di Redazione Online – Corriere della Sera – 1 Maggio 2026
Le notizie di venerdì 1 maggio sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, in diretta. Centcom, «bloccate 42 petroliere, per l’Iran perdita finanziaria di 6 miliardi di dollari»
Il 28 febbraio Usa e Israele hanno attaccato l’Iran. Uccisi Khamenei e decine di leader di governo. L’Iran ha risposto colpendo Israele, le basi Usa nel Golfo e i Paesi che le ospitano, bloccando il trasporto di petrolio nello Stretto di Hormuz e mobilitando Hezbollah in Libano
Il 23 aprile è stata annunciata una proroga al cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano iniziato il 17 aprile. La tregua potrebbe rappresentare un primo passo in avanti per un accordo tra Iran e Usa, ma i negoziati sono in stallo. Gli inviati Usa Witkoff e Kushner dovevano incontrare la delegazione iraniana a Islamabad, ma non sono partiti per il Pakistan: Trump li ha fermati
Dopo l’annuncio del cessate il fuoco Usa-Libano, l’Iran ha riaperto (e poi richiuso) lo Stretto di Hormuz. Trump ha precisato che il blocco navale Usa – in vigore dal 13 aprile e relativo solo a navi che navigano da/per porti iraniani – resta in vigore
Il ministro iraniano Araghchi: «Valutiamo la richiesta di colloqui diretti con gli Usa». Putin lo riceve a San Pietroburgo. Rubio: «Non possiamo tollerare che Teheran gestisca Hormuz»
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Il punto della situazione, ad ora: Trump, la «tempesta inevitabile» e le parole sull’Italia
(Luca Angelini) «La tempesta è ormai inevitabile», tuona Donald Trump sul suo social Truth. Il posto degli americani è «in fondo al mare del Golfo Persico», si era premurato di far sapere, poco prima, Mojtaba Khamenei, l’invisibile Guida Suprema di un Iran la cui popolazione, racconta Greta Privitera, è sempre più allo stremo.
A Trump, i vertici del comando americano Centcom avrebbero presentato opzioni militari che includono piani per raid brevi, intensi e chirurgici, per piegare Teheran e costringerla a negoziare. Il regime si dice pronto a rispondere colpo su colpo, ma anche diversi esperti dubitano che questa strategia possa sbloccare lo stallo. L’ex generale americano Mark Kimmitt dice: «Credo che se ci aspettiamo che una breve serie di attacchi contro di loro li costringa a tornare ai negoziati alle nostre condizioni, dobbiamo ripensarci».
Commenta l’ambasciatore Giampiero Massolo: «Qui entra in gioco l’apoteosi della minaccia della forza, mista allo stupore che ad essa non corrisponda l’immediata resa della controparte iraniana. L’escalation verbale per evitare di far seguire i fatti (densi di rischi) alle parole. Inconcepibile per lui che non si ceda al più forte. In fondo, è la stessa logica applicata agli alleati europei: codardi da sanzionare, con sprezzo e ignoranza dei loro vincoli costituzionali e di bilancio. Sgrammaticature americane, certo. Ma è ancora la geopolitica a riproporsi. Il richiamo alla realtà. Davvero gli ayatollah credono di poter conservare a lungo il loro potere mentre l’Iran rischia la distruzione? E gli europei per quanto tempo ancora pensano di potersi estraniare da un conflitto che coinvolge la loro stabilità economica, energetica e sociale? La geopolitica ha le sue regole. Talvolta, fermarsi alle parole può far perdere il senso delle cose».
In ogni caso, anche ieri Trump ha trovato tempo e modo di attaccare pure i Paesi alleati, Italia inclusa. «Ha parlato della possibilità di ritirare alcuni soldati dalla Germania. Prenderebbe in considerazione di fare la stessa cosa con la Spagna e l’Italia?» – gli chiesto ieri sera una giornalista americana, durante una conferenza stampa-fiume di 50 minuti nello Studio Ovale. E Trump ha replicato: «Sì, probabilmente, perché non dovrei? L’Italia non è stata d’alcun aiuto. E la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile. Sapete, è la Nato». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, commenta: «Non capirei le ragioni di un ritiro».
Oggi dovrebbero scadere i 60 giorni dopo i quali il presidente dovrebbe chiedere l’autorizzazione al Congresso per continuare la guerra in base al War Powers Act; ma il capo del Pentagono Pete Hegseth ha sostenuto ieri al Senato che il conteggio dei 60 giorni si è interrotto per via del cessate il fuoco.
Ma è sul fronte libanese che la pressione si fa insostenibile: ieri, almeno 28 persone sarebbero state uccise nei raid aerei israeliani nel sud del Libano, segno che la guerra continua a correre. In un colloquio con Axios, Trump ha rivelato di aver chiesto a Benjamin Netanyahu di intraprendere solo azioni «chirurgiche», ammonendo: «Non abbattere edifici. Non può farlo. È terribile e fa fare brutta figura a Israele». Ma è lo stesso Trump che non perde occasione per richiedere al presidente israeliano, Isaac Herzog, di concedere a Netanyahu la grazia, definendolo un «eroe nazionale» ingiustamente perseguitato.
Il testo che riportiamo è la seconda parte di quello pubblicato la settimana scorsa dedicato a Maria Mediatrice del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti, tratto dalla sua opera La Madonna secondo la fede e la teologia, vol. II: La singolare missione di Maria SS. (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953).
4. I protestanti e la mediazione mariana
Secondo i Protestanti, l’unica mediazione concepibile è quella di Cristo, ed è limitata alla persona di Lui, secondo l’affermazione di S. Paolo: «V’è un solo Dio ed un solo mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, il quale diede se stesso quale prezzo di riscatto per tutti» (1 Tim., 2, 5). Ciò posto, né Maria, né la Chiesa, né il sacerdozio possono partecipare all’azione mediatrice, essendo tutti valori estrinseci al mistero della mediazione, poiché non hanno altra funzione che di puri segni, atti a far conoscere e a gettar luce sull’unica mediazione di Cristo. Tale è la posizione del celebre teologo calvinista Carlo Barth (Die kirchliche Dogmatik, t. I, 3: Die Lehre vom Wort Gottes, ed. 3, Zollikon-Zurich, 1945, p. 160).
Anche il pastore protestante Max Thurian rimprovera alla mariologia cattolica di compromettere l’unicità della mediazione di Cristo. Il mariologo cattolico, secondo lui, si sente costretto a creare nuove mediazioni accanto a quella di Cristo perché questa non è stata da lui sufficientemente presa in seria considerazione. La Chiesa cattolica – egli dice – allontanandosi dalla cristologia del Concilio di Calcedonia, e spinta da un movimento irresistibile verso il docetismo [!..], sarebbe andata attenuando sempre più l’affermazione dell’umanità di Cristo. «Ella si arroga la parte che deve fare l’umanità di Cristo per la nostra salvezza»… «Gesù Cristo è troppo Dio, la sua umanità è troppo divinizzata per avere ancora qualche rapporto reale con la nostra. La dottrina della mediazione di Cristo riceve lì un grave colpo». Questo dogma – egli dice – non è certo abbandonato, ma è profondamente modificato; la mediazione – secondo la Chiesa cattolica – si opera per Cristo ma in Maria. Una mediazione più autentica viene ad aggiungersi – egli dice – ad una mediazione indebolita… e la cristologia diventa una «mario-cristologia». Una tale deformazione sarebbe dovuta al fatto che il cattolicesimo «sia in Oriente che in Occidente non ha mai potuto estirpare dalla sua teologia un fondamento monofisita eretico dell’Oriente cristiano» [!..]. Questa evoluzione continuerebbe anche oggi… (cfr. Le dogme de l’Assomption, in “Verbum Caro”, t. 5, a. 1951, p. 29-31 e 36).
