di Mara Gergolet – Corriere della Sera – 14 Febbraio 2026
L’intervento del Segretario di Stato Usa alla conferenza di Monaco. «Legame indistruttibile»
DALLA NOSTRA INVIATA MONACO – Marco Rubio è venuto a dire a Monaco quel che l’Europa aspettava. E, lungi dal rispondere in modo arrabbiato alle parole di Friedrich Merz e Emmanuel Macron, che hanno parlato di «frattura» e di un’Europa più sovrana mostrando orgoglio, ha chiuso così: «Il passato è finito, il futuro è inevitabile, e il nostro destino insieme ci aspetta». La sala si è alzata in piedi e ha applaudito a lungo.
Il segretario di Stato americano, il «ricucitore di Trump», è venuto a dire che il mondo di ieri non c’è più. Ma si è sempre rivolto agli «amici europei», sostenendo che l’America sarà sempre, storicamente, «il figlio dell’Europa». Non ha rinnegato nulla delle politiche trumpiane — salvo la retorica. Ma ha proposto una via comune per andare avanti.
Fine della storia
Per Rubio, l’Occidente si è nutrito di un’illusione, dopo la caduta del Muro di Berlino: quella della «fine della storia». Nulla di più folle e sbagliato, e in contrasto con la natura umana e con la storia. Questo ha portato, secondo lui, a scelte sbagliate negli ultimi trent’anni: «Abbiamo aperto i nostri confini a un’ondata incontrollata di migrazione di massa che ha minacciato la nostra società e la nostra cultura». L’Occidente ha scelto di delocalizzare, di deindustrializzare. Rubio regola i conti con il libero scambio, la politica climatica, la migrazione. L’Occidente avrebbe esternalizzato la sovranità, ascoltato una «setta climatica» e aperto le porte a una migrazione di massa senza precedenti.
Mentre altri si armavano come mai nella storia e usavano le catene di approvvigionamento come metodi di estorsione. «Abbiamo commesso questi errori insieme», dice – ora bisogna rinnovare e ricostruire insieme. Sotto Trump gli Stati Uniti vogliono intraprendere questa strada, se necessario anche da soli. «Ma la nostra preferenza è farlo insieme all’Europa. Ed è nostra speranza farlo con voi – con i nostri amici in Europa. Per noi Usa ed Europa sono fatti per stare insieme». Il motivo di tante critiche all’Europa, dice, è che «siamo profondamente preoccupati e ci sta a cuore».
Una civiltà
E prosegue ancora: «Siamo parte di una civiltà – la civiltà occidentale — afferma Rubio —. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più forti, da una storia comune, dalla religione, dalla lingua, dagli antenati e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto». Cita le origini comuni di questa civiltà. Metà degli eroi del suo pantheon sembrano essere italiani, oltre a Shakespeare: Dante, Da Vinci e Michelangelo (che pronuncia «Maikelangelo») con la Cappella Sistina; e mette all’origine della civiltà americana Cristoforo Colombo, l’esploratore che ha dato il via alla «colonizzazione». Poi cita i suoi antenati, gli avi che venivano dal Piemonte e dalla penisola iberica, ricordando come anche il capo della diplomazia americana — lui stesso — abbia origini europee.
Reaganiano
Chiede all’Europa di essere «orgogliosa» di questa storia, di abbandonare «il senso di colpa». È la versione repubblicana classica della condanna del woke, ma Rubio non scade mai in accenti estremisti. Anzi, ricorda il mondo dei Reagan e dei Bush, quando fa un paragone con il 1945: anche allora l’Europa sembrava finita, mentre avanzavano «la falce e martello» e l’anticolonialismo. Ma l’Europa allora decise che il «declino non era una scelta», dando vita a una rinascita. Ed è questo che Rubio invita a fare ora.
Rubio dice che non si tratta solo di investire nelle armi, di raggiungere gli obiettivi Nato del 5%. «La sicurezza nazionale non è solo una questione tecnica. Quanto spendiamo per la difesa, come utilizziamo queste risorse – sono domande importanti, ma non sono le domande decisive. La domanda decisiva a cui dobbiamo rispondere è: che cosa stiamo esattamente difendendo?
Per questo, dice, «Decline is a choice», il declino è una scelta. E gli Stati Uniti non vogliono essere «amministratori di un declino gestito». Servono alleati forti, capaci di difendersi da soli, orgogliosi della propria cultura e del proprio retaggio e pronti a difendere la civiltà comune. Rubio chiede una riforma della cooperazione internazionale. Ricorda che per il cessate il fuoco a Gaza e per i negoziati sull’Ucraina è stata necessaria la leadership americana. Non bisogna abolire le istituzioni, ma «riformarle e ricostruirle». E non si tratta solo di politiche sbagliate, ma di invertire la «disperazione e il compiacimento» in Occidente.
Insomma, lo «status quo è rotto», bisogna ripararlo. Ma Rubio, a differenza di Vance l’anno scorso, è venuto a dire a Monaco che dell’alleanza c’è ancora bisogno. Quanto di meglio, di questi tempi, gli europei possano aspettarsi dagli americani.
di Mara Gergolet – Corriere della Sera – 13 Febbraio 2026
L’intervento del cancelliere tedesco alla Conferenza sulla DIfesa «La libertà di parola deve rispettare la dignità della persona, non crediamo nei dazi. Un mondo in cui conta solo la forza sarebbe un luogo oscuro»
DALLA NOSTRA INVIATA MONACO – «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è stata messa in discussione, e forse perduta». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz apre la Conferenza di Monaco con un discorso molto atteso: riconosce che il divario tra Usa ed Europa è una realtà dalla quale bisogna partire. «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: quest’ordine, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». È finita, dice anche, «la vacanza dalla storia». E quindi, «il nostro primo compito come tedeschi e come europei è accettare questa nuova realtà». Ma aggiunge che «questo non vuol dire che sia un inevitabile destino».
E in un altro passaggio c’è una critica esplicita agli Usa: «Gli Stati Uniti hanno tratto conseguenze radicali nella loro Strategia di sicurezza nazionale, ma stanno procedendo nel modo sbagliato». Alla fine parlerà anche di una cesura culturale. «Si è aperta una frattura tra Europa e Stati Uniti. La guerra culturale del Maga negli Stati Uniti non è la nostra. La libertà di espressione qui finisce dove le parole pronunciate sono dirette contro la dignità umana e la nostra Costituzione».
Se gli Stati Uniti hanno cambiato la loro postura, anche l’Europa non può stare a guardare. La sua proposta è la formula che usa anche Macron: un’Europa forte e sovrana. Disegna anche le conseguenze. Per Merz, l’Europa non deve liquidare troppo in fretta gli Stati Uniti. È necessaria una forte colonna europea nella Nato — anche per rendere più sana la partnership. «Insieme siamo più forti».
