"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 30 di 146

Mercoledì delle ceneri

Sacre Ceneri

Nome: Sacre Ceneri

Titolo: Inizio della Quaresima

Ricorrenza: 18 febbraio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Il Mercoledì delle Ceneri è il giorno nel quale ha inizio la quaresima, il periodo di quaranta giorni che precedono la Pasqua di Risurrezione e nei quali al Chiesa cattolica invita i fedeli ad un cammino di penitenza, di preghiera, di carità per giungere convertiti al rinnovamento delle promesse battesimali, che si compirà appunto la Domenica di Pasqua.

Momento caratteristico della liturgia del Mercoledì delle Ceneri è lo spargimento, da parte del celebrante, di un pizzico di cenere benedetta sul capo dei fedeli. Si accompagna tale rito con le parole «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15), frase introdotta dal Concilio Vaticano II, mentre prima si utilizzava l’ammonimento, contenuto nel Libro della Genesi, «Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» («Ricordati uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai»), forma quest’ultima ancora in uso nella Messa tridentina.

È consuetudine che le ceneri utilizzate per l’imposizione delle ceneri sul capo dei fedeli si ricavino dalla bruciatura dei rametti di palme o di ulivo benedetti in occasione della Domenica delle Palme, dell’anno precedente.

Altro aspetto caratteristico della liturgia che ha inizio il Mercoledì delle Ceneri è l’uso del colore viola per i paramenti sacri nonché il fatto che per tutto il periodo quaresimale non si canta l’alleluia e non si recita il gloria.

PREGHIERA. «L’umiltà di Cristo ci ha insegnato ad essere umili: nella morte infatti si sottomise ai peccatori; la glorificazione di Cristo glorifica anche noi: con la risurrezione infatti ha preceduto i suoi fedeli. Se noi siamo morti con lui ? dice l’Apostolo ? vivremo pure con lui; se perseveriamo, regneremo anche insieme con lui (2 Tim. 2, 11. 12)» (Sant’Agostino Sermoni, 206, 1).

PRATICA. La chiesa richiede in questo giorno si osservi il digiuno e l’astinenza dalle carni. Per quanto attiene il periodo di quaresima, che inizia con il Mercoledì delle Ceneri, insegna Sant’Agostino: «Il cristiano anche negli altri tempi dell’anno deve essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine. Tuttavia questo tempo solenne deve stimolare anche coloro che negli altri giorni sono pigri in queste cose.»

MARTIROLOGIO ROMANO. Giorno delle Ceneri, e principio del digiuno della sacratissima Quaresima.

Yulia Navalnaya: «Putin ha avvelenato e ucciso mio marito. È un assassino, lavoro perché sia giudicato. E l’Occidente lo sopravvaluta»

di Gordon Repinski, da Monaco – Corriere della Se – 16 Febbraio 2026

La vedova del dissidente avvelenato: «L’Occidente sopravvaluta il Cremlino»

Questa è l’intervista che Yulia Navalnaya ha dato a Politico, dopo che i governi di cinque Paesi hanno confermato che suo marito Aleksej è stato avvelenato nella colonia penale n. 3 di Yamalo-Nenec con l’epibatidina, rarissimo veleno presente nella rana freccia dell’Ecuador (specie che non vive in Russia). È stata leggermente tagliata ed editata per chiarezza. 

Yulia Navalnaya, poco fa abbiamo ricevuto informazioni di intelligence da cinque Paesi europei: confermano che Aleksej è stato avvelenato con la tossina della rana freccia. Lei ne è sempre stata convinta. 
«Sono soddisfatta. È difficile per me dire che sia una buona notizia, perché, sapete, mio marito è stato ucciso. Naturalmente io lo sapevo già: era un uomo giovane, aveva meno di 50 anni. E sebbene avesse vissuto in condizioni dure, fosse stato torturato, io ero sicura che lui si prendesse cura di sé, che pensasse alla sua salute. E per me era evidente: lo avevamo visto solo un giorno prima in video collegamento, sembrava stare assolutamente bene. Quindi era chiaro che gli fosse successo qualcosa di orribile ed ero sicura che fosse stato Vladimir Putin. Tutti sanno che nel 2020 Aleksej è stato avvelenato con il Novichok. Se ne sono occupate molte agenzie. E anche noi abbiamo fatto la nostra indagine, mostrando tutti questi ufficiali dell’FSB che lo seguivano da molti anni e che poi lo hanno avvelenato durante il suo viaggio in Siberia. Quindi, per me era evidente che fosse stato ucciso in questa colonia penale: solo non sapevamo esattamente come. Sapevamo che ci sarebbe voluto un lungo, lungo tempo per scoprirlo. Per questo sono molto grata ai governi del Regno Unito, della Svezia, dei Paesi Bassi e della Germania, che hanno collaborato insieme e hanno appena provato tutto. Le incertezze sono state dissipate e non si tratta solo di una nostra inchiesta. È un’indagine che si basa su fonti altamente scientifiche».

Due anni fa lei era salita sul palco qui a Monaco con la notizia molto fresca della morte di Aleksej.

 E ha detto a caldo: Vladimir Putin sarà portato davanti alla giustizia. Due anni dopo non ci siamo ancora arrivati. 
«Ma siamo su questa strada. Sono sicura che due anni fa molti di voi che hanno partecipato a questa conferenza, o in tutto il mondo, erano sicuri che sarebbe stato impossibile trovare la verità. Invece ora abbiamo le prove che Vladimir Putin è l’assassino, che ha ucciso mio marito, e io sto lavorando molto duramente perché un giorno ci sia giustizia». 

Ha delle aspettative nei confronti degli altri Paesi, non solo di quelli che hanno indagato, perché diano un seguito a quanto scoperto? 
«Ci sono certamente questioni geopolitiche quando i Paesi trattano con Putin. Non è questa la prima legge che infrange. È la storia della mia vita. A volte, purtroppo, ci vuole molto più sforzo e molto più tempo. Ma io ho apprezzato che questi Paesi abbiano trovato la forza, che abbiano avuto una visione politica e lo abbiano fatto insieme». 

L’Occidente, o i Paesi che si oppongono a Putin, sono troppo deboli con lui?
«Certamente. Sì, ovviamente penso che l’Occidente potrebbe essere molto più forte contro Putin. A volte trattano Putin come se fosse il male in persona, pure evil. Ma non lo è. Chi è il signor Putin? Tutti si fanno questa domanda da molti anni. E per me è molto evidente che Vladimir Putin è un semplice dittatore. Non è niente di speciale. Fa quello che fa ogni dittatore. Ha iniziato ovviamente rubando soldi al suo stesso popolo, poi con la repressione nel suo stesso Paese, con la censura. Dopo ha iniziato la guerra. E ha cominciato a uccidere i suoi oppositori politici. Molte persone sono in prigione. E siccome fa quello che fa ogni dittatore, dobbiamo comportarci con lui come con un normale dittatore». 

