"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Vance interviene dopo l’attacco di Trump al Papa: «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali»

di Paolo Foschi – Corriere della Sera – 14 Aprile

Il vicepresidente degli Stati Uniti tiene la linea d’attacco indicata da Trump contro Leone XIV: «Le politiche americane devono essere definite dal presidente»

JD Vance entra a gamba tesa nel caso delle incontrollate critiche di Donald Trump a Papa Leone. Il vicepresidente americano anziché gettare acqua sul fuoco delle vivaci polemiche è intervenuto con parole che rischiano di accentuare lo scontro fra la Casa Bianca e il mondo cattolico. Secondo Vance, infatti, il Vaticano dovrebbe «attenersi alle questioni morali».

«Ritengo certamente che, in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali – ha aggiunto il vicepresidente americano – e che lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane», ha chiarito Vance, arrivato alla fede cattolica in età adulta, parlando al programma `Special Report with Bret Baier´ di Fox News.

Papa Leone, dall’Algeria dove è in viaggio, aveva risposto alle scomposte critiche con eleganza, ma al tempo stesso con fermezza: «No, non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, che è quello che credo di dover essere qui a fare, ciò per cui la Chiesa è qui. Non siamo politici, non stiamo cercando di fare “politica estera”, come lui la definirebbe, con la stessa prospettiva che lui intende. Ma credo che il messaggio del Vangelo, “beati gli operatori di pace”, sia ciò di cui ha bisogno il mondo oggi». E, ancora: «Io non sono un politico e non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui (Trump, ndr) Il mio messaggio, piuttosto, è sempre lo stesso: promuovere la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo, non solo a lui». Piuttosto, «non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo», chiarisce: «Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, il dialogo e il multilateralismo tra gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi in piedi e dire che c’è una via migliore».

Papa Leone XIV ricorda il “seme vivo” dei martiri di Algeria

Di Marco Mancini

Algeri , lunedì, 13. aprile, 2026 19:20 (ACI Stampa).

Il primo giorno di Papa Leone XIV in questo viaggio apostolico internazionale in Africa si conclude con l’incontro con la Comunità Algerina nella Basilica di Nostra Signora d’Africa, ad Algeri.

Dopo aver adempiuto agli incontri più formali, a partire con quello della tarda mattinata con il Presidente della Repubblica Algerina, le autorità ed il Corpo Diplomatico, Papa Leone ha ricevuto l’abbraccio della comunità cattolica algerina, presente nonostante una pioggia battente.

Voi – ha esordito Leone XIV dopo aver ascoltato alcune testimonianze- “siete una presenza discreta e preziosa, radicata in questa terra, segnata da una storia antica e da luminose testimonianze di fede. La vostra comunità ha radici molto profonde. Siete gli eredi di una schiera di testimoni che hanno donato la vita, spinti dall’amore per Dio e per il prossimo. Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori. Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto”.

Essendo figli dei santi Monica e Agostino, fino a San Charles de Foucauld passando per i monaci martiri di Tibhirine, il Papa ha ricordato che questo “è un richiamo luminoso ad essere, oggi, segni credibili di comunione, dialogo e pace ed esprimo la mia gratitudine per l’impegno quotidiano con cui rendete visibile il volto materno della Chiesa”.

“La preghiera – ha sottolineato Papa Leone – unisce e umanizza, rafforza e purifica il cuore, e la Chiesa in Algeria, grazie alla preghiera, semina umanità, unità, forza e purezza attorno a sé, raggiungendo luoghi e contesti che solo il Signore conosce”.

Circa la carità, Leone XIV ha invitato a tenere presente “il valore della misericordia e del servizio non solo come sostegno ai più fragili, ma soprattutto come luogo di grazia, in cui chiunque si lasci coinvolgere cresce e si arricchisce. E’ l’amore per i fratelli che ha animato la testimonianza dei martiri che abbiamo ricordato. Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia”.
Necessario poi – ha spronato il Papa – “l’impegno a promuovere pace e unità. Pace e armonia sono state caratteristiche fondamentali della comunità cristiana fin dalle origini. Questa stessa basilica è simbolo di una Chiesa di pietre vive in cui, sotto il manto di Nostra Signora d’Africa, si costruisce comunione tra cristiani e musulmani. In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà”.

“Una parte considerevole del territorio di questo Paese – ha detto ancora Leone XIV – è occupata dal deserto, e nel deserto non si sopravvive da soli. Le asperità della natura ridimensionano ogni presunzione di autosufficienza e ricordano a tutti che abbiamo bisogno gli uni degli altri, e che abbiamo bisogno di Dio. È la fragilità riconosciuta che apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umana è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera”.