Ciò non ostante, Max Thurian non limita affatto la mediazione alla sola persona di Cristo. Egli ritiene che la teologia cristiana è una dottrina della mediazione che si esercita sulla terra per mezzo del corpo di Cristo che è la Chiesa, col ministero della parola, dei sacramenti; mediazione dei fedeli con la testimonianza e l’intercessione, «mediazione di Maria, perciò, e dei santi nel Cristo, in tanto che hanno testimoniato e pregato». E conclude: «La negazione di qualsiasi altra mediazione all’infuori di quella di Cristo, anche una mediazione per mezzo di Lui ed in Lui, conduce… alla negazione della mediazione reale del Cristo-Dio». Non vi è dunque – secondo Thurian – una mediazione autentica senza il prolungamento di Cristo nello spazio e nel tempo. Thurian, come si vede, si allontana non poco dalla posizione di Barth e si avvicina non poco alla posizione cattolica.
Altrettanto, anzi, più ancora, ha fatto, sempre di recente, il teologo luterano Hans Asmussen, in un libro che sta facendo molto chiasso in Germania (Maria, die Mutter Gottes, ed. 2, Stuttgart, 1951, p. 5, 46, 50, 51). Egli dichiara di voler prendere sul serio il titolo di «Madre di Dio». Orbene, prendere sul serio la maternità divina significa prendere sul serio la «grazia». A torto – egli dice – il Protestantesimo si immagina a volte che nell’opera della mediazione la semplice antinomia di Dio-Uomo basti a spiegar tutto. I testi neotestamentari che trattano della grazia – osserva Asmussen – presentano un aspetto del tutto diverso delle cose (II Petr., 1, 4; I Giov., 1, 7; 2, 2). Se la grazia è, innanzitutto, la benevolenza divina, poi un dono di Dio, essa è finalmente nelle mani degli uomini, amministrata dagli apostoli. È qui che si constata l’insufficienza della suddetta antinomia. Nella sua funzione ecclesiastica l’uomo può trovarsi dal lato di Dio di fronte ad altri uomini. Nella scala del valore del regno di Dio, gli uomini non sono tutti uguali. Visti dal mondo, Dio e i suoi santi formano una certa unità. Quest’ordine voluto da Dio è una realtà che noi dobbiamo riconoscere nei santi, nella Chiesa, in Maria. La Chiesa come tale non può essere posta fra le categorie del profano e del puro umano. Dio l’ha posta in un lato particolare del suo piano provvidenziale, le ha confidato il compito di amministrare la grazia. La Chiesa deve agire con la piena coscienza di questo fatto. Appartiene egualmente alla Chiesa di riconoscere la parte e il luogo di Maria nel suo seno. Maria, ai nostri occhi, è unicamente un oggetto, o saremo noi autorizzati a vedervi un soggetto, un essere che, dall’alto dei cieli, guarderebbe il mondo ed esporrebbe il suo pensiero dinanzi al trono di Dio? Asmussen ammette che Maria è mediatrice, pur respingendo nettamente la posizione attribuita, su tale questione, alla teologia cattolica, poiché tutto ciò che compromette la mediazione di Cristo è intollerabile.
Ma il rifiuto di questa mediazione che pone un altro mediatore tra Cristo e noi non implica il rifiuto di qualsiasi mediazione. Ogni vita cristiana, secondo la Scrittura, comporta un elemento sacerdotale; ed ogni sacerdozio comporta l’idea di mediazione. «Colui che è sacerdote e mediatore non può essere posto puramente e semplicemente dal lato di Dio o dal lato degli uomini. Egli, al contrario, rappresenta Dio dinanzi agli uomini e rappresenta gli uomini dinanzi a Dio». Se ciò si verifica per qualsiasi cristiano, non si verificherà, con maggior ragione, per Maria? Ma ciò suppone, ben inteso, la possibilità di una mediazione in Cristo con l’esclusione di ogni mediazione al fianco dell’unico mediatore (ossia, collaterale a quella di Cristo). Questa mediazione in Cristo ci rivela specialmente che l’opera redentrice non è rimasta senza frutto. È perciò in qualità di eminente discepola di Cristo che la Madre di Dio partecipa alla mediazione di Lui. Dio è potente nei suoi santi. È evidente, in Asmussen, l’allontanamento dalla posizione dei vecchi Protestanti che si riflette in modo così vivo in Carlo Barth, e l’avvicinamento alla posizione cattolica. Da rilevare che Asmussen è seguito in ciò da Guglielmo Staehlin, vescovo luterano di Oldenburg (Fren dich, Begnadete, Cassel, 1950) e da non pochi altri.
5. In qual senso si dà a Maria SS. il titolo di «Mediatrice»
La mediazione che noi si attribuisce alla Vergine SS. non è e non può essere una mediazione principale, indipendente, per sé stessa sufficientemente ed assolutamente necessaria, qual è quella di Cristo; ma è una mediazione secondaria, subordinata, per sé stessa insufficiente e soltanto ipoteticamente necessaria (ossia, necessaria in seguito alla libera disposizione di Dio). Siamo quindi lontani mille miglia dall’attribuire alla Vergine SS. il titolo di Mediatrice nel senso stesso in cui si attribuisce il titolo di Mediatore a Cristo (come suppone il Widenfend); e tanto meno dal sostituire Maria Mediatrice a Cristo Mediatore (come suppongono gli Anglicani). Maria è Mediatrice con Cristo; ma mentre Cristo è Mediatore principale, Maria è Mediatrice dipendente da Cristo, subordinata a Cristo; mentre Cristo è Mediatore per sé stesso sufficiente, Maria è Mediatrice per sé stessa insufficiente; mentre Cristo è il Mediatore (nell’ordine presente) assolutamente necessario, Maria è la Mediatrice ipoteticamente necessaria, ossia in seguito alla libera disposizione divina. Esiste dunque una distanza enorme tra Cristo Mediatore e Maria Mediatrice, distanza che va rispettata e in nessun modo va accorciata o, peggio ancora, semplicemente bruciata, come fanno i nostri avversari allorché osano rimproverare ai cattolici il titolo di Mediatrice dato da loro alla Vergine SS.ma.
Ciò premesso, veniamo alle prove, tratte dal magistero ecclesiastico, dalla S. Scrittura, dalla Tradizione e dalla Ragione.
6. Le prove
a) L’insegnamento del magistero ecclesiastico. In vari documenti, anche solenni, il magistero ordinario della Chiesa attribuisce alla Vergine SS. il titolo di Mediatrice, nel senso già da noi determinato. Così, per es., Leone XIII chiamava la Vergine SS. «degna ed accettissima Mediatrice presso il Mediatore» (Fidentem piumque, t. 5, p. 90); insegna che Iddio, con benignissima misericordia, ci ha provveduti della Mediatrice (Iucunda semper, t. 4, p. 132). Pio XI chiama la Vergine SS. «Dispensatrice e Mediatrice della grazia» (Miserentissimus Redemptor, AAS, 1928, p. 148).
