autore: Daniele Crespi anno: 1625 titolo: L’Ultima Cena luogo: Pinacoteca di Brera, Milano
Nome: Giovedì Santo
Titolo: L’ultima cena
Ricorrenza: 2 aprile
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Solennità
Il Giovedì Santo si celebra il rito della benedizione degli olii santi durante la Messa del Crisma al mattino e nel pomeriggio si ricorda l’ultima Cena del Signore nella messa serale dando così inizio al Triduo Santo.
Nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è “solidarietà”, saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perché solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda, porterà frutto». La sorgente di questo dono per la Chiesa e per ogni singolo credente è la Mensa Eucaristica nella quale la comunità radunata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito, ripetere il gesto compiuto da Gesù con l’istituzione del Sacramento dell’Altare.
Il comando di Gesù rivolto ai suoi discepoli chiamati a perpetuare quanto da lui stesso compiuto nel cenacolo si prolunga poi nel segno della lavanda dei piedi, tanto che lo stesso Maestro e Signore dice ai suoi commensali: «Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi». Così facendo pone una relazione profonda e indisgiungibile tra l’Eucaristia, sacramento della sua offerta sacrificale al Padre per la salvezza del mondo, e il comandamento dell’amore che si traduce nel servizio incondizionato, sino al dono della vita, ai fratelli.
Dall’Eucaristia la Chiesa trae la sua origine permanente e all’Eucaristia essa deve fare ritorno in ogni istante della sua esistenza e della sua missione perché possa essere e crescere secondo il pensiero e il disegno di Dio. Del resto «la Chiesa è stata fondata, come comunità nuova del Popolo di Dio, nella comunità apostolica di quei dodici che, durante l’ultima cena, sono divenuti partecipi del corpo e del sangue del Signore sotto le specie del pane e del vino. Cristo aveva detto loro: “Prendete e mangiate…”, “prendete e bevete”. Ed essi, adempiendo questo suo comando, sono entrati, per la prima volta, in comunione sacramentale col Figlio di Dio, comunione che è pegno di vita eterna.
Da quel momento sino alla fine dei secoli, la Chiesa si costruisce mediante la stessa comunione col Figlio di Dio, che è pegno di pasqua eterna». La ricchezza di questo mistero di salvezza è sapientemente raccolta in un’opera in avorio che fa parte di una collezione più vasta di tavolette eburnee istoriate, molte delle quali illustrano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, probabilmente costituenti nel loro insieme un paliotto d’altare. Oggi sono conservate al Museo S. Matteo di Salerno.
La “tavola” qui illustrata è divisa in verticale in due scene distinte e complementari. La parte superiore è occupata dall’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, chiaro rimando al mistero eucaristico. Gesù è intento a consegnare il pane moltiplicato ai suoi discepoli che a loro volta lo distribuiscono alla folla. La parte inferiore è invece costituita a sua volta da due scene. Innanzitutto l’ultima cena, in cui possiamo vedere Gesù seduto assieme ai suoi discepoli a una tavola imbandita con al centro un grande pesce, simbolo cristologico ed eucaristico, poco prima di annunciare il tradimento di Giuda. Poi ecco la lavanda dei piedi, lì dove Gesù, dopo aver deposto la veste su uno sgabello posto alle sue spalle ed essersi cinto di un asciugatoio, lava i piedi a Pietro e agli altri discepoli. Il suo gesto ha una forte connotazione liturgica e richiama immediatamente ciò che durante la celebrazione della Cena Domini compie il sacerdote quando ripete l’azione compiuta da Gesù nel cenacolo.
Le due scene sono strettamente relazionate e celebrano un solo mistero: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Verso Cristo, il quale «ci nutrisce con tutto il sangue del suo corpo e del suo cuore, sotto il peso di inauditi dolori, pressato come in un torchio, solo per la forza del suo amore infinito» (M. S. Scheeben), si muove il cuore della Chiesa alla quale il Maestro «prima di consegnarsi alla morte, affidò il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore» (Preghiera-Colletta).
I patriarchi cristiani (ortodossi e cattolici) della Siria hanno fatto sapere che quest’anno la Pasqua sarà celebrata “con la preghiera all’interno delle chiese”: niente processioni, feste, assembramenti. Motivo? Gli attacchi contro i fedeli cristiani, sempre più frequenti e violenti. In Nigeria, un’altra domenica di massacri. Un vescovo: “Ero dubbioso sul genocidio, ora non più”
Roma. Scandalo mondiale per una messa privata vietata al Santo Sepolcro di Gerusalemme, silenzio sepolcrale per le messe in lockdown in varie città della Siria. I patriarchi cristiani (ortodossi e cattolici) hanno fatto sapere che quest’anno la Pasqua sarà celebrata “con la preghiera all’interno delle chiese”: niente processioni, feste, assembramenti. Motivo? Gli attacchi contro i fedeli cristiani, sempre più frequenti e violenti.
Stavolta, la causa di tutto risale a un episodio “minore” verificatosi a Suqaylabiyah, nel governatorato di Hama. Se il governatorato è a maggioranza sunnita, la cittadina di sedicimila abitanti vede una prevalenza di cristiani greco-ortodossi. Una lite in un negozio di alcolici – che secondo un gruppo di musulmani sunniti doveva essere chiuso, come è avvenuto a Damasco – è degenerata in scontri a carattere religioso: nella piazza centrale è stata abbattuta la statua della Madonna, precedentemente crivellata di proiettili. Successivamente sono state prese di mira le ragazze del luogo, molestate.
Il diverbio iniziale, condito da minacce e distruzione di automobili parcheggiate e altri negozi i cui proprietari sono cristiani, è degenerato anche perché nel frattempo dalle località vicine erano giunti miliziani radicalizzati, ben armati e decisi a “punire” i collaborazionisti veri o presunti del vecchio regime. Il problema è che, come dice mons. Jacques Mourad, arcivescovo di Homs, i giovani cristiani reagiscono “anche con violenza” ai soprusi, innescando una spirale che poi non si riesce più a fermare.
Inoltre, ed è l’aspetto più allarmante, tra gli assalitori erano ben riconoscibili membri delle forze di sicurezza e di polizia legate al nuovo corso siriano. “Pochi hanno il coraggio di denunciare”, ha aggiunto mons. Mourad ad AsiaNews. Da qui la decisione di limitare all’indispensabile le celebrazioni della Settimana santa. Niente feste, solo celebrazioni al chiuso. Anche perché è ancora fresco il ricordo dell’attentato suicida avvenuto lo scorso giugno nella chiesa di Sant’Elia, a Damasco.
Fa poca notizia la Siria, ne fa ancora meno la Nigeria. Qui il martirologio s’aggiorna di giorno in giorno, i morti in odio alla fede sono ormai “più che nei primi secoli”, come da lucida definizione di Papa Francesco. Domenica scorsa, almeno ventisette persone sono state uccise in un attacco condotto contro una comunità a maggioranza cristiana in una città dello stato di Plateau. La modalità è sempre la medesima: di sera arrivano, a bordo di motociclette, gruppi armati che aprono il fuoco, lasciando a terra morti e feriti. Non tutte fra le ventisette vittime sono cristiane, ha sottolineato Open Doors. Una settimana fa, a Maiduguri, nello stato del Borno, più di venti persone erano state uccise in una serie di attentati suicidi.