Prima di raggiungere la Basilica di Nostra Signora d’Africa, Papa Leone XIV aveva fatto tappa presso la Grande Moschea di Algeri e prima ancora presso il centro di accoglienza e di amicizia delle suore missionarie agostiniane a Bab El Oued.

Qui il Papa ha reso omaggio alla memoria di alcune religiose di questa comunità, uccise negli anni ‘90 durante la guerra civile. Dopo un momento di preghiera insieme alle sorelle, e le parole di saluto della Superiora della comunità, Leone XIV ha rivolto loro alcune parole, ricordando la storia delle due martiri, e degli altri martiri, come una presenza preziosa in questa terra che ha permesso al Papa di scoprire una dimensione iscritta nel cuore di quello che deve essere la vita agostiniana nel mondo: dar testimonianza, il martirio.

“La vostra presenza qui significa molto” ha detto il Santo Padre, ricordando una precedente visita, e ha sottolineato il dono che è Sant’Agostino in questa parte del mondo: quello di “promuovere il rispetto per la dignità di ciascuno” e di “dire che è possibile vivere in pace, valorizzando le differenze”. Prima di congedarsi, ha ringraziato le sorelle e le ha esortate ad andare avanti, ricordando che la festa dei 19 martiri di Algeria ricorre l’8 maggio, giorno della Sua elezione.

La giornata di domani per Papa Leone sarà un vero e proprio ritorno alle origini, con la visita ad Ippona, dove Sant’Agostino – fondatore dell’ordine a cui appartiene il Papa – fu vescovo dal 396 al 430 d. C.

Leone XIV è partito per l’Algeria. Comincia il suo terzo viaggio apostolico

Dopo le tappe di Turchia e Libano e nel Principato di Monaco, Leone XIV va in Africa. Sulle orme di Sant’Agostino, ma anche in Camerun, Guinea Equatoriale e Angola

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano , lunedì, 13. aprile, 2026 9:10 (ACI Stampa).

Per la prima volta, un Papa va nella terra di Sant’Agostino. E non poteva che essere Leone XIV, un “figlio di Sant’Agostino”, come lui stesso si definì l’8 maggio, uscendo per la prima volta da Papa nella Loggia delle Benedizioni della Basilica Vaticana.

Leone XIV è appena partito per il suo terzo viaggio internazionale, dieci giorni in Africa, dall’Algeria di Sant’Agostino all’Angola, passando per Camerun e Guinea Equatoriale. Prima, c’era stato il viaggio in Turchia e Libano, il primo del pontificato, e poi quello lampo nel Principato di Monaco.

Il viaggio che inizia oggi è il più lungo finora. Tocca quattro Paesi, tutti diversi tra loro. Il primo è l’Algeria, dal 13 al 15 aprile, dove il tema principale sarà l’incontro e la fraternità. In Algeria, i cattolici sono una minoranza di poche migliaia di persone a fronte di 48 milioni di musulmani.

Il 15 aprile, Leone XIV partirà per il Camerun, e resterà nel Paese fino al 18 aprile, visitando la capitale Yaoundé, ma anche Douala, capitale economica del Paese, e Bamenda, al centro del cosiddetto conflitto anglofono. Queste ultime città sono anche considerate roccaforti di opposizione politica al governo di Paul Biya, al potere dal 1982. Leone XIV sarà il terzo Papa in Camerun, dopo i due viaggi di Giovanni Paolo II (1985 e 1995) e quello di Benedetto XVI, nel 2009.

Benedetto andò in quell’occasione anche in Angola, e così farà anche Leone XIV, che sarà a Luanda, Muxima e Saurino dal 18 al 21 aprile.

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Infine, il Papa sarà in Guinea Equatoriale, dal 21 al 23 aprile, per celebrare i 170 anni di evangelizzazione del Paese.

Il volo verso l’Algeria dura circa due ore, e il Papa sorvolerà Italia e Francia prima di arrivare ad Algeri e iniziare questo suo terzo viaggio apostolico.

Alla partenza, Leone XIV ha inviato un telegramma al presidente italiano Sergio Mattarella.  “Nel momento in cui mi accingo a compiere il viaggio apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – scrive il Papa – mosso dal vivo desiderio di incontrare i fratelli nella fede e gli abitanti di quelle care Nazioni, mi è gradito rivolgere a Lei, Signor Presidente, l’espressione del mio deferente saluto, che accompagno con fervide preghiere per il bene e la prosperità dell’intero popolo italiano”.

Papa Leone XVI: “Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”

Le parole del Papa in volo verso l’ Algeri

Papa Leone XIV |  | AcistampaPapa Leone XIV | | Aci stampa -13 Aprile 2026

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , lunedì, 13. aprile, 2026 10:54 (ACI Stampa).

“Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace : io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.

Così Papa Leone XIV in volo verso Algeri risponde ai giornalisti che gli chiedono un commento al post di Trump.

Poi spiega il senso del suo viaggio:  Come sapete sono molto contento di visitare di nuovo, la terra di Sant’Agostino, Sant’Agostino che offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso è molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di Sant’Agostino, dove lui era vescovo.

Oggi è veramente una benedizione  per me personalmente, ma credo anche per la chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. 

E allora questo viaggio rappresenta davvero una opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce con lo stesso messaggio perché vogliamo promuovere la pace, la riconciliazione e il rispetto, la considerazione per tutti i popoli. Allora Benvenuti tutti.  Sono contento di salutarvi. 

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Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico, i vescovi USA rispondono a Trump

Un post aggressivo del presidente statunitense

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , lunedì, 13. aprile, 2026 8:30 (ACI Stampa).

In Italia e in Vaticano è notte mentre il presidente statunitense Donald Trump lancia uno dei suoi attacchi sui social e stavolta contro Papa Leone XIV.

La prima risposta arriva dai vescovi americani. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha rilasciato una breve dichiarazione in risposta: “Sono profondamente addolorato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.

Trump ha accusato Leone di essere troppo indulgente con l’Iran e ha criticato l’opposizione del Papa alle operazioni militari statunitensi. “Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare”, ha scritto il presidente. Papa Leone aveva definito la guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran “ingiusta” e il 7 aprile ha definito la minaccia di Trump di distruggere un’intera “civiltà” in Iran “inaccettabile”.

Trump si è anche attribuito il merito dell’elezione di Leone XVI: “Non era in nessuna lista per diventare Papa, ed è stato nominato dalla Chiesa solo perché era americano”. Ha aggiunto: “Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Il post su Truth Social è apparso poche ore prima della partenza del Papa per l’ Africa.

Nei giorni scorsi alcune voci di stampa su un duro confronto tra l’amministrazione Trump e il Vaticano tramite il nunzio negli Usa il cardinale Pierre era stato smentito dal cardinale stesso.

Intanto all guida della ambasciata della Santa Sede negli Stati Uniti c’è un avvicendamento, ed è in arrivo monsignor Caccia, diplomatico di grande esperienza che già nei giorno scorsi era andato ad incontrare l’ ambasciatore Usa in Vaticano Brian Burch dichiaratamente cattolico.

Intanto oltre al Papa anche i vertici della Segreteria di Stato sono in volo verso l’ Algeria.

PAPA LEONE 10 GIORNI DI VIAGGIO MISSIONARIO IN AFRICA

COMINCIA LA MISSIONE DI PAPA LEONE IN AFRICA! Buon viaggio Santo Padre!!!
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Papa Leone XIV, l’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana

La preghiera per la pace, e l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra 

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica 12 aprile 2026, 12:16 (ACI Stampa).

“L’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana” dice Papa Leone XIV prima della recita della preghiera mariana del Regina Coeli. E ricorda la sua partenza per l’ Africa dove “alcuni Martiri della Chiesa africana dei primi secoli, i Martiri di Abitene, ci hanno lasciato in merito una bellissima testimonianza. Di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore. È lì che si nutre e cresce la nostra fede”. Perché “é attraverso l’Eucaristia che anche le nostre mani diventano “mani del Risorto”, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità”.

Nel commento al Vangelo di oggi seconda Domenica di Pasqua, dedicata da San Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia, il Papa parla del nostro incontro con Gesù: “dove trovarlo? Come riconoscerlo? Come credere?” E “certo, non è sempre facile credere. Non lo è stato per Tommaso e non lo è neanche per noi. La fede ha bisogno di essere nutrita e sostenuta. Per questo, nell’“ottavo giorno”, cioè ogni domenica, la Chiesa ci invita a fare come i primi discepoli: a riunirci e a celebrare insieme l’Eucaristia”. Conclude il Papa : “in un mondo che ha tanto bisogno di pace, questo ci impegna più che mai ad essere assidui e fedeli al nostro incontro eucaristico con il Risorto, per ripartirne come testimoni di carità e portatori di riconciliazione. Ci aiuti a farlo la Vergine Maria, beata perché, per prima, ha creduto senza vedere”.

Dopo la preghiera Leone XIV torna sul tema della pace e ricordando la Pasqua per le Chiese ortodosse dice: accompagno quelle comunità  con più intensa preghiera per quanti soffrono a causa della guerra, in modo particolare per il caro popolo ucraino.

