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Trump, Putin e la strategia cinese

 20 Maggio 2026 

di Roberto de Mattei – Corrispondenza romana 1951

Il viaggio a Pechino di Donald Trump ha avuto un significato ben diverso da quello, compiuto nel 1972, del presidente Richard Nixon insieme al suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger. Nixon perseguiva allora un obiettivo strategico preciso: tentare di separare la Cina maoista dall’Unione Sovietica, che allora costituiva il grande avversario degli Stati Uniti. Questa strategia, nel lungo periodo, si rivelò tuttavia fallimentare. L’apertura diplomatica e commerciale verso la Repubblica Popolare Cinese pose infatti le basi per il suo successivo sviluppo economico, industriale e tecnologico. Gli Stati Uniti e le grandi economie occidentali considerarono per lungo tempo questo processo come vantaggioso per tutti. Da un lato, le imprese occidentali potevano beneficiare di una manodopera a basso costo e di un enorme mercato; dall’altro si diffuse la convinzione che l’integrazione economica avrebbe gradualmente trasformato la Cina, conducendola verso forme di liberalizzazione politica. La previsione si rivelò un grave errore di valutazione. Il Partito Comunista Cinese non rinunciò mai al monopolio del potere, né ai principi fondamentali della propria ideologia. Al contrario, utilizzò l’apertura economica come uno strumento per rafforzare lo Stato, modernizzare il sistema produttivo e costruire una potenza nazionale capace di competere con l’Occidente. Nel giro di pochi decenni, la Cina ha raggiunto una posizione paragonabile a quella degli Stati Uniti come grande potenza globale, sul piano politico, economico, tecnologico e militare.

Il vertice del 13-15 maggio 2026 è stato dunque un incontro da pari a pari e l’obiettivo di Donald Trump è stato quello di aprire una trattativa per arginare l’espansione della potenza cinese. Il 19 maggio, una settimana dopo la visita di Trump, è giunto a Pechino Vladimir Putin per rinsaldare le relazioni con Xi Jinping, che il 23 marzo 2023 aveva dichiarato: «Ci sono cambiamenti che non si vedevano da cento anni e siamo noi a guidarli insieme». L’arrivo di Putin ha segnato il nono faccia a faccia con Xi dall’inizio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. Ma se il presidente della Federazione russa rivendica l’Ucraina, Xi Jinping vuole riappropriarsi della Siberia, che fino al 1860 apparteneva, come parte della Manciuria, al Celeste Impero. Negli ultimi decenni la Siberia ha conosciuto, accanto al calo demografico russo, un’impressionante immigrazione cinese. I cinesi sono più laboriosi, gentili e longevi dei russi che vivono in questi territori e, giunti in Siberia, sposano e mettono al mondo figli, avviando la medesima politica di sostituzione che l’Islam ha pianificato per l’Europa. La Russia è ormai sottomessa alla Cina, che si presenta come la più grande potenza comunista della storia, assai più forte e strutturata di quanto non fosse l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda. Oggi, se il post-stalinista Putin inserisce il comunismo nella tradizione imperiale russa, il neo-maoista Xi lo innesta nella cultura nazionale confuciana. Ma, a differenza dell’Urss, che possedeva soprattutto una forza militare e ideologica, la Cina unisce alla forza politica del Partito comunista, anche una potenza economica, industriale e tecnologica.

Durante l’incontro con Trump, Xi Jinping ha evocato la cosiddetta “Trappola di Tucidide”. L’espressione, coniata da Graham Allison, professore dell’Università di Harvard, si riferisce allo storico greco Tucidide che, narrando la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, osservava come il conflitto divenne inevitabile quando la potenza emergente ateniese minacciò il predominio spartano. Secondo il politologo americano, negli ultimi cinque secoli si possono individuare sedici casi storici nei quali una potenza emergente ha tentato di sostituirsi a una dominante; in dodici casi la rivalità è sfociata in una guerra devastante. Xi Jinping, rifacendosi a questa teoria, ha affermato che la Cina non accetta più una posizione subordinata nell’ordine internazionale e in caso del fallimento della politica di cooperazione, è pronto anche alla guerra.

 Xi Jinping ha lanciato dunque una sfida aperta agli Stati Uniti. In Occidente pochi mostrano di comprendere il carattere ideologico di questa sfida.  Eppure in Cina c’è l’obbligo di studiare Marx, Lenin, Mao e lo stesso “Pensiero di Xi Jinping”, al fine di rafforzare il “senso di identità nazionale” e la fedeltà al Partito Comunista Cinese. Secondo un’inchiesta del The Guardian, i nuovi programmi scolastici di Hong Kong rappresentano un ulteriore passo verso l’integrazione dell’ex-colonia britannica nell’universo ideologico di Pechino. Questo mostra anche quale potrebbe essere il destino di Taiwan se perdesse la propria indipendenza entrando nell’orbita politica della Cina comunista.

La politica di Xi Jinping si accompagna inoltre al culto della sua personalità, come già era accaduto per Mao e Stalin. Un articolo di Tempi descrive come, in alcune regioni rurali della Cina, le immagini sacre cristiane siano state sostituite da ritratti del leader cinese. La fedeltà al Partito viene presentata come una sorta di “religione civile” obbligatoria, mentre continuano le persecuzioni contro cristiani, dissidenti e minoranze religiose nell’ambito della politica di “sinizzazione” delle religioni voluta da Xi. Le epurazioni interne volute dal dittatore cinese nel 2025 sono state tra le più aggressive nella storia della Repubblica popolare e rientrano in una vasta operazione di consolidamento personale del suo potere. 

La sfida cinese è rivolta non solo agli Stati Uniti, ma all’intero Occidente. La destabilizzazione psicologica causata dalla pandemia di Covid-19, partita da Wuhan, ha rappresentato uno spettacolare successo della guerra ibrida di Pechino. La mossa attuale è quella di approfondire il solco tra l’Europa e gli Stati Uniti, presentando questi ultimi agli europei come un concentrato di errori e di nequizie. La Cina continua ad espandere la propria influenza geopolitica, alimentando l’antiamericanismo e rafforzando rapporti strategici con i peggiori nemici dell’Occidente. Come ha osservato Micol Flamini su Il Foglio del 16-17 maggio, Cina, Russia e Iran sono oggi indispensabili l’uno all’altro: Pechino rappresenta la potenza economica e industriale; Mosca apporta l’esperienza militare sul campo; Teheran offre le proprie risorse energetiche e la sua posizione strategica regionale. 

L’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha scritto il 14 maggio su X: «Ho incontrato alcune delle persone peggiori al mondo, ma Xi Jinping è senza dubbio la persona più fredda e spietata che abbia mai conosciuto. Non dobbiamo illuderci sulle sue intenzioni maligne nei confronti degli Stati Uniti o di qualsiasi potenza che lo sfidi sulla scena mondiale» (Epoch Times Italia.) In Europa tuttavia, mentre Donald Trump viene spesso descritto come un leader folle, o quanto meno imprevedibile, Xi Jinping continua ad essere considerato un interlocutore pragmatico e affidabile, Lo slogan lanciato nel 2009 da Romano Prodi “Fidiamoci della Cina”, è stato fatto proprio dall’attuale presidente dei Cinque Stelle Giuseppe Conte e dal segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, discepoli entrambi di quella “Scuola di Villa Nazareth”, che espresse l’artefice dell’Ostpolitik Agostino Casaroli.  Xi Jin Pin conosce forse Tucidide di seconda mano, ma certo non ignora la frase attribuita a Lenin: «I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo», e probabilmente anche l’analisi di Antonio Gramsci, secondo cui il cattolicesimo modernista «fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida». Sembra questo l’inesorabile itinerario del nostro tempo

Perché gli attacchi ucraini in Russia incrinano la narrativa del Cremlino

Mosca non ammette che l’Ucraina è una potenza, ma non può più nascondere i danni dei droni anche alla sua economia. Così tenta di trasformarli nella prova di uno scontro esistenziale con l’occidente. Dati

di Micol Flammini – 19 MAG 26 – IL FOGLIO

A ogni bombardamento russo, corrisponderà una reazione di potenza simile da parte dell’Ucraina. Non ci sono più limiti, i legacci imposti da parte degli alleati occidentali all’uso di alcune armi in territorio russo si sono sciolti, perché l’Ucraina fa da sola, arriva a Mosca, senza dover chiedere il permesso, con le proprie armi. La scorsa settimana, l’esercito russo ha colpito l’Ucraina con un attacco durato trenta ore. I missili e i droni si sono accaniti in modo particolare contro la capitale, Kyiv, dove nella notte fra il 13 e il 14 maggio, è stata colpita con forza un’area residenziale e sotto le macerie sono stati trovati i corpi di più di venti civili. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha minacciato una risposta forte, per la prima volta ha messo in campo una logica mai usata prima: occhio per occhio. 