Pensa che sia necessario che la guerra tra Russia e Ucraina finisca perché l’opposizione abbia una chance contro Putin? 
«Sono due cose parallele. La guerra dovrebbe essere fermata immediatamente. No, non sarebbe mai dovuta iniziare, naturalmente. Ma è anche molto importante capire che saremmo dovuti essere più forti contro Putin prima — non parlo del 2022, ma dal 2011, quando noi cercavamo di portare l’attenzione su di lui…». 

È possibile che la popolazione russa si sollevi? C’è così tanta repressione. 
«Quando c’è un tale livello di repressione, naturalmente è molto difficile alzare la voce contro Putin. Noi siamo seduti qui in questo posto molto bello, le persone stanno bevendo caffè o facendo cose interessanti, o vanno ogni giorno in ufficio. Ma immagini che lei metta un “mi piace” a qualcosa sui social media e il giorno dopo lei sarà in prigione. E non sarà in grado di incontrare la sua famiglia per anni. Io capisco che è molto difficile comprenderlo qui, nell’Europa occidentale, in Germania, in Francia. Ma è ovvio che in Russia le persone normali abbiano paura». 

Tempo fa mi disse che dalla Russia le scrivevano lettere. Può condividere qualcosa? 
«La situazione dentro la Russia non è così buona, né così unita, come Vladimir Putin vorrebbe far pensare. Molte persone mi scrivono di una situazione economica molto dura, di povertà. Direi che più del 70% di queste lettere lo dice. Non hanno soldi per le cose essenziali. Mi scrivono molto della censura, dei social media vietati. Negli ultimi 20 anni la Russia è molto avanzata tecnologicamente: avevamo un Internet che si stava sviluppando molto velocemente, eravamo abituati ad avere servizi molto buoni. Oggi le persone cominciano a sentirlo sulla propria pelle: quando non si è più in grado di telefonare, o di ricevere messaggi dei propri vicini, o di usare il conto bancario online. Ed è così che si comincia a percepire che qualcosa sta succedendo nel proprio Paese, sulla propria pelle». 

Lei vede individui, o gruppi di persone, potenti o meno, che possano assumersi il ruolo che è stato di suo marito? 
«Ci sono molte persone che stanno combattendo contro Vladimir Putin. Non è possibile farlo dentro la Russia, ma fuori ci sono molte persone che protestano contro il regime, contro la guerra in Ucraina». 

Quando Putin è arrivato al potere è stato invitato a parlare al Parlamento tedesco, e molte persone hanno pensato che potesse essere un riformatore. Lo abbiamo tutti sottovalutato, abbiamo preso decisioni sbagliate? 
«Lei lo sopravvaluta. E anche dentro la Russia lo sopravvalutano. Io capisco perché: quando era arrivato al potere era molto giovane, non beveva in confronto a Eltsin. Dava una speranza. Ma per esempio per mio marito — e lo scrive nel libro — noi non ci siamo mai fatti illusioni su Putin: sapevamo dall’inizio cosa significasse che fosse un agente del KGB, sapevamo che per tutto il tempo lui voleva solo tornare all’Unione Sovietica e ricostruire tutto lo schema dell’Unione Sovietica, con la censura e un’unica opinione pubblica, e governare il Paese per tutta la vita». 

Si vede in politica a un certo punto? 
«Io? Io sto facendo politica. Tutto quello che sto facendo ora è politica. Io sono perfino seduta qui sul palco e c’è scritto Politico!» 

Ma mi lasci insistere, ed essere più preciso. Può immaginare, se le cose cambiano in Russia, di candidarsi a un certo punto per un mandato, per qualcosa? 
«Di sicuro tornerò a casa. Io sogno di tornare. Non direi che sia nostalgia. Capisco che potrebbero volerci anni per tornare. Ma io so di me stessa, dei miei figli, che noi sogniamo di tornare a casa. Noi per tutto il tempo abbiamo voluto vivere in Russia. La Russia è il nostro Paese. Per questo vedremo se e quando io tornerò. Ma certo mi piacerebbe aiutare il mio Paese a diventare un Paese pacifico, prospero e democratico».

I CINQUE MINUTI DELLO SPIRITO SANTO

LIBRO DEL CARD. VICTOR MANUEL FERNANDEZ -PREFETTO DEL DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Nel programma “La lettura cristiana della cronaca e della storia” viene inserita all’inizio una breve meditazione sullo Spirito Santo che si prolunga per tutti i giorni dell’anno.

Dedicare cinque minuti al giorno allo Spirito Santo può essere un vero conforto che ristora profondamente la nostra vita. In queste pagine l’autore raccoglie molti anni di esperienza nella comunicazione spirituale compiuta con i suoi numerosi libri, i programmi radiofonici e l’accompagnamento pastorale in cui ha cercato di aiutare le persone a vivere meglio spiritualmente. Pur esprimendosi in modo agile e accessibile, quest’opera racchiude la solidità e la profondità della sua ricerca teologica sullo Spirito Santo, sulla grazia e sulla spiritualità. Un prezioso cammino spirituale durante tutto l’anno perché la nostra vita sia piena della gioia, della luce e della libertà dello Spirito Santo.


Il libro è disponibile nelle librerie, in particolare quelle cattoliche, e su tutti gli store on line. Non inoltrare richieste a Radio Maria.

San Claudio de la Colombière

Divenne il confessore di santa Margherita Maria Alacoque. Si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù e la pratica salvifica dei primi venerdì del mese.

Santo del giorno 15_02_2026

«Io ti manderò un mio servo fedele e amico perfetto», aveva promesso Gesù a Margherita Maria Alacoque, la santa delle straordinarie rivelazioni del Sacro Cuore e delle grazie connesse alla devozione dei primi venerdì del mese, che allora stava vivendo nel tormento perché non creduta. Quell’uomo della Provvidenza era Claudio de la Colombière (1641-1682), che nel 1675 fu scelto come superiore della casa dei gesuiti a Paray-le-Monial e divenne il confessore del vicino monastero della Visitazione dove si trovava Margherita. Il santo aveva da poco professato i voti solenni, al termine del periodo della “terza probazione” sapientemente stabilito da sant’Ignazio di Loyola, e così aveva scritto durante il ritiro spirituale: «Chiedo a Dio che mi faccia conoscere ciò che devo fare per servirlo e per purificarmi».