Il magistero ordinario ecclesiastico, oltre ad usare il titolo di Mediatrice, afferma anche ed insegna esplicitamente l’alto ufficio da esso significato, ossia il principio di associazione di Maria SS. a Cristo in tutta l’opera della mediazione. Questo grande principio lo troviamo particolarmente inculcato nelle Encicliche di Leone XIII. Così, per es., la Vergine SS. viene chiamata consorte del Figlio (consors), ossia partecipe della medesima sorte o missione del Figlio, nella lettera Supremi Apostolatus (t. 2, p. 216), nella Costituzione Ubi primum (t. 5, p. 292) e nella Lettera Iucunda semper (t. 4, p. 122).
b) L’insegnamento della S. Scrittura. La S. Scrittura ci presenta costantemente la Vergine SS. come associata al Mediatore in tutta l’opera sua. Nell’oracolo genesiaco (Gen. 3, 15) – come viene dichiarato nella Bolla Ineffabilis – la Vergine SS. ci appare indissolubilmente congiunta a Cristo Mediatore nella lotta e nel trionfo sul serpente infernale. Possiamo dunque asserire che il principio di associazione della Mediatrice al Mediatore sia formalmente rivelato, quantunque in modo implicito, nel testo genesiaco del Protovangelo, e perciò possiamo dichiararlo prossimo alla fede.
L’opera mediatrice, quindi, va attribuita tutta, e non in parte soltanto, quantunque in modo diverso, a tre cause, non già coordinate, ma subordinate, di modo che la seconda di esse non agisca che per influsso della prima, e la terza per influsso delle altre due. Queste tre cause, nell’opera completa della mediazione, sono: Dio, Cristo e Maria: Dio causa prima; Cristo, Mediatore principale e perfetto; Maria, Mediatrice secondaria e subordinata. La mediazione, quindi, in tutta l’estensione del termine e sotto tutti i suoi aspetti, va attribuita tutta a Dio, causa prima, tutta a Cristo, Mediatore principale, e tutta a Maria, Mediatrice secondaria e subordinata, e non già parte a Dio, parte a Cristo e parte a Maria.
c) L’insegnamento della Tradizione. La Tradizione, intorno alla Vergine SS. associata come Mediatrice a Cristo Mediatore, è davvero lussureggiante. Sia in Oriente che in Occidente, ci imbattiamo in innumerevoli passi di Padri e di Scrittori ecclesiastici nei quali il titolo di Mediatrice vien dato alla Vergine SS. non solo in modo implicito ma anche in modo esplicito, nel senso già da noi dichiarato.
Tra gli Orientali, basti nominare sant’Efrem, sant’Epifanio, san Proclo, Basilio di Seleucia, Antipatro di Bostra, sant’Andrea di Creta, san Germano di Costantinopoli, san Giovanni Damasceno, san Tarasio, san Teodoro Studita, Giorgio di Nicomedia, Fozio, Costantino VII Porfirogenito, Giovanni Geometra, Giovanni Eucaitense, Giacomo Monaco, Neofito Monaco rinchiuso, Germano II di Costantinopoli, Isidoro di Tessalonica, Gregorio Palamas, Nicolò Cabasilas e Teofane Niceno.
Tra gli Occidentali ci limitiamo a nominare Paolo Warnefrido Diacono, san Pier Damiani, Rodolfo Ardente, Guiberto abate, sant’Anselmo di Canterbury, Eadmero, Ermanno abate, san Bernardo, Guerrico abate d’Igny, Goffredo d’Admont, Riccardo di S. Vittore, Adamo Scoto, Pietro di Celle, Filippo di Harveng, Enrico di Castro Marsiaco, Baldovino di Canterbury, Giovanni Algrino, Pietro di Blois, Assalonne Springkirch bacense, Adamo di Perseigne, Elinando da Monte Freddo, Guglielmo da Parigi, sant’Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura, Corrado da Sassonia, Giacomo da Varazze, Raimondo Giordano, Raimondo Lullo, Giovanni Gersone, Giovanni Rusbroch, Bernardino de Bustis, san Lorenzo Giustiniani, Tommaso da Kempis, sant’Antonino di Firenze e Dionisio Certosino.
di Luigi Ippolito – Corriere della Sera – 29 Aprile 2026
Carlo si dimostra sempre più un re «politico»: in fondo, il vero ministro degli Esteri della Gran Bretagna. E le parole di questo suo storico discorso – in cui, tra una battuta e un riferimento storico, nulla risparmia a Trump – ne sono la prova
(Luigi Ippolito, corrispondente da Londra) Carlo è sempre stato un «animale politico»: e quanto accaduto ieri, durante la visita di Stato negli Usa, lo ha dimostrato ancora una volta. Dal discorso al Congresso alle battute alla cena, non ha saltato un tema: Nato, Ucraina, clima. C’era di tutto e di più. E soprattutto, una sfilata di richiami a Trump: che però non ha battuto ciglio, anzi. Il che dimostra che – in fondo – è Carlo il vero ministro degli Esteri del Regno Unito, il diplomatico in capo, l’uomo delle missioni impossibili. Il suo potrebbe essere un regno breve, ma sta dando una svolta: mai così prima la monarchia era stata l’arma (non) segreta di Londra. Con buona pace dei repubblicani. Ecco il testo integrale del discorso al Congresso.
Signor Vicepresidente, Signor Speaker, membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano di tutti gli Stati, territori, città e comunità,
vorrei cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore concessomi di rivolgermi a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in quest’anno che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.
Per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati strettamente intrecciati. Come disse Oscar Wilde, ormai abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua.
Ci incontriamo in tempi di grande incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si fa sentire in ogni ambiente, da un capo all’altro dei nostri Paesi.
Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di colpire la leadership della vostra nazione e di fomentare paura e discordia ancor più ampie. Permettetemi di ribadire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non avranno mai successo.
A prescindere dalle nostre differenze, a prescindere dai disaccordi, restiamo uniti nel nostro impegno nel difendere la democrazia, nel proteggere i nostri cittadini da ogni danno e nel rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la propria vita al servizio dei nostri Paesi.
Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i nostri popoli abbraccia non soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli.
È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella nostra linea di sovrani a studiare con quotidiana attenzione gli affari dell’America. Vengo quindi qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano, per promuovere la libertà e i più sacrosanti diritti. Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe anch’essa questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi.
Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.
Re Carlo III al Congresso Usa: «Tempi di grande incertezza, sfide sono immense»
Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora una tradizione antichissima e prendiamo in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite piuttosto bene, al punto che spesso non desidera andarsene. Non so, Signor Speaker, se vi siano volontari per questo ruolo qui oggi.
Guardando indietro nei secoli, Signor Speaker, emergono alcuni schemi, alcune verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare sul fatto che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima istanza.
In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro Congresso, «nessuna tassazione senza rappresentanza», innescò un disaccordo fondamentale tra noi ma, al contempo, stabilì un valore democratico condiviso che avete ereditato da noi.
La nostra è una partnership nata dal dissenso, ma non per questo meno forte. Forse, con questo esempio, possiamo vedere che le nostre nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, prodotto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui ancora oggi affonda la nostra governance.
Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di collaborare. E perbacco, Signor Speaker, quando siamo andati di comune accordo, quali grandi cambiamenti ne sono derivati, non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli. È proprio questo, a mio avviso, l’ingrediente speciale del nostro rapporto. Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, il legame di parentela e identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile.
Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia ventesima visita negli Stati Uniti e la prima come Re e capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o ciò che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare «Una storia di due Giorgio»: il primo presidente, George Washington, e il mio bisnonno di quinta generazione, re Giorgio III. Re Giorgio, come sapete, non mise mai piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte di qualche astuto intervento di retroguardia.
I Padri Fondatori furono ribelli audaci e visionari, guidati da un ideale. Duecentocinquant’anni or sono o, come diciamo nel Regno Unito, appena l’altro giorno, dichiararono l’indipendenza, destreggiandosi tra forze contrastanti e infondendo vigore alla diversità. Unirono tredici colonie disparate per forgiare una nazione sull’ideale rivoluzionario di vita, libertà e ricerca della felicità. Portarono con sé e svilupparono la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come idee che risalivano ancora più indietro, al diritto comune inglese e alla Magna Carta.
Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.
La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu soltanto il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma anche lo spunto di molti dei principi ribaditi, spesso quasi parola per parola, nel Bill of Rights americano del 1791.
E queste radici affondano ancora più indietro nella storia. La U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri.
È per questo che a Runnymede, lungo il Tamigi, si trova una pietra nel luogo in cui la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.
Illustri membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, che rappresentano il mosaico vivente degli Stati Uniti in entrambi i nostri Paesi.
E sono proprio le nostre società, vivaci, diverse e libere, a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che oggi purtroppo travagliano entrambe le nostre realtà.
E inoltre, Signor Speaker, per molti qui presenti e per me stesso, la fede cristiana è un saldo punto di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte. Attraverso di essa, sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, e mio auspicio, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo fermare la trasformazione degli aratri in spade.
Siamo ancora nel tempo della Pasqua, la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza. Credo con tutto il cuore che l’essenza delle nostre due nazioni risiede nella generosità di spirito e nel dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna.
L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è davvero unica, e tale alleanza fa parte di ciò che Henry Kissinger descrisse come la visione ispirata di Kennedy: una partnership atlantica basata su due pilastri, Europa e America.
Quella partnership, Signor Speaker, è oggi più importante che mai, ne sono profondamente convinto.
Il primo sovrano britannico regnante a metter piede in America fu mio nonno, re Giorgio VI. Egli visitò il Paese nel 1939 insieme alla mia amata nonna Elisabetta, la Regina Madre. In Europa avanzavano le forze del fascismo e, poco tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.
Oggi viviamo in una nuova era, ma quei valori persistono. È un’epoca che, per molti aspetti, appare più instabile e più pericolosa del mondo al quale la mia defunta madre si rivolse in quest’aula nel 1991.
Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo scenario imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi sui successi del passato né dare per scontato che i principi fondamentali semplicemente perdurino nel tempo.
Come ha affermato il mio primo ministro il mese scorso, la nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni, ma occorre continuare a costruirvi sopra. Il rinnovamento oggi inizia dalla sicurezza.
Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. È per questo che il nostro Paese, per prepararsi al futuro, ha varato il più grande stanziamento di fondi per la difesa dai tempi della Guerra Fredda, durante parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il principe Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno re Giorgio VI, del mio prozio Lord Mountbatten e del mio bisnonno re Giorgio V.
Quest’anno, naturalmente, segna anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Quell’attentato segnò un momento decisivo per l’America, e il vostro dolore e il vostro shock furono avvertiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così tragica.
Siamo stati al vostro fianco allora, e lo siamo anche oggi, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.
Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo Cinque e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alzò la voce all’unanimità contro il terrorismo, abbiamo risposto insieme all’appello, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo, fianco a fianco, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e altri momenti che hanno segnato profondamente il nostro impegno condiviso per la sicurezza.
Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo valoroso. È necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura.
Dalle profondità dell’Atlantico alle calotte glaciali dell’Artico che si stanno drammaticamente sciogliendo, l’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al cuore della NATO: siamo tutti coinvolti nella difesa reciproca, nella protezione dei nostri cittadini e dei nostri interessi, nel mantenere in sicurezza gli americani e gli europei dagli avversari comuni.
I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza sono strettamente consolidati attraverso relazioni misurate non in anni, bensì in decenni.
Re Carlo III e la Regina Camilla alla Casa Bianca per la cena di stato con Donald e Melania Trump
Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il personale britannico serve con pari orgoglio in 30 Stati americani. Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il programma di sottomarini più ambizioso della storia, AUKUS. E lo facciamo in collaborazione con l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere sovrano. Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per sentimentalismo, sia ben chiaro. Lo facciamo perché esse rafforzano la resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire.
Se i nostri ideali comuni sono stati cruciali per garantire libertà ed uguaglianza, essi rappresentano anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la risoluzione delle controversie e l’imparzialità della giustizia: queste caratteristiche hanno creato le condizioni che per secoli hanno favorito la crescita economica senza pari nei nostri due Paesi.
È per questo che i nostri governi stanno siglando nuovi accordi economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro. Le nostre nuove partnership nella fusione nucleare e nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di nuovi farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite umane.
Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi annuali in continua crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, a sostegno delle nostre economie.
Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le generazioni che verranno. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e negli scambi culturali rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi. La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e della cui associazione sono orgoglioso di essere patrono, è emblematica del legame tra i nostri due Paesi. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300 borse di studio, aprendo le porte ad americani di ogni estrazione per studiare nelle principali università del Regno Unito.
Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa per la tutela della natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.
Per millenni, molto prima che le nostre nazioni esistessero, prima che fosse tracciato qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano un’unica catena continua, forgiata nell’antica collisione dei continenti.
Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono un patrimonio davvero unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa vocazione. Leader indigeni, politici e civili, abitanti delle comunità rurali e delle città, hanno contribuito a proteggere e custodire ciò che il presidente Theodore Roosevelt definì la «gloriosa eredità» dello straordinario splendore naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua prosperità.
Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi naturali critici, che minaccia molto più dell’armonia e della diversità essenziale della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi naturali — in altre parole, l’economia della natura — costituiscono la base della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.
La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e partnership straordinaria. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più significative della storia umana. Mi auguro con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo, e che respingiamo con determinazione gli appelli sempre più insistenti a ripiegarci su noi stessi.
Signor Speaker, Signor Vicepresidente, illustri signore e signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come fin dall’indipendenza. Ma le azioni di questa grande nazione contano ancora di più. Il presidente Lincoln lo espresse molto bene nelle riflessioni del suo straordinario Discorso di Gettysburg: il mondo potrà prestare poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.
E così rivolgo un appello agli Stati Uniti d’America, nel vostro 250° anniversario, affinchè i nostri due Paesi si dedichino nuovamente l’uno all’altro nel servizio disinteressato dei nostri popoli e di tutti i popoli del mondo.
Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.
97 anni, perseguitato nel suo Paese durante il regime comunista, in udienza di questa mattina, 27 aprile, con Papa Leone. “Un’atmosfera tutta gioia, tutta speranza, guardando il volto del Santo Padre, che rappresenta il volto di Gesù, per proclamare a tutti gli uomini la novella del Cielo, della pace e della fraternità e dell’amore per tutti i popoli del mondo”, racconta il Cardinale Simoni.
Arrestato nel Natale del 1963, è stato condannato prima a morte e successivamente ai lavori forzati nelle fogne di Scutari, esercitando poi clandestinamente il suo ministero fino alla caduta del regime comunista. Papa Francesco aveva ascoltato la sua testimonianza nel viaggio in Albania del settembre 2014, commuovendosi visibilmente fino alle lacrime per le parole di questo sacerdote che ha sempre definito un “martire vivente”. Nel 2016 Francesco lo aveva creato cardinale e ringraziandolo per questa testimonianza “che fa bene alla Chiesa”.
“Certamente è stata una grazia speciale che mi ha dato lo Spirito Santo e anche il Santo Padre per proclamare insieme, per tutti i popoli del mondo, la pace che vien dal Cielo, dolcissima pace, la gioia spirituale e la gioia della resurrezione. E tutto è qui: la fede con la resurrezione avrà la felicità eterna che Gesù ha preparato versando tutto il suo sangue per tutti gli uomini del mondo e di tutti i secoli”.
Speciale il dono che il cardinale ha portato al Pontefice : “Arrivando dall’Albania in Italia, il pensiero è per i martiri”: “la croce e una reliquia dei martiri albanesi che hanno dato la vita per la fedeltà, per l’amore a Gesù, per la salvezza del popolo di Albania, per guardare tutti gli uomini il sorriso del Cielo”.
