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Papa Leone XIV “pellegrino” fra l’Europa e l’Africa: tre viaggi nel segno del dialogo

di Giacomo Gambassi, Roma

A fine marzo la visita lampo nel principato di Monaco. Dal 13 al 23 aprile il grande viaggio in quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale. A giugno in Spagna per sette giorni: inaugurerà la Sagrada Familia. La tappa in Algeria sui passi di Agostino e dei monaci di Tibhirine e il vescovo Claverie uccisi 30 anni fa

25 febbraio 2026

Papa Leone XIV durante il suo primo viaggio apostolico internazionale in Turchia e Libano / Ansa

Due viaggi in Europa. E poi quello in Africa. Leone XIV abbraccia due continenti nelle prossime tre visite apostoliche internazionali che da fine marzo a giugno lo porteranno nel principato di Monaco, in quattro Paesi africani che il Papa “incontrerà” in un unico viaggio lungo undici giorni, e poi in Spagna dove resterà sette giorni all’inizio di giugno: prima a Madrid e Barcellona dove inaugurerà anche la Basilica della Sagrada Familia; e poi nell’arcipelago delle Canarie nell’Oceano Atlantico. Ad annunciare il calendario è stato il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, che ha comunicato date e Stati dei viaggi, ma non i programmi dettagliati che «saranno resi noti a suo tempo», ha chiarito.

Visita lampo nel principato di Monaco

Leone XIV sarà nel principato di Monaco sabato 28 marzo, alla vigilia dall’inizio della Settimana Santa, per quello che è il suo secondo viaggio internazionale dopo le sei giornate in Turchia e Libano, fra fine novembre e inizio dicembre. Visita lampo, di una manciata di ore, nel piccolo Stato lungo la Costa Azzurra. Bruni ha sottolineato che tutto è nato dall’«invito del capo di Stato e dell’arcivescovo del principato di Monaco». Il principato rappresenta una realtà europea in cui il cattolicesimo è la religione ufficiale e in cui il dialogo tra le istituzioni civili e la Chiesa mantiene una sua concreta importanza. Significativo è anche l’impegno per la pace del principato che accoglierà per la prima volta un Papa nell’era moderna.

In Africa messaggero di pace per dare voce ai poveri e ai perseguitati

Di fronte ai movimenti popolari, Leone XIV aveva spiegato che c’è bisogno di «vedere le “cose nuove” dalla periferia». Era lo scorso novembre. Adesso il Papa delle “rerum novarum” del ventunesimo secolo sceglie le periferie del pianeta per guardare alle questioni sociali che scuotono il mondo contemporaneo: le periferie dell’Africa, il continente che visiterà dal 13 al 23 aprile. Undici giorni fra Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale per toccare con mano alcune dimensioni care al suo magistero e alla sua storia personale: la spiritualità del “suo” santo, Agostino; le violenze contro i cristiani più volte denunciate dal Pontefice; il dialogo fra le fedi, in particolare con il mondo musulmano; il dramma migranti; la crisi ecologica; lo sfruttamento dei Paesi del sud del mondo che ha visto il Papa già alzare la voce contro «coloro che vogliono fare della ricchezza uno strumento di dominio» e intendono «comprare con denaro gli indigenti sfruttandone la povertà».

Dopo Pasqua il Papa tornerà ad attraversare il Mediterraneo per la sua visita in Africa, prima della tappa che il 4 luglio lo porterà a Lampedusa: Papa americano che celebrerà i 250 anni della Dichiarazione dell’indipendenza del suo Paese fra gli ultimi. Il viaggio che comincerà dopo la domenica in Albis sarà di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il Pontefice abbraccerà. Leone XIV aveva già confidato il desiderio di essere in un continente che ben conosce e che ha visitato più volte da priore generale degli agostiniani. Lo aveva fatto nel volo papale di rientro da Beirut: «Spero di realizzare un viaggio in Africa e di andare in Algeria per visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, ma anche per continuare il dialogo con il mondo musulmano». Dialogo che era stato uno dei cardini della visita in Turchia e Libano e che in Algeria guarderà a sant’Agostino che «aiuta molto perché nel suo Paese è rispettato e considerato un figlio della patria», aveva sottolineato. Poco più di due le giornate nel Paese del Maghreb, dal 13 al 15 aprile, che vedrà il Papa essere fra Algeri e Annaba, l’antica città di Ippona dove era stato vescovo il “Dottore della grazia” nato proprio nell’odierna Algeria, a Tagaste.

La visita cade nel trentennale del martirio dei monaci di Tibhirine e del vescovo di Orano, Pierre Claverie, uccisi negli anni “neri” della guerra civile e dell’estremismo che sono stati profeti di fraternità e incontro con l’islam e che la Chiesa ha proclamato beati nel 2018. «Disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco», aveva ribadito il Papa dal Libano. E aveva aggiunto: «Paura, sfiducia e pregiudizio non hanno qui l’ultima parola, mentre l’unità, la riconciliazione e la pace sono sempre possibili». Poi ai rappresentanti delle diverse fedi aveva chiesto di essere insieme «vigilanti contro l’abuso del nome di Dio». Pace sarà una delle parole-chiave in un continente ferito da conflitti, scontri etnici e “tribalismo” da cui Leone XIV vuole rilanciare i suoi appelli alla concordia. È l’ecumenismo del sangue quello che Leone XIV incontrerà nel continente. Continente segnato dalla persecuzione dei cristiani che «rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi» e che nell’ultimo anno si è aggravata «a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso», ha spiegato a gennaio di fronte al corpo diplomatico. 

Dal 15 al 18 aprile il Pontefice sarà in Camerun, fra la capitale Yaoundé, Douala e Bamenda, la regione anglofona del nord del Paese dove da dieci anni si combatte una guerra civile tra le forze armate regolari e gli indipendentisti e dove sono frequenti i rapimenti di preti e personale missionario; poi dal 18 al 21 aprile in Angola, fra la capitale Luanda, Muxima dove si trovano l’omonimo santuario mariano, e Saurimo; e dal 21 al 23 aprile in Guinea equatoriale fra l’ex capitale Malabo, Mongomo nella diocesi eretta da papa Francesco e Bata. Il Papa si immergerà fra «la miseria di interi popoli, piagati dalla guerra e dallo sfruttamento», come lui stesso ha detto durante il Giubileo dei catechisti durante il quale aveva denunciato: «Quanti Lazzaro muoiono davanti all’ingordigia che scorda la giustizia, al profitto che calpesta la carità, alla ricchezza cieca davanti al dolore dei miseri». Ai poveri il Papa ha dedicato il suo primo documento magisteriale: l’esortazione apostolica “Dilexi te”. E sarà a fianco delle vittime delle ingiustizie come «chi è in preda alla fame» o «chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo». Terra di emigrazione che chiama all’accoglienza: «Chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede». E terra in cui si fa i conti con il cambiamento climatico: di fronte a «inondazioni, siccità, tsunami, terremoti», si è domandato il Papa, «chi ne soffre di più? Sono sempre i più poveri».