La risposta è arrivata nel fine settimana, quando i droni di Kyiv sono riusciti a colpire la penisola di Crimea e la regione di Mosca, mostrando di poter eludere le difese, planare e attaccare in gruppo obiettivi sensibili come infrastrutture militari e industriali, depositi di carburante, lanciamissili. Per Mosca è impossibile negare, le conseguenze degli attacchi non si possono nascondere, l’idea della guerra tenuta lontano dai confini non è più una bugia vendibile al popolo russo, allora il Cremlino ha dovuto cambiare strategia. Adesso degli attacchi degli ucraini se ne parla con insistenza, in giornali, salotti televisivi, conferenze stampa.

In risposta, l’esercito russo ha colpito l’Ucraina, puntando a edifici residenziali in diverse regioni. Ha molta capacità di fare male a Kyiv, ma deve trovare il modo di raccontare quello che sta accadendo anche internamente, e non basta dire che le difese russe riescono ad abbattere molti droni ucraini: i danni si vedono ovunque. Ai russi interessa poco se l’esercito colpisce l’Ucraina come rappresaglia se non riesce a fermare gli attacchi che possono arrivare fino alla capitale.

I media russi non negano più, nemmeno il Cremlino lo fa. Per la prima volta le foto di alcuni degli edifici colpiti sono state pubblicate sui giornali russi. Quello che accade non viene nascosto, viene mostrato, anche perché ci sono state vittime, almeno tre. Il Cremlino non ha più paura di mostrare le ferite, ma lo fa seguendo un copione preciso, che piaccia alla popolazione, che la faccia sentire in pericolo, che la motivi a resistere contro un nemico molto grande.

E’ stato Putin a iniziare a ridefinire gli schieramenti e lo ha fatto durante il suo discorso del 9 maggio, quando prima che prendesse inizio la parata militare sulla Piazza Rossa, in occasione del Giorno della vittoria, ha detto che la Russia è in guerra contro la Nato. L’Ucraina è stata descritta sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala come una terra di conquista, bisognosa dell’aiuto russo per essere “denazificata” o strumento dell’Alleanza atlantica usata per colpire la Russia.

 Nel racconto di Mosca, Kyiv non ha identità, subisce le decisioni altrui, quindi, anche per parlare degli enormi attacchi che colpiscono le regioni russe, mettono fuori uso depositi di carburante e raffinerie di petrolio, nessuno ammette che l’Ucraina ha raggiunto una capacità straordinaria.

 Quello che la propaganda del Cremlino racconta è che è la Nato a mettere a disposizione di Kyiv gli strumenti adatti per portare avanti la sua guerra per procura contro i russi. Con questo espediente, il Cremlino cerca di far credere alla popolazione che la guerra lunghissima è combattuta contro un nemico molto grande, ricco, numeroso, tentacolare. L’Ucraina viene sminuita, confinata al ruolo della mano che preme il grilletto di una pistola che le è stata messa in mano da altri.

La verità sul campo di battaglia, invece, è che gli ucraini non soltanto sono sempre più forti, ma anche più indipendenti. Hanno sempre bisogno degli alleati, sono alla ricerca di contraerea per proteggersi dagli attacchi russi, ma inventano armi che possono arrivare ovunque. Ieri Zelensky ha pubblicato alcuni dettagli di un rapporto dell’intelligence ucraina, che sarebbe riuscita a leggere alcuni documenti russi, in cui si parla di una riduzione dei pozzi petroliferi attivi, della raffinazione del petrolio scesa del dieci per cento dall’inizio dell’anno fino a ora. E’ facile mentire ai russi, Mosca però è pronta a farlo anche con il resto del mondo.

Vladimir Putin oggi andrà in Cina, incontrerà il leader cinese Xi Jinping, che la scorsa settimana ha ricevuto il presidente americano, Donald Trump. Il rapporto fra Mosca e Pechino è di reciproco vantaggio, ma Putin non può mostrare le sue debolezze all’alleato. Economicamente la Russia registra dati molto negativi, ha bisogno del sostegno finanziario di Xi Jinping.

Gli attacchi ucraini stanno però mostrando che oltre alla debolezza economica, la Russia soffre anche di una debolezza militare e la paura dei leader internazionali di recarsi a Mosca il 9 maggio, ha dimostrato che la fama dei droni ucraini è arrivata ovunque, sicuramente anche in Cina. Il capo del Cremlino arriva a Pechino anche con un altro problema di immagine da risolvere: ieri un drone russo ha colpito un mercantile legato alla Cina nel Mar Nero.

La guerra della Cina contro Dio

La guerra della Cina contro Dio

Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo elevati a uno status quasi divino? La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso. Così la politica vuole controllare il cristianesimo e le anime 

dalla Free Press – 18 MAG -IL FOGLIO

“L’immagine di Mao Zedong guarda dall’alto la fila di persone che si snoda nella vasta piazza al centro di Pechino” scrive Frannie Block nella Free Press. “Nei giorni di maggiore affluenza, stanno in quattro o cinque per fila, aspettando ore per entrare nell’aula di marmo oro e bianco che contiene il suo cadavere imbalsamato. Sul suo corpo, adagiato in una chiara bara di cristallo, è stesa una bandiera rossa con martello e falce nell’angolo superiore. A più di 50 anni dalle politiche economiche e sociali fallimentari di Mao che hanno gettato il paese nella povertà, nella carestia e nel caos, qualsiasi immagine o riferimento a lui è ancora venerata. Né carestia, né caos, né tentativi di colpo di stato hanno potuto abbattere il regno di Mao in Cina. Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo — e di un’ideologia — elevati a uno status quasi divino? La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso. 

Il 10 ottobre 2025 la polizia cinese ha arrestato tre dozzine di pastori cristiani e membri di chiese in un’operazione coordinata in tutto il paese. Gli agenti sono arrivati nel cuore della notte, a volte strappando giovani genitori dai loro figli, portando via anziani in manette e tagliando temporaneamente l’elettricità nelle case, secondo i testimoni. Il padre di Grace Drexel, Ezra Jin, 57 anni, è stato uno di loro. E’ il pastore principale della Zion Church, una delle più grandi chiese sotterranee della Cina. ‘Il governo cinese cerca di intimidire chi parla’, mi ha detto Grace, ‘e vuole dimostrare che non esiste un posto sicuro per te da nessuna parte al mondo, nemmeno se pensi di essere in un Paese come l’America’. Insieme ad almeno altri 17 pastori, Jin è detenuto in un carcere nel sud della Cina.

Il clero affronta accuse tra cui la diffusione illegale di informazioni online. Il loro vero ‘crimine’ è stato fondare chiese sotterranee, ospitare culti e offrire sermoni al di fuori dell’autorità stretta del Partito Comunista. In Cina, qualsiasi deferenza verso un’autorità superiore al Partito può renderti nemico dello Stato. Si stima che in Cina ci siano 160 milioni di cristiani, molti dei quali praticano la fede in chiese sotterranee.

