"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La santità come ferita aperta, al via la causa di beatificazione di Marco Gallo

Nato a Chiavari nel 1994, appassionato di sport e montagna, il 17 enne negli anni delle scuole superiori ha maturato un cammino di fede all’interno del movimento di Comunione e Liberazione. Nel 2011 ha perso la vita mentre si recava a scuola in un incidente stradale. Oggi si apre la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione

Daniele D’Elia – Città del Vaticano

Il 7 marzo si apre ufficialmente la causa di beatificazione di Marco Gallo. La Chiesa lo riconosce Servo di Dio. Un atto formale, si dirà. Ma prima ancora è una domanda lanciata dentro il nostro tempo. Io non credo ai santini. Non ho mai creduto ai santini. Mi mettono a disagio. Li appiccichiamo sulle tragedie come cerotti sulle ferite che non vogliamo guardare. E poi ci sentiamo a posto. Commossi. Assolti. Eppure ci sono storie che non si lasciano liquidare. Storie che non si fanno imbalsamare nella retorica. Storie che ti fissano.

Quella di Marco Gallo è una di queste. Diciassette anni. Una stanza. Un muro. Una frase: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Io quella frase l’ho riletta più volte. Non come si leggono le citazioni da calendario. Ma come si leggono le accuse. Perché è un’accusa. A noi. Ho visto madri urlare davanti a una bara bianca. Ho visto ragazzi spegnersi senza lasciare traccia, consumati da un vuoto che chiamiamo libertà. Ho visto adulti pieni di parole e poveri di senso. E poi leggo di un ragazzo di diciassette anni che, la sera prima di morire, scrive sul muro della sua stanza una domanda che attraversa duemila anni di storia. E mi si ferma il respiro. Non è una frase pia. È uno schiaffo. Viviamo in un tempo che consuma i ragazzi e poi si commuove. Li riempiamo di rumore, immagini, distrazioni. Li educhiamo alla superficie. E quando uno di loro osa fare una domanda vera, lo guardiamo con fastidio. O con una tenerezza condiscendente. Come si guarda un ingenuo.

Fame di verità

Ma che cosa significa, a diciassette anni, rifiutare di cercare tra i morti — nelle abitudini, nelle frasi fatte, nelle ideologie — e pretendere il Vivo? Non è devozione. È rivolta. Io non ho conosciuto Marco Gallo. Non ho stretto la sua mano. Ma conosco quell’età. Conosco il peso delle domande quando ti cadono addosso prima che tu abbia imparato a difenderti. Conosco la solitudine di chi non si accontenta. So quanto sia più facile ridere, distrarsi, uniformarsi. Lui no. Non ha fatto gesti clamorosi. Non ha guidato rivoluzioni. È andato a scuola. Ha studiato. Ha vissuto la sua adolescenza come milioni di altri ragazzi. Ma mentre molti cercavano distrazioni per non sentire il vuoto, lui cercava il senso. In concreto. Organizzava aiuto per studenti in difficoltà. Portava amici dagli anziani disabili. Li coinvolgeva. Li provocava. Non li lasciava comodi. Capite la violenza di questo gesto? In un mondo che insegna a competere, lui insegnava a servire. Frequentava la Scuola di Comunità. Andava a Messa. Si confessava. Meditava il Vangelo. Non per abitudine. Per fame. Fame di verità. E la verità, quando la prendi sul serio, ti cambia il modo di stare al mondo.

Marco Gallo

Marco Gallo (Diocesi di Milano)

Una vita vissuta con il Vangelo come “questione decisiva”

Ho conosciuto ragazzi che si vergognano di dire che credono. Ho conosciuto adulti che riducono la fede a rito sociale. Ho visto una cultura che tollera tutto, tranne la radicalità. Marco era radicale. Senza urlare. Senza propaganda. Radicale perché coerente. Poi, una mattina del 5 novembre 2011, un incidente stradale ha interrotto tutto. Asfalto. Lamiera. Silenzio. Fine della cronaca. Inizio dell’imbarazzo. Perché la morte di un giovane è sempre uno scandalo. Ma diventa ancora più scandalosa quando quel giovane aveva osato interrogare la vita. E allora sì, la Chiesa apre la causa. Lo chiama Servo di Dio. E qualcuno sorriderà. Dirà: un altro santino. Un’altra storia edificante. Ma fermatevi. Non è santo perché è morto giovane. È morto giovane, e basta.

La domanda è un’altra: come ha vissuto quei diciassette anni? Li ha vissuti come se la vita fosse seria. Come se Cristo fosse vero. Come se il Vangelo non fosse un’opinione tra le altre, ma una questione decisiva. Questo è intollerabile per il nostro tempo. Perché se un ragazzo dimostra che si può vivere così, cade l’alibi. Cade la scusa del “non si può”, del “sono giovani”, del “più avanti”. No. Lui ha scelto adesso. La sua morte è una tragedia. Ma la sua vita è una provocazione. Che cosa ne facciamo di una domanda così? La incorniciamo? La trasformiamo in slogan? La svuotiamo finché non disturba più? O abbiamo il coraggio di prenderla sul serio? Diffido dei sistemi che addormentano le coscienze. Diffido del potere quando si traveste da consolazione. Diffido anche della religione quando diventa tranquillante. Qui non vedo tranquillanti. Vedo un ragazzo che ha rifiutato l’anestesia.

Una ferita che non si rimargina

C’è una differenza enorme tra credere per abitudine e credere per scelta. La prima è comoda. La seconda è una ferita aperta. In quella stanza Marco non stava ripetendo una formula. Stava combattendo. Con il tempo che gli era dato. Con i limiti della sua età. Con le paure che ogni adolescente conosce e che noi adulti fingiamo di aver dimenticato. La sua storia non è solo spirituale. È politica. Interroga il modo in cui cresciamo i nostri figli. Che cosa offriamo loro? Intrattenimento o senso? Carriere o verità? Sicurezze prefabbricate o libertà di cercare? Non so se diventerà santo. Non è questo il punto. Il punto è che la sua breve esistenza mette a nudo la nostra lunga distrazione. Un ragazzo ha scritto una domanda su un muro. La mattina dopo è morto. Ma quella domanda è ancora qui. Non consola. Non addolcisce. Ferisce. E forse la santità, prima di essere un’aureola, è proprio questo: una ferita che non si rimargina.

DE MARIA NUMQUAM SATIS

Chiesa cattolica | CR 1940

 4 Marzo 2026 ore 11:16

di Redazione

Riportiamo una parte dellaCostituzione apostolica. Munificentissimus Deus qua fidei dogma definitur Deiparam Virginem Mariam corpore et anima fuisse ad caelestem gloriam assumptam, del 1° novembre 1950, con la quale Pio XII ha definito il dogma dell’Assunzione al Cielo, in anima e corpo, della Beata Vergine Maria, Madre di Dio (AAS 42(1950), pp. 753-771).