La luce di Cristo porti conforto ai cuori afflitti e rafforzi la speranza di pace. Non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra. Anche all’amato popolo libanese sono più che mai vicino in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio.

Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra. Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica.

Mercoledì prossimo si compiono tre anni dall’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan. Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questo dramma disumano? Rinnovo il mio accorato appello alle parti belligeranti affinché facciano tacere le armi ed inizino senza precondizioni un sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini, in particolare ai fedeli che hanno celebrato la Domenica della Divina Misericordia nel santuario di Santo Spirito in Sassia” e conclude “domani partirò per un viaggio apostolico di dieci giorni in quattro paesi africani, Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.Vi chiedo, per favore, di accompagnarmi con le vostre preghiere. Grazie. Buona Domenica a tutti!”

Lo Stato russo contro la persona in cerca del futuro

di Stefano Caprio Asia News – 12 Aprile 2026

Era stato promesso ai russi un futuro ad alta tecnologia. Oggi si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.

I nuovi controlli e limitazioni alla rete mobile internet, insieme a molte altre misure repressive, stanno creando una situazione sempre più grave di conflitto nella vita dei russi, che viene percepita come una “contrapposizione tra lo Stato e la persona”, come la definisce Andrej Kolesnikov, editorialista di Novaja Gazeta, e lo scontro finale si annuncia nei confronti della diffusione dell’intelligenza artificiale.

Come commenta Kolesnikov, “nessun classico del teatro dell’assurdo potrebbe descrivere una sola giornata nella Russia di oggi. Semplicemente, manca l’immaginazione, e la vita non si limita a imitare vilmente la finzione artistica, ma la appiattisce”. Si presenta come esempio l’agenzia responsabile che scolpisce nella pietra una formula per descrivere lo stato dell’economia russa: “La deviazione al rialzo dalla traiettoria di crescita equilibrata è in diminuzione”. Sarebbe stato molto più semplice parlare di “crescita negativa”, un concetto al limite del comico. Oppure il senatore Anatolij Artamonov, che avrebbe trovato una fonte non tanto per ridurre la spesa pubblica, quanto per quella che viene definita la totale militarizzazione della spesa pubblica, descritta con il neologismo di prioritizatsia (“prioritarizzazione”), proponendo di abolire le case di riposo e affidare gli anziani alle cure familiari, per “risparmiare denaro”.

Il direttore della casa editrice Eksmo, Evgenij Kapiev, ha diffuso una modalità “familiare” di chiamare l’intelligenza artificiale come Iiška, da “II – Iskustvennyj Intellekt”, con il suffisso vezzeggiativo per i bambini. Gli editori la usano ormai sistematicamente per controllare le opere letterarie alla ricerca di “pidocchi” che inseriscono nei testi delle “sostanze stupefacenti”, come la sostanza nociva nel cognome dello scrittore Denis Dragunskij, cioè la radice “drag”, che in altre lingue significa “droga” (ma anche “medicina”). Il sogno di un’IA ortodossa sovrana, perpetrato dall’oligarca ortodosso sovranista Konstantin Malofeev, si sarebbe quindi avverato: a giudicare da questo caso, la rete neurale domestica, addestrata come un pastore tedesco in un campo per individuare i bersagli nemici, replica il cervello e la coscienza del burocrate medio, proibendo i libri di Dragunskij come “droghe proibite”.

Poiché nella Russia moderna si è già diffusa la pratica di pubblicare programmi di sala senza il nome dell’autore, anche i libri possono essere pubblicati senza il nome dell’autore, oppure oscurando le lettere drag con vernice nera. Gli editori ricorrono ancora all’oscuramento, sia come forma di autocensura, sia come protesta contro la censura. Di fatto la Russia è già sprofondata nell’anti-utopia, e “la cosa peggiore è che abbiamo cominciato ad adattarci ad essa”, afferma Kolesnikov. Certo la disconnessione da internet e dai messenger è un’esperienza scioccante, ma d’altra parte nessuno si è particolarmente stupito che si sia arrivati a questo, in quanto lo Stato è ormai penetrato nel profondo delle coscienze dei cittadini russi.

La vita in Russia si è trasformata in una guerra civile permanente tra lo Stato e le persone, e si supera ormai l’illusione che le autorità statali possano offrire alla società un benessere ideale e artificiale, diventando invece una dittatura sempre più sistematica e invasiva. Il ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media prevede di aumentare la capacità delle contromisure tecniche a 954 Tbit/s entro il 2030, stanziando 14,9 miliardi di rubli (150 milioni di euro) per il relativo progetto federale. Questa capacità consentirà l’analisi di tutto il traffico della rete RuNet, con margini di crescita naturale, l’ampliamento delle misure di blocco e l’emergere di nuovi metodi per eluderle. Era stato promesso un futuro ad alta tecnologia, che si presenta come una forma di controllo totale, non più autoritario, ma totalitario, e la definizione del Cremlino di “somma delle tecnologie” significa missili, droni e apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio.