Uno scenario che ha costretto molti vescovi nigeriani ad anticipare le veglie pasquali previste originariamente per la notte fra sabato e domenica. Il vescovo di Ondo, mons. Jude Arogundade, ad esempio, ha disposto che le celebrazioni inizino alle ore 17, in pieno pomeriggio: “Tutte le parrocchie e le comunità sono invitate a rafforzare le misure di sicurezza e preghiamo incessantemente per la pace e la protezione della nostra terra”, si legge nel messaggio con le misure adottate. Lo stesso vescovo, nell’omelia pronunciata in occasione della messa per la Domenica delle Palme, ha detto: “Dobbiamo pregare, è nostro dovere di cristiani. Dobbiamo pregare, ma allo stesso tempo il governo deve assumersi le proprie responsabilità. Non prima che la gente dica che la situazione è degenerata.
Anch’io una volta dubitavo che si trattasse davvero di un genocidio. Sta succedendo, e si sta diffondendo a macchia d’olio”. Una questione, quella del genocidio, molto delicata. Lo stesso episcopato nigeriano è diviso, tra chi afferma che la mattanza di cristiani abbia assunto i connotati genocidari e chi, invece, parla “solo” di persecuzione. In mezzo, una minoranza che preferisce ricondurre quanto accade nel grande paese subsahariano a conseguenza di scontri fra pastori fulani e agricoltori cristiani: la lotta per i pascoli sempre più radi, complice la crisi climatica. Un conflitto sociale, insomma, dovuto a ragioni superiori. La fede non c’entrerebbe nulla.
Tesi che però si scontra con quanto diceva pochi giorni fa in un’intervista ad Aiuto alla Chiesa che soffre mons. Mark Nzukwein, vescovo di Wukari: “Più di sette presbiteri e diverse residenze sacerdotali sono stati attaccati e vandalizzati, un numero che supera di gran lunga i due attacchi registrati in precedenza, evidenziando una preoccupante escalation della violenza. Non si sono registrati feriti, poiché le canoniche e le aree circostanti erano state evacuate in anticipo a causa delle minacce ricevute”.
Intanto, anche per loro pregherà venerdì al Colosseo il Papa. Leone XIV porterà la croce per tutte le quattordici stazioni della Via Crucis. Le meditazioni, quest’anno, sono state preparate da padre Francesco Patton, già Custode di Terra Santa.
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 26 Marzo 2026
La polizia israeliana: «Pizzaballa aveva chiesto un’eccezione, gli era stato detto di no». La dura nota del Patriarcato Latino: «Questo incidente costituisce un grave precedente». Poi l’ufficio del primo ministro apre: «Un piano per consentire ai capi delle Chiese di pregare nei luoghi sacri»
Raccontano di essere stati fermati lungo il percorso verso la Basilica del Santo Sepolcro, nella Città Vecchia, «costretti a tornare indietro mentre procedevano in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale».
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, e il padre Custode di Terra Santa Francesco Ielpo sono stati bloccati dalla polizia israeliana mentre andavano nel luogo più sacro dei cristiani, il luogo del Calvario e della Risurrezione, per celebrare la messa che apre la Settimana Santa di Pasqua.
La nota del Patriarcato latino di Gerusalemme è dura: «Per la prima volta da secoli, ai capi della Chiesa è stato impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro». Ciò che accaduto segna il punto più basso nei rapporti tra Israele e la Chiesa cattolica da molto tempo a questa parte: «Questo incidente», si legge ancora nella nota, «costituisce un grave precedente e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme».
Poche ore più tardi – dando inizio alla preghiera per la pace dal santuario del Dominus Flevit sul monte degli Ulivi – Pizzaballa ripeterà l’importanza di essere «strumenti di pace e riconciliazione» e di vivere «nell’amicizia, nella fraternità e nella pace». Ma riconoscerà anche che quella che si vive in queste ore è «una situazione complicata».
Le norme di sicurezza israeliane e l’apertura di Netanyahu
La zona è ufficialmente chiusa per motivi di sicurezza.
In tutta Israele, dall’inizio della guerra, il governo Netanyahu ha vietato gli assembramenti di oltre 50 persone in qualsiasi luogo, pubblico o privato, norme rinnovate di settimana in settimana.
Non solo: «Tutti i siti sacri della Città vecchia sono chiusi. La Chiesa del Santo Sepolcro non dispone di uno spazio protetto, ed è impossibile per i mezzi di soccorso arrivare nella zona in caso di incidenti con molte vittime», spiega la polizia. Che continua: «Il Patriarca aveva chiesto di consentirgli l’accesso, in via eccezionale, ma questo permesso gli era stato negato ieri. La decisione gli era stata comunicata e spiegata. La libertà di culto resta un valore garantito, ma ci sono restrizi0ni necessarie».
Una posizione ribadita dall’ambasciatore d’Israele in Italia: Pizzaballa «era stato informato» che l’ingresso nei luoghi di culto «non era consentito per questioni di sicurezza» ma il cardinale «ha deciso di non rispettare la nostra richiesta».
Passano pochi minuti, e l’ufficio del primo ministro Netanyahu precisa: «Non vi è stata alcuna intenzione malevola» contro Pizzaballa, «ma solo preoccupazione per la sicurezza sua e del suo seguito. Data la sacralità della settimana che precede la Pasqua per i cristiani di tutto il mondo, i servizi di sicurezza israeliani stanno mettendo a punto un piano per consentire ai leader religiosi di celebrare le funzioni nel luogo santo nei prossimi giorni».
Poco più tardi arriva la nota del presidente di Israele: «Ho appena telefonato al Patriarca latino di Gerusalemme», scrive Isaac Herzog, «per esprimere il mio profondo dolore per lo spiacevole incidente. All’origine ci sono preoccupazioni per la sicurezza. Ho ribadito l’incrollabile impegno dello Stato di Israele a favore della libertà di religione per tutte le fedi e a tutelare lo status quo nei luoghi santi di Gerusalemme».
L’irritazione del Patriarcato
Dal Patriarcato – prima dell’apertura di Netanyahu e della nota di Herzog – spiegavano che in questo caso si trattava di consentire a due sole persone di accedere all’area: le autorità più alte della Chiesa cattolica nel Paese e in tutta la regione.
Di qui l’irritazione nella nota diffusa dal Patriarcato: «I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, sin dall’inizio della guerra, hanno rispettato tutte le restrizioni imposte: gli incontri pubblici sono stati annullati, la partecipazione è stata vietata e sono state prese disposizioni per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Basilica del Santo Sepolcro. Impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, che ricoprono le più alte responsabilità ecclesiastiche per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura palesemente irragionevole e gravemente sproporzionata».
Un incidente diplomatico: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un grave allontanamento dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo. Il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita».
