"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Susanna Tamaro: «La famiglia ci salva. Salviamola da questo clima di disprezzo»

di Susanna Tamaro – Corriere della Sera – 12 Marzo 2026

La scrittrice: «Da dove nasce questo rigetto verso ciò che è importante per la maggior parte degli esseri umani? Un presente di solitudine virtuale mette a rischio legami necessari»

Ferdinand Georg Waldmüller (1793–1865), Bambini alla finestra, olio su tela, 1853, Salisburgo, Residenz-galerie

Da qualche tempo sento montare un clima di disprezzo sempre più diffuso verso tutto ciò che ricorda l’importanza della famiglia e dell’amore coniugale.

Da quale senso di superiorità nasce questo disprezzo? Non è forse desiderabile avere delle relazioni affettive capaci di edificare il tempo nella dimensione dell’amore?

Nel nostro Paese, come nella maggior parte del bacino mediterraneo, la realtà della famiglia è ancora in fondo la colonna portante su cui si regge la società e l’indignazione che non si placa nei confronti della favola nera dei bambini del bosco ne è la conferma.

 Una coppia che si ama, che ama i suoi figli, un po’ eccentrica certo, ma di un’eccentricità che non nuoce a nessuno, in cui non c’è alcun odio, viene devastata da una psichiatrizzazione forzata degna dei peggiori regimi totalitari. Ci si lamenta che la madre è oppositiva, ma quale madre che ama i suoi figli può accettare passivamente che le vengano sottratti e che sia fatto loro dell’inutile male, in nome di una normalità che esiste solo nei piani teorici dei loro persecutori?

Per anni in un campo vicino alla mia casa hanno vissuto delle mucche; per anni ho visto nascere i vitellini, assistendo alla loro gioia di correre felici nel prato e alla dolcezza con cui le madri li richiamavano all’ordine, ma anche, per anni, ho dovuto condividere lo strazio delle madri quando i piccoli venivano caricati sul camion per andare al macello: le mucche correvano trafelate avanti e indietro, lo sguardo spiritato, emettendo richiami nella speranza di ricevere una risposta. E questa sofferenza non durava un’ora ma diversi giorni.

Nelle recenti meravigliose Olimpiadi, al termine di ogni gara, i vincitori ringraziavano per prima cosa i genitori e la famiglia che, con la loro dedizione e la loro pazienza, avevano permesso loro di diventare dei campioni.

Da dove nasce dunque questo disprezzo e questo bisogno di ridicolizzare ciò che è importante per la maggior parte degli esseri umani?

Negli ultimi tempi ho sentito il bisogno di rileggere i libri che sono stati le colonne portanti della mia generazione, quella diventata adulta negli anni Settanta. Anni di violenza, di morte, di fanatismi fuori controllo che hanno segnato profondamente il nostro Paese e che forse sono stati archiviati senza essere stati metabolizzati, permettendo alle loro spore di riattivarsi pericolosamente in questi ultimi tempi.

Come primo testo, dunque, ho voluto leggere un irrinunciabile classico di allora: La morte della famiglia di David Cooper. Cooper era uno psichiatra sudafricano che si era occupato principalmente di giovani schizofrenici ed era allievo di Ronald Laing, l’autore alcolizzato e depresso de L’Io diviso, a suo volta sostenitore dell’Lsd come via di conoscenza di sé. Il libro, uscito nel 1971, venne tradotto da Einaudi nel 1972 nella collana Nuovo Politecnico, caratterizzata da una copertina bianca con un quadrato rosso al centro, che ospitava un numero non indifferente di libri votati alla distruzione della società fino ad allora esistente e alla ricostruzione della stessa sanificata dalle sue parti arcaiche.

La morte della famiglia
 ha un andamento altalenante. Ci sono parti condivisibili, e alcune altre profetiche, come l’intuizione del pericoloso avanzamento del potere della tecnologia nelle nostre vite, ma la maggior parte sono dei deliri di una persona che ha degli evidenti problemi di equilibrio mentale. 

Il discorso di fondo è l’auspicato annientamento della figura del padre, la distruzione di ogni autorità e di ogni legame generazionale e la consacrazione del folle e del bambino privo di costrizione quali profeti di una nuova civiltà.

Nel tempo queste rivoluzionarie posizioni, come truppe silenziose e invisibili, hanno conquistato ogni dimensione della società, facendo così un grande favore al capitalismo. Quello stesso capitalismo che, secondo Cooper, sarebbe stato annientato dalla morte della famiglia e dal sorgere di comuni libertarie.

 L’irrompere del controllo elettronico, le ricchezze del mondo spartite da un numero di persone che si contano sulle dita di una mano, il neofeudalesimo post moderno non possono che trarre vantaggio da un mondo in cui tutti i rapporti umani sono stati disgregati e l’individuo vive nella sua cellula atomica in una solitudine popolata da schermi, suoni e immagini ma totalmente priva di vere relazioni.

 Viviamo sotto l’ossessivo ritornello della realizzazione personale come unica dimensione dell’esistere e in questa realizzazione, ci viene detto, l’altro non può essere che un mezzo o un inciampo.