Ma è anche il momento che l’Europa pensi alla propria deterrenza atomica. «Con il presidente francese ho avviato colloqui riservati sulla deterrenza nucleare europea. Noi tedeschi restiamo fedeli ai nostri obblighi giuridici. Pensiamo a questo in modo strettamente integrato nella nostra partecipazione nucleare in seno alla Nato». Allo stesso modo rassicura sulla Groenlandia, rivolgendosi al primo ministro danese Mette Frederiksen: sugli altri europei potete contare. E qui parte un fragoroso applauso dalla sala.
Infine, delinea il ruolo specifico della Germania. Merz sa che il riarmo tedesco è al cuore della difesa europea e delle preoccupazioni degli alleati, anche europei. Qui concentra una delle parti più importanti del suo discorso. Dopo aver parlato a lungo della politica di potenza, o delle potenze – come dello status quo del nuovo mondo – dice che questo non può essere la ricetta per l’Europa. E vuole soprattutto rassicurare gli altri europei che la Germania non intende creare, nei rapporti con gli altri Paesi Ue, una politica di potenza. Ma, al contrario, una politica comune. Questa è per Merz la più importante lezione che la Germania ha appreso dalla propria storia. E per questo dice: «Noi tedeschi siamo pronti a prendere la nostra responsabilità». Che è l’opposto del progetto egemonico. Questo la Germania lo deve soprattutto al proprio tremendo passato.
Merz, da questa consapevolezza di una «nuova realtà», vuole ridisegnare un rapporto utile e di fiducia con gli Usa. Ricorda agli americani che la Nato, «la più forte alleanza politica della storia», è stata anche a loro vantaggio. E li invita a proseguire insieme.
Infine, ringrazia gli Stati Uniti. Dopo il 1945 sono stati soprattutto gli Stati Uniti a entusiasmare la Germania per l’idea di libertà e di lealtà all’alleanza, afferma. «Questo non lo dimentichiamo». Chiude mettendo in guardia da un ordine mondiale senza regole. «Noi tedeschi sappiamo: un mondo in cui conta solo la forza sarebbe un luogo oscuro». La Germania ha percorso quella strada nel XX secolo — «fino a un finale amaro e malvagio».
Riportiamo la terza parte ed ultima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione di padre Serafino M. Lanzetta.
La corredenzione vissuta manifesta la vera religione
Questo mistero, la cooperazione in atto, la corredenzione vissuta, è anche una manifestazione della fede cattolica quale vera religione. Questo punto lo aveva già espresso molto bene Padre Benson. Egli fu straordinariamente brillante nel dimostrare che la Chiesa Cattolica è la sola vera Chiesa. E lo poteva fare con particolare autorità, perché veniva dall’Anglicanesimo. Conosceva dall’interno il mondo protestante. Padre Benson ci dice che “solo nella Chiesa Cattolica” il principio della sofferenza vicaria viene “manifestato, accolto e vissuto”. Si tratta di qualcosa di unico che manifesta l’unicità del Cattolicesimo.
La fede biblica veterotestamentaria è intrisa di questo principio della sofferenza vicaria nel suo preparare la via al Messia che, contrariamente alle attese esuberanti di chi si gloriava in un nome di predilezione o nel tempio quale maestà cultuale insuperabile, prenderà su di sé il peccato del popolo, distruggendo il tempio, il suo corpo (cf. Gv 2,19). In modo esemplare, rifulge nell’Antica Alleanza la figura del Servo sofferente di YHWH (Is 53, 3-10), di Colui che “è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui; per le sue lividure noi siamo stati guariti”. Questo Servo è chiaramente Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1,29).
Tuttavia, al di fuori del contesto biblico, vetero e neo-testamentario fedelmente delineato, il concetto di espiazione vicaria si offusca e si smarrisce. Se è già arduo preservarlo nella sua verità biblica – molti sono i tentativi storico-critici di disfarsene relegandone i presupposti alla religione pagana e mitologica – al fuori di questo contesto il tema diventa ostico. Infatti, se ad esempio interroghiamo l’Islam – una doverosa indagine per ragioni monoteistiche – ci si avvede quanto mai dell’importanza dell’espiazione e sofferenza vicarie con i suoi risvolti sociali, proprio in ragione del suo rifiuto radicale.
La sfida dell’Islam: nessuno può portare il peso di un altro
L’Islam, ovviamente, non crede nella Croce. Essa è qualcosa di abominevole, di ripugnante: un Dio appeso a una croce è una maledizione. Per noi, invece, la Croce è la più grande lezione d’amore della storia e quest’amore ha un impatto sociale fortissimo come dicevamo: trasforma la mentalità egoistica e costruisce una società umana in cui ci si prende cura gli uni degli altri, portando la croce gli uni degli altri. È una cosa bellissima, profondamente umana oltre che profondamente cristiana. Eppure la religione di Maometto l’avversa profondamente. Perché? Per capire il rifiuto della Croce e quindi della sofferenza vicaria bisogna partire da un presupposto: l’Islam non crede nel peccato originale. Da dove viene, allora, nell’uomo la tendenza o la capacità di peccare? Unicamente dalla sua volontà. L’uomo pecca perché vuole peccare. Questo significa che per natura l’uomo è innocente.
L’Islam, insieme a Jean-Jacques Rousseau, crede che l’uomo sia intrinsecamente buono. Il peccato è solo una perversione della volontà. Può essere perdonato? Sì, è perdonato, ma solo quando Dio concede all’uomo questo perdono. Il peccato deriva dall’uomo, dalla sua libera scelta; il perdono dipende esclusivamente dalla giustizia e dalla volontà di Dio. L’uomo non sa come superarlo: può solo pregare, sottomettersi totalmente a Dio. Non esiste una possibilità di redimere quel peccato perché non c’è redenzione, né mediazione redentrice. Il peccato quindi non viene redento, viene semplicemente condonato, se e quando Dio lo vuole. Tutto, infatti, dipende dall’arbitrio assoluto della volontà divina. Anche se si prova a sfumarlo, questo arbitrio divino (un’onnipotenza senza ragione; una potenza assoluta relativa solo a sé stessa) è l’aspetto preponderante dell’impostazione islamica. Lo deve essere per preservare l’alterità assoluta di Dio, la sua onnipotenza.