Meloni: «Offesa ai credenti»
Tra le prime reazioni, in Italia, quella del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha anche convocato per lunedì l’ambasciatore israeliano a Roma: «Voglio esprimere la mia più sentita solidarietà al patriarca di Gerusalemme, cardinale Pizzaballa, capo della Chiesa Cattolica in Terra Santa, e al Custode di Terra Santa, padre Ielpo, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro. È inaccettabile aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme».
Anche il Governo italiano ha espresso vicinanza: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità… Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa», dichiara la premier Giorgia Meloni.
Le tensioni tra il governo israeliano e la Santa Sede
È evidente che dietro tutto questo ci sia la tensione crescente tra il governo israeliano e la Santa Sede per Gaza e la nuova guerra in Medio Oriente iniziata con l’attacco di Usa e Israele all’Iran e proseguita in Libano.
Venti giorni fa padre Pierre Al-Rahi, parroco maronita di San Giorgio a Qlayaa, uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, è stato ucciso mentre soccorreva due abitanti rimasti feriti nella loro casa dal colpo di un carro armato israeliano che, appena entrato il sacerdote, ha sparato di nuovo contro l’abitazione.
Nel Paese ci sono 700mila sfollati, molto villaggi sono stati evacuati dall’esercito israeliano. Proprio il cardinale Pizzaballa, a proposito dei conflitti in Medio Oriente, ne aveva parlato una decina di giorni fa: «La manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. Non ci sono nuove crociate e Dio non c’entra in tutto questo. Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono».
Parole analoghe a quelle che Leone XIV, mentre il patriarca veniva fermato a Gerusalemme, ha detto in San Pietro nella messa della Domenica delle Palme: «Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».
L’omelia della Domenica delle Palme di papa Leone XI
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano , domenica, 29. marzo, 2026 11:01 (ACI Stampa).
La piazza gremita, i fedeli in festa. Un grande “prato” di palme e di olivi: questa la scenografia di oggi in piazza San Pietro, illuminata da un sole che splende in un cielo azzurro, chiaro. Un sole di speranza in un momento buio della storia. Inizia la Settimana Santa, un programma adatto di impegni per papa Leone XIV.
Tutti i fedeli attendono le parole del papa. Attendono le parole della sua omelia dopo la lettura della “Passio”, il Vangelo di oggi. “Mentre Gesù percorre la via della croce, ci mettiamo dietro di Lui, seguiamo i suoi passi. E camminando con Lui, contempliamo la sua passione per l’umanità, il suo cuore che si spezza, la sua vita che si fa dono d’amore. Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza”, con queste parole, papa Leone XIV comincia la sua omelia. In Gesù , Leone XIV vede “la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra”. Gesù che è vita “mentre si compie il piano per condannarlo a morte” così sottolinea il pontefice.
Un’omelia quella di papa Leone XIV che si concentra sul tema della pace, tanto preziosa per il mondo di oggi. Un Re della pace: “Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo”, sottolinea il pontefice.
Sottolinea, poi, il silenzio di Cristo, “mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe”. Nessuno può giustificare la guerra, “tuona” papa Leone XIV, “usando” Dio. I n Gesù – ricorda il pontefice – è possibile vedere “i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.
E conclude con una citazione. Cita il Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello. Prega la Vergine, papa Leone XIV e lo fa con una poesia del vescovo molfettano: «Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera»” . E al popolo di Dio non rimane altro che rispondere con un “Amen
Papa Leone XIV: la supplica al Principe della Pace per i popoli feriti dalla guerra
L’Angelus di papa Leone XIV
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, domenica 29 marzo 2026, 11:52 (ACI Stampa).
Un appello alla pace, una preghiera sentita, forte, per i cristiani del Mediorente che “non possono vivere i riti della Settimana Santa” ma che “partecipano in modo reale alla sua sofferenza”. Così papa Leone XIV prima della preghiera mariana dell’Angelus. E continua: “La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della Pace affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace. Desidero anche affidare al Signore i marittimi che sono vittime della guerra. Prego per i defunti, per i feriti e per i loro familiari”.
E, conclude: “Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace. E preghiamo per tutti i migranti morti in mare, in particolare per quelli che hanno perso la vita nei giorni scorsi al largo dell’isola di Creta”. E prima della preghiera dell’Angelus: “Insieme ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, affidando alla sua intercessione ogni nostra supplica. Lasciamoci guidare da lei in questi giorni santi, per seguire con fede e con amore Gesù, nostro Salvatore”.
La Russia sta sfruttando (e alimentando) la guerra tra gli Usa e gli ayatollah per ottenere vantaggi economici, diplomatici e militari. Mentre Mosca consegna droni a Teheran, Trump potrebbe dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina
Anche se l’Iran, parole di Donald Trump, sta «implorando gli Stati Uniti di raggiungere un accordo», la guerra in Iran procede a pieno regime. E per Vladimir Putin non potrebbe esserci notizia migliore. Da quando sono iniziati i raid di Usa e Israele contro il regime degli ayatollah, infatti, la Russia ha guadagnato decine di miliardi, ha aumentato il proprio potere negoziale e ottenuto vantaggi militari e diplomatici nella guerra contro l’Ucraina.
La guerra in Iran è una manna per la Russia
Secondo il Kyiv School of Economics Institute, l’aumento di circa il 40% del prezzo di petrolio e gas provocato dal blocco da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, dal quale transita almeno il 20 per cento del petrolio e del Gnl mondiale, ha fatto raddoppiare i proventi dell’export di petrolio e gas per Mosca, che guadagnerebbe circa 760 milioni di dollari al giorno.
I proventi mensili dall’export di idrocarburi per la Russia, prosegue lo studio, è passato da 12 miliardi a 24 miliardi, soprattutto grazie allo stop di 30 giorni alle sanzioni sull’acquisto di petrolio russo concesso da Trump. Grazie a questa decisione il prezzo del petrolio russo, prima fortemente scontato per cause di forza maggiore, è aumentato del 72%.
Anche se il conflitto in Iran finisse la prossima settimana, ci vorrebbero mesi per tornare al consueto traffico attraverso Hormuz. Ecco perché, secondo l’istituto ucraino, la Russia incasserà quest’anno almeno 218,5 miliardi di dollari dall’export di petrolio e gas, il 63% in più rispetto alle stime effettuate prima dello scoppio della guerra.
Se il conflitto invece dovesse durare fino a sei mesi, allora Mosca arriverebbe a guadagnare fino a 386,5 miliardi.
Le offerte di Putin a Trump
Ma per quanto sia importante, non è l’aspetto economico quello che interessa di più al Cremlino. Putin è sempre concentrato sulla guerra in Ucraina e non potendo vincere dal punto di vista militare, a meno di accettare milioni di morti tra i suoi soldati, ha bisogno di ottenere un accordo favorevole con Kiev mediato dagli Stati Uniti.
Ecco perché sta offrendo agli Usa ogni tipo di aiuto, ovviamente chiedendo congrue contropartite. Prima Mosca ha proposto di interrompere la condivisione di intelligence e immagini satellitari con l’Iran (al quale fornisce coordinate precise per colpire le basi americane nel Golfo e gli impianti produttivi dei paesi arabi), a patto però che gli Stati Uniti non forniscano più il medesimo aiuto all’Ucraina. La proposta è stata rispedita al mittente.