Il viaggio in Africa coinciderà con l’anniversario della morte di papa Francesco, il 21 aprile, che quindi Leone XIV commemorerà durante la visita. La Chiesa che il Pontefice troverà sarà «viva, forte e dinamica», ha già spiegato in un suo messaggio all’episcopato africano. Chiesa che è in crescita: in un solo anno i cattolici africani sono passati da 272 milioni a 281 milioni. E Chiesa che è chiamata a promuovere «la riconciliazione e una vera comunione tra le diverse etnie». Perché, ha detto il Papa facendo riferimento al suo passato da missionario, «come vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una comunità ecclesiale che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è antidoto contro un’indifferenza strutturale che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati». Ora torna da Papa “missionario” in un angolo del mondo che ha necessità di opporre alla «globalizzazione dell’impotenza» una «cultura della riconciliazione e dell’impegno». 

In Spagna per l’inaugurazione della Sagrada Familia

Durerà una settimana la visita in Spagna, frutto dell’invito del re Filippo VI e della Chiesa locale, ha dichiarato Bruni. Il viaggio si terrà dal 6 al 12 giugno. Come anticipato da Vatican News, il Papa si fermerà a Madrid e poi Barcellona per “benedire” la nuova e più alta torre della Sagrada Familia, la monumentale Basilica voluta da Antoni Gaudí, l’“architetto di Dio” di cui si celebra il centenario della morte proprio il 10 giugno (data in cui Leone XIV entrerebbe nel nuovo tempio) e che nel 2025 è stato dichiarato venerabile Poi il Pontefice si sposterà nell’arcipelago delle Canarie per compiere un viaggio che era già nel cuore di Francesco, come ha sottolineato lo scorso gennaio il cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano. Le tappe saranno due: Tenerife e Gran Canaria.

Perché il viaggio di Leone XIV sui passi di Sant’Agostino è già storico

di Anna Pozzi – 26 Febbraio 2026 – Avvenire

Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona, dal 13 al 15 aprile

Papa Leone XIV / Filippo MONTEFORTE / AFP)

Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona. E Annaba – come viene chiamata oggi quest’antichissima città fondata dai fenici – sarà, insieme ad Algeri, una tappa fondamentale di questo storico viaggio che papa Leone XIV compirà in Algeria dal 13 al 15 aprile. Sant’Agostino, dunque, come filo conduttore di una visita che pone al centro il tema dell’incontro e della fraternità, e che avrà come motto le prime parole pronunciate dal Papa dalla loggia di San Pietro: «La pace sia con voi», tradotte nell’arabo Es-Salam Aleykum e nella lingua berbera amazigh.

«Viene per incontrare il popolo algerino e i suoi leader. Viene per incoraggiare la nostra Chiesa nella sua missione di presenza fraterna in mezzo a una popolazione a maggioranza musulmana. Viene per ricordarci la benedizione di avere un fratello maggiore comune nato in questa terra nella persona di sant’Agostino, la cui figura può guidare il nostro cammino comune», scrivono i quattro vescovi dell’Algeria: «Viene – aggiungono – come apostolo di pace», in un Paese dove la presenza cristiana si riduce a poche migliaia di persone in mezzo a una popolazione di circa 48 milioni di musulmani.

«L’Algeria si trova lungo una linea di frattura», soleva dire il vescovo di Orano Pierre Claverie, ucciso il primo agosto 1996: tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, fra mondo cristiano e mondo musulmano. «L’Algeria – dice oggi l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco – è anche al crocevia di tutte queste realtà. Così come lo è la nostra Chiesa, che è molto piccola, ma vi sono rappresentate una quarantina di nazionalità diverse». Una Chiesa che attende con gioia e speranza questa visita, «importante non solo per noi, ma per l’Algeria tutta.

 Un bel segno, perché sappiamo che il Santo Padre desidera davvero incontrare questo Paese. E un bell’incoraggiamento per noi che ci sentiamo inviati a questo popolo e che vogliamo essere una presenza che si inscrive in questa società», aggiunge il porporato, che aveva invitato il Papa il giorno stesso della sua elezione, quell’8 maggio in cui cade la memoria liturgica dei 19 martiri beati d’Algeria. Anche questo un segno di sorprendente e simbolica vicinanza.

Ne è seguito, nel giro di breve tempo, l’invito delle autorità algerine, come pure l’incontro cordiale con il presidente Abdelmadjid Tebboune, il 24 luglio 2025, in cui si sono volute sottolineare le buone relazioni bilaterali, il dialogo interreligioso e la collaborazione culturale, con particolare riguardo per la figura di sant’Agostino.

Prima di diventare Papa, Prevost era già stato due volte in questo Paese. La prima nel 2001, da priore generale dell’Ordine agostiniano per una conferenza sul santo, e nel 2013 in occasione dell’inaugurazione della Basilica di Sant’Agostino ad Annaba, ristrutturata anche con fondi dello Stato. «Ora ritorna da Papa non per un pellegrinaggio personale sulle tracce di Agostino, ma per incontrare il popolo algerino e per sostenere la nostra Chiesa – sottolinea il vescovo di Costantina-Ippona, Michel Guillaud –.

È importante sottolineare anche la dimensione universale di Agostino che era un “uomo-ponte” e continua a esserlo: tra passato e presente, tra cristiani e musulmani, tra culture differenti. C’è una dimensione di unificazione che emerge da questa figura: non l’uno contro l’altro, ma l’uno con l’altro». «Noi Chiesa cattolica d’Algeria – continua il vescovo – non siamo qui per convertire, ma per sostenere i cristiani e per vivere legami fraterni con i musulmani. È una presenza fatta innanzitutto di testimonianza che non si gioca più sulle opere come in passato, ma quasi esclusivamente nelle relazioni».

Dopo gli incontri con le autorità e con la piccola comunità cattolica ad Algeri, papa Leone XIV si trasferirà il 14 aprile ad Annaba, dove lo attendono per la celebrazione della Messa nella Basilica retta da una comunità di tre agostiniani di origine keniana, sud sudanese e nigeriana. Poi dovrebbe fare visita agli anziani della casa di riposo delle Piccole Sorelle dei poveri e recarsi tra le rovine di Ippona, di cui Agostino fu vescovo per oltre trent’anni, sino alla morte nel 430.

piccola Chiesa locale», fa notare il vescovo di Orano, Davide Carraro, missionario del Pime. «Lo sentiamo molto vicino. Nel suo primo discorso, come pure nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, ha riformulato una frase di Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine ucciso con altri sei monaci trappisti trent’anni fa, nel maggio 1996: “Disarmali e disarmaci”. Ne ha colto chiaramente l’ispirazione e il contenuto spirituale, trasformandola nell’espressione “una pace disarmata e disarmante”. Anche qui in Algeria, ci lasciamo guidare da queste parole e da questo spirito».

Attacco all’Iran: in cosa consiste l’operazione “Ruggito del leone” di Israele

di Maurizio Molinari – La Repubblica – 28-02- 2026

Sono previsti quattro giorni di incursioni. Obiettivi prescelti: leader politici e militari, basi missilistiche e caserme di pasdaran, oltre alla marina iraniana

28 Febbraio 2026Aggiornato alle 10:29 1 minuti di lettura

Israele e Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco aereo e missilistico contro l’Iran. L’obiettivo sono i centri militari e di comando della Repubblica Islamica, con l’intento di decapitarla. I raid israeliani sono iniziati intorno alle 7 del mattino, ora italiana, poco dopo che la grande portaerei americana “USS Ford” aveva attraccato al porto di Haifa, aumentando le difese aeree di Israele.