Qual è, allora, l’origine profonda del peccato? Per l’Islam è unicamente la volontà dell’uomo. Però, se non esiste un peccato originale, una disobbedienza primordiale che ha ferito tutta l’umanità, questa volontà dell’uomo finisce per dipendere, in ultima analisi, dall’arbitrio di Dio. Perché l’uomo soffre? Soffre per il peccato commesso, ma la ragione ultima della sofferenza è che Dio la permette, o meglio, la vuole. Non c’è molta differenza nell’Islam tra volontà deliberativa e permissiva che sono quindi equiparate in Dio, come difatti accade anche nel Cattolicesimo liberale. Mancando la radice disordinata del peccato originale, manca quindi la causa umana del peccato e la ragione morale della sofferenza; manca quindi il Redentore, di cui non si vede assolutamente la necessità. Di conseguenza, il peccato e la sofferenza non possono essere redenti; possono solo essere tollerati o, al massimo, perdonati per decisione di Dio. Non c’è mediazione, non c’è un Redentore che li prenda su di sé. Questo chiaramente ha un impatto sociale molto rilevante. La sura 53, chiamata An-Najm (la stella) esprime tutto ciò in modo chiarissimo: (vv.38-39):
Nessuno porterà il peso (il fardello) di un altro;
l’uomo non ottiene se non ciò per cui si è impegnato,
e il suo impegno gli sarà mostrato nel Giorno del Giudizio.
Non esiste carità quale amore compassionevole che fa portare i pesi gli uni degli altri. Esiste sicuramente operare il bene, aiutare il prossimo, ma non fino a portarne il peso del peccato, non fino ad amarlo sacrificandosi per la sua salvezza eterna. Nessuno può farsi carico del peso di un altro, cioè dei peccati di un altro. Anche la sura 35, versetto 18, lo conferma e dice: «Nessuno porterà il peso (del peccato) di un altro. Se qualcuno pesantemente gravato chiederà aiuto per il carico che porta, nessuno potrà alleggerirlo, quand’anche fosse uno dei suoi parenti. Tu devi avvertire solo coloro che temono il loro Signore in ciò che non è visibile e assolvono all’orazione. Chi si purifica è solo per se stesso che lo fa e la meta è in Allah».
Non esiste il prendersi cura della sofferenza altrui in un’ottica di amore redentivo. Non si può nemmeno pensare di alleviare la sofferenza di un’altra persona prendendo il suo dolore per amore. Questo concetto è completamente sconosciuto e vietato. Nell’Islam ciò che conta è solo l’impegno personale, la jihad (intesa innanzitutto, ma non solo, come lotta spirituale individuale). È una battaglia strettamente personale, non sociale. Il concetto di Corpo Mistico non esiste affatto. La lotta serve a guadagnare (da solo) la propria salvezza che consiste nell’essere totalmente sottomessi: “Islam” infatti significa “sottomissione” alla volontà di Dio. Lo si vede benissimo anche nel modo di pregare: la prostrazione collettiva è una manifestazione pubblica della sottomissione individuale alla volontà divina.
Ora, se non c’è una ragione teologica ultima della sofferenza, il disordine causato dal peccato, e se l’unica spiegazione è: “Dio vuole così”, allora non c’è nessun motivo razionale per pensare che la sofferenza possa essere espiata o spiritualmente trasformata. Dio è responsabile anche del male. Male e bene dipendono entrambi dall’arbitrio divino. Ancor meno si può pensare di aiutare un altro a portare il peso del suo peccato e ad espiarlo. Questo, ripetiamolo ancora una volta, è semplicemente escluso perché non esiste cooperazione né con Dio né con il prossimo. Accettare la sofferenza per espiare i propri peccati è possibile, ma pensare che essa possa trasformare l’umanità e diventare un’offerta sacrificale per gli altri è semplicemente impensabile. C’è sicuramente un bene naturale e un voler bene agli altri (correligionari). Ma nulla di più. Non esiste nell’Islam la carità come amore soprannaturale. E non può esistere, per giunta, un amore soprannaturale che sia espiativo e redentivo. Bisogna subire la sofferenza; la si sopporta sperando che Dio perdoni l’uomo nel giorno del Giudizio. La conclusione è netta: c’è un soggettivismo salvifico dipendente più che dalla volontà dall’arbitrio divino, senza la carità, senza l’idea di Corpo mistico. Come si edifica la religione di Maometto nel mondo? Con la sottomissione, che, senza una mediazione tra Dio e l’uomo, non approda se non alla volontà di prevaricare da un lato e di sottomettere dall’altro.
L’Islam, come ricordato, è uno sforzo personale per salvarsi. Questo a livello sociale crea una comunità di individui che cercano la salvezza: un individualismo selettivo salvifico. Il mondo, l’altro, sono lasciato fuori. L’Islam non edifica una società in cui si collabori a edificare il vero bene comune. Sì, ci si riunisce, si prega insieme, si dice: “Siamo tutti musulmani, tutti sottomessi alla volontà di Dio”, ma non esiste l’idea di costruire un corpo sociale trasformato dall’amore del prossimo, di ogni uomo, un corpo vivo in cui ciascuno porta il peso dell’altro. Tutto ciò ancora prima di essere una questione teologicamente discutibile, è umanamente insoddisfacente. Spesso si accusa anche il Cattolicesimo di essere una religione che mira alla salvezza dell’anima, quindi a una salvezza individuale. Però il cristiano sa che nella misura in cui è trasformato dalla carità di Cristo e si avvicina sempre di più a Lui, conformandosi alla sua Croce, diventa lievito di trasformazione e di salvezza per gli altri, edificando così il Corpo mistico di Cristo, aperto a tutti gli uomini di buona volontà.
E le religioni orientali, così tanto di moda in Occidente?
Se guardiamo, per esempio, all’Induismo e al Buddismo, troviamo in tutte il concetto dikarma. Secondo la legge del karma qual è l’origine del male? Sono le nostre stesse azioni passate. Le tue azioni precedenti causano le afflizioni presenti; le tue azioni presenti, se cattive, causeranno le afflizioni future. Tutto dipende esclusivamente dalle tue azioni individuali.
Come ci si libera dalla propria sofferenza? Combattendo contro se stessi, lottando contro i propri vizi. Ma al centro di tutto c’è il proprio ego. Questo è particolarmente evidente nel Buddismo, soprattutto nella sua dimensione monastica che oggi va tanto di moda nella società occidentale. Certo, più che di una religione si tratta di una filosofia di vita per il fatto che Dio è assente. Molte persone che non conoscono bene il Cattolicesimo, si innamorano di questo percorso di “purificazione”. Sembra un modus vivendi affascinante, però il centro assoluto è l’uomo.
Come si elimina la sofferenza? Lavorando su di sé. Si fa lo yoga, ci si concentra profondamente, si ripete continuamente il mantra giusto e salvifico, e così si arriva al punto di sradicare tutte le passioni, tutte le inclinazioni cattive. Così si sta bene. Si è arrivati al nulla di sé nel nulla di tutto ciò che ci circonda. Questo è soggettivismo totale e avvolgente.