Successivamente, Putin ha anche proposto a Trump di stoccare in Russia i circa 450 chili di uranio arricchito dell’Iran per favorire un accordo tra Teheran e Washington. Il presidente americano ha rifiutato.
Donald Trump presiede una riunione di gabinetto alla Casa Bianca (foto Ansa)
La Russia fornisce droni all’Iran
Secondo quanto riportato dal Financial Times, la Russia sta sostenendo l’esercito iraniano, ricambiando il favore fatto da Teheran all’inizio della guerra in Ucraina, non solo inviando intelligence e aiuti umanitari, ma anche fornendo migliaia di droni a Teheran. La consegna, iniziata a inizio marzo, sarebbe quasi completata.
Il Cremlino ha tutto l’interesse a prolungare il conflitto: più l’Iran resiste ed è in grado di infliggere danni – materiali, economici e politici – agli Stati Uniti e ai suoi alleati, più gli Usa saranno costretti ad alzare il livello dello scontro, con il rischio che restino invischiati a lungo in Medio Oriente.
Se gli Usa tolgono le armi all’Ucraina
Se Trump dovesse decidere davvero di iniziare un’operazione di terra in Iran, allora l’attenzione americana rimarrebbe concentrata sul Medio Oriente a lungo. Washington sarebbe costretta a monitorare con meno attenzione il teatro europeo.
L’interesse russo è reso più manifesto da un’indiscrezione del Washington Post, secondo cui il Pentagono sta pensando di dirottare in Medio Oriente gli aiuti militari previsti per l’Ucraina.
Sia gli Usa che i paesi del Golfo, infatti, hanno bisogno di ingenti quantità di missili per la contraerea per intercettare i vettori e i droni lanciati dall’Iran alle basi americane in Medio Oriente e agli impianti di estrazione dei paesi arabi.
La Russia sta fornendo all’Iran migliaia di droni Gerbera, come quelli utilizzati nella guerra in Ucraina (foto Ansa)
Kiev è «molto preoccupata»
Gli Usa hanno smesso da tempo di pagare per rifornire di armi l’Ucraina. Gli armamenti più importanti giungono però ancora a Kiev dagli Stati Uniti attraverso il programma Purl (Prioritized Ukraine Requirements List). Lo schema è semplice: Washington invia le armi all’Ucraina e i paesi Nato pagano.
Ora il Pentagono starebbe pensando di dirottare in Medio Oriente gli armamenti previsti per l’Ucraina attraverso il sistema Purl. I funzionari di Kiev sarebbero «molto preoccupati» da questa eventualità, riporta il Kyiv Independent.
L’Ucraina può cedere il Donbass alla Russia
Quando Putin a inizio marzo ha telefonato a Trump per offrirgli il suo aiuto per risolvere il conflitto in Iran, il presidente americano gli avrebbe risposto: «Chiudi la guerra in Ucraina».
Le trattative con l’Ucraina però sono ferme. Il Cremlino, infatti, continua a chiedere che Kiev ceda la parte di Donbass che la Russia non è ancora riuscita a conquistare militarmente.
Volodymyr Zelensky ha rivelato mercoledì per la prima volta all’agenzia Reuters che gli Stati Uniti hanno inserito la cessione del Donbass alla Russia da parte dell’Ucraina come precondizione alle essenziali garanzie di sicurezza che gli Usa forniranno a Kiev.
«Le garanzie saranno formalizzate quando gli ucraini si ritireranno dal Donbass», ha dichiarato con rammarico Zelensky. Aggiungendo: «Il Medio Oriente ha decisamente un impatto importante sul presidente Trump».
Putin spera in una lunga guerra tra Usa e Iran
Gli Usa non hanno ancora deciso se invadere parte dell’Iran, l’isola di Kharg ad esempio, da dove passa il 90% dell’export petrolifero iraniano, per costringere il regime degli ayatollah a riaprire lo Stretto di Hormuz.
Teheran ha già dichiarato che se i propri impianti subiranno un attacco, anche tutti quelli dei paesi del Golfo verranno colpiti. L’escalation potrebbe costringere i paesi arabi a entrare nel conflitto, con conseguenze imprevedibili.
Trump ha posticipato la sua visita ufficiale in Cina a metà maggio, forse perché sa che la guerra potrebbe protrarsi per mesi. Putin non aspetta altro.
All’inizio del mese sono entrate in vigore una serie di leggi che mirano a modificare non solo i comportamenti ma anche la visione della vita dei russi. Messe al bando nelle scuole perché “inaccettabili per una giusta visione dei valori tradizionali” opere come “Il cavaliere di bronzo” di Puškin, “Le anime morte” di Gogol e i racconti satirici di Cechov.
Dal 1° marzo di quest’anno sono entrate in vigore in Russia molte leggi che intendono modificare in modo radicale e definitivo non solo i comportamenti, ma anche la visione della vita e dei principi fondamentali nei cittadini russi, con la russificazione del business, l’espansione dei “valori tradizionali”, l’imposizione di Max come unico strumento di comunicazione, i microcrediti tramite dati biometrici e molto altro. Un servizio di Meduza cerca di sintetizzare le formulazioni che hanno maggiore effetto sulla vita dei cittadini russi.
Una delle misure più simboliche riguarda la “difesa della lingua russa”, che si riflette nei “diritti dei consumatori” e nella “partecipazione alla costruzione condivisa di condomini e altri immobili”, stabilendo il principio fondamentale che qualunque informazione rivolta alla conoscenza pubblica dei consumatori deve essere espressa esclusivamente in russo. Questo vale, ad esempio, per cartelli, indicatori e pannelli informativi nei negozi, a meno che non riguardino marchi e nomi commerciali ufficialmente registrati, e non è necessario che vengano “russificati” (ad esempio, marchi come Fix Price o Rostic’s).
Inoltre, è consentito riprodurre le informazioni in russo nelle lingue ufficiali delle repubbliche, nelle “altre lingue dei popoli della Federazione Russa” e in casi eccezionali persino in lingue straniere. Tuttavia, ora sono ammessi solo caratteri cirillici nei nomi dei nuovi complessi residenziali, anche se le parole non devono necessariamente essere russe. Sebbene le autorità non abbiano adottato questa legge nella sua versione originale e rigorosa, le modifiche introdotte ieri avranno comunque un impatto su centinaia di migliaia di aziende in tutta la Russia. Alcune saranno costrette a cambiare il proprio nome, se non registrato come marchio commerciale, mentre altre dovranno commissionare la riprogettazione di insegne e altri supporti fisici; in caso contrario, le aziende rischiano multe fino a mezzo milione di rubli.