Il presidente Trump ha confermato l’attacco in corso parlando di “vasta operazione”, chiedendo ai Guardiani della Rivoluzione di “cedere le armi ed arrendersi” e preannunciando i piani: “Distruggeremo la Marina iraniana e colpiremo gli alleati che l’Iran ha creato in Medio Oriente”. Rivolgendosi direttamente agli iraniani Trump ha aggiunto: “Da anni chiedevate aiuto, nessun presidente Usa ha voluto fare ciò che io ho deciso, impiegando il potere degli Stati Uniti per ascoltarvi”.

Le forze aree e navali Usa in Medio Oriente sono le più ingenti schierate nella regione dall’invasione dell’Iraq nel 2003. La decisione di Trump di attaccare segue il fallimento venerdì dei negoziati a Ginevra, durante i quali Teheran aveva rifiutato le due condizioni poste da Washington: smantellamento totale dei siti nucleari e consegna di tutto l’uranio arricchito.

Fonti militari israeliane prevedono almeno quattro giorni di operazioni. Dalle prime informazioni disponibili l’offensiva militare investe le sedi del governo e dell’intelligence nelle maggiori città iraniane ed è stato accompagnato dal lancio di missili contro obiettivi prescelti: leader politici e militari, basi missilistiche e caserme di pasdaran.

Teheran preannuncia una imminente “devastante risposta” lasciando intendere di voler colpire Israele ed obiettivi militari Usa in Medio Oriente. Il Leader Supremo, Ali Khamenei, si trova in una località segreta ignota anche ai suoi più stretti collaboratori, consapevole di essere l’obiettivo principale dell’attacco. C’è anche un secondo fronte dell’operazione israeliana “Ruggito del Leone”: il Mossad ha aperto un canale Telegram per consentire agli oppositori del regime di comunicare dall’interno, diffondendo notizie e immagini su quanto sta avvenendo.

Negli ultimi cinque giorni si erano susseguite manifestazioni di protesta in più atenei, da Teheran a Mashad, ad oltre quaranta giorni di distanza dalla repressione dei moti di inizio gennaio che, secondo Washington, hanno causato 32 mila vittime. L’intervento di Stati Uniti ed Israele si propone di abbattere la teocrazia iraniana modificando la mappa geopolitica del Medio Oriente, creando le premesse per un riassetto con conseguenze globali.

Mosca non può permettersi di perdere Teheran

Giulio Meotti – 24 febbraio 2026 – IL FOGLIO

Putin corre in soccorso di Khamenei. La Russia non può permettersi un regime change in Iran, fonte di droni e munizioni, canale alternativo per aggirare le sanzioni e alleato che condivide l’odio per l’occidente. E poi c’è il nodo del petrolio

A gennaio è uscita la notizia, riportata da Bloomberg, che l’Iran ha venduto missili alla Russia per tre miliardi di dollari per supportare la guerra contro l’Ucraina, fra cui missili balistici a corto raggio Fath-360 e missili terra-aria. 


Ora è il Financial Times a rivelare che Teheran ha firmato con Mosca un accordo da cinquecento milioni di dollari per l’acquisto di migliaia di missili avanzati da spalla.

 
L’intesa prevede centinaia di Verba, tra i più moderni sistemi russi di difesa aerea, e di 2.500 missili 9M336. Un rafforzamento significativo delle capacità di difesa aerea iraniane in un momento in cui la Repubblica islamica è sotto pressione sul fronte militare e diplomatico.

E mentre Stati Uniti e Iran terranno giovedì un secondo round di negoziati a Ginevra, Mosca prova a salvare il suo alleato nella regione. L’Iran aveva acquistato un sistema di difesa aerea russo S-300 nel 2016, ma Israele e gli Stati Uniti lo avevano annichilito con gli strike dal 2024 e del 2025. A gennaio Ali Larijani, a capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano e considerato un successore di Ali Khamenei, il 31 gennaio è volato a Mosca da Putin.

E la scorsa settimana i russi si sono uniti agli iraniani per le esercitazioni nello Stretto di Hormuz. Senza contare che la Russia ha segretamente spedito miliardi in contanti all’Iran per sostenere il regime, mentre gli ayatollah garantivano a Mosca un flusso di droni Shahed-136 e missili balistici a corto raggio per la guerra in Ucraina. 

Una crisi strategica a Teheran (come le cadute di Assad in Siria e di Maduro in Venezuela) non deciderebbe da sola la guerra in Ucraina ma potrebbe alterarne l’equilibrio psicologico.

Senza l’Iran, la Russia perderebbe una fonte di droni e munizioni, un canale alternativo per aggirare le sanzioni tecnologiche occidentali e un alleato che condivide l’odio per l’occidente. Un cambio di regime in Iran farebbe poi cadere il prezzo del petrolio, vitale per il sostentamento della Russia. 

Perché Trump ha attaccato l’Iran ora? Le sei ragioni che lo hanno convinto

di Federico Rampini- Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

L’analisi di Rozenblat, ricercatore che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano: «Un cambio di regime ora», aveva scritto, «potrebbe essere più favorevole di un lungo processo diplomatico»

Perché Donald Trump ha ordinato l’attacco sull’Iran?

La decisione era da giorni nelle mani del presidente, che su Truth ha detto: «Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare». 

I preparativi erano di fatto in corso da settimane. E gli Stati Uniti avevano spostato «a distanza utile» una quantità di forze militari tale da permettere un intervento militare di lunga durata.

Il rafforzamento militare era proseguito nonostante proseguissero i colloqui tra le delegazioni di Washington e Teheran: molti funzionari americani erano rimasti per tutto questo tempo scettici sulla possibilità di un accordo. Trump pretendeva infatti la rinuncia completa al programma nucleare, incluso lo stop all’arricchimento dell’uranio; Israele spingeva perché venisse smantellato anche l’arsenale missilistico iraniano.

Israele si preparava da settimane a un possibile conflitto, a soli 8 mesi dalla guerra di 12 giorni in cui Stati Uniti e Israele avevano colpito siti militari e nucleari iraniani.

Il dispiegamento americano era imponente: decine di caccia e di aerei cisterna per rifornimento in volo, due gruppi d’attacco con portaerei (la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald Ford) con relative scorte di incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini

Fino a qualche settimana fa il Pentagono non si considerava del tutto pronto a sostenere le minacce di Trump: le forze americane nella regione, tra 30.000 e 40.000 uomini distribuiti in otto basi, disponevano di difese aeree insufficienti. Nell’ultimo mese però sono stati trasferiti sistemi Patriot e THAAD per intercettare i missili iraniani, insieme a numerosi caccia F-35, F-22 e F-16 e bombardieri strategici in stato di allerta. 

Ma quali sono i fattori che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti a ordinare l’attacco? Ad argomentare le sei «ottime ragioni»  per farlo è stato un autorevole esperto, che è una fonte di parte: Michael Rozenblat, ricercatore dell’Atlantic Council, che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano. Il fatto che sia classificabile come un «falco», tuttavia, non attenua l’interesse della sua analisi. 

Da un lato, Rozenblat è infatti in grado di veicolare per noi lo stesso tipo di argomenti che Benjamin Netanyahu ha presentato a Trump. D’altro lato, come si vede dall’approccio che usa, l’analista israeliano sa toccare i tasti nevralgici dal punto di vista dell’interesse strategico degli Stati Uniti. 

