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Chi è Mojtaba Hosseini, figlio di Khamenei e nuova Guida suprema dell’Iran (a cui il padre aveva già spianato la strada )

di Andrea Nicastro – Corriere della Sera, 4 Marzo 2026

Il figlio di Khamenei, 56 anni, è la nuova Guida suprema. Ma con lui nulla può cambiare in Iran. Il ministro della Difesa israeliano Katz minaccia: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare»

GERUSALEMME – Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad e la gente uscì di casa a protestare a milioni. Ricordo una strada larga dodici corsie e lunga dieci chilometri zeppa di iraniani che gridavano il nome che avevano scelto nelle urne. «Moussavi, Moussavi». 

Dalla folla saliva un’energia potente, pacifica. Da groppo in gola. Mai visto niente di così partecipato né prima né dopo. Solo quel giorno saranno stati almeno due milioni. Chiamarono la protesta «Onda Verde», in onore del colore dell’Islam, e fu l’ultimo momento in cui la Repubblica Islamica avrebbe potuto conservare legittimità popolare. I manifestanti non chiedevano di diventare filoamericani o rinunciare all’indipendenza. Molti erano persino a favore di una gerarchia civile-religiosa. Però volevano contare nel futuro del Paese ed essere rispettati. 

Invece il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero aggrediti da bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia furono uccisi e arrestati. Le condanne a morte disgustose. Gli influencer che oggi animano il web della diaspora fuggirono dal Paese in quelle settimane. Moussavi, che pure si era sempre inchinato ai turbanti, è ancora prigioniero in casa.

A organizzare i brogli e coordinare la repressione fu un chierico appena quarantenne. Trasformò la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie nella macchina di repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, concesso solo a chi vanta un’ascendenza di sangue (vera o millantata) con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Era il secondogenito della Guida suprema Ali Khamenei.

 Diciassette anni dopo, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre alla guida della Repubblica Islamica. È lui il successore. E, in quanto tale, è già nel mirino di Israele. Lo ha detto esplicitamente il ministro della Difesa Katz, nelle prime ore del mattino del 4 marzo: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare».

Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome. L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici. 

Mojtaba Khamenei controllerebbe il 40% dell’intera economia nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli sono fedeli. I Basij restano un baluardo. Se Donald Trump sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso. Con Mojtaba nulla in Iran può cambiare.

Come il padre a suo tempo, anche il 56enne erede ha bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah per prendere il posto del padre. Ha studiato teologia nei seminari di Qom, ma non ha ancora la competenza religiosa necessaria. Non importa. È abituato a ignorare le regole. Ha problemi più gravi davanti. La guerra, l’opposizione interna, la crisi economica, il rischio di essere ucciso.

La stessa procedura della nomina è ancora un mistero. Il presidente Masoud Pezeshkian aveva annunciato domenica che il successore sarebbe arrivato «anche in due, tre giorni». Ha mantenuto la parola. È riuscito a dare la sensazione che il sistema tiene, governa nonostante non abbia difese aeree e le spie abbiano infiltrato la rete. Usa e Israele hanno cercato di impedire l’elezione. Lunedì è stata distrutta a Teheran la sede dell’Assemblea degli esperti, quella sorta di Corte Costituzionale che doveva scegliere il successore. Ieri hanno sgretolato un ufficio dell’Assemblea a Qom e poi un palazzo a Teheran dove, dicevano gli israeliani, «era in corso la riunione per eleggere il sostituto di Ali Khamenei». Si sbagliavano. Ma la caccia a Mojtaba, c’è da giurarci, continua.

Intervista a Zelensky: «Putin ha perso l’inverno. Ma ora la guerra in Iran potrebbe metterci in difficoltà, ecco perché»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 3 Marzo 2026

Intervista esclusiva al presidente ucraino: «Giusto attaccare gli obiettivi militari iraniani, ma potremmo trovarci in difficoltà nel reperire missili per la difesa dei nostri cieli, perché americani e alleati potrebbero averne bisogno»

KIEV – «Attaccare gli obiettivi militari iraniani penso sia stata una buona decisione. Gli iraniani producono un mucchio di armi per la Russia, specie droni e missili, anche se adesso credo non potranno più farlo e forse saranno i russi ad armarli a loro volta», ci dice Volodymyr Zelensky in quasi 50 minuti di intervista nel suo ufficio.

Che conseguenze vede per l’Ucraina?
«Potremmo trovarci in difficoltà nel reperire missili e armi per la difesa dei nostri cieli. Gli americani e i loro alleati in Medio Oriente potrebbero averne bisogno per difendersi, per esempio dei missili anti-Patriot. Noi ricorriamo al programma Purl, per acquistare le armi Usa con i fondi europei: magari gli americani ne avranno bisogno, come l’anno scorso».

Si riferisce alla Guerra dei 12 giorni nel giugno 2025?
«Sì, allora Israele fu sotto attacco iraniano e i programmi di consegna dei missili per noi vennero rallentati. Oggi non è ancora avvenuto, ma temo potrebbe ripetersi».

Lei ricorda nelle sue dichiarazioni che Putin resta alleato dell’Iran: è più forte o più debole?
«Più debole. Parla, ma non agisce, dimostra che è un alleato debole degli iraniani. Come del resto lo è stato per la Siria di Bashar Assad: alla fine gli ha dato soltanto asilo in Russia. Forse agli iraniani ha ridato alcune delle armi che aveva ricevuto, magari gli stessi droni Shahed che adesso Mosca produce in due fabbriche su licenza di Teheran».

Lei ha sempre detto che Putin va combattuto, anche perché invadendo l’Ucraina viola il diritto internazionale: non crede che lo stesso argomento valga adesso per l’attacco Usa-Israele contro l’Iran?
«No, non lo credo affatto, perché sono due scenari diversi. Ora viene attaccato un regime che vuole costruire l’atomica. L’Ucraina invece è stata invasa con truppe di terra: da 12 anni la Russia cerca di occuparci con la forza. Nello scenario iraniano vedo piuttosto un grave problema con il protrarsi della guerra. Se non si parlano, ci saranno civili morti in numero crescente: sono una società divisa tra sostenitori e oppositori del regime».

E non c’è il rischio che Ue e Usa, concentrati sul Medio Oriente, dimentichino la questione della difesa ucraina?
«Certo, è un rischio. Ma io mi auguro che la crisi iraniana resti un’operazione limitata e non diventi una lunga guerra, noi sappiamo bene sulla nostra pelle quanto rischi di essere sanguinosa».

Il premier britannico Keir Starmer sostiene che gli esperti militari ucraini di droni possono collaborare con quelli inglesi per la difesa europea e degli alleati…
«Non ne ho parlato con Starmer o con altri leader del Medio Oriente o del Golfo. Qui siamo nel mezzo di una guerra, ma restiamo disponibili: abbiamo ottimi specialisti nella guerra dei droni e siamo pronti a condividere le nostre conoscenze con gli alleati, da Gran Bretagna e Stati Uniti a Italia, Francia, Germania…».

L’Ucraina prima linea europea?
«Siamo la vostra difesa e gli europei lo capiscono bene, ci aiutano sin dall’inizio del conflitto. Lo vedete adesso nel Medio Oriente: non bastano aerei e missili contro i droni iraniani. Chi investe da noi, nelle nostre industrie di droni, avrà in cambio le nostre conoscenze ed esperienze sul campo».

Il processo negoziale con i russi sembra bloccato, a che punto siamo?

«Nessuno ha rinviato il prossimo trilaterale con gli americani, neppure dopo l’attacco all’Iran, e dunque credo possa tenersi il 5 o 6 marzo come era stato previsto. Magari non sarà ad Abu Dhabi. Io preferirei a Ginevra, o comunque in Europa, perché la guerra è nel nostro continente. Se la Russia vuole un luogo neutrale vanno bene Austria, Vaticano o Turchia. Speriamo di avere nuovi scambi di prigionieri».

Sì, ma sulla sostanza come i confini, il controllo del Donbass?
«Siamo sulle stesse posizioni. Abbiamo le garanzie di sicurezza con gli americani, che però loro vogliono firmare soltanto nel contesto dell’accordo con i russi. Non sono d’accordo su questo punto, ma è così. Abbiamo anche pronto il protocollo con gli europei, ma anche questo non firmato. Ci sono gli accordi sulla nostra ricostruzione, che però possono partire solo dopo la pace. Ma tutto questo non basta. Siamo fermi al piano dei 20 punti e sulla questione del controllo dei territori. Gli americani pensano a uno scambio di territori, i russi vogliono il nostro ritiro. Lo scambio non è nel nostro interesse, inoltre Mosca ha bisogno di molte forze per controllare le zone che noi lasceremmo: sanno che noi vorremmo riprendere ciò che ci hanno sottratto. Perché mai noi dovremmo scambiare nostro territorio in cambio di altro che è parte della nostra patria?».

Dunque?
«Allora ci siamo messi a trattare solo del Donbass: parliamo di 5.800 chilometri quadrati. E ho accolto la via diplomatica, ho accettato la proposta Usa di congelare la linea del fuoco. Molti da noi non erano d’accordo con questo compromesso, ma io ho seguito Donald Trump per arrivare almeno alla fine dei combattimenti. I russi comunque non hanno accettato e vogliono il nostro ritiro integrale dal Donbass. Gli americani allora hanno proposto aree demilitarizzate e zone economiche libere sui due lati del fronte. Io ho detto che doveva valere per entrambi, ma i russi replicano che deve essere solo dalla nostra parte. È una pura follia».

Ma se lei avesse le garanzie degli alleati con loro truppe sul terreno, sarebbe pronto a lasciare tutto il Donbass?
«Prima di tutto i russi non vogliono truppe straniere in Ucraina. E io credo che l’Europa debba essere più ferma su questo punto. Io non vado a questionare se ci sono truppe straniere in Russia, per esempio i 10.000 soldati nordcoreani. Non vedo perché Mosca debba decidere quali truppe stazionano sul nostro territorio. Ma voglio essere chiaro: io non lascerò mai il Donbass e i 200.000 ucraini che lo abitano. Perché mai dovrei farlo? Perché Putin lo impone come condizione per la pace? E subito dopo imporrà nuove richieste? No, non ci sto. Inoltre, qui stanno le nostre migliori roccaforti di difesa, se ci ritiriamo i russi avranno via libera verso il centro del Paese. Immaginiamo che non gli europei, ma gli americani mandino le loro truppe: per quanto tempo? Non voglio fare paralleli, tuttavia ricordiamo il ritiro dall’Afghanistan. Cosa capiterà se tra 10 anni non Trump ma un altro presidente Usa decidesse di ritirare i suoi soldati? Abbiamo bisogno di una forte linea di difesa ucraina».

Di recente ha parlato di 300 chilometri quadrati di avanzata ucraina in poche settimane. Come vede la situazione militare sul campo?
«Siamo arrivati a 460 chilometri quadrati riguadagnati dall’inizio dell’anno».

Ma Putin dice che il tempo è dalla sua parte, bombarda le vostre centrali, ha 140 milioni di abitanti contro i meno di 30 milioni vostri, la crisi demografica è una minaccia grave anche per voi…

«Lo so bene. Infatti, noi cerchiamo il dialogo, vogliamo la pace. In parallelo però cerchiamo di essere forti, produciamo risorse tecniche e più droni che sopperiscono alla carenza di soldati. Stiamo diversificando le forme di guerra che ci permettono di resistere. Non stiamo perdendo e la Russia non è ancora contenta. Stanno perdendo un mucchio di uomini, sino a 35.000 al mese. È un numero gigantesco. Adesso Putin sta per mobilitare 400.000 nuovi soldati, ma il suo esercito ha smesso di crescere, le perdite eguagliano le nuove reclute, sono immobilizzati, prossimi alla crisi. I negoziati seri inizieranno quando il suo esercito inizierà a rimpicciolirsi».

Anche voi avete però mancanza di soldati…
«Vero. E lo diciamo apertamente. Ecco perché vogliamo finire la guerra. E intanto Putin ha perso la sua offensiva invernale. Ha attaccato le centrali elettriche nel pieno del gelo, voleva dividerci, ha cercato di mettere la popolazione civile contro l’esercito per costringerlo a smettere di combattere. Ma ha fallito: con il caldo rinascono le speranze. Adesso i russi proveranno con le offensive di primavera, ma credo che perderanno ancora, moriranno tanti soldati per nulla».

L’Europa può sostituire l’aiuto militare degli Usa?

«Ne parliamo con gli europei. Dobbiamo unire le nostre forze, nel caso gli Stati Uniti ritirassero le loro truppe dobbiamo essere pronti a difenderci. L’Europa ha ricchezza e industrie, ma non è ancora sviluppata in campo militare, necessita della nostra esperienza. Adesso serve che le industrie europee ottengano dagli Usa la licenza per produrre armi americane a casa nostra. Oggi gli europei sono più veloci di prima, ma non ancora in grado di sostituire gli Stati Uniti». 