«La famiglia è ariosa e stimolante come una camera a gas» si proclamava negli anni Settanta e ora paradossalmente, dopo quarant’anni di distruzione sistematica, siamo arrivati al perfetto compimento di questa realtà. 

Come si può sentire infatti un bambino che cresce in un appartamento di città assieme a due genitori di cui percepisce la fragilità e la temporaneità e la cui vita è divisa tra le balie elettroniche e il nido? Come può non provare una profonda sensazione di solitudine e di angoscia? Che cos’è infatti la solitudine se non un gas tossico? Noi siamo mammiferi sociali e quando questa socialità non si può esplicare, si scivola rapidamente verso un disagio mentale sempre più difficile da arginare.

In un futuro forse non lontano i bambini nasceranno concepiti in uteri artificiali, con un patrimonio genetico predeterminato nella sua eccellenza dall’intelligenza artificiale, ma fino ad ora tutti gli esseri umani sono venuti al mondo dall’incontro fra un seme maschile e un ovulo femminile perché la legge della vita degli organismi superiori è la polarità. I genitori hanno dei genitori che, a loro volta, hanno dei genitori e, dalla somma di questi antenati, si forma l’albero genealogico. 

La persona è la sua genealogia. Prima di ognuno di noi c’è una lunga memoria: alcuni tratti sono noti, altri meno, altri ancora possono essere falsificati perché tanto la madre è certa, altrettanto non si può dire del padre. E, come un albero ha i rami, le foglie e le radici, cioè è legato a un flusso di energia che lo fa vivere, così altrettanto noi siamo legati ai nostri parenti da importanti fattori genetici.

La disperazione dei bambini contemporanei è proprio quella della solitudine genetica. Niente fratelli, nessun cugino, nessuno zio, nessuna alterità con cui confrontarsi e crescere. In questo modo il bambino diventa il re della casa, convinto che il mondo sia una proiezione dei suoi desideri; nel suo microcosmo, spesso dominato solo dalla presenza materna, ogni cosa diventa autoreferenziale, negandogli così la possibilità di un rapporto sano con il reale.

Come tutti gli alberi di un bosco comunicano tra di loro attraverso le ife dei funghi, così la famiglia, nel suo sviluppo naturale, è in grado di generare una grande creatività di relazioni. Una persona ad esempio può avere un pessimo rapporto con la madre, ma in una zia può trovare affinità capaci di colmare quella freddezza. Si possono avere dei fratelli estremamente irritanti e sentirsi più prossimi a qualche cugino. La famiglia dunque è fondamentalmente un grande organismo che permette a ogni persona di trovare un suo spazio di affinità, di realizzare il proprio lato umano e soprattutto di trovare sostegno nei momenti di fragilità.

È proprio questo dono gratuito dell’amore che è fortemente inviso ai potenti esaltatori del transumanesimo perché, come tutti gli esseri dotati di spirito predatorio, sanno che la preda isolata è molto più facile da raggiungere di quella protetta da un branco. La famiglia, con la sua lunga storia evolutiva, ci parla di un ordine e della capacità delle persone che la compongo di impegnarsi perché questo ordine sia il più costruttivo possibile, anche compiendo sacrifici e rinunce, mentre oggi è proprio il concetto stesso di costruzione ad essere costantemente ridicolizzato da una società che ti propone unicamente il tutto e subito.

Rileggere David Cooper è stato interessante anche perché in lui c’era una sete di verità nei rapporti e una vera sofferenza per il conformismo dell’epoca, ma la sorpresa più grande l’ho avuta alla fine del libro, quando nella pagine dedicate ai ringraziamenti racconta: «Mentre terminavo di scrivere questo libro contro la famiglia, ho attraversato anche un periodo di crisi profonda, sia fisica che spirituale, che si è tradotta nell’esperienza di rinnovamento, di morte e di rinascita di cui ho parlato in queste pagine.

Le persone che mi sono state vicine e che si sono occupate di me con immensa gentilezza e sollecitudine durante il periodo peggiore delle crisi sono stati mio fratello Peter, mia cognata Carol e le loro figliolette. Proprio come dovrebbe fare una vera famiglia. Ho insegnato ad Heidi, che ha quattro anni, il linguaggio degli alberi, a stringere la mano a un ramo di una quercia, a dire ciao e ascoltare le risposte degli alberi, sempre così sbalorditivamente diverse. Quello che lei ha insegnato a me, va molto più là». E allora? Viva gli zii, viva i nipoti capaci di prenderli per mano e farli uscire dai loro fantasmi interiori.

Come fa l’Iran a resistere a Usa e Israele (e a bucare le loro difese)? La strategia dietro la «non sconfitta» di Teheran

di Guido Olimpio- Corriere della Sera –  11 Marzo 2026

Quello dell’Iran è un piano dichiarato. Il suo obiettivo è un conflitto d’attrito che riesca a spaventare la Casa Bianca, i mercati, l’elettorato. Le sue capacità si sono rivelate superiori alle

Sono due i messaggi che arrivano dal Golfo: l’Iran ha mantenuto le sue promesse belliche ed ha adattato il proprio dispositivo. Non sono sorprese ma le conferme di quanto era stato messo in conto. È questa la valutazione del momento di un conflitto che nessuno sa come possa concludersi.