Le ragioni del dogma dell’Assunzione

Poiché la chiesa universale nella quale vive lo Spirito di verità e la conduce infallibilmente alla conoscenza delle verità rivelate, nel corso dei secoli ha manifestato in molti modi la sua fede, e poiché tutti i vescovi dell’orbe cattolico con quasi unanime consenso chiedono che sia definita come dogma di fede divina e cattolica la verità dell’assunzione corporea della beatissima vergine Maria al cielo – verità fondata sulla s. Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli, confermata dal culto ecclesiastico fin dai tempi remotissimi, sommamente consona con altre verità rivelate, splendidamente illustrata e spiegata dallo studio della scienza e sapienza dei teologi – riteniamo giunto il momento prestabilito dalla provvidenza di Dio per proclamare solennemente questo privilegio di Maria vergine.

Noi, che abbiamo posto il Nostro pontificato sotto lo speciale patrocinio della santissima Vergine, alla quale Ci siamo rivolti in tante tristissime contingenze, Noi, che con pubblico rito abbiamo consacrato tutto il genere umano al suo Cuore immacolato, e abbiamo ripetutamente sperimentato la sua validissima protezione, abbiamo ferma fiducia che questa solenne proclamazione e definizione dell’assunzione sarà di grande vantaggio all’umanità intera, perché renderà gloria alla santissima Trinità, alla quale la Vergine Madre di Dio è legata da vincoli singolari. Vi è da sperare infatti che tutti i cristiani siano stimolati da una maggiore devozione verso la Madre celeste, e che il cuore di tutti coloro che si gloriano del nome cristiano sia mosso a desiderare l’unione col corpo mistico di Gesù Cristo e l’aumento del proprio amore verso colei che ha viscere materne verso tutti i membri di quel Corpo augusto. Vi è da sperare inoltre che tutti coloro che mediteranno i gloriosi esempi di Maria abbiano a persuadersi sempre meglio del valore della vita umana, se è dedita totalmente all’esercizio della volontà del Padre celeste e al bene degli altri; che, mentre il materialismo e la corruzione dei costumi da esso derivata minacciano di sommergere ogni virtù e di fare scempio di vite umane, suscitando guerre, sia posto dinanzi agli occhi di tutti in modo luminosissimo a quale eccelso fine le anime e i corpi siano destinati; che infine la fede nella corporea assunzione di Maria al cielo renda più ferma e più operosa la fede nella nostra risurrezione.

La coincidenza provvidenziale poi di questo solenne evento con l’Anno santo che si sta svolgendo, Ci è particolarmente gradita; ciò, infatti, Ci permette di ornare la fronte della vergine Madre di Dio di questa fulgida gemma, mentre si celebra il massimo giubileo, e di lasciare un monumento perenne della nostra ardente pietà verso la Regina del cielo.

La solenne definizione

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.

Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.

A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire. Se alcuno invece ardisse di tentarlo, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.

🟥ADESSO 🙏DA RADIO MARIA IN #MEDIORIENTE- #QATAR #Doha

Testimonianza di Armando e Ilaria D.R
Una famiglia italiana cattolica che vive a Doha (Qatar)

«Cos’è l’Iran per noi israeliani, qual è il percorso che porterà a termine la guerra»

di Nadav Eyal – Corriere della sera – 7 Marzo 2026

«Anche Shimon Peres attribuiva a Teheran la responsabilità della mancata pace con i palestinesi». «Attaccando le infrastrutture petrolifere il regime degli ayatollah non potrebbe sopravvivere»

Per tutti gli israeliani, l’Iran rappresenta qualcosa di profondamente personale. Sono cresciuto in Israele negli anni Ottanta e Novanta. Molti ricorderanno gli accordi di pace di Oslo, che accesero le più grandi speranze per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Molti ricorderanno l’assassinio di Yitzhak Rabin. Ma pochi ricordano le feroci contestazioni di cui fu oggetto, il fallimento degli accordi di Oslo, e il motivo per cui Benjamin Netanyahu sconfisse Shimon Peres, succeduto a Rabin. La risposta palese sta nella catena di attentati suicidi messa in atto da Hamas, che destabilizzarono l’opinione pubblica israeliana. Israele aveva firmato un accordo di pace, e ricevette in cambio una valanga di attentati come non si erano mai visti fino ad allora nel corso del conflitto. 

Shimon Peres dava la colpa a Teheran

Fu un colpo mortale a ogni iniziativa di pace. Si comprese, a posteriori, grazie a una serie di indagini che suscitò enorme scalpore all’epoca, che Hamas aveva stretto alleanza con Teheran, e che l’Iran finanziava e incoraggiava simili operazioni. Ebbi modo di conoscere bene Shimon Peres nei suoi ultimi anni, dopo la presidenza di Israele. Fino alla fine della sua vita, Peres addossò la colpa agli iraniani. E questo è soltanto uno dei tanti esempi dei gravissimi danni inflitti da Teheran a tutta la regione. Ed è per questo che oggi la guerra riscuote ampi consensi tra la popolazione israeliana. Ma le guerre, si sa come cominciano e non si sa come finiscono. Una valutazione prudente lascia ipotizzare quale sia il duplice obiettivo della campagna militare israelo-americana contro l’Iran. Il primo è dinamico: uccisioni mirate, erosione sistematica delle capacità militari, raid sugli impianti nucleari, specie le basi missilistiche e le infrastrutture del regime.

Il messaggio di Natanyahu in lingua farsi

Oltre ad eliminare le principali figure della leadership iraniana, Khamenei compreso, l’aviazione israeliana ha colpito e distrutto la sede dei servizi segreti iraniani fin dalle prime ore dell’attacco. Dal Mediterraneo fino alla penisola coreana, a migliaia di chilometri di distanza, pochi governi sono riusciti a sopprimere un così gran numero dei propri concittadini come il regime di Khamenei. È probabile, inoltre, che verranno intensificati gli attacchi contro altri regimi repressivi. Con il discorso in lingua farsi del primo ministro Netanyahu, generato grazie all’IA e rivolto direttamente al popolo iraniano, Israele ha aperto ufficialmente un canale verso il cambio di regime a Teheran. Nulla di simile era stato tentato dalla prima guerra del Libano ad oggi. In base alle valutazioni in corso, la traccia indicata prevede, come prima fase, la neutralizzazione delle capacità militari. 