Cosa vuole dire difesa comune?
«Non voglio coinvolgere gli europei nella nostra guerra contro la Russia sul nostro territorio. Ma penso a linee di difesa con muri di droni che possano bloccare eventuali attacchi russi verso l’Europa».

E cosa fare contro le forze europee filorusse, Viktor Orbán per esempio?
«Orbán diventa importante quando forze politiche importanti gli danno forza, altrimenti vale poco. L’Ungheria è un Paese che conta, ma non ha peso militare. Con lui non parlo, perché non vuole, però ho contatti con Robert Fico. Credo che Orbán verrà battuto alle elezioni e allora potremo riprendere rapporti regolari con l’Ungheria, anche perché il popolo ungherese non è filorusso e io ho detto tante volte che non possiamo comprare energia dalla Russia. Putin utilizzerebbe subito le nuove entrate finanziarie per comprare armi da usare contro l’Ucraina».

Orbán esige che voi rimettiate in funzione l’oleodotto di Druzhba, che passa sul vostro territorio e porta petrolio russo in Europa orientale. Lo farete?
«I russi hanno bombardato più volte Druzhba e poi hanno attaccato i nostri tecnici che lo stavano riparando. Perché mai Orbán non ha accusato i russi del bombardamento? L’ho spiegato a Fico: l’oleodotto è distrutto, per rimetterlo a posto occorre un cessate il fuoco e questo va detto con chiarezza a Putin».

Com’è il rapporto con la premier Meloni?
«Lei è intelligente. L’Italia ci aiuta militarmente come può, so che non avete molto. È un problema comune a tanti Paesi europei: non avete abbastanza armi per difendere i vostri cieli. Ma la premier Meloni è dalla parte giusta della storia».

Si candiderà alle elezioni?
«La questione vera è: quando potremo avere le elezioni? Di sicuro saranno dopo la fine della guerra e non durante un cessate il fuoco temporaneo. E non sono affatto sicuro che mi candiderò, vedrò cosa vorranno gli ucraini». 

Lei è stato accusato di non combattere la corruzione con efficienza. Cosa risponde?
«Abbiamo creato istituzioni indipendenti che sono in grado di contrastare la corruzione. Io le sostengo in ogni modo, ma le inchieste le devono fare loro».

Qual è il piano di Trump in Iran?

Alcuni obiettivi sono chiari ma resta incerto il cambio di regime

Federico Rampini / CorriereTv – 3 Marzo 206

Dalla guerra del Vietnam degli anni ’60 in poi, gli Stati Uniti non hanno mai perso un conflitto sul terreno strettamente militare, ma ne hanno persi alcuni sul terreno interno, quello del consenso politico che è venuto meno e ha costretto i presidenti a fare marcia indietro. È il problema che si pone oggi per Donald Trump, che già partiva da un livello di popolarità bassissimo e non si può permettere una guerra infinita.

Quindi questo precedente dei conflitti persi sul fronte interno rende ancora più importante che lui chiarisca quali sono gli obiettivi che si pone in questa guerra. In parte lo ha fatto. Sono i tre obiettivi fondamentali anche per la sicurezza degli Stati Uniti che furono messi sul tavolo a Ginevra durante la trattativa con la delegazione iraniana, che sono la rinuncia definitiva alla costruzione dell’arma nucleare da parte dell’Iran, lo smantellamento dell’arsenale missilistico e la fine del sostegno a milizie terroristiche che hanno insanguinato il Medio Oriente e anche oltre, cioè Hamas, Hezbollah, Huthi.

Questi sono obiettivi chiari e danno una logica stringente al conflitto. Poi c’è invece il tema del rovesciamento del regime e questo è stato messo all’ordine del giorno dopo le vastissime proteste popolari, le rivolte di massa della popolazione iraniana di gennaio (una carneficina senza precedenti 30.000 morti). E tuttavia su questo Trump ha mostrato una certa incertezza o flessibilità a seconda di come la si vede.

A volte parla di cambiamento di regime. Esorta la popolazione iraniana a prendere il destino della nazione nelle proprie mani. Altre volte si dice invece disposto a dialogare se esiste una fazione del regime attuale che è disposta a pentirsi, emendarsi, imboccare una strada diversa, in particolare nei rapporti con l’Occidente e con l’America. Questa è la vera incertezza che rimane.

E su questo ultimo punto, quanto cioè puoi andare fino in fondo nel rovesciamento di questo regime e quanto invece si mantenga aperta un’opzione e cioè che ci sia una parte del regime iraniano disposta a abbandonare la strada della guerra santa, della jihad, della guerra a oltranza contro l’America contro Israele contro l’Arabia Saudita, contro tutti i regimi arabi sunniti moderati della regione.
Su quest’ultimo punto, l’incertezza di Trump potrebbe generare un’incertezza molto più generale sugli esiti del conflitto.

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1939

 25 Febbraio 2026 

di Redazione

Riportiamo il celebre Sermone per la Natività di Maria Santisima di san Bernardo di Chiaravalle, detto anche “Sermone sull’Acquedotto” (De Aquaeductu), in cui il grande Dottore della Chiesa espone la dottrina di Maria Mediatrice che, come un acquedotto, riceve la pienezza della grazia e la distribuisce all’umanità, permettendo di attingere alla salvezza. 

1. Nel Cielo si gode per la presenza della Vergine Madre, la terra ne venera la memoria. Lassù visione di tutta la sua grandezza, qui il ricordo di lei; là vi è la sazietà, quaggiù come una piccola pregustazione di primizie; lassù la realtà, quaggiù il nome. Signore, dice, il tuo Nome è per sempre, e il tuo ricordo di generazione in generazione (Sal 134, 13). Generazione e generazione, di uomini, s’intende, non di angeli. Vuoi sapere che il suo nome e la sua memoria è tra noi, e la sua presenza è in cielo? Così pregherete, dice il Signore: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo Nome (Mt 6, 9). Preghiera fedele, che fin dall’inizio ci fa sapere che noi siamo figli adottivi di Dio, ancora pellegrini sulla terra, affinché sapendo che fino a quando non saremo in cielo, e saremo pellegrini lontani dal Signore, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, cioè la presenza del Padre. Ben a proposito il Profeta, parlando di Cristo, dice: Spirito è davanti alla nostra faccia il Cristo Signore. All’ombra di lui vivremo tra le genti (Lam 4, 20). Tra i beati del cielo invece non si vive all’ ombra, ma piuttosto nello splendore. Tra i santi splendori, dice il Salmo, dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato (Sal 109, 3). Questo dice il Padre.

 2. Ma la Madre ha generato quel medesimo splendore, però nell’ombra, quella stessa ombra con cui l’Altissimo l’adombrò. A ragione canta la Chiesa, non la Chiesa dei Santi che è lassù nello splendore, ma quella che nel frattempo è pellegrina sulla terra: All’ombra di colui che ho bramato, mi sono seduta, e dolce è il suo frutto al mio palato (Ct 2, 3). Aveva chiesto che le fosse indicata la luce meridiana dove pasce lo sposo; ma dovette contentarsi dell’ombra in luogo della luce piena, e ricevere per il momento un assaggio invece della sazietà. Infine non dice: «Sotto l’ombra di lui che (l’ombra) avevo desiderata, ma mi sono seduta all’ombra di lui (lo sposo) che avevo desiderato. Non aveva cercato l’ombra di lui, ma lui stesso, il vero meriggio, luce piena da luce piena: È il suo frutto, continua, è dolce al mio palato, come dicesse: al mio gusto. Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi permetterai di inghiottire la mia saliva? (Gb 7, 19) Fino a quando si continuerà a dire: Gustate e vedere come è soave il Signore? (Sal 33, 9) Certamente è soave al gusto e dolce al palato, per cui ben a ragione anche (solo) per questo prorompe in parole di ringraziamento e di lode.

3. Ma quando si potrà dire: Mangiate, amici, bevete e inebriatevi o carissimi? (Ct 5, 1) /giusti, dice il Profeta, banchetteranno, ma al cospetto di Dio (Sal 67, 4), ma non nell’ombra. E parlando di sé dice: Mi sazierò quando apparirà la tua gloria (Sal 16, 15). Anche il Signore dice agli Apostoli: Voi avete perseverato con me nelle mie prove: e io vi preparo un regno come il Padre mio l’ha preparato per me, affinché mangiate e beviate alla mia mensa. Ma dove? Nel mio Regno, dice (Lc 22, 28-30). Beato davvero chi mangerà il pane nel Regno di Dio. Sia santificato pertanto il tuo Nome, per il quale frattanto in qualche modo sei in mezzo a noi, o Signore, abitando per la fede nei nostri cuori, poiché il tuo Nome è stato invocato su di noi (Ef 3, 17). Venga il tuo Regno. Venga ciò che è perfetto e sparisca ciò che è parziale (Cfr. 1 Cor 13, 10). Ora, dice l’Apostolo, raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione (Rm 6, 22), e il fine è la vita eterna. La Vita eterna, fonte perenne che irriga tutta la superficie del paradiso. E non solo la irriga, ma la inebria, fonte degli orti, pozzo delle acque vive che sgorgano impetuose, e fiume impetuoso che rallegra la città di Dio (Sal 45, 5). E chi è questo fonte della vita se non Cristo Signore? Quando si manifesterà Cristo vostra Vita, anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3, 4). In verità la stessa pienezza si è annichilita per essere per noi giustizia e santificazione e perdono, senza che apparisse ancora la vita o la gloria, o la beatitudine. Questa fonte arrivò fino a noi, le sue acque furono portate sulle piazze, anche se lo straniero non ne berrà. Quella vena celeste è discesa attraverso l’acquedotto, non portando l’abbondanza della fonte, ma cadendo come una pioggia di grazia sui nostri cuori riarsi, a chi più a chi meno. L’acquedotto è pieno, in modo che gli altri possano attingere dalla sua pienezza, ma non riceverne la pienezza stessa.

 4. Voi avete già capito, se non sbaglio, quale sia questo acquedotto che, ricevendo la pienezza della sorgente dal cuore dello stesso Padre, l’ha data per noi alla luce, anche se non come è, ma quale potevamo comprenderla. Sapete infatti a chi fu detto: Ave, o piena di grazia (Lc 1, 28). O ci meravigliamo che si sia potuto trovare una creatura capace di divenire un tale e così grande acquedotto, simile a quello visto dal Patriarca Giacobbe, la cui sommità toccasse i cieli, anzi, oltrepassasse i cieli e arrivasse a quel vividissimo fonte delle acque che sono sopra i cieli? Se ne meravigliava anche Salomone, e quasi disperando che tale creatura ci potesse essere, diceva: Una donna forte chi la troverà? E in realtà per tanto tempo al genere umano mancarono i rivoli della grazia, non essendovi ancora così desiderabile acquedotto di cui parliamo. Né fa meraviglia che si sia fatto attendere così a lungo, se si pensa ai lunghi anni che Noè, uomo giusto, impiegò per costruire l’arca, nella quale si salvarono poche, cioè, otto persone (Gen 6, 9), e questo per un tempo abbastanza breve.

5. Ma in che modo questo nostro acquedotto raggiunse un fonte così elevato? Non in altra maniera che mediante un veemente desiderio, mediante una fervida devozione, una pura orazione, come sta scritto: L’orazione del giusto penetra i cieli (Eccli 35, 21). E chi fu giusto se non la giusta Maria, dalla quale ci è nato il Sole di giustizia? Come dunque ella arrivò all’inaccessibile Maestà, se non bussando, chiedendo, cercando? Alla fine trovò quello che cercava, Lei, a cui fu detto: Hai trovato grazia presso Dio (Lc 1, 30). Che cosa? È piena di grazia, e trova ancora grazia? Era proprio degna di trovare quello che cercava, non bastandole la propria pienezza, né poteva starsene contenta del suo bene, ma come sta scritto: Chi beve me avrà ancora sete: (Eccli 24, 29): essa chiede la sovrabbondanza per la salvezza di tutti. Lo Spirito Santo sopravverrà in te, le dice l’Angelo, e ti infonderà quel prezioso balsamo in tanta abbondanza e pienezza da farlo traboccare abbondantemente da ogni parte. È così, già i nostri volti brillano per l’unzione dell’olio. Già esclamiamo: Olio effuso è il tuo Nome (Sal 103, 15) e la tua memoria di generazione in generazione (Sal 101, 13). Non è però sparso invano quest’olio, e se sparso, non viene sprecato. Per questo infatti le giovinette, cioè le anime semplici, amano lo Sposo, e non poco, e l’unguento che scende dal capo, non solo cade sulla barba, ma arriva fino ai bordi del vestito. 