Nelle settimane precedenti a Epic Fury, Teheran aveva spiegato quale sarebbe stata la sua risposta ad un eventuale assalto avversario. Attacchi alle basi americane nella regione. Ostacoli alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Ritorsione su più livelli (allusione a missioni coperte/eversive). Contraccolpi sull’economie. È ciò che avvenuto. Strano che trapelino commenti da Washington su una possibile sottovalutazione dei pericoli.

Inoltre, sempre gli iraniani, avevano insistito su un punto: Donald Trump non deve illudersi su uno scontro limitato dove, ad un certo momento, decide di uscirne dichiarando la vittoria – era la precisazione –. Questa volta la sfida sarà globale ed estesa. Un principio ribadito in queste ore su quando potrà finire l’incendio: ayatollah e pasdaran sostengono che l’ultima parola spetterà a loro.

È un piano dichiarato che punta ad un conflitto d’attritouna guerra continua che deve spaventare la Casa Bianca, i mercati, l’elettorato. I guardiani non vincono, ma non perdono. Ma la sfida nasconde anche un bluff perché l’Iran sta subendo danni consistenti e non è che fosse in buone condizioni prima delle ostilità. Proteste nelle piazze, inflazione, crisi idrica e tutto il corredo negativo dovuto sia all’embargo che agli errori di chi ha governato ignorando le rivendicazioni sociali. Tuttavia, per ora, Teheran cerca di tenere testa coinvolgendo il maggior numero di Paesi possibile. 

A questo servono droni e missili lanciati contro le monarchie sunnite, l’Azerbaigian, la Turchia, la più lontana Cipro.

La strategia di Teheran è il risultato di esperienze disseminate nel tempo. Ha di fatto due apparati militari distinti, con i Guardiani della Rivoluzione e le unità regolari. Dispone di un sistema di sicurezza che non para le infiltrazioni nemiche fino ai vertici ma è determinato nel reprimere contestazioni e minacce interne. Conta su una sua tradizione di resistenza nata da anni di prove complesse. Agisce in un teatro conosciuto ed ha avuto tempo per prepararsi. È abile nello sfruttare i passi falsi altrui.

L’arsenale missilistico e le falangi – a basso costo – dei droni kamikaze hanno consentito di portare avanti la battaglia. Lo scontro dei 12 giorni a giugno è servito per adeguare le tattiche. I Guardiani hanno cercato di impiegare al meglio – sempre nell’ottica di scatenare il caos tra i vicini – ciò che avevano. Hanno preso di mira aeroporti e raffinerie per incidere sul versante civile, con ripercussioni che vanno oltre i confini. Hanno tirato con precisione su installazioni importanti: almeno 17 i siti militari statunitensi centrati, dove sono stati messi fuori uso radar preziosi della rete antimissile e snodi per le comunicazioni. Un tentativo di ridurre o rallentare le possibilità di allerta.

Gli sciami di proiettili hanno costretto Usa, Israele e gli alleati a impiegare un alto numero di intercettori. Fonti citate dal New York Times hanno fornito alcuni dati: 100/250 THAAD (per alta quota), ossia tra il 20 e il 50 per cento delle scorte americane; 80 missili SM3; molte altre munizioni. Il Pentagono aveva accumulato rifornimenti, però in queste ore è stato costretto a trasferire con urgenza batterie e “colpi” dalla Corea del Sud. 

In arrivo gli esperti ucraini, convocati per fornire il loro expertise nel fronteggiare una minaccia peraltro nota. Segnali che forse – come hanno sostenuto i media – le capacità iraniane si sono rivelate superiori alle previsioni. O che comunque ci sono sempre le variabili della battaglia e il peso di scelte politiche che condizionano i generali. 

Proprio il Pentagono, nell’imminenza dell’assalto, aveva messo in guardia su ciò poteva accadere. Oltre alla ritorsione, il potere – da “buon regime” – ha pensato alla sopravvivenza della catena di comando affidandosi alla “dispersione” e alla maggiore autonomia concessa agli ufficiali.

 Le contromisure non hanno impedito l’uccisione della Guida Alì Khamenei e di molti generali ma, sempre secondo le valutazioni americane e israeliane, non sono emerse fratture tali da far pensare a mutamenti drastici. L’idea degli ayatollah è sempre quella di ribadire che non c’è spazio per un cambio.

Per contro l’offensiva congiunta dell’IDF e del Pentagono ha debilitato ulteriormente l’industria militare, le fabbriche di missili, il network di caserme, gli impianti strategici e molti equipaggiamenti. Quasi 3 mila i pasdaran uccisi, ha scritto Haaretz citando fonti israeliane. Messa fuori uso la metà dei lanciatori, sigillati dai bombardamenti i bunker che ospitano i missili, distrutte decine di navi, migliaia i target raggiunti, inesistente l’aviazione, ridotta l’efficienza della contraerea che comunque ha abbattuto almeno undici droni d’attacco Reaper (costano) e diversi mezzi analoghi israeliani. Gli effetti degli strike, che hanno provocato la morte di centinaia di civili, potrebbero vedersi più avanti, con il trascorrere dei giorni. Anche perché l’Air Force ha mobilitato i bombardieri strategici B 52 e B 1, proprio per aumentare l’impatto.

C’è, infine, un fronte sospeso e riguarda un passaggio geografico fondamentale, quello del Mar Rosso. Gli Houthi, il movimento sciita yemenita alleato dell’Iran, possono riprendere le aggressioni contro le navi.

Per i commentatori forse è una carta di riserva tenuta nel caso l’Arabia Saudita decida di entrare in guerra. Oppure è una mossa da attuare nel quadro di una escalation fatta di passi successivi. Giustamente un osservatore, esaminando i rischi per Hormuz e altre rotte, ha indicato che non è necessario centrare sempre il bersaglio. Per perturbare il traffico e aumentare la spesa dei trasporti è sufficiente creare un’atmosfera di rischio con azioni saltuarie o rilasciando qualche mina.

Pomeriggio insieme Marco Gallo

PROPOSTA DI VITA PER INCORAGGIARE TUTTI NOI ALLA SANTITA’

A cura di Roberta

Le speranze di Putin e l’incognita Trump

di Paolo Lepri| 6 marzo 2026 -Corriere della Sera –

Il presidente americano non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti.

Trump e la guerra in Ucraina. Ecco la madre di tutte le incognite, a poco più di quattro anni dall’avvio dell’«operazione militare speciale», ora che si è aperto un nuovo, sconvolgente conflitto e che il presidente americano, come è accaduto due giorni fa, torna ad accusare Volodymyr Zelensky di essere «un ostacolo» per la pace. Tra chi cerca la soluzione di questo enigma c’è il direttore dell’Osservatorio sulla Russia dell’Istituto francese di relazioni internazionali, Dimitri Minic, autore del saggio Pensée et culture stratégiques russe. A suo giudizio «The Donald» non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti. Vedremo. 

Il pericolo è che il tempo giochi proprio a favore della Russia nonostante che la situazione sul terreno risulti meno negativa del previsto e che il Cremlino, osserva Minic in una intervista a Le Monde, sia forse destinato a pagare il prezzo di essersi rivelato «incapace di difendere i suoi partner nel mondo, come il Venezuela, la Siria e l’Iran». Le premesse di quanto sta avvenendo vanno cercate nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata a Mosca nel 2021. Uno dei suoi punti-chiave, in un mondo ritenuto «ostile», è la convinzione — continua il trentaduenne studioso francese — che l’Occidente sia «ontologicamente debole», cosa che permette di sperare nella possibilità di «modificare» lo status quo.

La politica estera di Vladimir Putin ha così nell’Europa il suo nemico principale. Lo crede anche l’autore di Pensée et culture stratégiques russe, secondo cui Mosca è già in guerra contro il nostro continente usando «mezzi indiretti, militari o no». «Le azioni di sovversione russa si sono intensificate dal 2022. Non bisogna interpretare la guerra contro l’Ucraina — prosegue — esclusivamente come una guerra imperiale. La Russia auspica l’implosione della Nato e dell’Unione europea e vuole estendere la propria influenza politico-militare in Europa. Pensa di riuscirci trasformando gli Stati occidentali dall’interno». Alcuni spettatori di questa partita, aggiungiamo, hanno una benda davanti agli occhi.

Chi sta vincendo la guerra in Iran? Tattiche, obiettivi e forze in campo: il punto militare

di Andrea Nicastro – 9 Marzo 2026 – Corriere della Sera

Usa e Israele hanno aumentato i raid concentrandosi su infrastrutture produttive. Gli iraniani bersagliano i Paesi del Golfo. Meno missili, più droni

DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME – Già nove giorni sono passati dalle prime bombe di Israele e Stati Uniti sull’Iran. Attacco preventivo per impedire agli ayatollah molte cose. Il presidente americano Donald Trump ha dato una motivazione diversa quasi ogni giorno. Promuovere la democrazia e il cambio di regime. Impedire alla Repubblica islamica di attaccare Israele, riprendere la via atomica o costruire missili capaci di colpire l’America. Un attacco, quello americano, senza alcuna dichiarazione di guerra e senza un obiettivo chiaro. Per questo, capire se gli Usa stiano vincendo, è complicato. In compenso è più facile dire chi stia perdendo, l’Iran, e chi vincendo, Israele.

Le vittorie di Netanyahu 

Almeno dal 1992, il premier israeliano Netanyahu lancia allarmi contro l’Iran «maledizione della regione», il «pericolo nucleare», il «vertice dell’asse del male». Ogni leader sciita ucciso, ogni base militare e ogni infrastruttura capace di alimentare le ambizioni della Repubblica Islamica distrutte sono altrettante vittorie per lui.