I piani secondo Eisenhower

La seconda riguarda la trasformazione politica. È difficile immaginare che Washington e Gerusalemme si siano lanciate in una simile impresa senza un’attenta programmazione per il dopo. Il presidente Eisenhower ebbe a dire, «I piani non servono, ma la pianificazione è indispensabile». Il senso è lampante: i piani ben di rado si svolgono esattamente come previsto, ma il processo stesso di pianificazione è decisivo. Nella seconda fase della guerra, vedremo l’introduzione di misure tese a produrre una ristrutturazione interna del regime o addirittura un cambiamento più profondo e sistemico. Non me la sento di azzardare ipotesi più precise, ma ieri il presidente degli Stati Uniti si è espresso con grande franchezza, indicando di avere già in mente chi potrebbe essere il candidato destinato a guidare l’Iran dopo Khamenei. Le incursioni mirate, decise in base a informazioni di alto livello, sono operazioni complesse e pericolose, e ancora più rischiosi sono i tentativi di provocare un cambio di regime. Ma gli Usa e Israele hanno saputo costruire, di comune accordo, un quadro eccezionale di fiducia, scambio di informazioni e coordinamento operativo. 

Dettagli tattici

Il presidente americano non agisce esclusivamente in senso astratto, ma sa calarsi nei dettagli tattici – quali saranno gli sviluppi, che cosa potrebbe non funzionare, e quali sono i piani alternativi. Se Trump non fosse stato pienamente convinto sia delle possibilità di successo che dei vantaggi potenziali per gli interessi nazionali statunitensi, non se ne sarebbe fatto nulla. Quel calcolo, incentrato sugli interessi dei cittadini americani, determinerà la durata e la portata della campagna militare.

La rappresaglia indiscriminata contro gli stati arabi, in primo luogo gli Emirati e il Bahrain, rappresenta un grave errore strategico da parte dell’Iran. Si è trattato di una violazione fondamentale del codice regionale, una sorta di «dopo di me, il diluvio». Il risultato prevedibile è stato in rafforzamento del già formidabile spiegamento difensivo tra Stati Uniti, Israele, e stati arabi come Giordania, Emirati, Bahrain e Arabia Saudita. Negli ultimi giorni, il capo di Stato maggiore Zamir si è consultato con le controparti militari di diversi stati arabi.

 Dove puntare oggi la nostra attenzione? Innanzitutto, sulle defezioni. Gli organismi di sicurezza iraniani – dall’esercito alla Guardia rivoluzionaria, dalla polizia al Basij – si presentano in servizio? Come reagiscono davanti alle manifestazioni? 

Ultimo obiettivo, le infrastrutture petrolifere

L’Occidente spera di vedere segnali di «armi che cambiano direzione», quando le forze ufficiali del regime si uniscono all’opposizione. Ieri è stato diffuso il filmato di un drone che attacca le forze del Basij a Teheran. Si presume che proseguiranno gli attacchi di questo tipo. Altra questione cruciale riguarda una decisione che spetta a Washington, se attaccare – anche solo simbolicamente – le infrastrutture iraniane del gas e del petrolio, che finora sono state rispettate. L’attacco alle infrastrutture energetiche, anche l’accenno a un futuro attacco, sarà il segnale inequivocabile per Teheran che i suoi giorni sono contati.

Senza le entrate petrolifere, lo Stato iraniano non può sopravvivere. Impossibile pagare gli stipendi. Se gli Stati Uniti sceglieranno questa opzione, ciò significa che è stato deciso di abbattere il regime senza altri indugi, o di inviare un ultimo messaggio: riformate il regime, o sarete annientati.

Tra le possibilità di cui si discute oggi – continuazione dell’ordinamento attuale, riforma interna sotto il vessillo della Repubblica Islamica, colpo di stato o rivoluzione – i governi occidentali propendono decisamente per quest’ultima. La preferenza, tuttavia, non è garanzia di successo. 

*Nadav Eyal è un giornalista, vincitore del Sokolov Award, il premio Pulitzer israeliano. In Italia il suo libro «Revolt, la ribellione nel mondo contro la globalizzazione» è stato pubblicato da La Nave di Teseo. Eyal è Senior Scholar and adjunct professor alla Columbia University’s School of International and Public Affairs (SIPA)
(traduzione di Rita Baldassarre)

Le speranze di Putin e l’incognita Trump

di Paolo Lepri| 6 marzo 2026 – Corriere della Sera – 7 Marzo 2026

Il presidente americano non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti

Trump e la guerra in Ucraina. Ecco la madre di tutte le incognite, a poco più di quattro anni dall’avvio dell’«operazione militare speciale», ora che si è aperto un nuovo, sconvolgente conflitto e che il presidente americano, come è accaduto due giorni fa, torna ad accusare Volodymyr Zelensky di essere «un ostacolo» per la pace.

Tra chi cerca la soluzione di questo enigma c’è il direttore dell’Osservatorio sulla Russia dell’Istituto francese di relazioni internazionali, Dimitri Minic, autore del saggio Pensée et culture stratégiques russe. A suo giudizio «The Donald» non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti. Vedremo. 

Il pericolo è che il tempo giochi proprio a favore della Russia nonostante che la situazione sul terreno risulti meno negativa del previsto e che il Cremlino, osserva Minic in una intervista a Le Monde, sia forse destinato a pagare il prezzo di essersi rivelato «incapace di difendere i suoi partner nel mondo, come il Venezuela, la Siria e l’Iran».

Le premesse di quanto sta avvenendo vanno cercate nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata a Mosca nel 2021. Uno dei suoi punti-chiave, in un mondo ritenuto «ostile», è la convinzione — continua il trentaduenne studioso francese — che l’Occidente sia «ontologicamente debole», cosa che permette di sperare nella possibilità di «modificare» lo status quo.

La politica estera di Vladimir Putin ha così nell’Europa il suo nemico principale. Lo crede anche l’autore di Pensée et culture stratégiques russe, secondo cui Mosca è già in guerra contro il nostro continente usando «mezzi indiretti, militari o no». «Le azioni di sovversione russa si sono intensificate dal 2022. Non bisogna interpretare la guerra contro l’Ucraina — prosegue — esclusivamente come una guerra imperiale.

La Russia auspica l’implosione della Nato e dell’Unione europea e vuole estendere la propria influenza politico-militare in Europa. Pensa di riuscirci trasformando gli Stati occidentali dall’interno». Alcuni spettatori di questa partita, aggiungiamo, hanno una benda davanti agli occhi.