6. Osserva, o uomo, il disegno di Dio, il disegno della Sapienza, il disegno della pietà. Prima di irrorare l’aia, la celeste rugiada scese tutta sul vello: stando per redimere il genere umano, ne depose tutto il prezzo in Maria! Per quale ragione fece questo? Forse perché Eva venisse scusata per mezzo della Figlia, e il lamento dell’uomo contro la donna, d’ora in poi non avesse più ragione di essere. Non dirai più, o Adamo: La donna che mi hai dato mi ha presentato il frutto proibito; dirai piuttosto: «La donna che mi hai dato mi ha dato da mangiare il frutto benedetto». Piissimo disegno; ma non è tutto, forse c’è n’è ancora un altro nascosto. Del resto questo è poca cosa, se non erro, per i vostri desideri. È un latte dolce; se premiamo più forte, ne verrà fuori un bel burro grasso. Guardando più a fondo voi scorgerete con quanto affetto e devozione abbia voluto che noi onorassimo Maria colui che ha posto in lei la pienezza di ogni bene, sicché se in noi c’è qualche speranza, qualche grazia, qualche speranza di salvezza, sappiamo che tutto ciò ci viene da lei che sale ricolma di delizie. Vero giardino di delizie, sul quale non solo soffia, ma che investe sopravvenendo dall’alto quel divino austro, perché si diffondano in abbondanza i suoi aromi, vale a dire i carismi delle grazie. Togli questo sole che illumina il mondo, dove sarà giorno? togli Maria, questa stella del mare, un mare grande e spazioso: che cosa ne resta se non un mondo tutto avvolto nella caligine e nell’ombra di morte e in tenebre densissime? 

7. Veneriamo dunque questa Maria con tutto l’ardore dei nostri cuori, con i più teneri sentimenti di affetto e di devoto ossequio, perché tale è la volontà di Colui che ha voluto che noi ricevessimo tutto per mezzo di Maria. Questa è la volontà sua, ma per il nostro bene. Per tutto infatti provvedendo a tutti i miseri, egli conforta il nostro cuore trepidante, esercita la fede, rafforza la speranza, scaccia la diffidenza, rialza chi è pusillanime. Avevate timore di accostarvi al Padre. Atterrito al solo udirne la voce, correvi a nasconderti tra il fogliame: allora ti ha dato Gesù come mediatore. Che cosa non otterrà dal Padre un tale Figlio? Sarà infatti esaudito per la sua pietà: il Padre infatti ama il Figlio. Hai ancora paura di andare anche da lui? È tuo fratello e carne tua, provato in tutto, eccetto il peccato, perché fosse misericordioso (Eb 4, 15). Questo ti ha dato Maria come fratello. Ma forse anche in lui temi la divina maestà, perché pur essendosi fatto uomo, rimase tuttavia Dio. Vuoi avere un avvocato anche presso di lui? Ricorri a Maria. In Maria c’ è la pura umanità, non solo pura perché incontaminata, ma pura per singolarità di natura. Né dubiterei che anch’essa sarà esaudita per la sua pietà. Il Figlio esaudirà certamente la Madre, come il Padre esaudirà il Figlio. Figliuoli miei, questa è la scala dei peccatori, questa è la mia massima fiducia, questa è tutta la ragione della mia speranza. E che? Può forse il Figlio non accogliere la supplica (della Madre) o non venire esaudito (dal Padre)? Può egli non ascoltare e non essere ascoltato? Né l’uno, né l’altro. Tu hai trovato, disse l’Angelo, grazia presso Dio (Lc 1, 30). Felice espressione. Maria troverà sempre grazia, e la grazia è la sola cosa di cui abbiamo bisogno. La Vergine prudente cercava non la sapienza, come Salomone, non le ricchezze, non gli onori, non la potenza, ma la grazia. È infatti solo la grazia che ci salva

8. Perché desideriamo altre cose, o fratelli? Cerchiamo la grazia, e chiediamola per mezzo di Maria, perché essa trova quello che cerca e nulla le è rifiutato di quello che essa chiede. Cerchiamo la grazia, ma la grazia presso Dio; fallace è infatti la grazia presso gli uomini. Cerchino altri il merito, noi sforziamoci di trovare grazia. Non è forse per grazia di Dio che siamo qui? Davvero è grazie alla Misericordia del Signore se non siamo consunti noi (Lam 3, 22). Chi noi? Noi spergiuri, noi omicidi, noi adulteri, noi ladri, veramente rifiuto di questo mondo. Interrogate le vostre coscienze, fratelli e constatate che ove abbondò il delitto, sovrabbondò la grazia. Maria non pretende il merito, ma cerca la grazia. Essa ripone tanta fiducia nella grazia e non si insuperbisce, che è presa da timore al saluto dell’Angelo. Maria, dice il Vangelo, si domandava che senso avesse quel saluto (Lc 1, 29). Si riteneva, infatti, indegna di venire così salutata da un Angelo. E forse diceva tra sé: «Donde viene a me che un Angelo del Signore venga da me?» Non temere, Maria, non stupirti che venga un Angelo; viene uno che è più grande anche dell’Angelo. Non meravigliarti che venga a te l’Angelo del Signore: anche il Signore dell’Angelo è con te. E poi, perché non potresti vedere l’Angelo tu che già vivi come un Angelo? Perché un Angelo non dovrebbe visitare una compagna della vita degli Angeli? Come non saluterebbe una concittadina dei Santi e familiari di Dio? Davvero angelica vita infatti è la verginità, e coloro che non si sposano né si maritano saranno come Angeli di Dio.

 9. Vedi come anche in questo modo il nostro acquedotto raggiunge la fonte, né penetra ormai i cieli con la sola orazione, ma anche con l’integrità che la rende vicina a Dio, come dice il Saggio? Era infatti la Vergine Santa di corpo e di spirito (1 Cor 7, 34), e ad essa si addicevano in modo speciale le parole: La nostra patria è nei cieli (Fil 3, 20). Santa, ripeto, di corpo e di spirito, perché non resti alcun dubbio su questo acquedotto. Esso è invero altissimo, ma sempre incorrotto. Orto chiuso, fonte sigillato (Ct 4, 12), tempio del Signore, sacrario dello Spirito Santo (dall’off. BVM in Sabato). Né è una vergine stolta, non le manca infatti l’olio, ma ne ha pieno il vaso di riserva. Essa ha disposto delle ascensioni nel suo cuore (Sal 83, 6), ascendendo sia con le sue opere, sia con la sua orazione. Maria si reca in fretta sulla montagna e saluta Elisabetta (Lc 1, 39-40) e si ferma circa tre mesi per aiutarla, così da poter dire, lei Madre ad un’altra madre (Elisabetta) quello che molto tempo dopo il Figlio (Gesù) avrebbe detto al figlio (Giovanni): Lascia fare, ora, così dobbiamo compiere ogni giustizia (Mt 3, 15). Veramente sale sui monti Maria, la cui giustizia è come i monti più alti. Questa è la terza ascensione della Vergine, ed è scritto che una corda a tre capi è difficile a rompersi: la sua carità cercava con fervore la grazia, nella sua carne splendeva la verginità, nel servizio alla vecchia Elisabetta eccelleva l’umiltà. Se infatti chiunque si umilia sarà esaltato, che cosa di più sublime che l’umiltà di Maria? Elisabetta si stupiva della sua venuta, e diceva: A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me? (Lc 1, 43). Ma ora si meravigli piuttosto che, sull’esempio del Figlio, essa non sia venuta per essere servita, ma per servire. Giustamente perciò quel Cantore divino, pieno di ammirazione per lei, esclamava: Chi è costei che sorge come aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati? (Ct 6, 9). Davvero ella sorge sopra tutto il genere umano, sale fino agli Angeli, ma li oltrepassa ancora e si innalza sopra ogni celeste creatura. Di fatti essa deve attingere necessariamente al di sopra degli Angeli l’acqua viva per farla discendere sugli uomini.

 10. Come avverrà questo, dice, poiché non conosco uomo? Santa veramente di corpo e di spirito, che possedeva l’integrità del corpo, e il proposito di rimanere vergine. L’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo sopravverrà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Non interrogare me, le dice, sono cose superiori a me, e io non posso spiegarle. Lo Spirito Santo, non lo Spirito Angelico, scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà, non io. Non fermarti agli Angeli, Vergine santa: la terra chiede che per tuo mezzo le venga dato qualcosa di più sublime che plachi la sua sete. Sorpassatili di poco, troverai l’amato dell’anima tua. Ho detto: di poco, non perché il tuo Diletto non sia incomparabilmente più alto, ma perché tra lui e gli angeli non troverai null’altro. Oltrepassa dunque le Virtù e le Dominazioni, i Cherubini e i Serafini, e arriverai a lui del quale cantano in coro, ripetendo a vicenda: Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti (Is 6, 3). Il Santo infatti che da te nascerà sarà chiamato Figlio di Dio (Lc 1, 35). Fonte della Sapienza il Verbo del Padre nell’alto dei cieli (Eccl 1, 5). Questo Verbo, per mezzo di te si farà uomo, sicché colui che dice: Io sono nel Padre, e il Padre è in me (Gv 14, 10), dica pure nello stesso tempo: Io sono uscito da Dio e sono venuto (Gv 8, 42). In principio, è detto, era il Verbo. Già scaturisce la fonte, ma per il momento resta in se stessa. E il Verbo era presso Dio, in una luce inaccessibile; e da principio il Signore diceva: Io nutro pensieri di pace e non di sventura (Ger 29, 11). Ma il tuo pensiero è dentro dite, o Signore, e noi non sappiamo quello che tu pensi. Chi infatti conosceva i sentimenti del Signore, o chi era suo consigliere? Pertanto il pensiero di pace è disceso facendosi opera di pace: Il Verbo si fece carne, e ormai abita tra noi. Abita nei nostri cuori per la fede, anche nella nostra memoria, abita nel pensiero, ed è disceso fino all’immaginazione. Come avrebbe potuto prima formarsi una immagine di Dio, non forse facendosi con il cuore un idolo? 

11. Era del tutto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e inescogitabile. Ma ora ha voluto farsi comprendere, farsi vedere, farsi pensare. In che modo, mi chiedi? Eccolo che giace nel presepio, riposa in braccio alla Vergine, predica sul monte, passa le notti in preghiera, ovvero pende dalla croce, è coperto dal pallore della morte, scende libero e comanda negli inferi, ovvero ancora lo vedi risorgere il terzo giorno, mostrare agli Apostoli il luogo dei chiodi, segni della sua vittoria, e infine ascendere al cielo davanti ai loro occhi. Tutti questi pensieri rispondono a verità, alimentano la pietà e la santità. Quando penso a qualcuna di queste cose, io penso Dio, che è per ogni cosa il Dio mio. Meditare queste cose io chiamo sapienza, e giudico prudenza il rievocare il dolce ricordo di questi fatti, prefigurati nei frutti abbondanti spuntati dalla Verga sacerdotale di Aronne, e che Maria, attingendoli dal cielo, in modo più copioso ha messo a vostra disposizione. Dal cielo veramente, e da sopra gli Angeli, perché essa ha ricevuto il Verbo dal cuore stesso del Padre, come sta scritto: Il giorno al giorno trasmette la parola (Sal 18, 3). Davvero giorno è il Padre: e giorno da giorno è la salvezza di Dio. Non è giorno forse anche la Vergine? E quale giorno! Giorno veramente fulgido Maria, che avanza come Aurora che sorge, bella come la luna, splendente come il sole (Ct 6, 9). 

12. Considera come Maria arriva fino agli Angeli per la pienezza della grazia, e supera quando sopravviene in lei lo Spirito. Negli angeli c’è la carità, la purezza, l’umiltà. Quale di queste cose non fu eminente in Maria? Ma questo è stato dimostrato sopra, per quanto ci fu possibile spiegare. Ora vediamo la sua sopraeminenza. A quale degli Angeli è stato mai detto: Lo Spirito Santo sopravverrà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra: perciò il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio? E poi: La verità è germogliata dalla terra (Sal 84, 12), non dalla creatura angelica; essa ha assunto non la natura degli angeli, ma il seme di Abramo. È grande cosa per l’Angelo l’essere servitore ministro di Dio; ma Maria meritò qualcosa di più sublime, quella di esserne Madre. La maternità pertanto della Vergine è gloria sovraeminente, e per il singolare privilegio a lei concesso, essa è divenuta tanto più eccellente degli angeli quanto più il suo titolo di Madre è differente da quello di servi (ministri). Già prescelta per umiltà, ricevette ancora questa grazia di diventare madre senza concorso d’uomo e senza i dolori del parto. Tutto questo è ancora poco: quello che è nato da lei è chiamato il Santo, ed è il Figlio di Dio. 