È vietata inoltre la proiezione di film che “screditano i valori spirituali e morali tradizionali”: sono entrate in vigore le modifiche alle leggi federali “Sull’informazione, le tecnologie dell’informazione e la protezione dell’informazione” e “Sul sostegno statale alla cinematografia nella Federazione Russa”. La prima legge introduce nuovi obblighi per i proprietari di servizi audiovisivi (servizi di streaming) e social network. La seconda legge introduce nuovi motivi per rifiutare il rilascio di certificati di distribuzione ai film. Ai servizi di streaming sarà vietato trasmettere opere che contengono materiale che scredita “i valori spirituali e morali tradizionali russi”, o che promuove la negazione di tali valori. Il ministero della cultura utilizzerà questi stessi motivi per revocare i certificati di distribuzione precedentemente rilasciati o per rifiutarne di nuovi, e in caso di ritrattazione, l’agenzia di controllo Roskomnadzor richiederà ai servizi di streaming e alle piattaforme di social media di rimuovere le opere dalle loro piattaforme entro 24 ore.
A partire dal 1° marzo, le piattaforme di cinema online non possono più mostrare contenuti che “screditino” i valori tradizionali e i musicisti non potranno più cantare di droghe. Il divieto di propaganda sulle droghe è stato notevolmente ampliato, e sono entrate in vigore le modifiche alla legge federale “Sugli stupefacenti e le sostanze psicotrope”. Queste riguardano principalmente l’articolo 46, che vieta la propaganda sulle droghe e include la diffusione di informazioni sull'”accettabilità, l’attrattiva o la necessità” dell’uso di droghe illegali, su eventuali “benefici dell’uso illegale” di droghe e sul compimento di “altre azioni illegali” con le droghe “giustificandole o presentandole come norme di comportamento generalmente accettate”.
La legge prevede alcune eccezioni al divieto generale di propaganda, ad esempio per le opere letterarie e artistiche se costituiscono “parte integrante del concetto artistico, giustificato dal genere”. Ora, tutte queste opere dovranno riportare un’etichetta di avvertimento sui pericoli delle droghe (a meno che non siano state pubblicate prima del 1° agosto 1990). Tuttavia, questa eccezione non si applica a tutte le nuove disposizioni sopra elencate. Per questo motivo, in previsione dell’entrata in vigore di queste modifiche, i musicisti (soprattutto i rapper) hanno iniziato a registrare nuovamente i loro brani in massa e a rimuovere le versioni precedenti dai servizi di streaming.
Ora è possibile effettuare il check-in in hotel senza passaporto, ma tramite l’app Max Messenger. Il decreto del governo russo dello scorso anno, che introduce le nuove “Norme per la fornitura di servizi alberghieri e di alloggio nella Federazione Russa”, sta entrando in vigore. Il decreto consente ai cittadini sprovvisti di passaporto o patente di guida di utilizzare l’app mobile Gosuslugi o Max Messenger per verificare i dati del proprio documento. In definitiva, però, la decisione spetta ai proprietari degli hotel, che si riservano il diritto di negare questa opzione ai propri clienti.
Sono entrate in vigore anche altre nuove regole per le prenotazioni di hotel, ostelli, campeggi e centri ricreativi. I turisti possono ora ricevere un rimborso completo in caso di cancellazione della prenotazione prima del giorno di arrivo; gli hotel e le altre strutture hanno ora il diritto di rifiutare unilateralmente la fornitura di una camera, previo risarcimento integrale al turista. I passeggeri delle compagnie aeree ora sanno esattamente per quanto tempo hanno diritto al cibo durante un ritardo del volo. Alcune regole relative ai viaggi aerei sono state chiarite sempre a partire dal 1° marzo: in particolare, le carte d’imbarco elettroniche sono ora ufficialmente equivalenti a quelle cartacee e i diritti dei passeggeri in caso di ritardo del volo sono chiaramente definiti.
I microcrediti on-line saranno ora erogati solo a coloro che forniranno i propri dati biometrici. Le società di microfinanza sono tenute a identificare i richiedenti di prestiti on-line tramite dati biometrici (questo requisito non si applica ai richiedenti che si presentano di persona). L’obiettivo di questa nuova misura è già noto nella logica legislativa: combattere le frodi. Gli autori del divieto sperano che, introducendo una barriera biometrica, i truffatori non saranno in grado di ottenere un microcredito all’insaputa del richiedente. Il mercato della microfinanza si oppone a questo requisito perché il Sistema Biometrico Unificato contiene un numero insufficiente di dati, e questo renderà impossibile per 14-15 milioni di richiedenti ottenere prestiti.
Come se non bastassero tutte queste misure di controllo, il ministero dell’istruzione ha esortato gli insegnanti a convocare con urgenza riunioni di istituto e di facoltà, e decidere quali opere della letteratura russa sono accettabili per una giusta visione dei valori tradizionali. Si è quindi votato per vietare temporaneamente l’insegnamento di opere quali “Il cavaliere di bronzo” di Puškin, “Le anime morte” e “L’ispettore generale” di Gogol’, “Un eroe del nostro tempo” di Lermontov, “Storia di una città” di Saltykov-Ščedrin, “Chi vive bene in Rus'” di Nekrasov, “Hadji Murat” di Tolstoj e i racconti satirici di Čechov “La morte di un funzionario governativo”, “Il camaleonte” e “Il grasso e il magro”.
Le motivazioni di questa censura letteraria spiegano che “Il cavaliere di bronzo” puškiniano, che racconta del viaggio per la capitale San Pietroburgo della statua bronzea di Pietro il Grande, contiene interpretazioni del potere supremo come spietato e indifferente al destino dell’individuo, il che “potrebbe alimentare una percezione negativa delle riforme governative negli studenti”. Le “Anime morte” gogoliane, forse il romanzo più russo di tutta la letteratura russa, ritraggono il sistema della pubblica amministrazione e della burocrazia come corrotto e moralmente degradato, il che “potrebbe alimentare la sfiducia nelle istituzioni statali”. “Un eroe del nostro tempo” dell’erede di Puškin, Mikhail Lermontov, include interpretazioni ambigue della guerra del Caucaso e l’immagine di un ufficiale dell’esercito russo, il che potrebbe “alimentare una percezione critica del servizio militare”. Il capolavoro tolstoiano “Hadji Murat” contiene descrizioni di conflitti militari nel Caucaso, enfatizzando la brutalità di entrambe le parti, consentendo interpretazioni che “contraddicono gli obiettivi dell’educazione patriottica”. Infine “L’ispettore generale”, il racconto che consacrò Gogol come il grande rivelatore della Russia autentica ottocentesca, descrive in modo satirico le attività dei funzionari governativi, il che potrebbe favorire una visione distorta del sistema della pubblica amministrazione.
La maggior parte delle scuole ha aderito all’ordine, “con riluttanza o con entusiasmo”. Gli insegnanti hanno inviato al ministero i verbali dei loro consigli scolastici, insieme a foto e video delle votazioni. Due scuole di Stavropol hanno proposto di ampliare l’elenco delle opere proibite includendo “I racconti della Kolyma” di Šalamov, “Arcipelago Gulag” di Solženicyn, “Il dottor Živago” di Pasternak, “Noi” di Zamjatin e “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, e a quest’ultimo simbolo della rinascita della coscienza post-staliniana si è opposta la maggioranza del corpo docente. La russificazione è una completa sottomissione ai voleri dello Stato, ma almeno il volo del Maestro e della sua amante Margherita, sopra i cieli di una Mosca sconvolta dalla visita del diavolo Woland, conserva la speranza di un futuro miracoloso, in cui si potrà parlare con lingue diverse.