Gli infiniti aggiustamenti, adattamenti e le difficili condizioni psicologiche portano la popolazione sempre più alla stanchezza. Dopo un’artificiale ondata di passione durata quattro anni, subentra inevitabilmente un declino emotivo. Secondo i dati di monitoraggio dell’Istituto di Psicologia dell’Accademia Russa delle Scienze, all’inizio del 2026 circa il 42% degli intervistati riportava sintomi di depressione, mentre il 27% soffriva di attacchi d’ansia. Le cause sono il “conflitto” prolungato e l’incertezza economica e finanziaria. La società russa è una società stanca, una società di sopravvivenza, non di sviluppo.

Sorge spontanea la classica, maledetta domanda russa: “Perché?”. Era davvero impossibile vivere normalmente? Di fatto si è rivelato impossibile. La logica dell’esistenza e dell’autosviluppo di un regime politico rigidamente autoritario, con i suoi fantomatici dolori imperiali, presuppone la degenerazione dell’autoritarismo in una forma non classica di pratiche totalitarie, un totalitarismo ibrido che tende continuamente a perfezionarsi, ad ampliarsi e a impadronirsi delle coscienze.

Esistono dei limiti allo sviluppo di una distopia? Esistono delle linee rosse? Per ora, sono invisibili a causa di questa capacità di adattamento, assolutamente illimitata. Del resto nessuna intelligenza artificiale, nemmeno se fosse tre volte ortodossa ed emulasse le menti di Dugin, Malofeev e Prilepin messe insieme, è in grado di prevedere il corso degli eventi in una società in cui lo Stato spende somme incredibili in “prodotti metallici finiti” e nella “capacità dei mezzi tecnici di contrastare le minacce”, e nient’altro le interessa.

La scorsa settimana il centro analitico di Stato Vitsom ha organizzato a Mosca la XVI Conferenza sociologica Grušinskaja, così chiamata in onore del filosofo e sociologo russo-sovietico Boris Grušin, scomparso nel 2007, per cercare risposte su “come costruire il futuro della Russia”. Si sono radunati molti sociologi e altri esperti, e l’incontro è iniziato con la dichiarazione che il futuro, che fino a poco tempo fa nel discorso ufficiale era sinonimo della romantica parola “sogno”, non è più “futurologia astratta” né appannaggio esclusivo degli scrittori di fantascienza, sebbene anche questi ultimi abbiano avuto un ruolo significativo nella sessione. La costruzione del futuro viene ora presentata in modo più concreto, come una questione di sicurezza nazionale e di sovranità della coscienza. Particolare attenzione è rivolta ai giovani: di fronte all’incertezza economica, essi tendono ancora a prendere le distanze dal futuro.

Come ha affermato uno dei partecipanti, Sergei Volodenkov, direttore dell’Istituto di Architettura Sociale, viviamo in un’epoca di profondi cambiamenti, “e in tali condizioni l’immagine del futuro sta diventando uno strumento chiave per lo sviluppo nazionale”. Non è un caso che le guerre dell’informazione odierne non si combattano tanto per il territorio quanto “per l’immagine del futuro”, ha dichiarato Volodenkov, che ha poi spiegato che la “sovranità della coscienza” oggi dipende da chi costruisce le immagini del futuro, e in che modo. La costruzione spontanea di immagini del futuro, soprattutto se accompagnata da presupposti negativi al riguardo, può portare alla destabilizzazione sociale. A giudicare dalla sua presentazione, lo stesso accade quando immagini negative del futuro vengono imposte dall’estero. “Il vincitore è colui che è in grado non solo di rispondere alle sfide, ma di plasmare gli orizzonti del futuro”, ha concluso Volodenkov. Secondo lui “oggi dobbiamo elevare questa questione al livello della sicurezza nazionale”, in quanto “nel XXI secolo sta emergendo un nuovo tipo di potere: il potere di plasmare il futuro. Chi controlla l’immagine del futuro controlla il presente”.