13. Per il resto, fratelli, dobbiamo fare tutto perché il Verbo che, uscito dalla bocca del Padre, è venuto a noi per mezzo della Vergine, non se ne ritorni vuoto, ma ancora, per mezzo della medesima Vergine Maria, rendiamo grazia per grazia. Vada il pensiero frequente mentre ancora ne sospiriamo la presenza, e le grazie che scendono a noi siano fatte risalire alla loro origine, per ridiscenderne in maggiore abbondanza. Se invece non ritornano alla fonte, si disseccano, e infedeli nel poco, non meritiamo di ricevere ciò che è massimo. È poca cosa il pensiero unito al desiderio della presenza, poco in confronto con quello che desideriamo grande è ciò che meritiamo; è molto al di sotto il desiderio, molto superiore è il merito. Saggiamente la sposa si rallegra non poco di questo poco. Avendo infatti detto: Dimmi dove pascoli, dove riposi nel meriggio (Ct 1, 6) ricevendo piccole cose invece di quelle immense, e in cambio del pasto meridiano offrendo un sacrificio vespertino non mormora affatto, né si rattrista, come d’ordinario succede, ma ringrazia, e in tutto si mostra più devota. Sa infatti che se sarà fedele nell’ombra della memoria, otterrà senza dubbio la luce della presenza. Pertanto Voi che vi ricordate del Signore, non tacete e non lasciatelo stare in silenzio (Is 62, 6-7). Poiché coloro che hanno presente il Signore non hanno bisogno di esortazione, e quello che dice un altro Profeta: Loda il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio o Sion (Sal 147, 1), sono parole di congratulazione, più che di ammonizione. Coloro che camminano nella fede hanno bisogno di essere ammoniti di tacere e di non lasciare stare in silenzio il Signore. Egli parla infatti, di pace per il Suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore (Sal 84, 9), ascolterà quelli che ascoltano lui, e parlerà a quelli che parlano a lui. Diversamente, se tu taci, fai tacere anche lui. Non tacere dunque. Da che cosa? Dalla lode di Dio. Non tacete, e non dategli requie fino a che stabilisca sulla terra la lode di Gerusalemme. La lode di Gerusalemme è lode gioconda e decorosa. Non è possibile pensare che gli Angeli, cittadini di Gerusalemme, prendano piacere e si ingannino a vicenda in una lode vana. 

14. Sia fatta la tua volontà, o Padre, come in cielo, così in terra (Mt 6, 10) affinché la lode di Gerusalemme sia stabilita sulla terra. E adesso che cosa c’è? In Gerusalemme un Angelo non cerca la sua gloria da un altro Angelo, e sulla terra l’uomo brama di essere lodato da un altro uomo? Esecrabile perversità! Ma lasciamola a coloro che ignorano Dio, a coloro che si sono dimenticati del Signore loro Dio (1 Cor 15, 34). Voi che vi ricordate del Signore, non tacete, non cessate di lodarlo, fino a che la sua lode si stabilisca e sia resa perfetta sulla terra. C’è infatti un silenzio irreprensibile, anzi, lodevole. C’è anche un discorso non buono. Altrimenti non avrebbe detto il Profeta: È buona cosa per l’uomo attendere in silenzio la salvezza di Dio (Lam 3, 26). È cosa buona tacere dalla millanteria, è buono astenersi dalla bestemmia, dalla mormorazione, dalla detrazione. Avviene che uno, esasperato da un lavoro lungo e faticoso, mormora dentro di sé, e giudica coloro che vigilano per la sua anima, consapevoli del conto che ne devono rendere. È questo un grido che rompe ogni silenzio, il grido di un animo indurito che fa tacere, in quanto non permette che venga percepita la voce della parola. Un altro, per la pusillanimità dello spirito, si lascia prendere dalla disperazione e questa è una bestemmia che non sarà rimessa né in questa vita, né nella futura. Un altro ancora s’inorgoglisce nel suo cuore e leva con superbia il suo sguardo, stimandosi più di quello che è, e dice: La mia mano potente (Dt 32, 27), e pensa di essere qualche cosa, mentre non è nulla. Che cosa direbbe a costui Colui che parla di pace? Dice infatti: Tu dici: Io sono ricco, e non ho bisogno di nessuno (Ap 3, 17). Ora la Verità risponde così: Guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione (Lc 6, 24). E al contrario: Beati, dice, quelli che piangono, perché saranno consolati (Mt 5, 5). Tacciano dunque in noi la lingua maldicente, la lingua blasfema, la lingua millantatrice, perché è bene in questo triplice silenzio aspettare la salvezza di Dio, e dì così: Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta (1 Re 3, 10). Quelle parole in realtà non sono rivolte a Lui, ma contro di Lui, come diceva Mosè agli Ebrei che mormoravano: La vostra mormorazione non è contro di noi, ma contro il Signore (Es 16, 8). 

15. Astieniti da tali parole, senza tuttavia tacere del tutto, per non costringere Dio al silenzio. Parla a lui accusandoti in umile confessione della tua vanità, onde ottenere perdono per le colpe passate. Parla ringraziando, invece della mormorazione, per ottenere una grazia più abbondante per il presente. Parla nell’ orazione, contro la diffidenza, per conseguire la gloria del futuro. Confessa, ripeto, i peccati passati, per i benefici presenti rendi grazie, e poi prega con più fervore per il futuro, di modo che anche Dio non taccia il suo perdono, non cessi di largire i suoi doni, e non venga meno nelle sue promesse. Non tacere tu, ripeto, e fa’ in modo che lui non stia in silenzio. Parla tu, affinché parli anche lui e possa dire: Il mio diletto è a me, e io a lui. Parola gioconda, parola dolce. Non è davvero parola di mormorazione, ma voce della tortora. E non dire: Come canteremo i canti del Signore in terra straniera? (Sal 136, 4). Ormai non sarà più considerata straniera quella di cui dice lo Sposo: La voce della tortora si è udita nella nostra terra (Ct 2, 12). L’aveva infatti sentito dire: Prendeteci le piccole volpi e forse per questo uscì in grido di esultanza, dicendo: Il mio Diletto è a me e io a lui. Davvero voce di tortora, che, con una singolare pudicizia resta fedele al suo compagno, sia vivo che morto, sicché né la morte, né la vita la separa dall’amore di Cristo. Considera infatti se ci sia qualche cosa che abbia potuto alienare questo diletto dalla sua amata, e impedirgli di restare fedele, anche qualora la diletta abbia peccato o gli abbia voltato le spalle. Ammassi di nuvole cercavano di offuscare i raggi del sole: così le nostre iniquità si frapponevano tra noi e Dio, minacciando di separarci da lui; ma il sole divenne caldo, e tutta quella nuvolaglia si è dissipata. Diversamente, quando mai saresti tornato da lui se egli non ti fosse rimasto fedele, se non avesse gridato: Ritorna, Sunamita, ritorna, ritorna, perché ti vediamo? Sii dunque anche tu fedele a lui, e nessuna calamità o fatica ti faccia allontanare da lui.

 16. Lotta con l’angelo, non soccombere, perché il regno di Dio patisce violenza e i violenti lo rapiscono (Mt 11, 12). Non lasciano forse intendere la lotta le parole: Il mio Diletto a me, e io a lui? Egli ti ha fatto conoscere il suo amore; mostragli anche il tuo. In molte cose infatti ti mette alla prova il Signore tuo Dio. Spesso se ne va, volta altrove la faccia, ma non perché sia adirato. È una prova, non segno di riprovazione. Il tuo Diletto ti ha sopportato; sopporta anche tu il tuo Diletto, sopporta, agisci virilmente. Non lo hanno vinto i tuoi peccati, anche tu non lasciarti vincere dai suoi flagelli, e otterrai la benedizione. Ma quando? Quando spunterà l’aurora, quando sarà finito il giorno, quando avrà stabilito la lode di Gerusalemme sulla terra. Ecco che un uomo lottava con Giacobbe fino al mattino (Gen 32, 24). Al mattino fammi sentire la tua misericordia, perché in te ho sperato, Signore. Non tacerò, non ti lascerò stare in silenzio fino al mattino, né digiuno, possibilmente. Tu ti degni in realtà pascerti, ma tra i gigli. Il mio diletto a me, e io a lui che si pasce tra gigli (Ct 2, 16). Veramente anche sopra, se ricordate, è stato chiaramente indicato che la voce della tortora si ode quando compariscono i fiori. Ma bada che vi è indicato il luogo, non il cibo, né vi è espresso di che cosa si pasce il Diletto, ma tra quali cose. Forse egli si pasce, non di cibo, ma della compagnia dei gigli, non si ciba di gigli, ma sta in mezzo a loro. E veramente i gigli piacciono più per il profumo che per il sapore, e sono adatti per essere veduti più che mangiati. 

17. Così dunque si pasce (lo sposo) tra i gigli fino a che spiri la brezza del giorno, e alla bellezza dei fiori succeda l’abbondanza dei frutti. Nel frattempo è l’ora dei fiori, non dei frutti, mentre cioè siamo più nella speranza che nella realtà, e camminando nella fede e non nella visione, ci consoliamo più con la speranza che nell’ esperienza (dei beni eterni). Considera infine la delicatezza del fiore, e ricorda quello che dice l’Apostolo: Portiamo questo tesoro in vasi di creta. A quanti pericoli sono esposti i fiori. Come è facile per un giglio essere perforato dagli aculei delle spine! Giustamente canta il Diletto: Come giglio tra le spine, così la mia amica tra le fanciulle (Ct 2, 2). Non era tra le spine colui che diceva: Io ero pacifico in mezzo a coloro che detestavano la pace? (Sal 119, 7) Del resto, anche se il giusto germoglia come il giglio, lo sposo non si pasce presso un giglio solo, né si compiace della singolarità. Senti come egli dimori ove vi sono più gigli. Dove vi sono due o tre radunati in mio nome, mi trovo in mezzo a loro (Mt 18, 20). Gesù ama sempre il mezzo, il Figlio dell’uomo mediatore tra Dio e gli uomini, riprova sempre gli angoli, le pieghe. Il mio diletto è a me e io a lui che si pasce tra i gigli. Cerchiamo di avere gigli, fratelli, estirpiamo spine e triboli e affrettiamoci a sostituirli con gigli, perché si degni di pascersi anche tra noi qualora si degni di scendere a noi il Diletto. 

18. Presso Maria egli si pasceva, e abbondantemente, a causa della moltitudine di gigli. Non era forse un giglio il decoro della verginità, l’ornamento dell’umiltà, la sovraeminenza della carità? Avremo anche noi dei gigli, anche se di molto inferiori. Ma neanche tra questi disdegnerà di pascersi lo sposo, a condizione che le azioni di grazie di cui abbiamo parlato, siano dotate di ilare devozione, che la nostra orazione sia resa accetta dalla purezza d’intenzione, e la nostra confessione ci avrà ottenuto, con il perdono, di fare candide le nostre vesti, come è scritto: Se i vostri peccati fossero come scarlatto, diverranno come la neve, e se fossero rossi come porpora, diverranno bianchi come la lana (Is 1, 18). Del resto, qualunque sia la cosa che ti disponi a offrire, ricordati di affidarla a Maria, onde per il medesimo canale per cui la grazia è discesa a noi, ritorni al largitore della grazia. A Dio infatti non mancavano mezzi per infonderci, come voleva, la sua grazia, anche senza questa acqua, ma egli ha voluto darci questo veicolo. Forse le tue mani sono sporche di sangue o infette di regali, perché non le hai tenute pure da ogni cupidigia. Dunque quel poco che desideri offrire, fallo passare per le mani degnissime e accettissime di Maria se non vuoi subire un rifiuto. Esse in realtà sono come candidissimi gigli; né avrà a ridire quell’amatore di gigli di non aver trovato tra i gigli qualsiasi cosa che egli avrà trovato tra le mani di Maria.

La guerra in Ucraina vista dal fronte, dove i soldati russi sono sempre meno (e l’Iran impara dalle battaglie dei droni)

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 2 Marzo 2026

È tragico, ma l’Iran ha assimilato l’ultima ondata di trasformazione tecnologica della guerra che arriva da posti come Kharkiv più degli Stati Uniti

 Kharkiv, Ucraina nord-orientale

Ho preso la foto qui sopra a Kharkiv, Ucraina nord-orientale, quattro giorni fa. Una ballerina si inchina nel gelo verso la facciata del teatro dell’Opera, l’ultima cosa che l’Unione sovietica ha costruito in città prima di disintegrarsi. Alle spalle della ballerina due palazzi sono stati colpiti brutalmente dal governo legittimo erede dell’Urss e restano in piedi a stento, sventrati. Se per questo, la ballerina è l’unica statua in città a rimanere libera. Le altre sono imprigionate da impalcature, quindi coperte di sacchi di sabbia, da un isolante e infine avvolte in un telo nero. Resistono, informi, sotto quattro strati. Sembrano monumenti alla censura, alla soppressione; invece sono il solo modo di custodire i simboli dell’identità di un popolo dopo quattro anni di bombardamenti.