La storia di Ezra Jin non riguarda solo un uomo o una famiglia. E’ la storia dell’ultima repressione del governo cinese contro il cristianesimo e un inquietante promemoria di quanto lontano il regime sia disposto ad arrivare per silenziare il dissenso. Ho ottenuto ore di interviste con Jin registrate dai Drexel a settembre 2025, un mese prima del suo arresto. Ho visto filmati mai pubblicati di polizia cinese che arresta cristiani. Ho ascoltato audio di interrogatori della polizia e letto quasi una dozzina di testimonianze di chi ha assistito in prima persona agli arresti e alle incursioni nelle chiese. Più di mezza dozzina di persone imprigionate o con familiari imprigionati dal regime cinese mi hanno raccontato le loro storie.

‘Un governo passa dall’autoritarismo al totalitarismo quando vuole infiltrarsi e dirigere le parti più intime di te stesso, della tua comunità, della tua famiglia’, mi ha detto Bill Drexel. ‘Ciò che stiamo vedendo ora’, ha continuato, ‘è un rinnovato desiderio dello stato sotto il presidente Xi di ingegnerizzare le anime’. Grace, che è all’ottavo mese di gravidanza del suo terzo figlio, non è più riuscita a parlare con suo padre da quando è in prigione, ma da quanto ha saputo dal suo avvocato è stato per un periodo in una cella da solo, dormendo su una panca di cemento senza coperta. Gli è stato negato l’accesso ai farmaci prescritti per controllare il diabete. La cella ha una finestra aperta, lasciandolo al freddo e vulnerabile agli elementi esterni. Quando la nonna di Grace è andata in prigione a portargli la Bibbia, le autorità si sono rifiutate di consegnargliela. Alcuni degli avvocati che difendono i pastori imprigionati hanno visto sospesa la loro licenza. L’unico messaggio che Grace ha ricevuto dal padre è arrivato tramite una lettera passata attraverso l’avvocato. ‘Non preoccupatevi per me’, ha scritto Jin. ‘Credo che Dio ci stia mettendo alla prova anche questa volta… Dio non ci abbandonerà’.

Jin è cresciuto nell’ombra del decennio più turbolento della storia moderna cinese, dopo la carestia causata dal Grande Balzo in Avanti di Mao e il caos sociale della successiva Rivoluzione Culturale. ‘Prima di credere in Dio, credevamo nel paese’, ha detto la moglie di Jin, Anna. ‘La nostra educazione ci diceva che la religione era un oppio, non era reale. Che Dio era qualcosa che ti inventavi nella mente’.

La famiglia di Jin era di etnia coreana, minoranza in Cina, ma sosteneva il Partito Comunista. Nella primavera del 1989, mentre Jin era al terzo anno all’Università di Pechino, il governo mandò i carri armati a Piazza Tiananmen, dove un milione di suoi coetanei si era radunato per protestare contro il regime autoritario del Partito Comunista. Le autorità internazionali stimano che siano stati uccisi fino a diecimila persone. In quel periodo fu invitato a un funerale in una chiesa frequentata da minoranze etniche coreane. Jin ha continuato a tornare in chiesa. Un giorno si è inginocchiato in un angolo del santuario dopo la funzione e ha pregato: ‘Dio, non ti conosco bene’, ha detto, ‘ma se esisti davvero e mi ami, salvami’.

Anna era scettica verso il cristianesimo, ma ha iniziato ad andare in chiesa con Jin dopo aver iniziato a frequentarsi. Aveva visto il governo mentire su quanto accaduto a Tiananmen e sul numero di manifestanti uccisi. Questo l’ha fatta riflettere: cos’altro potrebbero nascondere? Nel 1992 si sono sposati e Jin ha iniziato a studiare al Seminario Teologico Yanjing di Pechino, approvato dallo stato. Dopo il seminario è stato assunto come pastore in una delle chiese approvate dallo stato. Nel corso di un decennio è diventato uno dei leader più importanti della chiesa.

La libertà di religione in Cina è tecnicamente un diritto garantito dalla Costituzione. Ma tutto ciò che Jin faceva per la chiesa — dalla scelta dei canti ai sermoni — doveva essere approvato da funzionari del Partito, nessuno dei quali era cristiano. Se troppe persone volevano battezzarsi, la chiesa rischiava di finire nel mirino, mi ha raccontato Grace. Nel 2002, frustrato dal fatto che i controlli del governo rendessero ‘impossibile predicare la verità del Vangelo’, Jin trasferì la famiglia in California, dove conseguì un dottorato al Fuller Seminary di Pasadena.

Nel 2005 il governo cinese approvò nuove regolamentazioni che stringevano ulteriormente il controllo statale sulla religione. La polizia arrestò cristiani non affiliati e imprigionò i loro leader. Jin iniziò a ricevere notizie dalla sua comunità in Cina. ‘Abbiamo bisogno di te qui’, gli dissero, secondo Grace. ‘Non stiamo bene. Abbiamo bisogno di un pastore’. Nel 2006 Jin e la famiglia tornarono in Cina e nel marzo 2007 fondò la sua chiesa: Zion, riferimento al regno spirituale di Dio.

All’inizio celebrava funzioni piccole in case, seminterrati o ristoranti. Zion faceva parte del crescente movimento delle ‘chiese domestiche’, operando al di fuori del controllo del Partito. Due mesi dopo il ritorno in Cina, Zion affittò uno spazio nel centro di Pechino. Nel primo anno raggiunse 300 fedeli. Le funzioni imitavano una tipica megachiesa americana, con musica rock e luci da stadio. Nel 2018 il governo impose un’altra ondata di regolamentazioni che vietavano qualsiasi attività religiosa non autorizzata. La Bibbia non poteva più essere venduta online, le chiese dovevano esporre striscioni con slogan del Partito Comunista e suonare l’inno nazionale prima dei tradizionali inni cristiani. Grace ha raccontato che la polizia minacciava di ritirare i bambini cristiani dalla scuola e di congelare i conti bancari delle famiglie se continuavano ad andare in chiesa.

Al culmine di questa nuova ondata repressiva, Bill Drexel, allora 25enne, arrivò a Pechino dagli States. Ufficialmente per studiare alla prestigiosa Tsinghua University. In realtà voleva indagare la sorveglianza sulle minoranze religiose e la repressione delle chiese domestiche. Bill incontrò un gruppo di membri della Zion Church, si riunivano in piccoli gruppi in tutta la città. Seduta qualche fila dietro di lui c’era Grace. I due iniziarono a parlare dopo la funzione e Bill trovò il coraggio di invitarla a pranzo.

Ma stare insieme sembrava impossibile. La famiglia di Jin era considerata una minaccia alla sicurezza nazionale e aveva il divieto di lasciare il paese. Bill lasciò la Cina pochi mesi dopo. Innamorato, cercò di escogitare un piano per far fuggire Grace. Poi, nel gennaio 2020, poco prima che la pandemia colpisse la Cina, gli agenti di frontiera permisero a Grace di salire su un aereo per la Corea del Sud. Ancora oggi non sa perché il governo cinese l’abbia lasciata andare, ma Grace era sfuggita alla presa del Partito. Suo padre no (…)

Dopo la chiusura della Zion a Pechino, Jin è diventato creativo. Ha spostato i suoi sermoni online. I suoi seguaci potevano infilare le cuffie ovunque nel paese e camminare ascoltando lui e altri ministri predicare. Durante la pandemia, i sermoni virtuali di Jin hanno riempito il vuoto per centinaia di migliaia di cristiani che cercavano di sopravvivere ai duri lockdown. La chiesa è fiorita, raggiungendo oltre diecimila membri.

