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Il beato Pio IX, il papa dell’Immacolata

Oggi, la sua memoria liturgica

Pio IX | Pio IX | Credit pdPio IX | Pio IX |Credit pd

Di Antonio Tarallo

Roma , sabato 7 febbraio 2026, 14:00 (ACI Stampa).

Il Beato Pio IX, l’ultimo Papa re. Un pontefice che ha lasciato un’eredità profonda e importante. Fra questa eredità c’è senza dubbio l’aver proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria. Era l’8 dicembre del 1854 quando il beato Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus” proclamava Maria “tutta bella e perfetta” perché “immune interamente dalla macchia del peccato originale”. Il Papa Re poneva così fine a secoli di diatribe e controversie (soprattutto risalenti all’epoca medievale) che vedevano protagonisti diversi teologi e importanti università.

“Non appena fummo elevati, non per nostro merito, ma per arcano disegno della divina Provvidenza, alla sublime Cattedra del Principe degli Apostoli (…) fummo presi da grandissima consolazione, Venerabili Fratelli, nel rilevare come già sotto il Pontificato del Nostro Predecessore Gregorio XVI, di felice memoria, fosse divenuto ardente nel mondo cattolico il desiderio che finalmente venisse definito dalla Sede Apostolica, con solenne provvedimento, che la Santissima Madre di Dio e Madre nostra amabilissima, l’Immacolata Vergine Maria, era stata concepita senza peccato originale. Questo piissimo desiderio è chiaramente e indubbiamente testimoniato dalle suppliche inviate al Nostro Predecessore e a Noi: suppliche con le quali celebri Vescovi, insigni Capitoli di Canonici e Famiglie Religiose, tra le quali l’inclito Ordine dei Predicatori, gareggiarono nell’implorare con insistenza che si permettesse di annunciare pubblicamente e di aggiungere nella sacra Liturgia, particolarmente nel Prefazio della Messa della Concezione della beatissima Vergine, l’aggettivo “Immacolata””. Queste righe sono contentute nella Lettera Enciclica “Ubi primum” del 2 febbraio 1849. Pio IX chiese a tutti i vescovi di esprimersi sull’opportunità della definizione del concepimento senza peccato originale della Vergine: “Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio”, così nel documento. 

I Vescovi e i prelati, allora, fecero arrivare al pontefice il loro responso: quasi tutta la maggioranza volle esprimere parere favorevole alla proclamazione del Dogma.

Ed ecco, allora, altro documento di papa Pio IX: “Dio ineffabile, le cui vie sono la misericordia e la verità, la cui volontà è onnipotente, e la cui sapienza si estende con potenza da un’estremità all’altra [del mondo] e tutto governa con bontà  avendo previsto da tutta l’eternità la luttuosissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo, decretò, con disegno nascosto dai secoli, di compiere l’opera prima della sua bontà con un mistero ancor più profondo, mediante l’incarnazione del Verbo”.

E’ questo l’incipit della Costituzione Apostolica “Ineffabilis Deus”, Definizione dogmatica dell’immacolato concepimento della B. V. Maria. Documento che recava alla fine: “nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1854, 8 dicembre, anno IX del Nostro pontificato”

Ed ecco la proclamazione del Dogma: “Dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli”.

Pio IX, un pontefice che ha fatto la storia della Chiesa. 

La Russia indietro nel futuro

di Stefano Caprio – ASIA NEWS – 7 Febbraio 2026

Secondo lo slogan degli ideologi di Putin soltanto fondandosi sui principi originari della civiltà e sui valori tradizionali oggi si può costruire con efficacia il futuro del Paese. Mentre il patriarca Kirill sostiene che sia necessario rafforzare “la sovranità non soltanto statale, ma anche spirituale”. Per fare della Russia “un’arca universale della salvezza” per tutti.

Come ogni anno, nelle settimane successive alle feste di gennaio si sono tenute in Russia le XXXIV “Letture Natalizie”, Roždestvenskye Čtenija, una serie di incontri e conferenze in ambito ecclesiastico, sociale e politico per discutere delle prospettive della Chiesa e del Paese nel campo della cultura e dell’educazione. Negli anni Novanta questi incontri radunavano tutti coloro che vedevano nella rinascita religiosa della Russia un campo di grande dialogo tra il passato ateista e il futuro delle comunità non solo della Chiesa ortodossa, ma anche delle altre confessioni e religioni, e dei diversi approcci teologici e di spiritualità, mentre oggi si concentrano sulle grandi visioni del patriottismo ortodosso di Stato.

Una delle manifestazioni più partecipate è stato il convegno tenuto al Centro nazionale Rossija di Mosca sul tema “Indietro nel futuro”, organizzato dal movimento ultra-conservatore Sorok Sorokov, “Quaranta quarantine” (nome che ricorda le chiese di Mosca del passato) insieme al dipartimento sinodale del patriarcato di Mosca per i rapporti con la società e i mezzi di comunicazione. Ad esso hanno partecipato oltre 60 relatori e migliaia di ascoltatori, membri del clero e uomini politici, deputati e sportivi famosi, esperti negli ambiti della demografia, della cultura e dell’istruzione, per approfondire il tema proposto da uno degli ultimi decreti del presidente Vladimir Putin sugli “Obiettivi nazionali dello sviluppo della Federazione russa”, rivolgendosi all’esperienza millenaria del cammino spirituale della Russia.