L’autostrada per la Crimea, il viaggio nei luoghi della guerra

Sono arrivato fino a Kharkiv da Kiev e poi ho viaggiato in auto verso l’oblast di Dnipropetrovsk, nelle retrovie del fronte. Si percorre l’autostrada che in epoca sovietica portava le famiglie della nomenklatura di Mosca in vacanza verso la Crimea, sul Mar Nero. Ora è piena di buche e bisogna avere una guida competente per orientarsi, perché il navigatore è reso inutilizzabile dal blocco del segnale satellitare in zona di guerra e i cartelli stradali sono stati portati via. Anche nei più insignificanti villaggi di aperta campagna, nessuno vuole aiutare i russi a orientarsi qualora quelli dovessero sfondare le linee. I luoghi hanno un nome solo per chi li conosce già.

Sulle grandi arterie dell’oblast di Kharkiv, ogni tanto compaiono camionette ferme al margine della strada: hanno grossi mitragliatori montati sul pianale, puntati verso il cielo e telecamere per il riconoscimento dei droni nemici dal calore che emanano. Li abbattono in volo, a colpi di artiglieria.

Sono venuto qui perché volevo vedere come va questa guerra realmente, parlando con i soldati che la combattono. E almeno un punto mi è un po’ più chiaro: ora che i militari ucraini riferiscono del primo calo da quattro anni nel numero dei russi gettati sul campo di battaglia – come ho sentito in questi giorni e spiegherò meglio più avanti – la guerra sarà decisa sempre più dalla logistica, dalla base industriale e dalla forza finanziaria che i due avversari hanno alle spalle. Per questo l’Europa, mai come oggi, ha in mano buona parte del destino dell’Ucraina.

Uomini e droni, la lezione che l’Iran ha imparato

Quando sono arrivato a Kharkiv, naturalmente, avevo i miei pregiudizi. Credevo che alla fine avrei scritto una newsletter su alcune delle tecnologie a cui ho appena accennato: visione termica attraverso lo schermo di un computer, intelligenza artificiale, robotizzazione del conflitto e dominio dei droni, corsa allo sfruttamento dei dati e alle stampanti in 3D per avere al più presto piccoli e leggeri oggetti volanti. Vediamo in queste ore come l’innovazione sviluppata nel drammatico laboratorio della battaglia ucraina in questi anni sia passata, attraverso la Russia, all’Iran. Il regime della Guardia rivoluzionaria ha imparato dall’esempio dell’esercito di Mosca a usare i suoi Shahed da 35 mila dollari l’uno, costruiti in grande quantità, per esaurire intercettori di fabbricazione americana che costano decine di volte di più. È tragico, ma l’Iran ha assimilato l’ultima ondata di trasformazione tecnologica della guerra che arriva da posti come Kharkiv più degli Stati Uniti.

Per questo ero convinto che arrivando nel nord-est dell’Ucraina, subito dietro la zona di combattimento, avrei finito per scrivere di tecnologia e innovazione. Nel più semplice dei casi, avrei scritto di una corsa a reperire cavi a fibre ottiche sempre più lunghi. Sono stati i russi a introdurli e notoriamente servono a pilotare i droni – soprattutto nella loro versione di base come “FPV”, first person view – senza temere l’interferenza del nemico sulle radiofrequenze per dirigerli.

La fibra ottica

È una tecnologia semplice, questa, ma essenziale. Lo è perché la lunghezza dei cavi determina la profondità della cosiddetta «kill zone», la fascia di una ventina di chilometri fra i due schieramenti entro la quale si viene rapidamente individuati dall’alto da droni Mavic di ricognizione sospesi a cento metri dal suolo e presi di mira dagli FPV, che di solito volano più bassi e trasportano tre o quattro chili di esplosivo. Da qualche parte dall’estremità nemica della kill zone c’è un operatore di Mavic che vi vede sullo schermo di un computer nascosto in una buca nel terreno e alimentato da batterie di accumulo, che ogni tanto si ricaricano a loro volta da un generatore elettrico a benzina piazzato poco lontano. La linea a banda larga agli ucraini naturalmente la dà Starlink di Elon Musk, ma non gratis. L’operatore di Mavic segnala l’avvistamento a un pilota di FPV, spesso a fibre ottiche, che segue il bersaglio su occhiali simili a quelli della realtà virtuale e guida il drone contro di lui. Riferiscono gli operatori che più si è giovani, meno è difficile imparare e che basta perdere il controllo del polpastrello sui comandi di mezzo millimetro per mancare il bersaglio (gli ucraini, in questo, sembrano avere una migliore manualità rispetto ai russi).

Ma i cavi sono importanti anche per un’altra ragione: si stanno evolvendo, come tutto continua a evolversi in questo conflitto. Così le fibre ottiche diventano sempre più lunghe e pericolose. Il giorno in cui sono arrivato a Kharkiv, giovedì scorso, è stato il primo in cui un FPV di Mosca legato a un cavo è caduto sulla città. Data la distanza dalle postazioni russe sul confine, significa che il cavo era di almeno quaranta chilometri; e sicuramente fatto in Cina, simile a quelli che gli stessi cinesi vendono agli ucraini, ma di quindici o venti chilometri più lungo. L’ufficiale ucraino che me ne ha parlato aveva una sua deduzione: presto i russi saranno in grado di attaccare sistematicamente le linee di rifornimento da Kiev o Poltava a Kharkiv e di provare a isolare la città.

Gli occhiali del mastino

Intanto anche l’esercito di Kiev ricorre ai droni per seminare caos e terrore nella logistica del nemico. Da Kharkiv gli ucraini pilotano oggetti di due metri di lunghezza che loro chiamano pitbull glasses, gli «occhiali del mastino»: viaggiano a trecento chilometri all’ora e quattromila metri di altezza e piombano sui rifornimenti o le truppe russe in avvicinamento anche più di cento chilometri dentro i confini del Paese aggressore.
I droni sono comparsi nei primi giorni dell’invasione totale quattro anni fa, quando gli ucraini li usarono per vedere dall’alto cosa stavano facendo i russi a Bucha. Si videro dall’alto due tank sparare su un civile in bicicletta per strada in un elegante sobborgo di Kiev: fu uno dei primi interventi di un drone nella storia della guerra. Poi qualcuno ha avuto l’idea di attaccarci dell’esplosivo per prendere di mira i soldati e in seguito sono stati i soldati hanno preso di mira i droni. Adesso, certo, i droni combattono anche fra loro: le prime battaglie robotiche sopra la “kill zone” sono del 2024, ma negli ultimi mesi si sono diventate endemiche. I Mavic vengono usati per inseguire ed eliminare gli FPV.

L’intelligenza artificiale nella quotidianità della guerra

Anche l’intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità. Alcuni droni ucraini, a guida umana per gran parte del volo, diventano automatici nell’ultimo miglio non appena registrano il bersaglio che il loro software è addestrato a colpire. I russi invece allenano l’intelligenza artificiale contro obiettivi civili. Hanno droni integrati a programmi per il riconoscimento ottico delle locomotive e, ogni volta che attaccano un treno dal cielo, trovano la carrozza motrice, la puntano e la distruggono. Una dopo l’altra. L’obiettivo è paralizzare il traffico ferroviario, dunque la logistica ucraina. L’esercito di Mosca conta sul fatto che i governi europei non hanno locomotive di ricambio da fornire a Kiev, essendo le linee ucraine del tipo sovietico a scartamento di una decina di centimetri più largo (i tedeschi hanno preso nota e ora stanno producendo, con discrezione, locomotive a diesel in caso di attacchi ibridi alla loro rete elettrica dei treni).
Ignoravo molti di questi dettagli prima di arrivare nell’oblast di Kharkiv, ma non mi hanno sorpreso. Quel che non avevo capito è l’interazione fra l’uomo e le macchine nella “kill zone” e quanto essa conterà per l’esito della guerra, dunque per il futuro dell’Europa. L’idea di un conflitto robotico, sempre più asettico, è solo un’illusione. Questa resta una guerra primitiva, per come i russi la stanno combattendo.

La tecnica dei russi

Venerdì ho raggiunto un piccolo contingente di soldati da qualche parte fra Kharkiv e Dnipropetrovsk. Non si assembrano mai per non attrarre l’attenzione dal cielo, vivono in gruppi di due o tre in minuscole casette di campagna che sembrano uscite dall’impero zarista: stufa a legna che riempie di fumo la cucina, acqua dal pozzo, fuori una distesa sterminata di neve che d’estate diventa di grano a perdita d’occhio; ma sul retro i computer connessi a Starlink, l’analisi dei dati e la pianificazione digitale.

L’ufficiale fra loro viene dal Donetsk, si è arruolato volontario anni fa e mi ha spiegato la logica degli attacchi russi. I comandanti ordinano regolarmente a minuscoli gruppi di uomini di attraversare la “kill zone” a piedi o su moto leggere, con armi e munizioni in spalla per decine di chili, fino alle linee ucraine. 
«È un biglietto di sola andata», mi ha detto. In gran parte quei soldati vengono visti dagli ucraini e massacrati dal cielo, sistematicamente. Solo un’esigua minoranza arriva più o meno indenne a nascondersi dall’altra parte; a quel punto i comandanti di Mosca ordinano un’altra ondata e un’altra ancora, in modo da accumulare contingenti di sopravvissuti a ridosso dei bunker e delle trincee ucraine. Le intercettazioni degli ordini via radio dei comandanti russi sono chiare: chi torna indietro dalla “kill zone” sarà stuprato e ucciso. «Sono fortemente motivati a sopraffare le nostre posizioni, per loro è la sola speranza di sopravvivere».

Così nelle aree di combattimento l’esercito di Mosca conquista circa duecento metri al giorno, cinque chilometri al mese, a costo di perdite immani. Da un mese o due però i russi danno segni di avere meno uomini da gettare nel tritacarne: «Prima mandavano avanti gruppi di cinque o sei per volta – mi ha detto l’ufficiale – ora vengono in uno o due». Si ripetono i casi in cui fra i combattenti gli ucraini trovano africani e donne, a conferma che ormai il reclutamento di Mosca è ridotto a prendere nella rete figure sempre più inusuali.

La tattica ucraina è portare pian piano il nemico all’esaurimento, estraendo il massimo prezzo per ogni metro di terra ceduto. Per questo Kiev non lascerà mai la porzione del Donetsk che ancora controlla: non intende regalare al Cremlino qualcosa che Vladimir Putin dovrebbe spendere anni e decine di migliaia di vite per avere. E’ su questo sfondo che la capacità dell’Europa di sostenere l’Ucraina con denaro e produzione di droni diventa essenziale a far capire ai russi che devono fermarsi, perché sono in un vicolo cieco; la disponibilità attuale di Kiev non basta a creare deterrenza, essendo insufficiente a rendere gli attacchi del tutto inutili.   

«Mi concentro sul risultato»

A Kiev ho visitato un operatore di droni di nome Yuri Semeniute, 37 anni. Pallido, barba lunga, profonde occhiaie di uno che non dorme. I suoi turni erano di sette giorni di fila in una postazione nel bosco nell’area di Zaporizhia e tre appena più indietro, con combattimenti anche di 48 ore di fila. L’estate scorsa qualcuno dal lato russo ha individuato la sua posizione, l’ha attaccata con un drone e ora Yuri Semeniute dal ginocchio destro in giù porta una protesi. L’ho visitato in un grande centro di riabilitazione dei veterani sostenuto dall’imprenditore Viktor Pinchuk. Semeinute dice che non appena riuscirà a muoversi meglio conta di tornare al fronte. Gli ho chiesto come fa a gestire la paura: «Mi concentro sul risultato – mi ha risposto – in modo che quella non prenda il controllo su di me». 

Papa Leone XIV, solo la Pace dono di Dio può sanare le ferite tra i popoli

La preghiera all’ Angelus domenicale

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , domenica, 1. marzo, 2026 12:15 (ACI Stampa).

“Il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente, che porta a compimento ogni parola divina”. Così sinteticamente il Papa commenta la pagina del Vangelo che racconta la Trasfigurazione di Gesù che “anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio.

Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?” Si chiede il Papa.

