"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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San Giuseppe Allamano: prima santi, poi missionari

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 Chiesa cattolica | CR 1938

18 Febbraio 2026 

di Roberto de Mattei

Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo anniversario della Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che si svolgerà il prossimo 16 ottobre. Questa giornata istituita da Papa Pio XI nel 1926, ci ricorda la vocazione missionaria della Chiesa, riassunta dalle parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).

Pochi sanno che l’istituzione di questa giornata si deve anche ad un santo che non fu mai missionario, ma che alle missioni dedicò la sua vita: san Giuseppe Allamano, la cui festa si celebra il 16 febbraio. 

Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851, nella stessa terra benedetta che aveva dato i natali a san Giovanni Bosco e fu uno degli ultimi frutti di quello straordinario filone di spiritualità piemontese, costellato da nomi come quelli di san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, e, tanti altri beati e servi di Dio. 

La spiritualità piemontese è sempre concreta, radicata nella fedeltà alle grazie ricevute ogni giorno, senza mai essere intellettuale o sentimentale. Ciò che la caratterizza è il primato della vita interiore, l’amore per la Chiesa, una profonda devozione mariana, una fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza. 

Ordinato sacerdote nel 1873, Giuseppe Allamano, fu presto colpito dalla sofferenza: una grave malattia lo costrinse ad abbandonare l’insegnamento, ma ciò che sembrava una sconfitta diventò, nelle mani di Dio, un seme fecondo. Nominato rettore del Santuario della Consolata di Torino, Allamano trasformò quel luogo in un centro vivo di rinnovamento sacerdotale. Davanti all’immagine della Madonna Consolata, maturò in lui una chiamata decisiva: formare missionari santi per annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. Nel 1901 fondò l’Istituto Missioni Consolata (oggi Missionari della Consolata) e, pochi anni dopo, l’Istituto delle Missionarie della Consolata. Non partirà mai personalmente per le missioni, ma il suo cuore le abbraccerà tutte. 

Nel 1912, si rivolse direttamente a san Pio X, per cercare di sensibilizzare il clero e i fedeli sulle attività delle missioni, chiedendo anche l’istituzione di una giornata a questo dedicata. La risposta arriverà con l’istituzione della Giornata Missionaria, poco dopo la sua morte, che avvenne a Torino, il 16 febbraio 1926. Quest’anno ne celebriamo il centenario. Fu beatificato da Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Francesco il 20 ottobre 2024. Oggi la sua famiglia missionaria è diffusa in molti Paesi del mondo.

Per comprendere la profonda spiritualità missionaria di san Giuseppe Allamano sono preziosi i suoi scritti. Essa può essere riassunta nel suo celebre motto: «Prima santi, poi missionari». 

  «L’opera della missione – scrive Allamano – esige grande santità. Non basta una santità mediocre, occorrono, come missionari, santi in modo superlativo.  Le anime si salvano con la santità…. Certe conversioni non si ottengono che con la santità. Non dimenticate mai che la conversione dei cuori è opera della divina grazia, e solo chi ne è ripieno, opererà prodigi di conversione… 

Prima santi e poi missionari. Non bisogna scambiare i termini. Non è affatto presunzione il voler farsi santo; è presunzione il confidare nelle proprie forze. I santi non sono nati santi, ma si sono fatti santi. Quelli che vogliono farsi veramente santi, il Signore li aiuta e li fa santi.

Per essere santi occorre pregare. Bisogna pregare sempre, giorno e notte senza interruzione: il che vuol dire essere come investiti dello spirito di preghiera, come l’abito riveste il corpo. Dobbiamo formarci lo spirito della preghiera, avere l’abito della preghiera, che non consiste nel pregare sempre vocalmente, dal mattino alla sera, ma nel riferire tutto al Signore. Così il nostro lavoro sarà preghiera. Si fa più in un quarto d’ora dopo aver pregato, che in due ore senza preghiera. La preghiera deve essere perseverante. Bussiamo alla porta; se non ci viene aperto, bussiamo più forte; rompiamo la porta, se occorresse. È il Signore che ci insegna a fare così. Quando non riceviamo ciò che chiediamo, pensiamo che neppure un filo, una parola della nostra preghiera è caduta nel vuoto».

Aggiunge il nostro santo: «È per mezzo della croce che ci santifichiamo, non per mezzo delle parole e neppure solo delle preghiere; queste giovano anche, ma il più importante è portare bene la croce. La spiritualità però non deve essere triste, ma profondamente serena e fiduciosa nella Provvidenza». 

«La confidenza – sottolinea il nostro santo – è la quintessenza della speranza. Confidare è speranza robusta, viva. Nella via della perfezione essa ha una grande parte. Senza confidenza in Dio non si può far nulla; d’altra parte, facciamo torto a Dio non confidando in lui. Ci vuole una confidenza da pretendere miracoli, una confidenza tale, da essere un po’ audaci, “prepotenti”. Il Signore non si offende di ciò. Iddio provvede a tutto per coloro che in lui confidano».

 La devozione alla Madonna Consolata è uno dei pilastri della spiritualità di san Giuseppe Allamano, che vede nella Consolata una Madre che guida, sostiene e corregge, e a Lei affida ogni difficoltà. «Se uno non sentisse amore verso la Madonna, lo domandi: non aver amore alla Madonna è cattivo segno. Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione – dice – non vi farete santi!»

L’energia è una dote caratteristica della Madonna. «Maria nei suoi dolori non si lasciava abbattere, ma aveva energia: “stava preso la croce di Gesù” (Gv 19, 25), partecipe delle sofferenze del figlio. Generosità, coraggio – esorta – ma anche allegrezza! Dio vuole anime forti e risolute, che si mettano interamente a disposizione di lui! Guai a chi mette riserve nella santificazione! Il Paradiso non è fatto per i fiacchi

Che cos’è la nostra vita? É un’ora. Almeno in quest’ora lavoriamo con tanta intensità, con tanto spirito, di modo che un’ora sola valga tutta la giornataNon è tanto il cadere nella debolezza che è male, ma il non sollevarsi; invece bisogna sempre cominciare di nuovo, non stancarsi.Coraggio sempre. Avanti nel Signore». 

