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Con gli assaltatori ucraini: «Abbiamo respinto l’offensiva di primavera ma i russi sono come zombie e noi siamo stanchi di ucciderli»

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 23 Marzo 2026

Tra i tank che hanno combattuto la guerra del Golfo e militari che non fanno una licenza da due anni

DALLA NOSTRA INVIATA

FRONTE DI ZAPORIZHZHIA – Sul comodino, due barattoli di integratori e una bomba a mano. La neve si è sciolta da poco e il campo base degli incursori della 225esima è ancora immerso nel fango ma la temperatura sta salendo. «Abbiamo respinto gli assalti del nemico per tutto l’inverno. Ne abbiamo uccisi in media 20/30 al giorno». 

Butta il fucile per terra Anton. E si toglie il giubbetto anti-proiettile. Ha 22 anni e il fisico di un lottatore pronto a spezzarti un braccio solo con lo sguardo. Sta preparando lo zaino per il corso di addestramento da testa di cuoio. «I russi ………..hanno i giubbetti anti-proiettile talmente pesanti con le piastre di ferro che quando li attacchiamo se li tolgono per scappare. E poi non hanno rispetto di sé stessi. Molti di loro non sanno nemmeno perché e dove stanno combattendo».

Anton è volontario.  Sopra la branda ha appeso la bandiera americana e la scritta God Bless America. La testa, ancora quella di un ragazzo che crede forte e giusto siano sinonimi.

Il suo comandante, Serhii, è poco più grande. Passa a salutare. Si accende la sigaretta elettronica e racconta: «Per giorni i russi hanno provato a infiltrarsi sul fronte di Huliapole. Ma ci siamo difesi». Spiega che ora usano nuove tattiche. «Entrano in gruppi di tre o quattro carichi di munizioni e razioni. Noi li chiamiamo i soldati usa e getta: i comandanti sanno che li uccideremo. Poi arrivano gli altri che raccolgono tutto e vanno avanti, magari piantano una bandiera per pochi secondi solo per mandare il video a Mosca buono solo per la propaganda. Ma sono mesi che di corpi speciali russi sul fronte non ne vediamo, hanno finito gli uomini migliori e non riescono a tenere i territori che conquistano».  

Tra i prigionieri, la lista degli stranieri si allunga. «Africani qui non ne abbiamo ancora visti. Ma nel Kursk era pieno». Una cosa però i russi la sanno fare bene. «La loro divisione di dronisti, la Rubikon, ci ha dato filo da torcere. Noi siamo più forti. Ma i loro piloti sono bravi, purtroppo, e sanno usare bene la fibra ottica».

Fronte sud est, il fronte dimenticato, quello che ha fatto la differenza. Secondo gli esperti, sebbene i combattimenti più intensi si concentrino nel Donbass, il suo destino è cruciale. È qui, nella regione che la Russia rivendica dopo i referendum farsa illegali del 2022, che la città di Zaporizhzhia, polo industriale e logistico di 700.000 abitanti, ora rischia la testa.

Un azzardo che potrebbe ribaltare il tavolo negoziale a favore di Mosca.
Lo sa il generale Sirsky, il capo di stato maggiore ucraino. Lo sa il presidente Zelensky. Lo sa Putin. Ma lo capisce Trump? E se ne rendono davvero conto gli europei mentre litigano e mentre il presidente ungherese Viktor Orbán tiene tutti bloccati?)

La strada che parte da Zaporizhzhia è costellata da case distrutte e villaggi fantasma. La sagoma della Zaporizhstal, una delle acciaierie più grandi di Europa, si prende mezzo orizzonte mentre il fumo nero copre il sole dell’alba. È il fumo della fabbrica. Due giorni fa alla stessa ora era il fumo di un grad, un missile caduto contro il centro logistico della posta. E ormai a Zaporizhzhia chi dorme più. «C’è un’aria strana. Tanti movimenti di soldati in città. Io ho paura», ci racconta un amico.

Qualche chilometro più a sud est, in direzione di Huliapole, il vice sergente Anton è al telefono vicino al suo Bradley, tank statunitense di cui tanto si è discusso ai tavoli diplomatici. «Quando ce lo hanno portato nel 2023 era color sabbia. Questo bestione ha fatto la Guerra del Golfo. Aveva ancora attaccate le patch degli americani. Lo abbiamo dovuto ridipingere e riadattare al terreno ucraino». Da quando c’è Trump alla Casa Bianca però le cose sono cambiate. «Rischiamo che ce lo richieda indietro», scherza Anton. Ma non troppo. «L’anno scorso ce ne sono arrivati 10, 3 erano inutilizzabili. E se non ci danno nuovi rifornimenti non so come riusciremo a tenere il fronte, questa primavera».

Per la prima volta dal 2022 – ha detto Zelensky – l’Ucraina ha liberato più territorio di quanto ne abbia perso, grazie a una serie di operazioni di contrattacco sul fronte meridionale. Il presidente in persona si è congratulato con gli uomini per essere riusciti a sopravvivere all’inverno peggiore degli ultimi dieci anni. E per aver resistito. Ma non solo. A febbraio, le forze ucraine hanno effettivamente condotto operazioni di contrattacco nella zona in cui il confine orientale dell’oblast di Zaporizhzhia incontra la vicina Dnipropetrovsk, area in cui le forze russe sono entrate per la prima volta alla fine dell’estate.

Nonostante i successi, l’umore della squadra di Anton non è alle stelle. Nessuno degli uomini fa una licenza da oltre un anno. «E chi lo difende il fronte se ce ne andiamo? Speriamo per Pasqua». Anton e i suoi sono scampati alla morte così tante volte che non se lo ricordano nemmeno più. «Come quella volta che eravamo in 16 su un blindato che al massimo ne porta 9, c’erano feriti, sangue dappertutto», dicono mentre lo sguardo un po’ si accende. Mostrano le ferite del carro come se fossero le loro. «Guardi qui, proiettili frammentati, questa una mina. Ma questo carro ci ha salvato decine di volte», raccontano mentre le sigarette finiscono in bocca una dopo l’altra.

Anton ha 37 anni, non ha una famiglia. Spera un giorno di farsene una. «La mia ragazza è anche lei nell’esercito. Lavora in amministrazione». Prima della guerra faceva il muratore e aveva un’auto che aveva ribattezzato Dobby come il personaggio di Harry Potter. Poi l’hanno richiamato, e ora comanda la squadra di uomini e il «suo» Bradley.