Terzo di sei figli, quattro dei quali scelsero la vita religiosa, era nato in un villaggio francese da una famiglia profondamente cristiana. A 17 anni si trasferì ad Avignone per iniziare il noviziato nella Compagnia di Gesù, dove nel suo animo si alternarono gioie e aridità legate al distacco dagli affetti e dal mondo, di cui in seguito scriverà: «Gesù Cristo ha promesso cento in cambio di uno, e posso dire che io non ho mai fatto nulla senza aver ricevuto, non cento in cambio di uno, ma mille volte di più rispetto a quanto avevo abbandonato». Il suo talento spinse il superiore generale a mandarlo a studiare teologia a Parigi, dove grazie alle sue virtù intellettive e morali fu segnalato a Colbert, l’economista e allora ministro delle Finanze (sotto Luigi XIV) che lo assunse come precettore dei figli. Intanto, lottava contro il suo amor proprio, offrendosi continuamente a Dio.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, completò il cammino ignaziano a Lione e il 2 febbraio 1675 pronunciò i voti solenni. Seguì l’incarico a Paray-le-Monial: i superiori lo scelsero proprio perché sapevano delle visioni di Margherita Maria Alacoque (1647-1690) e ritenevano che Claudio fosse, per pietà e prudenza, la persona giusta per quella delicatissima situazione. Quando il santo si presentò alle visitandine, la giovane suora sentì una voce interiore: «Ecco chi ti mando!». Il gesuita divenne il suo padre spirituale e capì che quell’anima era stata adornata di autentici doni mistici. Durante una Messa, Margherita vide il Sacro Cuore come una fornace ardente in cui erano immersi i cuori dei due santi: «È così che il mio amore puro – le disse Gesù – unisce questi tre cuori per sempre. Questa unione è destinata alla gloria del mio Sacro Cuore. Voglio che tu scopra i suoi tesori, lui farà conoscere il suo prezzo e utilità. A tale scopo, siate come fratello e sorella, condividendo ugualmente i beni spirituali».

Claudio accolse con umiltà ogni rivelazione che lo riguardava e si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Chiese a Margherita di scrivere le sue esperienze mistiche, salvò tante anime dai pericoli dell’eresia giansenista che aveva l’effetto di allontanare i fedeli dai Sacramenti e non si scoraggiò di fronte alle difficoltà che gli erano state preannunciate: «Rivolgiti al mio servo Claudio e digli […] che è onnipotente chi diffida di sé stesso per confidare unicamente in Me», gli aveva comunicato il Signore attraverso Margherita. Dopo 18 mesi di permanenza a Paray, ricevette l’ordine di partire per Londra come cappellano della Duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, una cattolica fervente.

Anche in Inghilterra operò meraviglie, riuscendo a convertire molti alla Chiesa. Fu in quell’epoca che il protestante Titus Oates mentì parlando di una «cospirazione papista» ai danni del re e a cui il parlamento diede credito: numerosi cattolici innocenti furono condannati a morte e Claudio fu arrestato per «proselitismo religioso». Quattro anni prima si era visto «coperto di ferri e catene, trascinato in prigione, accusato e condannato per aver predicato Cristo crocifisso». La prigionia minò parecchio la sua salute, già indebolita da una tubercolosi incipiente, ma l’intervento di Luigi XIV gli valse la liberazione e il rientro in Francia nel 1679. Nell’inverno di due anni dopo tornò a Paray-Le-Monial. E poche settimane più tardi, il 15 febbraio 1682, arrivò la sua morte terrena. Così disse santa Margherita a chi lo piangeva: «Smettetela di affliggervi. Invocatelo con tutta la vostra fiducia, perché lui può soccorrerci».

Papa Leone XIV: “Non serve una giustizia minima, serve un amore grande”

Il Papa all’Angelus: “Gesù è venuto in mezzo a noi, ha portato a compimento la Legge facendoci diventare figli del Padre

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , domenica, 15. febbraio, 2026 12:14 (ACI Stampa).

Nel brano evangelico di oggi Gesù “rivela il vero significato dei precetti della Legge di Mosè: essi non servono a soddisfare un bisogno religioso esteriore per sentirsi a posto davanti a Dio, ma a farci entrare nella relazione d’amore con Dio e con i fratelli. Per questo Gesù dice di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a dare il pieno compimento”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo la preghiera mariana dell’Angelus.

“Il compimento della Legge – ha spiegato il Papa – è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo. Si tratta di acquisire una giustizia superiore che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore”.

“La Legge – ha proseguito Papa Leone – è stata data a Mosè e ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.

“Gesù – ha concluso – insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.

“Sono vicino – ha detto il Papa, dopo aver recitato l’Angelus – alle popolazioni del Madagascar colpite a poca distanza di tempo da due cicloni con inondazioni e frane, prego per le vittime e i loro familiari e per quanti anni hanno subito gravi danni, Ricorre nei prossimi giorni il Capodanno lunare celebrato da miliardi di persone in Asia orientale in altre parti del mondo: questa Gioiosa festa incoraggi a vivere con più intensità le relazioni familiari e l’amicizia, porti serenità nelle case e nella società. Sia occasione per guardare insieme al futuro, costruendo pace e prosperità”. 

IL PAPA CHE CHIUDE IL CONCILIO

Robert Prevost è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così

Matteo Matzuzzi – 14 febbraio 2026

Leone XIV mostra di voler archiviare le sfinenti lotte tra conservatori e progressisti. Va oltre, punta tutto sulla spiritualità e su uomini dal profilo tradizionale che però sanno stare nel mondo

Come gli astrologi nel Rinascimento consultavano le stelle per trarre oroscopi sulla salute del Papa infermo, assicurando che il calcolo renale si sarebbe risolto positivamente o che la gotta avrebbe dato tregua, oggi gli addetti ai lavori studiano i bollettini vaticani per capire gli orientamenti di Leone circa le nomine episcopali in giro per il mondo. Ha scelto un progressista o un conservatore? La reverenda suora è una militante femminista o una pia religiosa dedita all’adorazione perpetua? E poi i discorsi, le omelie, i messaggi: via a compulsare le note a pie’ di pagina, i riferimenti bibliografici: quante volte ha citato Benedetto XVI? Quante Francesco? Quante Giovanni Paolo II, tornato assai in auge, stando al numero dei riferimenti fatti? E’ un gioco che s’è sempre fatto e che serve per inquadrare per quanto possibile – per lo più mediaticamente – il Pontefice di turno: da che parte sta?