“Teresa Musco nacque il 7 giugno 1943 in una povera casa del paese di Caiazzo, in provincia di Caserta.
Così Teresa descriveva i suoi “incontri” con la Madonna:
“Posso dire che, dall’età di sei anni, sono stata circondata da particolare predilezione della Mamma Celeste. Difatti era con me quando rassettavo, quando pregavo e anche quando giocavo mi sentivo chiamare per trattenermi con Lei. Quando ero malata me la sentivo sempre vicino, e per me era un conforto e una protezione. L’unica cosa che mi ripeteva sempre era: «Offri la tua sofferenza per i peccatori»”.
Un giorno le apparve Gesù dolorante e sanguinante. Ecco la descrizione di questo episodio fatta da lei stessa: “Mi trovavo sola in casa, Gesù con una grande croce sulla spalla e lamentandosi mi mostra le sue spalle tutte flagellate e tutte le ferite aperte. Io con un fazzolettino asciugai il sangue che scendeva dal viso e dalle ferite…”.
Un’altra volta la Madonna le disse:
“Figlia, offri tutto quello che ti capita di offrire per i Sacerdoti, perché… non capiscono più quale sia la volontà di Dio…”.
“Figlia Mia Teresa, sappi che molti sacerdoti, figli Miei prediletti e tanto amati da Me, dicono che Io, Mamma, oscuro la gloria e l’onore di mio Figlio! Oh, poveri figli Miei insensati! Quanto sono ciechi! Come si sono fatti prendere dal demonio!… A quanta cecità sono giunti per non aver ascoltato né Gesù né Me. Ma Io sono pronta ad accoglierli fra le Mie braccia, perdonando loro ogni offesa“.
Ma non sono io stata creata per servire mio Figlio? Non mi ha dato a voi tutti, ai piedi della Sua croce?… Ed ora sono Io che oscuro il culto a Gesù?… Vi siete lasciati condurre, da soli, per mano, da satana… E voi, figli a Me cari, volete arrivare a cancellarmi dai cuori delle creature.
Di’ a tutti che Io ho bisogno di sacerdoti umili e coraggiosi, pronti ad essere ammazzati, derisi e calpestati, perdere la propria vita, il proprio sangue, affinché per mezzo di loro …”
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Riportiamo una conferenza tenuta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) ai membri dell’Associazione Tradizione, Famiglia e Proprietà il 25 marzo 1965 dedicata all’atteggiamento della Madonna davanti al Mistero dell’Annunciazione (newsletter dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà,marzo 2015).
Oggi, 25 marzo, è la festa dell’Annunciazione dell’arcangelo san Gabriele alla Madonna e, quindi, dell’Incarnazione del Verbo. Leggiamo il Vangelo di S. Luca: «Nel sesto mese (di Elisabetta), l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra, la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei» (Lc. 1, 26-38).
Questo brano del Vangelo è pieno di contenuti interessantissimi. In primo luogo, l’anonimato in cui viveva la Sacra Famiglia, l’anonimato della stessa città. Dall’alto del Cielo, giunta la pienezza dei tempi, Dio manda l’arcangelo Gabriele sulla terra. Lo invia, però, a un posto talmente sconosciuto da lasciare stupiti: una cittadina della Galilea chiamata Nazareth. Resta sottointeso che era un piccolo villaggio. Lo invia a una vergine, sposa di un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide. Una città sconosciuta, una vergine sconosciuta, sposata con un uomo sconosciuto. L’unica cosa “onorevole” in questo racconto è la menzione alla Reale Casa di Davide.
«La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei (l’arcangelo) disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”». L’espressione «entrando da lei» sembra indicare che la Madonna fosse raccolta in una stanza isolata. “Entrare” dà l’idea di una clausura che si viola. La Madonna era, dunque, in un posto isolato, completamente sola.
È l’auge di tutto ciò che il mondo detesta: una persona sola, isolata, sconosciuta e, quel che è peggio, pregando! Proprio per una tale persona arriva il messaggio celestiale! Possiamo immaginare san Gabriele che, stando nella più alta gerarchia nei Cieli, al cospetto di Dio, è incaricato di un’importante missione, ed è inviato nel posto più inimmaginabile: una casa banale, in un piccolo villaggio sperduto, a una donna sola nella sua stanza, per recapitare il messaggio più importante della storia. Tutto questo è implicito nel testo evangelico, ed è molto bello.
Dopo il saluto dell’angelo, arriva la reazione della Madonna. Secondo certi canoni di oggi, lei avrebbe dovuto reagire esclamando: “Finalmente capiscono il mio valore e mi rendono giustizia!”. Niente di tutto ciò: la Madonna rimane turbata…
Da parte sua, l’angelo si mostra rassicurante, affabile, tranquillo. È una cosa curiosa: in tutte le apparizioni della Madonna che io conosco, si ripete la stessa scena. C’è qualcosa di terribile nella visione che produce paura. Vi è, ovviamente, molta gentilezza, molta bontà, molta affabilità. Ma la sensazione che prevale è la paura. Per esempio, i pastorelli di Fatima hanno avuto paura, tanto che la Madonna dovette calmarli: «Non abbiate paura. Non vi faccio del male». È una paura reverenziale, frutto dell’enorme sproporzione fra le due nature, dell’incontro con qualcosa di incredibilmente maestoso e diverso. Si capisce che incuta paura.
Continua il Vangelo: «Ella si domandava che senso avesse un tale saluto». Vi rendete conto del distacco psichico e temperamentale della Madonna? È qualcosa di meraviglioso! Davanti a un messaggio sconvolgente, la Madonna comincia a domandarsi che senso avesse. Cioè, mantiene la calma e, con spirito riflessivo, comincia ad analizzare il contenuto del messaggio, esaminandolo punto per punto.
Questo ci mostra un aspetto essenziale dello spirito della Madonna: di fronte a un messaggio importantissimo, che evidentemente veniva da Dio, e recapitato in un modo talmente straordinario, Lei fa un’analisi razionale, parola per parola, di ciò che Le è detto. Anche noi dovremmo essere così. Davanti alle cose più incredibili e inattese, non possiamo perdere la testa, bensì analizzarle con spirito riflessivo.
Vediamo lo stesso atteggiamento in un altro episodio raccontato da san Luca. Dopo la nascita di Nostro Signore, «Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19). La Madonna è profondamente razionale, analitica, riflessiva. Niente a che fare con certe immagini sentimentali che la presentano quasi come una bambola spensierata. E anche qui c’è una lezione per noi.
Mi esimo dal commentare l’umiltà della Madonna. È un aspetto eccelso del suo spirito, ma già illustrato da tanti autorevoli analisti, che preferirei concentrarmi su altri aspetti non solitamente mesi in luce.
