di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 4 Marzo 2026
il cardinale Pietro Parolin è intervenuto sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran in una lunga intervista ai media vaticani

«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza». Dopo gli appelli alla pace di Leone XIV, è il suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, a intervenire sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran in una lunga intervista ai media vaticani.
Parolin: «Ripiombati nell’orrore della guerra»
Già prima all’intervento, il capo della diplomazia vaticana aveva condannato la repressione sanguinosa delle manifestazioni di piazza compiuta dal regime iraniano, «io mi domando come sia possibile che ci si accanisca contro il proprio stesso popolo», e anche ora spiega che non si può dimenticare: «Certamente no, anche questo è stato motivo di profonda preoccupazione. Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano», dice. «Al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe».
Al direttore editoriale della comunicazione vaticana, Andrea Tornielli, il Segretario di Stato dice di vivere «con grande dolore» ciò che sta accadendo: «I popoli del Medio Oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti. Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e del rischio di una “voragine irreparabile”. Sono parole più che eloquenti per descrivere il momento che stiamo attraversando».
«Una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso»
Il giudizio sull’attacco di Usa e Israele è chiaro: «Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la Seconda Guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’Onu vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”».
Gli strumenti della diplomazia
Del resto, «quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto», ma una cosa è certa, prosegue il cardinale: «La guerra produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili. Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace».
L’importanza di una governance multilaterale
Anche la giustificazione della «guerra preventiva» non regge: «Come rileva la Carta dell’Onu, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».
Il primato della potenza e dell’autoreferenzialità
La Santa Sede guarda con preoccupazione l’affermarsi di un «multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità», considera il cardinale: «Vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra». Cosa ancora più grave «è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze», aggiunge il Segretario di Stato Vaticano: «Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”».
Voci che reclamano pace e giustizia
Ma «non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese», fa notare il cardinale Parolin: «Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. La Santa Sede ribadisce con forza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari, e chiede che sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita». Quale speranza resta, in tutto questo? «I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata. Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace. Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace».