"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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L’uscita degli Usa dalla Nato è una minaccia seria. Ecco perché

di Federico Rampini| 20 aprile 2026 – Corriere della Sera – 20 Aprile 2026

Davvero Donald Trump potrebbe decidere, da solo, l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato? Questa minaccia va presa sul serio? Quali sono le probabilità che si realizzi, e quali sarebbero le conseguenze? Un retroscena cruciale – e dimenticato – dice quanto il rischio sia considerato reale. 

Alla fine del 2023, quando alla Casa Bianca c’era Joe Biden, il Congresso approvò con una larga maggioranza bipartisan una legge che proibisce al presidente degli Stati Uniti proprio questo: decidere da solo l’uscita dalla Nato. Uno dei co-firmatari di quella legge era… Marco Rubio, allora senatore repubblicano, oggi segretario di Stato e capo del National Security Council.

La tempesta di reazioni scatenata dagli attacchi al Papa aveva messo quasi in ombra, e comunque aveva fatto passare in secondo piano, la questione atlantica. Eppure questa è la più importante. Gli attacchi al pontefice possono avere indignato e alienato una parte del mondo cattolico americano che aveva votato per Trump. Ma le conseguenze si limitano a questo. 

Invece l’eventuale uscita dalla Nato sarebbe un cataclisma geopolitico, chiudendo una storia durata 80 anni.

Questa possibilità, Trump l’aveva ventilata e minacciata già durante il primo mandato. Allora non ebbe seguito. Ma nel quadriennio 2017-2020 lui era circondato da repubblicani del vecchio establishment che si adoperavano per controllare i suoi impulsi. Oggi questo è meno vero, anche se Rubio esercita un’influenza moderatrice ed è un ostacolo a eventuali riavvicinamenti con Putin.

La posta in gioco, ridotta all’osso, è proprio questa: se l’America esce dalla Nato, viene meno quella protezione contro l’imperialismo russo che ha consentito all’Europa occidentale un periodo eccezionalmente lungo di pace (Pax Americana, per l’appunto) mentre tutt’intorno divampavano conflitti, alcuni dei quali hanno anche lambito le frontiere Ue come la guerra dei Balcani (anni ’90) o le ripetute invasioni armate di Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968), Georgia (2008), Ucraina (2014 e 2022), ma senza mai violare i confini Nato. 

Una Nato senza Stati Uniti non ha senso. Al suo posto potrebbe nascere una difesa comune europea, di cui per adesso vediamo solo dei virgulti iniziali, pieni di debolezze e limitazioni. C’è un robusto e trasversale partito putiniano, a destra e a sinistra, che in molti paesi europei è pronto a stappare lo champagne. L’argomentazione ufficiale l’avete sentita mille volte: la minaccia russa non esiste, è un’invenzione della propaganda americana e dei «mercanti di cannoni», finalmente la morte della Nato libererà l’Europa dal tallone dell’unico imperialismo vero, quello americano. Se ci credete, Trump è il vostro uomo: potrebbe realizzare i vostri sogni.

Un’argomentazione più sottile dice: la Nato è già morta. La sua credibilità dalla nascita ad oggi non dipendeva dall’articolo 5 che richiede di entrare in guerra per difendere un alleato aggredito. Quell’articolo è solo una frase scritta sulla carta di un documento legale. Vale solo finché l’America ha la volontà politica di mantenere i suoi impegni. Vale solo finché i potenziali aggressori credono che lo scudo americano ci sarà. Trump ha già distrutto quella credibilità, annullare la partecipazione al Trattato atlantico e uscire dalla Nato sarebbe solo il gesto formale, la ratifica di un abbandono che nei fatti sta accadendo. 

Oggi Putin ha già delle buone ragioni per pensare che l’Europa non verrebbe difesa dagli Stati Uniti. Nei calcoli del Cremlino forse la Nato è già morta, o comunque in caduta di credibilità. Per adesso le forze armate russe sono impantanate sul fronte ucraino, ma se dovesse cedere quella barriera – ad oggi la vera «difesa europea», l’unica degna di questo nome: i soldati di Kiev – i calcoli di Mosca potrebbero cambiare.

Trump non è eterno. E negli Stati Uniti – incluso dentro il partito repubblicano – esiste una constituency pro-Nato, che considera il legame con l’Europa come un patrimonio fondamentale, irrinunciabile: per ragioni economiche, geopolitiche, culturali. Se Trump sta facendo una fatica enorme – e con risultati modesti – a far accettare la guerra in Iran alla sua base, sarebbe ancora più in difficoltà qualora tentasse di far digerire l’abbandono della Nato.

Resta un fatto fondamentale: lui può farlo, quell’uscita dall’alleanza è una decisione che rientra nell’ambito delle sue prerogative.
Lo ha spiegato in questi giorni John Yoo, uno dei più noti giuristi e costituzionalisti americani contemporanei, docente all’Università della California a Berkeley, figura influente nel dibattito sul potere esecutivo negli Stati Uniti e già protagonista di importanti controversie durante l’amministrazione Bush. Yoo, di origine sudcoreana, è repubblicano……..

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Se Trump volesse davvero uscire dalla Nato, la Corte suprema gli darebbe ragione: può farlo da solo.

Lo stesso Yoo introduce una distinzione fondamentale tra diritto e politica. Dal punto di vista giuridico Trump ha il potere di uscire dalla Nato. Dal punto di vista politico, però, sarebbe un grave errore. La Nato, ricorda, è stata per quasi ottant’anni uno dei pilastri della sicurezza occidentale: ha contenuto la Russia, ha stabilizzato l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, ha permesso agli Stati Uniti di proiettare la loro potenza globale.

Leone XIV, la messa nella città «cinese»: «Ascoltare il grido dei poveri, guarire la piaga della corruzione»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 19 Aprile 2026

Papa Prevost si rivolge in portoghese ai 100 mila fedeli durante la celebrazione eucaristica nella «new town» finanziata dalla Cina a una trentina di chilometri da Luanda in Angola

Leone a Kilamba (LaPresse)

DAL NOSTRO INVIATO
LUANDA (Angola) – I diamanti, il petrolio, gli affari miliardari occidentali e cinesi, la miseria diffusa. Leone XIV parlava ieri della «distribuzione ineguale della ricchezza», facendo notare che «la fede non separa lo spirituale dal sociale» e anzi «dà la forza» per affrontare «le sfide legate a povertà e giustizia». Così ora, davanti a centomila fedeli, Prevost parla in portoghese e scandisce: «Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta».

La folla per la messa del Papa (LaPresse)

La «new town» costruita da Pechino

Il Papa celebra al mattino in una spianata a Kilamba, una «new town» a una trentina di chilometri dalla capitale costruita in soli tre anni e completata nel 2012 dalla «Cina International Trust and Investment Corporation», tre miliardi e mezzo di dollari di investimento, 115 isolati, negozi, scuole, presidio sanitari e 750 palazzi che in teoria possono ospitare fino a mezzo milione di abitanti, anche se i prezzi sono assai alti e finora gli abitanti sono settantamila, la minoranza di angolani che se lo può permettere e gli stranieri che lavorano nelle multinazionali. Del resto gli investimenti cinesi in Angola fanno di Pechino il secondo «partner commerciale» del Paese, con affari da oltre venti miliardi l’anno tra investimenti, infrastrutture e prestiti in cambio di petrolio, con relativa tensione tra la manodopera cinese e lavoratori angolani.