E aggiunge: “alla disperazione dell’ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9). Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore”.

Dopo la preghiera dell’Angelus di mezzogiorno il Papa ha espresso la sua preoccupazione per quanto succede in Medio Oriente ed Iran. “Stabilità e pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. DChi è Mojtaba Hosseini, figlio di Khamenei e nuova Guida suprema dell’Iran (a cui il padre aveva già spianato la strada )

di Andrea Nicastro- Corriere della Sera –  4 Marzo 2026

Il figlio di Khamenei, 56 anni, è la nuova Guida suprema. Ma con lui nulla può cambiare in Iran. Il ministro della Difesa israeliano Katz minaccia: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare»


GERUSALEMME – Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad e la gente uscì di casa a protestare a milioni. Ricordo una strada larga dodici corsie e lunga dieci chilometri zeppa di iraniani che gridavano il nome che avevano scelto nelle urne. «Moussavi, Moussavi». 

Dalla folla saliva un’energia potente, pacifica. Da groppo in gola. Mai visto niente di così partecipato né prima né dopo. Solo quel giorno saranno stati almeno due milioni. Chiamarono la protesta «Onda Verde», in onore del colore dell’Islam, e fu l’ultimo momento in cui la Repubblica Islamica avrebbe potuto conservare legittimità popolare. I manifestanti non chiedevano di diventare filoamericani o rinunciare all’indipendenza. Molti erano persino a favore di una gerarchia civile-religiosa. Però volevano contare nel futuro del Paese ed essere rispettati. 

Invece il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero aggrediti da bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia furono uccisi e arrestati. Le condanne a morte disgustose. Gli influencer che oggi animano il web della diaspora fuggirono dal Paese in quelle settimane. Moussavi, che pure si era sempre inchinato ai turbanti, è ancora prigioniero in casa.

A organizzare i brogli e coordinare la repressione fu un chierico appena quarantenne. Trasformò la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie nella macchina di repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, concesso solo a chi vanta un’ascendenza di sangue (vera o millantata) con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Era il secondogenito della Guida suprema Ali Khamenei.

 Diciassette anni dopo, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre alla guida della Repubblica Islamica. È lui il successore. E, in quanto tale, è già nel mirino di Israele. Lo ha detto esplicitamente il ministro della Difesa Katz, nelle prime ore del mattino del 4 marzo: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare».

Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome. L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici. 

Mojtaba Khamenei controllerebbe il 40% dell’intera economia nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli sono fedeli. I Basij restano un baluardo. Se Donald Trump sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso. Con Mojtaba nulla in Iran può cambiare.

Come il padre a suo tempo, anche il 56enne erede ha bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah per prendere il posto del padre. Ha studiato teologia nei seminari di Qom, ma non ha ancora la competenza religiosa necessaria. Non importa. È abituato a ignorare le regole. Ha problemi più gravi davanti. La guerra, l’opposizione interna, la crisi economica, il rischio di essere ucciso.

La stessa procedura della nomina è ancora un mistero. Il presidente Masoud Pezeshkian aveva annunciato domenica che il successore sarebbe arrivato «anche in due, tre giorni». Ha mantenuto la parola. È riuscito a dare la sensazione che il sistema tiene, governa nonostante non abbia difese aeree e le spie abbiano infiltrato la rete. Usa e Israele hanno cercato di impedire l’elezione. Lunedì è stata distrutta a Teheran la sede dell’Assemblea degli esperti, quella sorta di Corte Costituzionale che doveva scegliere il successore. Ieri hanno sgretolato un ufficio dell’Assemblea a Qom e poi un palazzo a Teheran dove, dicevano gli israeliani, «era in corso la riunione per eleggere il sostituto di Ali Khamenei». Si sbagliavano. Ma la caccia a Mojtaba, c’è da giurarci, continua.ivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile. Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.”

Un appello alla pace anche per il conflitto tra Pakistan ed Afganistan,“per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.

Il Papa si è detto “vicino alle popolazioni dello Stato brasiliano di Minas Gerais, colpite da violente inondazioni. Prego per le vittime, per le famiglie che hanno perso la casa e per quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso”. 

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Il pensiero anche al Cameroun nel saluto di un gruppo di fedeli del paese che vivono a Roma: avrò la gioia di visitare il paese in aprile.

I tristi anniversari del nuovo impero

di Stefano Caprio – Asia News – 28 Febbraio 2026

I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali. 

Nel giro di un mese si sono succeduti gli anniversari che celebrano la nuova ideologia imperiale del mondo contemporaneo, tra Russia e America. Il 20 gennaio si è ricordato il primo anno del nuovo mandato di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, del Venezuela, della Groenlandia e di molto altro. Il 25 febbraio sono scaduti i 12 anni dall’occupazione russa della Crimea, quando nel 2014 è realmente iniziato il conflitto con l’Ucraina dopo l’Euromaidan. E il 24 febbraio è iniziato il quinquennio dell’invasione vera e propria dell’Ucraina, la guerra “speciale” che ha completato la precedente fase “ibrida”, anche se già molto sanguinosa.

Il 3 gennaio era stata celebrata una festa preventiva delle date imperiali, con l’operazione speciale “impeccabile” degli americani a Caracas e il rapimento di Nicolas Maduro, l’amico di Putin. Eppure questa azione non si può considerare un nuovo inizio di guerra fredda tra Usa e Russia, ma un episodio sintomatico della nuova era del neo-imperialismo, senza bisogno di tante ideologie e con facili scambi di bandiere a tutte le latitudini. Non siamo in realtà di fronte alla nuova contrapposizione di due blocchi mondiali, Oriente contro Occidente, Nord globale contro Sud globale. Al di là delle facili retoriche di regime, è la realizzazione di un nuovo sistema, in cui le grandi potenze agiscono sulla base di logiche “multipolari” di potere e di affari.

L’operazione Absolute Resolve in Venezuela non deve essere considerata come “una guerra” secondo la dirigenza americana, così come non si può chiamare “guerra” l’invasione dell’Ucraina. La prima è una “azione delle forze dell’ordine contro la delinquenza internazionale”, la seconda è la “difesa dei russi del Donbass dal genocidio neo-nazista”, con formulazioni sempre più variopinte e grottesche a seconda della regione e della storia locale. Nelle ultime trattative di Ginevra tra russi, ucraini e americani, il capo-delegazione russo Vladimir Medinskij ha giustificato le pretese di Mosca risalendo al Battesimo di Kiev del 988, che secondo la ricostruzione storica sarebbe da attribuire al Cremlino come eredità “morale e spirituale”, in una disputa medievale mai risolta sull’identità della Russia e dell’Ucraina.

Un relitto del passato appare del resto lo stesso diritto internazionale, completamente ignorato sia in Crimea e nel Donbass, sia a Caracas, senza consultare non soltanto l’Assemblea dell’Onu, ma neppure il Congresso americano, per non parlare della psichedelica Duma di Mosca. L’ultima assemblea generale dell’Onu ha approvato una generica risoluzione di “sostegno della pace in Ucraina” con 107 voti a favore, 12 contrari e 51 astenuti in ordine sparso, mentre le prospettive di pace e ricostruzione della striscia di Gaza vengono discusse nel fantasioso Board of Peace di Trump che ne è il “presidente a vita” e il cui obiettivo, secondo lo statuto, è quello di “promuovere la stabilità, restaurare governi affidabili e legittimi e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti”. Il biglietto d’ingresso a questa “struttura di sostegno dell’Onu” costa un miliardo di dollari, tranne i biglietti omaggio offerti a spettatori e “osservatori”, e raduna 24 Paesi sui 60 invitati allo spettacolo.

Come osservano diversi commentatori, questi eventi nell’arena internazionale possono essere considerati una trasformazione del neo-colonialismo, tipico della seconda metà del XX secolo, nella nuova forma del neo-imperialismo in cui si risolve la svolta globalista dell’inizio del XXI secolo. Non si parla più di “lotta al comunismo” in nome dei valori liberali; semmai la “missione civilizzatrice” viene sbandierata dagli ex-comunisti contro la “degradazione liberale”, con varianti retoriche sempre più nebulose e contraddittorie.

Il neo-imperialismo russo si distingue principalmente da quello americano non tanto per i contenuti, quanto per il linguaggio della retorica. Gli americani individuano dei valori universali per giustificare le proprie azioni, come la sicurezza, il diritto, la lotta alla criminalità, mentre la Russia agisce secondo la logica degli “ambiti storici d’influenza”, negando ai Paesi vicini ex-sovietici (e non solo) una soggettività statale autonoma e integrale. Queste pretese della Russia, generate dal risentimento per la fine dell’impero sovietico, risalgono a molto prima delle date celebrate in questi giorni, ricordando ad esempio l’invasione russa della Georgia nel 2008, quando l’allora presidente ad interim della Russia, Dmitrij Medvedev, affermò direttamente che Mosca aveva “interessi privilegiati” in molte regioni del mondo, a partire dallo spazio post-sovietico, dichiarazione da lui rilasciata quando era ancora sobrio e moderato.

Lo schema del 2008 portò alla formazione delle “repubbliche indipendenti” dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, “quasi-annesse” alla Russia, mentre quelle della Crimea e del Donbass sono state inserite nella Federazione pur senza averle conquistate integralmente; anzi, sono rimaste in bilico perfino in questi giorni, grazie alla controffensiva ucraina facilitata dalla sospensione dei collegamenti russi ai satelliti Starlink di Elon Musk, forse il personaggio più simbolico di questo tempo di totale disorientamento nei cieli e sulla terra. A luglio del 2021 era stato pubblicato un articolo di Vladimir Putin “Sull’unità storica di russi e ucraini”, in cui spiegava che l’Ucraina era il frutto di un errore storico, da attribuire all’insufficiente visione civilizzatrice del capo rivoluzionario Vladimir Lenin, in parte corretto dallo spirito “missionario” del dittatore georgiano Josif Stalin.

Non a caso, il proclama putiniano era apparso due mesi dopo l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, l’evento simbolico della fine del neo-colonialismo proprio su un territorio dove si era conclusa la guerra fredda tra i due grandi blocchi coloniali di Oriente e Occidente. I russi hanno quindi interpretato questa svolta come il “via libera” alla costruzione del neo-imperialismo, radunando alle frontiere dell’Ucraina masse di soldati mentre gli americani li ritiravano dall’aeroporto di Kabul, lasciando i propri ex-coloni in balia dei talebani, diventati i nuovi grandi amici del Cremlino.

Si può ricordare un’altra data simbolica, il 12 febbraio 2016, quando giusto 10 anni fa avvenne lo storico abbraccio all’aeroporto dell’Avana tra il patriarca ortodosso di Mosca Kirill e il papa di Roma Francesco, incrociando le origini latino-americane del pontefice con la giurisdizione pastorale del patriarca sulla terra cubana di eredità latino-sovietica. Quell’incontro non servì a risolvere il contenzioso millenario tra cattolici e ortodossi, ma costituì un’ottima giustificazione per benedire l’intervento dei russi in Siria, fermando le velleità americane. La Siria è stata per la Russia un’ottima palestra di formazione delle “guerre ibride”, favorendo la creazione di compagnie militari pronte ad ogni intervento “speciale” come i ceceni kadyrovtsy e i “musicisti” della Wagner di Evgenij Prigožin, i principali protagonisti dell’invasione russa in Ucraina.

Gli anniversari del passato recente e remoto s’intrecciano, si accavallano e si contraddicono, senza lasciar intravvedere quali potrebbero essere le nuove svolte storiche del futuro prossimo e lontano. I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali. Gli ucraini confidano nella loro forza di resistenza e nella speranza di una ricostruzione materiale e morale del Paese, senza farsi inghiottire dal mostro putiniano, e i palestinesi sognano di rivedere la luce da sotto le macerie, magari per vivere nella nuova stazione turistica della Gaza trumpiana.

Gli americani sono dilaniati tra il sostegno alla nuova ideologia imperial-commerciale e la difesa delle libertà di ogni forma di espressione morale e sociale, mentre gli europei, esperti storici delle guerre intestine di ogni genere, faticano a comprendersi tra loro per esprimere una posizione capace di influire sulle pretese neo-imperiali di Mosca e Washington, con il silenzioso sguardo di Pechino che sembra assai compiaciuto dallo svolgersi degli eventi mondiali. I più disorientati di tutti appaiono peraltro proprio i russi, nonostante l’ossessiva propaganda patriottica interna che penetra nelle famiglie e nelle scuole a cominciare dagli asili, perfino dagli asili-nido dei figli generati a suon di rubli dalle ragazze minorenni.