I colpi per gli ayatollah

La teocrazia sta invece incassando colpi su colpi. Fosse un incontro di pugilato, starebbe perdendo ai punti. Ma è una guerra. All’Iran basta restare in piedi per considerarsi vincitore. Basta che non ci siano rivolte interne o secessioni di minoranze. Le distruzioni materiali porteranno il Paese indietro di anni, ma se la nomenclatura del regime terrà il comando, sarà un problema dei cittadini e non dei vertici. 

La tattica

È leggermente cambiata dal 28 febbraio, giorno 1 dell’aggressione. In principio l’aviazione israelo-americana con il supporto di missili e droni ha dato priorità a omicidi mirati e alla distruzione di difese aeree e lanciamissili. Una volta conquistato il dominio dei cieli, sta passando in questo fine settimana a colpire infrastrutture economiche. Sbaglia chi parla di «bombardamenti a tappeto». 

Gli obbiettivi, anche per non sprecare munizioni, sono mirati. Ci sono errori (come le 165 bambine uccise a scuola), ma, cinicamente, manca la convenienza a colpire quei civili da cui si aspetta l’insurrezione. Cominciano ad arrivare indizi di incursioni di forze speciali in territorio iraniano e di missioni per recuperare piloti abbattuti. Trump ha sempre amato le forze speciali.

Quattro direzioni

L’Iran ha reagito in quattro direzioni: colpendo Israele, le basi Usa nella regione, il flusso energetico globale e, infine, mobilitando la milizia alleata del Libano. Ieri pareva che lo Stretto di Hormuz potesse essere riaperto. Da verificare.

I cieli del Libano

In Libano Israele è all’attacco da solo senza gli Usa. Ha il controllo della quarta dimensione (il cielo) e pianifica 300 incursioni al giorno. Gli omicidi mirati con droni israeliani proseguono anche negli hotel di Beirut pieni di profughi. Hezbollah reagisce con pochi lanci sempre intercettati, ma rende difficile l’invasione via terra. Qualche incursione di paracadutisti o con tank è stata sventata. I numeri

I numeri

Il fronte sotto attacco sta subendo le perdite maggiori. Basti pensare alla Guida suprema Ali Khamenei e ad almeno 200 tra generali, politici e chierici uccisi o alle 42 navi affondate a fronte di 7 soldati americani uccisi. I numeri dei rispettivi governi parlano di circa 1.400 morti in Iran (di cui 400 bambini), 400 in Libano (di cui 150 bambini e, secondo Israele, 200 miliziani), 11 civili israeliani (3 bambini) in Israele, 2 soldati israeliani in Libano, 7 militari Usa nel Golfo, 21 nei Paesi petroliferi, 4 in Siria, uno in Giordania. Si tratta però di dati viziati dalle censure nazionali.

Gli attacchi nel Golfo

Trecentomila gli sfollati da Teheran, 800mila dalle aree libanesi sotto attacco. La media dei raid israelo-americani è salita a quasi 800 al giorno, quella iraniana è scesa dai 7 sciami di droni e missili verso Israele dell’inizio ad appena 3. Tendenza opposta nel Golfo: da 4 ondate di ordigni volanti a 10 ogni 24 ore. Secondo le Guardie della Rivoluzione il 40% dei loro lanci è contro Israele, il resto verso le basi americane. I dati arabi indicano però una scelta politica precisa. Gli Emirati hanno subito quasi 1.300 attacchi, più del doppio di quelli destinati a Israele (600) e al Kuwait (500). Le altre monarchie assieme (Qatar, Arabia Saudita e Bahrein) appena 430. Sta gradualmente cambiando anche l’armamento. L’Iran ora usa più droni, anche 2.000 al giorno. Israele e Usa più bombe e droni. Tutti sparano meno missili.

Allargamento

I media israeliani hanno più volte annunciato l’ingresso nel conflitto di Paesi che ospitano le basi americane bersagliate dall’Iran. Per il momento è solo un desiderio. Le goffe scuse fatte ai vicini arabi dal presidente iraniano testimoniano la sensibilità del tema. I servizi segreti israelo-americani stanno cercando di convincere le milizie curde ad intervenire. Dopo Hezbollah, Teheran vorrebbe coinvolgere anche gli Houthi dello Yemen, ma questi hanno la flotta americana ormeggiata davanti a casa.

L’Europa

Sull’altro fronte, Israele conta sull’aiuto del governo libanese per disarmare Hezbollah, ma ancora Beirut non si muove. L’Europa va in ordine sparso. Francia, Italia e Spagna mandano navi per difendere Cipro. La Turchia spera di mediare. Il Pakistan nucleare osserva. La Russia ha ammesso di sostenere l’Iran, ma non si sa come. Probabile solo con informazioni satellitari.