L’Iran e l’Operazione Sansone: giocarsi tutto pur di far saltare l’economia degli Stati del Golfo

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 7 Marzo 2026

Oltre mille droni e 200 missili: l’Iran fa il massimo per portare gli Emirati Arabi allo stress estremo. Pressione anche su Bahrein, Doha e Riad. Gli emiri hanno versato miliardi a Trump, ma sotto le bombe i maxi progetti nell’Ai traballano

Khalaf Ahmad Al-Habtoor non è un leone da tastiera, ma un miliardario dell’establishment degli Emirati Arabi Uniti. Non è un oppositore di Donald Trump, ma un ex diplomatico che aveva creduto di poter fare affari ancora migliori grazie al presidente degli Stati Uniti. Eppure giovedì 5 marzo ha pubblicato una lettera in cui rivolge una serie di domande e osservazioni taglienti al tycoon della Casa Bianca: «Hai calcolato i danni collaterali prima di sparare? Hai messo i Paesi del Golfo al cuore di un pericolo che non hanno scelto». E ancora: «Le tue iniziative del “Board of Peace” sono state finanziate dagli Stati del Golfo» scrive Al-Habtoor, pensando al miliardo di dollari che l’amministrazione ha chiesto a ciascuno di loro per sedersi al tavolo: «Dov’è finito questo denaro?» La lettera di Al-Habtoor si conclude ricordando che «la vera leadership non si misura dalle decisioni di guerra, ma dalla saggezza, dal rispetto per gli altri e dalla spinta verso il raggiungimento della pace».

Tutta questa amarezza è comprensibile. Le ultime stime indicano che gli Emirati Arabi Uniti, che hanno negato agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi attaccare l’Iran, sono stati presi di mira dalle forze di Teheran con circa duecento missili e 1.072 droni; una ventina di missili e una settantina di droni hanno superato la contraerea colpendo fra l’altro l’aeroporto di Dubai, vari grandi alberghi, due data center di Amazon Web Services e il principale centro di desalinizzazione. 

In confronto altri centri del Golfo sono meno bersagliati. Il Bahrein, che ospita la quinta flotta americana, ha avuto circa 75 missili e 130 droni; il Qatar, dove si trova la più vasta base statunitense nella regione, ha ricevuto un centinaio di missili e una quarantina di droni. L’Arabia Saudita non pubblica i dati sugli attacchi ma, benché la sua principale raffineria sia stata colpita due volte, sembra meno presa di mira.

C’è del metodo in questi colpi indiscriminati. Gli Emirati sono i grandi bersagli degli iraniani non solo perché, con gli Accordi di Abramo, riconoscono Israele. Anche il Bahrein lo fa ma, in confronto, viene risparmiato. Sembra piuttosto essere il modello Dubai il vero obiettivo di Teheran, il simbolo dell’integrazione blasfema degli arabi del Golfo nelle élite globali del denaro. E forse ciò che la Guardia rivoluzionaria iraniana vuole è proprio il tipo di reazione Al-Habtoor, il miliardario emiratino che ora accusa Trump

In Israele esiste qualcosa che va sotto il nome di «Opzione Sansone»: l’idea di far crollare le colonne del tempio sopra di sé e dei nemici filistei, ossia attivare l’arma atomica in una sfida esistenziale con l’Iran. L’Iran stesso sta probabilmente sperimentando qualcosa che va nella stessa direzione. Vuole portare all’estremo lo stress dei vicini arabi nel Golfo, a costo di rischiare la loro rappresaglia, pur di spingerli a una rivolta contro Trump.

Non è difficile immaginare i pensieri dei monarchi assoluti di Abu Dhabi, Doha o Riad in questi giorni. La domanda di Al-Habtoor sul destino dei fondi per il «Board of Peace», ancora una volta, dice tutto. I regnanti del Golfo hanno versato miliardi di petrodollari a Trump e ai suoi cari; pensavano di avere il tycoon sotto controllo, di fare affari con lui, ma nemmeno la massa immane di denaro accumulato grazie al potere della Casa Bianca può sedare la sua imprevedibilità. I re del Golfo hanno arricchito Trump contando di controllarlo; in cambio ne hanno missili e droni iraniani di una guerra che non hanno mai voluto.

Eppure avevano pagato. Qatar ha messo a disposizione di Trump un aereo da 400 milioni di dollari. Un fondo sovrano dell’Arabia Saudita ha versato due miliardi nello hedge fund di Jared Kushner a Miami chiamato Affinity Partners e così hanno fatto il Qatar e il principe di Abu Dhabi Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan con centinaia di milioni ciascuno, sempre a favore del genero di Trump. 

Il caso più gravido di conseguenze riguarda però proprio il governo degli Emirati Arabi Uniti. A gennaio di un anno fa ha investito mezzo miliardo per il 49% della nuova piattaforma di criptovalute appena lanciata da Trump con il suo factotum Steve Witkoff (i gestori della società sono i figli dei due). La famiglia Trump ha incassato direttamente 187 milioni di dollari, quella di Witkoff 31. Subito dopo, nel suo ruolo di presidente degli Stati Uniti, il tycoon ha dato agli Emirati accesso ad alcuni dei semiconduttori più avanzati prodotti in America da Nvidia per l’intelligenza artificiale.

Questo è uno dei punti nevralgici dei bombardamenti in corso. Il Golfo oggi è una colossale scommessa sull’intelligenza artificiale, con progetti per centinaia di miliardi di dollari delle monarchie petrolifere tramite le Big Tech americane. Ma l’Iran sceglie i suoi bersagli con cura simbolica e capacità di destabilizzare. I tre droni caduti sui data center (due negli Emirati, il terzo in Bahrein sempre di Amazon Web Center) generano incertezza in tutta l’area. Non sarebbe il momento giusto: gli Emirati stanno lanciando Stargate, un progetto da 500 miliardi di dollari con giganti americani come OpenAI, Nvidia e Oracle; Microsoft ha un suo maxi-piano. Anche l’Arabia Saudita e il Qatar hanno simili disegni colossali. Per tutti loro questo è il futuro, quando il petrolio e il gas saranno meno importanti o abbondanti. Ma il rischio dei droni di Teheran ha l’effetto di un veleno paralizzante.

I sovrani arabi ne parleranno con Kushner, Witkoff e i Trump alla Future of Investment Initiative, una conferenza d’affari a Miami tra venti giorni. Esprimeranno la loro collera. Chiederanno, ancora una volta, garanzie. Ma sanno già che Trump non è prevedibile, neanche per i suoi familiari e soci in politica e business. Possibile allora che i signori del Golfo si rivolgano a un altro garante, per poter controllare ogni futura reazione dell’Iran dopo questa guerra. Chiameranno il potenziale vincente di questo terremoto geopolitico: la Cina di Xi Jinping.