È vice sergente ma presto dovrebbe passare di grado. «Spero mi porti fortuna e che arrivi la telefonata, la sto aspettando proprio ora».
Kiev ha inviato sul fronte sud Est unità delle sue forze d’assalto e le migliori brigate come la 225esima: grandi reparti specializzati in operazioni offensive al diretto comando del generale Sirsky. È qui che arriva il flusso maggiore di uomini mobilitati.

Nella maggior parte dei casi, è vero che questi reggimenti d’assalto sono riusciti a stabilizzare le linee ucraine, ma in alcune aree, come il villaggio di Ternuvate, le forze russe sono riuscite a infiltrarsi dietro le linee ucraine, a trincerarsi e, così facendo, ad ampliare la già vasta zona grigia contesa.

All’orizzonte, le matasse di filo spinato si srotolano lungo le trincee di difesa. Vengono tutte dalla Polonia, arrivano al fronte via treno. Poi squadre di civili le sistemano, così come montano le reti anti drone che ormai proteggono tutte le strade del fronte. «Sono uomini che accettano di lavorare in cambio dell’esenzione della leva», spiega Oleksey, press officer della 225esima. I campi che un tempo erano granaio dell’Europa sono ormai una distesa infinita di denti di drago e fortificazioni.

Preme lo zar alle porte del Vecchio continente. E preme ancora più forte mentre il mondo è distratto.

Roman, capitano della 225esima Foto di Matteo Placucci)

«Miniamo ogni giorno». Roman è un geniere. Ha 38 anni, prima della guerra faceva il mobiliere. È stato richiamato. L’anno scorso Kiev e tutti gli stati europei che confinano con la Russia sono usciti dalle convenzioni anti mine data la necessità di proteggere i loro confini. Roman ha le mani grandi e sporche di grasso. Non si toglie nemmeno il giubbetto e inizia a raccontare: «Noi usiamo le Ozem-72, mine anti uomo a frammentazione. Ma non basta. I loro soldati sono così tanti, ne mandano così tanti a morire qui. I russi sono come gli zombie. E noi siamo stanchi di uccidere zombie»

Quanto può durare ancora la guerra in Iran? Ipotesi e scenari, dalle truppe di terra Usa a Hormuz all’ira (contro Israele) dei Paesi del Golfo

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 20 Marzo 2026

Da Washington si fa più insistente la possibilità dell’invio di truppe per presidiare la fascia costiera attorno a Hormuz e occupare l’isola di Kharg. L’Arabia Saudita minaccia di intervenire, ma a quale prezzo?

Il conflitto continua ad espandersi coinvolgendo sempre di più il settore energia mentre da Washington trapelano segnali di ulteriori mosse, compreso il ricorso a forze di terra.

L’offensiva

Israele e Stati Uniti, a volte con distinguo, perseguono nella campagna per neutralizzare basi missilistiche, depositi, fabbriche belliche, bunker. Sono migliaia i raid condotti con cruise delle navi, ordigni ad alto potenziale dei bombardieri B 1 e B 52, missili dei caccia e droni. 

Gli ultimi strike nella zona di Hormuz sono considerati dagli esperti come una fase preparatoria per cercare di tenere aperto lo Stretto. La sola aviazione, però, non basta. Ed ecco i presunti piani per l’impiego di unità terrestri. Non solo il contingente dei Marines in trasferimento via nave dall’Asia ma anche truppe oggi ancora negli Usa. Fonti citate dalla Reuters rilanciano le ipotesi di azioni per presidiare la fascia costiera attorno allo Stretto, per occupare l’isola di Kharg o tre isolotti Abu Musa, Piccola e Grande Tumb, per assumere il controllo di impianti nucleari.

Quanto sia vicino questo scenario è difficile dirlo: c’è chi mette in guardia sui rischi e chi, invece, ritiene esistano possibilità di raggiungere gli obiettivi anche se sono da calcolare perdite pesanti. Il presidente ha affermato che non è sua intenzione schierare truppe ma ha poi ha subito aggiunto: «Se lo facessi non ve lo direi».  Le incognite principali però restano immutate: nessuno ha idea di quale sia lo sbocco «politico» o il progetto pensato dalla Casa Bianca. Cambio di regime? Soluzione pragmatica con un accordo? Ma soprattutto quanto durerà? The Donald ha cambiato registro tante volte e non è detto che il co-pilota Bibi Netanyahu condivida la stessa rotta. 

Il segretario del Pentagono ha dichiarato giovedì che sarà il presidente a decidere la fine. Resta la prospettiva di una crisi senza termine mentre gli esperti fanno stime sulla disponibilità di munizioni antimissile necessarie per contrastare gli attacchi dei guardiani. Anche qui c’è il solito balletto di versioni su quanto siano sufficienti le scorte. Domanda che riguarda, però, anche l’arsenale pasdaran. Il Capo di Stato Maggiore statunitense Caine ha osservato che i guardiani «hanno ancora capacità». Lo confermano le fiamme nella raffinerie di Haifa e, su un livello diverso, l’ F 35 «raggiunto» dalla contraerea e costretto ad un atterraggio di emergenza: prima volta che accade.

La difesa

Gli iraniani affermano di essere pronti e, del resto, è da anni che si preparano. Ritengono di poter sfruttare a loro vantaggio la geografia, il territorio, le difficoltà logistiche. Il Pentagono confida sulla potenza del dispositivo, sull’efficacia del martellamento delle posizioni, sul progressivo fiaccamento delle difese. I pasdaran, come previsto, si affidano a missili e droni lanciati in numero ridotto rispetto ai primi giorni però piuttosto precisi. 

La manovra non cambia: allargare i confini della guerra, far saltare la stabilità delle monarchie del Golfotenere in ostaggio il mercato petrolifero usando Hormuz e magari anche il Mar Rosso, resistere il più possibile sperando che The Donald, senza risultati immediati, si stanchi. 

Ma c’è anche un obiettivo più ambizioso: vogliono creare condizioni diverse per la regione per evitare che vi siano in futuro nuove Epic Fury. Le ostilità si fermano – è la loro parola d’ordine – solo in cambio di garanzie precise stipulate con tutti i protagonisti dello scacchiere. Naturalmente devono prima sopravvivere al micidiale taglia-erba, all’eliminazione in serie dei loro leader, allo smantellamento progressivo degli equipaggiamenti, ad un eventuale danneggiamento massiccio delle infrastrutture civili. C’è la possibilità che si apra un fronte interno animato dagli oppositori? Il regime ha agito in modo preventivo con retate massicce e impiccagioni per chiudere gli spazi alla sua maniera.