“Indietro nel futuro” è la definizione dell’approccio fondamentalista che si vuole rafforzare nelle coscienze dei russi, per cui soltanto fondandosi sui principi originari della civiltà e sui valori tradizionali tramandati dagli avi si può costruire con efficacia il futuro del Paese, che corrisponda agli scopi nazionali contemporanei. Il moderatore Andrej Kormukhin, fondatore del movimento delle Quarantine, ha dichiarato che “la Russia è all’inizio di un grande e nuovo cammino per affermarsi come Paese civilizzatore, al centro dei poli del mondo multipolare, grande alla sua millenaria bogotsentričnost [la “centralità divina”]”. A suo parere solo nella rinascita di questa grande storia si potrà “correggere la situazione demografica, il clima etico-morale e la vita sociale ed economica, passando dalla società dei consumi che genera il vizio e la corruzione a una relazione sociale basata sulla giustizia e la solidarietà”.

Secondo la vice-presidente della Duma, Anna Kuznetsova, “siamo chiamati a realizzare l’obiettivo della custodia del popolo [altro neologismo della narodosbereženie] come scopo nazionale, che può essere raggiunto solo da uno Stato sovrano che ne rivendica il diritto” soprattutto per “garantire un futuro felice e stabile per i nostri figli”. Il governatore della regione di Vologda, il super-conservatore Georgij Filimonov, ha presentato il programma regionale sulla “Famiglia: pietra miliare della Russia settentrionale”, che ha raggiunto per la prima volta nello scorso anno l’obiettivo di aumentare le nascite dei “primi figli” grazie alla “profilattica contro l’aborto”, alla limitazione della vendita di alcolici e sigarette elettroniche e ai finanziamenti concessi alle ragazze anche minorenni disponibili per la gravidanza.

L’arcivescovo delle isole Sakhalin e Kurili nell’Estremo Oriente, Nikanor (Anfilatov), ha spiegato che il ruolo di Paese civilizzatore della Russia “si basa non soltanto sulle norme del diritto, ma soprattutto sulle fondamenta spirituali”, e le sfide del presente si possono affrontare “soltanto restaurando la legge morale nel cuore delle persone, per rafforzare l’accordo sociale”, e il vice-presidente del dipartimento sinodale Vakhtang Kipšidze aggiunge che “dobbiamo offrire una lettura cristiana delle urgenze attuali, come quella dell’intelligenza artificiale”. Egli offre il paragone con la Russia del XV secolo, il periodo della rinascita dopo il Giogo Tartaro, “quando non esisteva l’AI, ma si è visto come tutto può cambiare e dobbiamo prepararci a non soccombere alle nuove tecnologie”. Il presidente della commissione patriarcale per la famiglia, il padre Feodor Lukyanov, ha ricordato l’appello del patriarca Kirill a lottare contro i rituali di magia e occultismo, che “diffondono sentimenti radicali e ostili al ministero dei sacerdoti” provocando una degradazione spirituale della società “con la pubblicità ossessiva di queste pratiche”, da sempre molto diffuse in Russia fin dalla coesistenza del Battesimo cristiano e degli antichi riti pagani.

Il lavoro del convegno si è suddiviso in vari settori tematici, il primo dei quali era “Famiglia: superamento della mentalità egocentrica e rigenerazione della mentalità sobornica [dal concetto di sobornost, “comunione universale”]”, con molti esperti di demografia e politiche della famiglia, sottolineando che “la crisi familiare è in gran parte una crisi di significati” e serve quindi “la restaurazione della gerarchia dei valori, mettendo la responsabilità comune e il sacrificio amorevole al posto del comfort personale”. Per questo i sussidi statali alla famiglia non devono essere soltanto degli aiuti materiali, ma “sostegni della carcassa spirituale”. Le altre sessioni hanno affrontato i temi della “Ortodossia e dello sport”, della “Famiglia, casa e bambini” nel campo dell’edilizia familiare cittadina e di campagna, del “Futuro della gioventù”, della “Rinascita della Santa Rus’ nel campo della cultura” e del “Ruolo degli imprenditori tradizionalisti nella riscoperta della Santa Russia”.

Il momento centrale di tutte le iniziative delle Letture Natalizie è stato l’intervento del patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) alla sessione plenaria della Duma e del Consiglio della Federazione, una variante “istituzionale” introdotta in questa manifestazione solo negli ultimi anni per sottolineare “lo sforzo comune della Chiesa e dei rappresentanti del potere legislativo, che condividono la responsabilità del destino del popolo”, come ha sottolineato il patriarca. È necessario che “si rafforzi la sovranità non soltanto statale, ma anche spirituale, che il popolo cresca moralmente nell’espressione del suo potenziale intellettuale, culturale e creativo”, proclama Kirill, per raggiungere una salvezza che non rimandi a un futuro Regno dei Cieli, perché “esso comincia qui, sulla terra”. E se invece l’uomo “ha l’inferno nell’anima e la sua coscienza vive nell’oscurità”, questo stato miserevole si prolungherà per l’eternità intera.