In tutto questo, come Francesco nel suo primo viaggio del 2013 in Brasile, Leone XIV sceglie come immagine della Chiesa il brano evangelico della strada verso Emmaus, con i due discepoli che tornano a casa delusi dopo la crocifissione e vengono accostati da Gesù, «una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli», e aggiunge: «In questa scena del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà».

Luanda, la capitale più cara al mondo

La capitale Luanda è considerata la città più cara al mondo, con ville e grattacieli sul lungomare, e c’è gente che vive poco distante tra stamberghe con i tetti di lamiera, canali di scolo e discariche. Luna Nord e Lunda Sud, le province nordorientali al confine con la Repubblica democratica del Congo, custodiscono miniere di diamanti tra le più redditizie del pianeta ma espropri e scavi hanno decimato l’agricoltura e i 750 mila abitanti sono sempre più poveri. Appena arrivato in Angola, il Papa si è rivolto all’intero Paese: «ll vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili». Su 35 milioni di abitanti, l’80 per cento circa ha meno di trent’anni. Così è soprattutto ai giovani che Prevost si rivolge, esortandoli a «ripartire e ricostruire il futuro, rimettere insieme i pezzi della storia e guardare oltre il dolore». 

Il Paese è a maggioranza cattolica, il 58 per cento della popolazione: «L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno». Le ultime parole del Papa sono un nuovo invito a non scoraggiarsi: «Oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!». 

Alla fine della messa, al Regina Coeli, il pontefice è tornato a parlare dei conflitti in Ucraina e Libano: «Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo», ha esordito. È invece «motivo di speranza» la «tregua annunciata in Libano», ha aggiunto: «Rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente».

Leone XIV in aereo: «Non è affatto nel mio interesse dibattere con il presidente degli Stati Uniti»

di Gian Guido Vecchi, inviato – Corriere della Sera – 18 Aprile 2026

Nel volo che lo porta dal Camerun all’Angola, Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e cerca di abbassare, almeno da parte sua, la tensione dopo il botta e risposta a distanza con il presidente Usa Donald Trump

«Non è affatto nel mio interesse dibattere con il presidente degli Stati Uniti». Nel volo che lo porta dal Camerun all’Angola, Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo e cerca di abbassare, almeno da parte sua, la tensione di questi giorni: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica che si è creata quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me. Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su un altro commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto».

Il messaggio di pace

Il Papa si è presentato sorridente per un saluto, «buon pomeriggio a tutti», e sapeva già cosa dire, senza bisogno di domande. In particolare, «solo un piccolo esempio», si riferisce al suo intervento di Bamenda, giovedì, quando ha detto che «il mondo è distrutto da una manciata di tiranni» e denunciato i «signori della guerra», parole che hanno fatto il giro del pianeta. Così ora spiega: «Il discorso che ho tenuto all’incontro di preghiera per la pace un paio di giorni fa era stato preparato due settimane prima, ben prima che quel presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».

Dialogo e comprensione

Papa Prevost è arrivato a metà del suo viaggio cominciato a inizio settimana in Algeria, dopo l’Angola visiterà pure la Guinea equatoriale, e vuole anche evitare che anche gli avvenimenti dei prossimi giorni siano letti alla luce esclusiva degli attacchi che gli ha riservato Trump: «Io vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa cattolica, per stare con, per celebrare con, per incoraggiare e accompagnare tutti i cattolici africani». Certo, «naturalmente la visita ha anche altre dimensioni», aggiunge: «Ho avuto un ottimo incontro con un gruppo di Imam in Camerun per promuovere – e continuare a promuovere, come abbiamo già fatto in altri luoghi e come ha fatto Papa Francesco durante il suo pontificato – il dialogo, la promozione della fraternità, della comprensione, dell’accettazione e della costruzione della pace con persone di tutte le fedi».

«Proseguiamo il nostro cammino»

Le polemiche non gli interessano: «Proseguiamo quindi il nostro cammino, continuiamo a proclamare il messaggio del Vangelo, e il testo evangelico che abbiamo utilizzato nelle liturgie offre una serie di aspetti fantastici e meravigliosi di cosa significhi essere cristiani, seguire Cristo, promuovere la fraternità, la fratellanza, confidare nel Signore, ma anche cercare modi per promuovere la giustizia nel nostro mondo, promuovere la pace nel nostro mondo».

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1946

 15 Aprile 2026 ore 09:30 – di Redazione

Pubblichiamo una parte dell’enciclica Adiutricem populi christiani (Aiutatrice del popolo cristiano) di Leone XIII del 5 settembre 1895, in cui il Papa esorta alla recita del Santo Rosario per invocare la protezione di Maria, promuovere l’unità dei cristiani e chiedere la pace.

È cosa buona celebrare con lodi sempre maggiori ed implorare con sempre più sentita fiducia la potente e clementissima Ausiliatrice del popolo cristiano, la Vergine Madre di Dio.  (…)

Il mistero dell’amore eccezionale di Cristo verso di noi si manifesta chiaramente quando Egli morente volle lasciare per madre al discepolo Giovanni la sua Madre stessa, con quel solenne testamento: «Ecco il tuo figlio». Nella persona poi di Giovanni, conforme al sentimento perenne della Chiesa, Cristo additò tutti gli uomini e per primi quelli che avrebbero creduto in Lui. Su tale proposito sant’Anselmo di Canterbury esclama:«Che cosa può concepirsi di più degno, che tu, o Vergine, sia madre di coloro a cui Cristo si degna esser padre e fratello?» (Or. XLVII, olim XLVI). Ella pertanto accettò ed eseguì di gran cuore tutte le parti di quel singolare e impegnativo ufficio, consacrandone gl’inizi nel Cenacolo. Fin da allora ella aiutò mirabilmente i primi fedeli con la santità dell’esempio, con l’autorità del consiglio, con la soavità del conforto, con l’efficacia delle sue sante preghiere, mostrandosi in verità Madre della Chiesa e Maestra e Regina degli Apostoli, ai quali fu anche larga di quei divini oracoli che «serbava nel suo cuore». 

Ma in verità, a stento può dirsi a parole quanto si accrebbero di ampiezza e di efficacia questi aiuti da quando ella fu assunta presso il Figlio, a quell’altezza di gloria celeste come richiedevano la sua dignità e lo splendore dei suoi meriti. Infatti di là, secondo i disegni di Dio, ella cominciò a vegliare sulla Chiesa e ad assisterci e proteggerci come una madre in modo che, come era stata strumento del mistero della umana redenzione, così, con il potere quasi illimitato che le era stato conferito, fu dispensatrice della grazia che per tutti i tempi deriva da questa redenzione. Quindi ben a ragione le anime cristiane, come tratte da nativo impulso, corrono a Maria; a lei fiduciosi comunicano progetti ed opere, dolori e gioie; alla cura e alla bontà di lei, come fanno i figli, raccomandano se stessi e tutte le proprie cose. Quindi sono giustissimi i solenni encomi che presso tutte le genti e in tutti i riti furono resi a lei, e che vennero ognora crescendo nei secoli: tra gli altri molti, ella fu celebrata«Signora nostra e nostra mediatrice» (S. Bernardus, Serm. II in Adv. Domini n. 5) ; «Riparatrice dell’universo» (S. Tharasius, Or. in praesent Deip.); «Mediatrice dei suoi doni divini» (In offic. graec., VIII dec., Qeotok…on post. oden IX).