Il filosofo russo Epstein parla di nuova “cortina di ferro” elettronica e digitale. Al crollo del sistema totalitario sovietico emerge un sistema virtuale immenso e avvolgente. Il muro odierno non è facilmente controllabile da un centro di potere assoluto. Si cerca di tappare i buchi e interrompere le connessioni. Lo sfidante di Putin non è più Naval’nyj, ma Durov, fondatore di Telegram.
Come commenta il filosofo e scrittore russo Mikhail Epstein su Radio Svoboda, nel passaggio di millennio siamo passati dalla sigla CCCP (o SSSR in lettere latine, la sigla dell’Urss) alla sigla WWW, quella dell’internet globale che ora si vuole dividere di nuovo in “internet orientale e occidentale”, la nuova “cortina di ferro” elettronica e digitale. Entrambe le abbreviature indicano specie diverse di unione di popoli e di concezioni del mondo, le S di Soyuz, Sotsializm, Sovety che indicano unione, condivisione e altre caratteristiche di comune generalizzazione, tipiche delle ideologie progressiste.
Quando il progetto SSS è crollato, è stato sostituito dal progetto WWW, World Wide Web, una ragnatela universale, Set na ves Sviet, “Rete per tutta la Terra”, come la interpreta Epstein, trasformando lo slogan socialista in “Coscienze di tutti i popoli e di tutti i tempi, unitevi!”. In questo senso non stupisce che la storia della nascita di internet coincida con quella della disgregazione dell’impero sovietico, diventandone in qualche modo la continuazione cronologica. Finisce un sistema totalitario, e al suo posto si installa un sistema virtuale, altrettanto immenso e avvolgente, che non richiede sacrifici di sangue e persecuzioni in cambio della fraternità universale, non dei corpi, ma delle menti, non della vita, ma del pensiero.
Basti ricordare le aride righe dell’Enciclopedia Britannica: “Lo sviluppo del WWW è iniziato nel 1989 per mano di Tim Berners-Lee e dei suoi colleghi del Cern… Il primo browser web basato su testo è stato rilasciato nel gennaio 1992. Il browser web Mosaic è stato rilasciato nel settembre 1993; Netscape Navigator nel dicembre 1994”. In questi momenti cruciali della storia, le ultime vestigia del totalitarismo si intrecciano con i primi fili del World Wide Web. Proprio in quell’anno, il 1989, quando caddero la Cortina di Ferro e il Muro di Berlino, quando l’Europa orientale si liberò dalla dittatura sovietica e il sistema socialista globale crollò, venne creato il protocollo di rete, il linguaggio di comando utilizzato per trasmettere messaggi tra computer. Il gennaio del 1992 segna non solo il primo mese nella storia degli “Stati indipendenti” dell’ex-Unione Sovietica, ma anche l’inizio della storia dei browser, che hanno reso il Web accessibile ai personal computer. La rete universale nacque nel momento storico in cui finiva il totalitarismo di orientamento sovietico.
Al posto di SSSR venne istituita la SNG (Csi, Comunità degli Stati Indipendenti, in russo Soyuz Nezavisimykh Gosudarstv), che in realtà “si sciolse subito come neve al sole”, osserva Epstein, rimanendo un’istituzione fittizia che non ha prodotto alcuna forma di unione. In seguito si è provato a creare l’Unione Eurasiatica per iniziativa del presidente “eterno” del Kazakistan poi finito ai margini, Nursultan Nazarbaev, è stata istituita l’Unione Economica Eurasiatica Eaes, che tenta oggi di inserirsi nelle tante svolte dei mercati internazionali, fino all’Alleanza militare eurasiatica Csto, “Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva”, del tutto incapace di affrontare le sfide militari degli ultimi anni, rimanendo impotente anche di fronte ai conflitti locali come quello tra Armenia e Azerbaigian, per non parlare di quello tra Russia e Ucraina.
A dicembre del 1991 finiva l’Urss, e a gennaio del 1992 nacque il WWW, “come una farfalla di velluto, dall’SSSR, dalle sue molteplici e ingombrante strutture, si è sprigionata dal suo corpo la rete internet come un bruco d’acciaio”, afferma Epstein. Nel settembre-ottobre del 1993, quando l’intero esercito presidenziale assediò il parlamento e una sanguinosa guerra civile dilaniò il cuore di Mosca, Mosaic, la prima piattaforma di rete di massa americana, fece la sua comparsa sulla scena globale. Infine, nel dicembre del 1994, quando il panorama politico interno russo si fece visibilmente frammentato e iniziò la guerra in Cecenia, la rete globale di comunicazioni elettroniche si consolidò ulteriormente: venne rilasciato un nuovo programma migliorato, Netscape, dopo il quale internet iniziò a svilupparsi a un ritmo senza precedenti. In questo modo la fallita repubblica globale del lavoro è stata sostituita da una repubblica globale degli intelletti, che non necessitano più di mani e armi per realizzare le proprie idee, ma piuttosto gestiscono le proprie macchine e coltivano i propri campi nel puro spazio virtuale. A differenza della lotta per la proprietà materiale, della “espropriazione degli espropriatori”, internet non richiede violenza o sacrificio.
Epstein riporta alcune frasi di un suo dialogo pubblicato nel 1999 su Radio Svoboda con il poeta Aleksej Tsvetkov, in cui si riflette l’entusiasmo di quel periodo: “Cosa manca ai russi negli anni post-sovietici? Sembra che ci sia più di tutto rispetto a prima, e se non c’era, ce ne sarà di più: libri, programmi televisivi, vini, salsicce, feste, politici… ma manca l’Enorme. Ciò che c’era nella vita sovietica, nonostante o proprio a causa della sua dura e fredda quotidianità. C’era un’Idea che muoveva e ispirava questo mondo, persino uccidendolo, ispirata dal dolore e dalla fede, dalla disperazione e dalla dannazione. Mancava la Santità mondana e persino l’Ispirazione all’autodistruzione dell’anima, una sorta di correlazione finale di ogni piccola cosa dell’esistenza con la Storia del Mondo e il suo Significato Principale. Le religioni tradizionali sono scomparse dietro la soglia di templi appena ricostruiti, e nella vita secolare è rimasto solo il secolare, solo per il profitto del presente e per il compimento del suo piccolo obiettivo. L’Enorme ha abbandonato la vita: restano solo le “vecchie canzoni” ad esso dedicate, in cui esso stesso gioisce e piange per l’intero universo che ha abbandonato”.
Ora questa Enormità torna ad avvolgere il Mondo Russo, il WWW viene messo sotto chiave, e si alza la nuova cortina elettronica per proteggere il “lager digitale”, con nuove lettere belliche come la Z (Zapad, Occidente), la S di Sever, Settentrione e la V di Vostok, Oriente secondo le suddivisioni delle armate che devono conquistare il mondo intero, soprattutto la Z del grande nemico occidentale che coincide con Zapret, “Divieto” e Zanaves, “Cortina”, e anche con la Zonache indica il mondo dei lager, di nuovo popolato da vittime sacrificali del nuovo impero.
Non è più una “cortina di ferro” facilmente controllabile da un centro di potere assoluto, dove basta staccare la spina, e oggi ogni divieto e ogni muro viene aggirato in mille modi. Per questo si cerca continuamente di tappare i buchi, interrompere le connessioni, bloccare le finestre che si spalancano in modo imprevisto, per le correnti e i flussi della rete digitale. Non c’è uno scontro di ideologie e forze specifiche, sia dall’alto del Cremlino, che dagli spiragli della rete, si vaga nel nulla della “totalità senza utopia”, come la definisce Epstein. La cortina elettronica separa la Russia non soltanto dal mondo esterno, ma anche da sé stessa e dal suo futuro, in una lotta insensata tra WWW e ZZZ.