Il patriarca approfondisce il tema del ruolo della Chiesa nella collaborazione con lo Stato, “certo con quei rappresentanti del potere che concordano con la difesa dei valori tradizionali”, anche se la Chiesa non partecipa direttamente alla lotta politica, ma “non si sottrae alla lotta per affermare la verità divina, anche in aperta discussione con chi la contesta”. Nella “sinfonia” dei poteri quindi la Chiesa deve intervenire per spiegare e difendere la “sovranità spirituale” che conviene non soltanto alle istituzioni statali, ma “a tutta la società civile e a tutti i veri patrioti della Russia”. A questi si aggiungono anche i tanti cittadini di altri Stati che desiderano trasferirsi in Russia, perché a casa loro “per difendere i principi morali rischiano di perdere il lavoro, o addirittura finire in prigione”, e quindi la Russia deve assumersi la responsabilità di rappresentare “l’arca universale della salvezza” per tutti. Kirill assicura che “questo non è un mio pensiero, un’immagine che si è formata nella mia coscienza mentre scrivevo questo testo, ma sono cose che mi sono state riferite da persone che vivono in Paesi dell’Europa occidentale”. Il patriarca ringrazia Dio per la decisione del presidente Putin, ad agosto 2024, di firmare il decreto di accoglienza degli stranieri che condividono i valori della Russia e “non sono d’accordo con l’ideologia neoliberale che viene loro imposta”.

La collaborazione tra la Chiesa e lo Stato è quindi particolarmente necessaria nei tempi attuali dell’operazione militare speciale, assicura il patriarca, “quando i nostri soldati al fronte affrontano ogni giorno la morte, e devono rispondere alla domanda fondamentale per ogni essere umano sul senso della vita, difendendo eroicamente i valori fondamentali per il nostro popolo, quelli della verità, del bene e della giustizia”. Ricordando il loro sacrificio “noi non abbiamo il diritto di abbandonarci alla paura, alla pigrizia, come purtroppo succede a una parte consistente della nostra popolazione”, alludendo alla diffusa politica di indifferenza verso tutto ciò che accade, tipica dei cittadini di Mosca e San Pietroburgo e di tutte le grandi città della Russia, dove si vive la sensazione di essere già nel Regno dei Cieli. Il patriarca ha poi raccomandato ai politici di risolvere la questione dello status dei cappellani militari, “indispensabili per gli impegni dell’operazione militare speciale”, spesso emarginati dai “circoli militari che si occupano dell’addestramento e della formazione”, mentre “chi altri può trovare le giuste parole per confortare coloro che affrontano la morte?”.

Per giustificare questa insistenza sulla presenza della Chiesa anche nell’esercito, il patriarca Kirill ricorda “tutta la storia delle forze armate della Russia”, risalendo fino ai monaci guerrieri inviati da san Sergij di Radonež per accompagnare il principe Dmitrij Donskoj nella battaglia di Kulikovo del 1380, quando per la prima volta i russi sconfissero i tatari, evidenziando il ruolo salvifico della Santa Russia. L’ultimo argomento da lui affrontato è stato la necessità di escludere la volgarità dal linguaggio comune dei russi, che è sembrata una velata critica alle espressioni “di strada” tipiche del presidente Putin, e che in fondo sono anch’esse un’eredità della lingua russa del passato (quasi tutte le parolacce russe più frequenti si trovano nelle lettere cinquecentesche di Ivan il Terribile). La Chiesa e lo Stato in Russia cercano quindi insieme di andare indietro nel futuro, ma anche avanti nel passato.

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1936

 4 Febbraio 2026 

di padre Serafino Lanzetta

 Riportiamo la seconda parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religionedi padre Serafino M. Lanzetta.

«Io piango perché tu non piangi»

Questo è un programma di vita davvero importante. A questo proposito, è degno di nota un grande autore inglese, Padre Robert Hugh Benson (1871-1914), convertito alla fede cattolica dall’anglicanesimo. È conosciuto soprattutto per il suo bellissimo romanzo “Il padrone del mondo”. Dopo la conversione continuò a scrivere, producendo numerose opere per difendere apologeticamente la fede cattolica. Una di queste è The Mystical Body and its Head (Il Corpo mistico e il suo Capo, Sheed and Ward, New York 1911), tratta dalla sua opera più ampia Christ in the Church (Cristo nella Chiesa). Nella sezione dedicata al Getsemani – il libro è una profonda meditazione sulle tappe della Passione di Cristo – Padre Benson riflette sull’unicità del Corpo Mistico di Cristo e parla in modo illuminante della corredenzione anche senza citarla in maniera diretta. Il nucleo di questo mistero è tutto lì.

Benson dice che nella Chiesa Cattolica esiste un principio che viene non solo accolto, ma anche pienamente messo in pratica: il principio del dolore vicario, della sofferenza vicaria (il concetto analizzato prima: il fatto che Gesù abbia fatto qualcosa al posto nostro, che cioè si sia offerto per noi al fine di redimerci). Questo principio del dolore vicario, cioè l’amore con cui ci aiutiamo a vicenda a raggiungere la santificazione, dice Padre Benson, è pienamente riconosciuto e vissuto nella Chiesa Cattolica ed è al contempo ciò che manifesta l’unicità della Chiesa. Viene citato l’esempio del Santo Curato d’Ars, il quale, un giorno, mentre confessava per ore, come sempre, ricevette un penitente che gli elencò dei peccati gravissimi, ma senza il minimo segno di contrizione. Il santo Curato ne fu stupito ed esclamò: «Come? Non piangi? Non versi una lacrima per i tuoi peccati?». E continuando ad ascoltare quella confessione poco contrita, soggiunse: «Io piango perché tu non piangi».