Nel settembre 2025 il governo ha approvato una legge che rende illegale diffondere insegnamenti religiosi online al di fuori dei siti approvati. E’ allora che Bill e Grace, temendo che il governo potesse imprigionarlo definitivamente, iniziarono a registrare le conversazioni di Jin. Da quando suo padre è stato arrestato, Grace è diventata la sua voce. Le prospettive per il padre di Grace sembrano cupe. I tribunali cinesi sono uno degli ‘strumenti’ dello stato, secondo Bill. ‘Tutto è sotto controllo del governo e del Partito’. 

La buona notizia è che Trump sembra aver preso in carico il caso di Jin. Due giorni dopo l’arresto, il Segretario di Stato Marco Rubio ha condannato l’arresto e chiesto la liberazione. ‘Siamo consapevoli che la probabilità di far uscire il padre di Grace, o chiunque altro con lui, è estremamente bassa’, ha detto Bill. ‘Sarebbe un miracolo. Noi crediamo in un Dio dei miracoli’”.

(traduzione di Giulio Meotti)

Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo elevati a uno status quasi divino? La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso. Così la politica vuole controllare il cristianesimo e le anime 

Attacco di droni su Mosca, almeno tre morti: perché il raid ucraino segna una nuova fase della guerra

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 18 Maggio 2926

Un massiccio raid ha colpito la regione della capitale russa, causando vittime, feriti e gravi disagi negli aeroporti. Kiev aumenta la sua capacità di colpire in profondità infrastrutture energetiche, nodi logistici e siti industriali russi per logorare difese aeree, capacità produttiva e tenuta politica del Cremlino

Mosca sotto attacco, Kiev rivendica la risposta. Nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 maggio, un massiccio raid con droni ha colpito la regione della capitale russa, provocando almeno tre morti e danni a edifici residenziali, secondo quanto riferito dalle autorità russe e da fonti locali.

Il sindaco di Mosca, Sergey Sobyanin, ha dichiarato che la difesa aerea ha contrastato l’offensiva tra la sera del 16 maggio e le prime ore del 17. Secondo le autorità russe, sarebbero stati abbattuti 556 droni ucraini sul territorio della Federazione. Video diffusi sui social dopo le 3 del mattino mostrano lampi nel cielo e incendi in diverse località. Tra le aree interessate figurano Khimki, Klin e Zelenograd, nell’oblast di Mosca, oltre alla zona dell’aeroporto di Sheremetyevo e ad alcune aree del centro cittadino.

Il governatore della regione di Mosca, Andrey Vorobyov, ha poi confermato la morte di almeno tre persone: due nel villaggio di Pogorelki e una a Khimki. Ha inoltre riferito di diversi feriti in vari distretti, a causa dell’impatto dei droni su edifici residenziali e abitazioni. Sobyanin ha aggiunto che altre dodici persone sono rimaste ferite nei pressi della raffineria di petrolio di Mosca, nel distretto di Kapotnya, indicata come uno degli obiettivi dell’attacco. La maggior parte dei feriti sarebbero operai edili al lavoro vicino al posto di blocco dell’impianto.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione «una risposta assolutamente giusta» ai continui bombardamenti russi contro le città ucraine, incluso l’ultimo attacco su Kiev, che ha causato oltre 24 vittime. «Questa volta le capacità missilistiche a lungo raggio ucraine hanno raggiunto la regione di Mosca. Lo diciamo chiaramente ai russi: il loro Stato deve porre fine alla guerra», ha dichiarato, sottolineando che gli obiettivi si trovavano a oltre 500 chilometri dal confine ucraino, nonostante l’elevata concentrazione di difese aeree attorno alla capitale russa.

Secondo il canale Telegram indipendente Astra, sarebbe stato colpito e incendiato il parco tecnologico Elma di Zelenograd, che ospita aziende attive nei settori della microelettronica, della radioelettronica, dei sistemi ottici, della robotica, dell’informatica e della ricerca scientifica. Lo stesso canale ha riferito anche di un attacco alla stazione di carico carburante di Solnechnogorsk, nell’oblast di Mosca, parte dell’infrastruttura di oleodotti che circonda la capitale e utilizzata per lo stoccaggio, il trasferimento e la distribuzione di benzina e gasolio. Anche il canale Telegram russo Supernova+ ha riportato che l’ufficio di progettazione Raduga Machine-Building, a Dubna, sarebbe stato preso di mira. La struttura produce missili da crociera e altri sistemi missilistici.

L’attacco ha provocato pesanti disagi anche al traffico aereo. Secondo gli orari aeroportuali online, circa 200 voli sono stati ritardati o cancellati a Sheremetyevo, mentre quasi 100 hanno subito la stessa sorte all’aeroporto di Vnukovo.

L’offensiva arriva pochi giorni dopo l’introduzione, da parte della Russia, di nuove restrizioni sulla diffusione di informazioni relative agli effetti degli attacchi con droni. Le nuove norme vietano la pubblicazione di foto, video o dettagli senza autorizzazione ufficiale. I trasgressori rischiano multe comprese tra 3.000 e 5.000 rubli per i privati, fino a 50.000 per i funzionari e fino a 200.000 per le persone giuridiche.


Il dato più rilevante non è soltanto la cronaca dell’attacco, ma il quadro strategico che questo episodio conferma. I raid ucraini in profondità sul territorio russo non sono più azioni episodiche o simboliche: stanno diventando uno strumento strutturale della guerra, con una funzione militare, economica e politica sempre più evidente.


Sul piano militare, questi attacchi mostrano anzitutto che Kiev è riuscita ad aumentare in modo sensibile la gittata, la frequenza e il coordinamento delle proprie operazioni a lungo raggio. Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, le forze ucraine avevano già colpito obiettivi fino a 1.500 chilometri dal confine. Il punto non è solo la distanza raggiunta, ma la capacità di mantenere una pressione costante su obiettivi diversi, spesso ben all’interno del territorio russo. Questo costringe Mosca a disperdere sistemi di difesa aerea su un fronte interno enorme, riducendone l’efficacia complessiva.


La vastità del territorio e la moltiplicazione degli obiettivi sensibili rendono impossibile una protezione omogenea per Mosca. Raffinerie, depositi, nodi logistici, aeroporti, impianti industriali e siti legati alla produzione militare formano una rete troppo estesa per essere schermata in modo completo, soprattutto se l’Ucraina è in grado di saturare la difesa con ondate numerose e ripetute di droni. In questo senso, anche quando i sistemi russi intercettano una parte significativa dei vettori in arrivo, il solo fatto di dover reagire continuamente rappresenta un costo operativo crescente.


C’è poi una dimensione economica decisiva. Colpire infrastrutture petrolifere, snodi di stoccaggio carburanti e reti logistiche significa agire su uno dei punti di forza strutturali della Russia: la capacità di sostenere lo sforzo bellico grazie alla profondità territoriale e alle rendite energetiche. Non tutti gli attacchi producono danni strategici immediati, ma la loro ripetizione aumenta i costi di riparazione, rallenta i flussi, obbliga a deviare risorse e accresce l’incertezza nella gestione dell’apparato industriale ed energetico. Anche quando l’impatto materiale è limitato, l’effetto cumulativo può essere significativo.


La scelta degli obiettivi suggerisce inoltre un’evoluzione qualitativa della campagna ucraina. Non si tratta soltanto di «colpire la Russia», ma di selezionare bersagli che abbiano un valore sistemico: poli tecnologici, impianti collegati alla filiera militare, infrastrutture energetiche, hub logistici. Se confermati, i raid contro siti come Zelenograd o Dubna indicano il tentativo di disturbare non solo l’approvvigionamento materiale, ma anche segmenti della capacità produttiva e tecnologica russa legata alla guerra.