Ucraina, storia di 4 anni di guerra: il fallito blitz di Putin, la resistenza, la controffensiva, i massacri. «Mosca ha perso 1,3 milioni di uomini»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 23 Febbraio

L’illusione del presidente russo, la controffensiva ucraina e lo stallo. Con centinaia di migliaia di vittime

KIEV – L’inizio non è un vero inizio, bensì il proseguimento di un’aggressione che era cominciata già 8 anni prima. E però in Ucraina ben pochi se l’aspettano, di sicuro non così ampia e non mirata ad annettere il Paese intero alla Russia. L’invasione su larga scala voluta da Vladimir Putin all’alba del 24 febbraio 2022 non coglie di sorpresa gli americani, che già dall’estate avvisavano Volodymyr Zelensky del pericolo, ma il presidente ucraino era stato lento a reagire. «Sino a poco prima credevamo che Putin avrebbe lanciato un attacco limitato sul fronte orientale per annettersi il Donbass e completare ciò che aveva ottenuto nel 2014 con l’annessione della Crimea», racconteranno subito dopo gli ucraini. 

La débâcle di Putin

Va detto chiaro che per il presidente russo le cose vanno male sin dai primi giorni. Il suo piano mirava a spaventare e disperdere le forze nemiche con massicci attacchi su più fronti: dalla Bielorussia e la regione frontaliera di Sumy verso Kiev; da Belgorod su Kharkiv; su tutto il fronte del Donbass sino a Mariupol; dalla Crimea contro il Kherson, Mykolaiev e Zaporizhzhia; dal Mer Nero è programmato lo sbarco sulla costa di Odessa. Una gigantesca operazione a tenaglia che non dovrebbe lasciare scampo a Zelensky. 

In verità, i generali hanno illuso il Cremlino, perché nei loro rosei disegni bellici la guerra avrebbe dovuto durare solo poche settimane. Un commando di 600 Spetsnaz, le forze speciali, deve essere elitrasportato a Hostomel, un piccolo aeroporto quaranta chilometri a nord est di Kiev, e da qui, anche aiutati da squadre «dormienti» di collaborazionisti locali, puntare diritti sulla capitale, eliminare Zelensky con i suoi collaboratori, e quindi instaurare un governo vassallo simile a quello di Aleksandr Lukashenko a Minsk. 

Ma l’intelligence Usa allerta gli ucraini, fornisce i riferimenti gps del tragitto dei velivoli russi: gli Spetsnaz vengono massacrati sulla pista d’atterraggio di Hostomel. Il piano dell’alto comando di Mosca è stravolto. Le forze russe superano Bucha, arrivano a Irpin, ma alle periferie di Kiev si fermano, per poi ripiegare sulle basi di partenza oltre il confine internazionale. Ai primi di aprile tutta la regione di Kiev è libera. Lo stesso avviene via via a Chernihiv, Sumy, Kharkiv.

Il contrattacco

Il 20 maggio 2022 si arrendono gli oltre 2.000 combattenti della brigata ucraina Azov asserragliati nei sotterranei delle acciaierie Azovstal di Mariupol. I morti sono migliaia. Secondo l’Onu il 90 per cento degli edifici della città è danneggiato o distrutto. Sarà un modello bellico destinato a replicarsi di continuo: lungo tutta la linea dei combattimenti verranno ridotti in macerie centinaia di quartieri, cittadine, villaggi, zone industriali e fattorie isolate. La guerra sta cambiando di passo. 

I russi rinunciano allo sbarco su Odessa. I nuovi droni marini ucraini Magura affondano già ai primi di aprile la Moskva, l’ammiraglia della Flotta del Mar Nero. Presto per i comandi navali russi in Crimea sarà un vero problema: oltre un terzo della flotta sarà colato a picco o reso inservibile. Putin l’11 settembre impone un referendum farlocco per dare una parvenza di copertura legale alla sua annessione delle zone occupate. 

Ma subito dopo avviene un altro sviluppo sorprendente: gli ucraini tra fine settembre e novembre 2022 contrattaccano, cacciano i russi da Kherson sino al fiume Dnipro, liberano Izium e minacciano persino le avanzate russe nel Donbass settentrionale. Da adesso in poi la guerra quasi si ferma, diventa un infinito conflitto di logoramento, dove le avanzate non si calcolano più in decine di chilometri, bensì in centinaia di metri: si combatte casa per casa, albero per albero. 

I droni dominano ormai i cieli e ben presto anche le battaglie di terra con i nuovi modelli che sostituiscono le fanterie. Si noti che l’aviazione russa non è mai riuscita a penetrare seriamente lo spazio aereo ucraino. Quello che nelle aspirazioni di Putin dovrebbe essere l’esercito di una superpotenza, degna di stare al tavolo con i generali americani e cinesi, si rivela una tigre di carta, al limite una «potenza regionale», che si differenzia dalle altre perché negli arsenali si trovano ancora le bombe atomiche dell’era sovietica. 

Logoramento

Nell’estate del 2023 fallisce l’attesa controffensiva ucraina. Il 23 giugno la milizia mercenaria Wagner si ribella contro lo Stato maggiore, addirittura marcia su Mosca, ma viene fermata e poco dopo Putin fa eliminare il suo comandante, Yevgeny Prigozhin, in un «incidente» aereo. I russi trincerano le posizioni conquistate, in larghi settori passano dall’attacco alla difesa. 

I due eserciti si dissanguano in dure battaglie limitate in zone specifiche del fronte: Bakhmut e Avdiivka sono le più famose, dove le vittorie russe costano decine di migliaia di morti. La sfida oggi per Pokrovsk dura da circa un anno. 

Nell’agosto 2024 gli ucraini sfondano nella regione meridionale di Kursk: Zelensky vorrebbe scambiarla ai negoziati di pace per il Donbass. Ma l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 cambia l’asse delle alleanze. Il neo-presidente Usa taglia gli aiuti militari a Kiev in marzo e Zelensky è costretto a ordinare la ritirata da Kursk. Da allora la battaglia di terra registra lentissime avanzate russe pagate con perdite enormi. In tutto, dal 2014 i russi occupano adesso circa il 20 per cento dell’Ucraina. 