Le monarchie

Le monarchie del Golfo sono ostaggio di un conflitto che non hanno voluto. Oppure pensavano che sarebbe stato limitato. L’incursione israeliana sul sito qatarino di South Pars ha portato ad una rappresaglia ampia dell’Iran. Il Qatar ha parlato di linea rossa violata e ha ordinato l’espulsione dell’addetto militare iraniano insieme al suo staff. L’Arabia Saudita ha minacciato di intervenire mentre una fonte non ha escluso che Riad possa invocare il patto di difesa con il Pakistan, accordo che le permette di avere un ombrello atomico e missilistico.

Un eventuale intervento saudita ha comunque un prezzo
1) Riad ha già subito nel 2019 le incursioni sui suoi impianti da parte degli Houthi. 
2) Rischia di trovarsi in una morsa con «proiettili» in arrivo dall’Iran e altri dallo Yemen, sparati proprio dalla milizia sciita che, stando ad un’interpretazione diffusa, aspetta solo questo momento per unirsi alla lotta. 
3) Il restare passivi, però, non ha indotto la Repubblica islamica ad abbassare il tiro. 
4) Alla vigilia della crisi erano uscite indiscrezioni sul «doppio linguaggio» saudita con gli inviti pubblici alla Casa Bianca ad evitare l’assalto e l’incoraggiamento in segreto a scatenarlo per farla finita con la Repubblica islamica.

Ci sono però anche altri messaggi trasmessi dagli emiri. Uno insiste su un punto: la guerra – affermano – non è nell’interesse degli Usa ma risponde alle esigenze israeliane. Il Qatar ha espresso tutta la sua rabbia a Trump in persona dopo lo strike israeliano a South Pars. Un secondo messaggio raccoglie l’idea di avere Iran debolesenza però aprire le porte al caos di una seconda rivoluzione. Un terzo auspica il negoziato: il mediatore Oman se ne è fatto portavoce trovando consenso anche nel mondo degli affari degli Emirati. Che oscillano tra la volontà di preservare gli interessi economici e l’ipotesi di aderire ad una missione multinazionale per una libera navigazione attraverso Hormuz.

Zelensky contro l’Iran

Sui droni l’aiuto dell’Ucraina è prezioso per l’America

Federico Rampini / CorriereTv – Giovedì 19 Marzo 2026

Zelensky ha messo a disposizione degli americani circa 200 esperti di droni per aiutare l’offensiva degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e aiutare, soprattutto, la difesa di tutta la zona che viene colpita dalle rappresaglie iraniane. 

Questa notizia è interessante per tante ragioni. Intanto ci ricorda quanto l’Ucraina è diventata una potenza nella tecnologia della sicurezza, della difesa. È un Paese che ha ormai un’industria molto avanzata nei droni per la difesa. E quindi, nonostante sia un paese sotto attacco in guerra, che deve pensare soprattutto a proteggersi dall’offensiva della Russia, l’Ucraina riesce comunque a fornire un aiuto a Stati Uniti e Israele nell’altro conflitto, quello del Medioriente. 
È una mossa che ha anche una valenza tattica, politica; Zelensky in questo modo vuole accumulare dei crediti nei confronti dell’amministrazione Trump e spera che questi poi gli servano in futuro, al tavolo del negoziato con la Russia che per il momento sembra completamente impantanato. 
È anche però – da parte di Zelensky – una scelta di campo che corrisponde al fatto che si stanno delineando di nuovo due schieramenti molto precisi: cioè nella guerra in Iran rinasce il cosiddetto asse della Resistenza, l’asse anti occidentale.
La Russia di Putin sta aiutando i Pasdaran, sta aiutando le forze iraniane nella scelta di obiettivi da colpire. La Russia di Putin fornisce intelligence aerea, satellitare. Insomma, c’è un ruolo molto attivo della Russia a sostegno del suo alleato di sempre, che è l’Iran. E lo stesso fa, sia pure in forme più discrete, la Cina

Quindi questa è anche quella dell’Iran, una guerra per procura. Da una parte ci sono gli Stati Uniti, Israele, il mondo arabo molto compatto perché l’Iran ha ricostituito la coalizione araba colpendo un po’ tutti Arabia Saudita, Emirati, Qatar. E quindi c’è da una parte questo schieramento di Stati Uniti, Israele e mondo arabo. Dall’altra ci sono dietro l’Iran, la Russia e la Cina. È la classica guerra per procura in questa guerra.

Gli europei per adesso si sono chiamati fuori, ma bisogna constatare che oltre che una scelta politica, in certi casi per certi paesi europei questa è semplicemente una constatazione di fatto che non hanno molto da offrire. 
Un esempio clamoroso è quello della Germania: se l’Ucraina scende in campo a favore degli Stati Uniti, aiuta gli Stati Uniti e Israele con le proprie tecnologie di droni può fare la differenza. La Germania invece, dal punto di vista strettamente militare, in quella parte del mondo, non ha niente da offrire. Che ci sia o non ci sia, in sostanza non se ne accorge nessuno.

SACERDOZIO DI DIAMANTE

Auguri da RM CHILE 🥰
Felicidades Padre Livio. Que el Señor la bendiga con muchos años más para continuar su servicio de evangelización a travez de la nostra amada y bendecida Radio Maria.
Padre Tarcisio- New York


“AUGURI PADRE LIVIO. che il Signore la Benedica con tanti anni ancora per continuare il Suo servizio di evangelizzazione attraverso la ns amata e benedetta Radio Maria”


Dear Fr. Livio,
Hearty congratulations 🎊 on your 60th priestly ordination anniversary.
Your service to God and humanity has been enormous, more specifically of your commitment and dedication to Radio Maria Italia and by extension to us all.
YOU ARE A DIGITAL MISSIONARY!
May the good Lord continue to reward your efforts and bless you.RADIO MARIA
SIERRA LEONE
Rev. Fr. Samuel Von Tucker CSSp.
Priest Director.