È un punto che il Buddismo condivide con l’Islam: tutto si riduce a uno sforzo personale senza alcuna cooperazione con Dio. Per Budda, addirittura, Dio non esiste e non è necessario. Anche qui la corredenzione come cooperazione umana con Dio è semplicemente impensabile. Quando guardiamo a tutte queste religioni oggi tanto popolari, ci rendiamo conto che l’unica risposta vera al problema del male in generale e al problema della sofferenza personale, del mio dolore, è il Cattolicesimo, con la sua legge magnifica dell’amore: “Lo faccio io per te. Posso soffrire al posto tuo. Vorrei addirittura dare la mia vita per te, come ha fatto Gesù”. Dove si trova questa logica? Solo in Gesù sul Calvario insieme alla Madonna e ai Santi che hanno imitato il Signore e la sua Madre. La nostra è una religione che ha un grande impatto sulla società, che trasforma la società, che cambia il mondo. Ecco perché Gesù ci manda nel mondo: per trasformarlo e renderlo germe e preparazione dell’avvento eterno del Regno di Dio.
Tutto ciò ci aiuta a capire che la corredenzione è indispensabile per la nostra fede. Essa è al centro della nostra fede e della nostra pratica Cristiana. Negare Maria Co-redentrice è negare l’edificazione della Città di Dio. La Chiesa non avrà riparatori, anime che si immolano per il suo bene e per la sua unità. Non è forse questa la radice della crisi della Chiesa? Riscopriamo la co-redenzione e la Chiesa ritornerà a vivere nelle anime.
Conclusione: la vera re-ligio è essere legati alla Croce per mezzo della corredenzione
È nella Croce che si manifesta la vera religione. È lì, ai piedi della Croce, con Maria Corredentrice, che si riconosce la fede che salva l’uomo e che rende possibile una società veramente umana fatta di carità, di cooperazione, di amore vicendevole, di sacrificio altruistico. Qui vi è la prova che il Cattolicesimo è l’unica religione vera. Nel mistero della corredenzione troviamo la vera religione.
Vale a dire: una religione che insegna ad amarci gli uni gli altri per edificare un solo corpo, il Corpo Mistico di Cristo, un corpo d’amore in cui il sacrificio è amore e l’amore si manifesta proprio attraverso il sacrificio. La sofferenza ha una causa primordiale: non è qualcosa che piove dall’alto arbitrariamente. Essa può essere redenta nella misura in cui coopero a trasformarla facendola diventare amore che vede oltre, che come balsamo allevia ogni dolore. La sola religione che risponde in modo soddisfacente a questo mistero del male, del dolore e della sofferenza è il Cattolicesimo. In esso apprendiamo la dottrina cristiana della corredenzione più che mai attuale.
Abbiamo bisogno di fare conoscere sempre di più questa dottrina e questa pratica di vita cristiana, ovviamente per coinvolgere sempre più persone, allargando il raggio d’azione del Corpo mistico di Cristo. Dovremmo iniziare specialmente dai vescovi e dai sacerdoti. Siamo tutti però chiamati a dare un esempio di vita cristiana corredentiva. Siamo chiamati a diventare riparatori, corredentori in Gesù per Maria; Solo così possiamo sperare di ri-edificare il Corpo mistico di Cristo superando una crisi di fede e di identità che lo attanaglia dall’interno. Questo è ciò che il Signore ci dice: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12-13). Nessuno ha un amore più grande di Gesù e di Maria. Questo amore ci ha salvati. Con questo stesso amore salveremo il mondo.
Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia. In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l’11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell’evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe.
Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all’Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l’8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: «Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?». Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all’altezza del petto, disse: «Io sono l’Immacolata Concezione». «Sembra – commenterà un secolo dopo Pio XII – che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra» (Enciclica Fulgens Corona dell’8 settembre 1953).
Le parole di Lourdes: «Io sono l’Immacolata Concezione», confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: «O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi». Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all’intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato.
Ma accanto a queste parole: «Io sono l’Immacolata Concezione», vi è un’altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l’apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda:
«La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: “Penitenza, penitenza, penitenza!”. Chiede inoltre atti significativi: “Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori”. E agli atti occorre aggiungere la preghiera: “Pregherete Dio per i peccatori”. Come al tempo di Giovanni Battista, come all’inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: “Pentitevi” (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?» (Enciclica Le pèlerinage de Lourdes del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni).
La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell’uomo con Dio. È solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall’inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l’Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dove, medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate.
Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell’ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria.
Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice “luogo di miracoli” sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc 2, 5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un’autorità più alta. «Cristo – spiega san Tommaso d’Aquino – compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi» (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l’anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre.
L’appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il “Terzo Segreto”, i tre pastorelli videro «al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!». Tre volte, come a Lourdes, sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco.
Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell’allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo?
Il messaggio di Leone XIV ai sacerdoti di Madrid: «Celibato, povertà e obbedienza sono il modo concreto in cui il sacerdote può appartenere interamente a Dio. Alla Chiesa non servono sacerdoti preti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui»
Antonio Sanfrancesco – Famiglia cristiana
10 febbraio 2026 • 11:09
Una lettera nella forma, una vera e propria esortazione apostolica nella sostanza. È il messaggio che papa Leone XIV ha inviato agli oltre 1.500 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Madrid riuniti per il “Convivium”, la grande Assemblea presbiterale in corso il 9 e 10 febbraio nella capitale spagnola. Un testo denso, pastorale e insieme profetico, nel quale il Pontefice offre una riflessione ampia sul sacerdozio oggi, sul suo ruolo nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, sul senso evangelico di celibato, povertà e obbedienza, intesi «non come negazione della vita», ma come «modo concreto» di appartenere interamente a Dio.
Convocata dal cardinale arcivescovo José Cobo Cano, l’Assemblea riunisce sacerdoti impegnati nei consigli pastorali parrocchiali, nelle congregazioni religiose, nei decanati, nei movimenti e nelle nuove realtà ecclesiali della diocesi. Quattro i grandi temi posti al centro del discernimento, emersi dal lavoro di circa 300 gruppi coinvolti in un percorso articolato in tre fasi: la stanchezza e la solitudine del sacerdote, il sovraccarico amministrativo, il rapporto con i vescovi e la revisione delle strutture che rischiano di ostacolare l’evangelizzazione.
«Figli miei», scrive il Papa nell’incipit della lettera, scegliendo un tono marcatamente paterno, «questa Assemblea è per voi un’occasione di fraternità e di unità, per sostenervi reciprocamente nella missione che condividete». Leone XIV esprime anzitutto gratitudine per il servizio quotidiano dei presbiteri, spesso vissuto «in mezzo alla fatica, a situazioni complesse e a una dedizione silenziosa di cui solo Dio è testimone».
Accanto alle parole di vicinanza e incoraggiamento, il Pontefice propone però anche una «riflessione serena e onesta» sulla condizione del sacerdozio nel contesto culturale attuale.