Questa è squisita carità. Questa è corredenzione in azione; la corredenzione di un sacerdote, il Santo Curato d’Ars, che era disposto a fare qualcosa al posto di quel penitente, a “soffrire al suo posto”, pur di guadagnarlo a Cristo. Padre Benson commenta e dice che questo è un esempio lampante della bellezza e dell’unicità della Chiesa Cattolica. Questa sofferenza vicaria è corredentiva ed è un principio di vita cristiana. Leggiamo quanto scrive Benson:

«Questo principio, dunque, attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dalla testa ai piedi. In essa non solo il sacrificio esteriore della Croce viene offerto incessantemente nell’augustissimo mistero dell’altare – (ciò che Cristo ha fatto una volta lo fa sempre) –; e in un modo diverso nelle sofferenze esterne delle sue membra; ma anche i dolori interiori del Getsemani vengono similmente perpetuati. Ogni vero sacerdote, nel confessionale, conosce qualcosa di quel senso del peccato che porta su di sé al posto del penitente. “Io piango, singhiozzava il Curato d’Ars, perché tu non piangi”. Ogni cattolico ben istruito sa offrire il proprio dolore per la salvezza di un’altra anima, perché soltanto nella Chiesa Cattolica si manifesta questa stirpe sacerdotale di cui parla il primo Papa (cf. 1Pt 2,9). Solo nella Chiesa Cattolica, infatti, quell’immenso principio del dolore vicario viene accolto, riconosciuto e vissuto: quel principio sul quale è tenuta insieme l’intera catena della vita, persino nell’ordine fisico… “Qui nella mia Chiesa, e solo qui, rivivo in pienezza, con volontà e intelligenza, quella mia agonia registrata nei Vangeli. Qui, nella cella del contemplativo, nel confessionale di un degno sacerdote, nella stanza da letto di un sofferente altruista, in ogni agonia interiore coraggiosamente sopportata, rimango ancora una volta nel giardino, immerso nel sangue, strappato da me, non dai flagelli ma dal dolore”».

Questo principio cristiano della sofferenza vicaria non è forse corredenzione in azione? Come possiamo amare uno sconosciuto, addirittura un nemico, offrendo qualcosa di nostro per la sua salvezza? Si tratta di una cosa difficilissima ovviamente; eppure questa è la lezione che ci da Gesù. Dobbiamo amare persino il nostro nemico. Ma come possiamo amarlo se non partecipiamo all’amore sacrificale di Cristo e della Beata Vergine Maria ai piedi della Croce? Come possiamo cominciare a mettere in pratica la legge del perdono? È quasi impossibile se non ci immergiamo in quest’oceano immenso di amore che sgorga dalla Croce di Nostro Signore. Contempliamo la Croce, viviamo questo mistero della Croce insieme alla Vergine Santissima come co-redentori.

Non c’è edificazione del Corpo Mistico di Cristo senza questo mistero della sofferenza vicaria che ci riporta al cuore del mistero della redenzione di Gesù come sacrificio di espiazione. La morte di Cristo in croce non un incidente di percorso, qualcosa di non voluto, una mera esecuzione di routine da parte dei Romani. Nulla di tutto ciò. È un atto di totale donazione di Sé che Cristo fa per noi. Egli ha fatto ciò che noi non eravamo capaci di fare: ci ha salvati con il dono di Sé, con l’offerta del suo Corpo e del suo Sangue.

Di qui la regola basilare della vita cristiana: “Io faccio qualcosa per te perché tu non puoi farlo. Non ne sei capace. Ti aiuto, faccio qualcosa al tuo posto”. San Massimiliano M. Kolbe, nel campo dell’odio e della morte, addirittura esclamerà: “Prendo il tuo posto”, offrendosi vittima al posto di un padre di famiglia. Padre Kolbe, in quell’orribile campo dell’odio, uscì dalla fila, dopo essere stato umiliato per l’ennesima volta con un fare di spregio sarcastico: “Cosa vuole questo sporco polacco”, e disse: “Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano. Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli”.

Queste parole si imprimeranno in quella mente crudele e abitata dal male del vice-comandante del campo di concentramento, Karl Fritzsch che selezionava i dieci condannati a morte a causa dell’evasione del campo da parte di un prigioniero. Saranno il suo tormento, il verme della sua coscienza: un uomo si era offerto al posto di un altro scegliendo di morire di fame e di sete nel bunker della morte. Perché? Un’idea pericolosa che poteva condannare al fallimento l’impero nazista dell’odio?

Franciszek Gajowniczek, l’uomo salvato da San Massimiliano, molti anni dopo ricordò quel drammatico momento con queste parole: “Kolbe uscì dalle fila, rischiando di essere ucciso sull’istante, per chiedere al Lagerfhurer di sostituirmi. Non era immaginabile che la proposta fosse accettata, anzi molto più probabile che il prete fosse aggiunto ai dieci selezionati per morire insieme di fame e di sete. Invece no! Contro il regolamento, Kolbe mi salvò la vita”.

L’amore salva. San Massimiliano, infatti, lascerà scritte queste immortali parole: “Solo l’amore crea”. Il suo amore, appreso alla scuola della Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie – folle era il suo amore per l’Immacolata – impartì la più grande lezione di carità. Fu l’inizio della miserevole fine dell’impero nazista. Così Padre Kolbe edificò una Città dell’Immacolata che sopravviverà per sempre, nonostante il tentativo di sopprimerla. L’amore vicario, intriso di sofferenza offerta per amore, vince donando la vita. L’odio invece uccide e distrugge. 