Un altro intervento ha suscitato scalpore, quello del deputato della Duma di Stato Aleksandr Borodaj, secondo il quale “siamo entrati in un’era di guerra, sarà una guerra lunga e sanguinosa; la guerra diventerà presto la norma, non più l’eccezione”, o per dirla in un altro modo “la guerra rappresenta la massima pressione su tutte le forze della società”. Di conseguenza, secondo Borodaj, “la guerra spinge con forza il progresso, tecnico, organizzativo e sociale”. L’accento viene ancora una volta posto sul fatto che questa è una guerra per il futuro, e con questi sentimenti la Russia sta celebrando il mistero della Pasqua cristiana, cercando una rinascita nel futuro artificiale creato dal Cremlino.

FARE PACE IN IRAN CONVIENE A TUTTI

di Federico Rampini| 11 aprile 2026 – Correre della Sera – 2 Aprile 2024

Hormuz deve tornare libero, basta nucleare e aiuti ai terroristi. Sia Trump sia i pasdaran vogliono uscirne salvando la faccia

Per la prima volta dal 1979 l’America e l’Iran dialogano ai vertici e in modo diretto: questa è una novità di portata storica. Tenuto conto che una settimana fa Donald Trump minacciava di «cancellare una civiltà» e ricacciare l’Iran «all’età della pietra», non si possono escludere altre sorprese positive. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili. Di norma, però, è più facile iniziare le guerre che chiuderle. Il negoziato in Pakistan affronta ostacoli enormi.
In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale.

Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo.

La ripulsa che questo presidente americano suscita — in casa propria come in tanta parte d’Europa — rischia di far prendere per buona la propaganda iraniana. In realtà il regime degli ayatollah, che dopo varie decapitazioni si sta trasformando forse in un regime delle Guardie islamiche e quindi una dittatura più militare che clericale, dopo 47 anni ha esaurito ogni residua vitalità. È odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, a cui ha inflitto decenni di privazioni e abusi, fino ai massacri di gennaio. Ha abbracciato la causa jihadista terrorizzando tutti i propri vicini, ma in questo modo ha compattato il mondo arabo contro di sé, lo ha spinto nelle braccia dell’America e in parte anche di Israele.

 Il Medio Oriente, malgrado l’instabilità geopolitica, ha visto emergere negli ultimi anni dei poli di sviluppo economico e tecnologico, aree di benessere diffuso, che suonano come una condanna del fanatismo di Teheran, incapace di proporre progresso e prosperità, tantomeno la pace.

Ora non si può escludere che pur di sopravvivere il regime di Teheran cerchi davvero un compromesso con Trump; magari come una polizza assicurativa contro future rivolte: ricordiamoci che dopo la «guerra di dodici giorni» condotta da Israele nel giugno 2025 e coronata dai bombardamenti Usa sui siti nucleari, ci vollero sette mesi perché la popolazione iraniana scendesse in piazza.

Le condizioni di un accordo a Islamabad? Se Trump non vuole apparire come il leader di una guerra inutile coronata da una pace umiliante, alcuni obiettivi sono chiari. Hormuz deve rimanere uno stretto aperto alla libertà di navigazione come prima della guerra. Il programma nucleare iraniano non deve ripartire. Qualche limitazione andrà concordata sugli arsenali missilistici e l’appoggio alle varie milizie di «sicari» (Hezbollah, Hamas, Houthi). Senza questi risultati un accordo verrebbe considerato inaccettabile non solo da Israele ma dagli stessi arabi: si ritroverebbero «vassalli» del loro nemico esistenziale. Non a caso all’Onu il Bahrain ha presentato varie risoluzioni, e nome di tutto il mondo arabo, per condannare l’Iran e imporre la riapertura di Hormuz anche con l’uso della forza; riscuotendo una larga maggioranza di consensi nel mondo intero, compreso il Grande Sud globale. Trump può ricredersi — per l’ennesima volta — e affidare alla U.S. Navy un compito temporaneo di pattugliamento dello Stretto, in collaborazione con altri paesi interessati a chiudere in fretta l’attuale crisi energetica.

Gli iraniani cosa possono accettare come un onorevole compromesso, dopo aver alzato la posta al massimo livello? Delle garanzie contro la ripresa delle ostilità a medio-lungo termine (anche se non è chiaro quanto vincoleranno Israele). Uno status legittimato di potenza regionale, alla pari con gli altri due imperi storici che si contendono da secoli il Medio Oriente, Turchia e Arabia. La levata delle sanzioni economiche.

Senza arrivare al pagamento di «indennità e risarcimenti per ricostruzione» come chiede la delegazione di Teheran, il terreno economico può offrire margini di manovra. L’alleanza con Cina e Russia non è bastata ai Pasdaran come cintura di sicurezza. Il ricatto di Hormuz è stato molto più efficace ma ha dei limiti, anche perché il mondo intero impara qualcosa da ogni crisi energetica, e tra dieci anni l’importanza di Hormuz sarà sicuramente ridotta (diversificazione di fonti e di rotte, più rinnovabili, rilancio del nucleare).