Un contesto segnato, osserva, da «processi avanzati di secolarizzazione, da una crescente polarizzazione del discorso pubblico e da una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti». In questo scenario, avverte Leone XIV, «la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante», mentre prendono forma modelli di convivenza «che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente».
A questo si aggiunge un mutamento culturale profondo: «la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi». Per secoli, ricorda il Papa, «il seme cristiano ha trovato un terreno ampiamente fertile», perché domande di senso e categorie morali fondamentali erano almeno in parte comuni. Oggi, invece, «questo terreno comune si è notevolmente indebolito» e «molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano hanno cessato di essere evidenti, e in molti casi persino comprensibili». Il Vangelo, sottolinea, incontra non solo indifferenza, ma «un diverso panorama culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e in cui il primo annuncio non può più essere dato per scontato».
Eppure, nel discernimento del Pontefice, non tutto è perduto. Anzi. «Sono convinto», scrive, «che una nuova inquietudine si stia agitando nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani». L’assolutizzazione del benessere, osserva Leone XIV, «non ha portato la felicità attesa»; una libertà sganciata dalla verità «non ha generato il compimento promesso»; il solo progresso materiale «non è riuscito a soddisfare i desideri più profondi del cuore umano». Da qui nasce una stanchezza diffusa, un senso di vuoto che sta però aprendo molti a «una ricerca più onesta e autentica», capace di ricondurre «all’incontro con Cristo».
Per questo, ammonisce il Papa, «non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità».
La Chiesa – e Madrid in particolare – non ha bisogno di sacerdoti definiti dalla quantità di compiti o dalla pressione dei risultati, ma di uomini «configurati a Cristo», capaci di sostenere il loro ministero attraverso «una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé».
Non si tratta, chiarisce Leone XIV, di «inventare nuovi modelli» o di «ridefinire l’identità» del presbitero. La parola chiave è piuttosto «riproporre»: «Riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico: l’essere alter Christus», attraverso «un ministero vissuto nell’intimità con Dio» e nel «servizio concreto alle persone».
Per rendere visibile questo cammino, il Papa ricorre a un’immagine fortemente simbolica: la cattedrale dell’Almudena. La facciata, osserva, «indica, suggerisce, invita», ma non esaurisce il mistero dell’edificio. Così il sacerdote: «non vive per mettersi in mostra, ma nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa». E come la facciata «non esiste per se stessa», ma conduce all’interno, così «il sacerdote non è mai fine a se stesso»: tutta la sua vita «è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurparne il posto».
La soglia della cattedrale segna poi «un passaggio, una separazione necessaria»: «Prima di entrare, qualcosa rimane fuori». È qui che il Papa colloca il senso evangelico del celibato, della povertà e dell’obbedienza: «essere nel mondo, ma non del mondo», vivendo queste scelte «non come negazione della vita, ma come modo concreto in cui il sacerdote può appartenere interamente a Dio continuando a camminare tra gli uomini».
La cattedrale, ricorda ancora Leone XIV, è anche «una casa comune, dove tutti hanno un posto». Così deve essere la Chiesa, «soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai». Da qui l’appello alla fraternità presbiterale come esperienza concreta: «sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda». E l’esortazione accorata: «Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione».
Proseguendo nella lettura simbolica dell’edificio sacro, il Papa indica nelle colonne l’immagine di una vita che «non si sostiene da se stessa», ma poggia sulla «Tradizione viva della Chiesa» e sul «Magistero». Solo così il sacerdote evita di «costruire sulla sabbia di interpretazioni parziali o di enfasi circostanziali» e rimane ancorato «alla salda roccia che lo precede e lo supera». Al centro, poi, il fonte battesimale e il confessionale, luoghi in cui risiede «la vera forza che edifica la Chiesa». Sacramenti da celebrare con dignità, ma anche da ricevere: «Non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, tornando sempre alla misericordia che annunciate».
Infine, guardando alle cappelle laterali – diverse per storia e provenienza artistica, ma tutte orientate nella stessa direzione – Leone XIV richiama l’armonia dei carismi nella Chiesa: «Nessuno è ripiegato su se stesso, nessuno rompe l’armonia dell’insieme». È un’immagine che vale anche per la pluralità di spiritualità e vocazioni attraverso cui «il Signore arricchisce e sostiene» il ministero sacerdotale.
Lo sguardo conclusivo è rivolto al centro di tutto: «Guardiamo al centro, figli miei», esorta il Papa, «qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero». Da qui l’invito finale, semplice ed esigente insieme: «Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al popolo a fare lo stesso». E la consegna che riassume l’intera lettera: «Siate santi!»
Oggi la Chiesa ricorda santa Scolastica, sorella e amica di san Benedetto: nel loro rapporto La Pira vide un modello per l’oggi Madre Angelini: «Ci insegnano che nelle nostre relazioni l’inevitabile conflittualità può diventare vera accoglienza dell’altro»
IRENE FUNGHI – Avvenire, 10/02/2026
Parte tutto da un “miracolo al contrario”. Al contrario, perché la grandezza del santo non è data da ciò che riesce a compiere, ma da ciò che riesce ad accogliere. O davanti a cui riesce ad arrendersi. Si tratta dell’ultimo tra quelli compiuti da san Benedetto: quello che gli permette, attraverso la sorella gemella Scolastica (di cui oggi ricorre la memoria liturgica), di raggiungere la piena maturazione della sua fede, prima di spirare. «È il miracolo che parla oggi alle nostre società in conflitto, alle coppie che si separano, ai rapporti fraterni compromessi e alla Chiesa chiamata ad essere sinodale», afferma madre Maria Ignazia Angelini, benedettina del monastero di Viboldone, alle porte di Milano. L’episodio a cui si riferisce è quello dell’ultima visita di Benedetto a Scolastica: due giorni dopo la sorella del santo sarebbe spirata, mentre la morte avrebbe raggiunto anche lui quaranta giorni dopo.