Poiché la fede è fondamento e principio dei doni divini per i quali l’uomo viene elevato al di sopra dell’ordine naturale ai beni eterni, il possederla e il professarla efficacemente si attribuisce all’arcano influsso di lei che generò «l’Autore della fede» e che per la sua fede fu salutata «beata»; «Nessuno, santissima, ha piena conoscenza di Dio se non per te; nessuno si salva se non per te, Madre di Dio; nessuno ottiene doni dalla misericordia se non per te» (S. Germanus Constantinop., Or. II in dormit. B. M. V.).

Né sembrerà eccedere chi affermi che fu soprattutto per la guida e per la protezione di lei, che la sapienza e le istituzioni del Vangelo, benché tra difficoltà ed avversità enormi, penetrarono in ogni nazione assai celermente, portando dovunque un nuovo ordine di giustizia e di pace. E fu questo che ispirò l’animo e la parola di San Cirillo d’Alessandria quando rivolto alla Vergine le diceva: «Per te gli Apostoli annunziarono la salvezza delle genti…; per te la Croce preziosa è lodata e adorata in tutto il mondo…; per te sono volti in fuga i demòni, e l’uomo è richiamato al Cielo; per te ogni creatura, legata già all’errore degl’idoli, è ricondotta alla conoscenza della verità; per te gli uomini fedeli pervennero al santo battesimo, e dovunque furono costituite le chiese» (Hom. contra Nestorium).

Che anzi, come la lodò lo stesso Dottore, ella fu validissimo«scettro della vera fede» (Hom. contra Nestorium) per quella cura che ebbe continuamente affinché la fede cattolica durasse vigorosa nei popoli e fiorisse integra e feconda. Esistono molte prove di ciò e ben conosciute, confermate anche non di rado da prodigiosi avvenimenti. Più che mai in taluni tempi e luoghi in cui s’ebbe a deplorare la fede illanguidita e negletta, o per l’indifferenza o perché attaccata da nefanda peste di errori, apparve di presenza la benignità della grande Vergine che muoveva al soccorso. Si levarono al suo cenno e al suo impulso uomini illustri per santità e per ardore apostolico, i quali spuntarono le armi degli empi, ricondussero e infiammarono gli animi alla pietà della vita cristiana. Da solo, valido come molti uniti insieme, Domenico di Guzman si adoperò nell’una e nell’altra missione, confidando nel Rosario di Maria. Nessuno dubiterà quanto merito spetti alla stessa Madre di Dio dei risultati ottenuti da Venerabili Padri e Dottori della Chiesa, che egregiamente operarono nel difendere e illustrare la verità cattolica. Infatti sono essi stessi che, grati, riconoscono di avere avuto da lei, “sede della divina sapienza”, ottime ispirazioni nello scrivere; a lei quindi, non a sé, va il merito se la perversità degli errori fu vinta. Infine Condottieri e Romani Pontefici, custodi e difensori della fede, gli uni nella direzione delle guerre sacre, gli altri nei solenni decreti promulgati, invocarono il nome della Madre divina, e lo sperimentarono sempre potente e propizio.

Perciò la Chiesa ed i Padri fanno a Maria questi elogi, non meno veri quanto splendidi: «Ave, o bocca degli Apostoli sempre eloquente, sostegno stabile della Fede, rocca fermissima della Chiesa» (Ex hymno Graecor. Akathistos); «Ave, per tuo mezzo siamo entrati fra i cittadini della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica» (S. Ioanness Damasc., Or. in annunc. Dei Genitricis, n. 9); «Ave, o fontana scaturita per divina virtù, da cui fiumi di sapienza celeste scorrendo con le onde purissime e limpidissime dell’ortodossia, fugano la turba degli errori» (S. Germanus Constantinop., Or. in Dei praesentatione, n. 14); «Gioisci, perché tu sola estinguesti tutte le eresie nell’universo mondo» (In off. B.M.V.).

Questa grande parte che fu della eccelsa Vergine lungo la storia, nelle battaglie, nei trionfi della fede cattolica, mentre rende più luminoso il disegno di Dio nei suoi riguardi, deve altresì destare in tutti i buoni grandi speranze per raggiungere ciò che ora è l’oggetto dei comuni desideri.

Bisogna confidare in Maria, bisogna supplicare Maria! Quanto, con il suo intervento, potrà determinare che una sola professione di fede tenga unite le menti dei popoli cristiani, un solo vincolo di perfetta concordia leghi le volontà in modo che si realizzi il tanto nuovo e desiderato trionfo della religione! E che cosa non vorrà ella fare affinché tutte le genti camminino unite«nella meravigliosa luce di Dio», quando il suo Unigenito chiese insistentemente al Padre la massima loro unione, tanto che Egli stesso, pagando un immenso prezzo, le chiamò a partecipare attraverso il battesimo alla medesima «eredità della salvezza»? E che cosa non vorrà ella stessa spendere di bontà e di saggezza per lenire i lunghi travagli della Chiesa, sposa di Cristo, affinché si ottenga nella famiglia cristiana quel dono dell’unità che è il frutto più prezioso della sua maternità?

L’augurio che l’evento non sia così lontano dall’avverarsi trova conferma nell’opinione e nella fiducia, così ardenti nelle anime pie, secondo le quali Maria sarà il felice legame, valido e dolce, di tutti coloro che – dovunque siano – amano Cristo e che, come un solo popolo di fratelli, divengano devoti al suo Vicario in terra, il romano Pontefice, come a Padre comune. Qui il pensiero, attraverso i fasti della Chiesa, si riporta spontaneo ai nobilissimi esempi dell’antica unità, e si sofferma compiaciuto nel ricordo del gran Concilio di Efeso. Infatti la piena concordia della fede e la pari comunione delle cose sacre, che allietava a quel tempo l’Oriente e l’Occidente, colà sembrò avvalorarsi di singolare stabilità e risplendere di gloria, quando i Padri autorevolmente sentenziarono che «la Santa Vergine era la Madre di Dio»: l’annunzio di tale definizione, partendo da quella religiosissima città in festa, riempì tutto il mondo cristiano di una medesima incontenibile esultanza.

Per tutte queste regioni si sostiene e cresce la fiducia di vedere compiuti quei voti grazie alla potenza e alla somma benignità della Vergine; occorre quindi, con altrettanti stimoli, accendere quell’affetto che Noi raccomandiamo ai cattolici nel supplicare Maria. Ed essi riflettano intimamente quanto ciò sia conveniente e vantaggioso per loro stessi, e quanto torni accetto e gradito alla Vergine. Infatti, trovandosi essi in possesso dell’unità della fede, dimostrano di apprezzare quanto merita la grandezza di tale beneficio e di volere adoperarsi più solleciti a custodirlo. Né possono poi in modo migliore manifestare il loro animo fraterno verso i dissidenti, che con l’aiutarli efficacemente nel riacquistare il massimo fra tutti i beni. Questo amore di vera fratellanza cristiana, vivo sempre nella Chiesa, trasse ognora la sua principale forza dalla Madre di Dio, fonte eccellente di pace e di unità. San Germano di Costantinopoli così la supplicava: «Ricordati dei cristiani che sono tuoi servi: raccomanda le preghiere di tutti; conforta le comuni speranze; avvalora la fede; stringi le Chiese nell’unità» (Or. hist. in dormit. Deiparae). I Greci tuttora la supplicano in questa forma: «O tutta pura, che puoi tutto chiedere al tuo Figlio senza temere rifiuto, pregalo, o tutta santa, che dia al mondo la pace, e infonda a tutte le Chiese uno stesso pensiero; e noi tutti acclameremo te» (Men. V maii, Theotokion post od. IX de S. Irene V.M.).

Papa Leone: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni, miliardi di dollari per uccidere e non ci sono risorse per curare ed educare»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Chiesa – 17 Aprile 2026

Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa

DAL NOSTRO INVIATO

BAMENDA (Camerun) «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

Il comprensorio della cattedrale di Bamenda, delimitato da cancellate, comprende la chiesa e una serie scuole dal nido al college. Gli ingressi sono controllati, davanti e dentro la chiesa entrano gruppi selezionati, altri migliaia restano all’esterno e nelle strade della città.

E mentre il Papa interviene in inglese, la voce rimandata dagli altoparlanti, dentro e fuori la chiesa c’è un silenzio che contrasta con il calore dell’accoglienza, migliaia di persone che aspettavano il Papa e ora non si perdono una parola: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni («a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».

Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa. Come Francesco nove anni fa, nella Repubblica centrafricana, giovedì ha passato la giornata in una regione divisa dalla guerra civile, nel Nord-Ovest del Camerun.

Per l’occasione, i ribelli indipendentisti avevano annunciato una tregua di tre giorni ma non si sa mai, l’intero percorso del Papa era sorvegliato da militari in tuta mimetica, volto coperto e armi automatiche.

Leone XIV è arrivato all’incontro per la pace su una papabile blindata e protetta da vetri antiproiettile, la stessa che nel pomeriggio lo avrebbe portato tra i ventimila fedeli arrivati per la messa celebrata nell’aeroporto.

Mentre saliva la scalinata che conduce all’ingresso della cattedrale, era protetto alle spalle dai militari. La guerra civile non fa distinzioni di credo e anzi «ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace», ha ricordato Prevost: «In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Nel mondo diviso da oltre una cinquantina di conflitti tutto si tiene, Leone parla di una delle diverse guerre dimenticate per parlare di tutte le guerre, «serviamo insieme la pace!», il tema che soprattutto dopo gli attacchi di Trump ha finito riassumere il senso del viaggio africano e dello stesso pontificato del primo Papa americano.

Bamenda sta su un altopiano a milleseicento metri d’altezza, un paesaggio di palme, campi coltivati soprattutto a mais e colline a chiudere l’orizzonte.

Dopo l’indipendenza del 1960, qui le tensioni tra la minoranza di lingua inglese e la maggioranza francofona sono cresciute fino alla dichiarazione di indipendenza degli irredentisti anglofoni, la proclamazione nel 2017 della «Repubblica di Ambazonia», da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra il Camerun francese e quello Sud-occidentale sotto il mandato britannico.

Ne è nata una guerra che ha causato migliaia di morti e più di settecentomila sfollati. Le postazioni militari governative sparse nella zona vengono periodicamente attaccate dai ribelli.

Nei giorni in cui si spara, scatta il coprifuoco o la fuga nei boschi o nelle case parrocchiali e le missioni del comunità religiose. La chiusura forzata e ricorrente delle scuole ha complicato la formazione di una generazione di bambini. Alcune facciate in cemento o mattoni d’argilla mostrano fori di proiettile.

«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine», dice Papa Leone.

Del resto le guerre si somigliano, le sue considerazioni si ampliano all’intero pianeta: «È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a “U” – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana».

Nel pianeta devastato da pochi dominatori, c’è tuttavia una miriade di persone che lavora alla pace, «sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».

Nella cattedrale c’è il rappresentante dei capi tradizionali che ringrazia perché «la maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università».

L’imam di Buea ricorda che la guerra non fa distinzioni di credo, da ultimo «il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamenda, uccidendo tre persone e ferendone altre nove».

Il portavoce delle chiese protestanti e anglicana ricorda gli sforzi di tutti i leader religiosi per tentare una mediazione tra governativi e ribelli. «Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa», conclude il Papa: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme», alla fine libera fuori dalla cattedrale sette colombe bianche.

La messa del pomeriggio viene celebrata accanto alla pista dell’aeroporto per ragioni di sicurezza, l’area è chiusa e più facile da sorvegliare.

Qui Leone si concentra sul Camerun, «le numerose forme di povertà», «la corruzione», i «gravi problemi nel sistema educativo e sanitario» e «la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani», ma non basta: «Alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».

Di rado il tono di Prevost è stato così vibrante: «Questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani! Adesso e non in futuro! È giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

L’ultimo richiamo è al «coraggio degli Apostoli» che nel racconto degli Atti «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose».

Il Papa cita la risposta di Pietro alle minacce ricevute per la loro testimonianza: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini».

Trump ora ha una «questione cattolica»: i 3 cerchi di un errore (ben più serio di quanto lui possa immaginare)

di Federico Rampini| 17 aprile 2026 – Corriere della Sera – 17 Aprile 1016

Il patrimonio di consensi del presidente Usa è stato messo a repentaglio in pochi giorni dagli attacchi contro il primo Pontefice di origine statunitense

Il copione della guerra in Iran per adesso sta continuando com’era cominciato: il fronte esterno è più favorevole a Trump di quello interno. Sul terreno strettamente militare, ma anche su quello geoeconomico, gli ultimi sviluppi sono abbastanza favorevoli.

Il contro-blocco di Hormuz, cioè l’embargo Usa sulle navi iraniane, per quanto parziale può spingere il regime di Teheran a maggiori concessioni al tavolo del negoziato in Pakistan.

I record storici delle Borse Usa, così come il buon andamento del mercato di Tokyo, e la crescita del Pil cinese al 5%, sono tutti dati che convergono a smentire le narrazioni più apocalittiche. Una schiarita sembra arrivare perfino dal Libano con l’annuncio di una tregua di dieci giorni.

Diverso è il fronte interno, quello dove Trump arranca contro un’opinione pubblica sfavorevole. L’avvio della procedura di impeachment da parte dei democratici contro il segretario alla Guerra Pete Hegseth rimarrà un gesto simbolico, fine a sé stesso. Mancano i numeri parlamentari perché l’impeachment si realizzi.

D’altronde i capi d’imputazione contro Hegseth a rigore andrebbero rivolti al Commander-in-Chief cioè il presidente stesso: se questa guerra è illegale, se nel farla sono stati commessi dei reati, la responsabilità ultima è di Trump. Questo rinvia all’importanza delle elezioni di mid-term del 3 novembre: in quel voto legislativo, se i democratici dovessero conquistare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, tra i loro ranghi affiorerà di nuovo il «partito dell’impeachment» contro il presidente.

Sulle dinamiche elettorali da qui a novembre Trump si sta rivelando il peggior nemico di sé stesso. Come non bastasse questa guerra, impopolare fin dall’inizio perché lui non l’ha mai spiegata a dovere, l’apertura di una «questione cattolica» dentro la base della destra è un problema serio.

Ricordo che i cattolici statunitensi da anni si erano spostati a destra, spesso in aperto dissenso con le posizioni del Vaticano durante il pontificato di papa Francesco. Il cattolicesimo americano era diventato uno dei bacini elettorali decisivi per riportare Trump alla Casa Bianca con l’elezione del novembre 2024.

Le ragioni sono molteplici. L’elettorato cattolico ha reagito agli eccessi della cultura «woke» nella sinistra democratica; ha visto minacciati i valori tradizionali, il ruolo della famiglia, dalle campagne più radicali per l’agenda Lgbtq+; non ha condiviso il permissivismo sul crimine o sull’immigrazione clandestina durante la presidenza Biden; né il terzomondismo antiamericano del pontificato Bergoglio.

Lo spostamento a destra dei cattolici si era sovrapposto a quello di comunità etniche: italo-americani, irlandesi, polacchi, latinos. Non era passato inosservato l’intervento di Trump in favore dei cristiani perseguitati in Nigeria dal terrorismo jihadista.

Tutto questo patrimonio di consensi è stato messo a repentaglio in pochi giorni dagli attacchi contro il primo papa di origine statunitense, un pontefice comprensibilmente molto popolare tra i suoi concittadini, del quale i cattolici americani sono orgogliosi, e che è ben diverso dal suo predecessore.

Sullo scontro fra Trump e papa Leone, vi propongo qui un’analisi illuminante. L’autore è Ross Douthat, opinionista del New York Times con alcune credenziali specifiche: è un intellettuale conservatore molto autorevole, non trumpiano (semmai anti-trumpiano, ancorché aperto a riconoscere meriti occasionali a questo presidente), e lui stesso cattolico.

Douthat è in una posizione privilegiata per darci un punto di vista autorevole che viene proprio da quella minoranza cattolica americana dove Trump in passato raccolse molti voti e nella quale ha reclutato il proprio vicepresidente JD Vance e il proprio segretario di Stato Marco Rubio.

«Analizziamo – scrive Douthat – l’ultimo scontro tra Chiesa e impero, il conflitto aperto tra il presidente Donald Trump e papa Leone XIV, attraverso tre cerchi concentrici, che ci portano dalle realtà generali della politica cattolica fino alle specificità più scottanti di questo caso. A livello generale, non c’è nulla in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano che dovrebbe sconvolgere i cattolici. Nulla nella dottrina cattolica afferma che i papi sono immuni da errori quando parlano di politica, e la storia offre abbondanti prove del fatto che possono commettere sbagli anche gravi. Di conseguenza, quando i papi si occupano di politica, non è blasfemo che i politici dissentano da loro, e questi contrasti non sono nuovi. Sono vicende molto tradizionali, durano dal Medioevo.

Nell’attuale zona di controversia — quella che oppone il papa, il Vaticano o cardinali di primo piano al nazionalismo di destra — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli. La dottrina sociale cattolica sfida sia la destra sia la sinistra, ma è un equilibrio difficile, e i leader della Chiesa tendono spesso a criticare più duramente una parte politica e a sostenere l’altra. Sotto Giovanni Paolo II, molti cattolici progressisti ritenevano legittimamente che il Vaticano fosse più vicino alla destra; sotto Francesco la dinamica si è invertita.

Pur essendo contrario all’aborto, all’eutanasia e ad altri capisaldi progressisti, Francesco ha dato priorità alle questioni economiche e ambientali. Nutriva una personale avversione per i conservatori, in particolare quelli americani, rispetto ai progressisti.

Leone ha portato maggiore stabilità alla Chiesa. Ha mostrato ai conservatori un volto più paterno, ha preso sul serio le loro preoccupazioni sulla liturgia e la chiarezza dottrinale, pur continuando a riecheggiare Francesco su temi come immigrazione e cambiamento climatico. Di conseguenza, si è vista una separazione più netta tra una minoranza di cattolici di destra molto attivi online, sempre pronti allo scontro con il papato, e una base conservatrice più ampia, disposta ad accettare un papa dai toni talvolta progressisti purché non appaia intenzionato a sconvolgere la dottrina.

E tuttavia l’inclinazione a sinistra del Vaticano nei dibattiti politici contemporanei può rivelare mancanze di carità o di chiarezza. La carità difettosa emerge soprattutto quando i leader ecclesiastici parlano di immigrazione: dovrebbe essere possibile difendere i migranti dagli abusi, e al tempo stesso riconoscere le ragioni legittime per cui i cattolici americani giudicano disastrosa la politica di frontiere aperte di Joe Biden, o per cui i cattolici europei temono una trasformazione religiosa dei loro Paesi a causa dell’immigrazione musulmana.

Il Vaticano appare più a suo agio nel dialogo con Biden o con Macron che con Trump o Marine Le Pen, ma fatica a comprendere perché una parte consistente dei suoi fedeli preferisca le destre.

La mancanza di chiarezza, invece, è un problema ricorrente nel linguaggio ecclesiastico su temi che vanno dalla ricchezza alla povertà fino alla guerra e alla pace. I commenti papali sull’economia possono apparire non solo orientati a sinistra ma anche vaghi. Le posizioni sulla politica estera rischiano di scivolare verso un pacifismo disinvolto, non sempre coerente con la tradizione cattolica. Si ha il diritto di chiedere al Vaticano di riconoscere che il potere militare talvolta svolge un ruolo moralmente legittimo.

Queste sono le ragioni del dissenso dei cattolici conservatori da Roma. Ma iniziano a incrinarsi quando si passa al secondo cerchio, quello della guerra in Iran, la questione che ha fatto esplodere il conflitto tra la Chiesa e Trump. Qui non è il papato a mostrare difficoltà con le questioni concrete; sono invece le argomentazioni della Casa Bianca a vacillare.

I sostenitori di Trump lamentano che certi cardinali americani di orientamento progressista sono faziosi, e che il Vaticano non denuncia abbastanza il regime iraniano. Ma queste sono obiezioni secondarie rispetto alla domanda fondamentale: la guerra è giusta oppure no?

Trump non ha fornito una giustificazione coerente. Si potrebbe sostenere, per esempio, che la guerra è giusta perché mira a rovesciare un governo malvagio. Ma Trump sostiene di non voler un cambio di regime e di essere disposto a un accordo che lasci al potere l’élite clericale.

Oppure si potrebbe dire che si tratta di un intervento limitato per prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump ha più volte evocato una campagna molto più ampia, con bombardamenti «fino all’età della pietra» e distruzione su scala civile, ipotesi incompatibili con qualsiasi teoria della guerra giusta. O ancora, si potrebbe sostenere che la guerra americana è giusta perché colpisce obiettivi militari, a differenza delle operazioni israeliane più controverse. Ma è difficile sostenere questa distinzione: si tratta dello stesso conflitto.

Le informazioni disponibili suggeriscono che l’America sia entrata in guerra senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza considerare adeguatamente i rischi e nonostante le riserve del vicepresidente cattolico e i dubbi del segretario di Stato cattolico

Ciò non esclude un esito positivo, ma spiega perché il capo della Chiesa cattolica abbia tutte le ragioni per definire questo conflitto ingiusto.

La risposta del presidente a questa critica — entriamo nel terzo cerchio — esula dal normale confronto tra Chiesa e Stato. Non è nemmeno un tipico eccesso trumpiano. Si entra invece nel terreno della profanazione e del sacrilegio: dai post pasquali sui social, con minacce e sarcasmi religiosi, fino agli attacchi al papa e a immagini generate dall’intelligenza artificiale che raffigurano Trump come Cristo.

I difensori cristiani di Trump tendono a separare questi episodi, giustificandone alcuni e condannando solo l’ultimo. Ma il problema centrale, dal punto di vista religioso, non è chi si senta offeso, bensì la coerenza di un filo che lega minacce blasfeme, invettive contro il principale leader cristiano e l’auto-rappresentazione come figura divina.

Non si tratta solo di un’offesa all’identità religiosa o alla dignità papale, ma di una violazione dei primi due comandamenti, con Dio stesso come parte lesa. Per un osservatore non credente, la bestemmia può apparire come un peccato senza oggetto reale, e questa escalation può interessare solo come un segnale dello stato mentale del presidente.

Ma per un credente, l’intera traiettoria politica di Trump — il suo ruolo nella crisi della sinistra, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si inscrive in un disegno provvidenziale. In questo quadro, la deriva blasfema rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi, un avvertimento sui possibili esiti della storia e sul rischio spirituale di seguirlo fino in fondo».

Il Papa e Trump: un contrasto esplosivo 

 15 Aprile 2026 ore 09:39

di Roberto de Mattei – Esteri | CR 1946

Dopo le invettive del presidente Trump contro Papa Leone XIV, la deplorazione è d’obbligo, e bene ha fatto la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ad esprimerla, come leader di una nazione che ospita la Cattedra di Pietro. Leone XIV è il Capo della Chiesa universale, al di sopra di tutti i potenti della terra, e mai come in questo caso il rispetto della forma è rispetto della sostanza. Ma alla deplorazione deve seguire l’analisi delle parole e dei fatti, se non si vuole essere vittima delle sabbie mobili del caos che inghiottiscono chiunque rinunci all’uso della ragione in un’epoca di turbolenza come quella che viviamo. E la prima domanda che deve porsi chi vuole usare la ragione è perché Donald Trump abbia attaccato frontalmente Leone XIV, accusandolo di essere «liberal» e di «assecondare la sinistra radicale» quando, nel suo primo mandato presidenziale, non ha mai attaccato con tanta veemenza papa Francesco, che era certamente più «liberal» e di sinistra del suo successore.  

Ripercorriamo innanzitutto gli eventi: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita», ha scritto Trump il 7 aprile su Truth, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum con cui tentava di far accettare a Teheran una resa incondizionata. Leone XIV ha preso sul serio la minaccia roboante di Trump e lo stesso giorno, uscendo da Castel Gandolfo ha definito «inaccettabile» la minaccia al popolo iraniano. Non era la prima volta che in maniera diretta o indiretta rimproverava il presidente americano per la sua gestione della crisi.

 L’11 aprile, dopo la veglia di preghiera tenuta nella basilica di San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo i colloqui di pace, poi falliti in Pakistan, Trump si è sfogato contro il Papa sul suo social, Truth definendolo «debole sui fatti criminosi» e «pessimo in politica estera». Il presidente americano ha aggiunto: «Non voglio un papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni – inclusi assassini, spacciatori e killer – mandandoli nel nostro Paese». Trump ha detto ancora, «Non voglio un Papa che critichi il presidente americano perché sto facendo esattamente quello per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che ha capito tutto». Il duro post è stato seguito dalla pubblicazione di un’immagine creata con l’intelligenza artificiale di un Trump-Messia, presto rimossa dopo la pioggia di critiche. 

All’attacco frontale di Trump, è seguita una sobria replica di Leone XIV. «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito», ha detto il Papa ai giornalisti. sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa. «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!», ha spiegato ancora il Pontefice ricordando di parlare «del Vangelo: continuerò a farlo ad alta voce» contro i conflitti.

Trump, che non mostra di conoscere né le regole della diplomazia, né quelle della buona educazione, si serve dell’iperbole come arma di negoziato, Non è l’unico a farlo. Fin dall’inizio del conflitto in Ucraina, Putin, e soprattutto, l’ex Presidente russo Dmitry Medvedev, continuano a minacciare l’uso dell’arma nucleare. È molto inquietante, ma non è detto che abbiano intenzione di far seguire i fatti alle parole. Il problema è che la Russia, come la Cina e la Corea del Nord, dispone di un arsenale nucleare, l’Iran non ancora. Qui cade la domanda di fondo, formulata da Mario Sechi su “Libero” del 14 aprile in questi termini: «Cosa si fa con l’Iran che ribadisce di voler continuare il suo programma nucleare»?  La trattativa, infatti, è fallita proprio perché l’Iran non vuole rinunciare all’uso della bomba atomica. Un intervento militare svolto a sventare questa minaccia non rientra in quel caso di “guerra giusta” che George Weigel ha evocato nel suo articolo On War, Peace, the President and the Pope sul “Washington Post” del 13 aprile? Weigel sottolinea che il conflitto non può essere affrontato solo con argomentazioni politiche, ma deve essere valutato secondo criteri etici, invitando a un dialogo più serio e responsabile tra autorità politica e religiosa sui temi della guerra e della pace.

Il Papa ha giustamente ricordato che la sua voce non è quella di un leader politico, ma quella della Chiesa che annuncia il Vangelo e richiama il mondo alla pace. Tuttavia, il 4 aprile, ha invitato   i cittadini americani a far sentire la propria voce presso i membri del Congresso per por fine alla guerra. Probabilmente non era mai accaduto che un Pontefice si rivolgesse direttamente a un popolo per invitare i cittadini a far pressione sui propri rappresentanti. Non a caso, “La Repubblica” del 14 aprile ha pubblicato un’intera pagina contro Trump del gesuita padre Antonio Spadaro, intitolandola: «La voce di Prevost come atto politico contro la legge del presidente». 

Il regime sanguinario di Teheran, strumentalizzando la situazione, è intervenuto, a sua volta, con un messaggio rivolto al Papa. Mentre Leone XIV visitava la grande Moschea di Algeri, il presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian, rivolgendosi al Pontefice, così si è espresso: «A nome della grande nazione iraniana, condanno l’insulto rivolto a Vostra Eccellenza e dichiaro che la profanazione di Gesù (la pace sia con lui), il Profeta della pace e della fratellanza, è inaccettabile per qualsiasi persona libera. Le auguro che Allah le conceda la gloria».

Di fatto si sta rinnovando una polarizzazione tra la Santa Sede e gli Stati Uniti, che ha radici culturali antiche. Nel 1776, l’anno della Dichiarazione di Indipendenza di cui ricorre il 4 luglio il 250esimo anniversario, gli Stati Uniti definirono la loro identità rifiutando qualsiasi autorità religiosa che ambisse ad essere “suprema”, a cominciare dalla “Monarchia Romana”.  Gli scandali finanziari e morali degli ultimi anni hanno inoltre screditato una parte della gerarchia americana e la rinascita del cattolicesimo sta avvenendo negli ambienti tradizionali, che criticavano papa Francesco e ancora diffidano del suo successore. Ciò fa capire le difficoltà che incontrerà, fin dall’inizio del suo incarico, mons. Gabriele Caccia, nuovo nunzio a Washington. 

Trump pagherà le conseguenze dei suoi errori nelle prossime elezioni di Midterm, ma Leone XIV non ha scadenze elettorali né preoccupazioni mediatiche di cui deve tener conto. È sufficiente che svolga bene il suo ministero petrino, ricordando l’insegnamento immutabile della Chiesa in termini di guerra e di pace.