Secondo gli esperti occidentali, tra soldati morti, feriti e prigionieri la Russia potrebbe avere perso oltre un milione e 300 mila uominigli ucraini forse meno della metà. Le verifiche indipendenti sono impossibili. Putin sopperisce ai fallimenti di terra moltiplicando i tiri di missili e droni. Da fine dicembre ha intensificato gli attacchi sul sistema energetico per approfittare delle temperature gelide.

INTERVISTA A PADRE LIVIO SUI SEGRETI DI MEDJUGORJE

PUBBLICATA SUL QUOTIDIANO LIBERO

ANDREA MORIGI – DOMENICA 22 FEBBRAIO 2026

Dal 24 giugno 1981, nel villaggio di Medjugorje, in Bosnia Erzegovina, accadono eventi tali che, dopo decenni di discernimento, un documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, approvato da Papa Francesco, pur non pronunciandosi sulla soprannaturalità delle apparizioni della Madonna, ne riconosce gli abbondanti frutti spirituali e formula un giudizio complessivamente positivo sui Messaggi. Da 45 anni sei persone affermano di avere  apparizioni della Regina della pace  e di riceverne i Messaggi. Papa Francesco ha nominato un delegato pontificio, al quale spetta il compito di valutarli e di diffonderli, se li giudica coerenti con la sacra scrittura e la tradizione. I veggenti affermano che la Madonna ha consegnato loro dieci segreti, scritti su un rotolo di pergamena, che riguardano avvenimenti concernenti il futuro del mondo e della Chiesa.  

Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, lo ha messo nero su bianco in un libro appena edito da Sugarco, Tutti i segreti si realizzeranno. La promessa della Madonna a Medjugorje. E in un’ora di conversazione a Erba, in provincia di Como, da dove l’emittente cattolica si è moltiplicata in 131 centri di trasmissione, in 83 lingue, anticipa qualche sua riflessione sul piano in via di compimento.

«Più il tempo passa più i Segreti si avvicinano, questo è fuori discussione. Nel 2033 saremo nel secondo millennio della redenzione. Pensa, siamo nel 2026. Sono sette anni in cui il mondo cambierà. E tutta questa vicenda potrebbe essere terminata». 

Quale vicenda, padre Livio?

«La vicenda del mondo senza Dio, preceduta dalla realizzazione dei dieci segreti di Medjugorje. Sarà la battaglia fra il Cielo e la Terra, fra la Madonna da una parte e satana dall’altra. Non è mica una cosa da poco. Già ora stiamo vivendo momenti tremendi e ancora di più lo saranno i prossimi».

Si annuncia la fine del mondo?

«Non ancora. Sono gli ultimi tempi, ma che non portano alla fine del mondo. È una prospettiva molto ampia. Può durare anche secoli, come diceva San Giovanni Paolo II. E noi siamo entrati in quella fase degli ultimi tempi che è il primo grande combattimento spirituale del libro dell’Apocalisse, al capitolo 12, fra la Donna vestita di sole e il grande dragone rosso. In un secondo combattimento sconfiggerà le due bestie, citate nel capitolo 13 dell’Apocalisse, la pantera, cioè il potere umano assoluto e l’agnello che ha la voce di drago ed è la falsa religione, diciamo il modernismo che ha sostituito il cristianesimo oggi. Ma l’esito finale è un tempo di pace, che vedrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come profetizzato anche a Fatima. Solo successivamente si consumerà l’ultima fase della storia che vedrà Cristo da una parte e satana dall’altra. Ne sappiamo poco per la verità, soltanto che alla fine satana sarà scaraventato all’inferno e ci sarà il giudizio finale». 

Come lo ha capito? 

«La Madonna ha profetizzato più volte che per il mondo nuovo senza Dio che stiamo costruendo non c’è né futuro né vita eterna, nessuna prospettiva neanche storica: è destinato a crollare. Ma dal 2000 in avanti i messaggi affidati ai veggenti di Medjugorje descrivono in modo straordinario la fase storica che noi viviamo. Il primo gennaio del 2000 dicendo: “Ora che satana è sciolto dalle catene, consacratevi in modo speciale al mio cuore e quello di mio figlio Gesù”. Ora “satana è sciolto dalle catene” che cosa significa? È il regno dell’anticristo, se vogliamo chiamarlo così, cioè il mondo nuovo senza Dio. La Madonna descrive il piano di satana, che vuole raggiungere due obiettivi. Il primo è distruggere la fede: la Chiesa è il primo obiettivo che vuole raggiungere e il secondo è quello di distruggere il mondo. La Madonna aveva già anticipato tutto questo proprio nel 1991, quando crollò l’Unione Sovietica. Il 25 gennaio del 1991 uscì un  messaggio, dove la Madonna diceva: “satana vuole distruggere le vostre vite, vuole distruggere la vita, la natura e il mondo sul quale vivete”».

Un piano di disintegrazione della creazione di Dio?

“E anche e soprattutto dell’opera della redenzione compiuta da Gesù Cristo, che prosegue nella storia attraverso la Chiesa. Non è una cosa campata in aria. D’altra parte siamo qui tutti a dire che rischiamo l’autodistruzione. La Madonna farà sì che non avvenga, ma che il mondo nuovo senza Dio si autodistrugga e al suo posto trionfino il cristianesimo e l’umanità stessa. In questi prossimi anni quindi la Madonna sta già costruendo ora la sua vittoria. La veggente Mirjana ha detto che già con il primo segreto Satana comincerà a perdere potere perché la potenza di Dio manifesterà prima quello che accadrà e quindi la gente aprirà gli occhi. E man mano che si va avanti con i segreti il mondo nuovo senza Dio crolla. Ci sarà una grande conversione nel mondo. Perché ci sia la pace nel mondo bisogna che i popoli si riconcilino con Dio. 

E come? 

«Si riconcilieranno con Dio attraverso la presenza di Maria che li riporta a suo Figlio e nella Chiesa cattolica. Ecco, e alla fine di questo processo di conversione mondiale ci sarà anche il popolo russo che nel segreto di Fatima e di Medjugorje è il protagonista. Cioè un secolo e mezzo dal 1917 quando il popolo russo è cominciato a diventare protagonista mondiale col comunismo».

Capisco che i dieci segreti non siano stati rivelati, ma non c’è proprio nessun indizio che ci aiuti a capire in che cosa consistono?