Del resto non è un caso se Mujtaba Khamenei, nuova Guida suprema, abbia una lussuosissima dimora a Londra, dove va anche a farsi curare. L’America e i suoi alleati hanno più vantaggi materiali da offrire alle Guardie della Rivoluzione islamica – una milizia arricchitasi nella corruzione – di quanto abbiano Pechino e Mosca. Il trionfalismo di Teheran è giustificato dallo scampato pericolo — è vero che i Guardiani della Rivoluzione hanno mostrato una resilienza militare superiore alle aspettative — ma non è un piano per il futuro.

Dalle guerre a volte nascono nuove geometrie di alleanze, nuove architetture geopolitiche. Raramente sono durevoli, quasi sempre imperfette e instabili a loro volta. Poiché fra un mese Trump è atteso da Xi Jinping a Pechino, a questo punto non sarebbe strano un coinvolgimento della Cina nell’assetto post-bellico del Golfo, trattandosi della prima importatrice di petrolio: non solo dall’Iran, ma da tutti gli Stati arabi presi in ostaggio a Hormuz.

VEGLIA DI PREGHIERA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina.

Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione.

Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono.

Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro.

Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!

Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro.

Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio.

 Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo.

Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!

Le vere cause della guerra e l’unica condizione della pace

 8 Aprile 2026 ore 09:58

di Roberto de Mattei   Società | CR 1945

La maggior parte degli analisti occidentali è convinta che la guerra in atto in Medio Oriente sia dovuta soprattutto a interessi economici nel settore petrolifero ed energetico. D’altra parte, la principale preoccupazione dell’opinione pubblica, in Europa e negli Stati Uniti, è che il prolungarsi del conflitto possa incidere sulla vita quotidiana, abbassando in modo significativo il proprio tenore di vita. Di fronte a questa lettura degli eventi, viene spontaneo chiedersi: non c’è davvero nulla oltre la dimensione economica, che possa spiegare quanto accade? Sbagliava Juan Donoso Cortés quando affermava che non esiste questione politica che non implichi, in ultima istanza, una questione teologica, invitandoci a elevare lo sguardo alla sfera dei princìpi primi su cui si regge l’universo? (Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo, BAC, 1946, vol. II, p. 501).

Eppure, non manca chi attribuisce ai confusi e drammatici eventi in corso un significato escatologico. Negli Stati Uniti, ad esempio, il protestantesimo evangelico ha una forte influenza sulla vita politica. Gli evangelici rappresentano circa il 20-25% della popolazione americana e dispongono di una vasta rete di media, che ne fa una delle componenti religiose più organizzate del Paese. La loro galassia comprende correnti, quali i “cristiani sionisti”, che interpretano il ritorno del popolo ebraico nella Terra d’Israele come parte del piano divino. Il sostegno politico e militare degli Stati Uniti allo Stato di Israele risponderebbe a un disegno provvidenziale, e la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme viene vista come una tappa necessaria per il compimento delle profezie bibliche.

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, durante un intervento a Gerusalemme nel 2018, ha espresso apertamente la speranza nella ricostruzione del Terzo Tempio.
Oggi, però, il Monte in cui sorgevano il Primo e il Secondo Tempio di Gerusalemme, distrutti dai babilonesi e dai romani, è occupato dalla Cupola della Roccia, uno dei santuari più sacri dell’Islam. La riedificazione del Tempio in questo luogo aprirebbe un conflitto con tutto il mondo musulmano e, anche per questo, molti ebrei interpretano la ricostruzione in senso solo simbolico. Il messianismo resta tuttavia un elemento unificante, che attraversa l’ebraismo dentro e fuori Israele. Per alcuni, esso è l’attesa di un Messia personale, associato alla restaurazione di Gerusalemme; per altri, invece, la figura personale del Messia è sostituita dall’idea di una “età messianica”, intesa come una redenzione storica dell’umanità. 

Il messianismo occupa un ruolo centrale anche nell’Islam sciita, in particolare nella sua principale corrente duodecimana. I fedeli credono che il dodicesimo imam, Muhammad al-Mahdi, non sia morto, ma sia entrato in uno stato di “occultamento” (ghayba) nel 941 d.C. Secondo questa dottrina, egli è l’“Imam nascosto”, destinato a riapparire alla fine dei tempi come il Mahdi, il “ben guidato”, per ristabilire la giustizia e inaugurare un’era di verità. I dirigenti della Repubblica Islamica dell’Iran si presentano come “reggenti” temporanei del Mahdi, incaricati di governare in attesa del suo ritorno. Essi considerano la liberazione di Al-Qods (Gerusalemme) e dei luoghi santi dell’Islam come un dovere sacro per tutti i musulmani per permettere il ritorno del Mahdi. Il conflitto con lo Stato di Israele è un elemento necessario di questa visione escatologica (Vali Nasr, The Shia Revival, W. W. Norton, 2006).