La contrapposizione politica della Russia di oggi non è più tra Vladimir Putin e l’eroe del dissenso Aleksej Naval’nyj, sprofondato nella “Zona”, e certo non contro i partitini minori come i comunisti, i liberal-nazionalisti e gli altri fiancheggiatori del regime che cercano di sfruttare i malumori per i blocchi di internet, in vista delle elezioni parlamentari di settembre. Le figure che si confrontano oggi sono quelle di Vladimir Putin e Pavel Durov, il fondatore del messenger Telegram, la cui chiusura simboleggia la fine del WWW e il passaggio definitivo allo ZZZ. Durov ha di recente accusato anche la Commissione europea di aver pianificato un’applicazione per la verifica dell’età degli utenti di internet, come strumento di spionaggio per i cittadini europei, estendendo la cortina elettronica all’interno del mondo virtuale, dove non esistono confini e latitudini.
Il fondatore di Telegram era stato arrestato ad agosto del 2024 nell’aeroporto di Parigi, proveniente dall’Azerbaigian dove si era parlato di un suo incontro con Putin, con la mediazione del presidente azero Ilham Aliev. In realtà non si sono mai visti in faccia, e lo zar del Cremlino si vanta perfino di “non usare internet”, lasciando smanettare i suoi sottoposti e ponendosi al di sopra di tutte le cortine. Durov era stato accusato allora di rifiutarsi di collaborare con le istituzioni statali sia d’oriente che d’occidente, permettendo ogni genere di transazione illegale sui canali del suo messenger, che ora la Russia sta cercando di chiudere per sempre, nonostante le istruzioni del fondatore sui possibili itinerari d’aggiramento, anche qui con la sigla magica VPN, la via di fuga dalla cortina digitale, senza sapere dove si andrà a finire.
di Viviana Mazza, inviata a Washington – Corriere della Sera – 26 Aprile 2026
Nella sala sotterranea dell’Hilton Washington la cena dei corrispondenti della Casa Bianca era appena iniziata quando sono stati uditi 4 o 5 colpi subito fuori dal salone
DALLA NOSTRA INVIATA Nella grande sala sotterranea dell’Hilton Washington, lo stesso Hotel dell’attentato a Ronald Reagan del 1981 per mano di John Hinckley Jr., la cena dei corrispondenti della Casa Bianca era appena iniziata quando abbiamo sentito quattro o cinque colpi subito fuori dal salone.
Tutti nella sala si sono abbassati sotto i tavoli, una reazione automatica che scopri di avere solo quando succede qualcosa del genere, il sintomo di una stagione di violenza che ha lasciato il segno.
Il presidente Trump e la first lady Melania erano seduti sul palco e sono stati subito evacuati. Abbiamo potuto riprendere gli agenti dei servizi sul palco con i fucili spianati tra i piatti con le mozzarelle e la lattuga abbandonati.
I ministri sono stati evacuati uno dopo l’altro, il segretario del tesoro Scott Bessent e il nuovo ministro della Giustizia Todd Blanche visibilmente turbati, sono usciti dopo il capo del Pentagono Hegseth.
Evacuata anche Erika Kirk che ha perso il marito Charlie in un attentato lo scorso ottobre.
Poco dopo sul palco è apparsa la presidente dell’associazione dei giornalisti della Casa Bianca: «Abbiamo un annuncio da fare, il programma riprenderà».
«E tu pensavi che sarebbe stato noioso», si sente qualcuno sdrammatizzare tra i tavoli mentre le centinaia di giornalisti rimasti bloccati nella sala cercano solo di capire i dettagli della storia.
Comincia intanto a emergere il quadro di quello che è successo. L’aggressore che ha poi sparato ha superato di corsa un metal detector vicino all’ingresso principale con un’arma e ha esploso un colpo contro un agente del Secret Service. Gli agenti sono però riusciti a fermarlo prima che entrasse nella sala della cena dove era presente Donald Trump.
Il presidente Usa è caduto, appena dopo essere stato affiancato dai dagli agenti del Secret Service per essere portato fuori dalla sala. Le immagini trasmesse dalla Cnn dei primi momenti concitati, a seguito degli spari, hanno mostrato il tycoon alzarsi dal tavolo d’onore per poi cadere dopo due passi. Trump è stato aiutato a rialzarsi ed è stato poi scortato via in sicurezza.
La cena è stata cancellata e verrà riprogrammata.
L’assalitore, riporta la Cnn, è stato identificato: è un uomo di 30 anni originario della California.
Alla Casa Bianca è intanto cominciata la conferenza stampa del presidente Usa. L’uomo che ha aperto il fuoco, ha detto Donald Trump, «aveva molte armi».
Il tycoon ha anche ringraziato la moglie Melania per il coraggio e la pazienza, e ha aggiunto che l’attentatore al gala dei corrispondenti «è stato fermato da alcuni coraggiosi membri del Secret Service, che hanno agito rapidamente.
«Non è la prima volta nell’ultimo paio di anni che i repubblicani vengono attaccati o uccisi – ha detto Trump -. Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Vale per i repubblicani, i democratici, gli indipendenti, i progressisti».
di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 25 Aprile 2026
Gilles Kepel: «Il Paese è a pezzi e la repressione interna è terrificante. L’Europa? Si dimostra nemica degli Usa di Trump»
«Il regime iraniano si trova in una situazione difficilissima. Il Paese è disastrato. E manca un vero capo carismatico in grado di mediare tra moderati e estremisti, come invece avveniva nel passato», sostiene il politologo Gilles Kepel intervistato dal Corriere.
Come legge la scelta di mandare infine a Islamabad il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi? «La Casa Bianca ha esercitato un’enorme pressione su Teheran, senza ricorrere alle armi, ma con il controblocco navale. E adesso gli americani godono di un piccolo vantaggio: l’Iran è distrutto anche nelle sue infrastrutture civili. La repressione interna è terrificante: ogni giorno ci sono condanne a morte ed esecuzioni di oppositori. Ma proprio il controblocco navale Usa, che è piratesco in essenza come quello iraniano a Hormuz, è stata la misura di maggior successo. Oggi l’Iran non può più esportare petrolio, mancano i soldi per fare funzionare quel poco che è rimasto in piedi. La situazione interna è talmente grave che anche i suoi dirigenti più oltranzisti sono costretti ad accettare la ripresa dei negoziati».
Perché Araghchi sulla via del Pakistan parla con Russia e Oman? «L’Iran bombardando i Paesi alleati o comunque non nemici nel Golfo si è isolato. Le bombe specie contro il Qatar nella fase calda della guerra possono essere state utili per creare il caos. Mail Qatar era un amico di Teheran, erano accomunati dall’ideologia dei Fratelli Musulmani contro l’imperialismo Usa, e oggi non lo sono più. Ciò che poteva essere utile nella guerra diventa un enorme problema nella fase politica. Oltretutto tante nazioni del sud globale soffrono le conseguenze del blocco di Hormuz, la mancanza di petrolio e fertilizzanti genera danni economici giganteschi. L’Iran non è più l’eroe nella lotta contro Washington, bensì il responsabile della povertà. Da qui il suo tentativo di sfuggire all’isolamento, ma non credo che funzionerà con l’Oman, che è controllato dalle monarchie del Golfo».
Conseguenze? «I relativi successi iraniani delle prime settimane di guerra sono cose del passato. Oggi il regime è più in crisi che mai».