Dietrologie e calendario: perché la guerra di Trump in Iran «colpisce» la Cina. E Xi fatica a reagire

diFederico Rampini| 6 marzo 2026

Colpendo in rapida successione Venezuela e Iran, Trump si è intromesso nella questione energetica (e di sicurezza) della Cina. La cui economia attraversa un periodo di fatica sempre più intensa. E in questo quadro entra anche la questione di Taiwan

Geopolitica, attenzione ai simboli, galateo diplomatico e cerimoniale. Tutto si mescola quando una fonte autorevole da Pechino suggerisce questo calendario: l’annuncio o previsione di Donald Trump che la guerra potrà durare quattro settimane, la farebbe concludere subito prima che il presidente americano arrivi alla corte di Xi Jinping

Previsione? Auspicio? «Intelligence»?

L’attacco americano contro l’Iran non può essere compreso se lo si guarda soltanto attraverso la lente mediorientale, o quella europea, oppure la politica interna americana. C’è una quarta angolatura: vista dall’Estremo Oriente, questa guerra assume un significato diverso. In un certo senso, diventa più razionale

Prendo a prestito le analisi che circolano sui media asiatici, come quella di un esperto osservatore giapponese della Cina, Katsuji Nakazawa; sul Nikkei Asia ha scritto un articolo che cattura l’attenzione fin dal titolo e sottotitolo: «Perché Xi Jinping non può cancellare la visita di Trump dopo l’attacco all’Iran. I guai economici e politici interni della Cina limitano le sue critiche all’America». 

Fra le ragioni d’interesse di questa analisi c’è il calendario che lega le operazioni militari a un summit molto atteso: la visita di Trump da Xi a fine mese.

Venezuela e Iran – ricorda l’esperto giapponese – rappresentano da anni due pilastri della strategia energetica e geopolitica di Pechino: regimi ostili agli Stati Uniti e contemporaneamente preziosi fornitori di petrolio. Colpire uno e destabilizzare l’altro significa intervenire direttamente su una delle vulnerabilità strutturali della potenza cinese.

La tempistica della crisi è rivelatrice. L’operazione militare contro Teheran è arrivata mentre la Casa Bianca prepara il viaggio di Trump a Pechino. Il presidente americano dovrebbe essere ospite in Cina dal 31 marzo al 2 aprile. Tre giorni appena: pochi per una classica visita di Stato ricca di cerimonie e incontri, abbastanza però per suggerire che Washington abbia voluto accelerare i tempi in vista dell’offensiva contro l’Iran.

Trump sembra aver calcolato che Xi non può permettersi di annullare o rinviare quell’incontro, neppure dopo un attacco americano che ha eliminato la guida suprema iraniana Ali Khamenei. In altre parole, la Casa Bianca ritiene di aver individuato un punto di debolezza della leadership cinese.

Per Xi quella visita ha un valore simbolico e politico enorme. Il leader cinese attende da tempo l’occasione di rilanciare la propria dottrina di «diplomazia tra grandi potenze», una formula con cui Pechino ambisce a trattare con gli Stati Uniti alla pari in un duopolio globale. L’immagine di Xi come interlocutore indispensabile sulla scena mondiale conta quasi quanto i risultati concreti della diplomazia. Si direbbe che Putin non è l’unico a sentirsi bisognoso di legittimazione… 

Quando Trump ha evocato una sorta di G-2 con la Cina, un direttorio per regolare gli affari globali, ha fatto risuonare una musica soave alle orecchie del leader comunista.

La convinzione americana che Pechino difficilmente reagirà con durezza non nasce oggi. Già all’inizio dell’anno Trump aveva messo alla prova la pazienza cinese con l’operazione spettacolare in Venezuela. Il 3 gennaio forze speciali americane effettuarono un raid a Caracas catturando il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores, trasferiti poi a New York per affrontare accuse legate al narcotraffico.

L’episodio fu umiliante per Pechino perché avvenne poche ore dopo che Maduro aveva ricevuto una delegazione ministeriale di alto livello inviata dal governo cinese. Eppure la reazione ufficiale della Cina rimase moderata. Un segnale che a Washington è stato interpretato come la prova che Pechino preferisce evitare uno scontro frontale con l’amministrazione Trump.

La posta in gioco è soprattutto energetica. La Cina è oggi il primo importatore mondiale di petrolio e dipende per circa il settanta per cento da forniture esterne. Iran e Venezuela figurano tra i suoi partner più importanti. Se Washington riesce a influenzare la politica interna di quei due paesi – o a controllarne in parte le esportazioni – può incidere sulla sicurezza energetica cinese. Nel caso venezuelano questo meccanismo è già in funzione.

La prudenza di Pechino si vede anche nel linguaggio diplomatico. Il ministero degli Esteri cinese ha criticato l’operazione americana in Iran, ma evitando attacchi personali contro Trump. Anche il ministro degli Esteri Wang Yi ha mantenuto un tono misurato. Un atteggiamento che contrasta con la violenza verbale usata da Pechino contro altri interlocutori, per esempio il Giappone, quando il primo ministro Sanae Takaichi ha evocato la possibilità che una crisi su Taiwan costituisca una minaccia esistenziale per Tokyo (e quindi possa costringerlo a intervenire).

Dietro questa cautela si intravedono le difficoltà interne della Cina. L’economia continua a essere appesantita dalla lunga crisi immobiliare; i profitti delle imprese rallentano; i consumi restano deboli; la disoccupazione giovanile rimane elevata. In questo contesto una visita di Trump accompagnato da un folto gruppo di grandi imprenditori americani rappresenterebbe per Xi un segnale di fiducia internazionale. Se il viaggio saltasse, l’attenzione globale si concentrerebbe ancora di più sulle fragilità dell’economia cinese.

L’ultimo vertice tra Trump e Xi, avvenuto a Busan lo scorso ottobre, aveva prodotto una tregua temporanea nella guerra commerciale tra le due potenze. Ma si tratta di un equilibrio fragile. Oltre ai problemi economici, Pechino affronta anche tensioni all’interno dell’apparato militare. La recente epurazione del generale Zhang Youxia, per anni uno degli alleati più fidati di Xi e al vertice dell’Esercito popolare di liberazione, ha rivelato contrasti interni sulla gestione delle forze armate.

A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione di Taiwan. Washington sta preparando una massiccia vendita di armi all’isola, con un pacchetto annunciato da circa undici miliardi di dollari. Per Xi sarebbe un colpo politico delicato alla vigilia del congresso del Partito comunista del 2027, quando punta a ottenere un quarto mandato alla guida del paese.

Alcuni analisti americani leggono l’offensiva contro l’Iran come una mossa indiretta contro la Cina. Secondo un commento pubblicato dall’Hudson Institute, l’operazione Epic Fury punta a indebolire l’influenza cinese in Medio Oriente e permetterà agli Stati Uniti di concentrare più risorse strategiche nell’Indo-Pacifico.