«Non è mai trapelato nulla dai veggenti, che dovranno comunicare i segreti a un sacerdote che sarà indicato direttamente dalla Madonna. Potrebbe anche essere il Papa, visto che è un prete. Si sa che saranno rivelati tre giorni prima che accadano, per dare ai credenti il tempo di prepararsi. Quindi non succederà nulla all’improvviso. I primi due saranno calamità naturali che riguarderanno Medjugorje. Il terzo invece sarà un segno indistruttibile, durevole e che viene dal Signore che comparirà sulla collina delle prime apparizioni. Gli ultimi sette, a giudicare dal numero, sembrano i sette flagelli dell’Apocalisse. Si può ipotizzare che si verifichino in Europa, in Russia, magari negli Stati Uniti, ma sono congetture».

Su che cosa si fondano?

«C’è un protagonista ben preciso della storia mondiale a partire dal comunismo: è la Russia. Il primo a osservarlo fu il cardinale Carlo Caffarra che considerava le rivelazioni di Fatima, avvenute in Portogallo oltre un secolo fa e riconosciute come autentiche dalla Chiesa, l’unica apparizione profetica della storia, che cioè ha come scopo di cambiare la storia. E la Russia è protagonista della storia della salvezza, come il figliol prodigo, che prima ne combina di tutti i colori e poi alla fine partecipa al pranzo e si converte. E difatti il Segreto di Fatima dice che la Russia provocherà guerre,  distruggerà popoli, diffonderà errori, farà soffrire il Papa. Lo aveva spiegato bene, prima di essere eletto Papa, il cardinale Joseph Ratzinger, il 13 maggio 2004, al Senato della Repubblica italiana, nella Lectio magistralis sulla  storia dell’Europa. I fondamenti spirituali ieri, oggi e domani, che la Russia ha elaborato in tutta la sua storia, sono il programma di ricostruire l’impero romano mondiale attraverso l’etnia russa e appropriarsi del pontificato. Se questo è il programma dell’attuale dirigenza russa, non mi meraviglio di quello che è preannunciato nel segreto di Fatima e cioè che dei soldati, non dei terroristi….. 

Quindi riconoscibili dalla divisa.

«In divisa, che uccidono, sterminano la Chiesa che sale verso il Calvario, i cardinali, i vescovi, tutte le classi e poi alla fine uccidono il Papa». 

Con che cosa?

«Con colpi di arma da fuoco e frecce, cioè con la disinformazione. Quel segreto di Fatima, san Giovanni Paolo II l’ha attribuito a se stesso e ha fatto dire al cardinale Sodano che il Papa cadde come morto. No, non c’è scritto che il Papa cadde come morto. C’è scritto che il Papa cadde morto. Quindi il Papa del segreto di Fatima non era Giovanni Paolo II, quello era un anticipo. E chi ha tentato di uccidere Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981? Lui lo dice nel suo ultimo libro Memoria e identità: erano quelli che parlano in cirillico che hanno ucciso San Giovanni Paolo II. Ma lo sanno tutti. Lo sapeva anche il giudice Ilario Martella alla fine. Ma non è Giovanni Paolo II quel Papa del segreto di Fatima. Non era lui. Perché Giovanni Paolo II si è salvato». 

Perché una mano ha deviato la pallottola

«Ma non è morto. Non è morto. Dunque è un altro Papa».

Fu lui a rendere pubblica la terza parte del Segreto di Fatima dove peraltro si dice: Se il Papa consacrerà la Russia al mio cuore Immacolato la Russia si convertirà. La consacrazione è avvenuta, il totalitarismo comunista è caduto, qualche cosa è successo, ma la Russia non si è convertita.

«Ecco, alla fine di questo processo di conversione mondiale ci sarà anche il popolo russo che comunque è il protagonista del segreto di Fatima e di Medjugorje. Nel prossimo futuro, che potrebbe essere fra 10 anni, possiamo fare un conto di questo genere. Quindi è questa è la prospettiva di speranza che abbiamo davanti, a mio parere. È la prospettiva per cui vale la pena combattere, vale la pena impegnarsi perché la Madonna vincerà, non c’è dubbio, ma col nostro aiuto. Per questo Lei dice “Aiutatemi ad aiutarvi”».

Torniamo al Papa. Una delle novità del suo libro è la sottolineatura del ruolo  del regnante pontefice, cioè di Papa Leone XIV. Che, lei dice, è il Papa dei segreti di Medjugorje. È il Papa dei 10 segreti. O della profezia di Fatima… 

«A me ovviamente piacerebbe lasciare Papa Leone tranquillo perché lo vedo infervorato dalla sua missione straordinaria in questo momento, dalla passione con cui testimonia Gesù Cristo ogni giorno».


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De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1938

 18 Febbraio 2026 

di Redazione – Corrispondenza Romana

Riportiamo uno dei passi centrali dell’enciclica di Pio XII Ad Coeli Reginam dell’11 ottobre 1954 su La dignità regale della Santa Vergine Maria.

L’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle Sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore» (S. Ioannes Damascenus, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.

Tuttavia, la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati» (Pius XI, Litt. enc. Quas primasAAS 17(1925), p. 599; EE 5/147). 

Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo». (Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus). E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò» (Eadmerus, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB).

 Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza» (F. Suarez, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327).

Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa «ricapitolazione» (S. Irenaeus, Adv. haer., V, 19, 1: PG 7, 1175B) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» (Pius XI, Epist. Auspicatus profectoAAS 25(1933), p. 80) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda» (Pius XII, Litt, enc. Mystici corporisAAS 35(1943), p. 247; EE 6/258) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.

È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.

Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?» (S. Sophronius, In Annuntiationem Beatae Mariae VirginisPG 87, 3238D et 3242°).

E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli» (S. Germanus, Hom. II in Dormitionem Beatae Mariae VirginisPG 98, 354B). San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre» (S. Ioannes Damascenus, Hom. I in Dormitionem Beatae Mariae VirginisPG 96, 715A).

Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio IX di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere» (Pius IX, Bulla Ineffabilis Deus: Acta Pii IX, I, pp. 597-598; EE 2/app.).

Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita» (Ibidem, p. 618; EE 2/app). A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata Vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie (Leo XIII, Litt. enc. Adiutricem populiAAS 28(1895-96), p.130; EE 3) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno» (Pius X, Litt. enc. Ad diem illumAAS 36(1903-04), p. 455; EE 4/27).

Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.

«Rientra in te stesso». Il tempo della Quaresima con Agostino

di Paola Muller Avvenire 22 Febbraio 2026

Abbiamo paura del silenzio. L’Ipponate non ci chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Per scoprire non solo lo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmarlo

Un ritratto di Sant’Agostino

Un’inquietudine attraversa il nostro tempo: la paura del silenzio. Lo riempiamo appena si affaccia: podcast durante la corsa, playlist mentre cuciniamo, scroll continuo nei tempi morti. La nostra epoca soffre di horror vacui, terrore del vuoto. Restare soli con noi stessi ci inquieta, nemmeno il tempo di un viaggio in metro senza auricolari. Eppure, la liturgia di questa prima domenica di Quaresima ci conduce là dove il vuoto ci fa paura: nel deserto, dove Gesù affronta le tentazioni. Un deserto che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto come necessario. È lo spazio in cui affiora ciò che abita il cuore.

Nelle Confessioni Agostino racconta il suo lungo vagabondaggio esteriore – inseguendo il successo, i piaceri, i riconoscimenti – finché non comprende che il vero viaggio è altrove: «Noli foras ire, in te ipsum redi» (La vera religione, 39.72): non andare fuori, rientra in te stesso. È nell’interiorità che abita la verità. Quel “rientrare” richiede di fare deserto attorno a sé per scoprire cosa davvero ci abita dentro. L’uomo contemporaneo fatica con questo movimento. Viviamo proiettati all’esterno: misurare, comparare, apparire. I social media hanno reso l’esteriorità una seconda natura. Esistiamo attraverso lo sguardo degli altri, validati dai like, ansiosi di aggiornare il profilo. Agostino chiamerebbe tutto questo regio dissimilitudinis (Confessioni, 7, 10.16), la regione della dissomiglianza: il luogo in cui ci siamo allontanati da noi stessi, in cui non ci riconosciamo più. Benedetto XVI parlava di «desertificazione spirituale», a proposito di quel «vuoto che si è diffuso». Riempire ogni silenzio diventa una strategia di difesa.

Il deserto quaresimale, invece, è una pedagogia del silenzio abitato. Non chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Nel deserto scopriamo non solo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmare i vuoti. Ma perché abbiamo così paura del deserto interiore? Perché intuiamo che è il luogo delle tentazioni. Il deserto non crea le tentazioni: le rivela. Ecco perché lo evitiamo. Nel rumore costante non dobbiamo affrontare ciò che portiamo dentro. Finché c’è rumore possiamo fingere che tutto vada bene. Il silenzio del deserto è spietato: ci mette di fronte a noi stessi, senza filtri. Agostino descrive con lucidità questo meccanismo. Prima della conversione – racconta – viveva «disperso nelle cose esteriori», incapace di raccogliersi. La sua vita era un continuo inseguire, fuori di sé, ciò che aveva perduto dentro di sé. Solo quando accetta di fermarsi, di fare deserto può sentire quella voce interiore che lo chiama da sempre: «Eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38). La conversione agostiniana è un riconoscimento interiore. È smettere di fuggire.

Il deserto quaresimale ci aiuta a questo: sottrarci alla dispersione. Non per annullarci, ma per ritrovarci. Contrariamente a quanto pensiamo, il deserto non è uno spazio vuoto. È uno spazio pieno – pieno di verità. Là scopriamo cosa davvero desideriamo, cosa davvero temiamo, chi davvero siamo. «L’uomo non conosce sé stesso a meno che non impari a conoscersi nella tentazione» scrive Agostino (Discorso 2.3). Le tentazioni di Gesù nel deserto ce lo mostrano. La prima – trasformare le pietre in pane – è la tentazione del bisogno immediato, della riduzione dell’esistenza a sopravvivenza. Quante volte riempiamo il silenzio perché non sopportiamo l’inquietudine, preferendo qualsiasi distrazione al confronto con la fame vera? La seconda – gettarsi dal tempio – è la tentazione dello spettacolo, del gesto eclatante che ci dispensa dalla fatica quotidiana della fedeltà. Non è forse la logica dei social, dove l’apparire conta più dell’essere? La terza – adorare il potere – è la tentazione del dominio, della soluzione violenta che promette risultati immediati. È la tentazione di chi non sopporta i lunghi tempi della trasformazione interiore.

Gesù risponde a tutte e tre le tentazioni non con argomenti filosofici ma con la Parola: riporta ogni tentazione alla Verità che lo abita. «Non credi che la parola di Dio sia pane?» (Commento al Salmo 90, 2.6), chiede Agostino. Può farlo perché nel deserto ha imparato a riconoscere quella voce. Cristo non evita la prova, la attraversa. E attraversandola in lui, impariamo che in lui siamo vincitori. Come scrive Agostino: «Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore» (Commento al Salmo 60.3). Che cosa significa? Che Cristo, assumendo la nostra carne, assume anche la nostra tentazione. Si lascia tentare non perché ne abbia bisogno ma per insegnarci a vincere. La sua vittoria diventa la nostra vittoria possibile.

La Quaresima ci offre quaranta giorni di deserto. Non necessariamente fisico, ma interiore. Piccoli deserti quotidiani. Spazi vuoti in apparenza che, in realtà, si riempiono di presenza. Una Presenza che non impone, ma attende. Questo è il frutto del deserto: discernere. Distinguere tra la voce che chiama fuori e la Voce che chiama dentro. Tra il desiderio autentico e il surrogato. Tra ciò che ci costituisce e ciò che ci disperde. Agostino lo dice con parole che attraversano i secoli: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38).

INTERVISTA DI PADRE LIVIO SUI SEGRETI DI MEDJUGORJE

È IN EDICOLA QUESTA MATTINA SU “LIBERO QUOTIDIANO” E OCCUPA UNA PAGINA INTERA.