Quanto peso dare alle divisioni interne alla classe dirigente iraniana, che certo non sono cosa nuova? «Nel passato la Guida Suprema era l’arbitro ultimo. A seconda dei momenti, il regime lasciava uno spazio relativo alle lotte tra fondamentalisti e moderati. La figura del presidente era in genere quella di un leader aperto alle influenze occidentali come Khatami o Rouhani, ma poi arrivava la cesura e il leader da Khomeini a Khamenei serrava le fila, diceva l’ultima parola. Oggi non c’è più nessuno. Mojtaba Khamenei è figlio dell’ultimo Leader Supremo: un fatto senza precedenti per la tradizione della Repubblica Islamica, che ha sempre rifiutato il principio della successione dinastica. Inoltre Mojtaba, il cui stato di salute è sconosciuto, non ha assolutamente il carisma del padre, non è un grande esperto della fede sciita, non ha le credenziali intellettuali e religiose, è un semplice militante dei Pasdaran».
Un regime senza legittimità? «Certo, Mojtaba non ha i titoli per esercitare il potere che gli hanno conferito sotto l’incalzare dei bombardamenti. Non può essere la chiave di volta che mette assieme le tensioni politiche interne. Questa è la grande differenza col passato. Lo abbiamo visto anche nel corso delle trattative con gli Usa. Prima c’è stato l’articolo dell’ex ministro degli Esteri Mohammad Javas Zarif, che su Foreign Affairs parlava della necessità del negoziato. Poi i duri del regime hanno frenato, mirando alla soluzione militare. Oggi il controblocco ha spinto il campo dei pragmatici, con il presidente Pezezshkian e il loro ambasciatore all’Onu, hanno vinto le resistenze di chi preferiva i colloqui a Istanbul e mandato Araghchi in Pakistan».
E l’Europa? «L’Europa si dimostra nemica degli Stati Uniti di Trump. Comunque, si mobilita per mantenere aperti gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb dopo la fine della guerra in attesa delle elezioni di midterm, che potrebbero seriamente azzoppare Trump».
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Aprile 2026
Sulla benedizione delle coppie omosessuali in Germania: «Ci sono questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità»
Sul volo papale – «Porto con me la foto di un bambino musulmano che, nella mia visita in Libano, stava aspettando con un cartello, c’era scritto “benvenuto Papa”. Poi, in questa ultima parte della guerra, è stato ucciso». Leone XIV parla sul volo che lo ha riportato a Roma, ieri sera. Diciottomila chilometri e sedici aerei (più due elicotteri) in undici giorni, lungo un «pellegrinaggio di pace» cominciato in Algeria all’inizio della settimana scorsa e proseguito tra Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. «Spero stiate tutti bene, pronti per un altro viaggio!», sorride ironico Prevost quando raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo. Ma poi lo sguardo si fa assorto, mentre parla delle «vittime innocenti» in Medio Oriente.
Santità, ha parlato di un «mondo a rovescio» nel quale «una manciata di tiranni rischia di distruggere il pianeta». I negoziati per fermare il conflitto in Iran sono nel caos, con effetti pesanti anche sull’economia. Lei auspica un cambio di regime a Teheran, visto anche che la società civile e gli studenti sono scesi in piazza, e c’è preoccupazione nel mondo per la corsa all’atomica? E quale appello rivolge a Usa, Israele, Iran per uscire dallo stallo, fermare l’escalation? «Vorrei cominciare a dire che bisogna proporre un nuovo atteggiamento, una cultura per la pace. Tante volte, quando ci sono certe situazioni, subito la risposta è: bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti. Ho appena letto una lettera di parenti dei bambini che sono morti il primo giorno dell’attacco. Scrivono che ormai i loro figli sono persi. La questione non è un cambio di regime o no, ma come proporre i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. La questione dell’Iran è molto complessa. Le stesse trattative che stanno cercando di fare, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti no, e viceversa, non si sa dove vanno, il che ha creato questa situazione caotica e critica per l’economia mondiale. Ma poi c’è anche tutta una popolazione in Iran, persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra. Non è chiaro quale sia il regime in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace. Le parti che partecipano, cerchino di fare tutti gli sforzi per promuovere la pace e allontanare la minaccia della guerra. Che si rispetti il diritto internazionale. È molto importante che gli innocenti siano protetti, come in diversi luoghi non è avvenuto. Porto con me la foto di un bambino musulmano che, nella mia visita in Libano, stava aspettando con un cartello, c’era scritto “benvenuto Papa”. Poi in questa guerra è stato ucciso. Come Chiesa, come pastore, non posso essere a favore della guerra. Vorrei incoraggiare tutti a compiere sforzi per cercare risposte che vengano da una cultura di pace e non di odio».
Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occupa un posto importante soprattutto nelle Canarie. C’è dibattito e polarizzazione, anche tra i cattolici la posizione non è chiara. Cosa potrebbe dire loro? «Il tema della immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, Europa o Stati Uniti, è un fenomeno mondiale. La mia risposta comincia da una domanda: che cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi nei quali i giovani, oggi, non trovano un futuro e quindi vivono il sogno di andare verso il Nord? Tutti vogliono andare a Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire possibilità. Molti soffrono… Anche il tema del traffico di esseri umani fa parte anche della migrazione. Personalmente, credo che uno Stato abbia il diritto di porre regole alle sue frontiere. Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo, nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione in quelli più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione in Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio? Molte persone considerano l’Africa come un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa. perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi. In ogni caso sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umanitario, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, ma quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità».
Durante questo viaggio lei ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo. Come fa a evitare che la sua presenza conceda un’autorità morale a questi regimi? «Certamente la presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi. Può essere interpretata – e da alcuni è stata interpretata – come se il Papa o la Chiesa stessero dicendo che va bene vivere in quel modo. Lo scopo principale dei viaggi che il Papa compie è visitare le persone. La Santa Sede continua a dare grande valore, talvolta con grandi sacrifici, al mantenimento di relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo. E talvolta abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari. Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, formale. Non sempre facciamo grandi proclami di critica, giudizio o condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia e le cause umanitarie. Talvolta per cercare, in situazioni nelle quali ci sono prigionieri politici, un modo per farli liberare. Ci sono situazioni di fame, di malattia, eccetera…. La Santa Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo di qualsiasi Paese». Come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, di permettere la benedizione di coppie omosessuali nella sua Diocesi? E come intende preservare l’unità della Chiesa? «Credo anzitutto sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare intorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che, quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi e a chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie – in questo caso coppie omosessuali, come ha chiesto lei – o di coppie in situazioni irregolari, oltre a quanto permesso specificamente da Papa Francesco quando ha detto: tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote dà la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa dà la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco “tutti, tutti, tutti”, esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi, credo possa causare più disunione che unità. Dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».
Il regime dell’Iran ha impiccato pubblicamente molte altre persone e assassinato migliaia di cittadini. Condanna queste azioni? Ha un messaggio per il regime iraniano? «Condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone — dal concepimento alla morte naturale — debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato».
di Gian Guido Vecchi, inviato – Corriere della Sera – 21 Aprile 2026
Il Pontefice, nel viaggio verso l’isola di Bioko nella Guinea Equatoriale, ricorda Bergoglio a un anno dalla sua scomparsa
Prevost al suo arrivo a Malabo (Ap)
SUL VOLO PAPALE – «Ringraziamo il Signore per il gran dono della vita di Francesco a tutta la Chiesa e a tutto col mondo». Leone XIV raggiunge i giornalisti sull’aereo verso l’isola di Bioko e la città di Malabo, nella Guinea Equatoriale, ultima tappa del viaggio cominciato all’inizio della settimana scorsa in Algeria e proseguito in Camerun e in Angola. Il 21 aprile 2025 era il Lunedì dell’Angelo, Bergoglio morì alle 7,35.