“Caro Padre Livio,
Congratulazioni di cuore 🎊 per il suo 60° anniversario di ordinazione sacerdotale.
Il suo servizio a Dio e all’umanità è stato immenso, in particolare il suo impegno e la sua dedizione a Radio Maria Italia e, di conseguenza, a tutti noi.
LEI È UN MISSIONARIO DIGITALE!
Che il buon Dio continui a ricompensare i suoi sforzi e a benedirla.”

Unidos en oración por toda una vida de entrega y servicio. Felicidades. 🙏🙏🙏🙏😇😇

RM GUATEMALA
Unidos en oración por el ministerio sacerdotal del P. Livio

Hormuz e le altre trappole: perché tenere aperto lo Stretto è così difficile? I punti critici sottovalutati da Trump

di Guido Olimpio – Correre della Sera – 17 Marzo 2026

Le criticità emerse nelle due settimane di guerra: alcuni previsti e sottovalutati da Donald Trump, altri legati alle variabili di ogni guerra

Dopo due settimane di Furia Epica americana e Ruggito del Leone israeliano sono emersi diversi punti critici. Alcuni ampiamente previsti e sottovalutati da Donald Trump, altri legati alle variabili di ogni guerra. 

Il passaggio

Il presidente ha il problema di tenere aperto lo Stretto. Gli iraniani, per ora, sono nelle condizioni di decidere chi può passare indenne. Non servono armi rivoluzionarie per ostacolare il transito in un corridoio angusto in termini geografici e militari. Droni, mine, missili, razzi ma anche azioni di barchini sono sufficienti a creare un imbuto. Basta, in certi casi, la minaccia.

Gli Usa invocano una coalizione di alleati e la risposta è fatta di no oppure di cautele. Perché la missione è rischiosa e vorrebbe dire partecipare al conflitto. Gli esperti sostengono che, oltre a ripulire il mare da ordigni, il Pentagono dovrebbe neutralizzare le unità iraniane lungo la costa meridionale e nell’immediato retroterra.

Il comando americano ha replicato ricordando l’affondamento delle navi nemiche e di oltre cento vedette. Il direttore dell’International Maritime Organization, Arsenio Dominguez, ha invece sottolineato come una eventuale scorta al naviglio non rappresenta una soluzione sicura al 100 per cento e che le misure militari non rappresentano una garanzia sostenibile sul lungo termine. È tornata, poi, l’ipotesi di uno sbarco per occupare Kharg, il principale terminale per l’export di greggio iraniano.

Anche qui i «tecnici» sottolineano: fattibile ma vanno considerate perdite mentre i precedenti degli anni ’90 ricordano come ci siano voluti mesi per bonificare l’area minata. 

Il nucleare

Una parte degli impianti per il programma atomico sono stati danneggiati. C’è sempre la questione di quasi 400 chilogrammi di uranio arricchito indispensabili per arrivare alla Bomba.

Secondo l’Aiea sarebbero nel bunker di Isfahan: se sia accessibile è fonte di discussione. L’area ha subito devastazioni e per recuperarlo servirebbe una missione di forze speciali accompagnati da personale in grado di trattare il materiale. Di nuovo sono gli esperti ad evidenziare la complessità dell’intervento: non mettono in discussione le capacità dei militari però avvertono sulle incognite di un blitz in profondità. Inoltre, invitano a non sottovalutare i pasdaran.

L’uranio è solo una parte del problema. Gli israeliani, in questi anni, hanno ucciso i migliori scienziati di Teheran, intaccato la rete con mosse cyber e sabotaggi, però il sapere non è andato disperso. C’è anche un’opinione diffusa tra i commentatori che solo il tempo può dire se sia corretta: l’offensiva di marzo indurrà il regime ad andare avanti con i suoi progetti. 

L’arsenale

Gli israeliani sostengono che gli strike potrebbero continuare per altre 3-4 settimane, un periodo necessario per smantellare l’industria militare, un complesso già martellato con intensità.

Le basi sono importanti, ma lo sono ancora di più le fabbriche che realizzano droni-kamikaze, vettori a lungo raggio, combustibile solido per i missili, lanciatori. Una parte era stata presa di mira nella campagna dei 12 giorni a giugno ma ciò non ha impedito ai guardiani di affrontare la nuova sfida. Continuano a lanciare vettori anche se con una cadenza inferiore e si affidano molto agli Shahed.

La degradazione delle infrastrutture belliche è un risultato importante, tuttavia secondo molti critici non si traduce in un immediato successo politico. Anche perché Teheran ha allargato i fronti servendosi delle milizie alleate, utili nel favorire la «strategia del caos». Allarma l’ampliamento della manovra di terra israeliana in Libano, pende la spada di Damocle rappresentata dagli Houthi in Mar Rosso. Per tutti i contendenti vale il tema scorte: munizioni antiaeree per Usa, Israele e alleati arabi, missili per i pasdaran. 

Gli alleati

La vita e le economie dei regni sunniti del Golfo sono sconvolte dalla rappresaglia iraniana. I guardiani della rivoluzione, oltre a tirare sullo stato ebraico, hanno riservato una quota massiccia ai vicini, in particolare gli Emirati arabi e la città-simbolo Dubai. La presenza delle basi statunitensi, invece che rappresentare uno scudo si è tramutata in una «colpa» e non ha garantito la sicurezza.

Già è in corso un dibattito sul futuro di questa alleanza. I monarchi devono decidere su un modello di difesa, sul rapporto con Washington, sulle dinamiche nei confronti di Teheran. Hanno dialogato con gli ayatollah, Omar e Qatar hanno mediato, più ambigui Arabia ed Emirati perché hanno smussato i toni con il regime ma hanno continuato a considerarlo un rivale da temere.

Neppure l’Iran, però, può ignorare le conseguenze delle sue azioni in quanto Dubai rappresenta moltissimo in termini economici.

La storia coloniale dell’impero russo

di Stefano Caprio- Asia News 14 Marzo 2026

Dalla guerre cecene in poi la politica russa dopo il 1991 è una continuazione incondizionata di quanto era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo: una forma di colonialismo terrestre (a differenze di quello marittimo occidentale) proseguita con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi.

Il colonialismo è comunemente associato agli imperi marittimi – Gran Bretagna, Francia, Spagna – ma esisteva anche un altro modello: un modello terrestre, che si sviluppava senza oceani o territori d’oltremare. Nel corso di diversi secoli, la Russia si espanse a spese dei popoli e delle regioni confinanti, formando un proprio sistema di centro e periferia. Il colonialismo russo può essere considerato una politica continuativa? Quali sono le sue caratteristiche e in che modo si differenzia dalle pratiche imperialistiche occidentali? Il sito Idel. Realii ha discusso di questi temi con Anton Saifullaev, dottore in lettere e docente presso l’Università di Varsavia.

Di origine uzbeka, Saifullaev è direttore dell’iniziativa di studi de-coloniali presso l’Istituto per gli Studi Interculturali dell’Europa Orientale e Centrale, vicedirettore dell’Istituto per l’Europa Centrale di Lublino, in Polonia. È specializzato nella teoria postcoloniale e de-coloniale applicata all’Europa orientale e allo spazio post-sovietico, e le sue competenze appaiono quanto mai necessarie per comprendere il corso attuale degli eventi nello spazio eurasiatico, e non solo.

Egli ricorda che “il colonialismo è un fenomeno abbastanza familiare, esiste nella vita di tutti i giorni, nel nostro vocabolario politico, sociale e culturale quotidiano”. Di solito si associa il colonialismo alla sottomissione, ai grandi imperi che si stabiliscono in territori “meno sviluppati” e iniziano a sfruttarli. In realtà, il colonialismo ha molte versioni e, oltre al consueto colonialismo conquistatore e sedentario (dall’inglese settler colonialism), esistono anche le sue varie manifestazioni e strumenti discorsivi, ad esempio l’orientalismo o il razzismo.

L’orientalismo è una percezione e rappresentazione dell’Oriente nell’Europa occidentale, emersa durante l’Illuminismo e il Romanticismo, caratterizzata da esotizzazione, stereotipi e da una giustificazione intellettuale del dominio coloniale. È un discorso culturale che presenta il Medio Oriente, l’Asia e il Nord Africa come un mondo misterioso, sensuale e tuttavia “arretrato”, in contrasto con l’Occidente razionale. Il colonialismo russo, o russo-sovietico, ha le sue caratteristiche specifiche, come sottolinea Saifullaev, e queste caratteristiche, tra l’altro, sono la ragione per cui l’influenza coloniale della Russia sui territori confinanti, e il suo attuale comportamento globale, sono difficili da comprendere e descrivere all’interno delle categorie tradizionali di analisi coloniale a cui si è abituati.

Nel caso russo, spiega l’esperto, questo colonialismo ha una caratteristica distintiva: è basato sulla terraferma, e questo lo distingue dai grandi colonialismi imperialisti occidentali. Il colonialismo basato sulla terraferma è più strutturale, più incentrato sulla sottomissione, più verticale, perché la logica di questa sottomissione (anche se si tratta soltanto di un aspetto militare o economico) è più esplicita ed evidente. Ad esempio, nell’Europa orientale si basa principalmente sulla conoscenza, sull’ideologia e sulla politica di delimitazione nazionale che esiste ovunque, ma in questo contesto – ad esempio, in Bielorussia, Ucraina o Moldavia – i marcatori razziali o orientali non si applicano. Tutto funziona in modo leggermente diverso.

Una delle caratteristiche chiave del colonialismo russo è che si manifesta in modo diverso nelle diverse parti del mondo. Gli imperi basati sulla terraferma sono vasti (ad esempio, la Cina o la Russia stessa, che occupa la maggior parte dell’Eurasia) e, di conseguenza, ogni direzione ha la sua strategia specifica. Esiste il cosiddetto colonialismo interno, che, secondo Saifullaev, è “in qualche modo frainteso nel contesto della storiografia russa”. Esso viene inteso nello spazio intellettuale russo in termini di casta ed economia: si presume che “alcuni russi hanno colonizzato altri russi”, ma in sostanza il colonialismo interno non è mai cessato entro i confini dell’impero russo, dell’Unione Sovietica, della Federazione Russa fin dal XVI secolo, interessando i numerosi popoli e gruppi etnici che fanno parte della Russia da più di 500 anni.

La presa di Kazan a metà del XVI secolo ad opera del primo zar Ivan il terribile è stato il punto di partenza dell’espansionismo russo, che presto iniziò a trasformarsi in colonialismo. È interessante notare che questo coincide con l’età delle scoperte a livello mondiale, quindi si potrebbe dire che la Russia seguì alcune delle tendenze globali del XVI secolo, tentando anch’essa di sviluppare e attuare una politica espansionistica, scoprendo nuovi territori e cercando contemporaneamente nuove opportunità economiche. I principali centri dell’ex-impero tataro-mongolo, sia politici che economici, furono sottomessi a Mosca: Kazan, Astrakhan e poi il Khanato siberiano, che aprì la strada verso est.

La politica coloniale all’interno dell’entità che oggi chiamiamo Federazione Russa non è mai cessata, e solo in seguito lo Stato ha iniziato a interessarsene e a introdurre una politica più strutturale, quella che si potrebbe definire politica coloniale e “sedentaria”. Osservando una mappa moderna della Federazione Russa, e del territorio asiatico che comunemente si chiama Siberia, si vede che le città hanno iniziato ad apparire più o meno nello stesso periodo, nel XVII-XVIII secolo, quando lo Stato ha iniziato a penetrare più intensamente in questi territori e a consolidarli attraverso il colonialismo sedentario. La fase successiva è il XIX e l’inizio del XX secolo, quando la politica del colonialismo sedentario è continuata includendo il modello che si è sviluppato notevolmente nell’Unione Sovietica, dove la colonizzazione è stata attuata, tra le altre cose, attraverso il sistema carcerario del Gulag. L’intera infrastruttura economica creata nell’Estremo Nord e nell’Estremo Oriente è stata in gran parte costruita negli anni Venti e Trenta dai prigionieri dei lager.

Guardando alla Russia moderna, le guerre russo-cecene a cavallo del secolo sono assolutamente una storia coloniale. La politica russa dopo il 1991, e le guerre cecene sono state il primo esempio, è una continuazione incondizionata di ciò che era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo, poi proseguite con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito la deportazione di bambini ucraini nel suo territorio da parte della Russia un crimine di guerra, mentre i funzionari russi parlano con orgoglio del trasferimento dei bambini dall’Ucraina, per “rieducarli” nello spirito dell’amore per la Russia. Le autorità di occupazione russa nella regione ucraina di Lugansk hanno creato un “catalogo” on-line di bambini ucraini, offrendoli per “adozione” forzata tramite il dipartimento dell’istruzione.