In questa interpretazione l’attacco all’Iran non è il fine, ma l’inizio di una strategia più ampia: l’apertura di quello che alcuni definiscono il “secolo indo-pacifico”, il grande confronto tra Washington e Pechino.

La posta in gioco torna così a essere Taiwan. Trump vuole impedire che la Cina tenti contro

l’isola ciò che gli Stati Uniti hanno fatto prima in Venezuela e poi in Iran: un’azione rapida capace di rovesciare equilibri regionali. Colpendo il principale alleato mediorientale di Pechino, Washington manda un segnale preventivo.

Non è un caso che la Cina acquisti gran parte del petrolio iraniano a prezzi scontati. Per Pechino quelle forniture rappresentano una sorta di assicurazione strategica: una riserva energetica utile nel caso di sanzioni occidentali durante una crisi su Taiwan.

In questa triangolazione tra Washington, Pechino e Teheran si intrecciano curiosi parallelismi storici. Nel gennaio 1979 gli Stati Uniti e la Cina stabilirono relazioni diplomatiche ufficiali proprio mentre lo scià filoamericano veniva rovesciato dalla rivoluzione iraniana. Negli anni Ottanta Pechino divenne uno dei principali fornitori di armi di Teheran durante la guerra Iran-Iraq. E il 4 giugno 1989 – giorno della morte dell’ayatollah Khomeini – coincise con la repressione di Piazza Tiananmen.

Oggi la morte del suo successore Khamenei in un attacco americano riporta ancora una volta quei tre paesi dentro lo stesso scenario geopolitico.

Se il conflitto con l’Iran dovesse protrarsi, il viaggio di Trump a Pechino può ancora essere rinviato. Ma una cosa appare già chiara: l’offensiva americana non è soltanto una partita mediorientale. È un rischio calcolato in una competizione globale. E mentre il mondo osserva le conseguenze della crisi iraniana, c’è un punto di osservazione alternativo: nello stretto di Taiwan e nell’equilibrio di potenza nel Pacifico.

I Segreti di Medjugorje

23. In quali luoghi accadranno i Segreti?

Siamo entrati nel tempo dell’Apocalisse perché mai in quasi duemila anni di Storia, si era verificata la possibilità che l’uomo distruggesse il mondo. È la prima volta nella Storia che l’uomo con i suoi armamenti ha la possibilità di distruggere il mondo, la vita, la natura e il pianeta sul quale viviamo. Questa possibilità è già un segno dell’Apocalisse. Mai è accaduto in duemila anni di Storia cristiana, che ci fosse un rifiuto così vasto del Cristianesimo, specialmente nei Paesi dell’antica cristianità per cui possiamo dire che l’uomo si è messo al posto di Dio. La morte del Cristianesimo è profetizzata dagli studiosi, la crisi della fede è nella realtà. A Paolo VI, in un dialogo con Jean Guitton un intellettuale cattolico francese, veniva da pensare se il tempo nel quale viviamo non sia quello di cui parla Gesù. Si chiedeva se quando verrà il Figlio dell’Uomo sulla Terra troverà ancora la fede. Siamo in una fase di liquidazione della fede con il tentativo di satana di prevalere. Nei discorsi di Gesù nei Vangeli, le tematiche apocalittiche sono sempre presenti nella storia, stanno raggiungendo una visibilità e una forza tali da minacciare di travolgere il mondo. I segni dell’Apocalisse, di cui parla Gesù nei Vangeli, sono quelli che abbiamo sotto gli occhi, cioè i falsi Cristi e i falsi profeti. Sono tutte quelle ideologie che hanno sostituito la fede cristiana in Occidente. La crisi del Cristianesimo, a livello delle classi colte è partita già dal 1700, a livello popolare nel ‘900. Dopo la Prima Guerra Mondiale, e soprattutto con la Seconda Guerra Mondiale, siamo arrivati a una scristianizzazione di massa. I falsi profeti sono tutti quelli che hanno promosso le ideologie contemporanee, che sono state chiamate da Giovanni Paolo II: le ideologie del male. Molti verranno nel nome di Gesù, ingannando la gente. I giovani che hanno fatto la Comunione e la Cresima che sono cresciuti, di Cristianesimo non sanno nulla. Dispiace per queste persone perché siamo in un tempo in cui satana miete le anime. I conflitti sono stragi vere e proprie: 20.000.000 nella Prima Guerra Mondiale, 70.000.000 milioni nella Seconda Guerra Mondiale, preghiamo Dio che non ci sia una terza Guerra Mondiale con le bombe atomiche. Questi rumori di guerre, terremoti, carestie e pestilenze in vari luoghi, ma anche questi cambiamenti climatici che mettono a soqquadro l’habitat umano, diventano l’emblema delle catastrofi spirituali. La crisi spirituale nel mondo, dove l’iniquità aumenta e dove la fede e l’amore di Dio si raffredda, sono tutti segni del tempo dell’Apocalisse di cui parla il Vangelo. Satana scardina i cuori con l’odio.
Ci saranno anche dei segni cosmici che saranno quelli più visibili nel tempo dei Segreti. Non saranno da sottovalutare, infatti la Madonna nel 1917 a Fatima profetizzò un segno della grande guerra che sarebbe arrivata e nel 1938 diede inizio all’aurora boreale. Gesù ha detto che avremo dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle. Credo che nel tempo dell’Apocalisse vedremo numerosi spettacoli cosmici, ma soprattutto il Segno del terzo Segreto di Medjugorje, bellissimo, indistruttibile, durevole, che viene dal Signore che attesta la sua signoria nel caos universale. La Madonna ha detto che Dio l’ha manda in questi tempi difficili, per salvare le vostre vite e il pianeta sul quale viviamo.
Anche l’evangelizzazione mondiale, considerando nel nostro piccolo Radio Maria, è un segno apocalittico perché è nata dal nulla e ora si trova in tutto il mondo. In Cina Radio Maria trasmette tutto il giorno sia in lingua mandarina che cantonese, tutti i musulmani del mondo possono ascoltare Radio Maria in arabo, stiamo lavorando per far sì che questo accada anche per il popolo indiano pieno di dialetti, abbiamo delle trasmissioni meravigliose in lingue inglese negli Stati Uniti e nei Paesi africani. Le popolazioni di tutto il mondo devono essere nella condizione di poter ascoltare i Messaggi della Regina della pace nella grande prova. È un segno dell’Apocalisse perché vediamo il Vangelo predicato in tutto il mondo. Questo è il panorama nel quale siamo entrati. Il discorso sui Segreti di Medjugorje è apocalittico e non può essere rimosso, ma preso in considerazione specialmente dai credenti e da Medjugorje. La Gospa ha rivelato i dieci Segreti, il trionfo del suo Cuore Immacolato e la conversione della Russia che darà inizio al tempo della pace sulla Terra.           
L’Apocalisse ha tre tempi: il primo è la grande battaglia fra la Donna e il drago; il secondo è la pace sulla Terra; il terzo è satana in persona che arriverà sulla Terra e Gesù verrà nella gloria del Cielo, gettandolo all’inferno insieme a tanti che si saranno fatti ingannare dal drago infernale.  
La Madonna permette di essere a conoscenza di ciò che Lei ritiene opportuno. Possiamo dire con certezza che i primi tre Segreti accadranno a Medjugorje. I primi due saranno ammonimenti per la popolazione di Medjugorje, questi eventi avranno lo scopo di purificare il popolo prima del Segno sulla montagna ed elevare le anime a una missione spirituale meno legata alle cose quotidiane. Medjugorje nel tempo dei Segreti sarà il luogo della speranza universale, perché il Segno sulla montagna sarà per tutti. Sarà un luogo Santo e diventerà un centro di preghiera universale. Illuminati dal Segno di Medjugorje, i sette flagelli diventano anch’essi strumenti di purificazione del mondo, non di distruzione.   
I Segreti di Medjugorje riguardano soprattutto la Chiesa e il terzo Segreto di Fatima profetizza la persecuzione alla Chiesa con l’uccisione del Papa e di molti rappresentanti della Chiesa da soldati in divisa. Tutto questo deve ancora accadere, al contrario di quello che ha affermato Giovanni Paolo II, perché la Madonna stessa ha detto che è venuta a Medjugorje per realizzare ciò che ha iniziato a Fatima. La protagonista sarà la Russia che mira al Papato e a diventare leader del Cristianesimo mondiale. Hanno demonizzato tutte le chiese, comprese quelle ortodosse che fanno capo a Costantinopoli, le chiese protestanti e quella cattolica. I Segreti, secondo la mia personale opinione, avverranno in Italia. La Madonna se è qui da così tanto tempo è perché sarà la Chiesa e il suo capo, il rappresentante di Cristo in Terra, che viene assalito da satana. La Beata Aiello e Bruno Cornacchiola lo confermano con le loro visioni. È bene tenere presente questa ipotesi che l’Italia sia il luogo più importante dove accadranno i Segreti di Fatima, almeno quelli che riguarderanno la persecuzione alla Chiesa.
Pertanto, i primi tre Segreti accadranno a Medjugorje, il Segno sulla collina farà dei Segreti un evento mondiale, per gli altri Segreti, invece, non ci sono tracce del luogo in cui accadranno. A mio parere, per quanto riguarda il terzo Segreto di Fatima, l’uccisione del Papa potrebbe accadere a Roma. Per quanto riguarda gli altri flagelli che sono guerre ed eventi naturali, possono accadere ovunque in Europa, in Asia o in America. 
Una domanda che dovremmo farci è come reagiranno i mass media mondiali nel tempo dei Segreti. Sarà molto importante che ci sia una comunicazione cristiana, cattolica in azione in questo tempo, perché la gente conosca le parole della Madonna e come dobbiamo comportarci. Ci renderemo conto di quanto è importante Radio Maria.