La società russa considera la guerra un evento inevitabile, da sopportare passivamente o sfruttare economicamente, a seconda delle regioni povere o delle metropoli ricche in cui si vive. Sprofondare nelle trincee fangose del Donbass non è poi tanto peggio del lavoro oscuro nelle miniere della Siberia, la paga è migliore e la morte una garanzia per la famiglia. Il popolo russo non capisce il suo destino perché non vuole capirlo, e secondo i capi del Cremlino non deve capirlo, deve accettarlo passivamente fidandosi della protezione dall’alto. Questa protezione appare assai poco credibile e soffocante, e non si vedono vie d’uscita per chissà quanto tempo, sperando di non dover commemorare troppi quinquenni di guerra universale.

Teheran ore 9.30: così è iniziato l’attaco di Usa e Israele contro l’Iran

di Andrea Nicastro-corriere della Sera- 1 Marzo 2026

L’operazione «Roaring Lion», leone che ruggisce, comincia come guerra preventiva contro il rischio Iran

invece la resa dei conti è cominciata in piena luce, quando a Teheran erano le 9 e mezza del mattino e, bevuto il the, la gente si sedeva alla scrivania. Il primo obbiettivo era Alì Khamenei, la Guida suprema, l’ayatollah che guida l’Iran da 37 anni. E Donald Trump su Truth ne ha annunciato la morte. «È una grande occasione per gli iraniani».

L’operazione «Roaring Lion», leone che ruggisce, comincia come guerra preventiva contro il rischio Iran. Alla Casa Bianca dicono che avesse i missili pronti a colpire, ma la nuova guerra del pacifista Trump è qualcosa di molto di più. L’ha detto il presidente americano, l’ha ripetuto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. È una sfida che dura da 47 anni. 

La Repubblica islamica è un’eccezione che va estirpata. Agli Usa brucia ancora l’oltraggio del 1979 della presa dell’ambasciata. Brucia a Tel Aviv la sconfitta del 2006 quando Hezbollah, una milizia armata e addestrata dall’Iran, obbligò l’esercito israeliano a ritirarsi dal Libano. Una macchia sulla fama di invincibilità dello Stato ebraico. E allora si combatte per vincere, finire il lavoro.

«Guerra per scelta» l’ha battezzata il New York Times. Nessuno deve più gridare «morte all’America», «morte a Israele». Il momento è propizio. La «mezza luna sciita» che voleva buttare gli israeliani in mare non è mai stata così debole. L’«asse della resistenza» è in pezzi.

L’esito preferito da Washington e Tel Aviv sarebbe decapitare il regime di Teheran e lasciare il potere a chi da anni protesta nelle strade. La storia recente, però, ha pochi esempi di rivoluzioni guidate da bombardieri. La Serbia di Slobodan Milosevic è uno, ma c’è poco altro. Il piano B assomiglia a una versione sotto steroidi di quanto appena realizzato in Venezuela. Eliminati i leader principali (in cella Maduro, sotto le macerie Khamenei), spazio a seconde file del regime disponibili a cambiare rotta. «Arrendetevi e avrete l’immunità» ha detto Trump alle forze armate iraniane e ai Pasdaran.

O in sella o morti

Piano d’attacco e obiettivi sono chiari. Resta da misurare la capacità di sopravvivenza degli ayatollah, dei Guardiani della Rivoluzione, dei paramilitari Basiji, dei politici, dei funzionari, dei magistrati che hanno sposato il regime. Saranno 10/15 milioni su 90 di iraniani. Sanno che o ne escono vivi e in sella o sono morti comunque. 

Non sarà facile distruggere un sistema che ha superato 10 anni di guerra con l’Iraq, sanzioni economiche e rivolte popolari. Appaiono alle corde, ma restano determinati. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi ha deriso l’appello di Trump al cambio di regime: «È una “mission impossible”». 

C’è da aspettare per capire chi ha ragione. Usa e Israele hanno i mezzi per far durare a lungo il conflitto. L’Iran è grande, ma in crisi economica, il governo impopolare e per di più, se Trump ha ragione e Khamenei è morto, potrebbe cadere il velo della Repubblica teocratica per rivelarsi quel che nei fatti è da anni, una dittatura militare, ma magari ora potrà essere anche più pragmatica.

Lanciatori nel mirino

Partono i caccia dagli aeroporti israeliani, dalle basi e dalle portaerei americane, caricano carburante in volo ed entrano in Iran subito dopo la prima salva di missili. Il presidente Massud Pezeshkian ha l’ufficio sbriciolato. Forse un ingorgo nel traffico l’ha salvato. Non così fortunati il ministro della Difesa Amir Nasirzadeh e il comandante delle Guardie della Rivoluzione Mohammed Pakpour dati per uccisi da altrettanti missili.

Un diluvio di bombe si è abbattuto a ondate successive sui centri di comando, quel che restava delle difese aeree e i lanciatori dei missili. Teheran denuncia decine di civili uccisi. In una scuola elementare a Minab, nel Sud del Paese, sarebbero morte più di 100 bambine, in una palestra altri 15. Impossibile da verificare, ma che con una tale pioggia di fuoco ci siano «danni collaterali» è certo. 

Usa e Israele hanno almeno 500 jet a disposizione, aerei cisterna per tenerli in volo e migliaia di missili. Uno schieramento militare come non si vedeva dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Possono sostenere l’offensiva a lungo. Ci sono voluti due mesi per allestire l’Armada. Il 28 dicembre è stato il giorno più sanguinoso della repressione interna nella Repubblica Islamica, il 28 febbraio Trump ha mantenuto la promessa di aiutare i manifestanti a «liberarsi». Due mesi.

Attaccati, i Guardiani della Rivoluzione hanno reagito. Le milizie alleate per il momento sono alla finestra. Ce ne sono in Libano, Iraq, Yemen. É bastato l’Iran a trasformare lo scontro in guerra regionale. Non contro altri Paesi, ma contro le basi Usa presenti in Qatar, Emirati, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein. E’ lì che Teheran ha maggiori probabilità di fare danno. 

Missili e droni iraniani ovunque con incendi e vittime collaterali. Se morissero soldati americani, se colasse a picco una nave, forse il presidente Usa tirerebbe il freno a mano. E’ una delle poche carte della Repubblica Islamica. L’altra è provocare uno choc petrolifero così che Europa, India, Cina premano per la fine delle ostilità. Ci sta provando bloccando lo Stretto di Hormuz. Le petroliere avvisate via radio sono all’ancora. Per la flotta militare Usa tentare di forzare il blocco è un grosso rischio. «Le vite di coraggiosi eroi americani possono andare perdute come spesso accade in guerra – ha ammesso il presidente -, ma questa è una nobile missione, lo facciamo per il futuro».

Lanciatori nel mirino

Decine di missili sono stati lanciati anche contro Israele, ma le difese dello Stato ebraico sono troppo potenti e li hanno intercettati. Un solo civile ferito nel nord per la caduta di un frammento. Quattro morti invece in Siria e feriti in Libano, sempre per la caduta di ordigni iraniani colpiti in volo. Israele è tristemente abituato alla guerra. Sirene e rifugi antiaerei sono entrati in una routine di stress, ma comunque ieri un centinaio di israeliani sono rimasti contusi mentre scappavano nei rifugi o per attacchi di panico. La differenza con l’Iran è clamorosa. Ogni colpo contro la Repubblica Islamica va a segno. Invece, su mille missili lanciati a giugno contro Israele, solo 3 o 4 hanno perforato le difese dello Stato ebraico. Ieri un missile iraniano è riuscito a perforare lo scudo, colpendo un edificio nel centro di Tel Aviv e uccidendo almeno una persona.

Le ultime notizie in diretta | Attacco Usa-Israele all’Iran, i media israeliani: «Khamenei è morto, recuperato il corpo». Missili di Teheran su Israele, Dubai e basi Usa nel Golfo

di Andrea Nicastro – Corriere della Sera 28 Febbraio 2026

Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco su larga scala contro l’Iran: «Non possono avere la bomba atomica», ha detto Trump, chiedendo agli iraniani di «riprendere in mano il proprio destino». Media iraniani: «Colpita una scuola, almeno 50 morti»

  • Dopo settimane di tensione, Stati Uniti e Israele hanno lanciato oggi l’attacco sull’Iran avendolo «pianificato per mesi». L’azione è definita «preventiva»: l’intento dichiarato è quello di «impedire che Teheran abbia armi atomiche»
  • Secondo Israele, Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, sarebbe stato ucciso durante un attacco israeliano. Le agenzie di stampa iraniane – legate al regime – smentiscono: «È risoluto e fermo al comando»
  • Nelle scorse settimane, i negoziatori di Iran e Stati Uniti si erano incontrati a Ginevra per cercare un accordo sul nucleare. L’ultimo summit, giovedì, aveva dato risultati di cui Trump si era ieri detto «deluso»
  • Da settimane gli Usa accumulavano nell’area mezzi militari. Nella zona si trovano ora due portaerei e centinaia di caccia statunitensi, oltre a mezzi di supporto
  • L’Onu si è detto contrario agli attacchi, chiedendo che le parti tornino al tavolo dei negoziati. La Francia ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Condanna di Mosca e Pechino:  «Aggressione immotivata.


Trump: «Khamenei è morto»
22:40 | 28 Febbraio

Il presidente Usa ha dichiarato che Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è morto. 

«Era una delle persone più malvagie della storia. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali», ha scritto il presidente su Truth.

Trump: «Morta la maggior parte della gente che prende decisioni in Iran»

«La maggior parte delle persone che prendono decisioni in Iran non ci sono più»: lo ha dichiarato il presidente americano, Donald Trump, che ha anche ribadito che gli Usa reputano «corretta» la notizia della morte di Khamenei.

21:27 | 28 Febbraio

Le agenzie di stampa iraniane smentiscono la morte di Khamenei

Le agenzie di stampa iraniane Tasnim e Mehr riportano che Khamenei – al contrario di quanto sostenuto da Israele e Usa – è «risoluto e fermo nel comandare il campo di battaglia».

​«Dobbiamo tutti essere vigili contro la guerra psicologica del nemico», ha dichiarato l’ufficio della Guida Suprema iraniana in una nota. 

21:24 | 28 Febbraio

Anche Usa certi che Khamenei sia morto. Con lui sarebbero stati uccisi altri 5-10 leader iraniani 

Secondo quanto riferito da Axios, Israele avrebbe informato Donald Trump dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei. Un alto funzionario Usa ha poi confermato a Fox che gli Usa ritengono che Khamenei e 5-10 alti leader iraniani siano stati uccisi.

Media riportano che Khamenei è morto, a Teheran applausi alle finestre

Media indipendenti come Iran International, che è una testata basata a Londra, riportano che Ali Khamenei è stato ucciso durante l’attacco di Stati Uniti e Israele oggi: a Teheran, riportano alcune testimonianze, la gente sta applaudendo alle finestre per celebrare l’evento.

21:08 | 28 Febbraio

Foto del cadavere di Khamenei mostrate a Trump e Netanyahu

Una foto del cadavere della Guida suprema iraniano, Ali Khamenei, è stata «mostrata» al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al presidente americano, Donald Trump. Lo riportano due emittenti israeliane.

Il leader iraniano sarebbe stato ucciso nel raid israeliano sul suo compound, condotto questa mattina.

​Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaei Baghaei, ha dichiarato di non avere nulla da dire al riguardo. 

21:01 | 28 Febbraio

Secondo un alto funzionario Usa, Trump «non aveva scelta»: i motivi dietro l’attacco 

Trump, secondo un alto funzionario dell’amministrazione Usa citato dall’agenzia Reuters, «non aveva scelta»: l’attacco all’Iran era necessario. Prima di tutto perché non c’era «alcuna serietà» da parte iraniana nelle trattative. «I negoziatori statunitensi», spiega, «hanno stabilito che era chiaro che l’Iran volesse conservare la capacità di arricchimento per poter realizzare in seguito un programma di armi. Gli Usa hanno offerto loro di fornire gratuitamente combustibile nucleare per sempre, ma l’Iran ha insistito sulla capacità di arricchimento». «Gli Stati Uniti», aggiunge, «hanno offerto all’Iran molti modi per avere un programma nucleare civile e pacifico, ma queste proposte è stato accolto con giochi e trucchi».

Oltre che sull’arricchimento dell’uranio, secondo gli Usa, l’Iran si era rifiutato di trattare sui missili balistici, ma anche sulò suo supporto a «forze terze». L’amministrazione, inoltre, aveva accesso a informazioni dei servizi segreti secondo cui, prosegue la fonte, «l’Iran stava ricostruendo tutto ciò che era stato distrutto negli attacchi dello scorso giugno». 