Uno degli elementi principali dei processi di colonizzazione è l’imposizione della lingua, che non a caso è uno dei fattori più importanti dell’ostilità tra russi e ucraini, a lungo oppressi da processi di russificazione imposti dagli zar e dai sovietici, sfociati quindi in un’emarginazione della lingua russa nell’Ucraina indipendente degli ultimi trent’anni, quella che Mosca chiama “il genocidio del Donbass”. Forti tensioni in questo senso esistono anche in Asia centrale e soprattutto in Kazakistan, il Paese con i maggiori territori russofoni settentrionali, e in misure diverse in tutti gli Stati ex-sovietici, fino ai Paesi baltici.

Eppure la Russia di Putin si presenta come il paladino del “Sud globale” che lotta contro il “colonialismo globalista” del Nord-Occidente globale, per difendere la sovranità dei popoli più deboli. Questo in realtà rimane un’eredità dell’ideologia sovietica, in cui era obbligatorio dichiarare di essere anti-coloniali e anti-razzisti, scaricando sugli occidentali tutte le colpe storiche dell’arretratezza del “Terzo Mondo”. Nel 2022 si è visto chiaramente che la politica russa è in realtà coloniale fino al midollo, e l’invasione dell’Ucraina ha sollevato un tema che per Saifullaev e molti altri commentatori diventerà particolarmente critico in Russia, se e quando finiranno i conflitti armati: la ripresa dell’identità dei “popoli minori”, con il rischio della disgregazione di tutta la Federazione. Dopo la fine dell’Urss e nel corso di questi trentacinque anni non è apparsa in Russia una vera concezione nazionale, e come afferma il metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin, “la Russia può essere soltanto imperiale”. Se il decennio eltsiniano si orientava sulla visione globalista, il quarto di secolo putiniano risulta un ibrido tra le tante narrative imperiali zariste e sovietiche, e le azioni militari del colonialismo americano di Donald Trump stanno ulteriormente mettendo a nudo le contraddizioni di questo “mondo russo” sempre incompiuto, incapace di affermare la grandezza del proprio impero, e senza nemmeno la forza di colonizzare sé stesso

Medio Oriente, l’appello di Papa Leone XIV all’Angelus: “Cessate il fuoco!”

Nella meditazione introduttiva Leone XIV ha ricordato che “la fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione” 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 15 marzo 2026, 12:14 (ACI Stampa).

Attraverso l’episodio evangelico del cieco nato il Vangelo “ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre, Dio ha inviato suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita”. Lo ha detto Leone XIV, stamane, introducendo l’Angelus domenicale.

“Possiamo dire- ha aggiunto il Papa –  che noi tutti siamo ciechi dalla nascita, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato  con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità.”

“Colpisce il fatto che si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede – ha osservato ancora Papa Leone – sarebbe una specie di salto nel buio, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere ciecamente. Il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono”.

“Anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati – è stato l’invito del Papa – a vivere un cristianesimo dagli occhi aperti. La fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere e, perciò, ci chiede di aprire gli occhi, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo”.

“Oggi – ha concluso Leone XIV -, a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà”.

Dopo aver recitato l’Angelus, Papa Leone XIV è tornato a parlare della situazione in Medio Oriente.

Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono la violenza della guerra: migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case. Rinnovo – ha detto il Papa –  la mia vicinanza orante a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi che hanno colpito scuole, ospedali e centri abitati”.

“ E’ motivo di grande preoccupazione – ha aggiunto – la situazione in Libano. Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso per il bene comune di tutti i libanesi. A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne  e gli uomini di buona volontà mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo, La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono”.

Ora l’esercito Usa chiede al Pentagono risorse per stare in guerra 100 giorni (e non le 4-6 settimane annunciate): ecco perché

di Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera – 15 Marzo 2026

Il Dipartimento alla Difesa dovrà stanziare altre decine di miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra

Dateci le «risorse» per far fronte a 100 giorni di guerra. È la richiesta che il Centcom, il Comando centrale delle forze armate americane, con sede in Florida e competenza sull’intera regione del Medio Oriente, ha inviato nei giorni scorsi al Pentagono. I generali che stanno gestendo l’operazione «Epic Fury» chiedono più soldati, più mezzi, più equipaggiamenti. Ciò significa che il Dipartimento alla Difesa dovrà stanziare altre decine di miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra.

È un dato che sembra offrire una pista nella confusione permanente creata dagli annunci contraddittori di Donald Trump. Arrivati a questo punto, sondata l’aspra difesa degli ayatollah, i vertici militari americani ritengono che il conflitto potrà continuare almeno per altri tre mesi. Un orizzonte molto più lungo, quindi, delle «quattro-sei settimane», ipotizzate pubblicamente dal presidente. Sempre che la Casa Bianca confermi gli obiettivi di partenza: disarticolare le forze armate degli ayatollah, in particolare la Marina militare; neutralizzare la minaccia missilistica; azzerare la capacità di costruire la bomba atomica.

In questo quadro si comprende meglio perché il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, abbia accolto una sollecitazione più specifica del Centcom, forse la prima di una lunga serie. Così una flottiglia di tre navi, guidata dall’unità anfibia d’assalto «Tripoli», lascerà la base nipponica di Sasebo per fare rotta verso l’Iran. La squadra trasporterà un contingente di 5 mila militari, tra i quali 2.500 marines finora di stanza a Okinawa, sempre in Giappone. Completerà lo schieramento di uno «squadrone», cioè due o tre dozzine di F-35 i più micidiali caccia in dotazione all’Aeronautica.

La spedizione anfibia e la presenza delle truppe scelte dei marines ha subito spinto gli analisti americani a ipotizzare una possibile incursione nell’isoletta di Kharg, già bersagliata dai bombardamenti Usa. Non si esclude, quindi, che Trump stia pensando a occupare stabilmente quel frammento di terra, 22 chilometri quadrati incuneati nella parte alta dello Stretto di Hormuz. Uno snodo vitale per l’Iran, visto che ospita fondamentali infrastrutture petrolifere da cui transita circa l’80-90% del greggio destinato all’esportazione. Certo, le conseguenze geopolitiche di un’operazione simile potrebbero essere devastanti. Gran parte di quel petrolio è acquistato dalla Cina. Trump ha davvero intenzione di mettere un tappo a forniture cruciali per Pechino? Probabilmente punta a sostituirsi agli iraniani, senza alterare il flusso degli idrocarburi in viaggio verso la Cina. O, altro scenario, la mossa americana va interpretata come un pesante avvertimento, forse l’ultimo, per il regime degli ayatollah.