Decifrare o prevedere Trump è sempre complicato, nelle sue decisioni c’è una componente di intuizione e di impulsività. Ma questa analisi di Rozenblat mette a fuoco alcuni ingredienti sostanziali di quel processo decisionale. Ecco la sua analisi, che estraggo dal sito dell’Atlantic Council

«Una svolta strategica dai negoziati» restava «improbabile. L’Iran sostiene che il proprio programma di missili balistici e il sostegno fornito alla rete regionale di proxy (le milizie armate come Hamas, Hezbollah, Houthi, ndr) siano non negoziabili — proprio le aree in cui l’Amministrazione Trump chiede concessioni drastiche».

Trump poteva propendere per «un attacco coercitivo limitato — cioè contro installazioni dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) e delle milizie Basij — mirato a far rispettare la «linea rossa» di Trump sull’uccisione dei manifestanti e costringere l’Iran a tornare al tavolo negoziale da una posizione di debolezza. Tuttavia, un simile attacco probabilmente avrebbe effetti limitati sul calcolo strategico del regime e non garantirebbe un confronto militare gestibile, poiché l’Iran ha dichiarato di prepararsi a misure di ritorsione in caso di attacco».

La seconda opzione era quella di «una campagna più ampia volta a ottenere cambiamenti fondamentali nel comportamento del regime — come l’accettazione di severe limitazioni ai missili balistici e alle attività dei proxy — o perfino a provocare un cambio di regime» con «una campagna militare prolungata e ben coordinata, sostenuta dagli alleati regionali, che costringa il regime a scegliere tra “bere il calice di veleno” per sopravvivere oppure affrontare un conflitto che minaccia la sua stessa esistenza».

La ricerca di un cambio di regime «comporta rischi significativi, tra cui la possibilità di frammentazione interna in fazioni armate o perfino una guerra civile su larga scala. Tuttavia, i benefici di cambiare radicalmente — o addirittura eliminare — la Repubblica Islamica potrebbero superare i rischi se l’alternativa è un Iran rafforzato e non dissuaso. Ecco sei ragioni strategiche per cui una campagna militare decisiva sarebbe la scelta giusta».

1. È un momento unico per ridisegnare il Medio Oriente: l’Iran si trova nel punto di massima debolezza dalla rivoluzione del 1979 dopo le recenti proteste, la guerra di dodici giorni di giugno con Israele e il drastico indebolimento della sua rete terroristica. La dottrina difensiva iraniana — composta da programma nucleare, potenza convenzionale e rete di proxy regionali — non è riuscita a dissuadere Israele e Stati Uniti dal colpirlo, esponendo di fatto il regime come una tigre di carta. Una campagna decisiva contro il regime potrebbe sbloccare iniziative regionali statunitensi oggi stagnanti, dall’integrazione regionale attraverso gli Accordi di Abramo fino all’avvicinamento all’Occidente di paesi sostenuti dall’Iran come Libano e Iraq.

2. L’imperativo morale: la brutale repressione dei manifestanti ha portato le tensioni al punto di ebollizione. I rapporti provenienti dall’Iran sono strazianti. Mentre le cifre ufficiali parlano di «soli» 3.117 morti, alcune stime sono molto più alte, da oltre 6.000 a più di 30.000 uccisi in due giorni». La promessa di Trump di “venire in soccorso” del popolo iraniano «non poteva llimitarsi alla retorica ma doveva diventare testimonianza della leadership morale americana».

3. Il dilemma della credibilità: rinunciare alla forza militare avrebbe potuto evitare un conflitto immediato ma rischiava paragoni con la «linea rossa» dell’allora presidente Barack Obama in Siria. Nel 2013 Obama non rispose militarmente dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad contro la popolazione, che aveva definito appunto una «linea rossa». Se Trump non reagisse, Teheran potrebbe concludere che Washington arretrerà sotto pressione purché l’Iran resti determinato nella resistenza.

4. Gli interessi economici. Un diverso regime iraniano potrebbe reintegrare le immense riserve energetiche del Paese — le seconde al mondo di gas e le terze di petrolio — nei mercati occidentali. Ciò coincide con la visione dell’amministrazione di ampliare l’accesso americano alle risorse energetiche come elemento chiave della politica estera. La combinazione tra la caduta di Nicolás Maduro in Venezuela e un cambio di regime in Iran potrebbe compromettere seriamente la sicurezza energetica cinese, poiché Pechino si riforniva da entrambi per fino al 30% delle sue importazioni petrolifere grazie ai prezzi scontati. Complicare i calcoli economici della Cina e deviarne l’attenzione potrebbe favorire altri obiettivi statunitensi nei confronti di Pechino, come prevenire un conflitto su larga scala nello Stretto di Taiwan.

5. Un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel futuro iraniano: i fallimenti sistemici interni causati dal regime — iperinflazione, scarsità d’acqua e corruzione diffusa — insieme alle recenti proteste suggeriscono un declino terminale. Tuttavia attendere passivamente il collasso non era una strategia sostenibile per promuovere gli interessi regionali americani. «Un approccio attivo, anche militare, permetterebbe a Washington di orientare la transizione assicurando uno scenario post-regime favorevole e negando a Russia e Cina la possibilità di sfruttare un vuoto di potere in Iran. Ciò non implica necessariamente una presenza permanente di truppe come in Iraq, ma un sostegno economico e diplomatico a gruppi di opposizione capaci di offrire un’alternativa e promuovere cambiamenti positivi.

6. La minaccia continua del programma nucleare iraniano: mentre gli attacchi statunitensi di giugno agli impianti nucleari erano necessari per ritardare un’immediata capacità iraniana di ottenere l’arma atomica, probabilmente hanno fatto arretrare il programma solo di pochi mesi. L’Iran aveva dichiarato la volontà di continuare e il rafforzamento delle strutture sotterranee indicava il rifiuto di abbandonare le ambizioni nucleari. Trump ha affermato ripetutamente che non avrebbe permesso all’Iran di dotarsi di armi nucleari: doveva agire.

«Proseguire i negoziati in questa fase» rischiava «di fornire al regime una vitale ancora politica ed economica proprio nel momento di massima vulnerabilità. Il divario tra le posizioni di Washington e Teheran rende necessario l’uso della forza per ristabilire la credibilità della deterrenza americana e costringere l’Iran a cambiamenti drastici o a mettere a rischio la sopravvivenza del regime».

Nell’attuale contesto, «uno sforzo decisivo guidato dagli Stati Uniti e volto al cambio di regime potrebbe offrire un risultato strategico più sostenibile rispetto a un lungo processo diplomatico».

L’Armada Usa sfida i pasdaran: tutte le forze in campo per l’attacco sull’Iran

di Guido Olimpio -Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

Le portaerei, i caccia, i missili: i numeri dell’armata messa in campo dagli Stati Uniti. Ma Teheran ha imparato dai suoi errori di giugno. E resta ambiguo l’obiettivo finale di Trump

Mentre i negoziatori erano a Ginevra per cercare una soluzione, i generali erano da tempo nelle war room per mettere a punto le ultime mosse. Su tutti pressioni, timori di compiere passi azzardati, ma anche bluff. Fino all’attacco sferrato oggi, sabato 28 febbraio.

Molte delle attività erano visibili. La portaerei Ford aveva lasciato Souda Bay (Creta) diretta verso il Mediterraneo orientale: un breve video su X postato da un testimone oculare l’ha mostrata salpare. Altre informazioni erano state diffuse da una compagnia privata cinese che da giorni diffonde immagini satellitari degli spostamenti dell’Us Air Force. 