È LA PRIMA VOLTA CHE LA STAMPA LAICA SI OCCUPA SERIAMENTE DI QUESTO ARGOMENTO

NON È UN CASO CHE SIA PROPRIO NELLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

RIMA DOMENICA DI QUARESIMA

ANTEPRIMA DI “LIBERO QUOTIDIANO”

🟢UNO SCORCIO DELL’ARTICOLO DI LIBERO QUOTIDIANO, SUL NUOVO LIBRO DI P.LIVIO “TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO – LA PROMESSA DELLA MADONNA A MEDJUGORJE” – IN EDICOLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

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Nell’Ucraina degli sradicati. I droni, le borse vuote e l’evacuazione, una scelta fra passato e futuro

La fuga dall’esercito di Mosca inizia con una richiesta: venite a prendermi. A rispondere sono i volontari per le evacuazioni, arrivano ai confini dell’occupazione per salvare chi è rimasto fino all’ultimo colpo di drone

Micol Flammini  21 feb 2026 – IL FOGLIO

Voloske (oblast di Dnipropetrovsk), dalla nostra inviata. Il mezzo di trasporto su cui viaggiano Andri e Vitali è un furgoncino comune, non blindato. Sotto i colpi di un drone russo rimarrebbe trafitto. Tutti i giorni persone come Andri e Vitali fanno avanti e indietro, si avvicinano alla linea del fronte, portano via gli intrappolati, coloro che hanno atteso, hanno sentito l’occupazione avvicinarsi e alla fine hanno fatto la telefonata per chiedere: venite a prendermi. Vitali, Andri e altri volontari della missione umanitaria Proliska partono, si coordinano con la polizia e con i militari, ricevono le istruzioni sulle condizioni per entrare in alcune aree particolarmente pericolose.

Quando arrivano, raccolgono vite, pezzi di storia, sentono il peso di tutto ciò che rimane indietro. Ci sono persone che hanno chiamato dopo aver trascorso mesi in cantina e quel “venite a prendermi” è una preghiera, non un ordine. Loro arrivano, con i giubbotti antiproiettile e i caschi, con la scritta “evacuazione” ben visibile sulle loro macchine, sapendo che la letalità dei droni che volano non lontano dipende unicamente da chi li manovra: “Non sai mai che tipo di russo c’è dall’altra parte. Se è un operatore umanamente normale capisce che stiamo portando via civili e non spara, un altro invece spara anche se abbiamo con noi vecchi, bambini e donne incinte”.

 L’evacuazione dura pochi minuti, le persone attendono l’arrivo dei volontari e hanno tutto già pronto, “a volte montano in macchina e chiedono di tornare indietro per una borsa, ma non le lasciamo scendere. Spieghiamo: ‘La tua borsa ha un costo, costa la vita a cinque, sei persone, non le vale’”. Chiudono le portiere e filano via, sui sedili dei loro furgoncini i pianti sono più frequenti delle risa. Nessuno si porta dietro un senso di liberazione, quasi tutti si sentono appesantiti dall’incertezza. Non sanno dove andare, arrivano ai centri di transito, come quello di Voloske, aspettano qualche giorno, e vanno avanti: transitano, verso il nulla.

Quando entriamo nel centro di Voloske ci sono persone appena arrivate, altre in procinto di partire, alcune ferme da qualche giorno. Volodymyr è un omone, un volontario che sembra conoscere la storia di chiunque entra nel centro: in media sessanta persone al giorno. Volodymyr parla con calma agli altri volontari, a un anziano che chiede una birra dice con cortesia che non ci sono alcolici nel centro. Tutti i volontari hanno cambiato la loro vita per salvare altri ucraini, portarli via, lontano dal fronte e non sempre vengono ringraziati.

 “A volte riceviamo segnalazioni, ci chiedono: andate a prendere mia mamma. Arriviamo e la mamma non vuole venire. Non possiamo obbligare nessuno. Spieghiamo quanto è pericoloso restare, ma loro parlano della loro mucca che non possono non nutrire, delle galline che è un peccato lasciare indietro, dei campi, della casa. Non ci rimane altre che dire loro: tutto questo se sopravvivi lo puoi riavere, una mucca, le galline, un campo. Se rimani qui, muori e non puoi avere più nulla”. La scelta è tra il passato e il futuro. Con il passato si ha sempre confidenza, con il futuro mai, “sono soprattutto i più vecchi a non voler lasciare le loro case”.

Una signora nella stanza degli anziani racconta di essere arrivata da tre giorni dal villaggio del distretto di Pokrovsk, nel Donetsk, Zelena Dolyna, tradotto: Valle Verde. Per lei, la vita è stata quel villaggio, non se ne era mai andata, tanto che ha bisogno dei documenti per proseguire il viaggio. E’ arrivata con la famiglia, ha settantotto anni e ne dimostra venti di più. Per parlare si toglie lo scialle dalla testa e inizia a raccontare: “Mi chiamo Olena Pantileevna, Pantileevna è molto raro”, le piace sottolineare quanto sia raro. “Nessuno di noi voleva andare via, sotto i bombardamenti ci rifugiavamo tutti dentro una macchina, abbiamo una Opel, una macchina forte”, dice con orgoglio. Tutti i membri della sua famiglia, cinque in tutto, stretti dentro, mentre attorno avanzava soltanto la distruzione. La macchina diventava un universo dell’illusione, proteggeva più della casa e ora è rimasta indietro, assieme al marito di Olena, che ha scelto di badare agli animali: “Dobbiamo trovare il modo di venderli”, dice. Con la famiglia si è decisa ad accettare l’evacuazione quando i bombardamenti si sono fatti quotidiani e loro erano rimasti senza gas. Olena è partita con un sacchetto, il suo futuro è tutto lì dentro.

“Ci sono zone in cui non possiamo entrare”, ammette Vitali. Quando un territorio è sotto occupazione, i volontari ovviamente non entrano. Alcune persone prendono la decisione di andarsene quando ormai è troppo tardi. Sono queste le chiamate più complesse, quando alla richiesta “venite a prendermi”, devono rispondere: “Non possiamo”. Qualcuno invece dopo l’evacuazione vuole tornare indietro, al passato. E al passato si torna da soli.
Per chi ha figli scegliere è più facile, la soluzione è una sola: partire. Tanja ha riempito un borsone in cui ci sono più pannolini che vestiti. E’ contenta di raccontare la sua storia, si muove molto velocemente, sembra che il suo corpo abbia trattenuto la velocità richiesta al momento dell’evacuazione. Si sposta, si organizza, chiama i bambini. “Non potevamo più rimanere a Nikopol, diventerà come Bakhmut”. Nikopol si trova nell’oblast di Dnipropetrovsk, Tanja non ha mai lasciato la città, ma la sua famiglia è rimasta senza luce né riscaldamento, sotto i bombardamenti che si fanno più intensi. Ha avuto paura della distruzione totale, così come l’ha vista dalle immagini di città come Bakhmut, nella regione di Donetsk, presa dai russi dopo un assedio di sette mesi.