Un altro elemento chiave è il rapporto tra offensiva ucraina e difesa aerea russa. Diversi osservatori sostengono che l’efficacia crescente dei raid non dipenda solo dall’aumento del numero di droni disponibili, ma anche da una campagna parallela volta a individuare e indebolire radar, batterie antiaeree e nodi di sorveglianza. Se questa lettura è corretta, gli attacchi in profondità non sono episodi isolati, ma il risultato di una preparazione progressiva: prima si aprono falle nel sistema difensivo, poi le si sfrutta con raid più ampi e meglio sincronizzati.


Anche sul piano tattico si nota un cambiamento
. Le precedenti campagne apparivano spesso intermittenti; quelle più recenti sembrano invece caratterizzate da maggiore continuità e da una logica di accumulo del danno. Colpire più volte gli stessi obiettivi o gli stessi settori nel giro di pochi giorni non serve solo a causare distruzione immediata, ma a impedire riparazioni rapide, allungare i tempi di ripristino e logorare la capacità di risposta del sistema russo. È una strategia di pressione progressiva più che di singolo colpo dimostrativo.


Questo sviluppo è legato direttamente alla crescita dell’industria ucraina dei droni. Dall’inizio del 2026, Kiev sembra aver raggiunto una nuova scala produttiva, con quantità più elevate, modelli più sofisticati e una migliore integrazione tra innovazione tecnica e impiego operativo. La guerra dei droni, che nel 2022 appariva soprattutto come una forma di adattamento tattico, è diventata ormai un settore industriale strategico. La capacità di innovare rapidamente, modificare i sistemi di navigazione, rendere i vettori più resistenti alle contromisure e aumentare i volumi di produzione ha dato all’Ucraina un vantaggio asimmetrico importante.


Il sostegno occidentale rafforza ulteriormente questa traiettoria. Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile. Proprio per questo Mosca guarda con crescente preoccupazione al coinvolgimento europeo e ha alzato i toni contro le aziende straniere che collaborano con Kiev. La pubblicazione degli indirizzi di società europee coinvolte nella produzione congiunta di armamenti va letta non solo come propaganda, ma come segnale politico: il Cremlino vuole dissuadere il consolidamento di una filiera militare transnazionale a sostegno dell’Ucraina.


Sul piano politico interno, gli attacchi attorno a Mosca hanno un peso che va oltre il danno materiale. Portare la guerra nella regione della capitale incrina la narrativa della distanza del conflitto e mostra ai cittadini russi che nemmeno il cuore del potere è completamente al sicuro, come successo in occasione della parata del 9 maggio. Le recenti restrizioni russe sulla diffusione di foto e video degli attacchi indicano proprio la volontà di controllare questo effetto psicologico e simbolico. In altre parole, la questione non è solo impedire la circolazione di informazioni sensibili, ma anche contenere l’impatto politico di immagini che mostrano vulnerabilità in luoghi ritenuti protetti.


In questo quadro, il dato forse più importante è che l’Ucraina sembra ormai puntare a una campagna di logoramento in profondità, pensata per erodere nel tempo la resilienza militare, energetica e psicologica della Russia. Non si tratta necessariamente di ottenere un risultato decisivo con un singolo attacco, ma di accumulare pressione su più livelli: costringere Mosca a spostare difese, aumentare i costi interni della guerra, indebolire nodi produttivi strategici e rendere più visibile il prezzo del conflitto anche per il territorio russo.


Se questa dinamica continuerà nei prossimi mesi, il Cremlino potrebbe trovarsi di fronte a un problema crescente: proteggere simultaneamente il fronte, le retrovie militari, il settore energetico e i centri politici del Paese. È proprio in questa asimmetria — tra il costo relativamente contenuto dei droni e il costo molto più alto necessario per difendere uno spazio immenso e infrastrutture diffuse — che si gioca una parte sempre più importante della guerra.

Papa Leone XIV: “L’Ascensione non ci parla di una promessa lontana”

L’Ascensione non è un evento lontano. Lo ha detto il Papa, stamane, introducendo la preghiera del Regina Coeli 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 17 maggio 2026, 12:11 (ACI Stampa).

L’Ascensione non è un evento lontano. Lo ha detto il Papa, stamane, introducendo la preghiera del Regina Coeli.

“A Gesù – ha spiegato Leone XIV – noi siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo, e il suo ascendere al Cielo attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre”.

“Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge – ha aggiunto – attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua”.

Dunque “l’Ascensione non ci parla di una promessa lontana, ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio”.

Il Papa ha ricordato che “di questo cammino di ascesa noi conosciamo la via. La troviamo in Gesù, come pure la vediamo tracciata nella Vergine Maria e nei santi: quelli che la Chiesa ci offre a modello universale e quelli della porta accanto, con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo”.

“Con loro, col loro sostegno e grazie alla loro preghiera – ha concluso – possiamo imparare anche noi a salire giorno per giorno verso il Cielo, facendo oggetto dei nostri pensieri, e mettendo in pratica, con l’aiuto di Dio, quello che abbiamo ascoltato e veduto, facendo crescere, in noi e attorno a noi, la vita divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci attira costantemente in Alto, verso il Padre, e diffondendo nel mondo frutti preziosi di comunione e di pace”.

Dopo aver recitato la preghiera mariana, il Papa ha ricordato la “Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che quest’anno ho voluto dedicare al tema custodire voci e volti umani in quest’epoca dell’intelligenza artificiale. Incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo alla quale orientare ogni innovazione tecnologica”. 

“Da oggi a domenica prossima – ha aggiunto – si svolge la settimana Laudato Si dedicata alla cura del creato. In questo anno giubilare di San Francesco d’Assisi ricordiamo il suo messaggio di pace con Dio con i fratelli e con tutte le creature. 

 Purtroppo in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono state molto rallentati, perciò incoraggio in membri del movimento Laudato Sì e a tutti coloro che lavorano per un’ecologia integrale a rinnovare l’impegno. La cura per la pace è cura per la vita”

Cristo cerca Adamo e lo porta nella gloria.
Ascensione, compimento della redenzione

di Manuel Nin – Avvenire – 16 Maggio 2026

Una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina. Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata

Ascensione del Signore, manoscritto siriaco del XIII secolo, Tur Abdin

Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «…per noi uomini e per la nostra salvezza… si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede.

Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo.

Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro… Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito.

In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. In questo tropario troviamo l’espressione: «…stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro…», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase:«…restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio.

Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa.

In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «…O tu che per me come me ti sei fatto povero…», per parlare dell’incarnazione.

Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre… Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti…».

Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima… Mentre tu ascendevi, o Cristo, … le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria… Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi.

In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli».

L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 

Esarca apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata

Il ritorno al comunismo dei giovani russi, fra guerra e crisi economica

di Stefano Caprio – Asia News – 16 Maggio 2026

Cresce l’esigenza popolare di una politica di “sinistra”. Fra le richieste una tassa sui super-ricchi in risposta alla disuguaglianza sociale. I giovani si uniscono a gruppi radicali di sinistra in cerca della “verità” e si scontrano coi nazisti per le strade. In un clima di stanchezza qualsiasi rivendicazione riveste grande potenziale. Il calo costante, ma non ancora catastrofico, di Russia Unita e Putin. 

La frase più a effetto nello spazio politico russo degli ultimi giorni è stata quella pronunciata dal leader storico dei comunisti del Kprf, Gennadij Zjuganov, quando il 22 aprile, giorno della nascita di Vladimir Lenin, ha affermato alla Duma di Stato che “se non prendete misure efficaci a livello economico, finanziario e sociale, in autunno ci aspetta la ripetizione del 1917, e noi non abbiamo il diritto di ripetere quell’esperienza”. Il grande avversario di Boris Eltsin, che preparò l’avvento di Vladimir Putin, non aveva certo in mente la rivoluzione bolscevica d’ottobre, ma la prima rivoluzione di febbraio, quando l’8 marzo (secondo il nuovo calendario) le donne di Pietrogrado si scagliarono contro gli inermi cadetti che proteggevano il Palazzo d’Inverno, mentre lo zar Nicola II era vicino al fronte per sostenere le armate nella catastrofica guerra con i tedeschi, e non si rese conto del crollo dell’impero.