Questo è eminentemente cristiano. Anzi, dobbiamo essere più precisi: questo è cattolico, perché nel protestantesimo la cooperazione con la grazia viene eliminata. Non esiste cooperazione, perché l’uomo, secondo Lutero, non è affatto in grado di cooperare in ragione dei suoi peccati che hanno non solo hanno ferito la natura umana, ma l’hanno completamente devastata e resa incapace di operare. L’uomo è del tutto incapace di compiere qualsiasi bene. La sola cosa che possiamo fare è credere e credendo siamo salvati. Non c’è opera, non c’è cooperazione intesa come collaborazione con Dio perché non solo non è necessaria ma è addirittura impossibile. La fede supplisce a tutto e rende le opere di carità superflue se non addirittura insidiose e superbe. 

Nella Chiesa Cattolica, invece, mantenendo questo principio del Corpo Mistico di Cristo affermiamo, insegniamo e mettiamo in pratica questo mistero: l’uomo è capace di cooperare con Cristo in ragione della sua grazia che guarisce e che spinge all’imitazione del Maestro. Il tutto è riassumibile nel mistero della corredenzione di Maria Santissima, l’opera di collaborazione più eccelsa con il divin Maestro, resa possibile dalla grazia di Cristo e mossa unicamente dalla carità perfettissima della Vergine Maria verso Dio e verso il prossimo.

Noi, invece, traiamo un vantaggio personale dalla cooperazione con Dio, per dir così, che consiste anzitutto nel poter espiare i nostri peccati, oltre che espiare per gli altri. Noi dobbiamo “necessariamente” cooperare altrimenti non siamo salvi in ragione dei nostri peccati, quantunque la necessità morale principi da una libertà fondativa dell’essere cristiano. Maria liberamente coopera e solo per il nostro bene: ama Dio e il prossimo con un amore perfetto, perfettamente altruista, e così contribuisce alla nostra salvezza. Lei è la sola che dice, come Gesù: “Tutto quello che tu non puoi fare perché incapacitato dal tuo orgoglio e dalla tua miseria, lo faccio io per te. Prendo su di me la tua miseria e con Gesù ti guarisco”. 

Così capiamo che la corredenzione non è solo teoria. Ha un impatto assolutamente centrale nella nostra vita cristiana. Ogni cristiano dovrebbe studiarla e approfondirla sempre più. Essere cristiano significa essere cooperatore, corredentore in Cristo. Ciò è riassunto dalla Parola di Dio espressa da San Paolo ai Colossesi: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (1,24). Ovviamente alla Passione di Cristo non manca nulla in sé. Ciò che manca è soltanto la mia personale cooperazione con il Signore per l’edificazione del suo Corpo mistico, cioè per la salvezza di tutti i fratelli, perché tutti siano raggiunti dall’amore salvifico di Gesù e Maria e così diventino membra di quest’unico Corpo.

Maria Co-redentrice ci dice questo: l’amore compassionevole guarisce e salva. Tutti i Santi che hanno salvato di volta in volta gli uomini edificando la città di Dio tra loro hanno messo in pratica questo amore co-redentivo, l’amore della Vergine Maria. (continua)

Il “suicidio assistito” degli uomini e delle nazioni

Società | CR 1936

– di Roberto de Mattei  4 Febbraio 2026 

La cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell’eutanasia e nel cosiddetto “suicidio assistito”, di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell’omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l’introduzione dell’aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento

 Il suicidio, che è l’atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell’omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d’Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l’acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un’illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell’atto umano in quanto tale. 

Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore.

Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l’essere, ripudia la vita, infligge un “vulnus” nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l’essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l’essere arriva a contraddirsi negando sé stesso»(Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664). 

Per questo sant’Alfonso Maria de’ Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», inTheologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4)

Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest’atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell’universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344).

Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, come stabilito dall’articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile.

Ciò che si propongono i fautori dell’eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro che cercano di impedirla, anche solo sconsigliandola.

Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell’autonomia individuale.  Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee.

L’odio metafisico verso l’essere, che caratterizza il suicidio è anche l’anima del processo rivoluzionario dell’Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla “sostituzione” dei popoli attraverso l’immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell’Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant’anni, dai “padroni del pensiero contemporaneo”, come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017).

  Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede».  Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti…” e, «se non si convertirà», “…diverse nazioni saranno annientate». 

A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un’ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l’oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede? 

Se così è, il “suicidio assistito” da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: “Qual’è il destino della società umana?”. La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte.

SUPPLICA A SAN BIAGIO

Presentazione del Signore (Festa della Candelora)


autore: Francesco Francia anno: 1517 titolo: La presentazione di Gesù Bambino al Tempio e La Purificazione della Vergine luogo: Abbazia di Santa Maria del Monte

Nome: Presentazione del Signore

Titolo: Candelora

Ricorrenza: 2 febbraio

Tipologia: Festa

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Luca 2, 29-31).

Questa festa è chiamata con svariati nomi, ciascuno dei quali ricorda un fatto avvenuto in questa giornata in cui la Sacra Famiglia ci diede l’esempio della più perfetta ubbidienza.