 Il Papa, che è un figlio di sant’Agostino, conosce certamente un celebre passo del Dottore di Ippona, ricordato da Pio XII nell’enciclica Communium interpretes dolorum del 15 aprile 1945: «Desideri la pace? Opera giusto e avrai la pace: poiché la giustizia e la pace si sono baciate (Sal 84, 11). Se non ami la giustizia, non avrai la pace: infatti la giustizia e la pace si amano e sono tra loro talmente unite, che se fai giusto, troverai la pace che bacia la giustizia… Se dunque vuoi venire alla pace, opera giusto: allontanati dal male e segui il bene, questo significa amare la giustizia; e quando avrai lasciato il male e avrai fatto il bene, cerca la pace e seguila (Ps. 84, 12: PL 37, 1078)».  

Erano gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale e Pio XII chiedeva «al Redentore divino e alla sua santissima Madre, in spirito di preghiera e di penitenza che sia vera e sincera la pace che porrà termine a questa guerra funesta e sanguinosa». Questo è sempre stato l’insegnamento della Chiesa: non basta invocare a parole la pace, bisogna operare fattivamente, per instaurare la giustizia, e soprattutto chiedere l’aiuto soprannaturale della grazia per portare al mondo la pace di Cristo, che è ben diversa da quella falsa del mondo (Gv 14-27-31). 

Il futuro dell’umanità alla luce della teologia della storia cristiana

 8 Aprile 2026 ore 09:55

di Roberto de Mattei  – Storia | CR 1945

La Santa Pasqua ci ricorda che il centro della storia è Gesù Cristo, Verbo Incarnato, crocifisso per noi e risuscitato per salvare il genere umano. Tutta la storia ruota attorno a Gesù Cristo e alla Chiesa che nacque dal Suo costato trafitto sul Calvario. Per il cristiano, ci ricorda dom Guéranger, non esiste una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale e la storia dell’umanità deve darne testimonianza.

C’è chi crede che i cristiani debbano disinteressarsi della storia. È vero il contrario. La caratteristica della religione cattolica è quella di essere una religione storica. La storia non va negata, ma giudicata, nel suo svolgimento, alla luce di Gesù Cristo e della Chiesa. Le rivelazioni di Paray le Monial a santa Margherita Maria Alacoque e quelle della Madonna ai tre pastorelli di Fatima, contengono precisi riferimenti storici e politici, che aiutano a leggere i misteriosi disegni della Divina Provvidenza nelle vicende umane. Tutti conoscono questi messaggi. Ma ve ne è uno meno conosciuto, la lettera del 14 maggio 1873 di san Giovanni Bosco all’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, allora sovrano di un immenso impero multietnico che si estendeva dall’Europa centrale ai Balcani. 

Due anni prima, la vittoria prussiana sulla Francia aveva condotto, nel 1871, alla proclamazione dell’Impero tedesco, con il Re di Prussia, Guglielmo I di Hohenzollern, elevato alla dignità imperiale. La caduta di Napoleone III portò all’invasione dello Stato Pontificio e all’instaurazione della Terza Repubblica in Francia, mentre Bismarck, perseguendo esclusivamente gli interessi della Germania, si volse contro l’Austria, per indebolirla e umiliarla, a vantaggio del nuovo Stato tedesco.

In quel momento, l’Impero austriaco rappresentava ancora un riflesso di quel regime antico che la Rivoluzione francese aveva voluto distruggere. L’influenza economica e sociale della Germania contribuì a trasformare la Vienna tradizionale, epicentro dell’espansione della fede e capitale del Sacro Impero, nella Vienna della finanza e del “progresso”. La tradizionale economia agricola, rurale e pastorale si trasformò nel moderno sistema bancario e finanziario. Inoltre, nella Vienna fine secolo cominciarono a svilupparsi correnti positiviste, razionaliste, vitaliste ed esoteriche, estranee alla tradizione cattolica.

Eppure la Divina Provvidenza volle intervenire per riportare l’Austria sulla retta via, attraverso l’appello di san Giovanni Bosco all’Imperatore. Ecco il testo della sua lettera:

«Questo dice il Signore all’imperatore d’Austria: Fatti animo! Provvedi a’ miei servi fedeli ed a te stesso! Il mio furore si versa sopra tutte le nazioni della terra, perché si vuole far dimenticare la mia legge; portare in trionfo quelli che la profanano; opprimere quelli che la osservano.

Vuoi tu essere la verga della mia Potenza? Vuoi tu compiere gli arcani miei voleri e divenire un benefattore del mondo?

Appoggiati sulle potenze del Nord, ma non sulla Prussia. Stringi relazioni colla Russia, ma niuna alleanza. Associati colla Francia. Dopo la Francia avrai la Spagna.

Fatti un solo Spirito ed una sola azione. Somma segretezza ai nemici del mio Santo Nome. Colla prudenza e coll’energia diverrete invincibile. Non credere alle menzogne di chi ti dicesse il contrario.

Abborrisci i nemici del Crocifisso. Spera e confida in Me, che sono il Donatore delle vittorie agli eserciti, il Salvatore dei popoli e dei Sovrani.

Amen. Amen».

 Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira commenta questa lettera sottolineando come il santo esortava l’Imperatore ad essere un alleato della Francia cattolica e della Spagna; a stare in guardia dalla Prussia; a mantenere rapporti con la Russia ma non tanto stretti; a non scatenare una guerra né lasciarsene coinvolgere; infine, a prendere la guida della causa cattolica in tutta Europa, a cominciare dall’Austria. 

Dio promise a Francesco Giuseppe, per mezzo di don Bosco, che, se avesse corrisposto a queste indicazioni, sarebbe stato al suo fianco e avrebbe portato al massimo splendore la potenza della Casa d’Austria. Purtroppo, l’imperatore non accolse questo appello, così come il Re di Francia Luigi XIV nel 1689 non aveva raccolto la richiesta trasmessagli da santa Margherita Maria Alacoque di intronizzare solennemente e pubblicamente il Sacro Cuore, consacrando ad esso il suo regno. Cento anni dopo scoppiò la Rivoluzione francese, la monarchia fu travolta e Luigi XVI, discendente sul trono di Luigi XIV, venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793. 

Anche alla luce di questo precedente, come non mettere in relazione il monito inascoltato di don Bosco, con i gravi disastri che colpirono in seguito l’Impero austro-ungarico? L’allontanamento dal sovrano dell’imperatrice Elisabetta di Baviera, che visse a lungo lontana dalla Corte e fu infine assassinata da un anarchico italiano in Svizzera; il dramma di Mayerling, con il suicidio del figlio Rodolfo d’Asburgo-Lorena; il tragico attentato di Sarajevo, in cui perse la vita l’erede Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este; la catastrofe della monarchia austro-ungarica nella Prima guerra mondiale; e, infine, la morte in esilio dell’imperatore Carlo I d’Austria, spentosi di tubercolosi sull’isola di Madeira.

 La lettera di don Bosco a Francesco Giuseppe appare, in retrospettiva, come un richiamo profetico analogo a quello di Fatima dove, il 13 luglio 1917, la Madonna disse a suor Lucia: «Verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati». Ma il 29 agosto 1931 suor Lucia ricevette una intima comunicazione del Signore, secondo cui le sue richieste non erano state esaudite dai vertici della Chiesa. «Non hanno voluto accogliere la mia richiesta. Come il re di Francia si pentiranno e lo faranno, ma sarà troppo tardi. La Russia avrà sparso i suoi errori nel mondo provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa. Il Santo Padre dovrà soffrire molto». 