Con Leone XIV il lavoro s’è fatto impresa improba, stante l’aplomb riservato dell’agostiniano succeduto al gesuita e al fatto che di suo non esiste neanche un libro o volumetto per tentare di carpire suggerimenti che facciano intravedere una linea, un orizzonte entro il quale azzardare previsioni. Chi è allora Leone? Cosa pensa? “Il mio viso è molto espressivo, ma spesso mi diverto a vedere come i giornalisti interpretano le mie espressioni. Sul serio, voglio dire, è interessante. A volte ricevo, sapete, idee veramente belle da tutti voi, perché pensate di poter leggere la mia mente o il mio volto. E non è così, non avete sempre ragione”, ha detto ai giornalisti che l’accompagnavano nel suo primo viaggio internazionale, in Turchia e Libano.

 Ha dato un’indicazione a chi volesse vestire i panni dell’aruspice: “Un giornalista tedesco mi ha detto l’altro giorno: mi dica un libro, oltre a sant’Agostino, che potremmo leggere per capire chi è Prevost. E ne ho pensati diversi, ma uno di quelli è un libro intitolato La pratica della presenza di Dio. E’ un libro molto semplice, scritto da qualcuno che non scrive nemmeno il suo cognome, frate Lawrence”. Libro che, immediatamente ripubblicato dalla Lev, è andato a ruba. Già prima di Natale risultava introvabile nelle librerie attorno a piazza San Pietro. Frate Lorenzo era un converso carmelitano vissuto nella Francia del Diciassettesimo secolo. Segni particolari, uno: visse totalmente alla Presenza divina. Non era un santo, cadde più volte lungo il suo cammino di conversione. Sbagliò parecchio, provò a fare il cameriere, l’eremita, il soldato. E si ritrovò a “cercare Dio tra le pentole”. Racconterà a un amico che “non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e una volta fatta, se non mi rimane altro da fare, mi chino a terra e adoro Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re”. Ancora, “si va in cerca di metodi per imparare ad amare Dio; vi si vorrebbe giungere attraverso non so quali e quante pratiche diverse. Ma non sarebbe molto più breve e diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo?”. Frate Lorenzo trovava Dio ovunque e lo poneva davanti a tutto. Porre “uno sguardo interiore fisso su di Lui che dev’essere sempre calmo, dolce, umile e tenero, senza lasciarsi mai prendere da alcun turbamento o inquietudine”. 

Sparire perché rimanga Cristo, insomma. Come da prima omelia papale di Leone, appena eletto nella Cappella Sistina. Nella vita del converso carmelitano si individua un metodo: “Bisogna compiere tutte le nostre azioni con peso, misura e saggezza, senza l’impetuosità o l’avventatezza che rivelano una mente agitata. Si deve lavorare con dolcezza, tranquillità e amorevolezza con Dio, pregandolo d’accettare le nostre azioni”

Pare quasi una risposta a quanti s’attendevano riforme e nomine immediate, decisioni rapide e annunci. Ribaltamenti o conferma dello status quo. Un messaggio per i desiderosi di fare piazza pulita e i granitici assertori della continuità assoluta. Se la Pratica della Presenza di Dio di frate Lorenzo è la cartina al tornasole per capire Leone, è facile intuire che il gioco da astrologi di cui si parlava all’inizio è solo una perdita di tempo. Un agostiniano con un profilo così spirituale se ne sta ben alla larga dal dibattito sul colore e l’orientamento dei vescovi nominati in diocesi o in posizioni curiali. Prevost è oltre, come dimostra il profilo dei pochi presuli che ha chiamato a occupare posizioni di rilievo. Non è lo schieramento ideologico ciò che conta, non è l’essere a favore della sinodalità – o, per fare un esempio opposto, della messa tradizionale – il criterio che porta alle scelte.

Si prenda il profilo del nuovo arcivescovo di New York, mons. Ronald Hicks. Missionario in America centrale, ma di Chicago. Mandato da un campione delle culture war come il cardinale Francis George a formare i seminaristi e fatto poi vicario generale dal cardinale Cupich, successore di George e su posizioni diametralmente opposte. Primo collaboratore di un porporato assai ostile al mondo del conservatorismo liturgico che poi, nella sua piccola diocesi, ha dato a quel mondo totale libertà d’azione (ed è per questo amato e rimpianto). Se ne legga l’omelia d’insediamento pronunciata nella cattedrale di San Patrizio, nessuno spazio a sottolineature socio-politiche, ma tanta spiritualità e un messaggio centrale: “Amo Gesù e amo la Chiesa”. Un profilo così sfugge alle stantie categorie post conciliari e non è facilmente catalogabile.

 Anche a Praga, il nuovo arcivescovo ha esordito con un messaggio non troppo dissimile, puntando tutto sull’unità nella Chiesa, priorità fra le priorità. E lo stesso vale per tante altre nomine, anche in curia. Al prefetto dei Vescovi generalmente apprezzato dalla realtà “conservatrice”, è seguita poi la chiamata a Roma in qualità di segretario del dicastero per il Clero di un arcivescovo “martiniano”. Qualcuno potrebbe dire che è il prezzo che si deve a un’elezione plebiscitaria, dove quasi tutti, d’ogni schieramento, hanno scritto il nome di Prevost sulla scheda elettorale. Un volgare esempio di cerchiobottismo clericale, insomma, come pure si sente sussurrare appena si mette piede in zona Borgo, dando ascolto al chiacchiericcio pettegolo sempre vivo. 

E se invece, anziché una strategia di galleggiamento fosse il segnale d’un vero cambiamento d’epoca? Potrebbe, l’elezione di Leone XIV, aver chiuso per sempre la fin troppo lunga stagione postconciliare segnata da pianti infiniti, rabbie poco represse e ricostruzioni tra il fantasy e il thriller di quel che avvenne più mezzo secolo fa? Per sessant’anni vescovi, cardinali e Papi venivano catalogati tra i progressisti e i conservatori sulla base di schieramenti fotografati all’epoca del Gaudet Mater Ecclesia di Giovanni XXIII. Una semplificazione che andava bene per i Suenens e i Siri, gli Ottaviani e gli Alfrink. Ma che appare poco sensata se applicata a presuli che quando il Concilio fu chiuso da Paolo VI o frequentavano l’asilo o non erano neppure nati. Il Pontefice regnante, dopotutto, ha appena compiuto settant’anni. Significa cioè che quando Roncalli annunciò il Vaticano II aveva tre anni. Quando terminò, dieci. 