C’è, però, anche un’altra pista complementare. Nelle scorse settimane, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman si sono riuniti ufficialmente più volte nel Consiglio di Cooperazione del Golfo. Inoltre, i contatti informali tra le diverse capitali della regione sono costanti. Le sei monarchie si sono subito trovate d’accordo su un punto: bisogna assolutamente evitare l’allargamento del conflitto; occorre, quindi, limitarsi a difendere il proprio territorio dai missili e dai droni iraniani, senza pianificare alcun contrattacco su Teheran. I monarchi sunniti sono convinti che lo scontro totale con gli ayatollah iraniani avrebbe conseguenze devastanti per il Medio Oriente, l’Europa, l’Asia e gli stessi Usa. Ecco perché anche i Paesi più colpiti, come gli Emirati Arabi, bersaglio di circa il 40% dei droni complessivi lanciati dall’Iran, continuano a incassare, pur avendo a disposizione arsenali iper tecnologici.

Nello stesso tempo, però, sauditi, emiratini e tutti gli altri hanno cominciato a fare pressione sugli Stati Uniti: dovete riaprire al più presto lo Stretto di Hormuz e riportare in sicurezza la navigazione delle petroliere. Secondo gli arabi, sarebbero sufficienti blitz mirati. Un diplomatico del Golfo si sarebbe rivolto più o meno in questi termini agli interlocutori occidentali: qui non è in gioco solo il greggio, quella è la superficie della questione. A questo punto bisogna capire se a Teheran verrà concessa la possibilità di ricattare il resto del mondo, manovrando a suo piacimento il traffico di merci fondamentali.

Altre realtà, invece, spingono per riprendere il filo del dialogo con la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. La Turchia sembra più avanti di tutti. Nei giorni scorsi, i diplomatici di Recep Tayyip Erdogan avrebbero già incontrato le controparti di Teheran.

Papa Leone XIV si trasferisce nell’Appartamento papale del Palazzo Apostolico

Dopo oltre 10 mesi il Papa lascia la sua abitazione a Palazzo del Sant’Uffizio 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 marzo 2026, 16:41 (ACI Stampa).

Nel pomeriggio di oggi Papa Leone XIV prenderà possesso dell’appartamento nel Palazzo Apostolico, trasferendosi, con i suoi più stretti collaboratori, negli spazi a disposizione dei suoi predecessori. Lo ha comunicato nel pomeriggio la Sala Stampa della Santa Sede.

Dopo oltre 10 mesi dalla sua elezione dunque Leone XIV lascia il suo appartamento al Palazzo del Sant’Uffizio e si trasferisce in quella che è stata a lungo la casa dei Pontefici, usanza abolita nel marzo del 2013 da Papa Francesco che – come è noto – preferì abitare fin dal primo giorno del suo pontificato a Casa Santa Marta.

Differenziandosi da Papa Francesco – che aveva scelto non di soggiornare mai nella residenza estiva di Castel Gandolfo – Papa Leone XIV ha ripristinato anche questa abitudine. La scorsa estate il Papa ha soggiornato a Villa Barberini, e successivamente ha deciso di trasferirsi quasi ogni settimana a Castel Gandolfo dal lunedì sera al martedì sera

L’appartamento papale è stato sottoposto a un lungo e accurato restauro, essendo stato disabitato dalla fine del pontificato di Papa Benedetto XVI, conclusosi il 28 febbraio 2013. L’ultima ristrutturazione risaliva alla primavera del 2005, dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II e prima che Benedetto XVI prendesse possesso della sua nuova residenza.

Oltre alle camere da letto, l’Appartamento è composto anche da uno studio privato per il Papa, dalla cui finestra ogni domenica si affaccia per la recita dell’Angelus , la sala da pranzo e ovviamente la cappella privata, dove i Papi erano soliti celebrare la Messa all’inizio di ogni giornata.

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Insieme a Papa Leone XIV vivranno nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico sicuramente i suoi due segretari, il peruviano Monsignor Edgard Iván Rimaycuna Inga e l’italiano Don Marco Billeri.

C’è una destra Usa che crede alla vittoria in Iran. E intanto gli alleati pagano

di Federico Rampini| 13 marzo 2026 – Corriere della Sera

I mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie e molti alleati, così come mezza società americana, tifano perché gli Usa perdano.

Gli anni Sessanta e Settanta aiutano a capire meglio questa guerra. L’Iran come il Vietnam, è un conflitto che l’America può perdere politicamente, non militarmente. 

Come allora, c’è mezza società americana (almeno) che tifa più o meno apertamente per la sconfitta del proprio paese, con una varietà di motivazioni in cima alle quali metterei questa: considera il proprio presidente una minaccia per la democrazia e per la pace peggiore del regime degli ayatollah

Nel resto del mondo, idem: molti alleati dell’America tifano perché perda, sia perché condividono la stessa analisi che fa la sinistra americana su Trump (e ne sono ampiamente condizionati), sia perché l’Iran allarga il conflitto sul fronte geoeconomico e i danni globali sono reali. Il regime di Teheran sa di non poter vincere sul terreno militare ma pensa di poter scatenare una catastrofe energetica ed economica globale, che generi pressioni molto vaste su Trump per cessare la guerra. 

In questo caso la geoeconomia è dominata dall’asimmetria, perché gli alleati dell’America sono più esposti allo choc energetico di quanto lo sia lei. In questo quadro generale è interessante cercare qualche voce a supporto dell’azione degli Stati Uniti, visto che queste voci sono pressoché introvabili in Europa.

Nel dibattito americano sulla guerra contro l’Iran si stanno sovrapponendo due piani distinti: quello strategico-militare e quello economico globale. Il primo è al centro dell’analisi di Marc Thiessen, editorialista conservatore del Washington Post ed ex consigliere di George W. Bush; il secondo emerge invece da uno studio della società di consulenza geopolitica Eurasia Group, che prova a misurare gli effetti macroeconomici del conflitto. Letti insieme, i due contributi offrono un quadro interessante: mentre nella destra Usa si discute di «vittoria» e di cambio di regime, i mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie.