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Ecco i velivoli a Diego Garcia, l’atollo nell’Oceano Indiano, usato in condominio dagli anglo-americani: Londra ne avrebbe vietato l’impiego per eventuali raid sull’Iran ma il veto non ha precluso lo schieramento di ricognitori, di rifornitori e di F-16 provenienti da Misawa, in Giappone. Nota di un esperto: Pechino analizza le tattiche pensando a Taiwan.

Ampia la presenza di F-35 sulle piste di Muwaffaq Salti, in Giordania. E ancora più interessante, in quanto inedito, il trasferimento di una dozzina di F-22 nella base israeliana di Ovda. Il Pentagono ha mobilitato i caccia più sofisticati per colpire e contrastare l’eventuale rappresaglia iraniana. 

Gigantesco lo sforzo logistico: oltre 100 aerei tanker disseminati in diverse installazioni. 

Li hanno avvistati in Bulgaria, nel Golfo, di nuovo in Israele. Dovranno assistere le missioni dei bombardieri strategici o degli altri velivoli impegnati in missioni a lungo raggio. E il loro ruolo potrebbe aumentare ancora, molto dipenderà dalle intenzioni della Casa Bianca: le indiscrezioni oscillano tra uno scenario di raid limitati per spingere Teheran a cedere e quello, più preoccupante, di una campagna massiccia.  Opzioni esaminate giovedì da Trump durante un briefing con lo Stato Maggiore e il responsabile del Central Command, Brad Cooper.

Sempre intenso il trasbordo di materiale, in particolare equipaggiamenti per i sistemi anti-aerei che costituiscono un ampio ombrello «poggiato» su stazioni di rilevamento e le ricognizioni di una «flottiglia» di aerei radar o per l’intelligence. Gli Awacs, gli RC-135, forse gli «anziani» ma insostituibili U-2 e i droni fanno da sentinelle: spiano il nemico, sorvegliano i possibili punti di lancio dei missili terra-terra, intercettano le comunicazioni. 

Oltre alla Ford, accompagnata da una robusta task force, c’è una seconda portaerei, la Lincoln in azione a est dello Stretto di Hormuz. Sono più di una ventina le unità, compresi un paio di sottomarini nucleari e diversi cacciatorpedinieri dotati di missili da crociera. Possono lanciarne a centinaia su siti dei Guardiani, impianti nucleari, caserme, snodi di comando.

In questi giorni, però, erano trapelate in modo evidente le preoccupazioni degli alti gradi statunitensi nonostante Trump abbia sostenuto il contrario. Il capo di stato maggiore, generale Dan Cain, ha sottolineato il problema del consumo elevato di munizioni antiaeree piuttosto costose e la possibilità di perdite.

Un aspetto già emerso durante il conflitto a giugno: gli israeliani e gli americani hanno dato fondo alle scorte per intercettare la falange di missili/droni. Fonti anonime citate dal New York Times sostengono che gli Stati Uniti possono sostenere incursioni al massimo per un periodo di 7-10 giorni (vero? diversivo?). Qualche osservatore aggiunge la spesa elevata per mantenere l’Armada: dozzine di milioni ogni giorno.

Quella crisi ha rivelato le debolezze del dispositivo iraniano ma, allo stesso tempo, ha dimostrato le capacità dei pasdaran. Che hanno studiato cercando di rimediare agli errori e hanno minacciato risposte su più livelli. 

Molto esposte le basi Usa, alto l’allarme sulle iniziative di milizie sciite. E sullo sfondo il dubbio più grande, ovvero quale sia l’obiettivo finale di Trump. Per questo dominano l’incertezza e la paura di conseguenze devastanti.

La Quaresima contro l’evoluzionismo

Chiesa cattolica | CR 1939

5 Febbraio 2026 

di Roberto de Mattei

«Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris» («Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai»). Con queste parole,pronunciate dal sacerdote che impone le ceneri sul capo dei fedeli, il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima nel rito romano. 

L’origine di questa formula liturgica risale al primo capitolo della Genesi, quando il Signore, dopo il peccato di Adamo, gli disse: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gen 3, 19).

Tutti i Padri della Chiesa commentano questo passo biblico, ricordando che l’effetto della caduta di Adamo ha reso corrotta e mortale la natura umana, e questa corruzione è stata trasmessa all’umanità proprio perché Adamo, divenuto mortale, ha generato figli mortali. Sant’Agostino dice: «La morte del corpo, che avviene quando l’anima abbandona il corpo, non sarebbe toccata all’uomo se non avesse peccato. Infatti fu detto: Terra sei e alla terra andrai» (De Genesi ad litteram VI, 25, 36).

L’uomo nato dalla terra, a causa della ribellione, ritorna ad essa. Il testo della Genesi contiene un’esortazione all’umiltà, ricordando che l’uomo non è autore di sé stesso, ed esprime un richiamo a non attaccarsi alle cose materiali, perché la parola “polvere” indica la transitorietà di ogni cosa terrena. Sant’Ambrogio da Milano così commenta il versetto della GenesiRiconosci, o uomo, la tua natura; non si insuperbisca la tua carne. Dalla terra sei e alla terra ritorni» (De Paradiso, XI, 51). L’umiltà nasce dal riconoscimento della propria origine: l’uomo non si è dato l’essere da sé, dipende in tutto e per tutto da Dio. 

Lo stesso richiamo alla verità della condizione umana risuona nei grandi maestri della spiritualità medievale. San Bernardo di Chiaravalle, con la sua forza ascetica, pone all’uomo tre domande che smascherano ogni superbia:«Quid fuisti? Quid es? Quid eris?» («Chi fosti?, chi sei?, Chi sarai?»)La risposta è sempre una sola: pulvis. La polvere non è soltanto il destino biologico del corpo, ma il segno della radicale dipendenza creaturale. L’uomo non è il prodotto di una trasformazione spontanea della materia, ma è stato tratto dal limo della terra per un atto diretto di Dio. E proprio perché creato immediatamente da Dio, il suo ritorno alla polvere è presentato dalla Scrittura come conseguenza della colpa, non come fase naturale di un processo evolutivo. La sentenza «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris»possiede una densità teologica che va ben oltre il semplice richiamo morale alla caducità della vita. Essa racchiude una visione dell’origine dell’uomo, antitetica a quella evoluzionista. 

 Nei versetti precedenti, la Sacra Scrittura ha descritto in questi termini la creazione dell’uomo: «Allora il Signore Iddio formò l’uomo con polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito di vita, e con ciò l’uomo divenne un’anima vivente» (Gen 2, 7). Il testo è estremamente chiaro: l’uomo, fatto di anima e di corpo, non proviene dagli ominidi, dalle scimmie o da altre forme inferiori di animali, ma è stato tratto direttamente da Dio dal limo della terra. A questo testo fa riscontro la condanna dopo il peccato: sei polvere e polvere ritornerai. Il corpo della prima donna fu formato direttamente da Dio, traendolo dalla costola di Adamo (Gen 2, 21-24) e, anche in questo caso non c’è possibilità di adattare le parole della Scrittura alla narrazione evoluzionista. 