Bakhmut è diventata il simbolo della devastazione, più di Mariupol, più di Avdiivka, la visione di cumuli di macerie, neve, nulla, di una città verticale ridotta al suolo terrorizza Tanja: “A Nikopol un uomo è stato colpito mentre andava sul monopattino, era al mercato. E’ stata centrato da un drone”. I droni russi si sono fatti più vicini nella regione di Dnipropetrovsk e in più di un caso hanno dato la caccia ai civili, come accade a Kherson, la città liberata nel novembre del 2022, in cui chi è rimasto vive relegato in casa, ha paura di uscire per timore dei droni. Tanja non vuole vivere così, ha preso i bambini, suo marito è rimasto.

Sono poche le persone che vengono evacuate e sanno dove andare, la maggior parte rimane in un limbo, sognando casa, sognando di tornare. Spesso, se possono scegliere, gli evacuati preferiscono non allontanarsi troppo, vogliono sentire il cordone del ricordo, vogliono pensare di avere la scelta di fare ritorno. Ma la possibilità di scelta per adesso non c’è, esiste soltanto la possibilità di salvezza e Vitali lo sa più di chiunque altro. Lui, Andri, Volodymyr e tutti i volontari di Proliska sono lo spartiacque di una vita altrui: per chi è pronto a guardarsi avanti sono Virgilio, per coloro che non fanno che voltarsi indietro sono Caronte. La signora Olena, Tanja con i suoi bambini, chiunque è salito sulle loro macchine, è entrato nell’Ucraina dei rifugiati, degli sradicati.

Vitali, che oggi guida verso la salvezza, è di Luhansk, faceva parte della polizia e quando i separatisti iniziarono a stabilire la dittatura di Mosca nella città capoluogo dell’oblast omonima, è stato fra i primi a doversene andare. Un uomo arrivò alla stazione di polizia e disse che ora tutti avrebbero dovuto prendere ordini da lui. Non era nessuno per darne. Chi non obbediva, e Vitali non aveva intenzione di obbedire, doveva scegliere la fuga, nottetempo. Vitali se ne andò. Ma non fuggì a Leopoli, o a Kyiv, o a Kharkiv o a Dnipro. Andò a Severodonetsk, sempre nella regione di Luhansk, conservando anche lui quel desiderio nascosto, quell’ambizione struggente di tornare un giorno a casa.

Severodonetsk è stata occupata dai russi nel giugno del 2022, e Vitali oggi è uno dei motori dell’evacuazione nella regione di Dnipropetrovsk. Ogni tanto si informa su cosa accade dentro alla sua Luhansk occupata, ha qualcuno che può raccontarglielo, non dice chi. Sa che è iniziata la ricostruzione, la città sembra un luna park post sovietico, più simile a Tiraspol che a Mosca. E ormai da lì non si può più evacuare.

Papa Leone XIV al clero romano: “È urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità”

“Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima.

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, giovedì 19 febbraio 2026, 12:30 (ACI Stampa).

“Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima.

Ravvivare – ha spiegato Leone XIV – “evoca l’immagine della brace sotto la cenere. Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo. Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata. Incalzati  dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.

Il Papa ha affrontato poi alcuni ambiti della vita pastorale,  a partire dalla “pastorale ordinaria delle parrocchie. Circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa. È urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa”.

“E’ necessario che la pastorale parrocchiale – ha aggiunto – rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.

Poi il Papa ha affrontato la questione dell’”imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.

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Infine “la vicinanza ai giovani. Molti di loro – ha ammesso Leone XIV – vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa.  Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.  So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita. Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.

Leone XIV si è anche rivolto ai sacerdoti più giovani, esortandoli “alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”.

Gli Stati Uniti sono l’“Impero del male”?

Esteri | CR 1938

18 Febbraio 2026 ore 11:19

di Roberto de Mattei

Il segretario di Stato americano Marco Rubio, partecipando alla Conferenza sulla sicurezza, che si è tenuta il 14 febbraio al Bayerischer Hof Hotel di Monaco, ha tenuto un ampio e articolato discorso, in cui ha ribadito che Stati Uniti ed Europa fanno parte di un’unica civiltà e devono unire le loro forze per combattere i comuni nemici interni ed esterni. Eppure gli Stati Uniti, per molti conservatori e cattolici di orientamento tradizionale, costituiscono una sorta di nuovo “Impero del Male”.

Martin Heidegger è stato il filosofo che ha elaborato la forma più duratura dell’antiamericanismo nelle sue molteplici versioni: gli Stati Uniti come emblema della modernità “catastrofica”, dominata da tecnologia, consumismo, uniformità e assenza di senso storico (cfr. James W. Ceaser, A genealogy of Anti-americanism, “The Public Interest”, Summer 2003, pp. 3-18). Queste idee, esposte dal filosofo tedesco negli anni Trenta del Novecento, furono riprese dal nazismo e, dopo la guerra, dalla sinistra europea, diventando un pilastro del pensiero anti-americano contemporaneo.

C’è sempre stato un antiamericanismo di estrema destra, quello di coloro che non perdonano agli Stati Uniti di aver determinato la sconfitta delle potenze dell’Asse, con la loro discesa in campo nella Seconda guerra mondiale. Questo antiamericanismo oggi ha ripreso vigore in alcune forme di neo-nazionalismo populista, che ripropongono il fascismo e il nazionalsocialismo come modelli politici positivi. 

C’è stato poi un antiamericanismo di sinistra, che non perdona agli Stati Uniti di essere stati il baluardo anticomunista negli anni della Guerra fredda, impedendo la vittoria del comunismo internazionale. Questo anti-americanismo ha avuto il suo sviluppo nel movimento No-global e in quello Pro-pal.