Thiessen parte da una polemica politica. I critici di Trump sostengono che la guerra contro l’Iran sia stata avviata senza un obiettivo finale chiaro; alcuni consiglieri della stessa amministrazione temono che il conflitto possa trascinarsi oltre il necessario. Secondo l’analista conservatore entrambe le letture sbagliano bersaglio. A suo giudizio esiste una strategia coerente, e il presidente potrebbe ottenere un risultato storico se avrà la pazienza di non interrompere l’operazione troppo presto.

Il nodo centrale è la definizione della vittoria. Per Thiessen non esiste una sola soglia di successo, ma tre livelli progressivi

Il primo riguarda l’obiettivo militare più immediato: privare l’Iran della capacità di proiettare forza oltre i propri confini. La campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele starebbe già producendo effetti notevoli. Le conseguenze operative sono visibili nei numeri. Gli attacchi missilistici iraniani e le operazioni con droni contro obiettivi americani o alleati hanno subito una drastica riduzione. Il punto chiave della strategia non è soltanto distruggere gli arsenali esistenti, ma demolire le infrastrutture industriali e militari che permettono al regime di ricostruirli.

In questa prospettiva la campagna non punta a infliggere una punizione temporanea, ma a neutralizzare in modo duraturo la macchina militare iraniana. Se questo primo obiettivo venisse raggiunto fino in fondo, l’Iran perderebbe gran parte della sua capacità di intimidazione regionale. Non potrebbe più minacciare con missili o droni i paesi vicini, né rifornire di armamenti le milizie alleate nel Medio Oriente. Sarebbe un cambiamento strategico significativo per l’equilibrio della regione. Tuttavia, osserva Thiessen, il risultato sarà fragile se il regime che ha costruito quell’apparato resta al potere.

Da qui nasce il secondo livello di vittoria: il collasso del regime. Secondo questa interpretazione, la strategia americana non era inizialmente centrata sulla decapitazione politica del regime. L’obiettivo principale era distruggere le difese e la capacità di risposta militare iraniana. Ma una volta ottenuta la superiorità aerea, gli Stati Uniti potrebbero intensificare gli attacchi mirati contro la leadership rimasta. In uno scenario del genere possono emergere divisioni all’interno dell’élite iraniana. Alcuni apparati potrebbero scegliere la resistenza fino all’ultimo, altri negozieranno pur di salvare se stessi e le proprie strutture di potere. Da queste fratture può nascere un governo disposto a rompere con la teocrazia e ad avviare un riavvicinamento con l’Occidente.

Il terzo livello di vittoria, il più ambizioso, chiama in causa la società iraniana. Il rovesciamento del regime non verrebbe imposto solo dall’esterno ma nascerebbe anche dall’interno. Gli iraniani potrebbero tornare nelle piazze e reclamare il controllo delle proprie istituzioni, avviando una transizione politica. Il modello evocato è quello delle rivoluzioni democratiche che alla fine della guerra fredda trasformarono l’Europa orientale. Non necessariamente con un crollo improvviso come la caduta del Muro di Berlino: potrebbe trattarsi anche di una transizione più graduale, guidata da governi provvisori e culminata in un sistema politico scelto dai cittadini. Thiessen riconosce che questo scenario è pieno di incognite

Il regime può rivelarsi più resistente del previsto; possono emergere conflitti interni o persino una guerra civile. Tuttavia, a suo giudizio il rischio più grave sarebbe interrompere l’operazione prima che il sistema politico iraniano crolli. Se sopravvivesse, anche mutilato, il regime potrebbe interpretare la propria sopravvivenza come una vittoria e continuare la sua sfida all’Occidente.

Mentre negli Stati Uniti si discute di questi obiettivi strategici, i mercati globali osservano l’altra faccia della guerra: quella economica. 

Un’analisi dell’Eurasia Group sottolinea che gli investitori stanno scommettendo su un conflitto relativamente breve e con effetti limitati sui flussi energetici del Medio Oriente. Gli operatori finanziari ritengono improbabile una lunga interruzione delle forniture

In questo scenario di base — che gli analisti stimano con una probabilità intorno al 60 per cento — l’impatto sull’economia mondiale resterebbe contenuto. La volatilità dei prezzi energetici continuerà, ma senza produrre uno choc macroeconomico paragonabile a quello provocato dalla guerra in Ucraina nel 2022. 

Il rischio maggiore è quello di una guerra più lunga. Gli analisti attribuiscono circa il 40 per cento di probabilità a uno scenario in cui il conflitto si prolunga e mantiene alta la volatilità dei prezzi del petrolio e del gas. In questo caso si produrrà uno choc di offerta capace di rallentare la crescita economica globale, alimentare l’inflazione e irrigidire le condizioni finanziarie. La distribuzione di questi effetti sarebbe fortemente asimmetrica. 

Gli Stati Uniti, grazie alla loro indipendenza energetica, subiscono un impatto macroeconomico limitato. L’aumento dei prezzi della benzina resta un problema politico interno per l’amministrazione Trump, ma il colpo diretto alla crescita economica è vicino allo zero

Molto diversa è la situazione in Asia e in Europa. Il sistema energetico di queste regioni dipende in larga misura dalle importazioni, e l’Indo-Pacifico assorbe da solo circa l’80 per cento delle esportazioni di petrolio e gas del Golfo. In uno scenario di prezzi energetici più elevati, il rallentamento della crescita può arrivare a sottrarre circa tre quarti di punto percentuale al Pil di molte economie asiatiche

L’Europa si trova in una posizione analoga, aggravata da altri fattori: debito pubblico elevato, tassi di interesse più alti, inflazione ancora persistente e un dollaro in ascesa che rende più costose le importazioni di energia. In queste condizioni lo choc energetico potrebbe trasformarsi in un fattore di instabilità politica, come spesso accade quando recessione e inflazione colpiscono contemporaneamente.

La guerra iraniana, dunque, presenta un paradosso geopolitico. Sul piano strategico, parte dell’establishment conservatore americano la interpreta come un’occasione storica per smantellare definitivamente la Repubblica islamica. Sul piano economico globale, invece, i costi più pesanti rischiano di ricadere non sugli Stati Uniti ma sugli alleati europei e sulle economie asiatiche

In quest’ottica secondo Eurasia Group il conflitto potrebbe rafforzare la posizione strategica americana mentre scarica gran parte del prezzo economico sul resto del mondo industrializzato.

13 marzo 2026, 16:35 – modifica il 13 marzo 2026 | 16:41

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