Il cardinale Ernesto Ruffini, in un suo studio dedicato a La teoria dell’Evoluzione secondo la scienza e la fede (Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia 2023), riporta un gran numero di citazioni che confermano il consenso unanime dei Padri su questo punto: da sant’Ireneo a san Cirillo di Gerusalemme, da san Gregorio Nisseno a san Giovanni Crisostomo, da san Girolamo a sant’Agostino. Secondo quest’ultimo, «Adamo è stato formato dal limo in perfetta virilità», ovvero come uomo fatto e non allo stato embrionale (De Genesi ad litteram 6, 18, 29). San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (I, q. 91), spiega la convenienza teologica della formazione dell’uomo dal limo della terra, sottolineando che tale atto manifesta insieme l’umiltà della materia e la nobiltà della forma spirituale infusa da Dio. E il suo maestro sant’Alberto Magno, propostosi il quesito «se da altri che da Dio potesse essere formato il corpo dell’uomo», risponde: «Si deve dire che il corpo del primo uomo, secondo i detti dei Santi e secondo la Fede cattolica, né conveniva, né poteva essere fatto che da Dio stesso» (Summa Theologiae, II, Tract. XIII, q. 85).

 L’unità di questa tradizione patristica e scolastica è espressa dal Magistero costante della Chiesa circa l’origine immediata del corpo del primo uomo. Il decreto della Pontificia Commissione Biblica del 30 giugno 1909 ha ribadito il carattere storico sostanziale dei primi capitoli della Genesi, escludendo che possano essere ridotti a un mito puramente simbolico. 

Gli evoluzionisti negano la rivelazione scritturale di Adamo ed Eva come unici progenitori dell’umanità, accettando il poligenismo evoluzionista, che postula la contemporanea apparizione di uomini, in varie parti della terra, come risultato di una lunga trasformazione biologica a partire da specie inferiori. La dottrina della Chiesa insegna invece che il corpo di Adamo non venne al mondo da una forma corporea preesistente, ma fu creato direttamente da Dio a partire da un pugno di terra e che Adamo ed Eva furono la prima e unica coppia, da cui discese tutto il genere umano. Con la negazione della storicità di Adamo ed Eva, ridotti a metafora collettiva, cade il peccato originale, e con questo la necessità dell’Incarnazione di Cristo, Redentore dell’umanità.

La polvere della Genesi non è il residuo di un’evoluzione animale, bensì la materia inerte plasmata direttamente dal Creatore. Per questo, la teoria dell’evoluzione è contraria alla fede cattolica. Ed è per questo che le parole della Quaresima, “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai”, possono essere considerate un manifesto anti-evoluzionista, che ci invita a meditare sull’origine e il destino dell’uomo. 

PAPA LEONE COL CUORE A KIYV

Volodymyr Zelensky con Papa Leone a Castel Gandolfo (foto Vatican Media Press Office via Ansa) 

2014-2022-2026

Matteo Matzuzzi – 24 febbraio 2026 – IL FOGLIO

Il più autorevole oppositore alla linea filoputiniana dell’Amministrazione Trump è un americano di Chicago, il Pontefice. Che cerca di smontare, pezzo dopo pezzo, la propaganda Maga sensibile ai pianti della Chiesa russa. La svolta dopo Francesco

Da vent’anni l’Ucraina organizza la Breakfast Prayer a Washington, la “colazione di preghiera”. Dopo il 2022, con l’attacco su larga scala della Russia, l’obiettivo del momento a metà tra il conviviale e lo spirituale è quello di sensibilizzare l’establishment sulla causa per cui Kyiv lotta: la sopravvivenza.

Quest’anno i presenti erano centinaia. La pastora Paula White, consulente senior presso l’Ufficio della fede della Casa Bianca, ha detto di “comprendere quale sia la vostra battaglia e a livello personale la comprendo sia spiritualmente sia umanamente”. Steven Moore, un attivista evangelico pro Kyiv, ha detto che ciò che lega l’Ucraina e il movimento Maga è la fede. Ed è su questo che bisogna premere per portare Trump a cambiare punto di vista – eufemismo – circa il conflitto in corso. Parlare di fede, insomma, e non di democrazia: per l’universo del Make America Great Again, la democrazia da esportare è qualcosa che porta a guerra e – soprattutto – a enormi spese, come dimostrano le esperienze in Iraq e Afghanistan. Soldi che invece dovrebbero essere spesi in patria. Un deputato del Nebraska, repubblicano, ha sottolineato che “purtroppo alcuni esponenti Maga sono ingenui di fronte alla propaganda russa e non hanno idea che Mosca stia conducendo una guerra contro evangelici e cattolici ucraini”. 

La campagna di sensibilizzazione punta forte sulla Bible Belt, la storica cintura cristiana dell’America, con l’obiettivo di far capire che “l’Ucraina è sempre stata un granaio di fede per l’Eurasia”. Il problema è che la Chiesa ortodossa russa agisce allo stesso modo: negli ultimi mesi, più volte rappresentanti del Patriarcato moscovita sono intervenuti per ribadire che Zelensky è responsabile di persecuzione religiosa a danno dei cristiani non allineati, nonostante il presidente della commissione Giustizia del Senato, il repubblicano vecchia scuola (vecchissima, ha novantadue anni compiuti), Chuck Grassley, abbia denunciato il tentativo di “presentarsi come vittima di persecuzioni religiose anziché come responsabile”. Davanti ai lamenti dei religiosi ortodossi circa l’impossibilità di esercitare una sana libertà religiosa, negata loro dal governo ucraino, diversi esponenti Maga hanno espresso pubblicamente la loro indignazione. 

Al di là dello sconcerto di qualche deputato, però, il problema maggiore resta in ogni caso Donald Trump e la sua stretta cerchia sensibile alle sirene del Cremlino. Il tentativo allora è di partire dalla base, dal cuore cristiano d’America, movimentando gli evangelici a dare sostengo alla causa della libertà ucraina.

Sullo sfondo, molto sullo sfondo, i cattolici. Da sempre più restii a impegnarsi in battaglie di principio che non siano le marce pro life, per la prima volta dopo decenni hanno contribuito a riportare alla Casa Bianca Trump. Le gerarchie sono con Kyiv, che da un anno spiegano al presidente che la vittima è l’Ucraina. Con scarsi risultati. Lo stesso cardinale Timothy Dolan, punta di diamante del conservatorismo cattolico americano, presente all’Inauguration Day del secondo mandato trumpiano e fino a poche settimane fa arcivescovo di New York, ha detto che pur apprezzando il vicepresidente Vance per molti aspetti, non si ritiene “molto soddisfatto” dal suo punto di vista sul dossier ucraino: “Non era molto schierato a favore di Kyiv”.

In questo scenario si staglia la figura di Leone XIV, il primo Papa statunitense. Americano di Chicago, nonostante il ventennio abbondante passato in Perù. Robert “Bob” Prevost sul conflitto russo-ucraino ha le idee chiarissime e l’ha detto in più d’una circostanza. Direttamente, senza mediazioni editoriali o giornalistiche. Da cardinale, quando era vescovo di Chiclayo, ha sostenuto che quella ordinata da Vladimir Putin è “un’invasione imperialista” che pone anche il problema dei “crimini contro l’umanità”.

 Dopo aver più volte incontrato Zelensky e l’arcivescovo maggiore di Kyiv, Sviatoslav Shevchuk, nell’unica telefonata intercorsa con il presidente russo gli ha chiesto di “fare un gesto che favorisca la pace”. Non l’ha chiesto al presidente ucraino, ma all’invasore. Si tratta di un cambio di passo deciso rispetto a Francesco che, pur parlando sempre di “martoriata Ucraina”, non esitò a condannare al termine di un Angelus la scelta del governo di Zelensky di bandire la Chiesa ortodossa moscovita.