Con la sempre più inevitabile caduta verso una crisi economica generale, in Russia cresce l’esigenza popolare di una politica “di sinistra”, che senza entrare nella pericolosa valutazione della “operazione militare speciale” possa difendere gli interessi delle classi sociali che maggiormente soffrono delle condizioni generate dall’inflazione galoppante e dagli aumenti dei prezzi al consumo, e dei giovani che non vedono reali prospettive per il futuro. Alcuni blogger vicini ai comunisti come Andrej Rudoj stanno raccogliendo milioni di follower su YouTube, nonostante il blocco che dovrebbe renderlo inaccessibile, salvo applicare i sistemi Vpn che le agenzie di controllo non riescono a sradicare dagli utenti. I levaki, i “simpatizzanti di sinistra”, propongono campagne per una tassa di lusso sui super-ricchi, considerando il livello sempre maggiore di disuguaglianza sociale, e piccoli gruppi radicali di marxisti-leninisti, trozkisti e maoisti sono tra i principali combattenti attivi per un internet libero.

“Maoisti: i russi hanno bisogno di comunicare! Smettetela di bloccare Telegram!”. Questo lo striscione appeso in una strada di Čeljabinsk già alla fine di marzo da attivisti dell’Unione Maoista degli Urali, come riporta Novaja Gazeta Evropa. Le forze di sicurezza locali se ne sono accorte, due persone sono state arrestate e secondo notizie non confermate la polizia avrebbe sequestrato dell’esplosivo a uno di loro. Il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (Pkr), di ispirazione trozkista, sta affiggendo ovunque volantini contro l’uso forzato del servizio patriottico di messaggistica Max, e distribuendo materiale di propaganda del partito agli ingressi delle fabbriche nella regione di Mosca. “Lenin ce l’ha fatta, quindi puoi farcela anche tu!” è lo slogan che diffondono ai lavoratori nei loro materiali di propaganda.

Il Partito Comunista Russo (Internazionalista) ha organizzato una manifestazione a Novosibirsk contro la macellazione del bestiame, ed è anche tra i principali organizzatori di manifestazioni e picchetti in diverse città contro le restrizioni di internet. Operando in Russia, il Pkr Internazionalista riesce a criticare anche l’Unione Sovietica, e recentemente il suo gruppo su VKontakte è stato bloccato per questo motivo. Gli anarchici di Autonomous Action suggeriscono anche di scaricare tramite Vpn e con cautela distribuire materiale di propaganda contro la guerra con l’Ucraina, e pubblicano regolarmente fotografie di tali manifesti, provenienti da diverse città. “In Russia e altrove, i giovani si uniscono a gruppi radicali di sinistra perché cercano la verità. La politica radicale, soprattutto quella di sinistra, permette di vivere in uno stato di produzione continua di verità: si creano un’enorme quantità di testi, dichiarazioni e azioni pubbliche”, afferma un programmatore moscovita che in passato ha partecipato a gruppi radicali di sinistra simili, e che ha rilasciato anonimamente un’intervista a Novaja Gazeta.

Egli osserva che il pensiero radicale non è particolarmente interessato al raggiungimento degli obiettivi, ma piuttosto al processo stesso, quindi è inutile discutere di ciò che questi gruppi radicali sono in grado di realizzare nella Russia moderna. Secondo il programmatore, essi raggiungono qualsiasi risultato “più nonostante che grazie a”. I riferimenti a figure storiche – Trockij, Kropotkin, Mao, Che Guevara o Stalin – per questi attivisti rappresentano più una tradizione sub-culturale o addirittura religiosa, un modo più semplice per costruire una narrazione. “Perché sono diventato comunista al liceo e non un fan di Tolkien o un punk? Non ho una risposta, immagino fosse il desiderio di trovare un ambiente per la comunicazione intellettuale. Partecipavo a riunioni, picchetti e facevo parte di organizzazioni. Eravamo in pochissimi e ci conoscevamo tutti. Eravamo molto distaccati dalla società e dai suoi problemi”, ricorda il programmatore.

Ciononostante, tali movimenti non dovrebbero essere sottovalutati: “Se e quando in Russia si apriranno opportunità politiche, tutto ciò che è stato avrà importanza. Alcuni membri di gruppi di sinistra parteciperanno sicuramente alla nuova politica”. Le organizzazioni cambiano rapidamente ed è probabile che ne emergano di nuove, e rispetto alla fase della perestrojka gorbacioviana “la Russia democratica in sé non ha ottenuto nulla, ma i suoi membri hanno partecipato a molte iniziative”, osserva un ex-attivista. La richiesta di politica di sinistra in Russia è in realtà molto più ampia di quanto possano offrire i piccoli circoli marxisti e anarchici semi-subculturali; in un contesto di stanchezza per la guerra nella società russa, di crescenti perdite militari dirette, licenziamenti di massa, declino economico, aumenti delle tasse e azioni folli delle autorità come la macellazione del bestiame senza spiegazioni né indennizzi, in questo contesto qualsiasi rivendicazione sociale, qualsiasi critica alle autorità da parte della sinistra, ha un grande potenziale.

Il Vitsom, il centro filogovernativo di ricerca sull’opinione pubblica panrussa, sta registrando un calo costante, seppur ancora non catastrofico, del gradimento di Russia Unita e del presidente Vladimir Putin in persona. L’operazione Svo, l’aumento dei prezzi e lo stato del sistema sanitario sono le principali preoccupazioni dei russi. “Sono convinto che in una futura Russia democratica la sinistra deterrà la maggioranza in parlamento. Forse ci saranno diversi partiti”, sostiene Evgenij Stupin, ex deputato della Duma di Mosca e membro del partito comunista secondo cui “esistono già molte strutture e individui di sinistra in attesa dell’opportunità di unirsi alla lotta legale”.

I russi hanno una forte esigenza di giustizia sociale, il che indica una decisa svolta a sinistra, e purtroppo, una grande spinta al nazionalismo interno a causa del completo fallimento della politica migratoria, e anche perché ora in Russia ci sono molti militari, per lo più di destra. I liberali avranno la vita più difficile in questa situazione, anche perché la classe media, che tradizionalmente sosteneva Aleksej Navalnyj e altri movimenti liberali, sta lentamente scomparendo: molti hanno lasciato la Russia, altri sono caduti in povertà o, al contrario, si sono uniti all’élite. Lo stesso Stupin è stato costretto a lasciare la Russia nel 2023 a causa della minaccia di un procedimento penale, ma il suo pubblico combinato su Telegram e YouTube conta quasi un milione di persone, pubblicando molti video e articoli sui conflitti sociali in Russia.

Con le manifestazioni praticamente vietate, la pressione sui media sempre più forte e le elezioni prive di competizione, è difficile valutare la rilevanza di qualsiasi idea politica. Diverse testate giornalistiche di sinistra russe contano decine di migliaia di iscritti su Telegram e centinaia di migliaia su YouTube. Sebbene i loro numeri siano inferiori a quelli di molti liberali o nazionalisti, la sinistra sta gradualmente recuperando terreno. Ci sono poche figure pubbliche di estrema sinistra, in parte a causa del rischio di persecuzione. L’insegnante e attivista sindacale indipendente Andrei Rudoj è uno dei blogger più popolari, con oltre 350 mila iscritti su Telegram e YouTube, ed è anche riuscito a lasciare la Russia evitando l’arresto. Un altro noto personaggio pubblico di sinistra, il filosofo marxista Boris Kagarlitskij, ha dichiarato che non avrebbe lasciato la Russia per principio, e sta attualmente scontando una condanna a cinque anni per “giustificazione del terrorismo”.