La Madonna non fa nessuna domanda all’Angelo. Ma è ovvio che, per ispirazione divina, san Gabriele conosceva tutto ciò che avveniva nell’anima della Madonna. Tanto che, a un certo punto, egli risponde alle Sue preoccupazioni: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». Credo di poter dire con una certa sicurezza che queste parole siano state accompagnate da una grazia di profonda pace interiore.
Vedete un altro punto interessante: il rispetto di Dio nei confronti della Sua creatura. Egli discerne, analizza, viene incontro a ogni suo movimento interiore. La Madonna si era turbata. L’Angelo capisce il motivo di tale turbamento e lo risolve alla radice, spiegando quale fosse il senso del messaggio. Con autorità, san Gabriele afferma che Ella ha trovato grazia presso Dio. Cioè, che è così santa e virtuosa che ha meritato questa grazia. Allora la Madonna si rasserena.
L’Angelo passa allora a preparare ulteriormente il terreno psicologico per ricevere una risposta positiva. Egli approfondisce la spiegazione: «Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Da secoli, il popolo ebraico aspettava un re che salisse sul trono di Davide per governare tutta la terra. Il messaggio di san Gabriele sembrava rispondere a questa speranza terrena. Parlava di un Messia della Casa di Davide che sarebbe divenuto il re atteso dalle nazioni. La Madonna, invece, comprende correttamente: non si trattava di una regalità terrena.
Questa ambivalenza capita spesso con le grandi vocazioni. A volte Dio fa una promessa in un certo senso, ma l’individuo può capirla in un altro. È così che Dio tratta i Suoi amati; è così che li dirige nella Sua sapienza. L’Annunciazione conteneva una formulazione che gli ebrei potevano intendere in modo diverso. La Madonna, invece, preoccupata esclusivamente con le vie di Dio, ne comprende il vero significato.
Tutto sembra risolto. Invece no. Dopo l’obiezione di carattere razionale, ecco sorgerne una di carattere morale: «Come è possibile? Non conosco uomo». Ci si chiede: ma la Madonna non poteva intuirne il motivo? Se Dio decide tutto, c’è dunque bisogno di chiedere nulla? La Madonna, invece, formula chiaramente l’obiezione, rivelando una personalità molto ferma e decisa, per niente romantica o sdolcinata. E anche in questo caso, l’Angelo risolve l’obiezione alla radice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra, la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio».
Questa è la risposta definitiva alle interrogazioni della Madonna, l’esito di un travagliato processo psicologico, morale e spirituale. Il messaggio si rivela in tutto il suo splendore: si tratta della maternità divina, della maternità verginale. Il suo figlio sarà il Figlio di Dio.
Ma ecco che l’Angelo vuole chiarire ulteriormente la soprannaturalità del fatto: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». È una conferma esterna, oggettiva, di tutto ciò che la Madonna sentiva interiormente.
Fugato l’ultimo dubbio, la Madonna risponde in modo perfettamente logico: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». È una risposta perfettamente coerente: se Dio mi ha comunicato questo, è perché vuole il mio assenso, io dunque rispondo accettando la Sua volontà. Ciò mostra una profondità spirituale e una forza d’animo imparagonabili! Mostra uno spirito logico, pieno di fede e di obbedienza, uno spirito coerente che, dopo aver capito con chiarezza la situazione, prende l’unica decisione logica: Sì.
Finita la sua missione, l’Angelo si allontana dalla Madonna. Secondo l’opinione della maggior parte dei teologi, l’Incarnazione avvenne immediatamente dopo, con un’operazione insondabile dello Spirito Santo. È un mistero che scopriremo solo nell’eternità, un mistero che va oltre ogni intellezione umana. Il testo evangelico insinua questo lasciando un piccolo vuoto tra il messaggio e il compimento della profezia, una pausa piena di mistero. Del resto, non ne parla. Il Vangelo lascia nel più assoluto silenzio il momento dell’Incarnazione, operatasi in un ambiente di raccoglimento meditativo proprio delle cose sacre della liturgia.
Ecco perché, in alcuni riti orientali, al momento della Consacrazione durante la Messa si utilizza un velo che nasconde l’altare: è per sottolineare il carattere sacro e misterioso del fatto che sta per compiersi.
Questo ci fa vedere come lo spirito religioso richieda un senso di mistero e di raccoglimento. Alcune cose di Dio dicono più per quello che tacciono che per quello che enunciano. La totale chiarezza, asettica e sempliciotta, non rende l’insondabile maestà delle cose di Dio.
Chiediamo alla Madonna di coprirci con il manto del Suo spirito, di darci una verginità spirituale e materiale fatta di chiarezza e di coerenza.
Le guerre in corso in Ucraina e Medio Oriente sono parti di una guerra ben più ampia che papa Francesco, in ripetute occasioni, ha definito «guerra mondiale combattuta a pezzi». Questa formula, ripresa da molti giornalisti ed analisti internazionali, esprime l’idea che i conflitti contemporanei non costituiscono uno scontro tra potenze, delimitato nel tempo e nello spazio, ma “frammenti” sparsi nel mondo di un’unica guerra. Una guerra che è definita “ibrida”, perché è combattuta anche in tempo di pace, spesso con l’inganno, utilizzando tutte le armi offerte dalle nuove tecnologie.
Eppure questa guerra che entra ogni giorno nelle nostre case, attraverso i social e i mass media, è il riflesso visibile di un’altra guerra, anch’essa planetaria, ma invisibile, iniziata con la creazione dell’universo e destinata a concludersi solo con la fine del mondo. Essa ha avuto origine nel peccato di Lucifero e degli angeli ribelli, compiuto di fronte a Dio all’alba del tempo. Nessuno può sottrarsi a questo conflitto, perché ogni uomo costituisce il campo di battaglia di uno scontro mortale, che prolunga sulla terra la lotta iniziata nel Cielo.
Una parte degli angeli decaduti, i demoni, fu precipitata all’inferno, ma Dio permise che un’altra parte rimanesse sulla terra per tentare l’uomo, cercando di condurlo alla dannazione eterna. I demoni, puri spiriti, dotati di intelligenza assai più perfetta di quella umana, impiegano tutte le loro capacità per allontanare l’uomo da Dio. Tuttavia, come spiega Tommaso d’Aquino, essi non possono agire senza il permesso divino, che consente la loro azione per mettere alla prova la fedeltà dell’uomo (Summa Theologiae, I, q. 114, a. 1).
L’azione dei demoni non si limita alle singole anime, ma si estende alle idee e alle istituzioni, per influenzare profondamente la società. Nella storia vi sono state epoche ordinate a Dio, come il Medioevo cristiano, e altre segnate da un rifiuto sistematico della sua legge, come avviene nella società contemporanea. Quando un’intera società si ribella a Dio, il rischio di perdere l’anima diventa altissimo e si rende necessaria una protezione celeste per contrastare l’azione del demonio.
E’ per questa ragione che nelle Litanie di San Giuseppe, approvate nel 1909 da san Pio X, appare l’invocazione «Sancte Ioseph… terror daemonum, ora pro nobis».