Guerre, persecuzioni e sofferenze hanno la loro radice nella volontà disordinata degli uomini, che rifiutano i piani della Divina Provvidenza. Meditare le parole di don Bosco e di Fatima significa avere il senso soprannaturale della storia. Significa ricordare che lo storico e l’uomo politico cristiano devono compiere le loro valutazioni in base non a criteri meramente politici ed economici ma alla teologia della storia cristiana, l’unica che può assicurare l’ordine e la vera pace al genere umano.

Santa Bernardetta Soubirous


Nome: Santa Bernardetta Soubirous

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Marie Bernarde Soubirous

Nascita: 7 gennaio 1844

Morte: 16 aprile 1879

Ricorrenza: 16 aprile

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Protettrice:
degli ammalati

Beatificazione:
14 giugno 1925, Roma , papa Pio XI

Canonizzazione:
8 dicembre 1933, Roma , papa Pio XI

Luogo reliquie:

Si chiamava Maria Bernarda, ed era nata a Lourdes, sconosciuto paesino della Francia meridionale. Era figlia d’un mugnaio, che presto dovette abbandonare il proprio mulino per ridursi a vivere di stenti nel paese.

La mattina dell’11 febbraio 1858 faceva freddo, e in casa Soubirous non c’era più legna da ardere. Bernardetta, con la sorella Antonietta e una compagna, furon mandate a cercar rami secchi nei dintorni del paese. Le tre bambine giunsero così vicino alla Rupe di Massabielle, che formava, dalla parte del fiume, una piccola grotta. Dentro a quella grotta giaceva un bel pezzo di legno. Per poterlo raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume.

Antonietta e l’amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell’acqua fredda. Bernardetta invece, essendo delicata e soffrendo d’asma, portava le calze. Pregò l’amica di prenderla sulle spalle, ma l’amica si rifiutò, e discese, con Antonietta, verso il fiume.

Bernardetta rimase sola. Pensò di togliersi gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un grande rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non spirasse alito di vento. Poi la grotta fu piena d’una nube d’oro, e una splendida signora apparve sulla roccia della grotta.

Istintivamente, la bambina s’inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò pregare, facendo passare tra le sue dita, come faceva la piccola orante, i grani del Rosario, che pur essa teneva in mano, senza però mormorare l’Ave Maria. Soltanto, alla fine della posta, s’univa a Bernardetta per recitare il Gloria Patri.

Quando il Rosario terminò, la bella Signora scomparve; sparì la nuvola d’oro, e la grotta tornò nera, dopo tanto splendore. L’apparizione si ripeté varie volte, e Bernardetta non si contraddì mai nel descrivere la bella Signora. « vestita di bianco – diceva -, con un nastro celeste annodato alla vita e con le estremità lunghe fin quasi ai piedi ».

Ma lo strano fu quando la fanciulla per tre volte chiese alla bella signora chi fosse. Per tre volte si sentì rispondere: « Io sono l’Immacolata Concezione ». « Questa risposta non ha significato », dissero coloro che ebbero il compito d’interrogare la povera pastorella. Ma Bernardetta insisteva:

« Ha detto così ».

Né mai si smentì o si contraddisse.

Intanto alla grotta accorrevano fedeli in preghiera, ed ecco che dal fianco della montagna scaturisce il più copioso fiume di miracoli che mai si fosse conosciuto. I ciechi riacquistavano la vista, i sordi riavevano l’udito, gli storpi venivano raddrizzati. Questa volta furono gli scienziati, prima a indignarsi, poi a stupirsi, poi a convincersi che il miracolo negato dai Positivisti era qualcosa di veramente positivo.

Attorno alla grotta di Lourdes si accesero le devozioni più fervide e le discussioni più clamorose. E su Bernardetta si appuntarono curiosità e ammirazione. Ella però soffriva dì tanta attenzione; chiese perciò di entrare in un convento, a Nevers. « Son venuta qui per nascondermi », disse umilmente. Stremata di forze, oppressa dall’asma, respirava a fatica. « Tu soffri molto », le dicevano le consorelle.« Bisogna che sia così », rispondeva la giovane suora.

Bisognava che soffrisse, per restare degna del privilegio che aveva ricevuto, di vedere la Vergine Immacolata.

Morì all’età di 35 anni, il 16 aprile 1879

Bernadette fu beatificata il 14 giugno 1925 da Pio XI e canonizzata nel 1933 dallo stesso pontefice, non solo per essere stata testimone dell’apparizione mariana, ma anche per la semplicità e la santità della sua vita.

MARTIROLOGIO ROMANO. Nevers sempre in Francia, santa Maria Bernarda Soubirous, vergine, che, nata nella cittadina di Lourdes da famiglia poverissima, ancora fanciulla sperimentò la presenza della beata Maria Vergine Immacolata e, in seguito, preso l’abito religioso, condusse una vita di umiltà e nascondimento

Leone XIV in Algeria: “Il cuore di Dio non è con i malvagi, i prepotenti e i superbi”

di Gian Guido Vecchi – 14 Aprile 2026 – Corriere della Sera

Il Papa commosso in preghiera fra le rovine di Ippona

ANNABA (Algeria) – Leone XIV si ferma davanti alle rovine della città romana di Ippona e guarda davanti a sé in silenzio, cade una pioggia obliqua, fra poco pianterà un ulivo di pace. Sta pregando e pensando a quell’uomo che aveva appena trentaquattro anni, quando tornò a casa, eppure era come se avesse già vissuto più di una vita. Gli studi di retorica, il fascino oscuro dei manichei, la lunga relazione con una ragazza, un figlio, l’addio all’Africa e la traversata da Cartagine a Roma. Finché a Milano aveva conosciuto il vescovo Ambrogio e sperimentato, in un giardino, la più celebre esperienza di conversione al cristianesimo dopo Saulo sulla via di Damasco, «tolle lege», prendi e leggi, la voce di un bambino lo aveva convinto ad aprire le lettere di San Paolo, Ambrogio lo aveva battezzato la notte di Pasqua del 24 aprile 387.

Il giovane uomo di etnia berbera che un anno più tardi tornava nella sua Tagaste si chiamava Agostino, sarebbe divenuto presto vescovo della vicina Ippona e per trentaquattro anni avrebbe scritto, uno dopo l’altro, Le confessioni, il trattato Sulla Trinità, La Città di Dio, insomma tutti i capolavori sui quali si è formato Robert Francis Prevost.

Come padre generale del suo ordine c’era già stato due volte, ma ora il Papa che si è presentato al mondo come «figlio di Agostino» ha preso un aereo da Algeri per raggiungere questa cittadina prossima al confine con la Tunisia e ci torna da vescovo di Roma, in momento drammatico della storia. «Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne», dice proprio più tardi mentre visita la casa di accoglienza per anziani delle Piccole sorelle dei poveri: «Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno».
 
Ne ha parlato nel primo giorno del suo viaggio in Africa, dopo l’attacco inusitato del presidente americano: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, “beati gli operatori di pace”, ciò di cui ha bisogno il mondo oggi».

Agostino «è molto amato nella sua terra» e la figura del più grande filosofo e teologo cristiano può rappresentare «un ponte di pace e di riconciliazione».
Nello stemma papale di Leone c’è un libro chiuso sul quale vi è un cuore trafitto da una freccia. L’immagine richiama proprio il racconto della conversione nel giardino milanese, il momento decisivo del quale Agostino diceva: «Vulnerasti cor meum verbo tuo», ovvero «Hai trafitto il mio cuore con la tua parola».

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