Un’altra fonte d’incitamento per i movimenti di sinistra è stata l’ascesa dell’estrema destra, e l’innegabile fascistizzazione dello Stato nel suo complesso. Ad esempio, il Fronte Studentesco Antifascista, che opera legalmente in Russia e ha organizzato proteste contro la Scuola Ivan Il’in presso l’Università Statale Russa di Scienze Umanistiche, che hanno portato alle dimissioni del rettore dell’università, ha pubblicato materiale critico sul reclutamento di studenti in milizie paramilitari, e ha anche lanciato una campagna per introdurre una tassa di lusso per finanziare i sussidi abitativi per i giovani. I giovani di sinistra si scontrano frequentemente con i nazisti per le strade delle città russe, e forse anche per questo Putin comincia a parlare di “fine della guerra”, per evitare che ne inizi una molto distruttiva all’interno della Russia stessa.

I cavalieri dell’Apocalisse

Di Mattia Ferraresi -Tempi

01 Maggio 2026

Il crociato calvinista Hegseth, il convertito Vance, il cattolico convenzionale Rubio. Le fratture profonde e i conflitti latenti all’interno del mondo cristiano di fronte a un presidente che rivolge sguaiati attacchi contro papa Leone XIV

Le guerre tra cattolici e protestanti che l’America non ha mai combattuto sui campi di battaglia si manifestano oggi in forme nuove. Lo scontro aperto fra Donald Trump e Leone XIV, aggressione al papato con diversi e inquietanti precedenti nel vecchio mondo, ha fatto emergere le fratture profonde e i conflitti latenti nei rapporti all’interno del mondo cristiano in relazione al potere politico. La decisione di Trump di portare lo scontro ai livelli inauditi di trollaggio social, per poi mandare il suo vice, JD Vance, a impartire lezioni di teologia al Vicario di Cristo, hanno fatto riaffiorare dinamiche di scontro teologico-politico nella fase storica in cui i cattolici si sono affermati come dominante forza sociale e politica negli Stati Uniti.

Il cattolicesimo è la singola denominazione cristiana più rappresentata fra la popolazione ed è una presenza dominante nelle istituzioni, dalla Corte suprema al governo, dove oltre il 30 per cento dei membri del gabinetto è cattolico. Nessun presidente aveva indicato tanti cattolici fra i vertici dell’amministrazione. Anche la delegazione di funzionari del Pentagono che nel gennaio scorso ha preparato per il nunzio apostolico negli Stati Uniti un incontro irrituale e assai poco amichevole era composta quasi interamente di cattolici.

La storia di questo intreccio può essere raccontata attraverso tre protagonisti della contesa. Il crociato calvinista Pete Hegseth, segretario del Pentagono e forza propulsiva dietro la guerra in Iran; il convertito Vance, che si opponeva alle avventure militari americane nel mondo e ora si trova costretto a incrociare le lame con il Papa per provare la sua fedeltà a Trump; il cattolico convenzionale Marco Rubio, delegato a qualunque cosa dal presidente, che non perde occasione per segnalare la sua preferenza per lui quando si guarda al futuro.

Il guerriero protestante

Per capire Pete Hegseth occorre conoscere il nome di Douglas Wilson, il suo teocrate di riferimento. Wilson è un pastore presbiteriano di Moscow, Idaho, animatore di un movimento che intende rifondare la civiltà occidentale su basi cristiane riformate e critico fervente della presenza visibile dei cattolici nella vita sociale e politica degli Stati Uniti. È l’architetto di una teologia politica che ha trovato nella vittoria di Trump il suo momento di massima influenza, ed Hegseth è il suo messaggero più potente. La sua retorica religiosa applicata alla guerra – che ha chiaramente ispirato Leone a castigare con crescente chiarezza l’uso strumentale della fede per giustificare le guerre – mescola il linguaggio della crociata e il patriottismo americano. I soldati sono guerrieri per la civiltà cristiana che combattono le forze del male in nome di un ideale in cui Dio e la nazione non si distinguono più. Hegseth ha costruito un’identità pubblica di tipo religioso in cui lui è il campione dell’Occidente cristiano che non si vergogna della propria fede e la rappresenta ovunque, anche sui missili che si abbattono sugli infedeli.

Questa visione ha conseguenze pratiche nella gestione del Pentagono. Le purghe di ufficiali e funzionari considerati non allineati hanno prodotto attriti con la componente cattolica dell’amministrazione. È diventato ormai pubblico lo scontro con Dan Driscoll, segretario dell’Esercito, e con altri funzionari che sono nell’orbita di Vance, uomini che si riconoscono in un cattolicesimo post-liberale e diffidano dell’ardore calvinista di Hegseth. Per lui, il cattolicesimo romano ha sempre avuto qualcosa di sospetto, configurandosi come autorità che non si ferma ai confini dello Stato.

Il convertito in difficoltà

La storia religiosa di Vance è diventata un fatto politico ed elettorale. La sua conversione al cattolicesimo nel 2019 è stata interpretata ora come percorso spirituale autentico, ora come marketing identitario, ora come esperienza culturale che deriva dall’influenza con Peter Thiel (che non è cattolico ma è stato allievo e amico del cattolico René Girard) e con l’ambiente post-liberale di Patrick Deneen e altri intellettuali convertiti. La sua prima identità pubblica era quella del testimone degli zoticoni degli Appalachi traditi dalle dinamiche della globalizzazione e dimenticati dalla politica. L’autore di Elegia americana sbatteva in faccia alla classe dirigente il suo disprezzo verso milioni di americani bianchi e marginalizzati. La sua conversione al cattolicesimo ha costruito sopra quella base un ulteriore strato di identità, che lo ha reso il portatore di una dottrina politica, il post-liberalismo, che promette di riformare i termini in cui il diritto naturale informa il diritto positivo, cambiando così la relazione fra la fede e la vita pubblica.

Vance ha scelto così di scrivere un secondo libro, per ridefinire il perimetro della sua identità in vista della fase post-Trump, e ha deciso di intitolarlo Communion, un racconto del suo approdo alla fede che si muove dentro il genere editoriale della memorialistica protestante. Il problema è che questa identità è entrata in collisione con la realtà. Vance è la voce critica nell’amministrazione sull’interventismo militare, e con la guerra in Iran si è trovato a difendere una campagna che il Papa ha condannato con parole durissime. La sua risposta teologica a Leone XIV, un convertito di sei anni che spiega al Pontefice come interpretare Agostino e Tommaso, è stata letta da molti cattolici come un atto di arroganza straordinaria. Il cattolicesimo post-liberale che incarna aveva sempre rivendicato l’autonomia della Chiesa dalla politica, mentre lui si è trovato a usare la teologia come arma politica per coprire la sua fedeltà a Trump.

Il “latinos” tra fede e mercato

Marco Rubio è l’erede di un’altra epoca culturale. La sua storia di figlio di esuli cubani e di cattolico “latinos” che ha sperimentato, nel suo percorso di fede, anche altre confessioni e denominazioni, rimandano a un momento che Trump ha molto a cuore, gli anni Ottanta. Era l’era in cui i cattolici americani conservatori hanno forgiato l’alleanza con Ronald Reagan, ammiratore personale e alleato di Giovanni Paolo II nel nome della lotta all’Unione Sovietica, conclusa con l’epocale successo di quella stagione. È il cattolicesimo incarnato da figure come George Weigel, storico convinto che la dottrina sociale e il capitalismo democratico siano profondamente compatibili, oppure di padre Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute, che ha costruito per decenni il ponte teologico tra la fede e il mercato. Questa tradizione ha prodotto think tank e riviste e formato generazioni di funzionari politici. Ha costruito la narrazione secondo cui un cattolico americano poteva essere pienamente fedele a Roma e pienamente fedele al progetto americano, senza dover scegliere.