 In quella circostanza, Jorge Mario Bergoglio fu esplicito: “Pensando alle norme di legge adottate di recente in Ucraina, mi sorge un timore per la libertà di chi prega, perché chi prega veramente prega sempre per tutti. Non si commette il male perché si prega. Se qualcuno commette un male contro il suo popolo, sarà colpevole per questo, ma non può avere commesso il male perché ha pregato. E allora si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa. Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana. Le Chiese non si toccano!”.

Un rapporto complicato che comportò anche la decisione di non pochi sacerdoti della Chiesa greco-cattolica di evitare di pronunciare il nome di Francesco nelle liturgie. Leone ha idee diverse: non pensa che dietro la mossa di Putin ci sia la provocazione della Nato: a settembre, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti che l’attendevano all’uscita dalla residenza di Castel Gandolfo, disse a proposito della situazione complessa sul fronte orientale che “la Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Precisamente, il Papa commentava le ultime esternazioni del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui l’Alleanza atlantica “è già in guerra con la Russia”. 

Insomma, il più autorevole oppositore alla linea filoputiniana degli Stati Uniti è un americano: il Pontefice. Che non è mai andato allo scontro con Trump, cosa che invece fece Francesco, arrivando a dire che chi vuole muri non può dirsi cristiano, buttando giù dalla torre in ogni caso sia lui sia Kamala Harris quando improvvidamente rispose a chi gli domandò la sua preferenza in vista delle elezioni presidenziali.

Leone esercita il soft power: manda avanti i suoi rappresentanti in terra americana, cioè i vescovi. Sono loro a esternare con forza contro le misure della Casa Bianca, a ingaggiare una “resistenza”, anche se per lo più sul fronte dell’immigrazione. Prevost sa quanto di lui disse Steve Bannon all’indomani dell’elezione a Pontefice: “Per i Maga è la scelta peggiore che potesse essere fatta”.

 Presentato come delfino di Francesco, l’uomo di Chicago – e cioè del peggio che possa esserci assieme a New York e San Francisco – era come percepito come “nemico” della causa trumpiana, pericolosamente in grado di influenzare anche l’opinione pubblica cattolica contro la sua visione di mondo post liberale.

San Giuseppe Allamano: prima santi, poi missionari

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 Chiesa cattolica | CR 1938

18 Febbraio 2026 

di Roberto de Mattei

Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo anniversario della Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che si svolgerà il prossimo 16 ottobre. Questa giornata istituita da Papa Pio XI nel 1926, ci ricorda la vocazione missionaria della Chiesa, riassunta dalle parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).

Pochi sanno che l’istituzione di questa giornata si deve anche ad un santo che non fu mai missionario, ma che alle missioni dedicò la sua vita: san Giuseppe Allamano, la cui festa si celebra il 16 febbraio. 

Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851, nella stessa terra benedetta che aveva dato i natali a san Giovanni Bosco e fu uno degli ultimi frutti di quello straordinario filone di spiritualità piemontese, costellato da nomi come quelli di san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, e, tanti altri beati e servi di Dio. 

La spiritualità piemontese è sempre concreta, radicata nella fedeltà alle grazie ricevute ogni giorno, senza mai essere intellettuale o sentimentale. Ciò che la caratterizza è il primato della vita interiore, l’amore per la Chiesa, una profonda devozione mariana, una fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza. 

Ordinato sacerdote nel 1873, Giuseppe Allamano, fu presto colpito dalla sofferenza: una grave malattia lo costrinse ad abbandonare l’insegnamento, ma ciò che sembrava una sconfitta diventò, nelle mani di Dio, un seme fecondo. Nominato rettore del Santuario della Consolata di Torino, Allamano trasformò quel luogo in un centro vivo di rinnovamento sacerdotale. Davanti all’immagine della Madonna Consolata, maturò in lui una chiamata decisiva: formare missionari santi per annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. Nel 1901 fondò l’Istituto Missioni Consolata (oggi Missionari della Consolata) e, pochi anni dopo, l’Istituto delle Missionarie della Consolata. Non partirà mai personalmente per le missioni, ma il suo cuore le abbraccerà tutte. 

Nel 1912, si rivolse direttamente a san Pio X, per cercare di sensibilizzare il clero e i fedeli sulle attività delle missioni, chiedendo anche l’istituzione di una giornata a questo dedicata. La risposta arriverà con l’istituzione della Giornata Missionaria, poco dopo la sua morte, che avvenne a Torino, il 16 febbraio 1926. Quest’anno ne celebriamo il centenario. Fu beatificato da Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Francesco il 20 ottobre 2024. Oggi la sua famiglia missionaria è diffusa in molti Paesi del mondo.

Per comprendere la profonda spiritualità missionaria di san Giuseppe Allamano sono preziosi i suoi scritti. Essa può essere riassunta nel suo celebre motto: «Prima santi, poi missionari». 

  «L’opera della missione – scrive Allamano – esige grande santità. Non basta una santità mediocre, occorrono, come missionari, santi in modo superlativo.  Le anime si salvano con la santità…. Certe conversioni non si ottengono che con la santità. Non dimenticate mai che la conversione dei cuori è opera della divina grazia, e solo chi ne è ripieno, opererà prodigi di conversione… 

Prima santi e poi missionari. Non bisogna scambiare i termini. Non è affatto presunzione il voler farsi santo; è presunzione il confidare nelle proprie forze. I santi non sono nati santi, ma si sono fatti santi. Quelli che vogliono farsi veramente santi, il Signore li aiuta e li fa santi.

Per essere santi occorre pregare. Bisogna pregare sempre, giorno e notte senza interruzione: il che vuol dire essere come investiti dello spirito di preghiera, come l’abito riveste il corpo. Dobbiamo formarci lo spirito della preghiera, avere l’abito della preghiera, che non consiste nel pregare sempre vocalmente, dal mattino alla sera, ma nel riferire tutto al Signore. Così il nostro lavoro sarà preghiera. Si fa più in un quarto d’ora dopo aver pregato, che in due ore senza preghiera. La preghiera deve essere perseverante. Bussiamo alla porta; se non ci viene aperto, bussiamo più forte; rompiamo la porta, se occorresse. È il Signore che ci insegna a fare così. Quando non riceviamo ciò che chiediamo, pensiamo che neppure un filo, una parola della nostra preghiera è caduta nel vuoto».

Aggiunge il nostro santo: «È per mezzo della croce che ci santifichiamo, non per mezzo delle parole e neppure solo delle preghiere; queste giovano anche, ma il più importante è portare bene la croce. La spiritualità però non deve essere triste, ma profondamente serena e fiduciosa nella Provvidenza». 

«La confidenza – sottolinea il nostro santo – è la quintessenza della speranza. Confidare è speranza robusta, viva. Nella via della perfezione essa ha una grande parte. Senza confidenza in Dio non si può far nulla; d’altra parte, facciamo torto a Dio non confidando in lui. Ci vuole una confidenza da pretendere miracoli, una confidenza tale, da essere un po’ audaci, “prepotenti”. Il Signore non si offende di ciò. Iddio provvede a tutto per coloro che in lui confidano».

 La devozione alla Madonna Consolata è uno dei pilastri della spiritualità di san Giuseppe Allamano, che vede nella Consolata una Madre che guida, sostiene e corregge, e a Lei affida ogni difficoltà. «Se uno non sentisse amore verso la Madonna, lo domandi: non aver amore alla Madonna è cattivo segno. Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione – dice – non vi farete santi!»