Pio IX, l’8 dicembre 1870, dichiarò san Giuseppe “Patrono della Chiesa cattolica” e Leone XIII, il 15 agosto 1889, gli dedicò l’enciclica Quamquam pluries. Di fronte ai mali che affliggevano la Chiesa e la società intera, «quando il potere delle tenebre sembra possa osare tutto a danno della cattolicità», afferma Leone XIII, oltre alla devozione alla Santissima Vergine Maria è necessaria quella a san Giuseppe. Infatti, il capo Sacra Famiglia, sposo della beatissima Vergine Maria e padre putativo del Figlio di Dio, per estensione dei suoi privilegi, «si deve reputare difensore e tutore della Chiesa, la quale è veramente la casa del Signore e il regno di Dio in terra».
Il legame di Giuseppe con Gesù e Maria è indissolubile. Non a caso, a Fatima, il 13 Ottobre 1917, mentre la folla assiste al miracolo del sole, i tre veggenti, Lucia, Giacinta e Francesco, videro la Sacra Famiglia con san Giuseppe e Gesù Bambino che benedicevano il mondo. Per questo Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptoris Custos pubblicata il 15 agosto 1989, nel centenario della Quamquam Pluries, definisce san Giuseppe «minister salutis», in quanto cooperatore singolare al mistero dell’Incarnazione. Il Papa raccomanda anche la preghiera dedicata un secolo prima da Leone XIII al Beato Giuseppe, ricordandone le efficaci parole: «Allontana da noi, o padre amatissimo, questa peste di errori e di vizi…, assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre…; e come un tempo scampasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità».
Nella celebre omelia del 29 giugno 1972, Paolo VI parlò del “fumo di Satana” entrato da qualche fessura nel tempio di Dio. Oggi questo “fumo” sembra avvolgere il mondo intero e san Paolo esorta i cristiani a combattere contro «i dominatori di questo mondo di tenebra» (Ef 6, 12). Gesù Cristo, però, sconfigge ed umilia i padroni delle tenebre. Il suo solo Nome esercita una potenza assoluta sul mondo infernale: «In nomine Iesu omne genu flectatur… caelestium, terrestrium et infernorum» (Fil 2,10). «Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi… nei cieli, sulla terra e negli inferi».Tutti coloro che hanno fede in me, dice ancora Gesù, «in mio nome scacceranno i demoni»; «In nomine meo daemonia eicient» (Mc 16,17), cioè, con l’aiuto della grazia di Dio saranno capaci di resistere alle insidie e alle tentazioni di Satana. Tuttavia, il ruolo di vincitrice delle potenze infernali spetta, dopo Cristo, in modo eminente alla sua divina Madre, Maria, alla quale la Scrittura attribuisce la vittoria sul demonio con le parole «Ipsa conteret caput tuum» ; «Lei stessa schiaccerà il tuo capo» (Gen 3,15). Infatti, afferma Pio IX nella Costituzione Ineffabilis, con la quale definì l’Immacolata Concezione:«La gloriosissima Vergine fu la riparatrice dei suoi progenitori; la vivificatrice dei posteri; colei che l’Altissimo, da tutti i secoli, si era scelta e preparata; che fu da Dio preannunciata, quando disse al serpente: “Porrò inimicizia fra te e la donna”; che senza dubbio schiacciò il capo velenoso dello stesso serpente» (Costituzione apostolica Ineffabilis Deus dell’8 dicembre 18754). Gesù Cristo, davanti al cui Nome tremano gli inferi, è il vincitore assoluto sul demonio, ma Dio, che comunica ai suoi santi, per partecipazione, ciò che è proprio di Cristo in modo perfetto, havoluto associare Maria a questa vittoria. Maria a sua volta non volle mai operare senza la stretta collaborazione del suo Sposo, al quale la Trinità aveva affidato la custodia di Lei e del Figlio. Pe questo san Giuseppe partecipa in modo misterioso, ma reale alla vittoria sul demonio, che è al centro dell’opera della Redenzione. La Chiesa gli ha giustamente attribuito il titolo di “terrore” dei demoni e con queste parole lo invochiamo, pregandolo di dissipare il caos infernale in cui è immerso il mondo e di sostenerci nell’ora delle ultime tentazioni al momento della morte
di Massimo Gaggi| 26 marzo 2026- Corriere della Sera 27 Marzo 2026
Hegseth, liquidato come un personaggio ridicolo, si sta imponendo non solo come ministro della Guerra — il poliziotto cattivo che, mentre Trump dice di voler negoziare, minaccia di annientare l’Iran a forza di bombardamenti «intelligenti» — ma anche come condottiero di una crociata dei nazionalisti cristiani contro l’islam
Quando, arrivato alla Casa Bianca, Donald Trump nominò Pete Hegseth ministro della Difesa, le reazioni furono di incredulità e sarcasmo, anche a destra. Un ex ufficiale di fanteria, conduttore televisivo della Fox, con una pessima fama: abusi di alcol e sessuali, disastri finanziari.
Un passo falso del presidente: era atteso un cambio di cavallo. Invece Trump lo difese fino in fondo (ci volle il voto del vicepresidente JD Vance per far passare la sua nomina al Senato) e continuò a proteggerlo dalle tante richieste di dimissioni arrivate quando ruppe le regole di segretezza del Pentagono o quando convocò generali Usa da tutto il mondo per un incontro di indottrinamento ideologico.
Con Trump, aspirante Nobel della Pace, travestito da pompiere di ogni conflitto, Hegseth sembrava servire soprattutto come volto di propaganda televisiva. Poi la svolta: il segretario alla Difesa che diventa ministro della Guerra, il bombardamento dei siti nucleari iraniani a giugno, il blitz in Venezuela con la decapitazione del regime e , ora, la guerra contro la repubblica degli ayatollah.
Perché lanciare un attacco che lo danneggia sugli unici due fronti che contano per lui, i sondaggi di popolarità in vista delle elezioni e i mercati? Trascinato da Netanyahu? Puro istinto di un Donald che, ignorando i moniti dei militari, si illude di poter fare dell’Iran un altro Venezuela? Desiderio di mettere alle strette la Cina togliendole il petrolio di Teheran, dopo quello sudamericano?
Le cause sono varie, ma ce n’è anche una sottovalutata, forse non ancora centrale, ma molto pericolosa. Hegseth, liquidato come un personaggio ridicolo, si sta imponendo non solo come ministro della Guerra — il poliziotto cattivo che, mentre Trump dice di voler negoziare, minaccia di annientare l’Iran a forza di bombardamenti «intelligenti» — ma anche come condottiero di una crociata dei nazionalisti cristiani contro l’islam: lui che ha il motto di quella del 1096, deus vult, tatuato sui bicipiti.
Solo per dare una scossa ai Maga contrari alle guerre, delusi da Trump? Forse, ma dietro di lui si agitano evangelici che usano linguaggi estremi, apocalittici: attendono rotture e la seconda venuta di Cristo. Ce ne sono anche alla Casa Bianca. Mentre diversi soldati raccontano di comandanti che presentano il dispiegamento di truppe intorno all’Iran come parte del piano di Dio.