E’ il primo Papa davvero post conciliare e così, forse, si spiega anche la risposta data nell’intervista a Elise Ann Allen sulle dispute liturgiche relative alla messa secondo il rito antico. C’è chi ne è rimasto male, non capendo perché il Papa abbia derubricato la questione a mero uso linguistico del latino – in breve: se uno vuole assistere a una messa novus ordo in latino, benissimo – rimandando a tavoli per approfondire e discutere. Leone è lontano mille miglia da questa battaglia che imperterrita continua da un sessantennio, sa che è motivo di divisione e di conflitto – tant’è che l’ha messo nell’ordine del giorno concistoriale di gennaio –, ma non lo ritiene altro che uno dei tanti elementi che rendono meno unita la Chiesa.

Anche la scelta di delegare al cardinale Fernández il dossier lefebvriano, non rispondendo alla richiesta di incontro con il Superiore generale della comunità che nel 1988 procedette a quattro consacrazioni episcopali in assenza di mandato papale, è un segno di non voler trasformare il tema in una spada di Damocle pendente sul pontificato. 

E’ chiaro che, dopo non pochi mesi di pontificato,  andrebbero cambiate le lenti con cui guardare la missione del Papa. Abbandonando vecchie logiche di schieramento e focalizzandosi su altro. Come sulla scelta di affidare a un monaco trappista di stretta osservanza, il vescovo prelato di Trondheim, Erik Varden, le meditazioni per gli esercizi spirituali di Quaresima alla curia romana. E’ una scelta personalissima del Pontefice, qui non conta la mediazione di dicasteri, comitati ed equilibri da rispettare. Varden, uomo dalla vocazione tardiva – “Gli araldi della fede fallivano nel far colpo su di me. Provavo orgoglio nel proclamarmi agnostico, un termine che dichiarava l’indipendenza delle opinioni senza esigere poi molto in termini di affermazioni”, scrive ne La solitudine spezzata (Qiqajon, 2019) – che in otto anni è passato dall’essere diacono alla consacrazione episcopale, è uomo di profonda spiritualità e di grande efficacia comunicativa. A conferma ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, del “modello” che più predilige Leone XIV. Un vescovo capace di tenere conferenze sul “Rorate” che si canta in Avvento e di discettare su quel che scrivono Marylinne Robinson e Jon Fosse.

 Uomo nel mondo ma non del mondo, insomma. Un po’ come Prevost, che ha scelto il nome d’un Papa che nottetempo si dilettava a comporre liriche in latino e che al contempo è il primo Pontefice a usare Whatsapp. Leone è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così. Pochi giorni fa, ad esempio, ha scritto una lettera al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Un passaggio, in particolare, ha scatenato le perplessità di quanti (non pochi) auspicavano che il Papa di Chicago archiviasse certe immagini considerate “datate”. Ha scritto Leone che “si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid – e la Chiesa intera –  in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”. 

Sui social, tra i “novatori”, s’è scatenata una gazzarra, tra contestazioni più o meno forti e smarrimento. Perfino un vescovo italiano, mons. Giovanni Checchinato di Cosenza-Bisignano, teologo e autore della propria autobiografia, Omelia per gli invisibili. La storia di un vescovo dove cresce la quarta mafia (all’epoca, nel 2022, era vescovo di San Severo), ha ritwittato su X il seguente commento: “Speravo di non sentire più, in vita mia, l’espressione ‘essere alter Christus’ e invece viene addirittura definito dal Papa ‘nucleo più autentico del sacerdozio’”.  Un po’ di insofferenza o di delusione, chissà, per un Papa il cui profilo misterioso inizia a rivelarsi. E non pare collimare con i desiderata manifestati poco meno d’un anno fa. 

Il neopaganesimo della Russia militante

di Stefano Caprio Asia News – 15 Febbraio 2026

I russi vivono da sempre nella tensione della dvoeverie, la “doppia fede” cristiana e pagana che riemerge anche nelle devozioni e nelle pratiche liturgiche, ma soprattutto negli atteggiamenti del popolo di fronte alle grandi sollecitazioni della vita. Un fenomeno molto diffuso tra i soldati inviati in Ucraina che affidano le speranze di vittoria a spiriti oscuri più che ai missili e ai droni. 

All’Accademia Teologica Sretenskaja di Mosca si è tenuta la V conferenza scientifico-teologica di “studio delle sette” con partecipazione di relatori a livello internazionale, sul tema del “Paganesimo slavo e neopaganesimo russo”, organizzata dal centro di patrologia dell’Accademia e dalla commissione “per la riabilitazione delle persone che hanno abbandonato l’Ortodossia”, insieme ad altri organismi del patriarcato di Mosca. La prima conferenza su queste tematiche fu organizzata nel 2023, sollecitata dal fenomeno molto diffuso di pratiche occultiste e idolatriche tra i soldati russi che vengono inviati in Ucraina per l’operazione militare speciale, e che affidano le speranze di vittoria agli spiriti oscuri, più che ai missili e ai droni, ignorando i santi ortodossi.

Alla conferenza, tenuta in presenza e in formato on-line, hanno partecipato numerosi ricercatori delle varie facoltà teologiche ortodosse di Russia e di università statali e private da molte regioni della Federazione e dalla Grecia. La relazione iniziale è stata pronunciata da Roman Šiženskij, filosofo del Centro di studio delle religioni e delle politiche etniche dell’università statale Lgu “Puškin” di San Pietroburgo, sul tema del “Paganesimo russo nella Svo: tradizioni e innovazioni”, poi approfondito da quella del teologo Roman Kon sulla “Tematica dell’etnia e del patriottismo nell’Ortodossia e nelle religioni native”.

La questione del neopaganesimo è tornata in primo piano per la connessione con le operazioni militari, evidenziando una deriva paganeggiante della “religione bellica” a cui lo stesso patriarcato ortodosso ha attribuito particolare rilevanza. Si tratta in realtà di una dimensione risalente alle origini stesse del cristianesimo della Rus’, quando il battesimo imposto dal principe Vladimir al popolo di Kiev fu celebrato immergendosi nelle acque del fiume Dnepr, dopo aver gettato in esse tutti gli idoli pagani. In qualche modo il flusso delle religioni antiche e di quella nuova si mischiarono nell’animo dei russi, che vivono da sempre nella tensione della dvoeverie, la “doppia fede” cristiana e pagana che riemerge anche nelle devozioni e nelle pratiche liturgiche, ma soprattutto negli atteggiamenti del popolo di fronte alle grandi sollecitazioni della vita, le carestie e le catastrofi naturali, e nei tanti conflitti interni ed esterni con le invasioni e le aggressioni dei (ai) popoli circostanti.