Al termine della giornata, passata assieme, Scolastica chiede al fratello di non tornare al monastero di Montecassino e rimanere con lei tutta la notte, per lodare e ringraziare Dio per le meraviglie compiute nelle loro vite. Benedetto rimane attonito, quasi sconvolto: la regola impedisce di passare fuori la notte. Allora la santa chiede a Dio, in lacrime, ciò che il fratello le ha rifiutato e Benedetto, davanti ad un temporale che gli impedisce di tornare al monastero, rimane stupito e accoglie la volontà di Dio. «Lei, coraggiosa, libera, fiduciosa in Dio, non teme di mostrare i suoi sentimenti – spiega madre Angelini –. Lui, fondatore della regola, serio e responsabile, rimane basito, ma sempre docile alle opere del Signore. In quella cena, di fatto, di addio, di cui Scolastica aveva intuito la portata, capisce che anche la regola ha i suoi limiti». Così sensibilità diverse – quella femminile e quella maschile – si completano, unite per la salvezza reciproca: «Ci mostrano – continua ancora la madre – che in ogni relazione c’è un germe di conflittualità, che può portare non alla violenza, ma alla fecondità del cedere all’altro». Quella che ci consegnano è una chiave per disinnescare l’ordigno di ogni guerra: « Bisogna essere aperti alla preghiera e permettere che i rapporti se ne nutrano – dice Angelini –. La complementarità è voluta fin dall’origine. E dice Dio, anche al di là dei rapporti di coppia. Esprime l’originalità dell’uomo, che si manifesta sempre in modo diverso». Un aspetto che, per questo, ha toccato la vita di moltissimi testimoni del Vangelo, nei secoli più remoti come in quelli più recenti. Ciascuno con la sua storia personale, il suo carisma, le attese di fronte al periodo storico che gli è stato dato di vivere. Ne è un esempio l’amicizia nata tra il professore Giorgio La Pira e l’allora studentessa di lettere, destinata a diventare assessore nelle sue giunte (e nelle giunte dopo le sue), Fioretta Mazzei. Era il 1943 quando, dopo essersi conosciuti alla Messa di san Procolo, pensata per i più poveri di Firenze, i due ebbero modo di approfondire l’amicizia, vista la necessità di nascondere il professore, ricercato dalle SS, in una villa della famiglia Mazzei, nel Chianti senese. Da quell’incontro, e da quella pausa forzata dalla vita “attiva”, nasce un ininterrotto carteggio, attraverso il quale i due consolidano un “sodalizio spiritua-le”, ispirato alle vicende dei tanti santi vissuti prima di loro, e teso a ricostruire, sul modello della Gerusalemme celeste, il mondo lacerato dalla guerra.
«Che fare – le scrive La Pira nel 1956, dopo aver condiviso con lei già due giunte nell’amministrazione comunale di Firenze –? Ecco: anzitutto approfondire sempre più nell’orazione il nesso di carità che strutturalmente ci unisce, l’uno all’altra. Questo per me è estremamente facile: perché io non prego senza di Lei, come non prego senza le creature oranti sparse in tutto lo spazio della Chiesa. Quando prego, prego sempre con Lei: una immagine di luce mi riempie l’anima. Ecco, bisogna sempre più illuminare, con la grazia del Signore, questa presenza luminosa che Dio suscita in noi». La chiama, questa, una “politica di presenza interiore”, da accompagnare con una «“politica” di offerta e di sacrificio esteriore » a favore di tutto ciò che chiede il Vangelo. « Penso che così – spiegava La Pira nella sua lettera – si comportavano san Benedetto e santa Scolastica, san Francesco d’Assisi e santa Chiara, san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce: insomma strutturare il nostro rapporto di grazia sul modello di quei rapporti di cui questi santi ci offrono il tipo».
Il fisico e divulgatore scientifico Antonino Zichichi (1929-2026) ha avuto una storica collaborazione con Radio Maria, intervenendo più volte nel corso degli anni per discutere del rapporto tra scienza e fede. Temi trattati: Zichichi ha sostenuto la tesi che la scienza e la fede non siano in conflitto, affermando che la scienza non ha mai scoperto nulla che contraddica l’esistenza di Dio. Contenuti: Nelle sue trasmissioni, spesso in dialogo con Padre Livio Fanzaga, ha affrontato temi legati alle leggi della natura come prova dell’ordine dell’universo e ha criticato le posizioni dell’ateismo scientifico. Posizioni: Ha espresso posizioni controverse o critiche rispetto alla teoria del surriscaldamento globale antropico, discutendone anche ai microfoni dell’emittente. Zichichi, noto per la fondazione del Centro Ettore Majorana di Erice e per i Laboratori del Gran Sasso, ha dedicato parte della sua divulgazione a riconciliare l’osservazione empirica con la fede cristiana.
pubblicato sul sito Milizia di San Michele Arcangelo
Per molti cattolici, la figura di Anna Katharina Emmerick (1774-1824) beatificata dal papa Giovanni Paolo II nel 2004, è essenzialmente legata al famosissimo film dell’attore regista australiano Mel Gibson “La Passione di Cristo”, la cui sceneggiatura è in buona parte, per gli aspetti non tratti ovviamente dai Vangeli canonici, basata sulle visioni attribuite alla monaca agostiniana tedesca.
La beata nacque l’8 settembre 1774 da una famiglia di contadini e non poté frequentare regolarmente la scuola, dovendo lavorare nei campi e aiutare in casa. Sin dalla più tenera età ebbe un profondo desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa. Come accadeva a quell’epoca, diverse congregazioni di suore la rifiutarono perché non aveva a disposizione la necessaria dote economica per entrare in monastero. Solo nel 1802 venne finalmente accolta nel monastero delle Agostiniane di Agnetenberg presso Dulmen e l’anno seguente prese i voti religiosi. Quando nel 1811, il monastero venne soppresso, la Emmerick fu accolta a Dolmen come domestica del sacerdote Lambert che era fuggito dai terrori della Francia rivoluzionaria. Dopo poco tempo, ella cominciò a sperimentare i dolori della Passione di Cristo e ricevette le stimmate. Presto si diffuse la voce dei suoi doni soprannaturali: assenza di alimentazione, conoscenza dei cuori umani, riconoscimento delle reliquie dei santi, conoscenza delle erbe medicinali, dei misteri biblici della fede, partecipazione con lo spirito nell’aldilà, comunione con le povere anime del purgatorio e molte persone cominciarono a farle visita, ricevendone insegnamenti e gesti di benevolenza.
Dal 1819 fino al giorno del suo trapasso, nel 1824, le visioni della Emmerick furono dettate da lei stessa al poeta romanticista Clemens Brentano, che poi si convertì sinceramente al Cattolicesimo, il quale sedette quasi interrottamente al capezzale dell’estatica e annotò attentamente in sedicimila grandi fogli i suoi racconti biblici e le contemplazioni mistiche, paragonabili in qualche modo a quelle di Maria De Agreda (1602-1655) o della più recente Teresa Neumann (1898-1962).
L’enorme materiale raccolto e poi ordinato dal poeta, fu pubblicato, in parte postumo, tra il 1858 e 1860, in tre opere principali. Complessivamente l’opera completa curata dal poeta, consta di sei volumi, di cui quattro sulla vita e la passione di Cristo, uno sulla vita della Madonna e uno sull’Antico Testamento.
Riguardo ai tempi finali la monaca agostiniana ha lasciato diverse sconcertanti dichiarazioni. Già più di due secoli fa la beata Caterina Emmerich preannunciava che la liberazione di satana sarebbe avvenuta poco prima dell’anno 2000 dichiarando:
«Mi è stato anche detto che Lucifero verrà liberato per un certo periodo cinquanta o sessanta anni prima dell’anno di Cristo 2000. Mi vennero indicate le date di molti altri eventi che non riesco a ricordare; ma un certo numero di demoni dovranno essere liberati molto prima di Lucifero, in modo che tentino gli uomini e servano come strumenti della giustizia divina».
«Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola… Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto… C’erano solo divisioni e caos. Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che segue l’ultima moda…» (12 settembre 1820).
«Vidi cose deplorevoli: stavano giocando d’azzardo, bevendo e parlando in chiesa; stavano anche corteggiando le donne. Ogni sorta di abomini venivano perpetrati là. I sacerdoti permettevano tutto e dicevano la Messa con molta irriverenza. Vidi che pochi di loro erano ancora pii, e solo pochi avevano una sana visione delle cose. Tutte queste cose mi diedero tanta tristezza» (27 settembre 1820).
«Vidi cose deplorevoli: stavano giocando d’azzardo, bevendo e parlando in chiesa; stavano anche corteggiando le donne. Ogni sorta di abomini venivano perpetrati là. I sacerdoti permettevano tutto e dicevano la Messa con molta irriverenza. Vidi che pochi di loro erano ancora pii, e solo pochi avevano una sana visione delle cose. Tutte queste cose mi diedero tanta tristezza» (27 settembre 1820).
«Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre» (1820)
«Stavano costruendo una Chiesa grande, strana, e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti ed avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione» (22 aprile 1823).
«Ho visto di nuovo la strana grande chiesa. Non c’era niente di santo in essa.
Ho visto anche un movimento guidato da ecclesiastici a cui contribuivano angeli, santi ed altri cristiani. [Nella strana chiesa] C’era qualcosa di orgoglioso, presuntuoso e violento in tutto ciò, ed essi sembravano avere molto successo. Sullo sfondo, in lontananza, vidi la sede di un popolo crudele armato di lance, e vidi una figura che rideva, che disse: “Costruitela pure quanto più solida potete; tanto noi la butteremo a terra”» (12 settembre 1820).
«Fra le cose più strane che vidi, vi erano delle lunghe processioni di vescovi. Le loro colpe verso la religione venivano mostrate attraverso delle deformità esterne» (1 giugno 1820).
«La Messa era breve. Il Vangelo di San Giovanni non veniva letto alla fine» (12 luglio 1820).
(Fino alla riforma liturgica del 1967, la Santa Messa si concludeva con la lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni. Le profezie della santa si riferiscono quindi al periodo successivo al 1967).
«Vidi la Chiesa di San Pietro in rovina, e il modo in cui tanti membri del clero erano essi stessi impegnati in quest’opera di distruzione – ma nessuno di loro desiderava farlo apertamente davanti agli altri. Gesù mi dice che la Chiesa sembrerà in completo declino. Ma sarebbe risorta» (4 ottobre 1820).
«Vidi ancora una volta la Chiesa di Pietro era minata da un piano elaborato dalla setta segreta, mentre le bufere la stavano danneggiando… Ma vidi anche che l’aiuto sarebbe arrivato quando le afflizioni avrebbero raggiunto il loro culmine. Vidi di nuovo la Beata Vergine ascendere sulla Chiesa e stendere il suo manto su di essa. Vidi un Papa che era mite e al tempo stesso molto fermo /…/ Vidi un grande rinnovamento e la Chiesa che si liberava in alto nel cielo».
«La Chiesa si trova in grande pericolo. Dobbiamo pregare affinché il Papa non lasci Roma; ne risulterebbero innumerevoli mali se lo facesse. Ora stanno pretendendo qualcosa da lui. La dottrina protestante e quella dei greci scismatici devono diffondersi dappertutto. Ora vedo che in questo luogo la Chiesa viene minata in maniera così astuta che rimangono a mala pena un centinaio di sacerdoti che non siano stati ingannati. Tutti lavorano alla distruzione, persino il clero. Si avvicina una grande devastazione» (1 ottobre 1820).
«Mentre attraversavo Roma con San Francesco e altri santi, vedemmo un grande palazzo avvolto dalle fiamme, ma mentre ci avvicinavamo il fuoco diminuì e noi vedemmo un edificio annerito. Finalmente raggiungemmo il Papa. Era seduto al buio e addormentato su una grande poltrona: era molto ammalato e debole; non riusciva più a camminare. Gli ecclesiastici nella cerchia interna sembravano insinceri e privi di zelo; non mi piacevano. Parlai al Papa dei vescovi che presto dovevano essere nominati. Gli dissi anche che non doveva lasciare Roma. Se l’avesse fatto sarebbe stato il caos. Egli pensava che il male fosse inevitabile e che doveva partire per salvare molte cose… Era molto prospero a lasciare Roma e veniva esortato insistentemente a farlo. La Chiesa è completamente deserta. Sembra che tutti stiano scappando. Dappertutto vedo grande miseria, odio, tradimento, rancore, confusione, e una totale cecità. O città! O città! Cosa ti minaccia? La tempesta sta arrivando; sii vigile!» (7 ottobre 1820).
«Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente» (10 agosto 1820).
«Il Santo Padre, immerso nel suo dolore, è ancora nascosto per evitare le incombenze pericolose. Ora può fidarsi solo di poche persone; è principalmente per questa ragione che deve nascondersi. Ma ha ancora con sé un anziano sacerdote di grande semplicità e devozione. Egli è suo amico, e per la sua semplicità non pensavano valesse la pena toglierlo di mezzo. Ma quest’uomo riceve molte grazie da Dio. Vede e si rende conto di molte cose che riferisce fedelmente al Santo Padre. Mi veniva chiesto di informarlo, mentre stava pregando, sui traditori e gli operatori di iniquità che facevano parte delle alte gerarchie dei servi che vivevano accanto a lui, così che egli potesse avvedersene».
«Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità… Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante si dava ad azioni violente. Ma tutto ciò non durò a lungo» (13 maggio 1820).
«Ho avuto un’altra visione della grande tribolazione. Mi sembrava che si pretendesse dal clero una concessione che non poteva essere accordata. Vidi molti sacerdoti anziani, specialmente uno, che piangevano amaramente. Anche alcuni più giovani stavano piangendo. Ma altri (e i tiepidi erano fra questi) facevano senza alcuna obiezione ciò che gli veniva chiesto. Era come se la gente si stesse dividendo in due fazioni» (12 aprile 1820).
«Vidi un’apparizione della Madre di Dio, che disse che la tribolazione sarebbe stata molto grande. Aggiunse che queste persone devono pregare ferventemente… Devono pregare soprattutto perché la chiesa delle tenebre abbandoni Roma» (25 agosto 1820).
«Vidi la Chiesa di San Pietro: era stata distrutta ad eccezione del Santuario e dell’Altare principale» (10 settembre 1820).