Iddio nell’Antico Testamento aveva prescritto che ogni figlio primogenito fosse consacrato a Lui in memoria del beneficio fatto al suo popolo quando tutti i primogeniti degli Egiziani perirono sotto la spada dell’Angelo sterminatore risparmiando invece gli Ebrei.

Un’altra legge poi ordinava che ogni donna ebrea si presentasse al Tempio per purificarsi, quaranta giorni dopo la nascita del bambino, oppure dopo ottanta, se era una figlia, portando alcune vittime da sacrificarsi in ringraziamento ed espiazione.


Siccome le due cerimonie potevano compiersi tutte due assieme, Giuseppe e Maria portarono Gesù alla città santa, quaranta giorni dopo il Natale

Benché Maria non fosse obbligata alla legge della purificazione, poiché Ella fu sempre vergine e pura, tuttavia per umiltà ed ubbidienza volle andare come le altre.

Ubbidì poi al secondo precetto di presentare ed offrire il Figlio all’Eterno Padre; ma l’offrì in modo diverso dal come le altre madri offrivano i loro figliuoli. Mentre per le altre madri questa era una semplice cerimonia. senza timore di dover offrire i figli alla morte, Maria offrì realmente Gesù in sacrificio alla morte, poiché Ella era certa che l’offerta che allora faceva doveva un giorno consumarsi sull’altare della croce.



Giunti nel recinto del tempio venne loro incontro un vecchio venerando di nome Simeone, uomo giusto e pio, a cui lo Spirito Santo aveva promesso che non sarebbe morto prima d’aver mirato il Salvatore del mondo. Illuminato dal cielo aveva riconosciuto che il figlio di Maria era appunto l’aspettato delle genti. Presolo fra le braccia nell’entusiasmo della riconoscenza esclamò: « Or lascia, o Signore, che il tuo servo, secondo la tua parola, se ne vada in pace… »: poi benedisse i genitori del Bambino dicendo a Maria: « Ecco Egli è posto a rovina e resurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; ed anche a te una spada trapasserà l’anima ».

Maria istruita nella Sacra Scrittura aveva già intravvisto tutte le pene che doveva patire il suo Figlio. e nelle parole di Simeone ne ebbe la dolorosa conferma. Maria a tutto acconsente. e con mirabile fortezza, offre Gesù all’Eterno Padre, ma la sua anima fu in quel momento attraversata da una spada.



Fatta l’offerta come prescritto dalla legge del Signore, Maria e Giuseppe ritornarono nella Galilea, alla loro città di Nazaret. E il Bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza, e la .grazia di Dio era con Lui.

PRATICA Maria per ubbidienza volle adempiere quanto prescriveva la legge, quantunque non vi fosse obbligata. Impariamo anche noi ad ubbidire a tutte le leggi, perché, come dice la Sacra Scrittura, l’uomo ubbidiente riporterà vittoria.

BENEDIZIONE DELLE MAMME IN ATTESA

O Signore Dio, creatore del genere umano, Tu hai voluto che tuo Figlio Gesù, nel mistero dell’Annunciazione, si incarnasse nel seno della beata Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, come divin concepito.
Volgi il tuo sguardo benigno e benedici per intercessione di Maria, modello di gestante e madre della vita, queste mamme in gravidanza che ti supplicano per l’integrità del
loro figlio e per un parto felice.
Esaudisci la comune attesa, perché le creature che portano nel grembo, rigenerate nel Battesimo e aggregate al tuo popolo, ti servano in fedeltà e salute, vivano sempre nel tuo amore e crescano in sapienza, età e grazia. Per Cristo nostro Signore. Amen.

PREGHIERA PER LA VITA

NELLA GIORNATA DEDICATA ALLA VITA

O Maria, aurora del mondo nuovo, Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita: guarda, o Madre, al numero
sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere, di poveri cui è
reso difficile vivere, di uomini e donne vittime di disumana violenza, di anziani e malati uccisi dall’indifferenza o da una presunta pietà.
Fa che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo come dono sempre nuovo, la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa, per costruire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà ,la civiltà della verità e dell’amore, a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.

Salve Regina

(S. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae)

Papa Leone XIV all’Angelus: Gesù illumina il senso della storia

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, domenica 1 febbraio 2026, 12:06 (ACI Stampa).

Finalmente il sole splende su Roma. E così, grazie anche a una temperatura gradevole, i fedeli si addensano nella piazza di San Pietro. Tantissimi, come ogni domenica.  E’ il momento dell’Angelus. Papa Leone, prima della preghiera mariana, si rivolge ai fedeli concentrando la sua meditazione sulla liturgia di oggi: quella “pagina splendida della Buona Notizia che Gesù annuncia per tutta l’umanità: il Vangelo delle Beatitudini. Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo” così esordisce il pontefice.

E continua: “Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti , perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito”. Così come solo Dio può “saziare chi cerca pace e giustizia perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna”. Così come “solo in Dio i miti, i misericordiosi ei puri di cuore trovano gioia perché Egli è il compimento della loro attesa”.

E ancora papa Leone XIV si concentra sulla pagina evangelica delle Beatitudini che, per papa Leone XIV, “ restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela”. Tutta la speranza deve risiedere in Cristo, non certamente nei potenti, per il pontefice. Cristo che “è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.

