-Le Tubé per gli aerei cisterna. Anche qui la narrativa ufficiale sottolinea la natura «tecnica» del supporto: un aereo cisterna è una «stazione di servizio volante». Ma, ancora una volta, è un elemento chiave dell’intero sistema operativo.
Infine, ci sono le piattaforme navali e i punti di appoggio sparsi nel Mediterraneo e nell’Atlantico, che completano la rete. Questa infrastruttura consente agli Stati Uniti di evitare lunghi voli transoceanici, riduce i tempi di risposta e mantiene una presenza continua nell’area di operazioni.
Da un lato, i governi europei – dalla Germania all’Italia – ribadiscono che «non è la nostra guerra». Dall’altro, permettono agli Stati Uniti di utilizzare infrastrutture fondamentali per combatterla. In alcuni casi, come la Germania, il governo sottolinea di non avere alcun controllo diretto sull’uso delle basi, a causa di accordi bilaterali che risalgono a decenni fa. In altri, come Spagna e inizialmente Regno Unito, emergono resistenze politiche, ma senza compromettere l’insieme del sistema. In sostanza, l’Europa è diventata il retroterra logistico della guerra: non combatte, ma rende possibile combattere. E questo spiega perché Washington continui a considerare il continente un elemento indispensabile della propria proiezione globale di potenza.
Se l’Europa è il retroterra operativo della guerra, la Cina è il laboratorio dove si misura il suo impatto economico. Pechino osserva il conflitto con preoccupazione crescente, soprattutto per le conseguenze sul prezzo dell’energia e sulla stabilità interna.
Il governo cinese è intervenuto direttamente sul prezzo della benzina, una decisione insolita per un sistema che normalmente segue formule automatiche legate ai prezzi internazionali del petrolio. Stavolta lo Stato ha deciso di assorbire parte dello choc per proteggere consumatori e imprese. Nonostante questo, dall’inizio della guerra il prezzo della benzina in Cina è salito di circa il 20%. Un incremento significativo in un’economia in deflazione e alle prese con difficoltà strutturali: crisi immobiliare, disoccupazione giovanile elevata, fiducia dei consumatori fragile. Il rischio è che l’energia diventi il fattore scatenante di un rallentamento più grave.
La sensibilità cinese è legata alla dipendenza energetica. Più della metà del petrolio importato via mare proviene dal Medio Oriente, una quota rilevante dall’Iran. Questo rende Pechino particolarmente esposta a qualsiasi interruzione delle forniture o aumento dei prezzi. Il governo è consapevole delle implicazioni sociali. Circa 300 milioni di veicoli in Cina funzionano ancora esclusivamente a benzina. I più colpiti sono i lavoratori della gig economy – autisti, corrieri – e i camionisti, molti dei quali operano con margini ridottissimi. Già si registrano segnali di tensione: alcuni autisti dichiarano di voler sospendere l’attività perché i costi del carburante erodono i guadagni.
La decisione di calmierare i prezzi ha un significato politico oltre che economico. È un segnale che il governo vuole prevenire un deterioramento del clima sociale, un indizio della preoccupazione di fondo: una guerra prolungata in Medio Oriente potrebbe compromettere non solo la crescita, ma anche la stabilità interna.
Infine c’è la prospettiva dell’Arabia Saudita, terzo punto di osservazione: non subisce passivamente gli effetti della guerra, ma cerca di orientarne l’esito. Secondo fonti americane citate in un retroscena del New York Times, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha esercitato una pressione diretta su Donald Trump perché l’offensiva contro l’Iran prosegua fino in fondo, parlando di una «opportunità storica» per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.
La sua posizione parte da una valutazione strategica: l’Iran è una minaccia strutturale per i Paesi del Golfo e può essere neutralizzato solo con un cambiamento di regime. Da qui la spinta a non fermarsi a metà strada, a non accontentarsi di una semplice riduzione delle capacità militari iraniane. Secondo le stesse fonti, il principe avrebbe suggerito anche opzioni più radicali, inclusa la possibilità di operazioni terrestri per colpire infrastrutture energetiche chiave. È un salto qualitativo significativo rispetto a una guerra limitata a bombardamenti e attacchi mirati.
Tuttavia, la posizione saudita è ambivalente. Da un lato, la volontà di sfruttare la guerra per indebolire definitivamente l’Iran. Dall’altro, la consapevolezza dei rischi immediati. Gli attacchi iraniani con missili e droni hanno già colpito infrastrutture petrolifere saudite, causando interruzioni nella produzione e nel mercato energetico.
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa la maggior parte delle esportazioni di petrolio del Golfo. La sua chiusura – anche parziale – ha effetti devastanti. Oleodotti e gasdotti alternativi esistono, ma hanno capacità limitata e sono anch’essi vulnerabili. Per Riad il dilemma è duplice: una guerra incompiuta potrebbe lasciare un Iran indebolito ma vendicativo; una guerra prolungata potrebbe destabilizzare l’intera economia regionale. A questo si aggiunge un fattore interno: i grandi progetti di trasformazione economica saudita richiedono stabilità e investimenti internazionali. Un conflitto lungo e incerto rischia di compromettere queste ambizioni.
Da queste tre prospettive emerge un quadro molto differenziato. L’Europa è coinvolta (senza dirlo troppo ad alta voce) anche militarmente, la Cina è colpita senza combattere e rivela la sua vulnerabilità, l’Arabia Saudita cerca di guidare l’esito senza esporsi direttamente sul campo. La guerra contro l’Iran, pur combattuta da altri, è già una guerra di tutti.