«Vedo altri martiri, non ora ma in futuro… Vidi le sette segrete minare spietatamente la grande Chiesa. Vicino ad esse vidi una bestia orribile che saliva dal mare. (Ap 13,1 ?). In tutto il mondo le persone buone e devote, e specialmente il clero, erano vessate, oppresse e messe in prigione. Ebbi la sensazione che sarebbero diventate martiri un giorno. Quando la Chiesa per la maggior parte era stata distrutta e quando solo i santuari e gli altari erano ancora in piedi, vidi entrare nella Chiesa i devastatori con la Bestia. Là essi incontrarono una donna di nobile contegno che sembrava portare nel suo grembo un bambino, perché camminava lentamente. A questa vista i nemici erano terrorizzati e la Bestia non riusciva a fare neanche un altro passo in avanti. Essa proiettò il suo collo verso la Donna come per divorarla, ma la Donna si voltò e si prostrò, con la testa che toccava il suolo. Allora vidi la Bestia che fuggiva di nuovo verso il mare, e i nemici stavano scappando nella più grande confusione» (Agosto – ottobre 1820).
«Verranno tempi molto cattivi, nei quali i non cattolici svieranno molte persone. Vidi anche la battaglia. I nemici erano molto più numerosi, ma il piccolo esercito di fedeli ne abbatté file intere [di soldati nemici]. Durante la battaglia, la Madonna si trovava in piedi su una collina, e indossava un’armatura. Era una guerra terribile. Alla fine, solo pochi combattenti per la giusta causa erano sopravvissuti, ma la vittoria era la loro» (22 ottobre 1822).
«Vidi, in grande lontananza, grandiose legioni che si avvicinavano. Davanti a tutti vidi un uomo su un cavallo bianco [Ap 19,11-21?]. I prigionieri venivano liberati e si univano a loro. Tutti i nemici venivano inseguiti. Allora, vidi che la Chiesa veniva prontamente ricostruita, ed era magnifica più di prima» (Agosto – ottobre 1820).
«Vidi un nuovo Papa che sarà molto rigoroso. Egli si alienerà i vescovi freddi e tiepidi. Non è un romano, ma è italiano. Proviene da un luogo che non è lontano da Roma. Ma per qualche tempo dovranno esserci ancora molte lotte e agitazioni» (27 gennaio 1822).
«Vorrei che fosse qui il tempo in cui regnerà il Papa vestito di rocco. Vedo gli apostoli, non quelli del passato ma gli apostoli degli ultimi tempi e mi sembra che il Papa sia fra loro».
«Gli ebrei ritorneranno in Palestina e diverranno cristiani verso la fine del mondo
Beatificazione: 3 ottobre 2004, Roma, papa Giovanni Paolo II
Nacque a Flamske, vicino a Münster, in Germania. Figlia di una famiglia umile, la sua vita non fu caratterizzata da fatti eclatanti. Entrata nel monastero agostiniano di Agnetenberg, emise la professione religiosa all’età di 30 anni nel 1803. Fu immobilizzata in un letto a causa di varie malattie, e la sua situazione peggiorò a causa di uno sfortunato incidente che subì in giovane età per uscire dalla stanza.
Nove anni dopo dovette lasciare il chiostro, poiché Girolamo Bonaparte decretò la secolarizzazione degli Ordini religiosi. Da allora visse in pensione nella casa di una vedova, a Dülmen, continuando a seguire la sua vita come sempre: una continua meditazione sulla Passione della Croce, concentrando costantemente tutti i suoi pensieri e tutti i suoi desideri. Pregò il suo mistico marito di darle un segno tangibile del suo amore. Dal suo letto, rinchiusa, cominciò a prendere le malattie degli altri nel suo corpo, e servì di consolazione per tutti coloro che la visitarono, che furono confortati e scoprirono il senso della loro vita alla luce del Vangelo, che spiegò loro in modo semplice.
Si ammalò quando vide che una grande luce l’avvolgeva, le cinque piaghe furono stigmatizzate e la sua vita fu un’autentica esperienza della Passione del Golgota, e che sanguinavano copiosamente al tempo della Pasqua. Fu indagato da medici e autorità ecclesiastiche, che non hanno saputo spiegare questi fenomeni. Non si difese quando fu accusata di falsificazione e simulazione.
Si narra che un giorno, mentre pregava, nel 1798, Caterina ebbe una visione di Gesù che le presentava due corone: una di fiori e l’altra di spine, e lei senza esitazione scelse quella di spine. La sua vita e le sue visioni sono state raccolte e scritte da Clemens Brentano, e in esse si racconta come ha raccontato in dettaglio storico la vita degli Esseni, prima che i rotoli del Mar Morto fossero scoperti, o la menzione dell’esatta ubicazione della casa di Maria ad Efeso e che grazie ad essa gli archeologi hanno potuto scoprirla.
Esclamava continuamente: “Ti ringrazio, o Signore, per tutto il tempo della mia vita, che non è come lo voglio io, ma come lo vuoi tu”. È stata beatificata il 3 ottobre 2004 dalla SS. Giovanni Paolo II.
MARTIROLOGIO ROMANO. A Dülmen, Germania, Beata Anna Katharina Emmerick, Vergine delle Canoniche Regolari di Sant’Agostino.
Città del Vaticano, domenica 8 febbraio 2026, 12:18 (ACI Stampa).
“Dopo avere proclamato le Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio”, così Papa Leone XIV avvia l’Angelus di questa V Domenica del Tempo ordinario in Piazza San Pietro.
“È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”, commenta il Papa prima della preghiera mariana.
“Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”, mette in guardia il Pontefice.
“Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore.
Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace.”, dice Papa Leone.
Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai consueti saluti. Il Pontefice ricorda la beatificazione di Salvador Valera Parra avvenuta ieri in Spagna, del “parroco pienamente aderito al suo popolo”, “umile e premuroso nella verità pastorale”, “il suo esempio di prete sia di stimolo ai sacerdoti di oggi, una quotidianità vissuta nella semplicità”, si augura il Papa.
“Ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità Nigeria che hanno causato perdite di vite umane”, continua il Papa che assicura la sua vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. “Le autorità continuino ad operarsi per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”, questo l’appello di Papa Leone XIV.
Poi il ricordo della Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone. La preghiera in particolare per “le religiose che si impegnano ad eliminare ogni forma di schiavitù”. “Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”.
“Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del Portogallo, Marocco, Spagna e l’Italia meridionale, specialmente Niscemi in Sicilia, colpite da inondazioni e frane, incoraggio le comunità a rimanere uniti e solidali con la materna protezione Vergine Maria”, aggiunge Papa Leone XIV subito dopo l’Angelus.
“Strategia di potenze economiche e militare non danno futuro all’umanità, il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”, conclude infine il Papa dalla finestra del Palazzo Apostolico.