Stati Uniti contro Iran: una violazione del diritto?

Esteri | CR 1940

 4 Marzo 2026 ore 11:20

di Roberto de Mattei

L’intervento militare contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele ha suscitato un’ondata di polemiche nel mondo. La Corea del Nordla Russia e la Cinahanno parlato di “aggressione illegale”, definendola una violazione del diritto internazionale. Putin ha usato termini come «cynical violation of law» (violazione cinica del diritto), mentre Pechino ha definito inaccettabile l’uccisione del leader iraniano Ali Khamenei. 

In Occidente, la maggior parte dei giornali di sinistra, dal “New York Times” al “Guardian”, da “El Pais” a “Le Monde”, ha riecheggiato queste accuse. In Italia, il quotidiano “Il Manifesto” le ha espresse in questi termini: «L’aggressione statunitense e israeliana all’Iran è l’ennesimo colpo inferto al diritto internazionale. È la violazione clamorosa della norma fondamentale della carta delle Nazioni unite, che nel suo articolo 2 vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano»;è «la proclamazione ufficiale, da parte della più grande potenza militare del mondo, della legge del più forte quale nuova norma fondamentale dei rapporti internazionali» (“Il Manifesto”, 2 marzo 2026).

In realtà la legge del più forte è la norma delle relazioni tra gli Stati da più di due secoli.Il diritto internazionale è stato sistematicamente violato fin da quando Napoleone Bonaparte volle esportare in tutta Europa le idee della Rivoluzione francese sulla punta delle baionette. Lo stesso Stato italiano è stato fondato il 17 marzo 1861 attraverso la violazione del diritto internazionale, con l’aggressione e la distruzione. da parte del Regno di Sardegna, di legittimi Stati sovrani, quali erano lo Stato Pontificio, il Regno delle Due Sicilie, il Granducato di Toscana, il Ducato di Parma e Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio. 

Il principe Clemens von Metternich, che nel Congresso di Vienna (1814-1815) restaurò l’ordine politico europeo sconvolto dalla Rivoluzione francese, riassumeva il suo “sistema” di governo in queste parole: «la forza nel diritto» (Memorie, tr.it. Bonacci, 1991 p. 242).  Il “sistema Metternich” presupponeva non solo l’esistenza di regole di diritto condivise da tutte le nazioni, ma anche la capacità di usare la forza per farle rispettare. Questo sistema fu ribaltato dalla Conferenza di Pace di Parigi che nel 1919-1920 ristrutturò l’Europa dopo la Prima guerra mondiale. Un ammiratore di Metternich, quale Henry Kissinger, nel suo Diplomacy (1994), ricorda che negli anni tra le due guerre mondiali, al cancelliere austriaco Metternich si sostituì, come architetto del nuovo equilibrio internazionale, il presidente americano Wilson, padre della Società delle Nazioni, creata nel 1919 per garantire il nuovo ordine internazionale. 

La Seconda guerra mondiale, provocata dall’espansionismo nazionalsocialista, sancì il fallimento della Società delle Nazioni. Nel 1945 venne costituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite per ricostruire la pace internazionale in nome della “forza del diritto”, ma la storia dell’ultimo dopoguerra è stata segnata da una molteplicità di guerre e interventi armati che hanno dissipato questa illusione: Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, Balcani, Medio Oriente. L’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, è stata l’ultima clamorosa violazione del diritto internazionale, davanti alla quale l’ONU ha mostrato, ancora una volta, tutta la sua impotenza. La ragione sta proprio nella mancanza di quella “forza nel diritto” a cui si richiamava il principe di Metternich come norma di governo. Quali sono infatti, nella società contemporanea, le regole del diritto e qual è l’autorità capace di imporle? 