Il limite di questa tradizione è che funzionava nella misura in cui la politica americana e la Chiesa non entravano apertamente in conflitto. Quando c’era accordo, come sulla Guerra fredda, cattolicesimo e Partito repubblicano andavano senza problemi a braccetto, mentre quando le strade erano in conflitto, come sulla guerra in Iraq, gli esponenti di questa corrente hanno teso a minimizzare l’attrito, appellandosi a giudizi prudenziali su cui si poteva divergere con il Vaticano. Rubio è l’erede diretto di questa filosofia flessibile, ed è per questo che è prezioso per Trump.

Il segretario di Stato è il cattolico responsabile che sa come non irritare l’America protestante, sa invocare i valori cristiani senza disturbare chi non li condivide. Il suo cattolicesimo non costituisce una minaccia, perché si adatta sui desideri della politica e non protesta quando ci sono frizioni. Non c’è ormai occasione pubblica in cui Trump non esprima in qualche forma la sua preferenza per Rubio nel conflitto elettorale che verrà, e dal punto di vista del tipo religioso-politico che rappresenta, si capisce una ragione più profonda per questa preferenza. Rubio è il tipo di cattolico che l’America non teme, perché ha già interiorizzato la lezione che la nazione impone: la fedeltà al progetto nazionale e alla sua religione civile – un surrogato gnostico del protestantesimo – viene prima di quella a Roma, quando le due entrano in conflitto.

La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” –24

De Fatima numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1950

13 Maggio 2026 ore 10:55

di Roberto de Mattei

De Maria numquam satis dice una sentenza attribuita a san Bernardo da Chiaravalle. Su questo tema si svolgerà nel prossimo mese di ottobre un convegno internazionale a Roma, allo scopo di approfondire il mistero insondabile delle grandezze della Beatissima Vergine Maria.

Ma il 13 maggio ci ricorda che 109 anni sono passati dalle apparizioni della Madonna a Fatima, che iniziarono il 13 maggio 1917 e si conclusero il 13 ottobre dello stesso anno. In queste apparizioni la Madonna trasmise un messaggio profetico ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco, dedicato all’umanità intera. Il messaggio conteneva l’annuncio di una serie di catastrofi che sarebbero cadute sul mondo, se non fosse tornato al rispetto e all’amore della legge del Signore. Lo spirito di preghiera e di penitenza, la pratica della comunione riparatrice nei primi sabati del mese e la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato furono le condizioni esplicitamente richieste per allontanare il castigo incombente sul mondo a causa dei peccati degli uomini. Il messaggio era dunque condizionato, ma incondizionata era la sua conclusione: il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

109 anni sono passati, ma noi, parafrasando san Bernardo, potremmo dire: De Fatima numquam satis. Su Fatima non si è detto e non si dirà mai abbastanza, anche perché è una profezia “aperta”, che attende ancora il suo compimento.

San Luigi Maria Grignion de Montfort inizia il suo celebre Trattato della Vera Devozione a Maria con queste parole: «Per mezzo della santissima Vergine Maria Gesù Cristo venne al mondo; ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo» (n. 1).

Tutta la teologia della mediazione universale di Maria è racchiusa in questo assioma, che il santo sviluppa ampiamente in tutto il suo Trattato. E’ il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che divide l’umanità in due epoche: prima e dopo la venuta di Gesù Cristo. Nessuno come Maria, la purissima figlia di san Gioacchino e sant’Anna, conosceva le profezie bibliche e la divina promessa dell’Antico Testamento, che annunciava la venuta di un Messia, il Redentore dell’umanità. Maria non aveva fatto studi teologici, ma la profondità del suo intelletto e l’ardore del suo Cuore Immacolato la immergevano ogni giorno di più nell’umile contemplazione del mistero che il Signore celava alla mente dei superbi.

Maria aveva di fronte ai suoi occhi la decadenza morale dell’Impero romano e la tragedia del suo popolo, quello di Israele, indurito e infedele alla sua missione. Eppure, Ella mai dubitò della realizzazione delle antiche promesse. Un Salvatore sarebbe giunto, in modo diverso da come il suo popolo lo aspettava, e con il suo sacrificio avrebbe redento il mondo. Tutti i mali della terra erano conseguenza del peccato originale dei progenitori, Adamo ed Eva. Lei sarebbe stata la nuova Eva, prescelta per essere associata al nuovo Adamo, Cristo il Redentore. La morte, dice san Girolamo, era giunta per Eva, la vita sarebbe giunta per Maria.

Questo mistero fu svelato dall’Arcangelo Gabriele alla Beatissima Vergine a Betlemme, nella notte dell’Annunciazione, ed Ella, con il suo Fiat, acconsentì alla Incarnazione del Verbo. Fu così che, attraverso di Lei, Gesù Cristo venne al mondo. Come potrà Gesù, attraverso di Lei, regnare sul mondo? Il Trattato della vera devozione lo spiega: il regno di Gesù Cristo sul mondo non è una regalità di diritto, che già gli appartiene, ma una regalità di fatto, una regalità storica, che ancora non ha esercitato nella sua pienezza.

 Questo secondo evento è ancora avvolto di mistero, ma come nell’Incarnazione del Verbo, Maria vi svolgerà un ruolo decisivo. «Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria – scriveva settant’anni fa Plinio Corrêa de Oliveira – che mai può essere, se non il Regno della Beatissima Vergine profetizzato da san Luigi Grignion de Montfort? E questo Regno che mai può essere, se non quell’epoca di virtù in cui l’umanità, riconciliata con Dio nel grembo della Chiesa, vivrà in terra secondo la Legge, preparandosi per le glorie del Cielo?» (“Catolicismo”, n. 84, dicembre 1957).

Il messaggio di Fatima lo conferma. Sarà attraverso la devozione al Cuore Immacolato di Maria che Cristo regnerà sul mondo e il Regno di Cristo sul mondo sarà anche il Regno di Maria, il trionfo splendente del suo Cuore Immacolato. Dopo le apparizioni di Fatima, sia la Madonna che Gesù stesso, confermarono numerose volte a santa Giacinta Marto, morta a 9 anni il 20 febbraio 1920, e a suor Lucia dos Santos, scomparsa a 97 anni il 13 febbraio 2005, l’urgenza e il significato di questa teologia della storia. Il 3 gennaio 1944, a Tuy, prima di scrivere il Terzo Segreto, suor Lucia ebbe la visione di una terribile catastrofe cosmica, ma poi sentì nel cuore, come un infallibile presagio, «una voce leggera che diceva: Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità  il Cielo!».

 Tutti i Papi del XX e del XXI secolo hanno riaffermato l’autenticità di questo Messaggio. Nel corso dei 109 anni trascorsi, si è sviluppata una grande devozione a Fatima. Le statue della Madonna pellegrina hanno percorso ogni angolo della terra; si sono stampati innumerevoli libri che hanno raggiunto la tiratura di milioni di copie, si sono organizzate conferenze e congressi, gli ultimi nel 2017, l’anno del centenario. Tante preghiere si sono elevate al Cielo. Eppure, oggi, la Madonna di Fatima appare come la grande dimenticata. Mai come in questo momento le vicende internazionali, nella loro drammaticità, rendono attuale quanto la Madonna annunciava nel 1917 e mai come oggi sarebbe importante alimentare la speranza nel trionfo finale che la Madonna ha promesso. Ma la fiducia in questo trionfo appare illanguidita nelle anime, che spesso mancano di vero spirito soprannaturale e fondano la loro devozione alla Madonna su sentimenti fragili e ondeggianti. 

Eppure questa è l’ora della virtù teologica della speranza, fondata non sul sentimento, ma sulla ragione e sulla fede. Su Fatima non abbiamo detto tutto e tutto non si è realizzato: De Fatima numquam satis. Non è l’ora della stanchezza e della fuga, è l’ora del grande ritorno a Fatima, della lotta fiduciosa per la vittoria di Maria, la Mediatrice, la Corredentrice, la Regina trionfante del Cielo e della terra, perché, «per mezzo di Lei Gesù Cristo venne al mondo e ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo».

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