«Anzitutto vorrei ricordare, in questo primo anniversario della morte, Papa Francesco, che ha donato tanto alla Chiesa con la sua vita, la sua testimonianza, la sua parola e i suoi gesti», dice Prevost: «Ha vissuto veramente la vicinanza ai più poveri, ai più piccoli, ai malati, ai bambini, agli anziani. Ha lasciato tanto alla Chiesa con la sua testimonianza e la sua parola».
All’inizio del 2023, fu Francesco a chiamare, dalla diocesi di Chiclayo, quel frate agostiniano che era stato padre generale del suo ordine, aveva passato vent’anni come missionario e vescovo in Perù e ora veniva nominato prefetto del Dicastero dei Vescovi: a fine settembre lo fece cardinale, nessuno poteva immaginare che una ventina di mesi più tardi Robert Francis Prevost gli sarebbe succeduto come vescovo di Roma.
Dell’insegnamento di Francesco «possiamo ricordare tante cose», dice Leone XIV, e richiama in particolare il senso della «fratellanza universale», l’impulso a promuovere «un autentico rispetto per tutti gli uomini e tutte le donne, lo spirito di fraternità, essere fratelli sorelle tutti, cercare come vivere il messaggio che troviamo nel Vangelo».
E poi, «il messaggio della misericordia», aggiunge il pontefice, fin dal primo Angelus e dalla messa che celebrò «ancora prima dell’inaugurazione del pontificato, quando ha predicato sulla donna adultera», ovvero il brano dl Vangelo di Giovanni in cui Gesù dice «chi è senza peccato scagli la prima pietra» a chi vorrebbe lapidarla: «Francesco ha parlato dal cuore della misericordia di Dio, dal cuore di questo grande amore, perdono e generosa espressione di misericordia del Signore, e ha voluto condividere questo spirito con tutta la Chiesa, anche con la bellissima celebrazione di un Giubileo straordinario della misericordia.
Preghiamo che lui stia già godendo della misericordia del Signore».
di Federico Rampini| 20 aprile 2026 – Corriere della Sera – 20 Aprile 2026
Davvero Donald Trump potrebbe decidere, da solo, l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato? Questa minaccia va presa sul serio? Quali sono le probabilità che si realizzi, e quali sarebbero le conseguenze? Un retroscena cruciale – e dimenticato – dice quanto il rischio sia considerato reale.
Alla fine del 2023, quando alla Casa Bianca c’era Joe Biden, il Congresso approvò con una larga maggioranza bipartisan una legge che proibisce al presidente degli Stati Uniti proprio questo: decidere da solo l’uscita dalla Nato. Uno dei co-firmatari di quella legge era… Marco Rubio, allora senatore repubblicano, oggi segretario di Stato e capo del National Security Council.
La tempesta di reazioni scatenata dagli attacchi al Papa aveva messo quasi in ombra, e comunque aveva fatto passare in secondo piano, la questione atlantica. Eppure questa è la più importante. Gli attacchi al pontefice possono avere indignato e alienato una parte del mondo cattolico americano che aveva votato per Trump. Ma le conseguenze si limitano a questo.
Invece l’eventuale uscita dalla Nato sarebbe un cataclisma geopolitico, chiudendo una storia durata 80 anni.
Questa possibilità, Trump l’aveva ventilata e minacciata già durante il primo mandato. Allora non ebbe seguito. Ma nel quadriennio 2017-2020 lui era circondato da repubblicani del vecchio establishment che si adoperavano per controllare i suoi impulsi. Oggi questo è meno vero, anche se Rubio esercita un’influenza moderatrice ed è un ostacolo a eventuali riavvicinamenti con Putin.
La posta in gioco, ridotta all’osso, è proprio questa: se l’America esce dalla Nato, viene meno quella protezione contro l’imperialismo russo che ha consentito all’Europa occidentale un periodo eccezionalmente lungo di pace (Pax Americana, per l’appunto) mentre tutt’intorno divampavano conflitti, alcuni dei quali hanno anche lambito le frontiere Ue come la guerra dei Balcani (anni ’90) o le ripetute invasioni armate di Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968), Georgia (2008), Ucraina (2014 e 2022), ma senza mai violare i confini Nato.
Una Nato senza Stati Uniti non ha senso. Al suo posto potrebbe nascere una difesa comune europea, di cui per adesso vediamo solo dei virgulti iniziali, pieni di debolezze e limitazioni. C’è un robusto e trasversale partito putiniano, a destra e a sinistra, che in molti paesi europei è pronto a stappare lo champagne. L’argomentazione ufficiale l’avete sentita mille volte: la minaccia russa non esiste, è un’invenzione della propaganda americana e dei «mercanti di cannoni», finalmente la morte della Nato libererà l’Europa dal tallone dell’unico imperialismo vero, quello americano. Se ci credete, Trump è il vostro uomo: potrebbe realizzare i vostri sogni.
Un’argomentazione più sottile dice: la Nato è già morta. La sua credibilità dalla nascita ad oggi non dipendeva dall’articolo 5 che richiede di entrare in guerra per difendere un alleato aggredito. Quell’articolo è solo una frase scritta sulla carta di un documento legale. Vale solo finché l’America ha la volontà politica di mantenere i suoi impegni. Vale solo finché i potenziali aggressori credono che lo scudo americano ci sarà. Trump ha già distrutto quella credibilità, annullare la partecipazione al Trattato atlantico e uscire dalla Nato sarebbe solo il gesto formale, la ratifica di un abbandono che nei fatti sta accadendo.
Oggi Putin ha già delle buone ragioni per pensare che l’Europa non verrebbe difesa dagli Stati Uniti. Nei calcoli del Cremlino forse la Nato è già morta, o comunque in caduta di credibilità. Per adesso le forze armate russe sono impantanate sul fronte ucraino, ma se dovesse cedere quella barriera – ad oggi la vera «difesa europea», l’unica degna di questo nome: i soldati di Kiev – i calcoli di Mosca potrebbero cambiare.
Trump non è eterno. E negli Stati Uniti – incluso dentro il partito repubblicano – esiste una constituency pro-Nato, che considera il legame con l’Europa come un patrimonio fondamentale, irrinunciabile: per ragioni economiche, geopolitiche, culturali. Se Trump sta facendo una fatica enorme – e con risultati modesti – a far accettare la guerra in Iran alla sua base, sarebbe ancora più in difficoltà qualora tentasse di far digerire l’abbandono della Nato.
Resta un fatto fondamentale: lui può farlo, quell’uscita dall’alleanza è una decisione che rientra nell’ambito delle sue prerogative. Lo ha spiegato in questi giorni John Yoo, uno dei più noti giuristi e costituzionalisti americani contemporanei, docente all’Università della California a Berkeley, figura influente nel dibattito sul potere esecutivo negli Stati Uniti e già protagonista di importanti controversie durante l’amministrazione Bush. Yoo, di origine sudcoreana, è repubblicano……..
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Se Trump volesse davvero uscire dalla Nato, la Corte suprema gli darebbe ragione: può farlo da solo.
Lo stesso Yoo introduce una distinzione fondamentale tra diritto e politica. Dal punto di vista giuridico Trump ha il potere di uscire dalla Nato. Dal punto di vista politico, però, sarebbe un grave errore. La Nato, ricorda, è stata per quasi ottant’anni uno dei pilastri della sicurezza occidentale: ha contenuto la Russia, ha stabilizzato l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, ha permesso agli Stati Uniti di proiettare la loro potenza globale.