Oggi però si è aggiunto un antiamericanismo di matrice cattolico-conservatrice, che rifiuta gli Stati Uniti perché essi, per la loro matrice puritana e liberal-illuminista, rappresenterebbero un modello di pensiero antitetico a quello della tradizione cattolica. Questo antiamericanismo si accompagna spesso ad una simpatia verso regimi come la Russia di Putin o, addirittura, l’Iran dell’ayatollah Alì Khamenei, considerato un baluardo contro lo Stato di Israele, espressione per eccellenza dell’essenza negativa dell’Occidente. 

Eppure, la superficialità di questa narrazione dovrebbe balzare agli occhi. La Rivoluzione protestante non è nata in America, ma in Europa, dove ha raggiunto le sue espressioni più radicali con gli anabattisti e i Levellers della Rivoluzione inglese. In America, puritani, mennoniti e quaccheri, moderarono e non accentuarono le posizioni radicali che avevano assunto in Europa. La chiesa evangelica costituisce oggi uno dei maggiori serbatoi di voto conservatore per il Partito Repubblicano.

 La Rivoluzione americana, che ha preceduto quella francese, ha poco o niente a che fare con quella del 1789. La Dichiarazione di Indipendenza del 1776 afferma l’esistenza di una legge naturale che precede il governo della società, mentre la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 li fonda sulla pura autodeterminazione della volontà. 

La Rivoluzione francese fu essenzialmente una rivoluzione ideologica, figlia dell’Illuminismo; la Rivoluzione americana fu soprattutto una guerra di Indipendenza. A illustrarne per primo le differenze fu, nel 1800, Friedrich von Gentz (1764-1832), segretario e amico del principe Clemens von Metternich e uno dei principali architetti della Restaurazione, dopo la caduta di Napoleone (The American and French Revolutions Compared, Henry Regnery Company, Chicago 1955).

Uno dei più lucidi studiosi di scienza politica del XX secolo, Eric Voegelin (1901-1985) ha spiegato che la Rivoluzione americana non fu un evento politico dall’essenza gnostica, come la Rivoluzione francese, perché «non fu un movimento ideologico nel senso delle successive rivoluzioni europee. Non intendeva creare un nuovo ordine dell’essere, ma ristabilire i diritti degli inglesi che si riteneva fossero stati violati» (The New Science of Politics, ed. University of Chicago Press, 1987(reprint), p. 159). 

È l’Europa che ha corrotto l’America, e non viceversa. Il marxismo culturale che infesta le università americane dal 1968 non è nato in America, ma in Germania, da dove Lenin lo ha trapiantato in Russia e la Russia bolscevica, dopo la Rivoluzione del 1917, lo ha diffuso nel mondo. 

La Rivoluzione del Sessantotto partì da Berkeley, ma il suo teorico, Herbert Marcuse (1898-1959), è nato e morto in Germania. L’ideologia Woke ha radici europee, attraverso Marx, Gramsci, la Scuola di Francoforte, il post-strutturalismo francese. 

L’“Americanismo” condannato da Leone XIII con l’enciclica Testem benevolentiae del 22 gennaio 1899, più che una dottrina, costituiva una spiritualità dell’azione, che il modernismo ha sviluppato in maniera ben più ampia e articolata, anche sul piano teologico. La crisi della Chiesa attuale è figlia del modernismo europeo, non certo dell’americanismo. Uno dei collaboratori più stretti del cardinal Ottaviani fu il teologo antimodernista americano John Clifford Fenton (1906-1969) e uno dei cardinali più vicini a mons. Marcel Lefebvre fu il cardinale americano John Joseph Wright (1909-1979). 

L’enciclica Testem benevolentiae va letta inoltre accanto a un’altra importante enciclica di Leone XIII, la Longinqua Oceani, del 6 gennaio 1895, in cui il Papa riconosce gli aspetti positivi dell’esperienza americana: la crescita rapida del cattolicesimonegli Stati Uniti; la libertà religiosa di fatto, che ha permesso alla Chiesa di svilupparsi senza persecuzioni; l’iniziativa e il dinamismo della società americana. Leone XIII non condanna l’America, né la considera anticristiana per natura. Il Papa afferma però che la separazione tra Chiesa e Stato, così come concepita negli USA, deve essere considerata come un fatto contingente, non come un ideale normativo universale. 

Sul piano politico, inoltre, gli Stati Uniti di Clinton e Obama non sono certo quelli di Reagan e Trump. Parlare di un’unica America ha poco senso. Negli Stati Uniti, come in Europa, si confrontano due linee culturali, quella che si richiama al marx-illuminismo e quella, oggi prevalente, che rivendica le radici cristiane della società.

Nel suo discorso a Monaco, il segretario di Stato Rubio si è espresso in questi termini: «Per noi americani, la nostra casa può trovarsi nell’emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell’Europa.(…) La nostra storia è iniziata con un esploratore italiano che si avventurò nel grande ignoto per scoprire un nuovo mondo, portò il cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra nazione pioniera. (…) E’ stato qui, in Europa, che sono nate le idee che hanno piantato i semi della libertà e cambiato il mondo. (…) Ed è questo il luogo dove le volte della Cappella Sistina e le guglie svettanti delle grandi cattedrali testimoniano non solo la grandezza del nostro passato o il Dio che ha ispirato tali meraviglie».

Tra le cattedrali americane che si ispirano a quelle europee, c’è Saint Patrick, la cattedrale di New York. La scelta di costruirla in «puro stile gotico»secondo Benedetto XVI, non fu casuale. L’arcivescovo John Hughes (1797-1864) «voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede» (Benedetto XVI, Omelia nella Cattedrale di Saint Patrick del 19 aprile 2008). 

 Alle radici dell’anti-americanismo c’è, innanzitutto, un problema di teologia della storia. Leone XIV, Papa americano, ha richiamato nel suo discorso ai diplomatici del 9 gennaio la necessità di rileggere la Città di Dio di sant’Agostino. Ma se invece di usare le categorie di sant’Agostino volessimo usare quelle di Carl Schmitt, dovremmo dire che l’anti-americanismo cattolico nasce dall’incapacità di definire il nemico. E potremmo aggiungere che non riesce a definire il nemico chi non riconosce ed ama i propri amici, perché la confusione non nasce dall’ignoranza, ma dall’amore mal ordinato. Sant’Agostino lo spiega con una delle sue formule lapidarie: «Disordinata è ogni anima che ama ciò che non deve amare» (De Civitate Dei, XV, 22). 

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