20:49 | 28 Febbraio

Iran: «Daremo lezione indimenticabile a sionisti e Usa»

«Faremo pentire i criminali sionisti e gli americani privi di qualità. I valorosi soldati e la grande nazione iraniana daranno una lezione indimenticabile agli oppressori infernali internazionali». Lo scrive su X Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran. 

20:41 | 28 Febbraio

Un funzionario israeliano: «Khamenei morto, recuperato il corpo»

Un funzionario israeliano – citato sia da Channel 12 che da Sky News Arabia – conferma l’uccisione di Khamenei e il recupero del suo corpo da sotto le macerie del suo compound a Teheran. L’emittente israeliana Channel 12 riferisce che immagini del corpo della Guida suprema sono state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.

20:37 | 28 Febbraio

Trump: «Iraniani erano vicini ad accordo con noi, poi si sono ritirati»

All’Iran «serviranno anni per riprendersi da questo attacco». Lo ha detto il presidente americano, Donald Trump, ad Axios. Gli iraniani, ha spiegato, erano giunti a un passo da un’intesa con gli Usa, ma poi si sono tirati indietro: «Lì ho capito che non volevano davvero un accordo». Il presidente Usa ha poi aggiunto che sceglierà «se prolungare un attacco o se concluderlo in pochi giorni». 

20:25 | 28 Febbraio

Idf: «Iran ha lanciato bombe a grappolo su area civile in Israele»

«L’Iran ha lanciato intenzionalmente missili contenenti sub-munizioni a grappolo contro un’area civile densamente popolata in Israele. Le armi a grappolo sono progettate per disperdersi su un’ampia superficie e massimizzare le probabilità di colpire, aumentando il rischio di danni estesi»: lo riferisce l’esercito israeliano in una nota. 

«L’Iran ha agito con l’intento di massimizzare i danni ai civili israeliani. Dirigere attacchi contro civili costituisce un crimine di guerra. Continueremo a operare per proteggere Israele in conformità con il diritto internazionale», aggiunge l’Idf.

20:06 | 28 Febbraio

Netanyahu: «Ci sono segnali che Khamenei sia morto». Poi si rivolge agli iraniani: «Invadete le strade e finite il lavoro»

Secondo il premier israeliano Netanyahu, ci sono «segnali» che Khamenei sia morto. Nel suo videomessaggio, il leader israeliano spiega che l’Iran «non può avere armi che ci minacciano», ringrazia Trump per l’operazione militare coordinata e si dice certo che «questa guerra porterà a una vera pace». «I prossimi giorni», aggiunge, «vedranno l’attacco a migliaia di obiettivi in Iran».
Poi si rivolge ai cittadini e alle cittadine dell’Iran: «Scendete in piazza e finite il lavoro

Guerra in Iran, l’ordine d’attacco, gli obiettivi dei raid, la risposta di Teheran: cosa sta succedendo nel Golfo

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 18 Febbraio 2026

La strategia e i tempi. Dove potrebbe nascondersi l’ayatollah Alì Khamenei

Un’azione coordinata Usa-Israele contro l’Iran sferrata in pieno giorno e con i negoziati ancora in corso. Gli israeliani l’hanno ribattezzata «Ruggito del Leone» mentre gli americani la chiamano Epic Fury. Teheran, invece, ha definito la sua rappresaglia «Vera Promessa 4».

La mossa

L’ordine d’attacco sembrava imminente ma si riteneva che ci fosse ancora spazio per la trattativa. Invece la Casa Bianca, insieme a Tel Aviv, ha bruciato i tempi. È la seconda volta che accade nel confronto con l’avversario.

I target

I raid hanno colpito diverse località in tutto il paese. Nella capitale sono stati presi di mira sedi istituzionali e militari. Tra questi la sede dell’intelligence, Beit E Rahbari (centro di comando e controllo), caserme, gli uffici del Consiglio di Sicurezza. Diversi alti ufficiali sono stati sorpresi nel corso di riunioni in un nuovo tentativo di decapitazione. Il regime, su questo aspetto, ha adottato contromisure su più livelli ma non è bastato. Mancano notizie precise sulla sorte dell’ayatollah Khamenei che, stando ad una versione, era stato trasferito in un luogo sicuro. A Tel Aviv non escludono che sia stato ucciso, ma non vi sono conferme ed è noto che il governo ha adottato un sistema con la designazione di tre figure importanti che deve assicurare una successione temporanea. Stessa cosa è stata studiata per i vertici di guardiani e forze armate. Secondo le fonti locali il presidente Massud Pezeshkian sarebbe illeso mentre ci sono notizie sulla morte del comandante dei pasdaran, Mohammed Pakpour, e del ministro della Difesa Amir Nasizardeh. «Abbiamo perso uno o due generali ma non è un problema», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Pesante poi il bilancio a Minab dove è stata distrutta una scuola. Oltre 50 le vittime.

Gli strike hanno poi coinvolto la rete missilistica, i bunker, gli apparati radar, gli aeroporti e le basi della Marina. Segnalate esplosioni nella città santa di Qom, a Isfahan, Karaj, Kermanshah, Khorramabad, Chabahar. Tutte località che accolgono installazioni strategiche. Non ci sono ancora notizie sui siti nucleari, già danneggiati dai bombardamenti nella guerra di giugno. Da tempo gli ingegneri hanno cercato di rinforzare le protezioni all’ingresso dei tunnel. Molti di questi laboratori sono nel sottosuolo o all’interno di montagne, bersagli per i quali sono necessari ordigni potenti. Secondo l’esperto di Axios, Barak Ravid, in questa prima fase c’è stata una divisione di compiti: gli israeliani hanno dato la caccia ai rappresentanti della gerarchia sorprendendo alcuni durante riunioni mentre gli americani si sono occupati della distruzione di missili e lanciatori. L’IDF, poi, ha dedicato molta attenzione agli equipaggiamenti antiaerei, la loro neutralizzazione è necessaria per favorire corridoi di attacco. Infatti, funzionari statunitensi citati dalla CNN, prevedono una serie di ondate alternate a pause per verificare gli esiti.

Azioni parallele

Internet paralizzato, incursioni hacker contro media iraniani mentre l’account in farsi attribuito al Mossad ha lanciato un appello a diffondere immagini e notizie. Insieme all’iniziativa bellica c’è quella propagandistica per seminare confusione, alimentare incertezza, enfatizzare le perdite. Non è da escludere che, come in passato, abbiano agito agenti reclutati da israeliani e americani, membri dell’opposizione armata in grado di condurre missioni coperte.

I tempi

Washington e Tel Aviv hanno precisato che sarà un’offensiva prolungata, non limitata nel tempo. I messaggi pubblici diffusi dallo stesso Trump e dagli israeliani esprimono la volontà di un cambio drastico, auspicano il rovesciamento del regime, delineano la distruzione dell’arsenale della Repubblica islamica, sperano in fratture in un sistema di potere composito, invitano alla resa, offrono «perdono» a chi cambia campo. Sono parole che danno l’idea di qualcosa di più ampio di uno strike.

La risposta

Intanto i pasdaran hanno annunciato le prime rappresaglie con i missili terra-terra, una reazione piuttosto rapida rispetto al precedente round: i militari hanno lanciato entro due ore dopo il primo attacco. È scattato l’allarme da Israele fino alle sponde del Golfo Persico. In Bahrein è stato centrato il comando della V flotta statunitense (pare sia stata centrata). Esplosioni in Qatar, altro tassello rilevante dello schieramento americano con la base di al Udeid, ad Al Dhafra (Abu Dhabi), nella capitale saudita Riad e nella regione orientale, e in Kuwait (sede sicurezza nazionale) dove sono state attivate le batterie antiaeree. I giordani, a loro volta, hanno comunicato di aver neutralizzato due ordigni in arrivo.

Le ultime stime sostengono che gli iraniani hanno a disposizione almeno 2 mila vettori con i quali attaccare le molte basi Usa nel Medio Oriente e obiettivi nello Stato ebraico. Armi ai quali si aggiungono le ondate di droni-kamikaze. Pronte ad agire anche le milizie amiche: un primo segnale in questo senso è arrivato dagli Houthi nello Yemen e sono dunque prevedibili incursioni contro il traffico navale in Mar Rosso. Gli ayatollah, se messi con le spalle al muro, giocheranno la carta dell’allargamento del conflitto, un modo per sottolineare che ci sono conseguenze per tutti. Sul piano economico, in termini di stabilità e sicurezza.

Report ufficiosi indicano raid da parte statunitense sulla caserma di Kataeb Hezbollah alla periferia di Bagdad, una fazione sciita irachena alleata dei mullah. La continuazione di quanto fatto, nelle ultime settimane, dagli israeliani nel sud del Libano sulle posizioni dell’Hezbollah. Un martellamento preventivo per ridurre le capacità di ritorsione.

Il futuro

I pericoli sono tanti come lo sono i dubbi. Del resto, alla vigilia dell’operazione, persino il Pentagono ha fatto trapelare obiezioni di ordine tecnico ma anche politico. Le scorte di munizioni, i costi della mobilitazione, le perdite di vite umane, i danni materiale. Indiscrezioni che, da un lato, hanno rappresentato un diversivo ma, dall’altro, hanno recepito le analisi inquiete sul «dopo». Nessuno ha certezze e il Medio Oriente, con le infinite diramazioni, è una trappola di sorprese.


Voci da Teheran sotto le bombe: «Questa è la nostra battaglia finale». E dopo il panico la città precipita nel silenzio

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

C’è chi festeggia i raid con balli e slogan contro la Repubblica islamica, e c’è già chi piange i figli morti

Amina ha litigato con il figlio Ashkan, che ha 14 anni, perché voleva correre sul tetto di casa per riprendere con il cellulare il fumo delle bombe salire verso il cielo. «Non capisce quanto sia pericoloso», ci scrive. Abitano a Niavaran un quartiere a nord di Teheran e da oggi sono in guerra. «Ce lo aspettavamo, non abbiamo mai creduto ai negoziati.  Sono settimane che non riesco a dormire», racconta la donna che è una fotografa. A volte i messaggi arrivano, altre volte rimangono appesi. Segno che Internet sta per spegnersi. In molti cercano di lasciare la capitale. Ghazaleh invia una lista di informazioni: «La gente è in coda per la benzina alle stazioni di servizio. I supermercati sono presi d’assalto. Si compra pane e generi alimentari, ci sono lunghe file ovunque. In alcune parti della città non ci si muove». Ci domanda, prima di scomparire: «Dicono che hanno bombardato la casa di Ahmadinejad e il compound di Khamenei. Sono morti?». 

Le sirene non suonano, a Teheran. Nemmeno a Shiraz o Tabriz. Girano video di ragazzini delle scuole medie che applaudono mentre le bombe fumano. Video di una donna che urla al cielo «grazie, zio Trump», di altre signore che ballano in mezzo alla strada. Ci scrive Niloofar che va a scuola: «Eravamo in classe quando abbiamo sentito degli enormi boati. Siamo molto spaventati, c’è chi è svenuto e chi è andato in panico. La gente sembra felice, per le strade suonano il clacson e gridano slogan contro il regime. Ho fatto dei filmati ma non riesco mandare niente perché internet praticamente non funziona». Niloofar ha solo 17 anni e dice: «Questa è la nostra battaglia finale».

Lo abbiamo imparato dalle proteste di gennaio, quelle in cui il popolo è sceso nelle strade per chiedere la fine della dittatura. Quelle in cui gli ayatollah hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, segnando la pagina più sanguinosa della Repubblica islamica. A differenza del passato, molti iraniani pensano che solo un aiuto esterno li libererà dalla morsa del regime che piega vite, sogni e portafogli. Ce lo confermano coi filmati di ragazze che ridono e festeggiano mentre Teheran viene bombardata. Sono scene difficili da comprendere se non si mette in conto l’effetto che hanno 47 anni di divieti e ingiustizie perpetrati da una delle dittature più sanguinarie al mondo.

 Ma la speranza della fine degli ayatollah – presi di mira dai raid israeliani e americani – non protegge dai morti, perché alla fine la guerra si assomiglia sempre. Quando accade, poi, ha a che fare più con i corpi che con le ideologie. Ci arrivano video di persone che scappano nella nebbia del fumo delle bombe. Che piangono, che si disperano. Sarebbe salito a 53 il numero delle bambine uccise nell’attacco contro una scuola elementare femminile nel distretto di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, riportano i media iraniani. «Non posso pensare a quei genitori, e se domani fossi una di quelle madri? Abbiamo paura che sia una guerra lunga. Non so se ho la forza per reggere ancora così tanto dolore», scrive Mina che ci racconta anche delle strade vuote all’improvviso, e di uno strano silenzio piombato su Teheran. Negli ospedali i pazienti più gravi vengono spostati in altri luoghi più sicuri. Ci ricordano: a Teheran non ci sono bunker. 

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