La mamma di Marco Gallo: «Nel suo intimo c’era la presenza di Maria»

Su «Maria con te» la testimonianza della madre del giovane Servo di Dio: «Il giorno in cui morì aveva con sé un’immagine della Madonna di Medjugorje e un foglio con la “promessa”»5 Marzo 2026

Marco Gallo impegnato in una scalata: la foto è tratta dalla copertina del volume «Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare» (Itaca, 224 pagine, 14 euro)

Marco Gallo impegnato in una scalata: la foto è tratta dalla copertina del volume «Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare» (Itaca, 224 pagine, 14 euro)

«Il giorno in cui morì, nel portafogli, Marco aveva un’immagine della Madonna di Medjugorje, una foto di se stesso piccolino che mangiava un panino alla Nutella, cinque euro e un biglietto con la “promessa” in cui c’è scritto: “Oggi prometto che, con un desiderio grandissimo, con una grande forza sempre, come se fosse l’ultimo mio giorno di vita, per scegliere a chi dare la mia giornata e vita, mi aprirò alla ricerca del Mistero, col giudizio e col rispetto di ciò che la realtà mi pone, anche se faticoso. Da solo il Mistero io dipendo”. Nel suo intimo c’era la presenza di Maria. Era un ragazzo che riempiva la vita, ma questo ogni madre lo direbbe del proprio figlio. Quando qualcuno era da solo, lui gli teneva compagnia e lo faceva sentire amato. Un suo compagno di classe ha dato forse la miglior definizione che si potesse trovare: “Era come se tu fossi l’unico al mondo per lui”».

Così Paola Cevasco, madre del servo di Dio Marco Gallo, il 17enne scomparso il 5 novembre 2011 in un incidente in motorino, nell’intervista sul numero in edicola di Maria con te, il settimanale mariano del Gruppo Editoriale San Paolo, ricorda il figlio alla vigilia dell’apertura del processo di canonizzazione, che avverrà il 7 marzo alle 9, nella Cappella arcivescovile di Milano, con una cerimonia presieduta dall’arcivescovo Mario Delpini.

Una memoria coltivata

La memoria di questo giovane «che amava la vita, che si poneva molte domande e soprattutto che aveva trovato nell’amore per Gesù e per il prossimo la fonte della vera gioia», come si legge nell’editto che annuncia la causa, è stata coltivata dai genitori, che hanno dato alle stampe il libro dedicato al figlio Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare, e da tutte le persone, specie i giovani, che in questi anni, ogni 1° novembre, hanno partecipato al tradizionale pellegrinaggio al santuario di Nostra Signora di Montallegro nella diocesi di Chiavari, la città natale di Marco.

Sopravvissuti grazie alla forza di Dio

«Di fronte a una tragedia come quella che ci è capitata – prosegue mamma Paola – è difficile sopravvivere e in questo, assieme all’Eucaristia, Maria è diventata un aiuto reale. Avevamo bisogno di un sostegno e la cosa più naturale ci è sembrata andare dalla Madonna. Come famiglia siamo molto legati a questo luogo, dove portavamo i nostri figli da piccoli. Si parte dal livello del mare e si sale per 600 metri, tra gli ulivi. Il cammino aiuta la preghiera. La sera prima di morire, sulla parete della sua camera, accanto al crocifisso di San Damiano, Marco aveva scritto: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Quella frase è stata un aiuto per farci capire che mio figlio non è perso, non è in mezzo al nulla. Non saremmo sopravvissuti alla sua scomparsa se Dio non ci avesse dato la forza di capire che la morte non è la fine di tutto, che siamo in attesa della vita vera».

Papa Leone XIV: “Non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore”

L’Angelus di oggi. L’appello per la pace e il ricordo della giornata della donna

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, domenica 8 marzo 2026, 12:16 (ACI Stampa).

“Il dialogo fra Gesù e la donna samaritana, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro, fin dai primi secoli della storia della Chiesa, illuminano il cammino di chi, a Pasqua, riceverà il Battesimo e inizierà una vita nuova. Queste grandi pagine evangeliche, che leggiamo a partire da questa domenica, sono donate ai catecumeni, ma nello stesso tempo vengono riascoltate da tutta la comunità, perché aiutano a diventare cristiani oppure, se lo si è già, a esserlo con più autenticità e più gioia”. Papa Leone XIV recita l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Prima della preghiera mariana commenta il Vangelo odierno. “Come Gesù suggerisce alla Samaritana, l’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno «una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Quante persone, in tutto il mondo, cercano anche oggi questa sorgente spirituale! «A volte riesco a raggiungerla – scriveva la giovane Etty Hillesum nel suo diario –, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è un dono: entriamo nella terza settimana e possiamo ormai intensificare il cammino!”, dice il Papa.

Poi il Pontefice aggiunge: “Nei campi, quattro mesi prima della mietitura, non si vede quasi nulla. Ma là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere. La messe è molta: forse gli operai sono pochi, perché distratti da altre attività. Gesù, invece, è attento. Quella donna samaritana, stando alle consuetudini, avrebbe dovuto semplicemente ignorarla; invece Gesù le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo. Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità!”.

“E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è. Gesù dimenticava persino di mangiare, tanto lo nutriva la volontà di Dio di raggiungere tutti nel profondo. Così la Samaritana diventa la prima di tante evangelizzatrici. Dal suo villaggio di disprezzati e reietti, molti, per la sua testimonianza, vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura”, conclude infine il Pontefice.

Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai consueti saluti e appelli. Il primo forte appello è per la pace. “Da Iran, da tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda costernazione, agli episodi di violenza e devastazione, il clima di odio e paura si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi”. Il Papa ricorda “il caro Libano”, la paura che “possa sprofondare nuovamente nell’instabilità”, per questo “eleviamo la nostra umile preghiera al Signore, perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli. Affido questa supplica a Maria, Regina della Pace: interceda per coloro che soffrono a causa della guerra e accompagni i cuori lungo sentieri di riconciliazione e di speranza.”.

Poi il pensiero per oggi, 8  marzo, ricorre giornata della donna.  “Rinnoviamo l’impegno che per noi cristiani è fondato sul Vangelo per il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna, purtroppo molte donne fin dall’infanzia sono ancora discriminate , a loro va la mia solidarietà e preghiera”, dice infine il Papa.

🌼. “Donna” di Madre Teresa di Calcutta🌼

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro
che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione
ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare
usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

Una reazione per nulla irrilevante

di Ernesto Galli della Loggia| 7 marzo 2026 – Corriere della Sera – 8 Marzo 2026

Non siamo Londra o Parigi, sull’attacco all’Iran il nostro Paese ha fatto quello che potevaLa guerra è una cosa orribile ma sul piano della comprensione del mondo ha un merito indiscutibile: è una straordinaria lezione di realismo, mostra le cose come stanno. Con la guerra, buone intenzioni, illusioni ideologiche, ambizioni malriposte vengono brutalmente spazzate vie e la realtà si mostra per quella che è. Non subito talvolta, ma dopo un po’ di tempo sì, immancabilmente. Non basta: contrariamente a quanto si sente ripetere spesso — che «la guerra non serve a nulla, non risolve nessun problema» — è piuttosto vero il contrario: e cioè che in realtà poche cose come la guerra valgono a cambiare le cose, spesso a cambiare tutto. Basta pensare a quanto accaduto in Europa con due guerre mondiali.
Spero si capisca che dico tutto questo non per amore della violenza, perché mi piaccia veder scorrere il sangue e crollare i palazzi sotto le bombe. Dico tutto questo solo perché penso che la guerra è una cosa maledettamente seria, forse la cosa più seria che ci sia, e delle cose serie è necessario parlare seriamente.

Come spesso accade, la politica italiana, invece, mostra difficoltà a farlo. In questi giorni, ad esempio, si sente parlare di continuo da parte dell’opposizione di un’Italia governata dalla destra che nel reagire all’iniziativa bellica degli Stati Uniti e di Israele sarebbe «a rimorchio» di altri Paesi europei come la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna: loro sì capaci di alzare la voce, di farsi sentire. 

È un’accusa che sa di un certo velleitarismo di sapore nazionalistico, di una sopravvalutazione del nostro peso, e quindi è singolare che venga proprio da sinistra. Potrà dispiacere, a me personalmente dispiace, ma agli occhi del mondo l’Italia non ha la medesima tradizione e la medesima statura militare della Gran Bretagna o della Francia, entrambi Paesi dotati dell’arma atomica. E come dimenticare che la Spagna quando parla, parla sempre anche a nome di qualcosa come un semicontinente — l’America centro-meridionale — abitato da oltre mezzo miliardo di persone? Può forse vantare qualcosa di simile l’Italia? E dice nulla, infine, che in questa accusa di timidezza l’Italia sia di fatto in compagnia della Germania: entrambi Paesi rovinosamente sconfitti nella Seconda g+uerra mondiale?

Se ne convinca anche la sinistra: la storia non è acqua e le guerre lasciano conseguenze. Possono cambiare forse per sempre il peso politico di una Nazione e non tenerne conto rischia di esporre al massimo rischio che si possa correre nelle circostanze attuali: il rischio del ridicolo.

E invece, tutto sommato, aver detto di dichiarare illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale l’azione israelo-americana, aver fatto chiaramente capire che non saremmo per nulla entusiasti di una richiesta di Washington per l’uso delle sue basi militari sul nostro territorio, e infine aver inviato un’unità navale a difesa di Cipro non mi sembra da parte del nostro governo una reazione proprio irrilevante.

 Certo, se nel Mar Rosso avessimo una seconda portaerei che non abbiamo, se potessimo mandare a qualche Paese del Golfo una dotazione significativa di batterie antimissili, le cose sarebbero forse alquanto diverse. Ma non ricordo di aver mai sentito qualcuno a sinistra domandare la costruzione di una seconda portaerei o di accrescere la nostra produzione di armamenti. Bisogna pensarci prima, lo ripeto: quando ormai la parola è alle armi, sono le armi, non le parole, le sole cose che contano.

E poi c’è la politica, la politica e le incertezze della guerra. Oggi non possiamo saperlo, ma se l’azione di Israele e degli Stati Uniti si concludesse domani con una vittoria, con una vittoria vera, e cioè con un cambio di regime a Teheran — cosa che in questo momento appare difficile ma non impossibile — allora nel Medio Oriente tutto muterebbe, nulla sarebbe più come prima. Il radicalismo islamista con tutte le sue propaggini terroristiche incorrerebbe in una sconfitta che è difficile non immaginare definitiva. Si aprirebbe così, innanzi tutto, la via al ristabilimento di un Libano finalmente pacificato nonché a un cambio completo della situazione all’interno del fronte palestinese, con possibilità di soluzioni per ora imprevedibili del conflitto secolare che lo contrappone alla controparte ebrea. 