Per questi motivi, Gesù è colui che “illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi”. E’ Dio a donare speranza “anzitutto a chi il mondo scarta come disperato” ricorda il pontefice. Ed è così che le Beatitudini “diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti “a causa di Cristo” (cfr v. 11) e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione”, conclude papa Leone XIV.

E poi, dopo la recita della preghiera mariana, alcuni importanti appelli. Si riferisce alla delicata questione di Cuba di questi giorni: “Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini”. Il pontefice si unisce  “al messaggio dei Vescovi cubani invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano”. Invoca “la Virgen della Carità del Cobre” che possa partecipare e proteggere “tutti i figli di quella amata terra”.

E, ancora: “Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera del Nordkiv nella Repubblica Democratica del Congo”.    

Così come il suo pensiero corre ancora una volta al Portogallo e all’Italia meridionale. Senza dimenticare anche le “popolazioni  del Mozambico duramente provate dalle inondazioni”.

Ricorda, inoltre, che oggi in Italia è la  “giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo. Questa iniziativa è purtroppo tragicamente attuale. Ogni giorno, infatti, si registrano vittime civili di azioni armate che violano apertamente la morale e il diritto.  I morti ei feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a questa intollerabile ingiustizia”.    

Grande attenzione ai Giochi olimpici: “Venerdì prossimo inizieranno i giochi olimpici-invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i giochi paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori ea tutti gli atleti.  Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza, che accompagna lo svolgimento dei giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli e sono posti in autorità sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo».      

Il mondo illiberale di Russia e Cina

di Stefano Caprio- Asia News 1 Febbraio 2026

Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”) un articolo dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”. E indica a modello l’esempio di Shenzen “una delle città più controllate al mondo”.

Quando è finito l’impero sovietico, trentacinque anni fa, tutti erano convinti che fosse stata ormai archiviata l’ideologia comunista, che sottomette i principi liberali a quelli del totalitarismo collettivo. Rimanevano alcuni residuati del “Mondo Rosso” novecentesco, come Cuba, il Vietnam e ovviamente la Cina, il gigantesco erede di Mao Tse-Tung, che si pensava in via di “conversione” capitalista e liberale, tranne poi scoprire che il capitalismo di Pechino è diventato uno dei fattori dominanti dell’economia mondiale, senza per questo concedere ai suoi cittadini i diritti e le libertà personali.

La crisi del globalismo, inteso come abbattimento delle frontiere e libertà universale di commercio e interazione tra i popoli del mondo intero, è iniziata dopo un ventennio di “fine della storia”, con i crolli finanziari del 2008 e le successive scosse di revisione degli equilibri geopolitici. Mentre la Cina ha cercato di approfittare della disgregazione dei poteri occidentali, inserendosi nelle falle aperte dell’economia globale con le nuove “vie della seta”, la Russia ha visto la possibilità di rialzarsi dall’umiliazione del suo ruolo marginale, riprendendo il controllo dell’impero non con i soldi, ma con le armi e le minacce apocalittiche dei suoi arsenali e delle sue aspirazioni ideologiche di eredità secolare, quanto mai adeguate al “nuovo medioevo” che il mondo sta affrontando per capire a che futuro ci si deve preparare.

Ora la Russia si attribuisce il merito di aver distrutto il dominio globalista dell’Occidente e di aver instaurato il nuovo ordine mondiale “multipolare”, come viene ripetuto ossessivamente dal presidente Vladimir Putin e da tutti i suoi sottoposti, anche se rimane da capire quanti “poli” si sono effettivamente aperti, nelle contrapposizioni tra il Nord/Occidente e il Sud/Oriente globale, con i Corridoi dell’estremo settentrione artico, quelli “di mezzo” dell’Asia e del Caucaso e quelli meridionali dove scorrazzano le navi “pirata” della flotta ombra della Russia, ora fermate dall’America sovrana che si sta dividendo dall’Europa, in una giostra multipolare sempre più da capogiro.

Al di là delle svolte imprevedibili della geopolitica, che offrono ai commentatori di tutto il mondo argomenti per sviluppare fantasie senza freni, un fattore sistematico sembra imporsi ormai a tutte le latitudini: la fine dei valori liberali, sostituiti dai “valori tradizionali” su cui si reggeva il mondo intero prima della “degradazione” moderna della democrazia. Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato un articolo in questo senso sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”), dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”, e l’ideologo Aleksandr Dugin lo conferma con dichiarazioni secondo cui “è finita l’epoca degli Stati nazionali democratici”.

Si delinea quindi, in modalità radicali tipiche della Russia, la nuova ideologia mondiale del sovranismo e del tradizionalismo, che ripropongono forme contemporanee di autocrazia in cui il leader guida la volontà del popolo nella modalità “illiberale”, il termine decisivo che Putin ripete fin dal famoso discorso di Monaco nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza, dopo aver ascoltato le tante omelie del patriarca di Mosca Kirill contro il liberalismo, il male che distrugge il mondo dai tempi della rivoluzione francese, anzi da quelli della teologia scolastica latina. Da allora la Russia ha cominciato a staccarsi dai rapporti con le potenze occidentali, iniziando nel 2008 la guerra con la Georgia, che ormai oggi è stata addomesticata ai voleri del Cremlino, e dal 2014 con l’Ucraina, dilaniata da un conflitto simbolico tra diverse visioni del mondo, che sembra non avere fine.