Il capolavoro letterario della Rus’ di Kiev è infatti il “Canto della schiera di Igor”, che racconta della sfortunata campagna del figlio del principe Svjatoslav contro i nomadi della steppa nel 1185, ultimo tentativo di difendere il territorio dai nemici esterni, qualche decennio prima dell’invasione delle orde tataro-mongole. Il poema viene narrato dal “vate Bojan” che col pensiero s’effondeva su per un albero, grigio lupo in terra, cerula aquila sotto le nubi. Oltre alle splendide descrizioni della natura, della flora e della fauna, il vate sprona i figli di Rus’ a spezzare la lancia sul limitar del campo cumano facendosi ispirare da Bojan, usignolo del tempo antico e nipote di Veles, uno degli dèi antichi da cui il termine Vlas, il “potere” alla radice del nome Vladi-mir, “Potere sul mondo”, il più gettonato dal primo principe all’ultimo zar.

Nel cantico si presentano tutti gli idoli di origine scandinava, asiatica e caucasica, Div si riscosse e intimò di tendere l’orecchio a Surož e Korsun, e a te Idolo di Tmitorokan, per sostenere l’assalto dell’esercito di Dažd’bog e di una serie di altri personaggi mitici fino al grande Chors e al Perun, il dio della guerra affondato duecento anni prima nel Dnepr, ma che continuamente risorge per “ridestare la contesa”. Il principe Igor dovette soccombere nella battaglia con i Polovcy venuti dalle terre asiatiche, e l’afflizione s’effuse per la terra russa. Solo allora entra in scena il cristianesimo, prima con le lodi straniere per cui Tedeschi e Veneziani, Greci e Moravi cantano inni di gloria a Svjatoslav e compiangono il principe Igor, finché solo all’epilogo per lui a Polotsk suonarono per il mattutino di buon’ora le campane di Santa Sofia, ed egli a Kiev udì il suono, anche se un’anima di un mago aveva in quel doppio corpo. L’epopea si conclude dunque con un trionfo morale, nonostante la sconfitta: Il sole splende in cielo, il principe Igor è nella terra russa e sale alla Santa Madre di Dio della Torre. Salute ai principi e alla družina che si sono battuti per i Cristiani contro le schiere pagane!

Da queste antiche ispirazioni poetiche i russi traggono motivi di vanto anche nelle campagne di guerra fallimentari, come si è più volte ripetuto nella storia, dalle battaglie contro i tartari fino a quelle contro i popoli baltici, i polacchi e i turchi, perfino nelle vittorie contro Napoleone e Hitler, costate la vita a milioni di russi per proclamare la Vittoria imperitura. Oggi la sensazione della gloriosa sconfitta si ripete nella guerra in Ucraina, dove la Russia sacrifica centinaia di migliaia di vite umane senza di fatto realizzare alcuna vera conquista, ma proclamando la grande vittoria dei “valori tradizionali” contro la depravazione dei pagani occidentali. Dopo l’anno 2025, dedicato alla celebrazione degli 80 anni della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, nel 2026 il presidente Putin ha proclamato l’Anno dell’unità dei popoli della Russia insieme alla “memoria delle vittime del genocidio del popolo sovietico”, risalendo la storia fino alla “schiera di Igor” che unisce tutti nella tragedia, e illumina i motivi della grandezza dei russi nei confronti dei popoli vicini e lontani.

Il fenomeno della sovrapposizione tra cristianesimo e paganesimo non è certo una dimensione esclusiva dell’Ortodossia russa, avendo attraversato i primi secoli del cristianesimo in tutto l’impero romano e oltre. Mentre le Chiese antiche hanno assimilato e “depurato” la fede cristiana dagli antichi culti greco-romani e orientali nel corso del tempo, con i concili ecumenici per determinare i confini del dogma autentico, i russi hanno invece vissuto la coesistenza delle tradizioni dei padri con la nuova istituzione religiosa, senza riuscire a fissare le differenze negli animi dei fedeli, tanto che oggi è molto di moda tra i giovani la maglietta con la scritta “Non sono un servo di Dio, ma un erede degli dèi degli avi”.

La diffusione di culti paganeggianti nella nuova Russia post-sovietica è rimasta sotto traccia per molto tempo, rivelandosi solo con sporadiche lamentele della Chiesa ortodossa su feste e orge locali in varie regioni della Russia, variando dalla “religione degli avi” fino ai “movimenti nazionalisti distruttivi”. Nel 2021 il rappresentante del patriarcato per le relazioni con la società, Vakhtang Kipšidze, dichiarava che “per quanto possiamo conoscere, il fenomeno del neopaganesimo assume caratteri molto diversi e tra loro diametralmente opposti, non vediamo niente che unisca i neopagani”, ciò che invece sta avvenendo con la guerra, nonostante il grande impegno dei cappellani militari per la “purificazione” e la glorificazione dei combattenti. In generale, il richiamo alle religioni diffuse nella Rus’ prima del Battesimo cristiano appare piuttosto una costruzione di fantasia, usando fonti decisamente poco credibili per innalzare un Pantheon di dèi più simili ai personaggi dei film che a un’antica filologia religiosa, con amuleti e vestiti piuttosto grotteschi.

Alcune tendenze neopagane esaltano il naturalismo contro la civiltà supertecnologica, proponendo il “ritorno alle radici” e all’armonia della natura, come nei versi dell’antico poema di Igor o nelle storie degli gnomi, degli elfi e degli hobbit di Tolkien. Lo storico delle religioni Aleksej Gajdukov ricorda che “il paganesimo è un termine cristiano per definire le religioni non abramitiche, mentre il neopaganesimo o nuovo paganesimo è un fenomeno contemporaneo, che si sviluppa proprio in seguito all’interruzione di tutte le tradizioni religiose”. La trasmissione delle usanze e credenze del paganesimo antico è stata superata e annullata nel primo millennio cristiano, ma proprio la Russia, che si è battezzata alla vigilia del secondo millennio, le ha conservate più di ogni altro popolo, tanto che si mantenevano vive perfino nella fase dell’ateismo sovietico, che a sua volta finiva per assomigliare a una religione pagana.

L’imposizione dell’Ortodossia di Stato nella Russia putiniana ha suscitato forme particolari di radicalismo paganeggiante, di coloro che vogliono distinguersi affermando “noi non siamo come i cristiani”, fino ai monaci super-ortodossi che mostrano come “noi siamo i veri cristiani”. Si ricorda la storia dell’ex-igumeno Sergij (Romanov), arrestato a fine 2020 nel suo monastero di Sredneuralsk, dove aveva costituito la sua particolare “Chiesa No-Vax” con le sue 150 monache che danzavano nel bosco contro ogni restrizione, esaltandosi come “profeta dell’Apocalisse” che istigava i fedeli a resistere alle “forze dell’Anticristo”, tra cui egli annoverava lo stesso patriarca di Mosca Kirill, che avevano diffuso il Covid per “cancellare l’immagine divina” nelle persone.