Che cosa è, d’altra parte, se non una visione escatologica, il mito russo della “Terza Roma”, in cui Mosca viene presentata come l’ultima erede della vera fede cristiana, chiamata a custodirla fino alla fine dei tempi? Per l’ideologo di Putin, Aleksandr Dugin, la “Terza Roma” rappresenta l’antitesi dell’Occidente, descritto come una civiltà decadente, giunta alla fine del proprio ciclo storico. Le critiche all’Occidente di Dugin vengono “rimodulate” in Iran, in Turchia e nel mondo Arabo, soprattutto in chiave anti-sionista. Kamal Gasimov e Marlene Laruelle nel loro saggio Eurasia and eschatology. Dugin’s antiliberal resonances in the Muslim world hanno mostrato l’affinità delle posizioni di Dugin con quelle del messianismo sciita (“Studies in East European Thought”, 78, 2026, pp. 377-399). Françoise Thom, a sua volta, in un articolo intitolato États-Unis et Russie: les ravages de l’eschatologie, del 22 marzo 2026, mostra come il sincretismo escatologico di Dugin nasca dall’uso di temi teologici funzionali all’imperialismo del Cremlino.

L’errore comune a tutte le false escatologie è, in ultima analisi, l’interpretazione della lotta tra il Bene ed il male, come una lotta tra potenze secolari per il dominio del mondo. Ciò fa capire come neanche la Silicon Valley sia estranea a queste prospettive escatologiche. Elon Musk si richiama al russo Konstantin Ciolkovskij, fondatore del “cosmismo”, una visione panteista dell’universo, in cui ‘esplorazione dello spazio è una tappa necessaria nel processo di evoluzione dell’uomo e di integrazione con il cosmo.

Da parte sua, il cofondatore di Paypal, Peter Thiel, in una serie di conferenze svolte a Roma, nel mese di marzo, sul tema dell’Anticristo, sostiene che la tecnologia può diventare sia uno strumento di salvezza che un fattore di distruzione, a seconda dell’uso che ne viene fatto. Secondo Thiel, gli Stati Uniti incarnano una doppia possibilità: essere il Katechon, la forza che trattiene il caos, o divenire l’Anticristo, la potenza che, tramite i suoi strumenti di sorveglianza, potrebbe dominare il mondo. Lo stesso Thiel, creatore di sistemi di controllo tecnologico, come l’azienda Palantir, sembra assumere questa duplice e allarmante identità.

E la Chiesa cattolica? Può essa limitarsi ad invocare la pace, in una prospettiva altrettanto immanente di quella di chi proclama la guerra per i suoi fini mondani? La Chiesa non ha forse una propria teologia della storia, fondata sulla contrapposizione agostiniana delle due città: una mossa da «l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio»,l’altrada «l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé» (De Civitate Dei, libro XIV, cap. 28)? Nella sua omelia di Pasqua del 9 aprile 1939, sei mesi prima dell’esplosione della Seconda Guerra mondiale, Pio XII ricordava che «la base unica e incrollabile su cui riposa la vera pace è Dio. Dio conosciuto, rispettato, obbedito. Diminuire o distruggere questa obbedienza al Divino Creatore è lo stesso che turbare o completamente distruggere la pace negli individui come nelle famiglie; nelle nazioni come nel mondo intero». 

 L’allontanamento da Dio è la causa di ogni guerra, così come il ritorno all’ordine naturale e divino, che la Chiesa cattolica custodisce, è la condizione dell’unica vera pace. «Allora finalmente – esclama Pio XI nella sua enciclica Quas Primas, dell’11 dicembre 1925 – si potranno risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterà la sua forza originaria, allora finalmente ritorneranno i beni preziosi della pace, e cadranno dalle mani le spade e le armi, quando tutti accoglieranno volenterosi il regno di Cristo e Gli ubbidiranno, quando ogni lingua confesserà che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre». 

Il Messaggio di Fatima del 1917, che profetizza il trionfo del Cuore Immacolato di Maria dopo il castigo sulle nazioni, suggella questa teologia della storia. Chi è capace di sollevare lo sguardo oltre l’orizzonte immanente delle vicende storiche, confida in quella pace ordinata che il Redentore porterà sulla terra prima della fine dei tempi, affidandone la realizzazione alla sua Madre divina.

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