diMarco Imarisio| 23 marzo 2026 – Corriere della Sera
Tra propaganda e repressione. Per il presidente russo conta solo il qui e ora. E non gli importa di ottenere una vittoria a un costo talmente alto da risultare quasi equivalente a una sconfitta
«Non vogliamo, non ci prenderete nella vostra rete/Non stiamo, non staremo mai seduti sul vostro Internet». La canzone è affidata a una vecchia gloria della scena musicale russa, dietro di lei una decina di bambini fanno il coro e ballano felici. Nord Corea, stiamo arrivando. E non soltanto da quando il primo canale di Stato si è messo a trasmettere tre volte al giorno, mattina, pomeriggio e sera, il video estratto da una puntata dell’equivalente del nostro vecchio Zecchino d’oro.
L’uso massiccio della televisione come strumento di propaganda per fare il lavaggio del cervello alla popolazione e indurla a credere negli eventuali benefici di una vita senza il web, tranne quello controllato dal Cremlino, alla cinese, non è certo una novità.
Niente WhatsApp, niente Telegram, niente di niente a Mosca. È un blocco totale che può essere letto in due diversi modi. Il primo riguarda l’eterna diffidenza di Vladimir Putin verso la Capitale, che nella sua visione è un luogo popolato da giovani sediziosi e spie straniere, e il timore conseguente di una improbabile fine alla Khamenei. La seconda interpretazione, avallata da molte ambasciate estere, racconta di una prova generale dell’ennesima torsione dei diritti civili, in vista di una nuova mobilitazione parziale, per trovare altra carne da gettare sul banco della macelleria ucraina.
Perché in questo enorme disordine mondiale, una sola cosa appare chiara. Putin non ha mai avuto la minima intenzione di fermare il conflitto. I colloqui di Anchorage, Istanbul e Ginevra, sono stati sabbia da gettare negli occhi di chi strumentalmente finge di credere a una sua volontà di pace, come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Quella in Ucraina non è una guerra esistenziale per la Russia. Lo è solo per Putin e i suoi accoliti. Il presidente russo ha bisogno assoluto di quel lembo restante di Donbass per celebrare una vittoria purchessia, con la parata militare sulla piazza Rossa e la consueta glorificazione mediatica. Senza il 20 per cento mancante di un territorio martoriato, spacciare quel risultato come una vittoria dell’attuale ideologia imperialista sarebbe difficile anche per la sua dominante macchina della propaganda.
In questo senso, a quasi un mese dall’inizio della terza guerra del Golfo inaugurata da Usa e Israele, l’unico vincitore appare essere lui, Vladimir Putin. I media occidentali possono provare ad accontentarsi con l’acclarata perdita di peso internazionale dovuta all’ennesimo abbandono di un alleato. Ma i vantaggi immediati che derivano dall’attuale caos sono più importanti. Gli Usa hanno allentato le sanzioni sul petrolio russo, alimentando le speranza del Cremlino di una loro cancellazione totale. Il vertiginoso aumento dei prezzi del greggio porterà un temporaneo sollievo all’economia, che stava davvero cominciando a vacillare, mentre sta mettendo pressione addosso ai nemici europei.
La recente affermazione di Volodymyr Zelensky, secondo il quale la guerra in Iran sta privando l’Ucraina dei missili necessari per difendersi e contrattaccare, è stata accolta da grida pubbliche di giubilo, per tacere degli insulti quotidiani di Trump all’odiata Nato. «Vale la pena coltivare relazioni e trattare la fine del conflitto ucraino con una amministrazione Usa incapace e inaffidabile?», si chiede l’agenzia statale Ria Novosti nell’editoriale di ieri.
Prima degli affari con Donald Trump, del prestigio internazionale, della possibile recessione globale e del crollo di un fantomatico Nuovo ordine mondiale, viene la necessità di portare a termine la cosiddetta Operazione militare speciale. Un uomo come Putin, isolato dal mondo, ignaro di qualunque nuova tecnologia, che frequenta unicamente i libri di storia, sa bene che l’invasione dell’Ucraina è lo strumento che gli rimane per essere ricordato, per venire citato con grande evidenza in quei manuali. «Lui parla solo con Pietro il Grande e Caterina II», disse un giorno il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il suo più longevo collaboratore, e non stava scherzando.
Per il Cremlino, conta il qui ed ora. Il risultato immediato. Poco importa se la sconfitta, o la vittoria di Pirro, in Ucraina diventerà per la Russia l’equivalente della crisi di Suez del 1956 per la Gran Bretagna e della guerra in Algeria per la Francia, quel momento in cui un’ex potenza imperiale viene obbligata proprio dalla Storia a fare i conti con un ruolo molto ridimensionato, in questo caso soprattutto a causa degli errori e dell’autolesionismo di un uomo che da venticinque anni detiene il potere assoluto.
A Putin interessa soprattutto allontanare e mascherare il momento in cui lui e il suo Paese dovranno affrontare i propri demoni. E la continuazione della guerra in Ucraina è un presupposto necessario per raggiungere questo obiettivo.