Nella sua enciclica Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, Pio XII individuava la «radice profonda e ultima dei mali» nella «negazione di una norma morale universale», valida tanto per la vita individuale quanto per quella sociale e per le relazioni tra gli Stati. Causa della guerra, appena scoppiata, era «il misconoscimento» e «l’oblio della legge naturale», fondata in Dio come supremo legislatore. Nello stesso documento il Pontefice affermava: «Il nuovo ordine del mondo, la vita nazionale e internazionale, una volta cessate le amarezze e le crudeli lotte presenti, non dovrà più riposare sulla infida sabbia di norme mutabili ed effimere, lasciate all’arbitrio dell’egoismo collettivo e individuale. Esse devono piuttosto appoggiarsi sull’inconcusso fondamento, sulla roccia incrollabile del diritto naturale e della divina rivelazione». 

L’idea di diritto naturale è stata esposta da Aristotele e Cicerone (De Re Publica III, 22; De Legibus I, 6, 12, 15), ma la sua formulazione più completa risale ai Dieci Comandamenti. La Legge naturale, iscritta nella natura umana, è assoluta e universale, e costituisce il fondamento sul quale devono appoggiarsi le relazioni internazionali perché abbiano stabilità e ordine. Senza un riferimento ad essa, le norme positive sono esposte alla volontà mutevole delle maggioranze o alla pressione delle potenze dominanti. Nel ventesimo secolo ogni tentativo di edificare un ordine al di fuori della legge naturale è fallito e la potenza è divenuta il fattore decisivo nei momenti cruciali della storia.

Inoltre, il richiamo a una norma internazionale condivisa non è sufficiente, se manca la capacità di imporre questa legge agli Stati. Dall’epoca napoleonica a oggi, il diritto è stato spesso invocato, ma raramente è stato sovrano. Oggi la struttura dei rapporti internazionali è intrinsecamente anarchica, perché manca un’autorità superiore capace di assicurare il rispetto delle regole. Come scriveva il politologo Hedley Bull in The Anarchical Society (1977), l’ordine internazionale è una “società di Stati” priva di governo mondiale. Negli ultimi settant’anni si è sviluppata una fitta rete di trattati, tribunali, organizzazioni multilaterali, regimi di controllo degli armamenti, senza che ciò impedisse il proliferare di guerre, annessioni territoriali o interventi militari ingiustificati. Se manca la “forza del diritto” ogni riferimento a norme universali è illusorio e la forza domina la scena pubblica.  

Papa Leone XIV, fin dall’inizio del suo pontificato, ha affrontato spesso il problema della pace, ricordando giustamente che «la guerra non risolve i problemi, ma piuttosto li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli che richiedono generazioni per guarire» (Angelus del 23 giugno 2025). Tuttavia, la realtà contemporanea non è quella di un armonioso mondo multipolare regolato da istituzioni neutrali e da un comune spirito di dialogo, ma è quella di una ferrea competizione tra grandi blocchi che si contendono l’egemonia mondiale, sul piano economico, politico e militare. Da un lato un sistema guidato dagli Stati Uniti e dalle democrazie occidentali; dall’altro un fronte che gravita attorno alla Repubblica Popolare Cinese, alla Federazione Russa e ad altre loro propaggini in Eurasia e nel Medio Oriente. E così come la guerra tra Russia e Ucraina non inizia nel 2022, ma ha origini decennali, l’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, non è un’invenzione dell’amministrazione Trump, ma risale alla rivoluzione islamica in Iran del 1979.

Se l’operazione militare degli Stati Uniti avrà pieno successo, produrrà un indebolimento del fronte cino-comunista, di cui l’Iran rappresenta uno snodo strategico in Medio Oriente. Al contrario, un insuccesso dell’America sarebbe una sconfitta non solo dell’intero Occidente, ma della stessa Chiesa cattolica che, senza la protezione politica e militare che oggi ne garantisce la libertà, vedrebbe sempre più ridotta la possibilità di annunciare il Vangelo e dovrebbe forse affrontare un’epoca di persecuzioni mai vista nella sua storia. Per questo ogni cattolico che ha a cuore la vita della Chiesa, non può che augurarsi l’affermazione dell’Occidente nei giorni di drammatica crisi che stiamo vivendo. 

Iran, il cardinale Parolin: «La guerra preventiva rischia di incendiare il mondo»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 4 Marzo 2026

il cardinale Pietro Parolin è intervenuto sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran in una lunga intervista ai media vaticani

Il cardinale Pietro Parolin

«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza». Dopo gli appelli alla pace di Leone XIV, è il suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, a intervenire sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran in una lunga intervista ai media vaticani. 

Parolin: «Ripiombati nell’orrore della guerra»

Già prima all’intervento, il capo della diplomazia vaticana aveva condannato la repressione sanguinosa delle manifestazioni di piazza compiuta dal regime iraniano, «io mi domando come sia possibile che ci si accanisca contro il proprio stesso popolo», e anche ora spiega che non si può dimenticare: «Certamente no, anche questo è stato motivo di profonda preoccupazione. Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano», dice. «Al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe». 

Al direttore editoriale della comunicazione vaticana, Andrea Tornielli, il Segretario di Stato dice di vivere «con grande dolore» ciò che sta accadendo: «I popoli del Medio Oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti. Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e del rischio di una “voragine irreparabile”. Sono parole più che eloquenti per descrivere il momento che stiamo attraversando». 

«Una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso»

Il giudizio sull’attacco di Usa e Israele è chiaro: «Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la Seconda Guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’Onu vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”». 

Gli strumenti della diplomazia

Del resto, «quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto», ma una cosa è certa, prosegue il cardinale: «La guerra produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili. Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace». 

L’importanza di una governance multilaterale

Anche la giustificazione della «guerra preventiva» non regge: «Come rileva la Carta dell’Onu, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato». 

Il primato della potenza e dell’autoreferenzialità

La Santa Sede guarda con preoccupazione l’affermarsi di un «multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità», considera il cardinale: «Vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra». Cosa ancora più grave «è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze», aggiunge il Segretario di Stato Vaticano: «Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”». 

Voci che reclamano pace e giustizia

Ma «non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese», fa notare il cardinale Parolin: «Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. La Santa Sede ribadisce con forza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari, e chiede che sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita». Quale speranza resta, in tutto questo? «I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata. Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace. Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace».

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