La goccia che aveva fatto traboccare il calice della pazienza nelle autorità civili e religiose era stato l’ultimo video con un’omelia di Sergij, in cui egli chiedeva a diversi suoi fedeli, compresi alcuni bambini, se fossero pronti a “morire per la Russia”, con espliciti inviti al suicidio. Oggi è proprio il patriarca Kirill che invita a pregare per la vittoria nella guerra, dichiarandosi pronti a dare la vita per la Patria contro l’Anticristo dell’Occidente in Ucraina. Il neopaganesimo è la religione che sostituisce l’amore di Cristo con l’odio e la violenza, e la Russia dei due Vladimir, Putin e Kirill, ritorna di fatto a venerare il Veles, il dio del potere che distrugge il mondo intero.

L’avvelenamento di Navalny avvenuto due volte: prima con il Novitchok, poi con l’epibaditina della rana freccia. Così è stato smascherato Putin

di Paolo Valentino – Corriere della Sera – 14 Febbraio 2026

Alexeij Navalny, le analisi pubblicate oggi da 5 Stati smentiscono le affermazioni dello Zar che aveva parlato di morte naturale

È stato molto probabilmente avvelenato con una potente sostanza tossica Alexeij Navalny, il leader dell’opposizione russa morto due anni fa in una prigione di massima sicurezza siberiana, ufficialmente per cause naturali.
È la conclusione a cui sono giunti cinque governi occidentali, sulla base delle analisi di laboratorio condotte su campioni prelevati dal suo corpo

In un comunicato congiunto, pubblicato a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, i ministri degli Esteri di Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Olanda dichiarano che i test hanno confermato in modo definitivo «tracce di epibaditina», una sostanza mortale «presente nella pelle delle rane freccia del Sud America, introvabile in Russia allo stato naturale». Considerata uno dei più letali veleni sulla terra, l’epibaditina causa paralisiarresto respiratorio e la morte tra atroci dolori.

La scoperta smaschera l’ennesima bugia delle autorità russe, che hanno sempre attribuito la scomparsa del dissidente a ragioni naturali: «Tenendo Navalny in prigione, la Russia aveva i mezzi, i motivi e l’opportunità di avvelenarlo». Secondo la moglie dell’oppositore, Yulia Navalnaya, il rapporto convalida scientificamente la tesi dell’avvelenamento, da tempo formulata da lei e dai collaboratori del marito: «Ne ero certa fin dall’inizio, ma ora c’è la prova: Putin ha ucciso mio marito».

«Oggi emerge chiaramente il progetto barbaro del Cremlino di mettere a tacere la voce di Navalny», ha detto la ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper. Per il capo della diplomazia francese, Jean-Noel Barrot, la scoperta dimostra che «Putin è pronto ad utilizzare l’arma batteriologica contro il suo stesso popolo per mantenersi al potere». «Un atto vigliacco da parte di un leader spaventato», lo ha definito su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, secondo cui «la Russia agisce da tempo come uno Stato terrorista, facendo affidamento su metodi terroristi».

Nel comunicato, i cinque ministri sottolineano la necessità di chiedere conto alla Russia «delle sue ripetute violazioni della Convenzione sulle Armi Chimiche e, in questo caso, della Convenzione sulle armi biologiche e i veleni». A tal proposito, hanno dato incaricato ai loro Rappresentanti permanenti presso l’Opac (l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) di denunciare l’ennesima violazione russa. Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Olanda si dicono anche «preoccupati che la Russia non abbia ancora distrutto tutti i suoi ordigni chimici», come invece obbligata in quanto firmataria della Convenzione.

Alexey Navalnycarismatico blogger anticorruzione diventato il vero capo dell’opposizione al Cremlino, era già stato avvelenato nell’estate del 2020, mentre faceva campagna elettorale in Siberia, con il Novitchok, veleno spesso usato dai servizi segreti russi contro i loro nemici. Ma, nonostante il coma, si era salvato grazie a un trasporto d’emergenza in Germania, dov’era stato curato. Una volta guarito, nel 2021, Navalny aveva scelto di tornare in Russia, per continuare la sua battaglia, ma era stato subito arrestato a causa della condanna a 19 anni, in un processo-farsa per presunti reati finanziari.

Nel dicembre 2023, era stato trasferito nella famigerata colonia penale IK-3, nota come “lupo polare”, in condizioni di totale isolamento, ma nonostante questo aveva continuato a essere presente sui siti della sua organizzazione, invitando a non votare Putin alle elezioni presidenziali del marzo 2024. Ma il 16 febbraio, improvvisamene, il Servizio penale federale, aveva dato notizia della sua morte, senza offrire alcuna spiegazione convincente delle cause. Per diversi giorni, le autorità russe si rifiutarono di restituire il suo corpo alla famiglia. Al suo funerale, a dispetto del divieto di farne un evento pubblico, parteciparono migliaia di persone.

Meloni dopo le critiche di Merz a Trump: «Europa e Stati Uniti devono lavorare insieme. La cultura Maga? Non condivido le critiche»

di Simone Canettieri, inviato a Addis Abeba – Corriere della Sera – 14 Febbraio 2026

La premier dopo le parole del cancelliere tedesco contro le politiche del presidente Usa: «Fase molto complessa»

Presidente Meloni, condivide le parole di Merz contro l’America di Trump?
«Guardi, è evidente che siamo in una fase molto complessa delle relazioni internazionali, siamo anche in una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti».

Merz ha detto che i rapporti fra Europa e America sono ormai compromessi: condivide questi toni?
«Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di se stessa e che deve fare di più, per esempio sulla sicurezza, a partire dalla colonna europea della Nato su questo io sono d’accordo». 

Sulle critiche a Trump? 
«Indipendentemente da questo le voglio dire come ho detto tante volte a proposito del rapporto con gli Stati Uniti che dobbiamo lavorare invece a una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti. Lavorare per valorizzare quello che ci unisce piuttosto quello che può dividerci è molto importante per tutti particolarmente per i Paesi europei io credo che sia molto importante per l’Italia».

Merz ha criticato la cultura Maga: condivide le critiche?
«No, direi di no per queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di interesse di competenza dell’Unione Europea, sono valutazioni che spettano ai partiti».

Presidente andrà alla Casa Bianca giovedì per il Board per Gaza?
«Siamo stati invitati come paese osservatore, secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità costituzionale. Con tutto il lavoro che l’Italia ha fatto che sta facendo e che deve fare in Medio Oriente. Penso che noi risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come paese osservatore».