L’energia è una dote caratteristica della Madonna. «Maria nei suoi dolori non si lasciava abbattere, ma aveva energia: “stava preso la croce di Gesù” (Gv 19, 25), partecipe delle sofferenze del figlio. Generosità, coraggio – esorta – ma anche allegrezza! Dio vuole anime forti e risolute, che si mettano interamente a disposizione di lui! Guai a chi mette riserve nella santificazione! Il Paradiso non è fatto per i fiacchi

Che cos’è la nostra vita? É un’ora. Almeno in quest’ora lavoriamo con tanta intensità, con tanto spirito, di modo che un’ora sola valga tutta la giornataNon è tanto il cadere nella debolezza che è male, ma il non sollevarsi; invece bisogna sempre cominciare di nuovo, non stancarsi.Coraggio sempre. Avanti nel Signore». 

Ucraina, storia di 4 anni di guerra: il fallito blitz di Putin, la resistenza, la controffensiva, i massacri. «Mosca ha perso 1,3 milioni di uomini»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 23 Febbraio

L’illusione del presidente russo, la controffensiva ucraina e lo stallo. Con centinaia di migliaia di vittime

KIEV – L’inizio non è un vero inizio, bensì il proseguimento di un’aggressione che era cominciata già 8 anni prima. E però in Ucraina ben pochi se l’aspettano, di sicuro non così ampia e non mirata ad annettere il Paese intero alla Russia. L’invasione su larga scala voluta da Vladimir Putin all’alba del 24 febbraio 2022 non coglie di sorpresa gli americani, che già dall’estate avvisavano Volodymyr Zelensky del pericolo, ma il presidente ucraino era stato lento a reagire. «Sino a poco prima credevamo che Putin avrebbe lanciato un attacco limitato sul fronte orientale per annettersi il Donbass e completare ciò che aveva ottenuto nel 2014 con l’annessione della Crimea», racconteranno subito dopo gli ucraini. 

La débâcle di Putin

Va detto chiaro che per il presidente russo le cose vanno male sin dai primi giorni. Il suo piano mirava a spaventare e disperdere le forze nemiche con massicci attacchi su più fronti: dalla Bielorussia e la regione frontaliera di Sumy verso Kiev; da Belgorod su Kharkiv; su tutto il fronte del Donbass sino a Mariupol; dalla Crimea contro il Kherson, Mykolaiev e Zaporizhzhia; dal Mer Nero è programmato lo sbarco sulla costa di Odessa. Una gigantesca operazione a tenaglia che non dovrebbe lasciare scampo a Zelensky. 

In verità, i generali hanno illuso il Cremlino, perché nei loro rosei disegni bellici la guerra avrebbe dovuto durare solo poche settimane. Un commando di 600 Spetsnaz, le forze speciali, deve essere elitrasportato a Hostomel, un piccolo aeroporto quaranta chilometri a nord est di Kiev, e da qui, anche aiutati da squadre «dormienti» di collaborazionisti locali, puntare diritti sulla capitale, eliminare Zelensky con i suoi collaboratori, e quindi instaurare un governo vassallo simile a quello di Aleksandr Lukashenko a Minsk. 

Ma l’intelligence Usa allerta gli ucraini, fornisce i riferimenti gps del tragitto dei velivoli russi: gli Spetsnaz vengono massacrati sulla pista d’atterraggio di Hostomel. Il piano dell’alto comando di Mosca è stravolto. Le forze russe superano Bucha, arrivano a Irpin, ma alle periferie di Kiev si fermano, per poi ripiegare sulle basi di partenza oltre il confine internazionale. Ai primi di aprile tutta la regione di Kiev è libera. Lo stesso avviene via via a Chernihiv, Sumy, Kharkiv.

Il contrattacco

Il 20 maggio 2022 si arrendono gli oltre 2.000 combattenti della brigata ucraina Azov asserragliati nei sotterranei delle acciaierie Azovstal di Mariupol. I morti sono migliaia. Secondo l’Onu il 90 per cento degli edifici della città è danneggiato o distrutto. Sarà un modello bellico destinato a replicarsi di continuo: lungo tutta la linea dei combattimenti verranno ridotti in macerie centinaia di quartieri, cittadine, villaggi, zone industriali e fattorie isolate. La guerra sta cambiando di passo. 

I russi rinunciano allo sbarco su Odessa. I nuovi droni marini ucraini Magura affondano già ai primi di aprile la Moskva, l’ammiraglia della Flotta del Mar Nero. Presto per i comandi navali russi in Crimea sarà un vero problema: oltre un terzo della flotta sarà colato a picco o reso inservibile. Putin l’11 settembre impone un referendum farlocco per dare una parvenza di copertura legale alla sua annessione delle zone occupate. 

Ma subito dopo avviene un altro sviluppo sorprendente: gli ucraini tra fine settembre e novembre 2022 contrattaccano, cacciano i russi da Kherson sino al fiume Dnipro, liberano Izium e minacciano persino le avanzate russe nel Donbass settentrionale. Da adesso in poi la guerra quasi si ferma, diventa un infinito conflitto di logoramento, dove le avanzate non si calcolano più in decine di chilometri, bensì in centinaia di metri: si combatte casa per casa, albero per albero. 

I droni dominano ormai i cieli e ben presto anche le battaglie di terra con i nuovi modelli che sostituiscono le fanterie. Si noti che l’aviazione russa non è mai riuscita a penetrare seriamente lo spazio aereo ucraino. Quello che nelle aspirazioni di Putin dovrebbe essere l’esercito di una superpotenza, degna di stare al tavolo con i generali americani e cinesi, si rivela una tigre di carta, al limite una «potenza regionale», che si differenzia dalle altre perché negli arsenali si trovano ancora le bombe atomiche dell’era sovietica. 

Logoramento

Nell’estate del 2023 fallisce l’attesa controffensiva ucraina. Il 23 giugno la milizia mercenaria Wagner si ribella contro lo Stato maggiore, addirittura marcia su Mosca, ma viene fermata e poco dopo Putin fa eliminare il suo comandante, Yevgeny Prigozhin, in un «incidente» aereo. I russi trincerano le posizioni conquistate, in larghi settori passano dall’attacco alla difesa. 

I due eserciti si dissanguano in dure battaglie limitate in zone specifiche del fronte: Bakhmut e Avdiivka sono le più famose, dove le vittorie russe costano decine di migliaia di morti. La sfida oggi per Pokrovsk dura da circa un anno. 

Nell’agosto 2024 gli ucraini sfondano nella regione meridionale di Kursk: Zelensky vorrebbe scambiarla ai negoziati di pace per il Donbass. Ma l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 cambia l’asse delle alleanze. Il neo-presidente Usa taglia gli aiuti militari a Kiev in marzo e Zelensky è costretto a ordinare la ritirata da Kursk. Da allora la battaglia di terra registra lentissime avanzate russe pagate con perdite enormi. In tutto, dal 2014 i russi occupano adesso circa il 20 per cento dell’Ucraina. 

Secondo gli esperti occidentali, tra soldati morti, feriti e prigionieri la Russia potrebbe avere perso oltre un milione e 300 mila uominigli ucraini forse meno della metà. Le verifiche indipendenti sono impossibili. Putin sopperisce ai fallimenti di terra moltiplicando i tiri di missili e droni. Da fine dicembre ha intensificato gli attacchi sul sistema energetico per approfittare delle temperature gelide.

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