di Federico Rampini| 13 marzo 2026 – Corriere della Sera
I mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie e molti alleati, così come mezza società americana, tifano perché gli Usa perdano.
Gli anni Sessanta e Settanta aiutano a capire meglio questa guerra. L’Iran come il Vietnam, è un conflitto che l’America può perdere politicamente, non militarmente.
Come allora, c’è mezza società americana (almeno) che tifa più o meno apertamente per la sconfitta del proprio paese, con una varietà di motivazioni in cima alle quali metterei questa: considera il proprio presidente una minaccia per la democrazia e per la pace peggiore del regime degli ayatollah.
Nel resto del mondo, idem: molti alleati dell’America tifano perché perda, sia perché condividono la stessa analisi che fa la sinistra americana su Trump (e ne sono ampiamente condizionati), sia perché l’Iran allarga il conflitto sul fronte geoeconomico e i danni globali sono reali. Il regime di Teheran sa di non poter vincere sul terreno militare ma pensa di poter scatenare una catastrofe energetica ed economica globale, che generi pressioni molto vaste su Trump per cessare la guerra.
In questo caso la geoeconomia è dominata dall’asimmetria, perché gli alleati dell’America sono più esposti allo choc energetico di quanto lo sia lei. In questo quadro generale è interessante cercare qualche voce a supporto dell’azione degli Stati Uniti, visto che queste voci sono pressoché introvabili in Europa.
Nel dibattito americano sulla guerra contro l’Iran si stanno sovrapponendo due piani distinti: quello strategico-militare e quello economico globale. Il primo è al centro dell’analisi di Marc Thiessen, editorialista conservatore del Washington Post ed ex consigliere di George W. Bush; il secondo emerge invece da uno studio della società di consulenza geopolitica Eurasia Group, che prova a misurare gli effetti macroeconomici del conflitto. Letti insieme, i due contributi offrono un quadro interessante: mentre nella destra Usa si discute di «vittoria» e di cambio di regime, i mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie.
Thiessen parte da una polemica politica. I critici di Trump sostengono che la guerra contro l’Iran sia stata avviata senza un obiettivo finale chiaro; alcuni consiglieri della stessa amministrazione temono che il conflitto possa trascinarsi oltre il necessario. Secondo l’analista conservatore entrambe le letture sbagliano bersaglio. A suo giudizio esiste una strategia coerente, e il presidente potrebbe ottenere un risultato storico se avrà la pazienza di non interrompere l’operazione troppo presto.
Il nodo centrale è la definizione della vittoria. Per Thiessen non esiste una sola soglia di successo, ma tre livelli progressivi.
Il primo riguarda l’obiettivo militare più immediato: privare l’Iran della capacità di proiettare forza oltre i propri confini. La campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele starebbe già producendo effetti notevoli. Le conseguenze operative sono visibili nei numeri. Gli attacchi missilistici iraniani e le operazioni con droni contro obiettivi americani o alleati hanno subito una drastica riduzione. Il punto chiave della strategia non è soltanto distruggere gli arsenali esistenti, ma demolire le infrastrutture industriali e militari che permettono al regime di ricostruirli.
In questa prospettiva la campagna non punta a infliggere una punizione temporanea, ma a neutralizzare in modo duraturo la macchina militare iraniana. Se questo primo obiettivo venisse raggiunto fino in fondo, l’Iran perderebbe gran parte della sua capacità di intimidazione regionale. Non potrebbe più minacciare con missili o droni i paesi vicini, né rifornire di armamenti le milizie alleate nel Medio Oriente. Sarebbe un cambiamento strategico significativo per l’equilibrio della regione. Tuttavia, osserva Thiessen, il risultato sarà fragile se il regime che ha costruito quell’apparato resta al potere.
Da qui nasce il secondo livello di vittoria: il collasso del regime. Secondo questa interpretazione, la strategia americana non era inizialmente centrata sulla decapitazione politica del regime. L’obiettivo principale era distruggere le difese e la capacità di risposta militare iraniana. Ma una volta ottenuta la superiorità aerea, gli Stati Uniti potrebbero intensificare gli attacchi mirati contro la leadership rimasta. In uno scenario del genere possono emergere divisioni all’interno dell’élite iraniana. Alcuni apparati potrebbero scegliere la resistenza fino all’ultimo, altri negozieranno pur di salvare se stessi e le proprie strutture di potere. Da queste fratture può nascere un governo disposto a rompere con la teocrazia e ad avviare un riavvicinamento con l’Occidente.
Il terzo livello di vittoria, il più ambizioso, chiama in causa la società iraniana. Il rovesciamento del regime non verrebbe imposto solo dall’esterno ma nascerebbe anche dall’interno. Gli iraniani potrebbero tornare nelle piazze e reclamare il controllo delle proprie istituzioni, avviando una transizione politica. Il modello evocato è quello delle rivoluzioni democratiche che alla fine della guerra fredda trasformarono l’Europa orientale. Non necessariamente con un crollo improvviso come la caduta del Muro di Berlino: potrebbe trattarsi anche di una transizione più graduale, guidata da governi provvisori e culminata in un sistema politico scelto dai cittadini. Thiessen riconosce che questo scenario è pieno di incognite.
Il regime può rivelarsi più resistente del previsto; possono emergere conflitti interni o persino una guerra civile. Tuttavia, a suo giudizio il rischio più grave sarebbe interrompere l’operazione prima che il sistema politico iraniano crolli. Se sopravvivesse, anche mutilato, il regime potrebbe interpretare la propria sopravvivenza come una vittoria e continuare la sua sfida all’Occidente.
Mentre negli Stati Uniti si discute di questi obiettivi strategici, i mercati globali osservano l’altra faccia della guerra: quella economica.
Un’analisi dell’Eurasia Group sottolinea che gli investitori stanno scommettendo su un conflitto relativamente breve e con effetti limitati sui flussi energetici del Medio Oriente. Gli operatori finanziari ritengono improbabile una lunga interruzione delle forniture.
In questo scenario di base — che gli analisti stimano con una probabilità intorno al 60 per cento — l’impatto sull’economia mondiale resterebbe contenuto. La volatilità dei prezzi energetici continuerà, ma senza produrre uno choc macroeconomico paragonabile a quello provocato dalla guerra in Ucraina nel 2022.
Il rischio maggiore è quello di una guerra più lunga. Gli analisti attribuiscono circa il 40 per cento di probabilità a uno scenario in cui il conflitto si prolunga e mantiene alta la volatilità dei prezzi del petrolio e del gas. In questo caso si produrrà uno choc di offerta capace di rallentare la crescita economica globale, alimentare l’inflazione e irrigidire le condizioni finanziarie. La distribuzione di questi effetti sarebbe fortemente asimmetrica.
Gli Stati Uniti, grazie alla loro indipendenza energetica, subiscono un impatto macroeconomico limitato. L’aumento dei prezzi della benzina resta un problema politico interno per l’amministrazione Trump, ma il colpo diretto alla crescita economica è vicino allo zero.
Molto diversa è la situazione in Asia e in Europa. Il sistema energetico di queste regioni dipende in larga misura dalle importazioni, e l’Indo-Pacifico assorbe da solo circa l’80 per cento delle esportazioni di petrolio e gas del Golfo. In uno scenario di prezzi energetici più elevati, il rallentamento della crescita può arrivare a sottrarre circa tre quarti di punto percentuale al Pil di molte economie asiatiche.
L’Europa si trova in una posizione analoga, aggravata da altri fattori: debito pubblico elevato, tassi di interesse più alti, inflazione ancora persistente e un dollaro in ascesa che rende più costose le importazioni di energia. In queste condizioni lo choc energetico potrebbe trasformarsi in un fattore di instabilità politica, come spesso accade quando recessione e inflazione colpiscono contemporaneamente.
La guerra iraniana, dunque, presenta un paradosso geopolitico. Sul piano strategico, parte dell’establishment conservatore americano la interpreta come un’occasione storica per smantellare definitivamente la Repubblica islamica. Sul piano economico globale, invece, i costi più pesanti rischiano di ricadere non sugli Stati Uniti ma sugli alleati europei e sulle economie asiatiche.
In quest’ottica secondo Eurasia Group il conflitto potrebbe rafforzare la posizione strategica americana mentre scarica gran parte del prezzo economico sul resto del mondo industrializzato.
13 marzo 2026, 16:35 – modifica il 13 marzo 2026 | 16:41