Andrà lei?
«Il livello lo dobbiamo ancora vedere francamente perché è arrivato l’invito ieri anche agli altri. Immagino che ci saranno anche altri paesi europei. Particolarmente vedo interessati quelli che sono più vicini, quindi i paesi soprattutto mediterranei».

Santi Cirillo e Metodio


Nome: Santi Cirillo e Metodio

Titolo: Apostoli degli Slavi

Ricorrenza: 14 febbraio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Giovanni Paolo II, papa slavo, proclamò i santi Cirillo e Metodio patroni dell’Europa orientale, affiancandoli a san Benedetto, patrono della porzione occidentale, a significare l’unità e le comuni origini cristiane di tutto il vecchio continente. I santi Cirillo e Metodio meritano pienamente questo titolo che va ad aggiungersi all’altro, più antico, di «apostoli degli slavi». Furono infatti loro con un’indefessa e intrepida opera missionaria a evangelizzare i popoli slavi.

Per i due fratelli, figli di un alto funzionario dell’impero orientale, evangelizzare significava anche vincere l’ignoranza: un’autentica dignità umana e cristiana includeva anche il leggere e lo scrivere e tutto il resto. Per questo tradussero in segni grafici la lingua slava, allora priva di alfabeto. I caratteri disegnati dai due santi si chiamano ancor oggi cirillici, dal nome di uno dei due fratelli che più dell’altro lavorò in questo settore (la lingua russa, ad esempio, si esprime con questi caratteri). Cirillo e Metodio trascrissero poi in quei caratteri la Bibbia, il messale e il rituale liturgico, che furono elementi importanti di unità linguistica e culturale per il mondo slavo.

I due santi fratelli avevano caratteri abbastanza diversi. Metodio, il maggiore, che aveva preso dal padre, era amministratore avveduto e aveva volontà tenace: «E inutile che vi ostiniate con me — ebbe a dire un giorno ai suoi oppositori —, cozzerete contro il ferro». Per queste sue capacità gli venne assegnato il governo di una colonia slava in Macedonia. 

Cirillo, che si chiamava in gioventù Costantino, alla tormentata vita politica preferiva la quiete dello studio e le tranquille giornate alla corte di Costantinopoli, dove fu per qualche tempo paggio dell’imperatore. Ultimati gli studi alla scuola di Fozio, intraprese la carriera di insegnante. Ma per nessuno dei due quella intrapresa doveva essere la strada che il destino aveva loro tracciato. Ritrovatisi, dopo qualche tempo, si accorsero che i loro diversi caratteri si incontravano nel comune desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Desiderio che realizzarono diventando sacerdoti e offrendo la loro disponibilità all’attività missionaria.

Alla fine dell’862, su richiesta del principe di Moravia, l’imperatore di Costantinopoli invitò i due fratelli a recarsi tra i kazari, presso i quali altri missionari latini avevano miseramente fallito. Cirillo e Metodio accettarono l’invito e, nell’analizzare i motivi degli insuccessi di chi li aveva preceduti, colsero l’importanza, anzi l’insostituibilità, di uno strumento linguistico con il quale trascrivere il messaggio cristiano. Maturarono e realizzarono così l’idea di un alfabeto per la lingua slava che ne era sprovvista.

Quando si presentarono al popolo della Moravia con l’inatteso regalo, trovarono le porte spalancate e molto entusiasmo. La traduzione della Bibbia, del messale e del rituale liturgico venne sull’onda di quell’entusiasmo. I popoli slavi poterono leggere, scrivere e pregare. E offrire il sacrificio eucaristico nella loro lingua. La «novità», inaudita nella chiesa cattolica dove tutti i riti si celebravano rigorosamente in lingua latina, procurò loro qualche guaio. Chiamati a Roma, dovettero rendere conto del loro operato e difendersi dal sospetto di eresia e di scisma. Ma per fortuna sul soglio di Pietro vi era un papa lungimirante e comprensivo, Adriano II, che non solo approvò e lodò il loro sforzo, ma chiese di celebrare in sua presenza i santi misteri in lingua slava.

A Roma, purtroppo, Cirillo, spossato dalla fatica missionaria, morì: era il 14 febbraio dell’869, e fu sepolto nella basilica di San Clemente, presso il Colosseo, il martire di cui egli stesso aveva portato a Roma da Chersonea le reliquie. Invece Metodio, ordinato da Adriano II vescovo della Pannonia con sede a Smirnum, ritornò fra gli slavi a continuare la sua opera di evangelizzatore e di organizzatore della chiesa. Metodio era anche un tenace controversista, abilissimo cioè nel rintuzzare le obiezioni che gli opponevano i nemici del cristianesimo, nello smascherare i loro tranelli, nell’individuare i loro punti deboli. «Perché avete la fronte imperlata di sudore?», gli chiese una volta un suo contraddittore. «Perché sto discutendo con un idiota», rispose con immediatezza Metodio.

Gli ultimi anni di vita del vescovo di Smirnum furono angustiati dalle petulanti accuse, mossegli dai «tradizionalisti» di allora, di concedere troppo spazio alla mentalità e alla lingua dei popoli slavi. A causa di queste ottuse incomprensioni, Metodio dovette subire la vergogna di una quasi prigionia in zone deserte e fredde della regione slava. Però quando morì, a settantacinque anni d’età, ebbe il più bel riconoscimento della sua attività: i molti vescovi accorsi a rendere omaggio alle sue spoglie officiarono il rito funebre in latino, in greco e in slavo.

MARTIROLOGIO ROMANO. Festa dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo. Questi due fratelli di Salonicco, mandati in Moravia dal vescovo di Costantinopoli Fozio, vi predicarono la fede cristiana e crearono un alfabeto per tradurre i libri sacri dal greco in lingua slava. Venuti a Roma, Cirillo, il cui nome prima era Costantino, colpito da malattia, si fece monaco e in questo giorno si addormentò nel Signore. Metodio, invece, ordinato da papa Adriano II vescovo di Srijem, nell’odierna Croazia, evangelizzò la Pannonia senza lesinare fatiche, dovendo sopportare molti dissidi rivolti contro di lui, ma venendo sempre sostenuto dai Romani Pontefici; a Staré Mesto in Moravia, il 6 aprile, ricevette il compenso delle sue fatiche.

San Cirillo

nascita: 827, Tessalonica

morte: 14 febbraio 869, Roma

San Metodio

nascita: ca. 825, Tessalonica

morte: 6 aprile 885, Velehrad, Repubblica Ceca

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