Kuznetsov afferma che gli uomini del XXI secolo stanno disprezzando sempre più le libertà sociali e politiche, in cambio dei “servizi digitali gratuiti”, segnando i termini del “medioevo tecnologico” che al posto della responsabilità personale fa prevalere il dominio artificiale delle coscienze. Il politologo russo non esprime soltanto un’opinione isolata, per quanto riferita all’ideologia ufficiale, ma sintetizza il lavoro di uno dei più importanti think tank dell’amministrazione presidenziale del Cremlino, il gruppo Eisi guidato da uno dei principali consiglieri e possibili eredi di Putin, l’ex-premier Sergej Kirienko. Questo testo è stato analizzato attentamente da uno degli analisti di Meduza, Andrej Pertsev, che cerca di capire in che cosa consista il segreto del successo dei “sistemi illiberali” di Russia e Cina, che spinge gli abitanti di questi Paesi a scegliere il controllo digitale al posto dei valori liberali.

La rivista Gosudarstvo è stata inaugurata nel 2025, proprio allo scopo di esprimere in modalità sempre più efficaci i principi della nuova ideologia, grazie al contributo dei “polit-tecnologi”, come vengono chiamati in Russia gli araldi del pensiero dominante. Ad esempio Aleksandr Kharičev, un altro uomo di Kirienko, scrive sulla “sacralità del potere” sostenuta dalla “capacità di sacrificio” e dal “collettivismo” dei russi, unendo i principi dello zarismo e del comunismo sovietico. Queste dimensioni vengono sottolineate da un articolo di un altro membro del gruppo, Boris Rapoport, col titolo “Questioni e compiti della politica interna dello Stato russo nelle varie epoche storiche”, in cui si afferma che “la scarsità della popolazione sull’enorme territorio della Russia e il clima molto severo hanno imposto ai russi l’idea di uno Stato forte come uno dei principi fondamentali per garantire la propria sopravvivenza”.

Il polit-tecnologo Andrej Polosin propone un testo sulla “Legittimità digitale”, che si accorda con la tesi di Kuznetsov sulla prevalenza ormai inarrestabile dei “regimi illiberali” nei confronti di quelli “liberali”, come dimostrano su tutti proprio i sistemi di Russia e Cina. Non si nominano particolari “regimi liberali”, indicati genericamente come “Stati occidentali” dove “la legittimità si basa sulle procedure e sulle illusioni del controllo sociale nei confronti delle istituzioni”, mentre gli illiberali propongono la fonte alternativa della “efficacia tecnologica”. Le elezioni periodiche ogni 4-5 anni sono infatti ingannevoli, perché il regime al potere dovrebbe lavorare per gli elettori ogni giorno, quando in realtà questo servizio può essere realizzato in modo “visibile e non misurabile” soltanto dalle strutture digitali.

Questi servizi tecnologici sono talmente utili per i cittadini che diventano “un argomento decisivo in favore del sistema, molto più delle discussioni astratte sulle procedure democratiche”, aggiunge Kuznetsov. Il vantaggio degli illiberali come Russia e Cina non sta nel controllo in quanto tale sulla popolazione, ma nella “conversione di questo controllo in una vera legittimità, grazie all’offerta dei servizi di qualità nelle forme più convenienti”, che rendono la vita quotidiana più semplice e soddisfacente. Per questo “non c’è bisogno di manipolare l’opinione pubblica”, e il successo dell’approccio illiberale è assicurato dalla “concentrazione del potere”, considerata pericolosa dai decadenti regimi liberali.

Vengono portate ad esempio le due megalopoli di Mosca e Shēnzhèn, entrambe con circa 13 milioni di abitanti, dove i servizi cittadini sono “al massimo livello di comfort” rispetto a qualsiasi metropoli occidentale, dove è evidente che “le decisioni politiche diventano risposte tecnologiche” e il sindaco assume il ruolo di “direttore generale della città”, spogliandosi della funzione esplicita del potere ed esaltando quella del “servizio”, il cui confine con la “supervisione” diventa del tutto secondario e invisibile. Per questo i moscoviti, e sempre più i russi in generale, accettano di buon grado il controllo totale da parte delle autorità centrali e locali, perché “quanto più controllano, tanto più si vive comodamente”, e se il controllo venisse meno “non sarebbe una liberazione, ma un ritorno al rischio dell’ignoto”.

L’esperienza della Cina suscita nei politologi russi un entusiasmo sempre maggiore, come mostra proprio l’esempio di Shēnzhèn, che in quarant’anni si è trasformata da villaggio di campagna a “capitale tecnologica” proprio grazie alla totale assenza delle caratteristiche ritenute indispensabili dagli occidentali: le elezioni, i media indipendenti, la divisione dei poteri. “Una delle città più controllate al mondo funziona con grande efficacia, in un modo che le città occidentali possono soltanto sognarsi”, sottolinea lo specialista. Kuznetsov sottolinea che uno dei principali vantaggi dei sistemi illiberali è “l’indipendenza dai cicli elettorali”, che in questi Paesi si tengono solo per celebrare il regime al potere che può portare avanti i suoi programmi “per decenni”, mentre le alternanze contrapposte dei liberali impediscono di realizzare quanto era stato promesso agli elettori. Considerando che tra un mese e mezzo si terranno le elezioni parlamentari in Russia, queste spiegazioni aiuteranno senz’altro i cittadini russi a scegliere i propri rappresentanti, che saranno i tutori del benessere illiberale.

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