Ma a quel punto nulla impedirebbe che intorno al duo Usa-Israele si consolidasse quasi naturalmente una sorta di patto di Abramo allargato con dentro oltre ai Paesi del Golfo e l’Arabia anche la Siria, il suddetto Libano, l’Egitto e la Giordania. Insomma una vera rivoluzione geopolitica dalle molte ripercussioni possibili, destinata comunque a cambiare da subito la situazione del Mediterraneo e del Nord Africa, di tutta l’area dal Mar Nero a Gibilterra.

E allora, se mai dovesse verificarsi una situazione del genere, potrebbe rivelarsi certamente utile il fatto di non avere oggi rivolto parole di fuoco contro il despota di Washington, di non esserci, oggi, precipitati a condannare, a dissociarci troppo ad alta voce dalle sue imprudentissime imprese. Senz’altro le anime belle, ammesso che ce ne siano, se ne dispiacerebbero ma a quel punto l’Italia e il suo governo potrebbero averne un vantaggio di qualche tipo. E magari, chissà, anche importante: capita, in politica.

Il Papa e l’8 marzo: «No alle giustificazioni, fermiamo le violenze sulle donne formando i giovani»

di papa LEONE XIV- Corriere della Sera – 8 Marzo 2026

Il Pontefice risponde alla lettera di una fedele: «Io, amata e rispettata da mio marito: mi sembra quasi un privilegio. Ma come possiamo fermare i femminicidi?»

«Camminare insieme nel rispetto reciproco». Nel numero di marzo di «Piazza San Pietro», la rivista voluta da papa Francesco, portata avanti con Leone XIV e diretta da padre Enzo Fortunato, così risponde il Pontefice a una lettrice che si domanda come fermare la violenza sulle donne. Giovanna da Roma si definisce «fortunata» perché amata e rispettata dal marito, ma s’interroga sul perché questo sembri, oggi, quasi un privilegio davanti a ogni nuovo caso di femminicidio. E si appella al Santo Padre «perché solo lavorando dal basso sulla cultura e sull’educazione dei giovani credo si possa contribuire a creare il rispetto per l’altro sesso». Pubblichiamo la risposta di Leone XIV alla lettera di Giovanna. Come scrive padre Fortunato nell’editoriale, «tra queste due voci passa un filo sottile ma forte, quello della speranza. Perché ogni parola che difende la dignità della persona è già un passo verso una civiltà più umana».

Giovanna, Lei pone un grande problema che per me è sempre fonte di grande sofferenza: la violenza nelle relazioni, e in particolare la violenza contro le donne. In un mondo spesso dominato anche da un pensiero violento, bisognerebbe sostenere ancora di più il genio femminile, come affermava San Giovanni Paolo II, il «genio delle donne», protagoniste e creatrici di una cultura della cura e della fraternità indispensabile per dare futuro e dignità a tutta l’umanità.
Forse anche per questo le donne sono colpite e uccise, perché sono un segno di contraddizione in questa società confusa, incerta e violenta, perché ci indicano valori di fede, libertà, eguaglianza, generatività, speranza, solidarietà, giustizia. Sono grandi valori, che invece sono combattuti da una pericolosa mentalità che infesta le relazioni producendo solo egoismo, pregiudizi, discriminazioni e volontà di dominio.

Questo atteggiamento, come ho detto durante l’omelia della solennità di Pentecoste (8 giugno 2025) durante la Santa Messa del Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità, «spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi e recenti casi di femminicidio». La violenza, qualunque violenza, è la frontiera che divide la civiltà dalla barbarie. Non bisogna mai sottovalutare un atto di violenza e non abbiamo paura di denunciare la violenza, compreso quel clima giustificazionista oppure che attenua o nega le responsabilità. Camminare insieme nel rispetto reciproco della propria umanità non è un sogno, ma l’unica realtà possibile per costruire un mondo di luce per tutti.

Carissima Giovanna, La ringrazio per le Sue sollecitazioni sulla necessità di un’alleanza educativa sempre più forte. La Chiesa con le famiglie, la scuola, le parrocchie, i movimenti e le associazioni, le congregazioni religiose, le istituzioni pubbliche possono insieme condividere l’urgenza per realizzare progetti specifici per prevenire e fermare le violenze sulle donne. Come ho detto il 25 novembre scorso, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, «per fermare le violenze occorre cominciare con la formazione dei giovani, cominciare ad aprire tutti il cuore per dire che ogni persona è un essere umano che merita rispetto, quella dignità per uomo e donna, tutti». E poi ho aggiunto: «Bisogna togliere questa violenza e cercare la maniera per formare la mentalità, bisogna essere persone di pace, che vogliono bene a tutti».
Grazie Giovanna per la Sua lettera. Pregherò per Lei, per la Sua famiglia e i Suoi cari, e accompagno tutti con la mia benedizione.

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